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26 settembre 2016

Harry Potter and the Cursed Child (Harry Potter e la maledizione dell'erede) - J.K.Rowling, John Tiffany, Jack Thorne

E' sempre stato difficile essere Harry Potter e lo è ancora di più ora che Harry è un impiegato del Ministero della Magia oberato di lavoro e con tre figli a cui badare.
Mentre Harry lotta con un passato che si rifiuta di rimanere tale, il suo figlio più giovane lotta con una pesante eredità che non ha mai voluto. Mentre passato e presente si fondono minacciosamente, padre e figlio imparano una sgradevole verità: il male a volte arriva da dove meno ce lo si aspetta.




Recensione

Vi riproponiamo la nostra recensione aggiornando i dettagli relativi alla pubblicazione italiana, avvenuta lo scorso 24 settembre.

Dopo averci stuzzicati per anni con piccoli racconti pubblicati su Pottermore, J.K.Rowling ha finalmente esaudito il desiderio di molti fan pubblicando una nuova avventura della saga del maghetto più famoso del mondo e l'ha fatto scegliendo una strada originale, quella della commedia teatrale.
Harry Potter and the Cursed Child è infatti una commedia in due parti andata in scena per la prima volta il 30 luglio scorso al London's Palace Theatre; il giorno successivo - che guarda caso coincide anche con la data di nascita di Harry - è stata pubblicata un'edizione speciale dello script, che quindi non è una versione romanzata della commedia ma è il copione vero e proprio, arricchito da alcuni brevi commenti iniziali per contestualizzare le scene e spiegare al lettore lo stato d'animo dei personaggi.

I lettori che hanno deciso di aspettare settembre, quando Salani pubblicherà la traduzione del libro, è bene quindi che siano preparati a ciò che si troveranno davanti: leggere un testo teatrale non è come leggere un romanzo e sicuramente toglie all'opera il fascino che deriva dal vederla rappresentata dal vivo. Per questo molti potranno pensare che non ha nemmeno molto senso scriverne una recensione senza averla vista in teatro, tuttavia ci sono caratteristiche della storia, dei personaggi e dei dialoghi che difficilmente possono cambiare tra testo scritto e la sua rappresentazione per cui è ancora possibile a mio parere farne una critica, pur tenendo presente questi limiti.

La storia prende il via 19 anni dopo gli eventi narrati in Harry Potter e i Doni della Morte e si rifà esplicitamente all'epilogo della saga in cui un maturo Harry accompagnava i figli al famoso binario 9 e 3/4 per prendere l'Espresso per Hogwarts. La scena viene ripresa per intero, compreso l'intenso dialogo tra Harry e il secondogenito Albus, preoccupato di finire tra i Serpeverde. Scopriremo presto che il piccolo Potter verrà smistato proprio in questa Casa e sceglierà come migliore amico nientemeno che il figlio di Draco Malfoy, Scorpius.

Queste le cose belle della commedia: forse influenzata da chi criticava i suoi libri per una distinzione in bianco e nero tra buoni e cattivi, la Rowling immagina per il suo storico eroe un figlio Serpeverde, imbranato negli sport e adorabilmente insicuro, afflitto dal confronto con famoso genitore. Anche l'amicizia col giovane Malfoy ha tratti piuttosto adorabili: due nerd schiacciati da aspettative e pregiudizi che si aggrappano l'uno all'altro in un intenso rapporto di amicizia dai sottintesi a volte velatamente romantici - almeno a mio modo di vedere -, anche se l'autrice decide di non approfondire quest'aspetto.

Purtroppo le note positive si fermano qui e a conti fatti sono davvero troppo poche per riscattare un'opera che mi è sembrata uno di quei sequel mosci di cui nessuno aveva realmente bisogno. E' impossibile infatti ritrovare qui la prosa scherzosa e originale della Rowling e non solo perché il format dello script teatrale non lo consente: i dialoghi sono piatti, scontati, forzati e sdolcinati fino all'inverosimile.
L'atmosfera zuccherina pervade l'intera opera ed è davvero difficile immaginare che certe frasi da soap-opera siano uscite dalla penna della stessa autrice che nelle opere passate aveva dato prova di un'accattivante ironia e un sentimentalismo mai banale o superficiale.
Tutto il contrario di quanto fatto in Harry Potter and the Cursed Child che tra rapporti di amicizia osteggiati fra membri di famiglie rivali, improbabili figli segreti spuntati da un nebuloso passato, paternità dubbie e melodrammi vari naviga tra l'imbarazzante e il ridicolo.

Ferisce in particolar modo la difficoltà nel ritrovare i personaggi a cui siamo tanto affezionati.
Forse la Rowling negli ultimi anni ha dedicato troppo tempo a leggere le teorie e le critiche dei fan e in quest'opera ha cercato di rispondere e porre rimedio un po' a tutto, compiendo a volte scelte in diretto constrasto con quanto affermato per anni finendo col fare un guazzabuglio insoddisfacente.
Ad esempio, una delle critiche più frequentemente mosse alla saga di Harry Potter è che un ragazzino testimone di tante tragedie come quelle vissute da Harry avrebbe dovuto mostrare forti disturbi emotivi e della personalità (una teoria da psicologi della domenica con cui non mi sono mai trovata d'accordo); l'autrice tenta ora di venire incontro a questa osservazione presentandoci il nostro eroe come un quarantenne un po' sciapo, con un incarico importante al Ministero della Magia ma che ancora ha incubi sulla morte dei genitori (seriamente: ancora?) e che fatica a instaurare un rapporto con il suo secondogenito per motivi che il racconto non arriva mai a spiegare davvero. L'approfondimento psicologico è infatti del tutto assente e qualche frase vaga e mal messa non basta certo a spiegare i presunti problemi di Harry, che per noi lettori è veramente difficile da immaginare mentre pronuncia frasi da fotoromanzo adolescenziale come "Vorrei tu non fossi mio figlio" o "Voi due non dovrete vedervi mai più!" (sic!).
Un trattamento ancora peggiore è riservato al povero Ron che qui è visto come un'annacquato surrogato della coppia Fred&George, intento solo a far scherzi che non fanno ridere nessuno e a presentarsi sulla scena con abiti invariabilmente sporchi di cibo per offrire commenti stupidi e non richiesti.
Hermione è solo una pallida ombra della sua versione adolescenziale, Ginny appare dolce, comprensiva e del tutto priva di personalità, la McGranitt appare solo per amore dei ricordi e il povero Silente ritorna sotto forma di ritratto solo per essere rappresentato come uno scaltro manipolatore emotivo.
Chi ne esce meglio sono i due cattivi "storici" Draco Malfoy e Severus Snape, e anche qui la Rowling dimostra di aver dato un po' troppo ascolto alle numerose fan fiction che negli anni hanno voluto dipingere Malfoy come una vittima incompresa, un cambio di rotta di 180 gradi rispetto a quanto dichiarato per anni dall'autrice stessa che si è sempre opposta all'immagine di un Draco dal cuore d'oro. In questa nuova opera, per assurdo, i commenti più saggi e maturi escono proprio dalla bocca di Malfoy, il quale è anche presente nei momenti di maggior spessore del racconto.
E come a ribadire che i personaggi bianco e nero non le appartengono, ecco ricomparire il vecchio Snape in una commovente sequenza in cui per l'ennesima volta viene ricordato che il suo puro e imperituro amore per Lily Evans lo rende di base un brav'uomo.

Purtroppo anche la trama manca di idee interessanti e non convince assolutamente. L'autrice aveva promesso che quest'opera avrebbe contenuto solo materiale nuovo invece scopriamo che i tre co-autori hanno giocato un po' sporco costruendo una storia basata su una Giratempo, con problematiche già viste in Harry Potter e il prigioniero di Azkaban,che tra l'altro consente loro di riciclare numerose scene del torneo Tremaghi di cui Harry fu protagonista ne Il Calice di Fuoco.
A differenze di quanto fatto nel terzo libro della saga, inoltre, qui i continui viaggi nel tempo sono gestiti con parecchie imprecisioni che si aggiungono ai numerosi buchi della trama e alla parziale mancanza di logica nelle azioni dei protagonisti e del nuovo cattivo. Su quest'ultimo non mi dilungo dato che dovrebbe essere uno dei pochi colpi di scena del romanzo, basti dire che è una figura pretestuosa, improbabile, eccessivamente melodrammatica e assolutamente non all'altezza di Colui-che-non-deve-essere-nominato.

Infine la struttura stessa della commedia lascia a desiderare, spezzettata com'è in mille brevi scene che spesso coinvolgono gli stessi personaggi e la stessa ambientazione della scena precedente,una struttura frammentaria che sinceramente fa pensare a un approccio un po' dilettantesco.

Leggendo Harry Potter and the Cursed Child mi è venuto spesso il dubbio di avere fra le mani una brutta fanfiction di quelle in cui si immagina un'allegra "rimpatriata" fra tutti i personaggi visti in tutta la saga che più che conversare si scambiano battute sui "vecchi tempi", affiancati dai rispettivi numerosissimi figli che ovviamente sono il ritratto dei genitori. Alla fine tutti sono amici, tutti si conoscono, tutti si vogliono bene come una grande e felice famiglia. Stomachevole e accettabile da una fan adolescente ma non da un'autrice matura e più volte mi sono chiesta se davvero le parole che stavo leggendo erano uscite dalla penna della Rowling. Il mio amore per quest'autrice mi porterebbe a addossare la colpa di questo scempio a Tiffany e Thorne, resta però il fatto che la Rowling ha messo il suo nome su quest'opera e deve averne approvato la versione finale e come sia stato possibile davvero non me lo spiego.
In definitiva questa commedia non fa che confermare la mia idea che le saghe concluse dovrebbero restare tali.

Giudizio:

+1stella+

Dettagli del libro

  • Titolo: Harry Potter and the Cursed Child
  • Autore: J.K.Rowling, John Tiffany, Jack Thorne
  • Editore: Little Brown
  • Data di Pubblicazione: 31 luglio 2016
  • ISBN-13: 9780751565355
  • Pagine: 343
  • Formato - Prezzo: Hardcover - Euro 21

Dettagli del libro (edizione italiana

  • Titolo: Harry Potter e la maledizione dell'erede
  • Autore: J.K.Rowling, John Tiffany, Jack Thorne
  • Tradittore: Luigi Spagnol
  • Editore: Salani
  • Data di Pubblicazione: 24 settembre 2016
  • ISBN-13: 9788869187490
  • Pagine: 368
  • Formato - Prezzo: Hardcover - Euro 19,80

20 giugno 2016

La via del male (Career of Evil) - Robert Galbraith (aka J.K.Rowling)

Quando un pacchetto misterioso viene consegnato a Robin Ellacott inorridisce per il suo contenuto: il pacco contiene la gamba mozzata di una donna. Il suo capo, il detective privato Cormoran Strike, è meno sorpreso, ma non per questo meno allarmato. Ci sono quattro persone del suo passato che pensa potrebbero essere responsabili - e Strike sa che uno di essi è in grado di brutalità indicibili. Con la polizia indirizzata verso questo sospetto, Strike si rende conto di essere sempre più sicuro di essere fuori strada e quindi lui e Robin decidono di prendere la situazione nelle proprie mani andando ad approfondire i mondi oscuri e contorti degli altri tre uomini. Ma iniziano ad accadere altri delitti orrendi e il tempo stringe per loro ...

Recensione

Edit: E' finalmente arrivato in Italia sempre grazie a Salani il terzo episodio delle avventure del detective privato Cormoran Strike, pubblicato nel mondo anglosassone già l'ottobre scorso, vi riproponiamo quindi la nostra recensione aggiornando i dati con quelli dell'edizione italiana.

Il vostro giudizio su questo terzo episodio delle avventure del detective privato Cormoran Strike dipenderà essenzialmente dal motivo per cui state leggendo questa nuova saga. Se siete appassionati di gialli devo purtroppo dirvi che Career of Evil rappresenta il punto più basso toccato dalla saga finora, almeno a mio parere. Se invece considerate il mystery un contorno più o meno piacevole allo studio del carattere dei due protagonisti, Cormoran e la sua testarda assistente Robin, allora questo romanzo è la realizzazione di tutti i vostri sogni.

Se avete letto le mie precedenti recensioni a Il richiamo del cuculo e Il baco da seta saprete che personalmente propendo per la prima delle due caratteristiche: apprezzo una caratterizzazione ben fatta e originale ma ciò che pretendo da un buon giallo è soprattutto un intrigo convincente. La nuova opera di J.K.Rowling è un po' deludente da questo punto di vista per diversi motivi.

Il primo è rappresentato dai capitoli raccontati in prima persona dal punto di vista dell'assassino, che compaiono con cadenza regolare nel romanzo: poco credibili e con una rappresentazione del maligno a dir poco infantile, li definirei un completo fallimento se non fosse che l'autrice è riuscita a scriverli in modo sufficientemente ambiguo da confondere il lettore sulla vera natura dell'assassino fino all'ultimo capitolo.

A ciò si aggiungono le lunghe parentesi introspettive dedicate ai due protagonisti. Poiché l'indagine in cui è coinvolto Strike punta immediatamente a eventi del suo passato, presentando tre sue vecchie conoscenze come possibili colpevoli, numerosi capitoli sono dedicati a lunghe riflessioni del nostro corpulento eroe sugli eventi della sua fanciullezza e gioventù, scatenando di riflesso parentesi simili per la dolce Robin che ci portano a scoprire finalmente perché abbandonò l'università e quali siano le basi della sua lunga relazione con l'ottuso Matthew, che giunta alla viglia del matrimonio appare a noi lettori più tossica che mai. Comprendo che molti fan si siano strappati i capelli dalla gioia alla luce delle rivelazioni fornite dall'autrice, tuttavia non si può non osservare che tutto questo riflettere sul passato ha portato soprattutto a capitoli lenti, inutilmente ripetitivi, e ricchi di riflessioni già note (Strike ha avuto un'infanzia infelice, Robin vuole essere considerata una donna tutta d'un pezzo nonostante le sue evidenti fragilità...). La Rowling in sostanza sembra un po' perdersi in queste digressioni, che non sempre si innestano nella trama senza sbavature.

Infine l'omicidio è risolto solo dopo lunghe e noiose sessioni di appostamento fuori dalle abitazioni dei tre sospettati, senza che ci sia un'idea precisa di cosa andrebbe fatto nel caso in cui uno di loro si facesse vedere, né cosa si spera di ottenere da questi appostamenti. Questo ovviamente non fa che generare una serie di capitoli piuttosto ripetitivi in cui i protagonisti cercano di ammazzare il tempo riflettendo sul proprio passato (ancora).

Dopo aver dedicato il primo romanzo al fatuo modo dell'industria discografica e il secondo alla demolizione dell'industria dell'editoria, la Rowling tocca qui un tema in grado di coinvolgere direttamente un pubblico più vasto, ovvero la piaga della violenza sulle donne, fenomeno che caratterizza quotidianamente la società occidentale che ama ritenersi evoluta ma che ancora fatica a staccarsi da opinioni misogine ed episodi di violenza domestica inaccettabile. La Rowling affronta il tema senza peli sulla lingua, riprendendo senza vergogna i giudizi maschilisti che investono quotidianamente le donne di tutte le età; questo ha urtato la sensibilità di alcune lettrici che hanno tacciato il libro di misoginia senza capire che l'intento della scrittrice era quello di condannare determinati atteggiamenti e non di giustificarli.
Tuttavia l'autrice affronta la questione in modo spesso stereotipato, fornendo una carrellata di vittime indifese e sadici violenti non particolarmente originale.

Appesantita da tutti questi fattori, la prosa risulta un po' forzata, non sempre scorrevole e trascinante come la Rowling ci ha abituato in passato. Alla fine avrei dato un giudizio ancora più severo, non fosse stato per l'ultima parte del romanzo, decisamente un crescendo di colpi di scena sotto ogni punto di vista e in grado di redimere almeno parzialmente un'opera un po' fiacca che in conclusione si assesta sulle tre stelline.

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli dell'edizione originale

  • Titolo: Career of Evil
  • Autore: Robert Galbraith (aka J.K.Rowling)
  • Editore: Mulholland Books
  • Data di Pubblicazione: 20 ottobre 2015
  • ISBN-13: 9780316349932
  • Pagine: 512
  • Formato - Prezzo: Copertina rigida - US dollar 19.50

Dettagli dell'edizione italiana

  • Titolo: La via del male
  • Autore: Robert Galbraith (aka J.K.Rowling)
  • Editore: Salani
  • Data di Pubblicazione: giugno 2016
  • ISBN-13: 9788869184796
  • Pagine: 603
  • Formato - Prezzo: Copertina rigida - Euro 18.60

23 maggio 2016

Shades of Grey - Jasper Fforde

Benvenuti a Chromatacia, dove la gerarchia sociale è strettamente regolata dalla capacità di ogni individuo di percepire uno o più colori.
Eddie Russet vuole risalire la scala sociale, tuttavia i suoi piani per migliorare la propria percezione del rosso sposando l'erede di una delle famiglie più potenti subiscono una battuta d'arresto. Barcamenandosi tra regole inviolabili, infidi Gialli e una rischiosa amicizia con l'intrigante Grigia Jane, che mostra a Eddie che l'apparenza pacifica del suo mondo è tanto illusoria quanto i colori stessi, il ragazzo scopre di dover fare i conti con il crudele regime che governa questa facciata elegantemente dipinta.

Recensione

Le sfumature di grigio sono evidentemente un concetto di grande fascino per gli scrittori (o i presunti tali). C'è chi ne ha colto le potenzialità erotiche, dando tutto un nuovo significato al ruolo dello stalker psicopatico, e chi, come Jasper Fforde, le ha prese in senso più letterale e le ha usate come base della sua distopia comica.

Molti di voi conosceranno Fforde come l'autore della saga dedicata a Thrusday Next, l'investigatrice di casi letterari lanciata da Il caso Jane Eyre che risolve i suoi casi letteralmente saltando da un libro all'altro, giunta alla sua settima avventura.
Se siete familiari con la fantasia, il gusto per l'assurdo e la sottile ironia di questo autore avrete già capito che quella che ci troviamo fra le mani non è la solita distopia, sebbene l'idea di partenza sia sempre quella di un futuro post-apocalittico dove ogni forma di individualismo è scoraggiata in nome di un supposto benessere collettivo, sotto la rigida guida del solito regime totalitario che trae la sua forza nell'intricata e ridicola burocrazia e nel rafforzamento di una improbabile piramide sociale, al cui vertice risiedono coloro che possono vantare una migliore percezione dei colori.
Sì, perché il prossimo futuro immaginato da Fforde non è grigio solo a parole ma anche nei fatti: l'umanità ha perso la sua capacità di percepire l'intero spettro cromatico a causa di una non meglio identificata catastrofe e ora gli individui vengono classificati solo in base al colore che sono in grado di distinguere nel mare di grigio che li circonda.
L'unica possibilità di avanzamento sociale non è quindi in base al merito o al duro lavoro ma attraverso il matrimonio con una famiglia con percezione cromatica più elevata, sempre che non vogliate sposare un colore complementare, quello, sappiatelo, è assolutamente proibito dalle Regole.

Da questa breve panoramica si può intuire come Fforde non abbia fatto altro che estremizzare, grazie alla sua innata creatività, quelle caratteristiche che sono tipiche di ogni regime dittatoriale realmente apparso sul nostro pianeta, ovvero il fatto di essere basato su premesse ridicole e tenuto in piedi da un insieme di Regole ancora più ridicolo.
E cosa c'è di più ridicolo di non poter usare cucchiai perché per qualche misterioso motivo il Libro delle Regole non li annovera tra gli utensili moralmente accettabili o di rendere innocuo chi fa troppe domande spedendolo a fare un "censimento di sedie" ai confini della nazione oppure negare per legge l'esistenza di persone non conformi alle regole?

Nel ridicolizzare le pretese di totalitarismo, Fforde riesce inoltre a mettere il luce parecchie scomode verità sul modo di vivere in una società libera - perché in certe condizioni l'umanità non ci arriva per caso ma perché sembra predisposta a comportamenti assurdi come il rifiutarsi di mettere in discussione verità prestabilite anche quando prive di fondamento o supporre erroneamente che possiamo rinunciare a forme di libertà più grandi in nome del possesso di oggetti materiali senza senso.

Lo svantaggio dell'approccio satirico dell'autore è che i suoi personaggi sono spesso ottusi manichini che travalicano il confine tra il ridicolo e il fastidioso e difficilmente suscitano l'intessere del lettore. Persino il protagonista, Eddie, risulta per almeno metà libro null'altro che un tontolone ben intenzionato, categoria che, lo confesso, mi annoia a morte.
Inoltre Fforde praticamente molla il lettore nel bel mezzo della sua distopia, sommergendolo di dettagli tecnici sulle capacità cromatiche degli abitanti, il complesso sistema di meriti e un gergo sconosciuto e non sempre intuibile che rendono la lettura decisamente lenta, faticosa e poco appassionate nei capitoli iniziali. In tutta onestà in questa prima fase ho seriamente considerato l'idea di abbandonare il libro, tuttavia la trama mi aveva stuzzicata abbastanza da farmi resistere ed alla fine ne è valsa la pena, infatti le ultime duecento pagine si divorano in un paio di giorni e lasciano anche il desiderio di leggere il seguito che, si vocifera, arriverà finalmente nel 2017. Considerando che la pubblicazione di Shades of Grey risale al 2009 e che i tempi di gestazione sono stati più lunghi di quelli di un nuovo libro de Le cronache del ghiaccio e del fuoco, ci aspettiamo come minimo qualcosa a livello de La svastica sul sole o 1984. Speriamo.

Giudizio:

+3stelle+ (e mezzo)

Dettagli del libro

  • Titolo: Shades of Grey
  • Autore: Jasper Fforde
  • Editore: Penguin Books
  • Data di Pubblicazione: 6 Nov 2009
  • ISBN-13: B002UXRF6M
  • Pagine: 449
  • Formato - Prezzo: Ebook kindle - 17.00 $

6 maggio 2016

The Raven King - Maggie Stiefvater

Per anni Gansey è andato in cerca di un sovrano perduto. Uno a uno, ha coinvolti altri nella sua ricerca: Ronan, che ruba dai sogni, Adam, la cui vita non è più sua; Noah, la cui vita non è più una bugia; e Blue, che ama Gansey...ed è con certezza destinata ad ucciderlo.
Ora la ricerca si avvia alla sua conclusione. Sogni e incubi convergono. Amore e perdita sono inseparabili. E l'impresa è impossibile da spingere in un'unica direzione...

Recensione

Qualche mese fa vi avevo parlato con entusiasmo di Raven Boys, primo libro di una saga fantasy/young adult arrivata in Italia nel 2014.
Com'è ormai di ordinanza, doveva trattarsi di una trilogia (il secondo capitolo, Ladri di sogni, è uscito per Rizzoli nel 2015, il terzo, Blue lily, lily blue, è ancora in attesa di traduzione) ma in dirittura d'arrivo l'autrice ha deciso di aggiungere un quarto libro, scelta che di solito non lascia presagire nulla di buono. Come saprete, solitamente recensisco solo il primo capitolo di una saga young adult (per i libri successivi le osservazioni tendono di solito a ripetersi), tuttavia, dato il discreto successo della saga anche in Italia e l'abbassamento di qualità degli due ultimi capitoli, ho deciso di parlarvi anche di questo The Raven King, uscito dopo molti posticipi il 26 aprile di quest'anno.

In rete troverete parecchi commenti entusiasti di The Raven King (lo stesso vale per Blue lily, lily blue): avendoli letti mi permetto di osservare che la maggior parte del pubblico young adult quando trova una storia d'amore contrastato, magari scritto con la giusta dose di pathos e melodramma, tende a sorvolare su certi difetti macroscopici che chi era interessato anche ad altri aspetti della trama non può che trovare irritanti.

Come detto, la Stiefvater era partita dall'idea di tre libri e a questi avrebbe dovuto attenersi. Purtroppo, come molti altri autori, scoperto il successo non può resistere alla tentazione di allungare il brodo finendo col perdersi. La premessa della saga era la ricerca di un mitico sovrano gallese che avrebbe garantito l'esecuzione di un desiderio a chiunque l'avesse risvegliato. Con l'evolversi del racconto, tra maledizioni, sogni che diventano realtà, fantasmi e sedute spiritiche, la carne al fuoco era decisamente aumentata e già in Blue lily, lily blue si aveva la sensazione che il racconto fosse diventato troppo dispersivo, i contorni del mondo abitato dai protagonisti poco chiari.
The Raven King è l'estremizzazione di questa sensazione: la Stiefvater aumenta i protagonisti, aumenta le sottotrame, aumenta i pericoli e poi si perde completamente e arriva all'agognata conclusione nel modo più deludente possibile.

In una saga di quattro libri, aggiungere nuovi personaggi principali all'ultimo capitolo non ha assolutamente senso a mio parere, anzi in alcuni casi risulta irritante. Non solo appaiono qui nuovi cattivi che, senza voler fare spoiler, a conti fatti contribuiscono gran poco all'intreccio, ma l'autrice si dimentica totalmente del povero Noah, inizialmente componente fondamentale del quartetto di Raven Boys, per inventarsi un nuovo "miglior amico", l'irritante Henry Cheng che si era intravisto nei libri precedenti come compagno di scuola superficiale e borioso. Per motivi incomprensibili l'autrice decide proprio ora che Cheng deve diventare il nuovo amico del cuore di Gansey e, per convincerci ad apprezzarlo, utilizza la peggiore delle tecniche narrative, ovvero si inventa una tristissima storia sulla sua infanzia e ce la rifila sperando di farci provare compassione per lui. Questo tipo di manipolazione è qualcosa che solitamente mi manda in bestia, invece a quanto pare è graditissima dall'insulso Gansey che non si stupisce che un perfetto sconosciuto gli racconti di punto in bianco i suoi più intimi segreti (suggerendo di aver diritto a conoscere quelli di Gansey in nome della nuova "amicizia") ma lo elegge a membro fondamentale del gruppo tanto che, quando finalmente si ritrova sul punto di trovare l'agognato Glendower, non richiede l'aiuto di Adam e Ronan che pazientemente l'hanno seguito nella folle ricerca per anni ma ritiene "naturale" che sia Cheng (apparso dal nulla proprio al momento opportuno) a fargli da assistente. Del resto aveva già avuto modo di osservare che Cheng si integrava con la pomposa e arrogante famiglia di Gansey molto meglio di Adam o Ronan, quindi perché no?
L'assurdità del personaggio si decuplica se si osserva che in fin dei conti, se lo rimuovessimo dal libro la storia non cambierebbe minimamente - anzi beneficeremmo dell'assenza di parecchi commenti stupidi.

Gansey rimane comunque il personaggio che ho amato di meno: dimenticatevi che è bello e destinato a morire e vi renderete conto che di base è semplicemente un ragazzo ricco e viziato che, secondo la Stifvater, dovremmo amare e averne compassione perché il suo desiderio di aiutare tutti si traduce sempre in frasi classiste e gesti manipolatori, circostanze che lo rendono un "incompreso". Non solo non ha alcuna evoluzione nel corso dei quattro libri ma l'autrice continua a legittimare la sua tendenza a dare ordini e ottenere sempre ciò che vuole come un suo essere "regale" - perché se c'è una cosa che le ragazzine amano più dei principi sono i re, giusto?

Più deludente però è la figura di Blue: a parole l'autrice sembra suggerirne un ruolo fondamentale che però a lato pratico non esiste. Maledizione a parte, qual è il suo contributo alla storia? Il suo talento nell'amplificare i poteri altrui ha mai avuto un ruolo determinante? Dovrebbe poi essere un modello di femminilità positiva per la sua tendenza a infuriarsi contro frasi maschiliste ma la verità è che è una figura ancora più classista di Gansey, convinta di aver diritto ad avere qualcosa "di più" dalla vita rispetto ai compagni della scuola statale coi quali ovviamente si è ben guardata dal socializzare e che vengono dipinti unicamente come campagnoli trogloditi. Ma cosa fa davvero Blue per avere qualcosa di più se non fidanzarsi con un ragazzo ricco (quello povero ma gran lavoratore non era di suo gusto)? Si lamenta che non può andare in un college di spessore ma uno degli ostacoli principali sono i suoi voti bassi per i quali, è bene ricordarlo, può incolpare solo sé stessa.

Adam rimane il mio personaggio preferito, l'unico effettivamente complesso e multisfaccettato e che subisce un'evoluzione dell'arco del racconto sebbene continui a trovare irritante che la sua abitudine a lavorare duramente e non accettare il paternalistico aiuto dell'amico ricco venga sempre dipinta come una caratteristica parzialmente negativa, simbolo della sua natura eccessivamente orgogliosa. L'unico protagonista per cui potremmo giustamente provare un po' di compassione è quello che viene più criticato dall'autrice, la quale concretizza finalmente anche il sentimento che lo lega a Ronan, sebbene anche in questo caso il risultato sia un po' deludente: se infatti la coppia Blue&Gansey ha avuto diritto a lunghissimi capitoli di sospiri melodrammatici, i due ragazzi pare non meritino lo stesso privilegio, tanto che le conversazioni fra i due sono poche e assai poco significative. Insomma sembra che l'autrice non abbia saputo fino a che punto osare con i suoi protagonisti gay e alla fine abbia optato per l'opzione "tiro il sasso e nascondo la mano" .

In generale tutte le scene che sulla carta avrebbero dovuto essere emotivamente coinvolgenti risultano totalmente prive di pathos, assurdo se si pensa a quanto l'autrice ami le frasi melodrammatiche e le atmosfere cariche di presagi. L'abitudine ad aprire i capitoli con frasi originali che si ripetono, le misteriose anticipazioni del futuro, sono qui caratteristiche a lungo andare irritanti che non aggiungono sentimento a un libro che nei momenti cruciali appare invece scialbo e affrettato.
Questo è particolarmente vero nel finale, uno dei più deludenti che abbia mai letto: non solo innumerevoli aspetti della trama rimangono irrisolti, dimenticati e abbandonati, ma anche alcuni di quelli che per quattro libri abbiamo ritenuto nodi fondamentali si rivelano insignificanti e si sgonfiano in un mare di nulla. Sembra quasi che l'autrice, dopo aver costruito per capitoli e capitoli tensione e aspettative, abbia scoperto di non avere la minima idea di come combinare le sue storie e risolvere i nodi principali e abbia semplicemente smesso di scrivere. Se anche voi per anni vi siete chiesti se e in che modo Gansey morirà davvero, che legame c'è tra lui e Glendower o se la maledizione di Blue può essere annullata preparatevi ad avere le risposte più scialbe e inconsistenti che mai siano state scritte, peggiorate solo da uno degli epiloghi peggiori che si siano mai visti in letteratura.

Da ultimo, il libro avrebbe bisogno di un serio editing: non solo le ripetizioni si sprecano, soprattutto nei primi capitoli, ma anche le contraddizioni non mancano, ad esempio in alcune scene Orphan Girl non è presente mentre poi di punto in bianco appare. Si scopre poi che Gansey è al corrente della visione di Blue e che Blue è al corrente che lui è al corrente, ma quando è avvenuto tutto ciò?
Decisamente la Stiefvater mostra qui tutti i suoi limiti come scrittrice e The Raven King si dimostra assolutamente non all'altezza delle aspettative.

La mia recensione si ferma qui, se non vi importa degli spoiler o avete già letto anche voi il libro qui sotto farò un punto più dettagliato delle numerose cose lasciate in sospeso nel finale.

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Partiamo dal povero Noah, dimenticato a metà libro dopo che un demone l'ha posseduto e usato per attaccare Blue. Nessuno si preoccupa di sapere come stia dopo l'episodio e viene completamente abbandonato per ricomparire in un unico confuso capitolo finale in cui finalmente passa "dall'altra parte" senza che nessuno dei suoi amici se ne accorga.
Il filone della trama legato a Piper Greenmantle è un dei più inutili mai visti. Certo la fanciulla scatena il demone e poi? che ripercussioni hanno le sue azioni? La tanto anticipata asta tra cattivi non si conclude forse nel nulla più totale? Laumornier oltre a soddisfare l'amore dell'autrice per le cose strane (è uno e trino!!!) a che serve? Seondenk? Inutile. L'Uomo grigio? una distrazione e basta. Le donne di 300 Fox Way? non pervenute! Che senso ha che Cheng riveli a Gansey che Declan vende sul mercato nero le creazioni del padre se nel capitolo dopo è Declan stesso a raccontarlo a Ronan?
Ad un certo punto Adam viene posseduto dal demone in un lungo drammatico capitolo, poi se ne libera in una riga e tutto questo per... scambiarsi un gesto amichevole con Gansey prima che quest'ultimo si sacrifichi? Ronan un minuto prima è in punto di morte, quello dopo non lo è più e il fatto non merita nemmeno un commento. La mamma di Ronan muore e... punto.
Non parliamo poi di come Gansey viene salvato: Cabeswater può sacrificare la sua vita per lui ma non può farlo per distruggere il demone? e la descrizione di come effettivamente viene salvato è così vaga e inconsistente che viene il dubbio che la Stiefvater non abbia capito nemmeno lei come funziona.
Forse la cosa più insultante è però l'epilogo: qualcuno mi spieghi cos'è questa mania di perdonare coloro che hanno abusato di noi. Perché mai Adam dovrebbe volere un rapporto con l'uomo che l'ha reso sordo e ha pubblicamente ammesso di rimpiangere la sua nascita? E perché la mamma di Adam che nei libri precedenti era una vittima ora diventa quasi complice?
E' poi possibile sapere perché Gansey e Blue, finalmente liberi di stare insieme (maledizione scomparsa col primo bacio, apparentemente, di più l'autrice non dice), dovrebbero partire per un viaggio con Henry Cheng come terzo incomodo? Onestamente le assurdità non si contano e ne ho probabilmente dimenticate molte, spero però che la mia insoddisfazione vi sia arrivata chiaramente!

Giudizio:

+2stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: The Raven King
  • Autore: Maggie Stiefvater
  • Editore: Scholastic Press
  • Data di Pubblicazione: 26 aprile 2016
  • Serie: The Raven Cycle
  • ISBN-13: 9780545424981
  • Pagine: 438
  • Formato - Prezzo: Copertina rigida - Euro 18.00

22 aprile 2016

The Dressmaker - Rosalie Ham

Dungatar è una cittadina di provincia come tante altre, tranne che per un dettaglio: le donne di Dungatar si vestono come modelle di Parigi. Un giorno in città arriva la bella ed esotica Tilly, ritornata a casa dall'Europa per assistere la madre malata. Da vent'anni Tilly se n'è andata e sulla sua repentina partenza è calato un velo di disapprovazione e silenzio. Ora ha fatto ritorno, guardata con malizia e sospetto dagli abitanti molto perbene che vedono nella sua eccentricità estrosa una minaccia. Ma Tilly possiede un talento: è una stilista sorprendente. Con cautela nelle case iniziano a circolare voci sui meravigliosi abiti che confeziona e tra gli ammiratori c'è perfino il capo della polizia, lui stesso sarto provetto. Tilly inizia così a guadagnarsi vestito dopo vestito la fiducia della città e tutto sembra mettersi al meglio. Ma dal passato un segreto è pronto a riaffiorare, e proprio quando Tilly si innamora le cose cominciano ad andare terribilmente male...

Recensione

Aggiorniamo la recensione per segnalare l'arrivo del libro finalmente anche in edizione italiana grazie a Mondadori che, come avevamo previsto, ha deciso di pubblicare la traduzione italiana del romanzo in concomitanza con l'uscita del film in Italia.

The Dressmaker, dell'australiana Rosalie Ham, è ancora inedito in Italia, sebbene la sua pubblicazione originale risalga all'ormai lontano 2000. L'imminente arrivo dell'omonimo film con Kate Winslet e Liam Hemsworth, già presentato lo scorso settembre al Toronto Film Festival, potrebbe risollevare le sorti di questo romanzo (come è accaduto a molti altri come The Help) che oltreoceano è già stato ripubblicato con una nuova cover per sfruttare il traino del film.

Devo dire che a lettura terminata faccio ancora fatica a dare un giudizio sull'opera. Mi è piaciuto? Sì, il libro è scorrevole, accattivante e diabolicamente divertente. Se poi sia anche un buon libro penso dipenda dall'ottica con cui viene giudicato.
Definito in quarta di copertina come un "romanzo satirico", The Dressmaker assume più che altro i tratti di una favola nera, scritta per un pubblico adulto, una parabola non necessariamente realistica ma con richiami al realismo magico che probabilmente andrebbe affrontata con lo stesso spirito con cui si affrontano alcune commedie nere come "La signora omicidi".

Solo così infatti si possono giustificare i personaggi tagliati con l'accetta che caratterizzano quest'opera e che, presi diversamente, renderebbero il racconto inaccettabile. Il microcosmo descritto in The Dressmaker si divide infatti nettamente in due: da un lato vi è la protagonista Tilly, figlia illegittima della "matta" del paese, tormentata e isolata fin da bambina, dotata di un aspetto quasi angelico con la sua pelle d'alabastro, i folti capelli biondi e il fisico perfetto, abbinati ad un'indole paziente e tollerante e a geniali capacità sartoriali.
Dall'altro il resto della popolazione femminile: vecchie o giovani non importa, le donne di Dungatar sono un gruppo di arpie acide e maligne, brutte, sovrappeso, con la pelle bruciata dal sole e le cosce pelose ed è quasi impossibile distinguere l'una dall'altra, il che ha reso difficoltosa la lettura dato il numero consistente di personaggi secondari. La Ham insiste sui difetti fisici delle signore con precisione fastidiosa, quasi che la scarsa avvenenza fosse una colpa. Il messaggio non tanto velato è ovviamente che la loro cattiveria verso Tilly è generata in parte dall'invidia ma chiunque abbia fatto le scuole medie sa benissimo che nella realtà sono quasi sempre le più belle a essere le più meschine e invidiose, per cui la semplicistica caratterizzazione della Ham, che fa tanto pensare alle sorellastre di Cenerentola, è più che altro irritante.
Desolante è anche il panorama maschile, costituito da una manica di maiali, bigotti e ricchi di pregiudizio, con la sola eccezione del "principe azzurro" - che si innamora di Tilly ovviamente.

L'idea di base è sicuramente interessante e la trama coinvolgente, nello svolgimento spicca inoltre un certo humour nero che, accompagnato da una prosa pragmatica e decisa, rende la lettura scorrevole e molto gradevole. L'autrice indugia poi spesso nella descrizione dei vestiti raffinati creati da Tilly che rendono questo libro gustoso per le amanti della moda quanto Chocolat lo è stato per quelle della pasticceria.
Il racconto, tuttavia, cambia registro quasi all'improvviso nella seconda parte, il vero motivo del ritorno della protagonista nella città natale che tanto l'aveva maltrattata è rivelato con un espediente poco credibile così come poco credibile è il totale cambiamento di atteggiamento della madre. Da questo punto in poi i contorni grotteschi della storia si accentuano fino all'apocalittica conclusione, prima della quale tutti i conti in sospeso vengono sistemati in modo un po' troppo veloce e "pulito".

In conclusione, non credo la Ham volesse scrivere una storia realistica quanto un racconto tragicomico e verosimile in cui una donna vittima di abusi si riprende una rivincita sui suoi aguzzini, il che è decisamente soddisfacente da leggere. Il giudizio finale resta quindi in sospeso e assegno le non compromettenti tre stelline invitandovi a cimentarvi nella lettura di quest'opera e vedere cosa ne cavate fuori.

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: The Dressmaker
  • Titolo originale: The Dressmaker
  • Autore: Rosalie Ham
  • Autore: S. Fedrigo
  • Editore: Mondadori
  • Data di Pubblicazione: 2016
  • Collana: Omnibus
  • ISBN-13: 9788804657477
  • Pagine: 260
  • Formato - Prezzo: Copertina rigida - Euro 18.00

9 agosto 2015

Go Set a Watchman - Harper Lee

From Harper Lee comes a landmark new novel set two decades after her beloved Pulitzer Prize–winning masterpiece, To Kill a Mockingbird.
Maycomb, Alabama. Twenty-six-year-old Jean Louise Finch—"Scout"—returns home from New York City to visit her aging father, Atticus. Set against the backdrop of the civil rights tensions and political turmoil that were transforming the South, Jean Louise's homecoming turns bittersweet when she learns disturbing truths about her close-knit family, the town, and the people dearest to her. Memories from her childhood flood back, and her values and assumptions are thrown into doubt. Featuring many of the iconic characters from
To Kill a Mockingbird, Go Set a Watchman perfectly captures a young woman, and a world, in painful yet necessary transition out of the illusions of the past—a journey that can only be guided by one's own conscience.
Written in the mid-1950s,
Go Set a Watchman imparts a fuller, richer understanding and appreciation of Harper Lee. Here is an unforgettable novel of wisdom, humanity, passion, humor, and effortless precision—a profoundly affecting work of art that is both wonderfully evocative of another era and relevant to our own times. It not only confirms the enduring brilliance of To Kill a Mockingbird, but also serves as its essential companion, adding depth, context, and new meaning to an American classic.

Recensione

Attenzione: la recensione potrebbe contenere spoiler

Della storia del ritrovamento di Go Set a Watchman abbiamo parlato a lungo. In questa sede mi limiterò a ricordare che si tratta del seguito de Il buio oltre la siepe, capolavoro della letteratura americana della schiva Harper Lee pubblicato nel 1960. Riscoperto in una cassetta di sicurezza, il romanzo sarebbe stato all'epoca proposto dall'autrice all'editore Harper Collins, che tuttavia gli preferì - a ragione, ma ci arriveremo - il lungo flashback sull'infanzia della protagonista, che in seguito sarebbe diventato una delle pietre miliari della letteratura antirazzista.
La fortuna de Il buio oltre la siepe risiede non solo nella spontaneità della voce narrante, la piccola Scout Finch, messa davanti per la prima volta alle ingiustizie della vita, ma nella completa riuscita del personaggio di Atticus, il padre vedovo, avvocato integerrimo e dotato di un profondo senso di giustizia trasmesso ai figli da lui educati. Già prima dell'uscita di Go Set a Watchman era trapelata una notizia sconvolgente: vent'anni dopo gli eventi de Il buio oltre la siepe, Atticus, ormai anziano e sofferente, si sarebbe rivelato razzista e resiliente ai cambiamenti in atto nella società, mandando in pezzi il mondo di Jean Louise "Scout" Finch, ormai adulta ed emancipata ma ancora visceralmente legata alla cittadina natale di Maycomb e soprattutto al padre.

Proprio come nel predecessore, i primi capitoli di Go Set a Watchman scorrono nell'idillio, con una Jean Louise che torna a scorrazzare in calzoni per le strade polverose di Maycomb - entrambe cambiate ma non troppo - suscitando l'indignazione della zia Alexandra e le scrollate di spalle dei concittadini. Da pensieri, parole e ricordi apprendiamo di come Jem sia morto giovanissimo per la stessa patologia cardiaca di cui era morta la madre, di come Dill (ispirato a Truman Capote, amico di infanzia della Lee) sia lontano - anche affettivamente - da molti anni, di come Jean Louise sia fidanzata o quasi con un amico d'infanzia, Henry Clinton, senza riuscire a decidersi a sposarlo. Piccoli e gustosi flashback fanno ritrovare la Scout di sempre: quando, ancora bambina, tornò a casa e scoprì di avere per la prima volta il ciclo; quando, ascoltando le chiacchiere delle compagne di scuola, per nove mesi si convinse di essere incinta per un bacio; quando, accompagnata da Henry, andò al ballo scolastico indossando dei seni posticci. E proprio come nel predecessore, l'idillio si sfalda quando la cecità - o meglio, la daltonia, per usare le parole dello Zio Jack - di Jean Louise, non più dovuta alla tenera età ma alla lontananza da Maycomb e all'idealizzazione della sua infanzia, si dissipa mostrandole non solo i deteriorati rapporti tra bianchi e neri, acuiti dalle rivendicazioni della NAACP, ma anche la strenua opposizione di una nutrita fetta della comunità di Maycomb, compresi Atticus ed Henry, affinché le cose non cambino. Per lei è giunto il momento di affrontare la metaforica "morte del padre" e di accettare che il genitore è, ed è sempre stato, umano.

E' proprio in quest'ottica che va letto Go Set a Watchman: un coming-of-age novel su una giovane donna, nata ed educata in una soffocante e razzista (ma accogliente) cittadina dell'Alabama e maturata poi negli agi e nella modernità di New York, costretta a de-mitificare la comunità in seno alla quale è cresciuta e soprattutto la figura paterna. Il suo limite - se di limite vogliamo parlare - è che quest'opera viene proposta cinquant'anni dopo un libro quasi perfetto come Il buio oltre la siepe, a cui milioni di lettori in tutto il mondo sono visceralmente legati. Al libro, ma anche ad Atticus Finch, e anche per loro non è facile de-mitificarne la figura, motivo per cui Go Set a Watchman è stato salutato da parte della critica come un romanzo che non sarebbe dovuto esistere, il rogo di un capolavoro, il tradimento di un ideale.
A chi è affezionato ad Atticus, Scout, Jem, Calpurnia, e a tutti gli altri protagonisti de Il buio oltre la siepe, dico che non ha che due strade: fingere che Go Set a Watchman non sia mai stato pubblicato, o buttarsi a pesce sul nuovo libro - in Italia uscirà a novembre - per scoprire cosa ne è stato di loro.

For thus hath the Lord said unto me,
Go, set a watchman, let him declare what he seeth.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Go Set a Watchman
  • Autore: Harper Lee
  • Editore: HarperCollins
  • Data di Pubblicazione: Luglio 2015
  • ISBN-13: 978-0062409850
  • Pagine: 288
  • Formato - Prezzo: Hardback - 28,99 $

9 settembre 2014

The Silkworm - Robert Galbraith (aka J.K.Rowling)

Quando il romanziere Owen Quine scompare, la moglie si rivolge a Cormoran Strike. In un primo momento la Signora Quine pensa che il marito sia sparito di sua iniziativa - come già aveva fatto in passato - e chiede a Strike di trovarlo e riportarlo a casa.
Ma con il procedere delle indagini, Strike si rende conto che dietro la scomparsa di Quine c'è più di quanto la moglie non sospetti. L'uomo ha infatti appena terminato un nuovo romanzo infarcito di ritratti al vetriolo di tutte le sue conoscenze più intime. Se il romanzo venisse pubblicato, sarebbero molte le vite rovinate - in altre parole, sono in molti a voler mettere a tacere Quine per sempre.
Quando infine Quine viene trovato ucciso in circostanze alquanto bizzarre, per Strike l'indagine si trasforma in una corsa contro il tempo per comprendere le motivazioni di un killer spietato, un assassino diverso da tutti quelli incontrati da Strike finora...

Recensione

Per chi si fosse perso il pandemonio mediatico l'anno scorso riassumo brevemente i fatti: nell'aprile 2013 la casa editrice Little, Brown pubblica Il richiamo del cuculo, romanzo d'esordio di tale Robert Galbraith. Dopo un esordio discreto ma non eccezionale trapela la notizia che dietro a Galbraith si nasconde la creatrice di Harry Potter J.K.Rowling, desiderosa di lanciarsi in una nuova avventura letteraria questa volta per adulti, senza doversi portare dietro il peso scomodo della fama. Ovviamente le vendite sono schizzate alle stelle e altrettanto ovviamente l'autrice ha annunciato che il giallo sarebbe stato il primo di una serie, così eccoci qui, a poco più di un anno di distanza, a recensire questo The Silkworm che in Italia arriverà il prossimo mese sempre per Salani con il titolo di Il baco da seta.

Ritorna quindi la coppia di investigatori formata dal gigante Cormoran Strike, ex ufficiale della Polizia Militare, e dall'inesperta assistente Robin, alle prese con un omicidio completamente diverso dal precedente, molto più brutale e inquietante, con la particolarità in più di essere ambientato nel mondo dell'editoria inglese, una realtà che la Rowling immaginiamo conosca molto bene.
E' lecito supporre che l'autrice si sia tolta qualche sassolino dalla scarpa nello scrivere questo libro: tra editori gretti e materialisti, agenti sottopagati pronti a tutto per piazzare i loro protetti e autori affetti da vari livelli di megalomania viene tratteggiato un mondo fatto di malcelate rivalità e pugnalate alle spalle, dove il minimo gossip incontrollato, non importa se fasullo, può distruggere per sempre una carriera.
Non mancano le frecciatine nei confronti degli scrittori di successo, incapaci di descrivere un personaggio femminile credibile ma più che propensi a sfruttare la propria fama per portarsi a letto ogni sciocchina in cerca di popolarità; e se la Rowling non si pronuncia sulle grandi scrittrici, non si trattiene dal punzecchiare la pletora di aspiranti romanziere che affollano i corsi di scrittura seguendo l'erroneo ideale che chiunque abbia qualcosa da dire è in grado di scrivere un romanzo.

L'intrigo giallo è poi, come sempre, ben congegnato, ogni dettaglio disposto con ordine e metodo e con un colpo di scena finale ancora una volta inaspettato ma perfettamente coerente, sebbene nei primi capitoli vengano palesemente seminati un paio di indizi sull'identità dell'assassino che il nostro investigatore inspiegabilmente ignora, e questo è uno dei motivi per cui in conclusione ho assegnato un voto inferiore rispetto al romanzo precedente.
L'altro motivo è il pessimo editing di cui The Silkwormè vittima: il libro è infatti pieno di ripetizioni che nessuno si è preoccupato di rimuovere, specialmente nella prima parte, e l'autrice fa un uso massiccio di frasi racchiuse fra parentesi, un'abitudine che comprendo in un saggio ma che non posso tollerare in un romanzo, soprattutto quando si tratta di interi periodi.
Inoltre lo stile della Rowling mi è parso qui un po' meno fluido del solito. I suoi detrattori l'hanno spesso accusata di essere un po' troppo verbosa nelle sue descrizioni, abitudine che per conto mio ho sempre apprezzato: ritengo che la Rowling abbia una buona padronanza del lessico e della sintassi e usi questi mezzi per creare personaggi vividi che, come ho già detto per Il richiamo del cuculo, risultano splendidamente dickensiani. La trama è sviluppata prendendosi tutto il tempo necessario, senza quel passo incalzante e affrettato che caratterizza molti gialli, ma non per questo meno coinvolgente per il lettore, che resterà incollato alle pagine fino alla fine. The Silkworm non fa eccezione a questa regola ma non si può negare (di nuovo: soprattutto nella prima parte) che l'autrice fatichi a ritrovare il suo ritmo e molte frasi risultino poco naturali e costruite.

D'altra parte, questo romanzo possiede qualità che lo collocano ben al di sopra della media di genere. Ciò che dona carattere al libro è il fatto che la Rowling possieda la perfetta combinazione di "ragione e sentimento" e riesca a trasmetterla con efficacia nei suoi scritti: a differenza di quanto avviene nella maggior parte dei gialli, personaggi e situazioni non sono solo scuse al servizio di un unico fine (la risoluzione di un omicidio) ma l'autrice mette parte di se stessa nella loro creazione, mostra un sincero interesse nelle tribolazioni dei suoi personaggi e li utilizza per introdurre problematiche sociali senza però salire sul podio del predicatore. Mostrando un aplomb tutto britannico la scrittrice conferma la sua preoccupazione per le disuguaglianze sociali e si dimostra ancora una volta difensore delle minoranze e dei diversi ma riesce a fare tutto questo senza indugiare in melodrammi gratuiti o in storielle strappalacrime.

Sebbene alcuni temi fossero già presenti nella saga fantasy che l'ha resa famosa, non si deve dimenticare che questa nuova serie è dedicata ad un pubblico adulto per cui non dovrebbe sorprendere nessuno la presenza di sangue, violenza, sesso e qualche turpiloquio. In altre parole si parla di realtà, compresi i suoi aspetti meno piacevoli, cosa che l'autrice dimostra di saper fare brillantemente, con un tocco di humour nero ma evitando di sguazzare nel macabro e nella volgarità. Per cui si può permettere di disquisire di intestini rimossi senza scivolare nel pulp (un genere che solo alcuni autori possono permettersi) o nel disgustoso (un livello a cui scendono non pochi giallisti) e può piazzare un personaggio transessuale fra i suoi protagonisti senza risultare sensazionalista, fasulla o moralista.

Infine, prosegue qui l'evoluzione del rapporto fra i due protagonisti che, salvo sorprese, sappiamo tutti in che direzione si sta sviluppando, anche se la Rowling probabilmente impiegherà una decina di libri per arrivare alla prevedibile conclusione. Nel frattempo si concede il tempo di definire meglio i suoi personaggi: se Strike assomiglia sempre più ad un orso impegnato a ballare un valzer, Robin attraversa una fase di eccessiva iper-sensibilità che speriamo di non veder più nei prossimi episodi.

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: The Silkworm
  • Autore: Robert Galbraith aka J.K.Rowling
  • Editore: Little Brown
  • Data di Pubblicazione: 19 giugno 2014
  • ISBN-13: 9781405514972
  • Pagine: 455
  • Formato - Prezzo: Copertina rigida - 28,00 US Dollar

10 luglio 2014

Mr. Mercedes - Stephen King

In a mega-stakes, high-suspense race against time, three of the most unlikely and winning heroes Stephen King has ever created try to stop a lone killer from blowing up thousands.
In the frigid pre-dawn hours, in a distressed Midwestern city, hundreds of desperate unemployed folks are lined up for a spot at a job fair. Without warning, a lone driver plows through the crowd in a stolen Mercedes, running over the innocent, backing up, and charging again. Eight people are killed; fifteen are wounded. The killer escapes.
In another part of town, months later, a retired cop named Bill Hodges is still haunted by the unsolved crime. When he gets a crazed letter from someone who self-identifies as the “perk” and threatens an even more diabolical attack, Hodges wakes up from his depressed and vacant retirement, hell-bent on preventing another tragedy.
Brady Hartsfield lives with his alcoholic mother in the house where he was born. He loved the feel of death under the wheels of the Mercedes, and he wants that rush again. Only Bill Hodges, with a couple of highly unlikely allies, can apprehend the killer before he strikes again. And they have no time to lose, because Brady’s next mission, if it succeeds, will kill or maim thousands.
Mr. Mercedes is a war between good and evil, from the master of suspense whose insight into the mind of this obsessed, insane killer is chilling and unforgettable.

Recensione

Sebbene non mi trovi troppo d'accordo con chi riscontra un drastico peggioramento nella tarda produzione di Stephen King, non posso non notare una certa diversità di tono che gli ultimi romanzi hanno in comune. L'ho percepita per la prima volta in Joyland, l'ho ritrovata in Doctor Sleep, e Mr. Mercedes ha confermato la mia sensazione: Stephen King è invecchiato - com'è ovvio e scontato - e si inizia ad avvertire maggiormente nella sua scrittura. Gli ultimi romanzi sono privi dei toni più netti e duri che caratterizzano la sua produzione precedente, e sono pervasi da una sorta di malinconica - e un po' stanca - morbidezza.

Coprotagonista di Mr. Mercedes è Bill Hodges, detective in pensione che inizia ad avvertire il peso dell'inerzia forzata del pensionamento, tanto da vagheggiare non troppo inconsciamente il suicidio. Una lettera anonima lo riporta in azione: a scrivergli è Mr. Mercedes, lo psicopatico - mai rintracciato - che in una notte nebbiosa è piombato a bordo di una Mercedes SL 500 su una folla di persone in attesa di entrare a una fiera del lavoro. Il killer, che oltre ad aver ucciso otto persone ha anche causato il suicidio di Olivia Trelawney, la vedova a cui aveva rubato la Mercedes, adesca Hodges sfidandolo a contattarlo su un sito d'incontri, Under Debbie's Blue Umbrella.

L'attacco sembrerebbe quello del classico giallo deduttivo in cui il detective è chiamato a rintracciare l'assassino, senonché Mr. Mercedes, per stessa definizione dell'autore, è un hard-boiled, e l'identità di Mr. Mercedes non viene affatto nascosta: il punto di vista del giovane e disturbato Brady Hartsfield, ventottenne corroso da traumi infantili e da un malato rapporto con la madre, si alterna a quello di Hodges costruendo due storie parallele che di tanto in tanto s'intrecciano.

Siamo davanti a un buon thriller? Forse no: la parte propriamente investigativa - sebbene il focus del romanzo non risieda nella suspance del whodunnit ma nello scontro tra i due grandi personaggi protagonisti - manca di consistenza e fa un po' troppo affidamento su coincidenze fortuite e deus ex machina, lasciando la sensazione che il plot si adagi spesso sugli allori. Ma è pur sempre un libro di King, e nelle sue opere, salvo rari casi, c'è qualcosa che va oltre la trama: un'ottima introspezione psicologica unita a un ritmo irresistibile che rende la lettura frenetica anche quando il libro non piace. Se dovessi rimproverare davvero qualcosa a Mr. Mercedes, sarebbe il lieto fine dolceamaro la cui presenza dietro l'angolo si riusciva a subodorare già da molto prima dell'epilogo.


N.B. L'edizione italiana del romanzo, come sempre per i tipi Sperling&Kupfer, è prevista per il 30 settembre.

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Mr. Mercedes
  • Autore: Stephen King
  • Editore: Scribner
  • Data di Pubblicazione: Giugno 2014
  • ISBN-13: 978-1476754451
  • Pagine: 448
  • Formato - Prezzo: Copertina rigida, sovraccoperta - 17.99 $

8 giugno 2014

Making Money - Terry Pratchett

'Whoever said you can't fool an honest man wasn't one'
The Royal Bank is facing a crisis, and it's time for a change of management. Who would not to wish for that job?
It's a job for life. But, as former con-man Moist von Lipwig is learning, the life is not necessarily for long.
The Chief Cashier is almost certainly a vampire. There's something nameless in the cellar (and the cellar itself is pretty nameless), it turns out that the Royal Mint runs at a loss, and people actually want to know where the money's gone. A 300 year old wizard is after his girlfriend, he's about to be exposed as a fraud, but the Assassins Guild might get him first. In fact lot of people want him dead.
Oh. And every day he has to take the Chairman for walkies.
Everywhere he looks he's making enemies.
What he should be doing is... Making Money!

Recensione

La saga del Mondo Disco è così vasta ed è stata scritta in un arco di tempo così ampio che la qualità dei romanzi ne risulta giocoforza altalenante. Tra i tanti cicli che la compongono uno dei più interessanti e complessi è senza dubbio quello dedicato a Moist von Lipwig, simpatico e impenitente truffatore protagonista di tre romanzi: Going Postal, Making Money, e il recentissimo Raising Steam, ultima opera pubblicata da Terry Pratchett a novembre, cui si spera con tutto il cuore che – dato l'impietoso incedere della malattia – ne seguiranno altre.

In Going Postal Pratchett ha presentato ai suoi lettori Moist, l'equivalente cartaceo del noto truffatore Frank Abagnale Junior: giovane e pieno d'inventiva, coadiuvato da un talento innato nel capire i desideri della gente e da una fortuna sfacciata, Moist vive di piccoli e grandi imbrogli finché le trame del Patrizio Vetinari non lo mettono a capo del fatiscente Ufficio Postale.
In Making Money, ormai rimodernato il sistema postale cittadino, Vetinari solletica il suo spirito d'avventura mai sopito proponendogli la direzione della Royal Bank e della Zecca di Ankh-Morpork, incarico che Moist inizialmente rifiuta. Ma quando muore la signora Lavish, comproprietaria della banca, Moist si ritrova padrone di Mr Fusspot, un cane che incidentalmente possiede il 51% delle quote della Royal Bank. I ricchi parenti della signora – primi tra tutti i figli Cosmo e Pucci – non accettano di venire defraudati delle loro ricchezze da un capo dell'Ufficio Postale dal passato oscuro. Passato che, a proposito, rischia di venire alla luce grazie all'arrivo in città di Cribbins, ex socio di Moist, proprio mentre sta per lanciare una nuova e geniale idea: denaro di carta, il cui valore è determinato dalla solidità della banca e della stessa Ankh-Morpork, e non più dal peso in oro della moneta.

Ancora una volta, Pratchett sforna un dilettevole romanzo d'intrattenimento denso di british humour, che come sempre farà breccia nell'entusiasmo dei suoi fedeli lettori con cammei, citazioni e riagganci ai precedenti libri - motivo per cui consiglio la lettura della saga in ordine cronologico di pubblicazione. Bersaglio della sua pungente ironia è questa volta il mondo degli affari: quale miglior banchiere di uno showman che con una mano gesticola per far ridere la gente mentre le ficca l'altra in tasca per derubarla?
Come capita spesso all'autore, la storia tende a caricarsi eccessivamente, quasi fosse un minestrone con troppa verdura: ben pochi libri scampano alla furia narrativa di Terry Pratchett, che proprio non riesce a concentrarsi su poche situazioni ben definite e finisce per arricchire compulsivamente le sue storie di spunti che sarebbero anche divertenti se non facessero perdere la bussola. In ogni caso, la figura di Moist giganteggia così tanto sulla pagina che nel ciclo a lui dedicato si evita la moltiplicazione di personaggi e di punti di vista, e a dividersi la scena sono (quasi) sempre e solo lui, il Patrizio Vetinari e la cinica Adora, tre perfetti antieroi così ben definiti da non apparire macchiettistici.

Consigliato a chi legge in inglese, perché, in base ai ritmi di pubblicazione della Salani, vedremo Going Postal e Making Money in Italia rispettivamente nel 2026 e nel 2028.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Making Money
  • Autore: Terry Pratchett
  • Editore: Corgi Books
  • Data di Pubblicazione: 2014
  • ISBN-13: 9780552167703
  • Pagine: 480
  • Formato - Prezzo: Paperback - £ 7.99

6 giugno 2014

Anteprima: Shadowhunters - Città del Fuoco Celeste (City of Heavenly Fire) - Cassandra Clare

In this dazzlinlg and long-awaited conclusion to the acclaimed Mortal Instruments series, Clary and her friends fight the greatest evil they have ever faced: Clary's own brother.
Sebastian Morgenstern is on the move, systematically turning Shadowhunter against Shadowhunter. Bearing the Infernal Cup, he transforms Shadowhunters into creatures out of nightmare, tearing apart families and lovers as the ranks of his Endarkened army swell.
The embattled Shadowhunters withdraw to Idris - but not even the famed demon towers of Alicante can keep Sebastian at bay. And with the Nephilim trapped in Idris, who will guard the world against demons?
When one of the greatest betrayals the Nephilim have ever known is revealed, Clary, Jace, Isabelle, Simon, and Alec must flee - even if their journey takes them deep into the demon realms, where no Shadowhunter has set foot before, and from which no human being has ever returned...


Recensione

Eccola: l'abbiamo attesa trepidanti per due anni e alla fine è arrivata, l'agognata conclusione della saga The Mortal Instruments è finalmente nelle nostre mani. Pubblicata il 27 maggio in lingua originale, in Italia arriverà fra pochissimo: si tratta di aspettare fino al 15 luglio, data in cui Mondadori farà arrivare sugli scaffali la traduzione con il titolo di Shadowhunters - Città del fuoco celeste.

Mi è molto difficile scrivere quest'anteprima senza rovinare il finale a voi futuri lettori, cercherò quindi di toccare i punti salienti senza lasciarmi scappare troppo.
Quando Cassandra Clare ha deciso di proseguire la "trilogia originale" - conclusasi nel 2009 con Città di vetro -sono rimasta sinceramente perplessa: i sequel sembravano più che altro un modo per allungare il brodo con nuovi personaggi poco interessanti, un cattivo invincibile al di là di ogni possibile immaginazione e una trama un po' tirata per i capelli.
Quest'ultimo romanzo risolleva però le sorti della saga e si qualifica decisamente come il migliore tra gli ultimi scritti. Il racconto entra subito nel vivo e prosegue con una successione di colpi di scena che costringono il lettore ad arrivare quasi a metà libro senza tirare il fiato. La parte centrale è un po' più riflessiva, ma permette all'autrice di curare maggiormente l'evoluzione dei suoi personaggi principali, mostrando una maturazione delle dinamiche sentimentali e di amicizia fra Clary, Jace, Alec, Simon e Izzy con particolare attenzione al rapporto fra i due parabatai che era un po' andato perso nelle opere precedenti e che qui viene recuperato e approfondito. Il romanzo si conclude poi con l'atteso e avvincente confronto finale che regala un paio di scene al cardiopalma in grado di tenere i lettori sulle spine fino all'ultimo.

I fan della saga (e io fra loro) non potranno che ritenersi soddisfatti: la Clare recupera tutto ciò che aveva lasciato in sospeso nei libri precedenti, chiarisce ogni mistero e regala a ognuno una perfetta conclusione. Salvo, naturalmente, qualche calcolata eccezione, perché la nostra Cassandra è piuttosto furba e avendo già in produzione una nuova trilogia legata all'universo degli Shadowhunter, The Dark Artifices, non può che approfittare di City of Heavenly Fire per lanciare la sua prossima creatura, il cui primo libro verrà pubblicato negli USA con il titolo di Lady Midnight, nel 2015.
Per i pochi di voi che ancora non avessero letto le anticipazioni su internet, i nuovi libri saranno ambientati qualche anno nel futuro e avranno come teatro l'Istituto di Los Angeles, per cui quale mossa migliore se non quella di introdurre già qui i nuovi protagonisti, Julian Blackthorne e Emma Carstairs? Sì, avete letto bene, Blackthorne e Carstairs, due cognomi che vi saranno più che familiari se avete già letto il prequel alla saga dei cacciatori di demoni Shadowhunters: le origini. I cerchi si chiudono sempre nell'universo della Clare e l'autrice ammicca a se stessa per tutta la durata del romanzo, offrendo continui richiami non solo a Shadowhunters: le origini ma anche agli spin-off con protagonista Magnus Bane pubblicati nell'ultimo anno. Quando l'autrice tira le fila dei suoi personaggi lo fa per tutti, vecchi e nuovi, per cui ai fan più affezionati questo libro apparirà come un'allegra rimpatriata.

Al di là della gioia degli appassionati questo costituisce a mio parere anche uno degli aspetti negativi dell'opera: personalmente non amo molto quando vengono introdotti nuovi personaggi, soprattutto nella parte finale di una saga: frammentano la storia distogliendo l'attenzione dai personaggi principali e non c'è abbastanza tempo per affezionarsi a loro.

Il secondo grosso difetto riguarda il finale e cercherò di spiegarvelo senza raccontarvi come va a finire la storia. In sostanza si tratta della stessa osservazione che avevo fatto per il prequel: pur di far contenti tutti la Clare è disposta ad aggirare ogni regola per regalare ai fan un finale "perfetto". Gliene siamo eternamente grati, ma qualche goccia di realismo in più non avrebbe fatto male (come ha capito la Veronica Roth di Divergent), così come non avrebbe fatto male scrivere una conclusione più compatta. Come già nei primi tre romanzi, l'autrice ha il brutto vizio di trascinare l'epilogo per pagine e pagine regalando al cattivo un monologo conclusivo ripetitivo e pressoché infinito e ritornando più volte sugli stessi concetti e gli stessi personaggi, ribadendo quale sarà il loro destino una, due, tre volte. Capisco che sia difficile lasciare andare dei personaggi che ci hanno tenuto compagnia per ben sei libri ma bisogna aver la maturità di intuire quando è il momento di chiudere, perché una conclusione ben scritta ha sempre qualcosa di poetico che lascia il lettore un po' in sospeso, a cavallo fra realtà e immaginazione, mentre un epilogo troppo lungo e dettagliato alla fine risulta stucchevole e ridondante.

Ciò detto, mi è sinceramente dispiaciuto arrivare alla conclusione di questa saga e considerando il risultato finale direi che è valsa la pena di aspettare due anni per leggerla.

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli dell'edizione in lingua originale

  • Titolo: City of Heavenly Fire
  • Autore: Cassandra Clare
  • Editore: Margaret K. McElderry Books
  • Data di Pubblicazione: 27 maggio 2014
  • ISBN-13: 9781442416895
  • Pagine: 752
  • Formato - Prezzo: Hardcover - 24,99 Dollari

Dettagli dell'edizione italiana

  • Titolo: Shadowhunters - Città del fuoco celeste
  • Autore: Cassandra Clare
  • Editore: Mondadori
  • Data di Pubblicazione: 15 luglio 2014
  • Collana: Chrysalide
  • ISBN-13: 9788804641292
  • Pagine: 700
  • Formato - Prezzo: Copertina rigida - 17,00 Euro

12 gennaio 2014

Allegiant - Veronica Roth


La società suddivisa in fazioni in cui Tris Prior ha sempre creduto è ora in frantumi, distrutta dalla violenza e dalle lotte di potere e segnata da perdite e tradimenti. Per cui, quando le offrono la possibilità di esplorare oltre i confini del mondo a lei conosciuto, Tris è pronta. Forse oltre il confine lei e Tobias troveranno il modo di condurre una vita semplice, lontana dalle bugie, le complicate alleanze e dolorosi ricordi.
Ma la nuova realtà di Tris è ancora più allarmante di quella che si è lasciata alle spalle. Le vecchie scoperte si dimostrano presto inutili. Nuove esplosive verità cambiano profondamente coloro che ama. E ancora una volta, Tris deve combattere per comprendere le complessità della natura umana e di se stessa mentre al contempo deve affrontare nuove e impossibili scelte sul coraggio, lealtà, sacrificio e amore.

Recensione

Allegiant è il capitolo conclusivo, ancora inedito in Italia, della saga bestseller di Veronica Roth, iniziata con Divergent e proseguita l'anno scorso con Insurgent. Mi capita raramente di recensire separatamente l'ultimo romanzo di una trilogia; questo tipo di saghe è così spesso un corpo unico che di solito mi sembra sufficiente commentare solo il primo romanzo oppure tutti e tre i libri in un unico articolo.
Tuttavia quando ho recensito Divergent, nonostante l'impressione generale del romanzo fosse più che positiva, ho espresso diverse perplessità che si sono poi rivelate infondate con la lettura di Insurgent, e soprattutto di Allegiant, per cui mi sembra corretto aggiungere questa recensione per dare un quadro dell'opera migliore.
Ciò che mi aveva maggiormente infastidita del primo romanzo della saga era di fatto l'assunto base su cui sembrava fondarsi la realtà distopica inventata dalla Roth, ovvero che per risparmiare all'umanità futuri conflitti una buona soluzione poteva essere quella di suddividere rigidamente la popolazione in distinte fazioni, ognuna intenta a coltivare una particolare virtù fino all'eccesso.
Senza voler fare spoiler, posso dire che i romanzi successivi dimostrano come questo non fosse altro che uno stratagemma narrativo parte di una trama molto più complessa, caratterizzata da continui colpi di scena e cambi di prospettiva, tanto che è necessario arrivare verso metà del terzo volume per apprendere quale sia effettivamente la verità sul mondo in cui Tris e Tobias stanno vivendo.
Nulla è mai come sembra nell'opera della Roth, e alcuni lettori potrebbero storcere il naso di fronte alle numerose inversioni di rotta e accusare l'autrice di voler stupire il lettore ad ogni costo ma, onestamente, il risultato finale appare così ben congegnato e con così pochi punti deboli da mettere a tacere qualsiasi recriminazione.
A differenza di molte saghe in cui i volumi successivi al primo sembrano solo un tentativo di allungare iL brodo per vendere più copie, la lettura di Allegiant conferma che l'opera era stata concepita da subito come una trilogia, in cui il racconto si sviluppa per tutti e tre i volumi arricchendosi di dettagli in modo coerente e consapevole, mettendo a tacere coloro che si erano lamentati dell'assenza di background storico evidente in Divergent.
Non solo: rispetto ad Hunger Games, a cui questa saga è stata spesso paragonata, che a mio parere esauriva quasi tutta la sua carica innovativa nel primo romanzo, la Roth riesce sollevare interrogativi e spunti di riflessione per tutta la trilogia. Per cui se in Hunger Games l'idea di base mi era sembrata più interessante e stimolante (sebbene non originalissima, come sanno bene i fan di Battle Royale), credo che Divergent vinca "sulla lunga distanza" per la sua capacità di mescolare efficacemente suspence e azione ad un'attenta riflessione sulla natura umana che saggiamente non dà risposte assolute ma mette in luce le mille sfaccettature e contraddizioni che rendono una persona "buona", "onesta", "coraggiosa", invece che "crudele", "egoista", "codarda".
Allineata con le recenti scoperte sul DNA umano, la Roth spinge il lettore a chiedersi se sono davvero solo i nostri geni a determinare chi siamo, quanto l'ambiente in cui viviamo e le persone con cui cresciamo influenzino la nostra personalità, quanto dicono di noi le scelte che facciamo. Sono molti gli interrogativi etici che l'autrice si pone e che astutamente (anche se a volte un po' banalmente) riesce a rappresentare attraverso ognuno dei personaggi del racconto. Anche i meno importanti di loro assumono infatti un ruolo simbolico, sebbene ovviamente il ruolo principale spetti a Tris e Tobias, di cui apprezziamo la maturazione sia come singoli individui che devono fare i conti con i sensi di colpa, la paura e il rimorso causati dalle loro avventure, sia come coppia che impara ad avere un rapporto onesto e paritario, di totale fiducia l'uno verso l'altra.
A questo proposito, in Allegiant per la prima volta il punto di vista di Tris è alternato a quello di Tobias, scelta che all'inizio mi era parsa un mero stratagemma letterario per movimentare la narrazione ma che trova una sua spiegazione al termine dell'opera sebbene nel complesso la scelta non sia riuscitissima in quanto la Roth fatica a adottare uno stile diverso per le due voci narranti. Il tono ed il modo di esprimersi di Tris non sono particolarmente distinguibili da quelli di Tobias, cosa un po' improbabile trattandosi di una ragazza sedicenne ed un ragazzo diciottenne, per quanto provenienti dallo stesso ambiente.
A dispetto di questo difetto, la narrazione in prima persona è comunque una scelta vincente perché fatta con un linguaggio semplice ma maturo, che risulta emotivamente coinvolgente per il lettore ed efficace nel conferire profondità psicologica ai personaggi. La tensione rimane sempre alta, non solo nelle scene d'azione ma anche nelle sequenze di calma, in cui i protagonisti devono venire a patti con i propri dubbi e le proprie paure, per cui la lettura è al tempo stesso un'esperienza avvincente ed estenuante.
Infine due parole sul finale, sul quale chi ha letto il libro si sta già accapigliando. Il fato di Chicago e delle sue fazioni è effettivamente un po' deludente, dopo tutto ciò che accade nel corso dei tre libri la conclusione mi è sembrata decisamente all'acqua di rosa, in stile Twilight. Ma quello che interessa davvero noi lettori è la sorte dei due protagonisti e su questo devo dire che la Roth si riscatta completamente: certamente non è la fine che ci saremmo aspettati e probabilmente nemmeno quella che avremmo voluto, ma non posso fare a meno di promuoverla. D'impatto, sorprendente e coraggiosa, a conferma che la sua autrice è  una narratrice grintosa e con le palle.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Allegiant (Divergent #3)
  • Autore: Veronica Roth
  • Editore: Katherine Tegen Books
  • Data di Pubblicazione: 22 ottobre 2013
  • ISBN-13: 9780062287335
  • Pagine: 526
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 7,90

30 dicembre 2013

Speciale Natale: Hogfather - Terry Pratchett

Terry Pratchett, popolare autore britannico nato a Beaconsfield nel 1948, è noto in tutto il mondo per la sua serie di romanzi umoristici Mondo Disco (Discworld), iniziata nel 1983 con il romanzo Il colore della magia e arrivata ormai al quarantesimo volume pubblicato in UK a ottobre, Raising Steam. I volumi, che si è soliti dividere in sottocicli, sono romanzi fantasy che parodiano tutti i cliché della letteratura fantastica: il ciclo Scuotivento è dedicato all'omonimo mago pasticcione e all'Università Invisibile; quello sulle Streghe ha per protagonista il trio Nonnina Weatherwax, Tata Ogg e Magrat Garlic, che rappresentano i tre volti della Triplice Madre (la vecchia, la madre e la vergine); il ciclo Guardia, dai toni più giallistici, è incentrato sulle indagini della Guardia Cittadina di Ankh-Morpork; l'arco narrativo Morte presenta come protagonista la Morte personificata, che compare come cameo in praticamente tutti gli altri romanzi; Tiffany è rivolto ai più giovani e racconta le avventure di un'apprendista strega; Moist von Lipwig, il ciclo più recente - composto da soli tre romanzi - e più adulto, è dedicato alle divertenti peripezie di un truffatore. Hogfather, ventesimo romanzo ambientato nel Mondo Disco, è il quarto del sottociclo Morte. In Italia, dove i romanzi sono stati inizialmente tradotti da Salani in ordine sparso e solo di recente si è intrapresa la pubblicazione in ordine cronologico (l'ultimo romanzo tradotto, All'anima della musica!, è uscito in UK nel 1994 come sedicesimo volume del ciclo), è tuttora inedito.


IT'S THE NIGHT BEFORE HOGSWATCH AND IT'S TOO QUIET.
Where is the big jolly fat man? Why is Death creeping down chimneys and trying to say Ho Ho Ho? The darkest night of the year is getting a lot darker...
Susan the gothic governess has got to sort it out by morning, otherwise there won't be a morning. Ever again...
The 20th Discworld novel is a festive feast of darkness and Death (but with jolly robins and tinsel too).
As they say: You'd better watch out...


Recensione

Ankh-Morpork si accinge a festeggiare Hogswatch, la notte magica in cui tutto può accadere, persino che un enorme uomo-maiale vestito di rosso arrivi nelle case a bordo di una slitta trainata da maiali, si cali giù dal camino, beva lo sherry e mangi i tortini lasciati dai bambini prima di andare a letto, per poi metter doni nelle loro calze appese se sono stati buoni.
Quando tre figure incorporee e incappucciate si presentano alla Gilda degli Assassini commissionando l'omicidio di Hogfather, il capo pensa a uno scherzo. Ma quando nelle casse compaiono milioni di dollari, non può far altro che accettare il folle incarico e affidarlo al più folle assassino della Gilda, l'inquietante Mr. Teatime, che più che al denaro promesso è interessato alla sfida che comporta l'eliminazione di un'entità che esiste solo in quanto personificazione antropomorfica.
Anche Susan Sto Lat, nipote acquisita di Morte che desidera solo una vita normale, aspetta Hogswatch dopo aver messo a letto i bambini di cui è governante. Solo che, invece di Hogfather, dal camino si cala suo nonno con un vestito rosso e una barba finta, insieme al maggiordomo Albert in abito verde e cappellino a punta: Morte ha deciso di sostituirsi a Hogfather, e Susan, temendo che il nonno sia impazzito e abbia tolto di mezzo quello vero, si ritroverà suo malgrado a indagare.
Nel frattempo, all'Università Invisibile compare lo Gnomo delle Verruche.

Terry Pratchett catapulta il lettore in una magica parodia a tema natalizio, trasformando il grasso e bonario vecchietto nel più triviale Hofather (letteralmente "Babbo Maiale"). Ma il romanzo, che trasuda geniali trovate, offre all'autore l'occasione di inoltrarsi ancora una volta nel mondo delle religioni, della fede e delle credenze popolari. L'innocuo e benevolo Hogfather non è altro che una divinità nata insieme all'uomo in tempi di sacrifici per far sorgere il sole, ed evolutasi insieme all'umanità per andare infine a ricoprire il ruolo che oggi le spetta grazie alla fede dei bambini, esattamente allo stesso modo in cui le divinità maggiori nascono, esistono e mutano in misura della fede dei loro devoti.

Il plot intreccia coralmente le vicende di diversi personaggi, tutte avvenute nel corso di un'unica, dilatata notte: mentre Mr. Teatime mette in atto il suo piano per eliminare Hogfather, obbedendo inconsapevolmente a un piano più grande e oscuro deliberato da entità superiori, i Regolatori, Morte viaggia a bordo della slitta di Hogfather per consegnare i doni ai bambini in sua vece, mantenendo così viva la loro fede. Con astuzia è riuscito a coinvolgere nella ricerca del vero Hogfather la nipote Susan, che può arrivare dove a lui, a sua volta entità super partes, non è permesso. Se il romanzo si fosse limitato a questi intrecci il risultato sarebbe stato migliore, ma - come quasi sempre - Pratchett non riesce a resistere alle sbavature, e arricchisce un romanzo già lungo e saturo di un altro sottointreccio ambientato nell'Università Invisibile, dove compaiono nuove divinità minori di cui di cui l'Arcimago Ridcully cerca di scoprire l'origine interrogando una nuova macchina pensante, l'Hex.

Geniale l'idea di affidare un romanzo a tema natalizio a uno dei personaggi più cinici usciti dalla penna di Pratchett, la giovane Susan, tra i cui principali precetti impartiti ai pargoli annovera il don't get afraid, get angry insieme alla raccomandazione di non temere i mostri sotto il letto ma di pestarli con l'attizzatoio. Per Susan, che ha tagliato i ponti con la famiglia e affronta la vita con impagabile stoicismo, gli spiriti faranno tutto in una notte. Ma niente finale buonista per Terry Pratchett, che di buonista - fortunatamente - non ha assolutamente nulla. Eppure nemmeno lui, forse, data l'occasione, è riuscito a resistere a un po' di sentimentalismo.


Sottociclo di Morte:
  • Morty l'apprendista, 1991 (Mort)
  • Il tristo mietitore, 2008 (Reaper Man)
  • All'anima della musica!, 2013 (Soul Music)
  • Hogfather, inedito in Italia
  • Thief of Time, inedito in Italia

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Hogfather
  • Autore: Terry Pratchett
  • Editore: Gollancz
  • Data di Pubblicazione: 2013
  • ISBN-13: 9781473200135
  • Pagine: 368
  • Formato - Prezzo: Rilegato - 9,99 £
 

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