15 febbraio 2018

La classifica dei libri più venduti dal 5 all'11 febbraio


Cari lettori,
abbiamo diverse novità di cui parlarvi nella rubrica di oggi.
Partiamo subito dal libro in prima posizione: il ritorno in vetta di E. L. James con le famigerate 50 sfumnture è per fortuna già stato arichiviato e sostituito con un'altra scrittrice di fama, ma di genere e valore tutto diverso, Fred Vargas. E' il suo nuovo Il morso della reclusa, infatti, il romanzo in vetta alla nostra classifica, che ripropone la figura del Commissario Adamsberg, capo della squadra Anticrimine del XIII Arrondissement di Parigi, e già noto ai fan dell'autrice francese, all'undicesimo noir con il poliziotto come protagonista.
Alle sue spalle un'altra novità e un'altra scrittrice, Jojo Moyes, nota per lo straordinario successo di Io prima di te, che torna con il terzo e ultimo romanzo della serie, Sono sempre io con protagonista sempre la giovane Lou, alla ricerca della sua autodeterminazione come persona, un cammino iniziato già nel primo romanzo grazie alla drammatica storia d'amore con il paraplegico Will.
Unico punto stabile del nostro podio rimane Fabio Volo che continua a mietere successi con Quando tutto inizia. Che dire, la banalità paga evidentemente.
E' italiano anche l'autore in quarta posizione: si tratta del blogger Roberto Emanuelli, in libreria con la sua opera prima Davanti agli occhi, la storia di broker con una passione mai sopita per la letteratura, la cui vita è rivoluzionata dall'incontro con una donna speciale.
Ci allontaniamo (finalmente?) dalle storie d'amore con il libro in quinta posizione che è in realtà un saggio ad opera dell'economista Alan Friedman, il quale si propone con Dieci cose da sapere sull'economia italiana prima che sia troppo tardi di spiegare al lettore quali sono i funzionamenti di base della nostra economia e i meccanismi che regolano i rapporti tra noi e lo Stato.
Scendiamo di una posizione e eccoci ripiombati nel binomio "cuore-amore" con #Ti amo, la nuova raccolta di poesie di Francesco Sole, altra star del web diventato famoso per i post-it quotidiani (non poprio originalissimi ma pazienza, Volo docet) che ama condividere con il pubblico in rete. Alcune di queste, insieme a molte altre inedite, i fan le potranno appunto trovare in questo nuovo libro, che sta già spopolando.
E ancora di amore, o più precisamente di desiderio, si parla anche nel romanzo al settimo posto che penso non abbia bisogno di presentazioni: Chiamami col tuo nome di André Aciman è ormai sulla bocca di tutti da un paio di mesi a questa parte grazie all'acclamato film di Guadagnino, ora anche candidato all'Oscar. Questa storia di un'irrefrenabile attrazione estiva tra un adolescente e uno studente universitario ospite della sua famiglia ha raggiunto vette di popolarità insospettabili e ora si appresta a calvalcare il traino della pellicola raccogliendo un meritato successo.
Concludiamo infine la nostra classifica tre titoli che già da qualche settimana compaiono fra i primi dieci: Wonder di R.J.Palacio, anch'esso beneficiario del traino dell'omonimo film, Origin di Dan Brown, in netta discesa ma comunque sempre fra i più venduti e il nostro Gianrico Carofiglio, il cui Le tre del mattino ricopre oggi l'ultimo posto.
Concludiamo qui, dunque, per questa settimana e, fino al prossimo appuntamento, vi auguriamo buone letture!


Il libro più venduto:

Nebbioso, beccheggiante, indolente. Sempre perso nelle sue vaghezze. È il commissario Adamsberg, capo dell'Anticrimine al tredicesimo arrondissement parigino.

Il commissario Jean-Baptiste Adamsberg è costretto a rientrare prima del tempo dalle vacanze in Islanda per seguire le indagini su un omicidio. Il caso è ben presto risolto, ma la sua attenzione viene subito attirata da quella che sembra una serie di sfortunati incidenti: tre anziani che, nel Sud della Francia, sono stati uccisi da una particolare specie di ragno velenoso, comunemente detto reclusa. Opinione pubblica, studiosi e polizia sono persuasi che si tratti di semplice fatalità, tanto che la regione è ormai in preda alla nevrosi. Adamsberg, però, non è d'accordo. E, contro tutto e tutti, seguendo il proprio istinto comincia a scandagliare il passato delle vittime.


  • Titolo: Il morso della reclusa
  • Autore: Fred Vargas
  • Editore: Einaudi
  • ISBN-13: 9788806236830
  • Pagine: 440
  • Prezzo: 20,00 Euro

  • Le posizioni dalla 2 alla 10:

    2.Sono sempre io - Jojo Moyes (Mondadori - euro 19,00)
    3.Quando tutto inizia - Fabio Volo (Mondadori - euro 19,00)
    4.Davanti agli occhi - Roberto Emanuelli (Rizzoli - euro 18,50)
    5.Dieci cose da sapere sull'economia italiana prima che sia troppo tardi - Alan Friedman (Newton Compton - euro 10,00)
    6.#Ti amo - Francesco Sole (Mondadori - euro 16,90)
    7.Chiamami col tuo nome - André Aciman (Guanda - euro 17,00)
    8.Origin - Dan Brown (Mondadori - euro 25,00)
    9.Wonder - R.J.Palacio (Giunti - euro 12,00)
    10.Le tre del mattino - Gianrico Carofiglio (Einaudi - euro 16,50)

    N.B. Le classifica è tratta dal sito www.wuz.it ed è elaborata dal Servizio Classifiche di Arianna. Il panel di riferimento è di oltre 1500 librerie aderenti al circuito Arianna. 

    Un artista del mondo fluttuante - Kazuo Ishiguro

    Ambientato in Giappone dopo la seconda guerra mondiale, il libro è narrato da Masuji Ono, un anziano pittore che riflette sulla sua vita e su come l'ha vissuta. Si accorge che la sua reputazione, una volta grande, è diminuita dalla fine della guerra, e le attitudini nei riguardi suoi e delle sue opere sono cambiate. In particolare Ono deve accettare la responsabilità per i suoi comportamenti del passato. Il romanzo prova a rispondere alla domanda: qual è il ruolo dell'uomo in una società in rapida evoluzione?

    Recensione

    Masuji Ono è un artista in pensione. Un pittore che ha iniziato la sua carriera seguendo la tradizionale scuola giapponese dell’ukiyo-e, il mondo fluttuante, imparando nelle botteghe di maestri l’arte dell’illustrazione trasmessa di generazione in generazione e, insieme all’abilità di trasfigurare un mondo attraverso infinitesimali dettagli di pennellate e colori, ha sviluppato l’ambizione di partecipare attivamente al risveglio del Giappone e alla sua crescita come nazione egemone in Asia.

    In realtà dunque si è profondamente distaccato dalla rappresentazione del mondo fluttuante, una visione effimera, edonistica e profondamente intrisa di una lieve malinconia, per scegliere di inserire nelle sue opere temi e riferimenti attuali, che esprimono un impegno politico. Questo aspetto della sua carriera, che ha raggiunto dei punti di considerevole importanza viene abilmente taciuto dal racconto in prima persona di fatti e situazioni che lo coinvolgono negli anni immediatamente successivi alla sconfitta nella seconda guerra mondiale.

    Ono si presenta come un anziano pittore in pensione, il cui prestigio appartiene al passato. Il presente lo vede privo di qualsiasi ruolo attivo: le figlie lo accusano di trascorrere il tempo della sua pensione ciondolando senza obiettivi e ne mettono in discussione il ruolo di capofamiglia e il potere decisionale; la casa in cui abita, appartenuta prima di lui a un grande artista, rispecchia i valori estetici e morali di un mondo ormai superato, tanto che la seconda figlia la lascia, appena sposata, per un minuscolo ma moderno appartamento in un condominio; il locale, nel quale si riuniva con la sua corte di allievi e ammiratori ai tempi d’oro della sua fama, nel quartiere del piacere che ormai non esiste più, è assediato dalle macerie dei bombardamenti americani e dai cantieri della ricostruzione e gli avventori abituali sono tutti spariti; l’unico che pare riconoscergli autorevolezza è un bambino, il piccolo nipotino, con cui l’anziano pittore cerca una furbesca complicità.

    A poco a poco emerge il problema del matrimonio della seconda figlia, ormai non più una ragazzina, per la quale Masuji è preoccupato. Una prima trattativa è sfumata senza che i motivi venissero spiegati – così il protagonista lascia intendere di credere – e la seconda sembra procedere con difficoltà. Ci sono dei problemi ma Masuji ne parla con reticenza, preferisce riesumare ricordi degli anni d’oro, che però lo riportano sempre al confronto con delle scelte artistiche le cui conseguenze cerca di nascondere anche a se stesso. Il fascino del romanzo di Kazuo Ishiguro è tutto nelle velate allusioni che mantengono un alone di mistero, fin quasi alla conclusione, sui dissidi personali e famigliari del protagonista.

    Pur essendosi distaccato dalla maniera tradizionale, languida, decadente e vuota, Masuji non si accorge, o rifiuta di riconoscere per rimozione, che il suo impegno patriottico è stato tanto effimero e fugace quanto il patrimonio artistico del mondo fluttuante, dal quale intendeva liberarsi. Per tutta la narrazione aleggia la presenza di un convitato di pietra, una colpa, che si avverte nella sfera personale con la perdita della moglie, morta come unica vittima in un raid aereo quasi alla fine della guerra, e con il rapporto conflittuale con le figlie, che sembrano mettere in dubbio l’autorità paterna, seppur velatamente secondo il rigido cerimoniale nipponico dei rapporti interpersonali. Nella sfera pubblica, a dispetto delle molte autoattestazioni sul proprio ruolo sociale e artistico, sempre proposte dal protagonista/narratore in tono minore per una modestia che tradisce una certa di dose di falsità, la colpa emerge molto più gradatamente e solo verso la fine del racconto, nel rapporto interrotto con colleghi e discepoli dei giorni del successo, con l’oblio della propria opera artistica, con il fallimento del primo fidanzamento della seconda figlia, per il quale le trite scusanti sulla disparità sociale tra le due famiglie vengono da Masuji accettate con una buona fede e una prontezza sospette, in generale nella solitudine inerte e pigra, vagamente percepita come una sorta di punizione.

    La colpa aleggia ma rimane indefinita e indefinibile per il lettore e solo alla fine e con fatica da Masuji la ammette, più per non danneggiare le prospettive nuziali della figlia che per convinta autocritica. Nell’indagine sottile e quasi impercettibile che l’autore, trapiantato nel Regno Unito ad appena sedici anni, conduce con l’abilità di sondare delicatamente, quasi come disfacendo un origami, ma implacabilmente l’animo e le contraddizioni di Masuji emergono i contrasti tra due volti del Giappone prima e dopo la II Guerra Mondiale, l’abisso universale che separa l’antico e il moderno anche quando ancora convivono, come recitano le motivazioni per il Nobel alla letteratura del 2017. Quasi per una sorta di contrappasso il mondo effimero delle case di piacere, che Masuji aveva considerato poco significativo, si prende una rivincita sulla vita dell’artista, la cui fama di autore ‘impegnato’ risulta essere molto più fluttuante.

    Giudizio:

    +4stelle+

    Dettagli del libro

    • Titolo: Un artista del mondo fluttuante
    • Titolo originale: An artist of the floating world
    • Autore: Kazuo Ishiguro
    • Traduttore: Laura Lovisetti Fuà
    • Editore: Einaudi
    • Data di Pubblicazione: 1994
    • Collana: I Coralli (14)
    • ISBN-13: 9788806136031
    • Pagine: 204
    • Formato - Prezzo: brossura - Euro 9,50

    14 febbraio 2018

    Uomo e donna - Wilkie Collins

    Anne Silvester, giovane e raffinata, è accolta come istitutrice presso la famiglia di Lady Lundie, amica d’infanzia della sua sfortunata madre, e diviene inseparabile dalla figlia di lei, Blanche. Quando il nobile Geoffrey Delamayn, aitante sportivo da tutti idolatrato per le sue doti atletiche ma privo di cervello, la seduce compromettendone la reputazione, Anne, pur non amandolo, è costretta a cercare di salvare il proprio onore progettando un matrimonio segreto. Ma si trova in Scozia, e qui le leggi sul matrimonio sono così ambigue e inconsistenti che finisce con l’essere accusata di aver sposato Arnold, il fidanzato della sua cara amica Blanche. Dopo una serie di colpi di scena, la verità verrà ristabilita, ma per Anne si rivelerà la peggiore delle condanne: Geoffrey, infatti, minato nel fisico e nello spirito dal troppo allenamento sportivo, decide di tenerla segregata in casa finché non avrà trovato il modo di ucciderla per essere libero di sposare una ricca ereditiera. In un’atmosfera sempre più cupa e claustrofobica, il romanzo scivola lentamente verso la tragedia, dominato dalla figura sinistra e inquietante di Hester Dethridge, l’anziana cuoca muta dal passato oscuro e terribile alla quale è affidato il compito di tirare le sorti della vicenda.

    Recensione

    "Quando un libro è ben scritto, mi sembra sempre troppo corto"

    Le parole di Jane Austen si applicano perfettamente a questo romanzo di Wilkie Collins, settecento fittissime pagine che travolgono e volano via nonostante siano state scritte più di duecento anni fa. Uomo e donna è forse uno dei romanzi meno noti dell'autore inglese, grande amico di Dickens e celebrato soprattutto per il suo racconto La pietra di luna e per l'essere l'inventore della detective story.
    Nel suo processo di ripubblicazione dell'intera produzione di Collins, la casa editrice Fazi riporta in auge forse l'opera più impegnata, che non solo coinvolge e intrattiene ma si lancia senza esitazioni in una critica sociale tagliente, finalmente in linea con lo stile di vita dello scrittore, sotto molti aspetti anticonformista rispetto ai tempi in cui viveva.

    Il titolo originale, Man and wife, già allerta il lettore sul tono del romanzo e l'oggetto della sua critica. Collins non vuole solo polemizzare con le assurde leggi sul matrimonio vigenti in Scozia all'epoca, gioia degli azzeccagarbugli ma forse poco significative per un lettore moderno, ma anche sulla più estesa e pressante questione del ruolo totalmente subordinato della donna nell'istituzione del matrimonio che, per legge, la priva di qualunque diritto di prorpietà e la mette in tutto e per tutto alla mercé del marito, senza possibilità di sottrarsi al suo giogo nemmeno quando questo si rivela un violento con intenti omicidi.

    L'autore insiste sul tema non solo rivolgendosi direttamente al lettore per denunciarne le iniquità, ma presentando ben tre personaggi femminili vittime di questo sopruso.
    Già nel prologo conosciuamo la sfortunata figura di Anne Silvester, ripudiata dal marito desideroso di sposare una donna più ricca grazie ad un assurdo cavillo, e abbandonata senza dignità,senza un soldo e senza la possibilità di mantenera la figlia dichiarata illegittima.
    Il suo destino dannato sembra gettare un'ombra sulla stessa figlia, protagonista del romanzo e vittima di un brutale avventuriero che non solo si rifiuta di sposarla dopo averla messa incinta ma tenta di farla passare per la moglie dell'amico (già promesso alla migliore amica della protagonista) sfruttando proprio quelle ambiguità delle leggi scozzesi che potevano portare perfetti sconosciuti a ritrovarsi sposati senza saperlo.
    A completare il quadro l'inquietante figura di Hester Derthridge che, con il suo agghiacciante passato di abusi domestici, conferisce l'elemnto gotico/horror caratteristico delle opere di Collins una sfumantura tutta nuova, nella quale l'orrore della realtà supera quello dell'irrazionale.

    A dispetto della tematica piuttosto seria, va detto che il romanzo, almeno fino a tre quarti, matintiene incredibilmente un tono leggero: il dramma si dipana attraverso visite di cortesia, pranzi all'aperto e appuntamenti per il tè, raccontati quasi sempre con un velo di ironia che spicca sia dalla voce del narratore che da quella di Sir Patrick, il personaggio più riuscito e, a conti fatti, il vero eroe del racconto.
    E' solo nell'ultimo quarto che il tono del racconto si fa decisamente più angosciante, ogni scena assume connotati sinistri e l'indere degli eventi aumenta fino allo scioccante finale, che permette finalmente ai lettori di tirare il fiato dopo diversi capitoli di lettura angosciata e trepidante.

    Il risultato finale è quello di un romanzo eccellente con personaggi accattivanti, dialoghi che, pur essendo datati nella forma, rimangono vivaci e coinvolgenti.
    A dispetto di una struttura evidentemente classica, se non addirittura antiquata a tratti, nella formale divisione in scene e nel modo in cui talvolta il narratore si rivolge direttamente al lettore nelle sue invettive e nelle sue presentazioni, il romanzo incredibilmente non ne soffre e si mantiene "giovane" nel ritmo, nei contenuti e nella trama ricca di colpi di scena.

    Giudizio:

    +5stelle+

    Dettagli del libro

    • Titolo: Uomo e donna
    • Titolo originale: Man and wife
    • Autore: Wilkie Collins
    • Traduttore: Alessandra Tubertini
    • Editore: Fazi
    • Data di Pubblicazione: 2017
    • Collana: Le strade
    • ISBN-13: 9788893252669
    • Pagine: 720
    • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 18,50

    11 febbraio 2018

    L'abbandonatrice - Stefano Bonazzi

    Durante l’inaugurazione della sua prima mostra fotografica, Davide riceve una chiamata: Sofia, l’amica di cui aveva perso le tracce anni prima, si è tolta la vita. Al funerale, Davide conoscerà Diamante, figlio di Sofia. Un sedicenne scontroso e instabile che insieme al dolore si porta appresso un fardello di domande: che relazione c’era tra Davide e Sofia? Perché sua madre è scappata dall’Italia troncando ogni rapporto con amici e famigliari? Perché il suicidio? Tornato a Bologna insieme a Diamante, Davide si ritroverà a vivere una complicata convivenza a tre che coinvolge anche Oscar, il suo compagno, e grazie alla quale riemergerà la storia di Sofia – colei che lascia per paura di essere lasciata: una storia di abbandoni e di fughe, di silenzi e di madri dai comportamenti irrazionali e inspiegabili. "L’abbandonatrice" è un romanzo che racconta gli attacchi di panico e la droga, l’adolescenza e il disagio. Un romanzo sulle responsabilità che ogni scelta comporta e sulla difficoltà ad accettarne le conseguenze, a qualunque età, qualunque ruolo la vita ci abbia riservato.

    Recensione

    Le metafore che possono sorgere in mente quando ci si confronta con i personaggi del romanzo di Bonazzi possono essere molteplici. Passano per la descrizione del disagio, sulla cui natura non si indaga più di tanto e forse non ce n’è nemmeno bisogno per l’economia della storia, ma sappiamo che c’è. Si intervallano con le loro speranze vane, con i vissuti e i ricordi, portandoci all’attenzione delle vite interrotte, o ancora spezzate. Problematiche.
    Di sicuro il pregio della storia risiede proprio sulla capacità, a tratti onirica, di riportare il conflitto interiore che scaturisce dalle righe e che si posiziona impietoso dinanzi agli occhi di chi legge. Non importa se trattiamo di un’epoca passata, di recente, sì, ma completamente lontana dalla modernità dei giovani di oggi, che solo noi degli anni ottanta possiamo ricordare.
    La voce narrante è fondamentalmente quella di Davide, che si rivolge a Oscar, il giovane per cui si è preso una cotta e con cui è andato a convivere, ma nel suo racconto, più che il loro rapporto, prevale la loro amica Sofia, e successivamente i comportamenti bizzarri dell’adolescente Diamante che, anni dopo, irrompe nelle loro vite per metterle in discussione una volta per tutte e consentire, a Davide, forse di sciogliere i nodi, magari di accettare più che altro quanto è accaduto per affrancarsi e andare avanti. Giovane che è figlio di Sofia, la stessa amica che ha fatto perdere le sue tracce prima della sua nascita. E che poi va incontro al suo tragico epilogo.
    Tanti i contenuti del romanzo, che balzano agli occhi: parliamo in primo luogo di una generazione di nuovi adulti moderni che in qualche modo sembrano non avere gli strumenti adeguati per vivere, o che forse si sono inceppati nei modelli di crescita, in discontinuità con le epoche precedenti, magari quelle dei loro genitori.
    E più si va avanti, più questa mancanza di praticità del vivere viene declinata in modo non scontato ma comunque sapiente da parte dell’autore: scopriamo la difficoltà dell’essere gay e temere di non essere capaci di farsi accettare dalla propria famiglia, preferendo scappare; iniziamo a conoscere il mal di vivere che si esplica attraverso le reazioni psicosomatiche e, soprattutto, psicopatologiche, mediante la descrizione puntuale di attacchi di panico, sullo sfondo di terapie che agiscono e che diventano abuso e dipendenza perché da sole incapaci di cancellare il malessere senza accompagnarsi a un adeguato percorso psicoterapico sulle problematiche profonde che ci portiamo dentro.
    Arriviamo anche al dramma dell’affetto per se stessi, che vacilla a tal punto da dipendere dal contesto pur di sopravvivere o ancora alle ripercussioni che l’abbandono del genitore può provocare in chi resta: coniuge o figlio che sia.
    Nell’avanzare della trama, i tre personaggi a proprio modo cercano di rimanere a galla, dedicandosi all’arte e alle loro aspirazioni di quasi bordeline, del vivere comune: Davide cerca di coniugare la sua vita sentimentale con la fotografia, Sofia si dedica alla pirografia come fuga dalla sua insoddisfazione che rimane senza voce mentre Oscar continua a seguire i suoi ideali musicali, ma prima o poi ognuno di loro sarà obbligato a fare i conti con la realtà. In questo senso viene descritta in maniera approfondita l’eterna guerra che intercorre, a volte, tra la prospettiva futura di chi persegue un obiettivo, specie in campo artistico, e la quotidianità che a volte dalle proprie aspirazioni allontana, conflitti che di solito sono capaci di scuoterci dentro lasciando dei marchi indelebili.
    E ancora, un altro aspetto da non trascurare, è la dipendenza da droghe, con una panoramica che si barcamena tra la speranza di chi hai accanto, che vorrebbe che il miracolo di uscire fuori dal tunnel accadesse, e l’inadeguatezza di fondo dei rimedi e i servizi che ancora oggi esistono per la lotta all’abuso degli stupefacenti.
    Come pertanto riportavo all’inizio del mio commento al libro, l’opera rimanda continui messaggi sui problemi della vita che non sempre hanno una soluzione.
    Lo sfondo ambientale della storia è una Bologna tutta italiana, che consta in primo luogo non degli itinerari turistici, ma dei suoi luoghi più suggestivi, che spesso rimangono nascosti, se non li conosci. Ritroviamo una narrazione fatta di odori, visioni, posti nascosti che diventano angoli di rifugio per scappare dalla realtà.
    Il romanzo è strutturato in seconda persona, con interazioni continue e interlocutorie tra Davide e un Oscar a cui si rivolge, per quanto poi gran parte del raccontato sveli Davide e Sofia, e soprattutto descriva il loro rapporto intenso, a tratti elitario. La delineazione dei personaggi è coerente, forse per mio gusto personale in alcune fasi ho faticato a star dietro alla dovizia di particolari con cui Davide, nel corso della storia, racconta a Oscar passaggi tra lui e Sofia, come se in realtà parlasse al suo amato ma vorrebbe entrare in contatto con lei o perlomeno comprenderla, sebbene a distanza di tempo. In alcune fasi vengono riportati episodi che riguardano l’intimo della giovane, il suo vissuto che a nessuno avrebbe voluto raccontare e ci si chiede come possa Davide esporlo.
    Lo stile di Bonazzi è pulito, tendente al lirismo ma avvolgente nella sua pregnanza narrativa: il rimando continuo, dosando racconto a emotività, rimane leggero e sconvolge per la sua delicatezza.
    Ecco perché alla fine L’abbandonatrice rimane una lettura particolare: un romanzo che si pone tra il disagio personale e la formazione di una generazione, capace di mostrarci il lato oscuro della vita che ci circonda a cui a volte prestiamo poca attenzione.
    Un’esperienza da dedicare soprattutto a chi, nella vita, non deve mai lasciarsi trascinare dalle avversità per non andare alla deriva.

    Giudizio:

    +4stelle+

    Dettagli del libro

    • Titolo: L'abbandonatrice
    • Autore: Stefano Bonazzi
    • Editore Fernandel
    • Data di Pubblicazione: 2017
    • ISBN-13: 9788898605675
    • Pagine: 208
    • Formato - Prezzo: e-book € 6,49

    9 febbraio 2018

    L'Arminuta - Donatella di Pietrantonio

    «Ero l'Arminuta, la ritornata. Parlavo un'altra lingua e non sapevo piú a chi appartenere. La parola mamma si era annidata nella mia gola come un rospo. Oggi davvero ignoro che luogo sia una madre. Mi manca come può mancare la salute, un riparo, una certezza» - Ma la tua mamma qual è? - mi ha domandato scoraggiata. - Ne ho due. Una è tua madre. Ci sono romanzi che toccano corde cosí profonde, originarie, che sembrano chiamarci per nome. È quello che accade con L'Arminuta fin dalla prima pagina, quando la protagonista, con una valigia in mano e una sacca di scarpe nell'altra, suona a una porta sconosciuta. Ad aprirle, sua sorella Adriana, gli occhi stropicciati, le trecce sfatte: non si sono mai viste prima. Inizia cosí questa storia dirompente e ammaliatrice: con una ragazzina che da un giorno all'altro perde tutto - una casa confortevole, le amiche piú care, l'affetto incondizionato dei genitori. O meglio, di quelli che credeva i suoi genitori. Per «l'Arminuta» (la ritornata), come la chiamano i compagni, comincia una nuova e diversissima vita. La casa è piccola, buia, ci sono fratelli dappertutto e poco cibo sul tavolo. Ma c'è Adriana, che condivide il letto con lei. E c'è Vincenzo, che la guarda come fosse già una donna. E in quello sguardo irrequieto, smaliziato, lei può forse perdersi per cominciare a ritrovarsi. L'accettazione di un doppio abbandono è possibile solo tornando alla fonte a se stessi. Donatella Di Pietrantonio conosce le parole per dirlo, e affronta il tema della maternità, della responsabilità e della cura, da una prospettiva originale e con una rara intensità espressiva. Le basta dare ascolto alla sua terra, a quell'Abruzzo poco conosciuto, ruvido e aspro, che improvvisamente si accende col riflesso del mare.

    Recensione

    L’Arminuta è il titolo del libro vincitore del Premio Campiello 2017.
    Acclamato e fortemente voluto sul podio dal pubblico, il romanzo racconta di un viaggio materiale ma soprattutto spirituale di una ragazzina di 13 anni – che noi lettori conosceremo solo ed esclusivamente con l’appellativo di “arminuta” – che, ormai donna, ripercorre a ritroso una fase della sua vita dolorosa perché segnata da abbandoni e da bugie che si scontrano con quelle tristi verità che si riveleranno essere tanto forti da ribaltare l’intera situazione iniziale.

    L’arminuta, così in dialetto abbruzzese si usa dire “la ritornata”, nella sua sfortuna di essere rimandata indietro dai suoi genitori adottivi ai suoi genitori naturali, nella sua sfortuna di trasferirsi dalla città, dal mare al paese, alla campagna – per poi essere nuovamente sballottata in affido ad una famiglia di città per frequentare “le scuole alte” – ha la fortuna di toccare il fondo in modo così cruento e brutale – vista la tenera età – da perdersi completamente in quell’appellativo che tanto aveva odiato e che la etichettava, la marchiava come diversa ma in cui alla fine finisce per ritrovarsi totalmente attraverso un percorso faticoso ma estremamente necessario, fatto di momenti segnati da emozioni profonde e fortissime che restano tanto indelebili da macchiarne l’animo innocente.
    Un viaggio alla scoperta di se stessa, della sua identità, della sua famiglia in cui gli interrogativi sul perchè tutto questo le sia capitato all’improvviso e soprattutto sul perché ora la donna che ha chiamato mamma per tredici anni debba essere sostituita da un’altra, affollano la mente della piccola arminuta.

    La vita in paese e nella nuova famiglia – che all’inizio le sembra tanto ostile e sofferente della sua presenza tanto da sentirsi indesiderata – costruisce legami forti e importanti, al di là del già vincolo di sangue, che fanno conoscere alla protagonista adolescente sentimenti come l’amore, la lealtà, la forza della fratellanza e la condivisione.
    Adriana, sorella minore della ritornata, con la sua spontaneità e la totale assenza di filtri, riflette come uno specchio i morsi della fame e i vuoti che una famiglia numerosa ed in difficoltà finisce necessariamente per lasciare.
    La sua praticità, molto vicina ad un modo di fare spiccio e a tratti rozzo, si rivela essere un valore aggiunto per la sopravvivenza in quella realtà di paese scomoda ed impervia ma nella sua apparente forza d’animo si nasconde una fragilità che, soppressa per tanto tempo, fuoriesce a poco a poco dopo innumerevoli sollecitazioni.

    Adriana per l’arminuta è come Virgilio per Dante, una guida silenziosa e non che accompagna e spalleggia la sorella in ogni momento strappandole la promessa di non lasciarla mai perché non solo sono sorelle ma sono legate da un affetto puro, forte e sincero che va al di là del sangue.
    La sua figura nella storia è fondamentale perché consente la rinascita, il ritrovarsi della protagonista che ha la fortuna di scoprire il vero significato della famiglia e della vita smascherando le futili apparenze – che prima rappresentavano il suo tutto – in nome della verità dell’essenza delle cose.

    Non dimentichiamo che il salto dell’arminuta è segnato anche da una evoluzione naturale, l’adolescenza e il diventare grande infatti, la portano a scontrarsi con quel mondo degli adulti sconosciuto sino ad allora con tutte quelle verità che esso porta con sé.
    Nel suo diventare donna però la figura di Vincenzo occupa anch’essa una parte importante; con il suo sguardo da uomo, prima che da fratello, consente all’arminuta di provare delle sensazioni mai sentite prima ma senza cadere in una volgarità incestuosa: è un legame silenzioso che in nome di un non detto eterno, sia il ragazzo che la giovane, conservano celato nel proprio cuore e nella loro anima.
    La timidezza e l’umiltà dei personaggi di paese – caratteristiche tipiche del popolo abbruzzese – sono il timbro di una introversione che a volte vince quell’orgoglio che non ha niente a che fare con l’orgoglio consueto ma è più vicino ad una vergogna, una modestia e ad un pudore che è sinonimo di ritegno.

    Altri due temi molto cari alla bravissima autrice, Donatella di Pietrantonio, sono la forza del perdono e il rapporto madre-figlia che andando quasi a braccetto, rappresentano la base narrativa dell’intero romanzo attraversando svariate fasi evolutive: dal punto più alto a quello più basso, passiamo rapidamente dalla distanza più grande alla vicinanza più intima tra una madre ed una figlia che sembrano essere inversamente proporzionali tra loro – basti pensare che il rapporto tra l’arminuta ed Adalgisa si affievolisce mentre più si rafforza quello con la madre naturale e viceversa.
    Per tutto il corso del romanzo è come se la protagonista acquisisse gli strumenti necessari per poter non solo vedere ma soprattutto guardare il mondo con una seconda vista, quella della maturità e della verità, molto più chiara e limpida della precedente.

    La scelta di far uso del dialetto abbruzzese serve non solo ad autenticare la matrice già chiara della natura schietta e diretta della famiglia di paese ma conferisce anche una sacralità alle origini della stessa autrice.
    Ben lontano da qualsiasi ricercatezza formale, lo stile di scrittura non si perde in convenevoli descrittivi inutili – i personaggi ad esempio vengono chiamati direttamente per nome senza alcuna presentazione, sta al lettore comprendere la loro identità progredendo con la lettura – estremamente semplice e fluido – anche scarno a tratti – ha dalla sua una grande scorrevolezza ma spicca nelle scelte stilistiche l’abilità eccellente della scrittrice nel saper costruire meravigliose figure linguistiche; queste come cornici, elevandosi ad un tono quasi poetico, abbracciano e raccontano concetti semplici come i fuochi d’artificio – Si spegnevano dopo un attimo di gloria universi di stelle appena esplose, sullo sfondo freddo degli astri fissi – o come la figura della madre, descritta al pari di un luogo – Nel tempo ho perso anche quell’idea confusa di normalità e oggi davvero ignoro che luogo sia una madre. Mi manca come può mancare la salute, un riparo, una certezza. È un vuoto persistente, che conosco ma non supero. Gira la testa a guardarci dentro – o ancora il destino – destino è una parola da vecchi, non puoi crederci a quattordici anni. E se ci credi, lo devi cambiare.

    Mi sono ritrovata a leggere accorata un romanzo in cui è facile riconoscersi. Infatti anche se non direttamente, vuoi per una disgrazia o vuoi per una mancanza, ognuno di noi potrebbe essere l’arminuta. Ho apprezzato tanto il lavoro dell’autrice che è riuscita a far coesistere la brutalità e la poesia in una stessa pagina dando vita ad un ibrido innovativo ed estremamente vero: la verità è la forza del romanzo, è ciò che lo rende unico e soprattutto meraviglioso. Un grazie va a Donatella di Pietrantonio che nella sua assoluta originalità è riuscita a raccontare una storia autentica che strizza l’occhio alla vita e alla rinascita.


    Giudizio:

    +5stelle+

    Dettagli del libro

    • Titolo: L'Arminuta
    • Autore:Donatella di Pietrantonio
    • Editore: Einaudi
    • Data di Pubblicazione: 2017
    • Collana: Supercoralli
    • ISBN-13: 9788806232108
    • Pagine: 176
    • Formato - Prezzo: Rilegato - 17,50 Euro

     

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