24 giugno 2018

Il pianista di Yarmouk - Aeham Ahmad

Un giovane suona il pianoforte in mezzo a una strada bombardata. Suona per i suoi vicini, soprattutto per i bambini, per distrarli dalle atrocità della guerra: un’immagine che ha fatto il giro del mondo diventando un simbolo della catastrofe in Siria, ma anche dell’inestinguibile volontà dell’uomo di opporsi in ogni modo alla distruzione. Il suono di quello strumento ha raggiunto e commosso milioni di persone nel mondo su YouTube.

Ora Aeham Ahmad racconta la propria storia: l’infanzia in una Siria ancora in pace, l’inizio delle rivolte preludio di una guerra terribile, la fuga per la stessa via battuta da migliaia di disperati. Un lungo e pericoloso viaggio via terra, la drammatica traversata del Mediterraneo, le insidie della rotta balcanica. Fino alla nuova vita in Germania, dove ha realizzato il suo sogno di artista e si esibisce nelle più importanti sale concerti, ma è costretto a vivere lontano dalla sua famiglia rimasta in Siria.

Allora come oggi, è la musica che gli ha salvato la vita a dargli conforto e infondergli coraggio.La storia vera, raccontata in prima persona, di un pianista che ha sfidato le bombe e i terroristi in nome della sua musica, un caso mondiale, una commovente testimonianza di resistenza e fede nell’arte.

Recensione

Da quando la guerra è deflagrata nell’ex-Jugoslavia degli anni ’90, poi nel Rwanda, e in Iraq a più riprese, ancora in Afghanistan, e di tanto in tanto in Palestina, fino alla Siria degli ultimi anni, e suona la grancassa sulle prime pagine dei quotidiani o nelle aperture dei telegiornali, sentir parlare del conflitto siriano significa ricordare, secondo i tempi delle pubblicità, che la pace è poco più un’utopia. Significa accorgersi che gli straordinari resti di Palmira, la bellezza di Aleppo e la città vecchia di Damasco sono perduti per sempre per l’umanità e invece avrebbero dovuto esserne patrimonio e monito. Se va bene, sopravvivranno mutilati dai danni di una guerra civile che diventa sempre più simile all’idra, alla quale, tagliata una testa, ne spunta un’altra nuova ancora più spaventosa, e saranno testimonianza del martirio di una terra e della sua millenaria cultura.

Anche questa inutile strage silenziata dai tempi vorticosi della comunicazione fatica tuttavia a raggiungere le coscienze e i profili di user e telespettatori, basta un nuovo argomento virale e l’attenzione si sposta fino al successivo episodio eclatante. Eppure Aeham Ahmad, ‘Il pianista di Yarmuk’, ci ricorda, nell’orgia della comunicazione globalizzata, che tutte le notizie, i dibattiti televisivi, gli appelli sui giornali con scadenza a pochi giorni, che la guerra è di casa ovunque, è dietro l’angolo in ogni momento e che basta svoltare una strada e cambiare quartiere per dimenticarsene, per cancellarla dai titoli dagli orizzonti della consapevolezza. Curiosamente – o forse no, in realtà – il richiamo alla realtà passa proprio attraverso i media che rimpinzano le teste di attualità, perché la storia del protagonista è diventata disponibile a tutti attraverso i canali di un social network e gli ha offerto una via di fuga dall’inferno di una nuova Sarajevo, stritolata dallo scontro tra i tre eserciti di Assad, dei ribelli e dell’Isis, nemici ma ugualmente disinteressati al destino dei civili.

Figlio di profughi palestinesi scampati agli scontri degli anni ‘80 e capace di farsi strada nel suo quartiere, Yarmouk, alle porte di Damasco, Aeham sacrifica quasi senza rimpianti un’incerta e faticosa vocazione musicale per raggiungere il benessere economico e una posizione invidiabili, dovuti indirettamente alla sua passione per la musica: pur non diventando un grande pianista come aveva sognato da bambino riesce a costruire un’impresa sulla vendita di strumenti musicali e insegnando musica, trovando nell’arte un’isola felice rispetto alla difficile situazione politica della Siria di Bashar Al-Assad. Del resto, lui e la sua famiglia, i suoi genitori, la moglie e il figlio che desidera per sistemarsi, sono ospiti in Siria e devono mantenersi lontano dalla politica, devono ringraziare per l’ospitalità di chi li ha accolti in fuga senza creare problemi. Solo che quando la guerra infuria nascondersi dietro il paravento della neutralità non è mai facile: per quanto tu cerchi di mantenerti ai margini – ed essere ai margini in queste situazioni è un privilegio – la guerra viene a stanarti nel tuo nido confortevole, prendendo l’aspetto ora dell’esercito filogovernativo, ora della guerriglia ribelle, ora dello Stato Islamico, e ti costringe in un angolo riducendo in macerie le certezze costruite in anni di impegno e di sacrifici.

Il racconto di una vita banalmente di successo, un successo normale e senza grandi pretese come quello di Aeham Ahmad si trasforma così nella cronaca della tragedia di un quartiere, Yarmuk, del quale chi non è voluto o potuto scappare si trova a essere prigioniero in stato d’assedio. Il negozio di strumenti e la scuola di musica diventano casa d’emergenza, erbe selvatiche e cibi trovati per caso diventano il monotono menù di un carcere senza sbarre, le esibizioni di cori amatoriali tra case distrutte e macerie diventano un cimitero a cielo aperto. Quando la situazione si fa davvero disperata due fatti rovesciano la sorte di Aeham: la musica abbandonata diventa strumento di salvezza personale e famigliare e questo succede attraverso i mezzi di comunicazione che parevano interessarsi alla strage siriana solo per il tempo necessario a diffondere nel mondo le immagini agghiaccianti dell’ultima strage. I video girati durante le esibizioni del coro di Aeham tra le macerie di Yarmuk per mantenere una parvenza di vita comunitaria e faticosamente diffusi sul web al di là dell’accerchiamento degli eserciti, senza che il protagonista se ne accorga, isolato da un assedio, diventano poco a poco virali. Aeham si ritrova famoso come ‘il pianista di Yarmuk’ attraverso youtube e riesce, involontariamente forse, a riportare l’attenzione sulla tragedia dei civili in Siria.

Tra la prima e la seconda parte della testimonianza autobiografica di Aeham passa tutta la differenza tra una vita in cui il senso si è perso nella normalizzazione del quotidiano e una in cui una catastrofe umanitaria di un popolo riporta Aeham, attraverso il dolore, verso una dimensione che restituisce alle persone e all’ambiente circostante un significato forte. È il valore della testimonianza nella musica che rende la semplice autobiografia di una vittima della guerra tra tante un documento di continua attualità.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Il pianista di Yarmouk
  • Titolo originale: Und die Vögel werden singen: Ich, der Pianist aus den Trümmern
  • Autore: Aeham Ahmad
  • Traduttore: Lucia Ferrantini
  • Editore: La nave di Teseo
  • Data di Pubblicazione: 2018
  • Collana: Le Polene
  • ISBN-13: 9788893444903
  • Pagine: 348
  • Formato - Prezzo: ebook - Euro 9,99

14 giugno 2018

Giallo Van Gogh - Marianne Jaeglé

Auvers-sur-Oise, luglio 1890. Vincent Van Gogh torna dal campo dove è andato a dipingere, barcollando, ferito a morte. Non ha tentato di suicidarsi, come si crede comunemente. Gli hanno sparato. Ispirato alle scoperte degli storici Steven Naifeh e Gregory White Smith, questo romanzo ripercorre in modo purista gli ultimi due anni della vita del pittore e ne interroga la tragica fine. Chi è responsabile della sua morte? Perché l'ha ucciso? Come è durata la leggenda del suicidio per centoventi anni?Mostrando Vincent Van Gogh alle prese con il suo tempo, con quelli che lo circondano e con la creazione, il romanzo rende giustizia a un uomo eccezionale condannato a morte.

Recensione

La traduzione del titolo originale del libro di Marianne Jaeglé, che è una biografia romanzata degli ultimi anni di vita di Van Gogh, è Vincent viene ucciso.  Ma il titolo originale,  basato sulle conclusioni cui sono giunti i due studiosi americani Naifeh e White Smith, appare troppo banalmente rivelatore della teoria appoggiata dall’autrice e la casa editrice L’asino d’oro ha ritenuto opportuno modificare il titolo in Giallo Van Gogh, giocando sul doppio significato che viene ad assumere il termine “giallo” per stuzzicare la curiosità del lettore. Stante, quindi, che risulta un "giallo" la morte del celebre pittore, come curiosità si può aggiungere che è recente la notizia che il “giallo” usato da Van Gogh per dipingere i suoi famosi girasoli sarebbe instabile alla luce, facendo virare gradualmente il colore verso il marrone.
Lasciamo ai lettori valutare se effettivamente Vincent Van Gogh possa essere stato ucciso e limitiamo la nostra analisi al racconto scritto da Marianne Jaeglé degli ultimi due anni di vita del pittore olandese. Tutti sappiamo che Van Gogh aveva disturbi mentali tendenti alla schizofrenia e all’autolesionismo e, pertanto, era stato più volte ricoverato in istituti psichiatrici. Tuttavia il ritratto che l’autrice fa di Van Gogh è quello di un uomo semplice e buono che viveva spartanamente e disposto a offrire quel poco che possedeva quando incontrava persone apparentemente più bisognose di lui, come quando si priva degli ultimi cinque franchi, ottenuti con difficoltà dalla svendita di un quadro e che gli servivano per comprare da mangiare, per regalarli ad una prostituta incontrata per caso e madre di un bebé. Un uomo, quindi, quasi in odore di santità, secondo l’autrice, che veniva spesso dileggiato dai giovani che, si sa, sono talvolta crudeli con chi sentono diverso.
Tuttavia questa rappresentazione che l’autrice dà di Van Gogh è parzialmente in contrasto con la biografia tradizionale del pittore in cui viene sottolineata la grande cultura di Vincent Van Gogh, figlio di un pastore protestante, che conosceva tre lingue e leggeva molto. Si era dedicato alla religione, al commercio di opere d'arte e aveva inoltre frequentato scuole di pittura, anche se non si riconosceva nei loro insegnamenti. Non era quindi un sempliciotto e a lui calzerebbe, come viene detto nella postfazione, quanto affermava di se stesso Picasso: “a dodici anni dipingevo come Raffaello, però ho impiegato tutta una vita a imparare a dipingere come un bambino.”
Talvolta, tuttavia, il comportamento di Vincent Van Gogh risultava sventato proprio come quello di un bambino. Gauguin, ad esempio, durante la loro convivenza si irritava molto per il fatto che non provvedesse a chiudere i tubetti di colore e a pulire i pennelli dopo aver finito di dipingere, rischiando di rovinare gli uni e gli altri.
Per quanto riguarda la famiglia d’origine, l’autrice si limita a dire che Vincent si sentiva in qualche modo schiacciato dall’aver ricevuto lo stesso nome del primogenito morto, quasi fosse una maledizione e che il rapporto con il fratello minore, Theo, era strettissimo, tanto che era lui a finanziare come e quando poteva Vincent. Non viene però approfondita la motivazione di un rapporto tanto profondo e perché invece fosse pressoché assente quello con l’altra sorella e l’ultimo fratello che poi sarebbe morto suicida.
In compenso l’autrice non si astiene dal biasimare Gauguin, ritenuto troppo preso da se stesso per saper condividere l’amicizia con Van Gogh e anche in competizione con l’amico che l’ospitava a Arles, in Provenza, nella famosa Casa Gialla (cfr. foto del dipinto).
Pare che Vincent non avesse proprio un buon carattere, come invece sembra sostenere l’autrice, tanto che una volta avrebbe tirato un calamaio addosso a Gauguin. Sul fatto, però, che Paul Gauguin fosse un donnaiolo, egoista e opportunista non ci possono essere dubbi.
L’autrice non si sofferma troppo neanche a parlare della tecnica del colore utilizzata da Vincent, tecnica che però è invece trattata nella interessante ma non sempre facile lettura della postfazione al romanzo di Anna Maria Panzera. La curatrice  riporta alcune delle affermazioni inserite nelle tante lettere spedite da Vincent al fratello Theo, come: “… il pittore del futuro sarà un colorista come non si è ancora mai visto …” e ancora: “Il vero disegno è modellare con il colore.”
Tanto complessa risulta la postfazione di Anna Maria Panzera nella descrizione della tecnica di Vincent Van Gogh come pittore, tanto lineare la scrittura di Jaeglé nel raccontarci in modo forse troppo semplicistico, e per tale motivo non sempre condivisibile, la sua personale immagine di Van Gogh come essere umano.
E' peraltro interessante il contrasto fra la lunga e piuttosto tecnica postfazione di Anna Maria Panzera, che pone Van Gogh insieme a Cezanne quali "iniziatori del moderno", rispetto al racconto di Marianne Jaeglé, che appare, invece, piuttosto riduttivo della complessa personalità del pittore.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Giallo Van Gogh
  • Titolo originale: Vincent qu'on assasine
  • Autore: Marianne Jaeglé
  • Traduttore: Maria Letizia Fanello
  • Editore: L'asino d'oro
  • Data di Pubblicazione: giugno 2018
  • Collana: Omero - narrativa
  • ISBN-13: 9788864424599
  • Pagine: 320
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 16,00

4 giugno 2018

Turbine - Juli Zeh

Sembra proprio che Gerard e Jule abbiano trovato un angolo di paradiso. È il villaggio di Unterleuten, poco lontano da Berlino. Romantici cottage, aperta campagna, aria pulita: un luogo dove la vita è autentica. Fin dal principio, però, si percepisce un’atmosfera cupa, qualcosa che minaccia la quiete, qualcosa che ribolle sotto la superficie e sta per esplodere… Quando una ditta decide d’impiantare un gruppo di turbine eoliche nelle immediate vicinanze del paesino, si delinea un conflitto che va ben oltre le vite private degli abitanti: si tratta di uno scontro tra generazioni, tra città e campagna, tra artificio e natura, tra perdenti e vincitori post-muro. Una vera e propria guerra di tutti contro tutti, in cui dietro alle ideologie si nascondono gli istinti più bassi mentre le dinamiche spietate della provincia non fanno che esasperare il bisogno quasi carnale di appropriarsi di un pezzo di terra. Un crescendo di tensione che sfocia nella nevrosi collettiva e in cui la certezza è una sola: non si salva nessuno. Turbine, specchio perfetto della società contemporanea, racconta tutta la rabbia e la frustrazione di un mondo che fatica ad affrontare il cambiamento. Un romanzo brillante, intelligente come la migliore satira politica, avvincente come un giallo e umano come una confessione, che in Germania è stato un clamoroso caso letterario. 

Recensione

Questa storia si svolge ad Unterleuten, nome di fantasia di un paese situato a settanta chilometri circa a nord di Berlino. Unterleuten era quindi compreso nei territori della DDR prima della riunione delle due Germanie e con la caduta del regime vengono ad emergere i rancori tra gli abitanti.  Si sono create due fazioni che fanno capo rispettivamente a Kron, che durante la Primavera socialista era stato favorevole alle collettivizzazioni forzate, e a Gombrowski, manager e proprietario di molte quote della Ecologika, l’azienda agricola specializzata in prodotti biologici, già cooperativa agricola prima della caduta del muro di Berlino. Gran parte dei terreni coltivati (circa 250 ettari) erano appartenuti alla famiglia Gombrowski prima che venissero requisiti dal regime.
Nel paese tendono a stabilirsi anche alcune famiglie provenienti dalla Germania Ovest, attirate dai prezzi abbordabili dei terreni e dalla natura incontaminata della zona, ma non riescono in genere a legare con gli abitanti, anche se alla fine saranno quasi costrette a schierarsi con una o l'altra delle due fazioni.
Dato che l’Ecologika è l’azienda che da lavoro alla maggior parte dei paesani e senza questa attività la popolazione sarebbe costretta in gran parte ad emigrare o vivere di sussidi, i contrasti tra le fazioni rimarrebbero contenuti se non intervenissero a farli esplodere due fattori: la globalizzazione con conseguente crisi economica dell'azienda  schiacciata dall’importazione di prodotti agricoli a prezzi concorrenziali e il nuovo piano energetico nazionale che prevede l’installazione nella zona di pale eoliche per la produzione di energia elettrice verde. Al proprietario del terreno su cui verrebbero poste le turbine sarebbe garantita una ricca rendita.
Tre sono i più grandi proprietari terrieri: Gombrowski, Kron e Meiler, quest’ultimo è un ricco affarista della Germania Ovest che ha comprato i terreni solo per motivi speculativi, contando che un giorno possano aumentare di valore. In mezzo alle loro tenute, tuttavia, c’è la proprietà dei Franzen, una coppia di “forestieri” venuta da Berlino con l'intento di creare un maneggio. Ognuno dei tre latifondisti vorrebbe accaparrarsi quest’ultima proprietà, indispensabile per ottenere la concessione all’installazione delle turbine, e ognuno ha un motivo che ritiene valido per non avere scrupoli in questa lotta senza esclusione di colpi.
Non si vuole anticipare niente su come andrà a finire questa drammatica storia che vedrà schierarsi da una parte o dall’altra gli abitanti favorevoli o contrari all'installazione delle turbine nel paese. L’autrice è brava nella caratterizzazione dei personaggi, specie quelli femminili, e a far percepire al lettore l'aumento della tensione con l'accrescersi del  rancore nelle fazioni.
Il nocciolo del romanzo di Juli Zeh, in fondo, non si discosta molto da quelli di fantascienza di John Ballard, in cui si scagliano gli uni contro gli altri gli abitanti di comunità chiuse e tendenzialmente autosufficienti, venute a crearsi il più delle volte dopo un cataclisma naturale o nucleare con conseguente perdita dell’autorità statale. In Turbine, invece, lo sconvolgimento è causato dal cambiamento politico e commerciale.
Il romanzo è improntato al pessimismo: tutti coloro che hanno dei principi in cui credono rimangono delusi e costretti a compromessi vergognosi. Si presume, inoltre, che a ottenere vantaggi saranno i giovani adulti della nuova generazione che, pur non covando rancori interpersonali come la precedente, non riescono neanche ad tenere comportamenti etici.
Nel romanzo si confronta il diverso tipo di mentalità dei più anziani rispetto ai più giovani. Nell'animo degli uni odio e amor mai non s'addorme, mentre in quello degli altri c'è una preoccupante carenza di valori.  Un romanzo amaro, quindi, in cui non si intravede nessuna speranza per il futuro, dato che non vi sono più principi da perseguire se non l’interesse individuale. Peraltro il romanzo è scorrevole, data la scrittura sciolta dell'autrice, e riesce ad essere avvincente.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Turbine
  • Titolo originale: Unterleuten
  • Autore: Juli Zeh
  • Traduttore: Roberta Gado e Riccardo Cravero
  • Editore: Fazi
  • Data di Pubblicazione: 2018
  • Collana: Le strade
  • ISBN-13: 9788893250917
  • Pagine: 617
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 18,50

26 maggio 2018

Quanto me ne vuoi tu - Angelo Martinelli

Napoli. Antonio Ianvilla Capranica è un noto avvocato penalista. Sessantacinque anni, sposato tre volte. Tra i suo clienti c'è un imprenditore di Roma accusato di un'imponente frode fiscale. Il processo, articolato su varie udienze che si tengono il venerdì, si svolge davanti al Tribunale di Roma. Di solito l'avvocato torna a Napoli il venerdì sera; il sabato mattina se l'udienza finisce tardi. Ma dopo l'udienza di un venerdì di metà ottobre l'avvocato a Napoli non torna. Di lui non si sa più nulla. L'indagine sulla scomparsa dell'avvocato Ianvilla Capranica viene affidata al sostituto procuratore della Repubblica Massimo Angeli. Che si troverà ad affrontare un caso di omicidio assolutamente singolare per il quale si convince a chiedere l'assoluzione dell'imputato.

Recensione

Quanto me ne vuoi tu è un romanzo che tratta di rapporti interpersonali e in particolare di quelli fra uomo e donna quando la passione scema e la coppia si ritrova a fronteggiare la realtà quotidiana. Il racconto, infatti, inizia con l'amara considerazione di una moglie:

Quando siamo amanti degli uomini abbiamo il meglio; quando diventiamo le compagne ufficiali ci dobbiamo prendere il resto. 

Il protagonista, Antonio Ianvilla Capranica, è un avvocato di successo di 65 anni che si è sposato tre volte. L’ultima moglie ha 27 anni meno di lui, ma non pare che questa relazione funzioni meglio delle precedenti. L’avvocato Capranica, che si interroga sui motivi dei suoi fallimenti in campo sentimentale, tende a pensare al proprio rapporto con le donne per luoghi comuni, come quello per cui le donne farebbero sesso per sposarsi e gli uomini si sposerebbero per fare sesso, tant’è che:

non sarà un caso che il termine sfigato è declinato essenzialmente al maschile a sottolineare una deprivazione che gli uomini soffrono più o meno dolorosamente
mentre
per le donne si ricorre invece a forme espressive che mettono l’accento sulla deprivazione affettiva. Una per tutte, zitella. 

Ciò premesso, quando l’avvocato scompare, è il sostituto procuratore Massimo Angeli -già conosciuto nel romanzo Sempre sia lodato la cui recensione si può trovare in questo blog- che si occupa del caso unitamente ad un altro collega. Le domande che si pongono i magistrati sono, naturalmente, se l’allontanamento dal tetto coniugale di Capranica sia stato volontario, se possa trattarsi di un suicidio, oppure si sia in presenza di omicidio. In quest’ultimo caso se a disporlo possa essere stata la moglie o la malavita organizzata di cui poteva conoscere qualche segreto data la sua professione.
L'ipotesi dell'allontanamento volontario potrebbe essere suffragata da alcuni grossi prelievi dal conto corrente dell’avvocato iniziati mesi prima della scomparsa e giustificati al cassiere della banca con pagamenti in nero a varie imprese per la ristrutturazione del casale di proprietà. (Dialogo fra gli inquirenti che sanno come gira il mondo: “E il cassiere ci ha creduto?” “Certo. Si sarebbe insospettito se diceva che avrebbe fatto dei pagamenti regolarmente fatturati.”)
L’ipotesi del suicidio potrebbe essere sostenuta dallo stato di depressione in cui versava l’avvocato, che per questo si era rivolto ad un cugino che era direttore della Clinica Psichiatrica, a cui aveva accennato al suo malessere psicologico.
Per quanto riguarda invece la possibilità di un omicidio, la moglie è spesso la prima ad essere sospettata, specie quando come in questo caso il rapporto con il coniuge non è idilliaco, ma non pare sussistano riscontri della sua colpevolezza. Tuttavia Massimo Angeli non esclude ironicamente l’ipotesi che il sessantacinquenne Capranica potesse pensare di andare in pensione, perché:

“Quelli che vanno in pensione sostenendo che devono dedicarsi alla famiglia sono i peggiori. Ma chi difende quella povera e ignara famiglia da questi qui? Un bel giorno arrivano e dicono “ora mi dedico a voi”. Chi li ammazza è penalmente punibile? Per me no, io applicherei la scriminante della legittima difesa.” 

 Massimo Angeli è, come si dichiara lui, un ergastolano dell’ansia, perché non si ferma in una indagine fino a quando non è riuscito a capire il movente. Per cui decide di andare a fondo alla vicenda della scomparsa dell’avvocato, ma del finale del romanzo non si vuole anticipare niente per non togliere la sorpresa al lettore.
Per quanto le considerazioni esposte dal protagonista sui rapporti uomo-donna siano in buona parte condivisibili, è difficile che in un rapporto sentimentale due persone diano un uguale contributo affettivo, e se un partner chiede all’altro “quanto mi vuoi bene” è sconsigliato, a mio avviso, rispondere “quanto me ne vuoi tu”, visto che la domanda viene posta da colui che desidera essere rassicurato.
Il romanzo è caratterizzato da una scrittura asciutta e consta solamente di un centinaio di pagine, ma è molto denso di citazioni che sottolineano la vasta cultura dell’autore la cui ironia è piacevole e spesso graffiante, come si può evincere anche da alcune frasi del racconto sopra riportate. Si legge quindi velocemente e pone, con l'umorismo tipico dell'autore, alcuni quesiti esistenziali su cui non si può non soffermarsi a riflettere.
Analogamente a Sempre sia lodato, si consiglia di posporre la lettura della prefazione al termine del romanzo, in quanto molti riferimenti agli avvenimenti e alle considerazioni esposte nel racconto risultano di difficile comprensione non conoscendo ancora il testo.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Quanto me ne vuoi tu
  • Autore: Angelo Martinelli
  • Editore: BastogiLibri
  • Data di Pubblicazione: 2018
  • Collana: Percorsi Narrativi
  • ISBN-13: 9788894894547
  • Pagine: 120
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 10,00

17 maggio 2018

Le mie cose preferite - A.B.Ratti

ha 27 anni, è una promettente pediatra, ha un olfatto sovrasviluppato, una chioma ribelle e nella testa due sole certezze: l'amore per il jazz e la buona cucina. Per il resto la sua vita è un gran disastro: ritardataria cronica, indecisa patologica, rinchiusa da anni in una relazione che non la soddisfa. Finché l'incontro con Lorenzo la travolge in un turbine di sensazioni fisiche e mentali sconosciute e impetuose. Irene, investita da nuova energia, trova il coraggio di rimettersi in gioco. Inaspettatamente, però, ricompare anche l'amico di sempre: Andrea, bello come il sole, disordinato, caotico, batterista innamorato della vita e cacciatore incallito di avventure "mordi e fuggi". Irene, per non cadere preda del suo fascino, da tempo lo tiene a debita distanza; ma Andrea entra a gamba tesa nel suo risveglio sensoriale e la giovane piomba nel caos.
Lorenzo con la sua eleganza indefinita e il suo fascino misterioso o Andrea, amico sincero e sexy, con cui condivide da sempre la passione per il jazz? In un susseguirsi di virate improvvise e scelte inconsuete si compirà, fino all'ultimo colpo di scena, la crescita di Irene.
E per la prima volta saranno solo certezze.

Recensione

La protagonista, Irene, una giovane pediatra, vive un’esistenza scandita dai turni in ospedale, le uscite con l’amica Claudia e una storia che si trascina stancamente con Giulio.
Incerta, dotata di una fantasia sensoriale che si affida soprattutto all’udito e all’olfatto, la ragazza vive una vita sentimentale altalenante, fatta di slanci adolescenziali, fino a che si imbatte, per caso, in Lorenzo, un affascinante professore universitario.
Questo incontro innesca, nella sua vita , una serie di sensazioni fisiche forti, preannunciate da un profumo di cioccolato fondente e accompagnate da note di jazz. L’uomo sembra perfetto, colto, carismatico e fisicamente prestante entra nelle fantasie della ragazza e la trascina in uscite piene di mistero e passione.
Al contempo, ricompare Andrea, amico di vecchia data che, a momenti, le sembra poter essere qualcosa di più. La danza dei tre, Irene, Lorenzo e Andrea, si fa sempre più vorticosa e intensa fino al momento in cui la giovane scopre aspetti di sé stessa e di chi le sta intorno che non avrebbe mai sospettato.

Ironico, coinvolgente e piacevole questo libro propone al lettore una vicenda che ha il ritmo di una altalena amorosa raccontata gradevolmente, con una protagonista che, sempre titubante e talvolta un po’ maldestra, non può che fare simpatia.
I tre personaggi presentano tre differenti modi di vivere l'esperienza amorosa. Irene vive  l'attesa di ogni incontro come farebbe una adolescente, nutrendosi di ogni momento, immersa nel presente; Lorenzo prepara ogni loro incontro, ogni loro contatto, con attenzione , raffinatezza, come chi conosce il gioco della seduzione e sa giocare bene le sue carte; Andrea agisce d'istinto come chi cerca ogni volta di afferrare la sua preda senza riuscire mai a tenerla con sè.

I modi di vivere l'avventura amorosa di questi personaggi ci dicono come l'amore possa essere davvero una danza che ciascuno di noi conduce a suo modo. Le descrizioni sono curate e portano dentro al mood di ogni situazione, cercando di introdurre elementi di novità che diano vivacità alla storia. Il finale, poi, è aperto, e lascia spazio ad un seguito.
Il libro ha una scrittura onesta, che aderisce agli schemi del romanzo erotico Harmony, ed è da consigliare agli amanti del genere.



Giudizio:

+2stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Le mie cose preferite
  • Autore: A.B.Ratti
  • Editore: Harmony
  • Data di Pubblicazione: 2016
  • Collana: Harmony Passion
  • ISSN: 1970 - 9951
  • Pagine: 294
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 6,90
 

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