18 maggio 2013

Prima che sia notte - Reinaldo Arenas

I Contenuti

Scrittore e omosessuale: due colpe imperdonabili per il regime castrista, che perseguitò Reinaldo Arenas, lo incarcerò lo colpì negli affetti e lo condannò a un umiliante programma di riabilitazione. Arenas riuscì a fuggire, ma l'esilio gli rivelò altri orrori: l'ambiguità presente nel mondo degli esuli cubani, così come l'ipocrisia della sinistra occidentale, viziata dal mito della rivoluzione cubana.
Nella sua struggente autobiografia, uno dei massimi scrittori cubani delle ultime generazioni ripercorre tutta la sua esistenza, la lotta per la sopravvivenza, gli interrogatori, la fuga, la malattia. Congedandosi tuttavia, prima del suicidio, con parole in cui risuona uno slancio di speranza e libertà.


La Recensione

Quando Reinaldo Arenas iniziò a scrivere la sua autobiografia era ancora giovane, era ancora a Cuba, la più florida e per questo potente, pericolosa manifestazione della vita e della vitalità, così nemica ai regimi. Scriveva nei boschi, di nascosto, con il sole unico complice; ogni giorno si affrettava a terminare, prima che arrivasse la notte.
Quando Reinaldo Arenas terminò la sua autobiografia era non di molto più vecchio, malato di AIDS, in esilio. Un'altra notte minacciava di giungere, la morte. Eppure, combattente fino all'ultimo, mentre la sua sfacciata fortuna, che innumerevoli volte l'aveva salvato, scivolava via, fu per sua stessa mano che morì, sottraendosi a chiunque e qualunque cosa avesse tentato di decidere della sua vita.
Nella sua autobiografia, che ripercorre una vita umile eppure pulsante, energica, instancabile, che non si piega mai, Arenas intreccia gli affetti e le passioni e i tormenti: gli uomini che l'Isola ha offerto al suo desiderio insaziabile (più di cinquemila, proclama); la passione della scrittura, soffocata dal regime, tradita dagli amici scrittori ipocriti, mai ripagata dagli editori stranieri; i regimi, prima quello di Batista, poi quello di Castro, e quella brevissima, di una illusoria felicità, parentesi rivoluzionaria cui aveva pure aderito, salvo indovinare ben presto il colore dell'operazione condotta dal lider maximo. L'amore (omosessuale), la scrittura, la politica sono le tre passioni di Arenas, ma anche i tre volti di Cuba, che l'autore demolisce e ricostruisce in un infinito gioco di specchi: Cuba è l'isola di sole e mare, di spiagge popolate di bei ragazzi, di amori urlati con vitalità e fierezza; Cuba è anche l'immenso salotto letterario che Arenas e i suoi popolavano, un salotto umile, alla buona, più una taverna che un circolo di intellettuali; Cuba è, ed è diventata soprattutto, l'isola del mare negato, delle spiagge popolate di militari, delle prigioni e dei campi di lavoro forzato.
Con una scrittura dolce, ma che sa anche essere feroce, Arenas esalta la vita laddove il regime vorrebbe schiacciarla: geniale intuizione che pagò sulla sua stessa pelle, l'unico modo per contrastare i regimi è quello di esaltare la vita, e per uno scrittore omosessuale come lui, non c'era provocazione migliore dell'amore omosessuale. Tutte le dittature sono caste e antivitali, afferma Arenas: e per questo canta di giovani belli e sani che urlano il loro amore al mondo intero. Non è un caso che il regime l'abbia arrestato proprio per questo: per quanto fosse stata solo una scusa per nascondere all'estero l'arresto di un celebre scrittore per le sue posizioni politiche, viene da pensare che omosessualità e anticomunismo fossero una sola cosa, che Arenas fosse stato davvero più pericoloso come omosessuale che come scrittore antiregime. Sicuramente più pericoloso di molti altri, che ben presto si sono piegati, ritrattando, riscoprendosi fedeli al regime: la lista di traditori è lunga, Arenas non risparmia nessuno, pure quel Marquez che giudica il più ipocrita di tutti, sputando su quel Nobel che avrebbe attribuito a Borges, mal visto dal regime.
Nei giorni di terrore a Cuba, un amico gli disse: ricordati che la nostra unica salvezza è la parola. Scrivi. E Arenas scrisse. Adesso sta a voi leggerlo.


Giudizio:
+5stelle+

Articolo di Tancredi

Dettagli del libro
  • Titolo: Prima che sia notte
  • Titolo originale: Antes que anochezca
  • Autore: Reinaldo Arenas
  • Traduttore: E. Dallorso
  • Editore: Guanda
  • Data di Pubblicazione: 2004
  • Collana: Le Fenici tascabili
  • ISBN-13: 9788882466794
  • Pagine: 325
  • Formato - Prezzo: Brossura - 12,50 Euro

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17 maggio 2013

Il Grande Gatsby - Francis Scott Fitzgerald

I Contenuti

Chi è il misterioso e ricchissimo vicino di casa di Nick Carraway, a West Egg? E perché passa tanto tempo a fissare quella piccola luce verde che brilla su uno dei moli dell'altra sponda della baia? Il filo conduttore del capolavoro di Francis Scott Fitzgerald è il sogno impossibile cullato da Jay Gatsby. L'ambizioso giovanotto, che ha saputo conquistarsi con tutti i mezzi, leciti e no, prestigio, ricchezza e rispettabilità, vuol far rivivere l'amore fiorito un tempo tra lui e Daisy che un giorno lo ha respinto, povero e senza prospettive, per sposare il rampollo di una delle grandi famiglie americane. Ma i sogni più sono belli e meno hanno la possibilità di avverarsi. E Jay Gatsby non solo non riuscirà a strappare Daisy a Buchanan, pur gettando sulla bilancia tutto il peso del suo fascino e del suo potere, ma finirà addirittura col cadere, vittima innocente, sotto i colpi di un marito tradito messo sulle sue tracce, per vendetta, dal perfido rivale. Al di là dei riferimenti autobiografici, "Il Grande Gatsby" è sopratutto il ritratto di un epoca in cui il mondo dei contrabbandieri di alcolici si mescolava allegramente con quello dei banchieri e delle 'flappers' dei "Roaring Twenties", in attesa che la Grande Crisi seppellisse tutto sotto le macerie dell'"American Dream"

La Recensione

«Nelle notti estive, dalla casa del mio vicino si sentiva della musica. Nei suoi giardini azzurri uomini e donne andavano e venivano come falene tra i mormorii, lo champagne e le stelle. Durante l’alta marea del pomeriggio osservavo i suoi ospiti tuffarsi dal trampolino o prendere il sole sulla sabbia bollente della sua spiaggia mentre i suoi due motoscafi solcavano le acque dello Stretto, rimorchiando acquaplani tra cascate di schiuma.»
Ammettiamolo che stiamo tutti leggendo (o rileggendo) questo romanzo in occasione della milionesima versione cinematografica firmata Baz Luhrmann-Leonardo DiCaprio che sta per travolgerci. Da parte mia confesso candidamente che il buon Leo ha il mio cuore da quando si è beccato un iceberg tra capo e collo anni orsono; per lui ho quindi buttato alle ortiche il pessimo ricordo che ho del romanzo e l'orrida sensazione di noia mortale che immancabilmente associo al film omonimo con Redford e ho ripreso in mano il libro di Fitzgerald che, come vi avranno ripetuto fino alla nausea, si suppone essere uno dei più grandi romanzi della letteratura americana.
Fino alla nausea vi avranno anche ripetuto che questo libro meravigliosamente rappresenta i "Ruggenti Anni '20" e lo spirito decadente dell'Età del Jazz oltre che una riproduzione della parabola del "Sogno Americano" (qualunque cosa esso significhi) e questo spiega perché gli americani, dopo essersi concessi una ventina d'anni per digerirne la sfacciata vacuità l'hanno eletto a capolavoro eterno con il quale tormentare i poveri studenti delle scuole superiori (del resto da noi ci tormentano con "I promessi sposi", quindi forse alla fine gli studenti americani se la passano meglio).
Io, che americana non sono, anche dopo una seconda lettura proprio non riesco a trovare in me la forza per gridare al capolavoro.
Certo, non mi è sfuggita la perfetta rappresentazione di una classe sociale i cui membri si muovono annoiati da una festa all'altra, capaci di stringere amicizia con completi sconosciuti per poi dimenticarsi della loro esistenza appena voltate loro le spalle, indifferenti e tanto assuefatti al vuoto che li circonda da rimanere sconvolti alla scoperta che uno di loro in casa osa possedere libri veri invece che i tradizionali cartonati che dei libri riproducono solo i dorsi per riempire uno spazio altrimenti vuoto.
Nemmeno mi è sfuggita la sfacciata ironia della scelta di intitolare un libro ad un personaggio, Gatsby, che non appare quasi mai in prima persona e che anche quando lo fa è sempre attraverso gli occhi e le parole di qualcun altro, che sia il narratore Nick o una qualunque delle altre sbiadite figure che popolano quest'opera, e per questo le informazioni che abbiamo su di lui risultano inevitabilmente parziali e non obbiettive. Eppure egli è in qualche modo sempre presente e per quanto sullo sfondo indirettamente o direttamente muove le fila delle vite di tutti i protagonisti, "grande" per la sua cieca determinazione e la follia senza freni che lo spinge a inventarsi una vita e un'identità dal nulla al solo scopo di realizzare un sogno e al tempo stesso proprio per questo indicibilmente patetico nel suo ancorarsi ad un passato mai esistito e nel suo rifiuto della realtà. Vista da vicino la grandezza di Gatsby assume i contorni di una truffa colossale, maschera di un uomo tragico e un po' insulso; Gatsby nel giro di poche pagine passa da carnefice a vittima, travolto da un mondo che credeva di governare, perso nell'oblio proprio quando la sua stella era al massimo dello splendore.
Ed è infine quasi scontato osservare che tutta questa superficialità e questa indifferenza verso il prossimo esulano dal contesto del romanzo e si possono ritrovare in ogni società e in ogni epoca; aggiungerei però che ciò a mio parere è più vero in alcuni ambienti che in altri e onestamente è comunque un'osservazione che lascia il tempo che trova perché è comprovato che la gente ama addolorarsi per l'incomunicabilità che piaga la nostra società per poi non far nulla, nel proprio piccolo, per cambiare le cose.
Ciò detto, forse Fitzgerald ha un po' esagerato con la vacuità perché anche alla seconda rilettura posso dire in completa sincerità che di Gatsby e del suo sogno romantico e ridicolo, della sua adorata Daisy e di quello scimmione del marito Tom con la sua volgare amante Myrtle e persino del povero Nick, voce narrante petulante e insulsa, non me ne importa assolutamente nulla. Neanche con la più buona volontà sono riuscita ad empatizzare con uno di loro e il perché delle reciproche attrazioni mi è rimasto totalmente oscuro. A questo si aggiunge una mia personale antipatia per le civetterie sociali di ogni tipo per cui, per quanto possa capire qual'era l'intento dell'autore, sono assolutamente priva della pazienza per sopportare giovani donne annoiate che blaterano nonsense languidamente sdraiate sul divano o le conversazioni spezzettate, vuote, inutili e insensate che imperversano per buona parte dell'opera e che solo parzialmente vengono redente dal gusto di Fitzgerald per una narrativa fatta di immagini altamente simboliche: una luce verde, un uomo solo in cima ad una scalinata, un cartellone pubblicitario comunicano molto più al lettore di mille dialoghi inutili.

Giudizio:
+3stelle+ 

Articolo di Valetta

Dettagli del libro
  • Titolo:Il Grande Gatsby
  • Titolo originale:  The Great Gatsby
  • Autore: Francis Scott Fitzgerald
  • Traduttore: Armando Bruno
  • Editore: Newton Compton
  • Data di Pubblicazione:  2010
  • ISBN-13: 9788854124479
  • Pagine: 172
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 9,99

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16 maggio 2013

L'una tra i soli. Racconti di una giornata qualunque - Paolo Ciafardone

I Contenuti

In questi racconti si profila l'immagine di un giovane uomo beneducato e cosmopolita alle prese col piccolo e immenso mistero quotidiano della realtà. Una realtà che si chiude e si nega per mostrare la faccia più banale. Eppure il protagonista non si perde d'animo, e la <giornata qualunque> di questa raccolta viene dipanata con devozione lungo le sue ore. Da moderno cavaliere errante, egli affronta la sua quete nei non-luoghi della postomodernità: l'epopea nel fast food, l'odissea nel supermercato, nel cubicolo dell'ufficio. Sornione e un pò dandy, il personaggio è sempre tuttavia alla ricerca di un di più, un qualcosa che sta al di là. Forse una voce che venga dall'altra parte, uno sguardo su orizzonti più ampi. Si intuisce che è in gioco il sogno, la speranza di spiccare il volo. I sensi sono acuiti da una solitudine lucida, in virtù della quale è possibile un esercizio di autentica apertura al mondo. Così avviene di far emergere momenti del surreale nella vita di tutti i giorni. Con garbo, ironia e poesia Paolo Ciafardone ci consegna questo piccolo, prezioso libro d'ore laico dell'era digitale.

La Recensione

Si è spesso prevenuti nei confronti dei racconti perché, si dice, non hanno "respiro", lasciando intendere che sono troppo sintetici e, pertanto, non esaustivi. Ciò non è sempre vero. In questo caso, infatti, se l'autore avesse dilatato maggiormente i monologhi interiori dei protagonisti avrebbe potuto appesantire troppo i racconti. Diamo merito a Ciafardone di aver saputo cogliere il momento più opportuno per concludere le sue storie ma l'autore ha anche altri pregi e, prima di tutto, quello di saper scrivere. La sua prosa è ricca, anche troppo in qualche occasione. Lo scrittore mostra un certo autocompiacimento nel far sfoggio della propria cultura e la propria abilità nel gestire le parole:si potrebbe affermare che assomiglia ai suoi personaggi, dato che chi scrive rivela spesso una parte di sé, specie quando lo fa per proprio piacere - come asserisce di fare Ciafardone in una sua intervista.
Il libro è composto da sette storie che coprono l'arco di una giornata, dal risveglio a notte fonda. Il sottotitolo è esplicativo: Racconti di una giornata qualunque. Ma la vera protagonista di questi racconti è la solitudine, narrata con pacata ironia  da personaggi che si  compiacciono di analizzare quelle sensazioni che si affacciano talvolta alla mente per essere in genere dimenticate l'attimo successivo. I protagonisti dei racconti sono infatti sempre individui soli che appaiono però appagati da questa loro solitudine. Il gioco di parole del titolo non si riferisce tuttavia propriamente alla solitudine, bensì alla prima ora del giorno la cui oscurità viene rotta dalla luce giallastra, quasi solare, dei lampioni sotto cui cammina il protagonista. "L'una fra i soli" è il titolo dell'ultimo racconto da cui prende il nome l'intera raccolta. L'appunto che si può muovere all'autore è che proprio questo racconto si interrompa in modo troppo repentino.

Per la meticolosità con cui vengono analizzate le azioni, i protagonisti dei racconti di Ciafardone potrebbero essere assimilati a tanti piccoli "Ulisse" di Joyce. Ciò che accomuna questi personaggi, in una società sempre più frenetica, sono i momenti di vita vissuti al rallentatore. Compresi in se stessi, non hanno tempo per il prossimo. Ciò è particolarmente evidente nel racconto sulla fotografia della ragazza che uno di loro ama (?). Il protagonista, dopo aver scattato la foto con la luce più adatta ed essersi accertato che la donna abbia assunto il sorriso che a lui piace tanto, si preoccupa solo di controllare l'integrità della macchina fotografica e la buona riuscita del ritratto, tanto da dimenticarsi della ragazza stessa che, quando si riscuote da propri pensieri, non trova più vicino a sé. In altri racconti, anche se il telefono squilla, i protagonisti non arrivano mai a prendere la comunicazione per il fastidio, più o meno conscio, che procurerebbe loro interrompere il dialogo interiore. Nella prefazione al libro, di Giovanni Sampaolo, si legge che i protagonisti dei racconti sono persone che riescono a trovare la poesia negli atti di tutti i giorni e che cercano di raggiungere un ideale impossibile di non si sa bene cosa. Contrariamente a questa interpretazione si potrebbe affermare che i racconti di Ciafardone sono soprattutto storie di solitudine come scelta personale. E' come se i protagonisti snobbassero il resto dell'umanità, pensando di sentirsi a proprio agio solo con se stessi, ritenendo di avere una ricchezza interiore superiore a quella degli altri. Non understatement quindi, ma presunzione. A stemperare la malinconia di queste solitudini c'è, sempre presente, la coinvolgente ironia dell'autore. Se ho ben capito, questo è il primo libro pubblicato di Ciafardone. Lo scrittore risulta tuttavia avere vinto un premio letterario per la poesia e per un altro racconto non compreso in questa antologia. L'autore non può pensare tuttavia di avere il successo commerciale cui aspira scrivendo solo per se stesso, come si legge nella sua intervista. La narrativa esige dei compromessi e lo scrittore deve avere in mente un pubblico cui indirizzare i propri scritti. Da quanto si è letto, ci sono tutti i presupposti perché Ciafardone possa riuscire a ottenere molte soddisfazioni in campo letterario, perché è indubbia la sua capacità nel gestire le parole. Attendiamo di leggere il suo primo romanzo.


Giudizio:
+3stelle+ (e mezza)

Articolo di Antonio

Dettagli del libro
  • Titolo: L'una tra i soli. Racconti di una giornata qualunque.
  • Autore: Paolo Ciafardone  
  • Editore: Centro Studi Tindari 
  • Data di Pubblicazione: 2012
  • Collana: Quadrifoglio
  • ISBN-13: 9788896539583
  • Pagine: 48
  • Formato - Prezzo: Brossura - 10,00 Euro

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15 maggio 2013

L'incanto di cenere - Laura MacLem

I Contenuti

Una fanciulla e le sue sorellastre, una scarpina di cristallo, topi e zucche e un grande ballo, ma soprattutto un terribile segreto e un patto diabolico...

La Recensione

La scarna sinossi disponibile non aiuta certo questo breve romanzo di un'esordiente italiana a emergere in un'epoca di blob libresco fatto di "terribili segreti", "patti diabolici" e "fanciulle a un grande ballo". Tanto valeva mettere in copertina un bel segnale triangolare di pericolo con la dicitura: "Attenzione: possibile presenza di paranormal romance/young adult".
Così non è, fortunatamente: L'incanto di cenere è una riscrittura adulta della nota fiaba di Cenerentola che non esiterei a definire femminista, tanto mi ha ricordato i racconti di Angela Carter (senza però la complessa rete di richiami simbolici della nota e dotatissima autrice inglese).
Protagonista di questa nuova voce nel panorama delle riscritture è Genevieve (Genoveffa) Chevalier, non più sorellastra sgraziata e malvagia ma delicata fanciulla che si affaccia timidamente alle soglie dell'età adulta: la madre, nutrice della figlia di primo letto del Conte de Lumière e a sua volta vedova, si accinge a sposare il nobile per onorare un oscuro patto che assicurerà una cospicua dote alla figlia maggiore e a quella minore, Anastasie.
Ma nel campo di zucche c'è una forza potente e malvagia che giace inquieta: la Dea, residuato pagano in un mondo ormai dominato dai lumi del Cristianesimo. La Dea cerca sempre nuove adepte da corrompere e, come sua madre prima di lei, finita in cenere sul rogo, Christelle ha udito e raccolto il suo richiamo di sangue fin dall'utero. Pelle così diafana da sembrare trasparente, capelli d'oro, Christelle de Lumière possiede una bellezza diabolica e inclinazioni perverse che diventano l'incubo di Genevieve, consapevole di essere in qualche modo legata alla piccola strega per aver condiviso con lei lo stesso latte e del pericolo che la sorellastra, affamata di vendetta, rappresenta per la madre e soprattutto per piccola Anastasie.
Ne L'incanto di cenere, Laura MacLem recupera e ribalta tutti i più noti elementi della fiaba, in un'atmosfera gotica perfettamente restituita dallo stile accurato eppure snello e scorrevole dell'autrice. Ogni topos di Cenerentola trova un suo posto, un suo incastro, in un rovesciamento macabro: è così che la storia del riscatto di una buona fanciulla oppressa dalla matrigna e dalle sorellastre diviene una lotta tra cristianesimo e paganesimo, in cui si affrontano - la purezza e la corruzione - una giovane donna che pur essendo cresciuta nella bambagia trova in sé la forza di combattere per salvare la vita propria e dei suoi cari e un essere contaminato fin dal concepimento divenuto strumento del Male.
Genevieve è un ottimo personaggio, realistico e positivo, e la timida indipendenza che infine acquisisce non è ostentata come quella di molti personaggi femminili calati in contesti sette-ottocenteschi. Decisamente apprezzabile anche il fatto che manchi un vero e proprio principe azzurro e che sia la stessa Genevieve a combattere con i mezzi femminili che le sono concessi. Un breve romanzo a tutto tondo, in definitiva, che consiglio senz'altro dal momento che il prezzo contenuto si accompagna a un prodotto di qualità e, mi è sembrato, anche privo di refusi di tipo editoriale.

A questo link sono disponibili il prologo e l'epilogo (perfettamente leggibile senza rovinarsi la lettura).

Giudizio:
+4stelle+

Articolo di Sakura87

Dettagli del libro
  • Titolo: L'incanto di cenere
  • Autore: Laura MacLem
  • Editore: Asengard
  • Data di Pubblicazione: 2013
  • ISBN-13: 9788895313399
  • Pagine: 192
  • Formato - Prezzo: Rilegato - 9,90 Euro; ePub - 4,99 Euro 
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14 maggio 2013

Newton LIVE, seconda tornata: in uscita 12 nuovi volumi a 0.99 €


D
opo più di due mesi dalla prima selezione di titoli, in uscita il 30 maggio altri dodici volumi della nuova (nella grafica e nel nome, ma non nei contenuti e nello spirito) collana LIVE di Newton Compton Editori.
Il successo (telefonato o no) dei primi volumi pubblicati a marzo, schizzati in poco tempo in vetta alle classifiche della narrativa italiana ed estera, ha suscitato - anche grazie al vespaio sollevato su Twitter da
@Einaudieditore - una guerra d'opinione rimbalzata da un blog all'altro con due schieramenti contrapposti: chi ha appoggiato l'idea (che non è nulla di nuovo, in realtà: i Live replicano i Centopagine-Millelire che hanno spopolato negli anni Novanta) con entusiasmo, e chi l'ha decisamente condannata proclamando a gran voce l'azzeramento del valore della cultura. Non riesco realmente a giustificare, se non per ragioni d'interesse economico, chi si schiera contro l'abbassamento dei prezzi dei libri, tanto più se tale interesse economico viene mascherato da battaglia in favore delle piccole case editrici o di un presupposto valore monetario della cultura. Ciò che vedo io è un incoraggiamento a leggere, un ingresso nelle case di Shakespeare, Seneca, Dostoevskj e Fitzgerald; la qualità piuttosto bassa delle traduzioni Newton è nota, ma i prezzi più che competitivi (non solo di questa collana) offrono un'alternativa conveniente a lettori senza troppe pretese, o più semplicemente a studenti che necessitano di questi testi per studio e che non possono permettersi edizioni con un prezzo di copertina dai dieci euro in su.

Detto questo, vediamo la rosa di titoli proposta da Newton per il 30 maggio: rispetto alla prima dozzina, che conteneva tre titoli moderni (due romanzi storici di autori italiani e il paranormal romance di un'autrice straniera), la seconda tornata di LIVE conterrà un solo titolo moderno: La lama del rasoio, un breve romanzo giallo di Massimo Lugli, candidato al Premio Strega.

Un ultimo appunto: se Virginia Woolf vedesse la copertina che è toccata al suo saggio femminista Una stanza tutta per sé non ne sarebbe certo lusingata.

«Avevo ventotto anni e sempre fin allora ritenuto il mio naso, se non proprio bello, almeno molto decente».
Ha inizio così l’odissea di Vitangelo Moscarda, quando un commento distratto della moglie lo inchioda a una tremenda verità: gli altri ci vedono in modo diverso da come ci vediamo noi stessi. Tra gli esiti più nuovi della letteratura del Novecento, l’ultimo romanzo di Pirandello è la storia di un “naufragio dell’esistenza”: in seguito al cortocircuito iniziale, il protagonista arriva ad accettare l’incompletezza di sé attraverso la via della rinuncia e della solitudine, fino all’abbandono definitivo di ogni coesione interna, fino alla follia. Come ebbe a dire l’autore stesso, dei suoi romanzi Uno, nessuno e centomila è il «più amaro di tutti, profondamente umoristico, di scomposizione della vita».

«Certe volte mi accade di non poter capire come un altro possa volerle bene, abbia il diritto di volerle bene, mentre io l’amo così esclusivamente, così intensamente e non conosco, non so, e non ho altro che lei».
Il Werther è il più famoso romanzo d’amore della letteratura tedesca, tra i più letti e conosciuti della narrativa europea. Un’opera che non può essere chiusa in un genere o in una definizione: come se fosse animata da una forza misteriosa, spezza i confini della letteratura e diventa testo romantico, religioso, filosofico, sociale, persino politico. E così la storia vera dell’amore del giovane Goethe per Lotte Buff si trasforma nel dramma epistolare che narra di Werther e Carlotta: una passione tragica e assoluta, un capolavoro immortale.

Uno studio in rosso è il romanzo che segna l’esordio di Sherlock Holmes, l’investigatore più amato e imitato di tutti i tempi.
Attraverso il racconto del dottor Watson, suo inseparabile socio e amico, vede la luce l’infallibile detective, con la sua intelligenza fulminea e gli straordinari metodi di indagine. Un uomo capace di scovare una verità dove gli altri vedono una bugia, una soluzione lampante in un mistero che per tutti è tremendamente ingarbugliato. La scienza della deduzione e il rigore di una razionalità inflessibile hanno fatto della creatura di Doyle il paradigma dell’investigatore letterario, un mito che sembra destinato a non tramontare mai: nella recente trasposizione cinematografica, per la regia di Guy Ritchie, Robert Downey Jr. veste i panni del protagonista.

Tre casi che sembrano non avere alcun legame tra loro: un’inchiesta ad alto rischio per Marcello Mastrantonio, disilluso funzionario della Mobile in perenne conflitto con capi e colleghi.
Un’organizzazione criminale che gestisce feroci combattimenti tra cani. Un architetto assassinato nello scenario di un gioco erotico gay. Una giovane donna sieropositiva sgozzata. Un assassino senza nome che uccide le vittime con un rasoio. Quella che inizia come un’indagine di routine sul maltrattamento di un cane si trasformerà in un incubo sanguinoso, una trappola mortale. Tra false piste, scontri all’arma bianca e omicidi, l’escalation di violenza e mistero si concluderà in modo assolutamente imprevisto.

Se esiste un uomo capace di unire la sfrontatezza, l’arguzia, l’intelligenza e l’ironia, e portarle a un livello di perfezione mai raggiunto né prima né dopo, è sicuramente Oscar Wilde.
Animo irrequieto e controcorrente, delizia, stupore e scandalo dell’Inghilterra vittoriana, in poche righe riesce a dare conto delle sue convinzioni più critiche e autentiche sulla vita, le donne, la morale, l’arte e la società. Wilde, strenuo nemico delle convenzioni, combatte con impeto e orgoglio le sicurezze rassicuranti e i comodi preconcetti. La mediocrità è il suo nemico; convinto, per usare le sue parole, che solo ciò che è straordinario può sopravvivere, riversa in queste pagine il suo genio e la sua visione unica della realtà.

Illustre capostipite dei manifesti femminili del Novecento europeo, è anche il primo, brillante intervento della Woolf sul tema “donne e scrittura”. 
Una stanza tutta per sé è un trattato ironico, immaginifico, personalissimo e vario, che riesce a unire l’analisi sociale e la satira. Il leitmotiv della stanza, grembo e prigione dell’anima femminile, si allarga fino a comprendere tutti i luoghi della dimora umana: la natura, la cultura, la storia e infine la “realtà” stessa nella sua inquietante ma esaltante molteplicità. L’autrice demolisce la società patriarcale, bussa con forza alle porte del mondo della cultura, fino a quel momento di esclusivo appannaggio maschile, pretende di farvi irruzione, chiede che non ci siano più limiti e divieti per il pensiero delle donne.

«L’opera più bella e più profonda in lingua cinese», «uno dei più importanti testi di tutta l’antichità». 
Così è stato definito questo libro, sintesi della saggezza, della profondità di pensiero, della visione del mondo di una cultura millenaria. Un’opera così compenetrata nel mito – è il testo cinese antico più tradotto in Occidente – che è mitica anche la sua origine. Secondo la leggenda, un vecchio saggio intenzionato a lasciare la Cina venne fermato da un doganiere, che pretese il pagamento di un pedaggio. E il vecchio “pagò” scrivendo per lui un volume in due parti, sul significato della vita e sulla virtù. Era proprio il Tao-teh-ching, Il libro del Tao.

Il Profeta, capolavoro indiscusso di Kahlil Gibran, fu pubblicato per la prima volta a New York nel 1923 e, come tutte le grandi opere, provocò critiche ed entusiasmi ugualmente accesi. 
I suoi versi, che scandagliano l’animo umano con sensibilità poetica e forza visionaria, si interrogano sui rapporti dell’uomo con se stesso, con la natura e con Dio. Blake, Nietzsche, i mistici dell’India, gli asceti del mondo islamico: i riferimenti di Gibran sono molteplici, non c’è nulla che non possa confluire nella sua poetica. Tutti gli aspetti della vita quotidiana – il matrimonio e i figli, la gioia e il dolore, la colpa e il castigo, le leggi e la libertà, la ragione e l’amore – nelle parole immortali di Gibran vivono una nuova vita, sono illuminati da una nuova luce.

La metamorfosi è il racconto più celebre di Kafka, un capolavoro immortale che ha superato i confini della letteratura fino a cambiare per sempre l’immaginario collettivo.  
Chi non si è mai svegliato rabbrividendo dall’orrore, in un mondo e in un corpo che non gli sembravano più familiari, ma ostili e sgradevoli? È quello che succede a Gregor Samsa, commesso viaggiatore che senza alcun motivo logico perde la parola, l’identità, la sua stessa natura, fino a diventare una bestia degna di ribrezzo e odio. La scrittura di Kafka – asciutta, fredda, quasi asettica e perciò paradossalmente ancora più forte e spietata – tocca in queste pagine nuove vette, raggiunge picchi inesplorati, scandaglia profondi abissi. Arricchiscono il volume i racconti Contemplazione, La condanna e Il fochista

Non potrebbero essere più diversi il pacifico dottor Jekyll, stimato medico londinese, e il malvagio Mr. Hyde, creatura mossa dagli istinti. 
Eppure sono la stessa persona: quando il dottore prova su se stesso una pozione di sua creazione, scatena la parte oscura che si cela nel suo animo. L’opera più celebre di Robert Louis Stevenson dopo L’isola del tesoro è un pilastro dell’iconografia popolare, uno dei capolavori della letteratura mondiale, un’esplicita metafora dell’eterna lotta tra il bene e il male. L’onesto Jekyll è fragile, incerto, drammaticamente lacerato tra impulsi contrastanti: istinti che solo il crudele e vizioso Hyde può soddisfare, senza freni o esitazioni.

Sotto il bisturi di uno scienziato un cane viene trasformato in uomo. Ma non è la bestia a diventare più nobile, è lo spirito umano ad abbassarsi al livello canino. O forse la verità è un’altra? 
Forse, semplicemente, l’uomo è più crudele e insensato di qualsiasi animale? La storia del cane/uomo Pallino nella Russia della rivoluzione è allo stesso tempo un racconto vibrante e una satira spietata: un romanzo che si tiene sempre in magico equilibrio tra la narrativa e il teatro, tra la precisione scientifica e il grottesco, tra la dura realtà quotidiana dei soviet e l’assurdo. 

La casa stregata, forse l’opera più celebre del maestro dell’horror, fu ispirata a Lovecraft da una casa realmente esistente, «maledetta o nutrita di cadaveri», a Providence.
Antichi orrori che si risvegliano, aure demoniache, il soprannaturale che opprime la vita quotidiana: sono questi i temi che Lovecraft padroneggia come nessun altro. E sono i temi anche del celebre L’orrore a Red Hook: la precisione con cui riporta alcune formule usate durante rituali esoterici ha convinto molti che lo scrittore fosse un affiliato di una setta occulta. Verità o ennesima leggenda fiorita intorno al mito del genio di Providence? Quello che è certo è che queste due gemme oscure della letteratura dell’incubo risplendono nelle tenebre, sposano la narrativa all’angoscia, sussurrano all’animo umano le sue paure più oscure.


Articolo di Sakura87

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