12 luglio 2018

Tu che sei di me la miglior parte - Enrico Brizzi

Bologna, anni Ottanta: Tommy Bandiera, orfano di padre, cresce con la mamma Alice e la famiglia di lei. I racconti dell'avventuroso zio Ianez, i giochi condivisi con gli amici Athos e Selva fra cortile e parrocchia, e le prime, timide, relazioni con le coetanee scandiscono le tappe della sua crescita sino alla sconvolgente apparizione del vero amore. L'impareggiabile Ester, però, fa battere il cuore anche al nuovo arrivato Raul, che di Tommy diventerà la guida e la nemesi, il modello irraggiungibile e il "peggiore amico" capace di scortarlo attraverso le prove iniziatiche tutt'altro che innocenti dell'adolescenza. L'asimmetrico triangolo che li lega negli anni delle scuole superiori prenderà via via i colori di una tenera educazione sentimentale e di una conturbante lotta per trovare il proprio posto nel mondo; la meraviglia e la fatica del diventare grandi li metteranno di fronte a scelte non scontate e passi senza ritorno, tradimenti che li sprofonderanno nell'abisso della disperazione e inattese prove di lealtà capaci di riaccendere la fiducia, sino alla grande, incancellabile, avventura che vedrà i tre ragazzi protagonisti nell'estate dei diciott'anni. Tu che sei di me la miglior partenon è solo un'eccezionale panoramica dell'Italia anni Ottanta e Novanta rischiarata dalla prodigiosa memoria mitopoietica dell'autore – ci sono le musicassette TDK e le festicciole delle medie, lo zaino Invicta e la Vespa, i concerti scolastici e le risse sulle gradinate degli stadi – ma s'impone come un maestoso, ironico e commovente romanzo di formazione, delicato come il fortunatissimo Jack Frusciante è uscito dal gruppo e potente quanto lo sperimentale Bastogne ; i ragazzi protagonisti sono chiamati a fare i conti con l'amicizia e l'amore, la rabbia e la speranza, la scoperta del sesso e la tentazione delle sostanze proibite, la lontananza degli adulti e l'urgenza d'incamminarsi in prima persona verso un avvenire da conquistare un giorno alla volta.

Recensione

In Tu che sei di me la miglior parte vengono raccontati i primi diciotto anni di vita del protagonista, Tommy Bandiera. Tommy ha perso il padre da piccolo e forse è a causa di questo, o per uno di quei casi fortuiti che si verificano durante l'esistenza, che viene a crearsi un legame speciale con Raul, il suo carismatico amico per la pelle, e Ester, la prima ragazza da cui rimane folgorato, entrambi di fatto orfani di padre.
Tenuto conto che il linguaggio utilizzato dall’autore è tipicamente giovanile, come lo è anche il tipo di umorismo, nonché l’interesse per la musica rock ed il calcio, e dato che è normale avere avuto a scuola un amico del cuore ed essersi innamorati della prima bella ragazza incontrata, potrebbe sembrare che questo romanzo di formazione sia destinato ad interessare un pubblico composto prevalentemente di giovani. C’è da sperare, tuttavia, che nessun ragazzo voglia crescere affrontando le stesse esperienze di Tommy. Egli, infatti, si associa agli ultras della squadra di calcio locale e si dedica ad atti di violenza e teppismo nei confronti delle squadre avversarie. Inoltre, al fine di potersi permettere quelle cose che tanto piacciono ai giovani e che consentono loro di sentirsi autonomi, non si accontenta della solita paghetta che gli rilascia mensilmente la madre, ma si dedica allo spaccio di droghe leggere di cui lui stesso fa largo uso.
Anche procedendo verso la maggiore età Tommy non prova alcun rimorso per le sue azioni violente e delinquenziali -ancorché meno violente e delinquenziali di quelle dei suoi compagni- e la carenza di valori da parte di Tommy è probabilmente da imputare all'assenza del padre e alla poco propositiva ancorché amorevole figura materna, impegnata a rifarsi una vita sentimentale.
Buona la caratterizzazione dei personaggi, ma un discorso a parte merita la bella Ester che mette in guardia Tommy dall’innamorarsi di lei perché, secondo quanto asserisce, pur non volendo lei si sente destinata a far male a chi le sta vicino. Mi sembra che l’autore abbia voluto ritagliarle un atteggiamento da donna fatale che mal si addice a una diciassettenne. Poi, si sa, se una ragazza promette il cuore a qualcuno per poi tradirlo subito dopo, per quanto dica di “non voler far del male” è chiaro che male lo fa e anche coscientemente. Pertanto le sue parole sembrano soltanto un maldestro tentativo di scaricare anticipatamente la propria coscienza da colpe future, quasi che si preoccupi unicamente di non dover neanche sostenere il peso del rimorso per eventuali cattive azioni. Se Ester rappresenta la "miglior parte" del protagonista, come recita il sonetto di Shakespeare che le dedica Tommy, sorge una notevole perplessità circa la capacità di valutazione del prossimo da parte di Tommy.
Il romanzo è scorrevole e vivace ma si può rimanere delusi se ci si aspetta di trovare in esso la leggerezza e l’originalità che caratterizzavano Jack Frusciante è uscito dal gruppo a cui l’autore deve la sua popolarità. Inoltre il messaggio che lancia sembra quello per cui il delitto paga e, per quanto purtroppo la realtà sia spesso questa, non direi che sia positivo, tenuto anche conto che il destinatario del romanzo sembrerebbe essere un pubblico non ancora abbastanza maturo da non rischiare di lasciarsene influenzare.

Giudizio:

+3stelle+ e mezza

Dettagli del libro

  • Titolo: Tu che sei di me la miglior parte
  • Autore: Enrico Brizzi
  • Editore: Mondadori
  • Data di Pubblicazione: 2018
  • Collana: Scrittori italiani e stranieri
  • ISBN-13: 9788804678861
  • Pagine: 546
  • Formato - Prezzo: Rilegato con copertina - Euro 20,00

30 giugno 2018

4 3 2 1 - Paul Auster

Cosa sarebbe stato della nostra vita se invece di quella scelta ne avessimo fatta un'altra? Che persone saremmo oggi se quel giorno non avessimo perso il treno, se avessimo risposto al saluto di quella ragazza, se ci fossimo iscritti a quell'altra scuola, se… Ogni vita nasconde, e protegge, dentro di sé tutte le altre che non si sono realizzate, che sono rimaste solo potenziali. E cosí ogni individuo conserva al suo interno, come clandestini su una nave di notte, le ombre di tutte le altre persone che sarebbe potuto diventare. La letteratura, e il romanzo in particolare, ha da sempre esplorato la «vita virtuale »: non la vita dei computer, ma i destini alternativi a quelli che il caso o la storia hanno deciso, quasi che attraverso la lettura si riesca a fare esperienza di esistenze alternative. Paul Auster ha deciso di prendere alla lettera questo compito che la letteratura si è data: e ha scritto il suo capolavoro. 4 3 2 1 è il romanzo di tutte le vite di Archie Ferguson, quella che ha avuto e quelle che avrebbe potuto avere. Fin dalla nascita Archie imbocca quattro sentieri diversi che porteranno a vite diverse e singolarmente simili, con elementi che ritornano ogni volta in una veste diversa: tutti gli Archie, ad esempio, subiranno l'incantesimo della splendida Amy. Auster racconta le quattro vite possibili di Archie in parallelo, come fossero quattro libri in uno, costruendo un'opera monumentale, dal fascino vertiginoso e dal passo dickensiano, per il brulicare di vita e di personaggi. Ma c'è molto altro in 4 3 2 1: c'è la scoperta del sesso e della poesia, ci sono le proteste per i diritti civili e l'assassinio di Kennedy, c'è lo sport e il Sessantotto, c'è Parigi e c'è New York, c'è tutta l'opera di Auster, come un grande bilancio della maturità, e ci sono tutti i maestri che l'hanno ispirato, c'è il fato e la fatalità, c'è la morte e il desiderio.

Recensione

Il protagonista di 4321, Archie Ferguson, nasce nel 1947, studia alla Columbia University, va a vivere per qualche tempo a Parigi, si stabilisce a New York e si dedica alla scrittura. Questi sono tutti elementi che il protagonista ha in comune con Paul Auster, è pertanto difficile pensare che il romanzo non sia autobiografico, almeno per quella parte della storia successiva alla adolescenza dell'autore.

La parte più scorrevole ed accattivante di 4321, tuttavia, è a mio avviso quella che racconta la vita del protagonista anteriormente ai quindici anni.
Non si può non affezionarsi al giovane Archie, e non si può non gioire con lui per i suoi successi e non soffrire con lui per gli atti di bullismo a cui viene sottoposto a scuola. Ottima la caratterizzazione dei personaggi in questa prima fase che, indicativamente, occupa circa due terzi del romanzo.
Tanto maturo e simpatico appare il protagonista da bambino, quanto antipatico risulta da giovane adulto, qualunque sia stata la scelta che lo porta a vivere il tipo di vita che conduce.

Perché l'intendimento dell'autore è raccontare come potrebbe cambiare la vita di un individuo qualora il destino lo ponesse di fronte a situazioni diverse.
Vi sono nel romanzo alcune costanti presenti in ognuna delle quattro esistenze del protagonista: l'amorevole madre Rose, la bella Amy che può diventare, in base alle diverse vite di Archie, ora amica, ora cugina, ora amante e ora sorellastra, e la propensione verso la scrittura che diventerà il suo vero ed unico interesse.
Invece rende perplessi il fatto che il protagonista non si soffermi mai a considerare il motivo del fallimento del suo rapporto sentimentale con l'altro sesso, quasi fosse normale che le strade di due persone debbano necessariamente dividersi con l’avanzare dell’età, quantunque soddisfacente sia stata la loro intesa fino al momento del distacco.

Archie Ferguson nasce quando l'ultimo conflitto mondiale è appena terminata, ma la seconda parte della storia si inquadra nel periodo della guerra del Vietnam e dei moti studenteschi degli anni sessanta.
Essa è caratterizzata da un numero eccessivo di personaggi minori difficili da inquadrare e ricordare, da lunghi elenchi di buoni propositi scritti dal protagonista, e dai suoi molteplici e poco significativi rapporti sessuali, nonché da sigle di associazioni studentesche contestatrici.
Più che il romanzo sulla vita di Archie Ferguson, sembra di leggere sintetiche cronache quotidiane delle sue giornate, quasi che l'autore, in questa parte del libro, si fosse limitato a scrivere la fabula della storia anziché la storia stessa. Ma è questo un inconveniente che si riscontra, talvolta, nelle opere degli scrittori moderni, quasi a voler attestare la loro impazienza nell’affrontare storie più lunghe del consueto.

In conclusione l’opera risulta divisa in due parti molto diverse fra loro di cui se ne apprezza maggiormente la prima che, fortunatamente, risulta anche la più lunga.
La seconda parte del romanzo è caratterizzata anche dall'irresolutezza del protagonista nel prendere posizione verso la guerra del Vietnam e i moti studenteschi, ancorché questo comportamento venga da lui giustificato con la necessità per un giornalista di essere il più obiettivo possibile. Probabilmente Dante avrebbe relegato Archie Ferguson nel girone infernale degli ignavi.
Nel romanzo vengono trattati alcuni argomenti sempre molto “caldi”, quale il rapporto genitori-figli e l’odio razziale. Tali argomenti rendono l’opera di Auster molto attuale, nonostante si svolga in un epoca trascorsa da oltre mezzo secolo. È inoltre superfluo, per chi ha già letto qualche opera di Auster, sottolineare quanto la scrittura dell'autore sia scorrevole e quanto sia elegante il suo stile.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: 4 3 2 1
  • Titolo originale: 4 3 2 1
  • Autore: Paul Auster
  • Traduttore: Cristiana Mennella
  • Editore: Einaudi
  • Data di Pubblicazione: 2017
  • Collana: collana
  • ISBN-13: 9788806235017
  • Pagine: 940
  • Formato - Prezzo: Rilegato con copertina - Euro 25,00

24 giugno 2018

Il pianista di Yarmouk - Aeham Ahmad

Un giovane suona il pianoforte in mezzo a una strada bombardata. Suona per i suoi vicini, soprattutto per i bambini, per distrarli dalle atrocità della guerra: un’immagine che ha fatto il giro del mondo diventando un simbolo della catastrofe in Siria, ma anche dell’inestinguibile volontà dell’uomo di opporsi in ogni modo alla distruzione. Il suono di quello strumento ha raggiunto e commosso milioni di persone nel mondo su YouTube.

Ora Aeham Ahmad racconta la propria storia: l’infanzia in una Siria ancora in pace, l’inizio delle rivolte preludio di una guerra terribile, la fuga per la stessa via battuta da migliaia di disperati. Un lungo e pericoloso viaggio via terra, la drammatica traversata del Mediterraneo, le insidie della rotta balcanica. Fino alla nuova vita in Germania, dove ha realizzato il suo sogno di artista e si esibisce nelle più importanti sale concerti, ma è costretto a vivere lontano dalla sua famiglia rimasta in Siria.

Allora come oggi, è la musica che gli ha salvato la vita a dargli conforto e infondergli coraggio.La storia vera, raccontata in prima persona, di un pianista che ha sfidato le bombe e i terroristi in nome della sua musica, un caso mondiale, una commovente testimonianza di resistenza e fede nell’arte.

Recensione

Da quando la guerra è deflagrata nell’ex-Jugoslavia degli anni ’90, poi nel Rwanda, e in Iraq a più riprese, ancora in Afghanistan, e di tanto in tanto in Palestina, fino alla Siria degli ultimi anni, e suona la grancassa sulle prime pagine dei quotidiani o nelle aperture dei telegiornali, sentir parlare del conflitto siriano significa ricordare, secondo i tempi delle pubblicità, che la pace è poco più un’utopia. Significa accorgersi che gli straordinari resti di Palmira, la bellezza di Aleppo e la città vecchia di Damasco sono perduti per sempre per l’umanità e invece avrebbero dovuto esserne patrimonio e monito. Se va bene, sopravvivranno mutilati dai danni di una guerra civile che diventa sempre più simile all’idra, alla quale, tagliata una testa, ne spunta un’altra nuova ancora più spaventosa, e saranno testimonianza del martirio di una terra e della sua millenaria cultura.

Anche questa inutile strage silenziata dai tempi vorticosi della comunicazione fatica tuttavia a raggiungere le coscienze e i profili di user e telespettatori, basta un nuovo argomento virale e l’attenzione si sposta fino al successivo episodio eclatante. Eppure Aeham Ahmad, ‘Il pianista di Yarmuk’, ci ricorda, nell’orgia della comunicazione globalizzata, che tutte le notizie, i dibattiti televisivi, gli appelli sui giornali con scadenza a pochi giorni, che la guerra è di casa ovunque, è dietro l’angolo in ogni momento e che basta svoltare una strada e cambiare quartiere per dimenticarsene, per cancellarla dai titoli dagli orizzonti della consapevolezza. Curiosamente – o forse no, in realtà – il richiamo alla realtà passa proprio attraverso i media che rimpinzano le teste di attualità, perché la storia del protagonista è diventata disponibile a tutti attraverso i canali di un social network e gli ha offerto una via di fuga dall’inferno di una nuova Sarajevo, stritolata dallo scontro tra i tre eserciti di Assad, dei ribelli e dell’Isis, nemici ma ugualmente disinteressati al destino dei civili.

Figlio di profughi palestinesi scampati agli scontri degli anni ‘80 e capace di farsi strada nel suo quartiere, Yarmouk, alle porte di Damasco, Aeham sacrifica quasi senza rimpianti un’incerta e faticosa vocazione musicale per raggiungere il benessere economico e una posizione invidiabili, dovuti indirettamente alla sua passione per la musica: pur non diventando un grande pianista come aveva sognato da bambino riesce a costruire un’impresa sulla vendita di strumenti musicali e insegnando musica, trovando nell’arte un’isola felice rispetto alla difficile situazione politica della Siria di Bashar Al-Assad. Del resto, lui e la sua famiglia, i suoi genitori, la moglie e il figlio che desidera per sistemarsi, sono ospiti in Siria e devono mantenersi lontano dalla politica, devono ringraziare per l’ospitalità di chi li ha accolti in fuga senza creare problemi. Solo che quando la guerra infuria nascondersi dietro il paravento della neutralità non è mai facile: per quanto tu cerchi di mantenerti ai margini – ed essere ai margini in queste situazioni è un privilegio – la guerra viene a stanarti nel tuo nido confortevole, prendendo l’aspetto ora dell’esercito filogovernativo, ora della guerriglia ribelle, ora dello Stato Islamico, e ti costringe in un angolo riducendo in macerie le certezze costruite in anni di impegno e di sacrifici.

Il racconto di una vita banalmente di successo, un successo normale e senza grandi pretese come quello di Aeham Ahmad si trasforma così nella cronaca della tragedia di un quartiere, Yarmuk, del quale chi non è voluto o potuto scappare si trova a essere prigioniero in stato d’assedio. Il negozio di strumenti e la scuola di musica diventano casa d’emergenza, erbe selvatiche e cibi trovati per caso diventano il monotono menù di un carcere senza sbarre, le esibizioni di cori amatoriali tra case distrutte e macerie diventano un cimitero a cielo aperto. Quando la situazione si fa davvero disperata due fatti rovesciano la sorte di Aeham: la musica abbandonata diventa strumento di salvezza personale e famigliare e questo succede attraverso i mezzi di comunicazione che parevano interessarsi alla strage siriana solo per il tempo necessario a diffondere nel mondo le immagini agghiaccianti dell’ultima strage. I video girati durante le esibizioni del coro di Aeham tra le macerie di Yarmuk per mantenere una parvenza di vita comunitaria e faticosamente diffusi sul web al di là dell’accerchiamento degli eserciti, senza che il protagonista se ne accorga, isolato da un assedio, diventano poco a poco virali. Aeham si ritrova famoso come ‘il pianista di Yarmuk’ attraverso youtube e riesce, involontariamente forse, a riportare l’attenzione sulla tragedia dei civili in Siria.

Tra la prima e la seconda parte della testimonianza autobiografica di Aeham passa tutta la differenza tra una vita in cui il senso si è perso nella normalizzazione del quotidiano e una in cui una catastrofe umanitaria di un popolo riporta Aeham, attraverso il dolore, verso una dimensione che restituisce alle persone e all’ambiente circostante un significato forte. È il valore della testimonianza nella musica che rende la semplice autobiografia di una vittima della guerra tra tante un documento di continua attualità.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Il pianista di Yarmouk
  • Titolo originale: Und die Vögel werden singen: Ich, der Pianist aus den Trümmern
  • Autore: Aeham Ahmad
  • Traduttore: Lucia Ferrantini
  • Editore: La nave di Teseo
  • Data di Pubblicazione: 2018
  • Collana: Le Polene
  • ISBN-13: 9788893444903
  • Pagine: 348
  • Formato - Prezzo: ebook - Euro 9,99

14 giugno 2018

Giallo Van Gogh - Marianne Jaeglé

Auvers-sur-Oise, luglio 1890. Vincent Van Gogh torna dal campo dove è andato a dipingere, barcollando, ferito a morte. Non ha tentato di suicidarsi, come si crede comunemente. Gli hanno sparato. Ispirato alle scoperte degli storici Steven Naifeh e Gregory White Smith, questo romanzo ripercorre in modo purista gli ultimi due anni della vita del pittore e ne interroga la tragica fine. Chi è responsabile della sua morte? Perché l'ha ucciso? Come è durata la leggenda del suicidio per centoventi anni?Mostrando Vincent Van Gogh alle prese con il suo tempo, con quelli che lo circondano e con la creazione, il romanzo rende giustizia a un uomo eccezionale condannato a morte.

Recensione

La traduzione del titolo originale del libro di Marianne Jaeglé,che è una biografia romanzata degli ultimi anni di vita di Van Gogh, è Vincent viene ucciso.
Ma il titolo originale,  basato sulle conclusioni cui sono giunti i due studiosi americani Naifeh e White Smith, appare troppo banalmente rivelatore della teoria appoggiata dall’autrice e la casa editrice L’asino d’oro ha ritenuto opportuno modificare il titolo in Giallo Van Gogh, giocando sul doppio significato che viene ad assumere il termine “giallo” per stuzzicare la curiosità del lettore.
Stante, quindi, che risulta un "giallo" la morte del celebre pittore, come curiosità si può aggiungere che è recente la notizia che il “giallo” usato da Van Gogh per dipingere i suoi famosi girasoli sarebbe instabile alla luce, facendo virare gradualmente il colore verso il marrone.

Lasciamo ai lettori valutare se effettivamente Vincent Van Gogh possa essere stato ucciso e limitiamo la nostra analisi al racconto degli ultimi due anni di vita del pittore olandese.
Tutti sappiamo che Van Gogh aveva disturbi mentali tendenti alla schizofrenia e all’autolesionismo e, pertanto, era stato più volte ricoverato in istituti psichiatrici.
Tuttavia il ritratto che l’autrice fa dell'artista è quello di un uomo semplice e buono che viveva spartanamente e disposto a offrire quel poco che possedeva quando incontrava persone apparentemente più bisognose di lui, come quando si priva degli ultimi cinque franchi, ottenuti con difficoltà dalla svendita di un quadro e che gli servivano per comprare da mangiare, per regalarli ad una prostituta incontrata per caso e madre di un bebé. Un uomo, quindi, quasi in odore di santità, secondo l’autrice, che veniva spesso dileggiato dai giovani che, si sa, sono talvolta crudeli con chi sentono diverso.

Tuttavia questa rappresentazione che l’autrice dà di Van Gogh è parzialmente in contrasto con la biografia tradizionale del pittore in cui viene sottolineata la grande cultura di Vincent Van Gogh, figlio di un pastore protestante, che conosceva tre lingue e leggeva molto.
Si era dedicato alla religione, al commercio di opere d'arte e aveva inoltre frequentato scuole di pittura, anche se non si riconosceva nei loro insegnamenti. Non era quindi un sempliciotto e a lui calzerebbe, come viene detto nella postfazione, quanto affermava di se stesso Picasso: “a dodici anni dipingevo come Raffaello, però ho impiegato tutta una vita a imparare a dipingere come un bambino.”

Talvolta, tuttavia, il comportamento del pittore risultava sventato proprio come quello di un bambino.
Gauguin, ad esempio, durante la loro convivenza si irritava molto per il fatto che non provvedesse a chiudere i tubetti di colore e a pulire i pennelli dopo aver finito di dipingere, rischiando di rovinare gli uni e gli altri.
Per quanto riguarda la famiglia d’origine, l’autrice si limita a dire che Vincent si sentiva in qualche modo schiacciato dall’aver ricevuto lo stesso nome del primogenito morto, quasi fosse una maledizione e che il rapporto con il fratello minore, Theo, era strettissimo, tanto che era lui a finanziare come e quando poteva Vincent.
Non viene però approfondita la motivazione di un rapporto tanto profondo e perché invece fosse pressoché assente quello con l’altra sorella e l’ultimo fratello che poi sarebbe morto suicida.
In compenso l’autrice non si astiene dal biasimare Gauguin, ritenuto troppo preso da se stesso per saper condividere l’amicizia con Van Gogh e anche in competizione con l’amico che l’ospitava a Arles, in Provenza, nella famosa Casa Gialla (cfr. foto del dipinto).

Pare che Vincent non avesse proprio un buon carattere, come invece sembra sostenere l’autrice, tanto che una volta avrebbe tirato un calamaio addosso a Gauguin. Sul fatto, però, che Paul Gauguin fosse un donnaiolo, egoista e opportunista non ci possono essere dubbi.

La Jaeglé non si sofferma troppo neanche a parlare della tecnica del colore utilizzata da Vincent, tecnica che però è invece trattata nella interessante ma non sempre facile lettura della postfazione al romanzo di Anna Maria Panzera. La curatrice  riporta alcune delle affermazioni inserite nelle tante lettere spedite dall'artista al fratello Theo, come: “… il pittore del futuro sarà un colorista come non si è ancora mai visto …” e ancora: “Il vero disegno è modellare con il colore.”
Tanto complessa risulta la postfazione di Anna Maria Panzera nella descrizione della tecnica di Vincent Van Gogh come pittore, tanto lineare la scrittura di Jaeglé nel raccontarci in modo forse troppo semplicistico, e per tale motivo non sempre condivisibile, la sua personale immagine di Van Gogh come essere umano.
E' peraltro interessante il contrasto fra la lunga e piuttosto tecnica postfazione di Anna Maria Panzera, che pone Van Gogh insieme a Cezanne quali "iniziatori del moderno", rispetto al racconto di Marianne Jaeglé, che appare, invece, piuttosto riduttivo della complessa personalità del pittore.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Giallo Van Gogh
  • Titolo originale: Vincent qu'on assasine
  • Autore: Marianne Jaeglé
  • Traduttore: Maria Letizia Fanello
  • Editore: L'asino d'oro
  • Data di Pubblicazione: giugno 2018
  • Collana: Omero - narrativa
  • ISBN-13: 9788864424599
  • Pagine: 320
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 16,00

4 giugno 2018

Turbine - Juli Zeh

Sembra proprio che Gerard e Jule abbiano trovato un angolo di paradiso. È il villaggio di Unterleuten, poco lontano da Berlino. Romantici cottage, aperta campagna, aria pulita: un luogo dove la vita è autentica. Fin dal principio, però, si percepisce un’atmosfera cupa, qualcosa che minaccia la quiete, qualcosa che ribolle sotto la superficie e sta per esplodere… Quando una ditta decide d’impiantare un gruppo di turbine eoliche nelle immediate vicinanze del paesino, si delinea un conflitto che va ben oltre le vite private degli abitanti: si tratta di uno scontro tra generazioni, tra città e campagna, tra artificio e natura, tra perdenti e vincitori post-muro. Una vera e propria guerra di tutti contro tutti, in cui dietro alle ideologie si nascondono gli istinti più bassi mentre le dinamiche spietate della provincia non fanno che esasperare il bisogno quasi carnale di appropriarsi di un pezzo di terra. Un crescendo di tensione che sfocia nella nevrosi collettiva e in cui la certezza è una sola: non si salva nessuno. Turbine, specchio perfetto della società contemporanea, racconta tutta la rabbia e la frustrazione di un mondo che fatica ad affrontare il cambiamento. Un romanzo brillante, intelligente come la migliore satira politica, avvincente come un giallo e umano come una confessione, che in Germania è stato un clamoroso caso letterario. 

Recensione

Questa storia si svolge ad Unterleuten, nome di fantasia di un paese situato a settanta chilometri circa a nord di Berlino. Unterleuten era quindi compreso nei territori della DDR prima della riunione delle due Germanie e con la caduta del regime vengono ad emergere i rancori tra gli abitanti.  Si sono create due fazioni che fanno capo rispettivamente a Kron, che durante la Primavera socialista era stato favorevole alle collettivizzazioni forzate, e a Gombrowski, manager e proprietario di molte quote della Ecologika, l’azienda agricola specializzata in prodotti biologici, già cooperativa agricola prima della caduta del muro di Berlino. Gran parte dei terreni coltivati (circa 250 ettari) erano appartenuti alla famiglia Gombrowski prima che venissero requisiti dal regime.
Nel paese tendono a stabilirsi anche alcune famiglie provenienti dalla Germania Ovest, attirate dai prezzi abbordabili dei terreni e dalla natura incontaminata della zona, ma non riescono in genere a legare con gli abitanti, anche se alla fine saranno quasi costrette a schierarsi con una o l'altra delle due fazioni.
Dato che l’Ecologika è l’azienda che da lavoro alla maggior parte dei paesani e senza questa attività la popolazione sarebbe costretta in gran parte ad emigrare o vivere di sussidi, i contrasti tra le fazioni rimarrebbero contenuti se non intervenissero a farli esplodere due fattori: la globalizzazione con conseguente crisi economica dell'azienda  schiacciata dall’importazione di prodotti agricoli a prezzi concorrenziali e il nuovo piano energetico nazionale che prevede l’installazione nella zona di pale eoliche per la produzione di energia elettrice verde. Al proprietario del terreno su cui verrebbero poste le turbine sarebbe garantita una ricca rendita.
Tre sono i più grandi proprietari terrieri: Gombrowski, Kron e Meiler, quest’ultimo è un ricco affarista della Germania Ovest che ha comprato i terreni solo per motivi speculativi, contando che un giorno possano aumentare di valore. In mezzo alle loro tenute, tuttavia, c’è la proprietà dei Franzen, una coppia di “forestieri” venuta da Berlino con l'intento di creare un maneggio. Ognuno dei tre latifondisti vorrebbe accaparrarsi quest’ultima proprietà, indispensabile per ottenere la concessione all’installazione delle turbine, e ognuno ha un motivo che ritiene valido per non avere scrupoli in questa lotta senza esclusione di colpi.
Non si vuole anticipare niente su come andrà a finire questa drammatica storia che vedrà schierarsi da una parte o dall’altra gli abitanti favorevoli o contrari all'installazione delle turbine nel paese. L’autrice è brava nella caratterizzazione dei personaggi, specie quelli femminili, e a far percepire al lettore l'aumento della tensione con l'accrescersi del  rancore nelle fazioni.
Il nocciolo del romanzo di Juli Zeh, in fondo, non si discosta molto da quelli di fantascienza di John Ballard, in cui si scagliano gli uni contro gli altri gli abitanti di comunità chiuse e tendenzialmente autosufficienti, venute a crearsi il più delle volte dopo un cataclisma naturale o nucleare con conseguente perdita dell’autorità statale. In Turbine, invece, lo sconvolgimento è causato dal cambiamento politico e commerciale.
Il romanzo è improntato al pessimismo: tutti coloro che hanno dei principi in cui credono rimangono delusi e costretti a compromessi vergognosi. Si presume, inoltre, che a ottenere vantaggi saranno i giovani adulti della nuova generazione che, pur non covando rancori interpersonali come la precedente, non riescono neanche ad tenere comportamenti etici.
Nel romanzo si confronta il diverso tipo di mentalità dei più anziani rispetto ai più giovani. Nell'animo degli uni odio e amor mai non s'addorme, mentre in quello degli altri c'è una preoccupante carenza di valori.  Un romanzo amaro, quindi, in cui non si intravede nessuna speranza per il futuro, dato che non vi sono più principi da perseguire se non l’interesse individuale. Peraltro il romanzo è scorrevole, data la scrittura sciolta dell'autrice, e riesce ad essere avvincente.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Turbine
  • Titolo originale: Unterleuten
  • Autore: Juli Zeh
  • Traduttore: Roberta Gado e Riccardo Cravero
  • Editore: Fazi
  • Data di Pubblicazione: 2018
  • Collana: Le strade
  • ISBN-13: 9788893250917
  • Pagine: 617
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 18,50
 

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