22 settembre 2017

La provvidenza rossa - Lodovico Festa

Questo romanzo è un mistery, sono inventati il crimine che scatena la vicenda, la trama, e la soluzione finale, e sono fittizi i protagonisti; ma è pure un pezzo importante di memoria, come forse sarebbe difficile riportare con la stessa evidenza in un saggio di storia. La memoria di cosa fu un grande partito, di come funzionava la mente di dirigenti e militanti, di come si muoveva l’invisibile macchina del potere e del contropotere in una grande metropoli negli anni fine Settanta, poco prima che l’omicidio Moro scompigliasse la storia d’Italia. Milano, autunno 1977, zona Sempione. Una sventagliata di mitra ha ucciso una giovane fioraia. Accanto al corpo, nel chiosco di via Procaccini, una copia dell’«Unità», perché Bruna Calchi, la vittima, era un’iscritta al Pci, dirigente della sezione e del circolo Arci, dove si occupava di teatro e di diritti gay; bella ragazza, molto conosciuta anche per la sua spigliata esuberanza. L’inchiesta poliziesca parte con tutta la prudenza del caso delicato, affidata a un giovane funzionario, moderno e progressista ma capace di stare al mondo; e subito incorre in un primo mistero: l’arma del crimine, una Maschinenpistole, i famosi Mp 40 in uso alla Wehrmacht, riemersa chissà come dalla Seconda guerra mondiale. Contemporaneamente, «per evitare eventuali provocazioni e trappole», muove la controinchiesta del Pci. Se ne occupa il vecchio Peppe Dondi con il suo vice ingegner Cavenaghi. Peppe, un ferreo partigiano di quelli che hanno attraversato guerre civili, guerra e clandestinità, ingaggia con la polizia una corsa volta a scoprire prima la verità per occultarne un’altra. L’autore, che in quegli anni fu egli stesso un dirigente comunista, sceglie nella prosa lo stile narrativo di un ex funzionario di partito che, a decenni di distanza, si confessa. Proiettando il lettore in quel quotidiano mescolarsi di idealismo, realismo, spregiudicatezza e capacità, che dava grandezza, ambigua ma oggi perduta, a una politica che seppur mediante il misfatto cercava fini superiori. 

Recensione

Quando viene uccisa la compagna Bruna Calchi di professione fioraia, oltre alle indagini svolte dalla polizia, ne vengono fatte in parallelo anche dal partito comunista di cui la donna era attivista. Per fare luce sulla vicenda criminosa, la federazione milanese del PCI incarica delle indagini l’ingegner Cavenaghi, vicepresidente della commissione probiviri regionale.
In La provvidenza rossa, più che il mistery in sé, risulta impressionante la descrizione dell’organizzazione del partito, sempre un passo avanti rispetto alla polizia nel condurre le indagini che risultano decisamente complesse, perché la vittima, la cui vita viene passata al setaccio, potrebbe essere stata implicata in una speculazione edilizia, in corse clandestine di cavalli e nel racket del furto degli addobbi floreali nel cimitero monumentale. Inoltre, vicino al negozio di fiori della vittima, c’era stato anche uno spaccio di droga che faceva capo ad un noto malavitoso, senza contare un giro di prostitute della zona.
Gradualmente, scartando le varie ipotesi, dopo aver ascoltato decine di testimonianze di compagni di partito, sempre pronti ad aiutare la dirigenza, l’ingegner Cavenaghi riuscirà a risolvere il caso. Ma l’opera del PCI non finisce qui, perché sarà necessario offrire all’opinione pubblica un colpevole per cui il partito, che vuole porsi come valida alternativa alla DC che al tempo governava in Italia senza fondate previsioni di soluzione di continuità, appaia del tutto estraneo al fatto di sangue se non vittima di ideologie fasciste.
Ciò premesso, il doppio filone di indagini e l’eccessivo numero di personaggi che compaiono come persone a conoscenza dei fatti, rendono la lettura piuttosto lenta. Opportunamente è stata posta una tabella con evidenziati i numerosissimi personaggi per aiutare il lettore, ma l’elenco è stato situato a fine del libro e, in genere, a meno di non essere di quelli che corrono alle ultime pagine per scoprire l’assassino, ci si accorge della sua esistenza a lettura ultimata.
Buona, in ogni caso, la caratterizzazione dei personaggi, ma soprattutto è interessante l’imponente macchina organizzativa del partito comunista, che viene considerata “una struttura di potere efficientissima e capillarmente ramificata”, tanto da apparire come uno stato nello stato, ma con un senso civico e una disponibilità da parte degli iscritti al PC sicuramente superiore a quella degli impiegati e funzionari statali. Nell’organizzazione del partito comunista non sarebbe stato ipotizzabile il fenomeno dei cosiddetti “furbetti del cartellino” e l’unico organismo a cui potrebbe essere comparata la struttura organizzativa del PCI è quella della Chiesa.
È chiaro che solo un dirigente del PCI, come è stato l’autore, avrebbe potuto scrivere con competenza un romanzo di questo genere, che presuppone una grande conoscenza dell’organizzazione e mentalità comunista, idiosincrasie degli iscritti comprese.
Pertanto, nonostante l’eccessivo indulgere da parte dell’autore in filoni di indagini ripetitive che avrebbero potuto essere eliminate (le oltre 500 pagine rendono la lettura del libro un po’ pesante), l’originalità dell’ambientazione e la scorrevolezza della scrittura sono tali da rendere apprezzabile questo giallo che non ha suspense né alcuna descrizione truculenta .

Giudizio:

+3stelle+ e mezza

Dettagli del libro

  • Titolo: La provvidenza rossa
  • Autore: Lodovico Festa
  • Editore: Sellerio
  • Data di Pubblicazione: 2016
  • Collana: La memoria
  • ISBN-13: 9788838934483
  • Pagine: 532
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 15,00

15 settembre 2017

Cacciatori nel buio - Lawrence Osborne

Una vincita insperata in un casinò sul confine tra la Cambogia e la Thailandia, e Robert, un giovane insegnante inglese in vacanza, decide di non tornare più al torpido grigiore del Sussex. Resta in Cambogia come barang a tempo indeterminato: uno dei tanti espatriati occidentali che «cacciano nel buio», cercando la felicità in un mondo che non potranno mai comprendere appieno e che di solito li trascina alla deriva. E anziché la chiave d’accesso a una nuova vita, quella vincita si rivelerà l’innesco di una reazione a catena destinata a coinvolgere un americano incongruamente elegante, un poliziotto dal lugubre passato e la rampolla di un ricco cambogiano. Cacciatori nel buio è un avvincente, sofisticato gioco del gatto col topo, ricco di colpi di scena e tanto più inquietante perché immerso in una terra di foschie, risaie, calura umida e piogge opprimenti, di fatiscenti architetture coloniali e templi inghiottiti dalla giungla – mentre su tutto aleggia la «natura nascosta» di Phnom Penh, solo apparentemente immemore dell’Anno Zero della Rivoluzione dei Khmer Rossi.

Recensione

Credo che tutti, almeno una volta nella vita, abbiano pensato a quanto sarebbe piacevole spogliarsi di tutte le responsabilità e mettersi in viaggio senza avere una meta precisa e senza limiti di tempo. È quello che fa in Cacciatori nel buio il ventottenne Robert, insegnante di letteratura inglese, insoddisfatto del proprio lavoro e privo di legami affettivi in patria se non quelli familiari. Robert si reca da solo nel Sudest asiatico, pensando di tornare in Inghilterra una volta esauriti i pochi soldi che ha portato con sé. Avendo già il biglietto di ritorno dell'aereo, quando rimane con gli ultimi dollari tenta la fortuna in un casinò in Cambogia. Riesce a vincere una somma ragguardevole e decide di fermarsi ancora nel paese asiatico.
Per un insieme di circostanze gli viene sottratto il gruzzolo che aveva vinto e, invece di tornare nel Sussex dove i suo familiari lo aspettano, prova a rimanere ancora in Cambogia. Per mantenersi, risponde agli annunci di un giornale in cui vengono richiesti insegnanti di inglese disposti a dare lezioni private. Al fine di non far preoccupare i genitori in patria, racconta loro di stare divertendosi molto e, per essere più credibile, fa intendere di aver conosciuto una bella ragazza del luogo.
Ed effettivamente conoscerà una giovane donna, Sophal, il cui padre lo assume per darle lezioni di inglese. La figura di questo uomo, il dottor Sar, medico di professione e alquanto ricco, è piuttosto curiosa, in quanto sembra finanziare Robert perché si porti a letto la figlia, visto che lei l'inglese lo conosce benissimo. Forse il motivo sta nel tentativo di stimolare la ragazza a capire ciò che vuole fare nella vita, dato che ha studiato medicina alla Sorbona, ma, tornata in patria, non sembra intenzionata a dedicarsi alla professione medica.
Il dottor Sar, parlando con Robert, gli esprime le proprie opinioni sulla differenza di mentalità cambogiana rispetto a quella occidentale, precisando, tuttavia, che le nuove generazioni stanno modificando il loro modo di pensare:

Dopotutto siamo solo cambogiani. Troppo poveri e deboli per dire di no. Abbiamo sempre bisogno di qualcosa da voi. Solo la generazione di mia figlia sta cominciando a dire vaffanculo. In loro vedo un cambiamento – un risveglio. 

Per quanto improbabile come personaggio reale, il dottor Sar è interessante perché cerca di trovare una spiegazione logica alle stragi del regime, estendendone la colpa anche all'importazione di idee occidentali:

I crimini cambogiani … furono commessi dalle persone più istruite del paese, gente che aveva studiato a Parigi. Quelli che avevano vinto le borse di studio. Quelli fortunati. Gente che sapeva di essere nel giusto, istruita, che aveva visto il mondo. Crimini che avevano l’impronta dell’Illuminismo. È questa la cosa più difficile da capire. Se quei ragazzi non fossero andati alla Sorbona, se fossero rimasti nelle scuole buddhiste, avremmo avuto la solita monarchia corrotta del Sudest asiatico, con piccoli crimini qua e là, ma niente di più. Non ci sarebbero stati gli stermini né il dominio assoluto. … 
Ma non era solo roba nostra; era un esperimento molto europeo. Voi eliminate la gente per realizzare le idee. È un comportamento specificamente occidentale. Pol Pot era un bravo studente, ti faccio notare, e un ottimo falegname. Un ragazzo dolce.

E’ proprio il dottor Sar che definisce gli stranieri occidentali che vagano in Asia senza un apparente motivo o, come si usa dire, alla ricerca di se stessi, Cacciatori nel buio, da cui il titolo del libro. Il dottore spiega che venivano una volta così chiamati gli irrequieti cortigiani della corte imperiale nel Giappone medievale, sempre a caccia di vantaggi personali ma anche della felicità. 
Nel frattempo i soldi che Robert aveva vinto al casinò, e che gli erano stati sottratti, passano di mano in mano, ma producono solo dolore o morte a coloro che ne vengono in possesso.
Il difetto maggiore del romanzo è il comportamento decisamente irrazionale e spesso contraddittorio di quasi tutti i personaggi, condizionati da stati d'animo altalenanti. Altrettanto irritante è l'ingenuità e l'avventatezza del protagonista, come se fosse normale lasciarsi trascinare in viaggi da persone sconosciute sedicenti guide ad un'età in cui si dovrebbe avere raggiunto una certa maturità.
Tuttavia il romanzo risulta anche originale, riuscendo a trasportare il lettore in un mondo molto diverso dal nostro per mentalità e costumi.
Buona la caratterizzazione dei personaggi e numerosi i colpi di scena, mentre il finale, per quanto non del tutto conclusivo, non è peraltro scontato. Pertanto il romanzo che è molto scorrevole risulta altresì avvincente, sempre che non si abbiano aspettative troppo elevate circa la logica degli avvenimenti, ma si sia disposti ad accettare sic et simpliciter tutte le improbabili coincidenze che si verificano nella storia. Volendo cercarla c'è anche una morale che è quella che la fortuna bisogna meritarsela..

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Cacciatori nel buio
  • Titolo originale: Hunters in the Dark
  • Autore: Lawrence Osborne
  • Traduttore: Mariagrazia Gini
  • Editore: Adelphi
  • Data di Pubblicazione: 2017
  • Collana: Fabula
  • ISBN-13: 9788845932007
  • Pagine: 280
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 19,00

12 settembre 2017

La casa tonda - Louise Erdrich

1988. La comunità di una riserva indiana nel North Dakota è scossa da un crimine di un’efferatezza inedita per quei luoghi. La moglie del giudice Coutts, Geraldine, che ha subìto l’aggressione, si è chiusa nel silenzio ed è caduta in una profonda depressione. Se è viva, lo deve alla propria presenza di spirito: ha approfittato di un momento di distrazione dell’assalitore ed è fuggita in automobile. Sembra che dopo averle usato violenza, l’uomo abbia tentato addirittura di bruciarla viva cospargendola di benzina. ‟Sembra”, perché la faccenda presenta molti lati oscuri e perché la vittima si rifiuta di parlarne. Assistito dalle due polizie che operano all’interno della riserva, quella indiana e quella americana, Coutts inizia a indagare. Ma Coutts non è un giudice d’assalto, il suo lavoro si è sempre limitato a liti tra vicini, furtarelli, piccole truffe, ubriachezza, un po’ di droga. Toccherà al figlio tredicenne Joe intervenire per cercare di far luce sul mistero. La casa tonda è un giallo veloce ed emozionante, un romanzo di formazione con un narratore protagonista memorabile che si muove sullo sfondo di efferati crimini a sfondo razziale. Tutti elementi che hanno convinto pienamente lettori, critici e scrittori del calibro di Philip Roth e che inseriscono a pieno merito La casa tonda nella più classica e migliore tradizione letteraria americana, quella de Il buio oltre la siepe di Harper Lee.

Recensione

Forse i romanzi di formazione hanno fatto il loro tempo. O forse sono io che inizio ad averne letti troppi. Fatto sta che credo di averne abbastanza di scrittori maturi che decidono di affrontare tematiche complesse e controverse sfruttando il punto di vista puro di un pre-adolescente che inizia a scoprire la brutalità del mondo e nel farlo diventa adulto.

E' ciò che fa Louise Erdrich nel suo romanzo più famoso, La casa tonda, che l'ha portata a vincere il prestigioso National Book Award e ha scomodato importanti paragoni con capolavori come Il buio oltre la siepe.
Per quanto sostanzialmente diverso nell'ambientazione - ci troviamo nel Nord Dakota di fine anni ottanta - il romanzo rispolvera tematiche di discriminazione, violenza e significato della giustizia narrate attraverso lo sguardo di un giovane protagonista, il tredicenne Joe, che giustificano in apparenza in paragone.
La vita spartana condotta dai protagonisti all'interno di una riserva indiana rimanda alla mente del lettore quelle atmosfere da America rurale che sembrano rimaste inalterate dalla Louisiana degli anni cinquanta a tempi più recenti.
A differenza di quanto fatto ad Harper Lee nel suo romanzo più celebre, la Erdrich si fa completamente soggiogare dall'agenda che si è prefissata e lascia che la trama e i personaggi anneghino nella palude delle digressioni di stampo etico e folkloristico.
E' dei nativi americani che l'autrice vuole parlare, del profondo razzismo di cui sono ancora vittime, dell'ambiguità del sistema giuridico americano che a parole garantisce loro supremazia giuridica nei territori della riserva ma di fatto li rende più vulnerabili a crimini destinati a rimanere impuniti, delle loro tradizioni e della loro cultura.

Il motore propulsore è il brutale stupro e tentato omicidio subito dalla madre del giovane protagonista, un veneto destinato a segnare per sempre il destino di una famiglia solida e semplice. Mentre la donna si chiuderà nel silenzio tipico del trauma e del terrore, il marito giudice cercherà giustizia seguendo le regole mentre il giovane Joe dovrà fare i conti con il proprio desiderio di vendetta e le ambiguità della legge degli adulti.

Tanta carne al fuoco quindi e riconosco che l'autrice cerca di affrontare ogni aspetto della vicenda in profondità, è l'aspetto prettamente narrativo che a mio parere manca. I personaggi sono troppo simili a quelli di mille altri romanzi di formazione per potercisi affezionare davvero. Il linguaggio poi - non saprei dire se per colpa di una traduzione troppo letterale - è piatto, privo di pathos, a volte addirittura poco sensato. La voce narrante è quella di un Joe adulto ma il tono, la complessità sintattica sono quelli del tredicenne al centro della vicenda, il che rende la narrazione quasi sciatta.

La trama si compone di impennate improvvise alternate a lunghi momenti stagnanti, ripetitivi e, almeno per me, poco interessanti. c'è chi infatti ama rileggere delle scorribande fatte da ragazzino, crogiolandosi nella nostalgia dei bei tempi innocenti; devo invece confessare che, per quanto ai tempi mi sia divertita da morire, ora non riesco a provare che noia nel leggere le disavventure in bicicletta di un gruppo di tredicenni, la mia mente adulta cerca una complessità maggiore. E, visto che siamo in tema di confessioni, ammetto di aver sempre trovato il folklore indiano un po' noiosetto e ripetitivo, per questo sono stati numerosi i capitoli in cui ho portato vanti la lettura con fatica.

Inoltre, ogni qualvolta l'autrice riprende il filo della trama, sembra essersi dimenticata qualche anello di congiunzione per strada perciò gli eventi non sempre hanno un nesso logico e lasciano il dubbio di essersi perso qualcosa.

Per questo, nonostante gli evidenti meriti e le fori ambizioni dell'autrice, non sono riuscita ad andare oltre le tre stelline nella votazione. Raramente la vita dei nativi americani si è trovata al centro di un romanzo di così ampia risonanza come La casa tonda e in questo apprezzo l'originalità e il coraggio dell'autrice, tuttavia il risultato complessivo dal punto di vista narrativo è ben lontano dal capolavoro.

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: La casa tonda
  • Titolo originale: The round house
  • Autore: Louise Erdrich
  • Traduttore: Vincenzo Mantovani
  • Editore: Feltrinelli
  • Data di Pubblicazione: luglio 2013
  • Collana: I narratori
  • ISBN-13: 9788807030529
  • Pagine: 384
  • Formato - Prezzo: brossura - Euro 12,00

11 settembre 2017

Sherlock:un uomo, un metodo - Arthur Conan Doyle

Nonostante la loro diversità, gli inediti raccolti in 'Sherlock Holmes: un uomo, un metodo' costituiscono un'unità, specie per chi sia curioso di capire l'architettura interna, lo scheletro stesso che porta alla costruzione di quell'edificio armonico e ben progettato che è un giallo ben riuscito. Potrebbe essere quasi una guida per un corso di scrittura creativa. Ma anche un piacevole intrattenimento per chi si limita al gusto della buona lettura.

Recensione

Chi non conosce Sherlock Holmes? Il geniale, stravagante detective che vive nei libri di Arthur Conan Doyle? Tutti ne abbiamo letto qualche avventura, a scuola, in vacanza o ce ne siamo follemente appassionati e abbiamo divorato tutti i libri. Il cinema, la televisione ne hanno, poi, riproposto, in varie versioni, classica o moderna, il personaggio, delineandone i tratti caratteristici e le molte stranezze. Per questo, Sherlock Holmes, lo conosciamo tutti, direttamente o indirettamente.

Curiosa, quindi, l’idea di pubblicare un libro inedito -in Italia quantomeno - che contiene quattro testi diversi.
Il primo testo è il copione teatrale di La banda maculata, che nasce come racconto pubblicato in una rivista inglese e viene successivamente presentato con questo adattamento teatrale nel 1910, per la prima volta.
Gli ingredienti del giallo sono una giovane donna in pericolo, una famiglia vissuta a lungo in India, alcuni personaggi inquietanti e una geniale risoluzione del caso da parte di Sherlock e del fido Watson.

Nel secondo testo, il lettore si confronta con un racconto breve La fiera di beneficienza; si tratta di un brano esemplare per scrittura, tono e sviluppo di quello che è il tipico racconto di Conan Doyle. Concentrato in poche pagine, questo brano è un saggio di come, a partire dalla semplice osservazione dell’ingresso di Watson, delle sue espressioni e della busta che tiene in mano, Sherlock sappia ricostruire tutta la situazione senza che il protagonista stesso ne abbia fatto parola.

Nel terzo testo proposto,Come Watson imparò il metodo , il geniale investigatore mette, invece, alla prova il fedele Watson e lo sfida ad applicare, come esercizio, il metodo analitico che permette al celebre detective di risolvere brillantemente tutti i casi che gli vengono proposti. L’ironia benevola ma non bonaria che caratterizza il loro rapporto esce in tutta la sua vivacità, mentre Sherlock finge di assecondare l’amico in alcune deduzioni per poi smontarle una ad una, fino al divertito incoraggiamento finale “ Ma continuate, Watson! Il metodo è molto semplice. Senz’altro, prima o poi lo capirete.”

L’ultimo brano L’avventura dell’uomo alto è una scaletta ritrovata dal biografo di Conan Doyle ; lo studio preparatorio per un racconto, nel quale vengono messi in fila gli eventi, le azioni dei personaggi e qualche dialogo abbozzato. La scrittura diventa traccia per costruire una narrazione e mostra al lettore i meccanismi del giallo, nei suoi ingranaggi.

Questa piccola raccolta ha, dunque, il pregio di proporre un breve essenziale excursus sul personaggio Sherlock Holmes e sul suo ideatore, Conan Doyle. Piacevole lettura per chi già lo conosce, spunto interessante per chi non lo conosce.
Unico neo la copertina che mescola il giallo di fondo con la figura di un attore che ha recentemente interpretato Sherlock in una serie televisiva: la grafica resta sospesa tra la voglia di rendere il gusto dell’epoca e il riferimento al personaggio televisivo e non riesce né in un senso né nell’altro.


Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Sherlock: un uomo, un metodo
  • Autore: Arthur Conan Doyle
  • Traduttore: Adalgisa Marrocco
  • Editore: Rogas Edizioni
  • Data di Pubblicazione: 2016
  • Collana: Darcy incontra Dupin
  • ISBN-13: 9788899700041
  • Pagine: 185
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 16,90

8 settembre 2017

Il serpente tatuato - Roberto Spandre

Una rapina in banca, come tante che accadono, quasi giornalmente, a Brasilia. Uno sparo e una anziana signora si accascia senza vita sul pavimento. Tutto fa pensare che si tratti solo di una fatalità, dovuta al nervosismo dei rapinatori, ma Sandro Acinas ha un sospetto, che la morte della cliente non sia stata affatto casuale. Gli scarsi risultati raggiunti dalla polizia locale e il presentimento che si sia trattato di un omicidio premeditato, lo assillano fino al punto che decide di indagare per proprio conto. Con l'aiuto dell'amico Dario e di altre persone che gli daranno supporto e consigli, Sandro inizia a indagare per scoprire tutti i retroscena del caso. Dal bacino dell'Amazzonia, fino alla Ilha do Mel in Paranà, nel sud del Brasile, passando dai meravigliosi territori dei Lençois del Maranhao alla modernità di Brasilia, seguirà il dipanarsi di un nuovo filo investigativo, che lo condurrà finalmente a fare luce sulla strana vicenda.

Recensione

Il serpente tatuato è il terzo romanzo scritto da Roberto Spandre.
È stato inserito nel genere “gialli”, tuttavia, leggendolo, si ha l’impressione che il crimine e le indagini che ne conseguono siano solo lo spunto per parlare degli usi e costumi del Brasile e, soprattutto, del suo territorio e della preparazione del cibo locale.

L’autore riesce a trasmettere il proprio entusiasmo al lettore nel trattare questi argomenti, tanto che viene voglia di visitare i luoghi da lui descritti non fosse altro che per poter assaggiare la saporita cucina sudamericana.

Il protagonista de Il serpente tatuato, ambientato in Brasile, e degli altri due romanzi, Tracce di cenere e Delitto alla fiera, ambientati rispettivamente a Cuba e Messico, è Sandro Acinas, un ricercatore universitario di nazionalità italiana ancorché di padre spagnolo, portato per le lingue latine e disposto a girare per lavoro in Sudamerica.

Sandro Acinas è uno di quei rari individui che riescono a suscitare la simpatia nel prossimo di cui facilmente diventa amico. E nelle persone che incontra riesce a vedere anche aspetti della personalità imprevedibili, come si può dedurre da questa frase che accomuna due categorie di persone che, in genere, si presume, in comune abbiano poco, per non dire che sono in antitesi una con l'altra:


Accanto a lui era seduto un tipo dall’aspetto romantico o da contabile di banca …

Forse dipende dalla visione del prossimo che ha il protagonista, Acinas, ma i personaggi descritti da Spandre tendono a assomigliarsi. Appaiono tutti gentili (anche i meno positivi) e disponibili a fornire le informazioni che Sandro Acinas chiede nello svolgimento della sua attività investigativa.

In questo terzo romanzo, a differenza del primo, sono state messe molte note esplicative dei termini stranieri e, cosa altamente apprezzabile, un’utile piantina geografica del Brasile con l'indicazione dei luoghi visitati che, peraltro, avrei posto all’inizio anziché alla fine del libro. C'è anche un'introduzione al romanzo in cui viene descritto, fra l'altro, il modo di pensare tipico dei brasiliani.

Il romanzo è ben scritto e pieno dell'ironia dell'autore, ma potrebbe deludere coloro che si aspettassero la suspense di un thriller o un giallo psicologico. L'intreccio criminoso, invece, serve più che altro a giustificare i viaggi e i cibi gustati con soddisfazione dal protagonista che si preoccupa di raccontarne al lettore la preparazione e le circostanze in cui sono stati creati. Sarebbe troppo lungo indicare le ricette più complesse, anche se più appetitose, mi limito quindi a segnalare come esempio quella dello "escondidinho", che è composta da:


... carne secca stufata, ricoperta con purè di mandioca e poi gratinata con formaggio "coalho" (formaggio prodotto mediante la coagulazione del latte) ...
si dice, ma non è certo, che l'origine risalga ai tempi degli schiavi ai quali era proibito mangiar carne ... quando riuscivano a procurarsene un poco, la cucinavano ma poi la "nascondevano" ... da qui il termine "escondidinho" ... con la mandioca perché non la vedesse il padrone.

Per quanto l'intreccio non si ritenga in grado di accontentare gli amanti del "giallo", peraltro potrà soddisfare coloro che amano la letteratura di viaggio e il turismo gastronomico ed è in base a questo criterio che si formula il giudizio.


Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Il serpente tatuato
  • Autore: Roberto Spandre
  • Editore: Cavinato Editore International
  • Data di Pubblicazione: 2016
  • ISBN-13: 9788869823497
  • Pagine: 266
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 17,00
 

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