1 luglio 2016

La vetrina degli incipit - Giugno 2016

L'incipit in un libro è tutto. In pochi capoversi l'autore cattura l'attenzione del lettore e lo risucchia nel vortice della storia. Oppure con poche banali parole lo perde per sempre...
Quanti libri, magari meritevoli, giacciono abbandonati dopo poche righe sui comodini di ogni lettore? E quanti altri invece sono stati divorati in poche ore perché già dalle prime righe non siamo più riusciti a staccare gli occhi dalle pagine? Anche questo mese vogliamo condividere con voi gli incipit dei libri che stiamo leggendo, perché alcuni di voi possano trarre ispirazione per le loro future letture e perché altri possano di nuovo perdersi nel ricordo di personaggi e atmosfere che già una volta li avevano rapiti...





«L’uomo del terzo millennio pensa di sapere quasi tutto. Ha esplorato prima il pianeta camminando, navigando o volando, poi ha cominciato a occuparsi del cosmo. Infine si è guardato dentro, studiando la psiche, il cervello, la società e ogni causa utile per ricercare le motivazioni più profonde dei nostri comportamenti.
Non ha capito molto della Terra, poco del cielo e meno ancora dell’uomo. Ma l’indagine è stata fatta. Dove rivolgere dunque l’attenzione della ricerca oggi?
Consultando i giornali si scopre, ad esempio, che alcuni scienziati stanno cercando di sparare molecole in una galleria in Svizzera per dimostrare se ha più accelerazione un neutrino ticinese o la Skoda Felicia della polizia cantonale. Altri si sono messi a pesare il corpo dell’uomo post mortem per capire se siamo composti da un’anima o siamo solo grosse bombole di gas inesploso che camminano. C’è chi ricostruisce gli escrementi fossili dei dinosauri per capire se gli erbivori del Siluriano soffrivano di colite spastica, e altri che si affannano a decrittare le incisioni rupestri per sapere se anche gli etruschi soffrivano di forfora.
L’homo sapiens sapiens crede di conoscere tutto di sé e di quello che lo circonda, tanto che le attuali ricerche scientifiche si rivolgono verso il futile, ossia quelle rare zone inesplorate del sapere umano. Ma se prendiamo la nostra giornata tipo (sveglia, tragitto casa-lavoro, lavoro, tempo libero, cena, tempo libero), ci rendiamo conto che c’è almeno una zona buia nella quotidianità di ognuno di noi, un momento dove il cosiddetto metodo scientifico, unitamente al buon senso, viene gettato in fondo a un oceano. Pensateci bene: sapete esattamente le calorie di ciò che.
»
Non sparate sul regista, di Simone Cerri - Valetta

«"Adorata Kerry, sarò immensamente felice di avervi al mio fianco. La vostra sola presenza renderà questo forte dimenticato da Dio il più adorabile dei luoghi. Siete una donna molto coraggiosa e ancora non so capacitarmi di come Voi, abituata agli agi della vita cittadina nella nostra splendida Richmond, abbiate accettato di unire la Vostra vita alla mia e di raggiungermi in questo territorio selvaggio… "

Il foglio sul quale quelle parole erano state vergate era gualcito, così come il ritratto che il tenente di cavalleria Reginald H. Lowie aveva allegato a quella lettera, più di quattro mesi prima. Kerry distolse lo sguardo dal dagherrotipo della faccia cosparsa di efelidi che non riusciva ad apparire marziale, e lo lasciò vagare sul panorama. Si era messa in viaggio da più di un mese e la meta era vicina. La diligenza che sobbalzava sul tracciato del Santa Fe Trail era diretta a Fort Union e i due postiglioni avevano assicurato che vi sarebbero giunti in un paio di giorni. Kerry chiuse gli occhi su quella distesa di colline verdi di salvia selvatica e azzurre per i fiori dell’indigo bush e si lasciò andare contro il rigido schienale
»
Il destino attende a Canyon Apache, di Laura Costantini e Loredana Falcone - Il gatto Zorba

« Era il figlio del portiere. Suo padre aveva le chiavi di casa nostra, quando partivamo innaffiava le piante di mio padre. Per un periodo ci furono due nastri azzurri sullo stesso portone, il suo più scolorito del mio perché era più vecchio di qualche mese. C’incontrammo durante tutta l’infanzia, lui scendeva io salivo. C’era il divieto di giocare in un cortile dove una grande palma spazzolava la quiete dei vecchi inquilini. Un casamento d’epoca fascista accanto al Tevere. Lo vedevo dalla finestra,mentre scivolava con il pallone nel canneto lungo il fiume. Sua madre faceva pulizie negli uffici al mattino presto. Era organizzato, metteva la sveglia, apriva il frigorifero e si riempiva la tazza di latte.
Calzava bene il berretto, si chiudeva il cappotto. Ci trovavamo più o meno allo stesso punto tutti i giorni. Io ero sempre molto più assonnato di lui. Mia madre mi teneva la mano, lui era sempre per conto suo. Ciao. Si portava dietro un odore di cantina, di sottosuolo urbano. Faceva tre passi e un saltello. Tre passi e un saltello.
»
Splendore, di Margaret Mazzantini - Cattivissimaprof

«Prima di partire per uno dei suoi viaggi inerpicandosi su sentieri rocciosi, navigando per mare, cavalcando per impervi territori asiatici; prima di imbattersi nei diffidenti sciti, scoprire le meraviglie di Babilonia e studiare i segreti del Nilo; prima di conoscere cento altri luoghi diversi e vedere mille cose incomprensibili, Erodoto appare brevemente nelle lezioni di storia greca tenute due volte alla settimana dalla professoressa Biezuńska-Małowist per gli studenti del primo anno dell'Università di Varsavia.
Appare e subito sparisce. Sparisce di colpo e in modo così radicale che, sfogliando dopo tanti anni gli appunti presi a lezione, non vi trovo il suo nome. Ci sono Eschilo e Pericle, Saffo e Socrate, Eraclito e Platone, ma non Erodoto. Eppure quegli appunti, nostra unica fonte di sapere, venivano redatti con la massima cura: la guerra era finita da appena cinque anni, la città giaceva in rovina, le biblioteche erano state incendiate e noi mancavamo completamente di libri e di manuali.
La professoressa parla con voce calma e uniforme. Dietro le grosse lenti i suoi attenti occhi scuri ci fissano con evidente curiosità. Seduta in cattedra sulla pedana soprelevata, ha davanti a sé un centinaio di giovani, la maggior parte dei quali ignora che Solone fu un grand'uomo, quale fosse il motivo della disperazione di Antigone e in che modo Temistocle avesse chiuso in trappola i persiani.
A dire la verità non sapevamo con esattezza neanche dove si trovasse la Grecia né che il paese così chiamato vantasse un passato talmente insolito ed eccezionale da meritare di studiarlo all'università. Eravamo figli della guerra: negli anni del conflitto le scuole erano chiuse e se anche qualcuna delle città principali aveva organizzato dei licei clandestini, gli studenti di quell'aula, quasi tutti provenienti da villaggi e da piccole città di campagna, erano digiuni di letture e di studi scolastici. Correva il 1951 e all'università si veniva ammessi senza esami. Bastava provenire dalla famiglia giusta: i figli di operai e contadini erano quasi certi di ottenere il libretto
»
In viaggio con Erodoto, di Ryszard Kapuściński - Polyfilo

«Tre donne vivevano in un paesino.
La prima era cattiva, la seconda bugiarda e la terza egoista.
Il paese aveva un grazioso nome da giardino: Giverny.
La prima abitava in un grande mulino in riva a un ruscello, sul chemin du Roy; la seconda in una mansarda sopra la scuola, in rue Blanche-Hoschede-Monet; la terza con la madre in una casetta di rue du Chateu-d’Eau dai muri scrostati.
Neanche avevano la stessa età. Proprio per niente. La prima aveva più di ottant’anni ed era vedova. O quasi. La seconda ne aveva trentasei e non aveva mai tradito il marito. Per il momento. La terza stava per compierne undici e tutti i ragazzi della scuola erano innamorati di lei. La prima si vestiva sempre di nero, la seconda si truccava per l’amante, la terza si faceva le trecce perché svolazzassero al vento.
Insomma, avete capito. Erano tre persone molto diverse. Eppure avevano qualcosa in comune, una specie di segreto: tutte e tre sognavano di andarsene. Sì, di lasciare la famosa Giverny, paese il cui solo nome faceva venire voglia a una quantità di gente di attraversare il mondo solo per farci due passi.
Sapete naturalmente perché: per via dei pittori impressionisti.
La prima, la più anziana, possedeva un grazioso quadro. La seconda era molto interessata agli artisti. La terza, la più giovane, sapeva dipingere bene. Anzi, benissimo.
Strano che volessero lasciare Giverny, vero? Tutte e tre pensavano che quel paesino fosse una prigione, un gran bel giardino, ma con le inferriate. Come il parco di un manicomio. Un trompe-l’oeil. Un quadro da cui è impossibile uscire. In realtà la terza, la più giovane, cercava un padre altrove. La seconda cercava l’amore. La prima, la più vecchia, sapeva cose sulle altre due.
»
Ninfee nere, di Michel Bussi - Antonio

«La sua era una famiglia fondata sui forse. Forse il padre falegname avrebbe consegnato la credenza al suo committente in tempo per il ricevimento; forse Rachele, la madre, avrebbe preferito mettere al mondo due femmine piuttosto che quei due delinquenti che avevano preceduto l’arrivo di Francesco; forse avrebbero presto avuto qualcosa da parte se i “torinesi”, i ricchi, avessero continuato a servirsi da loro; forse il tetto della loro catapecchia avrebbe retto ancora per alcuni inverni prima di cadere sulle loro teste. Forse. Sin da piccolo Francesco invece aveva avuto in testa solo i mai oppure i sempre. Non riusciva a farsi andare a genio l’incertezza che lo circondava. Voleva scoprire il funzionamento delle cose. Di tutte le cose. E non bastava una risposta sbadata a tenerlo buono. Scoprire il come, il quando e il perché delle cose lo faceva stare bene. Perché da quel momento in poi le avrebbe sottratte al dominio dei forse per consegnarle al rassicurante perimetro dei sempre e dei mai. »
La Distrazione di Dio, di Alessio Cuffaro - Chiara

«Ho fatto la parte pratica del concorso per il Capes in un liceo di Lione, sulla collina della Croix-Rousse. Una scuola nuova, con piante verdi nella sala riservata agli amministrativi e al corpo docente, una biblioteca dalla moquette color sabbia. Ho aspettato lì che mi venissero a chiamare. La prova consisteva in una lezione da tenere in presenza della commissione d'esame, un ispettore e altri due professori di lettere, tutti veterani dell'insegnamento. Una donna correggeva altezzosa gli scritti, senza esitazioni. Mi sarebbe bastato superare indenne l'ora successiva per essere autorizzata a fare come lei per il resto della vita. Davanti e una quarta dello scientifico ho spiegato venticinque righe - bisognava numerarle - di Papà Goriot di Balzac.
Dopo la lezione io e i commissari ci siamo spostati nell'ufficio del preside. «Ha fatto fatica a farsi seguire dagli studenti» mi ha rimproverato l'ispettore. Era seduto tra gli altri due docenti, un uomo e una donna miope con le scarpe rosa. E io di fronte a loro. Per un quarto d'ora ha alternato critiche, elogi, consigli, io ascoltavo appena, chiedendomi soltanto se tutto ciò che mi stava dicendo significava che avevo passato la prova. D'un tratto, con aria grave, si sono alzati tutti e tre all'unisono. Mi sono alzata anch'io, precipitosamente. L'ispettore mi ha teso la mano. Poi, guardandomi bene in faccia: «Congratulazioni». Gli altri hanno ripetuto «congratulazioni» e mi hanno stretto la mano, la donna aggiungendo un sorriso.
Non ho smesso di pensare a questo cerimoniale fino alla fermata del bus, con rabbia e una sorta di vergogna. La sera stessa ho scritto ai miei genitori che sarei presto diventata professoressa “di ruolo”. Mia madre mi ha risposto che erano molto contenti per me.

Mio padre è morto esattamente due mesi dopo. Aveva sessantasette anni e con mia madre gestiva un bar-alimentari in un quartiere tranquillo, non lontano dalla stazione, a Y* (nella Senna Marittima). Aveva intenzione di continuare a lavorare ancora per un solo anno. Mi capita spesso, per qualche istante, di non sapere più se la scena al liceo di Lione ha avuto luogo prima o dopo, se quell'aprile ventoso in cui mi vedo aspettare un autobus alla Croix-Rousse sia precedente o successivo al giorno soffocante della sua morte.

Era una domenica, nel primo pomeriggio.
»
Il posto, di Annie Ernaux - Sakura

30 giugno 2016

Notte buia, niente stelle - Stephen King

Quattro romanzi brevi, inquietanti e nerissimi, che parlano di donne seviziate, uccise e messe a tacere per sempre. Una raccolta straordinaria, in cui Stephen King esplora la mente di figure femminili forti e coraggiose, che vogliono a ogni costo trovare la propria rivalsa contro maschi frustrati, impauriti, resi folli dalla perdita di potere. Una rivalsa che non sempre coincide con il «lieto fine». Tradotto per la prima volta da Wu Ming 1, King offre con queste storie folgoranti l'ennesima prova del suo incredibile talento narrativo.

Recensione

Notte buia, niente stelle è una raccolta di racconti densa di contenuti umani e di timori probabili, che indaga sull’agito umano a posteriori ma soprattutto ci presenta dei temi che, ancora oggi, al di là della collocazione temporale di queste storie e soprattutto della loro ambientazione prettamente nordamericana, risultano essere di un’attualità quasi disarmante.
I testi sono quattro e in un modo o nell’altro ci raccontano storie in cui centrale è la figura femminile, in tutte le declinazioni possibili.
La donna si esprime come perno nella figura della madre e moglie proprio nel primo racconto, “1922”, dove un sodalizio improbabile tra padre e figlio adolescente porterà alla scomparsa di Arlette, una figura ritenuta negativa nel loro microcosmo di miseria che ci porta al tema del femminicidio e della violenza in famiglia, nonostante tutte le attenuanti del caso. Ma proprio il gesto porterà una variazione sensibile nella vita dei due, dalle conseguenze nefaste. Il tema della donna si sviscera in questo testo anche attraverso il concetto di amore a ogni costo, osteggiato da un’epoca arretrata e incentivata, nelle sue regole non scritte, dalle ristrettezze dell’ambiente rurale in cui la trama si svolge.
E ancora con la violenza di genere e lo stupro si interfaccia Tess ne “Il Maxicamionista”, dove affrontiamo durante la lettura il dramma psicologico dell’abuso sessuale, con tutte le sue fasi: dal terrore alla negazione sino al senso di rivalsa, con esiti imprevisti. Perché in questo racconto si sviluppa di sicuro il senso che lo stesso scrittore ci riporta nella postilla: cosa succederebbe se qualcuno si trovasse in una situazione e reagisse in modo diverso, ma comunque plausibile?
L’autrice protagonista di questa storia, infatti, si vendica e in modo netto, verso la sua disgrazia e, nel gesto compiuto, si eleva a eroina per tutte le donne che con dolore hanno attraversato un’esperienza del genere.
Ma poi, cosa accadrebbe se avessimo il potere di trasferire la nostra sfortuna alla persona che riteniamo di odiare?
È questo il concetto con cui parte la storia di Streeter ne “La giusta estensione”, un testo che rispetto agli altri tre si discosta leggermente perché lascia la figura femminile ai margini per concentrarsi sul sentimento dell’invidia e del desiderio di vivere di un uomo che viene dato per spacciato. Ma la donna rimane sempre accanto a lui: la moglie che continuerà ad amarlo, sia nella cattiva sorte che in quella buona, ma ritroviamo il senso femminile anche in Norma, la moglie dell’amico Tom, che aprirà lo scenario di tragedie personali che affliggeranno la famiglia e la vita dell’odiato e nel contempo amato compare di Streeter. Con questo racconto ci si addentra in uno scenario di ira, di rivalsa e di senso di colpa, sentimenti talmente umani da condurre chiunque ad applicare l’antico assioma “mors tua vita mea”, dimostrandoci che i sentimenti di solidarietà e rispetto spesso trovano i propri limiti proprio nell’avere al posto di un altro per sfuggire al destino di una vita che ci sentiamo ingiusta, la nostra.
La dolce e arrendevole Darcy, con “Un bel matrimonio”, chiude la carrellata delle situazioni umane con cui il lettore si interfaccia, e racconta il coraggio di una persona che si ritrova a dover scegliere tra l’equilibrio di una vita e lo scoprire quanto le persone che amiamo possono dimostrarsi diverse da ciò che abbiamo conosciuto negli anni. Il nodo centrale della sua storia è il divario tra quel che immaginiamo sia la nostra esistenza e la realtà che a volte infrange, una per una, le nostre idee. Un trauma del genere ha il potere, alla fine, di cambiare anche i sentimenti, e di portare le persone ad avere in qualche modo giustizia non solo per se stessi, ma anche per le vittime sconosciute dell’altrui dolore.
Stephen King, con questo libro, non perde l’occasione di tenere il lettore attaccato alle pagine, con un continuo rimando alla suspense e alla tensione emotiva, come solo uno scrittore è in grado di fare. La forma è corretta e ben ritmata, la costruzione delle trame risulta perfetta e stupisce, di volta in volta, con l’immaginario fervido della sua facoltà di raccontare le medaglie delle esistenze da tutti i rovesci possibili.
Ci si può solo interfacciare con tutta la sua produzione per discriminare una posizione di preferenza. Dal canto mio, forse, non lo ritengo al top dei suoi libri, ma questa raccolta è e rimane una lettura interessante, capace di stimolare riflessioni intense sui mali del nostro tempo.

Giudizio:

+3stelle+ (e mezzo)

Dettagli del libro

  • Titolo: Notte buia, niente stelle
  • Titolo originale: Full dark, no stars
  • Autore: Stephen King
  • Traduttore: Wu Ming 1
  • Editore: Sperling & Kupfer
  • Data di Pubblicazione: 2010
  • Collana: I numeri primi
  • ISBN-13: 9788868362607
  • Pagine: 422
  • Formato - Prezzo: € 10,90

29 giugno 2016

La ragazza nel parco - Alafair Burke

Quando Olivia Randall, avvocato newyorchese, viene svegliata da una telefonata, non ha idea di chi sia la ragazzina che, dall'altro lato della cornetta, la implora di aiutarla. Ma basta un nome a farle capire. Jack Harris. Il famoso scrittore, padre della ragazzina, accusato di omicidio e ora in cella, in attesa di processo. Jack Harris è un nome che dice troppe cose a Olivia: perché Jack e Olivia hanno un passato. Un vecchio amore finito male vent'anni prima. Un amore di cui lei porta ancora dentro i segni e forse la colpa di aver lasciato che le cose andassero come sono andate. Di fronte alla richiesta della figlia di Jack, Olivia sa che non ha altra scelta. Aiuterà Jack. A costo di lasciare che lui dia sfogo a una vendetta tenuta a bada per tutti questi anni. Jack non ha un alibi, non ha testimoni, e non ha un motivo plausibile per essere dov'era quando qualcuno ha fatto fuoco nel parco, ammazzando tre persone. E ben presto Olivia sarà costretta a chiedersi se Jack sia davvero innocente, e non la stia manipolando...

Recensione

Alafair Burke è autrice di diversi best sellers, oltre che essere la figlia del celebre autore di gialli James Lee Burke. Ciò nonostante confesso che questo è il primo libro uscito dalla sua penna che mi capita di leggere ma dopo questa esperienza più che positiva penso che terrò questa autrice nel mio radar in futuro.

Il titolo italiano La ragazza nel parco ammicca - non so quanto consapevolmente - al bestseller mondiale La ragazza del treno, al quale vengono ormai paragonati un po' tutti i gialli pubblicati nell'ultimo anno per sfruttare il fascino delle storie raccontate da narratori inattendibili e ricche di torbidi segreti.
Per quanto trovi questo titolo molto più adatto dell'originale The Ex, che fa pensare più a un Harmony che ha un giallo, devo avvertire i lettori che La ragazza del parco ha molto più in comune con i legal thriller classici della scuola Grisham che con le ambigue atmosfere del giallo della Hawkins o di Gone,girl, altro must della letteratura di genere degli ultimi anni.
Dico questo semplicemente per evitare che i lettori si accostino al romanzo con aspettative che potrebbero essere deluse, non certo come critica perché il libro della Burke si rivela ricco di suspense e segreti, senza essere il solito libro fotocopia nato per sfruttare il trend del momento.

L'autrice ha un passato di professionista in ambito legale avendo lavorato per diversi anni come pubblico ministero, un'esperienza che si riversa ampiamente in questo giallo che vede protagonista una brillante avvocato quarantenne alle prese con una vecchio fidanzato accusato di triplice omicidio e inchiodato da prove che non lasciano adito a dubbio.
Il ricordo di Jack come il classico bravo ragazzo, unito al senso di colpa per aver terminato la relazione in modo brutale anni prima spinge la protagonista Olivia a assumersi la difesa dell'ex nella convinzione che qualcuno l'abbia incastrato.
Come in ogni giallo che si rispetti, le indagini necessarie a preparare la difesa porteranno a galla una serie sorprendente di verità piuttosto scomode e metteranno in serio dubbio le convinzioni sia di Olivia che del lettore, il quale, ormai smaliziato da letteratura e telefilm, ha imparato che bisogna sempre dubitare di tutto e tutti.

Il maggior pregio del romanzo è appunto questo: pur essendo piuttosto classico nel suo impianto riesce a essere estremamente coinvolgente e a sorprendere in alcuni punti anche i lettori più esperti che magari avranno intuito la verità prima del capitolo conclusivo. Una volta iniziato scoprirete che è davvero difficile posare il libro il quale, pur non contenendo sequenze d'azione, mantiene un ritmo incalzante dall'inizio alla fine e si basa su una trama ben congegnata, senza buchi, sostenuta da intelligenti riferimenti a problemi piuttosto attuali come la facilità di accesso alle armi anche ai giovanissimi negli Stati Uniti e la manipolazione dell'opinione pubblica da parte dei media, con ripercussioni difficilmente governabili. Ho inoltre apprezzato la scelta di una donna forte e indipendente come protagonista, un bel cambiamento rispetto ai soliti fascinosi avvocati sciupafemmine o gli ormai scontatissimi detective ubriaconi.
Una nota positiva anche per la traduzione: il linguaggio è quello che ci si aspetta da un legal-thriller, concreto e pragmatico ma i traduttori italiani spesso ricorrono a traduzioni troppo letterali del gergo americano mettendo in bocca ai personaggi frasi un po' ridicole nella nostra lingua: non è ciò che avviene ne La ragazza del parco che invece gode di una traduzione precisa e perfettamente credibile. Un'ottima esperienza, un romanzo sicuramente consigliato a tutti gli amanti del genere.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: La ragazza del parco
  • Titolo originale: The Ex
  • Autore: Alafair Burke
  • Traduttore: Sara Marcolini
  • Editore: Piemme
  • Data di Pubblicazione: 21 giugno 2016
  • ISBN-13: 9788856653939
  • Pagine: pagine
  • Formato - Prezzo:Cartonato con sovraccoperta - Euro 18,50

25 giugno 2016

Le anime bianche - Frances Hodgson Burnett

Ysobel è una ragazzina timida e minuta che non ha mai conosciuto i genitori e vive, assieme ai tutori Jean Braidfute e Angus Macayre, in un castello dall’aspetto austero immerso nella desolata brughiera scozzese. Fin dall’infanzia, la bambina mostra di essere dotata di un particolare “dono” che la rende diversa da tutti gli altri bambini; ella ha il “potere di vedere oltre le cose” e di entrare in contatto con le anime dei defunti, ormai libere dalle sofferenze e dalle paure dell’esistenza. “Le anime bianche” (“The White People” nella versione originale) è un romanzo breve in cui la celebre autrice dei ben più conosciuti “Il piccolo Lord” (1886) e “Il giardino segreto” (1911) presenta, attraverso gli occhi della propria protagonista, le sue personali considerazioni circa ciò che attende l’uomo dopo la morte. Si tratta di un racconto carico di motivi gotici, di verità e saggezza, in cui emergono non soltanto il talento narrativo dell’autrice ma anche alcuni dettagli che rimandano al personale rapporto con il suo primogenito e con la religione.

Recensione

Racconto lungo più che un romanzo vero e proprio, Le anime bianche, dell’autrice angloamericana nota soprattutto per romanzi per ragazzi, è un esempio della produzione che, negli anni di passaggio tra ‘800 e ‘900, si è legata ai temi dello spiritualismo e della teosofia. La pregevole traduzione ha il merito di far conoscere un testo della scrittrice che era finora inedito in Italia e rivela un lato della personalità di Frances Hodgson Burnett strettamente legato alla sua biografia, spiegando perché i temi dell’infanzia travagliata le siano stati così a cuore. La creatrice di ‘Il piccolo Lord’ e di ‘Il giardino segreto’ ha reso dei ragazzi sfortunati e cresciuti in condizioni disagiate protagonisti dei suoi due romanzi più famosi e uno dei suoi marchi di fabbrica: oltre ai piccoli protagonisti di ‘Il giardino segreto’, tra cui un ragazzo paralitico orfano di madre e abbandonato a se stesso, e il fortunatissimo piccolo Lord Fauntleroy, ricordiamo anche la sfortunatissima Sarah di 'La piccola principessa' – da cui, per gli amanti degli anime anni ’80, è tratta la storia strappalacrime di ‘Lovely Sarah’.

Non è che fosse una novità l’uso letterario dei bambini scalognati, soprattutto nell’Inghilterra vittoriana di Oliver Twist e Bob Scratchit, ma anche in altre letterature, e del resto l’uso che Hodgson Burnett fa di questa figura dipende anche dal fatto che nelle pubblicazioni a puntate o in appendice – la scrittrice è giornalista di professione e con i proventi delle pubblicazioni su periodici come Harper’s Bazaar mantiene la sua famiglia, dopo la morte di entrambi i genitori – il tema in questione risultava molto spendibile. E però la scelta dell’infanzia ‘sfigata’ non è, allo stesso tempo, priva di legami anche con le questioni sociali, per le quali la scrittrice aveva avuto un notevole interesse, se osserviamo che uno dei suoi romanzi all’epoca più noti, ‘That Lass o’ Lowrie’s’ del 1877 descriveva la vita delle donne lavoratrici nel Lancashire.

Il passaggio dalle figure dei piccoli eroi come la principessa Sarah o Mary, Colin e Dickon di ‘Il giardino segreto’ a Ysobel, la bambina che racconta la storia delle anime bianche in prima persona, è legato in profondità alla vita privata e famigliare dell’autrice. Infelicemente sposata per ben due volte e sottoposta a considerevoli pressioni per il lavoro di scrittura su varie pubblicazioni, dalle quali dipendeva il ménage famigliare, Burnett versava spesso in condizioni di fragilità nervosa. Un ulteriore colpo alla sua stabilità arrivò dalla morte del figlio Lionel, nel 1890, ad appena sedici anni, pressappoco l’età di Ysobel. Infatti, come spiega, con dovizia di particolari, la traduttrice sia nell’introduzione sia nella postfazione, fu proprio il lutto improvviso che spinse Hodgson Burnett a cercare un orizzonte spirituale che desse un senso al suo dolore di madre e creasse un simulacro di rapporto con il figlio perduto.

Ysobel è da un lato la personificazione della bambina perfetta, bellissima, dolcissima, obbedientissima, sensibilissima; dall’altro una proiezione del più grande desiderio della scrittrice, cioè creare un mondo, idilliaco e subliminale, in cui il rapporto con il figlio Lionel potesse avere ancora un futuro. Da questo desiderio sublimato e dalla sua fantasia romantica nasce Muircarrie, il castello perso nelle desolate brughiere scozzesi fiorite di erica e muschi, eternamente coperte di nebbie, nel quale Ysobel con la sua purezza ingenua e luminosa diventa un faro per le ‘anime bianche’, un punto di congiunzione tra il mondo terreno e la sua prosecuzione spirituale.

Attraverso un breve diario Ysobel racconta coi toni enfatici e sempre sopra le righe di una bambina la storia di come lei stessa sia giunta alla consapevolezza di sé e del suo ruolo di tramite tra le due dimensioni – per intenderci è una visione per certi versi simile a quella del film ‘Il sesto senso’ –, quella terrena e quella ultraterrena, per una sorta di predestinazione. Il filo che unisce i destini delle anime bianche e di Ysobel viene dal passato della storia ereditata dalla famiglia, come il legame con un’altra bambina, vittima anche lei di una morte precoce e crudele, la piccola Wee Brown Elspeth, e dal presente di una vita solitaria e appartata, in un luogo che sembra quasi una specie di prigione e che lei accetta comunque di buon grado, con un fatalismo altrimenti inspiegabile.

Su tutta la narrazione, fin dall’inizio, grava un senso di suspense che per il lettore risulta esagerato: quasi da subito – il titolo del resto è fin troppo esplicito già da solo – si capisce benissimo cosa siano le ‘anime bianche’. Tuttavia per proteggere la piccola Ysobel nessuno osa rivelarle l’oggetto e il significato delle sue visioni. L’ansia di proteggere un bambino per una madre frustrata è più che comprensibile, tanto più se sull’adorabile fanciulla si opera un transfert così personale e autobiografico, come suggerisce l’autodescrizione della narratrice nei termini di una bambina bruttina e insignificante. Lo splendore a cui Ysobel accede per contrasto nella parte finale del racconto è il risultato della trasfigurazione operata dalla consapevolezza di sé e dal compiersi del suo destino, quello appunto di incarnare la soglia e dare continuità a due mondi separati dall’ineluttabilità della morte e dagli abissi del dolore.

È a questo punto, verso il quale si arriva con una calma e una serenità difficilmente accettabili visto il tema di cui si parla, che tende tutta la narrazione: l’incontro voluto dal destino con lo scrittore idealizzato Hector MacNairne e con sua madre, che rappresentano, per il loro fortissimo rapporto madre-figlio, la scrittrice e il piccolo Lionel, cioè quel rapporto che era stato negato dalla realtà. In questa simbiosi quasi edipica Ysobel si inserisce come una cerniera, creando la possibilità di rendere eterno un legame, quello tra madre e figlio, che, ancora una volta, la realtà impedisce di mantenere. Questa volta però, almeno nella finzione letteraria, con il lieto fine consolatorio della fiducia in una vita spirituale che dà un senso alla perdita.

Peccato per la copertina che evoca un harmony: anche se enfatico e a tratti melenso nell’idealizzazione dei personaggi e delle ambientazioni, nel contesto biografico di Frances Hodgson Burnett e del particolare momento storico da cui proviene ‘Le anime bianche’ rispecchia in modo sincero un aspetto della cultura e del sentire dell’epoca sospeso, come le anime del titolo, tra passato e futuro.

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Le anime bianche
  • Titolo originale: The white people
  • Autore: Frances Hodgson Burnett
  • Traduttore: Annarita Tranfici
  • Editore: Panesi Edizioni
  • Data di Pubblicazione: 2015
  • Collana: -
  • ISBN-13: isbn13
  • Pagine: 64
  • Formato - Prezzo: ebook - Euro 1,99

24 giugno 2016

Ninfee Nere - Michel Bussi

A Giverny in Normandia, il villaggio dove ha vissuto e dipinto il grande pittore impressionista Claude Monet, una serie di omicidi rompe la calma della località turistica. L’indagine dell’ispettore Sérénac ci conduce a contatto con tre donne. La prima, Fanette, ha 11 anni ed è appassionata di pittura. La seconda, Stéphanie, è la seducente maestra del villaggio, mentre la terza è una vecchia acida che spia i segreti dei suoi concittadini da una torre. Al centro della storia una passione devastante attorno alla quale girano le tele rubate o perse di Monet (tra le quali le Ninfee nere che l’artista avrebbe dipinto prima di morire). Rubate o perse come le illusioni quando passato e presente si confondono e giovinezza e morte sfidano il tempo. L’intreccio è costruito in modo magistrale e la fine è sorprendente, totalmente imprevedibile. Ogni personaggio è un vero enigma. Un’indagine con un succedersi di colpi di scena, dove sfumano i confini tra realtà e illusione e tra passato e presente. Un romanzo noir che ci porta dentro un labirinto di specchi in cui sta al lettore distinguere il vero dal falso. 

Recensione

Il prologo di Ninfee Nere inizia con la descrizione di tre donne, le protagoniste, che hanno rispettivamente undici, trentasei e ottant’anni e sembra l’incipit di una favola:
Tre donne vivevano in un paesino. 
La prima era cattiva, la seconda bugiarda e la terza egoista. 

Ed effettivamente il luogo in cui si vengono a svolgere gli eventi è piuttosto favolistico, niente meno che Giverny, in Normandia, dove Claude Monet ha dipinto ben duecentosettantadue quadri aventi per soggetto le ninfee. Non per niente Toulouse-Lautrec definiva Monet «[...] un coglione, proprio così, ha usato il termine “coglione”, perché sprecava il suo immenso talento a dipingere paesaggi anziché esseri umani.E meno male che Lautrec è morto prima di vedere Monet trasformarsi in eremita e dipingere esclusivamente ninfee per trent’anni …».

Il primo capitolo del romanzo inizia però con il rinvenimento di un corpo piuttosto corpulento, quello di un ricco chirurgo oftalmologo trovato morto con la testa nell’acqua sulla riva di un ruscello, con una ferita al cuore e la testa sfondata.
Gli inquirenti si trovano a dover battere diverse piste: quella del movente passionale, perché l’uomo era un noto dongiovanni, nonostante non avesse le phisique du rôle; quella degli oscuri traffici delle opere d’arte, perché la vittima era anche un collezionista di quadri e cercava di acquistare illegalmente uno dei tanti dipinti di Monet avente per oggetto le ninfee; nonché la pista collegata ad una precedente morte risalente a venticinque anni prima con modalità quasi simili, anche se la vittima, in quest'ultimo caso, era un bambino di undici anni e la sua morte fosse stata archiviata come accidentale.
Quale sia la pista giusta lo si scoprirà, ovviamente solo alla fine del romanzo, quando l’autore fornirà la chiave di lettura da utilizzare per interpretare tutta la vicenda.
Un giallo particolare, raccontato in parte in prima persona dalla donna ottantenne che osserva tutto e che si muove per il paese quasi invisibile, come lo sono spesso gli anziani, e in parte in terza persona per narrare soprattutto le vicende dell’ispettore che dirige le indagini, della maestra del paese, e di una bambina di undici anni, della quale riusciamo a conoscere i pensieri, dato che l’autore ci fa entrare direttamente nella sua mente.
Fin dall’inizio l’anziana fa capire di sapere tutta la verità, ma l'autore dosa con furbizia le rivelazioni in modo che il lettore non capisca se ciò che dice la vecchia risponde al vero o sia invece qualche vaneggiamento di una mente resa confusa dall'età,.
Un bel giallo, quindi, originale, avvincente, con personaggi accattivanti e perfettamente caratterizzati. Scritto inoltre benissimo e che trova la sua cornice nel luogo in cui Monet, uno fra i pittori impressionisti più apprezzati dal pubblico, amava dipingere con assiduità quasi ossessiva le ninfee del suo laghetto, modificando ogni volta luce e colori.Ma non è solo un romanzo poliziesco, perché c’è anche una storia d’amore bellissima e struggente che si intreccia con le indagini ed è quella che nasce tra la bella maestra del paese e l’ispettore che segue il caso. E, alla fine del romanzo, rimane una sensazione di rimpianto per le occasioni perse dai personaggi che avrebbero meritato una vita diversa e più appagante di quella che il destino ha loro riservato.
Insomma un piacevolissimo libro che soddisferà tutti quelli che non si faranno spaventare dalle quattrocento pagine di lunghezza. Non per niente Ninfee Nere ha vinto numerosi premi come il Prix Polar Michel Lebrun, il Grand Prix Gustave Flaubert, il Prix polar méditerranéen, il Prix des lecteurs du festival Polar de Cognac, il Prix Goutte de Sang d’encre de Vienne.
A mio avviso Michel Bussi, autore praticamente sconosciuto in Italia, merita maggiore divulgazione e l'originalità che mostra e la capacità di coinvolgere il lettore mi hanno indotto a dare al romanzo la valutazione più elevata fra quelle previste.

Giudizio:

+5 stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Ninfee nere
  • Titolo originale: Nynphéas Noirs
  • Autore: Michel Bussi
  • Traduttore: Alberto Bracci Testasecca
  • Editore: E/O
  • Data di Pubblicazione: 2016
  • Collana: Dal Mondo
  • ISBN-13: 9788866327462
  • Pagine: 400
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 16,00
 

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