24 agosto 2016

Piegata. Diario di un'anoressia - Lara Tessaro

Cara Lara,
l’inferno è ciò che vivi; non c’è modo di fermare o di non sentire il dolore che da anni ti consuma e ti lacera. Un dolore difficile da spiegare, difficile da capire, impossibile da comprendere: come mi dici sempre: “non puoi neanche immaginare lontanamente come mi sento”, “nessuno può capirmi”, “nessuno può aiutarmi”. Questa malattia giorno dopo giorno Ti distrugge, Mi distrugge, Mi rende impotente, e allora vorrei darti la mia vita per non vederti scomparire silenziosa sotto i miei occhi. Vorrei regalarti il sorriso che non hai, per vederti felice; vorrei vederti correre spensierata “in un prato di margherite in fiore” (quante volte hai sentito questa frase! odi che io te la ripeta!); vorrei vederti crescere, con le gioie e malinconie quotidiane; vorrei vederti riposare solo di notte perché stanca della giornata, e non raggomitolata sul divano o sul letto in ogni istante, quasi fossero il tuo unico rifugio dal mondo. E così mi ritrovo ad odiare la tua stanza così troppo intrisa di vuoti, di nulla, di assenza, di pause, di silenzio. Le darei fuoco ogni volta che la vedo o vedo te entrarci. Mi chiedo sempre cosa mai ci sia in quelle quattro mura di così potente da accogliere e contenere le tue urla. Giuro, dall’esterno non si direbbe mai che dietro quella dannata porta è in corso una perenne battaglia tra la vita e la morte Questa straziante guerra non fa che muoverti a suo piacimento come fossi una marionetta. Odio dovermi confrontare in ogni momento con ciò che si muove in te, con ciò che vive in te. Odio quella parte forte e determinata che ti vuole leggera, così leggera, troppo leggera… talmente leggera che i miei occhi vorrebbero non vedere.
E adesso ti sfoglio. Istante dopo istante, hai messo nero su bianco la tua vita, le tue esperienze personali, i tuoi sentimenti, i tuoi pensieri più nascosti per la necessità di capire te stessa, e oggi hai il coraggio di aprirti e leggere al mondo il tuo travagliato vissuto.
Uno scritto che è autentica e dura realtà fatto di grande sofferenza, di tristezza e angoscia, infinite. Ti sei PIEGATA molti anni fa e ancora oggi non posso farti alzare. Ma abbi fede, sto imparando come accovacciarmi accanto a te.
Con amore
Mamma

Recensione

L’autrice - protagonista di questo diario è una giovane donna, al suo primo libro. Un libro non facile , da scrivere, da leggere e da raccontare. In una serie di pagine, che vanno dal 2009 al 2013, Lara racconta il suo percorso terribile, dentro ad una realtà chiamata anoressia. Immette il lettore, fin da subito, dentro ad un mondo di malattia e dolore che si apre, come una voragine, costringendo a guardarci dentro e a vedere. Le stanze di ospedale, i colloqui, i protocolli medici, le regole, i momenti bui, le crisi violente, gli attimi di respiro, le giornate di sole, le chiacchiere con le amiche, le passeggiate in riva al mare. Tutto viene raccontato, attraverso una scrittura lucida, precisa e puntuale. Nessuna sbavatura, una sintassi rigorosa, frasi brevi, talvolta ellittiche di verbo che tengono il ritmo stretto, sincopato e talvolta furioso dei pensieri difficili e dolorosi, che abitano una mente che sta cercando di battagliare, con tutte le sue forze. Una testimonianza del male visto da dentro, da chi conosce e sa per avere vissuto, molto più di quanto mille corsi, conferenze o altri libri, sul tema, possano far comprendere. Intorno a Lara, ci sono i suoi familiari, con le loro sofferenze e le domande, e anche i passi, nei quali lei racconta di loro, aiutano il lettore a farsi un’idea, seppure alla lontana, della portata di una malattia che colpisce senza preavviso, che non dà tregua e che mette in serio pericolo la vita delle persone. Un racconto coraggioso e nitido, un mettersi a nudo che non risparmia nulla sul mondo dell’anoressia e della bulimia, sulla fatica del vivere, con questi pesi addosso. Le parole da strumento di narrazione del sé diventano strumento per un'analisi possibile di questa esperienza umana estrema. Leggere questo libro per comprendere, dunque, per genitori, educatori, insegnanti, per chi, semplicemente, vuole cercare di capire. Leggerlo perché è scritto bene, con mano sicura, con una padronanza e una forza della lingua inattesa, per una autrice al primo libro. Leggerlo per tenere viva l’attenzione sulla problematica, sempre più diffusa, sempre più frequente e per mantenere accesa la speranza che tutte le persone colpite dall'anoressia possa continuare a scrivere, fare progetti, amare e vivere.

Giudizio:

+3stelle+ e mezzo

Dettagli del libro

  • Titolo: Piegata. Diario di un'anoressia
  • Autore: Lara Tessaro
  • Editore: Montedit
  • Data di Pubblicazione: 2016
  • Collana: I salici
  • ISBN-13: 978 -88- 6587-6824
  • Pagine: 113
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 11,00

23 agosto 2016

Mi chiamo Lucy Barton - Elizabeth Strout

Da tre settimane costretta in ospedale per le complicazioni post-operatorie di una banale appendicite, proprio quando il senso di solitudine e isolamento si fanno insostenibili, una donna vede comparire al suo capezzale il viso tanto noto quanto inaspettato della madre, che non incontra da anni. Per arrivare da lei è partita dalla minuscola cittadina rurale di Amgash, nell'Illinois, e con il primo aereo della sua vita ha attraversato le mille miglia che la separano da New York. Alla donna basta sentire quel vezzeggiativo antico, "ciao, Bestiolina", perché ogni tensione le si sciolga in petto. Non vuole altro che continuare ad ascoltare quella voce, timida ma inderogabile, e chiede alla madre di raccontare, una storia, qualunque storia. E lei, impettita sulla sedia rigida, senza mai dormire né allontanarsi, per cinque giorni racconta: della spocchiosa Kathie Nicely e della sfortunata cugina Harriet, della bella Mississippi Mary, povera come un sorcio in sagrestia. Un flusso di parole che placa e incanta, come una fiaba per bambini, come un pettegolezzo fra amiche. La donna è adulta ormai, ha un marito e due figlie sue. Ma fra quelle lenzuola, accudita da un medico dolente e gentile, accarezzata dalla voce della madre, può tornare a osservare il suo passato dalla prospettiva protetta di un letto d'ospedale. Lì la parola rassicura perché avvolge e nasconde. Ma è nel silenzio, nel fiume gelido del non detto, che scorre l'altra storia.

Recensione

Chi ha letto i romanzi di Elizabeth Strout sa quanto la famiglia sia centrale nelle sue opere. In Amy e Isabelle le due protagoniste, madre e figlia, sono legate da un rapporto di reciproca incomunicabilità che finisce per trasformarsi in aperta ostilità; in Resta con me il reverendo Caskey, prostrato dal lutto per la perdita della moglie, non riesce a occuparsi delle due figlie; in Olive Kitteridge il mosaico di storie e personaggi che si compone attorno alla figura dell’energica Olive rivela un campionario di problematiche familiari; I ragazzi Burgess, infine, è incentrato sui rapporti reciproci tra i fratelli Jim, Bob e Susan, ormai adulti.

Mi chiamo Lucy Barton, pubblicato da Einaudi (e non da Fazi Editore, storica casa editrice italiana di Elizabeth Strout), non fa differenza: con frequenti incursioni in momenti precedenti e successivi della sua vita, una scrittrice in là con gli anni torna su un episodio cardine: quando, costretta a una lunga degenza in ospedale dai postumi di un'appendicectomia, lontana dal marito e dalle figlie, si vede comparire al capezzale, senza alcun preavviso, la madre che non vede da anni.
Le due donne si rifugiano in pettegolezzi di poco conto, che nella loro trivialità consentono di scansare le zone d'ombra legate al loro vissuto familiare: l'infanzia di estrema deprivazione, economica e affettiva, a cui il padre, incline al bere e alla violenza, spalleggiato da una moglie avara di affetti che non ha mai saputo o voluto proteggere i figli, ha costretto la famiglia. Ma a Lucy basta sentire quel nomignolo con cui talvolta la madre la chiamava, "Bestiolina", per lasciarsi andare alla gioia di riaverla con sé, a millecinquecento miglia di distanza dall'Illinois, dov'è cresciuta nell'ignoranza, nella sporcizia e nell'esclusione sociale. Parlano di Kathy, che è scappata con un insegnante che l'ha poi abbandonata dopo essersi scoperto gay, parlano della cugina Harriet e del suo matrimonio sfortunato, parlano di Marilyn e di Mississippi Mary. Ma non parlano della "Cosa" - gli attacchi di cui era talvolta preda il padre, reduce di guerra. Non parlano degli scatti di violenza fisica, improvvisa e immotivata, da cui i tre fratelli dovevano guardarsi, anche dalla madre. Non parlano delle volte in cui il padre chiudeva Lucy nel furgone, al buio, o di quando aveva fatto sfilare il figlio in abiti femminili per le vie del paese, per punirlo della sua infantile effeminatezza. Cullata dalla voce della madre - nonostante tutto amata - nell'antro protetto del suo letto d'ospedale, Lucy può riannodare lei i fili della memoria, seppure senza mai perdere il freno e pronta a fermarsi con ritrosia sul crinale del non detto ogni qualvolta si facciano troppo dolorosi o traumatici.

Un breve romanzo squisito e di grande potenza narrativa che, nella migliore tradizione dell'autrice, rivela i grigi nascosti tra il bianco e il nero delle relazioni umane. Con il suo raffinato talento nel nascondere l'essenziale della storia tra le pieghe del non scritto, Elizabeth Strout si riconferma una delle più grandi scrittrici viventi.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Mi chiamo Lucy Barton
  • Titolo originale: My Name Is Lucy Barton
  • Autore: Elizabeth Strout
  • Traduttore: S. Basso
  • Editore: Einaudi
  • Data di Pubblicazione: 2016
  • Collana: Supercoralli
  • ISBN-13: 9788806229689
  • Pagine: 158
  • Formato - Prezzo: Rilegato, sovraccoperta - 17.50 Euro

22 agosto 2016

Harry Potter and the Cursed Child - J.K.Rowling, John Tiffany, Jack Thorne

E' sempre stato difficile essere Harry Potter e lo è ancora di più ora che Harry è un impiegato del Ministero della Magia oberato di lavoro e con tre figli a cui badare.
Mentre Harry lotta con un passato che si rifiuta di rimanere tale, il suo figlio più giovane lotta con una pesante eredità che non ha mai voluto. Mentre passato e presente si fondono minacciosamente, padre e figlio imparano una sgradevole verità: il male a volte arriva da dove meno ce lo si aspetta.




Recensione

Dopo averci stuzzicati per anni con piccoli racconti pubblicati su Pottermore, J.K.Rowling ha finalmente esaudito il desiderio di molti fan pubblicando una nuova avventura della saga del maghetto più famoso del mondo e l'ha fatto scegliendo una strada originale, quella della commedia teatrale.
Harry Potter and the Cursed Child è infatti una commedia in due parti andata in scena per la prima volta il 30 luglio scorso al London's Palace Theatre; il giorno successivo - che guarda caso coincide anche con la data di nascita di Harry - è stata pubblicata un'edizione speciale dello script, che quindi non è una versione romanzata della commedia ma è il copione vero e proprio, arricchito da alcuni brevi commenti iniziali per contestualizzare le scene e spiegare al lettore lo stato d'animo dei personaggi.

I lettori che hanno deciso di aspettare settembre, quando Salani pubblicherà la traduzione del libro, è bene quindi che siano preparati a ciò che si troveranno davanti: leggere un testo teatrale non è come leggere un romanzo e sicuramente toglie all'opera il fascino che deriva dal vederla rappresentata dal vivo. Per questo molti potranno pensare che non ha nemmeno molto senso scriverne una recensione senza averla vista in teatro, tuttavia ci sono caratteristiche della storia, dei personaggi e dei dialoghi che difficilmente possono cambiare tra testo scritto e la sua rappresentazione per cui è ancora possibile a mio parere farne una critica, pur tenendo presente questi limiti.

La storia prende il via 19 anni dopo gli eventi narrati in Harry Potter e i Doni della Morte e si rifà esplicitamente all'epilogo della saga in cui un maturo Harry accompagnava i figli al famoso binario 9 e 3/4 per prendere l'Espresso per Hogwarts. La scena viene ripresa per intero, compreso l'intenso dialogo tra Harry e il secondogenito Albus, preoccupato di finire tra i Serpeverde. Scopriremo presto che il piccolo Potter verrà smistato proprio in questa Casa e sceglierà come migliore amico nientemeno che il figlio di Draco Malfoy, Scorpius.

Queste le cose belle della commedia: forse influenzata da chi criticava i suoi libri per una distinzione in bianco e nero tra buoni e cattivi, la Rowling immagina per il suo storico eroe un figlio Serpeverde, imbranato negli sport e adorabilmente insicuro, afflitto dal confronto con famoso genitore. Anche l'amicizia col giovane Malfoy ha tratti piuttosto adorabili: due nerd schiacciati da aspettative e pregiudizi che si aggrappano l'uno all'altro in un intenso rapporto di amicizia dai sottintesi a volte velatamente romantici - almeno a mio modo di vedere -, anche se l'autrice decide di non approfondire quest'aspetto.

Purtroppo le note positive si fermano qui e a conti fatti sono davvero troppo poche per riscattare un'opera che mi è sembrata uno di quei sequel mosci di cui nessuno aveva realmente bisogno. E' impossibile infatti ritrovare qui la prosa scherzosa e originale della Rowling e non solo perché il format dello script teatrale non lo consente: i dialoghi sono piatti, scontati, forzati e sdolcinati fino all'inverosimile.
L'atmosfera zuccherina pervade l'intera opera ed è davvero difficile immaginare che certe frasi da soap-opera siano uscite dalla penna della stessa autrice che nelle opere passate aveva dato prova di un'accattivante ironia e un sentimentalismo mai banale o superficiale.
Tutto il contrario di quanto fatto in Harry Potter and the Cursed Child che tra rapporti di amicizia osteggiati fra membri di famiglie rivali, improbabili figli segreti spuntati da un nebuloso passato, paternità dubbie e melodrammi vari naviga tra l'imbarazzante e il ridicolo.

Ferisce in particolar modo la difficoltà nel ritrovare i personaggi a cui siamo tanto affezionati.
Forse la Rowling negli ultimi anni ha dedicato troppo tempo a leggere le teorie e le critiche dei fan e in quest'opera ha cercato di rispondere e porre rimedio un po' a tutto, compiendo a volte scelte in diretto constrasto con quanto affermato per anni finendo col fare un guazzabuglio insoddisfacente.
Ad esempio, una delle critiche più frequentemente mosse alla saga di Harry Potter è che un ragazzino testimone di tante tragedie come quelle vissute da Harry avrebbe dovuto mostrare forti disturbi emotivi e della personalità (una teoria da psicologi della domenica con cui non mi sono mai trovata d'accordo); l'autrice tenta ora di venire incontro a questa osservazione presentandoci il nostro eroe come un quarantenne un po' sciapo, con un incarico importante al Ministero della Magia ma che ancora ha incubi sulla morte dei genitori (seriamente: ancora?) e che fatica a instaurare un rapporto con il suo secondogenito per motivi che il racconto non arriva mai a spiegare davvero. L'approfondimento psicologico è infatti del tutto assente e qualche frase vaga e mal messa non basta certo a spiegare i presunti problemi di Harry, che per noi lettori è veramente difficile da immaginare mentre pronuncia frasi da fotoromanzo adolescenziale come "Vorrei tu non fossi mio figlio" o "Voi due non dovrete vedervi mai più!" (sic!).
Un trattamento ancora peggiore è riservato al povero Ron che qui è visto come un'annacquato surrogato della coppia Fred&George, intento solo a far scherzi che non fanno ridere nessuno e a presentarsi sulla scena con abiti invariabilmente sporchi di cibo per offrire commenti stupidi e non richiesti.
Hermione è solo una pallida ombra della sua versione adolescenziale, Ginny appare dolce, comprensiva e del tutto priva di personalità, la McGranitt appare solo per amore dei ricordi e il povero Silente ritorna sotto forma di ritratto solo per essere rappresentato come uno scaltro manipolatore emotivo.
Chi ne esce meglio sono i due cattivi "storici" Draco Malfoy e Severus Snape, e anche qui la Rowling dimostra di aver dato un po' troppo ascolto alle numerose fan fiction che negli anni hanno voluto dipingere Malfoy come una vittima incompresa, un cambio di rotta di 180 gradi rispetto a quanto dichiarato per anni dall'autrice stessa che si è sempre opposta all'immagine di un Draco dal cuore d'oro. In questa nuova opera, per assurdo, i commenti più saggi e maturi escono proprio dalla bocca di Malfoy, il quale è anche presente nei momenti di maggior spessore del racconto.
E come a ribadire che i personaggi bianco e nero non le appartengono, ecco ricomparire il vecchio Snape in una commovente sequenza in cui per l'ennesima volta viene ricordato che il suo puro e imperituro amore per Lily Evans lo rende di base un brav'uomo.

Purtroppo anche la trama manca di idee interessanti e non convince assolutamente. L'autrice aveva promesso che quest'opera avrebbe contenuto solo materiale nuovo invece scopriamo che i tre co-autori hanno giocato un po' sporco costruendo una storia basata su una Giratempo, con problematiche già viste in Harry Potter e il prigioniero di Azkaban,che tra l'altro consente loro di riciclare numerose scene del torneo Tremaghi di cui Harry fu protagonista ne Il Calice di Fuoco.
A differenze di quanto fatto nel terzo libro della saga, inoltre, qui i continui viaggi nel tempo sono gestiti con parecchie imprecisioni che si aggiungono ai numerosi buchi della trama e alla parziale mancanza di logica nelle azioni dei protagonisti e del nuovo cattivo. Su quest'ultimo non mi dilungo dato che dovrebbe essere uno dei pochi colpi di scena del romanzo, basti dire che è una figura pretestuosa, improbabile, eccessivamente melodrammatica e assolutamente non all'altezza di Colui-che-non-deve-essere-nominato.

Infine la struttura stessa della commedia lascia a desiderare, spezzettata com'è in mille brevi scene che spesso coinvolgono gli stessi personaggi e la stessa ambientazione della scena precedente,una struttura frammentaria che sinceramente fa pensare a un approccio un po' dilettantesco.

Leggendo Harry Potter and the Cursed Child mi è venuto spesso il dubbio di avere fra le mani una brutta fanfiction di quelle in cui si immagina un'allegra "rimpatriata" fra tutti i personaggi visti in tutta la saga che più che conversare si scambiano battute sui "vecchi tempi", affiancati dai rispettivi numerosissimi figli che ovviamente sono il ritratto dei genitori. Alla fine tutti sono amici, tutti si conoscono, tutti si vogliono bene come una grande e felice famiglia. Stomachevole e accettabile da una fan adolescente ma non da un'autrice matura e più volte mi sono chiesta se davvero le parole che stavo leggendo erano uscite dalla penna della Rowling. Il mio amore per quest'autrice mi porterebbe a addossare la colpa di questo scempio a Tiffany e Thorne, resta però il fatto che la Rowling ha messo il suo nome su quest'opera e deve averne approvato la versione finale e come sia stato possibile davvero non me lo spiego.
In definitiva questa commedia non fa che confermare la mia idea che le saghe concluse dovrebbero restare tali.

Giudizio:

+1stella+

Dettagli del libro

  • Titolo: Harry Potter and the Cursed Child
  • Autore: J.K.Rowling, John Tiffany, Jack Thorne
  • Editore: Little Brown
  • Data di Pubblicazione: 31 luglio 2016
  • ISBN-13: 9780751565355
  • Pagine: 343
  • Formato - Prezzo: Hardcover - Euro 21

8 agosto 2016

Chiuso per ferie

Cari lettori,
augurandovi buone vacanze vi comunichiamo che ci prendiamo una piccola pausa anche noi, precisamente da oggi lunedì 8 a domenica 21 agosto. Il blog non verrà pertanto aggiornato e la posta potrebbe rimanere inevasa.
Ci rileggiamo lunedì 22 con tanti nuovi articoli e (s)consigli per per vostre letture.


Lo staff della Stamberga


1 agosto 2016

La vetrina degli incipit - Luglio 2016

L'incipit in un libro è tutto. In pochi capoversi l'autore cattura l'attenzione del lettore e lo risucchia nel vortice della storia. Oppure con poche banali parole lo perde per sempre...
Quanti libri, magari meritevoli, giacciono abbandonati dopo poche righe sui comodini di ogni lettore? E quanti altri invece sono stati divorati in poche ore perché già dalle prime righe non siamo più riusciti a staccare gli occhi dalle pagine? Anche questo mese vogliamo condividere con voi gli incipit dei libri che stiamo leggendo, perché alcuni di voi possano trarre ispirazione per le loro future letture e perché altri possano di nuovo perdersi nel ricordo di personaggi e atmosfere che già una volta li avevano rapiti...





«Il giornale radio di questa mattina è ritornato sulla questione dei mendicanti: quegli accattoni, quei pelandroni, quegli scansa fatica, quei lebbrosi, quei minorati fisici, quegli straccioni, sono larve umane che danno fastidio e ingombrano il traffico! Occorre ripulire la città da quei rifiuti umani che ti assalgono e ti aggrediscono ovunque e in qualsiasi momento. Agli incroci, devi sperare d’arrivarci sempre col verde! Ma, una volta passato l’ostacolo del semaforo, devi superare un’altra barriera per raggiungere l’ospedale, forzare uno sbarramento per poter andare a lavorare in ufficio, lottare per svincolarti da loro mentre esci da una banca, fare innumerevoli giri per evitarli nei mercati e, alla fine, pagare una taglia per accedere alla casa di Dio. Ah!»
La solitudine di Mour che aveva due mogli, di Aminata Sow Fall - Antonio

«Solo altri venti metri, venti piccoli metri da percorrere per raggiungere la cassetta postale: era più difficile del previsto. Ridicolo, pensò lei, non ci sono metri piccoli e metri grandi. Ci sono metri e basta. Strano come alle soglie della notte, e dall’alto di quella posizione, ci ostiniamo a pensare a futili scempiaggini mentre in teoria dovremmo enunciare qualche poderosa massima destinata ad imprimersi a caratteri di fuoco negli annali della saggezza dell’umanità. Massima che poi passerà di bocca in bocca: «Sapete quali furono le ultime parole di Alice Gauthier?»
Se lei non aveva nulla di memorabile da dichiarare, aveva però un messaggio decisivo che si sarebbe impresso negli annali dell’umanità, infinitamente più corposi di quelli della saggezza. Guardò la lettera che le tremava in mano. Forza, sedici piccoli metri. Dalla porta dello stabile Noémie la teneva d’occhio pronta a intervenire se solo avesse barcollato un po’. Noèmie aveva fatto l’impossibile per impedire alla paziente di avventurarsi in strada da sola ma con il suo carattere imperioso Alice Gauthier l’aveva spuntata.
»
Tempi glaciali, di Fred Vargas - Cattivissimaprof

«Già in altri tempi si diceva la collina come avremmo detto il mare o la boscaglia. Ci tornavo la sera, dalla città che si oscurava, e per me non era un luogo tra gli altri, ma un aspetto delle cose, un modo di vivere. Per esempio, non vedevo differenza tra quelle colline e queste antiche, dove giocai bambino e adesso vivo: sempre un terreno accidentato e serpeggiante, coltivato e selvatico, sempre strade, cascine e burroni. Ci salivo la sera come se anch'io fuggissi il soprassalto notturno degli allarmi, e le strade formicolavano di gente, povera gente che sfollava a dormire magari nei prati, portandosi il materasso sulla bicicletta o sulle spalle, vociando e discutendo, indocile, credula e divertita.
Si prendeva la salita, e ciascuno parlava della città condannata, della notte e dei terrori imminenti. Io che vivevo da tempo lassù, li vedevo a poco a poco svoltare e diradarsi, e veniva il momento che salivo ormai solo, tra le siepi e il muretto. Allora camminavo tendendo l'orecchio, levando gli occhi agli alberi familiari, fiutando le cose e la terra.
Non avevo tristezze, sapevo che nella notte la città poteva andare tutta in fiamme e la gente morire. I burroni, le ville e i sentieri si sarebbero svegliati al mattino calmi e uguali. Dalla finestra sul frutteto avrei ancora veduto il mattino.
»
La casa sulla collina, di Cesare Pavese - Sakura

«Era stata una bella corsetta, tutto sommato, almeno finché non erano spuntati i coltelli e i tirapugni. Avevo messo la sveglia all’alba, come facevo ormai da un mese, e mi ero preparato per la mia corsa mattutina. Niente di speciale, una decina di chilometri al Parco Sempione, ma volete mettere la tranquillità alle 6.30 del mattino? Era stato Gip a convincermi. Diceva che dopo i fatti dell’anno prima, quando avevo rischiato la pelle per ritrovare Monica Ferreri, e soprattutto dopo la morte di Costanza, avevo bisogno di tirarmi su. «Se vuoi ti rimetto in sesto io» mi aveva detto. «Se non vuoi, va bene uguale. Ma scordati la mia faccia.» Sempre stato uno di poche parole, Gip. Poche, ma buone. Infatti non aveva tutti i torti. Avevo iniziato a bere qualche bicchiere di troppo, esageravo con le sigarette, dormivo poco e mangiavo male. E poi c’erano le pasticche che quel farabutto di Tyson mi procurava ogni volta che gliele chiedevo. Insomma, mi ero infilato dritto dritto sulla classica brutta china. »
Non guardare nell'abisso, di Massimo Polidoro - Daniele

«"In una bella casa, in una bella zona della cittadina - la cittadina di Nolgate, sede del penitenziario di stato - il dottor Munck esaminava il giornale della sera mentre la sua giovane moglie se ne stava sdraiata su un sofà lì vicino, scorrendo pigramente la sfilata di colori di una rivista di moda. La loro figlia Norleen dormiva al piano di sopra, o forse si stava godendo di straforo una sessione fuori orario con la nuova televisione che aveva ricevuto in regalo per il suo compleanno la settimana precedente. In tal caso, la sua trasgressione passò inosservata dai suoi genitori in salotto, dove tutto taceva. Il quartiere intorno alla casa era silenzioso come sempre, giorno e notte. Tutta Nolgate era silenziosa, visto che non era un posto di grande vita notturna, a parte forse il bar dove le guardie penitenziarie della prigione si riunivano. Una tale quiete initerrotta rendeva nervosa la moglie del dottore nei confronti della sua vita rinchiusa in un luogo che sembrava distante anni luce dalla più vicina metropoli. Ma fino a quel momento Leslie non si era lamentata della sonnolenza delle loro routine. Sapeva che suo marito era molto devoto alle sue responsabilità professionali connesse al nuovo posto di lavoro.Quella sera, tuttavia, stava mostrando più dei sintomi di disillusione rispetto al lavoro di quanto lei fosse stata in grado di osservare in lui con attenzione ultimamente.
"Com'è andata oggi, David?" gli chiese, mentre i suoi occhi raggianti facevano capolino sopra il bordo della rivista, sulla cui copertina un altro paio di occhi irradiavano uno sguardo luccicante. "Sei stato particolarmente silenzioso a cena."
"Più o meno come sempre," rispose il dr. Munck senza abbassare il quotidiano della piccola cittadina per rispondere allo sguardo della moglie.
"Intendi dire che non hai voglia di parlarne?"
Lui ripiegò il giornale, facendo emergere alla vista il suo torso. "Suonava proprio così, non è vero?"
»
I canti di un sognatore morto, di Thomas Ligotti - Polyfilo

«Lo spettacolo per il quale Briony aveva ideato le locandine, programmi e biglietti, costruito il botteghino con un paravento sbilenco e foderato di carta rossa la cassetta dei soldi, era opera sua, frutto di due giornate di una creatività tanto burrascosa da farle saltare una colazione e un pranzo. Quando ebbe concluso i preparativi, non le restò altro da fare che contemplarne la stesura definitiva e aspettare di veder comparire i suoi cugini dal lontano nord. Ci sarebbe stato un solo giorno di tempo per le prove, prima dell’arrivo di suo fratello. A tratti pungente, spesso disperatamente triste, il dramma narrava una storia di cuore il cui messaggio, racchiuso nel prologo in rima, era che un amore non costruito su fondamenta di grande buonsenso ha il destino segnato. La sconsiderata passione dell’eroina per un malvagio conte straniero naufraga nella sventura allorché la protagonista, Arabella, contrae il colera durante una corsa precipitosa verso una cittadina di mare in compagnia del suo promesso. Abbandonata da lui come da tutti gli altri, costretta a letto in una soffitta, la protagonista scopre in se stessa la forza dell’ironia. La sorte le offre una seconda occasione nella persona di un medico in ristrettezza economiche – in realtà, un principe sotto le mentite spoglie che ha deciso di lavorare tra i bisognosi. L’uomo la guarisce e Arabella, che questa volta sceglie con giudizio, è ricompensata dalla riconciliazione con la sua famiglia e dalle nozze col principe-dottore in una «ventosa giornata di sole primaverile».»
Espiazione, di Ian McEwan - Chiara A.

«9 aprile 2006.

Antonio dalla moto grida: “Spara! Sparaaaa!” La donna con il casco rimane immobile, il mitra puntato verso Chialastri, urla: “Ma chi cazzo è questo? Se non sparo siamo nella merda”. Massimiliano sente un nodo alla gola. Guarda Pierfrancesco e lo rivede adolescente, insanguinato, con l’arcata sopracciliare spaccata. Poi gli sembra di vedere Chialastri in divisa e gli si mozza il respiro. “Massimiliano, non è vero!” grida Pierfrancesco. “Non crederai mica a lui! Tu lo sai! Lo sai! Io non avrei mai fatto niente del genere a… dopo quello che è successo al… parco… Devi credermi”. La voce di Pierfrancesco si spegne in un fiato tremante. Massimiliano ha la pistola puntata su Chialastri, i pantaloni chiari bagnati all’interno. Guarda negli occhi Margherita. “Perché? Ritina, perché?” La voce di Massimiliano si rompe in singhiozzi.
»
Sangue del suo sangue, di Gaja Cenciarelli - Il gatto Zorba

 

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