1 settembre 2015

La vetrina degli incipit - Agosto 2015

L'incipit in un libro è tutto. In pochi capoversi l'autore cattura l'attenzione del lettore e lo risucchia nel vortice della storia. Oppure con poche banali parole lo perde per sempre...
Quanti libri, magari meritevoli, giacciono abbandonati dopo poche righe sui comodini di ogni lettore? E quanti altri invece sono stati divorati in poche ore perché già dalle prime righe non siamo più riusciti a staccare gli occhi dalle pagine? Anche questo mese vogliamo condividere con voi gli incipit dei libri che stiamo leggendo, perché alcuni di voi possano trarre ispirazione per le loro future letture e perché altri possano di nuovo perdersi nel ricordo di personaggi e atmosfere che già una volta li avevano rapiti...





***

«Il martedì di giugno in cui fu assassinato, l’architetto Garrone guardò l’ora molte volte. Aveva cominciato aprendo gli occhi nell’oscurità fonda della sua camera, dove la finestra ben tappata non lasciava filtrare il minimo raggio. Mentre la sua mano, maldestra per impazienza, risaliva lungo le anse del cordoncino cercando l’interruttore, l’architetto era stato preso dalla paura irragionevole che fosse tardissimo, che l’ora della telefonata fosse già passata. Ma non erano ancora le nove, aveva visto con stupore; per lui, che di solito dormiva fino alle dieci e oltre, era un chiaro sintomo di nervosismo, di apprensione.»
La donna della domenica, di Fruttero & Lucentini - Antonio

«Una sera, sul finire dell’estate, prima che il nostro secolo avesse raggiunto il trentesimo anno, due giovani, un uomo e una donna, che portava in braccio una bambina, s’avvicinavano a piedi al borgo di Weydon-Priors, nel Wessex Superiore. Erano vestiti con semplicità, ma non male, sebbene la densa polvere accumulata sulle scarpe e sugli abiti, evidentemente durante il lungo viaggio, desse ora al loro aspetto un che di frusto che non gli tornava certo di vantaggio»
Il sindaco di Casterbridge, di Thomas Hardy - Valetta

«Tutto cominciò nell’estate del 1956,in uno scompartimento di prima classe del rapido Roma – Torino. Faceva un caldo infernale, tutti sudavano , tutti ansimavano, tutti bevevano acqua o gazzosa, a quel tempo una bevanda di gran pregio e di gran consumo. Davanti a me, avevo allora diciannove anni, una bellissima donna dall’accento francese che doveva averne almeno il doppio e poteva essere mia zia. Indossava una specie di canottiera bianca che metteva nella più adescante evidenza due sublimi promontori, al cui confronto il Monte Bianco e quello Rosa sembravano pianure. Una minigonna lambiva maliziosamente due gambe che dimostravano, se mai ce ne fosse stato bisogno,la superiorità della natura sul bulino di Fidia e Prasitele, Donatello e Cellini. Mai visti gioielli così ben torniti, stinchi così perfetti, cosce così ben levigate. La sola vista bastava per turbare i sensi più torpidi e svogliati..»
Ho ucciso il cane nero, di Roberto Gervaso - Cattivissimaprof

«Vorrei che o mio padre o mia madre, o anche ambedue, poiché essi erano ugualmente in dovere di far ciò, avessero ben ponderato quello a cui si accingevano quando mi concepirono; che avessero ben considerato quanto dipendeva dall'atto che erano in procinto di compiere, cioè che non si trattava della mera produzione di un Essere razionale, ma che la corretta conformazione e temperatura del suo corpo, forse il suo genio e l'indole stessa della sua mente, - e per quanto ne potevano sapere anche le sorti del suo intero casato avrebbero potuto mutare a seconda degli umori e delle predisposizioni che fossero stati in quel momento dominanti -: avessero essi ben soppesato e considerato tutto questo dunque, e poi proceduto coerentemente, sono profondamente convinto che avrei avuto nel mondo una riuscita alquanto diversa da quella in cui è verosimile che il lettore mi riconosca.»
Vita e opinioni di Tristram Shandy, gentiluomo , di Laurence Sterne - Polyfilo

«Un frinire di cicale nell’aria d’agosto.
Maerin Hansen tirò le redini e si asciugò il sudore. Il tramonto accendeva i filari delle viti, una lieve foschia saliva dal fiume verso lontane colline. Poco oltre, un bosco di lecci. “La Foresta di Gal…” Ancora poche miglia e poi Savìla: Savìla di Galenia, terra di magia, di bellezza, di tesori. Un viaggio meditato da settimane, sognato da anni. «Che bisogno hai di andare fin laggiù?» gli aveva detto suo padre. «Non ci sono cavalli da comprare qui a Lirian? E poi sei troppo giovane per un viaggio così lungo.» «Ho quasi vent’anni! Voi a sedici siete arrivato fino a Semè- ris nella Terra di Sin!» «Erano altri tempi.» Già, succedevano cose strane da un po’ e coi Galeniani non correva buon sangue, ma non erano mica in guerra… «Le cose si aggiusteranno, vedrete. Vi porterò i più bei cavalli che abbiate mai visto. Padre, o adesso o mai più!» O adesso o mai più. Se lo era ripetuto anche stamane mentre si avvicinava al confine, in preda a un’improvvisa inquietudine. Le guardie lo avevano squadrato con sospetto, ispezionando abiti e bagagli. Si era sentito sul filo di un rasoio, e aveva giurato a se stesso che non avrebbe fatto sciocchezze. Ma varcato il confine aveva scordato tutto, sedotto dalla dolcezza del paesaggio, dalla curiosità dei bambini, dalla grazia delle donne..
»
La stagione del ritorno, di Angela di Bartolo - Chiara A.

«Realtà è tutto ciò che esiste. Semplice, no? Non proprio. Ci sono un po' di problemi. Che dire per esempio dei dinosauri, un tempo esistiti e oggi scomparsi? E delle stelle, così lontane che quando la loro luce ci raggiunge e le vediamo potrebbero essersi già spente?.»
La realtà è magica, di Richard Dawkins - Daniele

« Ti abbiamo riacciuffata per i capelli », è la seconda cosa che mi ha detto mio padre, quando mi sono svegliata nel letto dell’ospedale. La prima, «Penelope », il mio nome, pronunciato piano, più come una madre che come un padre.
Intanto, il mio corpo riprendeva coscienza di sé. Avevo un tubicino infilato nella narice destra. Papà mi ha fatto segno di non toccarlo: era fissato al naso con un cerotto. Nell’altra estremità del sondino gocciolava del liquido da una sacca sospesa a un trespolo. La stanza era bianca, quadrata: a destra e a sinistra, come due ladroni, altre persone giacevano in altri letti. Avevo vergogna di guardarle, ma avvertivo la loro presenza e quella di molteplici altri che si affaccendavano intorno a quei letti. Davanti al mio, solo mio padre, nei cui occhi scuri e fissi cercavo un appiglio. La sua mano ha trovato la mia sotto il lenzuolo di cotone; le nostre dita si sono strette. Mi è sembrato un gesto antico, a cui non ero più abituata. Mi sono sentita come il relitto di un’altra epoca, naufragata tra quelle lenzuola per uno scherzo del tempo. E forse era proprio così.
Adesso, anche l’ospedale è un ricordo, uno di quei ricordi che la psicologa mi incoraggia a trascrivere « con metodo e onestà ». Ma che onestà ci può mai essere nel racconto della propria vita? Eppure, secondo lei, ricostruire la catena di azioni e di pensieri che mi hanno portata in quel letto d’ospedale può servire. Alla comprensione, se non all’accettazione del mio stato. Alla rassegnazione, io credo. Mi devo rassegnare alla vita.
»
Un’altra Penelope, di Chiara Pagliochini - Patrizia

«Sette aprile 1928
Al di là dello steccato, fra i rampicanti, potevo vederli giocare. Procedevano verso la bandiera, ed io li seguivo, lungo lo steccato. Luster frugava fra l'erba, sotto l'albero in fiore. Sfilavano la bandiera e colpivano la palla. Poi rimettevano a posto la bandiera, andavano sul terrapieno, prima tirava uno, poi l'altro. Procedevano ancora, ed io ancora a seguirli, lungo lo steccato. Luster si allontanava dall'albero in fiore, avanzavano lungo lo steccato, si fermavano, ci fermavamo anche noi, mi mettevo a guardare fra i rampicanti, mentre Luster frugava nell'erba. «Attento, caddie». Tir. Si allontanarono, attraversando il prato. Aggrappato ai pali dello steccato, li guardavo che si allontanavano.
»
L’urlo e il furore, di William Faulkner - Sakura


31 agosto 2015

Speciale Romanzi d'Appendice: I Tre Moschettieri - Alexandre Dumas padre

Alexandre Dumas padre nasce il 24 luglio 1802 a Villers-Cotterêts. Figlio di un generale dell'esercito francese che aveva ripudiato il suo titolo nobiliare e morto quando Dumas aveva tre anni, questi fu cresciuto dalla sola madre che gestiva una tabaccheria. Non potendo avere un'istruzione approfondita a causa delle scarse risorse economiche, Dumas inizia a lavorare nell'albergo del nonno materno e in seguito, trasferitosi a Parigi, entra al servizio del Duca d'Orléans come copista. Nel 1824 da una relazione con una sarta nasce Alexandre Dumas figlio, anche lui in seguito famoso letterato. Nello stesso periodo inizia a lavorare per il teatro, riscuotendo successo con opere quali Enrico III e la sua corte, Antony, La Torre di Nesle e Kean. Nel 1843 sposa l'attrice Ida Ferrier e inizia un periodo di successi. Nel 1844 Dumas raggiunge l'immortalità letteraria. Il Conte di Montecristo e I Tre Moschettieri (qui recensito e facente parte di una trilogia), scritti a puntate a partire dal 1844, sono tra le opere francesi più famose e imitate al mondo. Nello stesso anno Dumas acquista un terreno a Marly-le-roi e fa costruire il "Castello di Montecristo", un edificio composito su ispirazione degli stili del Rinascimento, barocco e gotico. Nel 1846 inaugura un proprio teatro, che chiama il "Théâtre-Historique", che fallisce però nel 1850. Rovinato dai debiti, lo scrittore è costretto a vendere all'asta il suo castello e nel 1851, inseguito da più di 150 creditori, deve riparare in Belgio. Torna a Parigi solo nel 1854, risolti i suoi problemi finanziari. Inizia dunque a viaggiare per tutta l'Europa e dal 1861 al 1864, dopo aver accompagnato Garibaldi nelle sue battaglie, soggiorna a Napoli, dove viene nominato direttore degli scavi e dei musei. Tornato in Francia negli anni seguenti, si ammala gravemente e nel settembre del 1870 si trasferisce nella villa di suo figlio Alexandre a Puys, vicino a Dieppe, dove muore il 5 dicembre. Tra le sue opere più importanti, oltre ai romanzi succitati, ci sono il Ciclo degli ultimi Valois (La Regina Margot, La dama di Monsoreau, I Quarantacinque), In viaggio sulle Alpi (1834), Delitti celebri (1839-40), Napoleone (1840), Giovanna d'Arco (1842), La cappella gotica, La guerra delle donne, Il tulipano nero (1850), Il Caucaso (1859).


«Beato colui che per la prima volta si accinge a inseguire le orme di d'Artagnan; beato colui che, avendo letto questo libro nell'adolescenza, come accade, in una edizione probabilmente ornata di traumatizzanti illustrazioni, non ne conserva che un confuso ricordo, fatto di generosi e un po' sciocchi duelli, di trame ingegnose, di agevoli uccisioni; attendono costoro alcune ore di indifesa, deliziata lettura... Una velocissima cavalcata, che si svolge con accelerazione sempre piú nervosa e rovinosa, ci rapisce, per le strade di Francia e di Inghilterra, sulle tracce di d'Artagnan e dei tre moschettieri; in preda ad un batticuore lievemente degradante, gustando tutta la codarda letizia di essere "fuori", noi seguiamo le ambagi di una storia seducente quanto sfrontatamente improbabile». (Giorgio Manganelli)

Recensione

Opera tra le più importanti nella storia della letteratura francese, I Tre Moschettieri di Alexandre Dumas padre (in collaborazione con Auguste Maquet, uno dei suoi assistenti che fu prezioso anche per l'altro capolavoro, Il Conte di Montecristo) uscì per la prima volta a puntate sul giornale “Le Siècle” tra il marzo e il luglio del 1844, durante quel periodo turbolento chiamato anche “Monarchia di Luglio” (1830-1848) che segnò un breve ritorno alla monarchia prima di passare definitivamente alla repubblica. Fulgido esempio di romanzo ottocentesco storico, fu un successo enorme sia di critica che di pubblico già dalle prime pubblicazioni.

Tutto parte dal ritrovamento di un romanzo del '700 - Mémoires de Monsieur d'Artagnan di Gatien de Courtilz de Sandras – da parte di Dumas mentre questi era alla ricerca di notizie su Luigi XIV. Il personaggio descritto in quelle pagine lo colpì così tanto che decise di usarlo per farne il protagonista de I Tre Moschettieri.
Nella trama le avventure del giovane guascone che parte per cercare fortuna a Parigi presso il capitano delle guardie di Sua Maestà de Tréville sono coinvolgenti e senza un attimo di respiro: bastano le pagine iniziali per definire il carattere turbolento e orgoglioso del neanche ventenne.
Leggere le sue parole mentre apostrofa un gentiluomo che aveva celatamente parlato male del suo ronzino e chiedere soddisfazione per l'insulto (cosa che rimarrà come sottotrama per tutto il romanzo), svenire e perdere la lettera di raccomandazione, arrivare a Parigi e testardamente chiedere udienza a de Tréville rischiando di essere ucciso in duello dai tre suoi futuri inseparabili amici Porthos, Aramis e Athos, ci riporta immediatamente a un'epoca affascinante e violenta nel quale i duelli regolamentati tra gentiluomini risolvevano anche la minima controversia.

Ogni azione si accompagna a un eloquio nobile anche nelle imprecazioni e gli intenti, benché rafforzati da moschetto e spada, sono sempre in linea con quello spirito ribaldo e allo stesso tempo signorile che ha creato un termine di paragone nella letteratura.

In più, personaggi memorabili – Milady e il Cardinale Richelieu sono degli antagonisti perfetti e anche i comprimari fanno ottimamente la loro parte - e dialoghi sì ridondanti ma efficaci rendono avvincente un romanzo che a causa della sua serialità ogni tanto gira a vuoto su ridondanti descrizioni o panegirici magniloquenti fini se stessi che devono evidentemente allungare il brodo.

Considerato il primo thriller politico della storia, I Tre Moschettieri non può che affascinare il lettore anche oggi, anche solo per rivivere le gesta che tanto hanno influenzato libri, film, fumetti opere teatrali e tanti altri media.

Giudizio:

+5stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: i Tre Moschettieri
  • Titolo originale: Les Trois Mousquetaires
  • Autore: Alexandre Dumas padre
  • Traduttore: Zini Marisa
  • Editore: Einaudi
  • Data di Pubblicazione: 1998
  • Collana: Einaudi tascabili
  • ISBN-13: 9788806190286
  • Pagine: 636
  • Formato - Prezzo: Brossura - 14,00 Euro

Ingenuità e Violenza - Quarta tappa Blogtour Chelsea & James

Oggi il nostro blog ospita la quarta tappa del BlogTour dedicato a Chelsea & James, il bellissimo romanzo di Roberto Giuseppe Cozzo, recensito qualche mese fa su queste pagine (qui trovate la recensione completa), che racconta della disperata storia d’amore di due ragazzi, non ancora ventenni, sulle cui spalle grava però un notevole fardello di responsabilità ed esperienze particolarmente dure per la loro età; un passato da dimenticare li accomuna, così come la voglia di evasione da una realtà scomoda e stretta.

La gentile richiesta del giovane autore, che abbiamo accolto con grande piacere, è stata sottolineare una questione molto forte e rilevante all’interno dell’opera: il rapporto tra l’ingenuità dei ragazzi e il concetto di violenza e del modo in cui si collocano la morale e la giustizia in una storia come quella di Chelsea e James.
Non è sicuramente un tema facile da affrontare, visto il particolare contesto in cui si colloca la realtà narrativa dei due ragazzi e la forte influenza della componente emotiva che sicuramente gioca un ruolo di punta nel romanzo. Ma a darci lo spunto per un’analisi approfondita e mirata è lo stesso autore, il quale si è concesso a noi per una breve intervista, così da approfondire al meglio alcune tematiche e trovare risposte ad alcuni interrogativi e curiosità sopraggiunte in seguito alla lettura. Una prima domanda nasce proprio dalla curiosità di conoscere il punto di vista dell'autore sulla ricezione del suo Chelsea & James:

1. La scelta di scrivere una storia come quella di Chelsea e James comporta necessariamente la messa in discussione di elementi come la morale o la giustizia, hai mai pensato che questo potesse portare anche a delle critiche?

Sì. Correvo il rischio che non tutti i lettori riuscissero a comprendere le azioni dei protagonisti. Ma questo non mi ha mai fatto dubitare, neanche per un istante, dell'intenzione di sviluppare queste tematiche. Credo che sottoporsi ad un'autocensura preventiva sia una limitazione che uno scrittore non può permettersi. In un mondo di pseudonimi, ghost writers e firme poste sulle copertine di libri scritti da altre persone, io voglio distinguermi. La mia storia è attuale e il mio modo di scrivere è concreto. Ecco perché arriva ai miei lettori, che non hanno mai frainteso le mie intenzioni.

Una scelta coraggiosa e che rende onore al nostro giovane scrittore emergente, la risposta positiva dei lettori ha sicuramente colmato le aspettative e dimostrato come la ragione soccomba alle logiche del cuore e alle emozioni, spezzando tutti i vincoli della consuetudine e mettendo in secondo piano i concetti di moralità e giustizia. Eppure non dobbiamo dimenticare che parliamo sempre di punti di vista, soffermiamoci su un estratto della quarta di copertina

Nel tentativo di perseguire il proprio personale senso di giustizia, due ragazzi cercano di fuggire da un ingombrante passato, che li condiziona fortemente. La moralità, immancabilmente relativa, viene messa in discussione, mentre un viaggio li porterà via dalla zona in cui hanno imparato a soffrire.

Il proprio senso di giustizia. L’uso di questa espressione non è affatto casuale, cosa è giusto e cosa è sbagliato viene ridotto al personale e soggettivo modo di vedere le cose dei due protagonisti: quello di Chelsea e quello di James ma nell'ottica comune, le loro azioni, che vanno dalla rapina, al furto, all’omicidio non esulano da una condanna oggettiva. Il loro coinvolgimento emotivo nella vicenda e la loro età incidono sicuramente, sembrano quasi voler addolcire il loro operato per far accettare il tutto come conseguenza dell'infausto destino toccato ai due giovani sventurati, senza però volerli necessariamente giustificare. Anche Giuseppe Cozzo è della stessa idea, come conferma la sua risposta alla mia domanda:

2. L'amore e la follia dei due ragazzi sono secondo te una valida giustificazione per il loro modo di agire?

Non direi che i protagonisti siano folli. Le loro azioni sono efferate, ma il loro piano è lucidissimo ed il loro desiderio è condivisibile. Tutte le scelte causano delle conseguenze, ma nel loro caso sono estreme. L'amore, di per sé, non può portare a qualcosa di così negativo. Sono il desiderio di libertà e la voglia di cominciare a vivere che rendono i loro gesti comprensibili. Ma mai giustificabili.

E’ questione di prospettive, loro non pensano affatto alle loro colpe ma si soffermano sulle sofferenze da cui cercano di riscattarsi, facendo delle loro debolezze dei punti di forza, tutto mentre gli occhi estranei li giudicano, ma non dimentichiamo che artefice della loro fuga è la disperazione, quella di Chelsea, stufa di vivere una vita sacrificata passata a subire e quella di James, alla ricerca della verità sul suo passato. Giuseppe Cozzo è stato molto bravo nel riuscire a creare due personaggi che nonostante le loro colpe riescono a farsi amare incondizionatamente dal lettore, perciò ho domandato al loro ideatore

3. Chelsea e James sono sempre stati così spietati e amorevoli allo stesso tempo oppure inizialmente avevano delle caratteristiche diverse?

La loro creazione è stata assolutamente naturale, e credo che l'assenza di forzature traspaia dalla lettura della storia. La loro violenza trae una chiara origine dagli eventi che li hanno segnati, e dai quali ritengono che un distacco sia possibile solo compiendo una rivoluzione. Il contrasto tra sensibilità e crudeltà è ciò che rende umani i protagonisti. Senza l'una o l'altra cosa, avrei la colpa di averli resi astratti.

Queste parole hanno fatto luce su un elemento che mi ha colpito molto: la freddezza assoluta con cui i due operano i loro misfatti e il modo in cui subiscono inermi le vicissitudini. E' stato facile comprendere il perchè siano così rigidi e distaccati da quanto li circonda, accettano il lato più oscuro del loro essere e questo non perchè siano dei mostri senza cuore e raziocinio o perchè siano invece così ingenui da non capire quanto stiano complicando la loro esistenza, ma semplicemente perchè è la voglia di riscattarsi a guidare i loro destini come una furia, cieca a qualsiasi circostanza o soggetto le si avvicini con l'intento di rallentare o intralciare il suo cammino. I due innamorati si ritrovano ad essere vittime di un destino crudele e vedono nelle loro azioni una speranza di salvezza ma ad un'affermazione di questo tipo segue naturalmente un quesito e ancora una volta ho cercato di colmare la mia curiosità rivolgendomi a Giuseppe Cozzo

4. Chelsea e James hanno mai creduto davvero di farcela ad arrivare alla fine della corsa e vivere la loro vita insieme?

Probabilmente sì, anche se lo stesso James ne dubitò, all'interno del testo. Magari per un breve periodo. Direi dopo le fasi iniziali, quando arrivano in Arizona e le loro condizioni di vita migliorano leggermente grazie ai guadagni che conseguono illegalmente. D'altronde, se fossero stati certi di non riuscire a modificare la propria situazione, non avrebbero mai neanche provato a farlo. Qual è la tua idea in proposito?

Rispondo pubblicamente a questa domanda in modo molto semplice, io credo che almeno per un momento abbiano creduto di arrivare alla fine della corsa vittoriosi ma è stato solo un attimo, la loro felicità e la loro speranza sono state proprio la fuga e tutto il tempo trascorso assieme: il viaggio è stata la loro salvezza e la loro gioia.
Il fine si trasforma nel mezzo e l’amore, protagonista indiscusso, è stato il sogno ad occhi aperti di questi due ragazzi che nonostante il loro essere criminali non possiamo non amare, per le loro tenerezze e per il loro modo disperato di appoggiarsi all’altro. Ringrazio ancora una volta Giuseppe Cozzo per la sua disponibilità e per la possibilità di partecipare a questa iniziativa, aspettando con ansia un suo secondo lavoro che sicuramente eguaglierà il successo del suo primo romanzo, faccio i miei migliori auguri per il suo futuro perchè mettersi in gioco e scrivere a cuore aperto non è sempre facile!

Concludo segnalandovi segnalo la prossima tappa del BlogTour:
Citazioni e ispirazione, su Da una stella cadente all'altra, lunedì 7 settembre
Le frasi più significative del mio romanzo e quelle che lo hanno ispirato. I riferimenti espliciti a Bonnie e Clyde, i pochi punti di contatto e le molte differenze.

29 agosto 2015

Speciale Romanzi d'Appendice: Il sindaco di Casterbridge - Thomas Hardy

Thomas Hardy nacque nel 1840 ad Higher Bockhampton, Dorchester, Inghilterra. Studente brillante, non poté intraprendere gli studi universitari a causa degli scarsi mezzi economici della famiglia, per questo all'età di 16 anni abbandonò la scuola e fu assunto come apprendista in uno studio di architettura fino al suo trasferimento a Londra, dove riuscì a iscriversi al King's College e dove vinse diversi riconoscimenti importanti nel campo dell'architettura.
Sempre cosciente delle divisioni sociali esistenti faticò ad ambientarsi nella capitale, ma il soggiorno a Londra lo rese molto attento alle problematiche di riforma sociale e del lavoro, diffuse fra gli altri da John Stuart Mill. Dopo essere rientrato nel Dorchester, Hardy nel 1874 si trasferì in Cornovaglia in seguito al matrimonio con Emma Lavinia Gifford. Sebbene i due finiranno col divorziare, lo scrittore rimase legato alla donna e fu profondamente toccato dalla sua morte, evento che lo spinse ad avvicinarsi con decisione alla poesia e che lo portò a vincere importanti riconoscimenti, tanto che oggi egli viene apprezzato tanto quanto poeta che quanto romanziere.
La decisione di diventare scrittore era maturata però molto tempo prima, al momento del ritorno nel Dorchester, e aveva portato nel 1867 alla produzione del suo primo romanzo, The Poor Man and the Lady, che però non trovò mai un editore e fu in seguito bruciato dal suo autore, a causa dei controversi temi politici trattati.
Nel frattempo Hardy aveva prodotto altre due novelle, Desperate Remedies (1871) e Sotto gli alberi (Under the Greenwood Tree, 1872), pubblicate sotto pseudonimo, e una terza uscita invece con il suo vero nome a puntate sul Tinsley's Magazine tra il 1872 e il 1873. Quest'opera, intitolata Due occhi azzurri (A Pair of Blue Eyes), si ritiene abbia dato origine al termine cliffhanger in quanto al termine di uno dei capitoli il protagonista restava letteralmente appeso ai bordi di una scogliera.

Successo ancora maggiore riscosse l'opera successiva, Via dalla pazza folla (Far from the Madding Crowd, 1874), nella quale viene per la prima volta introdotto il termine Wessex per indicare la regione, corrispondente grossomodo all'antico regno Sassone, nella quale saranno ambientati quasi tutti i suoi romanzi successivi.
E' proprio grazie al successo di Via dalla pazza folla (qui la nostra recensione) che Hardy poté abbandonare il lavoro di architetto e dedicarsi alla scrittura a tempo pieno producendo altri dieci romanzi nei quali l'autore ritorna più volte sui temi a lui cari quali la lotta impari contro il destino, l'impossibilità di valicare le divisioni di classe e la predominanza della passione sulla ragione, tutti temi che lo porteranno a essere identificato come uno dei principali esponenti del realismo Vittoriano. Spiccano fra tutti gli ultimi due romanzi, Tess dei d'Urbevilles (Tess of the d'Urbervilles, 1891), da noi recensita qui, e Jude l'oscuro(Jude the Obscure, 1896), entrambi destinati a suscitare enormi polemiche e indignazione nel pubblico vittoriano per la palese critica all'istituzione del matrimonio e il modo disinvolto con cui venivano trattati argomenti come il sesso e la religione. Pare che Giuda venisse venduto in buste di carta per nasconderne il titolo e che il vescovo di Wakefield arrivò a bruciarne delle copie e pare che le aspre critiche ricevute convinsero Hardy a non scrivere più romanzi nonostante in quel periodo fosse ormai arrivato all'apice della fama e, a partire dal 1910, ricevesse ben dieci candidature al Nobel per la Letteratura.
Sposatosi una seconda volta nel 1914 con la segretaria Florence Emily Dugdale, di 39 anni più giovane, Hardy si ammalò ai polmoni nel 1927 e morì i primi di gennaio del 1928 nella sua abitazione di Max Gate. Le sue ceneri furono seppellite nell'Angolo dei Poeti a Westminster Abbey, con l'eccezione del cuore che fu invece seppellito insieme alla prima moglie Emma.


Michael Henchard è un mietitore disoccupato che, dopo essersi ubriacato ad una fiera di paese, in seguito ad un impulsivo scatto d'ira vende la moglie Susan e la figlioletta di un anno ad un marinaio appena incontrato. Diciotto anni dopo, Susan e la figlia si mettono alla sua ricerca senza sapere che nel frattempo l'uomo è diventato il personaggio più prominente di Casterbridge. Henchard tenta a questo punto di porre rimedio alla sua scorrettezza giovanile ma la sua natura impulsiva, mai domata dagli anni, adombra sia le sue relazioni personali che la buona riuscita dei suoi affari. Sebbene Henchard sia destinato a essere un eroe tragico, incapace di sopravvivere alla nuova realtà commerciale, il suo è anche un cammino verso l'amore.

Recensione

Quando pensiamo ad Hardy oggi pensiamo soprattutto all'innocente e sfortunata Tess. Eppure questo Il sindaco di Casterbridge, precedente di cinque anni, inizia con una delle scene più memorabili della letteratura, con cui pochi altri romanzi riescono a rivaleggiare ancora oggi: un giovane ubriaco, iracondo e impulsivo, vende la propria moglie e la propria figlia ancora in fasce ad un perfetto sconosciuto. Un gesto di cui si pentirà troppo tardi e che segnerà la sua esistenza.

Un inizio sfolgorante che non indugia in preamboli e che si tuffa poi a capofitto in avanti di vent'anni per narrare una delle storie più ricche di colpi di scena della letteratura vittoriana, che si dipana secondo una sequenza di eventi così ben congegnata da chiedersi come sia possibile che la fama di quest'opera si sia tanto offuscata negli anni, a vantaggio di opere un po' più pasticciate come appunto Tess.
Anche ne Il sindaco di Casterbridge, infatti, ritroviamo l'eterna lotta fra uomo, destino e i limiti di una società ipocrita che sono al cuore di tutti i romanzi di Hardy, Tess compresa, ma qui il tono è più razionale, prosaico, contenuto nel melodramma - nonostante l'autore non sia avaro di disgrazie in rapida sequenza - e perciò meno propenso ad accalappiare lettori in cerca di emozioni forti e immediate. Va poi detto che le vicende di una fanciulla innocente dalla virtù violata sono destinate a rimanere più facilmente nei ricordi e nel cuore del pubblico rispetto alla parabola tragica di un uomo un po' rozzo e dal carattere iracondo che sembra un po' meritarsi le disgrazie di cui è vittima.

A differenza di altri romanzi di Hardy, in cui i protagonisti sembrano spesso vittime impotenti del fato e lo spazio di manovra del loro libero arbitrio sembra veramente limitato, ne Il sindaco di Casterbridge il carattere del protagonista appare responsabile del suo destino tanto quanto gli eventi incontrollabili che appaiono sul suo cammino (non a caso il sottotitolo dell'opera è "La vita e la morte di un uomo di carattere"). Michael Henchard è un uomo orgoglioso e portato a farsi accecare dalle passioni, non cattivo, anzi, capace di momenti di profonda tenerezza e empatia, eppure incapace di impedire ai suoi istinti più bassi di prendere il sopravvento. Qualcuno ha notato in questa sua personalità instabile, capace di slanci di generosità e subito pronta a cadere nel vittimismo e nella diffidenza semi-paranoica, gli indizi di una forma di depressione, inevitabilmente acuita dall'abuso di alcol che esalta la tendenza dell'uomo all'ira ingiustificata.

Henchard è un personaggio complesso ma estremamente umano, per questo non difficile da amare o quantomeno da compatire, anche nei suoi momenti più bassi. Anche lui in qualche modo ha tentanto di elevarsi sopra il proprio rango, di uscire dagli schemi, di ottenere qualcosa di più di quanto la classe sociale in cui è nato gli avrebbe concesso e per questo, come quasi tutti i personaggi del romanziere inglese, viene punito. In questo caso, però, non è tanto l'ipocrita società vittoriana da biasimare (anche se nell'infelice destino delle relazioni con Susan prima e con Lucetta poi non mancano di infliggere una stoccata all'istituzione del matrimonio così come lo vedeva Hardy) quanto il protagonista stesso che permette al proprio orgoglio e alla propria invidia di mandare all'aria quanto di buono è stato capace di costruire nella seconda parte della sua esistenza. Vendere la propria moglie e figlia è una colpa troppo grande dalla quale è impossibile redimersi, sembra dire l'autore.

Il fato migliore, al contrario, tocca a chi sa accettare il proprio destino con paziente sopportazione come la figlia di Michael, Elizabeth-Jane, una figura femminile decisamente poco accettabile oggi, docile e sottomessa fanciulla disposta a subire l'atteggiamento freddo e scostante del padre prendendosene la colpa e a restare in paziente attesa dell'amato anche quando questo si invaghisce e sposa un'altra.
I personaggi secondari, va detto, sono uno degli aspetti di minor fascino dell'opera e il motivo per cui ho tolto una stelletta al voto finale. Al di là dell'insipida ma tenace Elizabeth-Jane, non mancano figure affascinanti come il brillante Donald Farfrae, nemesi di Henchard, figura solare, positiva e senza ombre, o la sfortunata Lucetta che non è ben chiaro se Hardy voglia dipingere come una sciocchina o come una donna di fascino e personalità. Tuttavia ognuna di queste figure sale a sprazzi alla ribalta nel corso della storia, apparendo come una possibile figura centrale fino a che lo scrittore non la rispedisce in secondo piano o, peggio ancora, nel dimenticatoio per capitoli interi. Il protagonista assoluto, come del resto anticipava il titolo, resta quindi solo lui, Michael, le altre figure della sua vita destinate a vedersi solo quando funzionali al racconto e quindi nel complesso sempre un po' monocordi e poco apprezzabili.

Infine un'ulteriore stelletta l'ho tolta per il modo in cui viene gestita la trama: Il sindaco di Casterbridge apparve inizialmente a puntate su Graphic magazine in Inghilterra e su Harper’s Weekly negli Stati Uniti, per cui non è difficile immaginare che i frequenti colpi di scena abbiano lasciato i primi lettori in sospeso da una settimana all'altra. Ogni colpo di scena viene però risolto quasi sempre nel capitolo successivo, a differenza di quanto avviene in opere di altri grandi scrittori vittoriani come Dickens o Charlotte Bronte abituati a celare alcuni misteri per la quasi totalità dell'opera. Questo, unito al numero relativamente scarso di personaggi principali, rovina un po' la suspense per il lettore moderno che si trova fra le mani un'opera fatta da una sequenza di azione e reazione, non priva di fascino ma forse meno accattivante di quanto doveva apparire all'inizio.

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Il sindaco di Casterbridge
  • Titolo originale: The Mayor of Casterbridge
  • Autore: Thomas Hardy
  • Traduttore: L.Berti
  • Editore: Rizzoli
  • Data di Pubblicazione: 2000
  • Collana: BUR - Classici
  • ISBN-13: 978-8817173315
  • Pagine: 361
  • Formato - Prezzo: ebook- 2,99 €

28 agosto 2015

Il libro delle cose nuove e strane - Michel Faber

Tutto ha inizio quando Peter Leigh, un devoto uomo di fede, viene chiamato a compiere la missione di una vita, una missione che lo porterà a galassie di distanza dalla sua amata moglie, Beatrice, in territori forse ostili. Peter non può sottrarsi e parte. Ma a poco a poco si immerge nei misteri di un ambiente nuovo e incredibile, governato da un’enigmatica organizzazione conosciuta solo come USIC. Il suo lavoro lo porta a contatto con la popolazione nativa, apparentemente amichevole, alle prese con una pericolosa epidemia e ansiosa di ricevere gli insegnamenti di Peter – la sua Bibbia è il loro “libro delle cose nuove e strane”. Con sua moglie Peter intrattiene una fitta corrispondenza, ma le lettere di Beatrice all’improvviso si fanno sempre più disperate e Peter ne rimane scosso: tifoni e terremoti devastano interi paesi sulla Terra e i governi sono in bilico. La fede di Bea, un tempo faro delle loro esistenze, inizia a vacillare. La lontananza che separa i due amanti, misurata in distanze siderali, e agli estremi della quale ci sono un mondo appena scoperto e un altro ormai al collasso, minaccia di diventare una voragine incolmabile e sempre più profonda: mentre Peter cerca di conciliare i bisogni della sua congregazione con i desideri del suo strano datore di lavoro, Bea lotta per sopravvivere. Le prove che affrontano Bea e Peter mettono a nudo la loro fede, il loro amore, le loro responsabilità.

Recensione

Peter Leigh era un ladro tossicodipendente senza fissa dimora. Ricoverato in ospedale per una frattura alle gambe, a seguito di una caduta durante un tentativo di furto, incontra Bea, infermiera profondamente religiosa, che riesce a convertirlo alla fede cristiana. I due si sposano e Peter, dopo un passato dedito al vizio, come Sant’Agostino, diventa un pastore di anime e si dedica al bene della comunità. Quando i coniugi Leigh vengono a sapere che l’Usic, una multinazionale che gestisce una colonia su un pianeta avente condizioni di vita assimilabili a quelle terrestri, indice un bando per assumere del personale da inserire nella suddetta colonia, attirati dal forte compenso previsto, decidono di partecipare alla selezione. Solo Peter riesce a superare i test e parte per il pianeta alieno con l’approvazione di Bea.
I due coniugi, a milioni di chilometri di distanza, possono scriversi, ma le loro priorità necessariamente divergono. Peter è molto impegnato nella evangelizzazione dei nativi del pianeta, chiamato Oasi, mentre Bea, che si accorge fra l'altro di essere rimasta incinta, deve preoccuparsi della propria sopravvivenza, dati gli sconvolgimenti naturali e sociali che si stanno verificando nel frattempo sulla Terra.
Quelli che si inviano i coniugi Leigh sono messaggi d’amore che, peraltro, diventano gradualmente motivi di incomprensione fra loro, stante le difficoltà che devono superare vivendo separati.
Entrambi sono costretti ad affrontare prove che tenderanno a far vacillare la loro fede. Ma ci sono degli interrogativi, inizialmente non considerati, che gradualmente si affollano nella mente di Peter, come il fatto che lui sia stato selezionato per il viaggio e Bea no, perché nella colonia non esistano mai conflitti d’opinione, cosa speri di ottenere l'Usic che spende milioni di dollari per mandare avanti il progetto di colonizzazione, come mai siano scomparsi due componenti della colonia, eccetera. Le risposte che pian piano Peter riuscirà a darsi, o che gli forniranno i compagni della colonia, modificheranno il suo modo di pensare e lo spingeranno a decidere se restare su Oasi o tornare sulla Terra.

I romanzi di fantascienza a sfondo socio-religioso sono indubbiamente interessanti e, in genere, molto originali, dato che la materia si presta alla casistica più varia. In questa storia abbiamo degli alieni che abbracciano con entusiasmo la fede cristiana e il motivo per cui una multinazionale si presti al loro indottrinamento, con costi apparentemente enormi, è una delle domande che Peter si pone e a cui riuscirà ad avere risposta solo verso la fine della storia.

Il titolo del romanzo, Il libro delle cose nuove e strane, è riferito all'appellativo con cui i nativi indicavano il Nuovo Testamento. I nativi di Oasi sono creature piuttosto deboli, apparentemente asessuate e innocue. Per la gran parte accettano la religione cristiana e coloro che invece la rifiutano non la osteggiano, limitandosi a non partecipare alle funzioni. Peter si dedica letteralmente anima e corpo allo loro evangelizzazione, pieno di entusiasmo per la grande disponibilità con cui la religione viene accolta.
Per quanto il romanzo non sia noioso, non si presta a farsi leggere tutto d’un fiato. Il libro di quasi seicento pagine, che racconta per buona parte l’approccio di Peter con in nativi e con le condizioni di vita del nuovo territorio, è a tratti piuttosto lento, pregno delle considerazioni e dei dubbi che si pone il protagonista.
Il pianeta su cui è stata fondata la colonia non risulta particolarmente vario né dal punto di vista del territorio, totalmente pianeggiante, né da quello animale e vegetale (esattamente il contrario, dal punto di vista estetico e multirazziale, del pianeta Tschai, ma il romanzo di Faber, se non ha il ritmo e la fantasia di quello di Jack Vance, ha tutt'altra complessità e profondità di pensiero), e la multinazionale che lo gestisce non risulta interessata alla scoperta di nuove specie di fauna e flora. Pertanto nel romanzo non c’è molta azione e quel poco che viene raccontato si legge prevalentemente nei messaggi che Bea spedisce a Peter. Solo nelle ultime cento pagine il racconto si impenna, il ritmo si fa più veloce, Peter trova molte risposte ai suoi interrogativi e viene a crearsi una certa suspense.

Non bisogna peraltro pensare che tutta la storia si limiti all’incontro degli umani con un mondo alieno. In realtà il nucleo del racconto sta nel rapporto fra Peter e Bea, due anime gemelle fra cui, gradualmente, viene a crearsi una frattura per le problematiche totalmente diverse che devono affrontare, tanto che i messaggi che si spediscono, invece di appianare, incrementano i motivi di divergenza. L’interrogativo che si pone il lettore, a cui avrà risposta alla fine del romanzo, è se i due coniugi sapranno superare le difficoltà contingenti e ristabilire il loro rapporto.
Dato che la storia termina un po’ bruscamente, sarei propenso a ritenere che possa essere previsto un seguito. La critica ha parlato molto positivamente di questo romanzo, ma ritengo che sia solo il pubblico a poter dare il giudizio determinante, stante che solo l’aspetto economico può invogliare la casa editrice a farsi promotrice con l’autore della prosecuzione della storia.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Il libro delle cose nuove e strane
  • Titolo originale: The Book of  Strange New Things 
  • Autore: Miche Faber
  • Traduttore: Alberto Pezzotta
  • Editore: Bompiani
  • Data di Pubblicazione: giugno 2015
  • Collana: Narratori Stranieri
  • ISBN-13: 9788845279171
  • Pagine: 584
  • Formato - Prezzo: Brossura con sopracopertina - Euro 21,00
 

La Stamberga dei Lettori Copyright © 2011 | Template design by O Pregador | Powered by Blogger Templates