03 giugno 2012

Portrait - Joyce Lussu


I Contenuti
L'ironica e spregiudicata autobiografia di una donna irriducibile.
Dalla Firenze degli anni Venti alla Heidelberg di Jaspers, dalla clandestinità alla guerra antifascista, dall'incontro con il grande patriota Emilio Lussu ai viaggi alla ricerca di poeti da tradurre, da Giustizia e Libertà al '68, dalle lotte femministe a quelle del popolo curdo e infine a quelle ambientaliste.
La storia di una donna che non voleva essere considerata speciale ma che ha anticipato ogni tempo.
La storia di una donna che con parole semplici, sincere, spesso forti e disarmanti, fa riflettere su questioni pubbliche e private, sulla guerra, la politica, la religione, su realtà importanti come il rapporto uomo-donna e il rapporto genitori-figli.
La storia di "una donna per" ovvero "costruttiva, generosa, capace di vedere il lato positivo e le possibilità della vita", come scrive Giulia Ingrao nella sua Prefazione.
La Recensione

"Se dovessi scrivere la mia storia, prenderei come punto di riferimento il rapporto con il cibo e le bevande, che da tanti decenni continuano a carburare questa mia carcassa, con sempre rinnovata soddisfazione poetica..."

Nel leggere il breve autoritratto che Joyce Lussu, al secolo Gioconda Salvadori, ha lasciato di se stessa si realizza subito che non si tratta di una vera e propria autobiografia nel senso tradizionale del termine.
Eppure, dal momento che di tradizionale in Joyce Lussu c'era veramente - a quel che è dato capire - poco, forse questo schizzo parziale di sè, tracciato con mano ferma e con una tavolozza dai colori sgargianti, è quanto di più corrispondente alla persona si possa desiderare.
Il leit motiv del lungo piano sequenza cinematografico che Joyce Lussu lascia come testimonianza, disincantata e non seriosa, di sè è il suo profondo attaccamento alla realtà materiale della vita, scevro di pregiudizi moralistici, di paturnie religiose, di sensi di colpe o ansie interiori.
Molto di questa attitudine strettamente pragmatica con cui l'autrice morde e assapora il midollo della vita è legato ai tempi difficili che si è trovata a vivere, prima la dittatura fascista, poi l'ecatombe della seconda guerra mondiale e la resistenza partigiana, infine i ritmi frenetici della ricostruzione. Tutte situazioni che, di certo non augurabili, hanno creato in lei una fame inesauribile per la vita.
Parte nei suoi ricordi proprio dal rapporto con il cibo come veicolo di un desiderio straripante: dalla mancanza alla lotta per ottenerlo, dalla voluttà nel gustarlo alla consapevolezza di quanto il superfluo sia lontano dal sufficiente.
La sua vita è una continua militanza nel rispetto di un credo ideale modernissimo, anche oggi, e fondato sull'apertura al diverso e sulla laicità, sul valore della condivisione come fonte di arricchimento, materiale e morale.
Proveniente da una famiglia nobile ma con genitori dediti all'idea socialista, Joyce Lussu ha modo di conoscere personaggi della cultura come Benedetto Croce a Napoli e Karl Theodor Jaspers a Heidelberg, provandone le debolezze nei confronti dei regimi totalitaristi, e trova il complemento affettivo ai suoi valori nella relazione, incredibilmente aperta e insolita per quei tempi, con il partigiano di Giustizia e Libertà, poi ministro e senatore nell'Italia Repubblicana, Emilio Lussu.
La natura di questo, che è molto più di un legame coniugale secondo la forma, sta nell'impulso che Joyce ne riceve a inventare sempre nuove sfide per mantenere vivo e fattivo il rapporto con l'ingombrante marito: da questo, oltre che dalla formazione culturale, nasce il bisogno di farsi interprete, anche materialmente come traduttrice, delle istanze delle culture terzomondiste in lotta per la liberazione dalle potenze coloniali, così come aveva lottato per liberare l'Italia dal Nazifascismo.
Attiva nel campo della poesia e delle letterature di aree del mondo a quei tempi lontane non solo geograficamente, Joyce Lussu ha portato in Occidente per prima le opere di poeti come il turco Nazim Hikmet e l'angolano Agostinho Neto, ha affrontato la questione curda conoscendo personalmente Jalal Talabani, attuale presidente iracheno, ha viaggiato in lungo e in largo, dalla Cina a Cuba per fare da ponte tra mondi e culture lontani ma non inconciliabili, se guardati con mente libera e sorriso aperto, come quello della sua foto.
Non si deve considerare quest'autoritratto una biografia fedele: oltre alla data di nascita mancano tanti episodi importanti di un documento ufficiale, per esempio il primo matrimonio, precedente a quello con Lussu, non viene affatto menzionato e forse non avrebbe fatto male aggiungere qualche spiegazione per fatti, riferimenti e personaggi citati dall'autrice ma che al lettore di oggi possono non essere così noti o evidenti.
Quello che conta però è lo spirito impegnato e ottimista, mai egocentrico o presuntuoso ma sempre proteso verso l'altro, il diverso, il bisognoso, non per senso di pietà ma per desiderio di condivisione e viva curiosità verso l'ignoto, che anima i molteplici percorsi di Joyce Lussu.
In tanti campi ha svolto attività di pioniere e di elemento di rottura, mai con gesti eclatanti ma sempre in modo concreto: per esempio anche sulla questione femminile, ben prima dell'esplosione movimentista degli anni '70, praticava con la propria vita il credo dell'indipendenza e dell'autonomia, intese come rispetto delle aspirazioni individuali, anche all'interno dei complessi intrecci famigliari.
Non parla molto della sua vita affettiva come madre, forse anzi lo fa in misura maggiore per il suo diventare nonna, e spesso usando l'espediente stilistico dell'enumerazione, dell'elenco, del polisindeto per non rendere evidente la profondità della partecipazione emotiva a questi eventi.
Allo stesso modo il dolore per la perdita del compagno di una vita prende la forma delicata e sorridente di una poesia, in cui il ricordo della felicità vissuta insieme è capace di superare - almeno in apparenza - il dolore dell'assenza.
E inevitabilmente l'immagine che, leggendo, viene da associare a questa donna si materializza in un sorriso, solare e sommessamente aperto.
Giudizio:
+4stelle+
Articolo di Polyfilo
Dettagli del libro
  • Titolo: Portrait
  • Autore: Joyce Lussu
  • Editore: L'asino d'oro
  • Data di Pubblicazione: 2012
  • Collana: Omero
  • ISBN-13: 9788864430768
  • Pagine: 145
  • Formato - Prezzo: Paperback - Euro 12,00
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02 giugno 2012

La giustizia di Iside - Clelia Farris


I Contenuti

In un Egitto sospeso tra culto dei morti, religione isiaca, trasformazioni genetiche di vegetali e animali, e una rivoluzione, politica ed ecologica, si innestano le vicende dei Sette, una squadra di poliziotti che, grazie a un accordo con i Giudici dei Morti, può scambiare l'anima di un assassino con l'anima della vittima, e ottenere che quest'ultima resusciti. Ma perché questo avvenga, occorre che tutti i componenti della squadra si riuniscano nel serdab.

Menes, uno dei Sette, è ucciso in un bagno pubblico dismesso. Il capitano che comanda la squadra chiama Naïma a sostituirlo.

Naïma è un Occhio di Horo, un detective che si occupa di delitti comuni. Per obbedire al superiore, è costretta ad abbandonare la caccia a un assassino che uccide dissanguando le sue vittime, e ne tumula il corpo in modo insolito: una piramide di fogli bianchi, un violoncello, una lastra di cristallo.

Nel corso delle indagini, i Sette si troveranno ad affrontare il Mare-di-Sotto, una regione sotterranea popolata da creature mostruose, originate da dissennati accoppiamenti pre-rivoluzione tra geni di pesci, di alghe e di esseri umani. E scopriranno che non tutti i resuscitati sono felici di essere ritornati in vita.

Naïma infine riuscirà a risolvere i suoi casi e a scoprire chi ha ucciso Menes, ma il prezzo da pagare sarà alto.


La Recensione

Quando ho finito di leggere La pesatura dell'anima, il primo romanzo pubblicato per la Kipple, ho subito pensato: c'è bisogno di un seguito! Il mondo creato dall'autrice era talmente affascinante da apparire fin troppo compresso e limitato in un solo romanzo di duecento pagine. Nel giro di un anno, la mia richiesta è stata esaudita!
Con La giustizia di Iside Clelia Farris torna a farci viaggiare nelle Due Terre: l'anacronistico, ucronico Antico Egitto dal sapore steampunk. Nell'epoca che ha visto il declino delle dinastie e l'ascesa di una nuova forma di governo ufficiale, a detenere il potere e il controllo sulla vita e sulla morte sono i Sette, una squadra speciale che si occupa di omicidi, in collaborazione con i Giudici della Morte e la dea Iside. Apoteosi dell'antichissima legge del taglione, i morti per omicidio possono esser resuscitati, la loro anima viene data indietro in cambio dell'anima dell'omicida. Un sistema, però, non infallibile, fosse solo per il peso psicologico che grava sui sette membri della squadra: e tanto basterebbe  a chi volesse metterli fuori gioco, come le creature del Mare di sotto. Ma alla fine è con se stesso che ognuno dei sette dovrà fare i conti.
La trama di fondo è essenzialmente un giallo, ma il vero asso portante del romanzo è il gioco tra i personaggi: tutto ruota attorno alle loro relazioni e ai loro conflitti personali. La protagonista, Naima, donna apparentemente forte, ma molto complessa e in conflitto con se stessa, guida di fatto una schiera di personaggi che, ognuno a modo suo, compierà una trasformazione - scelte drastiche incluse - che attraversa l'intero romanzo, mentre il nemico invisibile abbatte, colpo dopo colpo, l'inganno del perfetto controllo della squadra e i loro equilibri.
A fare da sfondo è un'ambientazione, come già detto, estremamente affascinante, originalissima, ottimamente tratteggiata. Senza mai risultare eccessiva, senza mai appesantire la narrazione con digressioni e spiegoni - complice anche un apparato stilistico all'altezza - l'autrice stordisce inizialmente il lettore con un forte straniamento, per poi abituarlo facilmente al mondo fantasioso, ai suoi termini tecnici (grazie anche al dizionarietto) e persino al suo dialetto. Il lavoro inventivo della Farris è notevole e merita il plauso, a cominciare dal profilo linguistico e stilistico. Come ho già detto nella recensione al precedente romanzo, colpisce soprattutto il rovesciamento della nostra società contemporanea e il riappacificamento della tecnologia con la natura.
Se, rispetto al romanzo precedente, l'autrice è andata molto più a fondo nella cura dell'ambientazione e nella caratterizzazione dei personaggi, che raggiunge livelli molto alti, permangono difetti e qualche debolezza strutturale. Innanzitutto, a costo di suscitare l'accusa di una lettura poco attenta, confesso qualche perplessità sulla continuità tra i due romanzi ambientati nelle Due Terre: se è vero che La giustizia di Iside può esser letto come romanzo a sé stante, non si capisce perché effettivamente se ne parli come seguito, al punto che non manca qualche incongruenza con la trama del romanzo precedente. 
Una debolezza strutturale si fa evidente nella narrazione, specie nella scelta del fuoco multiplo: per quanto sia azzeccata la narrazione in terza persona, ben lontana però da uno stucchevole narratore onnisciente, il frenetico e schizofrenico cambio di punto di vista rende molto difficoltosa la lettura; se a questo si aggiunge l'abitudine dell'autrice a non rendere facilmente riconoscibili i tanti personaggi, e il forte straniamento iniziale, la lettura si fa ancora più lenta, rendendo necessario talvolta tornare indietro e rileggere.
Tali debolezze non guastano irrimediabilmente la lettura di quello che rimane, comunque, un bel romanzo, originalissimo, che ha molto da dire; una lettura che, a tenere conto del panorama italiano, va certamente consigliata e fortemente incoraggiata.

Giudizio:
 +4stelle+

Articolo di Tancredi

Dettagli del libro
  • Titolo: La giustizia di Iside
  • Autore: Clelia Farris
  • Editore: Kipple Officina Libraria
  • Data di Pubblicazione: 2012
  • Collana: Avatar
  • ISBN-13: 9788895414737
  • Pagine: 252
  • Formato - Prezzo: eBook - 2,50 Euro

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01 giugno 2012

La vetrina degli incipit - Maggio 2012

L'incipit in un libro è tutto. In pochi capoversi l'autore cattura l'attenzione del lettore e lo risucchia nel vortice della storia. Oppure con poche banali parole lo perde per sempre...
Quanti libri, magari meritevoli, giacciono abbandonati dopo poche righe sui comodini di ogni lettore? E quanti altri invece sono stati divorati in poche ore perchè già dalle prime righe non siamo più riusciti a staccare gli occhi dalle pagine?
Anche questo mese vogliamo condividere con voi gli incipit dei libri che stiamo leggendo, perchè alcuni di voi possano trarre ispirazione per le loro future letture e perchè altri possano di nuovo perdersi nel ricordo di personaggi e atmosfere che già una volta li avevano rapiti...


Lo staff della Stamberga


 


***

«Se dovessi scrivere la mia storia, prenderei come punto di riferimento il rapporto con il cibo e le bevande, che da tanti decenni continuano a carburare questa mia carcassa, con sempre rinnovata soddisfazione poetica.
L'appetito permanente dell'infanzia e dell'adolescenza (eravamo poveri e gli alimenti della famiglia erano spartani) e la gioia meravigliosa della sazietà; l'episodio indimenticabile dei miei undici anni, quando una signora inglese mi portò in una pasticceria di via Tornabuoni a Firenze, e, di fronte a quello schieramento variopinto di dolciumi, mi sentii dire per la prima volta "prendi tutto quello che vuoi" e fu come se mi avesse detto "il mondo è tuo"; gli ottocento grammi di spaghetti che dividevo con mio fratello, per rifarci delle porzioni famigliari che ci erano sempre sembrate scarse, quando eravamo andati a Macerata a dare gli esami da esterni, io ginnasiali e lui liceali; i primi soldi guadagnati in Svizzera, subito investiti in piatti sognati a lungo invano, come la fonduta al vino bianco; le manciate di fragole selvatiche e di funghi dorati che Emilio mi versava in grembo assieme alle genziane e ai rododendri delle nostre gite in montagna...»
Portrait, di Joyce Lussu - Polyfilo
 
««Dio sta arrivando… Fate finta di lavorare!»
Cosí recita l’adesivo sbrindellato appiccicato allo schedario accanto al refrigeratore dell’acqua. Ma oggi c’è poco da ridere: Dio sta arrivando sul serio e la gente ce la mette davvero tutta per far finta di lavorare. Raffaello e Michele sono lí impalati accanto alla boccia gorgogliante dell’acqua con un fascio di scartoffie in mano (caro vecchio trucco da impiegati: come far sembrare affaccendato un fancazzista cronico) e la conversazione – invece della chiacchiera rilassata che i due angeli hanno sciorinato in quel punto esatto per tutta la settimana – è arrancante, frettolosa e pronunciata a mezza bocca, quasi sottovoce, accompagnata da continue occhiate nervose verso il corridoio principale.– Quand’è che torna il vecchio? – chiede Raffaello.– Da un momento all’altro. Tarda mattinata, secondo Jeannie, – risponde Michele senza nemmeno alzare lo sguardo. È concentrato sul refrigeratore dell’acqua: tira la levetta con forza e una grossa bolla risale il recipiente di cristallo. – Porca miseria. Credi che sarà incazzato? – Incazzato? – Michele ci pensa su, e intanto tiene d’occhio l’ufficio principale, sorseggiando l’acqua. L’ufficio principale in paradiso è uguale a qualsiasi altro ufficio open space: cubicoli, scrivanie con le vaschette straripanti di fogli, telefoni, cestini, fotocopiatrici e scaffali carichi di cartellette e fascicoli. Ma c’è anche qualche differenza. In paradiso, ovviamente, a illuminare l’ufficio non ci sono tubi fluorescenti: al contrario, tutto è soffuso, rischiarato, inondato (mettetela come vi pare) di pura luce celestiale, la luce nuova di zecca di una tersa mattinata di maggio. L’atmosfera lavorativa è in genere felice, concentrata, entusiasta (anche se oggi, per ovvi motivi, c’è una corrente sotterranea di snervante attesa) perché nell’ufficio principale del paradiso, naturalmente, è sempre venerdì pomeriggio. Altra piccola differenza: l’alveare di scrivanie e cubicoli si estende a perdita d’occhio, appiattendosi fino all’orizzonte, ed è circondato da batuffoli vaporosi di nuvole. Forse qualcuno resterà sorpreso venendo a sapere che in paradiso si lavora, e invece è stata una delle trovate più azzeccate di Dio. (E a Dio capita spesso di averne). – La gente ama lavorare, – ha detto a Pietro. – Cazzo, la gente ha bisogno di lavorare. Pensa a quelli che sono disoccupati da una vita. Pensa ai ricchi sfaccendati. Ti sembrano felici? – Di conseguenza, chiunque in paradiso abbia voglia di un lavoro – ed è la maggioranza – lo ottiene. Michele si scola il bicchierino di carta fino all’ultima goccia e socchiude gli occhi per la goduria. L’acqua in paradiso… Be’, potete immaginarvela. – Incazzato? – ripete Michele. – Sarà incazzato nero.»
A volte ritorno, di John Niven - Daniele

««Sono morta. Mi hanno uccisa loro. Hanno ucciso anche me.» Le parole di quell'anziana donna mi arrivarono dritte al cuore. «Per favore, mi racconti che cosa successe quel giorno.» Il tono della voce di Maria, che aiutava l'interprete, era così grave che quasi non riuscivo a sentire le sue frasi in spagnolo.
«Ho dato un bacio ai bambini e sono andata al mercato.» Occhi bassi, voce inespressiva. «Non sapevo che non li avrei mai più rivisti.»
Dal k'akchiquel allo spagnolo, dallo spagnolo al k'akchiquel, in una continua girandola linguistica di domande e risposte. Ma non c'era traduzione che potesse attutire l'orrore di ciò che veniva detto.»
Il villaggio degli innocenti, di Kathy Reichs - Pythia

«Suonava la messa dell'alba a San Giovanni; ma il paesetto dormiva ancora della grossa, perché  era piovuto da tre giorni, e nei seminati ci si affondava fino a mezza gamba. Tutt'a un tratto, nel silenzio,s'udì un rovinìo, la campanella squillante di Sant'Agata che chiamava aiuto, usci e finestre che sbattevano, la gente che scappava fuori in camicia, gridando:
- Terremoto! San Gregorio Magno!
Era ancora buio. Lontano, nell'ampia distesa nera dell'Alìa, ammiccava soltanto un lume di carbonai, e più a sinistra la stella del mattino, sopra un nuvolone basso che tagliava l'alba nel lungo altipiano del Paradiso. Per tutta la campagna diffondevasi un uggiolare lugubre di cani. E subito, dal quartiere basso, giunse il suono grave del campanone di San Giovanni che dava l'allarme anch'esso; poi la campana fessa di San Vito; l'altra della chiesa madre, più lontano; quella di Sant'Agata che parve addirittura cascar sul capo agli abitanti della piazzetta. Una dopo l'altra s'erano svegliate pure le campanelle dei monasteri, il Collegio, Santa Maria, San Sebastiano, Santa Teresa: uno scampanìo generale che correva sui tetti spaventato, nelle tenebre.
- No! no! È il fuoco!... Fuoco in casa Trao!... San Giovanni Battista!
»
Mastro-don Gesualdo, di Giovanni Verga - Sakura
 
«Lei, Esther, corrispondente di guerra appena tornata dall’Iraq perché l’invasione del paese può avvenire da un momento all’altro, trent’anni, sposata, senza figli. Lui, un uomo non identificato, sui ventitré o venticinque anni, bruno, tratti mongoli. I due sono stati visti per l’ultima volta in un caffè di Rue du Faubourg Saint-Honoré.
La polizia venne informata che si erano già incontrati in precedenza, anche se nessuno sapeva dire quante volte: Esther aveva sempre affermato che l’uomo – di cui nascondeva l’identità sotto il nome di Mikhail – era una persona molto importante, benché non avesse mai spiegato se fosse importante per la sua carriera di giornalista, o per lei come donna.
La polizia avviò ufficialmente un’indagine. Furono ventilate le possibilità di un sequestro, di un ricatto, di un rapimento seguito da un’uccisione – della qual cosa non ci sarebbe stato niente di cui stupirsi, visto che il suo lavoro la obbligava a entrare spesso in contatto con individui legati a cellule terroristiche, alla ricerca di informazioni. Scoprirono che dal suo conto corrente erano stati effettuati regolari prelievi di denaro nelle settimane precedenti la scomparsa: gli investigatori ritennero che questo elemento poteva essere collegato al pagamento delle informazioni. Non aveva preso nessun vestito; curiosamente, il suo passaporto non fu ritrovato.»
Lo Zahir, di Paulo Coelho -Vittoria A.

«Sotto la luna d'argento Luis de Santangel, cancelliere reale di Aragona, percorreva faticosamente un viottolo che conduceva al centro della capitale, gli alti stivali che risuonavano sommessamente sui ciottoli. Una sopravveste di seta copriva quasi completamente la tunica e le calzebrache. I folti capelli castani, striati di grigio, gli scendevano fino alle spalle. Al suo fianco si trascinava Abram Serero, più basso, con le spalle arrotondate, il petto robusto e una corta barba color rame.»
Per mare e per terra, di Mitchell James Kaplan - Mara

«Sono disteso sul letto. Sto canticchiando una nenia triste, taaa-ta taaa-ta. È il vocalizzo dello sciamano immerso nella tessitura d’un velo di trance. È nascondere i pensieri sotto le spire di un nastro sonoro sempre uguale. Ero molto timido. Avevo pochi amici e troppi pensieri. Spesso ricorrevo a questo genere di trucchi per riuscire a prendere sonno. La mia voce modulata in un suono costante m’infondeva sicurezza, riempiva i vuoti. Cerco di colmare i vuoti perché altrimenti mi scappa di pensare alla scuola. Mi piace studiare, ma non amo i miei compagni, non riesco a legare con nessuno di loro. Così immagino affetti impossibili; ho un fratello folletto, una mamma strega, un papà cavaliere e uno zio demonio. Li volevo incontrare davvero, i miei parenti immaginari. Volevo vivere con loro in un castello infestato da spiriti e megere. Volevo assistere alle battaglie di mio padre contro i draghi che terrorizzavano la valle, e andare a caccia di anime in compagnia dello zio cattivo.»
I cerchi del diavolo, di D.F. Lycas - Valetta

««Veni de Libano, sponsa mea…» Gli occhi fermi al bel verso del Cantico di Re Salomone, la mente perduta nel sogno, Williram vedeva una terra sconosciuta e favolosa, beata nella sua eterna primavera, dove la pianta della vite maturava dolcissimi grappoli, e il sole dava profumo a spezie rare e inebrianti. Si diceva che vivessero in quel paese donne bellissime, vestite di veli colorati e trasparenti, che nella danza scoprivano grazie proibite… A questo punto il vecchio monaco distolse la mente da quelle immagini.
Nevicava in Libano? Forse sulle alte vette, da cui provenivano i legni con i quali gli antichi romani facevano gli alberi per le loro navi, fusti di conifere alte e diritte. Ma la pianura era benedetta dal sole tutto l’anno, senza geli né brine. Il vecchio monaco, sognando le dolcezze di quel clima, scese dallo sgabello su cui era seduto davanti al leggio e andò ad aprire la finestrella di legno della sua cella. Una folata di vento portò nella piccola stanza qualche fiocco di neve, e Williram si affrettò a richiudere il battente. Non c’erano vetri alle finestre delle celle, perché il convento di Ebersberg era povero, e i vetri erano un lusso. Williram, che di quel convento era abate, voleva condividere gli stenti dei suoi confratelli, e rifiutava gli agi che la sua condizione gli avrebbe concesso.»
Il principe scalzo, di Laura Mancinelli - Stefano di Stasio



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30 maggio 2012

La donna giusta - Sandor Marai


I Contenuti

Un pomeriggio, in una elegante pasticceria di Budapest, una donna racconta a un'altra donna come un giorno, avendo trovato nel portafogli di suo marito un pezzetto di nastro viola, abbia capito che nella vita di lui c'era stata, e forse c'era ancora, una passione segreta e bruciante, e come da quel momento abbia cercato, invano, di riconquistarlo.

Una notte, in un caffè della stessa città, bevendo vino e fumando una sigaretta dopo l'altra, l'uomo che è stato suo marito racconta a un altro uomo come abbia aspettato per anni una donna che era diventata per lui una ragione di vita e insieme "un veleno mortale", e come, dopo aver lasciato per lei la prima moglie, l'abbia sposata - e poi inesorabilmente perduta.
All'alba, in un alberghetto di Roma, sfogliando un album di fotografie, questa stessa donna racconta al suo amante (un batterista ungherese) come lei, la serva venuta dalla campagna, sia riuscita a sposare un uomo ricco, e come nella passione possa esserci ferocia, risentimento, vendetta.
Molti anni dopo, nel bar di New York dove lavora, sarà proprio il batterista a raccontare a un esule del suo stesso paese l'epilogo di tutta la storia.
Al pari delle "Braci" e di "Divorzio a Buda", questo romanzo appartiene al periodo più felice e incandescente dell'opera di Márai, quegli anni Quaranta in cui lo scrittore sembra aver voluto fissare in perfetti cristalli alcuni intrecci di passioni e menzogne, di tradimenti e crudeltà, di rivolte e dedizioni che hanno la capacità di parlare a ogni lettore.

La Recensione

Quattro personaggi, quattro vite, quattro racconti si legano in una sola trama, come quattro fili diversi che intrecciandosi danno vita una sola storia, a un solo tessuto. Una moglie, un marito, una domestica, un amante e in più come figura esterna di giudice onnipresente, quasi con il ruolo di testimone dei fatti, uno scrittore, sorta di maschera dell'autore.

I fatti sono essenziali: un triangolo amoroso tra due donne e un uomo, in cui già in partenza i ruoli di vincitrice e di sconfitta sono determinati, va in scena nella buona società di Budapest a cavallo tra le due guerre mondiali, nel tramonto oltre che di un mondo, quello dell'ex Impero Austro-Ungarico, anche di un modello sociale molto radicato, quello dell'alta borghesia.
Le differenti versioni del fatto centrale, la conquista del marito conteso, vertono sui punti di vista, di volta in volta diversi, della narrazione. Il romanzo - che nel titolo originale ungherese non distingue tra genere maschile e femminile e dunque contiene un'ambiguità poi persa nella traduzione - si struttura originariamente in due lunghi monologhi, della prima moglie e del marito.
La prima, Marika, in una pasticceria nel tardo pomeriggio, il secondo, Peter, in un caffè durante la sera raccontano a dei conoscenti muti la loro storia coniugale e la loro separazione, sul filo di una continua e spietata autoanalisi, dettagliata e approfondita come una dissezione anatomica, quasi un'autopsia, in cui il racconto è costantemente rivolto al passato.
A questi due flussi ininterrotti di ricordi e riflessioni Marai ha aggiunto, diversi anni più tardi, anche il punto di vista del terzo elemento, Judit, l'amante, che durante una notte insonne in un albergo di Roma, dopo la fine della guerra e la fuga dall'Ungheria - quindi in continuità cronologica rispetto alle prime due voci - confida al suo amante del momento tutta la sua storia.
Infine a queste tre sezioni, omogenee per lunghezza ma con uno stacco nel tono tra le prime due e la terza, si aggiunge, come una sorta di epilogo molto più breve, un quarto monologo: molti anni dopo l'ascoltatore di Judit, il giovane amante Ede, emigrato a New York, rievoca le vicende cui aveva partecipato marginalmente, chiacchierando con un collega dietro il bancone di un bar.
Sia il passaggio in Italia sia lo spostamento geografico oltreoceano ricalcano in qualche misura vicende della vita dell'autore, anche lui transfuga in Italia e poi in America.
Anche il tema fondamentale ritorna da altri romanzi di Marai. La crisi della società borghese secondo il modello autoritario e gerarchico di stampo mitteleuropeo si estende fino al dopoguerra con la sua dissoluzione nel mito consumista dell'american way of life, di cui Ede, l'amante musicista, si fa alfiere, rinunciando alle aspirazioni artistiche in cambio del credito facile, di una macchina, una casa e una falciatrice in comode rate.
Le convenzioni sociali che costituiscono i punti di riferimento per i due borghesi Peter e Marika, i valori comuni, le memorie famigliari e affettive legate all'ambiente altolocato mostrano il loro disfacimento di fronte alla realtà nella sua crudezza, raffigurata da Judit Aldozo, la serva proveniente dalla miseria della puszta contadina, pragmatica e ineludibile. Nel suo nome - Judit è l'eroina biblica che decapita il generale babilonese Oloferne, mentre il cognome evoca nell'etimologia l'idea del sacrificio - la serva contiene già il suo destino di vittoriosa affermazione e insieme di decadenza per i due coniugi, eppure in qualche modo la sua parabola rientra nei vincoli umani di una divisione per caste, limitandosi a violarne le regole di accesso.
Di fronte all'incapacità di marito e moglie, e anche della madre di Peter, di reagire alla forzatura di Judit, che appare da subito come vincente, c'è la consapevolezza della predeterminazione incarnata dallo scrittore, Lazar, l'unico personaggio che da testimone esterno avrà rapporti con tutti i protagonisti, indirettamente anche con Ede, del quale condivide, da morto, il letto con Judit.
La sua crisi si concretizza nel crollo, prevedibile e previsto, di un mondo sotto le bombe dell'esercito russo che 'libera' Budapest dalle truppe naziste: Lazar trova un rifugio temporaneo nella protezione della lingua e delle parole come custodi della memoria e della consapevolezza ma l'orizzonte rimane quello dell'esilio e dell'annichilimento.
Lo stile intrusivo dell'indagine psicologica di Marai nelle vite dei suoi personaggi mette a nudo senza pietà ogni minimo anfratto delle loro anime e riduce il lettore al ruolo di puro ascoltatore passivo, senza la possibilità di identificarsi con i protagonisti, visto che questi parlano in prima persona e si rivolgono spesso a un 'tu', presenza muta e funzionale al solo estroflettersi dei loro soliloqui.
La minuzia descrittiva rende il senso di una pesantezza esistenziale che si può trovare, a parere di chi scrive, con accenti diversi in tanta parte della produzione letteraria provieniente dall'area di Marai, in Joseph Roth, in Agota Kristof e in Milan Kundera, e risolve il dramma storico delle masse e degli individui nell'annientamento.
A conclusione di questa parabola si colloca, come un epilogo tardivamente maturato, l'ultimo stadio dell'evoluzione sociale e dello sfascio delle regole, che Judit aveva solo violato ma non propriamente messo in pericolo: la metamorfosi di Ede nell'elemento cardine di un nuovo ordine, che sull'annichilimento del singolo è appunto fondato, trasversale a classi, cultura e convenzioni, il consumatore.

Giudizio:
+4stelle+

Articolo di Polyfilo

Dettagli del libro
  • Titolo: La donna giusta
  • Titolo originale: Az Igazi
  • Autore: Sandor Marai
  • Traduttore: Laura Sgarioto, Krisztina Sàndor
  • Editore: Adelphi
  • Data di Pubblicazione: 2004
  • Collana: Gli Adelphi
  • ISBN-13: 9788845924651
  • Pagine: 442
  • Formato - Prezzo: Paperback - 12,00 Euro
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24 maggio 2012

La ragazza di fuoco - Suzanne Collins

I Contenuti

Grazie a una minaccia di suicidio, Katniss e Peeta hanno vinto gli Hunger Games sfidando pubblicamente lo Stato. Il loro gesto ribelle scatena la reazione nei 12 distretti di Panem, diventando un simbolo di libertà. Ma il presidente Snow non dimentica e per vendicarsi indice una nuova edizione dei giochi: un torneo in cui a sfidarsi saranno tutti i precedenti vincitori. I protagonisti finiscono così nuovamente nell'arena. E le torture fisiche e psicologiche che hanno già subito non saranno niente in confronto a quello che li aspetta...

La Recensione

Il secondo libro di una trilogia ha solitamente un compito ingrato, quello di fare da anello di congiunzione tra un accattivante primo capitolo e una sfolgorante conclusione e questo spesso lo riduce a romanzo di passaggio di cui poco rimane.
La prima parte de La ragazza di fuoco sembra avviata lungo questa direzione, divisa fra l'inevitabile "riassunto delle puntate precedenti" (abbastanza superfluo considerando l'improbabilità che qualcuno si avventuri a leggere il romanzo senza aver prima letto Hunger Games) e lo stancante balletto emotivo della protagonista Katniss, incapace di decifrare i propri sentimenti verso l'amico d'infanzia Gale e il compagno di avventura Peeta. Per quanto la complessità delle emozioni di Katniss sia discretamente tratteggiata dalla penna dell'autrice, si tratta comunque di un triangolo amoroso visto un po' troppe volte per non risultare stancante. Ciò che conferisce senso al racconto è piuttosto il lento ma inesorabile germogliare della rivolta verso il giogo della Capitale, i cui semi erano stati piantati già al termine del libro precedente attraverso l'inusuale vittoria di Katniss e Peeta agli Hunger Games. E quanto è calzante il titolo originale dell'opera, Catching Fire, per indicare una nazione che pian piano prende fuoco, avvolta dalla fiamma della ribellione. Di nuovo l'attenzione del del lettore è puntata sulla spettacolarizzazione che investe ogni ambito della realtà quotidiana, compresa ovviamente la sfera politica, dove la conservazione del potere dipende da quanto si è bravi nel nascondere al popolo la propria debolezza e un singolo atto di ribellione, per quanto insignificante all'apparenza, può innescare un'incontrollabile reazione a catena. E' questo il fattore che ravviva il romanzo, dotandolo di una crescente tensione che sfocia nel colpo di scena che risolleva definitvamente le sorti de La ragazza di fuoco: la Capitale rompe il tacito accordo con i suoi sudditi e impone che i partecipanti ai nuovi Hunger Games vengano scelti fra i vincitori delle precendeti edizioni. Inutile dire che Katiniss e Peeta si trovanuo nuovamente catapultati nell' arena, questa volta con contendenti ancora più temibili da battere.
La seconda arena è una delle invenzioni narrative meglio riuscite dell'intera trilogia, sebbene sia indubbio che l'autrice non è sempre perfettamente a suo agio con la complessità del meccanismo da lei stessa ideato, tanto da perdere a volte le fila, così come perde un po' le fila delle macchinazioni politiche che sottendono l'intera trama e che vorrebbero essere discretamente suggerite al lettore, se non fosse l'autrice semina indizi discreti quanto un elefante in negozio di cristalleria. Sorprendentemente, l'unica che sembra ignara di quanto le sta accadendo attorno è proprio Katniss, troppo focalizzata nell'impresa di portare a casa Peeta sano e salvo per cogliere le implicazione della situazione. La Collins è davvero in sintonia con questo personaggio, di cui mostra tutta la fragilità che deriva dall'affrontare un ruolo pubblico che le richiede di rivestire la parte dell'eroina senza sapere quanto poco eroiche siano state le scelte imposte dalle circostanze. Sulla scia di qeusto contradditorio sentimento si muove il personaggio di Haymitch, a cui finalmente viene dedicato un po' più di spazio che ci permette di imparare a conoscerlo un po' meglio. L'intensificarsi del suo rapporto con Katniss va di pari passo con il raffredddarsi della relazione tra la ragazza e Peeta. La figura del giovane spasimante è qui un po' sacrificata, soprattutto perché la scrittrice sembra decisa a fargli rivestire il ruolo della "damigella in pericolo" che alla lunga fa perdere un po' di appeal al personaggio (a meno che non soffriate del complesso della crocerossina). In definitiva il giudizio su questo romanzo non può che essere ambivalente: da un lato la Collins ribadisce i messaggi già espressi nel libro precedente senza però aggiungere nulla di nuovo, dall'altro ella tenta evidentemente di mantenere viva la fiamma del racconto ampliando il numero dei personaggi, allargando l'orizzone d'azione e inserendo al momento opportuno efficaci colpi di scena che rendolono l'opera un valido cliffhanger che senza difficoltà ci traghetta al capitolo finale della trilogia.


Giudizio:
+4stelle+ 

Articolo di Valetta

Dettagli del libro
  • Titolo: La ragazza di fuoco
  • Titolo originale: Catching fire
  • Autore: Suzanne Collins
  • Traduttore: F.Paracchini, S.Brogli
  • Editore: Mondadori
  • Data di Pubblicazione: 2011
  • ISBN-13: 9788804603528
  • Pagine: 375
  • Formato - Prezzo: Rilegato, sovraccoperta - Euro 17,00

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