6 maggio 2016

The Raven King - Maggie Stiefvater

Per anni Gansey è andato in cerca di un sovrano perduto. Uno a uno, ha coinvolti altri nella sua ricerca: Ronan, che ruba dai sogni, Adam, la cui vita non è più sua; Noah, la cui vita non è più una bugia; e Blue, che ama Gansey...ed è con certezza destinata ad ucciderlo.
Ora la ricerca si avvia alla sua conclusione. Sogni e incubi convergono. Amore e perdita sono inseparabili. E l'impresa è impossibile da spingere in un'unica direzione...

Recensione

Qualche mese fa vi avevo parlato con entusiasmo di Raven Boys, primo libro di una saga fantasy/young adult arrivata in Italia nel 2014.
Com'è ormai di ordinanza, doveva trattarsi di una trilogia (il secondo capitolo, Ladri di sogni è uscito per Rizzoli nel 2015, il terzo, Blue lily lily blue, è ancora in attesa di traduzione) ma in dirittura d'arrivo l'autrice ha deciso di aggiungere un quarto libro, scelta che di solito non lascia presagire nulla di buono. Come sapete solitamente recensisco solo il primo capitolo di una saga young adult (per i libri successivi le osservazioni tendono di solito a ripetersi) tuttavia, dato il discreto successo della saga anche in Italia e l'abbassamento di qualità degli due ultimi capitoli, ho deciso di parlarvi anche di questo The Raven King, uscito dopo molti posticipi il 26 aprile di quest'anno.

In rete troverete parecchi commenti entusiasti di The Raven King (lo stesso vale per Blue lily, lily blue): avendoli letti mi permetto di osservare che la maggior parte del pubblico young adult quando trova una storia d'amore contrastato, magari scritto con la giusta dose di pathos e melodramma, tende a sorvolare su certi difetti macroscopici che chi era interessato anche ad altri aspetti della trama non può che trovare irritante.

Come detto la Stiefvater era partita dall'idea di tre libri e a questi avrebbe dovuto attenersi. Purtroppo, come molti altri autori, scoperto il successo non può resistere alla tentazioni di allungare il brodo finendo col perdersi. La premessa della saga era la ricerca di un mitico sovrano gallese che avrebbe garantito l'esecuzione di un desiderio a chiunque l'avesse risvegliato. Con l'evolversi del racconto, tra maledizioni, sogni che diventano realtà, fantasmi e sedute spiritiche la carne al fuoco era decisamente aumentata e già in Blue lily, lily blue si aveva la sensazione che il racconto fosse diventato troppo dispersivo, i contorni del mondo abitato dai protagonisti poco chiari.
The Raven King è l'estremizzazione di questa sensazione: la Stiefvater aumenta i protagonisti, aumenta le sottotrame, aumenta i pericoli e poi si perde completamente e arriva all'agognata conclusione nel modo più deludente possibile.

In una saga di quattro libri, aggiungere nuovi personaggi principali all'ultimo capitolo non ha assolutamente senso a mio parere, anzi in alcuni casi risulta irritante. Non solo appaiono qui nuovi cattivi che, senza voler fare spoiler, a conti fatti contribuiscono gran poco alla trama ma l'autrice si dimentica totalmente del povero Noah, inizialmente componente fondamentale del quartetto di Raven Boys, per inventarsi un nuovo "miglior amico", l'irritante Henry Cheng che si era intravisto nei libri precedenti come compagno di scuola superficiale e borioso. Per motivi incomprensibili l'autrice decide proprio ora che Cheng deve diventare il nuovo amico del cuore di Gansey e per convincerci ad apprezzarlo utilizza la peggiore delle tecniche ovvero si inventa una tristissima storia sulla sua infanzia e ce la rifila sperando di farci provare compassione per lui. Questo tipo di manipolazione è qualcosa che solitamente mi manda in bestia, invece a quanto pare è graditissima dall'insulso Gansey che non si stupisce che un perfetto sconosciuto gli racconti di punto in bianco i suoi più intimi segreti (suggerendo di aver diritto a conoscere quelli di Gansey in nome della nuova "amicizia") ma lo elegge a membro fondamentale del gruppo tanto che, quando si ritrova sul punto di trovare Glendower non richiede l'aiuto di Adam e Ronan che pazientemente l'hanno seguito nella folle ricerca per anni ma ritiene "naturale" che sia Cheng (apparso dal nulla proprio al momento opportuno) a fargli da assistente. Del resto aveva già avuto modo di osservare che Cheng si integrava con la pomposa e arrogante famiglia di Gansey molto meglio di Adam o Ronan, quindi perché no?
L'assurdità del personaggio si decuplica se si osserva che in fin dei conti, se lo rimuovessimo dal libro la trama non cambierebbe minimamente - anzi beneficeremmo dell'assenza di parecchi commenti stupidi.

Gansey rimane comunque il personaggio che ho amato di meno: dimenticatevi che è bello e destinato a morire e vi renderete conto che di base è semplicemente un ragazzo ricco e viziato che, secondo la Stifvater, dovremmo amare e averne compassione perché il suo desiderio di aiutare tutti si traduce sempre in frasi classiste e gesti manipolatori, circostanze che lo rendono un "incompreso". Non solo non ha alcuna evoluzione nel corso dei quattro libri ma l'autrice continua a legittimare la sua tendenza a dare ordini e ottenere sempre ciò che vuole come un suo essere "regale" - perché se c'è una cosa che le ragazzine amano più dei principi sono i re, giusto?

Più deludente però è la figura di Blue: a parole l'autrice sembra suggerirne un ruolo fondamentale che però a lato pratico non esiste. Maledizione a parte, qual'è il suo contributo alla storia? Il suo talento nell'amplificare i poteri altrui ha mai avuto un ruolo determinante? Dovrebbe poi essere un modello di femminilità positiva per la sua tendenza a infuriarsi contro frasi maschiliste ma la verità è che è una figura ancora più classista di Gansey, convinta di aver diritto ad avere qualcosa "di più" dalla vita rispetto ai compagni della scuola statale coi quali ovviamente si è ben guardata dal socializzare e che vengono dipinti unicamente come campagnoli trogloditi. Ma cosa fa davvero Blue per avere qualcosa di più se non fidanzarsi con un ragazzo ricco (quello povero ma gran lavoratore non era di suo gusto)? Si lamenta che non può andare in un college di spessore ma uno degli ostacoli principali sono i suoi voti bassi per i quali, è bene ricordarlo, può incolpare solo sé stessa.

Adam rimane il mio personaggio preferito, l'unico effettivamente complesso e multisfaccettato e che subisce un'evoluzione dell'arco del racconto sebbene continui a trovare irritante che la sua abitudine a lavorare duramente e non accettare il paternalista aiuto dell'amico ricco venga sempre dipinta come una caratteristica parzialmente negativa, simbolo della sua natura eccessivamente orgogliosa. L'unico protagonista per cui potremmo giustamente provare un po' di compassione è quello che viene più criticato dall'autrice, la quale concretizza finalmente anche il sentimento che lo lega a Ronan, sebbene anche in questo caso il risultato sia un po' deludente: se infatti la coppia Blue&Gansey ha avuto diritto a lunghissimi capitoli di sospiri melodrammatici, i due ragazzi pare non meritino lo stesso privilegio, tanto che le conversazioni fra i due sono poche e assai poco significative. Insomma sembra che l'autrice non abbia saputo fino a che punto osare con i suoi protagonisti gay e alla fine abbia optato per l'opzione "tiro il sasso e nascondo la mano" .

In generale tutte le scene che sulla carta avrebbero dovuto essere emotivamente coinvolgenti risultano totalmente prive di pathos, assurdo se si pensa a quanto l'autrice ami le frasi melodrammatiche e le atmosfere cariche di presagi. L'abitudine ad aprire i capitoli con frasi originali che si ripetono, le misteriose anticipazioni del futuro, sono qui caratteristiche a lungo andare irritanti che non aggiungono sentimento a un libro che nei momenti cruciali appare invece scialbo e affrettato.
Questo è particolarmente vero nel finale, uno dei più deludenti che abbia mai letto: non solo innumerevoli aspetti della trama rimangono irrisolti, dimenticati e abbandonati ma anche alcuni di quelli che per quattro libri abbiamo ritenuto nodi fondamentali si rivelano insignificanti e si sgonfiano in un mare di nulla. Sembra quasi che l'autrice, dopo aver costruito per capitoli e capitoli tensione e aspettative, abbia scoperto di non avere la minima idea di come combinare le sue storie e risolvere i nodi principali e abbia semplicemente smesso di scrivere. Se anche voi per anni vi siete chiesti se Gansey e in che modo Gansey morirà davvero, che legame c'è tra lui e Glendower o se la maledizione di Blue può essere annullata preparatevi ad avere le risposte più scialbe e inconsistenti che mai siano state scritte, peggiorate solo da uno degli epiloghi peggiori che si siano mai visti in letteratura.

Da ultimo, il libro avrebbe bisogno di un serio editing: non solo le ripetizioni si sprecano, soprattutto nei primi capitoli, ma anche le contraddizioni non mancano, ad esempio in alcune scene Orphan Girl non è presente mentre poi di punto in bianco appare. Si scopre poi che Gansey è al corrente della visione di Blue e che Blue è al corrente che lui è al corrente, ma quando è avvenuto tutto ciò?
Decisamente la Stiefvater mostra qui tutti i suoi limiti come scrittrice e The Raven King si dimostra assolutamente non all'altezza delle aspettative.

La mia recensione si ferma qui, se non vi importa degli spoiler o avete già letto anche voi il libro qui sotto farò un punto pù dettagliato delle numerose cose lasciate in sospeso nel finale.

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Partiamo dal povero Noah dimenticato a metà libro dopo che un demone l'ha posseduto e usato per attaccare Blue. Nessuno di preoccupa di sapere come stia dopo l'episodio e viene completamente abbandonato per ricomparire in un unico confuso capitolo finale in cui finalmente passa "dall'altra parte" senza che nessuno dei suoi amici se ne accorga.
Il filone della trama legato a Piper Greenmantle è un dei più inutili mai visti. Certo la fanciulla scatena il demone e poi? che ripercussioni hanno le sue azioni? La tanto anticipata asta tra cattivi non si conclude forse nel nulla più totale? Laumornier oltre a soddisafare l'amore dell'autrice per le cose strane (è uno e trino!!!) a che serve? Seondenk? Inutile. L'Uomo grigio? una distrazione e basta. Le donne di 300 Fox Way? non pervenute! Che senso ha che Cheng riveli a Gansey che Declan vende sul mercato nero le creazioni del padre se nel capitolo dopo è Declan stesso a raccontarlo a Ronan?
Ad un certo punto Adam viene posseduto dal demone in un lungo drammatico capitolo, poi se ne libera in una riga e tutto questo per...scambiarsi un gesto amichevole con Gansey prima che quest'ultimo si sacrifichi? Ronan un minuto prima è in punto di morte, quello dopo non lo è più e il fatto nn merita nemmeno un commento. La mamma di Ronan muore e... punto.
Non parliamo poi di come Gansey viene salvato: Cabeswater puù sacrificare la sua vita per lui ma non può farlo per distruggere il demone? e la descrizione di come effettivamente viene salvato è così vaga e inconsistente che viene il dubbio che la Stiefvater non abbia capito nemmeno lei come funziona.
Forse la cosa più insultante è però l'epilogo: qualcuno mi spieghi cos'è questa mania di perdonare colore che hanno abusato di noi. Perché mai Adam dovrebbe volere un rapporto con l'uomo che l'ha reso sordo e ha pubblicamente ammesso di rimpiangere la sua nascita? E perché la mamma di Adam che nei libri precedenti era una vittima ora diventa quasi complice?
E' poi possibile sapere perché Gansey e Blue, finalmente liberi di stare insieme (maledizione scomparsa col primo bacio, apparentemente, di più l'autrice non dice), dovrebbero partire per un viaggio con Henry Cheng come terzo incomodo? Onestamente le assurdità non si contano e ne ho probabilmente dimenticate molte, spero però che la mia insoddisfazione vi sia arrivata chiaramente!

Giudizio:

+2stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: The Raven King
  • Autore: Maggie Stiefvater
  • Editore: Scholastic Press
  • Data di Pubblicazione: 26 aprile 2016
  • Serie: The Raven Cycle
  • ISBN-13: 9780545424981
  • Pagine: 438
  • Formato - Prezzo: Copertina rigida - Euro 18.00

5 maggio 2016

La classifica dei libri più venduti dal 25 aprile all'1 maggio


Cari lettori,
dopo la ventata di novità della scorsa settimana oggi la nostra classifica ci presenta un quadro piuttosto statico che vede ancora al primo posto i terribili vecchietti del Bar Lume nati dalla fantasia di Marco Malvaldi che con La battaglia navale arrivano alla loro sesta avventura. Resiste bene in seconda posizione Kobane calling che conferma la grande crescita di popolarità del fumettista Zerocalcare, ormai noto ed apprezzato anche dalle fasce di pubblico più mainstream.
In terza posizione non troviamo più il blando erotismo di Sylvia Day (che sparisce proprio dalla nostra classifica), sostituita da Il mio libro sbagliato di Greta Menchi che di professione fa, indovinate un po', la youtuber. Non so se ci sia un complotto delle star di Youtube per prendere possesso delle librerie o se tutte le case editrici più importanti abbiano deciso di non perdere il treno e sfruttare il più possibile queste nuove macchine di soldi facili, fatto sta che nelle ultime settimane stiamo assistendo ad una staffetta di questi giovanissimi improvvisati scrittori (anche se loro modestamente tengono quasi sempre a specificare di non considerarsi tali) che cercano di replicar in libreria il successo ottenuto sul web. Nel caso della Menchi, se non altro, non abbiamo a che fare con la prematura autobiografia di un'adolescente ma con una sorta di compendio dei momenti migliori della sua rubrica su Youtube. Sostanzialmente consigli per le piccole evenienze con cui tutti ci scontriamo nella vita di tutti i giorni ai quali la ventenne Greta offre le sue personalissime soluzioni, un misto di buon senso e un po' di faccia tosta.
Di tenore completamente diverso è la novità che troviamo in quinta posizione: Caffè amaro di Simonetta Agnello Hornby che per Feltrinelli racconta una storia dai contorni struggenti ambientata nella Sicilia degli anni '20 del Novecento e che si protrae fino alla seconda guerra mondiale seguendo la vita di una donna che sceglie di sposare un uomo che non ama.
La Hornby è poi seguita da una serie di nomi che siamo abituati a vedere da diverse settimane in questa zona della classifica, da i Gianrico Carofiglio a Alicia Giménez Bartlett fino alla dieta dimagrante di Rosanna Lambertucci che precedono l'ultima novità per oggi che ricopre proprio la decima posizione. Si tratta di un saggio dal tema piuttosto attuale da titolo Banche: possiamo ancora fidarci? scritto dall'economista di punta de La Repubbica Federico Rampini che torna qui ad occuparsi delle malefatte di banche e banchieri, alla luce dei recenti scandali che l'anno scorso hanno visto risparmiatori ingannati e truffati da istituti privati che sono poi falliti.
Su questa nota un po' dolente chiudiamo quindi l'appuntamento di oggi. a giovedì prossimo!



Il libro più venduto:

Pineta, estate; sulla spiaggia viene ritrovato il cadavere di una ragazza. Il corpo è stato alcuni giorni in mare e viene riconosciuto da un piccolo malavitoso locale di nome Marino come Olga, la badante ucraina della propria madre. Al BarLume fervono dei lavori di rifacimento e i vecchietti sono costretti a spostarsi nel parco pubblico. Ma anche da lì trovano il modo per aiutare la commissaria nell’indagine…





  • Titolo: La battaglia navale
  • Autore: Marco Malvaldi
  • Editore: Sellerio
  • ISBN-13: 9788838934865
  • Pagine: 192
  • Prezzo: 13,00 Euro

  • Le posizioni dalla 2 alla 10:  

    2. Kobane calling - Zerocalcare (Bao Publishing - euro 20,00)
    3. Il mio libro sbagliato - Greta Menchi (Fabbri - euro 15.90)
    4. Sulla tua parola. Messalino maggio-giugno 2016 (Shalom - euro 4.00)
    5. Caffè amaro - Simonetta Agnello Hornby (Feltrinelli - euro 18,00)
    6. La dieta che ti cambia la vita. Il mio nuovo viaggio dimagrante - Rosanna Lambertucci (Mondadori - euro 17,00)
    7. Passeggeri notturni - Gianrico Carofiglio (Einaudi - euro 12,50)
    8. Uomini nudi - Alicia Giménez Bartlett (Sellerio - euro 16,00)
    9. La vita che si ama. Storie di felicità - Roberto Vecchioni (Einaudi - euro 16,50)
    10. Banche: possiamo ancora fidarci? - Federico Rampini (Mondadori - euro 15,00)

    N.B. Le classifica è tratta dal sito www.wuz.it ed è elaborata dal Servizio Classifiche di Arianna. Il panel di riferimento è di oltre 1500 librerie aderenti al circuito Arianna. 

    3 maggio 2016

    La strada stretta verso il profondo Nord - Richard Flanagan

    Dorrigo Evans, medico di origine tasmaniana, è stato deportato in un campo di prigionia giapponese dove, insieme a molti connazionali, viene impiegato nella costruzione della Ferrovia della Morte, la linea ferroviaria tra Bangkok e la Birmania che avrebbe dovuto permettere all’esercito nipponico d’invadere l’India. Un’impresa sovrumana, che costerà la vita a centinaia di migliaia di uomini. Dorrigo fa il possibile per salvare i suoi compagni dalla fame, dalle malattie e dalle violenze delle guardie. A sostenerlo il ricordo di una fugace storia d’amore, vissuta anni prima con la giovane moglie di suo zio. Una manciata di giorni che vale una vita. Una promessa mai pronunciata. La strada stretta verso il profondo Nord è una storia epica d’amore e morte, disperazione e speranza, e Richard Flanagan, con una lingua densa e uno stile superbo, riesce a toccare tutte le corde dell’animo umano, avvolgendo il lettore con una storia sorprendente, dolorosa e di tremenda bellezza.

    Recensione

    «Ad ispirarmi è stato l'ascolto della durezza di quell'esperienza: io stesso sono figlio della Ferrovia della Morte»

    Di crimini efferati e genocidi è piena la storia. Eppure di alcuni, soprattutto se avvenuti al di là del Mar Nero, si parla molto poco. Portata alla ribalta - ma neanche tanto - da film come Il ponte sul fiume Kwai o dal recente Le due vie del destino, la cosiddetta Ferrovia della morte fu una monumentale impresa di ingegneria bellica giapponese: 415 chilometri di linea attraverso la giungla thailandese, costruiti tra il '42 e l'ottobre del '43 per collegare la Thailandia alla Birmania al fine di consentire l'invasione dell'India da parte del Giappone. Gli schiavi che si fecero strada nella giungla quasi a mani nude tra fame, torture e malattie, con turni inumani e obiettivi giornalieri sempre più impossibili da raggiungere, furono reclutati - per una stima di sessantamila - tra i prigionieri inglesi, olandesi, australiani e americani, e in larga parte - quasi duecentomila - tra coreani, indiani e cinesi costretti ai lavori forzati. Un'opera che non si sarebbe potuta costruire in cinque anni, i Giapponesi riuscirono a compierla in sedici mesi, con un costo di circa centosedicimila vite umane, molte senza nome né volto, i cui resti furono gettati in fosse comuni.

    Tra i sopravvissuti - incredibile a dirsi, ve ne furono - c'era il padre di Richard Flanagan, che con questo romanzo, scritto in dodici anni e completato il giorno esatto in cui il padre morì, si è aggiudicato il Man Booker Prize 2014.
    Straordinaria rievocazione dei profondi recessi dell'inumanità, La strada stretta verso il profondo Nord è la storia di Dorrigo Evans, ufficiale medico imprigionato dai giapponesi e trasportato in un campo di lavoro in Birmania. Tre sono i momenti della vita dell'uomo che si alternano nelle pagine del libro: il passato remoto, prima della partenza in guerra, quando Dorrigo intrecciò una breve ma intensissima relazione con Amy, la giovane moglie dello zio; la Linea, passato un po' meno remoto che diviene presente, totale, annichilente, presagio prima, infinito durante, verminoso ricordo dopo; il presente, vuoto al fianco della paziente moglie Ella, tamponato con lavoro, figli, cosce di altre donne, alcool, libri.

    Non occorre neanche dirlo: le pagine più ipnotiche sono le più orrende, brulicanti di fame, di feci e ferite purulente, di amputazioni e zanzare e malaria, di ingiuste punizioni e torture, di fatiche insostenibili e malattie debilitanti e mortali. A Dorrigo, in quanto medico ufficiale, secondo la tradizione giapponese fortemente rispettosa delle gerarchie vengono risparmiate le più grandi fatiche e umiliazioni: ma a darne testimonianza sono le voci di Darky Gardiner, battuto a morte per quindici lente pagine, di Jimmy Bigelow, di Rooster MacNeice, di Rabbit Hendricks, di Tiny Middleton e di tutti gli altri giovani che Dorrigo tentò di strappare alla morte trattando sfacciatamente con il maggiore Nakamura. Che, come molti alti gradi - primo tra tutti l'Imperatore, nel cui nome la ferrovia si costruì -, sfuggì a ogni tribunale di guerra e persecuzione nonostante i crimini innominabili che vennero perpetrati sotto il suo comando.
    Ma tanto più neri e terribili sono i resoconti della quotidianità della Linea, tanto più luminose ed elegiache sono le pagine dedicate all'idillio tra Dorrigo ed Amy (la storia d'amore «viene dal racconto di un vicino di casa dei miei. [...] Anni dopo ho capito che potevo infilarla in questo romanzo. L'ho deciso perché dovevo illuminare il buio», racconta Flanagan in un'intervista). Il volto di Amy, sempre più opaco, darà rifugio all'anima di Dorrigo durante gli orrori della guerra: La strada stretta verso il profondo Nord è un romanzo d'amore e di morte, di colpa e redenzione, un capolavoro della fiction storica destinato a segnare il lettore come poche altre opere letterarie contemporanee.

    Giudizio:

    +5stelle+

    Dettagli del libro

    • Titolo: La strada stretta verso il profondo Nord
    • Titolo originale: The Narrow Road to the Deep North
    • Autore: Richard Flanagan
    • Traduttore: E. Malanga
    • Editore: Bompiani
    • Data di Pubblicazione: 2015
    • Collana: Narratori stranieri
    • ISBN-13: 9788845280085
    • Pagine: 505
    • Formato - Prezzo: Brossura, sovraccoperta - 20.00 Euro

    1 maggio 2016

    La vetrina degli Incipit - Aprile 2016

    L'incipit in un libro è tutto. In pochi capoversi l'autore cattura l'attenzione del lettore e lo risucchia nel vortice della storia. Oppure con poche banali parole lo perde per sempre...
    Quanti libri, magari meritevoli, giacciono abbandonati dopo poche righe sui comodini di ogni lettore? E quanti altri invece sono stati divorati in poche ore perché già dalle prime righe non siamo più riusciti a staccare gli occhi dalle pagine? Anche questo mese vogliamo condividere con voi gli incipit dei libri che stiamo leggendo, perché alcuni di voi possano trarre ispirazione per le loro future letture e perché altri possano di nuovo perdersi nel ricordo di personaggi e atmosfere che già una volta li avevano rapiti...





    «Avevano spento la radio e, sebbene la stanza fosse piena di gente, il silenzio era completo al punto che Polly percepiva, quasi sentiva, il battito del proprio cuore. Finché nessuno parlò, finché nessuno si mosse, vi fu un ultimo scampolo di pace…
    Fu il Generale, il nonno, a muoversi per primo. Stette a guardarlo mentre, senza aprire bocca, si alzava lentamente, restava un attimo fermo in piedi e posava una mano tremante sulla spalliera della poltrona, passandosi l’altra sugli occhi velati. Poi attraversò la stanza e baciò uno alla volta i due figli più grandi: Hugh, il padre di Polly, e zio Edward. Si aspettava che baciasse anche zio Rupe, ma non lo fece. Non lo aveva mai visto baciare un altro uomo, e questo del resto sembrava più un atto di contrizione che di congedo. Per ciò che avevano sopportato nella guerra precedente, pensò Polly, e per il fatto che non era servita a niente. Polly vide ogni cosa. Vide zio Edward che intercettava.
    »
    Il tempo dell'attesa, di Elizabeth Jane Howard - Valetta

    « Quando Otto von Lambert fu informato dalla polizia che ai piedi delle rovine di Al-Hakim avevano rinvenuto sua moglie Tina violentata e priva di vita e che il delitto era rimasto irrisolto, lo psichiatra, noto per il suo libro sul terrorismo, fece trasportare il cadavere con un elicottero al di là del Mediterraneo, per cui la bara che lo conteneva, fissata con un cavo portante sotto il velivolo, al seguito del quale oscillava, volò ora al di sopra di immense pianure illuminate dal sole ora attraverso brandelli di nubi, e sulle Alpi fu anche investita da una bufera di neve e poi da rovesci di pioggia, sinché alla fine si lasciò cadere dolcemente nella tomba, circondata dal corteo funebre e subito ricoperta di terra, dopodiché von Lambert, avendo osservato come anche la F. stesse filmando l’avvenimento, chiuse l’ombrello nonostante la pioggia, squadrò brevemente la donna e la invitò a recarsi da lui con la sua equipe la sera stessa: aveva un incarico per lei che non ammetteva indugi. »
    L’incarico, di Friedrich Dürrenmatt - Antonio

    «Sono nato l'8 gennaio 1942, esattamente trecento anni dopo la morte di Galileo. Stimo però che quello stesso giorno devono essere nati circa duecentomila altri bambini. Non so se qualcuno di loro abbia in seguito manifestato un qualche interesse per l'astronomia. Nacqui a Oxford, benché i miei genitori abitassero a Londra, perché Oxford era un posto più favorevole in cui nascere durante la seconda guerra mondiale: c'era infatti un accordo per cui i tedeschi non avrebbero bombardato Oxford e Cambridge e gli inglesi avrebbero analogamente risparmiato dalle bombe Heidelberg e Göttingen. È un peccato che un accordo così civile non sia stato esteso anche ad altre città.»
    Buchi neri e universi neonati, di Stephen Hawking - Tancredi

    « Ascolta bene quel che ti dico bambina. Io so cos’è l’amore e l’amore è nebbia che la stagione asciuga. E’ come il suono. Sembra andato ma intanto ti ha trasformata. Entrato dentro per sempre, nella forma di una parola che ti ha benedetta o di una musica che accompagna i tuoi giorni. L’amore mio sarà con te quando giochi, quando dormi, quando ti alzi, quando cammini per strada, quando ti addormenti, anche quando non lo sentirai. Lo ritroverai nelle piante che coltiverai e nei fiori che disegnerai. Ti sorprenderà alle spalle come un gatto, che può scappare quando ti giri ma c’era e non eri sola. Allora il desiderio te lo farà cercare nelle persone e il desiderio è forte e ti confonde. Il seduttore non sa l’amore, vuole prendere quel che si può solo ricevere ma sa la forza del desiderio e le sue leggi. Non è il primo desiderio, né il secondo o il terzo l’amore. E’ quello che resta dopo l’incendio, dopo l’inganno che invece sì è nebbia e la prima luce arriva come un regalo e lo umilia nel suo esser nulla.»
    Una storia quasi perfetta, di Mariapia Veladiano - Cattivissimaprof

    «Da dietro lo schermo di cespugli che circondava la sorgente, Popeye guardava l'uomo che beveva. Un sentiero appena visibile portava dalla viottola alla sorgente. Popeye guardò l'uomo – un uomo alto e magro, senza cappello, con un paio di vecchi pantaloni di flanella grigia e una giacchetta di tweed sul braccio – venire giù per il sentiero e inginocchiarsi a bere alla sorgente. La sorgente scaturiva alle radici di un faggio e fluiva su un fondo sabbioso ondulato a volute. Era i circondata da un folto di canne, rovi, cipressi e eucalipti sul quale, come dal nulla, si posavano chiazze di luce. Da qualche parte, nascosto, segreto e tuttavia vicino, un uccello cantò tre note e tacque. Alla sorgente, l'uomo che beveva teneva il viso accostato alle miriadi di infranti riflessi del suo bere. Quando si tirò su, vide in mezzo ad essi il riflesso scheggiato della paglietta di Popeye, anche se non aveva sentito alcun rumore. Vide, che lo fissava di là della sorgente, un uomo minuto, le mani nelle tasche della giacca, una sigaretta che gli pendeva sul mento. Indossava un vestito nero, con una giacca stretta e corta. I pantaloni, rimboccati una volta, erano incrostati di fango sopra le scarpe infangate. Il viso era di uno strano colore esangue, come visto alla luce elettrica; contro il silenzio assolato, con quella paglietta di traverso e i gomiti un po' in fuori, aveva la piatta crudeltà della latta pressata. »
    Santuario, di William Faulkner - Polyfilo

    «Vienna, 1909. Un mattino, per caso.

    È mattino. Una giovane luce filtra dalla finestra e accompagna il mio sguardo su Vienna, mentre sospiro di commozione davanti a questa che è ormai la città dove vivo. Giace morbida come la mia donna ancora addormentata; si stende tra la foschia fin quasi al borgo dove sono nato e da cui sono partito anni fa per entrare alla Scuola di arti e mestieri, e poi, dopo due anni, nella bottega del maestro Klimt. Pochi attimi in cui mi rivedo ragazzino di dodici anni, deciso a seguire il mio istinto, contravvenendo ai progetti di un padre contabile poco incline all’arte, arresosi all’evidenza di un tratto di matita senza esitazioni; suggestioni di volti cari abbandonati e poi il tormento, che non mi fa più dormire, torna a torturarmi. Cerco il corpo di Edith ancora nascosto dalle lenzuola, mio rifugio. Percorro con lo sguardo la stanza spoglia: un letto di ferro nero scrostato, una coperta ruvida che non ci scalda, una stufa piccola e storta, il fuoco spento, poco carbone in un cesto; un cavalletto e un tavolo di legno incrostato di colori, custode della mia anima sparpagliata in quelle macchie. Luce del Nord per le mie tele, foga e passione, stracci.
    Mi chiamo Thomas Shieller, ho pennelli a sorreggere e intrecciare i lunghi capelli biondi, mani sapienti e camicie sporche. Sono giovane eppure dipingo l’angoscia che sento dentro. Un animo contrastato, che non mi dà tregua; ruba i miei ventiquattro anni, distorce la passione per l’esistenza, mi tormenta e mi uccide.
    »
    Ritratto di un preziosissimo amore indecente, di Federica Gnomo Twins - Il Gatto Zorba

    «Un’ombra estranea, irreale, stava avvolgendo lentamente le terre d’Oltreoceano. I bambini guardavano curiosi il cielo mai stato così cupo; i vecchi scrutavano le nubi turbati; i maghi scavavano fossette nella morbida terra e vi seppellivano amuleti, oppure sussurravano preghiere, inginocchiati ai piedi degli alberi più imponenti… ma le Divinità non rispondevano. La paura di quell’oscurità lentamente raggiunse dal mare anche i villaggi e i monti, coprì tutto il paese e infine soggiogò la più grande città costruita dagli etark: il cielo sopra di essa divenne livido e si gonfiò di nubi nere. I soldati presero posizione all’esterno delle mura, mentre contadini e mercanti correvano al sicuro dentro il centro abitato. Tale roccaforte svettava fiera, vicina all’oceano, protetta da una cinta muraria eretta migliaia di anni prima per volontà di chissà quale sovrano; solo una pallida spiaggia la separava dalle sconfinate acque. Sulla torre più alta, il Primo Fidato del popolo etark si accostò al parapetto: il suo sguardo calò sulla moltitudine che accorreva dentro le mura e sui soldati pronti a schierarsi lungo la strada per il porto. Poi l’etark guardò l’orizzonte, a est. Il vento soffiava dall’oceano, sollevava la sabbia dalla spiaggia e l’accumulava sulle mura possenti dotandole di un colore giallastro. Le foglie secche dell’autunno salivano in aria, giravano su sé stesse e tornavano a posarsi a terra; un’altra folata di vento le spingeva avanti tra le gambe degli etark nelle strade, risollevandole e facendole scorrere contro i muri. Poi volavano più in alto, sui tetti, passando tra i ragazzini seduti a fissare quell’inquietante spettacolo. Lanciate lontano riprendevano il volo, passavano tra i vecchi contadini fermi a scrutare il cielo nei loro campi, poi tra le bestie, adagiandosi sui dorsi degli animali e sulle spalle dei loro allevatori. Tutti si erano fermati per vedere il nero delle nubi.»
    Homeron Etark, di Francesco Giuffrida - Chiara A.

    «Perché all'inizio delle cose c'è sempre la luce? Il ricordo più vecchio di Dorrigo Evans era una chiesa inondata dalla luce del sole dove lui era andato con la madre e la nonna. Una chiesa di legno. Una luce accecante e lui che sgambettava avanti e indietro, dentro e fuori da quell'abbraccio trascendente per rifugiarsi fra le braccia delle donne. Donne che gli volevano bene. Come se entrasse nel mare e tornasse sulla spiaggia. Andava e tornava, andava e tornava.
    Che Dio ti benedica, gli dice la madre tenendolo e lasciandolo andare. Che Dio ti benedica, bambino.
    »
    La strada stretta verso il profondo Nord, di Richard Flanagan - Sakura

    30 aprile 2016

    Tempo imperfetto - Massimo D'Orzi

    Intorno a questo fatto di sangue realmente accaduto, nella fitta e insidiosa nebbia del mondo della provincia, si muovono i personaggi del romanzo: un giornalista di nera, due giovani assassini, un magistrato, una psichiatra, una ragazza bellissima. Con uno stile intenso e coinvolgente, l’autore ci porta nelle atmosfere di un insolito noir, fondendo le tappe accurate di un’inchiesta con le tracce di un romanzo di formazione, in cui il lettore può contemporaneamente trovare una storia d’amore,una parabola sull’uomo davanti alla legge, considerazioni su diritto e psichiatria, un discorso sul giornalismo, e ancora, intermezzi grotteschi, uno sguardo ‘appassionato’ sull’adolescenza. In una dialettica sanguinosa fra realtà e fantasia.

    Recensione

    Il delitto che viene raccontato in Tempo imperfetto ricalca quello compiuto a Novi Ligure da Erika e Omar, due ragazzi rispettivamente di sedici e diciassette anni che uccisero a sangue freddo la madre e il fratellino di Erika. Il luogo del crimine viene spostato dalla Liguria alla provincia veneta e precisamente nell’immaginario paese di Campagnano. Anche i nomi dei responsabili sono stati cambiati: Erika assume quello di Isabel, mentre Omar quello di Ronaldo.
    La voce narrante principale è quella di un giovane giornalista assunto con contratto a termine, Isidoro Ducassi. A lui viene data l’occasione di fare valere le proprie qualità e inviato sul luogo del crimine per scrivere una serie di articoli sui delitti. Il giornalista riesce a farsi apprezzare per l’introspezione dei propri pezzi, tanto da essere poi preferito per alcune interviste sia dall’avvocato della ragazza che dal padre della stessa, nonché dalla psicologa nominata dalla difesa.
    Oltre a quella del giornalista, nel romanzo ci sono altre voci narranti secondarie. Una è quella di Isabel, adolescente anaffettiva, talmente persuasiva come manipolatrice da riuscire a convincere il compagno a compiere il crimine. La ragazza interviene personalmente ad aiutarlo solo quando si accorge che Ronaldo non è in grado di portare a termine i delitti autonomamente.
    Nel racconto delle indagini si innesta una storia d’amore fra il giovane giornalista –di cui, peraltro non viene mai indicata l’età, ma che non dovrebbe superare presumibilmente i trent’anni- e Gaia, la figlia liceale della sua padrona di casa. Questa, a sua volta, non nasconde una certa attrazione per il suo inquilino, creando una situazione che potrebbe far pensare una sorta di triangolo e che dovrebbe essere un elemento umoristico, se non fosse una di quelle situazioni un po’ troppo sfruttate come spunto comico. Comunque il protagonista risulta più interessato a far partecipe il lettore delle idee che gli passano per la testa, piuttosto che descrivere il sentimento che nasce con una ragazza non ancora diciottenne.
    Isidoro risulta abbastanza antipatico, uno per così dire che se la tira, come quando “confessa” ad un suo amico di essere stanco dei tanti delitti (quali?) che è stato costretto a vedere nella sua vita, come se fosse un anziano cronista disgustato dall’umanità, invece di un giovanotto di primo pelo di fronte all’occasione della sua vita per affermarsi.
    Le parti migliori del romanzo sono i momenti in cui l’autore descrive i fatti che conosce. Buoni i flashback di Isabel prima della tragedia, ad esempio. Quando invece l’autore immagina i pensieri della ragazza dopo il crimine, questi appaiono piuttosto deliranti, anche se possono trovare giustificazione nella situazione psicologica della giovane.
    Le parti meno riuscite del romanzo, a mio avviso, sono le molte divagazioni, talvolta inerenti a episodi che vorrebbero essere divertenti, con l’intento forse di stemperare la drammaticità dei fatti, nonché quelle in cui l'autore fa delle asserzioni senza però darne adeguata spiegazione. In un film le immagini possono parlare da sole, ma in un libro occorre che l’autore giustifichi le proprie affermazioni. Per fare un esempio banale, quando l’autore asserisce che il padre di Isabel Era un uomo tarchiato, la faccia qualunque di un funzionario ministeriale nelle vesti di un manager tentato dal successo, non a tutti, me compreso, può essere chiaro quali siano le “vesti di un manager tentato dal successo”. Sarebbe inoltre desiderabile che fosse il lettore ad arrivare alla conclusione a cui lo vuole condurre lo scrittore che, pertanto, dovrà instradarlo con adeguate descrizioni.
    L’autore si compiace di esporre alcune considerazioni su concetti molto dibattuti quali l’esistenza di Dio, il rapporto tra diritto e psichiatria, l’uomo e la legge, il diritto di cronaca e via dicendo, ma tali argomenti tendono ad appesantire la lettura, tanto più che su di essi sono già stati spesi fiumi di parole in maniera più chiara ed esauriente di quanto non appaia nel romanzo. In altre parole c’è troppa carne al fuoco, per usare un luogo comune di cui si abbonda nel romanzo, ancorché il protagonista stesso si lamenti che il direttore del giornale per cui lavora, quando si trovava in carenza di argomenti, ripiegava in luoghi comuni preconfezionati, frase che di per sé mi sembra tautologica.
    Due sono quindi i punti focali del romanzo: il crimine compiuto dai due ragazzi minorenni della media borghesia e la relazione fra il protagonista e Gaia. Sotto il primo aspetto l'autore ha svolto una disamina abbastanza completa e articolata della psicologia degli autori del crimine. Pertanto si apprezzano le interviste con lo psicologo e l’avvocato difensore, anche se una maggiore chiarezza e fluidità nella spiegazione di alcuni concetti sarebbe stata preferibile.
    Sotto il secondo aspetto mi pare invece che ci sarebbe stato spazio per parlare di sentimenti, anziché quasi esclusivamente di rapporti sessuali.
    La terminologia usata, che talvolta risulta ricercata e qualche altra volta eccessivamente colloquiale, non è sempre quella appropriata ma, probabilmente, ciò accade quando si compone un romanzo senza avere uno schema già prestabilito da seguire, come rivela l'autore in una intervista, ma inserendo episodi via via che vengono in mente.

    Giudizio:

    +3stelle+

    Dettagli del libro

    • Titolo: Tempo imperfetto
    • Autore: Massimo D'Orzi
    • Editore: L'asino d'oro
    • Data di Pubblicazione: marzo 2016
    • Collana: Omero
    • ISBN-13: 9788864433691
    • Pagine: 364
    • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 14,00
     

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