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7 giugno 2013

C.U.B.A.M.S.C. Con Una Bomba A Mano Sul Cuore - Marco Cubeddu

Alessandro Spera, il più famoso scrittore italiano, è scomparso.

Nessuno sa dove sia fuggito dopo aver fatto irruzione al matrimonio del suo grande amore Mel-In- Wonderland con il surfista australiano Toby Paramore, massacrando a colpi di mitra i futuri sposi e tutti gli invitati.

Ora sono passati dieci anni e Spera rompe il silenzio con una lunga confessione che ripercorre la sua vita sregolata, dalle prime esperienze sessuali all'asilo fino ai due anni trascorsi nella Legione Straniera. 

All'ombra di un amore maledetto e disperato, una vita avventurosa e irregolare, una serie di colpi di scena sempre venati di profonda emozione.

Recensione

Si resta, durante tutta la lettura, indecisi sul crinale tra il ridicolo e il surreale nel libro di esordio di Cubeddu.

A partire dal titolo nella forma da sms dell'abbreviazione per acronimo, cioè per lettera iniziale, sembra chiaro che in qualche modo l'autore voglia creare un racconto postmoderno. Questo intento prosegue poi nella descrizione dell'infanzia e adolescenza del protagonista, che comprende tutti i feticci di una generazione (e non solo), segnatamente quella dell'autore stesso, con i cartoni animati, le sigle, le ossessioni erotiche rappresentate dalle starlette di Non è la Rai! e via dicendo.

Sul versante opposto, almeno in apparenza, il racconto parte con un espediente letterario vecchio come il cucco, cioè il ritrovamento di un manoscritto, che da Manzoni a Eco costituisce quasi un fondamentale della tradizione narrativa italica: lo scrittore-assassino Spera, ormai deciso a morire nel suo esilio solitario dopo una strage per vendetta sentimentale, spedisce alla sua agente letteraria una serie di documenti, dai quali questa trae il materiale per il racconto.

Una prima incongruenza è questa, cioè che, essendo il nucleo del racconto una vicenda sentimentale che si trasforma in ossessione, emotiva e letteraria insieme, la narrazione risulta essere troppo soggettiva per essere solo riportata da terzi. Ci si aspetterebbe un punto di vista almeno parzialmente distaccato da quello del protagonista e, al contrario, il succo della storia è proprio la vita interiore e lo sviluppo del personaggio Spera fino alle estreme conseguenze.

E in effetti la più assoluta soggettività è anche il punto di forza di 'C.U.B.A.M.S.C.', visto che permette di avere una visione interna dello scrittore in erba pronto a diventare, quasi suo malgrado, fenomeno editoriale e distrugge con la sua sola esistenza una serie di miti, dalla legione straniera alle trasmissioni per bambini degli anni '80 come Bim Bum Bam.

Il risultato è che la vita di Spera si trasforma per il lettore come in un'immagine fluida, una serie di fotogrammi sconnessi da una pellicola che è fatta di tanti spezzoni diversi, una specie di Blob con contributi dalla cultura popolare al fumetto manga, fino al cinema pulp.

Quest'ultimo in particolare è uno dei modelli preferiti dall'autore e dal protagonista, e ancora più precisamente il capolavoro di genere che è 'Kill Bill' di Quentin Tarantino: da questo provengono una serie di citazioni più o meno esplicite e anche la scena clou del romanzo, ossia la strage al matrimonio, rivoltata però all'inverso, come un cappotto, visto che, al contrario del film, nel romanzo di Cubeddu costituisce il punto di arrivo e non di partenza della narrazione.

In questo arco temporale si racconta la vita dello scrittore in erba Alessandro Spera e del suo amore per la ninfetta Mel-In-Wonderland, una ragazza che pare uscita, come una figura a due dimensioni, diritta dalla fantasia, bacata e vulcanica insieme, di Spera. Alle parentesi pulp nel mondo della pornografia e in quello dei mercenari della legione straniera si affianca anche un piccolo spaccato, a suo modo interessante, sul rapporto tra aspiranti scrittori e la realtà del mercato editoriale, descritto come vacuo e superficiale nel decretare il successo casuale di un autore sconosciuto e nel coinvolgerlo in un circo mediatico che, pur assicurando popolarità effimera e soldi facili, non ha nulla a che vedere con l'impegno 'letterario'.

Come vacuo e superficiale è anche il protagonista stesso, paradigma di una generazione cresciuta nel vuoto del consumismo, con i miti dei marchi di merendine e degli 883, così lo è anche tutto il mondo che lo circonda, dal veterocomunista squatter soprannominato 'Cinese' al padre monomaniaco della pipa. L'impressione è che il protagonista si ritrovi quasi prigioniero di un mondo, emotivo e collettivo, interno ed esterno, che ne blocca la crescita, condannandolo a un'eterna adolescenza, preda di assalti ormonali e insicurezze affettive.

Stride nel complesso rispetto al tentativo interessante l'eccessivo attaccamento all'estetica di Tarantino, come se in certo senso un po' troppo della narrazione e dello sviluppo dei personaggi fosse condizionato ad adattarsi alla scena finale della strage di Barcellona, così come a volte i riferimenti alle sottoculture pop con le citazioni nostalgiche di icone dei cartoni animati rischiano di suonare un po' leziosi e fini a se stessi.

Ma si tratta di un esordio, che mostra uno stile interessante e che tutto sommato si legge facilmente, anche se a tratti con delle durezze e qualche eccesso nell'atmosfera surreale, che a volte sconfina, forse involontariamente, nel ridicolo puro e si bilancia male con riferimenti precisi a fatti di cronaca realmente avvenuti.

Ultima nota: stupisce notare in una versione digitale da una casa editrice blasonata almeno un paio di refusi da correttore automatico (nello specifico un 'torba' al posto di 'turba' a p. 57 e un 'aurea' per 'aura' a p. 88). Resta a chi scrive la curiosità di controllare se gli stessi svarioni si trovano anche nella versione cartacea tradizionale.

Giudizio:

+3stelle+ (e mezzo)

Dettagli del libro

  • Titolo: C.U.B.A.M.S.C. Con Una Bomba A Mano Sul Cuore
  • Autore: Marco Cubeddu
  • Editore: Arnoldo Mondadori Editori
  • Data di Pubblicazione: 2013
  • Collana: Scrittori Italiani e Stranieri
  • ISBN-13: 9788804624608
  • Pagine: 350
  • Formato - Prezzo: Rilegato, sovraccoperta - 16,00 Euro

28 maggio 2013

Le radici del male - Alda Teodorani

Una pittrice di incubi, condannata in eterno a rivivere i propri incubi. Un fotografo alla moda che nasconde una doppia vita. Vicende che si intrecciano, si sfiorano, personaggi che si feriscono ferocemente l’un l’altro. Un vera trilogia del male della scrittrice più rappresentativa dell’horror italiano, che Cut-Up Edizioni ripropone dopo un’assenza di oltre dieci anni dalle librerie italiane.




Recensione

Quello di Alda Teodorani è un nome che non conoscevo: e mi ha sorpreso trovarlo accostato a nomi più noti del noir italiano, alla generazione cannibale. Con viva curiosità ho dunque affrontato la lettura di questo volume, riedizione della trilogia d'esordio dell'autrice, all'inizio degli anni Novanta.

Si tratta in realtà di tre distinti racconti, accomunati dalla medesima ambientazione, dall'esplorazione degli stessi temi e che condividono alcuni personaggi. Il giudizio, lo dico subito, è intermedio: conscio dei limiti propri di un sistema di voto a cinque stellette e, soprattutto, degli spunti di riflessione che questo libro offre, al di là delle competenze tecniche dell'autrice, mi limito consapevolmente a offrire un giudizio che altro non è che la media dei voti dati ai tre racconti. Ho riscontrato infatti un miglioramento progressivo, da un racconto all'altro, segno inequivocabile di una scrittura ancora giovane e non ancora matura. Ma veniamo ai racconti.

Giù nel delirio introduce in maniera netta le tematiche del libro: una spirale nera di violenza pura. Un giovane fotografo appassionato di scene estreme, complice, testimone e spettatore di violenze e torture perpetrate a donne e anche bambini, scopre un'altrettanto violenta affinità con la pittrice Grazia, che dipinge le sue stesse scene. C'è ben poco che accada e mandi avanti la trama, che è una successione inconsapevole, quasi casuale, di scene di violenza, di sesso, di incubi appesantiti dalle droghe. Tutto è esibito, con uno stile che anziché essere crudo e iperrealistico, come spesso accade in storie pulp e splatter, è, all'opposto, leggero, fluido, quasi minimale. Forse persino troppo piatto. La sensazione è che dietro le violenze esibite non vi sia assolutamente nulla.

Specchi di sangue presenta già più sostanza, nonostante una scelta narrativa da manuale: il protagonista, che si fa chiamare McEwan, è un killer professionista, che affronta gli omicidi commissionati con risolutezza e distacco. L'esibizione immediata di violenza lascia il posto a un ingresso più pacato nell'orrido mondo che l'autrice fa abitare ai suoi personaggi: un ingresso in punta di piedi, una progressiva discesa verso gli abissi più oscuri della psiche umana. Omicidio dopo omicidio, passo dopo passo, l'infernale catabasi nella mente di McEwan si fa più completa, mentre dal profondo emerge l'amore violento per una madre scomparsa, forse uccisa, forse no, che si riflette, in maniera sempre più consistente, nei volti delle vittime dell'assassino.

L'ultimo racconto, Soluzione finale, è la chiave di volta della trilogia: riannoda i fili, mentre i personaggi e le azioni dei due racconti precedenti convergono verso un esito comune. La narrazione si amplia, permettendo un doppio punto di vista: torna così Grazia, la pittrice, che si ritrova vittima dell'ossessione di un commissario di polizia incaricato di indagare sulle violenze compiute nei primi due racconti.
La sensazione, dicevo, è di una progressione a più livelli che caratterizza la trilogia. L'esplorazione di un mondo torbido e sotterraneo, che si va ampliando sempre di più, così come si amplifica l'indagine psicologica. Di pari passo, mi sembra, va migliorando la capacità tecnica dell'autrice: semplicisticamente, se il primo racconto mi pare tutto fumo e niente arrosto, il secondo è passabile e il terzo decisamente più intrigante e denso di carica riflessiva. La scrittura è ancora poco matura, povera e piatta, ma nel corso dei tre racconti se ne può apprezzare un miglioramento. Persistono tuttavia certe ingenuità narrative e carenze stilistiche: in barba alla regola dello show, don't tell, la preoccupazione di sbattere in faccia al lettore le scene più estreme, che siano di tortura o erotiche, sono accompagnate da descrizioni non molto accurate, sono esibite, appunto, non descritte. Così è soprattutto per la morale dietro la storia, come quando, nell'ultimo racconto, il commissario Valenti rivela esplicitamente l'origine infantile delle violenze, o il potere liberatorio dell'atto omicida: considerazioni che il lettore può fare da sé e che l'autrice avrebbe potuto suggerire tra le righe, anziché metterlo in bocca a un personaggio. Potrei portare altri esempi: la verità è che, in particolar modo nel primo racconto, la storia, già evanescente, sembra esser solo una scusa per scrivere scene estreme e rivoltanti; da ciò consegue una trama sfilacciata e inconsistente. Questo è ancora evidente nel secondo racconto, il più lungo, che si costituisce di una lunga lista di omicidi: nulla che dia più sostanza alla trama. Il terzo sembra portare la luce del giorno e mettere fine, apparentemente, agli incubi della notte: salvo mostrare il vero volto dei mostri che si nascondo nelle ombre. La dimensione del delirio religiosa, di cui si compone l'ossessione del commissario, arricchisce l'indagine psicologica. 

Ombre e luci, dunque, per un libro d'esordio che in ogni caso si fa notare e lascia la curiosità di leggere ancora.

Giudizio:

+2stelle+

Dettagli del libro (cartaceo)

  • Titolo: Le radici del male
  • Autore: Alda Teodorani
  • Editore: Cut-up edizioni
  • Data di Pubblicazione: 2013
  • Collana: Strade perdute
  • ISBN-13: 9788895246321
  • Pagine: 173 
  • Formato - Prezzo: Brossura - 15,00 Euro 

Dettagli del libro (eBook)

  • Titolo: Le radici del male
  • Autore: Alda Teodorani
  • Editore: Mezzotints Ebook
  • Data di Pubblicazione: 2013
  • Collana: Ombre
  • ISBN-13: 9788890814563
  • Pagine: 145
  • Formato - Prezzo: Epub - 2,99 Euro

16 gennaio 2013

Io Nichi Moretti - Franco Legni

La violenza, la tombola, la psicoanalisi, Luke Tahiti, il nazismo, il trekking, i cinesi, Disco Inferno, l'orgasmo, le rapine, il rombo del motore, i giornalacci sconci, gli psicofarmaci, le tartarughe, la rivoluzione, il fallimento, l'esame, il sangue, le urla, la musica, le tette.

C´è un solo infallibile sistema per affrontare i grandi problemi della vita: fuggire il più lontano possibile.

Nichi Moretti è solo, disperato, allo sbando e nel momento più difficile della sua vita la sua donna lo molla lasciandolo scivolare in un inferno fatto di onanismo e psicofarmaci.

I suoi amici però gli sono vicino... e questo è veramente il peggio che gli potesse capitare.

Recensione

In Io Nichi Moretti Franco Legni costruisce una storia divertente e amara  senza la pretesa di piacere a tutti i costi o dare morali nel quale il lettore viene triturato da personaggi iperbolici e avvenimenti paradossali senza che ci sia un momento per tirare il fiato.

Nichi Moretti è un laureato in legge che non riesce a superare l’esame di stato. In piena crisi maniaco-depressiva dopo essere stato lasciato dalla fidanzata, viene rapito da tre sexy rivoluzionarie naziste dal passato torbido. Aiutato (o meglio affossato) dall’amico Lorenzo dovrà uscirne fuori, anche se non è che abbia tutta questa volontà di tornare alla sua vita precedente. Parallelamente, il vocalist Disco Inferno passa, insieme al suo compare Limone, un’assurda notte tra mariti gelosi, discoteche frequentate da impasticcati allo stadio terminale, carabinieri ingenuamente in attesa di un’improbabile tombolata e torturatori cinesi.

La breve sinossi riportata qui non basta neanche a illustrare cosa l’autore è riuscito a creare in questo libro. Un pastiche paradossale e iperbolico, dove ogni personaggio spinge al limite se stesso che mi ha ricordato “L’ultimo capodanno dell’umanità” di Niccolò Ammaniti, ovviamente con i dovuti distinguo. Nichi Moretti è, fin dall’esplicito titolo, un alter ego dell’autore, concetto rafforzato sia dalle parole, in una descrizione delle sue gesta in prima persona, a differenza della storia di Disco Inferno che viene narrata in terza persona, che dalle foto, a dire la verità abbastanza superflue, secondo me. Infatti, come scritto nella prefazione al libro, Franco Legni non parla al lettore ma ha la necessità di trasportare in prosa il suo ego. La cosa può far storcere il naso, se non adeguatamente accompagnata da talento. Franco Legni, fortunatamente per me lettore casuale, di talento ne ha da vendere. “Io Nichi Moretti” si fa leggere che è una meraviglia. I personaggi sono tutti ben approfonditi, anche quelli minori, grazie ad un eccellente uso delle lingue e dei dialetti. I dialoghi così risultano assolutamente credibili nel contesto costruito dall’autore. L’unico appunto è sul cinese: forse volontariamente, le note traduttive sono abbastanza sommarie e non riportano in italiano tutto il senso della frase. La storia invece sembra subordinata al bisogno dell’autore di esprimere il bisogno di raccontare alla sua maniera la realtà che lo circonda, con una prosa corretta da dialettismi in toscano-pratese e scurrilità dal sapore tarantiniano non sempre ligia alla grammatica, ma perfettamente adatta alle urgenze letterarie dell’autore. Non mancano scene forti (si arriva a toccare anche il torture porno), ma il senso del grottesco stempera le situazioni facendole scivolare nel ridicolo volontario.

In conclusione, Io Nichi Moretti di Franco Legni merita di essere letto anche dal grande pubblico. A mio avviso bisognerebbe dargli una chance come quella che ebbe il primo Niccolò Ammaniti. Il talento c’è.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Io Nichi Moretti
  • Autore: Franco Legni
  • Editore: Curiosando Editore
  • Data di Pubblicazione: 2012
  • ISBN-13: 9788890499067
  • Pagine: 277
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 12,00

18 aprile 2012

Fotogramma atipico - Karim Buzer

Una mente, mille personalità. l'intreccio di realtà e cinismo si manifesta con una potenza devastante tra le pagine di quest'opera storta, dannata, maledetta. Dan, l'io narrante, è vittima dei suoi paradossi, delle sue paure,dei suoi disturbi. Di un cervello fuori dalla norma e fortemente diretto verso l'autodistruzione. I protagonisti si alternano e completano il variegato e caotico scorrere delle pagine. C'è l'amore incoerente con Emily. Emily. la dama bianca, la figlia del sole. Il sogno distorto. Ci sono l'odio e l'indifferenza. c'è la ruggine sopra le nostre virtù. c'è l'intolleranza, il realismo di una civiltà ormai al capolinea, qui derisa e masticata con feroce realismo tra le righe di un mondo lontanto, ma estremamente vero ed estremamente folle. Pagine nere e bianche sputate in faccia al lettore con inchiostro velenoso e tossico. nulla sarà più come prima. dopo. Fotogramma Atipico. Dalla mente di Karim Buzer.

Recensione

Inquadrare l'esordio di Karim Buzer è abbastanza semplice: si tratta di una narrazione piuttosto scorrevole in stile beat, con continui richiami a modi e contenuti di genere. Una mescolanza di toni e argomenti che non si amalgamano in maniera compiuta - per quanto, in realtà, sembrerebbe quasi che l'incompiutezza sia non tanto un limite quanto un obiettivo dell'autore - e matura.

Il racconto in prima persona è quello di un ragazzo, Dan, che vive in una non specificata realtà urbana marginale nell'America degli stereotipi da On the road di Kerouac: è uno che si qualifica da subito agli occhi del lettore più che per essere un personaggio al di fuori, e di riflesso contro, del sistema, per la sua strenua costanza nel ribadire la propria posizione.

Le sue vicende sono quelle del ragazzo di strada/artista maledetto, privo di una famiglia e di valori di riferimento, senza legami definibili, tranne quello con la ragazza-amica Emily, alla perenne ricerca di un lavoro precario che, sia ben chiaro, serve solo a pagare l'affitto, visto che la vera occupazione è quella di scrittore non commerciale per scelta, dunque di autore votato alla letteratura non come forma di guadagno ma come strumento di catarsi e di liberazione.

La scrittura possiede la scioltezza e la varietà lessicale, nei diversi registri adoperati, per creare quasi delle istantanee e bloccare la vita del protagonista quasi come in fotografie tratte da un girato, con i diversi gradi di viraggio che identificano le sfumature emotive e psichiche del suo vissuto.

Quello che manca è una voce che sia davvero intima non tanto nell'espressione di un disagio esistenziale generico quanto nella sua trasformazione in fatti e contenuti che non abbiano un forte retrogusto di cliché letterario: la scena scatologica, le risse nei bar, le peripezie notturne da dongiovanni che non deve chiedere mai, l'arredamento approssimato e l'aspetto raffazzonato, fino all'acme del rapporto sessuale messo in scena come un gioco/provocazione in un centro commerciale, davanti a un pubblico, sono tutti elementi che rendono percepibile nel racconto una certa dose di autocompiacimento.

In altre parole non hanno, come forse invece vorrebbero, il sapore metallico del quotidiano e si espongono con notevole ingenuità al sospetto di un processo imitativo meccanico e costruito a tavolino. Del resto che al centro di tutto ci sia una forte concentrazione del protagonista verso se stesso e un mondo interiore che segna quasi una fuga dalla realtà esterna lo fa intuire benissimo l'uso della prima persona e la presenza di brani di poesia molto personali.

Tutto questa varietà nei temi e negli accenti però non crea una vera personalità autonoma per il protagonista che finisce per assomigliare più a una maschera beatnik che a un personaggio a tutto tondo, autentico e autonomo.

Giudizio:

+1stella+

Dettagli del libro

  • Titolo: Fotogramma atipico
  • Autore: Karim Buzer
  • Editore: Romano Editore
  • Data di Pubblicazione: 2011
  • Collana: Romanzi
  • ISBN-13: 9788896376539
  • Pagine: 164
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 14,00

25 dicembre 2011

Zero Kill - Y. B.

Natale 2000: Youssef Suitane, appartenente alle Lame dell'Islam - un gruppo fondamentalista armato underground - è all'angolo di una via di Algeri, pronto a colpire l'arcivescovo della città. Il prelato dispone tuttavia di un efficiente servizio d'ordine, così, subito dopo avere sparato, Youssef viene a sua volta colpito. "Poco male" si dice l'anima di Sultane mentre il suo involucro corporeo si accascia al suolo. Da bravo seguace del Profeta e della jihad, sa che ad attenderlo ci sarà uno strepitoso Giardino delle Delizie: vergini a volontà ed efebi come optional. Ma nell'aldilà l'anima del martire della fede si trova di fronte a un severo angelo della morte che gli chiede conto della sua vita, delle sue idee, della sua militanza, del Corano...

Recensione

Parlare male di questo libro è fin troppo facile. Non nascondo una certa fatica ad arrivare fino in fondo.

Lo stile dell'autore è riconoscibile, personale, accattivante, a tratti divertente. Le invenzioni linguistiche si sprecano e devo ammettere che qualche volta strappano un sorriso.

L'autore algerino, classe 1968, un giornalista che dal 1998 vive in Francia e scrive in francese, mescolando il gergo della "mala" a quello della politica e dei proclami ufficiali dei fondamentalisti e dei loro avversari (esercito e polizia), in un gioco grottesco e perverso nel quale tutti i personaggi appaiono coinvolti e tutti perdenti. L'inizio è promettente.

Inoltrandosi nella lettura si avverte un certa stanchezza, come dopo un'abbuffata di un dolce farcito con troppa panna che, con ogni probabilità, un lettore francese riuscirebbe ad assaporare molto di più. Nello stesso anno in cui è uscito questo libro Einaudi ha pubblicato Allah superstar, che sono riuscito a procurarmi e che ho provato a leggere. Ma questa volta mi sono bastate le prime 10 pagine per capire che si trattava più o meno della stessa cosa. Entrambi i libri purtroppo sono già introvabili, probabilmente a causa del loro scarso successo commerciale.

Tuttavia, a scanso di equivoci, devo dire che non mancano elementi di interesse. La cosiddetta "primavera araba" era lontana, ma si percepiscono chiaramente quei segni di quella che nel suo illuminante saggio Samir Kassir definiva "L'infelicità araba". Cioè quella situazione di scacco, senza via d'uscita, in cui si trovano i giovani e le donne in tutti i paesi dell'altra sponda del Mediterraneo.

Yassir Benmiloud cerca una via di fuga nell'ironia e nel grottesco, nella provocazione e nell'umorismo pulp. Tutte cose che, alla lunga, possono risultare un po' noiose e certamente sterili. Ma se vogliamo prendere un po' più sul serio questo romanzo breve, rimane aperto il problema del "romanzo arabo", che raramente riesce a trovare il pubblico, in patria e all'estero, malgrado l'indubbio talento dell'autore.

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Zero Kill
  • Titolo originale: Zero Mort
  • Autore: Yassir Benmiloud
  • Traduttore: Jacopo De Michelis
  • Editore: Mondadori
  • Data di Pubblicazione: 2004
  • Collana: Piccola biblioteca Oscar Mondadori
  • ISBN-13: 9788804536550
  • Pagine: 173
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 7,80

26 agosto 2011

La notte del Drive-in - Joe R. Lansdale

Andare al drive-in a vedere un film di fantascienza o dell'orrore è un delle abitudini tipicamente americane che l'Europa non abbia importato. Meno male, penseranno molti dei nostri lettori dopo aver letto questo agghiacciante (ma esilarante) romanzo di Joe R. Lansdale, uno dei più brillanti nuovi autori del fantastico USA. Poco dopo l'inizio dello spettacolo, infatti, gli attoniti spettatori del drive-in si rendono conto che c'è qualcosa di profondamente strano nel buio della notte intorno a loro... Dove sono le stelle? Perché chi si avvicina ai confini del drive-in muore orribilmente? E chi può avere interesse a tenere in ostaggio una folla istupidita, imbarbarita, inferocita, costretta oltretutto a vedere ininterrottamente la notte dei morti viventi? La risposta è beffarda come il romanzo, sospeso fra humour nero, fantascienza e brivido allo stato puro.

Recensione

Premessa: l'edizione del romanzo che ho letto e che mi appresto a recensire è l'Urania numero 1214 datato 19-9-1993, da quel che so diversa dalla versione Einaudi Stile Libero, che mi sembra abbia accorpato a questo il secondo episodio della trilogia de "La notte del Drive-in".

Detto ciò, passo a riconoscere a Lansdale una fantasia degna di Stephen King, al netto di quell'autocompiacimento che a me personalmente fa mal digerire il "Re". Per questo "La notte del Drive-in", nonostante vari difetti, mi è piaciuto. Purtroppo, della sconfinata bibliografia dell'autore texano ho letto solamente questo romanzo e "Mucho Mojo", ma al più presto possibile cercherò di rimediare.

Chiaro omaggio ai "B-movie" che poi fecero la fortuna di Tarantino & Co., "La notte del Drive-in" inizia con una tranquilla serata a base di horror movie all'"Orbit", un enorme drive-in da tempo oggetto del desiderio del protagonista narrante e i suoi tre amici. La serata è quella giusta e tutto sembra filare liscio, quando ad un certo punto un meteorite squarcia il cielo notturno a metà della proiezione di "Utensili per l'omicidio" (il titolo originale americano è "The Toolbox Murders", pellicola diretta nel 1978 da Dennis Donnelly e interpretata da Cameron Mitchell. Nel libro il titolo è opera del traduttore, all'oscuro della localizzazione italiana "Lo squartatore di Los Angeles"). Da quel momento una specie di bolla nera e acida circonda il drive-in, isolandolo dal mondo esterno. La gente al suo interno all'inizio aspetta con fiducia la liberazione e nell'attesa si gode la visione degli horror a rotazione, cibandosi delle classiche schifezze da cinema tipo pop-corn, hot-dog e bibite varie. Ma col passare del tempo, vedendo che nessuno arriva a salvarli, incattiviti prima da un'alimentazione iperglicemica e poi dalla mancanza di cibo, i "prigionieri" si abbandoneranno alle più turpi violenze e prevaricazioni.

La linea che divide il genio dal cialtrone è sottile. Ancor di più lo è quando si parla dei "B-Movie". Lansdale rientra a mio parere nella prima categoria. Prosa spigliata e ironica quanto basta per raccontare le nefandezze compiute all'interno del drive-in alleggerendole ma senza renderle eccessivamente ridicole, protagonisti ben disegnati e una storia che si fa leggere d'un fiato lasciando nel lettore sensazioni contrastanti. Insomma, la "Notte del Drive-in" disturba senza appesantire con inutili orpelli. Dritto al cuore della storia, senza tanti ghirigori, ma con una fantasia straordinaria nel creare situazioni parossistiche. C'è da riconoscere però una certa stanchezza verso la fine del romanzo, quasi come se l'accumulo di situazioni avesse portato l'autore in un vicolo cieco e questi non sapesse come chiudere la storia. La fantasia di Lansdale ha però portato ad un finale aperto che può scontentare, ma che rimane in linea con quanto accade per tutto il romanzo.

In conclusione, "La notte del drive-in" è un bel "B-Book", perfetto per questo periodo di fine estate, che si fa leggere velocemente senza cadere nelle trappole tipiche del genere, ma anzi sfruttandole per creare un atmosfera unica. Lansdale è un autore da seguire assolutamente. Menzione per la versione Urania: terribile. Impaginazione a due colonne che inficiano la lettura e traduzione perlomeno antiquata. Sarà anche un pezzo di storia al quale guardare con nostalgia, ma secondo me è da evitare.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: La notte del drive in
  • Titolo originale: The Drive-in
  • Autore: Joe R. Lansdale
  • Traduttore: Curtoni Vittorio
  • Editore: Mondadori
  • Data di Pubblicazione: 1993
  • Collana: Urania
  • ISBN-13: 8806170028
  • Pagine: 143
  • Formato - Prezzo: Brossura - 2,00 Euro (5.000 lire)

19 luglio 2011

Virus - Alessandro Vigliani

"Il protagonista della vicenda, noto conduttore televisivo, manager e produttore, è una sorta di prototipo in negativo: un uomo privato della sua umanità, che sembra vivere in funzione del potere e dell'autocelebrazione. Un personaggio tratteggiato con spietatezza dall'autore, nel quale il lettore non faticherà a riconoscere persone e volti di questa Italia del nuovo millennio.Una società ossessionata dall'immagine, dalla vacua illusorietà della dimensione televisiva, dove niente è davvero reale e l'unico obiettivo sembra essere la ricerca incessante e spasmodica del successo transitorio offerto da un passaggio televisivo in prime time. Qui, a ben vedere, siamo già oltre l'abusato paradigma del quarto d'ora di celebrità teorizzato da Andy Wharol nei lontani anni Sessanta. L'esistenza di Ribaldi è una non-esistenza, sembra voler suggerire - in maniera neanche troppo velata - l'autore. E infatti Max Ribaldi è un uomo privo di affetti reali; eppure tale condizione pare non pesargli affatto, perso com'è nel suo pericoloso sogno estetizzante." (Dalla prefazione di Luigi Milani)

Recensione

La formula del romanzo breve (o del racconto lungo che dir si voglia) è una delle più difficili da gestire: occorre saper dosare bene i tempi, le pause, eventualmente comprendere quando i contenuti sarebbero più adatti a un racconto breve -per non ottenere l'effetto di poco burro spalmato su troppo pane-, o, viceversa, a un romanzo di più ampio respiro.

Per Virus la formula del racconto lungo ben si adatta, eppure l'inesperienza di Vigliani ne fa un'ottima idea mal sviluppata. La storia è di una circolarità che alla lunga diventa ripetitiva: Max, il protagonista, è prigioniero in una stanza -situazione letterariamente pericolosa se non si sa mantenere alta la tensione- da cui può assistere alla propria vita grazie a un televisore con funzione di finestra sul passato e sul presente; dopo aver messo in scena le vite di tanti, Max, produttore televisivo miliardario, è diventato uno di loro ed è obbligato ad affrontare l'evidente vacuità della sua vita fatta di apparenze.

Se si escludono alcuni capitoli dedicati a ciò che il protagonista vede sullo schermo davanti a cui è costretto, tutti gli altri sono costituiti quasi esclusivamente da dialoghi (per lo più insulti reciproci tra Max e la sua psicopatica rapitrice, Vanira) e scarne descrizioni: l'azione è pressoché assente. Conseguentemente, a causa anche della forma scelta (il romanzo breve, per l'appunto), i personaggi risultano appena abbozzati, e Vanira rimane un'inquietante ombra fino al finale del racconto, tirato via precocemente.

Il messaggio veicolato è manifesto, e senza dubbio spunto di importanti riflessioni sociopolitiche: Max Ribaldi, infatti, rappresenta l'incarnazione dello strapotere della televisione; dotato di immenso patrimonio e potere, che gli consentono il dominio sulla realtà quotidiana, Max è anche schiavo di se stesso e di ciò che possiede, subordinato a una vita di lusso, donne, e alta mondanità. Gli si oppone Vanira, che rappresenta la rivalsa delle masse anonime finalmente risvegliatesi dalla lobotomizzazione televisiva: bella, misteriosa e piena di rancore, Vanira mette in atto un piano per prendersi una rivincita contro tutto ciò di cui Max è incarnazione, fino a mettere a nudo la sua anima.

Quale dunque è questo virus del titolo se non la televisione, pericoloso strumento di plagio presente in ogni abitazione? Il messaggio -dicevo- è manifesto, purtroppo non è supportato da una sufficiente esperienza dell'autore nel campo della narrativa: se lo stile scarno può essere opinatamente apprezzato e considerato atto allo scopo, lo stesso purtroppo non si può dire della punteggiatura scorretta e soprattutto della sintassi e del lessico che tendono continuamente al registro parlato, evidentemente non corretti da un editing adeguato:

“Diciamo non esattamente quello che ti aspetteresti da un gruppo di persone che segue un personaggio dello spettacolo [...]”
“C'è una cosa che mi sfugge” dico. “Perché?”
“La cosa è un po' lunga da spiegare e non è possibile farlo con le parole, per questo ti ho messo davanti a uno schermo”.
“Quindi immagino che l'unica cosa da fare sia continuare a guardare”.
"Diciamo di sì, ma non penso che tu sia ormai dello stesso avviso”.

L'intercalare “diciamo”, che come da esempio ricorre per ben due volte in poche righe (i dialoghi del romanzo ne sono infarciti) potrebbe essere accettato un paio di volte in virtù di una pretesa mimesi del parlato, ma oltre l'effetto è desolante: i dialoghi appaiono poco spontanei ed eccessivamente costruiti.

Non ho dubbi, considerata la recensione di Daniele a Sangue e fango, che l'autore sia migliorato nell'anno che separa il secondo romanzo dalla sua opera d'esordio; purtroppo quest'ultima non risulta delle più soddisfacenti.

Giudizio:

+2stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Virus
  • Autore: Alessandro Canassa Vigliani
  • Editore: Pulp
  • Data di Pubblicazione: 2010
  • Collana: Narrativa
  • ISBN-13: 9788896503058
  • Pagine: 127
  • Formato - Prezzo: Brossura - 13,00 €

7 luglio 2011

Sangue e fango - Alessandro Vigliani

Immaginate un luogo ripugnante dove non vorreste mai finire, con amicizie orrende, sia da un punto di vista estetico che comportamentale. Immaginate che la vostra vita finisca proprio lì, dove non sareste voluti mai stare, insieme a gente con cui non avete idea cosa poter spartire. Ecco. Il romanzo di Alessandro Vigliani parla esattamente di questo. Di come in fondo tutto non sia che un cambio di punto di vista.



Recensione

Prendiamo la lingua italiana e immaginiamo sia uno specchio, liscio e perfetto con le sue regole grammaticali, sintattiche e relative. Ora prendiamo “Sangue e fango” e la prosa di Alessandro Vigliani, che in questo libro sembra voler prendere a pugni lo specchio/lingua italiana per infrangerlo nella sua perfezione e ridurlo in quelle schegge affilate e taglienti che sono le parole che l’autore usa per comporre delle frasi sì sintatticamente imperfette o grammaticalmente sghembe, ma portatrici di una forza paragonabile ad un calcio nelle parti basse del lettore e della società moderna in generale.

La storia è quella di Alex, autista con tanto di Mercedes “full optional” che si trascina in una vita stanca fino a quando non incontra Asso, punto di forza e vero protagonista del libro, un personaggio che vive ai margini della società insieme alla sua combriccola di freak in un capannone di periferia gareggia in mortali gare clandestine con auto truccate. Questo incontro cambierà completamente il modo di vedere le cose di Alex.

Non andrò oltre per non rovinare la lettura, che secondo me merita. Devo dire che non sono avvezzo a storie come quella di questo libro, che a volerlo catalogare si potrebbe definire pulp. Raccontata in prima persona da Alex, la trama si snoda in una società degradata e putrida nel quale la vita moderna non è altro che una perdita di tempo dietro falsi bisogni. L’ambientazione non è quindi qualcosa di rivoluzionario e anche la storia non è nuova, nonostante, grazie ai suoi personaggi sempre sopra le righe ma comunque ben definiti e alle situazioni estreme ma non parodistiche in cui si muovono, riesca ad incollare il lettore fino all’ultima in un vortice di colpi di scena e colpi allo stomaco.

Insomma, un Fight club che sull’aforisma poggia il suo essere senza le lotte clandestine e con una spruzzata di The Fast and the Furious.

In conclusione, “Sangue e fango” o si ama o si odia e io personalmente faccio parte dei primi. La prosa di Vigliani mi ha fatto venire in mente Palahniuk e proprio come lui non fa prigionieri. Personalmente lo consiglio, anche se potreste buttarlo nel cestino dopo dieci pagine.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Sangue e fango
  • Autore: Vigliani Alessandro
  • Editore: Asso edizioni
  • Data di Pubblicazione: 2011
  • ISBN-13: 9788890612305
  • Pagine: 192
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 13,00

17 maggio 2011

Missione in Alaska - Mykle Hansen

"Cercano spesso di convincermi che gli esseri umani hanno bisogno della natura. E non di quella degli zoo e dei parchi, si badi bene, ma del selvaggio, caotico marasma di natura primordiale che c'è in Alaska. lo di una cosa sono certo: se gli esseri umani per stare bene giù a Seattle hanno bisogno che enormi orsi vadano in giro per l'Alaska a mangiare la gente, allora l'Alaska intera dovrebbe essere messa fuorilegge. Forse, quando in quello Stato si decideranno a sbattere fuori a calci quei quattro straccioni di eschimesi e cominceranno a cercare un po' di petrolio, allora avranno i soldi per importare qualche poliziotto come si deve dalle nostre città e mettere in riga gli orsi. Negli anni Cinquanta l'America era riuscita a mettere al suo posto la natura, ma poi torme di capelloni abbracciabalene si sono infilate nelle infrastrutture della società, indebolendola. È stato dichiarato un cessate il fuoco con la natura, ma lei proprio non capisce quando è il momento di fermarsi. È sempre alla ricerca di un nuovo scontro, e giuro sul cruscotto della mia Rover che con me ha trovato pane per i suoi denti. Sono un Homo Sapiens, io, e sono gli uomini che comandano su questo pianeta!" Il romanzo più folle e scorretto di uno dei maestri della "bizarro fiction".

Recensione

Help! A bear is eating me!, Aiuto! Un orso mi sta mangiando!, è il titolo originale di questo bizzarro romanzo che credo renda molto meglio lo spirito dell'opera rispetto all'anonimo Missione in Alaska scelto per l'edizione italiana. Missione in Alaska è infatti un romanzo ai limiti dell'inverosimile, con qualche tocco pulp, in cui tutto, personaggi, vicende e toni, viene esasperato.

Marv Pushkin è l'archetipo del manager rampante, arrogante a dismisura, maschilista, sessista, prepotente e inquinatore. Il classico stronzo, per farla breve. Lo scopo principale della sua vita è fare una brillante carriera sfruttando il lavoro dei sottoposti, naturalmente una massa di inetti e mentecatti, possibilmente trovando anche il tempo per portarsi a letto la procace e svampita collega alle spalle della moglie grassa e frustrata. E' lo stesso Marv a farci questo ritratto di se stesso, sincero in modo disarmante ma senza alcun cenno di vergogna, mentre giace, solo nel mezzo dei boschi dell'Alaska, sotto il suo nuovissimo fuoristrada con le gambe bloccate dal semiasse e un orso che pasteggia allegramente con i suoi piedi.

Badate bene, questa non è la storia di un riscatto morale, lo scontro frontale tra Marv e quella Natura che pensava di schiacciare e umiliare non dà il via ad alcun processo formativo; piuttosto, la parabola del nostro anti-eroe potrebbe essere paragonata al contrappasso di un girone dell'Inferno dantesco. Le drammatiche ore trascorse in attesa dei soccorsi non servono a tirar fuori quanto di buono c'è in Marv, al contrario danno l'impressione che che da salvare, eticamente parlando, ci sia gran poco. Piuttosto il tempo che passa contribuisce a sollevare quella patina di perfezione con cui il protagonista vuole presentare la sua vita, svelando una realtà squallida e desolante. Tuttavia non si riesce a provare molta pietà per Marv, né credo che questo fosse tra gli intenti dell'autore: a volte si prova disgusto e irritazione per la sfacciataggine con cui esibisce la sua passione per il sopruso e l'umiliazione degli altri, altre volte, bisogna dirlo, si ride di cuore proprio per questa sua sfacciataggine,la sua strabordante arroganza, l'orrore verso qualunque cosa sfugga al suo controllo, come gli appetiti di un orso o la malefica Natura nel suo insieme. Viene quasi di pensare che l'autore voglia offrire a se stesso e ai suoi lettori l'occasione per prendersi una piccola rivalsa, seppur solo con la fantasia su tutti quegli spacconi rompipalle in cui ognuno di noi si è imbattuto almeno una volta. Proprio per questo motivo alcuni risvolti della storia non sono proprio originalissimi, o meglio, sono ciò che ognuno di noi malignamente si aspetterebbe, ma nel complesso la vicenda è divertente e particolare, raccontata con molta verve e con la giusta dose di suspense, tanto che si può divorare (è il termine più adatto!) con gusto in una sola giornata.

Giudizio:

+2stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Missione in Alaska
  • Titolo originale: Help! A bear is eating me!
  • Autore: Mykle Hansen
  • Traduttore: F.Francis
  • Editore: Meridiano Zero
  • Data di Pubblicazione: 2011
  • Collana: Primo parallelo
  • ISBN-13: 9788882372316
  • Pagine: 160
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 13,00

4 maggio 2011

American Psycho - Bret Easton Ellis

Patrick Bateman è giovane, bello, ricco.
Vive a Manhattan, lavora a Wall Street e con i colleghi Timothy, David, Patten e Craig, frequenta i locali più alla moda, le palestre più esclusive e le toilette dove gira la migliore cocaina della città, discutendo di nuovi ristoranti, cameriere corpoduro ed eleganza maschile.
Ma la sua vita è ricca di particolari piuttosto inquietanti e quando le tenebre scendono su New York, Patrick Bateman si trasforma in un torturatore omicida, freddo, metodico, spietato.


Recensione

Se questo romanzo e il suo protagonista si possono considerare un epitome degli anni '80, il decennio degli Yuppies, quello che ne viene fuori è l'immagine di un mondo che assomiglia molto a un catalogo pubblicitario estremamente patinato. E ricoperto da uno strato denso e viscoso di sangue, interiora umane e brandelli di materia cerebrale: Pat Bateman rientra nella categoria letteraria dei personaggi con doppia personalità, indossa una maschera di rispettabile successo sociale su una abisso di disperazione e crudeltà. Si tratta comunque di una maschera di lusso, degna di un esteta raffinato.

All'estetismo decadente e leccato di certi modelli letterari - per esempio quello di Des Esseintes di A rebours - si incrocia quello di altri modelli, sempre letterari, nel genere del duo Jekyll-Hyde di Stevenson: il risultato è un personaggio, più che una persona, che associa allo sdoppiamento consapevole della personalità un raffinato senso del glamour, al limite della svenevolezza.

Un serial killer psicopatico, che uccide solo con lame firmate. La trama non esiste: è semplicemente il diario in prima persona - tranne alcuni frammenti in cui il narratore vede se stesso dall'esterno in preda al delirio da dissociazione - di un dandy di professione, nella città dentro la città più cool da sempre, Manhattan, che a tempo perso lavora come simil-broker a Wall Street.
Lo scenario è ristretto e si limita - con l'eccezione di una breve parentesi negli Hamptons per una vacanza con la fidanzata occasionale, Evelyn - a Manhattan, tra downtown e uptown.
Il su è giù rispecchia l'andamento altalenante dei suoi deliri. Che le sue nevrosi sanguinarie - nei cui dettagli splatter l'autore indulge senza risparmiare nulla agli stomaci più deboli, dal sadismo al cannibalismo - siano da considerare sublimate più che reali lo indica lo stanco andamento descrittivo con cui questi orrori vengono spiattellati: metodicamente come descrive nei dettagli, quasi fosse una sorta di autismo fashion, l'abbigliamento indossato da lui e dai suoi amici, Bateman riporta i particolari truculenti delle sue esplosioni 'gore'.
Il fatto che per i suoi amici lui rimanga sempre 'il bravo ragazzo della porta accanto' aumenta solo la sua frustrazione e l'efferatezza degli omicidi.

La vena assassina dello yuppie rampante e classista emerge a poco a poco dalle fessure di una vita programmata, strutturata e ingabbiata da convenzioni e regole non scritte - Bateman è un'autorità riconosciuta nella sua cerchia di conoscenti in fatto di eleganza e stile, un novello Petronio Arbitro o Lord Brummel - e al lettore rimane a lungo il dubbio se si tratti di una nevrosi trasformata in visioni oppure di azioni reali.

Dovrebbe essere il modo in cui Pat Bateman urla al mondo il vuoto pneumatico che costituisce la sua vita: le sue uniche vere occupazioni sono trovare un locale abbastanza 'in' da prenotare per la sera, avere un pusher a disposizione per fare il giusto mix di cocaina e ansiolitici, abbinare scarpe e cravatte al completo indossato. Al di là di queste paranoie che assumono la forma di veri e propri incubi a occhi aperti, da cui Bateman non riesce a svegliarsi perché vive in un mondo che lo ignora nonostante tutto, del protagonista non sappiamo nulla. Della sua famiglia - una madre affetta da demenza senile e sepolta viva in un ospizio e un fratello più piccolo di cui invidia l'indipendenza - non viene raccontata la provenienza, della sua storia non ci sono che accenni: le ragioni profonde del suo malessere, per usare un eufemismo, sono destinate a rimanere ignote.

Per quanto la fisionomia di Bateman sia quella di una figura 'letteraria', in sostanza artificiale e a volte in modo eccessivo, assomma molte sfumature che fanno parte del modello maschile imperante: la sua cura del corpo con la palestra, il lettino abbronzante e i cosmetici, il suo narcisismo, la passione per il design e la tecnologia lo rendono un esemplare di 'metrosexual' ante litteram.

E il suo destino è chiuso senza via di scampo tra l'incipit e la fine del libro: "Lasciate ogni speranza, o voi ch'entrate", legge il protagonista in apertura su un muro di New York e, in un locale con degli amici, quando ormai le sue paranoie hanno raggiunto il culmine, su un'uscita di sicurezza torna la scritta "questa non è un'uscita".

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: American psycho
  • Titolo originale: American Psycho
  • Autore: Bret Easton Ellis
  • Traduttore: G. Culicchia
  • Editore: Einaudi
  • Data di Pubblicazione: 2005
  • Collana: Super ET
  • ISBN-13: 9788806174040
  • Pagine: 522
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 13,00

25 febbraio 2011

Roma, Lato B - Claudio Delicato

Cinque personaggi, cinque vite, cinque desideri, cinque speranze, cinque disperazioni. Cinque modi diversi di lottare per sopravvivere. Cinque storie che si incontrano e si scontrano dando vita ad un Noir Pulp d'esordio che lascia il segno. Elena, bella e distante da tutto, da tutti e soprattutto da sè stessa. Dura nella sua affascinante femminilità, spietata nei suoi modi apparentemente cortesi, senza remore o rimpianti nel scegliere sempre e solo ciò che meglio la può favorire nella vita. Elena: che per Danilo è tutto ciò che lui desidera in una donna. Costanza che, a dispetto del suo nome, invece non riesce a scegliere, a prendere una strada, prigioniera com'è di mille dubbi e mille indecisioni. La malinconia e un cocente desiderio di rivalsa sembrano essere le funi che muovono la sua esistenza a cui non riesce a dare uno scopo. Danilo invece uno scopo ce l'ha. Anzi ne ha molti. E non ha dubbi su ciò che ama e che sa come amare. Danilo che conosce i desideri e che sa ciò che è disposto ad accettare o a non accettare. E che sa anche come non è disposto a vivere. Renato, che tenta disperatamente di dibattersi tra speranze, voglie, sconfitte, piccole e meschine perversioni, insospettabile violenza e una totale incapacità di vivere. Renato non sa desiderare. E proprio questa confusione lo porterà, con la casualità degli atti più efferati, a dare sfogo a tutta la disperazione che da sempre lo attanaglia. Carmelo Vinciguerra che, nonostante un cognome roboante, non ha collezionato altro che sconfitte ed è ora pronto a presentare il conto al mondo per la vita che non ha vissuto. O meglio, per la vita che non ha avuto il coraggio di vivere condannandosi a un logorante susseguirsi di giorni senza senso, di piccoli atti di vigliaccheria, di rivincite insensate dal retrogusto amaro di un'esistenza sprecata. Ed ecco che queste cinque vite, apparentemente ignare le une delle altre, convergono in un unico incontro da cui non ci sarà più ritorno.

Recensione

Roma, Lato B, romanzo d'esordio di Claudio Delicato, è un noir pulp che lascia il segno. Sensualità, desiderio, violenza, rabbia, irriverenza, amore e spiritualità affollano le pagine di questo libro che non lascia andare il lettore trascinandolo in un vortice di eventi eccezionali.

Non a caso l'autore è anche un batterista che, come tale, ha saputo infondere al suo libro un ritmo serrato che tiene avvinti fino all'ultima pagina. Ho letto Roma, Lato B in una notte e la prima sensazione, a lettura completata, è stata un senso di energia, forza, vitalità. Volevo che magicamente si aggiungessero altre 200 pagine da leggere tutto d'un fiato, che mi trascinassero di nuovo nella storia e mi facessero dimenticare la realtà esterna.

Questo romanzo dal linguaggio duro, esplicito, a tratti forte, tocca le profondità più segrete dell'animo umano. Che cosa spinge un uomo vigliaccamente e mediocremente mite a rivelare un lato gratuitamente crudele e vendicativo. Perché un ragazzo che ancora riesce a dare valore alle cose perde la testa, la vita e l'anima per una donna che non sembra neppure umana nella sua glaciale e assente cortesia. Che cosa cerca un uomo che non riesce a trovare soddisfazione in niente, di notte, per le strade provinciali di Roma. Quanto di ognuno di loro c'è anche in me, è stata la domanda che mi sono posta al termine della lettura.

Questo è dunque un noir per chi non teme di sentirsi raccontare la vita per quello che è, con i suoi lati duri, spietati, con i sogni, i desideri e gli appetiti.

Roma, Lato B è dunque un libro che si può leggere più volte e, oltre ad essere un esordio d'eccezione, è anche un romanzo che mi ha lasciato dentro un'impronta indelebile.

Dettagli del libro

  • Titolo: Roma, Lato B
  • Autore: Claudio Delicato
  • Editore: Delium Edizioni
  • Data di Pubblicazione: 2010
  • Collana: Narrativa
  • ISBN-13: 9788866070085
  • Pagine: 202
  • Formato - Prezzo: Brossura - 9,99 Euro

25 gennaio 2011

Cieco, con la pistola - Chester Himes

Il quartiere nero di Harlem ribolle nell'afa estiva e i detective Coffin Ed e Grave Digger stanno per ritrovarsi tra le mani una grana bella grossa: un bianco con la gola tagliata e senza pantaloni stramazza ai loro piedi in una notte che sembrava tranquilla, e una borsa zeppa di soldi sparisce lasciando dietro di sé una scia di sangue e follia.
I due poliziotti, duri e dalla mano pesante quando si tratta di estorcere confessioni, si trovano invischiati in una catena di crimini che coinvolgono papponi e prostitute, ciarlatani e truffatori, prestanome e boss della mala che tirano le fila nell'ombra.
Autore di culto e maestro della letteratura poliziesca tra gli anni Cinquanta e Settanta, Chester Himes racconta nella sua prosa ruvida e cinica il cuore di un'America lacerata, dove esplode la tensione del conflitto razziale. Postfazione di Saba Pezzani.

Recensione

Chi sia il cieco con la pistola rimane un mistero fino alla fine e onestamente anche dopo.
Per un aficionado del genere hard-boiled, sotto genere 'noir fiction', non sarebbe necessariamente un problema, ma se cercate un giallo classico, questo romanzo della serie di Himes ambientata ad Harlem non c'azzecca granché.

I protagonisti sono due detective neri in una Harlem nera, dove tutte le vacche sono nere, Ed 'la bara' e John 'scavafosse'. E i nomi sono invece appropriatissimi: hanno un fare quasi da becchini, tra la rassegnazione alla violenza del ghetto e la disillusione di una fine carriera, la cui onestà non sarà - e lo sanno bene - ricompensata se non con un'indifferenza condita dalla reputazione di servi dell'ordine costituito e fascisti.

Il denominatore comune delle vicende in cui i due poliziotti si trovano coinvolti in un arco temporale breve ma non definito in modo preciso - potrebbe essere anche un'unica, lunga, interminabile notte - è la gratuità della violenza.
Senza colore, senza motivo, senza spiegazione, senza pentimento, senza discriminazione: dall'handicappato alla puttana nera, dal poliziotto stesso, bersaglio di lanci di molotov, al testimone reticente la violenza diventa la normalità, un grado zero delle relazioni, quasi un modo alternativo ma universalmente comprensibile di comunicare.

Da guardare quasi con ironia, o almeno con distacco.

Come le lotte, ridicolizzate nelle loro prospettive di salvezza ecumenica, e le rivendicazioni per l'uguaglianza della 'black nation', sul punto di trasformarsi negli anni '70 in guerriglia armata.

Profondamente 'politically uncorrect', lo stile di Himes è diretto e ruvido, pittoresco con una nota dominante per i colori scuri: 'neri', non 'afro-americani', sono quasi tutti i personaggi che calcano le strade di Harlem, nera è la notte in cui iniziano le vicende, senza alcun legame tra di loro, sulle quali Coffin e Digger indagano.
Al massimo l'autore concede qualche virata psichedelica e surreale.

Inutile provare a trovare un nesso tra un bianco sgozzato da una marchetta, una lite famigliare che si conclude in strage efferata, beghe tra lesbiche e 'finocchi' destinate anch'esse a finire nel sangue. L'esperienza autobiografica della criminalità, della droga e delle carceri americane che l'autore può vantare - per quanto provenga da un contesto sociale, il sud degli USA, affatto simile alle strade di Harlem - sembra essere una fonte d'ispirazione notevole per le descrizioni e l'evoluzione della trama.

Il tutto assume dei toni a metà tra il grottesco e il ridicolo nell'episodio finale, in un climax parossistico di spari e sangue inutili, casuali e quasi giocosi, come appunto potrebbe essere un cieco che si porta allegramente dietro una pistola ed è anche pronto a usarla; ma quello che prevale, nell'asciuttezza stilistica priva di qualsiasi inclinazione dell'autore in un senso o nell'altro, è quel violento senso del nulla, che - in varie e divergenti sfumature - costituisce una delle note più originali di tanta letteratura del '900 americano.

Politicamente scorretto, ma profondamente obiettivo. Interessante, per gli amanti del genere, anche la ricca nota biografica di Pezzani.

Giudizio:

+2stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Cieco, con la pistola
  • Titolo originale: Blind man, with a pistol
  • Autore: Chester Himes
  • Traduttore: Sandro Ossola
  • Editore: BUR
  • Data di Pubblicazione: 2010
  • Collana: Scrittori contemporanei
  • ISBN-13: 9788817041478
  • Pagine: 304
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 9.80

20 novembre 2010

Necrophylia - Francesco Scardone

Un viaggio nella mente malata di un uomo qualunque. Potrebbe essere il tuo compagno di banco, un tuo collega, un vicino, comunque uno nascosto dietro la maschera della normalità. Potrebbe essere il riflesso che ti osserva dallo specchio quando ti fai la barba. A cavallo tra la più nera follia e la più irrequieta lucidità. Un'immagine quotidiana vissuta tra vita e morte. Si ha sempre l'impressione di non vivere ma di sudare l'esistenza. Un romanzo che mostra le due facce della stessa medaglia.


Recensione di Sakura

Forse che, uomo e natura, non siano altro che un immenso agglomerato uniforme con il quale qualche mano creatrice si diverte a giocare?

Uomo, trent'anni. Giochiamo un po’ con questo grottesco patto narrativo, e caliamoci nei panni di un protagonista senza nome che lavora in un obitorio. Un uomo privo di interessi e di amici, fortemente ossessionato dall’idea della morte. Un uomo il cui unico legame affettivo è quello che lo unisce alla nonna ottantenne con cui vive. Un uomo che riesce a provare eccitazione e desiderio fisico soltanto nei confronti di un asciutto cadavere. Un necrofilo, insomma.

L’io narrante ci immergerà sempre più nelle sozzure di un animo deviato, un mare nero e torbido che ci accompagnerà per centosettantapagine senza lasciare respiro. Il titolo è già chiaro, il lettore è già avvertito: non si parlerà di api e di fiori. Per cui, chi volesse avventurarsi nella lettura di Necrophylia, tenga bene a mente che si tratterà di un’avventura sordida, di un’esperienza disturbante non nelle corde di tutti. Non mancheranno esplicite descrizioni di atti sessuali estremamente deviati, non mancheranno giudizi assai poco lusinghieri nei confronti di quella macchina di carne che è il corpo umano. Non mancheranno, in sostanza, elementi sgraditi alla maggior parte dei lettori, specie a quelli non avvezzi a una letteratura più borderline.

Decisamente sconsigliato, in definitiva, a coloro che confondono l’aderenza al buongusto e la volontà di lanciare messaggi positivi con il valore letterario di un’opera. Mi appello al buon vecchio Wilde, mio affezionato cavallo di battaglia: Non esistono libri morali e immorali, ma solo libri scritti bene o libri scritti male.

Sono anni, probabilmente dalla comparsa del terribile Cento colpi di spazzola -che ha scatenato i media alla ricerca dell’intellettuale che la sparava più grossa sull’interpretazione di un romanzetto scadente che non aveva proprio nulla da interpretare-, che si assiste alla proliferazione di romanzi a sfondo sessuale privi di una trama e di un qualsivoglia significato. Romanzi nati per stupire con la loro trasgressione, cloni più uguali degli Imperiali e più noiosi dell’omelia in chiesa.
Il romanzo di Francesco Scardone, in un certo senso, non fa eccezione, se non nel fatto che va ancora oltre: esaurita la novità del sesso prematrimoniale e delle orge, lui opta per la necrofilia. Il tema è coraggioso: c’è spesso un limite oltre il quale l’autore più trasgressivo non riesce ad andare, e Scardone, a soli vent’anni –o forse proprio perché ha vent’anni- è riuscito a superarlo.

Necrophylia, in realtà, manca di un’organizzazione narrativa: l’intento del narratore, fin dalle prime righe, è giustificarsi, convincere il pubblico cui si rivolge (ma più se stesso) che ciò che è e che fa non è meno perverso e grottesco della norma. A questo scopo, disordinatamente –come se fosse il libro di memorie di uno squilibrato, o gli atti di una lunga seduta di psicanalisi-, il protagonista analizza momenti della sua vita, dall’infanzia all’età adulta, tali da fondare la sua mania. Verso metà l'andamento dell'analisi psicologica subisce una svolta, e l'io narrante procede su una strada che lo conduce barcollante verso un accenno di ‘normalità’. Ma può un animo così anomalo, una personalità così alienata dalle più comuni convenzioni, accostarsi alla norma? L’epilogo toglie ogni dubbio al riguardo.

Che Francesco Scardone volesse parlare propriamente della necrofilia, o che il tema sia solo l’ennesimo –discutibile- pretesto per parlare del millenario connubio tra amore e morte, il risultato non cambia: i flussi di coscienza del personaggio sono puntuali e profondi, coadiuvati nella loro scorrevolezza dalla mancanza di una divisione in capitoli. Un’analisi, in definitiva, veramente ben riuscita, indipendentemente poi dal contenuto del romanzo in sé.

Come preannunciato, nessun messaggio positivo scaturisce da questo romanzo: e, come altrettanto preannunciato, a me non poteva fregar meno: l'autore ha un'ottima penna, fortemente penalizzata da un editing distratto o del tutto assente. Qualunque editor o correttore di bozze che sappia fare decentemente il suo lavoro sa che deve correggere un autore che evidentemente non conosce il francese e scrive ripetutamente pandanne invece di pendant, e non è l’unico errore ripetuto. Mi spiace seriamente che un autore con potenzialità così evidenti (a soli vent'anni Scardone ha una profondità e una padronanza della lingua che molti suoi 'nonni' pubblicati da grandi case editrici possono solo sognarsi) si sia affidato a uno staff che, per mancanza di mezzi o di voglia, non ha dato il giusto peso al suo lavoro.

Se posso permettermi, nonostante la mia età non si discosti molto da quella dell’autore, ho due consigli per lui: il primo, sempre che non ci abbia già pensato da solo, è di ignorare i lettori incapaci di scindere la moralità dalla letteratura, e considerare soltanto quelli che da offrirgli hanno opinioni relative alla seconda. Il secondo, in seguito all’augurio rivolto a me stessa di poter rileggere presto qualcosa di suo -magari di tema diverso e con una costruzione narrativa migliore-, è quello di ricercare la pubblicazione presso una casa editrice che curi di più i suoi interessi.

Giudizio:

+3stelle+

Recensione di Tancredi

Il titolo di questo romanzo non lascia dubbi: Necrophylia è indubbiamente l'attenta, rivoltante e mai banale discesa nell'animo di un uomo affetto da necrofilia.

A leggere il risvolto di copertina e le prime righe si potrebbe pensare di esser di fronte ad un romanzo-provocazione, senza una particolare struttura narrativa, che ruota attorno ad un protagonista anonimo e dunque ancora più cliché: un uomo indefinito di trent'anni, senza volto, che lavora in un obitorio ed intrattiene rapporti con i cadaveri delle donne che gli capitano tra le mani, che siano giovani o più mature, intatte o terribilmente trasfigurate.

Ma basta proseguire la lettura per accorgersi che, innanzitutto, l'apparente intento provocatore è comunque ben compensato da una bellissima scrittura, precisa, mai banale, che vanta una straordinaria ricchezza lessicale (soprattutto a considerare la giovane età dell'autore) ed una altrettanto ottima padronanza linguistica.

Terminata, poi, la prima scena "classica", in cui si consuma il primo rapporto con il primo cadavere (il primo di una lunga serie: e la cura dell'autore si ritrova pure nella "personalizzazione" che il protagonista vi opera), ritroviamo il protagonista fuori dall'obitorio, nella sua vita quotidiana, apparentemente normale, a casa, nel suo rapporto con l'emblematica nonna e con i problemi quotidiani. Sorprendentemente è questo, più dell'obitorio, il contesto ideale per l'azione del protagonista: un'azione, però, tutta mentale. Il romanzo è sprovvisto di suddivisione in capitoli, si tratta di un lungo e ininterrotto monologo del protagonista, che a tratti sfiora il flusso di coscienza, in cui pensieri e osservazioni casuali si fondono con digressioni e riflessioni dal sapore esistenzialista. Sin dall'inizio, a ben vedere, il protagonista, che narra in prima persona, al presente, e si rivolge continuamente ai lettori, non fa altro che tentare di convincerci che egli non è solo un pazzo, un malato, un mero deviato sessuale: insomma, pare la rivendicazione, da parte dell'autore, del tema trattato non come mera provocazione ma come mezzo di riflessione. Così ripete, più e più volte:

Non sono un malato. Traccio solo il mio solco nel mondo.

Proprio lui, che è un necrofilo ossessionato e tormentato da visioni di morte, diviene il punto di vista ideale per un'osservazione inedita, cruda e letale, ma finanche liberatoria, della condizione dell'essere umano. Quasi nella veste di un novello Zeno, il più pazzo tra i pazzi, e per questo, forse, più umano tra gli umani e dunque il miglior candidato a mettere e nudo la natura umana, afferma ancora:

E' quel che fa ognuno di noi: cercare di cambiare le cose senza che in fondo cambino sul serio, né in bene né in male, ma sapere, allo stesso tempo, che le cose sono andate avanti.

Andando avanti, oltrepassando l'apparente punto di non ritorno in cui il protagonista prova una radicale inversione di rotta, diviene però evidentissima la contraddizione. Parallela alla contraddizione di un malato che si traveste idealmente da persona comune e normale, cercando di convincere innanzitutto se stesso, c'è la contraddizione di un necrofilo che cerca di apparire plausibile mentre pronuncia le sue letali verità sull'essere umano. Questo è, credo, il punto debole e allo stesso tempo punto di forza del romanzo: perché, se da un lato redime la scelta della provocazione, dall'altro lato pone una stridente ed irrisolvibile contraddizione. Quanto siamo disposti, in parole povere, a prendere per vero tutto quel che dice il protagonista deviato? Se si potesse prescindere da questo dettaglio, le riflessioni apparirebbero ineccepibili: davvero dietro al romanzo sta una cinica, cruda, ma plausibile visione del mondo e della vita, ma metterla in bocca ad un necrofilo che continua a ripetere "ma io non sono malato" invalida lo sforzo, che pure è apprezzabile.

Non mancano altre stonature, compensate, ma fino ad un certo punto, dagli innegabili pregi. Partiamo da questi ultimi: si è già detto dello straordinario linguaggio, sul quale viene costruita una magistrale caratterizzazione del protagonista malato, con allegato un profilo psicologico veramente freudiano (ricorrono in maniera ossessiva non solo le visioni truculente di morte, ma anche una paranoica attenzione verso il corpo e quanto di sporco e rivoltante vi sia). D'altra parte, manca un preciso impianto narrativo, una direzione che dia senso alla trama: il monologo non basta, soprattutto non regge il peso di oltre cento pagine. Forse il racconto sarebbe stato un contenitore migliore. A tutto questo si aggiungono talvolta delle scelte narrative discutibili, a cominciare dalla surreale figura della nonna che, inspiegabilmente, condivide fino a un certo punto la devianza sessuale del protagonista, con allegata una giustificazione affrettata e poco plausibile. Ciliegina sulla torta, la scarsa cura nella revisione e nell'editing, che macchia irremediabilmente (ed è davvero un peccato!) il notevole apparato linguistico e stilistico.

Insomma, dopo un siffatto esame si afferma il giudizio, forse un po' semplicistico, che con questo materiale narrativo e con queste solide idee si poteva fare di meglio, limare il testo, rivedere qualche scelta narrativa, magari accorciarne la lunghezza. C'è del talento, insomma: il mio augurio è che in futuro gli si possa rendere giustizia.

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Necrophylia
  • Autore: Francesco Scardone
  • Editore: Mjm Editore
  • Data di Pubblicazione: 2009
  • ISBN-13: 9788896696064
  • Pagine: 172
  • Formato - Prezzo: Brossura - 12,00 Euro

10 ottobre 2010

Almost blue - Carlo Lucarelli

Nessuno vuole ammetterlo, ma a Bologna c'è un assassino seriale: è l'Iguana, che assume di volta in volta l'identità delle sue vittime, per sfuggire alle «campane dell'inferno» che gli risuonano nelle orecchie. Tocca a Grazia cercare di prenderlo, e più delle sofisticare tecnologie che usa, le servirà l'intuito e le capacità di ascolto di Simone, cieco dalla nascita. Mentre cacciatore e preda si scambiano continuamente i ruoli, vediamo la scena ora con gli occhi attenti e ansiosi di Grazia, ora con lo sguardo febbricitante e doloroso dell'Iguana, o la percepiamo come un concerto di suoni e voci, un complicato e fantastico arabesco mentale, quando la soggettività è di Simone. E la città che così prende forma sotto i nostri occhi, fitto reticolo di trame e di ossessioni, è insieme la sorprendente megalopoli italiana che si stende su tutta l'Emilia, e anche il teatro magico dove tutte le storie possono accadere. Un thriller nervoso e impeccabile, una storia d'amore e solitudine, una scrittura che sa dosare tensione emotiva e colpi di scena.

Recensione

Premetto che non amo il genere perché il giallo è un po' come il fantasy: è un genere dal mercato saturato e gli ingredienti sono sempre quelli. In più se lo scrittore si limita ad appoggiarsi ai soliti, facili cliché senza portare niente di nuovo, automaticamente la narrazione ne risente e il lettore si stanca facilmente. Lucarelli invece conosce la materia che tratta e sa come tenere inchiodato il lettore dalla prima all'ultima pagina. Personaggi strutturati con maestria, tempi narrativi perfetti, ambientazione ricostruita superbamente e idee a iosa. Il tutto in poco meno di duecento pagine.

Degni di nota poi l'uso di stili differenti a seconda del punto di vista del personaggio (l'ispettore Grazia Negri è raccontata in terza persona al passato remoto-imperfetto mentre Simone e l'Iguana vedono la storia in prima persona al presente), l'idea di un protagonista cieco dalla nascita che adora ascoltare la canzone che dà il titolo al libro, "Almost blue" di Chet Baker, con il suo giradischi, scandaglia l'ambiente con uno scanner e descrive ciò che non può vedere attraverso una personale rielaborazione delle sensazioni che suoni e odori gli comunicano (per esempio l'uso dell'allitterazione tra sensazione e colore: una sensazione beLLa è associata al colore giaLLo o una bRutta al veRde), l'ambiente cupo di una Bologna che non è più la solare città emiliana da cartolina che tutti conosciamo e l'ottima caratterizzazione, costruita senza cadere nel facile eccesso di truculenze varie grazie anche alla musica pesante dei Nine Inch Nails, di un assassino seriale, il "killer degli studenti", dal modus operandi disturbato (prende in tutto e per tutto l'identità dell'ultima vittima uccisa).

Sul tutto l' ispettore Grazia Negri, combattiva donna che arranca nel cercare una sua posizione nel mondo maschilista della polizia, che lotta e sbaglia sempre lontana anni luce dal prototipo della "femmina da giallo", e che proprio questo suo essere fallibile la rende un personaggio vero.

In conclusione, "Almost blue" è un libro da leggere assolutamente. Lucarelli ha un ritmo infallibile, sa cosa scrivere per catturare l'attenzione senza dilungarsi inutilmente. Il lettore è avvisato: non ne uscirà se non solamente alla fine.

Consigliato+++.

Giudizio:

+5stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Almost Blue
  • Autore: Carlo Lucarelli
  • Editore: Einaudi
  • Data di Pubblicazione: 2007
  • Collana: Stile libero
  • ISBN-13: 9788806184384
  • Pagine: 194
  • Formato - Prezzo: Brossura - 10,50 Euro

21 agosto 2010

Guerra agli umani - Wu Ming 2

Marco "Walden" abbandona la città-Babilonia per vivere in una grotta sull'Appenino, centro del futuro mondo primitivo. Dove però si aggirano non solo cacciatori e bracconieri, ma anche gangster albanesi, palestrati nazisti e carabinieri "survival", sullo sfondo di enormi cantieri. E dove ecoterroristi amici dei cinghiali hanno dichiarato "guerra agli umani", sull'onda di un oscuro romanzo di fantascienza che rivelerebbe come l'Homo Sapiens sia nato per annientare la Terra.



Recensione

Inizio intrigante: il protagonista Marco "Walden" è un perfetto signor nessuno che pianta la civiltà moderna per costruire una "civiltà troglodita" senza però rinunciare alle cose più care, come la musica o i libri. Facile per il lettore immedesimarsi; Scrittura affascinante: non per niente si parla di un Wu Ming, una garanzia; Ambientazione accattivante: la piccola città di montagna che sta per essere tagliata fuori dal mondo da una strada più a valle, il mondo delle lotte clandestine e del bracconaggio, il microcosmo di ecologisti estremisti, la grotta, quasi un nuovo eden, adibita a prima casa della civiltà troglodita, tanto per fare tre esempi. Il tutto raccontato in maniera fotografica, tanto da sentirsi quasi lì a raccoglier bacche nel bosco e a sfuggire dai malavitosi o dai bracconieri. Tutto sembra far presagire un'ottima lettura.

Invece, qualcosa non va. Andando avanti con la storia ci si accorge che l'autore ha cucinato un piatto bello a vedersi ma con troppi ingredienti che al sapore non lasciano grandi ricordi. I personaggi principali sono buoni e ben sviluppati, ma la maggior parte dei comprimari sono incolori e le loro storie vanno ad ingolfare la fluidità della narrazione, creando un senso di spaesamento nel lettore. Troppe poi le citazioni fini a se stesse(tra le quali quella inventata della cover di "Perfect day" di Lou Reed fatta dal gruppo noise giapponese Melt Banana, una cosa di cui non ho capito il perché). Alla fine sembra che l'autore abbia preferito puntare sull'accumulo di situazioni in cui sfoggiare le proprie conoscenze e la propria bravura di narratore, lasciando indietro la storia da raccontare. Anche i ringraziamenti finali a mo' di titoli di coda mi sono subito sembrate una buona idea, però anche questa parte mi è sembrata fin troppo autoreferenziale.

In conclusione, "Guerra agli umani" di Wu Ming 2 non è un brutto libro, anzi: l'autore è riuscito ad imprimere alla storia uno stile veloce ed accattivante. Però personalmente speravo in una lettura che mi lasciasse qualcosa in più alla fine.

Consigliato? Ni.

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Guerra agli umani
  • Autore: Wu Ming 2
  • Editore: Einaudi
  • Data di Pubblicazione: 2008
  • Collana: Einaudi stile libero
  • ISBN-13: 9788806192808
  • Pagine: 322ì
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 11,50

8 novembre 2009

Battle Royale - Koushun Takami

Repubblica della Grande Asia dell'Est, 1997. Ogni anno una classe di quindicenni viene scelta per partecipare al Programma; e questa volta è toccato alla terza B della Scuola media Shiroiwa. Convinti di recarsi in una gita d'istruzione, i quarantadue ragazzi salgono su un pullman, dove vengono narcotizzati. Quando si risvegliano, lo scenario è molto diverso: intrappolati su un'isola deserta, controllati tramite collari radio, i ragazzi vengono costretti a partecipare a un "gioco" il cui scopo è uccidersi a vicenda. Finché non ne rimanga uno solo...

Recensione di Sakura

Questo è quello che si chiama ‘fascismo vittorioso’. In quale altra parte del mondo si trova una cosa così ripugnante?

Siamo nella '''repubblica''' della Grande Asia. In realtà la res è tutto fuorché pubblica, dal momento che il paese è retto da un dittatore, l’Egemone. Per ovviare al problema della violenza giovanile, dilagante in uno stato che ha operato una violenta chiusura al mondo occidentale (principalmente a quello americano), l’esercito ha varato il Programma, una sorta di coscrizione rappresentativa obbligatoria. Ogni anno viene sorteggiata una classe di terza media, che viene sequestrata dall’esercito durante l’annuale gita scolastica, e condotta in un luogo segreto sgombrato dai civili; dall’inizio del Programma, gli studenti hanno tre giorni di tempo per eliminarsi tra loro finché non ne resti solo uno (il nome, Battle Royale, deriva da una competizione wrestling tutti-contro-tutti). Inoltre sono costantemente monitorati da collari-bomba che inevitabilmente esploderanno in caso di manomissione degli stessi, tentativo di fuga, ingresso nelle aree off limits che di ora in ora aumentano per ridurre i nascondigli degli studenti e costringerli allo scontro.

Con queste premesse, comprenderete che si tratta di un romanzo distopico, incentrato su una ripugnante dittatura che tenta di annullare idee e individualismi. Quarantadue ragazzi di quindici anni, ognuno con la sua indole, i suoi traumi, i suoi affetti, devono decidere di chi fidarsi e da chi fuggire, consapevoli che ogni minima scelta potrebbe condurre alla morte propria o di un amico. Chi deciderà di partecipare al gioco? Chi è così spaventato da risultare pericoloso? Chi ha in mente di studiare un piano per scappare? Chi merita di essere ucciso a sangue freddo prima che possa mettere in pericolo la vita di una persona cara? Con simili interrogativi, questi giovani hanno tre giorni di tempo per decidere da che parte stare e come agire, isolati da un paese sterile che accetta un simile progetto del governo e a cui vorrebbero, ma probabilmente non potranno, far ritorno.

Il romanzo scorre a un ritmo forsennato, mentre il numero dei partecipanti si riduce sempre più. E, con l'avanzare del gioco, si riducono anche le scelte che è possibile fare. Tra riflessioni sulla libertà individuale ed espressioni di amore per il proprio paese, sia pure ridotto a un segmento di materiale escretivo -che in un romanzo pur sempre giapponese non possono mancare-, Battle Royale rappresenta le difficoltà dei giovani nel sopravvivere a una società che li spinge verso la maturità.

Passando alle considerazioni stilistiche, sarò breve e lapidaria: la sintassi è decisamente scarna, direi quasi elementare. Ingenuità da fan fiction, come specificare che la ragazza che si è appena sporta dal suo sedile ha in mano dei biscotti color marrone avvolti in carta, si sprecano.

Non lo definirei un capolavoro della letteratura moderna, ma almeno si fa leggere in fretta. Fresco di stampa per la Oscar Mondadori, Battle Royale ha ispirato un libro e un manga (quest'ultimo fedelissimo, se si escludono un paio di scene riportate invece nel film) più vari seguiti, diventando un cult nel suo paese d'origine. Altresì ha riscosso numerose polemiche e censure, in Giappone come nel resto del mondo, per l'eccessiva violenza e per lo scomodo significato politico. Impossibile non rabbrividire all'idea di un gioco simile: almeno in questo, Koushun Takami è stato impeccabile.

Giudizio:

+4stelle+

Recensione di Daniele

Battle Royale è un'ucronìa distopica (siamo nel 1997, sotto il regime dittatoriale della Repubblica della Grande Asia dell'Est) con al centro un crudele gioco al massacro, chiamato il "programma", in cui i quarantadue partecipanti, tutti ragazzi di quindici anni appartenenti alla stessa classe, devono combattere l'uno contro l'altro per la sopravvivenza finale, mentre un sadico funzionario del governo controlla le loro azioni attraverso dei collari elettronici.

Shojo riprese a ridere e scosse la testa: "E' solo una cosa da pazzi. Ovviamente l'intero paese è pazzo, per questo, alla fine, si sente totalmente razionale."

Parlando dell'opera, si capisce facilmente come mai Quentin Tarantino sia un fan del libro. Battle Royale è, in sostanza, un pugno allo stomaco del lettore che lascia nel lettore sensazioni forti e contrastanti. In sintesi, o lo si odia o lo si ama. Lo si può odiare per il modo in cui è stato scritto da Takami, fatto di frasi scarne ed elementari che a volte non rendono il giusto pathos della situazione, oppure per come sovente la storia si sbrodola facendo perdere colpi all'atmosfera (quarantadue personaggi con ognuno una storia personale sono veramente tanti e più della metà di questi sono, eufemisticamente, marginali ai fini della trama principale), o ancora per l'incedere altalenante dell'opera, dovuto ad alcune situazioni forzate o fin troppo iperboliche (posso citare un inseguimento in auto come nemmeno nei film di James Bond). Oppure si può passare sopra a queste cose ed amarlo per l'ottima caratterizzazione dei personaggi principali, per la storia, originale e avvincente, per i diversi punti di vista toccati sul tema della libertà (libertà soffocata dall'angoscia del non potersi fidare del prossimo, libertà di una vita propria negata da un gioco insensato voluto da un regime dittatoriale sadico, ma anche la speranza di riavere una libertà al di fuori dell'orrore in cui si è capitati), o ancora per lo sfondo fanta-storico ben riuscito (la Repubblica della Grande Asia dell'Est governata da un regime che basa la sua forza sulla paura della popolazione).

In definitiva, Battle Royale è un libro che cattura il lettore in una spirale di violenza e angoscia e lo tiene incollato fino all'ultima pagina, nonostante i vistosi difetti, grazie ad una trama avvincente e ricca di colpi di scena. In più, appena finito il libro, consiglio di leggere anche il fumetto, che secondo me riesce a rendere ancora meglio le atmosfere claustrofobiche della trama ed aggiunge una profondità ai personaggi maggiore rispetto al libro.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Battle Royale
  • Titolo originale: Battle Royale
  • Autore: Koushun Takami
  • Traduttore: Tito Faraci
  • Editore: Mondadori
  • Data di Pubblicazione: 2009
  • Collana: Piccola biblioteca oscar
  • ISBN-13: 9788804586876
  • Pagine: 663
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 12,00
 

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