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27 settembre 2017

Sei Pietre Bianche - Daisy Franchetto

Sei pietre bianche circondano un obelisco nero. Sei varchi dimensionali. Un nuovo viaggio alla scoperta delle proprie origini. Un bambino da salvare, una Dimensione corrotta da una materia oscura, un Amore che ha atteso cento anni per potersi annunciare. Lunar è tornata. A tre anni dall'esperienza nella casa e dalla violenza che l'ha messa di fronte a un duro processo di trasformazione, la giovane protagonista di Dodici Porte non è più una ragazzina. Abita da sola in un piccolo appartamento in città, studia e lavora. Accanto a lei il fedele cane Sinbad, su cui grava una maledizione che Lunar non conosce, e l'anello che le ricorda costantemente il legame con la Terra dei Morti. Dopo l'ultima visione avuta fuori dalla casa, nella quale un bambino veniva rapito da un gigante, la giovane non ha più avuto esperienze del genere, o contatti con altre Dimensioni. A volte stenta a credere che ciò che ha vissuto nella Casa sia davvero accaduto.

Recensione

Scrivere una recensione di Sei pietre bianche non è molto semplice in quanto ho sensazioni contrastanti a riguardo.
Nel corso della lettura ho attraversato due fasi, nelle prime pagine infatti il romanzo mi ha convinto moltissimo e sono partita spedita senza fermarmi, poi però è successo qualcosa, non so bene cosa ma inevitabilmente la mia attenzione è calata e così anche la foga di continuare a leggere con costanza e assiduità.

In realtà l’autrice del libro, Daisy Franchetto, ha una proprietà di linguaggio estremamente notevole ed è bravissima a scrivere, l’unico problema è che non riesco a percepire le emozioni dei personaggi, è come se ci fosse un distacco tra le parole e la storia raccontata.

Il testo è piacevole ma a spiazzarmi è stata la fine: ho avuto modo di capire che il finale è aperto per dare spazio e possibilità alla continua della storia ma ho trovato la conclusione molto brusca.

Riguardo ai personaggi credo che il più controverso sia proprio la protagonista Lunar – che dovrebbe essere il punto forte – estremamente difficile da capire se prima non si è letto il romanzo precedente Dodici porte.
L’ho trovata instabile emotivamente – comprensibile visto quanto ha passato – ma nel suo modo di agire c’è troppa confusione e poca chiarezza: c’è un po’ di una ragazzina che ancora non sa quello che vuole e un po’ di una donna adulta matura e decisa, come se ci fossero due persone completamente diverse in lei ma questo ci può stare, se rimane un tratto velato e che non interferisce troppo con il suo modo di fare – come accade per la prima metà del romanzo – ma nella seconda metà questa instabilità diventa qualcosa di forzato e troppo tangibile che provoca una incongruenza tra ciò che pensa e ciò che è.
Ho provato invece una forte empatia con Sinbad nel quale ho riscontrato una coerenza ed una continuità narrativa.

La storia è molto fantasiosa ed anche originale, mi è piaciuta molto la suddivisione geografica in regni e anche la scelta di accompagnare il testo ad una cartina, piacevole a vedersi e funzionale, nonché un valido aiuto per il lettore che, come accade per i lavori fantasy, può trovarsi spaesato nel dover collocare spazio temporalmente mondi e realtà paralleli.

La mia critica vuole essere un incentivo per l’autrice a non mollare e a continuare nella sua attività di scrittrice, che ho trovato molto brava. Mi è piaciuto molto quello che la Franchetto ha costruito, tuttavia rimane la sensazione che qualcosa non funzioni,ho percepito come una mancanza di calore e di partecipazione: sfogliando le pagine non mi sono sentita lì, con i protagonisti a correre da un posto ad un altro, non ho riso e pianto con loro, mi sono sentita terza alla lettura, estranea.

Assegno quindi tre stelle perché nel complesso il libro è piacevole; salvo i momenti di blocco che ho riscontrato, la storia è particolare ma manca ciò che rende i personaggi vivi e che fa tenere il lettore incollato alle pagine con la smania di continuare a leggere finché il libro non è finito.
Auguro all’autrice tanta fortuna e le faccio un grande incoraggiamento per il futuro!

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Sei Pietre Bianche
  • Autore: Daisy Franchetto
  • Editore: Dark Zone
  • Data di Pubblicazione: 2016
  • EAN: 9788894174694
  • Pagine: 384
  • Formato - Prezzo: Brossura - 14,90 Euro

3 marzo 2017

Il simpatizzante - Viet Thanh Nguyen

È l'aprile del 1975 e, con i Vietcong già alle porte della città, Saigon precipita nel caos. Nella sua villa, un generale sudvietnamita sorseggia whiskey e, con l'aiuto dei suoi fidati ufficiali, appronta la lista di coloro destinati a imbarcarsi sugli ultimi voli messi a disposizione dall'amministrazione americana per abbandonare il paese. Il generale è il capo della Polizia Nazionale e dei servizi segreti del Vietnam del Sud e ha come aiutante di campo un giovane capitano che è, in realtà, un agente segreto comunista incaricato di riferire sulle attività militari e sul controspionaggio del Vietnam del Sud. Figlio illegittimo di una vietnamita e di un prete cattolico francese, il capitano è stato educato negli Stati Uniti, dove ha imparato a parlare inglese senza accento e a sviluppare un rapporto di odio-amore nei confronti di un paese dove tutto è "super" (i supermarkets, le superhighways, il Super Bowl, e così via). Animato da un'autentica fede nel comunismo, è tornato in Vietnam per sostenere, da agente doppiogiochista, la causa dei Vietcong. Della sua vera fede sono naturalmente all'oscuro tutti nel gruppo, in primo luogo il suo migliore amico Bon. In una Saigon in preda alla confusione, al caos e al terrore, il generale e i suoi uomini, compresi il capitano e Bon, fuggono sotto la tempesta di fuoco dei Vietcong...

Recensione

Sono una spia, un dormiente, un fantasma, un uomo con due facce. E un uomo con due menti diverse, anche questo probabilmente non stupirà nessuno. Non sono un mutante incompreso, saltato fuori da un albo a fumetti o da un film dell'orrore, anche se c'è chi mi ha trattato come se lo fossi. Sono semplicemente in grado di considerare qualunque argomento da due punti di vista antitetici.

Un libro notevole da un grande narratore che, non a caso, si è assicurato con quest'opera (prima) il Premio Pulitzer 2016 per la narrativa.

Caduta Saigon nel 1975 sotto l'avanzata dei Vietcong - esperienza che l'autore visse in prima persona a soli quattro anni prima di giungere, insieme alla famiglia, in un campo profughi della Pennsylvania -, mentre l'ordine ufficiale di evacuazione tarda ad arrivare, il Generale aspetta di imbarcarsi su un C-130 per raggiungere gli Stati Uniti con la sua famiglia e una lista di protetti impietosamente stilata dal Capitano, il suo attendente, l'unico uomo in cui ripone la sua più completa fiducia. Ma il Capitano (che non verrà mai nominato) è in realtà una spia che si finge un simpatizzante americano per trasmettere informazioni riservate ai Vietcong, talmente anonimo e impenetrabile persino a se stesso da risultare insospettabile.

Romanzo di guerra, dunque, eppure le pagine propriamente dedicate alla guerra sono pochissime. Romanzo di spionaggio, forse, che riflette sul crudele backstage che si cela dietro tutte le rivoluzioni. Romanzo di esilio, soprattutto, perché negli Stati Uniti, dove giunge al seguito del Generale continuando a servirlo fedelmente, il Capitano vive una condizione di espatrio perenne. Figlio di una vietnamita e di un pastore francese che mai si preoccupò di alleviare la povertà e la fame dell'amante e del suo bastardo, il Capitano barcolla continuamente tra più mondi, dilaniato tra la fedeltà ai due amici con cui strinse un patto di sangue da adolescente (l'uno divenuto il capo della resistenza a cui trasmette le informazioni, l'altro, Bon, agente come lui del Generale ma per autentica fede), dall'eguale influsso che hanno su di lui la cultura d'origine e il libertinismo americano, dalla sua perfetta capacità, come dichiara già nelle prime righe del romanzo, di immedesimarsi in tutte le parti.

Nelle pagine della confessione, che il Capitano redige con humour nero, si alternano la fuga disperata da Saigon in cui Bon perde il figlioletto sotto una scarica di colpi; la rievocazione dei primi anni statunitensi in California, dove il Capitano viene mandato per studiare la mentalità occidentale e acclimatarsi al nemico, e il successivo espatrio negli Stati Uniti, dov'è costretto continuamente a riconfermare la sua fedeltà agli americani attraverso delitti che accetta freddamente di compiere; il ritorno in patria per supervisionare le riprese di un film americano sulla guerra (Apocalypse Now?), forse le pagine più belle del romanzo, in cui gli viene richiesto di rendere più realistica la sceneggiatura; e infine, nelle pagine finali che si riallacciano all'incipit, l'ultimo rientro in patria e in seno alla resistenza. Qui, per la prima volta, l'humour nero vacilla, per rivelare finalmente il vuoto di una personalità sperduta - che è una, centomila, e quindi nessuna -, la disperata richiesta di una ragione, di una risposta a tutto.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Il simpatizzante
  • Titolo originale: The Sympathizer
  • Autore: Viet Thanh Nguyen
  • Traduttore: Luca Briasco
  • Editore: Neri Pozza
  • Data di Pubblicazione: 2016
  • Collana: Bloom
  • ISBN-13: 9788854513396
  • Pagine: 511
  • Formato - Prezzo: Brossura, 18.00 Euro

31 agosto 2016

L'aiuto - Kathryn Stockett

È l’estate del 1962 quando Eugenia “Skeeter” Phelan torna a vivere in famiglia a Jackson, in Mississippi, dopo aver frequentato l’università lontano da casa. Per sua madre, però, il fatto che si sia laureata conta ben poco: l’unica cosa che vuole per la figlia è un buon matrimonio. Ma Skeeter è molto diversa dalle sue amiche di un tempo e sogna in segreto di diventare scrittrice.
L’unica persona che potrebbe comprenderla è l’amatissima Constantine, la governante che l’ha cresciuta, ma la donna sembra svanita nel nulla. Come Constantine, anche Aibileen è una domestica di colore. Saggia e materna, ha un candore e una pulizia interiore che abbagliano: per un tozzo di pane ha allevato amorevolmente uno dopo l’altro diciassette bambini bianchi. Ma il destino è stato crudele con lei, portandole via il suo unico figlio, morto in un incidente sul lavoro tra l’indifferenza generale. Minny è la sua migliore amica.
Bassa, grassa, con un marito violento e una piccola tribù di figli, è con ogni probabilità la donna più sfacciata e insolente di tutto il Mississippi. Cuoca straordinaria, non sa però tenere a freno la lingua e viene licenziata di continuo per le sue intemperanze, fino a quando è assunta da una signora nuova del posto, che per la sua bellezza vistosa e le origini modeste è messa al bando dalla buona società bianca. Skeeter, Aibileen e Minny si ritrovano a lavorare segretamente a un progetto comune che le esporrà a gravi rischi.

La Recensione di Valetta

Negli Stati Uniti è diventato un caso editoriale, tanto che a meno di due anni dall'uscita del libro ne è già stato tratto un film (The Help, da noi arriverà l'anno prossimo, con calma, come sempre). Dopo che ben 60 agenti letterari l'avevano respinto, Kathryn Stockett ha avuto la soddisfazione di vedere il suo primo libro diventare un "novello Buio oltre la siepe", anche grazie al fatto di aver toccato alcuni nervi scoperti per il pubblico americano.

Vi tolgo subito dal dubbio: non abbiamo a che fare con una moderna Harper Lee. Se escludiamo la comune ambientazione (il Sud degli Stati Uniti) e il fatto che il razzismo sia fra i temi principali di entrambi i romanzi, con Il buio oltre la siepe questo libro ha poco a che fare: non ne ha la forza espressiva né l'originalità e ha una vena melodrammatica che nel libro della Lee mancava. Al contrario la Stockett si butta sullo stereotipo del romanzo corale femminile, intrecciando le storie di tre donne diverse per età, condizione e temperamento, che condividono un momento di "risveglio" e decidono che è passata l'ora dell'accettazione passiva dello status quo.

Jackson, Mississipi, è un coacervo di quelle contraddizioni che sono parte integrante dell'assurdità del razzismo: è uno di quei posti dove una donna di colore può prendersi cura della tua casa e dei tuoi figli ma non può usare le tue stesse posate o il tuo stesso bagno, perché poco igenico. La giovane aspirante scrittrice Skeeter Phelan si persuade che è ora che qualcuno dia voce a questa realtà offrendo al pubblico americano un punto di vista inedito, quello delle donne di servizio di colore (gli "aiuti" del titolo). Messo da parte l'entusiasmo iniziale, Skeeter si rende conto di essere alle prese con un'impresa quasi impossibile: trovare delle donne di colore disposte a raccontare com'è veramente lavorare per una donna bianca è come cercare un ago in un pagliaio. Ognuna di loro, infatti, ha ben presente che cosa può capitare a chi decide di oltrepassare l'invisibile ma molto concreta linea di confine tra il mondo dei bianchi e quello dei neri. Ognuna di loro sa bene che alzare la voce contro la tua padrona bianca può costarti il posto di lavoro e la possibilità di trovarne un altro in tutta la città, ognuna di loro ha imparato che usare per sbaglio il bagno di un bianco può costarti la vita.

Eppure, anche fra loro, qualcuno che sente di non poter più tacere c'è. Certo ci vogliono tutta la stanchezza e la frustrazione accumulate in una vita passata ad accudire bimbi che una volta cresciuti impareranno a considerarti "un po' meno che umana" per spingere Aibileen a mettere da parte le proprie paure e prendere la penna in mano per metter su carta la propria storia, così come ci vuole tutta la pazienza e la capacità di persuasione di Aibileen per convincere l'irruenta Minny a superare la propria diffidenza verso i bianchi e ad offrire il proprio contributo. E' per entrambe un faticoso viaggio a ritroso tra poche soddisfazioni e tanta amarezza ma anche una preziosa occasione per osservare con imparzialità la propria vita e far sapere al mondo com'è vivere dalla parte "sbagliata" della barriera razziale.

A dispetto della svolta finale tra l'ingenuo e lo scontato (bianchi e neri non sono poi così diversi e la linea che li separa non è reale), l'autrice si chiama volutamente fuori da qualsiasi intento "rivoluzionario": così come Skeeter, Aibeleen e Minny mai considerano l'idea che il loro romanzo possa contribuire all'abbattimento dei pregiudizi razziali, altrettanto la Stockett evita di indagare a fondo la complessa realtà della società razzista nella quale ella stessa ha vissuto, viaggiando sempre sul pelo dell'acqua, tra il detto e il non detto. Si intuiscono mille problematiche ma prima che esse possano essere veramente inquadrate ecco che l'autrice distoglie lo sguardo e passa oltre, quasi preferisse non vedere ciò che si cela sotto la superficie. Come se ciò non fosse abbastanza chiaro leggendo il libro, la Stockett ha aggiunto una piccola nota personale al termine del romanzo, nella quale sembra voler mettere le mani avanti sostenendo di aver scritto il libro semplicemente come forma di ringraziamento per la donna di colore che ha allevato lei e i suoi fratelli, della serie "non volevo assolutamente cambiare il mondo ma solo mettere per iscritto le mie memorie di bambina". Ed è proprio questo ciò che sembra molto spesso questo libro: i ricordi affettuosi ma anche estremamente ingenui di una bambina, che intuisce che qualcosa non va nella suo mondo ma preferisce non indagare oltre.

Per questo la parte più riuscita del libro è quella dedicata ad Aibeleen e al suo rapporto con la piccola Mae Mobley, la bimba affidata alle sue cure che la madre è totalmente incapace di amare. Queste sono le sequenze più intense e sincere, quando invece l'autrice si rivolge agli altri personaggi scivola sistematicamente nello stereotipo e nella superficialità. Il personaggio di Minny, per quanto estremamente divertente, non è che l'ennesima governante nera un po' bisbetica, che non sa tener a freno la lingua (qualcuno si ricorda di Florence de I Jefferson?) mentre su Skeeter sarebbe meglio stendere un velo pietoso, tanto il suo personaggio risulta moscio e poco interessante. Se la Stockett ha voluto rappresentare se stessa con questo personaggio davvero non si è fatta un bel servizio.

Nel complesso il romanzo è comunque gradevole e estremamente scorrevole, ha il pregio di offrire una prima infarinatura della storia della segregazione razziale negli Stati Uniti a coloro che ancora non la conoscono oltre che una piccola pacca sulla spalla al pubblico moderno che può compiacersi di guardare con sdegno alle barbarie del passato cullandosi nell'idea che oggi il razzismo sia scomparso (e sicuramente parte del successo di questo libro è dovuto anche a questo aspetto). Ma se cercate un libro che affronti il tema con più coraggio e senza troppi peli sulla lingua è meglio se passate oltre: dal già citato Buio al Ragazzo Negro di Richard Wright, è stato scritto di meglio.

Giudizio:

+3stelle+

La Recensione di Emerson

Spesso gli alberghi dei luoghi di villeggiatura dispongono di piccole biblioteche composte per la maggior parte di libri lasciati dai clienti. In esse c’è un po’ di tutto, dai saggi politici ai manuali sul fai da te, dai romanzi rosa a quelli gialli, di spionaggio e di avventure in genere. Non ci si aspetta mai di trovare opere di particolare valore ma, appunto per ciò, non avendo aspettative, si possono talvolta leggere romanzi che risultano particolarmente piacevoli, come quello già recensito dalla collega e che vorrei riqualificare.

L’aiuto è infatti un romanzo accattivante incentrato sul rapporto fra bianche e afroamericane nel Mississippi degli anni ’60. Tre sono le voci narranti: quelle di Aibileen e Minny, donne di pelle nera che svolgono la funzione tuttofare di cameriere, cuoche e baby sitter, e quella di Skeeter, la giovane bianca che vuole descrivere le condizioni di vita delle donne negre fra le famiglie dei bianchi. Pertanto Skeeter, che vuole diventare giornalista e scrittrice, si prodiga per convincerle a narrare le proprie esperienze. Lei sa, e ancora meglio lo capiscono le donne di colore, dei pericoli a cui andrebbero incontro qualora la loro identità venisse riconosciuta e che non consisterebbe solo nella perdita del lavoro.
Gli uomini in questo romanzo hanno una parte del tutto secondaria e non fanno in genere bella figura. Non così le donne che, nel bene e nel male, sono il fulcro della storia.

È vero che alcuni personaggi, come quello di Minny, sono un po’ scontati. È vero che Aibileen risulta quasi in odore di santità, data l’abnegazione e sopportazione che mostra nei confronti dei datori di lavoro. È vero, inoltre, che su alcune problematiche si sorvola eccessivamente, come su quello dei rapporti fra donne nere e uomini bianchi e dei figli che possono nascere dalla loro unione. In particolare della figlia bianca di una donna di colore accolta in casa dai datori di lavoro di questa e poi sbattuta fuori quando si viene a sapere di chi è la madre, nonché del senso di rabbia e impotenza che ne deriva alla giovane.

Tuttavia il romanzo risulta molto piacevole e non sarei tanto negativo nel giudizio del personaggio di Skeeter. Personalmente non lo trovo particolarmente fiacco ma solo un po’ accomodante e talvolta un po’ contraddittorio, data anche la sua posizione nella società del Mississippi che la pone in contrasto con le amiche, la madre e la società in genere. Skeeter, zanzara, soprannome datogli dal fratello perché lunga e magra, sa di non essere particolarmente avvenente, ma rinuncia all’unico uomo che l’ha chiesta in sposa, rivelandogli di essere l’autrice del libro-scandalo sul rapporto tra cameriere afroamericane e donne bianche.

Quello in cui sono invece d’accordo con la collega che mi ha preceduto nel giudizio del romanzo è nel criticare la nota che ha posto l’autrice in fondo al suo libro, in cui sembra volersi giustificare con i suoi concittadini per aver preso le parti delle donne di colore, pur avendolo fatto in maniera molto blanda.

Ma in definitiva il romanzo è scorrevole, intrigante, a tratti divertente e talvolta commovente. Opportunamente l’autrice ha diversificato il linguaggio dei personaggi in modo che anche quelli meno colti non parlassero come letterati. Buona inoltre la caratterizzazione dei personaggi principali e, se i problemi del razzismo non sono stati affrontati compiutamente, non era questo il fine che l’autrice si era proposta di raccontare e pertanto sarei molto più positivo nel giudizio da dare alla storia.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: L'aiuto
  • Titolo originale: The Help
  • Autore: Kathryn Stockett
  • Traduttore: Paola Frezza Pavese, Adriana Colombo
  • Editore: Mondadori
  • Data di Pubblicazione: 2010
  • Collana: Oscar contemporanei
  • ISBN-13: 9788804598794
  • Pagine: 526
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 9,24

23 agosto 2016

Mi chiamo Lucy Barton - Elizabeth Strout

Da tre settimane costretta in ospedale per le complicazioni post-operatorie di una banale appendicite, proprio quando il senso di solitudine e isolamento si fanno insostenibili, una donna vede comparire al suo capezzale il viso tanto noto quanto inaspettato della madre, che non incontra da anni. Per arrivare da lei è partita dalla minuscola cittadina rurale di Amgash, nell'Illinois, e con il primo aereo della sua vita ha attraversato le mille miglia che la separano da New York. Alla donna basta sentire quel vezzeggiativo antico, "ciao, Bestiolina", perché ogni tensione le si sciolga in petto. Non vuole altro che continuare ad ascoltare quella voce, timida ma inderogabile, e chiede alla madre di raccontare, una storia, qualunque storia. E lei, impettita sulla sedia rigida, senza mai dormire né allontanarsi, per cinque giorni racconta: della spocchiosa Kathie Nicely e della sfortunata cugina Harriet, della bella Mississippi Mary, povera come un sorcio in sagrestia. Un flusso di parole che placa e incanta, come una fiaba per bambini, come un pettegolezzo fra amiche. La donna è adulta ormai, ha un marito e due figlie sue. Ma fra quelle lenzuola, accudita da un medico dolente e gentile, accarezzata dalla voce della madre, può tornare a osservare il suo passato dalla prospettiva protetta di un letto d'ospedale. Lì la parola rassicura perché avvolge e nasconde. Ma è nel silenzio, nel fiume gelido del non detto, che scorre l'altra storia.

Recensione

Chi ha letto i romanzi di Elizabeth Strout sa quanto la famiglia sia centrale nelle sue opere. In Amy e Isabelle le due protagoniste, madre e figlia, sono legate da un rapporto di reciproca incomunicabilità che finisce per trasformarsi in aperta ostilità; in Resta con me il reverendo Caskey, prostrato dal lutto per la perdita della moglie, non riesce a occuparsi delle due figlie; in Olive Kitteridge il mosaico di storie e personaggi che si compone attorno alla figura dell’energica Olive rivela un campionario di problematiche familiari; I ragazzi Burgess, infine, è incentrato sui rapporti reciproci tra i fratelli Jim, Bob e Susan, ormai adulti.

Mi chiamo Lucy Barton, pubblicato da Einaudi (e non da Fazi Editore, storica casa editrice italiana di Elizabeth Strout), non fa differenza: con frequenti incursioni in momenti precedenti e successivi della sua vita, una scrittrice in là con gli anni torna su un episodio cardine: quando, costretta a una lunga degenza in ospedale dai postumi di un'appendicectomia, lontana dal marito e dalle figlie, si vede comparire al capezzale, senza alcun preavviso, la madre che non vede da anni.
Le due donne si rifugiano in pettegolezzi di poco conto, che nella loro trivialità consentono di scansare le zone d'ombra legate al loro vissuto familiare: l'infanzia di estrema deprivazione, economica e affettiva, a cui il padre, incline al bere e alla violenza, spalleggiato da una moglie avara di affetti che non ha mai saputo o voluto proteggere i figli, ha costretto la famiglia. Ma a Lucy basta sentire quel nomignolo con cui talvolta la madre la chiamava, "Bestiolina", per lasciarsi andare alla gioia di riaverla con sé, a millecinquecento miglia di distanza dall'Illinois, dov'è cresciuta nell'ignoranza, nella sporcizia e nell'esclusione sociale. Parlano di Kathy, che è scappata con un insegnante che l'ha poi abbandonata dopo essersi scoperto gay, parlano della cugina Harriet e del suo matrimonio sfortunato, parlano di Marilyn e di Mississippi Mary. Ma non parlano della "Cosa" - gli attacchi di cui era talvolta preda il padre, reduce di guerra. Non parlano degli scatti di violenza fisica, improvvisa e immotivata, da cui i tre fratelli dovevano guardarsi, anche dalla madre. Non parlano delle volte in cui il padre chiudeva Lucy nel furgone, al buio, o di quando aveva fatto sfilare il figlio in abiti femminili per le vie del paese, per punirlo della sua infantile effeminatezza. Cullata dalla voce della madre - nonostante tutto amata - nell'antro protetto del suo letto d'ospedale, Lucy può riannodare lei i fili della memoria, seppure senza mai perdere il freno e pronta a fermarsi con ritrosia sul crinale del non detto ogni qualvolta si facciano troppo dolorosi o traumatici.

Un breve romanzo squisito e di grande potenza narrativa che, nella migliore tradizione dell'autrice, rivela i grigi nascosti tra il bianco e il nero delle relazioni umane. Con il suo raffinato talento nel nascondere l'essenziale della storia tra le pieghe del non scritto, Elizabeth Strout si riconferma una delle più grandi scrittrici viventi.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Mi chiamo Lucy Barton
  • Titolo originale: My Name Is Lucy Barton
  • Autore: Elizabeth Strout
  • Traduttore: S. Basso
  • Editore: Einaudi
  • Data di Pubblicazione: 2016
  • Collana: Supercoralli
  • ISBN-13: 9788806229689
  • Pagine: 158
  • Formato - Prezzo: Rilegato, sovraccoperta - 17.50 Euro

3 maggio 2016

La strada stretta verso il profondo Nord - Richard Flanagan

Dorrigo Evans, medico di origine tasmaniana, è stato deportato in un campo di prigionia giapponese dove, insieme a molti connazionali, viene impiegato nella costruzione della Ferrovia della Morte, la linea ferroviaria tra Bangkok e la Birmania che avrebbe dovuto permettere all’esercito nipponico d’invadere l’India. Un’impresa sovrumana, che costerà la vita a centinaia di migliaia di uomini. Dorrigo fa il possibile per salvare i suoi compagni dalla fame, dalle malattie e dalle violenze delle guardie. A sostenerlo il ricordo di una fugace storia d’amore, vissuta anni prima con la giovane moglie di suo zio. Una manciata di giorni che vale una vita. Una promessa mai pronunciata. La strada stretta verso il profondo Nord è una storia epica d’amore e morte, disperazione e speranza, e Richard Flanagan, con una lingua densa e uno stile superbo, riesce a toccare tutte le corde dell’animo umano, avvolgendo il lettore con una storia sorprendente, dolorosa e di tremenda bellezza.

Recensione

«Ad ispirarmi è stato l'ascolto della durezza di quell'esperienza: io stesso sono figlio della Ferrovia della Morte»

Di crimini efferati e genocidi è piena la storia. Eppure di alcuni, soprattutto se avvenuti al di là del Mar Nero, si parla molto poco. Portata alla ribalta - ma neanche tanto - da film come Il ponte sul fiume Kwai o dal recente Le due vie del destino, la cosiddetta Ferrovia della morte fu una monumentale impresa di ingegneria bellica giapponese: 415 chilometri di linea attraverso la giungla thailandese, costruiti tra il '42 e l'ottobre del '43 per collegare la Thailandia alla Birmania al fine di consentire l'invasione dell'India da parte del Giappone. Gli schiavi che si fecero strada nella giungla quasi a mani nude tra fame, torture e malattie, con turni inumani e obiettivi giornalieri sempre più impossibili da raggiungere, furono reclutati - per una stima di sessantamila - tra i prigionieri inglesi, olandesi, australiani e americani, e in larga parte - quasi duecentomila - tra coreani, indiani e cinesi costretti ai lavori forzati. Un'opera che non si sarebbe potuta costruire in cinque anni, i Giapponesi riuscirono a compierla in sedici mesi, con un costo di circa centosedicimila vite umane, molte senza nome né volto, i cui resti furono gettati in fosse comuni.

Tra i sopravvissuti - incredibile a dirsi, ve ne furono - c'era il padre di Richard Flanagan, che con questo romanzo, scritto in dodici anni e completato il giorno esatto in cui il padre morì, si è aggiudicato il Man Booker Prize 2014.
Straordinaria rievocazione dei profondi recessi dell'inumanità, La strada stretta verso il profondo Nord è la storia di Dorrigo Evans, ufficiale medico imprigionato dai giapponesi e trasportato in un campo di lavoro in Birmania. Tre sono i momenti della vita dell'uomo che si alternano nelle pagine del libro: il passato remoto, prima della partenza in guerra, quando Dorrigo intrecciò una breve ma intensissima relazione con Amy, la giovane moglie dello zio; la Linea, passato un po' meno remoto che diviene presente, totale, annichilente, presagio prima, infinito durante, verminoso ricordo dopo; il presente, vuoto al fianco della paziente moglie Ella, tamponato con lavoro, figli, cosce di altre donne, alcool, libri.

Non occorre neanche dirlo: le pagine più ipnotiche sono le più orrende, brulicanti di fame, di feci e ferite purulente, di amputazioni e zanzare e malaria, di ingiuste punizioni e torture, di fatiche insostenibili e malattie debilitanti e mortali. A Dorrigo, in quanto medico ufficiale, secondo la tradizione giapponese fortemente rispettosa delle gerarchie vengono risparmiate le più grandi fatiche e umiliazioni: ma a darne testimonianza sono le voci di Darky Gardiner, battuto a morte per quindici lente pagine, di Jimmy Bigelow, di Rooster MacNeice, di Rabbit Hendricks, di Tiny Middleton e di tutti gli altri giovani che Dorrigo tentò di strappare alla morte trattando sfacciatamente con il maggiore Nakamura. Che, come molti alti gradi - primo tra tutti l'Imperatore, nel cui nome la ferrovia si costruì -, sfuggì a ogni tribunale di guerra e persecuzione nonostante i crimini innominabili che vennero perpetrati sotto il suo comando.
Ma tanto più neri e terribili sono i resoconti della quotidianità della Linea, tanto più luminose ed elegiache sono le pagine dedicate all'idillio tra Dorrigo ed Amy (la storia d'amore «viene dal racconto di un vicino di casa dei miei. [...] Anni dopo ho capito che potevo infilarla in questo romanzo. L'ho deciso perché dovevo illuminare il buio», racconta Flanagan in un'intervista). Il volto di Amy, sempre più opaco, darà rifugio all'anima di Dorrigo durante gli orrori della guerra: La strada stretta verso il profondo Nord è un romanzo d'amore e di morte, di colpa e redenzione, un capolavoro della fiction storica destinato a segnare il lettore come poche altre opere letterarie contemporanee.

Giudizio:

+5stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: La strada stretta verso il profondo Nord
  • Titolo originale: The Narrow Road to the Deep North
  • Autore: Richard Flanagan
  • Traduttore: E. Malanga
  • Editore: Bompiani
  • Data di Pubblicazione: 2015
  • Collana: Narratori stranieri
  • ISBN-13: 9788845280085
  • Pagine: 505
  • Formato - Prezzo: Brossura, sovraccoperta - 20.00 Euro

26 maggio 2015

Speciale Grande Guerra: Ci rivediamo lassù - Pierre Lemaitre

Sceneggiatore, insegnante, scrittore, Pierre Lemaitre nasce a Parigi nel 1951. Esordisce nel 2010 con Travail soigné (Irène), affermandosi come uno dei grandi nomi francesi del genere noir. I suoi romanzi sono stati tradotti in più di venti lingue, e nel 2013 gli è stato conferito il prestigioso Prix Goncourt.

Ci rivediamo lassù (Au revoir là-haut, 2013), opera più picaresca che storica, è stato eletto miglior romanzo dell'anno dalla rivista "Lire".
Tra le opere dell'autore citiamo la cosiddetta "trilogia di Verhoeven" (Irène, Alex, Camille, Mondadori 2015), L'abito da sposo (Fazi 2011) e Lavoro a mano armata (Fazi 2013).


Sopravvissuti alla carneficina della Grande Guerra, nel 1918 Édouard e Albert si ritrovano emarginati dalla società. Albert, un umile e insicuro impiegato che ha perso tutto, proprio alla fine del conflitto viene salvato sul campo di battaglia da Édouard, un ragazzo ricco, sfacciato ed eccentrico, dalle notevoli doti artistiche. Dopo il congedo, condannati a una vita grama da esclusi, decidono di prendersi la rivincita inventandosi una colossale truffa ai danni del loro Paese ed ergendo il sacrilegio allo status di opera d'arte. Affresco di rara potenza evocativa, Ci rivediamo lassù è un romanzo appassionante e rocambolesco: in un'atmosfera crepuscolare e visionaria, Pierre Lemaitre orchestra la grande tragedia di una generazione perduta con un talento e una maestria impressionanti.

Recensione

Chi pensava che quella guerra sarebbe finita era già morto da molto tempo. In guerra, per l'appunto.

Nella sterminata lista di opere che accendono i riflettori sugli orrori della Grande Guerra, si distingue per la sua ironia Ci rivediamo lassù del francese Pierre Lemaitre. Definita forse impropriamente "romanzo storico", l'opera di Lemaitre vuole piuttosto narrare gli espedienti picareschi di due reduci, Albert ed Édouard, che lungi dal tentare il reinserimento in una società che li ha mandati giovanissimi in trincea si riducono a vivere al margine, sopravvivendo di espedienti.

Albert ed Édouard, rispettivamente giovane impiegato il primo e ricco rampollo omosessuale in rotta col padre il secondo, non si sono quasi mai rivolti la parola prima di essere sorpresi da una granata a pochi giorni dal ritiro delle truppe. Origine delle loro sfortune non è un crucco, ma il francesissimo tenente Henri d'Aulnay-Pradelle, che deluso dall'annuncio dell'armistizio giunto prima che riuscisse a guadagnarsi abbastanza mostrine coinvolge a tradimento i suoi uomini in un'inutile scaramuccia con i tedeschi con un alto costo in vite umane.
A rimetterci è Édouard, che perde la metà inferiore della faccia dopo aver tirato fuori Albert dalla fossa in cui il tenente Pradelle l'ha condannato a morte certa. Da sempre baciato dalla fortuna, Édouard sopravvive all'esplosione, ma in uno stato tale che decide di darsi per morto alla famiglia e al mondo. Con il nuovo nome di Éugene, rubato a un cadavere, sempre più dipendente dalla morfina e da altre droghe (e di conseguenza da Albert, che gliele procura), Édouard sogna la beffa del secolo, l'estremo e divertente saluto a un mondo che non gli ha dato nulla.

Il dissacrante Lemaitre, dopo un inizio canonico che ricorda le trincee di E.M. Remarque, avvince il lettore in un romanzo dal sapore dickensiano che stempera i gravi motivi del reinserimento dei reduci in società e dei profittatori di guerra con una feroce ironia che bersaglia proprio tutti: l'inetto e paranoico Albert, che per gratitudine e senso di colpa non riesce ad affrancarsi dall'uomo che gli ha salvato la vita; Édouard, arrogante artista di ricca famiglia mutilato durante l'unico atto eroico della sua stravagante esistenza; l'ambizioso Henri d'Aulnay-Pradelle, instancabile nella sua smania di ricchezza e posizione che finisce, per una delle sfrenate casualità tanto care ai romanzi ottocenteschi, per sposare Madeleine, l'amata sorella di Édouard, che lungi dall'essere la cara creatura evocata dai ricordi del fratello si rivela una vacua ed egoista signorina d'alta borghesia; Péricourt, il freddo padre di Édouard che per tutta la vita rifiutò quel figlio stravagante, e che si ritrova improvvisamente a piangere la sua memoria.

Dai passi più drammatici alle scene più grottesche, il romanzo di Lemaitre non sarà forse una puntuale testimonianza storica sulla Grande Guerra, ma è senz'altro un'ottima opera d'intrattenimento che gioca tutto sull'incisività dei personaggi e sui ritmi incalzanti. Ci rivediamo lassù è una grande storia sulle ironie della vita che non manca di far riflettere sulle contraddizioni del dopoguerra e sulla morte, reale o metaforica, di una generazione di giovanissimi coinvolti in un conflitto che sarebbe dovuto durare «due, tre settimane al massimo».

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Ci rivediamo lassù
  • Titolo originale: Au revoir là-haut
  • Autore: Pierre Lemaitre
  • Traduttore: Stefania Ricciardi
  • Editore: Mondadori
  • Data di Pubblicazione: 2014
  • Collana: Scrittori italiani e stranieri
  • ISBN-13: 9788804636007
  • Pagine: 454
  • Formato - Prezzo: Brossura - 17.50 Euro

2 aprile 2015

L'altra sete - Alice Torriani

Si chiama Alice e ha 27 anni. L’hanno sistemata in una clinica che ha il nome rassicurante di una Casa, ma non sa dire da quanto sia lì. Ha una voglia disperata di Luca. Luca che odora di buono, che la tiene per i fianchi e le sorride. Sono gli occhi glaciali di sua madre gli unici che ha addosso. Insieme a quelli inquisitori del terapeuta, che non smette di fare domande. Perché il diabete, ripetono i medici, non è una malattia, è una Condizione. Bisogna imparare ad avvertire i tremori, i formicolii alla lingua e sulle gambe, ed essere pronti a bucare, caricare la piccola penna nera della glicemia come fosse una pistola e sparare. Alice non sa come sia possibile, alla sua età, abituarsi all’idea di non produrre abbastanza insulina, perché prima di ogni cosa deve fare i conti con l’assenza di Luca per capire come convivere con una mancanza che è, inevitabilmente, una dipendenza.
In un romanzo a stazioni che ritrae l’apatica frenesia di una generazione che ha già chiuso i sogni in un cassetto, Alice Torriani inventa un alfabeto poetico e originalissimo per raccontare di perdite e riabilitazioni. Con una scrittura cangiante, che prende colore a ogni cambio di voce, L’altra sete è una storia che parla di noi, dell’amore che brucia, e di tutti quei demoni del nostro Tempo che si agitano dentro, e che a volte fanno più paura di una malattia.

Recensione

L'altra sete è il romanzo d'esordio - tutt'altro che banale - dell'attrice Alice Torriani. Edito da Fandango Libri, nelle sue pagine viene narrata in prima persona la vicenda di Alice e della sua lotta per andare avanti nonostante una grave forma di diabete che l'ha colpita dopo aver subito un forte trauma.
Il lettore viene così condotto, pagina dopo pagina, nel mondo della protagonista e nelle sue difficoltà a elaborare l'accaduto e ad accettarsi malata, sia fisicamente, sia psicologicamente. Nel percorso scostante fatto di punture di insulina e crisi glicemiche, Alice si scontrerà con la madre apprensiva e l'amica iperattiva, i dottori freddi e distaccati e in generale con l'umanità che è andata avanti incurante dei suoi problemi.

L'altra sete non è un romanzo compiacente verso il lettore e racconta discretamente ciò che l'autrice si è prefissa, a dispetto di una vera mancanza di originalità e di alcune cadute di tono che ne abbassano la qualità generale.
L'autrice riesce nell'intento di suscitare empatia verso la protagonista - nonostante questa faccia di tutto per essere scontrosa e odiosa lungo l'arco narrativo - grazie alla profonda caratterizzazione dovuta a una grande conoscenza della materia raccontata.
Non era facile raccontare le emozioni di una ragazza malata di diabete, eppure la Torriani ci è riuscita più che egregiamente. Supportata da comprimari adatti anche se scolastici, la storia di Alice si svela pagina dopo pagina mantenendo la giusta intensità, sebbene la prosa sia perfettibile e con uno stile ancora da maturare. Infatti, la ricerca continua della frase poetica mina la fluidità della narrazione incagliandola in paragrafi fini a se stessi. Nonostante ciò, come libro d'esordio è un discreto punto di partenza che mostra il talento dell'autrice nell'esporre i sentimenti dei propri personaggi, rendendoli realistici e tridimensionali.

In definitiva, L'altra sete si fa leggere volentieri malgrado non sia niente di nuovo nel genere introspettivo/drammatico italiano. L'autrice è comunque sulla buona strada e questo esordio non può che far ben sperare per il suo futuro letterario.

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: L'altra sete
  • Autore: Alice Torriani
  • Editore: Fandango Libri
  • Data di Pubblicazione: 2015
  • ISBN-13: 9788860444516
  • Pagine: 224
  • Formato - Prezzo: Brossurato - 16,00 Euro

14 febbraio 2015

Il paese dei poveri - Ivano Mingotti

''Il paese dei poveri'' è un romanzo di critica sociale, imperniato sul concetto di produttività, nonché una disamina, in un contesto distopico, del concetto dei lager e dei prigionieri.
In un mondo in cui l'economia e la produttività sono tutto ciò che conta, la popolazione è costretta a non essere povera: essere in miseria è un delitto, è rallentare la società, e dunque, per evitarlo, la società, sotto lo schermo dell'indifferenza dei suoi cittadini, interna in grandi istituti, chiamati ''paesi dei poveri'', coloro che vengono ritrovati in strada, nullatenenti e nullafacenti.
In questo lager per barboni si ritroverà il protagonista, costretto a viverne le regole, affini a quelle dei famosi lager di Birkenau e Auschwitz, e a essere così alienato dalla sua stessa condizione di umano, fino alle conseguenze più terribili che possano essere pensate.
In una disamina non solo della condizione di internato, ma anche della società che circonda questi luoghi di detenzione, e con un occhio critico, attraverso la similitudine con il nostro mondo, sempre più dedito all'economia e al guadagno come primo bastione, ci ritroveremo davanti a scenari difficili da sopportare, ritrovandoci, in parte, corresponsabili del dolore dei prigionieri.

Recensione

Il paese dei poveri si presenta come un romanzo vagamente distopico, che racconta la storia di segregazione e discriminazione di un uomo, Achille, la cui unica colpa è di essere povero e improduttivo. Una colpa inaccettabile in una società dedita alla produttività, all'esaltazione dell'occupazione, del lavoro, del guadagno, una società che non ammette sbavature di alcun tipo, e che prende come offesa l'esistenza ai margini di individui come Achille. Una società che evoca le più famose distopie, ma che senz'altro getta un'inquietante ombra sulla nostra attuale società e sul suo futuro.

La vicenda si presenta narrativamente breve, complici sia la ridotta dimensione del testo sia le particolari scelte stilistiche e narrative dell'autore, che anziché raccontare una storia scandita in eventi preferisce concentrarsi sulle sensazioni vissute dal protagonista. Facendo affidamento su un narratore che coinvolge il lettore, lo abbraccia in una prima persona plurale, in modo che entrambi, narratore e lettore, scoprano poco a poco la vicenda, si facciano testimoni silenziosi del destino di Achille, ci immergiamo nella storia di questo uomo, recluso in un centro chiamato non a caso "Il  paese dei poveri": evoca subito atmosfere da lager nazista, ma non solo (quel regolamento che viene ripetuto con spasmodica ossessione nel testo mi ha fatto pensare piuttosto a certi lager odierni, quelle case di riposo che spesso finiscono nella cronaca quotidiana). Achille conosce così la segregazione, la discriminazione, il disagio, la solidarietà e infine la lotta per la propria liberazione: ma attenzione, il finale sarà tutto meno che lineare e roseo.

Il topos distopico si fa così allegoria di una condizione sociale oltre che esistenziale, di un "uomo trasandato" che per questo "non è più padrone del proprio corpo", mentre a livello stilistico i rimandi sono molteplici. L'asettica assenza descrittiva di uno sfondo spaziotemporale, l'atmosfera onirica, surreale, mi hanno fatto pensare al teatro contemporaneo, soprattutto al teatro dell'assurdo: l'incipit del romanzo mostra una chiara costruzione scenica da teatro, che mi ha ricordato Beckett.
Questa singolare mescolanza di suggestioni è uno dei punti di maggior forza del romanzo, che d'altro canto può anche contare sulla scelta di un tema forte, denso di carica riflessiva, e su una sua elaborazione coinvolgente, capace di toccare molte corde.

Ciò che frena invece la lettura è quella pesantezza narrativa, quella ridondanza ossessiva che è un po' la cifra stilistica personale dell'autore: una preponderante attenzione alle emozioni, con virate liriche e accostamenti al verso poetico, a svantaggio della narrazione di eventi. Se questo dato si somma alle ridotte dimensioni del testo, si ottiene la sensazione di un romanzo sicuramente denso di contenuto, ma povero di trama, di sostanza narrativa; non c'è molto, in effetti, che accada, avrei gradito una maggiore sostanza, una storia, oltre che un'idea.

Giudizio:

+3stelle+ (e mezzo)

Dettagli del libro

  • Titolo: Il paese dei poveri
  • Autore: Ivano Mingotti
  • Editore: R.E.I. France
  • Data di Pubblicazione: 2014
  • ISBN-13: 9782372971324
  • Pagine: 130
  • Formato - Prezzo: ebook - 3,99 Euro

28 settembre 2014

I figli degli uomini - P.D. James

Con questo singolare romanzo, P.D. James ci trasporta nell'Inghilterra dell'immediato futuro. Siamo nel 2021, ma già da tempo l'umanità è diventata sterile e sembra avviata alla fine. Gli Stati di tutto il mondo stanno preparando la loro testimonianza per una posterità a cui sono in pochi a credere, mentre l'Inghilterra è retta da un carismatico dittatore che governa con dispotico egualitarismo. I vecchi sono incoraggiati a suicidarsi, i criminali esiliati e abbandonati, gli immigrati soggetti a una sorta di schiavitù. A descriverci questa società futura è Theo Faron, storico di Oxford e cugino del Governatore di Inghilterra. La sua è una vita appartata, finché il caso non gli fa incontrare una giovane donna, membro di un gruppo di ribelli che sfidano il potere del dittatore e coinvolgono Theo nei loro piani, chiamandolo all'azione in un percorso mortale che non avrebbe mai immaginato...

Recensione

Chi arriva al romanzo dal cupo film di Cuarón interpretato da Clive Owen potrebbe rimanere deluso: poca azione e molta riflessione caratterizzano infatti il libro di P.D. James. D'altronde, forse, esulando dalla poca simpatia che suscita ogni singolo personaggio e dal puzzo di miracolismo di cui l'opera è pervasa, il romanzo non sfigura certo rispetto alla sua trasposizione cinematografica.

Nel 2021, anno in cui l'opera è ambientata, non esistono più bambini. Gli ultimi parti sono stati registrati nel 1995, e quei neonati - ora venticinquenni – sono stati denominati Omega. L'ultima lettera dell'alfabeto greco, a designare che saranno l'ultima generazione a camminare sulla Terra.
Un'improvvisa infertilità ha colpito inspiegabilmente lo sperma maschile: a nulla serve la scienza, i controlli umilianti e continui cui maschi e femmine di sana moralità e costituzione sono sottoposti annualmente, la specie è condannata a scomparire. La società si è adattata di conseguenza: le scuole sono state ripensate per gli adulti, non vengono più prodotti giocattoli e i vecchi sono stati distrutti (escluse le bambole, divenute, insieme ai gattini, succedanee dei neonati che le donne possono battezzare e portare a spasso in carrozzina), così come qualsiasi prodotto pensato per l'infanzia; l'umanità si avvia malinconicamente verso la vecchiaia e l'estinzione, con una concentrazione sempre maggiore negli ormai spaziosi agglomerati urbani e un disinteresse verso le discipline e le attività che non portino vantaggi immediati alla generazione presente. L'Inghilterra si protegge dall'imbarbarimento dei costumi trincerandosi dietro al suo dittatore, Xan Lyppiatt, che governa attraverso il corpo militare dei Granatieri esiliando i criminali, promuovendo suicidi di massa per gli anziani (i cosiddetti Trapassi) in modo da non disperdere le risorse, e attirando nel paese Omega di nazioni povere (gli Ospiti Temporanei) per affidare loro mestieri ingrati.

Theo Faron, voce narrante - ora attraverso il suo diario, ora in terza persona - del romanzo, non è esente dal clima di rassegnazione dovuto allo spegnersi ineluttabile della civiltà: professore di storia, disciplina più inutile che mai in un mondo che non ha futuro, ha alle spalle un matrimonio naufragato e un profondo senso di colpa per l'involontario omicidio della figlioletta. Vissuto all'ombra del cugino, il dittatore in persona, viene avvicinato da un maldestro gruppo di sovversivi che sperano di risvegliare le coscienze sopite del popolo inglese. I Cinque Pesci, così si fanno chiamare Julian, Rolf, Gascoigne, Luke e Miriam, nascondono un segreto che potrebbe ridar vita alle speranze dell'umanità, e cercano di ottenere l'aiuto di Theo, un tempo consigliere personale di Xan, finendo per coinvolgerlo in una fuga pericolosa e disperata.

La prosa della James, politica e giallista, è scarna ed efficace quanto basta in funzione della storia narrata. L'autrice trasporta il lettore per mano in un futuro distopico inquietante nella sua semplicità e cupezza, in cui il totalitarismo prospettato è fiaccamente accettato da un'umanità giunta al tramonto e priva di scopo, essendo andata ormai in crisi la sua radicale certezza di avere il diritto all'esistenza sulla Terra e alla predominanza sulle altre specie.
I figli degli uomini suscita più di una riflessione, ma purtroppo finisce per perdersi sulla strada della ragione per esaltare la forza della speranza che talvolta è premiata dal miracolo. Un messaggio non ricorrente nel genere distopico per adulti e decisamente troppo buonista - per i miei gusti.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: I figli degli uomini
  • Titolo originale: The Children of Men
  • Autore: P.D. James
  • Traduttore: Annamaria Biavasco, Valentina Guanì
  • Editore: Mondadori
  • Data di Pubblicazione: 1999
  • Collana: Oscar Mondadori
  • ISBN-13: 9788804471943
  • Pagine: 316
  • Formato - Prezzo: Brossura - 10,00 Euro

30 luglio 2014

Amabili resti - Alice Sebold

Susie è stata assassinata da un serial killer che abita a due passi da casa. È stata adescata da quest'uomo dall'aria perbene, che la stupra, poi fa a pezzi il cadavere e nasconde i resti in cantina. Il racconto è affidato alla voce di Susie, che dopo la morte narra dal suo cielo la vicenda con inedito effetto straniante. Il libro procede avvincente come un giallo: vogliamo sapere chi l'ha uccisa, cosa fa l'assassino, come avanzano le indagini, come reagisce la famiglia. Ed è Susie che ci racconta tutto questo, aumentando così la nostra partecipazione emotiva. Lei "fa il tifo" per suo padre quando, opponendosi alla svolta che hanno prese le indagini della polizia, capisce chi è il vero assassino e, pur non avendo le prove, cerca d'incastrarlo. Un romanzo che commuove senza mai indulgere a sentimentalismi. Le vite dei genitori, dei fratelli e degli amici di Susie, spezzate dalla sua tragica scomparsa, vengono raccontate con lo spirito allegro e senza compromessi dell'adolescenza. E Susie aiuterà tutti, i lettori per primi, a riconciliarsi con il dolore del mondo.

Recensione

Ci sono almeno due versi per cui si può prendere questo romanzo.
Uno è considerarlo un libro per adulti, lamentando il buonismo di cui è pervaso nonostante la spaventosa (e attualissima) tragedia che vi si narra, bocciando la scrittura abbastanza semplicistica, condannando il tentativo dell'autrice di strafare e soprattutto il finale poco azzeccato.
L'altra è considerarlo un libro per ragazzi che, invece di bendar loro gli occhi edulcorando i temi forti, li mette di fronte al fatto che esistono degli adulti mostruosi capaci di stuprare, uccidere e fare a pezzi una quattordicenne con ancora tutta la vita davanti; che ci sono perdite che possono devastare una famiglia; che i genitori non sono perfetti e che un trauma può spingere una madre e moglie amorevole a fuggire dai problemi abbandonando il marito a pezzi e due figli ancora piccoli; che un serial killer possa andarsene in giro indisturbato continuando a indossare la sua maschera da persona perbene. Ma insegna anche che la vita può continuare persino dopo una simile perdita; che ci sono cose che rimangono per sempre, come un primo bacio scambiato davanti agli armadietti della scuola o il desiderio impossibile che ne seguano altri; che una tragedia può dividere ma anche unire; che forse, in qualche modo, le persone amate che ci hanno lasciato rimangono ancora con noi. Temi forti, come dicevo, trattati senza alcun pedagogismo e con una delicatezza tale da riuscire trasmettere qualcosa anche a un adulto disincantato.

A narrare la propria storia è Susie Salmon, adescata in un campo di grano di ritorno da scuola, stuprata e infine uccisa da un insospettabile vicino di casa. L'anima di Susie, strappata al corpo fatto a pezzi e occultato per sempre in una discarica, continua a restare attaccata al mondo terreno, che osserva dal paradiso in cui si è ritrovata dopo la morte. Susie soffre per la disperazione dei familiari inconsolabili, patisce la mancanza di Ray, il ragazzino per cui aveva una cotta e a cui è riuscita a dare un solo bacio, osserva con invidia e affetto la sorella minore e la coetanea Ruth crescere e vivere le esperienze adolescenziali che lei, eternamente congelata all'età di quattordici anni, non potrà mai sperimentare. E guarda con rabbia il suo assassino, George Harvey, continuare a condurre la sua vita impunito.

Amabili resti è un libro non privo di difetti. Alice Sebold parte con le migliori intenzioni, narrando una storia cruda senza farsi troppi scrupoli persino nel descrivere lo stupro dal punto di vista dell'indifesa vittima, poi, come pentita dell'eccessiva durezza, tenta di ristabilire una sorta di giustizia divina che raramente la realtà ci regala, e cade nello stucchevole che invece era riuscita abilmente a evitare nelle lunghe pagine dedicate al dolore dei vivi. Si storce un po' il naso anche innanzi all'infantilità del Cielo di Susie, un paradiso colorato che offre alla ragazzina una pallida imitazione delle piccole gioie della sua vita perduta, anche qui un tentativo di usare toni consolatori. Ma su questi difetti si può passare, se si accetta di chiudere un occhio e di lasciarsi trasportare dalle emozioni regalate da questa storia di violenza, lutto e amore raccontata con la flebile voce di una ragazzina innocente.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Amabili resti
  • Titolo originale: The Lovely Bones
  • Autore: Alice Sebold
  • Traduttore: C. Belliti
  • Editore: E/O
  • Data di Pubblicazione: 2012
  • Collana: Tascabili e/o
  • ISBN-13: 9788876419089
  • Pagine: 345
  • Formato - Prezzo: Brossura - 11.00 Euro

12 aprile 2014

Storia di una ladra di libri - Markus Zusak

Fu a nove anni che Liesel iniziò la sua brillante carriera di ladra. Certo, aveva fame e rubava mele, ma quello a cui teneva veramente erano i libri, e più che rubarli li salvava. Il primo fu quello caduto nella neve accanto alla tomba dove era stato appena seppellito il suo fratellino. Stavano andando a Molching, vicino a Monaco, dove li aspettavano i loro genitori adottivi. Il secondo, invece, lo sottrasse al fuoco di uno dei tanti roghi accesi dai nazisti. A loro piaceva bruciare tutto: case, negozi, sinagoghe, persone... Piano piano, con il tempo ne raccolse una quindicina, e quando affidò la propria storia alla carta si domandò quando esattamente la parola scritta avesse incominciato a significare non solamente qualcosa, ma tutto. Accadde forse quando vide per la prima volta la libreria della moglie del sindaco, un'intera stanza ricolma di volumi? Quando arrivò nella sua via Max Vandenburg, ex pugile ma ancora lottatore, portandosi dietro il "Mein Kampf" e infinite sofferenze? Quando iniziò a leggere per gli altri nei rifugi antiaerei? Quando s'infilò in una colonna di ebrei in marcia verso Dachau? Ma forse queste erano domande oziose, e ciò che realmente importava era la catena di pagine che univa tante persone etichettate come ebree, sovversive o ariane, e invece erano solo poveri esseri legati da spettri, silenzi e segreti.

Recensione

Milioni di copie vendute e un film in arrivo mi hanno convinta che non potevo più restare indifferente al richiamo di questo caso letterario, che dopo una pubblicazione un po' in sordina nel 2005 ha lentamente ma inesorabilmente scalato le classifiche, tanto che la casa editrice italiana, Frassinelli, ha deciso di ripubblicare il romanzo con nuova cover e nuovo titolo (il precedente era La bambina che salvava i libri), più affine all'originale The Book Thief, per sfruttare il traino del film.

Purtroppo anche in questo caso il fenomeno editoriale si è rivelato una mezza bufala.

Il mio problema principale con Storia di una ladra di libri è il suo narratore. Questo libro è narrato dalla Morte, fatto che credo sia responsabile per almeno la metà dei giudizi entusiasti che ho trovato in internet (l'altra metà è invece data dall'intramontabile "Ho pianto così tanto!!!"). Immagino l'autore abbia compiuto questa scelta in un disperato tentativo di originalità, cosa che, devo ammetterlo, ha dato i suoi frutti, ma personalmente non mi ha assolutamente convinta.

Tanto per cominciare il fatto che la Morte sia la voce narrante non aggiunge assolutamente nulla al racconto. Certo, la Morte è onnisciente (e molto ben informata sui dettagli della dipartita di ognuno di noi), ma la letteratura pullula di narratori onniscienti che forniscono esattamente lo stesso servizio pur non essendo il Tristo Mietitore. Nel corso del racconto capita di vedere la Morte al lavoro mentre si appropria dell'anima di un defunto e quasi amorevolmente la conduce... non si sa dove perché l'autore non si spinge mai oltre questo punto. Egli si limita a descrivere il passaggio dalla vita alla morte, con l'anima che viene portata via tra le braccia del nostro narratore d'eccezione ma, onestamente, avevamo davvero bisogno che l'incredibile capacità creativa di Zusak ideasse questo trito e abusato cliché che probabilmente è passato per la mente di ognuno di noi intorno all'età di sei anni?
A completare l'opera, la Morte non perde occasione per inserire qualche riflessione su quanto sia triste per la povera anima non essere più in vita, su quanto gli uomini siano stupidi e su quanto lavoro Le rifilino sempre durante le loro assurde guerre e che il cielo quel giorno era di un qualche assurdo colore, tipo cioccolata, perché la Morte negli anni ha imparato a soffocare tutti le sue emozioni ma ha conservato una passione per i colori.
Ed ecco il tocco poetico che piace tanto e che poi è anche l'unico barlume di personalità espressa dalla Morte, per il resto totalmente piatta e incredibilmente noiosa, se consideriamo di chi stiamo parlando. Trattandosi però del Sinistro Mietitore, la sua prosa non poteva che essere convoluta, retorica fino alla nausea ed eccessivamente drammatica, con un uso smodato di personificazioni e metonimie e una passione incontrollabile per le frasi al passivo. Non contento dell'effetto melodrammatico di tutti questi stratagemmi narrativi, il narratore abusa senza ritegno della sua onniscienza spargendo frasi premonitrici un po' dappertutto: espressioni come "Se solo avessero saputo...", "Quella sarebbe stata l'ultima volta che-..", "Non poteva immaginare che non si sarebbero più rivisti..." si trovano praticamente in ogni pagina e non solo conferiscono all'opera un senso di dramma imminente decisamente stucchevole ma spesso svelano il fato dei protagonisti con abbondante anticipo così che a metà libro già sappiamo chi è spacciato e chi no.

Personalmente ritengo che l'Olocausto sia già un evento estremamente drammatico in se stesso, non c'è alcun bisogno di calcare la mano in modo tanto pesante e sfacciato, altrimenti l'impressione che se ne ricava è che l'autore fosse semplicemente alla ricerca di una bella storia strappalacrime e che il tema " povera orfanella che nasconde un Ebreo" rappresentasse un ottimo candidato. Impressione peraltro confermata dal titolo del romanzo che fa supporre che il tema del libro sia quello di una ragazzina che tenta di salvare quanti più libri possibili dai roghi nazisti quando la protagonista, Liesel, si appropria di una manciata di libri quasi per caso e, almeno inizialmente, senza uno scopo preciso, visto che la bambina non sa leggere. Aiutata però dall'adorato padre adottivo e dai disegni creati per lei dal giovane ebreo nascosto in cantina, Liesel imparerà tutto sul "potere delle parole" e su come Hitler abbia raggiunto il potere tramite esse. Non che ci sia niente di male in tutto ciò, semplicemente mi è sembrato estremamente scontato e prevedibile e quindi incapace di contribuire in modo originale alla letteratura sull'Olocausto.

Non credo valga la pena di soffermarsi eccessivamente sui personaggi, che sono solo una sfilza di stereotipi (l'orfanella traumatizzata, la madre adottiva burbera ma dal cuore tenero, il papà comprensivo e il rifugiato ebreo travolto dai sensi di colpa, solo per citare i principali), voglio solo sottolineare che un uso così sfacciato e grossolano del simbolismo lo posso accettare unicamente in un romanzo rivolto ai bambini delle elementari. Devono essersene accorti anche gli editori americani che hanno classificato quest'opera come Young Adult, nonostante fosse stata originariamente pubblicata in Australia per un pubblico adulto.

Anche il finale, al quale sono arrivata solo grazie a un minimo interesse per il destino di Liesel e Max, dimostra la superficialità dell'autore, che arrabatta una conclusione improvvisata seguendo come unica regola quella di far piangere al lettore più lacrime possibili.
Decisamente uno dei più banali libri sull'Olocausto che abbia mai letto, consiglio vivamente all'autore di andarsi a studiare chi era Primo Levi.

Giudizio:

+2stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Storia di una ladra di libri (originariamente pubblicato come "La bambina che salvava i libri")
  • Titolo: The book thief
  • Autore: Markus Zusak
  • Autore: Gian M. Giughese
  • Editore: Frassinelli
  • Data di Pubblicazione: 2014
  • ISBN-13: 9788876849435
  • Pagine: 563
  • Formato - Prezzo: Brossura - 16.90 Euro

26 marzo 2014

Colpa delle stelle - John Green

Hazel ha sedici anni, ma ha già alle spalle un vero miracolo: grazie a un farmaco sperimentale, la malattia che anni prima le hanno diagnosticato è ora in regressione. Ha però anche imparato che i miracoli si pagano: mentre lei rimbalzava tra corse in ospedale e lunghe degenze, il mondo correva veloce, lasciandola indietro, sola e fuori sincrono rispetto alle sue coetanee, con una vita in frantumi in cui i pezzi non si incastrano più. Un giorno però il destino le fa incontrare Augustus, affascinante compagno di sventure che la travolge con la sua fame di vita, di passioni, di risate, e le dimostra che il mondo non si è fermato, insieme possono riacciuffarlo. Ma come un peccato originale, come una colpa scritta nelle stelle avverse sotto cui Hazel e Augustus sono nati, il tempo che hanno a disposizione è un miracolo, e in quanto tale andrà pagato.

Recensione

La colpa, caro Bruto, non è delle stelle, ma nostra, che ne siamo dei subalterni.
Giulio Cesare, di William Shakespeare

Adorerete questo libro. E' brillante, divertente e al tempo stesso profondamente toccante, finirete col divorarlo in due o tre giorni spargendo ettolitri di lacrime per tutta la durata della lettura.
E allora mi chiederete: perché solo tre stellette? Non è un po' un insulto oltre che un'ipocrisia da parte mia che in passato ho assegnato voti più alti a opere sicuramente inferiori solo perché mi avevano favorevolmente stupito o inaspettatamente coinvolta?
Il mio "problema" con questo libro è che ho la sensazione che esso sia avvolto da un tale sovraccarico emotivo da rendere impossibile qualunque valutazione critica tanto che il lettore si sente obbligato a giudicarlo un capolavoro pur di non apparire insensibile. Ma, come ho detto per La ragazza delle arance di Gaarder, è giusto assegnare cinque stelle ad un romanzo "solo" perché ci ha fatto piangere?

A parte il fatto che dovete essere per lo meno dei killer al soldo della mafia per non farvi commuovere dalle vicissitudini di un gruppo di ragazzini che combattono contro il cancro, l'impressione generale durante la lettura di Colpa delle stelle è che si trattasse di un libro molto furbo.
Hazel, Gus e Isaac, i tre personaggi principali, sono coraggiosi ma non troppo coraggiosi, sofferenti ma non lamentosi, intelligenti ma non altezzosi e affrontano la loro malattia con quel misto di malinconia e umorismo nero che il cinema soprattutto associa solitamente ai malati terminali, che è poi il modo in cui ci piace immaginarceli perché diciamocelo francamente: è molto più facile supportare e offrire conforto a persone che non si lamentano troppo e che non ci ricordano ogni giorno la loro interminabile sofferenza. Ad essere onesti, il romanzo comunque mostra sprazzi di dolore, disperazione e cruda realtà (il vomito, l'incontinenza, la vergogna...) ma nella maggior parte dei casi è tutto spazzato via da qualche commento brillante dei protagonisti, giusto il tempo perché il lettore provi una qualche forma di pietà (che poi è ciò da cui questi ragazzi cercano di fuggire) e possa passare oltre.

Nonostante l'abbondanza di aforismi più o meno profondi come lo stra-citato "Il dolore chiede di essere sentito" che gli adolescenti di tutto il mondo potranno riportare sui loro diari, non mi è del tutto chiaro a cosa l'autore mirasse con questo romanzo.
Sono assolutamente d'accordo che di temi come questo non si parli mai abbastanza, e che qualunque opera ci costringa a riflettere sulle condizioni delle persone affette da malattie incurabili e dell'odissea attraversata dai loro cari sia una buona cosa che ci ricorda che possiamo dare qualcosa anche noi oltre a della pietà non richiesta ma, al di là di queste considerazioni, il libro di Green mi è sembrato un po' superficiale.

Il tema principale del racconto è il desiderio naturale di ogni persona di non essere dimenticata una volta che non sarà più su questa terra e la difficoltà di fare qualcosa di veramente significativo che lasci un segno indelebile del nostro passaggio quando si è destinati a vivere nemmeno vent'anni. La differenza principale fra Hazel e Gus sta appunto nel modo in cui i due ragazzi affrontano la questione, che per Gus diventa quasi un'ossessione che lo spinge a cercare il gesto più spettacolare per poter essere ricordato, mentre per Hazel si riconduce al vuoto che ella potrebbe lasciare nella vita di coloro che la amano con la sua morte e ai sensi di colpa che ne derivano. Entrambe le opzioni aprono un ventaglio di possibilità che è al tempo stesso accattivante e struggente.
Il dilemma è molto interessante e probabilmente irrisolvibile, in ogni caso la sensazione è che Green si limiti a tratteggiarlo senza veramente rifletterci, usandolo come contorno per eventi un po' prevedibili come un ultimo viaggio in una Amsterdam da cartolina e personaggi altrettanto stereotipati come l'idolo letterario dei due protagonisti che ovviamente si rivela essere un perfetto imbecille.

Alla fine di tutto però, lo ribadisco, il libro mi è piaciuto, soprattutto mi è sembrato che l'autore abbia fatto un buon lavoro nel descrivere la vita di tutti i giorni di un malato di cancro e il senso di ingiustizia e frustrazione che deriva dall'avere una condanna a morte pendente sulla propria testa con la consapevolezza di non aver fatto nulla per meritarla (la colpa a volte non è nostra ma davvero delle stelle). Il romanzo ha un passo veloce e incalzante, aiutato dai dialoghi frizzanti in cui Green esibisce la sua abilità linguistica forse sbrodolando un po' perché i suoi adolescenti, per quanto assolutamente adorabili, spesso parlano irrealisticamente come un libro stampato o, meglio ancora, come parlerebbe l'autore stesso.

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Colpa delle stelle
  • Titolo originale: The Fault in Our Stars
  • Autore: John Green
  • Traduttore: Giorgia Grilli
  • Editore: Rizzoli
  • Data di Pubblicazione: 10 ottobre 2012
  • Collana: Rizzoli narrativa
  • ISBN-13: 9788817060578
  • Pagine: 347
  • Formato - Prezzo: Copertina rigida - 16.00 Euro

25 marzo 2014

Polvere - Francesco Mastinu

Ci sono dei ricordi che rimangono stampati in modo indelebile nel cuore, marchiandone a fuoco tutti i battiti.
Anche dopo tanti anni e anche dopo essere stati sepolti dalla polvere del tempo trascorso.
Con questa certezza, il vecchio Rino, inizia a esporre la sua storia: un racconto lungo, fatto di veglia e di sonno, in cui parla del primo amore, impronunciabile, per il suo compaesano Bustianu. All’ombra del monte Supranu, custode terribile e immoto del paese di Ossure, sboccia la loro relazione, anche se non sarebbe mai dovuto succedere.
In un’epoca controversa, dal secondo dopoguerra ai ruggenti anni ottanta, in cui la società sarda ha subito quella brusca virata che segna il passaggio dalla vita rurale a quella moderna, i due uomini compiranno scelte difficili, dettate dal rimpianto e dal senso della morale che li opprime, senza riuscire mai a scordare la natura del loro legame, anche quando saranno tanto lontani da non riuscire a intravedere i confini dei loro sentimenti.
Una storia delicata, dal sapore antico ma nel contempo attuale, destinata a rimanere impressa per sempre nell’animo di chi riuscirà a leggerla, lasciandosene coinvolgere senza pregiudizi.

Recensione

Chi ha letto e amato l'opera di esordio di Francesco Mastinu, Eclissi, rimarrà egualmente soddisfatto di questa nuova opera, sebbene più breve e dall'intreccio più semplice. Una storia di ricordo e rimpianto, in un confronto nostalgico tra giovinezza e vecchiaia, che ripresenta tutti i fortunati ingredienti caratteristici dell'autore: una narrazione frammentata, che alterna diversi piani temporali, introspezione psicologica, uno stile a tratti stucchevole per una dimensione intima piuttosto nitida, densa di lirismo.

La novità consiste nello spessore dato allo sfondo, la Sardegna della seconda metà del Novecento, dagli anni Cinquanta circa ad oggi. La terra provincialissima fa da sfondo alla vicenda amorosa di Rino e Bastianu, quasi a volerli confinare ancora di più, un'isola dentro un'isola, ed emerge soprattutto sul profilo linguistico, inondando il testo di colorature dialettali che vanno ad arricchire il comparto stilistico, con un'alternanza azzeccata di registri.

Il tema è sempre quello, il rimpianto per un amore mai vissuto pienamente, ostacolato da una società retrograda e dalle inibizioni che essa ha instillato nei suoi membri. Mentre Bastianu accetta di dedicare la sua stessa vita all'amato, rifiutando le convenzioni ed abbracciando tutti i sacrifici possibili, Rino annida il suo amore segreto (e che fatica sempre a chiamare "amore", preferendo più spesso parlare di "peccato") in una piega della sua esistenza, al buio, mentre alla luce del sole mette su famiglia. Il canovaccio ricorda un po' quel tondelliano Camere separate che tante opere ha ispirato, fosse solo per l'aver restituito un'autentica fotografia dell'amore omosessuale in Italia, separato da distanze e confini visibili e invisibili. Senza tacere di un altro cult: Brokeback Mountain. E' lo stesso autore a rivelarlo nella postfazione: molti autori lgbt hanno avuto un "momento Brokeback Mountain", ma è singolare che nel suo caso il "momento" abbia comportato una riscoperta della sua "sardità".

Al piano tematico della rievocazione nostalgica della giovinezza, dal forte sapore proustiano, si affianca un piano più originale, il presente della vecchiaia: il lettore trova così un Rino ormai anziano, invalido, una mente sveglia in un corpo quasi morto che aspetta la sua ora per ricongiungersi con l'amato. Sono poche pennellate, ma grosse, che fanno intravedere un mondo di invalidi e badanti dell'est, di famiglie sgangherate, lutti e separazioni. Forse è questo il miglior pregio dell'opera, una stratificazione invisibile di storie e tempi, a grattar la superficie della storia d'amore c'è tanto da scoprire, ci sono personaggi silenti, e tutte le sfumature della vita. Una storia godibile e coinvolgente, dunque, per un'opera ricca di contenuti.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Polvere
  • Autore: Francesco Mastinu
  • Editore: Runa editrice
  • Data di Pubblicazione: 2014
  • Collana: Introspezioni
  • ISBN-13: 9788897674276
  • Pagine: 174
  • Formato - Prezzo: Brossura - 10,00 Euro 

12 marzo 2014

Vampiro tossico - Stefano Tevini

Qual è il prezzo per una bruciante sete di vita? Chi sei quando non esisti più per nessuno? Chiedetelo a Nico, a Celeste, a Bindi e a Cesarino, che hanno pagato la sciocchezza di una sera con il bisogno di nutrirsi di sangue per vivere, una dipendenza stringente che li porterà lontano da tutto e da tutti, vomitati in un cesso di quella sbornia allucinata che è stata l'Italia degli anni '80.

Questo libro non è un horror. Non nel senso canonico del termine. Questo libro racconta una tragedia, racconta le conseguenze della sciocchezza di una notte, racconta un mondo che si chiude ermeticamente nei confronti di quattro ragazzi che volevano soltanto vivere. Vampiri, o meglio, emodipendenti, persone la cui sete di vita diventa una maledizione che li isola da tutto e tutti, più simili a come noi vedevamo, da piccoli, i tossicodipendenti più che ai vampiri della tradizione. Gli anni '80, lo sfondo del romanzo, sono una società dove ogni lotta era già persa e dove solo il vuoto restava a tenere insieme tutto.

Recensione

L'idea alla base di questo libro è di far convergere vampirismo e tossicodipendenza, scardinando i generi e cercando di parlare in maniera nuova (è da un po' che non si fa) di droga.

Siamo nell'Italia degli anni Ottanta (decade tossicodipendente per eccellenza): un gruppo di ragazzi affronta la prima estate dopo la maturità, non sapendo quanto sarebbe cambiata la loro vita. Un incontro notturno in campeggio, un morso, ed ecco che i protagonisti si ritrovano vampiri. Vampiri malati di un vampirismo moderno, che masticato dal politically correct si ritrova a esser definito come "emodipendenza": da qui, l'associazione tra i bevitori di sangue e i tossicodipendenti. L'incipit, così come presentato, sembrava promettere bene, per quanto l'idea di base non fosse proprio originalissima; purtroppo, ben presto si scopre come viene a mancare una vera e propria trama, mentre in sua assenza il lettore è sballottato continuamente tra episodi ripetitivi di sballo e post-sballo, personaggi che vanno e vengono, anni che passano, feste di Capodanno, e niente che cambi.

Una buona idea non basta, lo dimostra bene questo libro, che soffre anche la sua ridotta dimensione, che finisce con il far risaltare la mancanza di idee e l'incapacità di elaborare un intreccio narrativo. Manca del tutto una cura dell'ambientazione e dello scenario, non c'è alcuna spiegazione riguardo i meccanismi del vampirismo, nessun indizio e nessun interesse, sembrerebbe; l'azione comincia con l'incontro con il vampiro sconosciuto, ma prima sembra non ci sia stato niente, non c'è una vita di "prima" che si possa confrontare con quella da vampiro, sembra tutto lasciato al caso. E' un errore lasciare sguarnito di trama un romanzo che vorrebbe puntare sulla denuncia (o al massimo, sulla mera rappresentazione del degrado sociale), perché se pure questa è fiacca l'esperienza di lettura risulterà pessima. C'è un gruppo di ragazzi sbandati che ripete ossessivamente le stesse azioni e vive sempre le stesse situazioni; non c'è altro. Si vuole evidenziare l'aura di intoccabili ed esclusi dalla società dei tossicodipendenti, ma il risultato è di mettere sulla carta personaggi senza vita e senza possibilità di redenzione, nell'indifferenza generale. Anche la commistione con l'elemento horror pare stantia: personalmente, mi ricorda lo stile dei giovani "cannibali" italiani (Ammaniti e via dicendo), ma privo del loro fascino e della loro verve. Tutto è spento, scolorito, piatto. La scrittura potrebbe offrire qualche ancora di salvezza, presentando delle improvvise virate liriche (soprattutto sul finale, la sola parte che ho apprezzato), se non fosse per i dialoghi (infarciti di nomignoli, insulti e improperi vari) e per una certa sciatteria in fatto di editing.

C'è troppo poco, in sostanza, che non lo faccia apparire come una fotocopia di Trainspotting con i vampiri.

Giudizio:

+2stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Vampiro tossico
  • Autore: Stefani Tevini
  • Editore: La Ponga
  • Data di Pubblicazione: 2013
  • Collana: 
  • ISBN-13: 9788897823056
  • Pagine: 169
  • Formato - Prezzo: Brossura - 9,00 Euro 
 

8 marzo 2014

Lanterne rosse - Su Tong

Per sfuggire alla povertà, la giovane Songlian accetta di diventare la quarta sposa del ricco Chen Zuoqian. Siamo nella Cina pre-rivoluzionaria, in un medioevo che stenta a morire, e fra le regole che governano la casa di Chen vi è quella che dà al marito la facoltà di scegliere la donna con cui passare la notte. La bella Songlian non accetta passivamente la logica feroce della sua nuova condizione. L'inevitabile competizione con le altre mogli e il cerchio di solitudine che la imprigiona trasformano il suo coraggio e la sua protesta in armi spuntate, facendola cadere in una ineluttabile spirale di follia. Su Tong domina materia narrativa e scrittura donandoci, con il personaggio di Songlian, una figura incisa dentro il silenzio della Storia, eroina e vittima sacrificale. Da questo romanzo (precedentemente pubblicato con il titolo "Mogli e concubine") il regista Zhang Yimou ha tratto l'omonimo film che ha segnato il definitivo ingresso della cinematografia cinese in Occidente e ha rivelato il talento dell'attrice Gong Li.

Recensione

Il decennio intercorso in Cina tra il 1916 e il 1926 è detto "periodo dei Signori della Guerra", denominazione riferita ai capi militari il cui prestigio era cresciuto a dismisura dopo la morte del leader Yuan Shikai e la conseguente frammentazione del potere del governo centrale. In questa Cina a dir poco feudale stupisce poco trovare ancora in voga la pratica del concubinato, e ancor meno che le donne coinvolte - talvolta giovanissime, talvolta letteralmente vendute dai parenti, o persino rapite - non sempre fossero consenzienti.

La diciannovenne Songlian, protagonista di Mogli e concubine (recentemente ristampato con il titolo di Lanterne rosse, che rimanda alla bella trasposizione cinematografica di Zhāng Yìmóu), è costretta a lasciare gli studi in seguito al tracollo economico della famiglia e al suicidio del padre:

Quando la matrigna, mettendo le carte in tavola, le chiese se preferiva andare a lavorare o sposarsi, lei rispose con indifferenza: - Sposarmi, naturalmente.
- Vuoi sposarti con uno qualunque o con uno ricco? - le chiese ancora la matrigna.
- Con uno ricco naturalmente, c'è bisogno di chiederlo? - rispose.
- Son due cose diverse - disse la matrigna -: se sposi un ricco, sarai una minore.
Songlian diviene dunque una «minore» di Chen Zuoquian, una concubina, anche se l'autore -o forse la traduttrice italiana- utilizza indiscriminatamente anche i termini «moglie», «signora», «sposa», per cui non risulta mai chiaro se la posizione di Songlian -pur socialmente riconosciuta- sia civile o no. Zuoquian, cinquantenne, ha altre tre spose: Yuru, la prima moglie ormai anziana; Zhuoyun, la seconda, donna matura ma ancora piacente; Meishan, la terza, bellissima e capricciosa ex cantante.
Songlian, da studentessa emancipata, diviene il nuovo trastullo del maturo signore e il nuovo bersaglio delle invidie e dei tranelli orditi dalle donne della casa, in lotta tra loro per il favore di Zuoquian ma unite contro la favorita del momento. La competizione con le altre mogli, cui Songlian non è in realtà interessata, le forgia addosso una gabbia di solitudine dorata, infranta soltanto da Yaipu, l'erede che Zuoquian ha avuto con la prima moglie, che la ragazza sente vicino per età e sensibilità.
Aggirandosi per i padiglioni di una magione che non riesce a nascondere il lento declino della famiglia Chen in un momento storico di transizione dal potere militare e nobiliare a quello economico, Songlian sente sempre più il richiamo del pozzo, luogo infausto in cui -sussurra la servitù- annegò più di una donna nel corso delle generazioni che si sono susseguite tra quelle mura.

Forse è la scrittura di Su Tong, e di molti orientali come lui, a varcare troppo spesso quel confine tra delicatezza e inconsistenza, forse a noi occidentali manca qualcosa per comprenderla e tradurla o la nostra lingua è troppo differente per accoglierla: Lanterne rosse aveva tutte le carte in regola per essere un romanzo splendido, una storia pregna di significato storico e sociale, un pregevole dramma sulla solitudine e sulla meschinità femminile inevitabilmente generata dal sistema patriarcale. Eppure ne risulta un abbozzo di romanzo, poco più di una sinossi, che tra dialoghi superflui e descrizioni striminzite dipana un anno di storia in meno di cento pagine. La delusione è tanto maggiore quanto più si realizza il gran numero di situazioni sprecate dall'autore per approfondire: tutto - personaggi, luoghi, situazioni - rimane uno schizzo incompleto destinato a svanire dalla memoria in breve tempo dalla fine della lettura.
Un'anima bellissima, peccato le sia mancato un corpo degno ove incarnarsi.

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Lanterne rosse
  • Titolo originale: Qīqiè Chéngqún
  • Autore: Su Tong
  • Traduttore: M.R. Masci
  • Editore: Feltrinelli
  • Data di Pubblicazione: 2012
  • Collana: Universale Economica
  • ISBN-13: 9788807880742
  • Pagine: 94
  • Formato - Prezzo: Brossura - 7.00 Euro
 

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