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28 luglio 2015

Anime Robotiche. L'evoluzione della psicologia dei protagonisti negli anime robotici – Claudio Cordella

Robot giganteschi ed eroi giovanissimi, ecco uno degli ingredienti più noti dell'animazione made in Japan, un cocktail di successo che continua a mietere tutt'oggi numerosi consensi a livello mondiale. Dalle produzioni leggendarie del passato come Mazinga, Goldrake e Gundam, amate da più di una generazione di italiani, fino a miti odierni come Evangelion, possiamo osservare una progressiva umanizzazione dei protagonisti di queste avventure. Al tempo stesso, costoro rappresentano simbolicamente un'umanità che deve maturare, costretta per forza di cose a convivere con un'onnipresente realtà automatizzata.

Recensione

Goldrake, Mazinga, Jeeg Robot sono stati compagni della mia infanzia e anche adesso non disdegno di vedere le gesta dei miei eroi: la linearità della logica per cui il bene sconfigge sempre il male ha sempre il suo fascino, anche se, rispetto alle mie prime visioni, non manca di suscitarmi qualche domanda sulle motivazioni delle varie parti in campo. Il breve saggio di Claudio Cordella cerca proprio di soddisfare alcune di tali domande e, nel farlo, traccia il percorso evolutivo dei robot, da super robot (guidati da eroi senza macchia e senza paura) a real robot (strumenti di lotta in campi di battaglia dove non esiste una distinzione netta tra buoni e cattivi).

La lettura del saggio è interessante e mi ha fatto sorgere nuove domande (e già questo mi sembra un pregio) a tal punto da voler approfondire alcuni aspetti dell’argomento che, secondo me, non sono adeguatamente trattati, pur essendo molto interessanti: l’influenza della cultura giapponese e i rapporti tra gli anime e i supereroi made in Usa. In entrambi i casi nel saggio sono presenti degli accenni (spesso riportati nelle note) ma non ho trovato quell’approfondimento che avrei voluto e che mi ha spinto a leggerlo.

La lettura, inoltre, risulta appesantita dall’eccessivo numero di note molte delle quali, a mio parere, potrebbero essere direttamente integrate nel testo, magari riducendo le citazioni, le quali finiscono per dare la sensazione di un buon lavoro di sintesi di opere altrui, senza però un’originale rielaborazione delle fonti utilizzate.


Giudizio:

+2stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Anime Robotiche. L'evoluzione della psicologia dei protagonisti negli anime robotici.
  • Autore: Claudio Cordella
  • Editore: Edizioni Imperium
  • Data di Pubblicazione: data
  • Collana: Pesci rossi
  • ASIN: B00SDVHBYG
  • Pagine: 57
  • Formato - Prezzo: ebook –Euro € 1,99

21 luglio 2015

Francigena - Simone Covili, Elisa Guidelli, Gabriele Sorrentino

Protagonista di questo romanzo è la Via Francigena, il percorso che conduceva i pellegrini medievali dalle Isole Britanniche alla Terra Santa, attraverso la Terra dei Franchi e poi l’Italia sino a Roma. La Francigena fu l’insieme di tante strade che innervavano l’Europa, poiché tanti erano i viaggiatori e i motivi che li spingevano a mettersi in cammino in un’epoca di grande dinamismo che ebbe nel pellegrino in viaggio uno dei suoi più forti protagonisti. Lungo le strade dei pellegrini si mossero persone, idee, eserciti, merci, cultura. Tutto questo gli autori hanno raccontato in questo romanzo sulle avventure di tre diversi gruppi di pellegrini lungo il tratto italiano della Francigena nel 1107. Attraverso le loro vicende e i racconti che ascoltano lungo il cammino, il romanzo mostra uno spaccato del XII secolo italiano, unendo fatti storici e folklore.

Recensione

Il romanzo racconta le vicende di alcuni viaggiatori che percorrono la via Francigena: si incrociano, fanno una parte del viaggio insieme. Tutti insieme esprimono la varietà di soggetti che, per i motivi più disparati, attraversavano l’Italia e restituiscono un’immagine del Medioevo dinamica e ricca di scambi culturali: il giovane cavaliere che cerca fortuna lontano da casa, i monaci che si spostano da un convento all’altro, giullari, pellegrini che devono adempiere a un voto per espiare una colpa o in attesa di una miracolosa guarigione, mercanti, aspiranti crociati. Il viaggio è anche un’occasione per accrescere la propria conoscenza dei luoghi e delle leggende che ne hanno assicurato la fama nei secoli; i viaggiatori non perdono occasione per narrarsi storie e scambiarsi informazioni sulle principali tappe della via Francigena.

L’idea originale e accattivante si traduce in una narrazione, a volte, lenta e con personaggi scarsamente caratterizzati e, a mio parere, è proprio quest’ultimo punto la limitazione principale del romanzo. Al di là del sesso, del censo e della professione, i vari protagonisti non si distinguono tra loro: la sensazione è che sia sempre lo stesso personaggio a parlare e i dialoghi potrebbero essere sulla bocca dell’uno come dell’altro senza grandi sconvolgimenti. Nelle discussioni l’elemento dominante è la tolleranza verso il diverso, l’apertura mentale e una cultura notevole: immagino che nel Medioevo ci saranno state persone con tali caratteristiche ma non credo che fossero tratti così diffusi (anche perché, purtroppo, non lo sono neanche oggi). Si perde, in questo modo, l’aspetto storico: i dialoghi sul significato di bene e male, sulla superstizione, sull’uso demagogico della religione potrebbero benissimo svolgersi tra personaggi di un romanzo contemporaneo senza alcuna incongruenza con il contesto sociale e culturale di riferimento. L’aspetto più prettamente storico finisce così per essere relegato al background e alla descrizione dei luoghi della via Francigena.

Altro elemento che mi ha lasciato perplessa è, in alcuni passaggi, la commistione tra romanzo storico e fantasy perché i due generi non sono integrati in maniera fluida ma piuttosto giustapposti, come se gli elementi esplicitamente sovrannaturali disseminati qua e là fossero estranei alla linea narrativa principale.


Giudizio:

+2stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Francigena
  • Autore: Simone Covili, Elisa Guidelli, Gabriele Sorrentino
  • Editore: goWare
  • Data di Pubblicazione: 10 dicembre 2014
  • Collana: Pesci Rossi
  • ISBN-13: B00QKNVYUQ
  • Pagine: 322
  • Formato - Prezzo: ebook - Euro 4,99

31 maggio 2015

Speciale Grande Guerra: Il sale della terra - Józef Wittlin

Józef Wittlin è uno dei più importanti autori polacchi, di cui si ricordano anche le traduzioni in polacco dell’Odissea e delle opere di Francisco Brines, Miguel Hernandez, Salvatore Quasimodo, William Carlos Williams, Wystan Hugh Auden, Joseph Roth and Herman Hesse.
Wittlin nacque nel 1896 a Dmytrów nella Galizia orientale (allora parte dell’impero Austro-Ungarico, oggi città ucraina con il nome di Dmytriv). Dopo gli studi classici studiò filosofia all’Università di Vienna.) Partecipò, nelle file dell'esercito austro-ungarico, alla prima guerra mondiale sul fronte orientale ma venne congedato dopo due anni per i la sua salute cagionevole.
La sua prima opera pubblicata fu nel 1920 la raccolta di poesie Hymny (Inni) in cui dava voce alla protesta contro lo svilimento dell’individualità da parte dello Stato e del sistema sociale in generale.
L’opera che gli assicurò un posto nella letteratura polacca è Il sale della terra del 1935 (Sól ziemi, Marsilio 2014), un romanzo che non tratta della guerra in se stessa ma del disorientamento di coloro che si trovarono costretti a combattere in una guerra di cui non capivano il senso e, nel caso dei polacchi e degli ucraini, contro il loro interesse personale e nazionale. Questo romanzo, che nelle intenzioni di Wittlin, doveva essere il primo di una trilogia dedicata al Romanzo del paziente fantaccino (Powieść o cierpliwym piechurze), gli valse, nel 1939, la candidatura al Premio Nobel.
Sebbene battezzato e considerato uno scrittore cristiano, Wittilin non perdeva occasione per parlare e scrivere dei suoi legami con l’ebraismo; nel periodo tra le due guerre mondiali pubblicò diversi articoli sulla poesia e la letteratura ebraica, motivo per cui il suo nome e la sua opera vennero messi all'indice in Polonia costringendolo a fuggire. Poche settimane prima dello scoppio della Seconda Guerra mondiale si traferì prima a Parigi, poi a Londra e, nel 1941, a New York dove visse sino alla morte nel 1976. Cittadino americano dal 1949, continuò nella sua nuova patria l’attività di giornalista e scrittore, collaborando sia con la carta stampata sia con testate radiofoniche. Nel 1963 pubblicò la raccolta di saggi Orfeo nell’inferno del XX secolo (Orfeusz w piekle XX wieku), in cui affronta la condizione dell’uomo e della cultura nel mondo moderno.


La notizia dello scoppio della Prima guerra mondiale giunge a una piccola stazione della Galizia orientale, dove Piotr Niewiadomski, analfabeta quarantenne di etnia hutzul, lavora come uomo di fatica. Richiamato alle armi, lo spaesato campagnolo si trova ad affrontare un percorso dal carattere iniziatico che lo conduce alla sua guarnigione in Ungheria e che si conclude con l'addestramento militare, durante il quale Niewiadomski scopre l'unica legge che regola la vita delle reclute a campo, ovvero la paura e di conseguenza la sottomissione alla subordinazione che trasforma gli uomini in automi. "Il sale della terra" racconta una Prima guerra mondiale la cui atrocità non consiste nelle scene di battaglia, nello spargimento di sangue e nella massa di cadaveri straziati, bensì nel lento e pianificato omicidio perpetrato sulle anime di migliaia di ignoti soldati. Tramite l'ironica sacralizzazione e la smitizzazione della guerra e dell'esercito austro-ungarico, il romanzo - unica opera letteraria in prosa di Józef Wittlin - offre uno spaccato stilisticamente raffinato e amaramente satirico della crisi della cultura europea nei primi decenni del Novecento.

Recensione

Il sale della terra è un romanzo storico di grande interesse ma è fuorviante pensare che l’elemento cardine della narrazione sia la Prima Guerra Mondiale; invece questa è solo l’occasione contingente che dà a Wittilin l’opportunità di approfondire la tematica, a lui cara, dell’annientamento dell’individualità operata dai sistemi sociali, in questo caso specifico rappresentati dall’esercito imperiale, e della conseguente incapacità del singolo di agire sulla base di valori non veicolati dalla propaganda ufficiale. La guerra è vista sempre nei suoi effetti indiretti: la coscrizione obbligatoria, lo sfollamento dei territori che diventeranno il teatro di guerra del fronte orientale, le notizie diffuse dai dispacci ufficiali e le versioni edulcorate offerte dai giornali; l’imminente catastrofe rende drammatici tutti gli avvenimenti vdescritti, i più banali come le eccessive manifestazioni di giubilo che festeggiano la partenza dei soldati verso il fronte poiché nulla sarà più come prima.


L’ultima onda del Danubio portò via con sé in eterno l’incantevole melodia della città, una melodia che non tornerà mai più, così come non tornerà più al cuore il sangue buono spillato dal corpo degli uomini. […] Corrono i treni simili a enormi scatolette stracolme di carne umana, da cui il sangue non è ancora colato
.

Il romanzo è un grande affresco dell’Impero austro-ungarico con la molteplicità di etnie, religioni e lingue che racchiudeva, un fattore di ricchezza culturale che diventa problematico nel momento in cui bisogna organizzare l’addestramento degli uomini da mandare al fronte: le cartoline devono giungere sin nei luoghi più sperduti (consegnate a borghesi istruiti così come a contadini analfabeti), gli uomini devono essere trasportati per grandi distanze, evitando che i fermenti del separatismo mettano radici e così gli Hutzuli della Moldavia si ritrovano sulle Alpi tra gente che parla solo il tedesco, viceversa dalla Carinzia i futuri soldati vengono trasferiti in Ungheria dove la maggior parte dei coscritti parla polacco e ucraino. I fattori di aggregazione tra persone così differenti sono l’identificazione con la volontà dell’Imperatore (insieme all’assoluta convinzione che l’imperatore agisca in accordo con Dio) e la ferrovia, che attraversa i vasti territori dell’impero permettendo agli abitanti dei villaggi di allontanarsi dalle zone di guerra e agli uomini di essere portati in prima linea.

Il protagonista, Piotr Newiadomski, un contadino Hutzuli, non ispira molta simpatia: è ignorante, ottuso, egoista, presuntuoso. Non è in grado di capire ed esprimere i suoi sentimenti; l'unico amore della sua vita è il cane Basso. Facile preda della propaganda imperiale, si sottomette alla volontà dell’imperatore e giura di sacrificare se stesso in una guerra di cui non capisce il senso e di cui avrebbe fatto volentieri a meno. Non è un eroe nel senso classico del termine ma non lo è neanche nell’accezione più moderna di uomo che, nonostante i suoi limiti e la situazione contingente, cerca di non perdere la propria umanità.

Piotr probabilmente come personaggio storico riesce a rappresentare la stragrande maggioranza dei soldati che persero la vita per vendicare l’onore dell’imperatore, ma come carattere letterario lascia molto a desiderare: l’approfondimento psicologico è quasi inesistente e la sua personalità è un insieme di tratti che identifica l’hutzuli-tipo, almeno secondo la prospettiva offerta dallo stesso Wittlin. Il ruolo di Piotr Newiadomski nell’economia del romanzo è quella di fare da raccordo con tutte le vicende narrate e le ampie digressioni che costituiscono quasi dei racconti brevi dotati di una loro autonomia. Il primo “racconto” si sviluppa attorno all’ufficiale medico della riserva Oskar Emanuel Jellinek, un ebreo che cerca di far dimenticare agli altri ufficiali la sua origine che rappresenta una macchia indelebile sul suo stato di servizio ma, al tempo stesso, diventa la comoda giustificazione per le bustarelle che accetta da chi può permettersi di pagare l’esonero dall’esercito. Le difficoltà di Jellinek e, più in generale, i riferimenti agli ebrei che vivevano tra Polonia e Galizia orientale delineano fanno intravvedere il contesto culturale che avrebbe poi fatto da sfondo all’Olocausto.

Altro personaggio attorno a cui si sviluppa il romanzo è il maresciallo capo Bachmatiuk, l’uomo che incarna l’identificazione assoluta con l’esercito e con i suoi regolamenti al punto da rinunciare a qualunque ambizione che non sia quella di non trasgredire mai nessuna delle regole elencate nei tre codici che incasellano tutto quello che può accadere in un reggimento, sia in tempo di pace sia in tempo di guerra.

Il sale della terra doveva essere il primo di una trilogia e forse questa è la ragione per cui si interrompe quasi all’improvviso e lascia tutto in sospeso, ma sicuramente un romanzo storico di ampia portata che ha l’indubbio merito di restituire al lettore un quadro complesso che fa da sfondo alla tragedia della Grande Guerra.


Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: l sale della terra
  • Titolo originale: Sól ziemi
  • Autore: Józef Wittlin
  • Traduttore: Silvano De Fanti
  • Editore: Marsilio
  • Data di Pubblicazione: 14 aprile 2014
  • Collana: Letteratura universale. Gli Anemoni
  • ISBN-13: 978-8831717816
  • Pagine: 397
  • Formato - Prezzo: Brossura –Euro € 23,00

18 aprile 2015

Racconti dai tempi di crisi – Aldo Castellani

Seconda edizione con cinque racconti inediti in più, nei quali l’Italia di questi ultimi anni emerge in maniera vivida e originale. I diciannove racconti prendono lo spunto dalla realtà di tutti i giorni e in una lingua cruda, essenziale, tesa fino allo spasmo e farcita di espressioni colloquiali e dialettali, descrivono le più diverse realtà del nostro tempo. Ci sono gli esodati che si ritrovano a cercare lavori per i quali non sono tagliati; c’è chi si adatta a sopravvivere in una roulotte; ci sono gli extracomunitari che rimangono comunque sempre ai margini di una società in cui faticano a inserirsi; c’è la giovane promoter che cerca di venderci le cose più assurde; ci sono quelli che giocano d’azzardo, quelli che sopravvivono facendo lavori stagionali nei campi, quelli che si trasferiscono all’estero. Si parla di morti bianche, di sfruttamento, di inquinamento ambientale, di periferie degradate. Ma c’è anche uno spaccato dell’alta società, che a prima vista non sembra molto toccata dall’aspetto economico della crisi eppure vive dentro una patina di malessere psicofisico che è il riflesso di una società malata. Questo malessere, che assume a volte connotazioni oggettive, come le pozzanghere di luce giallastra in cui annegano certe notti cittadine, è la cifra reale della crisi, che distorce i rapporti sociali – e sessuali – soprattutto quelli all’interno della famiglia, suscitando violenti litigi, gelosie, ma anche un desiderio di dolcezza che spesso rimane inespresso. Messi a nudo, i personaggi scavano impietosamente dentro di sé, alla disperata ricerca di una via di fuga, di un “perfetto altrove” che ognuno attua alla sua maniera, come una specie di ribellione personale. Uno struggente canto di liberazione da una realtà che ci mette sempre più all’angolo. Con la consapevolezza che la vita che ci è dato di vivere è forse il migliore dei mondi possibili.

Recensione

Quattordici racconti che cercano di mettere a nudo le difficoltà quotidiane dei nostri tempi: non solo la crisi economica quindi, ma anche quella dei valori e dei rapporti familiari che spesso si intreccia con le conseguenze della mancanza di lavoro. E’ facile riconoscere, nelle vicende dei protagonisti, situazioni che conosciamo più o meno direttamente.

Il racconto che ho trovato più coinvolgente è Bianco: la caratterizzazione della protagonista è centellinata e ogni volta che si crede di aver capito chi è e cosa fa, l’autore aggiunge una nuova informazione che rimette tutto in discussione tanto ché sino alla fine non è chiaro quello che sta accadendo; il passaggio dalla prima alla terza persona contribuisce a dosare gli indizi a disposizione del lettore e fornisce un cambio di prospettiva coerente con il finale scelto. La conclusione non viene in alcun modo anticipata, e quindi, nonostante non sia innovativa, crea quella tensione emotiva che rende spiacevole interrompere la lettura prima di essere arrivati alla fine. La crisi economica, in questo racconto, non è l’elemento centrale attorno al quale ruotano tutti gli eventi, bensì il fattore critico che destabilizza un assetto psicologico già precario.
Interessante è anche “Deliziosa è la vendemmia”: tra i filari delle viti si scontrano culture e personaggi vari (raccomandato, emigrato, tossico, disoccupato over 40) tutti accomunati dalla mancanza di lavoro; alcuni di questi personaggi risentono comunque della tendenza alla stereotipizzazione ancora più accentuata negli altri racconti.

In generale, le vicende narrate mancano di tensione emotiva: le questioni sollevate sono rilevanti ma i racconti non sembrano andare al di là della cronaca giornalistica.
La voce narrante è, quasi sempre, in prima persona: questa scelta, che da un lato favorisce la vicinanza emotiva con i personaggi, dall’altro rende troppo simili tra loro i racconti. Il cambiamento di stile narrativo, con il tentativo di creare un flusso di coscienza (Bentornato!) o, in un altro caso (Tempi di crisi) con il ricorso al racconto epistolare, non riesce a rendere attraente la lettura poiché le argomentazioni proposte non vanno al di là delle considerazioni lapidarie e stereotipate, fini a se stesse.


Giudizio:

+2stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Racconti dai tempi di crisi
  • Autore: Aldo Castellani
  • Editore: Autopubblicato
  • Data di Pubblicazione: 2014
  • Collana: -
  • ISBN-13: B00OYTK07G
  • Pagine: 142
  • Formato - Prezzo: mobi – 8,00 Euro

5 marzo 2015

Speciale Letteratura Latinoamericana: Grazie per il fuoco - Mario Benedetti

Mario Orlando Hamlet Hardy Brenno Benedetti-Farugia, noto come Mario Benedetti, è uno dei massimi narratori e poeti del Novecento che ha coniugato l’impegno politico con l’attività di scrittore e drammaturgo nel contesto politico-culturale dell’America latina degli anni Sessanta e Settanta: il fermento intellettuale, le ideologie di sinistra, l’appoggio alla rivoluzione cubana, la critica agli Stati Uniti, la ricerca dell’uomo nuovo prospettato da Che Guevara.
Di lontane origini umbre, precisamente di Foligno, questo romanziere e poeta può a buon diritto simboleggiare il legame che unisce l’Italia all'Uruguay. Come scrive Valerio Magrelli (Corriere della Sera, 21 aprile 2004) se la sua nazione resta, ai nostri occhi, legata all'epica garibaldina, ai grandi calciatori o ai celebri versi che Dino Campana dedicò a Montevideo, indubbiamente la conoscenza che ne abbiamo continua ad essere alquanto generica e vaga. Mario Benedetti nasce il 14 settembre 1920, a Passo dei Tor, Tacuarembó, Repubblica Orientale dell'Uruguay. Quando ha solo quattro anni, la sua famiglia si trasferisce a Montevideo; qui compie i suoi studi nella Scuola Tedesca di Montevideo (particolare che ritorna in Grazie per il Fuoco) e completa il corso di studi nel 1933. Inizia quindi a frequentare il Liceo Mirandaper e nel 1934 entra nella Escuela Raumsólica de Logosofía, ma a causa dell'instabilità economica della famiglia completa i suoi studi secondari da autodidatta.
All'età di quattordici anni comincia a lavorare nell’impresa di Will L. Smith, che realizzava ricambi per automobili; l’esperienza diretta gli permette di conoscere a fondo una delle costanti che registra la sua letteratura: il mondo grigio degli uffici montevideiani.

Nel 1946 Benedetti si sposa con Luz López Alegre che sarà sua compagna di vita sino alla morte di lei, a causa dell’Alzheimer, avvenuta il 13 aprile 2006. Trent’anni dopo evocherà quella durevole relazione nel poema Nozze di Perle, raccolto da La casa ed il mattone (1977).
Il primo libro pubblicato è una raccolta di racconti Questa mattina (1949), con cui ottiene il premio del Ministero d'Istruzione Pubblica. Il suo primo romanzo, Chi di noi, è dato alle stampe nel 1953. Tra il 1954 e il 1960 occupa tre volte la direzione letteraria di Marcia, il settimanale più influente della vita politica e culturale dell'Uruguay e uno dei più importanti dell'America Latina, chiuso nel novembre del 1974 dopo il colpo di stato del 27 giungo 1973.
Insieme ai membri del Movimento di Liberazione Nazionale – Tupamaros fondò, nel 1971, il Movimento delle Indipendenze 26 Marzo. Dopo il colpo di stato militare, a causa del suo attivo favoreggiamento per l’ideologia marxista, Mario Benedetti è costretto a lasciare l’Uruguay e inizia un esilio lungo dieci anni, lontano dal suo paese e dalla moglie, che lo porta a viaggiare tra Argentina, Perù, Cuba e Spagna. Torna in Uruguay nel marzo del 1983 iniziando l'autonominato periodo desexilio, di cui scrive in molte sue opere; dopo la morte della moglie si trasferisce definitamente a Montevideo, dove muore il 17 maggio del 2009.
La sua vasta produzione letteraria abbraccia tutti i generi, includendo testi di canzoni (le più famose delle quali interpretate da Joan Manuel Serrat) e somma più di sessanta opere, tra le quali il romanzo Grazie per il fuoco (1965), il saggio Lo scrittore latinoamericano e la rivoluzione possibile (1974), i racconti di Con e senza nostalgie (1977) e i poemi Venti dell'esilio (1981). Mario Benedetti ha ricevuto molti premi internazionali a riconoscimento del valore della sua opera, tra cui nel 1987 il Premio Lama d’Oro di Amnesty International per il romanzo Primavera con un angolo rotto e nel 1999 il prestigioso Premio Reina Sofía de Poesía Iberoamericana.


Ramón e Edmundo Budiño, due generazioni a confronto sullo sfondo di un paese immobile e corrotto, che non è più quello del padre ma ancora non ha trovato il coraggio di essere quello del figlio. Per uscire dal vicolo cieco in cui è finito e per restituire a suo figlio Gustavo i sogni e le speranze, Ramón prende una decisione: deve uccidere suo padre. Ma Ramón esita, non è certo un uomo senza scrupoli, e i dubbi lo spingono verso un finale inatteso. Benedetti, grande cronista dell'animo umano, ci svela con la sua impareggiabile prosa, quell'inestricabile ragnatela di delusioni e speranze che chiamiamo vita.

Recensione

Gli uomini del mio ceto, della mia generazione, del mio paese, non ammazzano i loro padri. Gli uomini del mio ceto, della mia generazione, del mio paese, non distruggono il loro passato. Non lo distruggono, perché sono una merda. Onora il padre e la madre. Me lo ordinò tanti anni fa il vecchio prete della chiesa di Ellauri. Non aggiunse: Onora il padre e la madre, a patto che essi meritino gli onori. Ma forse questo era implicito nel comandamento. Non lo aggiunse, pertanto onoro mio padre sebbene lui non meriti che io lo onori. Onoro mio padre per pigrizia […] perché mi ha contagiato il denaro, perché sono un lebbroso del comfort, perché le ottantamila persone che quotidianamente muoiono di fame in questo mondo mi importano meno dell’ipocrita macchia sulla mia puritana coscienza, perché, perché. Onoro mio padre perché mi disonoro

Chi è Ramón Budiño? Nonostante i suoi quarantun’anni, una moglie, un figlio e un’avviata attività di tour operator la risposta che Ramón si da è sempre la stessa: è il figlio di Edmundo Budiño, uomo cinico, imprenditore spregiudicato, editore opportunista e, proprio per queste ragioni, Eroe della Patria. Nessun’altra identità è possibile né per lui né per il figlio Gustavo, che per tutti è il nipote di Edmundo Budiño.
Ramón odia il padre che ha tradito l’immagine amorevole mostrata nell’infanzia e ha causato alla madre tante sofferenze da farle perdere la voglia di vivere: il papà che lo consolava di notte dopo un brutto sogno si è trasformato nel Vecchio, epiteto con cui tutta la famiglia si rivolge a Edmundo. Per riuscire ad essere finalmente adulto e responsabile delle sue azioni, Ramón decide di uccidere il padre: solo così potrà essere libero dagli schemi in cui si trova prigioniero.
Amore e odio, passione e rassegnazione, originalità e conformismo, libertà e sensi di colpa, vita e morte sono gli opposti attraverso cui si sviluppa tutta la narrazione: l’odio per il padre rende Ramón passivo, incapace di intraprendere nuove vie e di misurarsi in una relazione autentica con la moglie e il figlio; l’amore e la passione sessuale sono, di contro, la linfa a cui attingere per realizzare azioni straordinarie, lasciandosi alle spalle la sicurezza della routine.
Strettamente intrecciate alle vicende personali di Ramón, ci sono l’Uruguay e gli uruguayani con il loro opportunismo politico, la ricerca della comodità (scambiata per progresso sociale) e l’asservimento nei confronti degli Stati Uniti. L’unico occhio in grado di mettere a nudo le debolezze della Patria è proprio quello del Vecchio, che non esita a sfruttare le debolezze altrui per fini personali: la sua morte rappresenterà, nelle intenzioni di Ramón, la caduta delle ipocrisie e dei falsi moralismi.

Mi piace la mia città; sento che in un certo modo ne faccio parte. Guardo questi uomini e donne opachi, meschinamente calcolatori, fanatici del dettaglio, euforicamente miopi, dal cuore esplosivo, ma sprovveduto, che sfilano, due su cinque, e lasciano la loro carità da due soldi nella mano sporca e tesa dell’invalida e prepotente cicciona, la mendicante unica, la mendicante-eccezione che, più tardi, con la sua impeccabile gamba artificiale, si trasformerà nella fiorente proprietaria di vari immobili; guardo questi cultori dell’elemosina, questi filantropi della domenica, e sebbene io non offra la mia moneta, sento che in un qualche modo loro mi rappresentano e rappresentano il paese, perché tutti vogliamo il cielo a buon mercato, il lavoro a buon mercato, il potere a buon mercato, la pensione a buon mercato, tutti vogliamo che la vita ci costi meno che alla maggioranza dei mortali, e per riuscirci non importa se il mezzo è la truffa, l’elemosina, la spintarella, l’invalida promessa o la finta invalidità. Tutti vogliamo sfruttare la situazione, fregare qualcuno per salvare l’onore; l’unico modo per maturare consapevolezza delle proprie forze è commettere una minima indecenza che ci metta al riparo dal più aggressivo di tutti i sospetti, una modica scorrettezza che impedisca agli altri di parlare della nostra stoltezza, l’intollerabile stoltezza dell’onesto. Un conto è essere buoni e un altro, molto diverso, è essere presi per idioti. Questa frase dovrebbe essere incisa sullo stemma nazionale.

L’io narrante è la voce triste di Ramón; non è un narratore onnisciente e in alcuni passaggi la sua voce è sostituita da quella di altri personaggi, sempre donne, che arricchiscono la caratterizzazione dei due protagonisti (il Vecchio e Ramón) ampliando l’orizzonte del lettore che può così costruirsi la propria opinione sugli avvenimenti componendo le suggestioni che arrivano da diverse angolature.
Una soffusa malinconia pervade il romanzo sin dalle prime pagine comunicando al lettore in maniera inequivocabile che non c’è alcuna via d’uscita per l’incapacità di essere felici che sembra essere il tratto dominante degli uomini e delle donne che si trovano tra il Rio de la Plata, l’oceano Atlantico e il Brasile.

Ecco perché esitiamo. Forse perché non ci rassegniamo al minuto unico e felice. Preferiamo perderlo, lasciarlo trascorrere senza fare nemmeno il ragionevole tentativo di afferrarlo. Preferiamo perdere tutto, piuttosto che ammettere che si tratta dell’unica possibilità e che questa possibilità è solo un minuto e non una lunga, impeccabile esistenza.

Giudizio:

+5stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Grazie per il fuoco
  • Titolo originale: Gracias por el fuego
  • Autore: Mario Benedetti
  • Traduttore: Elisa Tramontin
  • Editore: La Nuova Frontiera
  • Data di Pubblicazione: giugno 2011
  • Collana: Il basilisco
  • ISBN-13: 9788883731808
  • Pagine: 272
  • Formato - Prezzo: Brossura –Euro 14,45

1 marzo 2015

Marzo: Speciale Letteratura Latinoamericana


Tracciare una storia della letteratura latinoamericana in questa sede è tanto più arduo quanto più vasta è l’area di pertinenza: dal Brasile alla Guyana Francese, dall’Argentina alla Colombia, passando per il Messico e Cuba, ognuna di queste nazioni – accomunate dall’assoggettamento a un impero coloniale e dalla pressoché cancellazione delle civiltà precolombiane che le abitavano – hanno storie diverse e parlano lingue diverse: spagnolo, portoghese, francese, lingue creole.

La nascita di una letteratura autoctona si può far risalire al XIX secolo nel solco del Romanticismo e del Naturalismo europeo, rispetto ai quali però i vari autori cercano di rafforzare e stabilire una precisa identità nazionale. Il debito nei confronti delle influenze europee e statunitensi è una questione che rimarrà aperta anche nel XX secolo, investendo tutti i settori della cultura alla ricerca di un giusto equilibrio tra la valorizzazione del patrimonio indigeno e la diversa visione del mondo propria dei colonizzatori.
Uno degli autori che nel campo prettamente letterario affronta questa tematica è Mario Vargas Llosa. In alcuni romanzi (La casa verde, La guerra del fin del mundo, Lituma en los Andes) ci presenta nazioni caratterizzate da forti contrasti: la civiltà delle città (forgiate a immagine e somiglianza delle sorelle europee) in contrapposizione alla cultura primitiva degli indios (ancora all’età della pietra ma in stretta connessione con la terra su cui vivono), delle popolazioni andine, (culturalmente distanti sia dagli uomini “civili” delle città e sia dagli indios stessi) e dei miseri contadini del Sertão.
In Brasile, l’ago della bilancio si sposta nettamente sin dai primi del ‘900 a favore delle tradizioni locali; espressione di questa tendenza sono i primi romanzi di Jorge Amado, che raccontano principalmente delle sofferenze dei contadini nelle piantagioni di cacao (Cacau, 1933), degli emarginati nello stato di Bahia (Capitães da areia, 1936) e dei pescatori nei villaggi sulla costa (Mar Morto, 1936).
La stretta connessione tra l’area latinoamericana e quella statunitense comportò un periodo di grave crisi economica tra le due guerre mondiali per la riduzione delle esportazioni delle materie prime agricole e minerarie. Il commercio quindi rimase fermo sino alla seconda guerra mondiale, quando i legami con gli Stati Uniti stimolarono un discreto sviluppo delle industrie locali. Il boom economico si accompagnò a un periodo molto fecondo dal punto di vista letterario (il cosiddetto "boom latinoamericano" dal 1960 al 1970), durante il quale vennero pubblicate opere fondamentali che lanciarono definitivamente la letteratura latinoamericana sul piano mondiale: Rayuela (Julio Cortázar, 1963), Gracias por el fuego (Mario Benedetti, 1965), Cien años de soledad (García Márquez, 1967), Yo, el supremo (Augusto Roa Bastos, 1974).
Il successo di Cent'anni di solitudine segnò l'affermazione a livello internazionale dello stile noto come realismo magico, in cui gli elementi magici appaiono in un contesto altrimenti realistico.
L’esplosione negli anni Sessanta del realismo magico avviene sull’onda dell’entusiasmo per la rivoluzione cubana e delle attese redentrici legate a Che Guevara e ai movimenti rivoluzionari del terzo mondo. I suoi esponenti a quel tempo erano tutti simpatizzanti del regime castrista e presentavano un’America Latina immersa in un tempo mitico, ignara del progresso e priva di complicazioni intellettualistiche. Scrittori come Gabriel García Márquez, Miguel Ángel Astúrias o Alejo Carpentier idealizzavano il carattere primitivo del continente sudamericano e lo proiettavano nell’avvenire rivoluzionario.
Il periodo di crescita economica post-bellico porto benefici immediati ma si trattò di uno sviluppo distorto che generò nuove tensione sociali: la tendenza alla monocoltura e alla specializzazione impediva ai paesi un minimo di autosufficienza; crebbe così in modo abnorme la produzione di caffè in Brasile, di banane in Guatemala, di zucchero a Cuba, di carne e cereali in Argentina, rame e minerali nei paesi andini. Inoltre, il livello di vita dei contadini era simile a quello dei servi della nell'epoca medievale. Le opere degli autori del boom letterario si concentravano spesso sui problemi e le ingiustizie che le diverse popolazioni dovevano sopportare nei loro paesi. I disordini politici diffusi in tutta l'America Latina avevano una profonda influenza sugli autori del boom. Alcune opere avevano profeticamente previsto la conclusione di quel periodo di prosperità e il risorgere di tutti i vecchi problemi caratteristici: l'autoritarismo, la dittatura, il disprezzo dei diritti umani, la povertà.
La caduta del comunismo, l’agonia della rivoluzione cubana e il dilagare della globalizzazione hanno ridimensionato il realismo magico: al suo posto è nata una nuova letteratura recupera quella che in fondo è l’essenza stessa del Nuovo Continente e la sua ricchezza più grande: l’ibridismo, il mestizaje, l’incrocio di popoli e culture differenti.
I nuovi autori non seguono manifesti programmatici comuni. Ognuno ha i suoi temi e generi favoriti. Ma tutti accettano la modernità e la post-modernità come un dato di fatto (pur non esaltandola) e accantonano il vecchio mito dell’America Latina come luogo dell’utopia, come la terra del buon selvaggio dove è possibile costruire una civiltà nuova alternativa a quella del progresso esemplificata dall’Europa o dagli Usa; tra questi scrittori ci sono il cileno Roberto Bolaño e l’argentino Ricardo Piglia.
Un genere che nell’America Latina ha un certo peso è la letteratura di testimonianza. In Messico e Centro America, abbondano le testimonianze delle persone che hanno assistito direttamente a importanti avvenimenti e capovolgimenti politici: un caso su tutti è la celebre autobiografia della leader indigena Rigoberta Menchú, raccontata a Elisabeth Bugos in Mi chiamo Rigoberta Menchú (Giunti, 1999). Nel Cono Sud (Cile, Argentina e Uruguay) le problematiche legate alle dittature militari, alle torture e ai desaparecidos vengono trattate in modo differente: invece di ricorrere alle testimonianze vengono adoperate la letteratura fantastica, i sogni e gli elementi psicanalitici che si ritrovano già in scrittori classici della regione come Jorge Luis Borges, Ernesto Sábato e Adolfo Bioy Casares. Sono significative in questo senso anche le opere di Luisa Valenzuela, di Damiela Eltit o dello stesso Bolaño.
Un altro filone contemporaneo è caratterizzato spesso dalla tendenza all'uso dell'ironia e dal ricorso ai generi della letteratura popolare, come nel caso dello scrittore argentino Manuel Puig, che ha affrontato il tema dell’omosessualità sotto la dittatura argentina (El beso de la mujer araña, 1976) e dell'ispano-messicano Paco Ignacio Taibo II.
Un approfondimento specifico sarebbe necessario per le letterature di lingua francese dell’America Latina (Guyana Francese e Haiti), tralasciata dalla maggior parte della critica per le difficoltà vissute in alcuni di questi paesi, che trovano ostacoli alla rottura con la tradizione letteraria francese e nella mancanza di divulgazione. I temi principali sono stati per lungo tempo la Negro Renaissance, le cui idee di valorizzazione della cultura indigena saranno il tema centrale degli autori haitiani in esilio dopo la seconda guerra mondiale. Gli scrittori che non hanno scelto la via dell'esilio trovano scarsa udienza presso le popolazioni di lingua creola e il regime haitiano non incoraggia l'uso letterario del creolo. La maggior parte degli scrittori vive all'estero, ed è costretta a ridefinire la propria identità haitiana nei confronti del mondo occidentale o africano. Essi proseguono nella via dell'impegno sociale e della militanza politica. La coscienza dell'isolamento e della marginalità rende spesso le loro opere centrate sul tema dell’esilio e dello sradicamento.

Durante il mese che segue scorrazzeremo liberamente per secoli, lingue e paesi alla scoperta della letteratura di queste terre così diverse eppure così simili.

10 febbraio 2015

L'estate segreta di Babe Hardy - Fabio Lastrucci

La favolosa Hollywood degli anni '30 si tinge di horror per un contagio ripugnante che si propaga grazie alla promiscuità dell'ambiente cinematografico. Le vittime mostrano un crescente bisogno di sangue, insieme a disturbi della personalità e bizzarri effetti collaterali. Potrebbe mai trattarsi di vampirismo? Lo sperimenteranno loro malgrado Oliver Hardy e Stan Laurel, trascinati in un incubo che coinvolge illustri colleghi - la "fidanzata d'America" Mary Pickford, l'atletico Douglas Fairbanks Sr. e Bela Lugosi - in una doppia vita da tenere nascosta alla legge, ai giornali e soprattutto al sinistro dottor Rainer Von Herb. Tra pedinamenti notturni, profanazioni di tombe, sparizioni e ricatti sventati, le disavventure di Laurel e Hardy attireranno le indagini di un cocciuto tenente di polizia. Il duo incrocerà occultisti dispeptici e truffaldini, criminali di mezza tacca, cacciatori di vampiri e il terribile patriarca Arthur Jefferson, venuto dall'Inghilterra per restituire Stan Laurel al teatro. L'azione si mescola all'umorismo nero in una black comedy che omaggia i miti del cinema attraverso una narrazione rapida e vivida. Come la finzione del grande schermo, tutto si rivelerà molto diverso da ciò che appare. La spiegazione di ogni cosa giungerà in un convulso faccia a faccia con l'unico uomo a Los Angeles che conosce la vera natura del clan dei "notturni".

Recensione

I vampiri nella Hollywood degli anni Trenta? Devo ammettere che ero rimasta abbastanza perplessa (temevo una sorta di Twilight che, per quanto mi riguarda, non è proprio uno dei miei libri preferiti) ma la curiosità ha avuto il sopravvento e ho cercato di lasciarmi trasportare dal racconto mettendo in un cantuccio i pregiudizi.

La maggior parte del libro segue le vicissitudini di poveri attori (ma anche registi, tecnici, cameramen) che devono fare i conti con la sete di sangue che li rende disposti a fare (quasi) qualunque cosa. Ci sono tutte le tipologie di esseri assetati di sangue che la finzione narrativa ha partorito: il bel tenebroso che apprezza i vantaggi del nuovo stato, la femme fatale che ricorre al suo fascino per ammaliare le potenziali vittime, l’uomo misterioso che si tormenta per il peso della maledizione che sembra perseguitarlo e molti gli altri che, tra alti e bassi, cercano di dare un senso a ciò che gli accade, adattandosi alle loro nuove esigenze.

Leggo, leggo, leggo e mi chiedo dove vuole andare a parare l’autore: perché, mi dico, se ha deciso di ambientare una storia di vampiri nella Hollywood dorata degli anni ’30 un motivo ci sarà, qualcosa vorrà pure significare!
Non sono riuscita a trovare una risposta a questa domanda, ma ho apprezzato l’attenta ricostruzione dell’ambiente e la capacità di inserire la vicenda nelle vite reali delle grandi icone del cinema muto (la maggior parte delle quali a me sconosciute: per fortuna che c’è Wikipedia!)
Non ho trovato tensione nel racconto (ma non credo fosse nell’intento dell’autore) e per buona parte la vicenda è abbastanza lenta, con un colpo di scena che era nell’aria e quasi prevedibile.

L’aspetto migliore del libro è la sottile ironia che viene fuori negli ultimi capitoli: nella realtà ci sono più mostri di quelli che può generare la fantasia umana e questi mostri si chiamano: opportunismo, ostracismo, pregiudizio, depressione. Nessun vampiro può vincere la concorrenza con chi sfrutta a proprio vantaggio la sofferenza altrui, nessuna strega può gettare malefici altrettanto potenti quanto le etichette che vengono affibbiate sulla base dell’invidia e del pregiudizio, nessun nemico è così dannoso quanto la sofferenza inespressa che oscura la voglia di vivere.

A conclusione del romanzo la vera grande sorpresa: un racconto horror in piena regola, purtroppo interrotto a metà (continua su un altro libro dell’autore), che in poche pagine mi ha fatto provare la tensione e la curiosità che ho cercato per tutto il romanzo e che non ho trovato.

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: L’estate segreta di Babe Hardy
  • Autore: Fabio Lastrucci
  • Editore: : Dunwich Edizioni
  • Data di Pubblicazione: settembre 2014
  • Collana: Ritorno a Dunwich
  • ISBN-13: 9788898361991
  • Pagine: 214
  • Formato - Prezzo: brossura - Euro 9,90

14 dicembre 2014

Speciale Autori Irlandesi: TransAtlantic - Colum McCann

Colum McCann è nato a Dublino il 28 febbraio 1965. Figlio di un giornalista, dopo il diploma decide di seguire le orme del padre iscrivendosi nel 1982 al College of Commerce Rathmines, l’unica scuola di giornalismo dell’Irlanda; durante la frequenza del college vince il premio come miglior giornalista dell’anno per un suo articolo investigativo sulle donne vittime di abusi domestici.
Nonostante le lusinghiere esperienze come giornalista, nell’estate del 1986 decide di partire per Cape Cod (Massachusetts) con l’idea di scrivere un grande romanzo irlandese-americano; al termine dell’estate però non aveva scritto nulla e questo fece scricchiolare la sua convinzione di essere un novello Kerouc: “Ho capito che ero un bravo ragazzo, avevo uno stile di vita borghese e poco su cui scrivere. Dovevo fare qualcosa.” (Irish America June/July 2013). Prende una bicicletta e si propone dunque di girare gli Stati Uniti; durante questo viaggio itinerante ha modo di conoscere nativi americani, Amish, gente di colore, senza tetto ed emarginati: una miriade di esperienze che lo arricchiscono personalmente e lo aiutano a trovare un suo peculiare modo di scrivere. Nel 1998 ritorna in Texas (una delle mete del suo viaggio in bicicletta) e lavora con giovani a rischio di esclusione sociale; contemporaneamente frequenta l’università e inizia a scrivere racconti a carattere semi-autobiografico.
Nel 1992 si sposa e si trasferisce in Giappone con la moglie. Immerso in un silenzio produttivo, McCann scrive la raccolta di racconti Di altre rive (Il Saggiatore 2001; Fishing the Sloe-Black River, 1994), che aveva iniziato in Texas, e getta le basi del suo primo romanzo, La legge del fiume (Net 2002; Songdogs, 1995). Nel 1994 torna negli USA e si stabilisce a New York dove vive tutt’ora mantenendo la doppia cittadinanza, irlandese e statunitense.

Nei suoi lavori, Colum Mccann non parla direttamente di sé, ma preferisce concentrarsi su specifici argomenti che approfondisce e sperimenta egli stesso. Ciascuno dei suoi romanzi ha alle spalle almeno diversi anni di ricerche e, in molti casi, è frutto di esperienze dirette dell’autore con i personaggi e i luoghi della narrazione; ad esempio, nel suo ultimo romanzo TransAtlantic (2013; ed. ital. Rizzoli 2014) il materiale sulla trattativa per la pace nell’Irlanda del Nord proviene da interviste fatte da McCann stesso ad alcuni dei protagonisti di allora o ancora, per raccontare del volo transoceanico di Alcock e Brown, ha voluto pilotare un piccolo aereo e sperimentare l’effetto di un volo differente da quelli di linea a cui siamo oggi abituati. Aneddoti simili si possono raccontare per tutti i suoi romanzi: mentre lavorava a Zoli: storia di una zingara (Rizzoli 2007;Zoli,2006), libro ispirato alla vita della poetessa rom Zoli Natovna, McCann ha viaggiato attraverso Austria, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca trascorrendo diverso tempo nei campi rom per conoscerne da vicino la cultura.
McCann, come ha egli stesso dichiarato (Irish America June/July 2013), vuole immergersi nella Storia con i suoi romanzi; il suo intento è guardare agli eventi passati da un differente punto di vista per accedere a nuovi significati che diano senso alle sofferenze di chi, suo malgrado, è stato ha sperimentato su di sé le conseguenze della Storia. Così in Questo bacio vada al mondo intero (Rizzoli 2010; Let the Great World Spin,2009) la traversata delle Torri Gemelle compiuta il 7 agosto 1974 dal funambolo Philippe Petit diventa un espediente per immergersi nella vita dei newyorkesi e, per associazione, rievoca nella mente del lettore il ricordo dei tragici eventi dell’11 settembre, ma con un tono pacato e intenso che vuole essere catartico.
Column McCann, nominato nel 2003 uno dei migliori autori viventi dall’Esquire Magazine, ha al suo attivo numerosi premi letterari: nel 2001 gli sono stati attribuiti sia l’Hennessey Award (il più prestigioso premio letterario irlandese) sia il Rooney Award for Irish Literature per i racconti di Fishing the Sloe-Black River; nel 2002 gli è stato conferito l'Ireland Fund of Monaco Princess Grace Memorial Literary Award; nel 2009 ha vinto il National Book Award con il romanzo Questo bacio vada al mondo intero.


Terranova, 1919: gli aviatori Alcock e Brown fanno rotta sull’Irlanda nel primo tentativo di trasvolata atlantica senza scalo, affidandosi, per esorcizzarne gli orrori, a un bombardiere modificato della Grande Guerra. Dublino, 1845: in tournée oltreoceano per promuovere la sua sovversiva autobiografia, Frederick Douglass trova negli irlandesi un popolo aperto alla rivoluzionaria causa dell’abolizionismo, nonostante la devastante carestia che impone ai poveri sofferenze terribili persino agli occhi di uno schiavo americano. New York, 1998: lasciata a casa la giovane moglie e un figlio appena nato, il senatore George Mitchell parte per Belfast con il compito di condurre a termine le trattative di pace nella martoriata Irlanda del Nord. Questi tre emblematici viaggi sono legati tra loro da una misteriosa lettera che attenderà un secolo prima di essere aperta, e dai destini di quattro donne determinate a curare le ferite della vita con la dolce ostinazione della femminilità. Prendendo le mosse da un episodio reale, con TransAtlantic McCann ci consegna il suo romanzo più ambizioso e poetico: una costruzione dal respiro malinconico che mette superbamente in scena una meditazione profonda sulla Storia e sull’identità in un mondo che anno dopo anno si fa più piccolo, strabiliante e affamato di libertà.

Recensione

L’Irlanda.
Un magnifico Paese. Cionondimeno, un po’ selvaggio per un uomo.
L’Irlanda.

TransAtlantic ruota attorno a tre eventi storici che evidenziano gli stretti legami che intercorrono tra le due rive dell’Atlantico e, a differenza di quello che si potrebbe pensare, non si tratta di storie di emigrazione dall’Irlanda agli Stati Uniti poiché il luogo di partenza è il continente americano, mentre la costa irlandese è la meta da raggiungere.

Attraverso sguardi stranieri (cittadini americani che si trovano in Irlanda o irlandesi che tornano nella madre patria dopo molti anni) Colum McCann cerca di raccontare la storia irlandese e gli irlandesi stessi: mettere l’Atlantico tra sé e l’Isola Smeralda aiuta ad avere una prospettiva differente, uno sguardo che non risente dell’appartenenza culturale. Agli occhi di Frederick Douglass (colto uomo di colore partito nel 1845 da Boston per sfuggire alla sua condizione di schiavo), di Arthur Brown (aviatore inglese di origini statunitensi che nel 1919, insieme a John Alcock, effettuò la prima traversata atlantica senza scalo) e di George Mitchell (senatore degli Stati Uniti coinvolto nel processo di pace nordirlandese), l’Irlanda appare ricca di contraddizioni: passione per la politica e impegno per l’ottenimento di diritti civili negati da secoli danno vita a una miscela esplosiva che rischia di travolgere la quotidianità delle persone reali che dovrebbero essere i beneficiari di tale lotta lotta .

Frederick Douglass rimase in Irlanda circa tre anni e girò buona parte del paese per un ciclo di conferenze contro la schiavitù; egli trovò un paese messo in ginocchio dalla grande carestia (1845-1849) le cui cause sembravano non interessare nessuno dei suoi ospiti (né quelli irlandesi né quelli di origine inglese), i quali erano comunque ferventi sostenitori della causa abolizionista. Il disinteresse degli irlandesi per i problemi concreti sotto i loro occhi si contrapponeva a un grande sostegno alle lotta per l’affermazione del principio di uguaglianza: Douglass fu stupito da questa contraddizione che per lui si tradusse in un’esperienza del tutto nuova: nelle lettere che scriveva dall’Irlanda, disse che per la prima volta in vita sua si era sentito un uomo e basta, perché mai nessuno lo aveva apostrofato con il colore della pelle.

George Mitchell, senatore degli Stati Uniti, attraversò l’Atlantico nel 1995 su incarico del presidente Bill Clinton per mediare nelle trattative di pace tra i rappresentanti dei partiti politici nordirlandesi e il governo britannico; dopo tre anni di viaggi quasi settimanali, la sua opera diplomatica culminò nel 1998 nell’accordo di pace conosciuto come "Good Friday Agreement" (Accordo del Venerdì Santo) che mise la parola fine al conflitto nordirlandese. I policy makers irlandesi visti con gli occhi di Mitchell (dietro i quali ci sono quelli di Colum McCann) sono presbiti: sempre impegnati a discutere e a prendere coscienza, ad ampliare i margini di manovra sino a impantanarsi in sterili battibecchi; la gente comune, quella che il senatore incontra per strada o che lo serve nella mensa, è talmente rassegnata all’impossibilità di decidere del proprio destino da non riuscire a sperare più in nulla: hanno bisogno che la speranza arrivi da fuori, da un americano che ancora creda che le parole possono prendere il posto della violenza. Douglass e Mitchell rappresentano la Storia, quella che troverà posto nei manuali e sarà utilizzata per narrare, in modo sistematico e continuo, il corso degli eventi considerati di rilevo per l’umanità. Colum McCann sembra suggerirci che la Storia, per quanto accurata possa essere la ricostruzione dei fatti, fornisce solo una visione parziale e appiattita a un'unica chiave di lettura: è altrettanto fondamentale provare a seguire, o nel caso di un romanzo immaginare, gli eventi storici nella loro declinazione singolare attraverso gli effetti che hanno avuto nella vita delle persone.

Le vicende dei personaggi storici protagonisti del romanzo sono ricostruite con accuratezza ma altrettanta cura viene messa da McCann nella caratterizzazione psicologica e nel seguire, con un’opera di invenzione narrativa, la loro vita personale e come questa si intreccia (modificandoli e al tempo stesso modificandosi) con i fatti storici di cui sono stati protagonisti. Secondo la ricostruzione proposta dal libro, John Alcock ed Arthur Whitten Brown si fecero coinvolgere nell’iniziativa, lanciata dal Daily Mail nel 1918, di un premio in denaro offerto per il primo attraversamento senza scalo dell'oceano Atlantico perché avevano bisogno di cancellare la loro esperienza di piloti di guerra con un’impresa eroica che togliesse di dosso la guerra dagli aerei, sino ad allora utilizzati prevalentemente come arma di morte, e in definitiva da loro stessi che di quelle armi erano stati lo strumento. Alcock e Brown partirono dall’isola di Terranova (Canada) nel giugno del 1919 e dopo 72 ore di volo atterrarono in mezzo alle placche di torba dell’Irlanda Occidentale, una vittoria dell’uomo sulla guerra, il trionfo della perseveranza sulla memoria.

In TransAtlantic la Storia, vista in controluce attraverso le gesta dei quattro personaggi realmente vissuti, si interseca con la storia di altrettante donne, invenzioni letterarie, le cui vite risentono pesantemente degli accadimenti del loro tempo e che sono le vere protagoniste del romanzo. Le parti a esse dedicate sono quelle più scorrevoli e coinvolgenti, mentre i capitoli dedicati alla riscrittura delle vite di Douglass, Alcok, Brown e Mitchell risentono di un’abbondanza di particolari e di analisi psicologiche che appesantiscono il racconto.

La mia valutazione non è di quattro stellette piene ma, tutto sommato, il libro si legge con piacere e permette di approfondire aspetti della Storia spesso sconosciuti o, comunque, trascurati dai manuali scolastici. Ho trovato frettoloso il finale, come se, all’improvviso, ci fosse la necessità di controbilanciare i fatti di vita e di morte narrati con una dose di ottimismo e buoni sentimenti che stride con il tono generale del romanzo.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: TransAtlantic
  • Titolo originale: TransAtlantic
  • Autore: Colum McCann
  • Traduttore: M. Magri
  • Editore: Rizzoli
  • Data di Pubblicazione: settembre 2014
  • Collana: Scala stranieri
  • ISBN-13: 978-8817075664
  • Pagine: 352
  • Formato - Prezzo: Copertina rigida –Euro 19,00

1 dicembre 2014

Dicembre: Speciale Autori Irlandesi

Il 6 dicembre 1921 a Londra viene firmato il trattato che conclude la guerra d’indipendenza irlandese: da quel momento l’Irlanda diventa uno stato autonomo (Irish Free State) anche se bisognerà aspettare il 1949 per la proclamazione della piena sovranità e la nascita della Repubblica. Questa ricorrenza ci è sembrata la giusta occasione per dedicare lo speciale di dicembre agli autori irlandesi, molti dei quali sono esponenti di spicco del panorama letterario mondiale: l’Irlanda, nonostante le dimensioni modeste e una popolazione che non raggiunge i cinque milioni di abitanti, può contare quattro premi Nobel (W.B. Yeats, G.B. Shaw, S. Beckett e S. Heaney) e l’attribuzione di diversi premi letterari internazionali ad autori irlandesi (Roddy Doyle, Frank McCourt, Column McCann).

La produzione letteraria irlandese sin dal suo sorgere è stata legata alle esperienze storico-politiche, alle dominazioni e alle vicende della lotta per l'indipendenza; la stessa scelta della lingua da utilizzare (gaelico o inglese) ha rappresentato, per la maggior parte degli autori, una precisa scelta politica. Dal XVIII secolo, con l’inizio del dominio inglese, la lingua usata è stata quasi prevalentemente l’inglese nel tentativo di raggiungere un pubblico più vasto. Questa fu proprio la scelta di Jonathan Swift (1667-1745), autore di romanzi (il più famoso è I viaggi di Gulliver del 1726) e pamphlet, considerato tra i maggiori esponenti della letteratura in lingua inglese e uno dei più grandi scrittori satirici mai esistiti. Lo scioglimento del parlamento irlandese (Act of Union, 1800) e l’unificazione di Irlanda e Gran Bretagna ebbe come conseguenza immediata il divieto di utilizzare il gaelico. Dublino perse la sua centralità culturale e molti intellettuali (tra cui Oscar Wilde) si trasferirono a Londra. Tuttavia che le origini irlandesi di Oscar Wilde (1854-1900) non andranno mai perdute, si pensi all'umorismo e alla rappresentazione ironica della società inglese che caratterizza molte sue opere.

Altro autore di questo periodo, destinato per motivi differenti a lasciare traccia nella letteratura mondiale, è Bram Stoker (1847-1912) che pubblicò, nel 1897, Dracula, il conte vampiro ormai entrato a far parte dell’immaginario collettivo, ripreso o citato da numerosissimi autori in un numero pressoché incalcolabile di opere di fantasia. Stoker, come molti altri letterati a lui contemporanei, si interessò delle questioni politiche irlandesi sostenendo il movimento per lo Home Rule ovvero per l'istituzione di un parlamento nazionale a Dublino, con un governo e un'amministrazione autonomi. Stoker, tuttavia, era un monarchico convinto e riteneva che l’Irlanda dovesse comunque rimanere all’interno dell’Impero Britannico. Il recupero delle tradizioni e della lingua irlandese divenne l’obiettivo della Lega Gaelica, organizzazione letteraria fondata nel 1893 da Douglas Hyde (politico irlandese e primo Presidente della Repubblica d'Irlanda); in ambito più prettamente letterario, si parla di Celtic revival (Rinascimento celtico) per indicare un movimento culturale, espressione di patriottismo e nazionalismo, il cui principale ideologo fu William Butler Yeats (1865-1939). Il poeta (uno dei maggiori esponenti del modernismo) fu un grande sostenitore dell’indipendenza e prese attivamente parte anche alla vita politica occupando un posto nel Senato dello Stato Libero d’Irlanda dal 1922 al 1928. Nel 1923 fu insignito del Premio Nobel “per la sua poetica sempre ispirata, che con alta forma artistica ha dato espressione allo spirito di un'intera nazione”.

Il punto di riferimento del modernismo irlandese non fu però Yates ma James Joyce (1882-1941), considerato il padre di un nuovo genere conosciuto con il nome di Flusso di Coscienza (Stream of Consciousness), tecnica narrativa consistente nella libera rappresentazione dei pensieri personali. Joyce influenzò un’intera generazione di scrittori impegnati in un’intensa attività di sperimentalismo linguistico e narrativo. A differenza degli aristocratici esponenti del Rinascimento Celtico, la generazione di poeti e scrittori degli anni ’30 si ribello alla poetica di Yeats rivolgendosi, quale fonte di ispirazione, alla società irlandese dell’epoca costituita essenzialmente da piccoli proprietari terrieri e commercianti. Tra gli eredi di maggior prestigio di Joyce figura Samuel Beckett (1906–1989) geniale sperimentatore di forme in chiave linguistica e vincitore del Nobel nel 1969 “per la sua scrittura, che - nelle nuove forme per il romanzo ed il dramma - nell'abbandono dell'uomo moderno acquista la sua altezza”.

Il passaggio dal XIX al XX secolo fu segnato soprattutto da George Bernard Shaw (1856-1950), commediografo e narratore vincitore del Nobel nel 1925, che si interessò di una molteplicità di temi (la guerra, le conseguenze del capitalismo e la parità dei sessi): con la sua opera più famosa, Pigmalione, vinse anche un Oscar alla migliore sceneggiatura non originale nell’adattamento cinematografico del 1938.

La letteratura irlandese dagli ultimi sessanta anni del XX secolo al primo decennio del XXI secolo ha compiuto un cammino che, come sostiene Renzo Crivelli, è una progressiva metabolizzazione dei vecchi motivi attraverso la scoperta di nuovi codici espressivi: il cosiddetto rinascimento poetico irlandese contemporaneo che ha trovato il suo massimo esponente in Séamus Heaney (1939-2013), vincitore nel 1995 del Premio Nobel, attribuito con la seguente motivazione: “Bellezza lirica e profondità morale, che esalta i miracoli quotidiani e il passato vivente”.

Gli scrittori dell'ultima generazione, pur ispirandosi alla vita in Irlanda, hanno saputo interpretare il disagio di tutto il mondo giovanile contemporaneo in romanzi di grande successo; tra questi ci sono John Banville, Emma Donoghue, Roddy Doyle, Edna O'Brien, Joseph O'Connor, Nuala O'Faolain, Colum McCann, e Frank McCourt. Un filone di autori irlandesi si è distinto anche nel genere della fantascienza e del fantasy. Tra i primi si possono citare Bob Shaw (candidato nel 1967 al Premio Hugo e al Premio Nebula) e James White, autore nord-irlandese cui è dedicato il James White Award Science Fiction Short Story Competition, un concorso letterario per racconti di scrittori di fantascienza non professionisti di lingua inglese. Più noti al grande pubblico sono gli scrittori del secondo gruppo: Clive Staples Lewis (autore delle Cronache di Narnia, pubblicate tra il 1950 ed il 1956, e grande studioso di filologia), Michael Scott (autore della saga di Nicholas Flamel nonché studioso di mitologia e folklore irlandesi) ed Eoin Colfer (autore della saga di Artemis Fowl).


N.B.L'immagine all'interno dell'articolo è tratta dal sito http://www.irlandaonline.com/ e non intende violare alcun copyright, i proprietari possono richiederne la rimozione in qualsiasi momento. 

14 novembre 2014

Diario di lettura di Patrizia: Jayber Crow - Wendell Berry

Per oltre trent'anni Jayber Crow è stato il barbiere di Port William, un piccolo centro agricolo del Kentucky. Tutti sono passati dal suo negozio, affidandogli, insieme ai capelli e alla barba, pensieri e speranze, sogni e delusioni. Ormai anziano, ci racconta le loro vicende, e attraverso di esse la propria stessa vita. Mentre sullo sfondo scorrono gli avvenimenti della Storia - dalla crisi del '29 alla seconda guerra mondiale, al Vietnam, agli anni '80 - le piccole storie degli abitanti di Port William si intrecciano costruendo una trama di forte verità umana. Evocando persone e fatti con il suo tono piano ed equilibrato, Jayber Crow ci parla di amicizia e amore, di gioia e dolore, della fede in Dio e delle trasformazioni che hanno profondamente modificato il rapporto dell'uomo con se stesso e con il mondo. In una realtà scandita dall'avvicendarsi delle stagioni e dal lento scorrere del fiume, la comunità di Port William ha infatti visto minacciati da guerre, avidità e consumo dissennato i suoi delicati equilibri ecologici, economici e umani. Lo sguardo di Jayber è sempre penetrante e sensibile, è quello di chi vuole comprendere più che giudicare e partecipa intimamente a ciò che le persone intorno a lui vivono e soffrono...

Diario di lettura

AVVISO
Chiunque tenti di trovare un testo in questo libro sarà perseguito; chiunque tenti di trovarvi un sottotesto sarà bandito; chiunque tenti di spiegarlo, interpretarlo, districarlo, analizzarlo, decostruirlo o capirlo in qualche altra maniera sarà mandato in esilio su un’isola deserta in compagnia degli altri interpretatori suoi simili.
PER ORDINE DELL’AUTORE (Premessa a Jayber Crow)

Questa recensione si presenta abbastanza difficile; in primo luogo mi accingo a fare proprio quello che l’autore vieta di fare e quindi mi toccherà andarmene su un’isola deserta (anche se credo che la troverò molto affollata e poi a me basta che ci sia una connessione wireless), ma soprattutto, spulciando i vari commenti a questo libro, mi sono resa conto che è piaciuto praticamente a tutti quelli che lo hanno letto. Io invece l’ho trovato noioso, poco coinvolgente e, in certi passaggi, irritante. A questo punto mi devo porre qualche domanda perché mi sembra improbabile che solo io abbia ragione e tutto il resto dell’universo-mondo, invece, sia in torto.

Forse posso iniziare dagli assunti epistemologici di base che non condivido con l’autore e che mi mal dispongono verso questo romanzo. Rifuggo come la peste da tutte le affermazioni nostalgiche che esaltano i valori del bel tempo andato e svalutano il presente. Ogni fase storica ha luci e ombre: non si può, presi dall’ansia per i cambiamenti (d’accordo, non sempre positivi) che si osservano, lanciarsi in descrizioni agiografiche del tempo che fu e dei suoi protagonisti, dimenticando che non erano proprio tutte rose e fiori. Per dirvene una, probabilmente aver costruito l’autostrada ha distrutto parte dell’ambiente naturale in cui Jayber Crow ha vissuto da bambino ma, immagino, togliendo Port William dal suo isolamento ha reso più raggiungibili gli ospedali e ha contribuito a diminuire la mortalità infantile o i casi di morte per parto. Insomma, la visione del mondo per assoluti, bianco o nero, mi rende nervosa: quindi come posso apprezzare un libro in cui ogni parola (secondo me) vuole mostrare come si viveva bene prima? Per la domanda che mi sono posta sopra, forse le posizioni di Wendell Barry non sono così estreme, ma per quanto mi sforzi, proprio non riesco a cogliere la giusta misura (badate bene: quella che per me è la giusta misura) tra nostalgia del passato e svalutazione del presente. Questo sbilanciamento (a favore dei vecchi valori e del concetto tradizionale di comunità, contrario del tutto a ogni forma di progresso) è una delle cause della mia irritazione verso Jayber Crow e tutta Port William, e se si è irritati verso qualcuno è difficile trarre piacere dalla sua compagnia. E’ transfert o controtransfert? A voi lettori l’ardua sentenza!

Potrei dilungarmi anche sullo spirito religioso di cui è intrisa la vita del protagonista e che lo porta a scegliere di vivere ai margini della comunità, desistendo dall’avere una vita propria. A me non va giù per niente! Devo comunque ammettere che alla fine si tratta di una diversa visione del mondo e non voglio imporre la mia a Jayber. Del resto, ho amato anche romanzi in cui le scelte di vita dei protagonisti erano discutibili, se non addirittura contrarie al mio sistema di valori.

E allora qual è il problema? Mi piace pensare che, in questo caso, il problema non siano i miei pre-giudizi ma piuttosto che si tratti di una questione legata allo stile e alle scelte narrative di Wendell Berry. Certo, il fatto che nei commenti entusiasti degli altri lettori non ci sia neanche un accenno a questi aspetti mi fa ancora una volta dubitare delle mie capacità di giudizio, ma io vado avanti e ve le scrivo (nel frattempo, però, mi procuro un caricabatteria a energia solare per il mio trasferimento nell’isola non molto deserta di cui sopra).
Wendell Berry si dimentica per lunghi tratti della narrazione della regola “Show, don't tell”. La caratterizzazione di molti personaggi passa attraverso le spiegazioni di Jayber Crow (è il caso di Mattie Keith, uno dei personaggi chiave del romanzo). L'espediente di far parlare un uomo anziano, dall'alto della sua esperienza, può giustificare questo continuo raccontare; io però avrei preferito vedere in azione i vari attori per farmi un’idea mia personale, senza le continue interferenze interpretative di Jayber. In alcuni passaggi, inoltre, sembra di leggere un saggio: l’autore espone le sue teorie sull’economia, sulla politica, sul rapporto tra l’uomo e Dio, tra l’uomo e le risorse naturali. Ecco, penso che, trattandosi di un romanzo, le tesi di fondo avrebbero dovuto essere portate all’attenzione del lettore attraverso le azioni, i pensieri e i dialoghi dei vari personaggi descritti. Più semplicemente, un centinaio di pagine potevano proprio essere eliminate e probabilmente il libro ne avrebbe guadagnato, diventando più snello e meno speculativo.

Dopo aver dato sfogo alle mie lamentele, posso anche scrivere di quello che ho apprezzato in questo romanzo (poco a essere sincera, ma qualcosa mi è piaciuto). Le parti più riuscite, secondo me, sono le descrizioni della natura: il movimento sinuoso del fiume, la terribile energia della piena che porta con sé tutto quello che incontra, l’armonia dei ritmi naturali. La sensazione è di essere lì, in mezzo ai boschi e sentire gli stessi suoni e gli stessi profumi descritti; l’amore profondo di Wendell Berry per la sua terra diventa tangibile così come la nostalgia per quella natura che ormai non c’è più, distrutta dall’uomo per soddisfare bisogni immediati ma, secondo l’autore, effimeri. In genere non mi faccio mai influenzare dalle valutazioni altrui (e non leggo mai le recensioni prima di aver scritto la mia), ma con questo libro (per tutti i dubbi che ho espresso) ho preferito tener conto del fatto che forse non ho la giusta sensibilità per apprezzare la narrazione della vita di Jayber Crow. La valutazione di 3 stelline è, quindi, una sorta di media ponderata tra quello che soggettivamente penso che sia il valore di questo romanzo (2 stelline) e la media delle valutazioni che ho trovato sul web (4/5 stelline). Potrei, e ci starebbe pure, lanciarmi su una dissertazione intorno alla docimologia e alla teoria della valutazione, ma vi (e mi) esonero da questo arduo compito e, invece, vi invito a leggere voi stessi questo romanzo per avere una vostra opinione.

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Jayber Crow. Storia della vita di Jayber Crow, barbiere, membro della comunità di Port William, così come scritta da lui medesimo
  • Titolo originale: Jayber Crow
  • Autore: Wendell Berry
  • Traduttore: Vincenzo Perna
  • Editore: Lindau
  • Data di Pubblicazione: 3 luglio 2014
  • Collana: Senza frontiere
  • ISBN-13: 978-8867082698
  • Pagine: 540
  • Formato - Prezzo: brossura – Euro 24,00

11 novembre 2014

Speciale Letteratura Italoamericana: Aspetta primavera, Bandini - John Fante

John Fante nacque a Denver, nel Colorado, l'8 aprile del 1909 da Nicola Fante, un immigrato italiano originario di Torricella Peligna (in provincia di Chieti), e da Mary Capolungo, una statunitense figlia di immigrati lucani.
L’infanzia di Fante fu turbolenta a causa dei dissapori tra la madre e il padre: molti degli avvenimenti che la segnarono (la violenza del padre, l’istruzione ricevuta in scuole religiose, le difficoltà economiche) sono presenti nella maggior parte dei racconti che scrisse in seguito, oltre ad essere la fonte d’ispirazione primaria per la costruzione del suo alter ego Arturo Bandini, protagonista dei suoi romanzi.
La condizione di povertà e i continui dissapori con il padre spinsero Fante ad abbandonare la cittadina di Boulder, in cui viveva con la famiglia, per tentare la fortuna a Los Angeles, dove arrivò nel 1930. Qui si iscrisse all’università con scarso successo accademico; l’esperienza universitaria fu tuttavia importante per la sua vita di scrittore poiché conobbe Florence Carpenter, un’insegnante che ne apprezzò da subito il talento. Fu così che Fante iniziò a scrivere i primi racconti, alcuni dei quali vennero pubblicati dalle riviste The American Mercury e The Atlantic Monthly.
Dopo una breve e difficile convivenza con la famiglia (trasferitasi in California), Fante andò a vivere in una piccola stanza a Bunker Hill (in seguito celebrata con affetto nel suo ultimo romanzo Dreams from Bunker Hill, 1982; ed. it. Sogni di Bunker Hill, Einaudi 2004) e, per arrotondare i suoi magri guadagni, iniziò a collaborare con Hollywood in veste di sceneggiatore, un lavoro che non amò mai ma grazie al quale raggiunse la sicurezza economica. Il primo lavoro lo ottenne nel 1934 dalla Warner Brothers per la sceneggiatura del film Dinky, dopodiché iniziò a collaborare come sceneggiatore e correttore di bozze per la Metro-Goldwyn-Meyer. Tra gli altri lavorò anche con Fenton, Willls, Leonard e con il giovane Orson Welles, ma spesso i progetti rimanevano sulla carta senza approdare al grande schermo.
Durante la permanenza a Bunker Hill, John Fante iniziò il suo primo romanzo The Road to Los Angeles (La strada per Los Angeles, Einaudi 2005), concluso nel 1936 ma pubblicato postumo nel 1985 perché allora nessun editore si mostrò interessato. Nel 1938 pubblicò Wait Until Spring, Bandini (Aspetta primavera, Bandini, Einaudi 2005), che riscosse subito un grande successo, seguito un anno dopo da Ask the Dust (Chiedi alla polvere, Einaudi 2004), considerato da molti il capolavoro di Fante.
La Seconda Guerra Mondiale e l’impegno dello scrittore italoamericano come collaboratore per i servizi d’informazione coincisero con un periodo di crisi narrativa. Il suo lavoro successivo fu, nel 1952, Full of Life (Una vita piena, Einaudi 2009), romanzo in cui Fante traspone la sua esperienza di genitore. È il primo dei romanzi della maturità, che otterrà un grande successo anni dopo ma che, al momento della sua prima uscita, fu un altro insuccesso; deluso, Fante abbandonò il lavoro di scrittore per dedicarsi a tempo pieno alla sua attività di sceneggiatore. Uno dei film più famosi di quel periodo che porta la sua firma fu, per ironia della sorta, Full of Life, tratto dal suo omonimo e sfortunato romanzo. La pellicola diretta da Richard Quine ebbe come protagonista la star del momento, Judy Holliday, e fece guadagnare a Fante una nomination ai Writers Guild of America. In seguito al successo di Full of Life, Fante venne anche in Italia per lavorare con Dino De Laurentiis e, sempre in quegli anni, realizzò anche il film Il re di Poggioreale (1961), diretto da Duilio Coletti.
Da molto tempo ammalato di diabete, la salute di Fante diventò ancora più precaria alla fine degli anni Settanta; nel 1977 pubblicò La confraternita dell'uva, romanzo in cui cerca di riconciliarsi con se stesso e con la memoria del padre, morto da quasi trent’anni.
La riscoperta da parte del pubblico delle opere di John Fante avvenne nel 1980 grazie a Charles Bukowski che diventerà suo estimatore ed amico. Bukowski, considerandolo "il migliore scrittore che abbia mai letto" e "il narratore più maledetto d'America", gli chiese l’autorizzazione di ristampare Chiedi alla polvere, per cui scrisse un'appassionata prefazione. Pur di spingere la sua casa editrice, Black Sparrow Books, a ristampare le opere di Fante, ormai fuori catalogo da lungo tempo, Bukowski giunse a minacciare l'editore di non consegnare loro il manoscritto del suo nuovo romanzo. La ripubblicazione delle sue opere fece vivere un periodo di speranza a John Fante, che a causa della malattia era diventato cieco ed era stato sottoposto all’amputazione di entrambe le gambe. Il suo ultimo romanzo, Sogni di Bunker Hill, fu dettato da Fante, ormai cieco, alla moglie mentre si trovava in ospedale; fu pubblicato nel 1982 e costituisce la conclusione della saga del suo alter ego, Arturo Bandini.
John Fante morì l’8 maggio del 1983, qualche mese dopo la ristampa di Aspetta primavera, Bandini. Negli anni ’90, l’opera di Fante fu ripubblicata con successo in molti paesi europei, in particolar modo in Francia e Italia. Fante è diventato uno scrittore di culto apprezzato in tutto il mondo, considerato un precursore della Beat Generation per il disincanto con cui mostra il fallimento del sogno americano, anche se non si espresse mai apertamente contro il sistema sociale statunitense (a differenza degli autori “Beat”). I suoi romanzi sono considerati dei veri e propri “documenti” della vita delle classi sociali medio-basse durante la depressione economica degli ani ’30 e per tale ragione nel 1990, sette anni dopo la sua morte, la rivista “Life” definì l’autore di origini abruzzesi “un tesoro nazionale” per la cultura americana.


Arturo Bandini ha 14 anni, abita in America, in uno sperduto paesino sulle montagne e possiede una slitta. Per il resto avrebbe preferito chiamarsi John, e di cognome, al posto di Bandini, Jones. Sua madre e suo padre sono italiani immigrati, ma lui avrebbe preferito essere americano. Poi c'è nonna Toscana che considera il genero Svevo, padre di Arturo, un mezzo fallito e la figlia Maria, una povera pazza perché lo ha sposato. I Bandini non se la passano bene, anzi: non c'è proprio nulla di quel che accade sotto gli occhi sognanti del piccolo Arturo che non porti il segno di un'atavica, metafisica, inguaribile fame italiana. Tanto che nel mazzetto di parole americane che circolano in famiglia, l'espressione «chiedi se ti fa credito» è di gran lunga la più usata. Tragedia, o ancor meglio, commedia dell'immigrazione e dello spaesamento, delle radici e della smania di libertà, Aspetta primavera è il romanzo della riconciliazione col mondo delle proprie tradizioni e, al tempo stesso, l'eroico tentativo di congedarsene.

Recensione

Non riesco a convincermi che una cosa scritta tanto tempo fa mi risulti così dolce nel dormiveglia e tuttavia non riesco a guardarmi indietro, riaprendo e rileggendo il mio primo romanzo. Ho paura, non sopporto l’idea di vedermi sotto la luce della mia prima opera. Sono certo che non la rileggerò più. Di una cosa però son sicuro: tutta la gente della mia vita di scrittore, tutti i miei personaggi si ritrovano in questa mia prima opera. Di me non c’è più niente, solo il ricordo di vecchie camere da letto, e il ciabattare di mia madre verso la cucina.
Prefazione ad “Aspetta primavera, Bandini” - John Fante

Arturo Bandini: 14 anni, italiano, inguaribile sognatore in lotta costante contro l’ascendenza italiana, causa, a suo parere, di tutti i problemi che lo assillano. Per di più è inverno: essere povero, italiano, in Colorado durante l’inverno è una delle peggiori iatture che si possano immaginare! Inverno significa freddo, piedi gelati, nessun regalo di Natale, anzi nessuna atmosfera natalizia perché il padre di Arturo, Svevo, odia quella stagione dell’anno anche più del figlio. La neve e il freddo fanno gelare la calce e questo significa niente lavoro, niente soldi, debiti per mangiare e pensiero costantemente rivolto a Helmer, il banchiere, che gli ricorda che la casa dove abitano sua moglie e i suoi tre figli non è sua e forse non lo sarà mai. Svevo d’inverno sfoga la sua frustrazione giocando a poker e ubriacandosi, due attività che gli procurerebbero maggiori soddisfazioni se anche sua moglie, Maria, gli desse motivo di lamentarsi, e invece no! Maria, donna che trova nella fede in Dio un balsamo per tutte le difficoltà da affrontare, lo ama appassionatamente e lo accetta così com'è, innescando maggiormente il senso di colpa di Svevo e rendendolo ancora più scontroso in un circolo vizioso che lo porta spesso ad allontanarsi dalla famiglia.

Fante racconta le vicende della famiglia Bandini con tono ironico e intriso di nostalgia per un periodo certamente difficile ma in cui il futuro è ancora tutto da scoprire per il giovane Arturo. La voce narrante è interna alla storia: il punto di vista adottato è, di volta in volta, quello di Arturo, di Svevo o di Maria e lo stile si adatta ai caratteri dei personaggi: periodi brevi e affermazioni secche che riprendono le contrapposizioni nette degli adolescenti se la focalizzazione è quella di Arturo; affermazioni assolute che non ammettono sfumature o possibilità di replica nel caso di Svevo; un tono rassegnato e dimesso per Maria.
I tre punti di vista si differenziano rispetto alla religiosità e al senso di appartenenza alle proprie radici italiane ponendosi lungo un continuum che va da un estremo (Svevo) all’altro (Maria), con la posizione intermedia di Arturo che esprime il punto di vista più articolato e problematico.
Svevo si sente sia italiano sia americano e questo non comporta per lui alcuna lacerazione interiore: parla in inglese nella quotidianità e ricorre all’italiano solo per rievocare con gli amici le sue conquiste amorose. Maria, al contrario, si sente italiana e sa che non potrà mai essere come le donne americane, belle e sorridenti, stampate sulle riviste patinate che ogni tanto sfoglia. Arturo (che, come i genitori, è cittadino statunitense) si sente un povero italiano con una madre italiana che prega in continuazione e un padre italiano che sbraita sempre; lui però vorrebbe essere un americano e questo status non dipende da un documento ufficiale (come invece pensa Svevo), ma da un modo di essere e di comportarsi alieno alla sua famiglia e contro il quale Arturo si scontra ogni giorno a casa e a scuola:

Di nome faceva Arturo, ma avrebbe preferito chiamarsi John. Di cognome faceva Bandini ma lui avrebbe preferito chiamarsi Jones. Suo padre e sua madre erano italiani ma lui avrebbe preferito essere americano. Suo padre faceva il muratore ma lui avrebbe preferito diventare il battitore della squadra di baseball dei Chicago Cubs. […]
Perché sua madre era diversa dalle altre madri? Era proprio così, come poteva constatare ogni giorno. La madre di Jack Hawley lo faceva andare su di giri: aveva un modo tale d’offrirgli i biscotti che il cuore gli faceva le fusa. […]
Ma perché suo padre doveva sempre esprimersi urlando? Possibile che non sapesse parlare a bassa voce? Se il vicinato sapeva tutto della famiglia Bandini era solo perché suo padre gridava senza ritegno. I loro vicini, i Morey, non li sentiva fiatare, mai; gente tranquilla, americani. A suo padre, invece, non bastava essere italiano, lui doveva essere un italiano rumoroso.

La vita quotidiana di Arturo è scandita dalla religione, o meglio dal senso di colpa per la violazione continua dei dieci comandamenti e dalla conseguente paura dell’inferno; a differenza di Svevo che non si pone proprio il problema, Arturo ha trovato una soluzione che è perfettamente in linea con la sua educazione cattolica: peccare, provare rimorso, confessarsi per riconciliarsi con se stesso e con Dio, peccare di nuovo. Le considerazioni di Arturo sugli effetti della morale cattolica sulla sua vita sono, a mio parere, tra le più riuscite del romanzo per il tono lieve e ironico che usa Fante, il quale riesce a comunicare al lettore tutta la serietà della questione per Arturo mantenendo l’atteggiamento benevolo e distaccato dell’adulto che ricorda i tormenti dell’adolescenza.

Aspetta primavera, Bandini è un libro piacevole che lascia insoddisfatto il lettore curioso di sapere cosa accadrà ad Arturo in primavera e negli inverni successivi; non rimane allora che buttarsi a capofitto nei romanzi di Fante e seguire le vicissitudini di Arturo, Svevo e Maria attraverso tutti i loro alias, che poi non sono altro che alter ego di Fante e dei suoi genitori.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Aspetta primavera, Bandini
  • Titolo originale: Wait Until Spring, Bandini
  • Autore: John Fante
  • Traduttore: Carlo Corsi
  • Editore: Einaudi
  • Data di Pubblicazione: 22 marzo 2005 (ed. orig. 1938)
  • Collana: Stile libero
  • ISBN-13: 9788806171360
  • Pagine: 242
  • Formato - Prezzo: Brossura - 12,50 Euro

8 ottobre 2014

Racconti svolazzanti - Stefano Amadei

Una fantasiosa spremuta di canzoni, indovinelli e fiabe in dieci emozionanti racconti.
Stacca un biglietto per il Cinema Bianchini e potrai sapere come si formano i sogni, cosa succede ai genitori quando i bimbi vanno a nanna, qual è la formula del miscuglio che rende invisibili, cosa fanno i gatti quando sono a zonzo. Vieni a incontrare Alì l'apprendista scriba, la piccola fatina Gaia e, se ne hai il coraggio, a fare quattro passi nel Giardino dell'Orco!
Contiene il racconto "Mai Stata Sognata" vincitore del 2° Premio del concorso nazionale di scrittura "Sassi & Parole" 2012 indetto dal Comune di Mercallo (Va).

Recensione

Leggere i racconti di Stefano Amadei è stata una piacevole sorpresa, perché ho scoperto dei racconti per bambini che si esprimono in un linguaggio adatto a piccoli lettori (6/7 anni) e sono allo stesso tempo coinvolgenti ed emozionanti. Queste brevi favole riescono anche a veicolare la componente didascalica ed educativa utilizzando gli sviluppi della narrazione senza cadere nella tentazione di far seguire l’insegnamento morale a un’espressione del tipo “La favola insegna che…”, accettabile, secondo me, solo se l’autore si chiama Esopo. In questi racconti, invece, il messaggio dell’autore si chiarisce in maniera indiretta o, più raramente, viene fatto proprio da uno dei personaggi (ad esempio in Alì e lo scriba). Quasi tutti i racconti (una volta corretti i pochi errori ortografici presenti) non sfigurerebbero in un libro di lettura per bambini di prima o seconda elementare.

Le ambientazioni sono varie: non mancano paesi fatati e giardini incantati, ma le favole più belle per me sono quelle che hanno per protagonisti i bambini nella loro esperienza quotidiana fatta di piccole e grandi paure (Il cinema Bianchini), di meraviglia (Mai stata sognata) e di grandi sperimentazioni (Il miscuglio): la vita di tutti i giorni viene trasfigurata nelle grandi avventure che i bambini costruiscono giocando o cercando di dare significato a quello che ancora non comprendono secondo i canoni degli adulti (Mille anni d’amore). Anche i racconti, a mio parere, meno riusciti (La campana d’oro, La lucciola celeste, T-Rex) lo sono perché hanno bisogno di essere ulteriormente sviluppati: è come se fossero delle bozze dove non tutti i dettagli sono chiariti, ma probabilmente il loro autore sa cosa accade in quei passaggi solo accennati.

L’attrattiva di un libro per bambini è data dalla mescolanza omogenea ed equilibrata tra il racconto e le immagini che a quel racconto danno vita. I disegni che illustrano i Racconti svolazzanti vanno migliorati nello stile e nella realizzazione tecnica; inoltre per ogni racconto è bene inserire più illustrazioni perché esse aiutano il bambino piccolo (che ascolta il racconto dalla voce dell’adulto) a mantenere vivo l’interesse e quello più grande (prima e seconda elementare) a non farsi intimorire da pagine piene di parole, che possono scoraggiare alcuni bambini dinanzi all’impresa faticosa di trasformare i segni stampati in parole dotate di significato.

L’altro lato dolente del volume di Stefano Amadei è il supporto elettronico: se l’obiettivo di Amadei è di far leggere le sue favole soprattutto ai bambini, allora dovrebbe prendere in considerazione anche il supporto cartaceo. I bambini di oggi, pur non avendo alcuna difficoltà con smartphone e tablet, sono ancora legati al libro di carta: sono di carta i libri con cui hanno trafficato da piccoli e sono di carta i libri che usano a scuola. Leggere su un supporto elettronico non fa, ancora, parte della loro esperienza e del resto io da genitore non farei leggere a mio figlio un intero libro su uno schermo retro-illuminato; viceversa la lettura su e-reader non crea problemi alla vista ma, secondo me, non è adatta ai bambini perché non consente di integrare bene illustrazioni (che del resto sarebbero fruibili solo in bianco e nero) e testo.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Racconti svolazzanti
  • Autore: Stefano Amadei
  • Illustrazioni: Enrico Pintini
  • Editore: Autopubblicato
  • Data di Pubblicazione: 21 maggio 2014
  • ISBN-13: 9786050305111
  • Pagine: 72
  • Formato - Prezzo: ebook – € 1,99
 

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