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30 ottobre 2013

Speciale Premio Hugo: La città e la città - China Miéville

Il 2010 è l'anno di un nuovo ex-equo: vengono premiati per il miglior romanzo La città e la città di China Miéville e The Windup Girl dello statunitense di origine italiane Paolo Bacigalupi. Se per Miéville la vittoria è una conferma, dopo diverse candidature all'Hugo con le sue opere precedenti, per Bacigalupi è quasi un colpo di scena visto che The Windup Girl è il suo romanzo d'esordio. Due opere profondamente diverse, la prima una combinazione di noir e distopia fantascientifica, la seconda un biopunk, entrambe trionfano su un parterre misto di esordienti e veterani quali Boneshaker di Cherie Priest, WWW 1: Risveglio di Robert J. Sawyer (vincitore dell'Hugo nel 2003 per La genesi della specie), Julian Comstock: A Story of 22nd-Century America di Robert Charles Wilson (vincitore nel 2005 con Spin) e Palimpsest di Catherynne M. Valente.


China Miéville è un autore britannico di fantascienza oltre che autore di fumetti e ricercatore accademico. Nato a Norwich nel 1972 ma cresciuto a Londra, Miéville da sempre divide la sua attenzione fra letteratura, economia e politica e fino al marzo di quest'anno è stato un membro del Partito Socialista dei Lavoratori. Il suo primo romanzo, King Rat, viene pubblicato nel 1998 e attira subito l'attenzione dei critici sebbene sia con Perdido Street Station del 2001 che Miélville si fa un nome nel mondo della fantascienza vincendo l' Arthur C. Clarke Award e il British Fantasy Award, oltre che le nomination per l'Hugo, il Nebula, il Locus e il World Fantasy.
Simile fortuna hanno avuto The Scar nel 2003 e Iron Council nel 2005, oltre che ovviamente La città e la città che nel 2010 vince di nuovo l' Arthur C. Clarke Award oltre che l'Hugo. In tutti i suoi lavori Miélville dimostra il suo desiderio di allontanare la letteratura fantastica dai suoi aspetti più commerciali e anche per questo è solito definire ciò che scrive come opere di "weird fiction" (fiction strana, bizzarra). Miélville insegna scrittura creativa alla Warwick University ed è Writer-In-Residence alla Roosevelt University di Chicago.


Immaginate due città, separate e unite allo stesso tempo, in un punto indefinito dell’Europa. Figlie della catastrofe post-sovietica. Due città sovrapposte, che condividono lo stesso spazio, ognuna con le proprie strade, i propri palazzi, i propri cittadini, la propria storia, la propria identità. Un’anomalia spazio-temporale, un capriccio tecnologico, un errore nella creazione, una scissione a un certo punto della storia? Tutto questo, o forse no. Per un cittadino dell’una il più grave reato è quello di vedere un cittadino dell’altra: sono due mondi vicinissimi, eppure incomunicabili, e la punizione per chi trasgredisce è certa e impietosa. Così tutti sono abituati fin dalla nascita a non-vedere, a sfuggire ogni forma di contatto con gli altri che pure sono lì, sotto i loro occhi e a portata di mano. Viene scoperto un delitto, in una delle due città, e le indagini portano fino all’altra città, e poi oltre, in un’altra realtà che nessuna delle due sembra conoscere, e che forse le trascende entrambe. Un romanzo che è allo stesso tempo una appassionante detective-story nel solco della grande tradizione noir del Novecento e una parabola nemmeno troppo nascosta della difficoltà di comunicare nel mondo alienato di oggi. China Miéville conferma in quest’opera tutte le sue eccezionali capacità di narratore e di manipolatore del linguaggio.

Recensione

Dimenticate le realtà parallele, le anomalie temporali o le città invisibili a cui i racconti fantastici ci hanno abituato finora. Dimenticate anche gli orrori della politica moderna quali Berlino, Belfast o Gerusalemme. China Miéville porta all'estremo gli insegnamenti della topografia fantascientifica e della letteratura distopica raccontando la storia di due città sovrapposte, in grado di esistere contemporaneamente nello stesso spazio, divise ma coincidenti, separate ma assurdamente intersecate.

In un'imprecisata area dell'Europa orientale, la città di Beszel coesiste con la "gemella diversa" Ul Quoma; lontane per politica, cultura e tradizioni, le due città sono beffardamente unite dalla geografia urbana per cui, al di là di alcune aree appartenenti esclusivamente all'una o all'altra prevalentemente, le due si intersecano e si sovrappongono ed è assai frequente che due edifici si trovino l'uno accanto all'altro eppure lontani un intero stato.
Questa separazione apparentemente impossibile si regge unicamente sulla capacità degli abitanti di ignorare persone e cose appartenenti all'altra città, anche quando esse capitano proprio davanti ai loro occhi. Educati fin dall'infanzia a "disvedere", i cittadini di Beszel e Ul Quoma trascorrono le loro vite ignorandosi, schivandosi e distogliendo lo sguardo da soggetti proibiti, tutto per non incorrere nell'infrazione massima, il crimine più grave e più pesantemente punito: la Violazione.
In questo clima surreale e alienante l'ispettore Besz Tyador Borlù si trova a indagare sull'omicidio di una giovane donna sfigurata e abbandonata in una discarica e la sua indagine, come prevedibile, lo vede ben presto costretto a varcare il confine per seguire una traccia che porta dritto a Ul Quoma.

Noir e fantascienza si mescolano quindi in quest'opera di Miéville, a tratti geniale e a tratti deludente, che mostra evidenti echi di Dick, Orwell e Kafka.
L'elemento in cui l'autore si trova più a suo agio è sicuramente la paradossalità della situazione da lui inventata: l'intera opera ruota (giustamente) attorno alla sottomessa rassegnazione di due popoli che quotidianamente si incontrano ma fingono di non vedersi perché succubi di un Grande Fratello onnipresente e onnisciente in grado di smascherare la minima infrazione. Al di là dell'evidente critica a ogni forma di governo totalitario, invasivo e burocraticizzato che imbriglia l'uomo nella sua essenza, Miéville punta il dito contro le barriere invisibili ma in apparenza invalicabili che ognuno di noi prova ogni giorno ad ignorare ed aggirare. Ricchi e poveri, Cristiani e Musulmani, locali ed immigrati quotidianamente si incrociano nelle nostre città e quotidianamente distolgono lo sguardo gli uni dagli altri guidati dall'abitudine e dalla paura, ognuno attento a non superare il confine, a non mescolarsi, a non vedere.

Al di là della genialità dell'invenzione narrativa, ciò che è veramente geniale è il modo in cui l'autore palesa la nostra superficialità: in quanto spettatori esterni siamo pronti a cogliere e ridicolizzare l'assurdità della situazione di Beszel e Ul Quoma senza nemmeno capire che i besz e gli ul quomani siamo proprio noi.
In questo contesto la detective story in stile Blade Runner compie un ruolo marginale, assoggettata all'esigenza dell'autore di mostrare il funzionamento del disvedere nelle piccole cose quotidiane. Le indagini di Borlù sono principalmente una scusa per reiterare cosa si può fare e cosa non si può fare, quanto complicato e inumano sia vivere in questo modo, per questo soprattutto nella parte del romanzo mancano di ritmo e non sempre seguono la logica. La risoluzione dell'intrigo è poi un po' raffazzonata, non particolarmente originale e poco credibile nel modo in cui viene individuata dal protagonista.
Pertanto la commistione di generi fra noir e fantascienza funziona solo parzialmente: il contesto distopico dona una qualche originalità ad un noir abbastanza classico (genere che comunque non amo molto) ma non lo esalta anzi lo sacrifica ai fini del messaggio che Miéville vuole trasmettere per cui di tutta la trama il momento più bello rimane l'epilogo quando Borlù comprende di non poter più fingere di disvedere e compie la sua scelta finale. Sempre per questo limite anche i personaggi appaiono superficiali e insoddisfacenti.

La vicenda è narrata in prima persona dal protagonista, eppure poco impariamo a conoscere di lui se non le caratteristiche basi di un qualunque detective di noir:malinconico, dotato di un intelletto fine imbrigliato da strati di cinismo accumulati con l'esperienza, fondamentalmente un solitario. Ancora peggio va agli altri personaggi; i colleghi, i politici, i dissidenti sono tutte figure accennate ed estremamente stereotipate, alcune al limite del ridicolo come il detective Dahtt, corrispettivo ul quomano di Borlù, in grado di esprimersi solo urlando "cazzo" a chiunque gli capiti a tiro, o i dissidenti unificazionisti evidentemente ispirati ad alternativi sinistroidi privi di organizzazione, persi a discutere su puntigliose questioni di principio e immancabilmente manovrati a loro insaputa dai poteri forti.

In conclusione un romanzo interessante vittima della sua stessa originalità: l'autore si crogiola nell'aggiungere dettagli alla sua invenzione e perde di vista il quadro narrativo nel suo complesso così che la trama ne risente e il racconto arranca, soprattutto nella prima parte.

Ultima nota dolente per la traduzione dell'edizione in mio possesso: sicuramente l'italiano non è la lingua più adatta per trasmettere le atmosfere del noir anglosassone, molte espressioni risultano per noi artificiose e n questo romanzo l'effetto è ingigantito da una traduzione che appare spesso troppo letterale e di conseguenza un po' piattina e a volte insensata. Ovviamente si tratta di una sensazione personale non avendo l'originale con cui confrontare, ma orridi strafalcioni come veder scritto "più male" non hanno certo attirato le mie simpatie.

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: La città e la città
  • Titolo originale: The city and the city
  • Autore: China Miéville
  • Traduttore: Maurizio Nati
  • Editore: Fanucci
  • Data di Pubblicazione: 19 aprile 2013
  • ASIN: B00CFN69FK
  • Pagine: 361
  • Formato - Prezzo: Kindle ebook - 4,99 Euro

29 ottobre 2013

Speciale Premio Hugo: Dune - Frank Herbert

Dune di Frank Herbert è un romanzo del 1965 con ambientazione fantascientifica; nello stesso anno della pubblicazione vinse il premio Nebula e l’anno successivo il premio Hugo ex aequo con Io, l'immortale (This Immortal) di Roger Zelazny.
Primo di un ciclo di sei romanzi (Ciclo di Dune), Dune fu pubblicato originariamente in due parti tra il 1963 e il 1965 con i titoli di Dune World (finalista del premio Hugo nel 1964) e The Prophet of Dune.
Dopo la morte dell’autore, il figlio Brian Herbert con Kevin J. Anderson, basandosi sugli appunti di F. Herbert scoperti una decina di anni dopo la morte, hanno scritto una seconda serie di romanzi: Preludio a Dune e Leggende di Dune.


Frank Herbert, nato l'8 ottobre del 1920, a Tacoma nello Stato di Washington, fu costretto a fuggire di casa all'età di 18 anni, a causa della grande povertà che imperversava all'interno del suo ambiente familiare. Si trasferì dallo zio a Salem in Oregon, dove finì la scuola e lavorò al giornale Oregon Statesman in diversi ruoli, incluso quello di fotografo (mestiere che lo condusse anche nella seconda guerra mondiale a fare il fotografo per la marina militare). La sua carriera da romanziere ebbe inizio nel 1955 con la pubblicazione di The Dragon in the Sea (conosciuto anche come Under Pressure), con grande successo di critica ma meno di pubblico. Il lavoro sulla sua opera più importante cominciò poco dopo e in 6 anni di gestazione riuscì a pubblicare, dal 1963 al 1965, quelli che erano originariamente conosciuti come Dune World e Prophet of Dune.
Nel 1972 si ritirò completamente dal mondo del giornalismo per darsi anima e corpo alla sua vera vocazione di scrittore; oltre ai successivi romanzi del Ciclo di Dune, scrisse vari altri libri su temi ecologici e filosofici. Morì l'11 febbraio 1986 all'età di 65 anni, subito dopo l’uscita de La rifondazione di Dune" a causa di un'embolia polmonare mentre era ricoverato per un tumore al pancreas.


Il giovane Paul, figlio del duca Leto Atreides, non sa quasi nulla di Arrakis quando gli annunciano che è la sua prossima destinazione. Poi, a poco a poco, frammenti di racconti, ricordi, qualche parola rubata — tutto stranamente pervaso da un che di leggendario — iniziano a comporre un quadro inquietante. Meglio conosciuto come Dune, il pianeta di Arrakis è un immenso deserto caratterizzato da una fauna molto particolare, creature gigantesche, vermi che sono lunghi centinaia di metri. Tutto sembra misterioso in quel mondo, anche i suoi abitanti, i Fremen, un popolo che custodisce gelosamente la sua arcana cultura e che ha affinato arti eccezionali. Ma Dune è anche, e soprattutto, l'unica fonte del melange, la “droga delle droghe”, indispensabile per affrontare lunghi viaggi interplanetari, garantire straordinari poteri telepatici e assicurare un'incredibile longevità. E su Dune il destino di Paul si compirà, tra mille pericoli e dopo un difficile percorso spirituale.

Recensione

Se dovessi descrivere in una frase questo libro, direi “Dune: un inizio difficile, un percorso agevole, un finale in crescendo”.

La sensazione all’inizio del racconto è di trovarsi già nel vivo degli eventi senza conoscerne le premesse: Herbert introduce concetti e fa riferimento a fatti storici (ovviamente fittizi) come se fossero noti a tutti. Si parla di “Bene Gesserit”, di “Mentat” o di “Gilda spaziale” come in un qualsiasi altro libro si può citare la Chiesa cattolica o il Corano o l’Illuminismo senza la necessità di spiegare cosa siano poiché fanno riferimento a un patrimonio di conoscenze condiviso.

Si tratta, comunque, di una fastidiosa sensazione che si riduce man mano che il racconto procede, o meglio man mano che il mondo creato da Herbert prende forma e tutti i pezzi si incastrano nella cornice creata dall’autore. L’esperienza è simile a un viaggio in un paese straniero di cui non si sa molto: usi e costumi, storia e tradizioni, pratiche religiose e superstizioni sono conosciute dal viaggiatore attraverso l’osservazione attenta dei comportamenti della gente del luogo, quindi in maniera disordinata e non sistematica come avverrebbe invece leggendo una guida turistica, la cui lettura è più utile in un secondo momento per approfondire e organizzare le scoperte fatte in autonomia. Forse anche Herbert la pensava così e, infatti, alla fine del romanzo ha inserito una serie di appendici che chiariscono quei presupposti di cui avevo sentito la mancanza nelle prime pagine; il mio consiglio, comunque, è di leggerle alla fine per evitare qualche spoiler indesiderato e per non perdere il senso di scoperta e di stupore di fronte alla capacità “creativa” di Herbert.

L’autore, in realtà, lascia al lettore - inizialmente spaesato - una serie di indizi che lo aiutano gradatamente a mettere insieme i fili di un ordito molto articolato e cioè le citazioni, poste a inizio di ciascun capitolo, tratte dagli scritti storici della principessa Irulan (figlia di Shaddam IV, imperatore Padishah dell'universo conosciuto), in cui si narrano gli eventi di Arrakis e le gesta di Muad'dib, il condottiero che guiderà i Fremen nella rivolta contro le logiche di sfruttamento delle risorse e della popolazione locale attuate dalle Grandi Case e dalla Gilda spaziale il cui unico imperativo è che “la spezia deve fluire” anche a costo di congiure, tradimenti e violenza.

Il personaggio di Paul Atreides è quello meglio caratterizzato negli aspetti psicologici: grande spazio viene data alla lotta che intraprende tra il destino apparentemente inevitabile, tracciato da forze più grandi lui, e la volontà di essere artefice delle proprie scelte; minore attenzione è dedicata agli altri personaggi che appaiono più stereotipati. In particolare il ruolo delle donne è improntato a una concezione tradizionale della suddivisione dei compiti tra i generi: sono sacerdotesse, madri, compagne, a volte guerriere, ma sempre sottoposte alla volontà degli uomini e la loro felicità è subordinata alle necessità dei questi ultimi.

Gli eventi narrati si intrecciano con alcune tematiche che, a mio avviso, sono le vere protagoniste del romanzo: la logica individualista (rappresentata dalle Grandi Case e dalla Gilda spaziale) in contrapposizione con il senso di comunità (esemplificato dal forte senso di appartenenza dei Fremen), lo sviluppo sostenibile (termine moderno antecedente alla pubblicazione di “Dune” ma che riassume il pensiero di Herbert verso lo sfruttamento del territorio e delle persone che vi abitano), la manipolazione della comunicazione attraverso la creazione di miti religiosi, i rischi insiti nella commistione tra religione e politica.

Dune è un romanzo d’azione, ma senza il continuo interrogarsi su tali questioni (nonostante la vicenda narrata ne risulti, a volte, appesantita) sarebbe uno dei tanti romanzi di fantascienza ambientati in un futuro lontano e in mondi ostili. La prova di questa affermazione, a mio parere, si trova nelle due versioni cinematografiche, (un film di David Lynch del 1984 e una miniserie Tv del 2000) che hanno dato poco spazio alle questioni di sfondo (grazie alle quali nel romanzo l’intera vicenda acquista il suo specifico senso) riducendo l’intreccio narrativo a una serie di battaglie e di combattimenti che finiscono per stancare lo spettatore; per ovviare a questo inconveniente non sono valse a molto le soluzioni degli sceneggiatori di introdurre eventi in contraddizione con la narrazione o di dare più spazio a personaggi che, nel romanzo, non hanno un ruolo attivo. Una sorta di “effetto dune” si ritrova anche in "Guerre stellari" (lo stesso George Lucas ha sempre ammesso di aver subito il fascino del romanzo di Herbert) nell’aspetto di Tatooine, (il pianeta desertico di Luke Skywalker), nell’organizzazione politica dell’Impero, nell’addestramento dei Jedi all’uso della Forza.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Dune
  • Titolo originale: Dune
  • Autore: Frank Herbert
  • Traduttore: Cossato G.; Sandrelli S.
  • Editore: Fanucci
  • Data di Pubblicazione: 2012
  • Collana: Tif Extra
  • ISBN-13: 9788834718452
  • Pagine: 720
  • Formato - Prezzo: ebook - 9,90 Euro

28 ottobre 2013

Speciale Premio Hugo: L'anno del contagio - Connie Willis

L’anno del contagio, in lingua originale Doomsday Book, nel 1993 è riuscito ad aggiudicarsi non solo il Premio Hugo (ex aequo con Universo incostante  di Vernor Vinge), ma anche il Nebula e il premio Locus. Si tratta di un romanzo sul viaggio nel tempo ma, a differenza di molte altre opere che si occupano dello stesso argomento, il tema principale non ha nulla a che fare con i paradossi che si possono verificare quando si torna indietro nel tempo e si rischia di modificare la storia passata.
L’anno del contagio fa parte di una serie di romanzi e racconti che ruotano attorno alla futura Facoltà di storia dell’Università di Oxford. Tutti tranne uno hanno vinto il doppio riconoscimento Hugo/Nebula.


Connie Willis (nome di penna di Constance Elaine Trimmer Willis) si è laureata in letteratura alla Northern Colorado University nel 1967, anno in cui ha sposato il fisico Courtney Willis. Il suo primo racconto pubblicato risale al 1970 e da allora ha pubblicato moltissimo tra racconti, novelle e romanzi. È una degli autori di fantascienza più blasonati del mondo: l’unica ad aver vinto ben 7 premi Nebula, oltre a una decina di Premi Hugo. In Italia molti dei suoi libri non sono stati tradotti, soprattutto i più recenti.


Per la giovane Kivrin, che si prepare a studiare dal vivo una delle epoche più oscure della storia, regno della paura, della superstizione e di tremendi flagelli, viaggiare nel tempo è un'esperienza unica e affascinante, ma in fondo non troppo difficile: l'importante è prepararsi con cura e osservare scrupolosamente tutte le regole perché il suo improvviso arrivo nel XIV secolo risulti plausibile e, soprattutto, passi inosservato. Il resto è compito di una straordinaria tecnologia che rende possibile un simile trasferimento temporale. Tuttavia il suo viaggio nel Medioevo, dove l'esistenza quotidiana è un'avventura per la sopravvivenza e dove si sta scrivendo un nuovo libro dell'Apocalisse, sarà molto più che la realizzazione di un sogno.

Recensione

Come già detto, Connie Williams è una pluripremiata autrice di fantascienza. Eppure, per poter leggere L’anno del contagio è necessario munirsi di una certa dose di pazienza e cercarne una copia in biblioteca o tra i libri usati: il libro, infatti, stampato dalla Editrice Nord negli anni Novanta, è attualmente fuori catalogo. Un vero peccato, perché si tratta davvero di un bel romanzo.

Negli anni Quaranta del XXI secolo il viaggio nel tempo è ampiamente utilizzato a fini accademici dopo essere stato abbandonato dalle aziende che lo avevano inventato, dopo la scoperta che la struttura del tempo è talmente resistente da rendere impossibile qualsiasi interferenza con gli eventi storici.

Gli storici, dunque, un po' come avverrà in Timeline di Michael Chrichton (scritto però successivamente, nel 1999) se ne servono per effettuare spedizioni nel periodo di loro interesse, per affiancare l’osservazione sul campo agli studi più tradizionali, come quelli archeologici.
Non tutti i viaggi sono però autorizzati nella prestigiosa facoltà di storia dell'Università di Oxford: alcune epoche sono considerate troppo pericolose perché vi possa mettere piede senza rischi, anche dopo aver seguito una meticolosa preparazione.
Anche il Medioevo è interamente soggetto a questo veto almeno finché, approfittando dell’assenza del preside di facoltà, il dipartimento di studi medievali riesce ad autorizzare i viaggi nel XIV secolo, considerato meno pericoloso degli altri, e invia sul campo una giovane ed entusiasta studentessa, Kivrin, a osservare la vita quotidiana in un piccolo insediamento, di cui la facoltà si sta occupando come sito archeologico, vent'anni prima che la peste faccia il suo ingresso in Inghilterra.
Dopo la partenza della ragazza, a Oxford si diffonde rapidamente una forma d’influenza che i vaccini e gli antivirali più moderni non riescono a fermare…

L’anno del contagio parla del viaggio nel tempo in modo molto originale: il tema centrale non sono i paradossi nel viaggio del tempo, ma la ciclicità delle vicende umane. Per vedere come l’umanità si comporterebbe durante l’Apocalisse, infatti, non serve immaginare scenari fantascientifici, basta osservare come si è sempre comportata quando pensava di trovarsi alle porte della fine del mondo, ad esempio, durante lo scoppio della Morte Nera in Europa.

La narrazione è puntigliosa e ricca di dettagli che, sono convinta, farebbero felice qualunque storico: per fare un esempio Kivrin, pur conoscendo la lingua, ha grandi difficoltà a farsi comprendere appena arrivata nel passato perché gli studi teorici non hanno interpretato correttamente la pronuncia dei vocaboli. Questo dettaglio è però anche la causa scatenante dell’unico vero difetto del romanzo: un’eccessiva lentezza nella prima parte, che non riesce a essere smorzata nemmeno dai continui salti temporali tra il passato e il presente a Oxford. Mentre i primi due terzi del libro servono, sostanzialmente, a farci affezionare a dei personaggi ben tratteggiati, ma un po’ stereotipati, tutta l’azione è concentrata nella parte finale e culmina con un finale un po’ brusco, che lascia il lettore a domandarsi quali siano state le conseguenze del viaggio di Kivrin.

L’anno del contagio rimane comunque un ottimo libro, che mi ha convinta ad approfondire la conoscenza con la sua autrice, mettendo nella lista delle mie future letture anche To say nothing of the dog.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: L'anno del contagio
  • Titolo originale: Doomsday Book
  • Autore: Connie Willis
  • Traduttore: Annarita Guarnieri
  • Editore: Editrice Nord
  • Data di Pubblicazione: 1994
  • Collana: Cosmo Oro
  • ISBN: 98842907723
  • Pagine: 574
  • Formato - Prezzo: Rilegato - Fuori catalogo

27 ottobre 2013

Speciale Premio Hugo: Incontro con Rama - Arthur C. Clarke

Considerato uno dei migliori esempi di hard sci-fi, Incontro con Rama ha vinto i più importanti riconoscimenti della letteratura fantascientifica mondiale. Tra questi, il Premio Hugo per il miglior romanzo del 1974, per il quale erano candidati Lazarus Long l'immortale (Robert A. Heinlein), Il difensore (Larry Niven), Il popolo del vento (Poul Anderson) e ... per proteggere l'uomo dal male (David Gerrold). Il libro contra tre seguiti, scritti da Gentry Lee con il benestare di Clarke: Rama II (1989), Il giardino di Rama (1991) e Rama rivelato (1993). Tra le più celebri opere dell'autore, ha ispirato un videogioco negli anni Ottanta, mentre la rigorosa descrizione dell'astronave Rama ha stimolato la creatività di molti artisti. Il tema, introduttivo, del pericolo degli asteroidi ha contribuito all'istituzione, da parte della NASA, di un reale progetto di Guardia Spaziale.


Recente scomparso (nel 2008), Arthur C. Clarke è stato inventore e scrittore di fantascienza, due ambiti in cui si affermò con pari fama e che mescolò sempre, influenzando la sua scrittura di rigore scientifico e attingendo immaginazione dal genere narrativo. In campo tecnico-scientifico ha teorizzato per primo, nel 1945, il sistema delle telecomunicazioni tramite satelliti in orbita geostazionaria. Per molti anni è stato inserito nella triade dei più grandi scrittori di fantascienza, insieme a Robert A. Heinlein e Isaac Asimov, ma il suo successo più grande resta il film 2001: Odissea nello spazio, del quale scrisse la sceneggiatura insieme al regista Stanley Kubrick e successivamente i romanzi della serie. Per i suoi meriti in entrambi i campi è stato più volte omaggiato dalla NASA: portano il suo nome un asteroide scoperto nel 1981 e la stessa orbita geostazionaria della Terra, chiamata "Fascia di Clarke". Ancora in suo onore è stato istituito nel 1987 il Premio Clarke. Ha vissuto gran parte della sua vita in Sri Lanka. Nell'ultima parte della sua vita ha più volte ammesso la sua omosessualità, provocando nel 1998 l'attacco del quotidiano inglese The Sunday Mirror, che l'accusò, infondatamente, di pedofilia.


11 settembre, data fatidica: in quel giorno (ma nel 2077) un grosso meteorite si abbatte sulla Pianura padana, devastandola. Per evitare che disastri del genere possano ripetersi, viene approvato d’urgenza il progetto Guardia Spaziale, con il compito di catalogare e studiare l’orbita degli asteroidi nel sistema solare. Poi, nel 2130, i radar della Guardia Spaziale individuano un oggetto che sulle prime viene scambiato per un grosso asteroide, ma che è in realtà un oggetto volante sconosciuto. Il comandante Norton riceve l’ordine di esaminare da vicino, con la sua astronave Endeavour, il silenzioso colosso, e se possibile sbarcarvi. È la storia di questa memorabile visita che Arthur C. Clarke ci racconta col suo inimitabile piglio avventuroso e scientifico, ironico e drammatico, magistralmente realistico e carico di affascinanti aperture sull’Universo.

Recensione

Prima e dopo Rama, l'immagine dell'enorme, enigmatica, disabitata astronave vagante nello spazio è l'emblema della fantascienza dell'ignoto, misura del confronto sproporzionato tra l'uomo e i suoi limiti, tra ciò che è noto e ciò che è sconosciuto e destinato a rimanere tale. Clarke, in effetti, non inventa niente di nuovo: si limita - ma non è poco - a raccontare in modo diverso. Laddove un Lem elabora un mondo ignoto che diviene specchio dell'inconscio umano, e un Asimov traccia i limiti della scienza e dell'etica umana, Clarke preferisce dipingere un'avventura razionale che però ha come oggetto qualcosa di irrazionale, o, per meglio dire, di diversamente razionale. Tale è il confronto tra l'umanità del XXII secolo e la geometrica enigmaticità di Rama, un'Arca spaziale apparentemente priva di intelligenza eppure imprevedibile, capace di cambiare rotta a proprio piacimento, di sfuggire ai tentativi di difesa o di attacco dell'umanità, di costringere gli uomini e la scienza a riscrivere i concetti di umano, biologico e artificiale.

A ben vedere, il successo di Rama si deve fondamentalmente alla magistrale scrittura da manuale di Clarke: ma se lo si spoglia dell'artificio tecnico, che pure ha incantato le giurie del Premio Hugo, del Nebula e così via, rimane un romanzo visionario e al contempo lucido, che però non si discosta particolarmente né dagli altri grandi nomi della fantascienza (Asimov per cominciare), né dalle altre opere di Clarke stesso, alle quali il romanzo richiama con riferimenti espliciti e più impliciti che comunque si fanno notare. Se la forma cilindrica, netta, precisa e implacabile, richiama lo stesso timore reverenziale suscitato da più noti monoliti, di piccoli riferimenti a opere minori, soprattutto racconti, è pieno il romanzo: dall'avventura di Giove Quinto alle gare di vela solare.

Un giudizio non elevato che non vuole però togliere al romanzo i suoi indiscutibili meriti. Fosse solo per la nostalgica amarezza che ti coglie, chiusa l'ultima pagina: pari a quella provata da quei pochi uomini che hanno avuto il privilegio di confrontarsi con Rama, prima della sua temuta e al contempo attesa ripartenza.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Incontro con Rama
  • Titolo originale: Rendez-vous with Rama
  • Autore: Arthur C. Clarke
  • Traduttore: B. Della Frattina
  • Editore: Urania
  • Data di Pubblicazione: 2012
  • Collana: Urania collezione
  • Pagine: 308
  • Formato - Prezzo: Brossura - 5,90 Euro

24 ottobre 2013

Speciale Premio Hugo: La messaggera delle anime - Lois McMaster Bujold

Pubblicato nel 2003, La messaggera delle anime ha vinto sia il premio Nebula che il premio Hugo quale miglior romanzo, primeggiando in quest'ultimo su Ilum. L'assedio e La rivolta di Dan Simmons, Singularity Sky di Charles Stross, Blind Lake di Robert Charles Wilson e Fuga dal pianeta degli umani di Robert J. Sawyer. Il libro è il secondo capitolo di una trilogia chiamata Il ciclo di Chalion, dal nome del regno dove sono ambientate le vicende: segue L'ombra della maledizione e precede L'incantesimo dello spirito. Il ciclo è ambientato in una terra che ricorda per i nomi dei personaggi e delle località la Spagna tardo medievale. La Bujold introduce nei romanzi una particolare religione basata su cinque dei (il Padre, la Madre, il Figlio, la Figlia e il Bastardo) che avrà un ruolo predominante nel ciclo, andando ad analizzare il rapporto che esiste tra libero arbitrio, destino e intervento divino.


Lois McMaster Bujold (Columbus, 2 novembre 1949) è una scrittrice statunitense di romanzi di fantascienza e fantasy. La sua opera più nota è il Ciclo dei Vor. Ha studiato letteratura inglese all'Università statale dell'Ohio.Ebbe le prime esperienze come scrittrice in collaborazione con la sua migliore amica Lillian Stewart quando frequentavano la scuola superiore, poi per molti anni abbandonò l'attività riprendendo negli anni Ottanta, inizialmente per hobby, ma scoprendo in breve che solo un'attività come professionista poteva soddisfarla. I suoi tre primi romanzi - L'onore dei Vor, L'apprendista ammiraglio, La spia dei Dendarii, tutti facenti parte del Ciclo dei Vor - sono stati scritti rispettivamente nel 1983, 1984 e nel 1985, ma vennero pubblicati solo a partire dal 1986 dall'editore Baen Books. Inizio così la carriera di una fra le più significative e premiate scrittrici di fantascienza di questi anni: per restare in tema, ha vinto più volte il Premio Hugo, nel 1991, 1992, 1995 e 2004.


La storia prende il via poco tempo dopo la conclusione del precedente capitolo. Protagonista della vicenda è la Royina Vedova Ista finalmente libera dalla maledizione che attanagliava la sua famiglia ma ancora afflitta dal ricordo dei terribili avvenimenti che hanno sconvolto la sua vita. Per sottrarsi al dolore e alle costanti attenzioni che le sono dedicate come Royina e come convalescente dalla lunga malattia, Ista decide di intraprendere, in incognito, un pellegrinaggio in compagnia di un Divino (appartenente all'ordine religioso) del Bastardo e di pochi fidati compagni. Per la prima volta da molti anni animata da nuovi pensieri e desideri, si lancerà in un viaggio che la porterà a fare i conti con il proprio passato e i propri rimorsi: seguendo terribili visioni riguardanti un castello sconosciuto e un uomo morente una serie di terribili circostanze la porterà a incontrare Arhys dy Lutez, figlio di quel Lord dy Lutez che lei ha contribuito ad uccidere.

Recensione

La mia iniziale difficoltà nell'approcciarmi a questo romanzo è legata al non aver letto il primo episodio, come preferisco fare in caso di romanzi seriali. La McMaster Bujold appartiene alla schiera di autori che non amano riprendere dettagli dei romanzi precedenti, ma preferiscono proseguire la narrazione senza soluzione di continuità. Devo però riconoscerle il grande merito di saper trasmettere anche al lettore ignaro delle vicende precedenti l'atmosfera e le tensioni create nel primo romanzo.

Il romanzo prende il via nei momenti successivi al funerale della madre della Royina vedova Ista, che troviamo sulla torre di guardia a scrutare la carovana del fratello prendere la strada verso la Baocia. Subito si comprende che, nonostante la sua carica, la Royina è prigioniera in casa propria, segregata tra quelle quattro mura, che immagino lugubri e un po' muffite, e costretta in un cerimoniale rigido quanto stantio. Ma c'è di più, un passato che poco a poco emerge nella sua tragicità: Ista è stata creduta "malata", ossia pazza, per anni e seppure ormai libera dalla maledizione che l'aveva ridotta in quello stato, tutti ancora la trattano con sospetto, come se fosse sull'orlo di una nuova crisi.
L'incontro con una comitiva di pellegrini fa prendere a Ista la decisione di compiere anche lei un pellegrinaggio lungo i luoghi santi della regione: ma quanto dipende dalla sua volontà e quanto invece sia opera degli Dei sarà chiaro solo più avanti. Fatto sta che la Royina parte, finalmente, accompagnata da una damigella che, prima di quel momento, lavorava come corriere, un Divino un po' bizzarro e due giovani nobili che comandano la scorta armata al suo seguito. Il Divino capisce fin da subito che Ista ha delle doti speciali, che lei stessa rinnega e maledice.
Il pellegrinaggio sembra arrivato ormai a compimento quando una disavventura porta Ista e parte del suo seguito a Porifors, dove accadono fatti strani e inspiegabili.
I cinque Dei che governano il mondo sono decisamente invadenti e, a sentire Ista, inopportuni; è uno di loro a guidare la Royina fino Porifors e a ridarle quel dono che lei non vorrebbe mai le fosse toccato.

Raramente mi sono imbattuta in una protagonista così scostante e irritante: non nego che Ista ha i suoi buoni motivi di lamentarsi, ma è il suo atteggiamento da vittima sacrificale un po' piagnona e con la puzza sotto il naso che mi ha dato particolare fastidio. Solo alla fine, quando pare accettare la sua sorte e prende il timone della metaforica nave sgangherata che le è toccata, la sua personalità tosta emerge e si riguadagna un po' di simpatia.

Per fortuna c'è Liss, la ragazza-corriere-dama di compagnia, che, decisamente estranea a un ambiente di rigide etichette porta una boccata di aria fresca. Il Divino di divide con lei la palma del personaggio più originale, un po' sgangherato ma sicuramente di polso. Ciascuno degli altri comprimari meriterebbe un commento positivo, ma finirei per dilungarmi troppo: tutti sono comunque ben caratterizzati, ognuno forte delle proprie peculiarità che, nonostante i nomi che ho trovato di difficile memorizzazione, si fanno riconoscere e soprattutto ricordare anche a romanzo chiuso.

Molto lento e un po' noioso nella prima parte, nella seconda la storia prende un ritmo serrato e non manca di sorprendere. Se Ista fosse riuscita a guadagnarsi la mia simpatia, probabilmente avrei dato un giudizio più alto.

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: La messaggera delle anime
  • Titolo originale: Paladin of Souls
  • Autore: Lois McMaster Bujold
  • Traduttore: Rossana Terrone
  • Editore: Tea
  • Data di Pubblicazione: 2003
  • Collana: Teadue
  • ISBN-13: 9788850213436
  • Pagine: 450
  • Formato - Prezzo: Brossura - 9.50 Euro

22 ottobre 2013

Speciale Premio Hugo: Universo incostante - Vernor Vinge

Intelligenze artificiali e diversamente biologiche, space opera, singolarità tecnologiche e molto altro ancora: questo il mix che presenta Universo incostante di Vernor Vinge, vincitore del Premio Hugo 1993 ex aequo con L'anno del contagio di Connie Willis, nonché di molti altri premi, dal Nebula al Locus. Il romanzo si svolge in una Via Lattea divisa in quattro zone soggette a diverse leggi della fisica; un universo narrativo che raccoglie altri romanzi, come Quando la luce tornerà (Premio Hugo 2000) e il più recente e inedito Children Of The Sky (2011).

Vernor Vinge è uno scrittore statunitense di fantascienza, tre volte vincitore del Premio Hugo per il miglior romanzo e due volte per il miglior romanzo breve. Docente universitario di matematica, si è ritirato dalla professione per dedicarsi completamente alla scrittura. Si è imposto nel 1981 con il romanzo Il vero nome, che illustra, in contemporanea con William Gibson, il concetto di realtà virtuale. Non aderisce, tuttavia, al cyberpunk, preferendo inserire successivamente il tema della singolarità tecnologica - concetto da lui inventato - e dell'intelligenza superumana nel genere space opera.  Ha all'attivo una decina di romanzi e un gran numero di racconti, raccolti in Italia in due volumi da Fanucci. E' stato sposato con Joan D. Vinge, scrittrice di fantascienza premiata, anche lei, con il Premio Hugo.


Come sarebbe un universo in cui le leggi fisiche non fossero costanti? Ecco la premessa di questo romanzo, fondato sull'ipotesi che la nostra galassia sia divisa in quattro zone. Nelle due più interne, la velocità della luce è un limite invalicabile e lo sviluppo di civiltà progredite risulta possibile soltanto in quella più esterna: la cosiddetta zona "lenta", che comprende la Terra. Oltre quest'ultima si apre una dimensione assai vasta, dove la velocità della luce non è più assoluta e la civiltà è avanzatissima. Infine c'è una zona "trascendente", dai contorni indefiniti. E proprio all'interno di questa zona una civiltà interstellare scopre un pianeta-archivio, ricettacolo di conoscenze illimitate, ma anche sede di una perversa entità che, dopo milioni di anni, viene riattivata e scatena il suo potere distruttivo su migliala di mondi. Soltanto un'astronave sfugge all'apocalisse e si dirige verso l'unico pianeta in cui si potrà elaborare una difesa per evitare la distruzione dell'universo...

Recensione

"Come spiegarlo? Come descriverlo? Anche il punto di vista onnisciente lo troverebbe difficile."

Questo il singolare incipit del romanzo, vittima di una sicuramente non voluta ironia: nella mia personale esperienza di lettura, sceglierei queste esatte parole per giudicare un romanzo che, a fronte delle ricche e gustose promesse, risulta ben presto essere un mattone noioso, lento, inconcludente, del tutto privo di organicità, confuso e inspiegabile.

Universo incostante è un romanzo di fantascienza dai presupposti visionari: la nostra galassia, la Via Lattea, è suddivisa in quattro zone in cui le leggi della fisica sono diverse. Il nostro sistema solare è inchiodato alla "zona lenta", in cui l'evoluzione tecnologica è vincolata alla "lentezza" della velocità della luce, insuperabile; al contrario, laddove la velocità della luce non presenta alcun ostacolo, l'evoluzione si è sbizzarita, producendo le Potenze, sorta di divinità galattiche/intelligenze superumane. Il ritrovamento di un'antica Potenza, ben presto degenerata in una Perversione (una Potenza maligna) scatena l'intreccio, che si presenta come una storia d'avventura, un romanzo epico, una grande space opera che attraversa la galassia e migliaia di sistemi solari. Peccato che poi l'autore si perde completamente: è un romanzo immenso, pesante, e lentissimo. Si sarebbe potuto scrivere, con lo stesso materiale narrativo, un romanzo di massimo duecento pagine; sarebbe risultato molto più dinamico e avvincente.

Il prologo, a ben vedere, preannuncia un romanzo che poi appare radicalmente diverso. Anche stilisticamente, mi sembra, c'è un abisso tra il prologo e il resto del romanzo: l'autore sembra essere partito da un'idea e aver costruito su di essa una trama completamente distante. Ben presto la storia si arena, il ritmo si rallenta, mentre l'intreccio si divide in due filoni sfilacciati: il monotono viaggio della bibliotecaria Ravna, custode dell'unica arma che possa abbattere la Perversione, e le vicende sul pianeta Artiglio, con la sua particolarissima forma di civiltà senziente. Proprio sul mondo di Artiglio si concentrano i giudizi più entusiasti di questo romanzo (che gode davvero di un altissimo - e per me, inspiegato - gradimento): la civiltà più avanzata è formata da una specie simil-canide, riunita in una società fondata sugli "aggruppi", una coscienza collettiva in cui ogni individuo è formato da un gruppo di quattro fino a otto membri, incapaci di vivere singolarmente. L'idea è effettivamente accattivante, ma, a mio avviso, resa malissimo: occorre circa un centinaio di pagine per recepire chiaramente la struttura degli "aggruppi", rendendo impossibile seguirne le vicende e anche solo memorizzarne i personaggi.

Il vero problema è tuttavia la mancata coesione tra le parti, tra i filoni: quello che avrebbe dovuto essere un romanzo da corsa contro il tempo, per salvare la Galassia dalla furia della Perversione, che fagocita pianeta dopo pianeta, si arena, rallentando il ritmo e distraendo il lettore con sub-plot assolutamente ininfluenti nell'intreccio principale. Tale è soprattutto l'insieme delle vicende del pianeta Artiglio, in cui due giovani umani sopravvissuti a un atterraggio di fortuna si ritrovano coinvolti nelle lotte di potere di due regni diversi: il tutto è condito da una povera ambientazione da fantasy medievale e da trovate narrative altrettanto povere e discutibili.

Anche il punto di forza principale è screziato da qualche debolezza: se il Trascendente (la zona super-luce extragalattica) diviene scusa per illustrare un universo che si palesa come sistema di memorizzazione delle informazioni (viene da pensare a tutte le teorie cosmologiche che fanno capo all'universo olografico, a Freeman Dyson e via dicendo), la sua realizzazione è fiaccata da trovate ben poco originali (come la Rete galattica che vede i pianeti comunicare tramite... e-mail), che fanno impallidire tutto il romanzo di fronte a un precedente più lontano nel tempo, eppure ancora attualissimo, come L'ultima domanda di Isaac Asimov.

Grande delusione, dunque, per un romanzo dalle ottime intenzioni, rimaste tuttavia mal compiute, se non proprio incompiute. Non dubito che l'assegnazione del Premio Hugo abbia voluto premiare gli intenti e l'esplosivo mix di idee, ma di fronte alla sua mediocre realizzazione non si può che dissociarsi.

Giudizio:

+2stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Universo incostante
  • Titolo originale: A fire upon the Deep
  • Autore: Vernor Vinge
  • Traduttore: G. Zuddas
  • Editore: Nord
  • Data di Pubblicazione: 2007
  • Collana: Biblioteca Cosmo
  • ISBN-13: 9788842915102
  • Pagine: 545
  • Formato - Prezzo: Brossura - 12,00 Euro (fuori catalogo)

19 ottobre 2013

Speciale Premio Hugo: La svastica sul sole - Philip K. Dick

Vincitore del Premio Hugo nel 1963, La svastica sul sole è uno dei più famosi esempi di ucronia, tipo di narrazione nella quale viene raccontata una storia alternativa a quella reale. I suoi inizi vengono fatti risalire addirittura a Tito Livio e a un suo brano ne Ab Urbe Condita. Philip K. Dick è uno dei nomi che hanno fatto grande la fantascienza e al quale è dedicato un premio per i migliori romanzi del genere pubblicati direttamente in edizione economica. Il libro era destinato ad avere dei seguiti che non sono mai stati pubblicati, se non in brevi accenni che si possono trovare in alcune edizioni. Nel 2001 ne è stata stampata una versione della Fanucci Editore dal titolo "L'uomo nell'alto castello", con traduzione di Maurizio Nati.


Philip Kindred Dick, nato nel 1928 a Chicago da una famiglia dai legami burrascosi, esordisce nella fantascienza nel 1952 sulla rivista Planet Stories. è autore di romanzi e racconti di fantascienza. Tra le sue opere più famose: Cronache del dopobomba, I simulacri,Un oscuro scrutare, Il Cacciatore di Androidi (conosciuto anche come Ma gli androidi sognano pecore elettriche?). Da quest'ultimo è stato tratto il capolavoro di Ridley Scott Blade Runner. Sposato cinque volte, dipendente da anfetamine, paranoico e soggetto ad allucinazioni, Dick ha avuto più successo dopo la morte, avvenuta nel 1982 per un attacco cardiaco proprio quando i diritti per le sue opere cominciavano a dargli una certa sicurezza economica. 


Le forze dell’Asse hanno vinto la seconda guerra mondiale e l’America è divisa in due parti, l’una asservita al Reich, l’altra ai Giapponesi. Sul resto del mondo incombe una realtà da incubo: il credo della superiorità razziale ariana è dilagato a tal punto da togliere ogni volontà o possibilità di riscatto. L’Africa è ridotta a un deserto, vittima di una soluzione radicale di sterminio, mentre in Europa l’Italia ha preso le briciole e i nazisti dalle loro rampe di lancio si preparano a inviare razzi su Marte e bombe atomiche sul Giappone. Sulla costa occidentale degli Stati Uniti, i Giapponesi sono ossessionati dagli oggetti del folclore e della cultura americana, e tutto sembra ruotare intorno a due libri: il millenario I Ching, l’oracolo della saggezza cinese, e il best-seller del momento, vietato in tutti i paesi del Reich, un testo secondo il quale l’Asse sarebbe stato in realtà sconfitto dagli Alleati.

Recensione

Non è facile recensire “La svastica sul sole”: i piani di lettura sono talmente tanti che il rischio di tralasciare qualcosa è alto. Da cultore della fantascienza dovevo colmare la lacuna Philip K. Dick e questo libro è stato sicuramente un ottimo modo per farlo. 

Classico esempio di ucronia (genere che risale addirittura alla letteratura latina e nel quale vengono narrati avvenimenti di finzione partendo dal presupposto che uno o più episodi storici abbiano preso una piega diversa da quella reale), vi sono raccontate le vicende di un gruppo eterogeneo di persone, collegate labilmente tra di loro, durante un 1962 nel quale gli Stati Uniti sono divisi tra Giappone e Germania nazista.

La grandezza della prosa di Dick non sta nel presentare al lettore semplicemente la grande storia in maniera alternativa. Agli eventi vengono preferiti gli effetti che questi hanno avuto, hanno e avranno sulla vita di tutti i giorni. Quindi ci troveremo a leggere di un negoziante che commercia con i giapponesi – padroni della costa ovest degli USA – in oggetti tradizionali indigeni come pistole della guerra di secessione o orologi di Topolino, di un mite funzionario giapponese che si troverà costretto ad agire per impedire un complotto ai danni della sua nazione e di una insegnante di judo che viene coinvolta da una spia italiana al soldo della Germania nazista nel piano per uccidere uno scrittore “dissidente”. Proprio questo scrittore – a cui il titolo originale inglese “The Man in the High Castle” fa riferimento -, di nome Hawthorne Abendsen, è l’autore di un best-seller dal titolo “La cavalletta non si alzerà più” (in originale “The Grasshopper Lies Heavy"), che, come in un gioco di specchi, narra le vicende del dopoguerra di una realtà alternativa in cui sono l’Impero Britannico e gli Stati Uniti a dominare il mondo. Dick, con cinica ironia, prende in giro il lettore medio: un’opera che racconta un argomento simile a quello de “La svastica sul sole” ma che è trattata in maniera completamente differente diventa un best-seller. Ucronia nell’ucronia, “La cavalletta non si alzerà più” è un riuscito tentativo di metalibro diametralmente opposto alla realtà raccontata dall’autore. Quest’opera, al pari del libro cinese degli oracoli, l’”I-Ching”, influenza enormemente la vita dei personaggi che popolano la realtà alternativa descritta.

Difficile, insomma, dare dei giudizi negativi o positivi netti: i motivi per cui amare o odiare“La svastica sul sole” sono gli stessi. Il lettore potrebbe imputare a Dick un eccessivo caos narrativo, dovuto alla sua incredibile fantasia visionaria. Si rimane esterrefatti dalla quantità di idee che vengono condensate in nemmeno trecento pagine. Idee, tra l’altro, che verranno letteralmente saccheggiate dagli autori di fantascienza negli anni a venire. Un altro punto di discussione potrebbe essere quello dell’eccessiva indulgenza verso la cultura giapponese, che Dick presenta come un impero colonizzatore pacifico, ultimo baluardo prima della totale resa del mondo ai nazisti, quando in realtà le cronache dei massacri perpetrati dall’esercito dell’impero del Sol Levante in Cina e nel sud-est asiatico risalgono a prima della Seconda Guerra Mondiale.

In conclusione, “La svastica sul sole” merita un posto d’onore nella nutrita bibliografia di Philip K. Dick. Il premio Hugo del 1963 non avrebbe potuto avere un vincitore più meritevole. Il lettore che cerca una disamina su un mondo alternativo potrebbe storcere la bocca davanti alle pagine di questo “mostro”. La storia intricata, nel quale Dick si diverte sadicamente a togliere continuamente la terra  sotto i piedi al lettore, non è facile da seguire. Gli amanti della fantascienza in generale e delle ucronie in particolare non dovrebbero farsi assolutamente sfuggire questo importante pezzo della storia letteraria alternativa americana.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: La svastica sul sole
  • Titolo originale: The Man in the High Castle
  • Autore: Philip K. Dick
  • Traduttore: Maurizio Nati
  • Editore: Fanucci Editore
  • Data di Pubblicazione: 2010
  • Collana: Collezione Ventesima
  • ISBN-13: 9788834716083
  • Pagine: 271
  • Formato - Prezzo: Rilegato, sovraccoperta - 12.90 Euro

17 ottobre 2013

Speciale Premio Hugo: Neuromante - William Gibson

Primo romanzo a vincere, oltre al Premio Hugo nell'edizione 1984, anche gli altri due premi letterari più importanti per il genere sci-fi, il Nebula e il Philip K. Dick Award, Neuromante dello scrittore americano-canadese William Gibson inaugura un nuovo filone del genere fantascientifico, il cyberpunk, caratterizzato dalla fusione dei temi della tecnologia delle comunicazioni e della ribellione sociale legata al nascente mondo del world wide web.
Con le due opere successive, 'Giù nel ciberspazio - Count Zero' del 1986 e  'Monna Lisa cyberpunk - Mona Lisa Overdrive' del 1988, forma quella che viene comunemente chiamata la 'Trilogia dello Sprawl'.


William Gibson nasce nel 1948 da una famiglia benestante nel South Carolina e inizia gli studi a Tucson, dove entra in contatto con le controculture degli hippy e della contestazione. Nel 1967 per evitare la partenza per il Vietnam si trasferisce a Vancouver, in Canada, da dove, laureatosi in letteratura inglese nel 1977, parte per un viaggio in Europa.
Tornato a Vancouver, dove vive ancora oggi, inizia a pubblicare racconti - tra cui 'Johnny Mnemonic' altre raccolte come 'Burning Chrome' - che danno inizio a un nuovo sottogenere fantascientifico, il cyberpunk.
Tra le altre opere, oltre a racconti brevi e visionari, spiccano la trilogia del Ponte (Luce virtuale-Aidoru-American Acropolis) e il ciclo di Bigend (L'Accademia dei sogni-Guerreros-Zero History).


In un futuro di cupa delinquenza e di elevata tecnologia, di droghe e computer, di traffico di organi umani, trapianti e sfrenata ricchezza, di popolosi quartieri dove si aggira il più fetido sottobosco umano, un mondo di cyborg e di tetre strade notturne, di fatiscenti metropoli, si muove Case, che un tempo era stato il miglior «cowboy» d'interfaccia.
Con la sua mente riusciva a entrare nelle matrici dei computer, nel cosiddetto «cyberspace», dove la sua identità virtuale frugava nelle banche-dati delle ricchissime corporazioni che dominavano la Terra e rubava le informazioni richieste dai suoi mandanti. Però, spinto dalla superbia e dall'avidità, Case aveva commesso il classico errore di rubare anche ai suoi mandanti, tenendo per sé parte del bottino. E, scoperto, era stato punito: il suo sistema nervoso era stato danneggiato in maniera tale che non avrebbe più potuto entrare nel «cyberspazio». Ma forse Case aveva ancora un'altra possibilità...

Recensione

Il primo romanzo lungo di Gibson, considerato archetipo del cyberpunk, si presenta come un viaggio allucinato nei meandri della coscienza virtuale e raccoglie una vasta quantità di temi provenienti da varie direzioni, fondendo in un universo magmatico e ribollente, instabile e visionario, una serie di spunti narrativi e stilistici anche eterogenei tra di loro.

Il protagonista, Case, è uno dei primi cybernauti, un ladro di dati, e si muove attraverso le banche dati delle multinazionali che dominano un mondo postmoderno, le zaibatsu. Hacker ante litteram, viene punito dai suoi datori di lavoro, dopo che questi ne hanno scoperto tentativi di doppio gioco, con degli interventi neurali che gli rendono impossibile l'ingresso nella realtà virtuale.

Trasformato in un reietto, drogato e relegato nei bassifondi di una Tokyo inquinata e oscura, si arrabatta a vivere di piccoli traffici e arriva sull'orlo del collasso anche per i danni che la tossicodipendenza ha causato al suo corpo. La salvezza arriva nelle forme di Molly, una samurai con due lenti a specchio innestate sugli occhi e lame affilatissime impiantate sotto le unghie in stile Wolverine, e del suo boss, Armitage, ma non è gratuita.

In cambio di interventi che lo rimettono in sesto, Armitage impone a Case un lavoretto: dovrà rubare nello Sprawl, una conurbazione estesa sugli tutti gli Stati Uniti orientali, il dispositivo ROM che contiene la coscienza disincarnata dell'hacker Dixie Flatline, per poi permettere a una sorta di intelligenza artificiale, Invernomuto, che si muove dietro la copertura di Armitage, di superare le limitazioni imposte dall'ICE - una forma embrionale del concetto di firewall - alla sua evoluzione verso uno stadio superiore di controllo.

Passati da Parigi, Amsterdam e Istanbul del futuro, i protagonisti approdano su una specie di satellite costruito da transfughi di origine ebraica, Zion, da cui poi si spostano su Freeside, il satellite orbitale dove incontrano uno dei primi sviluppatori dell'IA, i fondatori del gruppo Tessier-Ashpool.

Lo scontro finale si realizza in una sorta di fusione, in cui non è semplice capire se vi sia un vincitore certo, tra le due intelligenze artificiali, Invernomuto e il suo oppositore, che si rivela essere, nelle sembianze di un ragazzino, Neuromante. Questa figura enigmatica richiama nel nome la pratica della negromanzia, la capacità di interrogare i morti attraverso le trame del mondo cibernetico, come se fosse una memoria esterna capace di riassumere nelle sue sinapsi artificiali l'universo stesso.

Lo stile della narrazione è nebuloso almeno quanto la trama stessa, che in diversi tratti rivela una notevole inconsistenza, tanto da rendere complesso seguire il filo della vicenda: in più punti sembra di leggere pagine deliranti di Burroughs o di seguire le allucinazioni psicotiche di Dick.

Se anche parte di questa difficoltà deriva dal modo in cui Gibson affastella ispirazioni disparate (e disperate), però questo accumulo di elementi diversi per forma e contenuto produce una vorticosa eversione della realtà, contro il potere delle tecnocrazie imperanti, che ha un sapore fortemente originale.

Se anche inoltre Gibson non ha inventato le idee di cyberspazio e di realtà virtuale, di sicuro ha il merito, con 'Neuromante', di aver dato tra i primi a queste idee una forma visuale, dando vita attraverso le sue descrizioni futuristiche a una realtà che assomiglia da un lato al mondo di Blade Runner, precedente rispetto al suo romanzo, dall'altro all'universo digitale di Matrix. Non per nulla la colonia orbitale fuori dai circuiti mainstream del 'Neuromante' si chiama Zion come l'ultima ridotta dei ribelli contro le macchine nella trilogia cinematografica dei fratelli Wachowski.

E nelle riflessioni su rapporti tra tecnologia e potere, e per riflesso dunque sulla ribellione sociale e le varie forme cibernetiche di controcultura, attuali negli anni '70 nella Vancouver di Marshall Mac Luhan, affonda le radici l'universo onirico di Neuromante, in cui le zaibatsu, multinazionali che controllano il mondo, si combattono a colpi di dati e informazioni.

Un mondo violento e quasi deumanizzato, abitato da cyborg, cloni e intelligenze artificiali, dove anche il linguaggio si fa confuso e a tratti indiscernibile, con un lessico complesso e scabro, si presenta attraverso una girandola di personaggi sfocati ed evanescenti, il clone 3Jane, il dandy di Chiba sempre vestito all'ultima moda, gli Zioniti con il loro modo di parlare disarticolato, la stessa Molly, samurai a tratti materna ma pronta a sfoderare gli artigli innestati artificialmente sotto le unghie.

Attraverso gli occhi del Neuromante si rivolge uno sguardo onirico, forse frutto anche di stati allucinatori, verso un futuro in cui la realtà è destinata a sfrangiarsi e a mostrarsi deformata e instabile con l'immagine inquietante di un inferno artificiale, ma che per alcuni aspetti - quelli legati alla realtà digitale - ricorda più il nostro presente.

Giudizio:

+3stelle+ (e mezzo)

Dettagli del libro

  • Titolo: Neuromante
  • Titolo originale: Neuromancer
  • Autore: William Gibson
  • Traduttore: Giampaolo Cossato, Sandro Sandrelli
  • Editore: Editrice Nord
  • Data di Pubblicazione: 2004
  • Collana: Narrativa Nord
  • ISBN-13: 9788842913528
  • Pagine: 256
  • Formato - Prezzo: Rilegato - 12.00 Euro

15 ottobre 2013

Speciale Premio Hugo: Il gioco di Ender - Orson Scott Card

Caso unico nella storia della fantascienza moderna, Orson Scott Card si è aggiudicato un doppio-doppio premio: Il gioco di Ender è stato premiato con il Premio Hugo e con il Premio Nebula per il 1986, vincendo nuovamente entrambi i premi l'anno successivo con il seguito Il riscatto di Ender. Il primo libro si affermò sui quattro concorrenti: Stirpe di alieno (C.J. Cherryh), Il simbolo della rinascita (David Brin), Il giorno dell'invasione (Larry Niven e Jerry Pournelle) e La musica del sangue (Greg Bear). Tra i più noti e discussi vincitori del Premio Hugo, Il gioco di Ender figura come libro di narrativa obbligatorio in gran parte delle scuole e università del continente americano. La celebre serie animata Futurama ne ha tratto una parodia, il lungometraggio Il gioco di Bender.


Orson Scott Card (classe 1951) è uno scrittore statunitense di fantascienza e fantasy. E' principalmente noto per il ciclo sci-fi dedicato al personaggio di Ender Wiggin: oltre ai primi due libri già ricordati, si aggiungono Ender III - Xenocidio (1991) e I figli della mente (1996), più tre nuovi romanzi inediti in Italia; completano il ciclo una vasta serie di spin-off e midquel.
E' anche autore di altre opere sci-fi e fantasy, per le quali ha usato fino a sette diversi pseudonimi, nonché di fumetti per la Marvel e la DC Comics. Come se non bastassero le critiche e il clamore legati ai temi affrontati nei suoi romanzi più famosi, l'autore continua a fare parlare di sé per le sue opinioni in materia politica (contro l'amministrazione Obama), di diritti civili (contro i matrimoni gay) e di scienza (ha espresso scetticismo nei confronti dell'allarme per il global warming).


Gli alieni hanno attaccato due volte la Terra e hanno quasi distrutto la specie umana. Per assicurarsi la vittoria nel successivo scontro di questa guerra, il governo del mondo ha deciso di creare una razza di geni militari, di allevare bambini al di fuori del mondo normale e istruirli nelle arti marziali tramite una serie di "giochi di guerra" e di combattimenti simulati, basati sull'uso del computer. Ender Wiggin è un genio tra i geni: nato con le doti di un superbo comandante e condottiero di uomini, viene forzato a una precoce maturità attraverso un addestramento continuo e pressante. Toccherà a lui, unico a vincere tutti i "giochi", assumere il comando delle forze terrestri e la salvezza del genere umano sarà nelle sue mani...

Recensione

Caso raro, se non unico nella storia della fantascienza, Orson Scott Card ha vinto il Premio Hugo (e contemporaneamente anche il Nebula) per due anni di seguito, con due romanzi, uno seguito dell'altro. Con queste premesse, a un libro come Il gioco di Ender non si può che dare cinque stelle sulla fiducia: e confermarle, alla fine, nonostante una serie di (inevitabili?) imprecisioni e limitazioni, fosse solo per non scalfire la gloria di un romanzo che si è imposto, inaspettato, ai vertici della fantascienza moderna, e che oggi, complice il film di imminente uscita nelle sale italiane, dimostra di aver superato la prova del tempo.

Il gran segreto di Ender è il suo diabolico travestimento che riuscirà sicuramente a trarre in inganno il lettore disattento o casuale, che fuggirà dunque alla vista di un romanzo apparentemente di fantascienza militare (genere in cui Robert Heinlein, gran vincitore del Premio Hugo, ha fatto scuola). A ben vedere, Il gioco di Ender è una squisita riflessione sociopolitica ed etica, caratterizzata anche da una forte introspezione psicologica.

Basti pensare al significato simbolico del gioco, inciso in maniera così provocatoriamente banale nel titolo; un romanzo che racconta di un bambino speciale che gioca alla guerra, un gioco, però, con le regole degli adulti. Di più non dico per non rovinare la lettura di un romanzo che si può permettere (cosa sempre più difficile, oggi) di risolvere l'intreccio con un paio di grossi colpi di scena.

Ho detto di un travestimento da romanzo sci-fi militare: a un livello elementare, la storia segue la vicenda del piccolo Ender, un bambino geneticamente modificato per scopi militari, destinato a giocare un ruolo fondamentale nella terza guerra tra l'umanità e gli Scorpioni (classico topos, dagli scarafaggi di Heinlein ai vermi di Dune). La focalizzazione interna sul protagonista restringe il campo della narrazione, costringendo il lettore ad adattarsi in spazi estremamente chiusi, per non dire claustrofobici: la stazione spaziale che ospita la scuola militare e una ristretta massa di altri ragazzini speciali, al pari di Ender, mentre gli unici ruoli adulti vengono ridotti a delle voci fuori campo, squisitamente trasfigurate in una struttura dialogica quasi platonica, che aprono ogni capitolo. Il "mondo là fuori" è un tabù, tanto per Ender quanto per il lettore, che nel susseguirsi delle vicende si ritrova smarrito, privo di punti di riferimento, come quei ragazzini in uno spazio privo di gravità. Tutto è perfettamente voluto e ben ottenuto, anche il feroce senso di ripetività che assilla tanto Ender quanto il lettore. Un espediente audace, certo, che però non offusca del tutto la sensazione di una trama fin troppo piatta e ripetitiva per gran parte del romanzo, un susseguirsi di battaglie e niente più.

A infrangere la monotonia del racconto di Ender, l'irrompere scostante dell'adorata sorella del protagonista, Valentine, e dell'altro terribile fratello, psicopatico e tendente all'omicidio, Peter: altri due ragazzini speciali che, scartati in favore di Ender, scelgono di dedicarsi corpo e anima al sogno di ogni ragazzino particolarmente ambizioso - tentare di conquistare il mondo -, salvo averne davvero le possibilità. L'amore dell'autore per i dialoghi platonici qui si fa più evidente: Valentine e Peter impersonano Demostene e Locke, due anonimi opinionisti che cominciano a incidere sul dibattito pubblico mondiale, distratto appena dalla guerra contro gli Scorpioni e più attento, invece, al confronto tra le due superpotenze discendenti della guerra fredda (erano pur sempre gli anni Ottanta!).

Il risultato è dunque un romanzo che giocando con cliché di genere offre molteplici spunti di riflessione, che valicano anche il contesto, ormai stravolto, della guerra fredda. Il rilievo dato al gioco, centrale in tutto il romanzo, richiama ad esempio le riflessioni della filosofia sin dall'antichità, da Eraclito ("Il corso del mondo è un fanciullo che gioca a dadi") alla filosofia del gioco di Eugen Fink. Ma è nella riflessione etica che il romanzo trova il suo punto di forza (e forse anche il suo tallone d'Achille?), attirando ancora critiche per la condotta morale del protagonista e le diverse letture, apologetiche o denigratorie, degli omicidi e dei reati commessi nel corso del romanzo.

Se ciò rende Il gioco di Ender un romanzo denso di carica riflessiva e sicuramente un capolavoro della fantascienza contemporanea, automaticamente non ne fa un romanzo perfetto: Orson Scott Card è uno scrittore audace, che osa e sceglie di correre tutti i rischi annessi, talvolta inevitabili, come tutti i rovesci della medaglia. Così, la narrazione claustrofobica Ender-centrica restituisce un'ambientazione eccessivamente sfumata, priva di dettagli, un mondo fin troppo silente, assente, mentre invece di dettagli superflui abbondano le scene di azione. Il subplot relativo a Demostene e Locke è scostante, e trova una risoluzione abbozzata in un finale che pare anche affrettato. Critiche dovute, ma da non calcare eccessivamente, soprattutto se si tiene in considerazione che il vero romanzo ideato dall'autore è il seguito, Il riscatto di Ender, facendo così del Gioco un prologo, uno schizzo preparatorio del protagonista. Un'autentica riflessione, dunque, un interrogativo, soprattutto: le risposte, forse, nei romanzi successivi.

Giudizio:

+5stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Il gioco di Ender
  • Titolo originale: Ender's game
  • Autore: Orson Scott Card
  • Traduttore: G. Zuddas
  • Editore: Nord
  • Data di Pubblicazione: 2005
  • Collana: Biblioteca Cosmo
  • ISBN-13: 9788842913108
  • Pagine: 377
  • Formato - Prezzo: Brossura - 9,00 Euro (fuori catalogo)

11 ottobre 2013

Speciale Premio Hugo: Un altro mondo - Jo Walton [Anteprima]

Il premio Hugo del 2012 è apparso a molti come una conferma dell'irrefrenabile commistione fra Science Fiction e Fantasy, con buona pace dello zoccolo duro dei fan dei due generi.
La vincitrice Jo Walton, infatti, la spunta su un parterre di candidati agguerriti con il romanzo fantasy Un altro mondo che è un'unica grande dichiarazione d'amore ai classici della SF.
Pensate che il prima fila a contendere alla Walton il premio c'era George R.R.Martin con l'ultimo capitolo della saga de Le cronache del ghiaccio e del fuoco, A Dance with Dragons. Accanto a lui fra i candidati dell'anno scorso Mira Grant con Deadline, secondo parte della Newsflesh Trilogy, Embassytown di China Miéville, vincitore del Locus Award for Best Science Fiction Novel e Leviathan Wakes di James S. A. Corey, anch'esso primo di una serie di tre.


Jo Walton è un'autrice di fantasy e science fiction di origine gallese che attualmente risiede a Montreal, in Canada, con il marito e il figlio. Nata nel 1964, la sua prima opera è stata The King’s Peace (2000) seguita da The King’s Name (2001). Nel 2002 ha vinto il John W. Campbell Award come Miglior Scrittore Esordiente e da quel momento non ha più smesso di pubblicare romanzi, tra cui ricordiamo Tooth and Claw che le ha fruttato nel 2003 il World Fantasy Award per il miglior romanzo e naturalmente Among others - Un altro mondo, in arrivo in Italia nel novembre del 2013 per Gargoyle dopo aver vinto l'Hugo e il Nebula Award per il miglior romanzo.


Allevata da una madre pazza che si diletta con la magia, Morwenna Phelps ha trovato rifugio in due mondi. Crescendo in Galles, Morwenna giocava con gli spiriti che avevano trovato la propria casa tra le fabbriche in rovina. Ma la sua mente ha da sempre trovato libertà e speranza nei romanzi di fantascienza che sono stati i suoi più cari amici. Almeno finché sua madre non decide di tentare di piegare gli spiriti al suo volere costringendo Mori a confrontarsi con lei in una battaglia magica che la riduce ad un'invalida e costa la vita alla sua gemella.
Rifugiatasi a casa del padre che fino ad allora non aveva mai conosciuto, Mori viene spedita in un collegio inglese, un luogo totalmente privo di magia. Isolata e malinconica, la ragazza tenta il fato eseguendo magia da sola, nella speranza di trovare nuovi amici più simili a lei. Ma la sua magia attira nuovamente l'attenzione della madre, accelerando una resa dei conti che non può più essere rimandata...
Combinando elementi autobiografici con creazioni della sua immaginazione, sulla scia di romanzi come La fortezza della solitudine di Jonathan Lethem, Un altro mondo si conferma come il potenziale romanzo rivelazione di un'autrice il cui genio è già stato riconosciuto da figure di primo piano come Kelly Link, Sara Weinman e Ursula K. Le Guin.

Recensione

Scrivendo Un altro mondo, Jo Walton o si è assunta un grosso rischio oppure ha fatto una mossa piuttosto furba. O entrambe le cose, ancora non ho deciso.

Quando il racconto inizia l'evento principale della vicenda è in realtà già avvenuto: la nostra eroina, Mori, si sta riprendendo da un violento incidente d'auto causato dalla madre pazza che è costato la vita alla sorella gemella. Per buona parte del romanzo i dettagli di questo incidente rimangono piuttosto vaghi, si intuisce che Mori e la sorella erano in qualche modo connesse con delle creature fatate e che la madre è una strega cattiva in piena regola ma la magia in generale rimane un concetto piuttosto evanescente (non ci sono bacchette magiche né incantesimi) che potrebbe facilmente essere interpretata come "destino" o "coincidenza" da coloro che non credono in essa.

Si ha la sensazione che la Walton abbia iniziato a scrivere la sua storia dal punto in cui molti autori avrebbero posto la parola "Fine"; in questo sta il grosso azzardo e anche il motivo per cui molti amanti di fantasy e fantascienza non hanno gradito quest'opera: mancavano ai loro occhi l'azione, le battaglie, il duello spettacolare, l'eroico confronto con il male.

D'altro canto, Un altro mondo è anche un'enorme dichiarazione d'amore alla letteratura fantastica poiché Mori è una lettrice vorace e nel corso dell'opera divora letteralmente tutti i classici del genere - Le Guin, Heinlein, Vonnegut, Zelazny... - e ne commenta estensivamente pregi e difetti. L'autrice quindi, in modo piuttosto plateale, strizza l'occhio agli appassionati di SF e in qualche modo anche all'Hugo, visto che numerosi titoli da lei citati si sono aggiudicati il premio, come viene rimarcato nel romanzo stesso. Gli appassionati più nostalgici (e anche i votanti del premio) hanno gradito l'ammiccatina e si sono innamorati perdutamente dell'opera.

Ovviamente è un sentimento che capisco e condivido, adoro i libri che parlano di altri libri, tuttavia concentrarsi solo su questo aspetto di Un altro mondo mi pare in qualche modo lo sminuisca, riducendolo ad un mero elenco di classici del genere quando in esso c'è molto di più.

Innanzi tutto Mori non si limita a leggere i libri, li vive. I protagonisti dei suoi romanzi preferiti sono figure reali, con i quali ella si relaziona costantemente, usando le loro esperienze per formare il proprio pensiero e il proprio carattere, imparando da ogni avventura e mettendo in discussione ogni loro scelta così che essi diventano parte attiva nel suo processo di comprensione della realtà e delle relazioni umane che ella tenta di instaurare con adulti e coetanei.

E qui siamo arrivati al cuore del romanzo, la sua essenza e il suo maggior pregio. Mori sta attraversando un processo di guarigione, fisica e psicologica: è un invalida che soffre di dolori praticamente costanti, ha appena perso la sorella gemella e dopo essere sfuggita ad una madre violenta deve abbandonare il Galles per l'Inghilterra dove il padre che non ha mai conosciuto la spedisce a studiare in un odioso collegio facendola sentire più sola e abbandonata che mai. La ragazzina deve quindi imparare a relazionarsi nuovamente con gli altri, a fidarsi di coloro che la circondano e a costruire una qualche forma di relazione con questo padre sconosciuto e delle nuove amicizie in un ambiente totalmente diverso rispetto a quello in cui è cresciuta. Si tratta di un processo lento, doloroso e pieno di equivoci che l'autrice traccia con sensibilità squisita lasciando che siano le piccole cose quotidiane e i libri letti dalla protagonista a mostrare il suo stato d'animo e la sua evoluzione. Mori supera ogni prova con l'aiuto degli amati romanzi e con un pizzico di magia per cui non è affatto vero che non accade nulla in questo libro, ogni giorno è un'enorme conquista, ogni evento insignificante un'esperienza di grande valore.

Per una volta ho apprezzato la narrazione in prima persona, sotto forma di diario, non solo perché aiuta a comprendere la trasformazione della protagonista ma soprattutto perché Mori è un personaggio così delizioso che è un piacere trovarsi "nella sua testa". La ragazza ha solo 15 anni ma è sveglia, brillante ed estremamente dotata, e non semplicemente a causa il suo coinvolgimento con la magia, per cui non si esprime come i troll mentalmente ritardati a cui i recenti esempi di YA ci hanno abituati. Il suo dolore è reale e toccante, sebbene il suo atteggiamento non sia mai quello di una persona che ricerca compassione, la complessità di una personalità ancora in fase di formazione è perfettamente resa dalla difficoltà nell'approcciare temi "adulti" quali il sesso, l'amore, il matrimonio ma anche la politica e il femminismo.
Di contro, proprio perché tutto è filtrato dallo sguardo della protagonista,i personaggi secondari appaiono spesso poco più che abbozzati sebbene mai scontati o stereotipati. Avrei ad esempio gradito qualche parola in più su questo padre ben intenzionato ma estremamente infantile, succube di tre sorelle che meriterebbero un libro a parte tanto sono inquietanti e misteriose.

Molto bello, invece, questo approccio "soft" alla magia che ricorda molto Tolkien (ed in effetti Mori si riferisce spesso all'autore de Il Signore degli anelli come l'unico che davvero conoscesse la magia). Le creature fatate sono esseri eterei, facilmente assimilabili con la natura e amanti dei territori più selvaggi, per questo molto più a loro agio nell'incontaminato Galles che nella più civilizzata Inghilterra. La magia è fatta di piccole cose. Un gesto. Una pietra spostata. Un petalo lasciato cadere. Eventi semplici e naturali che però comportano conseguenze e responsabilità inimmaginabili, sebbene all'occhio scettico possono apparire solo come una serie fortuita di coincidenze, tanto che per buona parte del libro mi è rimasto il dubbio che si trattasse più che altro di proiezioni della fantasia di una ragazzina incapace di gestire la realtà.

Infine, dopo decine di romanzi con collegi inglesi indicibilmente cool e avventurosi in stile Harry Potter, finalmente una scuola che sembra tale, compagnucce spocchiose e cibo terrificante inclusi.

Giudizio:

+4stelle+ (e mezzo)

Dettagli del libro

  • Titolo: Un altro mondo
  • Titolo originale: Among others
  • Autore: Jo Walton
  • Traduttore: Benedetta Tavani
  • Editore: Gargoyle
  • Data di Pubblicazione: 14 novembre 2013
  • Collana: Extra
  • ISBN-13: 9788898172177
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 17.00

8 ottobre 2013

Speciale Premio Hugo: Starship Troopers (Fanteria dello spazio) - Robert A. Heinlein

Pietra miliare del filone space-opera militare, Fanteria dello spazio si è aggiudicato il Premio Hugo del 1960 per Miglior romanzo, primeggiando tra i candidati Il mercenario di Dorsai (Gordon R. Dickson), I pirati di Zan (Murray Leinster), I dominatori del pensiero (Randall Garrett e Laurence M. Janifer), Le sirene di Titano (Kurt Vonnegut).

Robert A. Heinlein, nato a Butler nel 1907 e morto a Carmel-by-the-Sea nel 1988, militò nella Marina degli Stati Uniti come ufficiale di tiro in giovane età e come ingegnere aeronautico successivamente. Autore prolifico, fu uno dei protagonisti dell'Età d'oro della fantascienza (com'è chiamato il periodo tra la fine degli anni '30 ai primi anni '50). Tra le sue altre opere più famose, ricordiamo Straniero in terra straniera e La Luna è una severa maestra, entrambi (come Starship Troopers) Premi Hugo rispettivamente nel 1964 e nel 1966.


Juan Rico vive in un futuro non troppo lontano, in cui il mondo è stato pacificato e, dopo una devastante guerra mondiale, si è instaurato un governo aristocratico che vede la Terra far parte di una Federazione di pianeti. Figlio di un ricco industriale, il giovane Rico sceglie di non lavorare nell'azienda paterna, ma di arruolarsi volontario nella fanteria dello spazio. Dopo un periodo di addestramento, Juan viene inviato al fronte; qui dovrà affrontare i nemici alieni impegnati in un conflitto senza tregua contro la specie umana; ma le battaglie che dovrà combattere saranno più psicologiche che militari, e lo trasformeranno alla fine, da frivolo diciottenne, in un vero uomo.

Recensione

Appartenente al sottogenere della fantascienza bellica, Starship Troopers è un romanzo cult, imperdibile per gli appassionati del genere. Narrato in prima persona dal protagonista Juan "Johnny" Rico, si tratta di un bildungsroman ideato principalmente per un pubblico giovane, indirizzamento di cui è facile non accorgersi data la drammaticità degli eventi e l'altezza dei toni.

In un futuro alternativo che ha forse luogo circa un secolo dopo la seconda guerra mondiale, la Terra è divenuta parte di una Federazione di pianeti in cui si è imposta una società meritocratica basata sull'esercizio del servizio militare volontario quale unico mezzo per ottenere la piena cittadinanza. Il diritto di voto, naturalmente, è quello più ambito, e le gerarchie si assicurano che ad accedervi sia solo chi si sia dimostrato pronto a due anni di immani sacrifici psichici e fisici pur di ottenerlo, dimostrando così - si presume - di aver acquisito un forte senso di responsabilità pubblica.
Johnny accede al Servizio Federale volontario quasi per caso, senza una reale motivazione, seguendo l'esempio degli amici Carmen - che vuole fare carriera come pilota in Marina - e Carl. Osteggiato dai genitori, s'imbarca in un difficile iter della durata di due anni, traguardo a cui solo un ventesimo delle reclute arriva vittorioso. Durante il durissimo addestramento, tuttavia, la Federazione passa dallo stato di pace a quello di emergenza, e quindi a quello di guerra: Johnny si ritrova con la prospettiva di dover continuare il servizio militare per ben più dei due anni previsti.

Il romanzo è privo di eventi di rilievo, concentrandosi quasi esclusivamente sull'iter militare di Johnny che, da semplice recluta, decide di inerpicarsi sull'irta scala delle gerarchie militari. E' questo l'unico aspetto che dequalifica un romanzo altrimenti ottimo, dalla prosa scarna e insieme precisa quanto basta, e la cui ambientazione è delineata dall'autore con una cura certosina che quasi mai scade nell'infodump: la società ideata da Heinlein viene mostrata gradualmente attraverso le esperienze di Johnny e le parole dei suoi superiori, e soprattutto attraverso dibattiti tra gli studenti e il professore di Storia e Filosofia Dubois, ex-veterano di guerra mutilato. A causa di alcune somiglianze tra la società meritocratica di Heinlein e quelle totalitaristico-militari del XX secolo, l'autore è stato a lungo e ingiustamente tacciato di militarismo, soprattutto per via di passaggi controversi presenti in alcune delle sue opere e particolarmente in Fanteria dello spazio. Heinlein trascorse sì una vita tra l'Esercito e la Marina, ma la critica al regime militare è chiara laddove si ripudia la coscrizione obbligatoria e si specifica che la cittadinanza non è appannaggio dei vertici militari, tutt'altro: nessuno che appartenga all'esercito, recluta o ufficiale, può esercitare i diritti derivanti dalla cittadinanza fino al suo ritiro. Peraltro l'autore era molto attivo nel campo dei diritti civili delle minoranze: non a caso alla fine di Fanteria dello spazio viene rivelato che Johnny è filippino. E' pur vero che l'autore non lesina critiche nemmeno alle democrazie, ree di concedere la possibilità di esercitare incautamente il diritto di voto a chiunque lo desideri.

Per farla breve, Fanteria dello spazio è un romanzo che può essere letto a più livelli: può essere apprezzato come semplice romanzo di fantascienza - non mancano descrizioni minuziose degli avanzatissimi equipaggiamenti e una guerra contro entità aliene simili a enormi aracnidi superintelligenti - o si può tener conto del profondo dibattito interiore suscitato dal considerare come certi aspetti di quella società meritocratica, in fondo, non sono troppo sbagliati se si pensa a quanto male nel XXI secolo si esercita la democrazia.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Starship Troopers
  • Titolo originale: Starship Troopers
  • Autore: Robert A. Heinlein
  • Traduttore: Brinis H.
  • Editore: Mondadori
  • Data di Pubblicazione: 2008
  • Collana: Piccola biblioteca oscar
  • ISBN-13: 9788804556152
  • Pagine: 342
  • Formato - Prezzo: Brossura - 10,00 Euro
 

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