Visualizzazione post con etichetta Imperdibili. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Imperdibili. Mostra tutti i post

14 febbraio 2018

Uomo e donna - Wilkie Collins

Anne Silvester, giovane e raffinata, è accolta come istitutrice presso la famiglia di Lady Lundie, amica d’infanzia della sua sfortunata madre, e diviene inseparabile dalla figlia di lei, Blanche. Quando il nobile Geoffrey Delamayn, aitante sportivo da tutti idolatrato per le sue doti atletiche ma privo di cervello, la seduce compromettendone la reputazione, Anne, pur non amandolo, è costretta a cercare di salvare il proprio onore progettando un matrimonio segreto. Ma si trova in Scozia, e qui le leggi sul matrimonio sono così ambigue e inconsistenti che finisce con l’essere accusata di aver sposato Arnold, il fidanzato della sua cara amica Blanche. Dopo una serie di colpi di scena, la verità verrà ristabilita, ma per Anne si rivelerà la peggiore delle condanne: Geoffrey, infatti, minato nel fisico e nello spirito dal troppo allenamento sportivo, decide di tenerla segregata in casa finché non avrà trovato il modo di ucciderla per essere libero di sposare una ricca ereditiera. In un’atmosfera sempre più cupa e claustrofobica, il romanzo scivola lentamente verso la tragedia, dominato dalla figura sinistra e inquietante di Hester Dethridge, l’anziana cuoca muta dal passato oscuro e terribile alla quale è affidato il compito di tirare le sorti della vicenda.

Recensione

"Quando un libro è ben scritto, mi sembra sempre troppo corto"

Le parole di Jane Austen si applicano perfettamente a questo romanzo di Wilkie Collins, settecento fittissime pagine che travolgono e volano via nonostante siano state scritte più di duecento anni fa. Uomo e donna è forse uno dei romanzi meno noti dell'autore inglese, grande amico di Dickens e celebrato soprattutto per il suo racconto La pietra di luna e per l'essere l'inventore della detective story.
Nel suo processo di ripubblicazione dell'intera produzione di Collins, la casa editrice Fazi riporta in auge forse l'opera più impegnata, che non solo coinvolge e intrattiene ma si lancia senza esitazioni in una critica sociale tagliente, finalmente in linea con lo stile di vita dello scrittore, sotto molti aspetti anticonformista rispetto ai tempi in cui viveva.

Il titolo originale, Man and wife, già allerta il lettore sul tono del romanzo e l'oggetto della sua critica. Collins non vuole solo polemizzare con le assurde leggi sul matrimonio vigenti in Scozia all'epoca, gioia degli azzeccagarbugli ma forse poco significative per un lettore moderno, ma anche sulla più estesa e pressante questione del ruolo totalmente subordinato della donna nell'istituzione del matrimonio che, per legge, la priva di qualunque diritto di prorpietà e la mette in tutto e per tutto alla mercé del marito, senza possibilità di sottrarsi al suo giogo nemmeno quando questo si rivela un violento con intenti omicidi.

L'autore insiste sul tema non solo rivolgendosi direttamente al lettore per denunciarne le iniquità, ma presentando ben tre personaggi femminili vittime di questo sopruso.
Già nel prologo conosciuamo la sfortunata figura di Anne Silvester, ripudiata dal marito desideroso di sposare una donna più ricca grazie ad un assurdo cavillo, e abbandonata senza dignità,senza un soldo e senza la possibilità di mantenera la figlia dichiarata illegittima.
Il suo destino dannato sembra gettare un'ombra sulla stessa figlia, protagonista del romanzo e vittima di un brutale avventuriero che non solo si rifiuta di sposarla dopo averla messa incinta ma tenta di farla passare per la moglie dell'amico (già promesso alla migliore amica della protagonista) sfruttando proprio quelle ambiguità delle leggi scozzesi che potevano portare perfetti sconosciuti a ritrovarsi sposati senza saperlo.
A completare il quadro l'inquietante figura di Hester Derthridge che, con il suo agghiacciante passato di abusi domestici, conferisce l'elemnto gotico/horror caratteristico delle opere di Collins una sfumantura tutta nuova, nella quale l'orrore della realtà supera quello dell'irrazionale.

A dispetto della tematica piuttosto seria, va detto che il romanzo, almeno fino a tre quarti, matintiene incredibilmente un tono leggero: il dramma si dipana attraverso visite di cortesia, pranzi all'aperto e appuntamenti per il tè, raccontati quasi sempre con un velo di ironia che spicca sia dalla voce del narratore che da quella di Sir Patrick, il personaggio più riuscito e, a conti fatti, il vero eroe del racconto.
E' solo nell'ultimo quarto che il tono del racconto si fa decisamente più angosciante, ogni scena assume connotati sinistri e l'indere degli eventi aumenta fino allo scioccante finale, che permette finalmente ai lettori di tirare il fiato dopo diversi capitoli di lettura angosciata e trepidante.

Il risultato finale è quello di un romanzo eccellente con personaggi accattivanti, dialoghi che, pur essendo datati nella forma, rimangono vivaci e coinvolgenti.
A dispetto di una struttura evidentemente classica, se non addirittura antiquata a tratti, nella formale divisione in scene e nel modo in cui talvolta il narratore si rivolge direttamente al lettore nelle sue invettive e nelle sue presentazioni, il romanzo incredibilmente non ne soffre e si mantiene "giovane" nel ritmo, nei contenuti e nella trama ricca di colpi di scena.

Giudizio:

+5stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Uomo e donna
  • Titolo originale: Man and wife
  • Autore: Wilkie Collins
  • Traduttore: Alessandra Tubertini
  • Editore: Fazi
  • Data di Pubblicazione: 2017
  • Collana: Le strade
  • ISBN-13: 9788893252669
  • Pagine: 720
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 18,50

20 maggio 2017

I piccoli maestri - Luigi Meneghello

I piccoli maestri non sanno fare la guerra. Sarà perché hanno un forte spirito di libertà, che li rende refrattari alle gerarchie militari. Sarà perché hanno letto troppi libri e possiedono uno scarso senso pratico. Sarà che loro preferiscono la parola all’azione. Il fatto è che quel gruppo di studenti universitari che nell’autunno del 1943 si dà alla macchia prima sui monti del bellunese e poi sull'altopiano di Asiago per combattere la propria personale guerra contro il nazismo, sperimenterà un apprendistato umano, più che politico. Gigi e Lello studiano lettere, Enrico e Simonetta, ingegneria e Bene, medicina. A loro si uniranno un marinaio, un operaio ed un sottufficiale degli alpini. Sarà questa la formazione partigiana dei “piccoli maestri”, ovvero la «banda dei perché», come loro stessi la chiamano. Alla sua guida c’è Capitan Toni, Antonio Giuriolo, partigiano anomalo, aderente al partito d’azione, non capo politico, professore precario di filosofia perché si è rifiutato sempre di prendere la tessera del fascio.

Recensione

I piccoli maestri’ di Meneghello è un libro – tra romanzo e diario – di guerra e sulla guerra ma quasi senza guerra. A chi legge, almeno, resta all’incirca quest’impressione: che di guerra si parli solo di striscio, per caso, in modo quasi involontario. Oggi, passati oltre settant’anni dai fatti e più di mezzo secolo dalla pubblicazione, comincia forse a esserci la giusta distanza per giudicare serenamente un’opera che ha suscitato forti polemiche al momento della sua uscita.

Nel 1964, anno della prima edizione, i fatti di cui Meneghello parla anche in forma autobiografica sono ancora troppo vicini e gravidi di conseguenze per permetterne una ricostruzione, non obiettiva – il che forse sarebbe difficile pure oggi – ma quanto meno libera da eccessivi condizionamenti politici. Meneghello, invece, poteva permettersi una fuga in avanti perché la giusta distanza l’aveva trovata iniziando una brillante carriera universitaria in Gran Bretagna e perché la formazione politica per la quale aveva militato durante la resistenza partigiana, il Partito d’Azione, si era dissolta sin dal 1947. La scelta di riappropriarsi di un episodio nodale della sua vita parte per l’autore con la scelta di un titolo che, a dispetto di quanto potrebbe apparire, ha un senso fortemente autoironico.

Fare ironia – in questo caso autoironia – su un tema delicato come la resistenza, momento fondativo della Repubblica Italiana nel bene e nel male, doveva avere, in quegli anni, un significato dissacrante che oggi è difficile cogliere. Eppure, man mano che si procede nella lettura, si capisce inevitabilmente che i ‘piccoli maestri’ del titolo sono una geniale e affettuosa interpretazione di un momento generazionale guardato da lontano, con una specie di nostalgica e paternamente bonaria ironia. I piccoli maestri hanno contribuito a salvare l’Italia dall’ignominia dal nazifascismo e lo hanno fatto con un’ingenuità tipica degli anni della gioventù: Meneghello guarda appunto a quegli eroici furori con un divertito e maturo disincanto, che rende il suo racconto difficile da ricondurre alla celebrazione riservata alla resistenza da intellettuali, politici e storiografi ma che, lungi dal voler dissacrare o sminuire, si assume il gravoso compito di riconsegnare i fatti storici alla realtà attraverso la narrazione dei ricordi nudi e crudi.

E nei ricordi la crudezza della guerra resta sullo sfondo rispetto al traguardo di ricreare l’atmosfera e le idee dei molti giovani che hanno partecipato e dato la vita nella lotta partigiana, non sempre con la consapevolezza che la versione dei vincitori ha poi cucito loro addosso. I piccoli maestri sono allora ‘piccoli’ perché involontariamente presuntuosi, con il loro idealismo velleitario, ma anche perché con i loro ‘piccoli’ sacrifici hanno costruito la possibilità di un futuro diverso per l’Italia.

C’è tutta la divertita nostalgia per la giovinezza nella ricostruzione di quel modo scapestrato di fare resistenza raccontato da Meneghello, lontano dagli intrighi di partito e forse quindi poco ‘partigiano’ e insieme, tuttavia, rigoroso e impegnato. La morte compare – e lo stesso anche per gli scontri a fuoco, le imboscate, le battaglie – quasi solo di striscio: dei numerosi compagni di lotta persi nei due anni scarsi di clandestinità sui colli veneti l’autore, in modo pudico, fa, in molti casi, solo un rapido cenno delle circostanze della morte. Il pericolo, il rischio corso dalle staffette, l’incoscienza e la leggerezza con cui i piccoli maestri affrontano la guerra civile rivelano nella scelta della lotta un impulso vitale spontaneo prima che una scelta mentale ponderata; e del resto l’autore e i suoi compagni erano poco più che ragazzi, metterli sul piedistallo della retorica patriottica, sembra quasi dire Meneghello, sarebbe quasi tradire la loro purezza sventata e coraggiosa.

I personaggi di Meneghello, piuttosto, i compagni di università, i contadini giovani e poveri, i raccoglitori di sterpi, gli operai, le ragazze borghesi come Simonetta, i ladruncoli di camicie sfilano come in una parata festosa, una parata in cui si festeggia la liberazione, non solo dal morbo nazifascista della Repubblica di Salò, ma anche dalla retorica patriottica vieta e ipocrita, che in breve, dopo il 25 aprile, avrebbe fagocitato, con il crudo linguaggio della realpolitik, quanto di più autentico e vivo era sbocciato nella generazione falciata dal più catastrofico, per l’Italia e il mondo, conflitto bellico della nostra storia.

Giudizio:

+5stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: I piccoli maestri
  • Autore: Luigi Meneghello
  • Editore: BUR
  • Data di Pubblicazione: 2013
  • Collana: Contemporanea
  • ISBN-13: 9788817061186
  • Pagine: 234
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 10,50

11 aprile 2017

L'ombra del vento - Carlos Ruiz Zafòn

Una mattina del 1945 il proprietario di un modesto negozio di libri usati conduce il figlio undicenne, Daniel, nel cuore della città vecchia di Barcellona al Cimitero dei Libri Dimenticati, un luogo in cui migliaia di libri di cui il tempo ha cancellato il ricordo, vengono sottratti all'oblio. Qui Daniel entra in possesso del libro "maledetto" che cambierà il corso della sua vita, introducendolo in un labirinto di intrighi legati alla figura del suo autore e da tempo sepolti nell'anima oscura della città. Un romanzo in cui i bagliori di un passato inquietante si riverberano sul presente del giovane protagonista, in una Barcellona dalla duplice identità: quella ricca ed elegante degli ultimi splendori del Modernismo e quella cupa del dopoguerra.

Recensione

Quando ho iniziato a leggere questo libro non avevo idea di quanto mi sarebbe piaciuto. Avevo già conosciuto Carlos Ruiz Zafòn grazie alla Trilogia della Nebbia qualche anno fa e ricordo che mi colpì moltissimo il suo stile letterario, scorrevole e fluido sì ma altamente comunicativo ed emozionante. L’ombra del vento ha confermato il mio ricordo, ho ritrovato la stessa intensità e la stessa cura nella scelta di ogni singolo termine per esaltare al massimo non solo la trama in sé ma anche il piacere della lettura. Zafòn è uno di quegli autori che legge chi è amante della buona letteratura e soprattutto chi ama assaporare ogni parola della storia, lo scorrimento della trama passa quasi in secondo piano in alcuni punti perché è facile perdersi nella maestria narrativa dell’autore: i ricordi, il dolore, i luoghi di basso costume o pittoreschi, il sesso vengono trattati con una finezza di linguaggio e con un’eleganza dei termini che incantano il lettore. La minuziosa premura di Zafòn mi ha letteralmente stregato dalla prima all’ultima pagina, ovviamente però il piacere dello stile si affianca anche alla storia raccontata ricca di intrecci e di segreti che cattura l’attenzione del lettore spingendolo a fantasticare su cosa potrà mai accadere nelle pagine successive.

Daniel Sempere, classico ragazzino nel pieno dei problemi adolescenziali, una volta entrato in possesso di un libro misterioso scritto da un autore maledetto, Julian Carax , si ritrova immerso in una faccenda più grande di lui. Julian diventa un’ossessione per Daniel tanto da spingerlo a scoprire di più sulla vita dell’autore, ma la difficoltà nel reperire notizie non lo ferma, semmai fa sviluppare in lui una caparbietà ostinata. Custode di segreti impensabili, dietro la storia di Julian Carax c’è molto più di quanto Daniel possa immaginare, scopre gli intrighi, gli inganni e le bugie che proteggono la verità. Come ogni protagonista che si rispetti Daniel ha un valido aiutante, Fermín Romero De Torres, un personaggio che tinge le pagine più malinconiche di euforia e di quello humour necessario per andare avanti e per non fermarsi al dolore dei ricordi e alla bruttura di un paese devastato dalla guerra. La corruzione delle forze armate è un ulteriore ostacolo ma Daniel è determinato e grazie all’aiuto di Beatrice Aguilar si butta a capofitto nella ricerca alla scoperta della storia di Julian Carax. Il lettore resta bloccato in un’impasse letteraria, non può smettere di leggere, deve continuare per scoprire come finirà e resta col fiato sospeso fino all’ultima pagina, solo allora sarà svelato l’esito della vicenda.

I personaggi sono numerosi, abbondano quelli maschili carismatici e determinati, come Daniel e Fermìn o più deboli e placidi come il padre di Daniel o Isaac Monfort, custode del famoso Cimitero dei Libri Dimenticati (una fortuna di valore inestimabile per chi ama i libri, un luogo che custodisce titoli ormai svaniti e da proteggere) oppure ancora personaggi cattivi, ignobili e vigliacchi come il corrotto ispettore Fumero ed infine l’evanescente Julian, dal carattere misterioso ma dominato dalla voglia di vendetta e di libertà per un amore che tanto lo ha segnato.

I personaggi femminili invece sono di numero inferiore ma sono dotati di una grande rilevanza: dalle figure angeliche come Beatrice Aguilar (l’amore di Daniel) e Penelope Aldaya (la misteriosa donna amata da Julian) che si distinguono per il loro apparente candore immacolato, ai piccoli cammei di figure come la portinaia dell'ex palazzo Fortuny-Carax, Bernarda, la governante della famiglia amica di Daniel, i Barcelò, o la ex governante degli Aldaya, sono fondamentali e determinanti per lo sviluppo della storia. Un personaggio però spicca su tutti, una rappresentante del gentil sesso dall’animo ostinato e combattivo, si tratta di Nuria Monfort, la forza femminile che consente di ritrovare i capi dell'intricato filo della storia.

Il libro non ha un riflesso unitario ma si compone di tanti piccoli frammenti : poeticità dello stile, purezza dei sentimenti e allo stesso tempo tutta la brutalità di cui l’uomo è capace. Una grande riflessione sulla vita, sull’impossibilità e sul dolore di amori difficili, sulla lealtà, sull’onestà e sulla dedizione, valori che pagano nella vita. Se fosse possibile darei più di cinque stelle al romanzo, è un viaggio meraviglioso nel mondo della lettura e chiunque ami i libri è il lettore perfetto per Zafòn che fa nei suoi romanzi un vero e proprio inno alla letteratura.

Giudizio:

+5stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: L' ombra del vento
  • Autore: Carlos Ruiz Zafón
  • Traduttore: L. Sezzi
  • Editore: Mondadori
  • Data di Pubblicazione: 2016
  • Collana: Oscar absolute
  • EAN: 9788804666721:
  • Pagine: 420
  • Formato - Prezzo: Brossura - 10,20 Euro

14 marzo 2017

Giuliano - Gore Vidal

Pubblicato per la prima volta nel 1964, Giuliano è uno dei romanzi di maggiore successo di Gore Vidal. Il romanzo racconta la vita privata e politica di Giuliano, l'imperatore romano del quarto secolo, nipote di Costantino, che durante i brevi anni del suo regno tentò di soffocare la diffusione del cristianesimo e di restaurare il culto degli dèi, passando per questo motivo alla storia con l'appellativo di "Apostata". Il racconto di Vidal comincia diciassette anni dopo la morte di Giuliano e prende le mosse dalla corrispondenza tra due potenti e influenti uomini politici del tempo. Senza scrupoli, portati a privilegiare gli intrighi della politica e del potere, non esitano a farcire le loro lettere di osservazioni malevole, pettegolezzi e maliziose digressioni che interpolano il diario scritto dall'imperatore, destinato a essere la sua autobiografia. Nelle pagine di 'Giuliano' troviamo dunque l'affascinante rappresentazione di un conflitto politico e religioso in cui già si profila il declino dell'Impero Romano, ma troviamo soprattutto il sentimento di un'epoca raffigurato con maestria e con l'inconfondibile stile di Gore Vidal. Nella lotta senza speranza contro il cristianesimo ormai trionfante, nel tentativo di restaurare una religione che lo spirito del tempo non sente più sua, si nasconde il tormento di un'anima spaventata e smarrita di fronte al futuro. Un sentimento che appartiene a ogni epoca e che fa della tragica parabola dell'imperatore romano una storia attuale anche ai giorni nostri.

Recensione

Per ricostruire la vita di un imperatore noto quasi soltanto per essere stato un rinnegato, Giuliano di Gore Vidal propone più che un romanzo storico una sorta di reportage, quasi un’inchiesta giornalistica. Al personaggio cui Vidal intitola l’opera non viene dedicato, in genere, più di qualche rigo nei manuali di storia: come risarcimento per una gloria rubata da secoli di propaganda avversa, lo scrittore americano gli riserva un trattamento opposto, dipingendolo come ultimo ellenista, imperatore illuminato e tollerante, condottiero spregiudicato e pacato filosofo, che somma in sé le virtù militari di un Giulio Cesare, quelle politiche di un Ottaviano Augusto e quelle speculative di un Marco Aurelio. Un eroe degno del mito greco, la cui grandezza viene però troncata proprio sul punto di germogliare.

‘Muore giovane chi è caro agli dei’, recita un aforisma del commediografo ateniese Menandro, ma nel caso di Giuliano vale il contrario: a lui, morto a 32 anni, quasi come Alessandro Magno, erano cari gli dei, che vedeva come simboli, nella cornice culturale e religiosa del politeismo greco, dei valori e degli ideali che avevano innervato e sostenuto la grandezza del pensiero ellenico e dello stato romano, i due elementi di cui si considerava, in quanto imperatore-filosofo, erede e custode. La sua figura tragica ed eroica insieme di grande vissuto come una meteora nel periodo storico sbagliato, nel declino del mondo pagano, riceve da Vidal una luce che ricompensa in parte l’oblio venato di disprezzo cui la vittoria del cristianesimo lo aveva condannato con il marchio d’infamia di ‘apostata’, il rinnegato.

Nel ritratto che lo scrittore americano tratteggia, Giuliano emerge con molte sfaccettature contrastanti dalle sue stesse memorie, grazie all’espediente del diario personale sottratto dalla tenda dell’imperatore al momento della morte nel 363 d.C., durante la campagna contro i Parti. L’autobiografia è affiancata dai commenti e dalle lettere di altri due personaggi, Prisco, filosofo neoplatonico, amico e consigliere del protagonista, che aveva in suo possesso le carte private di Giuliano, e il retore Libanio, che vorrebbe pubblicare un’apologia di Giuliano, dopo circa vent’anni dai fatti, per difendere, attraverso la persona del giovane imperatore morto quasi da martire, il ricordo di un mondo sempre più vicino all’oblio.

Tra i coloriti personaggi che popolano la galleria degli imperatori romani – dal sublime Adriano di Yourcenar al Claudio di Graves fino all’anarchico Eliogabalo di Artaud – Vidal ne sceglie uno trascurato, visto che, per la brevità del suo regno e non solo, l’utopico progetto di restaurazione del politeismo greco-romano era destinato alla sconfitta. L’aspetto che risalta di più nel suo ritratto è il contrasto tra le inaspettate abilità politiche e militari di una figura, quella di Giuliano, che sembrava destinata a un’esistenza laterale e incerta, tra rischi di congiure e intrighi di corte, e si rivela invece un outsider di successo, e l’ingenuità velleitaria e testarda di un giovane intriso di ideali filosofici e di cultura e ardente di spirito civico. Queste forze interne in perenne conflitto lo portano a tentare una crociata contro quelli che chiama sempre con l’epiteto dispregiativo di ‘Galilei’, i cristiani, dalla regione di provenienza di Gesù. Il risarcimento postumo per uno che avrebbe ricevuto dai ‘galilei’ il soprannome ingiurioso di ‘apostata’ non nasconde però, attraverso i punti di vista di un testimone esterno all’animo di Guliano come Prisco o ancora più lontano come Libanio, i difetti del giovane imperatore, perché la volontà di scandagliare l’animo del protagonista mettendone in luce gli aspetti più soggettivi di riformatore illuminato ma fuori tempo – e questo ne delinea anche il destino tragico sotto una luce nostalgica e insieme pietosa – è bilanciata dai continui scambi di Prisco e Libanio.
Il filosofo e il retore, nei loro interventi di spiegazione e correzione, rendono evidente, spesso anche con toni amaramente ironici, come in un contrappunto oggettivo sottoposto al giudizio critico della storia, che il contesto in cui Giuliano era vissuto rendeva i suoi progetti sostanzialmente illusori.

Proprio il carattere visionario dell’impresa del protagonista, votato a una ribellione fervida e sincera, tuttavia, è l’aspetto più affascinante della biografia di Vidal: il sogno di un giovane outsider che si oppone a un corso che la Storia dimostrerà irreversibile assume, nella penna di un abile sceneggiatore hollywoodiano – e forse l’essere così vicino a un copione cinematografico non rende del tutto giustizia alla dimensione letteraria dell’opera –, la forma di un romanzo epico, del quale conoscere già in partenza la conclusione tragica non sminuisce l’interesse.

La capacità di evocare un’epoca così sfumata come il tardo-antico, a cavallo tra antichità e medio evo, al di là di possibili falle storiche e di esagerati, almeno per un’opera di fiction, scrupoli storiografici costituiscono un ulteriore merito del romanzo, che rende contemporanea, attraverso il filo sottile della nostalgia, la figura dolente e indomita di Giuliano. Se è vero, come afferma l’autore nell’introduzione, che anche nella storiografia l’immaginazione ha un ruolo importante, allora la visione audace e la lotta disperata ma inevitabile che dominano la vita dell’ultimo imperatore pagano assumono un significato che non smette di vivere neppure oggi, a più di quindici secoli di distanza.

Giudizio:

+5stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Giuliano
  • Titolo originale: Julian
  • Autore: Gore Vidal
  • Traduttore: Chiara Vatteroni
  • Editore: Fazi Editore
  • Data di Pubblicazione: 2017
  • Collana: Le strade, 308
  • ISBN-13: 9788893251297
  • Pagine: 594
  • Formato - Prezzo: Paperback, euro 19,50

8 novembre 2016

La distrazione di Dio - Alessio Cuffaro

Morire e risvegliarsi altrove, in un altro corpo. Questo succede improvvisamente a Francesco Cassini, stimato ingegnere nella Torino di fine Ottocento. Che cosa è successo? Come è stato possibile? Chi crederà alla sua storia? La legge universale che regola il destino di ogni individuo pare essere saltata: Francesco è vittima di una distrazione di Dio. Ai dubbi e alle difficoltà del trovarsi estranei a se stessi, con un altro corpo da abitare, si alternano però anche le avventure e le possibilità che il protagonista del libro si troverà a vivere, innescando una serie di vicende drammatiche, ironiche e struggenti che attraverseranno l'intero secolo. Un romanzo che esplora territori narrativi inediti e che trasforma la nostra idea di identità, di corpo, di destino.

Recensione

Non credo possa esistere un esordio più brillante di quello che Alessio Cuffaro ha avuto con il suo romanzo La distrazione di Dio. Il libro mi ha letteralmente catturata sin dalle prime pagine e ho pensato e ripensato più volte a come impostarne la recensione per cercare, con le mie parole, di esprimere tutto quello che in 223 pagine mi ha emozionato fino alla commozione.

La maturità letteraria di Alessio è la carta vincente del romanzo, sembra quasi una sfumatura del timbro di Italo Calvino, dagli aforismi alla fluidità del periodo, dalla scrittura lineare alla consapevolezza di ogni termine, la capacità di giostrare con un lessico a metà tra il forbito e il semplice linguaggio dialettale, spaziando per un arco temporale di un secolo circa, tinge le pagine di qualcosa che è molto lontano da una “distrazione”.
C’è una ricerca minuziosa per ogni singolo vocabolo, ogni aggettivo, ogni verbo, tutto è stato scelto con cura e nulla è lasciato al caso.

Leggendo la storia di Francesco, viaggiatore nello spazio e nel tempo, il lettore compie un vero e proprio excursus personale: sfruttando un filone narrativo abbastanza semplice, quello di uno sventurato che si reincarna perpetuamente in corpi altrui al momento della morte, l’autore da spazio a spunti di riflessione su questioni estremamente profonde come il senso della vita, la paternità, la ricchezza e la povertà, la questione gender, la solitudine, il rimorso, la solidarietà e la condivisione.
L’idea di un corpo che sta troppo stretto o di un corpo in cui non ci si riconosce, che non si sente proprio, è non solo materialmente quanto accade a Francesco ma è anche un tema che, simbolicamente, attraversa la realtà della nostra società quotidianamente.

La distrazione di Dio, anche in questo caso, è un richiamo simbolico a riflettere su quanto accade nel mondo, ce la prendiamo con Dio troppo spesso ritenendolo responsabile delle tragedie o lo ringraziamo, ma questo di rado, per tutto ciò che ci rende felici: ma ci siamo mai realmente fermati a pensare a cosa voglia dire essere Dio?

Immaginò Dio troppo catturato dalla meraviglia delle cose per far funzionare tutto ne modo migliore. Aveva un mondo intero da gestire da lassù. Bisognava muovere ininterrottamente i mari, far fare alla Terra un giro all’anno intorno al Sole, spremere miliardi di cuori al ritmo di settantacinque battiti al minuto. Se qualcuno moriva prima del tempo, prima che si fosse preparati a lasciarlo andare, cosa rimproverargli? Come biasimarlo se, oberato di lavoro, avesse dimenticato di far morire Francesco come gli altri, una volta per tutte? A Dio si doveva pur concedere una certa dose di distrazione.

Quasi come una beffa del destino, remando contro la smania universale di immortalità, Francesco desidera solo morire, non riesce più a sopportare il dolore inflitto dalla perdita di tutti quelli che lo circondano e che occupano uno spazio, anche piccolo, nel corso della sua stramba esistenza.

La distrazione di Dio è un romanzo che fa riflettere il lettore, lo sottopone ad una continua revisione di sé mettendolo davanti a tematiche e questioni che siamo soliti rifuggire, un po’ come quando diciamo che il silenzio e la solitudine ci intimoriscono perché ci portano inevitabilmente ad essere soli con noi stessi, ecco il romanzo fa esattamente questo: ci mette allo specchio e ci obbliga a guardare il nostro riflesso, chi è allora il vero distratto?

Siamo cosi presi dalla frenesia delle cose da non riuscire a fermarci anche un solo istante per riflettere e pensare realmente a noi stessi. Un richiamo quasi disperato all’importanza spirituale della vita, sono i valori e non il denaro a renderci qualcuno, la vera ricchezza è quella interiore e Francesco lo ha capito, ci sono voluti tanti tanti anni ma alla fine ci è arrivato e solo allora è pronto a lasciarsi andare. Dio non si è distratto, ha solo dato una seconda possibilità, un dono più che una noncuranza per comprendere la vita nel pieno del suo senso, per metterla a confronto con quello con cui siamo abituati a confrontarci, il suo riflesso e la nostra idea di cosa sia la vita.

Per me il romanzo vale ben oltre le cinque stelle, è per libri come questo che vale la pena fare il recensore, cosi da far conoscere a quanti più possibile la rarità di autori come Alessio Cuffaro che non ha nulla da invidiare ai grandi autori di best seller. Una chicca di originalità: la numerazione delle pagine è in negativo quindi si parte da -223.

Auguro tanta fortuna all’esordiente casa editrice ma soprattutto faccio i complimenti all’autore, riprendendo le sue parole nei ringraziamenti (anche questi bellissimi), spero che continui a scrivere perché una pagina non scritta è uno sgarbo alla meraviglia e le sue pagine sono meravigliose.

Giudizio:

+5stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: La distrazione di Dio
  • Autore: Alessio Cuffaro
  • Editore: AutoRiuniti
  • Data di Pubblicazione: 2016
  • Collana: i nasi lunghi
  • ISBN-13: 978-88-9415-493-1
  • Pagine: 233
  • Formato - Prezzo: brossura - 15 euro

2 novembre 2016

I canti di un sognatore morto e Lo scriba macabro - Thomas Ligotti

La letteratura dell'orrore si è spesso mescolata alla science fiction nella storia di questo genere in Italia. Opere horror sono apparse su I romanzi di Urania, su Galassia, su altre collane, sempre con grande successo da parte del pubblico. Adesso l'orrore che dal nuovo mondo arriva in Italia è quello fenomenale e arcano del più degno erede dei classici del soprannaturale. Il concetto di un mondo reale che si sovrappone a quello che conosciamo, un mondo ove regnano la legge del caos e della morte, serpeggia tra le pagine di questo libro, oggetto di culto in tutto il mondo, insieme a tre elementi mediatici: il libro, le marionette, una vecchia città. Chimici che sperimentano droghe rivoluzionarie, antichi cavalieri condannati alla follia, un vampiro mezzosangue che deve sostenere la visita dei suoi curiosi parenti francesi, maschere capaci di cambiare il tempo e lo spazio, presenze che si aggirano nella notte... un libro magico, affascinante, di altissimo livello letterario, uno degli eventi più importanti e più attesi per la letteratura del fantastico in Italia. Un condensato di brividi, di dubbi, una porta su mondi terribili e alieni, che entusiasmerà sia chi ama la paura, sia chi ama la fantascienza La seconda parte del volume è invece l'edizione italiana di "Grimscribe", seconda antologia di Thomas Ligotti, che segue la prima "I canti di un sognatore morto". L'edizione che riunisce le due raccolte, cui si riferisce la recensione che segue, è edita da Penguin nella collana 'Classics': un vero tributo, per un autore che ha pubblicato i primi lavori appena 30 anni fa. In italiano entrambe le raccolte sono disponibili, separatamente, nell'edizione di Elara, nella collana 'Libra Fantastica'.

Recensione

Una raccolta di racconti brevi dell’orrore, al massimo si arriva a una manciata di pagine, e un senso del macabro, del grottesco e dell’angoscia esistenziale sottilmente originali: questi due pregi, insieme, fanno del libro di Thomas Ligotti un piccolo capolavoro di genere, un genere degenerato – chiedo venia per il gioco di parole – nella migliore tradizione di Poe, Lovecraft e King. Anzi in realtà due raccolte di racconti, perché l’edizione Penguin unisce le due prime raccolte di short tales dell’autore italoamericano, la prima, i ‘Canti di un sognatore morto’, del 1986, e la seconda, ‘Lo scriba macabro’, del 1991.
Due opere di esordio che però mostrano già una notevole maturità compositiva e tematica e che non potevano che migliorare nel tempo, in misura inversamente proporzionale alla stabilità mentale dell’autore. Anche in questo Ligotti rincorre i suoi più noti predecessori, E. A. Poe ed H. P. Lovecraft, le cui brevi vite trascorse sull’orlo della follia hanno spalancato a generazioni di lettori orizzonti infiniti di angoscia e di paura.


Edizione italiana Elara, 2015
In realtà in Italia Ligotti è un autore ancora poco conosciuto: ha avuto un primo inizio di notorietà grazie alla citazione nei crediti di una miniserie americana di grande successo e di pari qualità, la prima stagione di ‘True Detective’. In effetti sono soprattutto le atmosfere e le ambientazioni di questo piccolo gioiello televisivo che devono molto alla penna di Ligotti e che permettono di capire come l’influenza di un autore non molto noto, se non negli angusti territori della narrativa horror, possa esondare e impregnare di sé molto di ciò che c’è intorno. La maestria di Ligotti risiede nella capacità di creare un paesaggio dell’orrore originale, attraverso sottili richiami e citazioni dai classici, rinnovando degli schemi che affondano negli archetipi più intimi dell’animo umano e del contemporaneo. Mentre i racconti di Poe richiamano le tetre ambientazioni gotiche così naturali per il XIX secolo e quelli di Lovecraft trovano un ecosistema ideale nelle ombrose vallate del New England, le storie di Ligotti hanno il loro palcoscenico d’elezione nei margini del mondo contemporaneo, come se la realtà non fosse altro che la quinta scenica di un racconto macabro, sospeso tra il surreale e il virtuale. Periferie, piccoli villaggi, soffitte piene di cianfrusaglie, teatri abbandonati, manicomi e ospedali, edifici fatiscenti, strade deserte che sembrano non portare in alcun luogo, vecchie case di campagna costituiscono i luoghi del nuovo orrore di Ligotti, quasi la scena di un ‘teatro grottesco’, come suggerisce il titolo di una delle sue ultime fatiche.

L’angoscia che attanaglia il lettore non è la classica pelle d’oca prodotta dall’attesa di un solo colpo mortale; Ligotti riesce con maestria a circondare chi legge poco alla volta, con maestria, con uno stile a tratti barocco, che abbonda di descrizioni, soprattutto di scene e paesaggi, su tutte le sfumature dell’assurdo e del bizzarro. Alla fine ci si trova immersi in una dimensione appena leggermente sfasata dalla realtà, con un senso di disagio complessivo che non è legato alla situazione, piuttosto somma una serie di suggestioni quotidiane e comuni e le rende ‘creepy’, o meglio ne svela il lato oscuro.

Edizione italiana Elara 2015
È il caso dei racconti legati al tema delle maschere e del carnevale, di quelli legati ai culti della terra e alle tradizioni delle comunità rurali, o ancora delle storie ambientate nei luoghi dove il malessere dell’individuo prende una consistenza fisica, come i manicomi criminali o le case di cura, o alle periferie urbane semidegradate e disumanizzanti. Il panorama dell’incubo rinnovato da Ligotti con l’innesto originale delle proprie ossessioni si inserisce perfettamente nel paesaggio che ad ogni lettore di racconti e romanzi è famigliare, con le note caratteristiche di Poe, Machen, Lovecraft, King, Hodgson e così via: ad esempio nel racconto ‘Masquerade of a dead sword: a tragedy’ Ligotti riprende il celebre precedente di Poe, ‘La maschera della morte rossa’. In ‘Dr. Voke and Mr. Veech’si echeggia fin dal titolo lo sdoppiamento di personalità degli stevensoniani Jekyll e Hyde. In ‘The library of Byzantium’ i ricordi della biblioteca di Babele di Borges si intrecciano alla ricca tradizione sui grimori maledetti.

Ad arricchire il piatto del disgusto e dell’abominio – se ma ce ne fosse ancora bisogno – l’autore aggiunge anche delle brevi sezioni critico-letterarie in cui discute l’origine e il senso della sua ispirazione e in definitiva ciò che, per lui, rende estremamente concreta la visione fantastica della realtà. Perché sarà grazie a Thomas Ligotti che trovare un tetro maniero, un misterioso straniero senza nome e senza volto o un tempio costruito per idoli sanguinari non sarà più necessario a evocare l’immaginario dell’orrore.
Anche un manichino abbandonato in una discarica, un magazzino sgangherato o un vecchio cinema cadente, una soffitta polverosa piena di ciarpame: i ‘non luoghi’ della morbosità e della paura nuovi di zecca.

Giudizio:

+5stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Canti di un sognatore morto e Lo scriba macabro
  • Titolo originale: Songs of a dead dreamer and the Grimscribe
  • Autore: Thomas Ligotti
  • Editore: Penguin Random House
  • Data di Pubblicazione: 2015
  • Collana: Classics
  • ISBN-13: 9780143107767
  • Pagine: 464
  • Formato - Prezzo: paperback - $ 17,00

12 ottobre 2016

Confusione - Elizabeth Jane Howard

Archiviata ormai da tempo la leggerezza dei primi anni e terminata finalmente anche la lunga attesa che ne è seguita, assistiamo finalmente all'ingresso nel mondo delle giovani Cazalet. La fine della guerra, ormai prossima, sta per aprire le porte a un mondo nuovo, più moderno e con inedite libertà, soprattutto per le donne. E infatti Louise, Clary, Polly e Nora si avvieranno su strade disparate, tutte sospese tra la vecchia morale vittoriana del sacrificio e un costume nuovo, più libero, in cui le donne lavorano e vivono a testa alta, senza troppe complicazioni, la loro vita amorosa e sessuale.


Recensione

Con Confusione siamo ormai giunti al terzo volume della saga dei Cazalet (dei primi due vi abbiamo parlato qui e qui), eppure la vena creativa di Elizabeth Jane Howard è ben lungi dall'esaurirsi.

Dopo tanta attesa siamo ora nel cuore del secondo conflitto mondiale, la famiglia, che si era precedentemente raccolta nell'enorme casa di campagna, inizia ora a sparpagliarsi, trascinata dallo scorrere del tempo al quale anche le ristrettezze del tempo di guerra sembrano sottomettersi.

Seppur toccati da vicino dalla scomparsa del figlio più giovane, Rupert, che per tutta la durata di questo terzo romanzo risulta ancora disperso in Francia, i Cazalet rimangono infatti una famiglia alto borghese le cui difficoltà si concretizzano soprattutto nel dover gestire la poca varietà nel cibo o i limiti di spesa delle tessere annonarie. Ciò nonostante la vita prosegue, le ragazze crescono e vogliono andare a vivere fuori di casa, ci sono matrimoni, decessi e nascite e pur nell'incertezza del conflitto i drammi personali continuano a dominare l'universo dei protagonisti.

Come nel romanzo precedente, l'attenzione si focalizza maggiormente sulla nuova generazione e in particolar modo sulle giovani Lydia, Polly e Clary. A quest'ultima sono forse riservate alcune fra le pagine più belle grazie alla sua costanza nel voler mantenere un rapporto epistolare con il padre disperso al fronte. Dalle pagine del suo diario emerge prepotente quel misto di disperazione e speranza che accompagna la vita di coloro che rimangono a casa nell'incertezza, obbligati a proseguire la propria vita ma incapaci di abbandonare il ricordo. Nelle parole di Clary e nella turbolenta ribellione del fratello Neville si definisce il dramma di una generazione orfana e smarrita, obbligata a crescere prima del tempo e a trovare una strada senza una guida adulta a segnare il percorso.

Il titolo del romanzo ci apre però anche ad un altro scenario, rappresentato in modo diverso da tre generazioni di donne: Zoe, Lydia e Villy, tutte e tre in qualche modo imprigionate nel ruolo di moglie e madre in cui si sono trovate più perché spinte dagli eventi che da un desiderio consapevole, e ora alla deriva, in cerca di un ruolo che sfugge loro e non riescono definire.
La Howard coglie con sguardo impietoso il dilemma dell'essere donna in un mondo che ti vede essenzialmente come madre e ti chiede di sobbarcarti una serie di doveri e responsabilità di cui nessuno ti informa finché non è troppo tardi mentre le tue ambizioni e la tua sessualità diventano accessori non più tuoi, dei quali non ti è dato modo di disporre.

L'autrice conferma inoltre la sua scaltrezza nel cogliere le mille sfumature delle relazioni umane, la sua prosa si fa qui ancora più sottile e raffinata nel suggerire attrazioni e desideri, puntuale nel cogliere le fratture di un'amicizia e lo spostamento delle alleanze. Come ho sottolineato nel mio articolo di presentazione a questa saga, la Howard consegna ai lettori un'opera attuale e ricca di attrattiva pur narrando un periodo storico che molti di noi non possono nemmeno ricordare. A soli due libri dalla conclusione della saga ci ritroviamo completamente risucchiati dal racconto, impazienti di leggere l'episodio successivo ma terrorizzati che il racconto possa finire.

Giudizio:

+5stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Confusione
  • Titolo originale: Confusion
  • Autore: Elizabeth Jane Howard
  • Traduttore: M. Francescon
  • Editore: Fazi
  • Data di Pubblicazione: 15 settembre 2016
  • Collana: le strade
  • ISBN-13: 9788893250528
  • Pagine: 530
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 18,50

30 settembre 2016

Gli affari del signor Giulio Cesare - Bertolt Brecht

Alla morte di Bertolt Brecht, nel 1956, l'inedito sul quale si polarizzò subito la curiosità e l'attesa di tutti gli appassionati del grande scrittore fu il romanzo che egli stava portando a termine: Gli affari del signor Giulio Cesare. Già una volta il drammaturgo tedesco si era cimentato nel romanzo, dando veste narrativa ad una sua famosa opera teatrale nel movimentatissimo Romanzo da tre soldi. Il nuovo romanzo trattava invece di un personaggio e di un periodo che Brecht non ha mai affrontato sulla scena: Giulio Cesare, un Giulio Cesare, naturalmente, visto alla Brecht, cioè ricostruendo con spirito moderno e fortemente polemico, tutti i retroscena, gli intrighi, gli interessi economici nascosti dietro la sua straordinaria "carriera". Non si creda però che la storia ufficiale ed eroica sia da Brecht messa in burletta o rivissuta secondo i procedimenti del romanzo storico: Brecht vuole soprattutto spiegarsi, alla luce della sua logica realistica, i perché dei fatti tramandatici dalla storia; e le sue spiegazioni, se pur spesso paradossali, non risultano perciò meno convincenti. Ma il romanzo -che figura essere il diario di Raro, segretario di Cesare- è mosso da una potenza di rappresentazione in cui la evidenza drammatica sempre presente (il Brecht romanziere non dimentica mai d'esser uomo di teatro) si trasforma in efficacia narrativa: come nei funerali della pescivendola uccisa dalla polizia, o nella scena notturna sul campo di battaglia, tra i morti dell'esercito di Catilina. Attraverso il declino di Roma repubblicana, il marasma sociale, le congiure, si configura un arroventato clima storico in cui possiamo riconoscere il sapore dei nostri tempi.

Recensione

Gli affari del signor Giulio Cesare fu pubblicato sessanta anni fa, qualche mese dopo la morte di Bertolt Brecht avvenuta nel 1956. Nel romanzo si immagina che un giovane storico, a venti anni dalla morte di Giulio Cesare, volendone scrivere un'apologia, si rechi dall'ex banchiere Spicro, avendo saputo che era in possesso dei diari di Raro, il segretario di Giulio Cesare. Ma dai diari apprende aspetti di Cesare inaspettati: l’uomo tanto osannato era un donnaiolo impenitente e viveva al di sopra dei propri mezzi, tanto che per ripianare i propri debiti non aveva altro mezzo che quello di passare, dietro compenso, da una parte all’altra degli schieramenti politici.

Bertolt Brecht ricostruisce la vita politica romana fatta di intrighi, inganni e tradimenti diretti a soddisfare gli interessi personali dei vari personaggi, e il romanzo, pur a distanza di oltre mezzo secolo, risulta sempre attuale, dato che i tempi cambiano ma l’animo delle persone no. Anche il fenomeno della globalizzazione, che esisteva già a quel tempo, creava notevoli problemi alle classi meno abbienti. I ricchi diventavano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri e, soprattutto, senza speranze per un futuro migliore.
Il discorso di Cesare che si legge nel diario di Raro inquadra bene la situazione di Roma:

La capitale del mondo è costituita da alcuni edifici governativi in mezzo a sobborghi. Qualche sala riunione, alcuni templi e qualche banca, circondati da un mare di case d’affitto decrepite, piene di miserabili. La guerra è stata un delitto. I vinti sono ventidue re asiatici e il popolo romano. La capitale del mondo ospita oltre a voi, signori miei, soltanto disoccupati. L’occupazione cui si dedicheranno un bel giorno, vi meraviglierà tutti. I capi della democrazia presto non saranno più in grado di far capire la ragione alle masse. In queste condizioni serrate pure col pugno i vostri sacchi di soldi! Domani ve li porteranno via, con tutto il pugno.

A questo proposito bisogna fare una precisazione: la "P" della sigla SPQR non sta a indicare il popolo inteso nel significato che gli diamo oggi, perché il “popolo” cui viene fatto riferimento durante il periodo della repubblica era composto da patrizi e cavalieri, con esclusione del popolino, ovvero dei piccoli artigiani e imprenditori, nonché la plebe disoccupata, che costituiva la maggior parte della popolazione di Roma. Di fatto esistevano due classi sociali che si contendevano il potere: i conservatori, patrizi discendenti dalle famiglie scelte da Romolo per aiutarlo ad edificare Roma, e i democratici, composti dai ricchi “cavalieri”, così chiamati in quanto costituivano la prima centuria dotata di cavalcature, secondo la divisione in classe fatta da Servio Tullio. Con l'avvento della Repubblica dopo la cacciata di Tarquinio il Superbo, la nobiltà pragmaticamente chiamò questi ricchi plebei a condividere i suoi privilegi, anche se venivano sempre un po’ snobbati come parvenu. Come dice Montanelli nella sua Storia di Roma, se la nobiltà francese avesse utilizzato la stessa politica del senato romano, elevando i borghesi più abbienti al proprio livello, probabilmente la rivoluzione francese non sarebbe mai scoppiata.
I cavalieri, proprietari delle banche che formavano la “city”, finanziavano le guerre della repubblica e ne ricavavano enormi profitti. La nobiltà, costituita dai latifondisti romani, otteneva dalle vittorie soprattutto moltitudini di schiavi, la manodopera da utilizzare nelle proprie piantagioni.

Per evitare di dare inutilmente nell'occhio, gli schiavi che Pompeo manda dall'Asia, vengono condotti di solito in città nelle prime ore del mattino per la vendita all'asta. Oggi ho visto una processione di questa gente. Circa 2000 scendevano zoccolando dalla Suburra, in uno stato pietoso, con calzature troppo leggere per il nostro pessimo selciato. Malgrado l'ora mattutina mi trovai circondato da piccoli bottegai e da disoccupati (i primi si mettono al lavoro molto presto per risparmiare la luce, i secondi vanno al mercato molto presto in cerca di rifiuti a buon prezzo). Tutti guardavano cupi la lunga processione: sapevano che ognuno di questi schiavi significava un posto di meno o un cliente di meno.

Ai soldati romani come compenso venivano distribuite terre coltivabili, ma non riuscivano a sostenersi con i prodotti dei campi. Erano infatti schiacciati dai prezzi concorrenziali delle derrate alimentari prodotte dai latifondi e/o importate dall’estero, per cui erano costretti dopo qualche tempo a svendere i loro poderi, andando poi ad aumentare la schiera dei disoccupati. Quando si temeva che la plebe potesse sollevarsi, il senato provvedeva a tacitarla con qualche distribuzione gratuita di grano.
Si può ben comprendere come Catilina, aiutato sottobanco da quei democratici che volevano ricattare il senato spaventandolo, riuscisse a monopolizzare intorno a sé i malcontenti e a minacciare la stabilità dello stato. Il suo errore, se così si può chiamare, fu quello di inserire nelle proprie schiere anche gli schiavi, temendo di non essere in grado di fronteggiare con i soli cittadini meno abbienti le ben addestrate milizie romane. Ma questa scelta creò il malcontento fra gli uomini liberi che si sentivano superiori agli schiavi e le controversie interne fomentarono una guerra fra poveri, dando buon gioco all’esercito nel disperdere i rivoluzionari nella battaglia che sarebbe scoppiata.

Già da due settimane avevo inteso parlare qua e là di Catilina, ma ora improvvisamente non si parla d'altro. Vengo a sapere che ha tenuto un comizio nel terzo distretto, dove pare abbia parlato tra applausi entusiastici, contro i profittatori e gli speculatori. Egli esige che non soltanto il Senato e la city, ma anche il più infimo cittadino romano abbia la sua parte del bottino fatto in Asia. (...)

La fuga di capitali assume proporzioni sempre maggiori. Il tasso d'interesse è salito dal 6 per cento al 10 per cento. Dunque nella city hanno già paura di Catilina! Pomponio Celere "pellami e cuoi", disse però qualcosa di molto notevole: "Forse la city fa sparire i capitali perché si abbia paura di Catilina".

Il ritratto di Giulio Cesare che scaturisce dal romanzo di Brecht è sotto molti aspetti quello di un simpatico mascalzone, dedito a circuire le donne di personaggi illustri come la moglie di Pompeo e la sorella di Catone, nonostante avesse già una moglie e qualche amante, nonché a gettarsi in sconsiderati investimenti che andavano ad aumentare i suoi debiti. Ma la sua forza derivava in parte proprio dai debiti contratti, dato che chi era disposto a finanziarlo sapeva che niente è più affidabile di un uomo la cui lealtà può essere comprata con il denaro.
Ciò premesso Giulio Cesare non è l’unico personaggio che viene dissacrato in una visione realistica della storia. Non migliore figura fanno ad esempio Pompeo, Crasso, Catilina, Cicerone e Catone.

Anche se Brecht non riuscì ad ultimare Gli affari del signor Giulio Cesare, l'opera risulta estremamente interessante e attuale. Molte delle problematiche che si dibattevano duemila anni fa si rivedono mutatis mutandis ai nostri giorni. Brecht riesce a descrivere una società romana molto più realistica di quella che viene fatta studiare a scuola e vengono inoltre spiegate molte situazioni su cui, salvo errore, i nostri insegnanti alle scuole superiori non si sono mai soffermati. Per quanto cruda, quella fatta da Brecht è una interpretazione interessante e realistica della storia, la cui lettura suggerisco a tutti, studenti compresi.

Giudizio:

+5stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Gli affari del signor Giulio Cesare
  • Titolo originale: Die Geschafte des Herrn Julius Caesar
  • Autore: Bertolt Brecht
  • Traduttore: Lorenzo Bassi
  • Editore: Einaudi
  • Data di Pubblicazione: 1975
  • Collana: Nuovi Coralli
  • ISBN-13:  9788806411459
  • Pagine: 204
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 16,00

26 settembre 2016

Creazione - Gore Vidal

Il più bel romanzo di uno degli intellettuali più interessanti del Novecento americano.
Com’è nato l’universo e per quale motivo?
E perché il male e il bene sono stati creati insieme?
Vidal diceva sempre che avrebbe tanto voluto leggere un romanzo in cui Socrate, Buddha e Confucio comparissero insieme; poiché un libro del genere non esisteva, ha dovuto scriverlo lui stesso.
L’eroe narratore è Ciro Spitama, nipote del profeta Zoroastro, fondatore dello zoroastrismo. Cresciuto alla corte di Persia, apprende l’arte della guerra insieme al suo amico Serse, futuro sovrano dell’impero che si estende dall’India al Mediterraneo. In cerca della ricchezza e di vie commerciali per il Gran Re, Ciro incontra il Buddha in India, all’ombra di un boschetto; Confucio in riva a un fiume, nel Catai; e, ad Atene, Socrate, quand’è ancora un giovane carpentiere, venuto a riparare il muro della casa dove il narratore trascorre i suoi ultimi giorni. Lo stesso interrogativo ricorre in tutti i paesi visitati da Ciro: come fu creato l’universo, e perché? E perché, insieme al bene, fu creato anche il male? Creazione è un affresco del mondo antico straordinariamente dettagliato ed efficace.

Recensione

Non sarà proprio rispettoso di una certa etichetta del recensore cominciare una recensione ripercorrendo la storia editoriale di un romanzo, ma in questo caso la dovuta premessa, vi assicurò, avrà il gusto di un piacevole antipasto in attesa della portata principale.

Tutto inizia dalle esigenze del Gore Vidal lettore, piuttosto che scrittore: il che, almeno a mio avviso, segna già un punto a favore. In un paese, quale l'Italia (ma in larga compagnia), in cui tutti si sentono scrittori senza mai esser stati lettori, l'esperienza d Gore Vidal ha una sua certa valenza. L'autore, che tra i suoi variopinti gusti annovera anche la passione per il mondo antico, confessò di aver sempre voluto leggere un romanzo con Zoroastro, Buddha e Confucio: tre personaggi che tendiamo a credere distanti nel tempo e nello spazio, per non parlare poi del profilo ideologico. Eppure ci dimentichiamo che questi tre personaggi erano stati contemporanei, e avevano vissuto in un'ampia fascia del pianeta che brulicante di civiltà e di contatti interculturali, oltre che commerciali, molto più di quanto tendiamo a immaginare. Poiché, disse Vidal, un simile romanzo sembrava non esistere, dovette scriverlo lui stesso in prima persona. Nacque così Creazione: un romanzo già abbastanza immenso nelle sue prime edizioni, che incastonava nell'arco della vita di un solo uomo, il protagonista Ciro Spatama, tre civiltà, tre filosofie e visioni religiose e tre grandi personaggi. Come accade spesso, il romanzo finito, edito e stampato non coincide con la prima bozza: vent'anni dopo Vidal riuscirà a rieditare il romanzo, ripristinando in lunghezza la bozza originaria, che includeva una lunga sezione preliminare dedicata alla giovinezza di Ciro Spatama. Non dico che il romanzo, senza quella parte, era tutt'altra cosa, ma quasi. Tutta questa storia rende comunque l'idea del grande affresco che l'autore voleva realizzare. Il risultato? Per non sbagliare, mi affido alle ben pesate parole di Anthony Burgess: "un'ispirata reinvenzione del nostro passato remoto".

La ricchezza dei dettagli della ricostruzione storica non deve ingannarci: è un romanzo storico, sì, ma pur sempre un romanzo. Un romanzo nato dal desiderio innanzitutto di un lettore, che voleva veder realizzato qualcosa che non c'era. Il che non significa che dobbiamo prendere con le pinze tutto quanto detto, ma accettare, con autentica fede del lettore, la finzione offerta dall'autore. A qualcuno sembrerà banale, ma è sempre bene ricordarlo: io, almeno, l'ho ricordato spesso a me stesso, possedendo certe deformazioni professionali tipiche dello storico. Interrogarsi sulle fonti utilizzate eventualmente da Vidal ha poco senso, così come soffermarsi sugli anacronismi palesi e talvolta voluti (alcuni, per lo più legati alla scelta dei nomi di luoghi, sono manifestati e giustificati dall'autore all'inizio del romanzo). Ciò che in effetti riesce magistralmente a Vidal è la creazione di un romanzo perfettamente verosimile. Chi lo sa se Confucio aveva avuto modo di conoscere Zoroastro, ciò che importa è che nel romanzo tutto sembra perfettamente plausibile. Giocare sul filo del verosimile è difficilissimo, e Vidal si dimostra un maestro immenso.

Tralasciando inevitabili precisazioni legate alla componente storica del romanzo, ciò che si realizza in Creazione è, come detto, un immenso affresco del mondo antico, visto e filtrato dal protagonista, Ciro Spatama, nipote di Zoroastro, amico di tutta una vita del Gran Re persiano Serse, ambasciatore dell'impero: e va bene che Ciro è un osservatore privilegiato, grazie alla sua occupazione particolare, ma quant'è immenso il mondo che vediamo attraverso i suoi occhi! Ciro Spatama è in effetti la chiave di volta dell'intera architettura del romanzo: tutto passa dai suoi occhi, tutto sembra ruotare attorno a lui, anche se in realtà è un osservatore passivo degli eventi, ed è sempre lui a fare da raccordo tra le grandi tematiche del romanzo. Pur essendo costretto, per così dire, a fare della sua vita una continua opera di diffusione e conversione alla parola di Zoroastro, Ciro è caratterizzato da una spaventosa apertura di mentalità, da una innata curiosità intellettiva, che lo spinge continuamente a inseguire interrogativi, confutare risposte, confrontarsi con le miriadi di dottrine filosofiche e religiose che si affollano in quell'ampio fazzoletto di terra che va dalla Grecia all'Estremo Oriente. La Creazione, soprattutto, è la sua vera ossessione: la ricerca del "perché ultimo", oggetto proibito delle filosofie. E se, in quanto seguace di Zoroastro, si affida alla fede verso l'unico Saggio Signore, non riesce comunque a mettere a tacere la sua curiosità: dalle variopinte cosmogonie dell'antica Grecia, fantasiose quanto la sua mitologia, al nichilismo buddhista, Ciro le prova tutte, ma non sembra trovare nessuna risposta al suo interrogativo. Nondimeno, cerca di capire, approfondisce, confronta e confuta, condividendo con noi lettori il suo percorso filosofico ed esistenziale.

La maestosità dello scenario, la profondità delle tematiche affrontate e, lo si immagina facilmente, l'impressionante galleria di personaggi secondari coinvolti potrebbe affaticare la lettura. Si tratta pur sempre di un romanzo di settecento pagine. Ma non è così. Anche in questo Vidal si mostra un maestro: il romanzo è tanto profondo e denso, quanto leggero e piacevole nella sua lettura. Ciro Spatama è un narratore spassoso quando c'è bisogno che lo sia: basta l'irreverenza del suo sarcasmo ai danni dei greci, manifestato all'inizio del romanzo (quasi una captatio benevolentiae che strizza l'occhio al lettore). Quello che dice di Socrate farebbe inorridire molti miei colleghi docenti di filosofia... ma nel mio caso, ha subito conqusitato la mia simpatia.

C'era, insomma, il rischio di un colossale pasticcio: Vidal gioca con tre, quattro civiltà, percorre miglia e miglia di strade e cammini, mette insieme pettegolezzi di palazzo, cronache militari, riti religiosi (talvolta macabri, altre volte particolarmente osceni) e discussioni filosofiche. Ma lo fa, lo ripeto, magistralmente. Riesce a inserire tutto questo materiale narrativo nella durata di una sola vita umana, quello del suo protagonista. Diverte, intrattiene, informa, ma soprattutto fa riflettere. Alla fine di tutto il viaggio, davanti a tutte le domande rimaste senza risposte, rimane una sola certezza: che la domanda fondamentale sulla vita, l'universo e tutto quanto (cit.) è vecchia tanto quanto l'uomo. E cerca ancora una risposta.


Giudizio:

+5stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Creazione
  • Titolo originale: Creation
  • Autore: Gore Vidal
  • Traduttore: Stefano Tummolini
  • Editore: Fazi
  • Data di Pubblicazione: 2016
  • Collana: Le strade
  • ISBN-13: 9788876259999
  • Pagine: 720
  • Formato - Prezzo: Brossura - 18,00 Euro

20 settembre 2016

La vita va avanti - Vito Ferro

Armando Pittella si sveglia di notte in un prato. E’ confuso, non ricorda nulla, non sa dove sia e come ci sia arrivato. Il cielo è limpido, pieno di stelle. Si alza a fatica, si accende una sigaretta e si incammina verso le luci di una costruzione in lontananza. Non sa ancora che una rivelazione sconvolgente cambierà per sempre la sua esistenza.
La vita va avanti racconta la storia di una inesorabile presa di coscienza, che obbliga il lettore a fare i conti con se stesso e con le sue più intime convinzioni.
E’ un romanzo originale e struggente, un piccolo gioiello di sperimentazioni letterarie e grafiche, una ghost story sui generis, contemporanea e universale, che parla delle verità più care: la vita, l’amore, la memoria, la speranza.

Recensione

C’è vita dopo la morte? E’ questo uno dei tanti interrogativi che ci poniamo quando pensiamo a cosa sia la vita e a cosa accada dopo. Se lo è chiesto anche Vito Ferro, brillante autore de La vita va avanti, nel quale fornisce una visione della vita-che-verrà tutta personale.

Il personaggio principale, Armando Pittella, altri non è che un non-morto non ancora pronto ad andare in pace: la storia raccontata dal romanzo è quella di un viaggio nei ricordi, tutto ciò che al protagonista è rimasto dopo il trapasso all'insolito stato di morto-vivente.
Armando però, non è il solo a vivere questa stramba avventura: l’espiazione delle colpe e dei peccati alimentano la pena di altrettante anime che, come lui, si trovano a condividere lo stesso sventurato destino.

L’inquietudine, dovuta alla mancata presa di coscienza del proprio operato e del proprio percorso di vita, mantiene Salvatore, Filippo, Alessio e tanti altri inchiodati allo spazio dell’addio, il cimitero appunto. Non riescono ad andarsene, a svanire, così il cimitero si trasforma in una sorta di purgatorio, un limbo transitorio che le anime incorporee abitano in attesa di quella illuminazione che li renda liberi.

Armando nelle pagine del libro ripercorre i momenti della sua vita, si aggrappa disperatamente all’unica materia prima fondamentale in una situazione bizzarra come la sua, all’amore per quella donna che lentamente si delinea e prende il nome di Chiara, la sua compagna di vita che non è ancora andata a trovarlo dopo la sua morte.
La ricerca della verità diventa una necessità per il protagonista, un’ossessione spasmodica, soprattutto quando scopre che qualcuno nel regno dei vivi può sentirlo, percepirlo.

A metà tra il comico - specie per la tenerezza di Filippo, il ragazzino del gruppo che si lascia sfuggire dei gridolini di gioia nel sentir evocare le gesta della sua squadra del cuore - e il drammatico, La vita va avanti è un invito a riflettere su quello che siamo, che è poi ciò che costruiamo in vita giorno dopo giorno e che fino all'ultimo possiamo sempre migliorare, spianando la strada alla nostra anima per il futuro, per far si che vada in pace; non solo: Armando grida contro chi vive ma è già morto e il libro si profila come un inno alla vita e al pulsare del nostro cuore, la cosa più bella che abbiamo. Le emozioni, le sensazioni svaniscono tutte tranne il rimorso e il dolore, quelli continuano anche dopo, anzi sono proprio questi i sentimenti che tengono l'uomo bloccato in un corpo che ormai non è più vivo, la sua anima è sofferente.

Il testo è lavorato accuratamente con l’uso stilistico del flusso di coscienza in perfetto omaggio sveviano: siamo nella mente di Armando, leggiamo i suoi pensieri, quelli che improvvisamente diventano anche i nostri.
Si costruisce in questo modo un forte legame di intimità tra chi legge e chi scrive, ci sentiamo accanto al protagonista quando cerca di rievocare dolorosamente il suo passato o il momento in cui è morto e che non riesce a riportare alla mente.

Traspare una grande sensibilità dell’autore nel tratteggio delle emozioni dei personaggi e soprattutto nella descrizione della storia d’amore di Armando e Chiara; le parole costruiscono immagini sublimi che il lettore percepisce e in cui si rispecchia. Spicca inoltre una grande cultura attraverso la presenza di citazioni, poesie e testi di canzoni, che intramezzano la narrazione e sembrano essere stati scritti apposta per Armando e per chi come lui si ritrova a guardare la propria lapide e a chiedersi "perché".
Passato e presente si mescolano dunque anche in ambito culturale, le citazioni infatti spaziano con la massima libertà da un secolo all'altro: dalle poesie di Carducci ai testi degli Afterhours, da Pascoli ai passi dell’Apocalisse sino alle canzoni dei Coldplay. Possiamo quindi cogliere un grande eclettismo artistico ed una grande proprietà di linguaggio dell'autore.

La vita va avanti è dunque un manuale che sembra dirci che per andare avanti bisogna prima necessariamente andare indietro. La profondità di contenuto è l’elemento che più mi ha colpito del romanzo, mi piace il modo in cui il lettore si sente libero di confrontarsi con Armando: è come se il protagonista si spogliasse di ogni inibizione e si mettesse a nudo completamente, è come se riguardando all’Armando in-vita, il nuovo Armando lo criticasse o non lo comprendesse fino in fondo.
E’ questo il dono che abbiamo noi esseri umani, possiamo cambiare idea, possiamo migliorare imparare dai nostri errori, non finiamo sulla terra ma continuiamo ad essere anche dopo, quando quello che siamo diventa più forte di quello che eravamo. Un ringraziamento doveroso va all’autore a cui faccio i miei più grandi complimenti, un lavoro di alto livello e molto profondo. Cinque stelle a questo romanzo che più lo leggi e più ti cambia la vita.

Giudizio:

+5stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: La vita va avanti
  • Autore: Vito Ferro
  • Editore: Autori Riuniti
  • Data di Pubblicazione: 2016
  • Collana: I nasi lunghi
  • ISBN-13: 9788894154917
  • Pagine: 141
  • Formato - Prezzo: Brossura - 14.00 Euro

15 luglio 2016

Oliver Lifeless - Alessandro Fieschi

Oliver Lifeless ha tredici anni ed è stanco di seguire suo padre, famoso documentarista, in giro per gli Stati Uniti. Quando con lui si trasferisce a Jackson, nel Wyoming, non immagina lontanamente di poter trovare l’amicizia e l’avventura. Jack, Jacob, Timothy, Emily e Rebecca lo coinvolgeranno in una storia al limite tra la realtà e l‘immaginazione. In sella alle bici o tra i boschi del Parco Nazionale di Yellowstone, sotto lo sguardo indagatore dello sceriffo Morris o tra le grinfie del professor Connor, i ragazzi sfideranno antiche profezie e pericoli mortali legati all’antica origine del cognome di Oliver, portatore di un destino unico e tutto da scoprire.

Recensione

Oliver Lifeless è il libro che consiglierei a chiunque abbia voglia di tornare un po’ bambino, tra i banchi di scuola e le amicizie sincere fatte di uscite in bicicletta e fughe notturne da casa dopo il coprifuoco. Prima di tutto è un libro di una semplicità e di una dolcezza che conquisterebbe chiunque: il protagonista, Oliver, è un ragazzino di 13 anni che per il lavoro del papà documentarista viaggia di città in città cambiando ogni volta istituto scolastico; il caso vuole che si ritrovi nel bel mezzo di una antica profezia: le sorti della cittadina sono nelle sue mani e con l’aiuto dei suoi nuovi amici, molto particolari ed insoliti, si butta a capofitto nell’avventura che lo etichetta come il prescelto.

Una comicità dirompente e una spensieratezza che solo a quell’età appartiene sono alcuni degli ingredienti che fanno di questo breve romanzo un cavallo vincente. Unica nota insolita è il linguaggio dei ragazzini nelle prime pagine, un po’ troppo forbito per appartenere a degli scriccioli di 13 anni, ma questione di poche pagine e il tutto torna alla normalità linguistica più consona.

Mi sono realmente divertita nel leggere questo romanzo, il protagonista oltretutto mi ha ricordato la mia infanzia, fatta di viaggi e cambi repentini di scuole per gli spostamenti lavorativi del mio papà, quindi l’empatia è stata immediata.

A mio parere non si tratta solo un romanzo per ragazzi ma di un'opera adatta ai lettori di qualsiasi età, i quali potranno rispolverare dei valori e delle abitudini ormai andate perdute nell’era della morbosità tecnologica e dell’opportunismo: ritrovare un gruppo di ragazzini che si avventura nelle vie della città o della campagna limitrofa con bici in spalla piuttosto che dedicarsi al mondo dei videogames perdendo il contatto con la realtà è notevole e trasmette un messaggio di umanità e di cooperazione molto importante.
I ragazzini, Timothy, Rebecca, Jack, Emily, Jacob e Oliver, rispolverano uno spirito di collaborazione e un legame di amicizia vero e sincero, la loro purezza e la loro schiettezza si fonde con quella scaltrezza che li rende dei protagonisti speciali e intraprendenti, un po’ più che bambini insomma.

Vorrei infine spendere delle parole per la bellissima dedica dell’autore alla sua famiglia: i bambini sono i più grandi serbatoi di fantasia e creatività, molto più di quanto possiamo immaginare, peccato solo che crescendo quel mondo di sogni e avventure lentamente va svanendo e Oliver Lifeless è un modo per recuperare e rivivere quei mondi di fantasia. I miei complimenti ad Alessandro Fieschi, grazie per aver scritto un romanzo cosi fresco, simpatico e cosi piacevole da leggere!

Giudizio:

+5stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Oliver Lifeless
  • Autore: Alessandro Fieschi
  • Editore: Amarganta
  • Data di Pubblicazione: maggio 2016
  • ISBN-13: 9788899344481
  • Pagine: 100
  • Formato - Prezzo:Brossura - 10,00 Euro

24 giugno 2016

Ninfee Nere - Michel Bussi

A Giverny in Normandia, il villaggio dove ha vissuto e dipinto il grande pittore impressionista Claude Monet, una serie di omicidi rompe la calma della località turistica. L’indagine dell’ispettore Sérénac ci conduce a contatto con tre donne. La prima, Fanette, ha 11 anni ed è appassionata di pittura. La seconda, Stéphanie, è la seducente maestra del villaggio, mentre la terza è una vecchia acida che spia i segreti dei suoi concittadini da una torre. Al centro della storia una passione devastante attorno alla quale girano le tele rubate o perse di Monet (tra le quali le Ninfee nere che l’artista avrebbe dipinto prima di morire). Rubate o perse come le illusioni quando passato e presente si confondono e giovinezza e morte sfidano il tempo. L’intreccio è costruito in modo magistrale e la fine è sorprendente, totalmente imprevedibile. Ogni personaggio è un vero enigma. Un’indagine con un succedersi di colpi di scena, dove sfumano i confini tra realtà e illusione e tra passato e presente. Un romanzo noir che ci porta dentro un labirinto di specchi in cui sta al lettore distinguere il vero dal falso. 

Recensione

Il prologo di Ninfee Nere inizia con la descrizione di tre donne, le protagoniste, che hanno rispettivamente undici, trentasei e ottant’anni, e sembra l’incipit di una favola:

Tre donne vivevano in un paesino.
La prima era cattiva, la seconda bugiarda e la terza egoista.
Ed effettivamente il luogo in cui si vengono a svolgere gli eventi è piuttosto favolistico, nientemeno che Giverny, in Normandia, dove Claude Monet ha dipinto ben duecentosettantadue quadri aventi per soggetto le ninfee. Non per niente Toulouse-Lautrec definiva Monet
«[...] un coglione, proprio così, ha usato il termine “coglione”, perché sprecava il suo immenso talento a dipingere paesaggi anziché esseri umani. E meno male che Lautrec è morto prima di vedere Monet trasformarsi in eremita e dipingere esclusivamente ninfee per trent’anni…»

Il primo capitolo del romanzo inizia però con il rinvenimento di un corpo piuttosto corpulento, quello di un ricco chirurgo oftalmologo trovato morto con la testa nell’acqua sulla riva di un ruscello, con una ferita al cuore e la testa sfondata.
Gli inquirenti si trovano a dover battere diverse piste: quella del movente passionale, perché l’uomo era un noto dongiovanni, nonostante non avesse le phisique du rôle; quella degli oscuri traffici delle opere d’arte, perché la vittima era anche un collezionista di quadri e cercava di acquistare illegalmente uno dei tanti dipinti di Monet avente per oggetto le ninfee; nonché la pista collegata a una precedente morte risalente a venticinque anni prima con modalità quasi simili, anche se la vittima, in quest'ultimo caso, era un bambino di undici anni e la sua morte era stata archiviata come accidentale.
Quale sia la pista giusta lo si scoprirà, ovviamente, solo alla fine del romanzo, quando l’autore fornirà la chiave di lettura da utilizzare per interpretare tutta la vicenda.

Un giallo particolare, raccontato in parte in prima persona dalla donna ottantenne che osserva tutto e che si muove per il paese quasi invisibile, come lo sono spesso gli anziani, e in parte in terza persona per narrare soprattutto le vicende dell’ispettore che dirige le indagini, della maestra del paese, e di una bambina di undici anni, della quale riusciamo a conoscere i pensieri, dato che l’autore ci fa entrare direttamente nella sua mente.
Fin dall’inizio l’anziana fa capire di sapere tutta la verità, ma l'autore dosa con furbizia le rivelazioni in modo che il lettore non capisca se ciò che dice la vecchia risponde al vero o sia invece qualche vaneggiamento di una mente resa confusa dall'età.

Un bel giallo, quindi, originale, avvincente, con personaggi accattivanti e perfettamente caratterizzati. Scritto inoltre benissimo e che trova la sua cornice nel luogo in cui Monet, uno fra i pittori impressionisti più apprezzati dal pubblico, amava dipingere con assiduità quasi ossessiva le ninfee del suo laghetto, modificando ogni volta luce e colori. Ma non è solo un romanzo poliziesco, perché c’è anche una storia d’amore bellissima e struggente che si intreccia con le indagini ed è quella che nasce tra la bella maestra del paese e l’ispettore che segue il caso. E, alla fine del romanzo, rimane una sensazione di rimpianto per le occasioni perse dai personaggi che avrebbero meritato una vita diversa e più appagante di quella che il destino ha loro riservato.

Insomma, un piacevolissimo libro che soddisferà tutti quelli che non si faranno spaventare dalle quattrocento pagine di lunghezza. Non per niente Ninfee Nere ha vinto numerosi premi come il Prix Polar Michel Lebrun, il Grand Prix Gustave Flaubert, il Prix polar méditerranéen, il Prix des lecteurs du festival Polar de Cognac, il Prix Goutte de Sang d’encre de Vienne.
A mio avviso Michel Bussi, autore praticamente sconosciuto in Italia, merita maggiore divulgazione e l'originalità che mostra e la capacità di coinvolgere il lettore mi hanno indotto a dare al romanzo la valutazione più elevata fra quelle previste.

Giudizio:

+5stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Ninfee nere
  • Titolo originale: Nynphéas Noirs
  • Autore: Michel Bussi
  • Traduttore: Alberto Bracci Testasecca
  • Editore: E/O
  • Data di Pubblicazione: 2016
  • Collana: Dal Mondo
  • ISBN-13: 9788866327462
  • Pagine: 400
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 16,00

3 maggio 2016

La strada stretta verso il profondo Nord - Richard Flanagan

Dorrigo Evans, medico di origine tasmaniana, è stato deportato in un campo di prigionia giapponese dove, insieme a molti connazionali, viene impiegato nella costruzione della Ferrovia della Morte, la linea ferroviaria tra Bangkok e la Birmania che avrebbe dovuto permettere all’esercito nipponico d’invadere l’India. Un’impresa sovrumana, che costerà la vita a centinaia di migliaia di uomini. Dorrigo fa il possibile per salvare i suoi compagni dalla fame, dalle malattie e dalle violenze delle guardie. A sostenerlo il ricordo di una fugace storia d’amore, vissuta anni prima con la giovane moglie di suo zio. Una manciata di giorni che vale una vita. Una promessa mai pronunciata. La strada stretta verso il profondo Nord è una storia epica d’amore e morte, disperazione e speranza, e Richard Flanagan, con una lingua densa e uno stile superbo, riesce a toccare tutte le corde dell’animo umano, avvolgendo il lettore con una storia sorprendente, dolorosa e di tremenda bellezza.

Recensione

«Ad ispirarmi è stato l'ascolto della durezza di quell'esperienza: io stesso sono figlio della Ferrovia della Morte»

Di crimini efferati e genocidi è piena la storia. Eppure di alcuni, soprattutto se avvenuti al di là del Mar Nero, si parla molto poco. Portata alla ribalta - ma neanche tanto - da film come Il ponte sul fiume Kwai o dal recente Le due vie del destino, la cosiddetta Ferrovia della morte fu una monumentale impresa di ingegneria bellica giapponese: 415 chilometri di linea attraverso la giungla thailandese, costruiti tra il '42 e l'ottobre del '43 per collegare la Thailandia alla Birmania al fine di consentire l'invasione dell'India da parte del Giappone. Gli schiavi che si fecero strada nella giungla quasi a mani nude tra fame, torture e malattie, con turni inumani e obiettivi giornalieri sempre più impossibili da raggiungere, furono reclutati - per una stima di sessantamila - tra i prigionieri inglesi, olandesi, australiani e americani, e in larga parte - quasi duecentomila - tra coreani, indiani e cinesi costretti ai lavori forzati. Un'opera che non si sarebbe potuta costruire in cinque anni, i Giapponesi riuscirono a compierla in sedici mesi, con un costo di circa centosedicimila vite umane, molte senza nome né volto, i cui resti furono gettati in fosse comuni.

Tra i sopravvissuti - incredibile a dirsi, ve ne furono - c'era il padre di Richard Flanagan, che con questo romanzo, scritto in dodici anni e completato il giorno esatto in cui il padre morì, si è aggiudicato il Man Booker Prize 2014.
Straordinaria rievocazione dei profondi recessi dell'inumanità, La strada stretta verso il profondo Nord è la storia di Dorrigo Evans, ufficiale medico imprigionato dai giapponesi e trasportato in un campo di lavoro in Birmania. Tre sono i momenti della vita dell'uomo che si alternano nelle pagine del libro: il passato remoto, prima della partenza in guerra, quando Dorrigo intrecciò una breve ma intensissima relazione con Amy, la giovane moglie dello zio; la Linea, passato un po' meno remoto che diviene presente, totale, annichilente, presagio prima, infinito durante, verminoso ricordo dopo; il presente, vuoto al fianco della paziente moglie Ella, tamponato con lavoro, figli, cosce di altre donne, alcool, libri.

Non occorre neanche dirlo: le pagine più ipnotiche sono le più orrende, brulicanti di fame, di feci e ferite purulente, di amputazioni e zanzare e malaria, di ingiuste punizioni e torture, di fatiche insostenibili e malattie debilitanti e mortali. A Dorrigo, in quanto medico ufficiale, secondo la tradizione giapponese fortemente rispettosa delle gerarchie vengono risparmiate le più grandi fatiche e umiliazioni: ma a darne testimonianza sono le voci di Darky Gardiner, battuto a morte per quindici lente pagine, di Jimmy Bigelow, di Rooster MacNeice, di Rabbit Hendricks, di Tiny Middleton e di tutti gli altri giovani che Dorrigo tentò di strappare alla morte trattando sfacciatamente con il maggiore Nakamura. Che, come molti alti gradi - primo tra tutti l'Imperatore, nel cui nome la ferrovia si costruì -, sfuggì a ogni tribunale di guerra e persecuzione nonostante i crimini innominabili che vennero perpetrati sotto il suo comando.
Ma tanto più neri e terribili sono i resoconti della quotidianità della Linea, tanto più luminose ed elegiache sono le pagine dedicate all'idillio tra Dorrigo ed Amy (la storia d'amore «viene dal racconto di un vicino di casa dei miei. [...] Anni dopo ho capito che potevo infilarla in questo romanzo. L'ho deciso perché dovevo illuminare il buio», racconta Flanagan in un'intervista). Il volto di Amy, sempre più opaco, darà rifugio all'anima di Dorrigo durante gli orrori della guerra: La strada stretta verso il profondo Nord è un romanzo d'amore e di morte, di colpa e redenzione, un capolavoro della fiction storica destinato a segnare il lettore come poche altre opere letterarie contemporanee.

Giudizio:

+5stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: La strada stretta verso il profondo Nord
  • Titolo originale: The Narrow Road to the Deep North
  • Autore: Richard Flanagan
  • Traduttore: E. Malanga
  • Editore: Bompiani
  • Data di Pubblicazione: 2015
  • Collana: Narratori stranieri
  • ISBN-13: 9788845280085
  • Pagine: 505
  • Formato - Prezzo: Brossura, sovraccoperta - 20.00 Euro

18 aprile 2016

La strada - Cormac McCarthy

Un uomo e un bambino, padre e figlio, senza nome. Spingono un carrello, pieno del poco che è rimasto, lungo una strada americana. La fine del viaggio è invisibile. Circa dieci anni prima il mondo è stato distrutto da un'apocalisse nucleare che lo ha trasformato in un luogo buio, freddo, senza vita, abitato da bande di disperati e predoni. Non c'è storia e non c'è futuro. Mentre i due cercano invano più calore spostandosi verso sud, il padre racconta la propria vita al figlio. Ricorda la moglie (che decise di suicidarsi piuttosto che cadere vittima degli orrori successivi all'olocausto nucleare) e la nascita del bambino, avvenuta proprio durante la guerra. Tutti i loro averi sono nel carrello, il cibo è poco e devono periodicamente avventurarsi tra le macerie a cercare qualcosa da mangiare. Visitano la casa d'infanzia del padre ed esplorano un supermarket abbandonato in cui il figlio beve per la prima volta un lattina di cola. Quando incrociano una carovana di predoni l'uomo è costretto a ucciderne uno che aveva attentato alla vita del bambino. Dopo molte tribolazioni arrivano al mare; ma è ormai una distesa d'acqua grigia, senza neppure l'odore salmastro, e la temperatura non è affatto più mite. Raccolgono qualche oggetto da una nave abbandonata e continuano il viaggio verso sud, verso una salvezza possibile...

La recensione di Daniele

Da tempo cercavo questo libro di Cormac McCarthy (lo stesso autore di Non è un paese per vecchi) per la curiosità suscitatami dalle notizie su una censura fatta in Italia ai danni del film tratto proprio da questa opera ("Troppo deprimente", avevo letto su Internet).

Le attese non sono state assolutamente deluse, anzi. Il libro è di una bellezza triste che colpisce il lettore dalla prima all'ultima pagina, grazie alla profondità del pensiero di McCarthy e ad una storia-metafora della vita sociale moderna ottimamente congegnata: la sopravvivenza di una coppia padre-figlio senza nome (nel libro sono l'uomo e il bambino) e i valori del loro rapporto mentre sono in viaggio attraverso una terra che ormai non ha più niente da dare al genere umano a causa di una non meglio identificata catastrofe, una terra ormai senza più una forma, sommersa dalla cenere di un'epoca che non esiste più e che porterà i due ad intraprendere un viaggio verso una vita migliore, costellato però dagli incontri con le peggiori crudeltà perpetrabili dal genere umano quando questo si trova in una condizione di sopraffazione del prossimo per la propria sopravvivenza.

La prosa di McCarthy è scarna, senza fronzoli e soprattutto ha una parte attiva della storia. Non solo un mezzo per raccontare, ma una vera e propria protagonista, con le sue frasi corte e nette, i suoi paragrafi non più lunghi di una pagina, nel quale i dolci e sbiaditi ricordi dell'uomo si mischiano spesso alla concitazione del presente e i suoi dialoghi tra i protagonisti ridotti ad un'appendice della narrazione, visto anche che nella storia, citazione dal libro, "il sacro idioma, [è stato dalla catastrofe] privato dei suoi referenti e quindi della sua realtà".

In definitiva, un libro da consigliare a scatola chiusa. Cormac McCarthy, con "La strada", ha concepito un capolavoro che coinvolgerà il lettore dalla prima all'ultima pagina senza ricorrere a bassezze narrative, ma solamente portandolo in un mondo fatto di pensieri, parole e azioni atto all'unico scopo di ricreare una parvenza di vita felice in un mondo ormai alla deriva morale e ambientale. Sicuramente un libro a cinque stelle.

Giudizio:

+5stelle+

La recensione di Valetta

Racconto intensamente malinconico, forse leggerlo subito dopo Trilogia della città di K. non è stata un'idea particolarmente astuta.
Il clima è quello tipico dei romanzi post-apocalittici: un mondo uniformato da un unico colore, il grigio, quello della coltre di cenere che riveste ogni cosa e che continua a cadere da cielo, quello dei cuori e delle menti, annebbiate dal dolore della perdita e dal terrore della solitudine.
Ciò che rimane del genere umano è allo sbando: pochi tenaci sopravvissuti rimasti a lottare contro la fame, il freddo e le bande di coloro che l'umanità hanno deciso di abbandonarla del tutto dando libero sfogo ai più bassi istinti di sopraffazione e violenza. Anche in questo McCarthy non ci propone tutto sommato nulla di nuovo, e perché dovrebbe del resto? Storie di quotidiano imbruttimento ci giungono ogni giorno, e non solo dagli angoli di mondo meno civilizzati, perché mai la situazione dovrebbe apparire più rosea in una situazione così estrema?

Ma lo scrittore vuole raccontarci altro, la sciagura nucleare e le sue drammatiche conseguenze non sono altro che una scusa, la riduzione ai minimi termini delle contingenze esterne per portare in primo piano ciò che veramente gli sta a cuore ovvero il rapporto di un padre e un figlio, lasciati volutamente senza nome per tutto il racconto, un inno alla paternità, all'amore incondizionato.
In un mondo spogliato dai fronzoli, l'autore non esplora le complessità del rapporto, che infatti rimane pressoché invariato per tutto il cammino, ma ne fotografa con commovente sensibilità i tratti salienti: i continui dubbi del padre sulla correttezza delle sue scelte, il suo desiderio di protezione, l'incapacità di accettare l'idea di stringere fra le braccia il corpo del figlio morto, anche solo per pochi istanti, quando la morte coglierà anche lui. L'innocenza del bambino, la sua paura, la fiducia nelle scelte del genitore anche quando non le condivide lo rendono una delle più genuine rappresentazioni dell'infanzia nella letteratura contemporanea dove i ragazzini sono spesso incredibilmente precoci o insopportabile sdolcinati.

La scomparsa della civiltà si esprime in questo romanzo anche nella semplificazione del linguaggio, spesso essenziale, qualche virgola e qualche punto, nemmeno il virgolettato del dialogo sopravvive all'estinzione. La scelta si sposa perfettamente con i toni dell'abbandono e della desolazione che permeano la lettura, anche se McCarthy si concede lo spazio per qualche metafora con riferimenti di stampo prettamente religioso sul tema del sacrificio e dell'olocausto universale.
La ripetitività del cammino dei due protagonisti, scandito dalla costante ricerca di cibo e riparo e dalla necessità di nascondersi dai "cattivi", non diminuisce in alcun modo il piacere della lettura che anzi scorre velocemente, senza intoppi ma mai con indifferenza anzi, carica di angoscia e di un barlume di speranza.

Giudizio:

+5stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: La strada
  • Titolo originale: The Road
  • Autore: Cormac McCarthy
  • Traduttore: Martina Testa
  • Editore: Einaudi
  • Data di Pubblicazione: 2007
  • Collana: Supercoralli
  • ISBN-13: 9788806185824
  • Pagine: 218
  • Formato - Prezzo: Rilegato, sovraccoperta - 18,00 Euro
 

La Stamberga dei Lettori Copyright © 2011 | Template design by O Pregador | Powered by Blogger Templates