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23 ottobre 2017

Geoanarchia. Appunti di resistenza ecologica - Matteo Meschiari

In questo volume di scritti militanti, Matteo Meschiari raccoglie una serie di lucide intuizioni su terra e crisi ambientale. Con passo selvatico e sguardo poetico, l’autore ci sprona a intraprendere una lotta per le immagini, perché il disastro che ci attende coincide con la nostra incapacità di immaginare il mondo che annientiamo. Se il problema è il destino della terra, è dalla terra che dobbiamo ricominciare. E l’idea di Geoanarchia è semplice: pensare e praticare paesaggi per fare resistenza ecologica.

Recensione

Immaginazione è il concetto chiave per capire il senso delle riflessioni di Matteo Meschiari, che ribaltano in prospettiva copernicana la percezione dell’ambiente. Alla lettera questa parola indica tutto ciò che ci circonda, ma già questa immagine presenta un mondo con l’uomo al centro: una visione antropocentrica, che ha espresso, nella storia, alcuni tra i valori più alti nella storia dell’umanità. Tuttavia, sembra suggerire l’autore, questo punto di vista soggettivo dell’uomo che si colloca al centro con tutto il mondo minerale, vegetale e animale intorno, rischia di farci dimenticare la nostra origine e la sua centralità per la sussistenza della razza umana.

Il saggio invita a tenere presente il tema ecologico come grande sfida attuale per l’umanità, se mai non bastassero i continui dibattiti e le notizie sulla sostenibilità delle attività umane. La conseguenza che ne deriva è l’esigenza, sempre meno procrastinabile, di compiere un rovesciamento del rapporto con quella che per millenni abbiamo considerato una madre comune, la Terra. Le riflessioni sui legami tra scienze geografiche e teorie anarchiche portano a una rivoluzione inquadrata come liberazione da strutture e sovrastrutture gerarchiche, che si sono incrostate attorno all’uomo e alla società e lo hanno allontanato dalla fonte del suo sostentamento e in definitiva della sua stessa vita, la terra madre, concreta, orizzontale, priva di ogni ordine, senso ed equilibrio perché è essa stessa la sorgente di tutto e su di essa l’uomo sta in equilibrio, simbolicamente e realmente.

Anarchia della terra e rinnovamento del concetto di paesaggio come realtà circostante significano, per l’uomo, riconoscere di far parte dell’ambiente e di non esserne a capo, di poterlo e doverlo vivere in profondità senza caricarlo di una ricerca di senso che gli è estraneo. A tratti sembra che l’idea di terra di Meschiari, spogliata di ogni accento pessimistico, richiami alla mente nella sua solenne e imponente maestà l’immagine leopardiana di una natura così immensa che non si riesce a percepire per eccesso di vicinanza.

E allo stesso modo la definizione di ecologia ha un aspetto politico, legato alla fruizione condivisa e responsabile di risorse finite e alla conservazione progettuale di un patrimonio da lasciare in eredità così come lo si è ricevuto, ma anche e prima di tutto un valore poetico, presente nella dimensione ancestrale e selvaggia che oggetti come albero, foglia, crepaccio, terra, ghiacciaio assumono se li consideriamo nella loro semplicità primitiva invece che dal nostro punto di vista ‘umano’. La rivoluzione anarchica diventa possibile se sostituiamo ai paesaggi della mente creati secondo un principio armonico una mente che si fa paesaggio e accetta l’entropia del mondo come proprio fondamento: questa sostituzione riporta l’uomo a un rapporto diretto con la terra e la natura, come nell’arte primitiva delle grotte di Lascaux, a un’ecologia dell’arte invece che a un’arte ecologica, che è prodotto di una visione antropocentrica.

La riforma passa attraverso un ripensamento semantico della geografia in senso qualitativo – nel paragrafo sul valore intrinseco delle sfumature del verde, ad esempio, ma anche in quello sui possibili significati del termine paesaggio emerge un legame complesso tra quest’ultimo e il linguaggio, non solo geografico, che lo descrive – e permette all’uomo di trasformare il rapporto con esso in forma transitiva. Con questa premessa diventa possibile cambiare il rapporto con il mondo esterno riducendo le distanze e si può camminare IL paesaggio invece che NEL paesaggio, camminare L’albero invece che sotto l’albero: l’esplorazione diventa riappropriazione della dimensione panica e dinamica della realtà.

Se è vero che il bosco, come la selva oscura, l’albero della vita e così via, il paesaggio in generale, hanno da sempre popolato l’immaginario dell’uomo nel suo vivere l’esistenza come una foresta di simboli, è giunto il momento, suggerisce Meschiari negli ultimi capitoli del saggio che sfociano quasi nel lirismo geografico, di riportare dentro ciò che è fuori, la foresta appunto, di perdersi nella disordinata realtà della terra con i suoi infiniti e concreti percorsi possibili, e compiere un percorso per certi versi contrario alla discesa dello Zarathustra nietszchiano dai monti con il ritorno alle origini selvagge e prerazionali della creatività poetica dell’uomo, che alla Terra deve tutta la sua reale concretezza.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Geoanarchia. Appunti di resistenza ecologica
  • Autore: Matteo Meschiari
  • Editore: Armillaria
  • Data di Pubblicazione: 2017
  • Collana: I Cardinali
  • ISBN-13: 788899554187
  • Pagine: 148
  • Formato - Prezzo: brossura - Euro 12,00

30 luglio 2016

Il principe rosso - Qiu Xiaolong

Per anni, Chen Cao ha cercato di mantenersi in equilibrio tra gli interessi del Partito e il suo ruolo di poliziotto alla guida di indagini politicamente sensibili. Sulle tracce di un misterioso Principe Rosso - un potente ed enigmatico membro del Partito che sembra avere il controllo dell'intera Shanghai - viene improvvisamente sollevato dai suoi incarichi ed è costretto ad abbandonare il caso di cui ha da poco iniziato a occuparsi. Qualcuno sta cercando di incastrarlo, mettendogli nel letto disinibite ragazze gatto o nascondendo le prove dell'omicidio di una nota cantante d'opera e, questione molto delicata, di un cittadino americano.

Mentre il paese sembra acceso da una rinnovata nostalgia per gli anni della Rivoluzione, celebrati dal ritorno delle vecchie canzoni rosse, d'un tratto l'ex ispettore capo si ritrova completamente isolato, al centro di una diabolica macchinazione che chiaramente punta a distruggere la sua credibilità. Ispirandosi all'affare Bo Xilai, il clamoroso scandalo che di recente è arrivato a minare gli equilibri diplomatici della Cina, nella sua consueta miscela di giallo, poesia, filosofia e cibo, Qiu affronta lo spinoso tema della giustizia in un paese dove tutto ha a che fare con la politica e deve essere in linea con gli interessi delle autorità. Per un uomo d'onore come Chen, che cerca di sopravvivere in un mondo dominato dall'inganno e dal tradimento, è il caso più difficile: non si tratta più solo della carriera, ora è in pericolo la sua stessa vita.

Recensione

È sempre più cupa e impenetrabile, la Cina dell’ultimo giallo con il commissario Chen Cao, e diventa uno scacchiere sempre più pericoloso con cui il mondo moderno non può non fare i conti. Uno dei motivi ricorrenti in questo giallo, nella vita quotidiana che Qiu racconta per i lettori occidentali, è la passione per giochi d’azzardo come il go o il mahjong: in un certo senso la vita di Chen, in questa vicenda tutta giocata tra night club e cimiteri, è una scommessa continua con un giocatore che, siccome bara, ha sempre in mano le carte vincenti.

Per altri aspetti invece, soprattutto riguardo al fatto che la trama poliziesca è parecchio esile, per non dire inesistente, è significativo il continuo ricorso di Chen e del suo aiutante Vecchio Cacciatore, un poliziotto in pensione che lo aiuta nell'indagine, alle metafore e alle citazioni dall’opera lirica di Suzhou, città non lontana da Shanghai, il cui teatro è famoso per rappresentazioni in cui poco o nulla accade sul palco e il virtuosismo canoro degli interpreti regge in gran parte l’azione scenica.

Ecco, nel Principe rosso tutta la trama gialla si gioca su un labirinto di vicende intrecciate tra loro – la morte sospetta di un americano a Shanghai, il caso dei maiali morti nel fiume Huangpu, casi di corruzione legati all’alta velocità e allo sviluppo edilizio, la morte dell’amante di un politico molto potente, le trame segrete per la scalata ai vertici del Partito con lotte tra cordate pechinesi e shanghaiesi – di cui è difficile cogliere il bandolo. Tutto è nascosto dietro proclami di alto idealismo e di lealtà ai principi del socialismo con caratteristiche cinesi, dietro i sorrisi di avvocati agguerriti e politici abili a dissimulare con parole apparentemente innocue azioni spregiudicate, dietro al paravento di una cultura in cui anche gesti appena accennati e silenzi enigmatici possono nascondere pericolosi attacchi.

Un aspetto interessante dell’ultima fatica di Qiu, scrittore e poeta sgradito al governo cinese fin dai fatti di piazza Tian An Men del 1989, è che, a dispetto delle apparenze eteree e sfuggenti della trama, alcuni dei grovigli in cui Chen si impantana sono ispirati a fatti di cronaca vera: il caso dei maiali morti alla deriva nei pressi di Shanghai nel 2013 e l’arresto di un importante funzionario, sempre nello stesso anno ma a Chongqing, il segretario locale del Partito Bo Xilai, poi condannato per concorso in corruzione e nell’omicidio di un americano insieme alla moglie e al suo capo della polizia sono realmente avvenuti e parrebbe evidente la volontà dell’autore di rappresentarli nel suo romanzo come esempio di ciò che accade dietro il sipario rosso della politica cinese.

Ci sono più cose in Cina di quante la nostra immaginazione può immaginare, sembrerebbe dire Qiu. Che anche stavolta riesce a salvare il suo alter-ego commissario in maniera fortuita, per quanto forse non definitiva.

Sono diversi anche i punti di contatto tra l’autore e il suo protagonista: entrambi poeti con la passione per Thomas Stearns Eliot, entrambi critici ma non in forma conclamata verso il regime e vittime di forze politiche quasi imperscrutabili, entrambi traduttori di classici cinesi come strumenti per comprendere un mondo misterioso anche nella sua rapida modernizzazione come la Cina.

Forse è questo l’aspetto più interessante de Il principe rosso, il fatto che, quasi come un saggio di geopolitica romanzata, il libro svela i retroscena della società dei mandarini comunisti e di avvicinare il lettore occidentale a costumi e strutture mentali di un universo antico e complesso, fatto di tradizioni letterarie e culinarie, di norme di comportamento e codici, verbali e non, diversissimi dai nostri.

Se manca la suspence e in definitiva anche una conclusione vera e propria con la scena madre del detective che ricostruisce i fatti – tutto rimane nel vago, anche la sorte di Chen –, la penna di Qiu si conferma abile nel descrivere un mondo in vertiginosa evoluzione e tuttavia aggrappato alle sue tradizioni, dai valori confuciani alla grazia evanescente della poesia classica. E il poliziesco, anche il finto poliziesco come in questo caso, resta un valido format per esplorare i recessi più oscuri dell’animo umano nella sua dimensione individuale e collettiva.

Anche quando questi recessi hanno un’apparenza insondabile e sibillina.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Il principe rosso
  • Titolo originale: Shanghai redemption
  • Autore: Qiu Xiaolong
  • Traduttore: Fabio Zucchella
  • Editore: Marsilio
  • Data di Pubblicazione: 2016
  • Collana: Farfalle
  • ISBN-13: 9788831740326
  • Pagine: 378
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 18,50

5 aprile 2015

Dalla Russia con dolore - Giulio Sapelli

Il passaggio dall’ordine al disordine internazionale è la cifra del nostro tempo. Le speranze suscitate dalla fine della Guerra fredda si sono trasformate in un incubo ancor più inquietante. Le grandi nazioni stentano a trovare una via d’uscita che restituisca al mondo l’equilibro perduto.La Russia è al centro di questo dramma.

Non soltanto perché c’è Putin, ma perché l’uscita caotica dal comunismo e la politica occidentale verso il grande Stato euroasiatico hanno fatto tornare d’attualità la questione russa. È proprio questo il punto che discute in questo saggio, pungente e illuminante, Giulio Sapelli che cerca di farci vedere una realtà che i telegiornali non ci raccontano.

Un discorso di Putin sulla situazione internazionale, una sua intervista all’emittente tedesca ARD e infine un’intervista di Michail Khodorkovsky, oppositore di Putin, completano questo testo che esce dagli schemi ripetuti.

Recensione

Il saggio di Sapelli in meno di cinquanta pagine condensa una panoramica che, prendendo spunto dalla crisi nei rapporti tra Occidente europeo e atlantico e la galassia russa, in realtà abbraccia l'intero globo terrestre.

È la globalizzazione, bellezza, e tu non puoi farci nulla, direbbe Humphrey Bogart: la questione dei rapporti tra Russia e mondo occidentale, UE e USA insieme, in effetti coinvolge prospettive geopolitiche dell'ordine di grandezza planetaria. Sapelli riesce a dare in poche pagine un'immagine estremamente ampia e complessa delle forze politiche ed economiche in gioco dietro a un fatto, il conflitto russo-ucraino per il Donbass, che è ancora oggi in atto e lontano da una soluzione.
Alle porte dell'Europa, nel cuore della massa continentale euro-asiatica, si delinea uno scenario in bilico sulla guerra aperta, un orrendo deja-vu di quanto accadeva non molto lontano, nei Balcani giusto giusto un secolo fa, l'inizio di una catena di tragedie che fa paura anche solo menzionare. Ancora di più, la trama si infittisce se, come l'autore dimostra, colleghiamo a quelle scintille il disordine generalizzato nel quadrante mediorientale, l'instabilità nel Maghreb – pochi giorni fa un sanguinario attentato a Tunisi ha dato un nuovo scossone all'opinione pubblica – generata dalle Primavere Arabe, e la mancanza di una guida egemonica solida nel mondo.

Dietro i rapporti con la Russia si gioca la partita economica, segnatamente energetica, sugli equilibri che reggeranno il mondo nel futuro prossimo: l'autore assegna un ruolo cruciale alla Russia perché questi equilibri rimangano inalterati in favore del mondo occidentale, o perlomeno perché non si sbilancino troppo a favore di nuove realtà come la Cina imperialista del comunismo imperialista.

Da questo punto di vista il predominio della Germania del rigore di bilancio nell'Unione Europea e soprattutto l'incapacità statunitense di comprendere le trasformazioni che stanno portando l'ex URSS da avversario totale a potenza regionale con cui fare i conti per ogni possibile strategia di equilibrio nel mondo diventano elementi vitali. Importantissimi - anche qui, a pochi giorni di distanza dall'assassinio del leader dell'opposizione Nemcov - per capire le dinamiche del gigante russo alcuni documenti che Sapelli inserisce a commento delle sue tesi: un discorso e un'intervista del presidente Vladimir Putin sulla politica estera russa e la crisi dell'Ucraina sud-orientale, e un'intervista all'ex oligarca Michail Khodorkovsky, possibile protagonista dei prossimi decenni della politica russa.

Tutto questo – qui arriviamo al punto dolente – in una manciata di pagine. Forse un po' ristretto come spazio per contenere tutto l'orizzonte geopolitico mondiale, il saggio di Sapelli meriterebbe un editing approfondito per rendere comprensibili i numerosissimi spunti di riflessione storici ed economici, un esempio per tutti la 'pace westfaliana', citati più volte en passant, che senza spiegazioni adeguate rischiano di appesantire la lettura e rimanere enigmatici. Qualche altra pagina avrebbe dato all'imponente mole di dati e citazioni un aspetto più leggibile e seducente, rendendo il testo più ordinato e omogeneo, senza togliere nulla all'urgenza di attualità e immediatezza di un reportage magmatico come la realtà che descrive.

Giudizio:

+2stelle+ (e mezzo)

Dettagli del libro

  • Titolo: Dalla Russia con dolore
  • Autore: Giulio Sapelli
  • Editore: goWare
  • Data di Pubblicazione: 2015
  • Collana: Istantanee
  • ISBN-13: 9788867973149
  • Pagine: 92
  • Formato - Prezzo: ebook - Euro 4,99

18 aprile 2014

House of cards - Michael Dobbs

"La politica richiede sacrificio. Il sacrificio degli altri, ovviamente. Per quanto un uomo possa ottenere, sacrificandosi per il suo paese, è comunque più conveniente lasciare che siano gli altri a farlo per primi. Il tempismo, come dice sempre mia moglie, è tutto". Questa è una delle massime di Francis Urquhart, per alcuni semplicemente FU, una specie di patrizio solitario, aristocratico molto vecchio stile, che ha passato l'età della maturità, dopo aver dedicato la propria vita alla politica, all'ombra di Westminster. È arrivato ai vertici del suo partito, pur incarnando un ruolo in apparenza lontano dai riflettori. È il più stretto consigliere del primo ministro e anche il custode dei segreti degli uomini che gli siedono accanto. Segreti molto personali, debolezze, fragilità, vizi: parole che nella carriera di un uomo politico rappresentano pericoli mortali, perché incompatibili con il ruolo di potere che riveste. Ed è questo materiale che Francis decide di sfruttare per raggiungere la sua vetta personale. Da dietro le quinte di una fase politica difficile e incerta, questo regista impeccabile riesce a muovere tutti, pedine di un gioco spietato, dove il ricatto diventa un raffinato intreccio narrativo. Di quale materia siano fatti potere e ambizione, quali siano i legami tra l'informazione e i destini politici di un paese, lo scoprirà Mattie Storin, tagliente cronista politica, decisa a stanare la verità su una crisi di governo in cui nulla sembra accadere per caso.

Recensione

Finalmente è arrivato anche in Italia il thriller politico che Michael Dobbs scrisse nel lontano 1989 come primo di una trilogia dedicata al re dei complotti Francis Urquhart, Chief Whip del partito conservatore dell'Inghiterra post-thatcheriana.
Se non siete ciechi e sordi non vi sarà sfuggito il martellante battage pubblicitario che annuncia l'arrivo sui canali satellitari della serie tv americana (ottima) con Kevin Spacey tratta dal romanzo, che è poi il motivo principale che ha spinto la Fazi a portare House of Cards nelle nostre librerie a questi vent'anni di distanza dalla pubblicazione originale, sebbene ci sia da ricordare che l'opera da subito riscosse un enorme successo fra il pubblico anglofono e ispirò una fortunata serie della BBC che riprendeva tutti e tre i romanzi della trilogia.

Lo stretto legame fra il libro di Dobbs e il sistema politico inglese è contemporaneamente fonte di fascino e probabile causa del ritardo con cui House of Cards è arrivato da noi. L'ambiguo Francis Urquhart si muove infatti nei palazzi del potere con un'agilità con cui il lettore italiano, non del tutto familiare con le dinamiche della democrazia inglese, fatica a stare al passo, almeno nei primi capitoli, anche se, personalmente, ho trovato che questa diversità rendesse il libro ancora più interessante. Lo stesso ruolo di Urquhart, Chief Whip, non ha un corrispettivo preciso nel nostro sistema politico e può essere grossolanamente tradotto come "capogruppo" (cosa diversa dal capo di gabinetto!), traduzione che però non spiega del tutto il ruolo fondamentale di Urquhart, incaricato di tenere i collegamenti tra il leader del partito e i suoi membri ma, soprattutto, di supervisionare la disciplina del partito, non solo nelle occasioni ufficiali come le votazioni ma anche in ogni situazione privata che può pregiudicare la maggioranza di governo.
In altra parole, grazie al suo ruolo, Urquhart è a conoscenza di tutti i segreti, gli errori e le debolezze dei compagni di partito e di ogni membro del governo e pur rivestendo un ruolo di secondo piano ha accesso ha tutte le stanze del potere. Abituato a muoversi nell'ombra e ad agire con discrezione, l'uomo trova un modo del tutto nuovo per mettere a frutto i suoi talenti quando, stanco di essere sempre relegato a funzioni secondarie decide di prendersi la più grande delle rivincite e ordisce una complessa trama di rivelazioni e ricatti che dovrebbe portarlo addirittura alla poltrona di Primo Ministro.

Michael Dobbs è l'uomo ideale per un racconto di questo tipo essendo stato consigliere personale di ben due primi ministri conservatori, la Lady di Ferro Margareth Thatcher e il suo pallido successore John Major. In effetti furono il ruolo politico dell'autore e il perfetto tempismo del romanzo, uscito proprio al termine dell'era thatcheriana, ad attirare maggiormente l'attenzione dei lettori, convinti che avrebbero trovato in House of Cards un elenco dei retroscena più torbidi del loro governo. Sebbene Dobbs non faccia nomi e cognomi precisi, è più che evidente che l'autore sa di cosa parla quando espone il complesso meccanismo di rivalità, alleanze e precari equilibri che mantengono in piedi il paese.

Quello che ne emerge è un mondo spietato, in cui le pugnalate alle spalle sono all'ordine del giorno e il peso dell'opinione pubblica è in continuo aumento, grazie al crescente strapotere dei mezzi di informazione che più che inseguire la verità sembrano interessati solo a trovare la storia che assicura le maggiori vendite e a sfruttarla fino all'esaurimento.

L'impressione che ne deriva (ma forse al giorno d'oggi ci eravamo già un po' arrivati) è che che le persone veramente capaci sono quelle che si muovono nell'ombra e rimangono sempre in secondo piano, come Urquhart, mentre coloro che emergono siano i meno dotati e i più manovrabili. I personaggi proposti da Dobbs sono più che altro dei tipi: la giovane giornalista determinata, il politco amizioso e calcolatore, il primo ministro debole e influenzabile, i parlamentari con una serie di imbarazzanti vizietti da tener nascosti. Si tratta di caratterizzazioni essenziali ma adatte a questo tipo di thriller dove non si richiede un accurato approfondimento piscologico ma una trama ben congeniata, coinvolgente e incalzante, cosa che all'autore riesce decisamente bene.

In effetti, è proprio quando Dobbs tenta di dare un tocco personale ai suoi personaggi che mostra i suoi limiti come narratore, scegliendo situazioni scontate e banalizzate. In questo senso i suoi sforzi si concentrano sulla giornalista Mattie Storin che con uno sguardo un po' maschilista egli dipinge come lanciatissima nella carriera ma tormentata dal gelo che l'avere un "letto vuoto" porta nella sua vita.
Quando Dobbs cerca di tratteggiare un passato pseudo-drammatico per la povera Mattie, segnata dalla scelta tra carriera e lavoro, lo fa con tocco dozzinale e un po' risibile. In effetti nella gestione delle figure femminili il romanzo mostra chiaramente di essere stato scritto vent'anni fa da un uomo politico di mezz'età: le poche donne presenti sono tutte bellissime, dalle forme provocanti, leali e lacrimose e con una strana tendenza a trovarsi in situazioni imbarazzanti in cui le loro camicette si slacciano per sbaglio in modo del tutto improbabile, mostrando i "seni perfetti".

Per fortuna si tratta di brevi intermezzi all'interno di un romanzo assolutamente coinvolgente che merita la definizione di thriller sebbene l'azione sia data esclusivamente dalle macchinazioni del protagonista, che mette in moto un meccanismo in grado di far crollare l'intero castello di carte che tiene in piedi il più potente partito inglese. Per quanto non un personaggio positivo, Urquhart è una figura affascinante, che suscita nel lettore un misto di ammirazione e repulsione difficile da spiegare.
Sicuramente mi procurerò anche il secondo e terzo volume della trilogia che lo vede protagonista.

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: House of cards
  • Titolo: House of cards
  • Autore: Michael Dobbs
  • Autore: S. Tummolini
  • Editore: Fazi
  • Data di Pubblicazione: 2014
  • ISBN-13: 9788876255182
  • Pagine: 446
  • Formato - Prezzo: Rilegato- 14.90 Euro
 

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