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25 febbraio 2014

Non temere e non sperare - Yehoshua Kenaz

In questo suo capolavoro, appassionato e struggente per la capacità di indagare i recessi dell’anima, Yehoshua Kenaz segue le vicende di un gruppo di giovani soldati durante il periodo di addestramento. Sono ragazzi affetti da lievi problemi fisici ai quali sono riservate esercitazioni meno pesanti perché non sono destinati a diventare combattenti armati. E, tuttavia, le umiliazioni, le fatiche, la sollecitazione a superare ogni proprio limite a prezzo dei sacrifici e delle disillusioni che la vita militare comporta li condurranno alla perdita dell’innocenza e della purezza con cui avevano varcato il cancello della base di addestramento. Ambientato nell’Israele degli anni ’50, pochi anni dopo la fondazione dello Stato, Non temere e non sperare è un grandioso affresco della nazione che nasce, con tutte le sue contraddizioni, le diversità non amalgamate e le speranze condivise. I cuori dei giovani soldati battono per i timori e le aspettative per il futuro del proprio paese ma, prima ancora, palpitano per i sogni, le incertezze, le paure, le passioni di ogni ragazzo che sta per diventare uomo.

Recensione

Un microcosmo inconsueto ci presenta il grande autore israeliano, Yehoshua Kenaz con Non temere e non sperare, solido romanzo uscito in patria nell’ormai lontano 1986, pubblicato da noi a novembre 2013 con Giuntina, collana Israeliana, grazie al meritorio impegno dei traduttori Shulim Vogelmann e Rosanella Volponi.
Ambientato nel 1955 -sette anni dopo la (ri)costituzione dello Stato di Israele- l’opera ci racconta le vicende di un gruppo particolare di giovani militari durante il periodo di addestramento: particolare perché si tratta di ragazzi affetti da lievi problemi, per lo più fisici, non destinati perciò a diventare combattenti effettivi.

Meno noto al pubblico italiano rispetto ad altri autori per il carattere schivo ed ironico tipico di chi non si prende troppo sul serio, Kenaz ci accompagna nel lungo cammino di crescita dei suoi protagonisti. Inquadrati in una sorta di battaglione speciale, situato alla “Base di Addestramento 4”, essi, pur sottoposti ad esercitazioni meno impegnative rispetto alle comuni reclute, debbono tuttavia cimentarsi con le fatiche, i disagi, le umiliazioni imposte dalla vita militare, per divenire, a loro volta, uomini; attraverso l’acquisizione del bagaglio di cinismo e disillusione che ciò comporta.

Il piccolo / immenso universo kenaziano è, ancora una volta, rappresentato da un variegatissimo mosaico di personaggi, ciascuno con la propria storia. Ci sono i Sabra e gli immigrati di fresca data a Tel Aviv o Gerusalemme; i Sefarditi di umili origini squadrati dall’alto in basso dagli Ashkenaziti, convinti di aver in monopolio il titolo di Padri Fondatori; i sopravvissuti alla Shoah, osservati con una certa diffidenza: siamo diversi anni prima del processo Eichmann, il drammatico momento in cui i sopravvissuti all’Indicibile e gli Ebrei nati e cresciuti in Eretz Yisrael, forti e abbronzati, si guardarono, forse per la prima volta davvero, negli occhi. Gli istruiti e gli ignoranti; tutti inseriti in quel formidabile amalgama rappresentato, fin dalla nascita dello Stato, dalle Forze Armate.

Ognuno di loro è riluttante a diventare un tutt’uno con gli altri; ma, nello stesso tempo, forte è il desiderio di diventarlo. Vediamone alcuni. Melabbes. Sabra, ashkenazita solitario, trae il suo nome dal villaggio arabo accanto al quale sorse, nel 1878 ad opera di un gruppo di pionieri religiosi, Petah Tiqwa (“Soglia verso la Speranza”), città natale di Kenaz. È una delle voci narranti del romanzo e alter ego dell’Autore. Stringe amicizia con Avner, sefardita, proveniente da un’umile famiglia. Avner ha una ferrea logica tutta personale che gli consente di andare avanti ed affrontare le difficoltà quotidiane. E’ il grande seduttore, quello “disponibile ad ogni piacere che la vita può offrirmi, e anche a quelle cose che bisogna prendere con la forza”. Delle conseguenze sugli altri del suo agire pare non importargli nulla.
Miller è un sopravvissuto alla Shoah, tenuto a distanza dagli altri, che parla un ebraico stentato ed è soggetto a crisi epilettiche. Rappresenta il mondo misterioso di coloro che “vengono dai campi”. Rachamin è il marocchino sempre fuori posto, accusato dai compagni, neppure troppo velatamente, di essere omosessuale; mentre Zero Zero è il rumeno dai mille guai, il quale diventerà padre di un bambino che vorrà crescere come un autentico sabra, combattivo e sicuro di sé.
C’è poi Yossi l’artista, il quale non vuole essere come gli altri, perché non intende omologarsi a nessuno. “Non so se io valgo molto come musicista, ma anche se non potrò essere un famoso esecutore…allora sarò almeno un pianista in un caffè. Non cederò. Fino a quando non avrò successo”.
Micki Spector era un calciatore professionista di una certa fama, che ha dovuto interrompere la sua carriera da quando i medici gli hanno riscontrato un “soffio al cuore”. E’ un immaturo, incapace di affrontare l’esistenza e..le donne. Interminabili sono le discussioni che intavola col collega Alon; i due sono agli antipodi, quanto a carattere e concezione di vita.
Alon: generoso e convinto assertore dei valori sionisti, a mio avviso è la figura più affascinante del romanzo. Figlio di un combattente caduto nella Guerra del 1948, è il ragazzo del kibbutz -dove ha lasciato una ragazza, Dafna, alla quale è legato da sempre-, con un profondo amore per la propria terra, appassionato di archeologia, perché essa testimonia il rapporto inscindibile tra Ebrei e Terra di Israele. Alla base della sua vita c’è un alto ideale, parla ai compagni con toni profetici: “Cosa è stato creato qui finora non è lo Stato. E’ solo l’inizio. E ci saranno altre guerre…Forse ci vorranno un centinaio di anni, non so quanto” e insiste “Qui si sta creando qualcosa di più grande ed importante di quanto possiate immaginare”.
Non tutti lo capiscono, anzi. Ad esempio Porcospino (chiamato così per via del taglio dei capelli) vagheggia, in modo più prosaico, uno Stato “normale”. Un po’ come Arik, il disincantato, in generale, ma soprattutto riguardo all’etica militare.

Essi sognano scenari di guerra, immaginano scontri tra intrepidi e risoluti soldati israeliani, da una parte, e fedayn arabi i quali, passando furtivi tra gli aranceti, si infiltrano nei paesi allo scopo di scagliare granate contro gli autobus o assassinare persone, magari dirette a un matrimonio, dall’altra. E non mancano vivaci scambi di vedute, tipici di un contesto in formazione, specie a proposito delle battaglie del 1948 -come quella, celebre, di Latrun-, dove ragazzi, spesso freschi immigrati dall’Europa, sopravvissuti ai campi di sterminio, cadevano per una Patria che non facevano in tempo a conoscere e della quale non erano riusciti ad imparare la lingua. “Li hanno tirati fuori dalla nave e li hanno spediti subito in quella terribile battaglia. La maggior parte di loro non erano israeliani secondo i nostri criteri”, osserva Alon durante una discussione con gli altri.
Dai superiori è spesso loro ricordato che essi sono una sorta di “colonia estiva”, non certo dei veri soldati. Questi ultimi sono addestrati in un modo che “..voi nemmeno vi sognate”, “vengono inviati in missione e versano il sangue per il Paese”. Come ben diverse dalla loro piccola oasi protetta sono le ma’abarot, cioè i campi di transito, in quegli anni ancora presenti, con i disagi e le sofferenze che essi comportavano per famiglie, vecchi, bambini…persone che già avevano tanto sofferto. Ma pure i nostri soldati debbono imparare l’uguaglianza di trattamento e il valore dell’essere comunità, anche a costo di punizioni e duri sacrifici. “Siamo soldati, dopo tutto, soldati, malgrado tutto”, afferma Melabbes.

Significativo il titolo scelto per la versione italiana del romanzo: Non temere [vendette] e non sperare [in favoritismi] è ciò che rammenta un superiore ad una recluta da lui conosciuta anni prima in una diversa circostanza. Scelta felice, questa di Giuntina, rispetto ad una traduzione alla lettera dell’originale ebraico: Hitganvut yehidim significa infatti Infiltrazione individuale (o dei singoli) -deriva dal nome di una delle quattro parti formanti l’opera- e sarebbe apparso stravagante al pubblico, ignaro dei contenuti del racconto.
L'autore, pur rappresentando i cambiamenti che intervengono nella personalità dei protagonisti in chiave di costruzione dell’identità nazionale, tuttavia, nel suo linguaggio lieve e pieno e di condivisione, lascia da parte il racconto “ideologico” per privilegiare l’io più profondo di ciascuno, dove talvolta emergono quadri familiari d’intensa poesia o ricordi lontani dei tempi di scuola, venati di rimpianto. Non temere e non sperare non è un romanzo facile. Dev’essere affrontato con calma, prendendosi tutto il tempo necessario, non va “letto d’un fiato” , anche se talvolta se ne può essere tentati. Saprà, alla distanza, ripagare l’impegno del lettore per le raffinate analisi psicologiche, le sfumature, la spontaneità dei personaggi resa da Kenaz in modo impareggiabile. E’ uno spaccato, sia pure da un punto di vista singolare, sulla crescita di una Nazione. Incantevoli sono i sogni della natura, autentico stato d’animo: “….E dopo…sarebbero arrivate le clementine e le arance nuove, e allora da ogni graffio sulla loro buccia ancora verde sarebbero stillate gocce di un alcol bruciante e inebriante, come nuovi inizi e nuove promesse”. Di forte drammaticità le pagine dedicate all’universo lontano, spesso incomprensibile, di coloro che “vengono dai campi”, silenziosi sulla loro esperienza, talora adusi a mostrare un volto normale in grado di nascondere una realtà tragica ben diversa. Come il racconto di Alon riguardo ad una donna che stava nel suo kibbutz, sopravvissuta alla Shoah: un ritratto di una tale drammatica intensità da lasciarti col cuore in tumulto. Lo leggi, lo rileggi e ti accorgi che sai ben poco di “loro”. Indimenticabile.

Giudizio:

+5stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Non temere e non sperare
  • Titolo originale: Hitganvut yehidim
  • Autore: Yehoshua Kenaz
  • Traduttore: Shulim Vogelmann e Rosanella Volponi
  • Editore: Giuntina
  • Data di Pubblicazione: 2013
  • ISBN-13: 9788880575139
  • Pagine: 768
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 19,00

13 settembre 2013

Berlino segreta - Franz Hessel

In questo affascinante ritratto della Berlino degli anni '20 del Novecento, Franz Hessel ci fa conoscere la sua visione del mondo e la sua proposta di una garbata forma di resistenza personale alla frenesia della modernità, basata su una personalissima etica di rinuncia al piacere del possesso.





Recensione

Franz Hessel è stato uno dei maggiori protagonisti della vita artistica berlinese durante il periodo della Repubblica di Weimar. Di origine ebraica, era nato a Stettino il 21 novembre 1880; per sfuggire alla persecuzione nazista si rifugiò, come altri intellettuali tedeschi ed austriaci, nella Francia del Sud, a Sanary sur Mer. Ivi morì il 6 gennaio 1941, in un campo di internamento dove, allo scoppio della guerra, era stato rinchiuso, come tanti suoi concittadini, in quanto straniero.
Negli anni '20, con la moglie Helen Grund, pittrice e traduttrice, e l'amico Henri-Pierre Roché, Hessel aveva dato vita ad una sorta di triangolo amoroso, del quale lo stesso Roché trasse ispirazione per il romanzo "Jules et Jim", cui in seguito si rifece il regista francese Truffaut nell'omonimo, indimenticabile film (1961/62)  con Jeanne Moreau.

Famoso per aver dedicato gran parte della propria produzione giornalistica alle passeggiate per le strade di Parigi -oltre che di Berlino, dove pure soggiornò-, l'autore tedesco è considerato il più significativo esponente, nel suo Paese, della cosiddetta "flanerie" (termine coniato, diversi anni prima, da Baudelaire), cioè l'arte di passeggiare con calma, senza una meta precisa, per conoscerne una città e penetrarne i segreti. A tale proposito pubblicò nel 1929 una raccolta di saggi, "Spazieren in Berlin". Tra i romanzi: "Pariser Romanze", 1920 ("Romanza parigina. Carte di un disperso", Adelphi, 1997, pp. 92) e il presente "Heimliches Berlin", 1927 (cioè "Berlino segreto"), scritto, tra il 1924 e il 1925 durante un breve soggiorno a Parigi, pubblicato nel 1927 (l'editore era Rowohlt di Berlino, con cui a lungo lo scrittore collaborò) e ripubblicato in Germania solo nel 1982 (ed. Suhrkamp). La presente, con Elliot, è la prima edizione italiana, arricchita da un ottimo saggio introduttivo della traduttrice Eva Banchelli.

Teatro della vicenda -più che un romanzo, una sorta di commedia di costume in tredici scene, che si dipana nell'arco di ventiquattr'ore- è il quartiere Ovest della capitale tedesca, la zona attorno al vasto parco cittadino del Tiergarten, amata dalla borghesia colta e prediletta dall'intelligentia bohemienne, un "mondo di ieri" destinato a scomparire di fronte all'avanzata dei nuovi ricchi, coloro che hanno fatto fortuna negli anni della (prima) grande inflazione -1919/1924-. I luoghi che formano un universo che affiora qua e là, una sorta di "segreto" magico, custodito dai diversi personaggi nell'animo dei quali il difficile periodo di crisi, per il momento alle spalle, ha lasciato una consapevolezza di assoluta precarietà, un' inquietudine diffusa, un'ansia insopprimibile a spostarsi da un luogo all'altro, per trovare, forse (!), un significato alla propria esistenza.

Ecco allora la figura principale della rappresentazione: Wendelin Domrau, bello, elegante, slanciato, un giovane la cui presenza allieta uomini e donne della sua cerchia, che vive a Berlino fino all'estate del 1924. Quando egli, dopo mille titubanze, se ne va -chissà fino a quando, poi...- tutti si accorgono del vuoto che ha lasciato. Compagna dei suoi stati d'animo è la bellissima Karola, la quale vorrebbe, a sua volta, partire, ma non riesce a prendere una decisione. Ama, ricambiata, Wendelin, ma nessuno dei due parrebbe riuscire a dar corpo al piano di fuga. Oltretutto è legatissima al figlio Erwin, di otto anni. Ella è sposata con Clemens Kestner, amico a sua volta di Wendelin, un colto e bizzarro docente universitario di filologia, studioso di storia antica e molto occupato nella traduzione di Omero. A una società avida di guadagno, egli contrappone una tranquilla morale del "non possesso". Hessel ce ne fa conoscere i sentimenti, prendendosi in modo bonario gioco di lui. Clemens ama davvero sua moglie, ma, di fronte alla prospettiva che Karola lo lasci per viaggiare con Wendelin, è più preoccupato dall'idea di perdere quest'ultimo (così narcisista, fragile e capace di rievocargli gli anni giovanili), piuttosto che la donna, con la quale, in fondo, il legame non si spezzerà mai! Evidenti sono, nell'intreccio, i riferimenti autobiografici.

Lo stile è scorrevole, quasi musicale, in grado di adattarsi al registro itinerante del racconto. I toni ci sono tutti, con preferenza verso l'umoristico e l'ironico, come il contrasto tra i "sogni di gloria" di Wendelin e la modesta realtà della pensioncina in cui egli vive , "al quarto piano sopra negozi ed uffici, tra Friedrichstrasse e Unter den Linden". Protagonista assoluto è il paesaggio cittadino, che emerge discreto, il supporto imprescindibile, il sipario sul quale s'intrecciano le vite degli stravaganti personaggi, tutti  ritratti con cura dal vivo. I cognomi adottati sono espressione del personaggio stesso, ma in una sorta di rovesciamento sarcastico: ad esempio, un tale Schilfkrot (Ranocchia, in tedesco) è un applaudito cantante, ispirato ad una celebrità dell'epoca, realmente esistita e famosa a Berlino in quel periodo. Donne fatali, alla Marlene Dietrich (alla quale Hessel dedicò un suggestivo libretto, nel 1931), come Margot, che ama indossare camicie maschili e passeggiare a cavallo nel Tiergarten, in compagnia di baldi giovani, Wendelin in testa, va da sé. O come l'inquietante, sessualmente ambigua, Fancy Freo, la cui specialità consiste nell'eseguire "le più audaci canzonette berlinesi con il massimo di raffinatezza e il minimo di sguaiataggine".

Una quotidianità che finisce per coincidere con un grande caffè-concerto, ma che, sotto una veste spensierata e disinibita, nasconde una carattere di attesa drammatica; ma ancora pulsante di vita e di colore. Tra pochi anni il nazismo, accolto con entusiasmo da troppi -anche se Berlino non ne fu certo la culla-, coprirà tutto col suo nero sudario.

Giudizio:

+5stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Berlino segreta
  • Titolo originale: Heimliches Berlin
  • Autore: Franz Hessel
  • Traduttore: Eva Banchelli
  • Editore: Elliot
  • Data di Pubblicazione: 2013
  • Collana: Raggi
  • ISBN-13: 9788861923485
  • Pagine: 149
  • Formato - Prezzo: Brossura - 16.50 Euro

29 agosto 2013

Salvare Mozart - Raphael Jérusalmy

Salisburgo, estate 1940. Otto Steiner, ombroso critico musicale di origine ebraica, ospite in un sanatorio della città, non sa rassegnarsi alla perdita della libertà del suo Paese, divenuto da due anni parte integrante del Reich tedesco.
Con sagacia e senso dell'umorismo, mette in atto un'incredibile vendetta.




Recensione

Un autentico scrittore nato, Raphael Jérusalmy. Dopo aver compiuto gli studi alla Ecole Normale Supérieure di Parigi e alla Sorbona, è stato per oltre vent'anni ufficiale dell'intelligence israeliana; successivamente ha dato vita a progetti di carattere educativo ed umanitario. Cresciuto nel magico mondo dei libri, oggi vive a Tel Aviv, dove vende volumi antichi. Tanti anni trascorsi a mantenere segreti, così confida in un'intervista, lo hanno portato alla scrittura.

Salvare Mozart è il suo romanzo di esordio che, uscito in Francia lo scorso anno, ha ottenuto largo consenso di pubblico e di critica. Ora la Casa editrice e/o lo fa conoscere al pubblico italiano. Dedicato alla memoria del piccolo parigino Jacques Eisenband, ucciso ad Auschwitz nel marzo 1944, prima ancora di aver compiuto otto anni, Salvare Mozart è una sorta di capriccio, di paradosso da teatro dell'assurdo. Davvero impensabile l'atroce scherzo, ideato e messo a punto da Otto Steiner contro i nazisti i quali, non solo si sono impadroniti del suo Paese, l'Austria, ma pure hanno messo le mani sul suo più prestigioso Festival musicale, il Salzburger Festpspiele.

Il piano di Steiner (messo a punto in contemporanea con la redazione di una sorta di diario, dal luglio 1939 all'agosto 1940) non ucciderà Adolf Hitler, come egli, in un primo momento, aveva progettato, né propriamente "salverà" Mozart, ma darà al protagonista -consapevole della morte ormai vicina a causa dell'inesorabile malattia- la certezza di aver compiuto il proprio dovere, impedendo che venga tacitata la musica che risuona all'interno del suo cuore. Quella musica tanto amata e dunque tutta la vera Musica.

Giudizio:

+5stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Salvare Mozart
  • Titolo originale: Sauver Mozart. Le journal d'Otto J. Steiner
  • Autore: Raphael Jérusalmy
  • Traduttore: Gaia Panfili
  • Editore: E/O
  • Data di Pubblicazione: 2013
  • Collana: Dal mondo
  • ISBN-13: 9788866323471
  • Pagine: 120
  • Formato - Prezzo: Brossura - 14.00 Euro

16 giugno 2013

La Famiglia Karnowski - Israel Joshua Singer

Un grande romanzo, pubblicato nell'originale lingua yiddish a New York, nel 1943, successivamente dimenticato e riscoperto negli ultimi anni, ci racconta le storie di tre generazioni di Ebrei, da fine Ottocento alla metà degli Anni Trenta del Novecento; dalla natia Polonia alla moderna Berlino, alla dura New York della salvezza e dell'esilio.





Recensione

A settant’anni dall’uscita a New York in lingua originale (yiddish, poiché il testo in inglese apparve assai più tardi), finalmente, grazie alla Casa Editrice Adelphi e alla vissuta traduzione di Anna Linda Callow, anche il pubblico italiano può conoscere e amare questo romanzo, davvero un cuneo che l’autore “con la penna insinua nella chiusa personalità dei lettori”, secondo un’efficace affermazione di Elias Canetti.
La Famiglia Karnowski di Israel Joshua Singer è un’opera / mondo nella quale ci si avventura seguendo svariati percorsi e tematiche -uno per tutti: l’antisemitismo europeo nelle sue diverse forme e sfumature-; un’affascinante, drammatica rappresentazione di tre generazioni di Ebrei: dalla natìa, tradizionale Polonia di fine Ottocento alla moderna Berlino, dapprima della, sia pur ingannevole, integrazione, indi del nazismo; fino alla durissima New York della salvezza e dell’esilio; nella perenne ricerca di un equilibrio, molto difficile e sofferto da realizzarsi, tra identità ed assimilazione.
La lettura è scorrevole, coinvolgente, anche perché inserita in un ambito storico ben preciso; infatti il volume è pure un prezioso documento di notevole valore storico per ricostruire la vita delle comunità ebraiche distrutte dalla “follia” nazista. Indispensabile un inquadramento, sia pur sintetico, dell’Autore nell’ambito, in primo luogo, del suo contesto familiare. “Dedico queste pagine alla memoria del mio defunto fratello, I.J. Singer […] Egli era per me non soltanto il fratello maggiore, ma anche un padre spirituale e veramente un maestro di vita. Io guardo a lui come a un modello di grande spiritualità e di probità letteraria”. Con tali parole l’insigne Autore polacco, naturalizzato statunitense, scrittore in lingua yiddish, Isaac Bashevis Singer (1902/1991), Premio Nobel per la letteratura 1978, dedica il suo La Famiglia Moskat (1950) al fratello maggiore di undici anni, Israel Joshua, nato nel 1893 e morto d’infarto a cinquantun anni.
Davvero una famiglia eccezionale, i Singer. I genitori, il Rabbino (e autore di commentari) Pinchas Meindl Zinger e Basheva Zylberman, a sua volta figlia di un rabbino hassidico di Bilgoraj, ebbero quattro figli: la primogenita, Esther, fu valente scrittrice a sua volta, ma misconosciuta dall’ambiente tradizionale che la voleva sacrificata, in quanto donna, nelle sue aspirazioni culturali; seguivano tre maschi, Israel Joshua, Isaac Bashevis -in omaggio alla madre, appunto Basheva- e Moshe, l’unico non scrittore, morto nel 1946. Dopo i primi anni di vita e l’adolescenza passate nel quartiere popolare ebraico di Varsavia dove il padre teneva il suo tribunale rabbinico, Israel, considerato a lungo il “genio di famiglia”, aveva lasciato quell’ambiente tradizionale ed abbracciato la Haskalah, l’Illuminismo ebraico. In patria aveva pure studiato pittura, ma ben presto sentì nascere in sé la vocazione letteraria. Nel 1918, suggestionato dalla Rivoluzione bolscevica, si recò in Russia, dove aderì ad un gruppo di scrittori radicali yiddish, il Circolo di Kiev, e cominciò a pubblicare i primi racconti. Disgustato per il perdurante antisemitismo, che sperava fosse scomparso grazie alla nuova situazione politica, tre anni dopo ritornò a Varsavia, dove continuò la sua attività letteraria e iniziò a collaborare con Forward, il celebre quotidiano yiddish di New York. Sulle colonne del giornale apparvero articoli assai critici verso l’Unione Sovietica, che gli valsero l’ostilità dell’ambiente comunista cui aveva in precedenza aderito. Decise allora di partire per gli USA, dove, alcuni anni dopo, arrivò il fratello minore Isaac (il quale, a sua volta, iniziò a scrivere per Forward). Una meritata fama lo raggiunse. Non a caso, tanti anni dopo, l’illustre critico letterario statunitense Harold Bloom, in un’intervista datata 2009, ha dichiarato che, tra i due fratelli Singer, il più dotato non è il Premio Nobel Isaac, ma il meno noto, al contemporaneo pubblico dei lettori, Israel Joshua. Purtroppo, proprio all’indomani dell’uscita de La famiglia Karnowski, Israel morì all’improvviso. Per le paradossali vicende dell’esistenza egli entrerà in una sorta di cono d’ombra, mentre inizierà l’ascesa del fratello minore.
Occorre tener presente un aspetto nell’opera di Israel  J. Singer. Egli non ci parla direttamente della Shoah perché si spegne prima che essa sia conosciuta nella sua completezza; ma ne ha un’intuizione, rendendocela così -forse- ancora più terribile. Quel vuoto, quel “non detto”, quei riferimenti a “laggiù” ti toccano il cuore.
Il nostro romanzo è suddiviso in tre parti, ciascuna dedicata ad un personaggio della famiglia, colui intorno al quale ruota il racconto: David; Georg; Jegor. Indimenticabile l’inizio che inquadra i Karnowski “della grande Polonia”, affidabili -pur non facoltosi- commercianti di legname, studiosi di Talmud e di altri sacri testi; nonché di materie profane, quali la filosofia e la matematica, ed affamati lettori di libri in lingua tedesca. Personaggi liberi, ben consapevoli delle loro qualità, ai quali sta stretto l’ambiente religioso ed ultratradizionale dello shtetl di Melnitz. E infatti il polemico rampollo di casa, David, “raffinato purista della grammatica ebraica”, ben presto prende l’irrevocabile decisione di andarsene, con la giovane moglie Lea, da quel luogo di “selvaggi e bifolchi” verso la patria della ragione e dei lumi, la città che, fin da adolescente, lo aveva attratto in modo irresistibile, cioè Berlino. L’Autore ha arricchito questo personaggio con diversi aspetti della propria esperienza giovanile. Nella nuova patria David si ambienta molto bene: parla un perfetto tedesco, ha successo nell’attività commerciale, diviene una figura di rilievo in città e, grazie alla sua cultura, stringe rapporti, anche istituzionali, con la migliore società ebraica, radicata nel Paese da molte generazioni. Nulla a che vedere con gl’immigrati dall’Est Europa, quelle persone che si ostinano a parlare yiddish e non sanno esprimersi in corretto tedesco. Allorché alla coppia nasce un figlio, gli vengono imposti due nomi: Moshe, in memoria di Moses Mendelssohn, il fondatore della Haskalah, ma pure il nome con il quale sarebbe stato chiamato, nel giorno del bar mitzvah, a leggere il testo sacro in sinagoga; e Georg, il nome tedesco, a ricordo di quello del nonno paterno (Gershom), da usare nella vita quotidiana. Tutto questo in omaggio all’aurea massima, ribadita il giorno della circoncisione del piccolo: “Sii ebreo a casa tua, ma un uomo [cioè un tedesco, in nulla diverso dagli altri] quando ne esci”.
Se David ha trovato la sua strada, non si può dire altrettanto di Lea. La giovane si sente una straniera in un contesto tanto diverso da quello in cui è cresciuta, cioè l’ambiente caldo, familiare di Melnitz, lasciato così a malincuore. Ella si consola parlando con il figlioletto nell’idioma di casa, chiamandolo col diminutivo di Moysele; anche se, ben presto, questi impara a correggerla stizzito: “Io non sono Moysele, sono Georg!”. Ma soprattutto fonte di gioia per Lea sono le visite che ella compie, allorché gli affari spingono David lontano da casa, all’Emporio delle Occasioni di Solomon Burak, posto a poca distanza dallo Scheunenviertel, la zona abitata da ebrei galiziani e polacchi. Solomon, chiamato Shloymele dalla moglie Ita, è, a sua volta, un immigrato da Melnitz, abbandonata da giovanissimo, diversi anni prima, per andare a fare il venditore ambulante nei paesini tedeschi, con un fagotto di mercanzia appresso. Ma, al contrario di Karnowski, non ha affatto rinnegato le proprie origini, ci mancherebbe!
Il negozietto dell’inizio sulla Linienstraße è stato rimpiazzato dall’enorme magazzino dove Burak concentra le ingenti quantità di merci che acquista a basso costo: articoli di fine serie, giacenze dopo fallimenti o incendi, tutto ciò che è a buon mercato. Ottiene credito dalla banche, in quanto operatore affidabile. La clientela è costituita per lo più da gentili, attratti dai prezzi convenienti, ma anche da quegli ebrei, residenti nel Paese da tanto tempo, i quali peraltro non gradiscono affatto che si rammenti loro, tra un acquisto e l’altro, donde vengono. Il Sig. Burak, peraltro, sa benissimo che i goym, alla fin fine, in cuor loro, detestano tutti gli ebrei, indipendentemente dal numero di anni di residenza sul suolo tedesco, dalle apparenze, dal linguaggio forbito. Georg cresce secondo i desideri paterni; ma, nonostante l’impegno di David, i coetanei vedono in lui soprattutto l’ebreo, a cominciare da coloro che risiedono nello stesso palazzo, tutti “gentili”. Il ragazzo matura nel tempo una volontà di ferro e, dopo la prima giovinezza scioperata e un inizio inconcludente di studi filosofici, si iscrive alla Facoltà di Medicina. In parte per vocazione sincera, in parte per spirito di concorrenza verso la prima (e forse unica) passione amorosa della sua vita: Elsa Landau, affascinante dottoressa, figlia di un medico vegetariano convinto, un tipo bizzarro, di nome Fritz, ma di gran cuore e competenza, tutto dedito ai suoi pazienti del quartiere operaio di Neukölln; unico ebreo tra goym privi di pregiudizi e colmi di gratitudine per lui. Padre e figlia formano un duo affiatato, spesso in polemica, ma legati da profondo affetto. Anche la bella Elsa dalla lunga chioma rossa è attratta da Georg, ma è tutta concentrata dapprima sulle ricerche mediche, indi divorata dal demone dell’ambizione politica. Diventa ben presto deputata di sinistra al Reichstag, è inseguita dalla stampa; e, per motivi opposti, dagli avversari politici conservatori, i quali non sopportano che una donna -per di più giovane, di gradevole aspetto e per giunta ebrea- occupi un posto di riguardo. E, col passare del tempo, altri nemici, ben più pericolosi, cercheranno di insidiarla. Non c’è quindi posto, nella vita di lei, per un marito ed una famiglia. Benché articolato secondo una linea maschile, il romanzo ci dona pure stupende figure femminili; Elsa è tra queste, così come, per motivi diversi, Lea, simbolo della tenerezza ostinata.
Allorché scoppia il primo conflitto mondiale Georg si arruola, quale medico militare, sul fronte orientale e si batte con coraggio, come tanti ebrei, ai quali, negli anni successivi, la patria volgerà le spalle col più atroce dei tradimenti. I terribili ricordi dei campi di battaglia resteranno impressi nel giovane per sempre. Il dopoguerra segna la rapida affermazione professionale del Dr. Karnowski, il quale diventa, in pochi anni, il più famoso ginecologo di Berlino, direttore di una rinomata clinica sulla Kaiser Allee. In ospedale conosce una timida e sensibile infermiera, Teresa Holbek; attratto dalla sua dolcezza e dedizione, Georg incomincia a frequentarla con assiduità. Ciò porta non poco trambusto nelle rispettive famiglie d’origine: gli Holbek sono cristiani, con un’opinione negativa nei confronti degli Ebrei. David Karnowski, dal canto suo, è fuori di sé. Per quanto integrato nella società tedesca, è per lui inconcepibile che il primogenito esca con una shikse, termine dispregiativo yiddish per “non ebrea”. Georg non intende ragione e sposa Teresa, rompendo i ponti col padre (ma la madre non lo abbandona). Teresa è una specie di Lea in versione cristiana. La moglie tradizionale, che tuttavia, all’occorrenza, sa essere forte e decisa.Ma sotto la cenere dell’apparenza spumeggiante e spensierata, tipica della Repubblica di Weimar, cova un fuoco che porterà a tragiche conseguenze. La crisi postbellica del 1922/1924 e la tremenda inflazione che seguì alla chiusura degli stabilimenti della Ruhr; il fallito putsch nazista di Monaco del novembre 1923, conclusosi con l’arresto di Adolf Hitler -che, in carcere, scrive il suo programma politico, cioè il Mein Kampf-; l’uscita dalla prigione dopo soli nove mesi (in realtà era stato condannato a cinque anni di detenzione), la trionfale, irresistibile ascesa nel periodo successivo, delle camicie brune e del loro indiscusso capo. Senza contare l’altra, indimenticata, crisi finanziaria, quella del 1929. Tempi bui si preparano per gli Ebrei. In modo inesorabile, lento, ma non troppo, si moltiplicano le violenze e le aggressioni ai loro danni. Singer dipinge con colori foschi e con frasi efficacissime quel clima di “tensione indefinita […] un misto di attesa, esaltazione, paura, quando gli uomini in stivali [i nazisti, è chiaro] s’impadronirono delle strade e delle piazze”. Tanti, tra gli Ebrei, specie coloro che risiedono in Germania da secoli, cercano di non dare importanza a ciò che sta accadendo, ritengono (o fanno finta di ritenere) che queste agghiaccianti novità non riguardi loro, integrati da sempre nel tessuto sociale; ma l’angoscia e il terrore sono palpabili ovunque. Paradossi dell’esistenza, fa notare a David un anziano e coltissimo libraio, Efraim Walder, una delle poche persone residenti sulla Dragonerstraße, il luogo dove vivono in prevalenza gl’immigrati dall’Est, cui egli si degni di far visita: “…volevamo essere ebrei in casa e uomini in strada, è arrivata la vita e ha messo tutto sottosopra: siamo goym in casa ed ebrei in strada”.
A queste gravi preoccupazioni se ne aggiunge un’altra per Georg e Teresa, non meno dolorosa. Dal loro matrimonio è nato un figlio, chiamato Georg -come il padre- Joachim -dal nome del defunto nonno materno-, detto ben presto Jegor. Fin dalla più tenera età il ragazzo subisce l’influenza della famiglia della madre, dove, da una parte, la nonna gli propina, forse quasi senza rendersene conto, i triti luoghi comuni dell’antigiudaismo cristiano; dall’altra, con rara perfidia, lo zio Hugo, fratello di Teresa, un debosciato fanatico di uniformi, marce e quant’altro (sedicente valoroso soldato nella guerra che ha visto la Germania sconfitta dai “traditori”), sostenitore dei nuovi padroni del Paese, gli fa un vero e proprio lavaggio del cervello, instillandogli odio antisemita, che porta Jegor, sensibilissimo e psicologicamente instabile come molti coetanei, a rifiutare la parte ebraica di sé. Rifiuto che, per assurdo (ma è un’assurdità apparente, se ci si pensa bene), tocca il culmine allorché egli viene denudato a forza su un podio, nel teatro della sua scuola, di fronte, non solo ai compagni di classe, ma a tutti gli studenti, al corpo insegnante ed altre autorità, poiché il preside, l’ottuso Prof. Kirchenmeyer, decide di mostrarlo come modello vivente delle nuove teorie razziali, come espressione del “cattivo influsso della razza negro-semitica su quella nordica quando si uniscono”. Jegor ne esce traumatizzato. Conseguenza devastante e, come detto, all’apparenza incomprensibile: odio irrefrenabile verso il padre e tutti gli Ebrei, unito ad un’attrazione fatale nei confronti degli uomini che marciano, marciano, tanti cari a suo zio.Anche a causa di tale tragica situazione, per togliere i congiunti da quell’aria ammorbata che sta per ucciderli nell’anima e nel corpo, Georg si dà da fare per ottenere, a sé e ai suoi, un visto di espatrio, finché ciò è possibile. Destinazione: gli USA. Nella speranza che, al di là dell’oceano, il figlio ritrovi se stesso.
La terza parte del libro, dedicata a Jegor, è, a mio parere, la più avvincente, anche se, confesso, talvolta ho avuto la tentazione di interromperne la lettura, tanto quelle pagine grondano sofferenza. Se si ha però l’animo di proseguire e giungere alla fine, ci si rende conto quanto La Famiglia Karnowski sia un autentico romanzo di formazione, anzitutto per il lettore. Inoltre non mancano notizie di carattere storico/politico a proposito della diffusione nel mondo della piovra nazista, che riusciva a raggiungere con i suoi tentacoli anche i Paesi democratici. Lascio quindi a chi legge la sorpresa di scoprire pian piano questo “viaggio di conversione” in America dei Karnowski, insolita, profonda Teshuvah (in ebraico, letteralmente, "Ritorno"), che tocca, secondo corde diverse, i membri della Famiglia, anche in un rapporto rinnovato proprio con quelle persone che, nella precedente esistenza di “laggiù”, erano state trattate con freddezza ed alterigia.
Ma è il giovanissimo Karnowski il perno della vicenda. Dopo una discesa agl’inferi, che è quanto di più orribile ed inimmaginabile si possa concepire, ha il coraggio di riprendersi la propria umanità, sia pure a prezzo di un gesto estremo. Commoventi le pagine finali, Padre e Figlio che si ritrovano. Saranno la Vita a vincere, dopo la disperazione e la morte del dolore.

Giudizio:

+5stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: La Famiglia Karnowski
  • Titolo originale: Di mishpohe Karnovski
  • Autore: Israel Joshua Singer
  • Traduttore: Anna Linda Callow
  • Editore: Adelphi
  • Data di Pubblicazione: 2013
  • Collana: Biblioteca Adelphi
  • ISBN-13: 978-88-459-2771-3
  • Pagine: 498
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 20,00

22 maggio 2013

La sinfonia di Parigi e altri racconti - Irène Némirovsky

Agli inizi degli anni Trenta, Irene Némirovsky accantonò per un paio d'anni la scrittura di romanzi, per "subire" la fascinazione positiva e feconda da parte del cinema. Assidua frequentatrice delle sale cinematografiche, entusiasta per l'avvento del sonoro, l'autrice intuì nella settima arte, con sensibilità quasi profetica, una straordinaria risorsa per la scrittura, una fonte di suggerimenti e spunti anche tecnici, in grado di ampliarne le possibilità espressive. Fu così che nel 1931 nacquero le tre storie d'amore, "La sinfonia di Parigi", "Natale" e "Carnevale di Nizza", qui tradotte e pubblicate per la prima volta in Italia, con la speranza che potessero un giorno essere trasposte sul grande schermo. Del resto, per la scrittrice francese l'incontro con il cinema era già avvenuto con la realizzazione del film David Golder, per il quale il regista Julien Duvivier dichiarò di non aver avuto bisogno di aggiungere scene o modificare i dialoghi tratti dal romanzo omonimo, tanto la scrittura della Némirovsky si armonizzava perfettamente al ritmo e alle tecniche narrative cinematografiche. Nessuna di queste storie diventò mai un film, ponendo così fine alle sue speranze di poter lavorare come sceneggiatrice. Eppure, il tentativo non fu vano e la lettura di queste tre brevi opere potrà meglio farci comprendere quanto l'amore per il cinema abbia influenzato lo stile dell'autrice di "Suite francese".

Recensione

Irène Némirovsky è sempre in grado di sorprenderti.

Con un libretto color viola dove, in copertina, spicca la sagoma della Tour Eiffel, l’Editore Elliot ci dona tre deliziose brevi novelle, espressione del genio poliedrico della grande scrittrice ebrea, ucraina di nascita (1903), naturalizzata francese, morta ad Auschwitz nell’estate del 1942, dove perì forse soppressa nella camera a gas, forse sopraffatta dal tifo.

In “La sinfonia di Parigi e altri racconti” l’A. si cimenta con una nuova modalità espressiva.

Infatti, all’inizio degli anni Trenta del Novecento, attratta dall’incanto della settima arte, il Cinema, ella lasciò temporaneamente il genere “Romanzo” per cimentarsi con una scrittura, per così dire, “ottica”, adatta a una versione cinematografica. Vennero così alla luce, nel 1931, “La sinfonia di Parigi", "Natale" e "Carnevale di Nizza”, tre racconti ambientati a Parigi, ora tradotti e pubblicati in italiano per la prima volta.

Del resto, come ci viene ricordato nella presentazione, l’incontro di Némirovsky con lo schermo era già avvenuto grazie alla realizzazione del film “David Golder” di Julien Duvivier (1931, prima pellicola sonora del regista francese), tratto dal suo omonimo romanzo, uscito due anni prima.

Anzi il cineasta affermò di non aver avuto bisogno di aggiungere scene o modificare dialoghi, tanto la scrittura si sposava col ritmo e le tecniche cinematografiche.

Nessuna delle tre storie qui presentate diventò un film e i tragici eventi che, anno dopo anno, si susseguirono, non ci hanno consentito di vedere una Irène matura, magari celebrata sceneggiatrice, oltre che romanziera illustre. Ma esse ci regalano una prosa gradevole, di agile e veloce lettura, perché quanto mai coinvolgente.

Una scena sfocia nell’altra, le dissolvenze giungono al momento giusto; uno stile sonoro, onomatopeico. “Prima, un’immagine silenziosa, poi il dolce brontolio di Parigi, simile alla vibrazione di una corda di violino […]il fischio di un treno, alcuni colpi di clacson, resi più dolci, sfumati, dalla distanza. Il ticchettio della pioggia su una lunga strada”.

Tanti piccoli quadri esatti, ben disegnati, mai artificiosi. E’ il mondo dove giunge Mario Cavalhère, il protagonista del primo racconto, “La sinfonia di Parigi”: è un giovanotto di provincia, giunto nella capitale per frequentare i corsi di composizione musicale al Conservatorio. Il suo sogno è scrivere, un giorno, “la sinfonia di Parigi”. Egli dovrà passare attraverso fallimenti, delusioni e dolori (anche affettivi), farà i conti con i compromessi che la vita, prima o poi, impone, potrà contare su pochissimi amici, come un anziano musicista bohémien di cui seguirà tutto solo il funerale, ma, alla fine, grazie al lavoro, alla sofferenza, all’amore, la sinfonia prenderà corpo, concludendosi in “un inno solenne e gioioso”.

La seconda novella ci presenta una famiglia della medio/alta borghesia, padre, madre, due figlie adulte, poco più che ventenni, due figli minori, maschio e femmina, ancora bambini. Tutto ruota attorno alla festività del Natale, inteso non certo come solennità religiosa, ma come insopportabile, bensì irrinunciabile, Rito Collettivo, da celebrarsi in un clima misto di conformismo e falsità. Stupendo il ritratto dei genitori: due persone anziane, che non hanno mai conosciuto giovinezza, astiose l’una verso l’altra e contro il mondo intero: “Lui è calvo, piccolo di statura e brutto. Grugnisce, di cattivo umore: ‘…che stupida usanza andare al veglione natalizio, invece di restarsene tranquillamente a casa propria…’. La signora, imbellettata, civettuola, vecchia, tozza…”. Ti chiedi subito come possano, due creature così attempate, avere un paio di figli ancor piccoli, gli unici, in famiglia, a credere nella magia del Natale; immagino per poco tempo ancora…

Scopri poi che, nonostante l’apparenza scoraggiante, entrambi i coniugi si prendono, per così dire, le loro libertà: inevitabile.

Il fulcro della storia sono le vicende amorose delle due figlie maggiori, Marie Laure e Claudine, sempre impegnate a divertirsi in balli e ricevimenti, pur sotto l’occhiuta sorveglianza di madri e zie, nonché alla ricerca un… buon partito per sistemarsi. “Ragazzo perbene”, così il padre valuta un certo pretendente; e, va da sé, il termine significa esclusivamente ricco di famiglia, secondo la ferrea, intramontabile morale borghese. Poco importa, è chiaro, come queste ricchezze siano state acquisite. Le ragazze riescono, di tanto in tanto, a sfuggire al controllo e, specie una, a cercare guai. Ma sarà proprio il perbenismo ipocrita nel quale hanno sempre vissuto, unito ad una certa astuzia femminile, a salvare il tutto. Con soddisfazione, sia pur moderata, come si conviene, dell’intera famiglia. Dissolvenza.

“L’illusione dell’amore” potrebbe essere il sottotitolo dell’ultimo racconto, “Carnevale di Nizza”, dove l’Autrice ci delizia al massimo con i suoi virtuosismi letterari, in grado di sortire un continuo effetto sorpresa. A cominciare dalla trovata di mandare all’indietro, dal 1932 al 1907, le “lancette” della grande meridiana della chiesa posta in Place de la Trinité di Parigi. Il frastuono della metropoli cede il posto ad un’atmosfera calma e dolce da Belle Époque. Sul tetto praticabile dell’omnibus, il cosiddetto imperiale -predecessore dei tram-, “compare una struttura di cui [...]è impossibile precisare la natura e l’uso. Zampilli di garza, uccelli [...] fiori artificiali: i fiori tremolano al vento sugli steli di ottone, gli uccelli becchettano ciliegie”.

Che strana scena è mai questa? La spiegazione giunge dopo qualche istante di perplessità: “…una volta che l’immagine si rimpicciolisce e arretra, si capisce che si tratta del cappello della giovane donna”.

Per la strada, intanto, passa il “vecchio donnaiolo”, monocolo e ghette chiare, intento a seguire una graziosa modista, mentre due uomini giungono in senso inverso discutendo i fatti politici del giorno. Lo Zar, i Balcani…

I protagonisti sono una coppia ancor giovane: Simone e René Jacquelain. Ordinati, di bell’aspetto senza far girare la testa, tranquilli. L’armonia viene pian piano sconvolta dalla presenza di un cugino di lui, Tony, ventenne -in teoria studente, in pratica perdigiorno-, che si è installato in casa loro. Eccone l’immagine: “…magro e muscoloso, capelli bruni che ricadono in riccioli disordinati sulla fronte, un’aria beffarda e volitiva da bambino viziato. Tiene sotto il braccio una cartella da studente. La scaraventa sul tavolo. ‘Buongiorno, ragazzi miei!’”.

Il dipanarsi della storia non lo racconto per non sciupare al lettore la sorpresa. Il fattore Tempo, che tutto trasforma, il richiamo, cui non si può resistere, della Vita reale, fatta di Prestigio e di Carriera, cancellano la fallace gioia dei Sentimenti, l’abbaglio di un Amore che tuttavia forse non avrebbe mai potuto concretizzarsi.

“La giovinezza è breve, l’amore passa…”. Lo ricorda la canzone del carnevale.

Giudizio:

+5stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: La sinfonia di Parigi e altri racconti
  • Titolo originale: La symphonie de Paris; Noël; Carnaval de Nice
  • Autore: Irène Némirovsky
  • Traduttore: Ilaria Piperno
  • Editore: Elliot
  • Data di Pubblicazione: Novembre 2012
  • Collana: Lampi
  • ISBN-13:  ISBN 9788861923102
    Pagine: 91
  • Formato - Prezzo: Brossura; Euro 9,00

17 aprile 2013

Un arabo buono - Yoram Kaniuk

Il romanzo racconta la storia di Yosef, arabo per parte di padre ed ebreo per parte di madre: nel suo desiderio di appartenenza e nella sua anima sensibile di artista si rispecchiano la storia e le ambizioni di due popoli irrequieti; un'eredità irrequieta e non sostenibile.






Recensione

Scritto da Yoram Kaniuk nell’ormai lontano 1983, Un arabo buono, pubblicato di recente da Giuntina nella collana Israeliana, è un romanzo quanto mai profondo ed attuale.
Kaniuk, uno dei più illustri rappresentanti della letteratura di Israele, personalità dal carattere tormentato, dissacratorio, com’è tormentato e dissacratorio è l’amore per il suo Paese, ci fa partecipi di una vicenda eterna, non certo limitata al contrasto tra Ebrei ed Arabi. Il dramma cioè che colpisce chiunque viva una doppia identità, si trovi sospeso tra due mondi, all’apparenza inconciliabili. Protagonista e io narrante della vicenda è Yosef: Yosef Rosenzweig, dal cognome della madre ebrea, così si legge su un passaporto; ma anche Yosef Sherara, dal cognome della famiglia araba del padre, come risulta dal secondo documento d’identità.

In una lunga, complessa confessione Yosef, uomo dal sensibile temperamento artistico, rivive la propria sofferta storia, gli affetti, le amicizie, le rotture dolorose, sempre in bilico sul baratro della follia; follia che gli ghermirà la nonna Kathe e la mamma Eva. Mentre ci fa rivivere la storia dell’Europa e del Medio Oriente, l’Autore scandaglia senza infingimenti le vicende e le contraddizioni dei personaggi, simbolo della lotta di due popoli per la stessa terra, ma lo fa, per lo più, in modo intimo, personale, spesso duro, ma senza paraocchi ideologici. Un andirivieni tra passato e presente, come ci ha abituati con i suoi libri.

Una prosa talora dispersiva, quasi a voler indurre il lettore a smarrirsi nei suoi meandri, ma ricca di fascino e di sapore, anche se non vengono certo raggiunti i vertici poetici del successivo 1948, uscito nel 2010: una sorta di testamento spirituale, che ha il fascino del vissuto diretto, poiché scrittore ed io narrante coincidono.

L’unica illusoria via d’uscita per Yosef ebreo/arabo è dipingere, con il supporto di un amico pilota, il deserto di rosso. Come il sangue che simboleggia la storia intrecciata di Ebrei e Arabi.
Una storia destinata dunque a essere per sempre tragica o forse, da questa realtà divisa, può nascere una, sia pur difficile, speranza?

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Un arabo buono
  • Titolo originale: Aravì Tov
  • Autore: Yoram Kaniuk
  • Traduttore: Elena Loewenthal
  • Editore: Giuntina
  • Data di Pubblicazione: 2012
  • Collana: Israeliana
  • ISBN-13: 978-88-8057-457-6
  • Pagine: 226
  • Formato - Prezzo: Brossura - 15.00

23 marzo 2013

Il candelabro sepolto - Stefan Zweig

Durante il saccheggio di Roma, operato dai Vandali nel 455 e.v., viene trafugata come bottino di guerra la Menorah, il Candelabro a sette braccia del Tempio di Gerusalemme, portata a Roma da Tito nel 70 e.v. Il grande scrittore austriaco Stefan Zweig racconta, alternando mito e storia, le vicende di quello che viene definito il principale simbolo dell'Identità Ebraica.




Recensione

Anno 455 e.v.: Roma è conquistata e saccheggiata dai Vandali di Genserico.
L’imperatore Petronio Massimo fugge abbandonando la città, ma viene ben presto ucciso dalla folla esasperata. E’ il papa Leone Magno, poi diventato santo, a fermare i Vandali chiedendo loro di non distruggere Roma e di non massacrare la popolazione. In pochi giorni la Città è spogliata delle sue ricchezze: l’operazione viene effettuata in modo rigoroso, sistematico… teutonico, senza incontrare alcuna resistenza da parte degli abitanti atterriti. Nella pacifica Comunità Ebraica locale si diffonde il terrore: tutti sono consapevoli che la sventura occorsa al popolo ospitante si tradurrà in dolore e nuove persecuzioni per gli Ebrei.
Al terrore si unisce un’autentica disperazione allorché si sparge la voce, anzi la certezza, che i Vandali hanno rinvenuto (nel tesoro imperiale) e si apprestano ad aggiungerla al loro ricco bottino di guerra, per portarla nella loro Cartagine (vendette della Storia!), al di là del mare Mediterraneo, nientemeno che la Menorah, il Candelabro a sette braccia del Tempio di Gerusalemme, portato a Roma da Tito nel 70 e.v., a seguito della distruzione della Città Santa. Immagine indelebile scolpita sull’Arco di Trionfo dove esso campeggia, accanto ai prigionieri e alle altre prede di guerra.
Ma non ci troviamo, nel caso della Menorah, solo davanti ad un prezioso reperto, bensì al simbolo stesso dell’Identità Ebraica; dunque essa non può essere perduta, pena la scomparsa dello stesso Popolo Eletto. Gli anziani della Comunità sanno che non possono abbandonarla: “Quando l’arca [o il candelabro] va per il mondo, anche noi dobbiamo metterci in cammino… Solo quando riposa, ci è permesso riposare”. Inizia così una drammatica peregrinazione che durerà molti decenni. Al centro stanno la Menorah e il protagonista umano della storia: Beniamino. Egli, all’epoca del saccheggio vandalo, è un bambino di sette anni (come i bracci del Candelabro), nipote del tintore Attalione; lo vediamo diventare adulto e poi anziano venerato dai suoi correligionari perché è colui che, più di altri, ha un legame fisico, esistenziale, con quell’oggetto / mondo. Tutti lo chiameranno Beniamino Marnefesch, cioè “l’uomo provato duramente da Dio”, proprio a seguito di un drammatico evento, che il lettore scoprirà.
Ci ritroviamo a Costantinopoli, tanti decenni dopo, allorché Beniamino oserà chiederla al grande Imperatore Giustiniano, non precisamente amico degli Ebrei. Grazie ad un ingegnoso trucco, la Menorah riuscirà a raggiungere la Terra dei Padri, tanto amata e rimpianta. Ma, proprio là, un mistero ancora più fitto circonderà la sua sorte.

Si tratta di una storia affascinante, intrisa di leggenda, ed espressa con una prosa intensa, drammatica.

L’Autore de “Il Candelabro sepolto” -scritto nel lontano 1936, pubblicato l’anno successivo e ristampato solo oggi, con merito, dall’Editore Skira-, un piccolo volume da me scoperto per caso, davanti alla cassa della Libreria. Coop. Ambasciatori, alcune settimane fa, è l’ebreo viennese (poi naturalizzato britannico) Stefan Zweig (1881-1942), uno degli scrittori più significativi del ‘900: poeta, romanziere, autore di saggi e biografie (su Magellano, Fouché, Maria Antonietta, Maria Stuarda).

La sua opera più celebre è “Die Welt von Gestern. Erinnerungen eines Europäers” (“Il Mondo di ieri. Ricordi di un europeo”), conclusa nel 1941. Si tratta di un romanzo autobiografico con al centro l’integrazione della cultura di origine ebraica nella società asburgica, aperta ad una vissuta multiculturalità. Tutto fu spazzato via dal nazismo e Zweig lasciò il suo Paese recandosi dapprima a Londra, indi negli USA e infine in Brasile dove, a Petropolis, il 22 febbraio 1942 si suicidò, insieme con la moglie.

La visione universalista -direi “laica” se questo aggettivo non fosse così abusato- non fa però dimenticare allo scrittore le proprie radici ebraiche, pur non essendo egli praticante. E non era nemmeno sionista, data la sua concezione, come detto, universalista e cosmopolita.

Tuttavia gli anni difficili in cui si trovò a vivere lo indussero a vagheggiare - ne fosse consapevole o meno non conta- l’idea di un ritorno alla Terra dei Padri da parte degli Ebrei, al riparo dalle ultramillenarie persecuzioni e dal pregiudizio. Un sogno che aveva già acquistato concretezza da tempo e che si sarebbe realizzato in pieno dodici anni dopo.

Il presente libretto è valorizzato da una postfazione di Fabio Isman, colto giornalista dotato di una particolare predilezione per luoghi sconosciuti, fuori dai tradizionali circuiti turistici; nonché amante di realtà, siti od oggetti -come nel caso- il cui nome è magari sulla bocca di tutti, ma di cui il comune pubblico ignora l’essenza più profonda.

Nel breve, ma avvincente, saggio Isman dà conto di leggende, storie, fonti -confrontando queste ultime con quanto narrato da Zweig- concernenti il mitico Candelabro, che una tradizione vorrebbe essere stato forgiato dalle mani dello stesso Mosè dopo l’incontro con il Signore sul Monte Sinai; una piacevole carrellata dove, come ogni avventura enigmatica che si rispetti, finiscono immancabilmente per essere tirati in ballo Vaticano e Stato di Israele.

Intrecci degni di Dan Brown, ma assai più interessanti dalle scontate vicende dei rapporti tra Gesù e Maria di Magdala, tanto care all’autore statunitense e ai suoi lettori.

Giudizio:

+5stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Il calendabro sepolto
  • Titolo originale: Der begrabene Leuchter 
  • Autore: Stefan Zweig
  • Traduttore: Anita Rho
  • Editore: Skira
  • Data di Pubblicazione: 2013
  • Collana: NarrativaSkira
  • ISBN-13: 9788857215365
  • Pagine: 184
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 15,00

5 marzo 2013

Il Turchetto - Metin Arditi

Costantinopoli, 1531. Elie, un bambino ebreo di undici anni, si aggira per il bazar al seguito di Arsinée, la donna che l'ha fatto uscire dal ventre di sua madre, e di suo padre Sami. Al bazar, tutti lo conoscono come un monello capace di ritrarre chiunque in pochi secondi. Quando può, Elie fugge via dal bazar. Verso la bottega di Djelal, il danzatore sufi che crea gli inchiostri più belli di tutta Costantinopoli. Ad affascinare Elie sono, tuttavia, i suoi inchiostri - azzurri, cremisi, verdi - che gli permettono di esprimere il talento in cui sembra meravigliosamente eccellere: il disegno. L'infanzia di Elie in terra turca finisce il giorno in cui la morte si porta via Sami. In cambio di un ritratto fatto al capitano del Tizzone, una maestosa nave ancorata al porto, Elie si imbarca per Venezia, non prima di ribattezzarsi Ilias Troyanos, greco di Costantinopoli. A Venezia uno strabiliante destino lo attende. Ilias Troyanos diventa il Turchetto, il più grande di tutti i pittori della città. Uno strabiliante destino che si capovolge, tuttavia, nel suo opposto, in una sorte maligna, il giorno in cui la modella prediletta del Turchetto, Rachel, una bellissima ragazza ebrea dagli occhi incredibilmente verdi e dalla bocca perfetta, viene orribilmente assassinata e gettata in un canale da tre malviventi mascherati come a Carnevale e reduci da una notte di bagordi.

Recensione

Attenzione: contiene spoiler sulla trama

Un intrigante mistero avvolge un bellissimo ritratto di gentiluomo che possiamo ammirare al Museo del Louvre in Parigi. Chiamato L’uomo dal guanto, è attribuito al Tiziano. Sul marmo dove il soggetto appoggia il braccio sinistro c’è la firma: TICIANUS; tuttavia la T è di colore grigio scuro, mentre il resto del nome è in grigio/azzurro. Di chi si tratta? Forse (ma è una delle tante ipotesi) del gentiluomo genovese Girolamo Adorno, uomo di fiducia dell’Imperatore Carlo V a Venezia. In origine facente parte della pinacoteca dei Gonzaga, divenne dapprima di proprietà di Re Carlo I d’Inghilterra (quello ghigliottinato durante la rivoluzione del 1649), poi del banchiere Jabach; indi del Re Sole (1671); da allora appartiene allo Stato francese.
Circa un decennio fa l’opera fu prestata al Museo d’arte e di storia di Ginevra e la circostanza permise un’accurata indagine di tutti gli aspetti pittorici e materiali. Ne emerse che la T non solo è di colore diverso, ma è dipinta con un composto dissimile rispetto a quello delle altre lettere del nome TICIANUS; quasi fosse stata apposta in momenti diversi, al limite da persona diversa. Un’altra curiosità: la presenza di incenso nella resina che copre il dipinto è insolita in un quadro dell’epoca.

Da queste premesse, complicate certo e tali da appassionare gli esperti, muove Metin Arditi. Personaggio dai molteplici interessi, è nato ad Ankara il 2 febbraio 1945, ma risiede a Ginevra, dove insegna alla Scuola Politecnica e presiede l’Orchestra della Svizzera romanza, nonché la Fondazione Strumenti per la Pace. Ha scritto numerosi saggi e altri sei romanzi.

Egli prende spunto da quell’insolita opera d’arte per narrarci, grazie ad una prosa immaginifica, piena di accenti accorati e drammatici, la storia di un pittore ebreo, Il Turchetto appunto, contemporaneo di Tiziano, sulla cui reale esistenza non vi è certezza. Il libro ha ottenuto prestigiosi riconoscimenti, quali: il Premio Page des Libraires; il Premio Jean-Giono; il Premio des Libraires du Festival littéraire de Nancy; il Premio Le Point Magazine.

Romanzo storico, della pittura, dell’arte, della religione -strumento di crescita spirituale o pretesto di intolleranza?-, è centrato su due luoghi quanto mai significativi: Istanbul (o meglio: Costantinopoli) e Venezia. Il sipario si apre sulla città del Bosforo, conquistata dai Turchi circa ottant’anni prima. E’ il settembre 1531. Elie Soriano è un ragazzetto ebreo sefardita di 11 anni, figlio di Sami, commerciante, un uomo meno che quarantenne, ma stanco e malato. Elie tra sé disprezza il padre perché collabora con un mercante di schiavi; d’altronde questo è uno dei pochi mestieri che il Turchi consentano agli Ebrei di esercitare. La mamma è morta nel darlo alla luce, non senza aver mormorato tra i dolori, in un misto di turco e catalano: “Es un kütchük fâré muy lindo”, è un topino così grazioso... Quel “muso di topo” che egli avrà per tutta la vita. Chi, sia pure a suo modo, vicaria le funzioni materne è Arsinée, la levatrice che lo ha aiutato a venire al mondo.
La donna non gli lesina rimproveri, alterna carezze a minacce, e, alla stregua di molti genitori biologici, non comprende il sacro fuoco dell’arte che divora questo monello. Elie è un disegnatore nato, stupefacente; già questo rappresenta un problema per l’ortodossia ebraica che vieta qualunque raffigurazione del Creatore e della creatura. Ciò vale pure per gl’islamici, ma la più grande gioia per Elie è quella di recarsi nella bottega del musulmano Dejal, il danzatore sufi, creatore di meravigliosi inchiostri, il quale, pur rimproverandogli con affetto la ferrea regola dell’iconoclastia, lo lascia libero di giocare e sognare. C’è poi il pope ortodosso Efthymios, il quale, mentre il ragazzo ammira i dipinti della sua chiesa, gli rammenta che pure Gesù è ebreo e che il nuovo messaggio portato da questi non nega affatto la Legge ebraica. Elie è perplesso di fronte all’affermazione sull’ebraicità di Cristo: si tratta senz’altro di una bugia raccontatagli dal monaco per metterlo a suo agio. “Gli spagnoli”, rimugina nella sua beata innocenza, “non avrebbero scacciato gli ebrei [come invece successe alla sua famiglia d’origine] se Gesù fosse stato ebreo”.

Metin Arditi ci dà una vivacissima raffigurazione d’ambiente, carica di allusioni sensuali, della già gloriosa capitale bizantina, ora divenuta metropoli turca, con gli harem e le violenze esercitate sulle popolazioni conquistate, specie sulle donne:

“Il rapimento delle sorelle era stato di una violenza inaudita… quattro marinai le avevano strappate dal letto che dividevano con la madre. Mentre venivano trascinate fuori dalla loro capanna, avevano sentito urla e il suono sordo delle percosse che venivano dalla stanza accanto, dove dormivano il padre e i tre fratelli. Erano stati feriti? Uccisi? Impossibile saperlo”.
Per non parlare della condizione patita dalla minoranza ebraica -al contrario di ciò che con generica superficialità talora si scrive e riflettendo sul termine di “crimine contro l’umanità” con cui, pochi giorni or sono, l’attuale Premier turco, Erdogan, ha gratificato il Sionismo-. “Patire e sopportare… Non conosceva altro” scrive l’autore a proposito del padre del protagonista. “Sopportare la povertà, la malattia, la vergogna. Soprattutto la vergogna. Venditore di schiavi… un lavoro che i turchi riservavano agli ebrei, come si gettano gli avanzi del pasto ai maiali. E un figlio che lo disonorava agli occhi di tutti…”. Il “disonore” proviene dal fatto che il ragazzino, abile disegnatore, viola una delle regole principali dell’ortodossia ebraica.

Allorché suo padre, poco tempo dopo, muore, Elie decide di fuggire da Costantinopoli. Riesce ad imbarcarsi su una nave veneziana, il Tizzone, in cambio del ritratto del capitano abbozzato lì per lì. Lo ritroviamo nell’agosto 1574 a Venezia, affermato pittore. Al momento di cambiare vita, tanti anni prima, egli aveva avuto l’intuizione (comprendendo il pericolo costante cui sono soggetti gli Ebrei da sempre) di cambiare identità: era divenuto Ilias Troianus, cristiano d’origine greca, cresciuto “accanto ad una famiglia di ebrei spagnoli”.

Nella grande città lagunare Elie diventa celebre col nome di Turchetto. Ha sposato la figlia di un notaio (che non ama, va da sé), è stimato dal Doge. Nei suoi dipinti notevole è la capacità d’introspezione psicologica, che ne aveva caratterizzato i disegni fin da quando era poco più che bambino; egli pare intuire l’atteggiamento delle persone le une verso le altre, Venezia è città ricca, raffinata, ma barbara e truce al tempo stesso; un luogo tra le cui calli silenziose si consumano efferati delitti, come quello che ha come vittima la bellissima ebrea Rachel Albuquerque, occhi verdi e bocca sensuale, modella preferita e amante di Elie. La relazione con un’ebrea porta il nostro protagonista davanti al Tribunale dell’Inquisizione: egli viene condannato all’impiccagione per eresia; le sue opere dovranno essere bruciate. Di lui resta solo quel misterioso ritratto di cui all’inizio, L’uomo dal guanto, attribuito al Tiziano a causa di quella strana firma.

Vicissitudini sorprendenti invece riportano il Turchetto nella sua città originaria. A Istanbul (siamo nel 1576) non dipinge più, fa il facchino, nessuno si ricorda del genio pittorico, che aveva svelato la sua originaria identità dipingendo un’Ultima Cena come un seder ebraico; quale in effetti è, nonostante i tentativi di nasconderlo operati in modo puntuale nei secoli. “Gesù e gli Apostoli erano vestiti di nero, da rabbini, la testa coperta da uno zucchetto che Elie aveva realizzato con la tecnica della foglia d’oro….”

Resta peraltro la profonda umanità dell’artista, che si concretizza nell’incontro, ricco d’amore, con la sua gente; come quando accompagna alla naturale fine l’amico mendicante, Zeytine, per poi quasi trasformarsi in lui e prendere il suo posto dove questi aveva chiesto la carità per tanto tempo. L’universo pittorico resta nel cuore dell’artista, come il ritratto di un personaggio, disprezzato magari, ma mai dimenticato.

“Qualche istante dopo vide la propria mano abbozzare l’ovale di un viso. Con un movimento lento e abile segnò un tratto, poi un altro… sempre più rapido e sicuro, finché non prese forma completa un ritratto ricco di dettagli e sfumature.
Era il ritratto di suo padre. Lo aveva rappresentato come il pover’uomo che era. Nell’angolo superiore destro del foglio aveva scritto queste parole: Sami Soriano, dipendente di un mercante di schiavi a Costantinopoli”.

Giudizio:

+5stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Il Turchetto
  • Titolo originale: Le Turquetto
  • Autore: Menin Arditi
  • Traduttore: Roberto Boi
  • Editore: Neri Pozza
  • Data di Pubblicazione: 2012
  • Collana: I narratori nelle tavole
  • ISBN-13: 978-88-545-0618-3
  • Pagine: 256
  • Formato -Prezzo: Brossura- Euro 14,00

7 febbraio 2013

A cuore aperto - Elie Wiesel

Un delicato intervento di cardiochirurgia cui deve all'improvviso sottoporsi dà l'occasione al grande scrittore Elie Wiesel di ripercorrere le tappe della propria  esistenza e di confessare -a cuore aperto, appunto- speranze e timori; e pure formulare domande  in una visione certo realistica e drammatica, ma anche piena di fiducia in D-o e nell'uomo.




Recensione

Giugno 2011. Dolori intensi al petto, ma la causa non è il solito, fastidiosissimo reflusso esofageo che lo tormenta da tempo. Sottoposto ad endoscopia, la causa della sofferenza è presto individuata: si tratta del cuore. Responso spiazzante.
Elie Wiesel, uno dei più illustri testimoni del nostro tempo, autore di circa 60 opere, dev’essere ricoverato d’urgenza all’Ospedale Lenox Hill di New York per sottoporsi ad un delicato intervento chirurgico. Sulle prime è recalcitrante. Con l’amata moglie Marion, la compagna di una vita, è appena ritornato da Gerusalemme dove hanno trascorso la festa di Shavuot insieme con una coppia di amici. Tutto è andato per il meglio ed ora ci sono tanti impegni da onorare: conferenze, articoli, interviste, incontri con allievi… e l’enorme volume autobiografico “My Masters and My Friends”, alla cui composizione sta lavorando, non intende essere trascurato.
E' paradossale come i problemi di salute, spesso accompagnati dal fattore sorpresa, siano in grado di mandare all’aria solidi programmi elaborati con cura.
Alle spalle dell’Incredulità per la diagnosi fa capolino, e domina la scena poco dopo, la Paura. Paura di andare “sotto i ferri”, dell’anestesia totale, il terrore di non risvegliarsi più. E chi non lo ha provato?
Confessa di temere la morte, ma soprattutto non si sente affatto pronto. “Tante cose ancora da portare a termine… tante sfide da affrontare. Tante preghiere da comporre. Tante parole da trovare, tanti silenzi da far cantare”. Tuttavia, grazie al sostegno amorevole della moglie e di Elisha, il diletto figlio, lo scrittore si fa coraggio e prende in mano la situazione.

Egli entra così in un mondo impalpabile, indefinibile, al confine tra la vita e la morte, del quale ci fa partecipi attraverso le riflessioni che, una volta risanato, dopo una convalescenza dolorosa sotto tutti i punti di vista, mette per iscritto. Una confessione “A cuore aperto”, come l’intervento chirurgico subito.
In quel mondo che riesce a ricostruire affiorano, talora appena abbozzati, più spesso nitidi, volti, ricordi, sentimenti, pensieri.
Si rivede ragazzino di dieci o undici anni, allorché viene condotto dai genitori all’ospedale ebraico per l’asportazione dell’appendice. E’ spaventato, ma una giovane e bella assistente del chirurgo lo rincuora. Immagine di sogno, che torna spesso nelle sue fantasie di adolescente.
La famiglia d’origine: i nonni, la mamma, la sorellina Tziporah, tutti uccisi all’arrivo ad Auschwitz, ma presenti ad ogni istante della sua vita, il padre Shlomo, con il quale divide la prigionia e che morirà a Buchenwald -a pochi giorni dalla liberazione-, lasciandolo solo e disperato.
L’eterna insoddisfazione nel ripensare alle sue opere, quell’angoscia di non essere stato efficace negli scritti su “questo Avvenimento” (la Shoah, certo), pur nella consapevolezza che “chi non ha vissuto la morte laggiù non capirà mai ciò che noi, i sopravvissuti, vi abbiamo patito dal mattino alla sera, sotto un cielo muto”. Apparente silenzio di D-o, concreto silenzio degli uomini.

E, mia domanda, chi non è ritornato? E coloro che la tragedia l’hanno vissuta fino in fondo?
Passa in rassegna alcuni tra i libri scritti: la Notte -sul problema del rapporto tra l’infinita bontà di D-o e la presenza del male nel mondo, la teodicea-; “L’Alba” -sulla lotta dei partigiani ebrei contro la potenza occupante britannica nella Palestina mandataria- vede un sopravvissuto ai campi di sterminio alla prese con l’ordine di “giustiziare” un ufficiale nemico; “Il Giorno” racconta di un giovane giornalista investito da un taxi a New York (chiara allusione autobiografica): banale incidente o tentato suicidio? Ne “La città della fortuna” ecco la tentazione della follia.

“Gli Ebrei del silenzio” è motivo di orgoglio perché parla degli Ebrei russi i quali, grazie all’intervento coraggioso ed incessante di Wiesel, riuscirono a liberarsi della dittatura comunista e a raggiungere i loro fratelli in Terra di Israele. Uno dei pochi Premi Nobel per la Pace davvero degno di questo nome, quello assegnatogli nel 1986.

Che dire poi di “Le Mendiant de Jérusalem” (scritto nel 1968, non tradotto in Italia)? Quel mendicante incontrato a Gerusalemme, davanti al Kotel, durante la Guerra dei Sei Giorni del giugno 1967, teneva a spiegare l’aspetto miracoloso “della grande vittoria dell’esercito ebraico sui suoi nemici. Perché, diceva, in quella guerra esso contava sei milioni di anime in più.

Oggi ci sono Marion, la sua stella polare, ed Elisha, il figlio amato fin dall’istante in cui ha visto la luce: “Quella creaturina…bisognava proteggerla. E il modo migliore… era cambiare il mondo in cui sarebbe cresciuto”. Un figlio davvero amato sarà un ottimo genitore. Come Elisha. Conserverò sempre con affetto e gratitudine il ricordo degli incontri avuti con Elie Wiesel a Bologna, quando, nell'inverno 2000, presso l'Aula Magna di S. Lucia della nostra Università, tenne sei memorabili lezioni sul Talmud (raccolte poco dopo in volume da Bompiani) , nel suo inglese luminoso, scandito da una voce da interprete shakespeariano, davanti ad una foltissima platea attenta e commossa.

Consegnata alla grande Storia è la costante attività in difesa dei diritti umani in tutto il mondo, contro l’odio ben orchestrato e il risorto antisemitismo: nel 2007 scampò ad un tentativo di sequestro, è incredibile che a New York debba vivere sotto scorta e che, ovunque vada, sia obbligato ad usare un falso nome. Attività rafforzata dalla sua Fede, una fede ebraica, che gli fa dire, con la Scrittura: “Ubakharta Bakhaim” (Sceglierai la Vita).

Un libretto breve ed accorato, da leggere e meditare come un brano della Bibbia, ricco di Amore in D-o e, nonostante tutto, di Speranza negli uomini.

Giudizio:

+5stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: A cuore aperto
  • Titolo originale: Coeur Ouvert
  • Autore: Elie Wiesel
  • Traduttore: Fabrizio Ascari
  • Editore: Bompiani
  • Data di Pubblicazione: 2013
  • Collana: Grandi Passaggi Bompiani
  • ISBN-13: 978-88-452-7099-4
  • Pagine: 103
  • Formato: Brossura - Prezzo: Brossura - Euro 11,00

3 gennaio 2013

Un'eredità di avorio e ambra Ed. Illustrata - Edmund de Waal

Attraverso le vicende di una collezione di 264 antiche statuine giapponesi, l'A., celebre ceramista britannico, racconta la storia dei propri ascendenti: gli Ephrussi, facoltosa famiglia ebraica sparsa in Europa. Con loro riviviamo i drammi e le tragedie del Novecento. Un best seller, che ha riscosso un enorme successo di pubblico e di critica nel 2011, e che ora esce in una nuova edizione, arricchita dalle fotografie e dalle immagini tratte dall'archivio della famiglia Ephrussi.



Recensione

Il ritorno di un capolavoro, poco dopo un anno. Il libro “chiave” del 2011 è stato per me Un’eredità di avorio e ambra, opera di un sublime artista non della penna -prima della nascita di questo piccolo gioiello-, ma della ceramica, Edmund de Waal (Nottingham 1964), storico dell’arte e docente di ceramica presso l’Università di Westminster. Il romanzo è stato gratificato sia da numerosi premi -come tre fra i più ambiti riconoscimenti letterari: il “Costa Biography”; l’“Ondaatje Prize”, nonché il “New Writer of the Year” al Galaxy Book Awards-, sia, ciò che più conta, dall’affetto e dall’interesse crescenti di nutrite schiere di lettori. Dopo aver incontrato ed amato il “clan” Ephrussi, ho redatto il mio commento; dunque non tornerò ora sulle vicende che hanno come protagonisti i numerosi membri del gruppo -tra i quali (per discendenza diretta) l’Autore-, legati tra loro da quelle 264 antiche statuine giapponesi, i magici netsuke; ma sono lieta di avere tra le mani un’ulteriore edizione del libro, uscita a novembre scorso, arricchita da numerose fotografie tratte dall’archivio di famiglia.

Attraverso le peripezie di quei minuscoli oggetti, rinasce una famiglia il cui nome forse è oggi sconosciuto a tanti; e le vite degli Ephrussi ci mostrano, in filigrana, cento anni di storia europea, rilevante e drammatica. La veste illustrata è una sorta di narrazione parallela, che dona al racconto spessore e carnalità, ed è pure occasione per ripensare ad altre letture incontrate nel frattempo. Ad esempio, il luogo di origine degli Ephrussi è Berdichev, in Ucraina, la stessa cittadina ove si trova casa Jacobi, di cui ci parla Gabriele Rubini nel suo Generazioni 1881-1907. Certo c’è una differenza: mentre “Generazioni” è un romanzo, un’opera di fantasia, pur fondata su uno studio storico accuratissimo e dove i diversi personaggi interagiscono con figure storiche, qui i protagonisti sono tutti realmente esistiti e anzi obiettivo dell’Autore è, come egli stesso racconta in un’intervista:

“dare un po’ di dignità alle vite delle persone che ho conosciuto (Elisabeth, Iggie) e a quelle morte da tempo (Charles, Viktor, Emmy). Questo deriva dall’affetto. E’ un modo atipico di scrivere del mondo, forse, ma dipende dalla mia vita di creatore di oggetti”.

Storie, vite, esperienze, racconti. E l’esigenza di riannodare quei fili originari che si temevano perduti, proprio tramite le immagini più significative. Ecco Elisabeth Ephrussi, nonna paterna di Edmund, ritratta a tre anni, nel 1902, sull’Orient Express: la piccola, tutta vestita di bianco, si affaccia dal finestrino e sembra salutare una signora bionda rimasta a terra, che dà le spalle all’obiettivo. La sorella minore di Elisabeth, Gisela, la bella di casa, è soprannominata la petite bohémienne da Charles, il cugino “parigino” del padre (Viktor), critico d’arte, e, come sappiamo, primo proprietario dei netsuke.

Dà gioia immaginare che ella potesse essere l’ispiratrice di Pierre-Auguste Renoir per il suo La Bohémienne, dov’è immortalata una contadinella bionda dallo sguardo birichino. Peccato che il quadro sia datato 1879 e Gisela veda la luce solo nel 1904! L’universo parigino di Charles: la sua cultura, la competenza artistica, espressa, tra l’altro, nel libro scritto da lui sui disegni di Albert Dürer (della quale è riportata la copertina, Paris, 1882, A. Quantin, Imprimeur-Editeur), in grado di suscitare l’invidia di tante personalità di rilievo, come Edmond Goncourt, per esempio. E l’antisemitismo che affiora, il solito, velenoso fiume carsico, il quale investe pure i pittori più celebrati, come accadrà, anni dopo, nel periodo del processo Dreyfus…. O la raffinatezza scenografica tipica di Charles, per noi incredibile, quasi assurda, espressa negli oggetti ed arredi personali, come quel “lit de parade” bardato di stoffe ricamate.

“Un alto baldacchino con putti annidati fra intricati motivi ornamentali a foglie, teste grottesche, emblemi araldici, fiori e frutti… una E [Ephrussi, ça va sans dire…] su fondo oro…”.

C’è di che far schiattare d’invidia plotoni di antisemiti. Il ritratto dell’amante, Louise Cahen d’Anvers, nata Morpurgo, eseguito da Carolus Duran (cioè Charles Émile Auguste Durand, il pittore del “bel mondo” della Terza Repubblica Francese), ora al Musée d’Orsay di Parigi. Un donna bellissima, sguardo intenso e sensuale, immortalata in un abito da sera scuro con un fiore rosa sulla scollatura; molto assomigliante alle figlie Irène, Alice ed Elisabeth. Quadri dipinti da pittori insigni che erano parte integrante della loro vita quotidiana. Più avanti, l’inferriata dell’Hotel Ephrussi, i Re del Grano (les Rois du Blé), sito in Rue de Monceau n. 81, con la doppia “E” intrecciata dello stemma di casa, costituito da una pannocchia e da un tre alberi a vele spiegate, sotto il quale si dipana il motto: “Quod Honestum”; cioè Siamo irreprensibili. Di noi potete fidarvi.

La tristezza e il rimpianto per lo splendore perduto in modo irrimediabile, che investono Edmund de Waal e chi legge dapprima davanti al Palazzo parigino, ora sede di un istituto di previdenza privato; indi a quello viennese, contemporaneo del primo, dove ora è la società che riunisce i casinò austriaci. Pure il percorso illustrato si fa via via più intimo e drammatico allorché si giunge sulla Ringstraße. L’Autore si sofferma sulla figura del trisavolo Ignace, del quale ci mostra un perspicuo ritratto. Nella nostra storia incontriamo ben tre Ignace: divertente e facile ritrovarli. Questo trisavolo, neri i folti capelli e la barba, così come ce lo presenta una fotografia del 1871, era uomo d’affari spregiudicato e passionale, con numerose amanti, padre di tre figli, che vediamo poco dopo, ragazzini: il minore è Viktor, il futuro padre di Elisabeth, nonna amatissima da Edmund e figura chiave nel racconto. Ignace, in quell’anno, si fece costruire il palazzo scintillante sulla Ringstraße e volle che, proprio nella grande sala da ballo, ben visibili da tutti, la serie di dipinti alle pareti raffigurasse episodi biblici tratti dal libro di Ester: Ester incoronata regina di Israele, in ginocchio al cospetto del gran sacerdote vestito con gli abiti rabbinici… E poi gli Ebrei che annientano i figli di Aman, il nemico di Israele.

Osserva de Waal: “Complimenti, Ignace: un bel modo, tacito e indelebile, di rivendicare ciò che sei”. Ebrei potenti e ben integrati nella società, che non sono alla mercé altrui; ma che, al contrario, hanno dato un contributo fondamentale alla costruzione della città in quel periodo storico (come, del resto, era successo a Parigi). Per questo suscitano invidia. E l’antisemitismo si fa strada, anzi (ri)comincia a correre, anno dopo anno.

La narrazione si concentra ora in primo luogo sulla vita di Viktor, il quale, come già sappiamo, si dedicava agli affari di famiglia giocoforza, poiché era uomo di studio e bibliofilo. Scorriamo le pagine e vediamo il suo volto di “giovane erudito”, a ventidue anni (1882); alcuni oggetti personali della moglie, Emmy Schey von Koromla, e immagini in posa di lei, intensamente espressiva, vestita come Isabella d’Este di Tiziano o Maria Antonietta. Pensierosa, mai sorridente; donna affascinante, all’apparenza leggera, dedita alle toilettes eleganti, che ne evidenziano la figura snella, ai cappelli dalla tesa larga in grado di valorizzare il suo bel profilo aristocratico; ma forse, nell’intimo, tormentata, tanto che si suiciderà nella tenuta di Kövecses in Cecoslovacchia (ah, quella villa dall’aspetto sinistro) nell’agosto 1938, poco dopo l’Anschluß. Un matrimonio non felice, pur allietato dalla nascita, a Vienna, di quattro figli. Come dono di nozze essi avevano ricevuto dal cugino Charles la collezione dei 264 netsuke. Ricordi di scuola, foto di classe, libri, quaderni; gli anni difficili della Grande Guerra… il periodo successivo, sempre più drammatico.

Giovani Ephrussi crescono: c’è Rudolf, nel 1926, sulla Ringstraße: ha otto anni, ma sembra più grande. Ed Elisabeth, la primogenita, espressione calda, da persona intelligente, sensibile: alcune istantanee dicono tutto di lei. Poeta ed avvocato. Non è propriamente una bellezza, ma comprendi subito perché susciti amore. Eccolo, l’Amore: Hendrik de Waal: uomo di cultura, religione calvinista, amante della musica, ricco di fascino: a sua volta, scrive poesie; e fuma sigarette russe. I due si sposano nella Chiesa anglicana di Parigi. Avranno due figli, Viktor(padre di Edmund) e Constant; qui entrambi con nonna Emmy, 1936.

Il fratello minore, l’Ignace n. 3, cioè Iggie, si concede un tour automobilistico sulle Alpi con gli amici, sempre nel 1926. Sono gli ultimi anni buoni, prima del buio. Dopo il buio, fittissimo, lentamente la luce, ma a quale prezzo…

Le vicende successive sono note e non ripeterò quanto già scritto nel precedente commento. Solo alcuni flash su dolori e gioie.

Viktor, riuscito ad espatriare grazie allo spirito di iniziativa della figlia maggiore, a Tunbridge Wells, in Gran Bretagna, nel 1939 (vi morirà sei anni dopo): lo sguardo è lontano, quasi stupito per la tragedia che ha sconvolto il suo mondo. Te lo raffiguri in atto di accarezzare con la mano gli scaffali della “libreria di libri usati”, posta in centro città, dove ogni tanto si avventura, o mentre osserva i nipotini, i figli di Elisabeth ed Hendrik, applicati a finire i compiti di algebra. Iggie, ufficiale dell’esercito statunitense in Normandia a bordo di una jeep; indi partecipante ad un incontro di resa tedesca (prima pagina del Times, 27 giugno 1944). La rinascita in Giappone e un affettuoso incontro tra lui ed Elisabeth a Tokyo, nel 1960. Estate e serenità, finalmente.

Il ritratto, parlante e severo, del padre dell'Autore, Viktor, nato ad Amsterdam e "cresciuto in tutta Europa", ministro della Chiesa anglicana, il quale recitò il Kaddish per la madre (morta nel 1991) "in piedi, con l'austero abito talare nero, nero rabbinico”.

L’ultimo “scatto” è emblematico, perché ci dona l’immagine-simbolo del libro: la valigetta rigida, color bordeaux, con cui l’intrepida Elisabeth portò i netsuke da Vienna in Gran Bretagna.

Verso la vita, verso “un nuovo inizio”.

Giudizio:

+5stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Un'eredità di avorio e ambra- Edizione illustrata
  • Titolo originale: The Hare with Amber Eyes. A Hidden Inheritance
  • Autore: Edmund de Waal
  • Traduttore: Carlo Prosperi
  • Editore: Bollati Boringhieri
  • Data di Pubblicazione: 2012
  • Collana: Fuori collana
  • ISBN-13: 978-88-339-2341-3
  • Pagine: 386
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 29,90

17 dicembre 2012

Neuland - Eshkol Nevo

Un giovane insegnante israeliano, Dori, parte alla ricerca del proprio padre, andatosene in Sudamerica dopo la morte dell’adorata moglie. L’occasione di incontrare terre e persone nuove  porterà Dori a conoscere meglio se stesso. E -forse- a trovare la vera donna della sua vita. Un romanzo complesso, ricco di sfumature ed interrogativi, col passato e il presente interagenti tra loro; un’opera da leggere e meditare, che chiede molto, ma che sa dare altrettanto.



Recensione

Confesso che ad invitarmi all’acquisto di Neuland sono state, in primo luogo, le parole che il suo Autore, Eshkol Nevo, ha pronunciato il giorno della presentazione del romanzo, appena pubblicato con Neri Pozza (prima edizione all’estero: quella italiana!), nell’ambito di Festival Letteratura di Mantova, a Settembre scorso: “[Israele ] è il mio Paese; non potrei vivere da nessun’altra parte. Posso certo criticare la politica di questo o quel Governo, ma l’amore resta. La mia lingua madre, l’Ebraico, per me è un dono, come lo sono i miei amici. All’estero parlo inglese; dopo qualche tempo, però, provo una profonda nostalgia dell’Ebraico, che fa parte della mia identità."

Forse il più noto tra gli scrittori di Israele dopo la “triade” per antonomasia - Yehoshua, Oz, Grossman -, Nevo è significativo esponente di quella generazione di quarantenni (ben diversa dalla precedente), nei quali alberga una profonda disillusione per la pace non raggiunta; un’insaziabile attesa di futuro e il forte timore che sia venuta meno, nel Paese, la caratteristica solidarietà, ben radicata in passato. L’incontro mantovano è una miniera inesauribile di temi, spunti, riflessioni.

Poche parole sul titolo dell’opera. “Neuland”, cioè “Nuova Terra”, trae spunto dal romanzo, dal sapore vagamente fantascientifico, di Theodor Herzl, “Altneuland” (1902) nel quale il Padre del Sionismo politico immagina che, nel 1928, la Palestina (appunto la “Vecchia-Nuova Terra”) sarebbe stata equamente abitata e condivisa tra Arabi ed Ebrei, caratterizzati, questi ultimi, dai tipici tratti della borghesia mitteleuropea cui Herzl stesso apparteneva.

Il personaggio chiave della nostra storia è Meni Peleg (Pimstein), israeliano tra i 50 e i 60 anni. Eroe della guerra dello Yom Kippur, stimato consulente finanziario, poco dopo la morte per cancro dell’amata moglie Nurit (Nurik), ha lasciato Israele per rifugiarsi in Sud America. La guerra del 1973 costituisce per lui, una sorta di tabu: non ama parlarne; ma l’esperienza ha lasciato, nell’animo di quest’uomo forte e valoroso, profonde tracce. Che è successo “laggiù”? L’A. non lo rivela; e pure riguardo a Nurit fa menzione di episodi, peraltro appena abbozzati e venati di mistero, che Nevo sa cogliere con sagacia e rispetto. La Partenza, dopo la perdita della moglie, verso luoghi lontani è un tema che richiama alla mente, d’istinto, “Fuoco amico” di A. B. Yehoshua, dove uno dei personaggi principali, il settantenne Yirmiyahu (Yirmi), lascia Israele per sempre dopo la scomparsa della moglie Shuli. Entrambi non avevano mai superato lo shock dell’uccisione -per “fuoco amico”- del figliolo Eyal, durante il servizio militare. Ma, mentre in quest’ultima vicenda il luogo scelto da Yirmi, per espressa volontà di lui, nulla ha a che vedere con il Paese d’origine, nel nostro romanzo il rapporto, pur alla lontana, esiste, come vedremo.

Meni e Nurit hanno avuto due figli, all’incirca trentacinquenni, Dori e Ze’ela. Dori è il nostro protagonista maschile. E’ sposato con Roni, nata e cresciuta in kibbutz, una manager molto sicura di sé -anzi troppo-, la quale, proprio per questo suo atteggiamento, lo rende inquieto. I due (vivono a Gerusalemme) hanno un figlioletto di quattro anni, cui Dori è legatissimo, Neta. Le continue preoccupazioni di Dori nei suoi confronti rendono il piccolo ansioso: “Nostalpazzia”, così viene definito il sentimento paterno. La forte Roni è una garanzia per il marito, personaggio insicuro e fantasioso. Nel prosieguo della narrazione veniamo a sapere che egli, persona sensibile, ma incline ad una certa fragilità psicologica, è insegnante di storia; anzi, per l’esattezza, di storie: “Gli piace allargare per i suoi allievi”, annota l’A. “queste incrinature nella storia ufficiale, tutta date, permettendo loro di intravvedere quel che si nasconde oltre gli argomenti da portare alla maturità. Io non insegno storia, chiarisce alla prima lezione, insegno storie. Il Medioevo? Non tutto era buio…”

Tuttavia, col trascorrere del tempo, l’armonia di complementarietà tra i coniugi sembra vacillare. Roni ha sempre meno tempo da perdere con le problematiche del compagno e questi, di rimando, nel timore di essere lasciato da lei, progetta di andarsene per primo. L’occasione nasce con la scomparsa di Meni oltreoceano. Il rapporto tra padre e figlio, pur legati l’un l’altro da un certo affetto non espresso direttamente, era sempre stato caratterizzato da un certo distacco: Ze’ela veniva prima del fratello nelle attenzioni paterne. Nonostante la madre avesse, in passato, cercato di rassicurarlo, Dori sente di avere, in qualche modo, deluso il padre. E allora, approfittando del fatto che questi da qualche tempo non dà più notizie di sé, nemmeno una telefonata o un messaggio e mail alla figlia, parte alla sua Ricerca perché vuole (ri)annodare i fili con lui; Meni infatti era partito proprio quando il figlio tentava di instaurare un rapporto nuovo col genitore. Una parte notevole del romanzo è dedicata al peregrinare del protagonista nei vasti spazi del Centro e Sud America. E’ l’occasione per farci conoscere figure secondarie, ma tratteggiate con affettuosa efficacia. Ad esempio, Alfredo, il contatto in loco, un misto tra una guida turistica e un investigatore/trovatore di persone scomparse (non certo a buon mercato, ma assai efficiente): “Io non cerco. Trovo” è il nome del suo sito web. Ha idee tutte sue sugli israeliani e, in genere, sugli ebrei: “…oltre i cinque sensi che ha la gente normale, voi ce ne avete un altro, di senso: il sesto. Quello della preoccupazione”.

La Natura è dipinta con immagini ricche di colori, di sfumature espressive; immagini colorate e spesso sonore, in una prosa ritmica, onomatopeica: “Il suono delle gocce a piombo su una foglia -lo nota dopo qualche giorno- è diverso dal suono delle gocce che scivolano su un ramo, che è a sua volta diverso dal suono delle gocce che cadono sulla giacca…” Ma anche il “brutto” è notato e non viene sottaciuto; Lima, ad esempio, i suoi albergacci e quell’aria opprimente che inquietano la protagonista femminile che stiamo per conoscere. All’improvviso, in modo casuale, la vita di Dori si incrocia con quella di una coetanea e connazionale. Sono sempre tanti gli israeliani in giro per il mondo; mentre, chissà perché, li si immagina sempre…sul piede di casa. Inbar Benbenisti vive a Haifa, dove tiene alla radio una rubrica per famiglie in crisi ed è (forse) un’aspirante scrittrice. Ha una nonna materna, Lili, che alterna momenti di lucidità ad altri di totale confusione. Mentre tra nonna e nipote c’è perfetta sintonia, Lili litiga spesso con la figlia, Hanna, la madre di Inbar. I motivi? In primo luogo la totale incompatibilità di carattere che le separa: Lili è un tipo solare, che vede per lo più, nonostante le gravi prove riservatele dalla vita, il “bicchiere mezzo pieno”; Hanna invece ha un carattere negativo, sempre pronto a tormentare il prossimo, a cominciare dai più stretti familiari. Un altro motivo di contrasto è rappresentato dal compagno di Hanna, Bruno, berlinese. Ciò è inaccettabile per Lili, la quale ha, sui tedeschi (di ieri e di oggi), idee adamantine: che faceva questo Bruno durante la Shoah? si domanda; e, se non lui, data l’età, suo padre?

Hanna vive nel ricordo del figlio prediletto, Yoavi, morto suicida (senza lasciare messaggi o lettere) durante la “tzavah” (servizio obbligatorio di tre anni nell’esercito). Yoavi, presenza fissa e silenziosa nel romanzo, era un ragazzo sensibile e appassionato di musica. La madre aveva dato all’ambiente militare la colpa di quel gesto, mentre il padre, Yossi, avrebbe voluto vederci chiaro, senza lasciarsi suggestionare da accuse a caso. Il rapporto tra i genitori, già precario, a seguito della tragedia del figlio, si era spezzato e Yossi, dopo aver divorziato dalla moglie, si era lasciato Israele alle spalle per crearsi una nuova famiglia in Australia. Grazie al “fratellastro” Reuven, che gli ricorda tanto Yoavi, Inbar si rende conto di desiderare dei figli; ma non di legare la propria vita a quella dell’attuale compagno, Eitan. L’incontro con Dori avviene per caso. Lei è affascinante, capelli castani “che spuntano con studiata monelleria” da un baschetto a quadretti. I due si scrutano per un po’ in silenzio prima di presentarsi. Anche Inbar (cioè Ambra) compie un viaggio di ricerca. Vuol comprendere il significato della propria vita; per questo si allontana dal consueto mondo. E’ una donna inquieta, dotata di una notevole dose di egocentrismo e cinismo; e non sembra preoccupata dall’impatto sugli altri del proprio comportamento. Dapprima si reca a Berlino, per trascorrervi alcuni giorni con la madre e Bruno. Nelle pagine berlinesi troviamo disagio, desiderio e impegno, da parte di madre e figlia, di stabilire un legame autentico, ma le due non riescono proprio a prendersi. Tuttavia il rapporto prosegue, pur tormentato, per lettera; anzi si direbbe che esse si intendano più a distanza che di persona. Al momento di rientrare a casa, all’aeroporto, Inbar imbocca, per puro caso, grazie ad una serie di coincidenze, un’altra direzione e vola in Sudamerica. Incontrato Dori, ella si aggrega a lui ed Alfredo nella ricerca di Meni.

Alla storia di Inbar e dei difficili rapporti con la madre, lo scrittore alterna le vicende di nonna Lili, fin da quando, poco prima dello scoppio della guerra, ella era riuscita ad andarsene dalla Polonia, con un gruppo di giovani sionisti, alla volta di Eretz Yisrael (Yisruel) mentre il padre restava in Patria ad attendere il suo tragico destino. Le storie di Lili e Inbar sono strettamente legate tra loro, dato il rapporto di affetto e confidenza che le lega. Il viaggio di Inbar in Sud America si svolge in un ideale parallelo con quello di Lili verso Eretz. Grazie ai ricordi della vecchia signora facciamo conoscenza con il mitico Pima (il lettore scoprirà di chi si tratta), amore idealizzato da lei, la quale peraltro tutta la vita resterà legata all’amatissimo Nathan, suo marito, che, anche da anziano, così ella rievoca, “profumava di frutteto”. L’A. si sofferma con particolare tenerezza su Lili, figura ispirata, ritengo, a sua nonna, Praha Frishberg z’l (1916-2010), cui il romanzo è dedicato: i ricordi lontani, il suo amore di donna diviso, il doloroso rapporto con la figlia Hanna, la “cocca” del papà. Nelle lunghe ore passate in solitudine, Lili ripensa al passato del quale serba un mondo di ricordi.

D’intensa poesia è il racconto del viaggio per mare verso Eretz Israel, dell’arrivo al porto di Haifa e del momento in cui ella ritrova Nathan, già presente sul posto: grande gioia sì, ma Pima non è scomparso dal suo cuore.Grazie alla loro costanza i nostri viaggiatori giungono in Argentina dove, a partire dal 1890 (nelle province di Buenos Aires, Entre Rios e Santa Fe), vennero fondate una ventina di aziende agricole (nonché alcune cittadine) che riunivano oltre 3000 famiglie ebraiche provenienti per lo più da Russia e Polonia, in fuga dalle persecuzioni. L’autore di questa impresa fu il barone Moritz de Hirsch, filantropo ebreo d’origine tedesca, banchiere e uomo d'affari.

Tuttavia quei luoghi finirono per non rappresentare una sorta di parallelo argentino al ritorno nella Terra dei Padri perché il richiamo verso Eretz Yisrael fu troppo forte. Denso di emozioni sia il contatto col nuovo mondo di Meni, sia l’incontro tra Padre e Figlio, di cui, in qualche modo, è parte anche Inbar, dopo i primi momenti di imbarazzo. La donna tenta, con tutte le sue forze, attraverso questa esperienza che mai avrebbe immaginato, di superare il trauma per la morte dell’amato fratello. Meni ha dato vita ad una comunità (circa una trentina di persone), Neuland, organizzata secondo una formula che ricorda il tradizionale kibbutz; un centro di “attività valoriale per gli israeliani che viaggiano in Sudamerica, ma aperto a persone di tutte le nazionalità a condizione che condividano in nostri valori fondamentali”. Tanto si legge nell’“Opuscolo informativo per gli Ospiti.” Neuland, è precisato, non intende sostituire Altneuland (così viene chiamato Israele), ma rappresentare una sorta di luogo di cura per “feriti”, nell’anima, da traumi di “prima o “seconda generazione”. Insomma, uno Stato-ombra in miniatura, “un’esperienza purificante per chi arriva da Israele o da altre aree traumatiche del mondo, che rammenti allo Stato di Israele che cosa avrebbe potuto essere. E che cosa potrebbe essere”. Tematica suggestiva, ancorché scivolosa e, per la verità, strumentalizzabile, se non la si interpreta in modo corretto.

Tra Padre e Figlio, a proposito del confronto Neuland /“Altneuland”, si crea una Frattura, ben espressa nel confronto serrato tra i due. Quello del Padre, infatti, è un Cammino verso la Libertà o una Fuga dalla Responsabilità? E, per la verità, il Meni Peleg negli anni lontani della Guerra del 1973 e nel periodo di malattia della moglie, con il suo dolore e tormento, così come ricordato e descritto dai familiari, è assai più reale e convincente della figura mitica e un poco stereotipata che entra in scena in Sudamerica. Il ritorno duro, repentino alla realtà è dato da una telefonata proveniente da Israele: è Guerra, la seconda guerra del Libano dell’estate 2006, con i missili lanciati da Hetzbollah sul nord del Paese. Il ritorno in Patria ci introduce in un miscuglio perverso di ordinaria quotidianità di Vita e straordinaria Mostruosità di guerra. “Neuland” è un romanzo complesso: una ragnatela di esistenze, con vari Temi e Percorsi; Intrecci di storie, talora imprevedibili, nel presente e nel passato. L’A. sa giocare con la “variabile tempo” facendoci correre sulle montagne russe dei suoi flash back; vi è maggiore maturità stilistica e capacità introspettiva rispetto al precedente “La simmetria dei desideri”.

C’è il tema del Viaggio, del Camminare: per trovare l’Altro e Se stessi. Il viaggio è occasione per rivedere la propria esistenza, per mettere alla prova le proprie certezze; una fuga ed una ricerca al tempo stesso. E’ la tematica, pur essendo il contesto molto diverso, che incontriamo nelle opere di David Grossman, specie nelle ultime, come Caduto fuori dal tempo. Nella ricerca del padre di Dori, scomparso in modo misterioso, Inbar cerca, in qualche modo, suo fratello Yoavi, sempre lì, accanto a lei. La ragione di morte del giovane è rimasta un mistero; forse i familiari non avevano adeguatamente considerato il dolore e la depressione che si erano impadroniti di lui allorché la sua ragazza lo aveva lasciato. Ricca di fascino è la prospettiva di guardare Israele “da lontano”. Cariche di ironia le pagine dedicate all’incontro di Dori con alcuni concittadini, tra i quali l’immancabile ex allieva, e le riflessioni di costoro (che avevano conosciuto Meni Peleg) sul perché questi fosse giunto fin lì, a seguito della crisi che lo aveva colto dopo la morte della moglie. Il desiderio di ricominciare, di cogliere il dolore come un’opportunità, l’entusiasmo che egli era riuscito a trasmettere ai giovani incontrati: “…sapete qual è il Vs. problema?” aveva domandato loro Meni “Non approfittate del viaggio per raccontare una nuova storia della vostra vita”. Il linguaggio è spesso svelto, attinto direttamente dalla vita quotidiana, ironico, a volte con martellanti ripetizioni di frasi, tipiche di quando sei sovrappensiero. Fa trattenere il fiato la lettura di una sorta di…Diario di Meni -scoperto e letto da suo figlio- scritto all’impronta in stile “Ulisse” di Joyce, senza punteggiatura ("...e il dolore israeliano è troppo pesante per me ora ti prego Dio mio piazzami accanto gli australiani emanano una benedetta innocenza una gioia incontaminata…gli americani non sono veri ma è comunque meglio di questo dolore israeliano prima e seconda intifada operazione Scudo Difensivo…").

Da rapido il ritmo narrativo si fa di colpo lento; devi perciò adattarti alla sua musica. In alcune parti maggiore asciuttezza espressiva avrebbe giovato al testo. Ma, al di là di questi particolari, non ti annoi mai; lo affermo con decisione, contrariamente a chi, magari scoraggiato da alcuni passaggi ardui e senza aver letto il testo con la dovuta attenzione e la mente scevra da pregiudizi, si è lasciato andare ad una stroncatura davvero ingenerosa. Una Storia intimamente israeliana. Chi non conosce, almeno in parte, il Paese non è in grado di apprezzare quest’opera. Certo i sentimenti ivi espressi sono universali, ma il contesto, le interpretazioni, il respiro sono israeliani. Un “giardino di simboli”, per dirla con un illustre Autore; di valori vissuti e condivisi nel profondo. Ad esempio, Lili paragona i figli (in questo caso, la figlia) alla patria: “Mia figlia è la mia patria” rammenta un giorno a chi le propone una romantica fuga “...mi fa diventare matta, è vero. Ma questo non significa che non sia la mia patria. Insomma, l’ho portata nel ventre”. E dunque la Patria non la si abbandona, per nulla al mondo.

La conclusione della vicenda la si può immaginare; ma, da parte mia, non la riterrei così scontata come appare. L’amore sbocciato tra Dori e Inbar potrebbe sempre riservare sorprese. Alla fine spunta una domanda, nella sottoscritta che legge; una piccola/grande domanda, che spero non suoni moralistica, bensì come richiamo alla responsabilità personale: tra questi adulti così impegnati nella ricerca della propria personale felicità, o almeno a trovare un certo equilibrio, ci sarà un posto adeguato per il piccolo Neta?

Giudizio:

+5stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Neuland
  • Titolo originale: Neuland
  • Autore: Eshkol Nevo
  • Traduttore: Ofra Bannet, Raffaella Scardi 
  • Editore: Neri Pozza
  • Data di Pubblicazione: 2012
  • Collana: Bloom
  • ISBN-13: 978-88-545-0591-9
  • Pagine: 637    
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 18,00
 

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