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1 febbraio 2018

La vetrina degli incipit - Gennaio 2018

L'incipit in un libro è tutto. In pochi capoversi l'autore cattura l'attenzione del lettore e lo risucchia nel vortice della storia. Oppure con poche banali parole lo perde per sempre...
Quanti libri, magari meritevoli, giacciono abbandonati dopo poche righe sui comodini di ogni lettore? E quanti altri invece sono stati divorati in poche ore perché già dalle prime righe non siamo più riusciti a staccare gli occhi dalle pagine?
Anche questo mese vogliamo condividere con voi gli incipit dei libri che stiamo leggendo, perché alcuni di voi possano trarre ispirazione per le loro future letture e perché altri possano di nuovo perdersi nel ricordo di personaggi e atmosfere che già una volta li avevano rapiti...




« Un mattino d’estate, più di trenta e meno di quarant’anni fa, due ragazze piangevano disperatamente nella cabina di una nave passeggeri in partenza da Gravesend per Bombay, nelle Indie Orientali. Avevano entrambe la stessa età, diciott’anni. Entrambe, fin da bambine, avevano frequentato la stessa scuola diventando amiche carissime. E ora si separavano per la prima volta – forse per sempre. Il nome dell’una era Blanche. Il nome dell’altra era Anne. »
Uomo e donna, di Wilkie Collins - Valetta


«A tredici anni non conoscevo più l’altra mia madre. Salivo a fatica le scale di casa sua con una valigia scomoda e una borsa piena di scarpe confuse. Sul pianerottolo mi ha accolto l’odore di fritto recente e un’attesa. La porta non voleva aprirsi, qualcuno dall'interno la scuoteva senza parole e armeggiava con la serratura. Ho guardato un ragno dimenarsi nel vuoto, appeso all'estremità del suo filo. Dopo lo scatto metallico é comparsa una bambina con le trecce allentate, vecchie di qualche giorno. Era mia sorella, ma non l'avevo mai vista. Ha scostato l'anta per farmi entrare, te tenendomi addosso gli occhi pungenti. Ci somigliavamo allora, più che da adulte.»
L'Arminuta, di Donatella di Pietrantonio - Chiara A.


«La cosa più stupida da dire a un malato è che lo si trova molto bene, che è una fissazione, che tutti stanno un po' giù ecc. La cosa più triste, invece, è quando non te lo dicono più, anzi, non sanno bene che dire. Solo i dottori trovano le parole per ingannarti, è questo che imparano all'università, e tu esci dallo studio sollevato ma appena arrivi all'ascensore ti rendo conto che sono balle a pagamento e fai la faccia di Bob Hope quando scopre uno scheletro nell'armadio: lo richiude subito come se niente fosse ma dopo due minuti urla per lo spavento. Bene, Z. è al secondo stadio, quello triste. Piange spesso, irrefrenabilmente, con grande vergogna sua e imbarazzo dei presenti, soprattutto dell'angelo incazzoso che vive con lei.

Perché mi è toccata questa umiliazione? Sono stata sempre bene e così orgogliosa della mia salute: non ho la febbre da decenni, l'influenza non mi si attacca, porto bene gli anni. Già, gli anni. Ne dimostravo dieci di meno e la malattia me ne ha regalati una dozzina più di quelli giusti. Sono in quell'età in cui la pubblicità ti si rivolge ancora offrendoti creme 'per pelli mature' in attesa di propinarti polvere per dentiere e assorbenti invisibili. Tutto per continuare un gioco che non ti dice più niente con signori cui antiossidanti e pillole azzurre dovrebbero donare il turgore di un attimo, fuggente più del solito.

E poi fa caldo, troppo caldo, e l'Estate Romana sta per cominciare col suo fracasso notturno così sgradito ai nevrastenici e agli invidiosi. Il quinto Vangelo, la televisione, dice che questa è l'estate più calda da cinquanta, cento, centocinquanta anni. Lo dice con un'ansia quasi gioiosa, come se ci fosse una gara tra le città e Roma, coi suoi trentotto gradi che 'vengono percepiti' come quaranta, fosse in buona posizione per vincere il campionato.
»
L'ultima estate e altri scritti, di Cesarina Vighy - Polyfilo

«L'inizio. Il problema è l'inizio. Ho tante cose da raccontarle, Manola.Sono così piena. E' una pienitudine piuttosto dolorosa, mi creda. Lo so, basterebbe buttare lì il primo sassolino, a caso. Temo che verrebbe giù una irrefrenabile slavina. Non ho nulla di personale contro di lei, anzi quel turbante di stoffa intignata che ha sul capo mi piace molto. Però ho bisogno di calma. Si rende conto di quanti equivoci possono nascere da un inizio sommario? Partire col piede sbagliato sarebbe catastrofico , l'errore iniziale si ripeterebbe milioni e milioni di volte, come l'errore cromosomico in un embrione. Non possiamo permettercelo. Almeno io, nella condizione in cui mi trovo, non posso permettermi un altro passo falso. Non è maniacalità lamia, è prevenzione. Eppure sento che devo fidarmi, devo lasciar ruzzolare nelle sue esoteriche mani la mia slavina vitae, d'altronde non ho alternative. Si sarà accorta di primo acchito che non sono una cliente abituale. E' stato il caso a condurmi qui, e lei sa bene che il caso non esiste, è unartiglio nel caos di qualche nostra misconosciuta volontà.»
Manola, di Margaret Mazzantini - Cattivissimaprof

«Si svegliò, e non ricordava più il proprio nome.
Era pieno di dolori. Fasci di fiamme gli roteavano nella testa e in gola, nel ventre e nel petto. Cercò di deglutire ma non andò oltre un tentativo. La lingua gli si era incollata al palato. Bruciava e doleva. Gli occhi pulsavano. Sembravano volersi espandere fuori delle orbite. Come per nascere, pensò. Io non sono nessuno. Solo un grande ammasso di sofferenza.
»
La rete a maglie larghe, di Håkan Nesser - Emerson

«Qualche ora prima dell’alba Henry Perowne, un neurochirurgo, si sveglia per ritrovarsi già in movimento, seduto nell’atto di scostare le coperte e quindi di alzarsi in piedi. Non sa esattamente da quanto è cosciente, né del resto la cosa risulta avere rilevanza. Non gli è mai successo nulla di simile ma non è allarmato e neppure vagamente sorpreso, perché si muove con assoluta disinvoltura, provando un piacere diffuso agli arti, e sentendosi schiena e gambe insolitamente vigorose. Eccolo in piedi, nudo accanto al letto – si corica sempre nudo – in tutta la sua statura, consapevole del placido respiro di sua moglie e dell’aria invernale della stanza sulla pelle. Anche quella è una sensazione gradevole. L’orologio sul comodino segna le tre e quaranta. Henry non ha idea di che cosa ci faccia alzato: non sente il bisogno di liberare la vescica, e neppure è turbato da un sogno o da qualche particolare del giorno precedente, o addirittura dalle condizioni in cui versa il mondo. È come se, li in piedi al buio, si fosse materializzato dal nulla, in piena forma e in completa libertà. Non si sente stanco, a dispetto dell’ora e delle fatiche degli ultimi giorni, e non è nemmeno preoccupato per un caso recente. Anzi, è sveglio, sereno e inspiegabilmente euforico. Senza averlo deciso e per nessuna ragione al mondo, si incammina verso la più vicina delle tre finestre della stanza con un passo di tale agilità e scioltezza da fargli sospettare che si tratti di un sogno o di un episodio di sonnambulismo. Se è cosí, rimarrà deluso. I sogni non gli interessano; trova piú promettente la possibilità che tutto questo sia vero. D’altronde è perfettamente lucido, ne è piú che certo, e sa bene di essersi lasciato il sonno alle spalle: riconoscere la differenza tra sonno e veglia, distinguerne i confini, sono questi i fondamenti della sanità mentale.»
Sabato, di Ian McEwan - Sakura
«Uno
La sala del terrazzo

Tre miglia a nord del Tamigi, nel centro di Oxford, a una certa distanza da dove il Jordan, il Gabriel, il Balliol e altre due dozzine di grandi college si contendevano la supremazia nelle gare di canottaggio, laggiù dove la città non era solo un mucchio lontano di torri e di guglie oltre le brumose piane di Port Meadow, si ergeva il convento di Godstow, dove monache gentili si occupavano delle loro sacre faccende; e, sulla sponda opposta, c’era una locanda chiamata The Trout.
La locanda era un edificio di pietra, tortuoso ma accogliente. C’era una terrazza sul fiume dove i pavoni (uno di nome Norman, e l’altro Barry) tampinavano gli avventori, servendosi senza la minima esitazione delle vivande e levando occasionalmente il capo per lanciare grida feroci e insensate. C’era una sala interna in cui i signori, se tali si possono considerare gli accademici, bevevano birra e fumavano la pipa; c’era una sala aperta a tutti, in cui i battellieri e i braccianti agricoli sedevano accanto al caminetto o giocavano a freccette, o stavano in piedi al banco a spettegolare, a discutere, o semplicemente a ubriacarsi con calma; c’era una cucina, dove la moglie dell’oste preparava ogni giorno un grande arrosto, tramite un complesso sistema di ingranaggi e catene che ruotavano lo spiedo su un falò; e c’era un garzone di nome Malcolm Polstead.
Malcolm era l’unico figlio dei locandieri. Aveva undici anni ed era di indole curiosa e gentile, corporatura robusta e chioma fulva. Frequentava la scuola elementare Ulvercote, a un miglio di distanza, e gli amici non gli mancavano, anche se era al colmo della felicità quando si divertiva da solo con Asta, il suo daimon, sulla loro canoa, su cui aveva dipinto il nome di La Belle Sauvage.
»
Il libro della polvere. Libro primo. La belle Sauvage, di Philip Pullman - Il gatto Zorba
«Baicolo si crogiolava beato sotto i raggi dorati di quel mattino di giugno, godendosi finalmente il tepore dell'estate dopo giorni di vento così forte da far venire i oeli ritti sulla schiena felina, quasi da poterci infilare tante perline colorate di Murano. Ora che al Bora, dopo aver scorazzato in laguna, se n'era finalmente ritornata dalla parti diTrieste,Venezia prometteva di regalare una splendida giornata, calda e serena.
"I gatti sono fatti per il sole" si ripetè facendo le fusa e stiracchiandosi le zampe anteriori.Lisciandosi il pelo fulvo con ritmico movimento della lingua ammise che il detto del suo amico Pastrocio, piccione per turisti in Piazza San Marco, non diceva proprio così." I gatti son fatti per l'ozio al sole" lo canzonava sempre il pennuto. Baicolo scosse la testa. Quello non era ozio, per tutti i gatti a nove code!Il suo era meritato riposonon aveva forse salvato Venezia dall'acqua alta? Sì, L'Anello del Patto con il mare l'vevano poi scovato la sua padroncina Mistica e il suo amico Giaki, ma non ce l'avrebbero mai fatta senza il suo aiuto. Chi li aveva abilmente condotti sulla pista giusta, fiutando i Siori del Tempo? Lui, si rispose con una certa sufficienza da divo, lisciandosi i baffi con la zampa.
»
Mistica Maeva e la Torre delle Stelle, di Laura Walter - Cattivissimaprof

1 dicembre 2017

La vetrina degli incipit - Novembre 2017

L'incipit in un libro è tutto. In pochi capoversi l'autore cattura l'attenzione del lettore e lo risucchia nel vortice della storia. Oppure con poche banali parole lo perde per sempre...
Quanti libri, magari meritevoli, giacciono abbandonati dopo poche righe sui comodini di ogni lettore? E quanti altri invece sono stati divorati in poche ore perché già dalle prime righe non siamo più riusciti a staccare gli occhi dalle pagine?
Anche questo mese vogliamo condividere con voi gli incipit dei libri che stiamo leggendo, perché alcuni di voi possano trarre ispirazione per le loro future letture e perché altri possano di nuovo perdersi nel ricordo di personaggi e atmosfere che già una volta li avevano rapiti...




«Sarebbero dovuti passare molti anni prima che Max potesse dimenticare l’estate in cui, quasi per caso, scoprì la magia. Correva l’anno 1943 e i venti di guerra trascinavano irrimediabilmente il mondo verso il baratro. A metà giugno, il giorno in cui Max compì tredici anni, suo padre, orologiaio e inventore a tempo perso, riunì la famiglia in salotto e annunciò che era l’ultimo giorno che avrebbero trascorso in quella che era stata la loro casa negli ultimi dieci anni. La famiglia si trasferiva sulla costa, lontano dalla città e dalla guerra, in una casa accanto alla spiaggia di un piccolo villaggio sulle rive dell’Adriatico.»
Il principe della nebbia, di Carlos Ruiz Zafón - Valetta

«A guardarlo non si sarebbe certo detto che fosse capace di causare un tale trambusto, ma quello che vedeva là sotto era in gran parte imputabile a lui. E andava bene così. Aveva novantun anni, era paralizzato, inchiodato su una sedia a rotelle e collegato a una bombola di ossigeno. Il secondo ictus, sette anni prima, aveva rischiato di ucciderlo, ma Abraham Rosenberg era ancora vivo, e perfino con i tubicini nel naso la sua autorevolezza in campo legale era superiore a quella degli altri otto giudici. Era l’unica leggenda che restava alla Corte, e il fatto che respirasse ancora esasperava gran parte della folla in tumulto. »
Il rapporto Pelican, di John Grisham- Chiara A.

«Elisa saliva per il Largo affollato, facendosi strada tra le donne che chiacchieravano a voce alta e i garzoni che, incuranti dei rimproveri, si infilavano tra le loro gonne per sbrigare le proprie faccende. L’inverno scioglieva il suo gelo sotto il sole rinvigorito, e sulle giovani piante ai bordi della strada qualche gemma intimidita si affacciava a raccogliere quel piacevole tepore. Ormai la primavera era vicina e la lana avrebbe presto lasciato spazio alla leggerezza delle vesti estive.
Elisa teneva stretto il suo cesto, il cui contenuto era avvolto in un telo nero, e intanto pensava alle signore ricche che andavano a messa la domenica, ai loro vestiti, a quei bei cappelli. Pensava alle loro risate fuori nel sagrato, quando si fermavano a parlare con la sua padrona e le chiedevano della moda e dei suoi progetti futuri.
Lei stava sempre un passo indietro, in silenzio. Era la sua aiutante: un ruolo importante. Da quasi un anno faceva apprendistato nel laboratorio della signora Alba Mereu e la sua vita procedeva lenta e serena, dedicata a servire la padrona, a consegnarne i lavori e a sognare di sostituirla, da grande, proprio in quel mestiere.
Il Largo moriva nella grande piazza, dove coppie ben vestite prendevano il sole sedute sulle panchine. La luce del sole, catturata dai bicchieri di vetro poggiati sui tavolini dei caffè, si spandeva nell’aria in un arcobaleno tremolante.
Elisa si incamminò per la via Manno. Quando giunse alla piazza della Costituzione salì ancora per il viale Regina Elena e lì terminò il suo viaggio. Stava davanti a un imponente cancello di ferro battuto. Al di là di esso, una villa dalle pareti bianche, i cornicioni color ocra e gli infissi di legno lucidato, che al sole sembravano accendersi come fuochi. Elisa conosceva già quella casa.
Si servivano spesso dalla sua padrona, specialmente la figlia del giudice, che aveva poco più di vent’anni e, quando usciva a passeggiare, si guardava attorno con interesse, decisa a sposare un partito che le garantisse la stessa vita agiata nella quale era cresciuta. Una vita che Elisa non riusciva neppure a immaginare. Non solo perché, provenendo dal paese, non aveva conosciuto la vera ricchezza prima di arrivare in città, ma soprattutto perché la povertà era nel sangue e, “se nasci servo, non puoi alzare la testa e sognare un giorno di diventare padrone”, le diceva sempre sua madre.
»
Il profumo della mimosa, di Claudia Musio - Il Gatto Zorba

«Il piede rimaneva immobile, chiedendosi perché gli fosse stata levata la vita. L’aveva capito al primo tonfo: da quel momento dalla caviglia, suo naturale approdo al resto del corpo, il sangue sarebbe fluito.»
D’argine al male Dove i topi non muoiono, di Gaia COnventi - Antonio

«'La cosa più stupida da dire a un malato è che lo si trova molto bene, che tutti stanno un po' giù ecc. La cosa più triste è quando non te lo dicono più, anzi non sanno bene che dire. Solo i dottori trovano le parole per ingannarti, è questo che imparano all'università, e tu esci dallo studio sollevato ma appena arrivi all'ascensore ti rendi conto che sono balle a pagamento e fai la faccia di Bob Hope quando scopre uno scheletro nell'armadio: lo richiude subito come se niente fosse ma dopo due minuti urla per lo spavento.
Bene, Z. è al secondo stadio, quello triste. Piange spesso, irrefrenabilmente, con grande vergogna sua e imbarazzo dei presenti, soprattutto dell'angelo incazzoso che vive con lei.
Perché mi è toccata questa umiliazione? Sono stata sempre bene e così orgogliosa della mia salute: non ho la febbre da decenni, l'influenza non mi si attacca, porto bene gli anni. Già, gli anni. Ne dimostravo dieci di meno e la malattia me ne ha regalati una dozzina in più di quelli giusti.
Sono in quell'età in cui la pubblicità ti si rivolge ancora offrendoti creme "per pelli mature" in attesa di propinarti polvere per dentiere e assorbenti invisibili. Tutto per continuare un gioco che non ti dice più niente con signori cui antiossidanti e pillole azzurre dovrebbero donare il turgore di un attimo, fuggente più del solito.
E poi fa caldo, troppo caldo, e l'Estate Romana sta per cominciare con il suo fracasso notturno così sgradito ai nevrastenici e agli invidiosi. Il quinto Vangelo, la televisione, dice che questa è l'estate più calda da cinquanta, cento, centocinquanta anni. Lo dice con un'ansia quasi gioiosa, come se ci fosse una gara tra le città e Roma, con i suoi trentotto gradi che "vengono percepiti" come quaranta, fosse in buona posizione per vincere il campionato.
»
'L'ultima estate, di Cesarina Vighy - Polyfilo

1 novembre 2017

La vetrina degli incipit - Ottobre 2017

L'incipit in un libro è tutto. In pochi capoversi l'autore cattura l'attenzione del lettore e lo risucchia nel vortice della storia. Oppure con poche banali parole lo perde per sempre...
Quanti libri, magari meritevoli, giacciono abbandonati dopo poche righe sui comodini di ogni lettore? E quanti altri invece sono stati divorati in poche ore perché già dalle prime righe non siamo più riusciti a staccare gli occhi dalle pagine?
Anche questo mese vogliamo condividere con voi gli incipit dei libri che stiamo leggendo, perché alcuni di voi possano trarre ispirazione per le loro future letture e perché altri possano di nuovo perdersi nel ricordo di personaggi e atmosfere che già una volta li avevano rapiti...




«Quella mattina, ricordo, nel parcheggio del centro commerciale, scendendo dal furgone, afferrando il fucile dal sedile posteriore, ho guardato di sfuggita verso il bosco e mi sono accorto che il sole stava sorgendo sulla campagna come un livido. Era ottobre.Avevo quindici anni.Luca ha guardato nella mia stessa direzione e ha detto: Ho sonno, infilando la mano sotto il casco da football americano e grattandosi la guancia. Lo ha detto senza piagnucolare: di anni, Luca, ne aveva compiuti sei il giorno prima. Per un attimo ho pensato di dare un fucile anche a lui, perchè sul sedile ce n'erano due, poi mi sono detto: No, meglio di no. Seguimi. Luca ha ubbidito. Abbiamo attraversato il parcheggio di corsa, in direzione di uno dei capannoni; abbiamo raggiunto la scala esterna.L'ho trascinato su stringendogli la mano per evitare che scivolasse, ma con l'altra dovevo sia ggrapparmi al mancorrente sia tenere il fucile.»
Anime scalze, di Fabio Geda - Cattivissimaprof

«Lettera di Giulio Cesare ad Azia (45 a.C.)

Manda il ragazzo ad Apollonia.

Inizio bruscamente, mia cara nipote, così da disarmarti subito, e rendere ogni tua eventuale resistenza troppo incerta e fragile per la mia forza di persuasione. Tuo figlio ha lasciato l'accampamento di Cartagine in buona salute: lo rivedrai a Roma entro la fine della settimana. Ho disposto che viaggiasse con comodo affinché ricevessi questa lettera prima del suo arrivo.
Avrai già iniziato, immagino, a figurarti delle obiezioni per te importanti: sei madre e discendi dagli Iulii, quindi due volte ostinata. Credo di sapere quali saranno queste obiezioni; ne abbiamo già parlato in passato. Solleverai la questione della salute di Gaio Ottaviano - anche se a breve lo vedrai tornare dalla campagna iberica più in forma di quando la iniziò. Dubiterai delle cure che riceverebbe lontano da Roma - anche se una breve riflessione basterebbe a convincerti che i medici di Apollonia siano in grado di alleviare i suoi mali meglio dei profumati ciarlatani di Roma. Ho sei legioni in Macedonia e lungo i suoi confini; e i soldati devono essere in buona salute, al contrario dei senatori, che morendo tolgono ben poco al mondo. Il clima delle coste della Macedonia, poi, è mite quanto quello di Roma.
Sei una buona madre, Azia, ma il moralismo e il rigore che ti affliggono hanno già creato qualche fastidio alla nostra famiglia. Devi allentare un poco le redini e lasciare che tuo figlio diventi l'uomo che il diritto ha già deciso che sia. Ha quasi diciotto anni, e ricorderai i prodigi che accompagnarono la sua nascita - prodigi che, come sai, mi sono dato la pena di ingidantire.
»
Augustus, di John Williams - Polyfilo

«Stavo per superare Salvatore quando ho sentito mia sorella che urlava. Mi sono girato e l’ho vista sparire inghiottita dal grano che copriva la collina.
Non dovevo portarmela dietro, mamma me l’avrebbe fatta pagare cara.
Mi sono fermato. Ero sudato. Ho preso fiato e l’ho chiamata. – Maria? Maria?
Mi ha risposto una vocina sofferente. – Michele!
- Ti sei fatta male?
- Sì, vieni.
- Dove ti sei fatta male?
- Alla gamba.
Faceva finta, era stanca. Vado avanti, mi sono detto. E se si era fatta male davvero?
Dov’erano gli altri?
Vedevo le loro scie nel grano. Salivano piano, in file parallele, come le dita di una mano, verso la cima della collina, lasciandosi dietro una coda di steli abbattuti.
»
Io non ho paura, di Niccolò Ammaniti - Antonio

«E' in piedi appoggiato a un muro, per strada. In giacca e cravatta. Ha le orecchie a sventola, uno sguardo spaventato, capelli corti e bianchi. E' magro, con le spalle strette. Tiene in bella mostra una rivista su cui si legge la parola "Awake". La didascalia dice: Jehovah's Witness - Los Angeles. La foto è del 1955. Aveva l'aria di un ragazzino. Ormai è morto da tempo. Per distribuire i suoi opuscoli religiosi si vestiva in modo consono. Era solo, abitato da una perseveranza triste e rabbiosa. Ai suoi piedi s'intravede una cartella (se ne scorge il manico), con dentro le decine di opuscoli che nessuno o quasi gli prenderà. Sono anche quegli opuscoli stampati in numero incongruo a evocare la morte. Quegli slanci di ottimismo - troppi bicchieri, troppe sedie... - che ci inducono a moltiplicare le cose per renderle subito vane. Le cose e i nostri sforzi. Il muro davanti al quale si trova è gigantesco. Lo si intuisce dall'opacità greve, dalle dimensioni delle pietre tagliate. Probabilmente è ancora lì, a Los Angeles. Il resto è svanito chissà dove: l'omino con l'abito troppo largo e le orecchie a punta che gli si era piazzato davanti per distribuire una rivista religiosa, la sua camicia bianca e la cravatta scura, i pantaloni consumati al ginocchio, la cartella, gli opuscoli. Che importa quello che siamo, quello che pensiamo, quello che diventeremo? Siamo da qualche parte nel paesaggio fino al giorno in cui non ci siamo più.»
Babilonia, di Yasmina Reza - Sakura

««Beth Hamishpath» – la Corte! Queste parole che l’usciere grida a voce spiegata ci fanno balzare in piedi giacché annunziano l’ingresso dei tre giudici: a capo scoperto, in toga nera, essi entrano infatti da una porta laterale per prendere posto in cima al palco eretto nell’aula”.»
La banalità del male, di Hannah Arendt - Valetta

1 ottobre 2017

La vetrina degli incipit - Settembre 2017

L'incipit in un libro è tutto. In pochi capoversi l'autore cattura l'attenzione del lettore e lo risucchia nel vortice della storia. Oppure con poche banali parole lo perde per sempre...
Quanti libri, magari meritevoli, giacciono abbandonati dopo poche righe sui comodini di ogni lettore? E quanti altri invece sono stati divorati in poche ore perché già dalle prime righe non siamo più riusciti a staccare gli occhi dalle pagine?
Anche questo mese vogliamo condividere con voi gli incipit dei libri che stiamo leggendo, perché alcuni di voi possano trarre ispirazione per le loro future letture e perché altri possano di nuovo perdersi nel ricordo di personaggi e atmosfere che già una volta li avevano rapiti...




«Nell'ora magica in cui il sole è svanito ma la luce perdura, eserciti di volpi volanti si staccano dal baniano del vecchio cimitero e si librano sulla città come fumo. Quando quei grandi pipistrelli se ne vanno, i corvi tornano a casa. Lo strepito del loro ritorno non riesce a riempire tutto il silenzio lasciato di passeri spariti e dai vecchi avvoltoi dorsobianco, custodi dei morti da più di cento milioni di anni, spazzati via dalla faccia della terra. Avvelenati dal diclofenac. Il diclofenac, l'aspirina delle vacche, somministrato al bestiame come rilassante muscolare, per alleviare il dolore e incrementare la produzione di latte, ha (aveva) lo stesso effetto del gas nervino sugli avvoltoi dorsobianco. Morendo, ogni vacca o bufala da latte rilassata chimicamente diventava un'esca velenosa per i rapaci. Mentre i capi di bestiame si trasformavano in macchine più efficienti per l'industria casearia, mentre la città mangiava più gelati, più crema al caramello croccante, più cornetti con le noccioline, più stracciatella, mentre beveva più frullati al mango, gli avvoltoi iniziarono a curvare il collo come se fossero stanchi e non riuscissero più a tenere gli occhi aperti. Argentee barbe di saliva colavano dai loro becchi, e uno per uno cadevano dai rami, morti.
Non molti hanno notato la scomparsa dei nostri vecchi amici uccelli. C'erano così tante altre cose da pregustare
»
Il ministero della suprema felicità, di Roy Arundhati - Sakura


«Era il primo giorno, e anche l’ultimo.
Il portone d’acciaio si richiuse alle sue spalle e lo scatto metallico restò sospeso per un momento nell’aria fresca del mattino. Avanzò di quattro passi, si fermò e appoggiò le valigie per terra. Chiuse gli occhi e li riaprì di nuovo.
Un velo di nebbia aleggiava nel parcheggio deserto, il sole stava giusto per spuntare sopra la città, e l’unico segno di vita percepibile erano gli stormi di uccelli sui campi che circondavano il gruppo di edifici. Rimase immobile qualche secondo e avvertì risvegliarsi tutti i sensi. Un profumo di campi di grano appena mietuti gli si insinuò nelle narici. La luce dardeggiava e vibrava sopra l’asfalto. Da lontano, qualche chilometro più a ovest, gli giungeva il brusio ostinato delle automobili sull’autostrada che penetrava l’aperto paesaggio. Per un istante, la percezione improvvisa delle reali dimensioni del mondo gli diede le vertigini. Non metteva piede fuori da quelle mura da dodici anni: la sua cella, là dentro, misurava due metri e mezzo per tre: capì che il tragitto verso la città e la stazione ferroviaria sarebbe stato lungo. Immensamente lungo, forse insormontabile in un giorno come quello.
»
L'uomo che visse un giorno, di Håkan Nesser - emerson

«Quasi certamente lasceremo ai nostri figli e ai figli dei nostri figli una terra peggiore della nostra. Quando penso a un mondo peggiore non penso alla caduta dell’Occidente in mano ai barbari, ma alla caduta degli ecosistemi terrestri come li abbiamo conosciuti fin qui. Per fare fronte al collasso, l’uomo svilupperà tecniche di sopravvivenza alimentare, ambientale e sociale, ma non è detto che sarà in grado di resistere veramente. Perché la tecnica non serve a niente senza una mente in grado di affrontare con coraggio e ispirazione le privazioni e le perdite che ci attendono.
Fanatismi religiosi o filosofie dello spirito non potranno funzionare a lungo. Invece, quando penso a qualcosa di veramente efficace, mi vengono in mente i cacciatori-raccoglitori degli ecosistemi artici e subartici di 40.000 anni fa. Certamente avevano sviluppato tecniche di sopravvivenza basate su strumenti e competenze ecologiche perfettamente adeguati al loro ambiente di vita, ma quello che li ha davvero salvati dalla glaciazione è stato la loro capacità di produrre immagini.'
»
Geoanarchia, di Matteo Meschiari - Polyfilo

«C'è un paesaggio interiore, una geografia dell'anima; ne cerchiamo gli elementi per tutta la vita. Chi è tanto fortunato da incontrarlo, scivola come l'acqua sopra un sasso, fino ai suoi fluidi contorni, ed è a casa. Alcuni lo trovano nel luogo di nascita; altri possono andarsene, bruciati, da una città di mare, e scoprirsi ristorati nel deserto. Ci sono quelli nati in campagne collinose che si sentono veramente a loro agio solo nell'intensa e indaffarata solitudine della città. Per qualcuno è la ricerca dell'impronta di un altro: un figlio o una madre, un nonno o un fratello, un innamorato, un marito, una moglie o un nemico. Possiamo vivere la nostra vita nella vita o nell'infelicità, baciati dal successo o insoddisfatti, amati o no, senza mai sentirci raggelare dalla sorpresa di un riconoscimento, senza patire mai lo strazio del ferro ritorto che si sfila dalla nostra anima, etrovare finalmente il nostro posto.»
Il danno, di Josephine Hart - Cattivissimaprof

«Alzai gli occhi per via delle risate, e continuai a guardare per via delle ragazze.
Notai prima di tutto i capelli, lunghi e spettinati. Poi i gioielli che brillavano al sole. Erano in tre, così lontane che vedevo solo la periferia dei loro lineamenti, ma non importava: capii subito che erano diverse da tutte le altre persone del parco. […] Le ragazze dai capelli lunghi sembravano scivolare su tutto quello che le circondava, figure tragiche e isolate. Come una famiglia reale in esilio...
»
Le ragazze, di Emma Cline - Valetta

«Prologo

In principio era il Caos, buio e informe. Ribolliva. Macerava. Unico in se stesso, fermentava come mosto nella giara, in fondo alla grotta più scura. E quel ribollire e quel fermentare era confuso, privo di ritmo, poiché il ritmo è dato dalla vita e la vita non esisteva. Il Caos non poteva diventare Cosmo. Per questo Gaia, la Madre Terra sul cui seno esistiamo, danzava quando emerse dal buio primordiale. Perché nel Caos che fermentava c’era la scintilla della vita, giacché ciò che fermenta può mutare e quindi esistere, ma finché l’esistenza è priva di forma, niente può cominciare, e la forma della vita è la danza. Danzano i pesci nel mare, danzano gli uccelli nel cielo. Danzano gli steli nel vento. Quando si accoppiano, gli animali tracciano complicate figure, danze più antiche dell’uomo, senza le quali non vi sarebbe copula e dunque procreazione. Danzano le Muse con i loro piedi delicati, in cima al monte Elicona, e così danzando insegnano soavi canti ai mortali. Per questo nel Labirinto si può scendere solo danzando. Perché il Labirinto è il Caos e immergersi nel Caos senza portare con sé il ritmo della vita significa perdersi senza possibilità di ritorno. Tanti hanno commesso questo errore. I loro teschi biancheggiano nel buio e segnano gli incroci e le strade, là sotto, per chi conosce i percorsi. Ma mostro, e quello lieve delle sue vittime. L’urlo nel buio, prima del silenzio. Poi, il caos. Con la mia danza ho portato la morte, ma nessuno è morto di tante morti quanto me. Sono uscita dal Labirinto seguendo il filo della sacra danza, e questo è tutto quello che si può dire sulla giustezza delle mie scelte. Quelle che feci prima, quando scesi nel buio informe, io luminosa che rischiaravo il cammino altrui, io nemica di chi mi era amico, io traditrice dei miei traditori, sono parte di quei vicoli ciechi, di quei passaggi ostruiti, di quei dislivelli letali che rendono folle danzare nel Labirinto. Ci sono abissi dai quali non può tornare, altri dai quali non si dovrebbe tornare. Ho commesso entrambi i crimini. Dopo aver pensato che sarebbe stato meglio non dare forma al Caos, né rischiararlo della luce di Gaia, rido.
»
Nati due volte, l’età del bronzo e del miele, di Laura MacLem - Il Gatto Zorba

«La mia decisione di fare l’avvocato diventò irrevocabile quando mi resi conto che mio padre odiava gli avvocati. Ero un adolescente goffo, imbarazzato dalla mia goffaggine, frustrato nei confronti della vita, terrorizzato dalla pubertà e in procinto di venire spedito da mio padre in una scuola militare per insubordinazione. Era un ex marine, convinto che i ragazzi andassero tirati su a frustate. Io avevo dimostrato di avere la lingua svelta e una certa avversione per la disciplina, e la sua soluzione fu mandarmi via. Passarono anni prima che lo perdonassi.»
L'uomo della pioggia, di John Grisham - Chiara A.

2 agosto 2017

La vetrina degli incipit - Luglio 2017

L'incipit in un libro è tutto. In pochi capoversi l'autore cattura l'attenzione del lettore e lo risucchia nel vortice della storia. Oppure con poche banali parole lo perde per sempre...
Quanti libri, magari meritevoli, giacciono abbandonati dopo poche righe sui comodini di ogni lettore? E quanti altri invece sono stati divorati in poche ore perché già dalle prime righe non siamo più riusciti a staccare gli occhi dalle pagine?
Anche questo mese vogliamo condividere con voi gli incipit dei libri che stiamo leggendo, perché alcuni di voi possano trarre ispirazione per le loro future letture e perché altri possano di nuovo perdersi nel ricordo di personaggi e atmosfere che già una volta li avevano rapiti...




«Erano le cinque del mattino, pioveva, e Eric von Lhomond, ferito davanti a Saragozza, curato a bordo di una nave ospedale italiana, aspettava al bar della stazione di Pisa il treno che lo avrebbe riportato in Germania. Bello nonostante i suoi quarant'anni, pietrificato in una specie di dura giovinezza, Eric von Lhomond doveva ai suoi antenati francesi, al padre prussiano e alla madre baltica, la sua alta statura, il profilo stretto, i pallidi occhi azzurri, l'arroganza dei rari sorrisi e quello sbattere dei tacchi che gli era ormai vietato dalla frattura al piede e dalle bende. Si approssimava quell'ora del crepuscolo mattutino in cui le creature sensibili si aprono alle confidenze e i criminali confessano, quell'ora in cui persino i più silenziosi lottano contro il sonno a colpi di storielle e ricordi. Eric von Lhomond che si era sempre ostinatamente tenuto sul lato destro della barricata, apparteneva a quel tipo di uomini troppo giovani nel millenovecentoquattordici per aver fatto qualcosa di più che sfiorare il pericolo, e che i disordini dell'Europa del dopoguerra, l'inquietudine personale, l'incapacità di soddisfarsi e insieme di rassegnarsi, trasformava in guerrieri di ventura al servizio di ogni causa semipersa o semivinta.
Aveva preso parte ai diversi movimenti che nell'Europa centrale sfociarono nell'avvento di Hitler; lo si era visto al Chaco e in Manciuria, e un tempo, prima di militare agli ordini di Franco, aveva comandato un corpo di volontari che partecipavano alla lotta antibolscevica in Curlandia. Con il suo piede ferito, fasciato come un bambino, egli riposava di sbieco su una seggiola e sempre parlando tormentava distrattamente il bracciale fuori moda di un enorme orologio d'oro, di un cattivo gusto così assoluto da costringere ad ammirarlo, come una prova di coraggio, al polso di chi lo portava
»
Colpo di grazia, di Marguerite Yourcenar - Polyfilo


«E’ tutto bianco, fresco di pittura. Ci sono un letto, uno scaldaletto e un lavamano. C’e’ un crocifisso e, sotto, un inginocchiatoio. Un pavimento freddo,di marmi di mille colori a mosaico. Sulla parete di sinistra, spoglia, c’è una porticina, vicino a un enorme camino che un poco la nasconde. L’apertura si confonde nella parete, non ha chiavistello, né maniglia, bisogna spingere a fondo per fare scattare una serratura. Conduce in una stanzetta più piccola, di forma triangolare, rubata chissà come alla tromba delle scale. Credo che servisse per nascondere gli amanti, o i danari. Lì dentro ci sono due colonnine ricoperte da stucchi, foglie, ricci e angioletti gonfi che scendono dal soffitto sulle pareti, hanno tracce do oro scrostato nei capelli ormai bianchi. Quando ho scoperto quel nascondiglio, ho pensato fosse comodo metterlo lì, il tavolino con lo strigile e i belletti. Nella mia cella non volevo altro. La stanza è ampia, ha il soffitto molto alto. Doveva essere la camera nuziale, un tempo, prima che questo palazzo diventasse un convento. Chissà quanti amori sono passati per di qui. Con le pareti bianche, con questo profumo di nuovo, pare che non esistano più, che l’amore non esista più, che ogni amore se ne vada, presto o tardi. »
Guardami negli occhi, di Giovanni Montanaro - Cattivissimaprof

«In una città traboccante di rifugiati ma ancora perlopiù in pace, o almeno non del tutto in guerra, un giovane uomo incontrò una giovane donna in un'aula scolastica e non le parlò. Per molti giorni. Lui si chiamava Saeed e lei si chiamava Nadia, e lui aveva la barba, non una barba folta, una barba mantenuta deliberatamente corta, e lei era sempre avvolta dalla punta dei piedi alla fossa giugulare in una fluente tunica nera. All'epoca la gente poteva ancora permettersi, in fatto di abbigliamento e pettinature, il lusso di conciarsi più o meno come le pareva, entro certi limiti ovviamente, perciò quelle scelte avevano un significato.
Può sembrare strano che in una città sull'orlo del baratro i giovani vadano ancora a scuola - in questo caso un corso serale di product branding e corporate identity - ma così stanno le cose, nelle città come nella vita: un momento sbrighiamo le nostre incombenze come se nulla fosse e quello dopo moriamo, e il fatto che la fine incomba sempre su di noi non impedisce i nostri effimeri incipit e svolgimenti, fino all'istante in cui lo fa.
»
Exit West, di Hamid Mohsin - Sakura

«Tutti parlavano del libro. Non potevo più camminare in pace per le strade di New York; non potevo più fare jogging nei vialetti di Central Park senza che qualche passante mi riconoscesse ed esclamasse: “Ehi, è Goldman! Lo scrittore!”
Capitava perfino che alcuni si mettessero a correre per seguirmi e farmi le domande che li assillavano: “Le cose che ha scritto nel suo libro sono tutte vere? Harry Quebert ha davvero agito così?”
Nel bar del West Village che frequentavo abitualmente, alcuni avventori non si facevano scrupoli a sedersi al mio tavolino per volgermi la parola. “Signor Goldman, sto leggendo il suo libro: non riesco a staccarmene! Il primo era bello, ma questo… E’ vero che le hanno dato un milione di dollari per scriverlo? Quanti anni ha? Solo trenta? Trent’anni! E ha già guadagnato tutti questi soldi!”
Persino il portiere del mio palazzo, che vedevo procedere nella lettura tra un’apertura di portone e l’altra, una volta finito il libro mi aveva bloccato a lungo davanti all’ascensore, per confidarmi quello che gli pesava sul cuore: “Allora è questa la fine che ha fatto Nola Kellergan? Che orrore! Ma come si può fare una cosa simile? Eh, signor Goldman, com’è possibile?”
Tutta New York si appassiona al mio libro; era uscito da due settimane e già prometteva di diventare il libro più venduto dell’anno nel continente americano.
Tutti volevano sapere cosa fosse successo nella cittadina di Aurora nel 1975.
Se ne parlava dappertutto: alla televisione, alla radio, nei giornali.
Avevo appena trent’anni e con quel libro, che era soltanto il secondo della mia carriera, ero diventato lo scrittore più in vista del paese.
»
La verità sul caso Harry Quebert, di Joel Dicker - Chiara A.

«UN fagiano selvatico solitario volava lungo l’erta della collina, quasi rasente i lunghi steli dell’erba. Quando raggiunse la cresta, reclinò le ali e allungò le zampe, poi scomparve al coperto. Dalla valle lo seguivano due ragazzi e un cane. Davanti veniva il cane, con la lingua rosea che penzolava all’angolo della bocca, e i gemelli lo seguivano correndo spalla a spalla. Avevano entrambi scure chiazze di sudore sulla camicia color kaki, poiché il sole africano era ancora caldo, anche se ormai mezzo nascosto dalla linea dell’orizzonte. Il cane sentì l’odore del volatile e si arrestò fremendo: per un attimo rimase immobile quasi succhiandolo attraverso le narici, poi partì in caccia. Agiva rapidamente, avanti e indietro, in uno zigzag di giravolte, a testa bassa, e solo la coda nera in movimento appariva sopra la distesa di erba scura e secca. I gemelli lo seguivano. Ansimavano senza fiato: scalare la collina era stata una dura fatica. «Tirati da parte, mi vieni tra i piedi», disse Sean rivolto al fratello, e Garrick si affrettò a obbedire. Sean lo superava di dieci centimetri e dieci chili, e la cosa gli dava diritto al comando. Sean tornò a prestare attenzione al cane. «Stanalo, Tinker. Cercalo, dài!».»
Il destino del leone, di Wilbur Smith - Il Gatto Zorba


«Alzai gli occhi per via delle risate, e continuai a guardare per via delle ragazze.
Notai prima di tutto i capelli, lunghi e spettinati. Poi i gioielli che brillavano al sole. Erano in tre, così lontane che vedevo solo la periferia dei loro lineamenti, ma non importava: capii subito che erano diverse da tutte le altre persone del parco. […] Le ragazze dai capelli lunghi sembravano scivolare su tutto quello che le circondava, figure tragiche e isolate. Come una famiglia reale in esilio..
»
Le ragazze, di Emma Cline - Valetta

1 luglio 2017

La vetrina degli incipit - Giugno 2017

L'incipit in un libro è tutto. In pochi capoversi l'autore cattura l'attenzione del lettore e lo risucchia nel vortice della storia. Oppure con poche banali parole lo perde per sempre...
Quanti libri, magari meritevoli, giacciono abbandonati dopo poche righe sui comodini di ogni lettore? E quanti altri invece sono stati divorati in poche ore perché già dalle prime righe non siamo più riusciti a staccare gli occhi dalle pagine?
Anche questo mese vogliamo condividere con voi gli incipit dei libri che stiamo leggendo, perché alcuni di voi possano trarre ispirazione per le loro future letture e perché altri possano di nuovo perdersi nel ricordo di personaggi e atmosfere che già una volta li avevano rapiti...





«"Scusi?" ripete lei. "Quando vuole che sia recapitato?"
Mi passo due dita sul sopracciglio sinistro, premendo. Ho la testa che mi scoppia. "Fa lo stesso" rispondo.
La commessa prende il pacco. La scatola da scarpe che giaceva sulla veranda di casa mia meno di ventiquattr'ore fa; avvolta in un sacchetto di carta marrone, sigillata, con scotch trasparente, uguale identica a come l'avevo ricevuta. Ma indirizzata, ora, a un altro destinatario. Il prossimo sulla lista di Hannah Baker.
"Quant'é?"
La tizia posiziona la scatola su un tappetino di gomma, poi digita una serie di cifre sulla tastiera. Appoggio sul bancone il mio bicchierone di caffè da autogrill e controllo il display. Tito fuori dal portafoglio qualche biglietto da un dollaro, pesco nelle tasche qualche moneta, e piazzo i soldi davanti a lei.
"Temo che il caffè non abbia ancora fatto effetto" osserva. "Manca un dollaro".
Le do il dollaro e mi stropiccio gli occhi assonnati. Il caffè ora è quasi freddo, tanto che devo sforzarmi per trangugiarlo. Ma ho assolutamente bisogno di svegliarmi.
O forse no. Forse è meglio passare la giornata mezzo addormentato. Forse è l'unico modo per arrivare fino a sera.
"Dovrebbero recapitarlo domani" aggiunge lei. "O al massimo dopodomani" e lascia cadere il pacco in un carrello alle sue spalle.
Avrei dovuto spedirlo dopo la scuola. Avrei dovuto concedere a Jenny un giorno in più di pace.
Anche se non lo merita.
»
Tredici, di Jay Asher - Valetta

«Quel giorno piovevano diamanti, ma non importava a nessuno. Gli abitanti del pianeta Zanak si limitavano a reggere i loro ombrelli dorati e a continuare a vivere come sempre, il che, per la maggior parte del tempo, implicava lo strascinarsi lungo strade già ingombre di smeraldi e rubini. Nessuno sollevava lo sguardo. Nessuno era ansioso di ammirare la pioggia di pietre preziose, e men che meno di beccarne una nell'occhio. Non era questa, comunque, la vera ragione. Se gli abitanti della capitale di Zanak avessero guardato in alto non avrebbero potuto evitare di vedere la montagna. E nessuno voleva vederla. La gente di Zanak, perciò, tirava avanti a testa bassa, sotto gli ombrelli ricoperti d'oro ammaccati dalla pioggia di diamanti.»
Il Pianeta Pirata, di James Goss e Douglas Adams - Daniele

«La distanza fra vicolo Bleher dove abita e il suo ufficio a Palazzo Yacoubian non supera i cento metri, ma ogni mattina Zaki bey al-Dusuqi impiega un'ora per salutare gli amici che incontra lungo la strada. Conosce per nome tutti i proprietari dei negozi di abbigliamento e di scarpe, i commessi e le commesse, gli inservienti e gli impiegati del cinema, i clienti del Caffè brasiliano, perfino i portieri, i lustrascarpe, i mendicanti e i vigili; Zaki bey li saluta e commenta con loro le ultime novità. Vi è arrivato verso la fine degli anni quaranta, dopo essersi laureato in Francia, e non l'ha più abbandonata. Gli abitanti del quartiere lo considerano un simpatico personaggio folcloristico. Sia d'estate sia d'inverno indossa un abito di due taglie più grande che copre il suo corpo magro ed emaciato; il fazzolettino, accuratamente stirato, dello stesso colore della cravatta, gli sporge sempre dal taschino della giacca; il prestigioso sigaro cubano dei bei tempi andati è stato sostituito da un dozzinale sigaro nazionale che ha un odore terribile e tira male.
Il volto anziano e raggrinzito, gli spessi occhiali da vista, la dentiera smagliante e i capelli tinti di nero con le poche ciocche pettinate da sinistra per coprire la diffusa calvizie: in poche parole, Zaki al-Dusuqi è una leggenda. La sua presenza emana un'aura interessante e surreale (sembra poter scomparire da un momento all'altro, come un attore che si toglie gli abiti di scena per indossare vestiti normali). E se a questo aggiungiamo lo spirito allegro, le barzellette sconce che racconta in continuazione, e la straordinaria capacità di attaccare discorso con chiunque, come se tutti fossero amici di vecchia data, risulta facile comprendere il segreto della calorosa accoglienza che tutti sulla strada gli riservano
»
Palazzo Yacoubian, di Ala al-Aswani - Polyfilo

«Presto ho scoperto di essere morta. Siccome però mi toccava continuare a vivere, ho tirato avanti. Credo che capiti a molti, se non a tutti, e i più fanno come me: tirano avanti, senza cedere alla tentazione di voltarsi indietro. Tentazione che prima o poi arriva. Di recente mi è capitato di vedere un’intervista a John McEnroe in occasione dell’uscita della sua autobiografia. Campione di stile e tecnica nel tennis tra gli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso, il numero uno delle classifiche mondiali è diventato brizzolato e autentico dispensatore di battute in tipico stile dry humour. A un certo punto, mentre proiettavano sul fondo dello studio televisivo sequenza dell’incontro più importante della sua carriera, quello disputato con Bjorn Borg a Wimbledon nel 1980, McEnroe si alza dalla sedia e fa una cosa che mi pare incredibile; s’inchina col capo a se stesso, cioè all’immagine vittoriosa e giovanissima di sé che scorre nel filmato. Gli occhi mi si riempiono di lacrime e non faccio nessuno sforzo per trattenermi. Mi abbandono a un pianto disperato e voluttuoso, cercando invano un fazzoletto. McEnroe stava salutando un se stesso passato, morto. Era come se dicesse: sei esistito, sei stato quel campione ammirato da tutti. Ora che non sono più te, ora che sono diventato un altro. Ti ammiro anche io, ti riconosco per quel che eri, ti rimpiango.»
La notte ha la mia voce, di Alessandra Sarchi - Cattivissimaprof

«Sandra strabuzzò gli occhi e sorrise. Sembrava una bambina che avesse appena ricevuto il dono desiderato da sempre. Ed era così che si sentiva:una bambina alla soglia dell'estasi. Quando, senza nemmeno scendere dall'auto, Saverio le aveva mostrato le chiavi, per poco non era saltata in aria dalla gioia. Era uscita dallo studio grafico dove lavorava e gli era corsa incontro con il rapidograph in mano, pensando ai mesi passati lentissimi, i soldi spesi e al direttore dei lavori che aveva continuato a rimandare la consegna dell'immobile.
«Non ti azzardare a tornare senza!», aveva detto Sandra a Saverio quella mattina virgola quando lui era partito per andare in città. Saverio agiò il mazzo attaccato a un orsetto, mentre Sandra saliva a bordo e gli scoccava un bacio sulla bocca.
«Ce l'hai fatta. Hanno finito, finalmente» disse, senza riuscire a smettere di sorridere. Afferrò le chiavi e le guardò, una lacrima le luccicava all'angolo di un occhio.
«Che fai piangi?» le chiese Saverio. Lei fece spallucce, si avvicinò e lo baciò di nuovo.
«Ehi, avvocato» rispose, quasi senza staccare le labbra dalle sue «ora potrai lasciare quel lavoraccio e aprire uno studio privato.»
«Ma certo! magari apriamo anche uno studio grafico per te. Con tutte le spese che abbiamo avuto, manca solo che lasciamo i nostri impieghi» replicò avviando l'auto e immettendosi nel traffico, quasi senza nemmeno badare alle vetture che sopraggiungevano.
«Aspetta. Devo avvertire che...» iniziò la ragazza, guardando verso il palazzo dove lavorava.
«Non c'è tempo, dobbiamo andare» rispose Saverio sorridendo. Sandra alzo le spalle, chiuse il rapidograph e se lo infilò in tasca.
»
Cacciatori di Fantasmi, di Fabio Monteduro - Chiara A.


«L’avevano chiamata Corinna perché era un nome di famiglia ma la chiamavano tutti Cori (con la o aperta).
Era stata la mamma ad imporre tanto il nome che il diminutivo. Il marito non metteva bocca nelle faccende di casa.
Quel pover’uomo era stato confinato in un angolo: mamma e figlia lo ignoravano. Cori era ancora una ragazzina e aveva già imparato a trattare altezzosamente gl’inferiori: cominciando dal padre.
Allora stavano alla Spezia. Cori non ci si poteva vedere. Aspettava con ansia l’estate, quando sarebbero andate in vacanza a Volterra.
In settembre prendeva le ferie anche il padre. Si vergognavano ad andarci fuori insieme. Erano uno spettacolo: lei che dava il braccio alla mamma e la trascinava via; il padre che durava fatica a star loro dietro.
Poi il padre aveva fatto l’ultima: era morto prima dei fatidici diciannove anni, sei mesi e un giorno di servizio che avrebbero assicurato una pensioncina alla vedova.
»
La disavventura, di Carlo Cassola - Antonio


«Un giorno Annabel vide in cielo il sole e la luna nello stesso istante. La scena la riempì di un terrore che la consumò totalmente e non l'abbandonò finché la notte non si concluse in catastrofe, essendo lei priva d'ogni istinto di conservazione di fronte alle ambiguità.
Era successo mentre tornava a casa, attraversando il parco a piedi. Nel sistema di corrispondenze con cui interpretava il mondo attorno a sé, il parco era investito d'un significato particolare, e ne percorreva i viali invasi dall'erba con un piacere nervoso, soprattutto in certe luci offuscate dell'inverno, quando gli alberi erano spogli e il sole, al tramonto, segnava i contorni dei rami con un freddo fuoco.
»
Love, di Angela Carter - Sakura


« Fu sua moglie la prima a saperlo. «Mi faresti un piccolo favore?» chiese Greta dalla camera da letto quel pomeriggio. «Dovresti aiutarmi un attimo con una cosa. Non ci vorrà molto.» «Certo» disse Einar tenendo gli occhi fissi sulla tela. «Quello che vuoi.» Il vento del Baltico rinfrescava la giornata di primavera. Erano nel loro appartamento nella Casa delle Vedove, ed Einar, un uomo minuto e quasi trentacinquenne, stava dipingendo a memoria un paesaggio invernale del Kattegat. Sull’acqua nera e crudele, tomba di centinaia di pescatori che ritornavano a Copenaghen con le loro prede sotto sale, era stesa una cappa bianca. Il vicino del piano di sotto era un marinaio con la testa piccola e tonda che insultava la moglie. Quando Einar dipingeva l’increspatura grigia di ogni onda, immaginava il marinaio che annegava, con una mano sollevata a chiedere aiuto, e sentiva la sua voce che sapeva di vodka di patate dare ancora della puttana da porto alla moglie. In questo modo Einar capiva che sfumatura dare ai suoi colori: abbastanza grigia da inghiottire un uomo del genere e richiudersi come pastella sul suo ringhio che affondava. «Arrivo fra un attimo» disse Greta, più giovane del marito e bella, col viso largo e piatto. «Poi possiamo cominciare.» Anche in questo Einar era diverso da sua moglie. Lui dipingeva la terra e il mare: piccoli rettangoli illuminati dalla luce obliqua di giugno, o offuscati dal pallido sole di gennaio. Greta dipingeva ritratti, spesso a dimensioni naturali, di personaggi di una certa importanza, con le labbra rosa e i capelli luminosi. Il signor I. Glückstadt, il finanziere del porto franco di Copenaghen. Christian Dahlgaard, pellicciaio del re. Ivar Knudsen, socio dei cantieri navali Burmeister e Wain. Quel giorno doveva dipingere il ritratto di Anna Fonsmark, mezzosoprano dell’Opera reale danese. Direttori e magnati dell’industria commissionavano a Greta ritratti da appendere in ufficio, sopra uno schedario, o alla parete di un corridoio per nascondere i segni lasciati dal carrello di un operaio. Greta apparve sulla soglia della camera. Si era raccolta i capelli: «Sei sicuro che non ti dispiace interrompere per darmi una mano?» gli chiese. «Non te l’avrei chiesto se non fosse importante; il fatto è che Anna ha di nuovo rimandato la seduta di posa. Perciò… ti dispiacerebbe provarti le sue calze?» chiese Greta «… e le scarpe?»»
The danish girl, di David Ebershoff - Il gatto Zorba

1 giugno 2017

La vetrina degli incipit - Maggio 2017

L'incipit in un libro è tutto. In pochi capoversi l'autore cattura l'attenzione del lettore e lo risucchia nel vortice della storia. Oppure con poche banali parole lo perde per sempre...
Quanti libri, magari meritevoli, giacciono abbandonati dopo poche righe sui comodini di ogni lettore? E quanti altri invece sono stati divorati in poche ore perché già dalle prime righe non siamo più riusciti a staccare gli occhi dalle pagine?
Anche questo mese vogliamo condividere con voi gli incipit dei libri che stiamo leggendo, perché alcuni di voi possano trarre ispirazione per le loro future letture e perché altri possano di nuovo perdersi nel ricordo di personaggi e atmosfere che già una volta li avevano rapiti...





«FORMAN (Parla sempre molto velocemente): Scusate signora, ma una delle cameriere desidera parlarvi.
MADGE sta scorrendo ansiosamente il giornale e si siede pesantemente su uno sgabello vicino al piano.
MADGE
(Senza alzare lo sguardo dal giornale) Non ho tempo, ora.
FORMAN Molto bene, signora.
(Si gira per andar via)
MADGE
(Sempre senza alzare lo sguardo dal giornale) Quale cameriera?
FORMAN
(Girandosi di nuovo verso MADGE) Térèse, Signora.
MADGE
(Alzando lo sguardo, con una certa sorpresa nella voce) Térèse! FORMAN Sì, signora.
MADGE Sai di che cosa voglia parlarmi?
FORMAN Non ne ho la più pallida idea, signora.
MADGE Deve dirlo a te. Sono molto occupata e non posso riceverla, a meno che io non sappia di cosa si tratta.
FORMAN Riferirò, signora.
(Si gira ed esce dal centro del palco, chiudendo piano e con cura la porta, per poi rientrare immediatamente e osservare MADGE dal centro).

MADGE sfoglia il giornale; trovato ciò che cercava, inizia a leggere ansiosamente. Come se non vedesse bene, si avvicina alla luce e ricomincia a leggere con grande attenzione. FORMAN chiude la porta al centro e rimane in piedi a osservare MADGE mentre quest’ultima legge il giornale; l’azione si prolunga, in modo che sia chiaro che Forman non sta aspettando che lei finisca per pura educazione: la guarda in modo intenso e acuto, ma senza assumere altre espressioni. MADGE termina la lettura e si alza con rabbia, gettando con violenza il giornale sul pianoforte. Si gira e si dirige verso destra, vicino alla grande scrivania. Si ferma, poi va di nuovo verso sinistra, con rabbia. Vede FORMAN, riacquista immediatamente il contegno. Quando MADGE si gira, FORMAN sembra essere appena entrato e si sposta leggermente al centro.

FORMAN
(Verso il centro) Non sono riuscito a farmi dire una parola, signora. Insiste che deve parlarne lei stessa con voi.
MADGE Dille di aspettare fino a domani.
(Si gira e si dirige verso destra)
FORMAN È quello che ho fatto, signora, ma ha risposto che domani non sarà più qui...
»
Sherlock Holmes e lo strano caso di Alice Faulkner, di William Gillette e Arthur Conan Doyle - Polyfilo

«Lapietà? Georges? Lo conosci, è il classico tipo che nelle confidenze ci sguazza, come i cani in campagna nella fossa del letame. (Quel movimento elicoidale che li attorciglia tutti, dal muso alla coda!) Lui, uguale. E poi ne spande ovunque. Allora tanto vale entrare subito nella sua testa. Non è un’indiscrezione, è stato lui stesso quel giorno a raccontare tutto ai ragazzi. A cominciare dall’accuratezza con cui si è preparato per andare a prendere l’assegno. E i buoni motivi che aveva per non arrivare puntuale: Ho tutte le carte in mano, arrivo all’ora che mi va, becco i soldi e ce ne andiamo in vacanza, questo voleva far capire al gentile comitato: Ménestrier, Ritzman, Vercel e Gonzalès. Settimane passate a scegliere con cura il travestimento.»
Il caso Malaussène. Mi hanno mentito, di Daniel Pennac - Sakura

«Sogno azzurro.

Il merlo indiano era l'eredità di papà. Papà era morto da più o meno cinque anni e aveva lasciato in casa un buco con la sua sagoma, la sua forma e la sua profondità, parecchie mutande enormi ancora da collaudare, qualche pannolone e il merlo. Il merlo aveva la caratteristica di parlare a sproposito e gracchiava cose tipo "hasta siempre" o "la cena si fredda" o "sei la più bella della foresta pluviale". Aveva anche il vizio di cagare a intervalli regolari. Prima di cagare papà gli aveva insegnato a dire "alla salute". E il merlo diceva: «Alla salute.» E cagava. Anche tutto il resto del repertorio era merito di papà. Max puliva la gabbia dell'eredità di papà tre volte al giorno, dopo il caffè della colazione, dopo il caffè del pranzo e dopo il caffè della cena. Subito dopo puliva mamma.
»
Quando il jazz tra la mezzanotte e l'una, di Alessandro Frailis - Il gatto Zorba

«Ancora una notte, ancora quel sogno, ancora quelle immagini. Sempre le stesse, da 3 anni. Ogni volta si aggiungeva un particolare che completava il quadro, ogni volta si svegliava con la stessa nostalgia e la voglia di tornare a casa. Anche se non sapeva dove fosse, ormai, la sua casa. Il sogno iniziava sempre allo stesso modo. Vedeva i suoi piedi decorati con bellissimi tatuaggi color argento. Camminava calpestando candida sabbia, morbida come velluto e fresca. Le minuscole pietre che si mescolavano la distesa sabbiosa riflettevano i bagliori notturni, allora alzava il capo a contemplare il cielo, sconfinato. Una stella cadente solcava la volta celeste, lasciando una scia luminosa che si dissolve vari assorbita dalla notte. All'orizzonte Le Tre Lune sorgevano allineate. Tornando ad abbassare lo sguardo, potevo osservare le vastità del deserto di Muna, volgendosi a Est, l'immenso bosco degli alberi neri e a nord in lontananza la sagoma scura del palazzo con le sue guglie e le torri. Una risata sgorgava argentina dal centro del suo cuore. Ecco la sua casa, ecco il regno cui apparteneva. Poi una scossa sotterranea la faceva trasalire è un brivido le percorreva la schiena. Guardando a terra vedeva con orrore che la sabbia aveva lasciato spazio a una voragine che correva lunga e profonda verso il palazzo. La crepa nera sembrava portare al centro stesso della terra. Lei e stava a guardare inorridita l'oscurità, mentre una voce tetra saliva dal nulla. Si svegliava proprio prima di cogliere ciò che la voce diceva. E fuoco il punto che si sveglio anche con la notte.»
Sei pietre bianche, di Daisy Franchetto - Chiara A.


«Ero stato malato per molto tempo. Il giorno in cui lasciai l’ospedale camminavo a fatica e quasi non ricordavo più chi avrei dovuto essere. Usi la volontà, mi disse il medico, e in tre o quattro mesi tornerà come prima. Non gli credetti, ma seguii lo stesso il suo consiglio. Mi avevano dato per morto, e ora che avevo smentito i pronostici evitando misteriosamente di morire, che scelta mi restava se non vivere come se mi aspettassi una vita futura?»
La notte dell’oracolo, di Paul Auster - Antonio

1 maggio 2017

La vetrina degli incipit - Aprile 2017

L'incipit in un libro è tutto. In pochi capoversi l'autore cattura l'attenzione del lettore e lo risucchia nel vortice della storia. Oppure con poche banali parole lo perde per sempre...
Quanti libri, magari meritevoli, giacciono abbandonati dopo poche righe sui comodini di ogni lettore? E quanti altri invece sono stati divorati in poche ore perché già dalle prime righe non siamo più riusciti a staccare gli occhi dalle pagine?
Anche questo mese vogliamo condividere con voi gli incipit dei libri che stiamo leggendo, perché alcuni di voi possano trarre ispirazione per le loro future letture e perché altri possano di nuovo perdersi nel ricordo di personaggi e atmosfere che già una volta li avevano rapiti...





«Senza dubbio Tsugumi era una ragazza impossibile.
Ho lasciato il mio tranquillo paesino, in cui si vive di pesca e di turismo, e sono venuta a Tokyo per frequentare l’università. Anche le giornate che trascorro qui sono molto divertenti. Mi chiamo Shirakawa Maria. Maria, proprio come la Madonna.
Però non mi sento affatto una santa. Ma nonostante questo, chissà perché, quando i nuovi miei amici parlano di me, non ce n'è uno che non dica che sono "generosa", o "serena". Se proprio devo dire come mi vedo io, credo di essere una semplice ragazza in carne e ossa, per di più con poca pazienza. Comunque, mi sono accorta di un fatto abbastanza strano.
Le persone, qui a Tokyo, se per caso si mette a piovere, se salta una lezione all'università o se un cane fa la pipì, insomma qualsiasi cosa succeda, si arrabbiano subito. Io, invece, sono un po' diversa. Mi arrabbio, sì, ma un istante dopo un'onda mi travolge e la mia collera si disperde nella sabbia... Ormai ero quasi convinta di essere "una tranquilla ragazza di provincia", quando l'altro giorno, dopo che un odioso professore non mi aveva accettato una relazione per un ritardo di un minuto, sulla via del ritorno ero pazza dalla rabbia: fissavo il tramonto e all'improvviso me ne resi conto.
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Tsugumi, di Banana Yoshimoto - Polyfilo

«Fra i grandi della nostra storia politica universale, Hitler rappresenta un caso davvero unico. Fino ai trent’anni la sua fu un’esistenza assolutamente oscura, ma a partire da allora e per tutti i ventisei anni successivi il suo destino cambiò, ed egli finì col lasciare un marchio indelebile nella storia dell’umanità, come dittatore della Germania e istigatore di una guerra di sterminio che segnò la più drammatica eclisse dei valori della civiltà mai verificatesi nei tempi moderni, e che si concluse con la distruzione del suo Paese e di gran parte dell’Europa.
Nato nel 1889 da una modesta ma rispettabile famiglia piccolo–borghese nella cittadina austriaca di Braunau am Inn, posta al confine con la Germania, nella prima parte della sua via Adolf Hitler non fece nulla che potesse anche solo lontanamente far presentire il destino di tragica grandezza che a distanza di qualche decennio lo avrebbe reso quasi padrone del mondo. Tutto invece lasciava prevedere un futuro di mediocrità e grigiore.
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Hitler e l’enigma del consenso, di Ian Kershaw - cattivissima prof

«Bravo chi sa spiegarle, le leggi. O come siano state cambiate dal tempo e dagli uomini. Per quasi ottant’anni, dalle nostre parti, l’unico modo per ottenere un divorzio era che uno dei coniugi finisse in galera per qualche reato o si facesse beccare in flagrante adulterio. La violenza fisica o la malattia mentale non contavano niente. E, nei dieci anni successivi alle mie dimissioni da vicesceriffo di contea, quelle antiquate leggi sul divorzio erano servite a riempirmi le tasche. Poi l’assemblea legislativa dello Stato, in un vortice di attivismo al termine di una seduta straordinaria, le aveva modificate lasciandomi in brache di tela. Adesso, da noi, i matrimoni possono terminare per divergenze inconciliabili. Entrambi gli schieramenti, favorevoli e contrari, erano rimasti più che spiazzati dall’imprevista iniziativa del legislatore, ma non tanto quanto il sottoscritto, che aveva passato i due giorni seguenti in ufficio, con un consistente malumore, a bere e godersi il panorama, soppesando un futuro che si presentava inaspettatamente buio. E il panorama aveva un’aria di gran lunga più piacevole delle mie prospettive.»
Il caso sbagliato, di James Crumley - Antonio

«La cittadina prende il nome dal fiume. La corrente, rapida e pericolosa, prorompe con allegria convulsa, trascinandosi dietro pezzi di legno e ciocchi di ghiaccio. Nei piccoli anfratti dove l'acqua rimane intrappolata le pietre, blu, nere e viola, risplendono dal letto del fiume lisciate e arrotondate a perfezione, e sembra di vedere una covata di grosse uova in un cesto d'acqua. Il rumore è assordante.
Dai ramoscelli più esili degli alberi di Folk Park sospesi sul fiume stilla con soffice sussurro il ghiaccio al disgelo, e la scultura di cerchi metallici, un pugno nell'occhio a detta di molti abitanti del luogo, è impreziosita da una collana di ghiaccioli scompigliati, bluastri nella notte gelata. Se si fosse addentrato di più, lo straniero avrebbe visto le bandiere di varie nazioni, a indicare quanto il posto sia diventato cosmopolita e, in ossequio alla nostalgia, ci sono un vecchio macchinario agricolo, una mietitrebbia, la ruota di un mulino e la copia di un cottage irlandese risalenti a quando i contadini abitavano nei tuguri e per sopravvivere mangiavano le ortiche.
Si sofferma sulla sponda del fiume, come ipnotizzato dall'acqua.
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Tante piccole sedie rosse, di Edna O'Brien - Sakura

1 aprile 2017

La vetrina degli incipit - Marzo 2017

L'incipit in un libro è tutto. In pochi capoversi l'autore cattura l'attenzione del lettore e lo risucchia nel vortice della storia. Oppure con poche banali parole lo perde per sempre...
Quanti libri, magari meritevoli, giacciono abbandonati dopo poche righe sui comodini di ogni lettore? E quanti altri invece sono stati divorati in poche ore perché già dalle prime righe non siamo più riusciti a staccare gli occhi dalle pagine?
Anche questo mese vogliamo condividere con voi gli incipit dei libri che stiamo leggendo, perché alcuni di voi possano trarre ispirazione per le loro future letture e perché altri possano di nuovo perdersi nel ricordo di personaggi e atmosfere che già una volta li avevano rapiti...





«In mezzo alle montagne c’è il lago d’Orta. In mezzo al lago d’Orta, ma non proprio a metà, c’è l’isola di San Giulio. Sull’isola di San Giulio c’è la villa del barone Lamberto, un ricco signore molto vecchio (ha novantatré anni), assai ricco (possiede ventiquattro banche in Italia, Svizzera, Hong Kong, Singapore, eccetera), sempre malato. Le sue malattie sono ventiquattro. Solo il maggiordomo Anselmo se le ricorda tutte. Le tiene elencate in ordine alfabetico in un piccolo taccuino: asma, arteriosclerosi, artrite, artrosi, bronchite cronica, e così avanti fino alla zeta di zoppia. Accanto ad ogni malattia Anselmo ha annotato le medicine da prendere, a che ora del giorno e della notte, i cibi permessi e quelli vietati, le raccomandazioni dei dottori: «Stare attenti al sale, che fa aumentare la pressione», «Limitare lo zucchero, che non va d’accordo con il diabete», «Evitare le emozioni, le scale, le correnti d’aria, la pioggia, il sole e la luna».
Certe volte il barone Lamberto sente un dolorino qui o lì, ma non riesce ad attribuirlo con precisione ad una delle sue malattie. Allora domanda al maggiordomo:
- Anselmo, una fitta qui e l’altra lì?
- Numero sette, signor barone: l’ulcera duodenale.
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C’era due volte il barone Lamberto ovvero I misteri dell’isola di San Giulio, di Gianni Rodari - Antonio

«"Il suo romanzo - dice - è in assoluto uno dei cinque o sei libri della mia vita"
"Lei deve assicurare il Sr. Sisovsky - mi rivolgo alla sua accompagnatrice - che mi ha adulato a sufficienza"
"Lo hai adulato a sufficienza" lo rimbecca lei. Una donna di circa quarant'anni, dagli occhi slavati, gli zigomi ampi, capelli neri, severamente divisi in due, un viso distratto, che attira l'attenzione. Una vena blu si gonfia pericolosamente su una tempia, mentre lei si muove in bilico sul bordo del mio sofà, quasi immobile. In nero come il principe Amleto. Segni di usura sul retro della gonna di velluto nero del suo funereo completo. Il suo profumo è forte, le calze sono smagliate, i nervi scossi.
Lui è più giovane, forse di una decina d'anni: tarchiato, minuto, robusto, con un ampio viso dal naso piccolo che mostra la forza malvagia di un pugno chiuso in un guanto. Lo vedo bene nell'atto di abbassare la fronte e buttar giù porte caricandole. Eppure i capelli sul lungo sono quelli di una chioma da rubacuori, densa e setosa, con una lucentezza scura e quasi levantina. Indossa un abito grigio, dal tessuto impercettibilmente luminoso, con la giacca dal taglio alto sulle spalle, che stringe un po' sulle spalle. I calzoni sono attillati sulla parte bassa di un busto muscoloso in maniera sproporzionata - come di un calciatore in pantaloni lunghi. Le scarpe bianche con la punta hanno bisogno di riparazioni; la camicia bianca ha i bottoni in alto aperti.
Ha qualcosa del perditempo, qualcosa del gaglioffo, qualcosa anche del ragazzo viziato.
»
L'orgia di Praga, di Philip Roth - Polyfilo

«Dunque eccomi qui, a testa in giù in una donna. Braccia pazientemente conserte ad aspettare, aspettare e chiedermi dentro chi sono, dentro che guaio mi sto per cacciare. Mi si chiudono gli occhi di nostalgia al ricordo di quando fluttuavo libero nel mio sacco opalescente, a spasso dentro la bolla sognante dei miei pensieri, tra capriole al ralenti in un oceano privato, e delicate carambole contro i confini trasparenti della mia prigione, quella membrana sicura che, pur attutendole, vibrava insieme alle voci di cospiratori intenti a una macchinazione odiosa. Succedeva nella spensierata stagione della mia giovinezza. A questo punto, ormai completamente capovolto, con le ginocchia schiacciate al petto e senza alcun margine di movimento, non ho soltanto la testa impegnata ma anche tutti i pensieri. Non ho più scelta, un orecchio è premuto giorno e notte contro le pareti irrorate di sangue. Ascolto, prendo appunti mentali, e mi preoccupo. Tra le lenzuola sento discorsi efferati e mi agghiaccia il terrore di quel che mi aspetta, di quel che potrebbe compromettermi. »
Nel guscio, di Ian McEwan - Sakura

«Quando James era piccolo, la stanza dei giochi era popolata di gufi. Sulla carta da parati, nascoste in un intrico di rami, se ne intravedevano numerose coppie identiche. Più giù, se ne stava apopollaiato un trio di gufetti verdi, i becchi puntuti socchiusi, stretti l'uno all'altro in mezzo a grandi fiori verdi spinosi dalle minuscole corolle binache che ricordavano a James i bottoncini di madreperla sul vestito della domenica di Charlotte. Quando era solo, James era convinto di sentirli parlottare tra loro a mezza voce come scimmie, graffiando con insitenza quei rami perennemente verdi con i loro artigli. Ma quando c'era Charlotte si zittivano, perché lei aveva detto che, se non si fossero comportati bene, avrebbe preso la sua scatola di acquerelli e oscurato gli occhi a tutti.
La notte, James sentiva i gufi veri, fuori, e se li immaginava volare nell'oscurità. A volte udiva il grido di una volpe, un verso inquietante, come un cane che ride. E altre volte un rumore della casa, un sussurro scricchiolante, come se le pareti esalassero un sospiro.
»
The Quick, di Lauren Owen - Valetta

«Una voce e un profumo a me cari, una luce e una temperatura che adoro. Sono abbracciata, stretta stretta, a una persona importante. Siamo legati in modo indissolubile. Non provo neanche un briciolo di incertezza o malinconia, come se fossi tornata neonata, attaccata con sicurezza al seno materno. Non ho ancora perso nulla, una dolcissima sensazione permea tutto il mio corpo.
D'un tratto, apro gli occhi.
Un soffitto.
Una camera, una mattina.
Sono sola.
Tokyo.
...capisco.
Stavo sognando. Mi alzo dal letto.
In appena due secondi, quel caldo senso di essere una cosa sola che mi avvolgeva fino a poco fa é svanito. Senza lasciare tracce, neppure una sensazione in cui indugiare. Quasi all'istante, comincia a sgorgarmi una lacrima per l'eccessiva repentinità della cosa. Ogni tanto, la mattins, appena sveglia mi capita di ritrovarmi a pian
gere senza sapere perché.
»
Your name, di Makoto Shinkai - Chiara A.

«Potresti pensare che ormai si siano abituati a me. Voglio dire, non lo sanno che dopo millequattrocento anni le menate sui neri sono finite? Che noi neri, un tempo perennemente alla moda, sempre aggiornati come l’ora di Greenwich, oggi siamo storia di ieri, come gli utensili dell’età della pietra, il velocipede e le cannucce di carta? Ormai è ufficiale: i negri sono esseri umani. Lo dicono tutti, perfino gli inglesi. Non ha importanza se ci credono davvero; siamo mediocri e banali come il resto della specie. Le anime tormentate dei nostri morti ora sono libere di esprimere ciò che sono in realtà, oltre quella patina da primitivi moderni. Josephine Baker può togliersi l’osso dal naso, e il suo scheletro dalle gambe storte può tornare alla propria dotazione originaria di duecentosei. Il fantasma tormentato di Langston Hughes può posare la stilografica Montblanc (un regalo) e spalancare la bocca. Non per recitare i suoi versi populisti in rima, ma per leccare e succhiare il portentoso membro di un delinquente di Harlem e mettere in pratica quella che dopotutto è la vera tradizione orale. I nostri rivoluzionari possono deporre le armi. La guerra è finita. Non ha importanza chi ha vinto, prendete i vostri revolver, le pistole da quattro soldi, le calibro nove, quelle che da sbronzi agitavate in faccia ai bambini gridando spacchiamo il culo ai bianchi, prendetele e chiudetele nella vetrinetta, immobili e passive sopra il feltro rosso a far compagnia allo schioppo, all’archibugio portoghese e al moschetto da Minuteman. Anche per il più coraggioso di noi il grido di battaglia non è più «Ci vediamo all’inferno», ma «Ci vediamo in tribunale». Perciò, se la Storia non ha smesso di tormentarvi, telefonate a un avvocato e chiedete un risarcimento per la schiavitù. Essere neri è passato di moda, e da parte mia non potrei esserne più felice, perché adesso sono libero di andare al solarium, se ne ho voglia, e ne ho voglia. »
Slumberland, di Paul Beatty - Daniele

« Mi sento come rattrappito in questo piccolo ufficio. Non sono mai stato a mio agio negli spazi angusti, anche se in questo c’è qualcosa di particolare. È come se questa piccola area fosse ricoperta da uno strato confortante, come se i libri e i fogli e l’odore di sigari riuscissero a eliminare la ristrettezza dello spazio e il soffitto basso. «Dimmi di nuovo perché sei qui,» dice una voce, irrompendo nella mia distrazione. Il professor Matheson mi ha posto la stessa domanda per gli ultimi cinque anni. Non gli ho mai risposto ma, visto che sono vicino a ottenere il mio dottorato di ricerca, è il momento di pensarci. «A volte me lo chiedo anch’io.» Le sue sopracciglia si sollevano. In parte è professore, in parte consulente scolastico e in parte strizzacervelli dei reduci. Odio che rivesta più incarichi. Non che sia un vero strizzacervelli, ma da ciò che mi ha detto era un medico ufficiale della Marina. «Studiare non mi è mai venuto naturale,» continuo. «Alle scuole elementari passavo più tempo a studiare le persone che i libri.» Mi chiedo se Matheson sia sempre stato così sciatto, se era così anche quando prestava servizio. Io stesso sono ancora relativamente rigido quando si tratta di ordine e pulizia. «Penso che sarebbe stato stupido non prendere una laurea,» dico, «vista la possibilità con la Montgomery Bill.» «Hai deciso cosa farai una volta che avrai il dottorato?» «Tutto tranne che diventare un ingranaggio della macchina industriale. La vita di mio padre non fa per me.»»
Nascosti dal mondo, di J.W.Kilhey - Il gatto Zorba

 

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