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9 giugno 2017

Tredici - Jay Asher

Clay Jensen torna a casa da scuola e davanti alla porta trova un pacchetto indirizzato a lui, ma senza mittente. Dentro ci sono sette cassette numerate con dello smalto blu. Clay comincia ad ascoltare: le ha registrate Hannah Baker, la ragazza di cui Clay è innamorato da sempre. La stessa ragazza che si è suicidata due settimane prima. Hannah ha registrato tredici storie, una per lato, una per ogni persona che in un modo o nell’altro l’ha spinta verso la decisione di togliersi la vita. Ma lui cosa c’entra? Clay è sconvolto, vuole capire fino in fondo, scoprire quale ruolo ha svolto. Per tutta la notte, guidato dalla voce di Hannah, Clay ripercorre gli episodi e i luoghi che hanno segnato la vita della ragazza e che come tante piccole palle di neve si sono accumulati fino a divenire una valanga incontrollabile. Per tutta la notte, con la voce nelle cuffie, Clay si tuffa nei ricordi, nei rimpianti, e si tormenta cercando di capire cosa sarebbe successo se…

Recensione

Se non avete vissuto sotto un sasso negli ultimi mesi, avrete sicuramente sentito parlare di Tredici, nuova serie TV targata Netflix di enorme successo per il tema trattato e il formato scelto per trattarlo.
Bullismo e suicidio fra adolescenti si ammantano di un'aura di mistero quando tredici ragazzini ricevono una scatola di audiocassette registrate dalla compagna di scuola suicida, Hanna, prima di morire, nelle quali li accusa di essere la causa del suo gesto.

Temi forti e attuali originati dall'omonimo romanzo di Jay Asher uscito già dieci anni fa - ma in Italia solo nel 2013 - e che ora Mondadori ripubblica per la sua collana Young Adult Chryslide sfruttando il glamour della serie con una nuova copertina abbinata.

Tredici è un interessante esperimento dall'intento encomiabile: parlare di bullismo agli adolescenti e nel loro linguaggio, esplorare le ragioni che possono portare a desiderare il suicidio, senza peli sulla lingua ma trasmettendo anche il messaggio che esistono altre soluzioni alla disperazione e l'aiuto è più vicino di quanto si creda.
Il metodo utilizzato per raggiungere questo scopo desta però qualche perplessità.

A mio parere Asher colpisce nel segno nell'individuare il percorso che ha portato Hanna al suicidio. Alcuni potranno trovare parte delle motivazioni raccontate non abbastanza "gravi" da giustificare un tale gesto ma non bisogna dimenticare quanto i teenagers tendano a essere emotivi e vulnerabili oltre che considerare "l'effetto valanga" più volte citato dall'autore nel libro che porta tanti piccoli episodi spiacevoli a sommarsi e ingigantirsi, soprattutto se combinati a uno o due episodi molto gravi, come accade alla protagonista.
Pettegolezzi infondati e una cultura che tende a minimizzare la violenza sessuale scaricandone la maggior parte delle colpe sulla vittima non sono una novità della nostra società, ma il nostro culto dell'immagine e la facilità con cui le informazioni si diffondono nel mondo contemporaneo hanno sicuramente contribuito a ingrandire e inasprire il fenomeno.
Hanna a mio parere rappresenta perfettamente il lento sgretolarsi dell'autostima di un'adolescente fragile che si lascia travolgere da una spirale di solitudine, incomprensione e anche un briciolo di egocentrismo.

Ciò che mi ha lasciata perplessa, invece, è il metodo scelto da Hanna per diffondere la sua storia, che sembra più una soluzione artificiosa ideata dall'autore per rendere il libro più appetibile.
Perché, nel 2007, un'adolescente dovrebbe scegliere di registrare il suo messaggio di addio su delle audiocassette? E' altamente probabile che la maggior parte dei destinatari del messaggio non abbiano mai visto un'audiocassetta in vita loro e non abbiano a disposizione i mezzi per ascoltarla (Hanna stessa deve procurarsi il registratore da un amico convenientemente appassionato di strumenti vintage).
Nelle registrazioni il suo tono è prevalentemente astioso e vendicativo - atteggiamento comprensibile ma a mio parere un po' incompleto - ma se avesse voluto far sentire le persone colpevoli le sarebbe bastato inviare loro una lettera d'accusa. Invece ella crea questa "catena di Sant'Antonio" in cui ognuno dei colpevoli è costretto a inoltrare le registrazioni alla persona successiva minacciandoli dell'esistenza di un secondo set di cassette che verrebbe diffuso pubblicamente in caso uno di loro decidesse di interrompere la catena. Ma qual è la ragione di questo complesso macchinario? Se avesse voluto umiliare i colpevoli rendendo noti i loro abusi perché limitarsi alle sole persone della lista invece di diffondere lei stessa le cassette a tutta la scuola?

La verità è che non è Hanna a voler raccontare la sua storia ma Jay Asher che ha bisogno di tenere una "lezione sul bullismo" ed è alla ricerca di un escamotage efficace e affascinante che tenga i lettori incollati e doni loro anche una certa dose di suspense, cosa che una "normale" lettera di suicidio non avrebbe potuto fare.
Il tono del romanzo è spesso didascalico e forzato, l'ombra del narratore evidente in ogni pagina e Hanna e Clay appaiono spesso come se stessero recitando i punti di un pamphlet informativo sui suicidi adolescenziali.

Inoltre Hanna include nella sua lista persone che in realtà non hanno alcuna colpa e davvero non è chiaro perché decida di sottoporli a una tale tortura. D'altro canto, il peggiore dei suoi aguzzini, colpevole di un crimine perseguibile per legge addirittura, non è incluso fra i tredici destinatari: certo la ragazza potrebbe aver avuto paura che l'interessato interrompesse la catena delle registrazioni ma, oltre ad avere un set di back up apposta per questo, le sarebbe bastato mettere la persona in questione per ultima.
Una parziale spiegazione potrebbe essere la volontà di costringere uno dei tredici bulli a "redimersi" denunciando il crimine narrato, ma nel corso del racconto Hanna non sembra mai veramente interessata a raddrizzare un torto, soprattutto se non rivolto espressamente contro di lei.

Come si intuisce, quindi, non è semplice amare Hanna come protagonista, un tratto del libro che ho apprezzato perché tra i più realistici: l'autore non vuole che condanniate il bullismo perché la vittima vi suscita pietà, ma perché è un atto meschino e sbagliato in sé.
D'altro canto, furbamente, non vuole del tutto alienarsi i lettori e per questo sceglie come voce narrante Clay: un bravo ragazzo, sensibile e innamorato della ragazza morta.
Peccato che Asher finisca inconsciamente per cadere vittima degli stessi pregiudizi che vorrebbe condannare: nel rammaricarsi per non essere stato più vicino ad Hanna, Clay commenta più volte che sapeva che le voci su di lei erano infondate e per questo meritava il suo amore mentre non meritava il modo in cui era stata trattata. Quindi, si intuisce, se Hanna si fosse davvero lasciata palpeggiare al primo appuntamento, se davvero fosse andata oltre il bacio con uno o più ragazzi, allora avrebbe meritato di essere chiamata zoccola, ostracizzata e molestata fisicamente secondo l'autore? Arriveremo mai a un punto in cui smetteremo di usare due pesi e due misure per uomini e donne e capiremo che una ragazza ha il diritto di avere una sua vita sessuale senza che gli altri siano tenuti a esprimere un giudizio?

Come si vede, alla fine questo libro ha molte buone intenzioni ma non manca di pecche e a fine lettura sorge il sospetto che il grosso pubblico sia stato attirato più dall'idea di scoprire i torbidi segreti di un gruppo di adolescenti che da una sincera riflessione sul dramma del bullismo.

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Tredici
  • Titolo originale: Thirteen reasons why
  • Autore: Jay Asher
  • Traduttore: L. Borgotallo, M. C. Dallavalle
  • Editore: Mondadori
  • Data di Pubblicazione: 2017
  • Collana: Chrysalide
  • ISBN-13: 9788804626114
  • Pagine: 247
  • Formato - Prezzo: Rilegato - Euro 17,00

13 ottobre 2014

Stephen King: gli ultimi (e i prossimi) adattamenti televisivi e cinematografici

Non si fa in tempo a leggere una novità che subito ne arriva un'altra: a partire dall'uscita nelle sale di Carrie di Kimberly Peirce, questo 2014 è stato (e sarà ancora) un anno ricco di annunci per quanto riguarda gli adattamenti cinematografici tratti da opere di Stephen King.


Vi avevamo già parlato a maggio della trasposizione filmica de Il gioco di Gerald (1992), annunciata al Festival di Cannes e prevista per il 2015 per la regia di Mike Flanagan. Ebbene, questo ottobre ci porta invece due film tratti da altrettante novelle della raccolta Notte buia, niente stelle (2010): A Good Marriage e Big Driver.

Il primo, annunciato nel 2012 e uscito proprio in questi giorni (precisamente il 3 ottobre, nei soli Stati Uniti), è tratto dalla novella Un bel matrimonio. La trama è semplice e accattivante: dopo venticinque anni di felice matrimonio, Darcy scopre che il marito Bob è in realtà un pericoloso serial killer. Diretto e prodotto da Peter Askin, il film è interpretato da Joan Allen (Nixon, Face/Off, The Notebook) e da Anthony LaPaglia (Autumn in New York, Senza traccia).
Il secondo sarà trasmesso sul canale Lifetime il 18 ottobre ed è tratto dalla novella Il Maxicamionista: Tess, giallista di successo, diviene vittima inerme di uno stupro che fa scattare in lei un inaspettato quanto gelido sentimento di vendetta. Interpretato da Maria Bello (Le ragazze del Coyote Ugly, Il club di Jane Austen), il film è diretto da Mikael Salomon e sceneggiato da Richard Christian Matheson.

Non si fermano qui gli annunci: è infatti uscito il 7 ottobre (in streaming e download su Amazon) un adattamento cinematografico tratto dal racconto La nonna, incluso nell'antologia Scheletri (1985). Due bambini sono terrorizzati dalla nonna costretta a letto, presso cui si sono trasferiti insieme alla madre per prendersene cura: la vecchia possiede infatti strani poteri risvegliati dalla lettura di grimori oscuri. Mercy è diretto da Peter Cornwell, interpretato da Dylan McDermott (American Horror Story), Frances O'Connor (Mansfield Park, Timeline) e Chandler Riggs (The Walking Dead).

Un altro racconto, questa volta dalla raccolta Incubi e deliri (1993), vedrà la luce nel 2015 in forma cinematografica: si tratta di La gente delle dieci, incentrato su un accanito fumatore cui l'astinenza rivela un'inaspettata realtà. Sembra infatti che chi smette di fumare riesca a vedere la vera - inumana - natura di molte persone che vivono intorno a noi, comprese alcune che ricoprono posizioni di potere. Tali creature, nel racconto, sono presumibilmente i can-toi della saga della Torre Nera, ma di sicuro il film non mostrerà alcuna connessione. The Ten O'Clock People sarà diretto da Tom Holland e prodotto e interpretato da Jay Baruchel.

Per quanto riguarda gli altri progetti in ballo, non sono disponibili particolari novità, se non che è stata terminata la sceneggiatura del nuovo adattamento di The Stand, scritto da Josh Boone, e in cui - sembra - Matthew McConaughey indosserà i panni di Randall Flagg. Contrariamente a quanto annunciato precedentemente, la storia potrebbe essere trasposta in più di un film, la cui trasmissione sembra probabile per il 2015. Il 2015 è plausibile anche per l'atteso film su Cell, diretto da Tom Williams con la sceneggiatura dello stesso King e interpretato da John Cusack. Silenzio completo, se non per qualche blanda rassicurazione che il progetto non è stato ancora abbandonato, sull'ambiziosa trasposizione cinematografica e televisiva della saga della Torre Nera.


Approfondimenti:

  • Recensione a Il gioco di Gerald
  • Recensione a Notte buia, niente stelle
  • Recensione a L'ombra dello scorpione
  • Recensione a L'ultimo cavaliere
  • 18 agosto 2014

    Olive Kitteridge di Elizabeth Strout: la serie tv

    È ormai certo: Olive Kitteridge, romanzo in racconti della scrittrice statunitense Elizabeth Strout che nel 2009 si è aggiudicato il prestigioso Premio Pulitzer, diventerà una miniserie in quattro parti per l'importante emittente HBO.
    A incarnare il volto dell'energica - e spesso fin troppo dura - Olive, insegnante di matematica in pensione, sarà la cinquantasettenne Frances McDormand, attrice teatrale, televisiva e cinematografica, conosciuta al grande pubblico per Fargo, mentre Richard Jenkins interpreterà Henry, il placido marito della protagonista. Nel cast figurano anche Bill Murray, John Gallagher Jr, Peter Mullan, Zoe Kazan e Rosemarie Dewitt.
    Della trasposizione, diretta da Lisa Cholodenko, si parlava già dall'agosto 2013, ma solo qualche giorno fa sono stati diramati i nomi dei principali attori. Sarà presentata in anteprima alla Mostra del Cinema di Venezia il primo settembre. Noi potremo vederla sui piccoli schermi nell'inverno 2015.


    I racconti di Olive Kitteridge, ordinati cronologicamente e non per data di pubblicazione, narrano tredici storie autoconclusive. Sono storie di solitudine, racconti introspettivi quasi sempre di tono malinconico e non privi di una certa claustrofobia: lo sguardo acuto della Strout scatta istantanee di vita privata in diversi momenti di un arco trentennale, fotografando soggetti di ogni età, sesso e condizione sociale che si dibattono tra le grige onde della loro esistenza senza riuscire a emergere dalla loro joyciana paralisi. Giovani o anziani, tutti i personaggi patiscono un male di vivere che sembra accomunare l'intera comunità di Crosby. Il libro è pubblicato in Italia da Fazi Editore.


    Approfondimenti:

  • La recensione a Olive Kitteridge con note biografiche sull'autrice, inserita nello Speciale Premio Pulitzer di aprile
  • La recensione a I ragazzi Burgess, ultimo romanzo pubblicato di Elizabeth Strout
  • 4 agosto 2014

    Dal libro al telefilm: House of Cards

    Ora che è appena terminata la prima stagione, andata in onda sul canale satellitare Sky Atlantic, possiamo tirare le somme su questa super discussa e super pubblicizzata trasposizione dell'omonimo romanzo di Michael Dobbs, di cui vi abbiamo parlato qualche mese fa.
    Il bestseller di Dobbs, già consigliere personale di Margaret Thatcher, è in realtà il primo di una trilogia che racconta l'ascesa al potere dello spietato Francis Urquhart, capogruppo del partito conservatore inglese, ed era già stato portato sul piccolo schermo grazie a una miniserie della BBC, inedita in Italia ma di enorme successo in patria.
    Già nel 2008 l'acclamato regista David Fincher (Seven, Fight club)aveva visionato la serie inglese e ne era rimasto affascinato, anche perché da diverso tempo contemplava l'idea di un progetto per il piccolo schermo che, secondo Fincher, ha il vantaggio di garantire tempi più lunghi e una migliore possibilità di approfondire la psicologia dei personaggi.
    I produttori indipendenti Media Rights Capital tentarono di vendere lo show a diversi network "ufficiali", ma fu l'emergente Netfix , canale di streaming on demand, ad assicurasi il telefilm acquistando in anticipo ben due stagioni e segnando così un grosso colpo nel suo processo di crescita come network alternativo.

    Regista e sceneggiatori hanno fatto un lavoro magistrale nel modernizzare il romanzo di Dobbs, che in termini di riferimenti giornalistici, tecnologici e anche di emancipazione sessuale mostra ormai i suoi quasi 25 anni, e nel convertire la politica parlamentare britannica nel sistema governativo statunitense. La serie di Fincher è infatti ambientata a Washington D.C. nel 2013 e prende l'avvio subito dopo l'insediamento del nuovo governo democratico alla Casa Bianca, quando il protagonista, qui ribattezzato Francis "Frank" Underwood, capogruppo di maggioranza scopre che il neo-Presidente non ha alcuna intenzione di mantenere la sua promessa di nominarlo Segretario di Stato. Dietro ad un sorriso di facciata, Underwood nasconde una profonda delusione immediatamente tramutata in ira e desiderio di riscatto che lo porteranno a elaborare un piano di eliminazione dei concorrenti in una posizione di potere.
    Al di là della diversa ambientazione, spicca la scelta di cambiare il cognome del protagonista da Urquhart ad Underwood, cognome che alle orecchie del regista risultava più "dickensiano" e americano, pur mantenendo le stesse iniziali. L'Urquhart originale inoltre è di estrazione aristocratica, dettaglio che emerge più volte nel suo modo di relazionarsi con alcuni parvenu della politica, mentre il nuovo Underwood è un uomo del Sud che si è fatto da solo, capace di mascherare dietro alla proverbiale bonomia e cortesia sudista la sua natura spietata e calcolatrice. Magistrale è l'interpretazione che ne dà il Premio Oscar Kevin Spacey (American Beauty, I soliti sospetti), che infonde al suo personaggio un caldo accento del Sud e un'aria sorniona con la quale si rivolge direttamente ai telespettatori offrendo caustici commenti alle azioni dei suoi avversari (alcune delle battute migliori della serie sono contenute qui). L'idea di infrangere la "quarta parete" è stata presa direttamente dalla serie originale inglese, sebbene il tono di Underwood sia più sardonico e meno ammiccante rispetto al vecchio Urquhart lasciando trasparire un atteggiamento vagamente minaccioso che emerge poi più volte nel corso della serie.

    Altra importante novità è la figura di Claire Underwood, moglie di Frank, nel romanzo totalmente assente e qui invece personaggio fondamentale in quanto strategica alleata del marito, di cui condivide l'ambizione e la sete di potere, rendendo la coppia un'efficace trasposizione moderna dei Macbeth shakesperiani, a cui i due sono stati più volte paragonati. Il personaggio funziona anche grazie alla splendida Robin Wright (Forrest Gump, Le parole che non ti ho detto) che finora mi aveva sempre dato l'impressione della gattamorta, mentre qui sfodera una grinta inaspettata nel ritrarre con gran classe una donna complessa, fredda seppur non priva di sentimento e forse ancora più pericolosa del marito perché in grado di ammantare la sua sete di potere di un'aurea positiva proponendosi come sostenitrice di associazioni ed eventi benefici.Il suo rapporto con il marito è una delle cose migliori della serie: Wright e Spacey tratteggiano una coppia di freddi arrivisti che, pur intrattenendo una relazione estremamente pragmatica, si dimostrano profondamente innamorati e solidali l'uno con l'altra.

    Al di là dell'ambientazione politica, che è comunque complessa e intrigante, la serie è - a mio avviso - soprattutto uno studio dell'ambizione umana, dei diversi modi in cui si manifesta e fino a quali estremi ci può condurre, per cui il paragone con Macbeth è più che calzante così come lo è quello con Riccardo III, il quale tra l'altro aveva anche lui l'abitudine di rivolgersi direttamente agli spettatori, come il buon Frank.

    Sotto questo aspetto lo show fa un lavoro molto migliore del libro, che ho invece trovato un po' più grezzo e incentrato quasi esclusivamente sui meccanismi della politica che comunque emerge, in entrambi in casi, come un lavoro sporco. La serie, inoltre, fa un grosso passo avanti nella rappresentazione di tutti i personaggi femminili, non solo inventando una donna forte come Claire, ma anche migliorando l'immagine dell'intraprendente giornalista Zoe Barnes (nel libro Mattie Storin), per la quale viene inventata una relazione di "reciproco sfruttamento" con Underwood, e della malinconica Christina, fedele assistente e compagna del tormentato deputato Peter Russo, che nel libro era in realtà un addetto stampa con problemi di alcolismo. Entrambe sono raffigurate come più pratiche e meno propense ai piagnistei, oltre che poco inclini a gettarsi tremanti con i seni prosperosi fra le forti braccia del maschio protettore, come accade nel romanzo; va detto che anche qui c'è qualche caduta di stile con dialoghi da soap opera, soprattutto nelle sequenze intime fra Frank e Zoe, in cui lei dice battute tipo "Avevi detto che mi avresti fatto soffrire ma non l'hai fatto" oppure "Se hai bisogno di una troia posso fare la troia", che onestamente suonano abbastanza ridicole. Così come appare abbastanza assurdo che una giornalista precaria si senta in diritto di bussare alla porta di casa di un membro del Congresso alle 10 di sera solo perché in possesso di una foto in cui lui ammira di sfuggita il suo didietro. In ogni caso, l'interpretazione che ne dà l'attrice Kate Mara, sorella della più celebre Rooney, è piuttosto convincente per determinazione, anche se il fisico adolescenziale e gli occhioni cerbiattosi non si adattano molto all'immagine della giornalista d'assalto, per quanto giovane e inesperta.

    Vista la facilità con cui si finisce per empatizzare con Underwood, alcuni critici statunitensi hanno condannato lo show perché sembra esaltare comportamenti estremamente spregevoli che nella vita di tutti i giorni ci affretteremmo a condannare e perché sembra voler lanciare il messaggio che l'unico modo per vedere le cose fatte è quello di Frank, ovvero dimenticare gli ideali e "fare la cosa sporca per un bene più grande". Da noi invece alcuni quotidiani di destra hanno colto l'occasione per fare di House of Cards il portabandiera di un "giusto" arrivismo senza "falsi" moralismi (tanto più che Underwood, pur appartenendo al partito democratico, con le sue macchinazioni sembra portare avanti un'agenda piuttosto destrorsa tesa a tutelare gli interessi di una ristretta élite). Sinceramente, al di là della simpatia che Frank e Claire possano ispirarmi, non mi è mai passato per l'anticamera del cervello di considerarli altro che una coppia di str***i e più che esaltare determinati comportamenti mi è sembrato che il telefilm mirasse soprattutto a analizzare con realismo situazioni quotidiane più che possibili, soprattutto negli ambienti di potere.

    Nel complesso possiamo quindi dire che Fincher & co. hanno fatto un ottimo lavoro di trasposizione, esaltando gli aspetti più intriganti del romanzo di Dobbs e attualizzando le parti più datate oltre che conferendo ai personaggi uno spessore psicologico che sulla carta mancava; a ciò si aggiungono una regia e una fotografia di altissimo livello che, fin dalla sigla iniziale, sposa perfettamente gli ambienti asettici e carichi di efficienza delle stanze del potere con la malinconia desolazione delle aree meno fortunate della città.

    14 gennaio 2013

    Dal libro al (tele)film: Going Postal

    Moist von Lipwig è un truffatore provetto, nonché abile falsario di monete, lettere di pagamento, documenti, cavalli e diamanti, qualsiasi cosa, insomma, che possa fruttar quattrini costandone un decimo. La sua carriera si arresta bruscamente quando, grazie al sopraffino olfatto di un'attraente lupa mannara della Guardia Cittadina, viene gettato in cella e poi impiccato. Letteralmente.

    Moist si risveglia nell'ufficio del Patrizio di Ankh-Morpork, Lord Vetinari, il quale ha dei progetti per lui: riaprire il vecchio Ufficio Postale, ormai dimora di oceani di lettere mai consegnate, fantasmi e piccioni, oppure andar via utilizzando la  porta di servizio. La quale dà su un abisso di cui non si vede il fondo. L'uomo accetta: cos'ha da perdere, in fondo? E non è forse un genio del travestimento e della fuga? Peccato che Vetinari gli affidi, come garante della sua sicurezza, un golem istruito affinché non lo perda di vista un solo secondo: tallonato e controllato da un essere che non dorme, non mangia e non si stanca, Moist può solo stare ai patti, nella speranza che prima o poi si presenti l'occasione per far perdere le sue tracce.

    La prima visita all'Ufficio Postale fa chiedere a Moist se, dopotutto, non sarebbe stata più misericordiosa l'impiccagione: l'edificio è fatiscente e soprattutto infestato, gli aiutanti che gli sono stati affidati completamente fuori di testa, la posta da smaltire è infinita, i suoi predecessori sono tutti morti  per cause sconosciute, e per di più è divenuto pedina di un gioco tra potenti. Lord Vetinari, stanco dell'egemonia della Grand Trunk Clacks Company, la rete di telegrafi si è imposta come mezzo di comunicazione, vuole che l'Ufficio Postale si costituisca come valida alternativa. Reacher Gilt, unico proprietario della rete di clacks che pertanto fa il bello e il cattivo tempo infischiandosene dei guasti continui alla linea, inizia a non essere più così sicuro che il buffone che ha assunto la guida dell'Ufficio Postale sia un completo idiota.

    Claire Foy come Adora Dearheart

    Going Postal è l'adattamento per il piccolo schermo dell'omonimo romanzo di Terry Pratchett, il trentatreesimo del ciclo Mondo Disco e il primo del sottociclo di Moist von Lipwig. Così come il romanzo, anche la miniserie per la tv non ha ancora una versione italiana. Andato in onda nel Maggio 2010 su Sky1, Going Postal è stato prodotto dalla The Mob (che si è occupata degli adattamenti di altri romanzi di  Pratchett, quali  Il colore della  magia e Hogfather), diretto da Jon Jones, e adattato da Richard Kurti e Bev Doyle.

    La resa è eccezionale: la versione per il piccolo schermo restituisce perfettamente il brio e il british humour del romanzo, i suoi bizzarri personaggi, la pittoresca Ankh-Morpork e tutte le creature che la abitano. Quasi quattro ore (due per episodio) di divertimento e relax, grazie all'ottimo cast e all'efficacia di alcune scelte volte a condensare i contenuti del libro e i personaggi.

    Richard Coyle nei panni di Moist von Lipwig

    Il protagonista Moist è ottimamente interpretato da Richard Coyle, attore televisivo e teatrale quasi sconosciuto in Italia: nonostante l'attore sia ben più anziano del Moist cartaceo (il quale ha solo ventisei anni), riesce a renderne perfettamente la verve e la comica furbizia; Moist, a differenza del libro, è un personaggio più buffo che profondo, sempre pronto alla battuta di spirito, e la mimica facciale di Coyle è un divertimento continuo. L'altra grande protagonista di Going Postal è Adora Belle Dearheart, bella presidentessa della Golem Trust e figlia del primo fondatore della rete di clacks, che respinge Moist con il suo pungente caratterino. Ben  interpretata da Claire Foy (Being Human, Little Dorrit), è un personaggio cui viene dato maggior risalto nella serie che nel libro: la relazione di odio/attrazione tra i due protagonisti è al centro dei riflettori non meno che il recupero dell'Ufficio Postale, per cui, per accentuare il personaggio, ad Adora vengono attribuite numerose azioni originariamente compiute da altri personaggi minori, come il sabotaggio della rete di clacks.

    Charles Dance (da molti conosciuto come il Tywin Lannister di Games of Thrones) è un ottimo Patrizio, il cui ruolo è praticamente identico sia nel libro che nel film; David Suchet (famoso attore teatrale conosciuto per diversi ruoli in serie tv) è invece Reacher Gilt, anche questo personaggio cui viene dato maggior spazio nella versione telefilmica, mentre nel romanzo viene lasciato avvolto da un alone di piratesco mistero.

    Tra i ruoli minori, Andrew Sachs è Mister Groat, anziano postino che assisterà Moist nel suo progetto, mentre Ian Bonar interpreta il giovane Stanley, impiegato dell'ufifcio postale fuori di testa e collezionista di spille. Segnalo anche un piccolo cammeo dello stesso Terry Pratchett nel ruolo di un postino.

    La miniserie, come già detto, condensa il romanzo eliminando qualche piccola sottotrama e alcuni personaggi; alcune delle modifiche più significative apportate alla trama sono il ricongiungimento delle storie passate di Moist e Adora (collegando le truffe di Moist al fallimento del padre di lei e alla conseguente perdita della gestione dei clacks), le dinamiche della morte dei precedenti direttori dell'Ufficio Postale, tutto ciò che riguarda i fantasmi che infestano l'Ufficio Postale, nonché la sfida finale tra Poste e Clacks. Tutte modifiche, in ogni caso, che non alterano lo spirito originale del romanzo, e che rendono la visione piacevole e priva di punti morti. Un bel film, in definitiva, per tutta la famiglia (sempreché si decidano a doppiarlo, per tutti gli altri ci sono i soliti sottotitoli italiani tradotti dai fan).



    Il trailer originale della miniserie

    La cover del romanzo

    27 marzo 2012

    Game of Thrones 2x00: You Win or You Die

    Cari lettori,
    l'attesa è finalmente quasi terminata: giorno 1 aprile sull'emittente americana HBO andrà in onda il primo episodio della seconda stagione di Game of Thrones, la serie televisiva tratta dalla popolare saga Le cronache del ghiaccio e del fuoco (A Song of Ice and Fire) di George R.R. Martin. La prima serie, che in Italia è stata trasmessa con diverse censure su Sky Cinema 1, ha ottenuto un favorevolissimo riscontro presso il pubblico, ottenendo un'ottima approvazione anche dagli appassionati della saga cartacea.

    Sulla prima stagione ho presto intenzione di scrivere un articolo della rubrica Dal libro al (tele)film: vorrei intanto lasciarvi con uno speciale (purtroppo solo in inglese) andato in onda ieri, che contiene i commenti del produttore esecutivo David Benioff e degli attori, ripercorre i momenti salienti della prima stagione, e anticipa alcune scene che vedremo nella seconda.


    Tenetevi pronti, insomma, perché winter is coming... again, e credo proprio che ne vedremo delle belle.

    29 gennaio 2012

    Dal libro al (tele)film: Bag of Bones

    Mike Noonan, scrittore di bestseller all'apice del successo, perde l’adorata moglie Jo in un incidente stradale. Un test di gravidanza nella borsa della spesa riversa sull'asfalto suggerisce allo scrittore che forse della moglie non sapeva esattamente quanto credeva.
    Da quel momento, la sua carriera sembra subire un rapido arresto. Sogni (e soprattutto incubi) ricorrenti e la tenue speranza di poter superare il lutto e riprendere a scrivere lo invogliano a trasferirsi nella residenza al lago dove la moglie trascorreva molto tempo, a poche miglia da Castle Rock: Sara Laughs, così è conosciuta la vecchia casa in legno in cui si è rifugiato, è ancora piena di ricordi di Jo, ma pare giovare all’ispirazione di Mike. Poco dopo il suo arrivo, lo scrittore viene coinvolto in una battaglia legale tra Mattie, bella e giovane madre della piccola Ki, e Max Devore, suo suocero, intenzionato a ottenere la custodia della nipotina. Ma non è tutto: Sara Laughs è sede di misteriosi fenomeni paranormali che mettono Mike sul chi va là. E il lago Dark Score, come scoprirà ben presto lo scrittore, ha inghiottito un numero rilevante di vittime.

    Bag of Bones, ancora non disponibile in italiano, è una miniserie americana in due episodi andata in onda su A&E Network nel dicembre 2011, adattamento dell'omonimo romanzo di Stephen King Mucchio d'ossa. Il regista, Mick Gerris, aveva già lavorato con risultati non esattamente soddisfacenti ad altri ben cinque film e miniserie tv tratti da altrettanti romanzi dell'autore americano: I Sonnambuli (Sleepwalkers) nel 1992, film tratto da un romanzo mai pubblicato; L'ombra dello scorpione (The Stand), miniserie in quattro episodi, nel 1994; Shining (The Shining), miniserie in tre episodi, nel 1997; Riding the Bullet, film del 2004; Desperation, film del 2006. Sorte migliore non tocca alla sua ultima fatica, Bag of Bones, ancor più se paragonata al romanzo da cui è tratta (che io considero uno dei migliori, tra quelli più recenti, di Stephen King).

    Partiamo dal cast: Mike Noonan è interpretato da Pierce Brosnan (protagonista, tra le altre cose, di ben tre 007 - Goldeneye, Il mondo non basta, La morte può attendere, e anche buon cantante nel film musical Mamma mia!), che non riesce a dare alcuno spessore al protagonista, men che meno a rendere credibile la sua cieca disperazione per la morte della moglie (a tratti appare perfino involontariamente comico). Melissa George (Derailed - Attrazione letale, Turistas, Triangle), che dovrebbe restituire una coraggiosa e amorevole giovane madre, appiattisce il personaggio trasformando Mattie in una goffa e civettuola gallina. Max Devore, uno dei villain più irritanti di King per la sua perfetta plausibilità, è reso da William Schallert (Quantum Leap, Star Trek, The Twilight Zone) un bavoso vecchietto sghignazzante, più simile a un pensionato affetto da demenza senile che all'arzillo e lucidissimo magnate del romanzo. Tra i ruoli minori figurano Annabeth Gish (Colpevole d'innocenza, Mai dire sempre) nei panni di una monoespressiva Jo, Anika Noni Rose (Dreamgirls) come Sara Tidwell, cantante che emerge dalle nebbie del passato e forse personaggio meglio reso di questa miniserie, e infine un inutile e redivivo Jason Priestley nel ruolo di Marty, assistente di Mike, il cui nome è spiattellato nei titoli di testa quasi all'inizio, come se si trattasse di una grande star discesa dall'Olimpo per concedere dieci minuti di dorata interpretazione e non un attorucolo che, dopo Beverly Hills, non è stato in grado di imporsi sul grande schermo né più su quello piccolo.

    Non è solo colpa dell'interpretazione monodimensionale del cast se i personaggi della miniserie sono poco più che fantasmi di quelli del libro, s'intende: lo stravolgimento è inevitabile, dal momento che Gerris riassume all'osso il romanzo di King (già notevolmente introspettivo) e trasforma un libro sull'elaborazione del lutto in una banalissima storia di fantasmi. L'essenza del romanzo, poetico e lirico, non viene affatto colta, perché il regista pone l'enfasi sull'elemento sovrannaturale, coadiuvato da effetti speciali nemmeno così ottimi. La stessa storia tra Mike e Mattie, breve ma emozionante, viene restituita in un paio di sterili incontri, e manca del tutto l'affetto paterno del protagonista verso la piccola Ki.

    Se lo spettatore si chiede quali saranno i misteri di Dark Score per più di cinque minuti, allora manca davvero di acume: dall'inizio alla fine il film è affollato di scene di bambine che annegano, bambine in decomposizione che emergono dalla vasca o dal lago, bambine terrorizzate che chiedono aiuto, eccetera. Ogni risposta verrà fornita allo spettatore in media tre minuti dopo che la visione avrà instillato in lui un dubbio o una domanda. Nella fattispecie, 166 minuti di pura noia quasi ininterrotta, con un finale che stravolge in modo ridicolo la conclusione commovente del romanzo, uno dei migliori explicit dello scrittore.

    D'altronde, cosa ci aspettavamo? King non è (quasi) mai stato fortunato con gli adattamenti televisivi e cinematografici tratti dalle sue opere. Che questa miniserie è una mezza ciofeca se ne sono accorti persino gli americani, come dimostra il calo di quasi mezzo milione di spettatori tra un episodio e l'altro. Gerris, ci vogliamo togliere mano alle miniserie tv tratte dai libri di King? E, già che ci siamo, a che pro scomodare il Boo'Ya Moon di Duma Key?



    Il trailer americano del film

    L'edizione italiana del libro

    6 gennaio 2012

    Dal libro al (tele)film: Mildred Pierce

    Nella Glendale degli anni della Grande Depressione, Mildred Pierce, ventotto anni ben portati, due bambine e un marito inetto e traditore, si ritrova sul lastrico quando decide di divorziare. Fatto il suo ingresso in «quella grande istituzione americana che nessuno cita mai il 4 luglio: una vedova bianca con due bambine piccole da mantenere», per continuare a provvedere alle figlie Ray e Veda Mildred è costretta a strisciare umilmente e a lungo davanti alle scrivanie dei centri di collocamento, sovraffollati di disoccupati molto più preparati di lei, e persino a compiacere Wally, ex collega di Bert, per ottenerne l'appoggio. Ridotta a esercitare il mestiere di cameriera, con grande vergogna e nascostamente a Veda per non perderne il rispetto, Mildred riesce a sbarcare il lunario dignitosamente sfruttando il suo unico talento, la pasticceria. Ben presto un progetto molto vivido si delineerà all'orizzonte della giovane madre: aprire con le sue forze un ristorante per provvedere ai bisogni della famiglia.

    Ma a ogni suo successo professionale corrisponderà un insuccesso in campo affettivo: Mildred, altrimenti donna forte e indipendente, è accecata da un morboso amore nei confronti della figlia maggiore Veda, che si sforza di compiacere e di cui cercherà di conquistare l'affetto a ogni costo. Veda è capricciosa, viziata, animata da un orgoglio smisurato che la rende sicura di poter raggiungere una posizione di ricchezza, potere e fortuna artistica che la renderà ammirata e invidiata da tutti, e per questo disprezza la madre, umile borghese che si è ridotta a lavorare per vivere, assecondandone la ricerca d'affetto in modo da sfruttarla per arrivare dove desidera. Mildred intreccia una relazione con Monty Beragon, ricco possidente che vive di rendita, e che trascorre le giornate giocando a polo e oziando, perpetuamente sarcastico nei confronti di chi lavora. Ben presto Mildred comprende che l'uomo, ammiratissimo da Veda, potrebbe essere l'unico modo per ottenere l'affetto della figlia.

    Di Mildred Pierce esisteva già un film diretto da Michael Curtiz nel 1945, Il romanzo di Mildred, non troppo attinente al libro da cui è tratto. Fedelissimo fin quasi alla battuta è invece Mildred Pierce, il recente adattamento andato in onda sull'emittente HBO tra marzo e aprile 2011.
    Diretto da Todd Haynes, già regista di Velvet Goldmine, la miniserie tv in cinque episodi può vantare un cast straordinario: Kate Winslet (Titanic, Se mi lasci ti cancello, Revolutionary Road, The Reader, Carnage) nei panni della protagonista Mildred restituisce un personaggio spettacolare con un'interpretazione spettacolare; bella, ma più materna che fatale, la Winslet si rivela la scelta migliore per una protagonista carismatica e passionale. I panni della demoniaca Veda sono vestiti da Morgan Turner per il personaggio bambino - vista l'interpretazione talmente perfetta da istigare alla violenza, prevedo una bella carriera -, mentre la Veda adolescente e adulta è interpretata dalla bellissima Evan Rachel Wood (Thirteen, Correndo con le forbici in mano, True Blood). Guy Pearce (L.A. Confidential, Memento, Il discorso del re) interpreta l'ozioso Monty Beragon, Melissa Leo (Il grande odio, 21 grammi, Le tre sepolture) è Lucy Gessler, intraprendente vicina di casa e confidente di Mildred, Brian F. O'Byrne (Million Dollar Baby, Onora il padre e la madre) è Bert Pierce, ex-marito della protagonista, James le Gros (Nemico pubblico, Point Break) è Wally Burgan, ex socio in affari di Bert e primo amante di Mildred, mentre Mare Winningham (Brothers, Georgia) è Ida Corwin, inizialmente capocameriera nel ristorante in cui la protagonista lavora, poi amica a cui darà in gestione uno dei locali.

    Il risultato è una splendida miniserie che ha ottenuto riscontri favorevolissimi presso la critica: nel 2011 la serie è stata candidata a ventuno Emmy Award - tra cui Miglior Attrice protagonista e Miglior Attore non protagonista, vinti rispettivamente da Kate Winslet e Guy Pearce -, e a quattro Golden Globe.





    La copertina italiana del romanzo

    2 luglio 2011

    Dal libro al telefilm: American Gods di Neil Gaiman e altro ancora

    Dopo il grande successo della trasposizione televisiva della serie fantasy di George R. R. Martin, la statunitense HBO si prepara per un altro colpaccio: il bestseller American Gods di Neil Gaiman!
    La serie verrà prodotta dalla Playtone Productions di Tom Hanks: sono previste ben sei stagioni, ognuna di 10-12 episodi della durata di un'ora e con un budget di 35-40 milioni di dollari. Come già per Game Of Thrones, Neil Gaiman dovrebbe prendere parte al progetto come sceneggiatore e produttore esecutivo. Il numero delle stagioni insieme a qualche indiscrezione lasciano intendere che la serie partirà dal romanzo per poi proseguire verso vie inesplorate. Per il debutto della serie dovremo attendere il 2013.

    Qualcosa sul romanzo: pubblicato nel 2001 e vincitore del Premio Hugo 2002, è il quarto e probabilmente più famoso romanzo dello scrittore. Protagonista del libro è il galeotto Shadow: rimesso in libertà, viene assunto come guardia del corpo da uno strambo figuro di nome Wednesday, dietro al quale si cela il dio nordico Odino. In una realtà che è in tutto e per tutto la nostra, Shadow scopre l'esistenza delle molteplici divinità del mondo, tenute in vita unicamente dalla fede e dalle preghiere dei loro fedeli. Wednesday/Odino si sta preparando ad un'epica guerra tra le antiche e ormai dimenticate divinità e le personificazioni delle moderne credenze. Ma niente è come sembra.

    Diverse indiscrezioni riguardano invece il suo successivo romanzo, Anansi Boys. Si tratta di una sorta di spin-off, ambientato nello stesso mondo mitologico di American Gods. Il romanzo non rientrerà nella serie, come verrebbe naturale da pensare: a lungo si è parlato di un film - e lo stesso Gaiman affermò più volte di lavorare alla sceneggiatura. In una recente intervista a MTV Gaiman stesso, smentendo il fraintendimento di Anansi Boys come seguito di American Gods ha ammesso la possibilità di trarne una miniserie. Sempre in questa intervista, ha inoltre annunciato la produzione di un'altra miniserie dedicata a Good Omens, il suo primo romanzo scritto insieme al genio del fantasy parodico Terry Pratchett: dopo diversi tentativi lunghi anni di farne un film, questa sembrerebbe la volta buona!

    Neil Gaiman, autore di romanzi e libri per bambini, è soprattutto noto per le sue graphic novel, a cominciare dalla fortunatissima e pluripremiata serie The Sandman. Gaiman ha lavorato più volte per il piccolo e grande schermo: nel 1996 scrisse per la BBC la miniserie in sei episodi Nessun Dove, contemporaneamente adattata in forma di romanzo. Il suo terzo romanzo, Stardust, è stato invece portato sul grande schermo nel 2007, così come il libro per bambini Coraline. Da non dimenticare la sceneggiatura che Gaiman ha scritto più recentemente per il film Beowulf, sempre del 2007, e infine il film originale Mirrormask, scritto e prodotto con l'amico illustratore (e regista) Dave McKean. Da ultimo, la sceneggiatura di un episodio della sesta stagione di Doctor Who nuova serie.

    8 marzo 2011

    Dal libro al (tele)film: True Blood

    Sookie Stackhouse: carina, bionda, decisamente non troppo prestante e certamente non troppo intelligente, lavora come cameriera al Merlotte's, l'unico locale di ritrovo di Bontemps -una cittadina di poche anime situata in Louisiana. L'unica caratteristica che la rende diversa dalla norma  è che è dotata di un potere telepatico che le consente di ascoltare i pensieri di tutti. Almeno così crede, finché Bill Compton non si presenta al Merlotte's chiedendo un bicchiere di True Blood: sangue sintetico.
    Sookie si rende conto con stupore che non può ascoltare i suoi pensieri, perché Bill è un vampiro, il primo che le capiti d'incontrare; sa della loro esistenza,  naturalmente, perché se ne discute molto in tv: dibattiti, soprattutto, su quali possano essere i loro diritti trattandosi di esseri giuridicamente morti. Ombroso e riservato, Bill suscita un enorme fascino in Sookie, perché con lui può permettersi di abbassare le barriere mentali che è costretta a erigere per non dover ascoltare i pensieri altrui. E, paradossalmente, sarà proprio Sookie a salvargli la vita, poco dopo.
    Ma la relazione tra i due è solo un ingrediente di questa serie tv sex&blood: a Bon Temps, infatti, iniziano ad avvenire spaventosi omicidi, e tutti sembrano portare ai vampiri. Un thriller lungo dodici episodi, dunque, o anche un urban fantasy, se volete, ma non chiamatelo romance, perché vi sbagliate di grosso.

    Inutile girarci intorno: questa serie -la prima stagione soprattutto- è favolosamente trash. Nel senso che c'è troppo di tutto: troppo sangue, troppo sesso, troppo nudo, troppa teatralità. Ma ha una marcia in più che la pone a un livello differente rispetto ai mediocri romanzi da cui è tratta (il ciclo di Sookie Stackhouse della scrittrice americana di mezza età Charlaine Harris). Per il momento, avendo io letto solo il primo, Finché non cala il buio, farò riferimento alla prima stagione del telefilm.

    Inizierò dalla caratteristica principale, l'ambientazione: libro e film hanno entrambi luogo in Louisiana; le atmosfere dell'arretrata regione americana sono rese superbamente nella serie tv -fotografia stupenda, musiche adeguate, costumi e scenografie perfetti-, decisamente male nel libro che non sviluppa adeguatamente questo elemento; la Louisiana presenta un'alta percentuale di uomini e donne di colore, e sono tuttora diffuse le pratiche culturali delle antiche etnie, primo tra tutti il voodoo: nella serie tv, la migliore amica di Sookie è la ragazza di colore Tara, assente nel libro, e figlia di un'alcolizzata che si affida agli esorcismi di una maga -o sedicente tale- che opera per l'appunto il voodoo. L'alterità razziale di Tara, che non è del tutto esente dall'essere vittima di pregiudizi razziali, riflette il divario tra umani e vampiri, ma, soprattutto, il movimento vampirico si fa allegoria del movimento per i diritti LGBT [in una scena della sigla iniziale, per esempio, si può scorgere la scritta su un manifesto God hates fangs, che può tradursi come Dio odia le zanne ma che è un chiaro riferimento alla frase God hates fags, Dio odia le checche], elementi, anche questi, che nel libro sono appena accennati nonostante avrebbero potuto esserne il principale punto di forza.

    Già che ho citato uno dei personaggi, passerò al cast: oltre alla scorbutica Tara (Rutina Wesley), i personaggi protagonisti sono molto meglio approfonditi; Sookie (Anna Paquin) è divertente nella sua imbranataggine, e si prende molto meno sul serio della sua controparte cartacea, soprattutto perché il telefilm non è completamente incentrato su di lei. Personalmente, la Paquin mi piace molto, anche se avrebbero potuto fare un favore alle mie orecchie e darle una voce italiana diversa da quella dell'antipaticissima Federica de Bortoli, doppiatrice che a qualsiasi personaggio sa conferire un tono da bambina idiota e viziata. Bill Compton (Stephen Moyer -se siete amanti del gossip sappiate che lui e Anna Paquin si sono da poco sposati) è anche lui molto meglio gestito che nel libro, più combattuto, se vogliamo; forse -ma anche qui sono gusti personali- avrebbero potuto scegliere un attore con un'aria più dark e meno da cane bastonato con i capelli perennemente unti. A Sam Merlotte (Sam Trammel), il gestore del locale presso cui Sookie lavora, da sempre innamorato di lei, nel libro veniva dato misero spazio, mentre nella serie tv ha molta più personalità (si fa per dire: il personaggio è contraddistinto da una notevole debolezza di carattere). Pollice in su anche per Jason Stackhouse (Ryan Kwanten), il fratello dongiovanni di Sookie, il cui volto televisivo possiede il perfetto connubio tra il dolce fascino di un ragazzino birbante e l'erotismo uno sciupafemmine. Enorme menzione va data a Lafayette (Nelsan Ellis), cuoco gayo (molto gayo) del Merlotte's che nel romanzo viene a stento nominato ma che nel telefilm ha il ruolo di spalla comica, certamente il comprimario migliore. E adesso andiamo, letteralmente, al dulcis in fundo, con due personaggi cui nel primo libro del ciclo viene dato ben poco spazio, ma che rappresentano la coppia cardine -secondo parere mio e di molti altri telespettatori- della serie: parlo, naturalmente, di Eric Northman (Alexander Skarsgaard) e di Pam de Beaufort (Kristin Bauer), vampiri senza scrupoli che tentano di sfruttare ai propri scopi i poteri telepatici di Sookie. Eric è il proprietario del Fangtasia, locale piuttosto ambiguo in cui gli umani possono incontrare vampiri con cui intrattenere rapporti sessuali, e in cui avviene lo spaccio del sangue di vampiro (il V), potente droga e potenziatore sessuale la cui vendita è proibita sia dalle autorità umane che da quelle vampiriche. Dalle antiche origini vichinghe, Eric, il cui attore è effettivamente svedese, è un personaggio geniale per bellezza, fascino, sarcasmo, e degna compagna gli è Pam, 'figlia' vampira bisex. Vi accenno appena gli altri volti: un'aggiunta importante, che però avrà il suo peso nelle stagioni successive alla prima, è quella della bellissima Jessica Hambry (Deborah Ann Woll), giovane ragazza di famiglia cattolica conservatrice, rapita e vampirizzata; Hoyt Fortenberry (Jim Parrack), collega di Jason vessato da una madre apprensiva, che nelle stagioni successive si allontanerà parecchio dalla sua aria da teddy bear con cui viene presentato nel libro; Arlene (Carrie Preston), collega del Merlotte con matrimoni naufragati alle spalle; Rene Lenier (Michael Raymond-James), l'attuale compagno di Arlene; Andy Bellefleur (Chris Bauer), lo sfortunato e imbranato poliziotto. Tutti più approfonditi, pronti alla battuta divertente, lontani dal patetismo delle loro controparti cartacee.

    La sceneggiatura, oltre all'aggiunta di numerosi personaggi, si prende diverse libertà, riuscendo a migliorare notevolmente la mancanza di suspance, le pecche narrative, e le banalità di cui era pieno Finché non cala il buio.

    Cosa, in definitiva, ha saputo catturare una detrattrice di vampiri moderni come la sottoscritta? Semplice: la serie tv -e parzialmente il libro- riesce a restituire dignità alla figura del vampiro. Non più liceale emotivamente instabile, il vampiro torna a essere veramente soggetto parimenti erotico e spaventoso: i vampiri della Harris sono belli, certamente, ma di una bellezza che contiene il visibile germe della morte. Avvicinarli è una sfida alla morte, e non perché potrebbero mordere, ma perché hanno perduto i sentimenti, i valori e i codici etici umani: sono vampiri, sono esseri dalle parvenze umane ma abissalmente differenti dagli uomini. Non sono oggetti di fantasie adolescenziali, ma strumenti per pratiche masochiste.
    E la protagonista lo scoprirà a sue spese, perché la vita non è rose e fiori quando si tratta di vampiri: persino quello più umano lo è solo in apparenza. Volete mettere con la sublime farsa di Twilight, che mette in scena una ridicola e scontata lovestory tra un vampiro solo di nome e una vergognosa esponente del sesso femminile innanzi a cui cent'anni di lotte d'emancipazione vanno in fumo?

    True Blood è diretto da Alan Ball (già creatore di Six Feet Under) e prodotto negli USA dalla HBO (la stessa emittente che, tra poco più di un mese, inizierà a trasmettere Game of Thrones), e la prima messa in onda in patria risale al 2008. In Italia è stato trasmesso su Fox nel 2009 (sono andate in onda tutte e tre le stagioni attualmente disponibili - la quarta è in produzione), mentre in chiaro ne ha acquistato i diritti MTV, che al momento ha trasmesso solo la prima serie.



    1 marzo 2011

    Dal libro al (tele)film: ancora un teaser per Game of Thrones

    Ancora una volta, zero chiacchiere e zero preamboli:




    Vi ricordo solamente che winter is coming, precisamente il 17 aprile 2011.

    La HBO, inoltre, regala ai fan di Martin una graditissima sorpresa: su The Maester's Path, infatti, ogni settimana potrete sbloccare un nuovo anello per la vostra catena da maestro, risolvendo un minigioco che vi permetterà di accedere a contenuti extra in anteprima riguardanti la serie televisiva. Il primo è già disponibile: aguzzate l'ingegno e dimostratevene degni!

    21 gennaio 2011

    Nuovo teaser promozionale per Game of Thrones

    Zero chiacchiere e zero preamboli, questa volta, prima di annunciare a chi non ne fosse ancora a conoscenza che la messa in onda del primo episodio di Game of Thrones è prevista per il 17 aprile 2011 e lasciarvi al nuovo, splendido trailer diffuso dall'emittente HBO:





    Winter is coming.
    This one will be long and dark things will come with it.
    ...I saw what I saw.
    [Catelyn] I know they did it. In my bones I know it.
    [Jaime] The boy won't talk... and if he does I'll kill him.
    [Daenerys] I don't want to be his queen. I want to go home.
    [Tyrion] My brother has a sword. And I have my mind.
    [Eddard] He may no have my name, he has my blood.
    [Robert] Honor! Do you think it's honor that's keeping the peace? It's fear!
    [Petyr] Distrusting me was the wisest thing you’ve done.
    [Cersei] Everyone who isn't us is an enemy.
    [Eddard] You kill me, your brother’s a dead man.
    [Robert] Stop this madness, in the name of your king!
    [Jaime, whispering] I’ll kill the whole bloody lot of them until you and I are the only people left in this world.



    [L'inverno sta arrivando.
    Questa volta sarà lungo e cose oscure lo accompagneranno.
    ...ho visto ciò che ho visto.
    Catelyn: So che sono stati loro. Me lo sento nelle ossa.
    Jaime: Il ragazzo non parlerà. E se lo farà lo ucciderò.
    Daenerys: Non voglio essere la sua regina. Voglio andare a casa.
    Tyrion: Mio fratello ha una spada. E io ho la mia mente.
    Eddard: Potrà non avere il mio nome, ma ha il mio sangue.
    Robert: Onore! Pensi che sia l'onore a mantenere la pace? E' la paura!
    Ditocorto: Non fidarti di me è stata la cosa più saggia che tu abbia mai fatto.
    Cersei: Chiunque non sia noi è un nemico.
    Eddard: Uccidimi, e tuo fratello è un uomo morto.
    Robert: Basta con questa follia, in nome del re!
    Jaime, sussurrando: Li ucciderò tutti finché io e te saremo gli unici rimasti al mondo.]

    15 settembre 2010

    Dal libro al (tele)film: Game of Thrones Official Tease

    Lunedì sera, poco prima dell'episodio finale della terza stagione di True Blood (la serie tv ispirata al ciclo di Sookie Stackhouse di Charlaine Harris), la HBO ha mandato in onda il primo, attesissimo tease della serie tv tratta dal primo libro della saga Le cronache del ghiaccio e del fuoco di George R. R. Martin: A Game of Thrones. La serie tv dovrebbe essere trasmessa nel 2011.

    Qui e Qui gli articoli inerenti al casting ancora in corso.




    Il trailer è breve ma d'efetto, e ci consente finalmente di vedere gli attori nei costumi di scena.


    Il canale Youtube ufficiale della HBO ha anche recentemente rilasciato un behind the scenes in cui intervengono David Benioff e D.B. Weiss, i produttori esecutivi, lo stesso Martin, che è anche coproduttore esecutivo della serie, e infine Sean Bean (che interpreta Ned Stark).



    19 luglio 2010

    Dal libro al (tele)film: Le cronache del ghiaccio e del fuoco - Continua il casting

    Come già accennato in un articolo ormai vetusto, la HBO nel 2011 trasmetterà la prima serie televisiva delle Cronache del ghiaccio e del fuoco di G.R.R. Martin.
    L'emittente, al termine di un episodio di True Blood, ha recentemente mandato in onda il primo trailer:



    Frattanto, l'autore sul suo Not a Blog continua a rilasciare indiscrezioni sul cast. Alcuni volti che hanno lavorato all'episodio pilota sono stati sostituiti.


    Attualmente questo è il cast reclutato fino ad oggi:

    Personaggi regolari in ordine alfabetico:

    Mark Addy nel ruolo di Re Robert Baratheon
    Alfie Allen nel ruolo di Theon Greyjoy
    Sean Bean nel ruolo di Eddard “Ned” Stark
    Emilia Clarke nel ruolo di Daenerys Targaryen [la Clarke sostituirà la precedente Tamkin Merchant]
    James Cosmo nel ruolo di Jeor Mormont
    Nikolaj Coster-Waldau nel ruolo di Ser Jamie Lannister
    Peter Dinklage nel ruolo di Tyrion Lannister
    Michelle Fairley nel ruolo Catelyn Stark [sostituirà la precedente Jennifer Ehle]
    Aidan Gillen nel ruolo di Ditocorto
    Jack Gleeson nel ruolo di Joffrey Baratheon
    Iain Glen nel ruolo di Ser Jorah Mormont
    Kit Harington nel ruolo di Jon Snow
    Lena Headey nel ruolo di Cersei Lannister
    Isaac Hempstead-Wright nel ruolo di Bran Stark
    Harry Lloyd nel ruolo di Viserys Targaryen
    Richard Madden nel ruolo di Rob Stark
    Rory McCann nel ruolo di Sandor Clegane (il Mastino)
    Sophie Turner nel ruolo di Sansa Stark
    Maisie Williams nel ruolo di Arya Stark

    Featured cast in ordine alfabetico:

    John Bradley nel ruolo di Samwell Tarly
    Ron Donachie nel ruolo di Ser Rodrik Cassel
    Jerome Flynn nel ruolo di Bronn
    Conleth Hill nel ruolo di Varys
    Jason Momoa nel ruolo di Khal Drogo
    Donald Sumpter nel ruolo di Maestro Luwin

    Guest cast in ordine alfabetico:

    Josef Altin nel ruolo di Pyp
    Gethin Anthony nel ruolo di Renly Baratheon
    Ciaran Bermingham nel ruolo di Mord
    Esme Bianco nel ruolo di Ros
    Susan Brown nel ruolo di Septa Mordane
    Dominic Carter nel ruolo di Janos Slynt
    Antonia Christophers nel ruolo di Mhaegen
    Kate Dickie nel ruolo di Lysa Arryn
    Roy Dotrice nel ruolo del Gran Maestro Pycelle
    Emun Elliott nel ruolo di Marillion
    Lino Facioli nel ruolo di Robin Arryn
    Jefferson Hall nel ruolo di Ser Hugh della Valle
    Derek Halligan nel ruolo di Alliser Thorne
    Rhodri Hosking nel ruolo di Mycah
    Margaret John nel ruolo della Vecchia Nan
    Finn Jones nel ruolo di Ser Loras Tyrell
    Dermot Keaney nel ruolo di Gared
    Francis Magee nel ruolo di Yoren
    Joseph Mawle nel ruolo di Benjen Stark
    Brendan McCormack nel ruolo di Ser Vardis Egan
    Ian McElhinney nel ruolo di Ser Barristan Selmy
    Luke McEwan nel ruolo di Rast
    Kristian Nairn nel ruolo di Hodor
    Rob Ostlere nel ruolo di Ser Waymar Royce (in sostituzione di Jamie Campbell Bower)
    Eugene Simon nel ruolo di Lancel Lannister
    Jamie Sives nel ruolo di Jory Cassel
    John Standing nel ruolo di Jon Arryn
    Conan Stevens nel ruolo di Gregor “La montagna che cavalca” Clegane
    Natalia Tena nel ruolo di Osha
    Peter Vaughan nel ruolo del Maestro Aemon Targaryen
    Miltos Yeromelou nel ruolo di Syrio Forel

    Tutti i fan si aspettano ghiaccio e fiamme da questa serie televisiva.
    Aspettiamo e speriamo... Asoiaf is coming!

     

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