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29 marzo 2015

Speciale Letteratura Latinoamericana: L'Eternauta - Francisco Solano López & Héctor Germán Oesterheld

Francisco Solano López (Buenos Aires, 26 ottobre 1928 – 12 agosto 2011) è stato un fumettista argentino.
La sua carriera di disegnatore inizia nel 1953 e due anni dopo conosce Oesterheld, con cui collabora per varie serie della Editorial Frontera (Ernie Pike, Joe Zonda) prima di conoscere il successo con L'Eternauta. Negli anni '60 si trasferisce in Europa, dove lavora nel Regno Unito e in Spagna per la Fleetway Publications, con cui pubblica Galaxus: The Thing from Outer Space, The Drowned World, Janus Stark, Kelly's Eye).
Tornato in seguito in Argentina, Solano López continua a lavorare su L'Eternauta, ma l'inasprimento della situazione politica lo costringe a tornare in Europa verso la fine degli anni '70.
In quel periodo cura la versione italiana del suo fumetto più famoso su riviste come LancioStory e Skorpio. Nel 2008 viene dichiarato “Personalità importante della cultura”.

Héctor Germán Oesterheld, fumettista nato a Buenos Aires il 23 luglio 1919, è uno dei più celebri desaparecidos argentini.
Laureato in geologia, continua comunque a coltivare la sua passione per la letteratura, in special modo quella per l'infanzia. Nel 1949 inizia la sua attività di sceneggiatore con la Editorial Abril su testate come Il sergente Kirk (disegnato da Hugo Pratt).
Nel 1957 fonda la Editorial Frontera e pubblica periodici come Hora Cero (nel quale apparve la prima storia di un altro fumetto molto conosciuto sempre disegnato da Pratt: Ernie Pike), che poi ospita anche quello che viene unanimemente considerato il suo capolavoro, L'Eternauta.
Il 21 aprile del 1977, accusato di essere un dissidente, viene prelevato dalla sua casa dai militari del regime, scomparendo nel nulla.


Quattro amici giocano a carte in una mansarda, nei dintorni di Buenos Aires. Improvvisamente cala il silenzio, fuori è iniziata una strana nevicata fosforescente: chiunque è toccato dagli strani fiocchi muore istantaneamente. E' l'inizio di una lotta per la sopravvivenza contro una terribile invasione aliena. L'Eternauta, il fumetto capolavoro di Héctor Germán Oesterheld e Francisco Solano López, arriva finalmente in Italia nella sua edizione definitiva, con le immagini restaurate a partire dalle tavole originali.

Recensione

Uscito a puntate verso la fine degli anni '50 e riveduto e corretto più volte nel corso dei decenni seguenti - anche da altri autori -, L'Eternauta di Solano López e Oesterheld è considerato una pietra miliare del fumetto sudamericano e mondiale, soprattutto per la forte carica antimilitarista che ne fece un simbolo della dissidenza contro la dittatura argentina.

La vicenda inizia con la comparsa di un uomo davanti alla scrivania di un disegnatore di fumetti (lo stesso Solano López). Dopo alcuni attimi di smarrimento, il visitatore si presenta:

“Potrei darti centinaia di nomi. E non ti mentirei. Tutti sono stati miei.”
e intraprende la narrazione di un'inusuale nevicata fosforescente sulla città di Buenos Aires; i fiocchi, anche con il solo contatto, uccidono tutti gli esseri viventi che si trovano all'aperto. Il protagonista, che poi verrà chiamato per tutta la vicenda con il suo nome originale, Juan Salvo, è riuscito a mettere al riparo se stesso e la sua famiglia, ma da da questo momento la loro vita cambia per sempre.
Cosa sta succedendo? Con una tuta da sub completamente ermetica riuscirà a uscire per esplorare la città e scoprirà che è stata invasa da una forza aliena superiore.

L'Eternauta, a decenni di distanza dalla sua uscita, lascia meravigliati: un lettore poco avvezzo al fumetto o magari sovraccaricato da manga o comics “commerciali” dalle trame trite e dai colpi di scena telefonati ma estremamente veloci, potrebbe abbandonare l'opera dopo una ventina di pagine. Troppo dettagliati i dialoghi, troppo serrate le scene e troppo antiquati i disegni in bianco e nero.
Eppure, nonostante all'epoca fosse uscito - come detto prima - a puntate, negli anni '80 in Italia c'era giàe una rivista che portava lo stesso titolo: da ciò si può immaginare quanto la serialità non abbia inficiato più di tanto la fluidità narrativa creata da Oesterheld, i cui colpi di scena sono precisi eppure inaspettati tanto da non far staccare il lettore dalle pagine. Tornando ai disegni, invece, Solano López riesce a ottenere un livello di dettaglio dei volti, delle figure anatomiche e degli sfondi incredibile, avanti di decenni rispetto al periodo, tanto da influenzare una generazione successiva di disegnatori.

Il valore de L'Eternauta, insomma, non si esaurisce con l'ultima pagina: grazie alla 001 Edizioni è possibile riscoprire tutti i retroscena che stanno dietro a sequel, storie collaterali e aggiornamenti continui, che in definitiva hanno continuato ad alimentare il mito di un'opera dal forte contenuto politico (per il quale Oesterheld e la sua famiglia pagarono anche con la vita). Fantascienza non solo da intrattenimento ma anche da riflessione, quindi, come sempre meno se ne vede in giro, L'Eternauta è un gioiello di altissimo valore.

Giudizio:

+5stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: L'Eternauta
  • Titolo originale: El eternauta
  • Autore: Francisco Solano López & Héctor Germán Oesterheld
  • Traduttore: Gigliola Viglietti
  • Editore: 001 Edizioni
  • Data di Pubblicazione: 2011
  • ISBN-13: 9788896573273
  • Pagine: 380
  • Formato - Prezzo: Cartonato, B/N - 40,00 Euro

25 marzo 2015

Speciale Letteratura Latinoamericana: Purgatorio - Tomás Eloy Martínez

Tomás Eloy Martínez nacque a San Miguel de Tucumán, in Argentina, il 16 luglio 1934. Laureatosi in letteratura spagnola e latinoamericana all'Università Nazionale di Tucumán, nel 1970 ottenne una cattedra in Letteratura all'Università di Parigi. Critico cinematografico e capo editore della rivista "Primera Plana", lavorando come reporter in Europa ebbe modo di conoscere e intervistare Juan Domingo Perón, ex presidente e generale argentino che tra il 1946 e il 1955 era riuscito ad assicurarsi il consenso degli strati più poveri della società. Rovesciato da un golpe militare, Perón era fuggito a Madrid per porsi sotto la protezione di Francisco Franco, ma sarebbe in seguito rientrato in Argentina e riuscito a farsi rieleggere per un terzo mandato. Da quest'incontro nacquero in Martínez le suggestioni per due dei suoi romanzi più famosi: Il romanzo di Perón (La novela de Perón, 1985) e Santa Evita (1995), entrambi sulla vita del presidente e della seconda moglie Eva, attrice e filantropa amatissima dal popolo e morta a soli trentatré anni di tumore. Santa Evita divenne un successo mondiale tradotto in 32 lingue e pubblicato in 50 paesi.

Divenuto direttore della rivista "Panorama", con la collaborazione di molti ex colleghi di "Primera Plana", l'autore fu l'unico a riportare la verità sulla rivolta di prigionieri politici nel carcere di massima sicurezza di Rawson, soffocata nel sangue, in contrasto con la versione ufficiale fornita dal governo argentino. Costretto a dimettersi, Martínez si trasferì a Rawson per scrivere La pasión según Trelew (1973), il suo resoconto dell'evento che passò alla storia come il Massacro di Trelew. Il libro fu messo al bando dalla dittatura argentina.
Nel 1976, terminato il terzo mandato di Perón e destituita la sua terza moglie María Estela Martínez, democraticamente eletta, la presidenza fu assunta dal generale Jorge Rafael Videla, che varò il "Processo di riorganizzazione nazionale". Tale denominazione formale indicava una delle più sanguinose dittature mai instauratesi: sotto Videla scomparvero - imprigionate, torturate e uccise senza lasciar traccia - circa trentamila persone. Tomás Eloy Martínez, dato il suo ruolo di giornalista dissidente, fu costretto a fuggire in Venezuela e in Messico, dove portò avanti il suo impegno politico e culturale. Delle minacce alla sua vita e della vita in Argentina sotto la dittatura parlò nel memoir Las memorias del General (1996).
Tornato infine a Buenos Aires, nell'ultimo ventennio della sua vita Martínez si dedicò all'insegnamento, dapprima nell'Università del Maryland e in seguito nel New Jersey, senza tuttavia abbandonare il giornalismo né la letteratura: di questo periodo sono quasi tutti i suoi principali romanzi, da La mano del amo (1991) a Purgatorio (1998).
Il 31 gennaio 2010 Martínez si spense dopo una lunga lotta contro il cancro.


Nell'inverno del 1976 Simon Cardoso viene arrestato dalla giunta militare argentina, e ben presto se ne perdono le tracce: diventa un desaparecido. Trent'anni dopo, negli Stati Uniti, sua moglie Emilia sente la voce di Simon in un ristorante, ne rimane sconvolta e inizia un'incessante ricerca del marito che credeva morto. A partire da questo episodio, "Purgatorio" intreccia una storia d'amore (perduto e ritrovato) con una ghost story, sullo sfondo della sinistra irrealtà creata dal regime dittatoriale.


Recensione

Un desaparecido è un’incognita, non ha identità, non è né vivo né morto, non c’è. È un desaparecido.
 E dicendo «non c’è» alzava gli occhi al cielo.
Non ripetete mai più questa parola, continuò. Non ha fondamento. Pubblicarla è proibito. Che scompaia e venga dimenticata.

È ormai sessantenne, Emilia Dupuy, quando incontra il marito Simón in un ristorante. Scomparso da trent'anni dopo pochi, felici mesi di matrimonio, il tempo sembra non averlo scalfito. Per Emilia è un sogno che si realizza: da quando Simón è stato arrestato a Tucumán durante un rilievo cartografico che entrambi stavano conducendo, non ha mai smesso di cercarlo né di crederlo ancora vivo, nonostante i falsi avvistamenti e le false piste. A raccontare questa incredibile storia è un anonimo narratore-scrittore che, alternandosi a una generica voce in terza persona - forse, a ben vedere, sempre sua - che narra episodi della vita passata di Emilia, testimonia i suoi incontri con la protagonista donandole una presenza corporea.

Molteplici sono dunque i piani della narrazione, forse agli antipodi, forse complementari: il passato di Emilia, perfettamente plausibile nei suoi giorni felici con Simón, nell'orrore della separazione senza alcuna notizia, alcun luogo dove piangere le sue spoglie, e soprattutto nella lucida follia quotidiana in compagnia del padre, stretto collaboratore del dittatore Anguilla, sotto il cui tetto è stata costretta a tornare per non lasciare morire la madre ammalata nella solitudine e nell'incuria più totale; la concretezza del passato di Emilia sfuma delicatamente nell'onirico nel momento in cui si moltiplicano gli avvistamenti di Simón: ora torturato e ucciso a Tucumán, ora vivo a Rio de Janeiro o Caracas, ma a nulla valgono le ricerche disperate dell'affezionata moglie; l'onirico si addensa infine nel mistero, persino nell'impossibile, con l'assurda ricomparsa di un Simón ancora trentatreenne e la naturalezza e spontaneità con cui la coppia torna ad amarsi come se non si fosse mai allontanata. Terzo piano della narrazione è il punto di vista dell'anonimo testimone, che racconta dei suoi incontri con Emilia precedenti al ritorno di Simón e dell'ultimo, ancor più nebuloso incontro successivo, prima che la donna svanisca, forse per sempre.

Non si fatica a riconoscere dietro al soprannome di Anguilla il presidente Jorge Rafael Videla. E, soprattutto, non si fatica a riconoscere nella voce narrante l'alter ego dell'autore, come lui minacciato dalla malattia, come lui in passato costretto all'esilio dal suo paese perché scrittore incapacitato a scrivere, come lui ansioso, fosse pure sulla sola carta, di dare un lieto fine - ingenuo e consolatorio - a una delle trentamila storie scomparse nel nulla sotto la dittatura. Quale infatti è la verità su Emilia, se l'anonimo narratore confessa di aver sognato la sua storia prima di conoscerla e di volerla raccontare dopo averla conosciuta? Si tratta di un miracolo, di un sogno, o di un'invenzione letteraria nell'invenzione letteraria?

Al lettore il piacere di interpretare questo racconto intenso, allucinato, storico e insieme allegorico, che non offre risposte ma solo domande.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Purgatorio
  • Titolo originale: Purgatorio
  • Autore: Tomás Eloy Martínez
  • Traduttore: F. Lazzarato
  • Editore: Sur
  • Data di Pubblicazione: 2015
  • ISBN-13: 9788897505501
  • Pagine: 283
  • Formato - Prezzo: Rilegato, 15.00 Euro

22 marzo 2015

Speciale Letteratura Sudamericana: Dieci donne - Marcela Serrano

Marcela Serrano Pérez è nata a Santiago del Cile nel 1951 e rappresenta, insieme a Isabel Allende, una delle voci femminili più significative dalla narrativa sudamericana.
Figlia di scrittori e quarta di cinque sorelle, in seguito all'instaurazione del regime militare di Pinochet lascia il suo paese e si trasferisce a Roma. Rientrata definitivamente in Cile nel 1977, dopo essersi diplomata in incisione inizia a lavorare nell’ambito delle arti visive, con un buon successo.

Nel 1991 intraprende la carriera di scrittrice pubblicando Noi che ci vogliamo così bene (Nosotras que nos queremos tanto), vincitore di diversi premi tra cui, in Francia, il Prix Côté des Femmes come miglior romanzo ispanoamericano scritto da una donna. Seguono Il tempo di Blanca (Para que no me olvides, 1998), Antigua, vita mia (Antigua vida mia, 1995), L'albergo delle donne tristi (El albergue de las mujeres tristes, 1997), Nostra Signora della Solitudine (Nuestra Seňora de la soledad, 1999), Quel che c’è nel mio cuore (Lo que está en mi corazón, 2001), Arrivederci piccole donne (Hasta siempre, mujercitas, 2004), I quaderni del pianto (La llorona, 2008) e Adorata nemica mia (Dulce enemiga mía, 2013).
Attualmente vive col marito ambasciatore e con le due figlie in Cile.
Capace di confrontarsi con il passato di una dittatura pesantissima che ha segnato la vita di un paese, la Serrano sceglie spesso di dar voce alle donne, alle loro storie, alla loro sofferenza, ai loro percorsi. E in questa luce va letto Dieci donne (Diez mujeres), edito nel 2011 e pubblicato lo stesso anno in Italia da Feltrinelli.


Nove donne più una. Nove donne radunate nello studio della loro psicoterapeuta raccontano la propria storia e le ragioni per le quali sono andate in terapia. Lupe, adolescente lesbica, alla ricerca della propria identità tra feste, sesso, droghe e passioni non proprio convenzionali; Luisa, vedova di un desaparecido, che per trent'anni aspetta il ritorno del suo unico amore; Andrea, giornalista di successo che si rifugia nella solitudine di Atacama, il deserto più arido del pianeta, sono alcune delle protagoniste di questo vivace romanzo che parla di donne e di sentimenti. Seppur profondamente diverse per età, estrazione sociale e ideologia politica, scopriamo che le loro esperienze si richiamano e che la vera protagonista del romanzo è la femminilità.

Recensione

Un bel libro, questo della Serrano, che non conoscevo se non per fama. Dieci racconti sinceri, spietati ma sostanziosi, come sostanziosa è la scrittura dell’autrice cilena. Che ti prende, ti avvolge, ti scalda, ti inebria di profumi e di atmosfere. Tutte al femminile, in questo libro che definirei “un prontuario di vite al femminile”: storie drammatiche che ruotano intorno a una psicoterapeuta che accoglie le sue nove pazienti, in studio, e le ascolta.
Tirano fuori la voce e raccontano le sofferenze, le mancanze, le noie, gli uomini, i figli, le passioni di tutta una vita.
Nel racconto di Guadalupe, detta Lupe, il tema dell’omosessualità viene raccontato in tono schietto. La protagonista narra il viaggio incerto e faticoso alla scoperta di una identità sessuale - conquistata, io dico. Per ciascuno di noi, affrontare fin da piccoli le questioni dell’identità sessuale è faccenda spinosa: significa porci di fronte a se stessi guardarci dentro, capirci, imparare ad accettarci, lottare per farci rispettare, se non accettare dagli altri. Significa, infine, imparare ad amarci. Quanto difficile può essere, in alcuni casi, realizzare la propria omosessualità, accettarla e comunicarla agli altri, per poterla vivere serenamente?

La protagonista parla anche di una discriminazione che colpisce le lesbiche, più che i gay:

I figli maschi omosessuali a volte sono sbandierati come un trofeo, mentre noi siamo un problema.

Parla di se stessa come di un'ombra: un'ombra sulla vita della sua famiglia, numerosa e benestante. Racconta, senza ipocrisie, un'adolescenza fatta di esperienze, ricerche affettive e sperimentazioni. Molte bugie raccontate per coprire la realtà dei fatti, una scoperta di sé stessa e della propria identità sessuale, piena di curve, sbandate e ritorni. La scoperta dell'amore, come sentimento nuovo, puro, diverso. Le considerazioni sulla condizione degli omosessuali, negli anni passati, in Cile, la condizione attuale. Parla di discordanza, Lupe, quando racconta di sé e del suo camminare avanti.

Un racconto sincero, intenso, a tratti un po' crudo ma che accompagna dentro le pieghe di un'anima che lotta per accettarsi, nella sua diversità, per farsi accettare dagli altri.

Rivendica te a te stesso.
- Lucio Anneo Seneca

Giudizio:

+5stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Dieci donne
  • Titolo originale: Diez mujeres
  • Autore: Marcela Serrano
  • Traduttore: Michela Finassi Parolo e Tiziana Gibilisco
  • Editore: Feltrinelli
  • Data di Pubblicazione: 2011
  • Collana: Universale Economica
  • ISBN-13: 9788807723704
  • Pagine: 284
  • Formato - Prezzo: Brossura - 9,00 Euro

20 marzo 2015

Speciale Letteratura Latinoamericana: Cacao - Jorge Amado

Jorge Amado (1912-2001) sta al Brasile, e in particolare alla zona di Salvador de Bahia, come Gabriel García Márquez sta alla Colombia. Certamente avrebbe meritato un riconoscimento come il Nobel almeno tanto quanto il collega, cantore di Macondo, perché i suoi romanzi danno voce alla terra del Nordeste brasiliano con uno stile originale e melodioso, raccontando la storia di un popolo nato come multietnico e della sua straordinaria cultura folklorica, intreccio di tradizioni locali degli indios, della misteriosa religiosità animistica arrivata con gli schiavi dal cuore dell'Africa nera e del durissimo sfruttamento dei colonizzatori portoghesi.
I suoi titoli più famosi rimandano alla centralità delle figure femminili in questa cultura-crogiuolo: dona Flor, Teresa Batista, Gabriela sono alcune delle protagoniste delle sue storie terribili e insieme impregnate di una vitalità invincibile, come se impersonasse la terra stessa dell'Amazzonia, impenetrabile, incomprensibile e perennemente rigogliosa, in un impasto di lacrime e sofferenze che la rendono fertile e sempre pronta a rinascere.
Tra i suoi romanzi più noti Dona Flor e i suoi due mariti (Dona Flor e seus dois maridos, 1966), Teresa Batista stanca di guerra (Tereza Batista cansada de guerra, 1972), Gabriella, garofano e cannella (Gabriela, cravo e canela, 1958), Tocaia grande: la faccia oscura (Tocaia Grande: A Face Obscura, 1984). Sicuramente uno dei tratti più notevoli della sua opera è la capacità di dare al suo impegno politico vicino al Partito Comunista Brasiliano, insieme al gruppo della 'Academia dos Rebeldes', una forma letteraria in grado di rappresentare l'anima popolare dello spirito nazionale brasiliano.


Dopo una breve infanzia agiata e felice a Sao Cristovao, la tragedia della morte del padre e i soprusi dello zio costringono il quindicenne sergipano (così chiamato perché nativo di uno stato del Nordest del Brasile, il Sergipe) a lavorare in fabbrica. Inseguendo i sogni collettivi di emigrare nelle zone del cacao, il ragazzo finisce per lasciare casa sua alla volta di Pirangi.

Là, nella Fazenda Fraternidade del coronel Mané Frajelo, il mito del cacao crolla nell'impatto con la durezza della realtà e con la disperazione della miseria.Un romanzo corale, popolare, scritto con toni appassionati e vibranti da uno scrittore (appena ventenne) che vuole portare alla ribalta letteraria l'esistenza di classi sociali che soffrono.

Recensione

“Il giorno dopo salutai i compagni. Il vento accarezzava i campi e per la prima volta mi accorsi della bellezza del posto. Guardai senza rimpianto la casa-grande. L’amore per la mia classe, per i braccianti e gli operai, amore umano e grande, avrebbe cancellato l’amore meschino per la figlia del padrone. […] Partivo per la lotta con il cuore libero e felice.”

Il Sergipe è un piccolo stato costiero del Brasile importante soprattutto per la produzione di canna da zucchero e di cacao: all'epopea dei braccianti diseredati, che hanno lavorato come schiavi nelle piantagioni di queste piante esotiche tra Sergipe e Bahia, Amado ha dedicato il suo secondo libro, Cacao, pubblicato nel 1933, quasi un diario collettivo delle condizioni di vita dei lavoratori sottoposti al regime dei coroneis, i proprietari terrieri, che basano la loro ricchezza sulle quotazioni delle fave del "cibo degli dei", com'era chiamato il cacao, e sullo sfruttamento disumano dei raccoglitori.
L'opera appartiene al primo periodo dello scrittore brasiliano, quello più vicino alle lotte dei lavoratori -agricoli e non- per condizioni di vita accettabili, e in effetti si presenta con un lato militante molto più forte ed esplicito che nelle sue opere successive. Non che manchi anche in quelle la volontà di creare un ritratto del folklore nel melting pot brasiliano di razze e culture, ma in Cacao la dimensione sociale, quasi di lotta di classe, è l'elemento centrale del racconto.

Da una famiglia di ex possidenti, il protagonista, persi il patrimonio avito e le terre, piuttosto che passare la sua vita in una fabbrica sceglie di trasferirsi a Pirangi e di entrare al servizio del coronel Misael, padrone di piantagioni di cacao. La sua fusione con la vita e i personaggi della fazenda, le lotte e le ingiustizie sociali che ruotano attorno alla vita dei campi diventa totale, come totalizzante sarà anche il tentativo di ribellarsi a una condizione di vita disumanizzata: i contratti di lavoro nella piantagione rendono di fatto i braccianti degli schiavi, li costringono a spendere i miseri compensi per comprare a credito dai padroni carne essiccata, riso e fagioli, cibi essenziali alla sopravvivenza, limitano i loro orizzonti a saltuarie baldorie carnevalesche che costituiscono l'unica valvola di sfogo dall'inferno del cacao.

Stride il contrasto tra la famiglia del proprietario terriero e i lavoranti, trattati alla stregua di oggetti, tra i quali però si sviluppa un forte senso di appartenenza e di solidarietà. Personaggi di contorno come il negro Honorìo, il mulattiere Barriguinho, la prostituta bambina Zilda creano una specie di famiglia e danno al giovane sergipano la forza di resistere alla tentazione di ricambiare l'amore della figlia del coronel, che, invaghitasi del bracciante di nobili origini, vorrebbe irretirlo e strapparlo al lavoro sfiancante per farne un marito borghese. Il sergipano non cede al miraggio di una vita facile e trasforma il rifiuto dell'altezzosa figlia del padrone in un riscatto di classe.
Attorno ai riti popolari e al comune destino di sofferenza nasce a poco a poco nel protagonista – e qui forse il lato autobiografico della narrazione si fa più evidente – una forte identità collettiva, che lo spinge a opporsi allo stato di fatto, a scegliere la via della lotta come testimonianza, non solo di sé ma anche della propria famiglia allargata. Da qui la decisione di scappare a Rio de Janeiro, dopo uno sfregio ai danni del figlio del colonnello, assume il significato di una partenza per la guerra. La guerra di liberazione del proletariato brasiliano.
Ma nonostante la dimensione dell'impegno politico sia prevalente, questo non impedisce all'abilità descrittiva e narrativa di Amado di tratteggiare un affresco sociale dai colori sgargianti, come nei più bei romanzi degli anni successivi.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Cacao
  • Titolo originale: Cacau
  • Autore: Jorge Amado
  • Traduttore: Daniela Feriola
  • Editore: Einaudi
  • Data di Pubblicazione: 1998
  • Collana: Einaudi Tascabili Scrittori
  • ISBN-13: 9788806147563
  • Pagine: 130
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 9,00

15 marzo 2015

Speciale Letteratura Latinoamericana: Cronaca di una morte annunciata - Gabriel García Márquez

Gabriel José de la Concordia García Márquez, soprannominato Gabo (Aracataca, Colombia, 6 marzo 1927 – Città del Messico, 17 aprile 2014), è stato uno scrittore, giornalista e saggista colombiano, insignito del Premio Nobel per la Letteratura nel 1982.
Tra i maggiori scrittori in lingua spagnola, García Márquez è considerato uno dei più emblematici esponenti del cosiddetto realismo magico, la cui opera ha fortemente contribuito a rilanciare l'interesse per la letteratura latinoamericana. Dotato di uno stile scorrevole, ricco e costantemente pervaso di un'amara ironia, i suoi romanzi sono caratterizzati da articolate strutture narrative, con frequenti intrecci fra realtà e fantasia, fra storia e leggenda, con la presenza di molteplici piani di lettura, anche allegorici, tenuti assieme da un sapiente uso della prolessi e dell'analessi.
Come molti celebri autori inizia la sua carriera come giornalista (dopo aver brevemente frequentato corsi di giurisprudenza e scienze politiche presso l'Universidad Nacional de Colombia, a Bogotà) lavorando per le testate "El Universal" e "El Espectador" di Bogotà, prima di trasferirsi a Parigi e poi a Londra.

Se il primo racconto risale al 1947, il suo esordio letterario ufficiale avviene nel 1955 con il romanzo Foglie morte, e da quel momento si dedica in maniera costante alla scrittura. Il suo romanzo più famoso, Cent'anni di solitudine (1967), è stato votato, durante il IV Congresso internazionale della Lingua Spagnola, tenutosi a Cartagena nel marzo del 2007, come seconda opera in lingua spagnola più importante mai scritta, preceduta solo da Don Chisciotte della Mancia di Miguel de Cervantes.
Nel 1973, tuttavia, abbandona temporaneamente - per circa due anni - la letteratura per dedicarsi al giornalismo sul campo, come segno di protesta per il colpo di stato cileno del generale Augusto Pinochet, che porta alla morte del presidente Salvador Allende. Non è la prima presa di posizione "politica" di Marquez, che al nascere della rivoluzione cubana aveva avuto modo di conoscere sia Che Guevara che Fidel Castro, per la cui agenzia Prensa Latina aveva lavorato sia a Bogotà che a New York. L'amicizia con il lider maximo, che lui definì sempre di tipo intellettuale più che politico, gli porta negli anni diverse critiche ma riesce a scalfirne la fama, nemmeno negli Stati Uniti (l'ex presidente Bill Clinton ha più volte indicato Castro come il suo scrittore preferito).
Ha pubblicato 14 romanzi, quattro antologie di racconti più due racconti singoli, 10 saggi e altri 3 altri tre scritti non ben classificabili. Tra di essi spiccano L'autunno del patriarca (El otoño del patriarca,1975), Cronaca di una morte annunciata (Crónica de una muerte anunciada, 1981) e l'ironico L'amore ai tempi del colera (El amor en los tiempos del cólera, 1985), dai quali sono state tratte omonime versioni cinematografiche.


Santiago Nasar morirà. I fratelli Vicario hanno già affilato i loro coltelli nel negozio di Faustino Santos. In paese lo sanno tutti, tranne Santiago. E la morte annunciata lo sorprende davanti alla porta di casa, nel fulgore di una splendida mattinata tropicale. Perché il delitto non è stato evitato? Alcuni non hanno fatto nulla per scongiurarlo, altri hanno tentato di agire, ma un incredibile intreccio di contrattempi e imprevisti ha permesso e perfino favorito la volontà del destino. Una grandiosa allegoria sull'assurdità della vita.


Recensione

In Cronaca di una morte annunciata tornano due temi cari a Gabriel García Márquez: la morte e l’ineluttabilità del destino.
È abile l’autore a fare una precisa ed originale ricostruzione degli eventi che porteranno alla morte di Santiago Nasar ed è abile ad incastrare fra loro equivoci e coincidenze fino alla tragedia che nessuno avrebbe voluto.
Il motivo per cui nessuno avrebbe voluto la morte di Santiago è che era un giovane educato, gentile, generoso, di bella presenza e ben voluto. Forse l’unica a provare un certo astio nei suoi confronti era la cuoca di casa Nasar, che era stata per parecchio tempo l’amante del padre scomparso della vittima e temeva che anche la propria figlia dovesse subire, come lei, la sorte di diventare l'amante del padrone.
Il motivo invece per cui questa morte non viene evitata è dovuto al fatto che molte persone, a cui era giunta tramite il passaparola l’intenzione degli assassini, l'avevano ritenuta un’assurdità. Altri, per un congiunto di circostanze, avevano agito in maniera poco opportuna, favorendo gli assassini invece di impedir loro di agire, come il fatto di aver sbarrato la porta di casa della vittima, in genere sempre aperta, nella convinzione che fosse già tornata dalla sua passeggiata. Gli assassini stessi, che volevano essere fermati, e che erano rimasti in un locale vicino alla casa della vittima in piena vista di coloro che passavano, non avevano nascosto le proprie intenzioni ai loro conoscenti ma, nonostante esibissero i coltelli che intendevano usare per l'omicidio, il loro comportamento era talmente tranquillo che molti pensavano che si limitassero a scherzare.

Una critica che viene indirizzata talvolta a García Márquez è che, nei suoi scritti, spesso il lettore rimane frastornato da troppe divagazioni. In questo romanzo ciò non avviene: l’autore non si discosta mai dal punto focale della storia, che viene rivelato già nelle prime due righe:

Il giorno che l’avrebbero ucciso, Santiago Nasar si alzò alle 5 e 30 del mattino per andare ad aspettare il battello su cui arrivava il vescovo.
La voce narrante principale è quella di un testimone della tragedia stessa, amico di Santiago, che racconta la cronaca dell’omicidio a ventitré anni di distanza dal fatto e cerca di ricostruire gli avvenimenti confrontando le diverse opinioni di coloro che furono presenti all'assassinio o ne ebbero diretta notizia. Si tratta di verità soggettive, talvolta contraddittorie fra loro, che concorrono a formare il quadro d'insieme della vicenda.
Ma c’è anche la voce in terza persona del narratore onnisciente che serve a redigere la cronaca, nonché la voce del popolo che agisce come personaggio corale tipico delle tragedie greche. E infatti la storia è una tragedia e come tale si snoda fino all'annunciato dramma finale.

Il racconto si svolge appassionante perché l'inchiesta poliziesca è usata come tecnica letteraria e l'autore fa partecipe il lettore dei dubbi sorti durante le indagini svolte per scoprire se Santiago fosse effettivamente colpevole del crimine che gli viene imputato. Si può pensare che ciò che aveva indotto due giovani, ritenuti fra i più tranquilli del paese, ad un gesto così efferato come l'omicidio per accoltellamento, dovesse essere di enorme gravità.
Anche se si conosce il finale già dalla prima riga, Marquez è riuscito a raccontare con la propria indiscutibile capacità, ora tornando indietro nel tempo e ora anticipando il futuro, gli eventi che avrebbero concorso a determinare la tragedia. Nel romanzo, infatti, fabula e intreccio non corrispondono ed è al lettore che viene lasciato il compito di mettere in ordine i fatti, senza peraltro che questo comporti alcuna difficoltà nella lor comprensione, data la prosa chiara e scorrevole che caratterizza lo scrittore colombiano.
La suspense, sostenuta da un ritmo sempre teso, rimane elevata e, fino alla fine, persiste la speranza di poter fare chiarezza sulla colpevolezza o meno della vittima.

Ottima la caratterizzazione dei personaggi, dato che Marquez è maestro nel descrivere con pochi tratti la personalità di coloro che assistettero o concorsero alla tragedia.
A mio avviso Cronaca di una morte annunciata è un capolavoro di tecnica letteraria che non può non essere apprezzato anche dai detrattori di García Márquez.

Giudizio:

+5stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Cronaca di una morte annunciata
  • Titolo originale: Crónica de una muerte anunciada
  • Autore: Gabriel García Márquez
  • Traduttore: Dario Puccini
  • Editore: Mondadori
  • Data di Pubblicazione: 2014 ristampa
  • Collana: Oscar
  • ISBN-13: 9788804543213
  • Pagine: 89
  • Formato - Prezzo:  Brossura - Euro 8,50

11 marzo 2015

Speciale Letteratura Sudamericana: La città e i cani - Mario Vargas Llosa

Mario Vargas Llosa (all'anagrafe Jorge Mario Pedro Vargas Llosa, primo marchese di Vargas Llosa) è uno scrittore, saggista, politico, professore universitario peruviano, ritenuto dalla critica oltre che uno dei migliori autori della sua generazione, lo scrittore latino americano che ha avuto nella sua carriera il maggior impatto su un pubblico internazionale.
Nato il 28 marzo 1938 nella cittadina di Arequipa da una famiglia della classe media, con importanti connessioni politiche da parte materna, Vargas Llosa non conobbe il padre fino ai dieci anni, quando i suoi genitori ripresero a frequentarsi dopo il divorzio avvenuto a pochi mesi dalla nascita dell'autore, che per tutta l'infanzia fu cresciuto nella convinzione che il padre fosse morto. Dopo l'infanzia trascorsa tra Bolivia e Perù, a quattordici anni viene mandato dal padre a studiare nel collegio militare Leoncio Prado, esperienza fondamentale sia per la formazione del suo carattere sia perché diventerà fonte di ispirazione per la sua prima opera di successo intenzionale, La città e i cani (La ciudad y los perros, 1963). Abbandonata l'accademia a sedici anni, inizia a lavorare come giornalista mentre prosegue gli studi a Piura, per poi iscriversi all'Università Nazionale di San Marco per studiare legge e letteratura. Nel 1955, a diciannove anni si sposa con Julia Urquidi, cognata dello zio materno e di dieci anni più grande di lui, vicenda raccontata nell'opera semi-autobiografica La zia Julia e lo scribacchino (La tía Julia y el escribidor, 1977).
Subito dopo la laurea inizia un periodo di viaggi in Europa per l'autore e la moglie, tra borse di studio e lavori come giornalista, affiancati dalla pubblicazione dei primi racconti su alcune riviste. Il matrimonio non sopravvive a questo periodo incerto e i due si separano nel 1964; solo un anno dopo l'autore si risposa con la cugina di primo grado Patricia, da cui avrà 3 figli.
Nel frattempo la carriera dello scrittore inizia a decollare: nel 1963 viene pubblicato La città e i cani che ottiene un immediato successo di pubblico e lo porta alla vittoria del Premio de la Crítica Española ma lo mette anche al centro di aspre polemiche da parte della classe militare, i cui esponenti arrivarono a bruciare copie del libro definendolo parto di una mente degenerata.
A quest'opera fa seguito solo due anni dopo La casa verde (La casa verde, 1965), ritenuto da molti critici il suo lavoro più riuscito e raffinato e quello che ha il merito di renderlo una figura di primo piano nel gruppo di autori del Boom Latino Americano, tra i quali vengono annoverati anche Juan Carlos Onetti e Gabriel García Márquez.
Si delineano qui alcuni fra i temi principali della opere di Vargas Llosa che da subito si dimostra influenzato dalla sua percezione della società peruviana e dalla propria esperienza personale, anche se con il trascorrere degli anni egli amplierà il suo orizzonte arrivando a trattare con forte spirito critico temi di carattere nazionalista.
A quattro anni di distanza arriva Conversazione nella «Catedral» (Conversación en La Catedral, 1969), la sua opera più amara e forse la più impegnativa, che ne assicura definitivamente la fama internazionale.
Segue un periodo di stacco, in cui i lavori dell'autore si discostano dai temi politici e sociali delle prime opere e assumono un aspetto maggiormente satirico, come dimostra Pantaleón e le visitatrici (Pantaleón y las visitadoras, 1973), da molti ritenuto una parodia de La casa verde, che lo stesso autore tentò di adattare come regista per il grande schermo pochi anni dopo.
Il suo talento eclettico trova numerosi sfoghi in questi anni nella produzione di saggi, memorie, articoli e nell'attività di conferenziere in numerose università di prestigio internazionale, attività a cui si affianca la presidenza del PEN dal 1976 al 1979.
Escludendo La zia Julia e lo scribacchino, bisogna aspettare il 1981 per vedere pubblicato un nuovo romanzo, La guerra della fine del mondo (La guerra del fin del mundo), il primo tentativo di cimentarsi col romanzo storico che segna anche uno spostamento dell'autore verso temi come il messianismo e l'irrazionalità della psiche. Inizia anche un cambiamento nello stile di scrittura dell'autore che se inizialmente veniva associato al modernismo letterario, ora viene ritenuto più vicino al postmodernismo. A questo lavoro impegnativo fanno seguito opere più leggere come Storia di Mayta (Historia de Mayta, 1984) e Chi ha ucciso Palomino Molero? (¿Quién mató a Palomino Molero?, 1986) e bisognerà aspettare il 2000 per vedere l'autore pubblicare un altro lavoro di peso, La festa del caprone (La fiesta del chivo), attualmente riconosciuto come uno dei lavori migliori di Vargas Llosa.
Come molti autori sudamericani, Mario Vargas Llosa è sempre stato molto attivo politicamente anche se la sua posizione è radicalmente cambiata nel corso degli anni passando dal giovanile socialismo intriso di ammirazione per la rivoluzione cubana a posizioni neoliberiste, tanto che nel 1990 si candidò alla presidenza del Perù in testa alla coalizione Fronte Democratico che raccoglieva i tre principali partiti di centro destra del paese. Lo scrittore perderà però la sfida con l'allora sconosciuto Alberto Fujimori.
Nel 2010 gli viene assegnato il Premio Nobel per la Letteratura, "per la sua cartografia delle strutture del potere e per le sue taglienti immagini della lotta, della rivolta e della sconfitta individuale".


«A questo mondo la violenza è una sorta di fatalità. In un Paese sottosviluppato come il mio, la violenza è esteriore, epidermica, è presente in ogni momento della vita individuale, è la radice di tutti i rapporti umani».>br/>
Così rispondeva l'autore a chi, al momento della pubblicazione, gli chiedeva se La ciudad y los perros - bruciato in piazza dai militari, considerato dalla critica il migliore tra i suoi romanzi, - fosse un romanzo «sulla violenza».
E la violenza - fisica e non - fa da sfondo al microcosmo del Collegio Leoncio Prado di Lima dove avviene l'educazione del protagonista-alter ego dell'autore. Un collegio retto da militari secondo una disciplina militare in cui confluiscono sia i figli delle classi inferiori ammessi per merito sia quelli delle classi alte mandati lì dalle famiglie nella speranza di domarli, e dove la sopraffazione, la forza bruta, il dispotismo sono le leggi della convivenza, a dispetto di regolamenti e norme. «Ero un bambino viziatissimo, presuntuosissimo, cresciuto, faccio per dire, come una bambina... Mio padre pensava che il Leoncio Prado avrebbe fatto di me un uomo, - ricorda Vargas Llosa, - ma per me fu come scoprire l'inferno».

Recensione

Mi sono avvicinata a questo libro con l'idea che il suo tratto più originale e di maggior pregio fosse il suo occuparsi del tema della violenza fra giovani in un contesto controverso come quello dell'ambiente militare. Questa era almeno l'impressione ricavata dalla maggioranza dei commenti in rete e in questo devo confessare che La città e i cani mi ha parzialmente delusa. Sarà che nei cinquant'anni trascorsi dalla pubblicazione del romanzo di storie di nonnismo e violenza gratuita ambientate in collegi solo maschili (non necessariamente gestiti dall'esercito) o in contesti di addestramento militare ne abbiamo viste a bizzeffe, sia al cinema che in libreria, ma i meccanismi di sopraffazione, frustrazione sessuale e machismo esasperato che emergono dal racconto di Vargas Llosa difficilmente appaiono sorprendenti e inaspettati.

Il libro segue le vicende di un gruppo di cadetti del Collegio Militare Leoncio Prado mettendone in luce una quotidianità fatta di fumo e alcol clandestino, zuffe, ritorsioni e sfottò accomunati da una violenza fredda e indifferente, accettata come parte integrante del processo di crescita, insieme ai primi amori e alla curiosità sessuale.
Le dinamiche di gruppo, in questa vicenda dal sapore vagamente simile a Il signore delle mosche, sono quelle che siamo abituati a vedere in contesti tutti maschili nei quali non solo ogni parvenza di sensibilità ma anche di razionalità viene umiliata e distorta e il "soldato Palla di Lardo" di turno ne fa le spese, sposando tesi ormai universalmente riconosciute secondo le quali i ragazzini possono essere quanto e più crudeli degli adulti e le alte concentrazioni di testosterone producono una distorta visione di cosa significhi "essere uomo", che naturalmente coincide con la maggiore propensione a schiacciare il più debole. Questo non significa che la vicenda narrata sia noiosa o poco coinvolgente ma che ciò che le conferisce un valore aggiunto rispetto a simili storie sul diventare uomini sta tutto nel modo in cui l'autore sceglie di raccontarla.

Vargas Llosa decide infatti di sfidare il lettore, provocandolo e confondendolo, e lo fa mischiando i registri narrativi, alternando brevi sequenze narrate da una voce onnisciente con le multiple prospettive dei protagonisti (non vi dico quante perché capirlo fa parte della scoperta dell'opera) che si alternano e si sostituiscono man mano che il romanzo procede, saltando avanti e indietro nel tempo fra il racconto della quotidianità al Leoncio Prado e i loro ricordi di pre-adolescenti, prima di entrare in collegio.
La voce dei protagonisti è di volta in volta quella semi-razionale del ricordo ordinato o quella confusa, ansante del flusso di coscienza; in entrambi i casi raramente viene identificato per nome il ragazzo di cui stiamo seguendo i pensieri, dobbiamo affidarci per identificarlo ai dettagli che l'autore sapientemente, ma anche ambiguamente distribuisce con la coscienza che la minima distrazione può sfalsare totalmente la nostra comprensione della storia.

Inutile dire che questa tecnica rende la lettura poco scorrevole, soprattutto nella prima parte quando si sta ancora prendendo confidenza col soggetto anche perché, bisogna dirlo, non tutti gli eventi narrati sono ugualmente coinvolgenti; d'altro canto l'accesso che si guadagna ai personaggi è unico, così come lo è il coinvolgimento nella storia che esattamente a metà viene sconvolta da un evento destabilizzante nell'aria ormai da diversi capitoli che la fa capitombolare verso l'amara ma calzante conclusione.
Attraverso l'utilizzo delle prospettive multiple Vargas Llosa offre un ritratto immediato, vivo e comprensibile del suo Perù a confine tra modernità e degrado, mostrandone le diverse anime in un apparentemente insanabile conflitto di classe, etnia e provenienza. I diversi quartieri di Lima con le loro rivalità, i ragazzini che giocano per le strade e che mettono da parte gli spiccioli per il cinema, i tram che uniscono e separano realtà si dipanano reali davanti agli occhi del lettore che impara a conoscerne i dettagli e le implicazioni.

Il cambio di prospettiva modifica ovviamente anche la percezione che si ha dei protagonisti tanto che alla fine non si parteggia più per nessuno ma si prova una comprensione quasi affettuosa per tutti questi adolescenti insicuri e bisognosi del branco ma al tempo stesso capaci di indiscutibile eroismo e lealtà. Se l'unica figura femminile di spicco del romanzo è presente quasi esclusivamente come astuto espediente letterario nella sua incredibile passività, sono naturalmente gli adulti che escono a pezzi dalla storia con la loro codardia e ipocrisia, dando prova di non essere minimamente all'altezza del concetto di "vero uomo" che vorrebbero inculcare in testa ai ragazzi.

A conti fatti direi che La città e i cani è riuscito decisamente a ribaltare la mia perplessità iniziale; se all'avvio mi è capitato più volte di chiedermi perché mai stessi leggendo questo romanzo alla fine mi sono trovata intrigata, sorpresa e anche un po' in soggezione verso l'abilità dell'autore.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: La città e i cani
  • Titolo originale: La ciudad y los perros
  • Autore: Mario Vargas Llosa
  • Traduttore: Enrico Cicogna
  • Editore: Einaudi
  • Data di Pubblicazione: 2007
  • Collana: ET Scrittori
  • ISBN-13: 9788806187682
  • Pagine: 402
  • Formato - Prezzo: brossura - Euro 14,00

5 marzo 2015

Speciale Letteratura Latinoamericana: Grazie per il fuoco - Mario Benedetti

Mario Orlando Hamlet Hardy Brenno Benedetti-Farugia, noto come Mario Benedetti, è uno dei massimi narratori e poeti del Novecento che ha coniugato l’impegno politico con l’attività di scrittore e drammaturgo nel contesto politico-culturale dell’America latina degli anni Sessanta e Settanta: il fermento intellettuale, le ideologie di sinistra, l’appoggio alla rivoluzione cubana, la critica agli Stati Uniti, la ricerca dell’uomo nuovo prospettato da Che Guevara.
Di lontane origini umbre, precisamente di Foligno, questo romanziere e poeta può a buon diritto simboleggiare il legame che unisce l’Italia all'Uruguay. Come scrive Valerio Magrelli (Corriere della Sera, 21 aprile 2004) se la sua nazione resta, ai nostri occhi, legata all'epica garibaldina, ai grandi calciatori o ai celebri versi che Dino Campana dedicò a Montevideo, indubbiamente la conoscenza che ne abbiamo continua ad essere alquanto generica e vaga. Mario Benedetti nasce il 14 settembre 1920, a Passo dei Tor, Tacuarembó, Repubblica Orientale dell'Uruguay. Quando ha solo quattro anni, la sua famiglia si trasferisce a Montevideo; qui compie i suoi studi nella Scuola Tedesca di Montevideo (particolare che ritorna in Grazie per il Fuoco) e completa il corso di studi nel 1933. Inizia quindi a frequentare il Liceo Mirandaper e nel 1934 entra nella Escuela Raumsólica de Logosofía, ma a causa dell'instabilità economica della famiglia completa i suoi studi secondari da autodidatta.
All'età di quattordici anni comincia a lavorare nell’impresa di Will L. Smith, che realizzava ricambi per automobili; l’esperienza diretta gli permette di conoscere a fondo una delle costanti che registra la sua letteratura: il mondo grigio degli uffici montevideiani.

Nel 1946 Benedetti si sposa con Luz López Alegre che sarà sua compagna di vita sino alla morte di lei, a causa dell’Alzheimer, avvenuta il 13 aprile 2006. Trent’anni dopo evocherà quella durevole relazione nel poema Nozze di Perle, raccolto da La casa ed il mattone (1977).
Il primo libro pubblicato è una raccolta di racconti Questa mattina (1949), con cui ottiene il premio del Ministero d'Istruzione Pubblica. Il suo primo romanzo, Chi di noi, è dato alle stampe nel 1953. Tra il 1954 e il 1960 occupa tre volte la direzione letteraria di Marcia, il settimanale più influente della vita politica e culturale dell'Uruguay e uno dei più importanti dell'America Latina, chiuso nel novembre del 1974 dopo il colpo di stato del 27 giungo 1973.
Insieme ai membri del Movimento di Liberazione Nazionale – Tupamaros fondò, nel 1971, il Movimento delle Indipendenze 26 Marzo. Dopo il colpo di stato militare, a causa del suo attivo favoreggiamento per l’ideologia marxista, Mario Benedetti è costretto a lasciare l’Uruguay e inizia un esilio lungo dieci anni, lontano dal suo paese e dalla moglie, che lo porta a viaggiare tra Argentina, Perù, Cuba e Spagna. Torna in Uruguay nel marzo del 1983 iniziando l'autonominato periodo desexilio, di cui scrive in molte sue opere; dopo la morte della moglie si trasferisce definitamente a Montevideo, dove muore il 17 maggio del 2009.
La sua vasta produzione letteraria abbraccia tutti i generi, includendo testi di canzoni (le più famose delle quali interpretate da Joan Manuel Serrat) e somma più di sessanta opere, tra le quali il romanzo Grazie per il fuoco (1965), il saggio Lo scrittore latinoamericano e la rivoluzione possibile (1974), i racconti di Con e senza nostalgie (1977) e i poemi Venti dell'esilio (1981). Mario Benedetti ha ricevuto molti premi internazionali a riconoscimento del valore della sua opera, tra cui nel 1987 il Premio Lama d’Oro di Amnesty International per il romanzo Primavera con un angolo rotto e nel 1999 il prestigioso Premio Reina Sofía de Poesía Iberoamericana.


Ramón e Edmundo Budiño, due generazioni a confronto sullo sfondo di un paese immobile e corrotto, che non è più quello del padre ma ancora non ha trovato il coraggio di essere quello del figlio. Per uscire dal vicolo cieco in cui è finito e per restituire a suo figlio Gustavo i sogni e le speranze, Ramón prende una decisione: deve uccidere suo padre. Ma Ramón esita, non è certo un uomo senza scrupoli, e i dubbi lo spingono verso un finale inatteso. Benedetti, grande cronista dell'animo umano, ci svela con la sua impareggiabile prosa, quell'inestricabile ragnatela di delusioni e speranze che chiamiamo vita.

Recensione

Gli uomini del mio ceto, della mia generazione, del mio paese, non ammazzano i loro padri. Gli uomini del mio ceto, della mia generazione, del mio paese, non distruggono il loro passato. Non lo distruggono, perché sono una merda. Onora il padre e la madre. Me lo ordinò tanti anni fa il vecchio prete della chiesa di Ellauri. Non aggiunse: Onora il padre e la madre, a patto che essi meritino gli onori. Ma forse questo era implicito nel comandamento. Non lo aggiunse, pertanto onoro mio padre sebbene lui non meriti che io lo onori. Onoro mio padre per pigrizia […] perché mi ha contagiato il denaro, perché sono un lebbroso del comfort, perché le ottantamila persone che quotidianamente muoiono di fame in questo mondo mi importano meno dell’ipocrita macchia sulla mia puritana coscienza, perché, perché. Onoro mio padre perché mi disonoro

Chi è Ramón Budiño? Nonostante i suoi quarantun’anni, una moglie, un figlio e un’avviata attività di tour operator la risposta che Ramón si da è sempre la stessa: è il figlio di Edmundo Budiño, uomo cinico, imprenditore spregiudicato, editore opportunista e, proprio per queste ragioni, Eroe della Patria. Nessun’altra identità è possibile né per lui né per il figlio Gustavo, che per tutti è il nipote di Edmundo Budiño.
Ramón odia il padre che ha tradito l’immagine amorevole mostrata nell’infanzia e ha causato alla madre tante sofferenze da farle perdere la voglia di vivere: il papà che lo consolava di notte dopo un brutto sogno si è trasformato nel Vecchio, epiteto con cui tutta la famiglia si rivolge a Edmundo. Per riuscire ad essere finalmente adulto e responsabile delle sue azioni, Ramón decide di uccidere il padre: solo così potrà essere libero dagli schemi in cui si trova prigioniero.
Amore e odio, passione e rassegnazione, originalità e conformismo, libertà e sensi di colpa, vita e morte sono gli opposti attraverso cui si sviluppa tutta la narrazione: l’odio per il padre rende Ramón passivo, incapace di intraprendere nuove vie e di misurarsi in una relazione autentica con la moglie e il figlio; l’amore e la passione sessuale sono, di contro, la linfa a cui attingere per realizzare azioni straordinarie, lasciandosi alle spalle la sicurezza della routine.
Strettamente intrecciate alle vicende personali di Ramón, ci sono l’Uruguay e gli uruguayani con il loro opportunismo politico, la ricerca della comodità (scambiata per progresso sociale) e l’asservimento nei confronti degli Stati Uniti. L’unico occhio in grado di mettere a nudo le debolezze della Patria è proprio quello del Vecchio, che non esita a sfruttare le debolezze altrui per fini personali: la sua morte rappresenterà, nelle intenzioni di Ramón, la caduta delle ipocrisie e dei falsi moralismi.

Mi piace la mia città; sento che in un certo modo ne faccio parte. Guardo questi uomini e donne opachi, meschinamente calcolatori, fanatici del dettaglio, euforicamente miopi, dal cuore esplosivo, ma sprovveduto, che sfilano, due su cinque, e lasciano la loro carità da due soldi nella mano sporca e tesa dell’invalida e prepotente cicciona, la mendicante unica, la mendicante-eccezione che, più tardi, con la sua impeccabile gamba artificiale, si trasformerà nella fiorente proprietaria di vari immobili; guardo questi cultori dell’elemosina, questi filantropi della domenica, e sebbene io non offra la mia moneta, sento che in un qualche modo loro mi rappresentano e rappresentano il paese, perché tutti vogliamo il cielo a buon mercato, il lavoro a buon mercato, il potere a buon mercato, la pensione a buon mercato, tutti vogliamo che la vita ci costi meno che alla maggioranza dei mortali, e per riuscirci non importa se il mezzo è la truffa, l’elemosina, la spintarella, l’invalida promessa o la finta invalidità. Tutti vogliamo sfruttare la situazione, fregare qualcuno per salvare l’onore; l’unico modo per maturare consapevolezza delle proprie forze è commettere una minima indecenza che ci metta al riparo dal più aggressivo di tutti i sospetti, una modica scorrettezza che impedisca agli altri di parlare della nostra stoltezza, l’intollerabile stoltezza dell’onesto. Un conto è essere buoni e un altro, molto diverso, è essere presi per idioti. Questa frase dovrebbe essere incisa sullo stemma nazionale.

L’io narrante è la voce triste di Ramón; non è un narratore onnisciente e in alcuni passaggi la sua voce è sostituita da quella di altri personaggi, sempre donne, che arricchiscono la caratterizzazione dei due protagonisti (il Vecchio e Ramón) ampliando l’orizzonte del lettore che può così costruirsi la propria opinione sugli avvenimenti componendo le suggestioni che arrivano da diverse angolature.
Una soffusa malinconia pervade il romanzo sin dalle prime pagine comunicando al lettore in maniera inequivocabile che non c’è alcuna via d’uscita per l’incapacità di essere felici che sembra essere il tratto dominante degli uomini e delle donne che si trovano tra il Rio de la Plata, l’oceano Atlantico e il Brasile.

Ecco perché esitiamo. Forse perché non ci rassegniamo al minuto unico e felice. Preferiamo perderlo, lasciarlo trascorrere senza fare nemmeno il ragionevole tentativo di afferrarlo. Preferiamo perdere tutto, piuttosto che ammettere che si tratta dell’unica possibilità e che questa possibilità è solo un minuto e non una lunga, impeccabile esistenza.

Giudizio:

+5stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Grazie per il fuoco
  • Titolo originale: Gracias por el fuego
  • Autore: Mario Benedetti
  • Traduttore: Elisa Tramontin
  • Editore: La Nuova Frontiera
  • Data di Pubblicazione: giugno 2011
  • Collana: Il basilisco
  • ISBN-13: 9788883731808
  • Pagine: 272
  • Formato - Prezzo: Brossura –Euro 14,45

1 marzo 2015

Marzo: Speciale Letteratura Latinoamericana


Tracciare una storia della letteratura latinoamericana in questa sede è tanto più arduo quanto più vasta è l’area di pertinenza: dal Brasile alla Guyana Francese, dall’Argentina alla Colombia, passando per il Messico e Cuba, ognuna di queste nazioni – accomunate dall’assoggettamento a un impero coloniale e dalla pressoché cancellazione delle civiltà precolombiane che le abitavano – hanno storie diverse e parlano lingue diverse: spagnolo, portoghese, francese, lingue creole.

La nascita di una letteratura autoctona si può far risalire al XIX secolo nel solco del Romanticismo e del Naturalismo europeo, rispetto ai quali però i vari autori cercano di rafforzare e stabilire una precisa identità nazionale. Il debito nei confronti delle influenze europee e statunitensi è una questione che rimarrà aperta anche nel XX secolo, investendo tutti i settori della cultura alla ricerca di un giusto equilibrio tra la valorizzazione del patrimonio indigeno e la diversa visione del mondo propria dei colonizzatori.
Uno degli autori che nel campo prettamente letterario affronta questa tematica è Mario Vargas Llosa. In alcuni romanzi (La casa verde, La guerra del fin del mundo, Lituma en los Andes) ci presenta nazioni caratterizzate da forti contrasti: la civiltà delle città (forgiate a immagine e somiglianza delle sorelle europee) in contrapposizione alla cultura primitiva degli indios (ancora all’età della pietra ma in stretta connessione con la terra su cui vivono), delle popolazioni andine, (culturalmente distanti sia dagli uomini “civili” delle città e sia dagli indios stessi) e dei miseri contadini del Sertão.
In Brasile, l’ago della bilancio si sposta nettamente sin dai primi del ‘900 a favore delle tradizioni locali; espressione di questa tendenza sono i primi romanzi di Jorge Amado, che raccontano principalmente delle sofferenze dei contadini nelle piantagioni di cacao (Cacau, 1933), degli emarginati nello stato di Bahia (Capitães da areia, 1936) e dei pescatori nei villaggi sulla costa (Mar Morto, 1936).
La stretta connessione tra l’area latinoamericana e quella statunitense comportò un periodo di grave crisi economica tra le due guerre mondiali per la riduzione delle esportazioni delle materie prime agricole e minerarie. Il commercio quindi rimase fermo sino alla seconda guerra mondiale, quando i legami con gli Stati Uniti stimolarono un discreto sviluppo delle industrie locali. Il boom economico si accompagnò a un periodo molto fecondo dal punto di vista letterario (il cosiddetto "boom latinoamericano" dal 1960 al 1970), durante il quale vennero pubblicate opere fondamentali che lanciarono definitivamente la letteratura latinoamericana sul piano mondiale: Rayuela (Julio Cortázar, 1963), Gracias por el fuego (Mario Benedetti, 1965), Cien años de soledad (García Márquez, 1967), Yo, el supremo (Augusto Roa Bastos, 1974).
Il successo di Cent'anni di solitudine segnò l'affermazione a livello internazionale dello stile noto come realismo magico, in cui gli elementi magici appaiono in un contesto altrimenti realistico.
L’esplosione negli anni Sessanta del realismo magico avviene sull’onda dell’entusiasmo per la rivoluzione cubana e delle attese redentrici legate a Che Guevara e ai movimenti rivoluzionari del terzo mondo. I suoi esponenti a quel tempo erano tutti simpatizzanti del regime castrista e presentavano un’America Latina immersa in un tempo mitico, ignara del progresso e priva di complicazioni intellettualistiche. Scrittori come Gabriel García Márquez, Miguel Ángel Astúrias o Alejo Carpentier idealizzavano il carattere primitivo del continente sudamericano e lo proiettavano nell’avvenire rivoluzionario.
Il periodo di crescita economica post-bellico porto benefici immediati ma si trattò di uno sviluppo distorto che generò nuove tensione sociali: la tendenza alla monocoltura e alla specializzazione impediva ai paesi un minimo di autosufficienza; crebbe così in modo abnorme la produzione di caffè in Brasile, di banane in Guatemala, di zucchero a Cuba, di carne e cereali in Argentina, rame e minerali nei paesi andini. Inoltre, il livello di vita dei contadini era simile a quello dei servi della nell'epoca medievale. Le opere degli autori del boom letterario si concentravano spesso sui problemi e le ingiustizie che le diverse popolazioni dovevano sopportare nei loro paesi. I disordini politici diffusi in tutta l'America Latina avevano una profonda influenza sugli autori del boom. Alcune opere avevano profeticamente previsto la conclusione di quel periodo di prosperità e il risorgere di tutti i vecchi problemi caratteristici: l'autoritarismo, la dittatura, il disprezzo dei diritti umani, la povertà.
La caduta del comunismo, l’agonia della rivoluzione cubana e il dilagare della globalizzazione hanno ridimensionato il realismo magico: al suo posto è nata una nuova letteratura recupera quella che in fondo è l’essenza stessa del Nuovo Continente e la sua ricchezza più grande: l’ibridismo, il mestizaje, l’incrocio di popoli e culture differenti.
I nuovi autori non seguono manifesti programmatici comuni. Ognuno ha i suoi temi e generi favoriti. Ma tutti accettano la modernità e la post-modernità come un dato di fatto (pur non esaltandola) e accantonano il vecchio mito dell’America Latina come luogo dell’utopia, come la terra del buon selvaggio dove è possibile costruire una civiltà nuova alternativa a quella del progresso esemplificata dall’Europa o dagli Usa; tra questi scrittori ci sono il cileno Roberto Bolaño e l’argentino Ricardo Piglia.
Un genere che nell’America Latina ha un certo peso è la letteratura di testimonianza. In Messico e Centro America, abbondano le testimonianze delle persone che hanno assistito direttamente a importanti avvenimenti e capovolgimenti politici: un caso su tutti è la celebre autobiografia della leader indigena Rigoberta Menchú, raccontata a Elisabeth Bugos in Mi chiamo Rigoberta Menchú (Giunti, 1999). Nel Cono Sud (Cile, Argentina e Uruguay) le problematiche legate alle dittature militari, alle torture e ai desaparecidos vengono trattate in modo differente: invece di ricorrere alle testimonianze vengono adoperate la letteratura fantastica, i sogni e gli elementi psicanalitici che si ritrovano già in scrittori classici della regione come Jorge Luis Borges, Ernesto Sábato e Adolfo Bioy Casares. Sono significative in questo senso anche le opere di Luisa Valenzuela, di Damiela Eltit o dello stesso Bolaño.
Un altro filone contemporaneo è caratterizzato spesso dalla tendenza all'uso dell'ironia e dal ricorso ai generi della letteratura popolare, come nel caso dello scrittore argentino Manuel Puig, che ha affrontato il tema dell’omosessualità sotto la dittatura argentina (El beso de la mujer araña, 1976) e dell'ispano-messicano Paco Ignacio Taibo II.
Un approfondimento specifico sarebbe necessario per le letterature di lingua francese dell’America Latina (Guyana Francese e Haiti), tralasciata dalla maggior parte della critica per le difficoltà vissute in alcuni di questi paesi, che trovano ostacoli alla rottura con la tradizione letteraria francese e nella mancanza di divulgazione. I temi principali sono stati per lungo tempo la Negro Renaissance, le cui idee di valorizzazione della cultura indigena saranno il tema centrale degli autori haitiani in esilio dopo la seconda guerra mondiale. Gli scrittori che non hanno scelto la via dell'esilio trovano scarsa udienza presso le popolazioni di lingua creola e il regime haitiano non incoraggia l'uso letterario del creolo. La maggior parte degli scrittori vive all'estero, ed è costretta a ridefinire la propria identità haitiana nei confronti del mondo occidentale o africano. Essi proseguono nella via dell'impegno sociale e della militanza politica. La coscienza dell'isolamento e della marginalità rende spesso le loro opere centrate sul tema dell’esilio e dello sradicamento.

Durante il mese che segue scorrazzeremo liberamente per secoli, lingue e paesi alla scoperta della letteratura di queste terre così diverse eppure così simili.

 

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