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26 febbraio 2015

Speciale Letteratura LGBT: Memorie di Adriano - Marguerite Yourcenar

Marguerite Cleenewerck de Crayencour (vero nome di Marguerite Yourcenar) nasce nel 1903 a Bruxelles. La madre, una nobile belga, muore pochi giorni dopo il parto e la piccola Marguerite viene educata privatamente dal padre che la porta con sé nel nord della Francia. Bambina prodigio, neanche adolescente impara il latino e il greco e a soli diciassette anni pubblica la sua prima opera, Le jardin des chimères, con lo pseudonimo di Marg Yourcenar (il cognome è un anagramma di quello reale, Crayencour).
Nel 1924 visita Roma e soprattutto Villa Adriana, dove inizia la stesura dei taccuini di appunti di Memorie di Adriano, il suo capolavoro qui recensito, che verrà pubblicato nel 1951, dopo un periodo buio per l'autrice. Nel 1937 incontra l'americana Grace Frick, che sarà poi la sua compagna per il resto della vita, e nel 1939 si trasferisce negli Stati Uniti, di cui prenderà la cittadinanza nel 1947.

Dopo l'uscita di Memorie di Adriano, la Yourcenar inizierà a viaggiare per il mondo, ma l'aggravarsi delle sue condizioni di salute e di quelle di Grace la costringeranno a fermarsi. Dopo la morte della compagna, avvenuta nel 1979, la Yourcenar viene consacrata come icona della letteratura francese, prima con l'elezione nell'Académie Française nel 1980 (prima donna della storia) e poi con la pubblicazione nel 1982 delle sue opere nella Bibliothéque de la Pléiade, collana della Gallimard. Sempre in quegli anni incontra Jerry Wilson, ragazzo molto più giovane di lei, che diventerà il suo accompagnatore fino alla di lui dipartita a causa dell'AIDS.
Nel 1987 Marguerite Yourcenar muore a Mount Desert, negli Stati Uniti, lasciando alla letteratura opere come Come l'acqua che scorre (1982; ed. italiana Einaudi), L'opera al nero (1968; ed. italiana Feltrinelli), Alexis o il trattato della lotta vana (1929; ed. italiana Feltrinelli), Mishima o la visione del vuoto (1981; ed. italiana Bompiani), oltre a Memorie di Adriano.


"Mi sentivo responsabile della bellezza del mondo", dice di sé Adriano, questo personaggio così raffinatamente calato nella sua epoca, eppure così vicino al tormento di ogni uomo, di ogni tempo, nell'accanita ricerca di un accordo tra felicità e logica, tra intelligenza e fato. Il capolavoro di Marguerite Yourcenar unisce al cesello perfetto della ricostruzione storica il coraggio di presentare a tutto tondo un grand'uomo, l'altezza del suo pensiero, la disponibilità intellettuale, le intuizioni profetiche, donandoci non già un saggio erudito, ma un libro dei giorni nostri, e dei giorni a venire. Perché, come ha scritto la Yourcenar, "non siamo i soli a guardare in faccia un avvenire inesorabile". I taccuini di appunti dell'autrice (annotazioni di studio, lampi di autobiografia, ricordi, vicissitudini della scrittura) perfezionano la conoscenza di un'opera che fu pensata, composta, smarrita, corretta per quasi un trentennio.
La nota della traduttrice, Lidia Storoni Mazzolani, ci regala la storia di un'amicizia nata lavorando insieme alla versione italiana. Con la cronologia della vita e delle opere e la bibliografia essenziale.

Recensione

Memorie di Adriano è con tutta probabilità il lavoro più conosciuto della bibliografia di Marguerite Yourcenar, prima donna eletta all'Académie française nel 1980. Nelle sue pagine l'autrice narra quel periodo di fulgore senza pari che l'impero romano visse sotto la guida di Publio Elio Traiano Adriano (117d.C. - 138 d.C) attraverso le sue stesse parole in una sorta di memoriale crepuscolare. Infatti, nonostante gli sforzi dell'imperatore, rivoluzioni e caos cancelleranno la cosiddetta “pax romana” tanto cercata e tanto effimera. In tutto questo, gli intrighi della sua corte e le passioni dell'uomo si intrecciano con le riflessioni tanto amare quanto argute di un uomo intelligente e profondamente innamorato della cultura ellenica.

L'autrice riesce sapientemente a confezionare - in sei parti divise per periodo cronologico - la sineddoche di un impero tanto tormentato quanto avanzato culturalmente, usando la figura del suo uomo più rappresentativo. Grazie a un linguaggio solenne e semplice al tempo stesso, facilmente fruibile per tutti, le gesta dell'imperatore Adriano per lasciare un segno tangibile nella storia appassionano il lettore, ma quello che più colpisce è la profondità di un uomo solo che si sentiva “responsabile della bellezza del mondo”:

Il mio (ideale) era racchiuso in questa parola: il bello, di così ardua definizione a onta di tutte le evidenze dei sensi e della vista. Mi sentivo responsabile della bellezza del mondo. Volevo che le città fossero splendide, piene di luce, irrigate d’acque limpide, popolate da esseri umani il cui corpo non fosse deturpato né dal marchio della miseria o della schiavitù, né dal turgore di una ricchezza volgare; volevo che gli alunni recitassero con voce ben intonata lezioni non fatue; che le donne al focolare avessero nei loro gesti una sorta di dignità materna, una calma possente; che i ginnasi fossero frequentati da giovinetti non ignari dei giochi e delle arti; che i frutteti producessero le più belle frutta, i campi le messi più abbondanti. (pag.125)
In queste parole utopiche, Adriano racchiude in sé tutto ciò verso cui l'umanità avrebbe dovuto tendere i propri sforzi invece che imbarbarirsi in continue lotte di potere, per le quali tra l'altro l'imperatore era sì scaltro ma poco appassionato, preferendo le arti e la cultura, specialmente quelle elleniche, che egli impersonò nel giovane Antinoo. Questi, figura chiave di tutta l'opera, fu fine ultimo di struggimento e passione molto superiore a quella che provava per la moglie o per tutte le altre persone che hanno gravitato nella sua vita, e paragonabile a quel legame che c'era tra Achille e Patroclo. Con l'immolazione del ragazzo neanche ventenne in un rituale religioso sanguinario - uno tra le centinaia che stavano devastando il Medio Oriente e al quale sembrava impossibile dare soluzione -, qualcosa si rompe nell'imperatore che da lì in avanti scende sempre più vorticosamente la china verso la vecchiaia e verso la consapevolezza che la vita gli sta sfuggendo di mano.

Affascinante, didattico e assolutamente da leggere, Memorie di Adriano fa riflettere su esistenza e morte attraverso una figura chiave della storia mondiale. La Yourcenar, raffinata autrice, ha creato un memoriale imponente destinato a rimanere per sempre come un grande classico.

Giudizio:

+5stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Memorie di Adriano seguite da Taccuini di appunti
  • Titolo originale: Mémoires d'Hadrien suivi de Carnets de notes de Mémoires d'Hadrien
  • Autore: Marguerite Yourcenar
  • Traduttore: Storoni Mazzolani Lidia
  • Editore: Einaudi
  • Data di Pubblicazione: 2014
  • Collana: Super ET
  • ISBN-13: 9788806600112
  • Pagine: 354
  • Formato - Prezzo: Brossura - 12,50 Euro

22 febbraio 2015

Speciale Letteratura LGBT: La foresta della notte - Djuna Barnes

Djuna Barnes nacque in una baita sulla Storm King Mountain, vicino New York, nel 1892. Fu da subito influenzata dal particolare clima familiare: la nonna paterna, Zadel Turner Barnes, era stata una suffragetta e, scrittrice lei stessa, aveva ospitato un influente salotto letterario; il padre, sostenitore della poligamia, aveva condotto l’amante Fanny Clark sotto lo stesso tetto della moglie Elizabeth, e con entrambe Djuna e i suoi sette fratelli crebbero, economicamente sostentati dalla nonna Zadel.
In quanto secondogenita, Djuna fu educata prevalentemente a casa, dal padre e dalla nonna, mentre si prendeva cura di fratelli e fratellastri minori. A soli sedici anni subì uno stupro, forse da un vicino di casa con la connivenza del padre, forse dal padre stesso: di tale terribile esperienza, e dei rapporti ambigui con la nonna Zadel (con cui condivideva il letto), scrisse esplicitamente nella sua ultima opera, The Antiphon.
Nel 1910 la famiglia la spinse a sposare Percy Faulkner, fratello di Fanny Clark, che aveva cinquantadue anni; il loro tiepido matrimonio non superò i due mesi. Due anni dopo, la famiglia fu costretta a dividersi a causa delle sempre crescenti difficoltà finanziarie: Djuna si trasferì a New York con il padre; qui ebbe finalmente l’opportunità di studiare arte e di frequentare una scuola, ma dopo soli sei mesi dovette abbandonare il Pratt Institute per mantenere se stessa e la famiglia. Per sbarcare il lunario intraprese la carriera di reporter nel Brooklyn Daily Eagle, iniziando anche a pubblicare qualche racconto sul New York Morning Telegraph e sulla rivista pulp All-Story Cavalier Weekly.

In questo periodo Djuna si sottopose deliberatamente a esperienze rischiose per protesta contro la condizione femminile, tra cui l’alimentazione forzata, pratica che veniva applicata sulle suffragette in sciopero della fame e su cui scrisse un pungente articolo. Nel 1915 andò infine via da casa, trasferendosi in una comunità di artisti e scrittori nel Greenwich Village, caratterizzata da un’estrema libertà nei costumi artistici e sessuali. Feroce detrattrice della procreazione e della maternità, Djuna intrattenne un gran numero di relazioni con esponenti di entrambi i sessi. Nel Greenwich Village riuscì a pubblicare una raccolta di poesie e disegni a tema saffico, The Book of Repulsive Women. Partecipò attivamente al fervore teatrale della comunità: scrisse quattro opere teatrali e alcuni testi da lettura, pubblicati sotto pseudonimo.
All’inizio degli anni ’20, la Barnes si trasferì a Parigi, centro nevralgico del movimento modernista, con una lettera di presentazione dell’amico James Joyce. Fu immediatamente assorbita dalla vita culturale della città, frequentando i salotti letterari e i ritrovi dadaisti. Nel 1928 pubblicò il suo primo romanzo, Ryder (Bompiani), dal sapore autobiografico, che catturò l’attenzione del pubblico e divenne un bestseller del New York Times. A Ryder seguì Ladies Almanack, anche questo permeato da tematiche omosessuali, e anche questo uscito sotto pseudonimo. Entrambi erano dedicati a Thelma Wood, l’artista sua amante con cui ormai da anni conviveva, e da cui si separò proprio nel 1928 perché la Wood non desiderava una relazione monogama.
Nei primi anni ‘30, in un cottage nel Devonshire, la Barnes lavorò alla sua opera più famosa, La foresta della notte (Nightwood, Adelphi). Il libro fu inizialmente rifiutato, ma successivamente l’amica scrittrice Emily Coleman riuscì a sottoporlo a T.S. Eliot, all’epoca editor della Faber&Faber, che lo fece pubblicare nel 1936. Nonostante la critica lo avesse lodato come un capolavoro, le vendite non andarono bene né in Inghilterra né negli USA, e la Barnes, che si era occupata poco di giornalismo negli ultimi anni, non riuscì più a vivere del suo mestiere; la sua salute si guastò, peggiorata dagli eccessi alcolici. Quando tentò il suicidio, nel 1939, la sua mecenate Peggy Guggenheim decise di rimandarla a New York dalla madre.
La famiglia la costrinse a ritirarsi in una casa di cura per disintossicarsi, gesto che causò una rottura definitiva. Quando la Barnes ne uscì, i familiari non vollero riaccoglierla e, dopo qualche mese di vagabondaggio, tornò al Greenwich Village, dove rimase per ben 42 anni vivendo di una piccola rendita inviata dalla Guggenheim e degli aiuti economici di Emily Coleman. Nel 1950, dopo quasi dieci anni di inattività letteraria, la Barnes comprese che l’alcolismo comprometteva irrimediabilmente il suo lavoro e decise di smettere di bere. Iniziò a lavorare a un’opera teatrale, The Antiphon, in cui raccontò con odio la sua storia familiare.
Trascorse gli ultimi anni della sua vita praticamente da reclusa, rifuggendo ogni contatto con gli artisti e gli scrittori che, ammirando i suoi lavori, cercavano di contattarla. Dopo la sua morte, avvenuta a New York nel 1982, vennero pubblicate postume molte opere, soprattutto antologie di componimenti poetici scritti durante l'ultimo soggiorno nel Greewich Village. Diversi autori a lei contemporanei o posteriori, quali Truman Capote, Karen Blixen, William Goyen, Anais Nin e John Hawkes Harris, confessarono l’influenza dei suoi lavori sulla loro attività artistica.


Al centro della Foresta della Notte dorme la Bella Schizofrenica, in un letto dell’Hotel Récamier. T.S. Eliot, accompagnando questo libro alla sua uscita, scrisse che vi trovava «una qualità di orrore e di fato strettamente imparentata con quella della tragedia elisabettiana». E presto il romanzo sarebbe diventato una leggenda.
La foresta della notte è del 1936.




Recensione

«Amore di donna per una donna... che insana smania di sofferenza non lenita e di maternità l'ha mai portato alla mente?»

Cos'è La foresta della notte? Un grande risultato di stile secondo T.S. Eliot, che si premurò di far pubblicare il romanzo dalla Faber&Faber e che ne curò le prefazioni a entrambe le edizioni. Uno dei capisaldi della letteratura LGBT, secondo molti critici. Una delle tre migliori opere in prosa scritte da una donna, secondo Dylan Thomas. Un compendio a quel nonsense che è l'amore, secondo me.

Scordatevi di leggere questo libro come un romanzo. È tutto fuorché una narrazione lineare e coerente volta a raccontare una storia. È più affine a un'opera teatrale i cui attori monologano interrompendosi senza ascoltarsi. È una successione gotica e inarrestabile di versi in prosa, di ritratti di personaggi caricati all’inverosimile, di siparietti teneri o grotteschi, malinconici o divertenti, in cui la trama si dissolve mentre vaga sperduta in una foresta di metafore.
E a vagare sperduta è anche Robin Vote, anima in pena costantemente alla ricerca della felicità, o forse del tormento. Creatura androgina incapace di trovare pace né nel matrimonio né nelle fugaci relazioni con donne completamente soggiogate dalla sua presenza, Robin, sotto le cui spoglie si cela probabilmente Thelma Wood, uno degli amori tormentati della Barnes, si aggira per la scena con aria distratta, calpestando il cuore e la dignità delle donne che si struggono di passione per lei.
Tra queste ritroviamo Nora Flood, incarnazione letteraria della stessa Djuna, incessantemente alla ricerca di un modo per legare a sé una donna più incostante del vento e altrettanto leggera. Al pari di Nora, consumano la propria vita rosi dal desiderio di riavere Robin il Barone Felix (in cui forse si può ravvedere Percy Faulkner, il cinquantaduenne che la famiglia impose a Djuna di sposare, appena diciottenne), rimasto a crescere da solo il figlio da lei partorito, e l'attempata Jenny, che dopo averla rubata a Nora se la vide sfuggire tra le mani come sabbia sottile. Con loro e tra loro, filo che unisce tutti i personaggi, monologa il dottore transessuale O'Connor, vera anima del romanzo, latore di magmatiche riflessioni filosofiche che tentano di dare un senso a tutto, o forse a niente.

Romanzo modernista in tutto e per tutto, La foresta della notte è il fluire inarrestabile delle ossessioni, dei desideri e dei traumi familiari di un'autrice che visse liberamente la propria sessualità. Arduo da leggere e da interpretare, si può solo intuirne la natura a mezza via tra sfogo articolato di dolori insanabili e rivendicazione disperata di libertà. Libertà di amare, una libertà senza speranza che promette e non mantiene.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: La foresta della notte
  • Titolo originale: Nightwood
  • Autore: Djuna Barnes
  • Traduttore: Giulia Arborio Mella
  • Editore: Adelphi
  • Data di Pubblicazione: 1994
  • Collana: Gli Adelphi
  • ISBN-13: 9788845910791
  • Pagine: 176
  • Formato - Prezzo: Brossura - 11,00 Euro

11 febbraio 2015

Speciale Letteratura LGBT: Estate Artica - Damon Galgut

Damon Galgut è uno scrittore e drammaturgo sudafricano nato Pretoria nel 1963. Ha passato parte dell’infanzia in ospedale per la cura di un cancro. E' in quel periodo che nasce la passione per la scrittura: esordisce appena diciassettenne con il romanzo A Sinless Season (1980), che narra l'incontro con la paura e la violenza di tre quindicenni in un riformatorio; segue la raccolta di racconti A Small Circle of Beings (1988) in cui affronta il tema della malattia mortale.
Il suo stile realista, nel quale l'inquietudine morale fa i conti con un destino che appare sempre ineluttabile, è perfettamente compiuto nel successo internazionale Il buon dottore (The Good Doctor, 2003), edito in Italia da Guanda, che gli conferisce non solo la fama internazionale ma anche la candidatura al Booker Prize del 2003 e la vittoria al Commonwealth Writers Prize. Il romanzo mette in luce la crudezza della vita sudafricana attraverso i fallimenti di un giovane medico pieno di ottimismo e buona volontà e di un fatiscente ospedale che non può far fronte alle esigenze di gente misera e martoriata dalle violenze di ex miliziani.

Il successivo L'impostore (The Impostor, 2008), sempre per Guanda, è la storia rarefatta e morbosa di un disoccupato depresso con ambizioni di poeta; In una stanza conosciuta (In a Strange Room, 2010) gli regala una nuova candidatura al Booker Prize del 2010. Si tratta del racconto di un viaggio senza meta in tre continenti di un uomo inquieto, alla ricerca di se stesso e di un'umanità da cui imparare a vivere. Estate artica (Artic Summer, 2014) è l'ultimo romanzo da lui pubblicato.
Galgut ha fin qui dimostrato di avere un talento piuttosto versatile, essendosi cimentato nella scrittura di diverse commedie teatrali e insegnando drammaturgia all'università di Cape Town, dove è professore di ruolo dal 1990. L'autore, che scrive in due lingue (inglese e francese), è anche un appassionato viaggiatore, passione che si riflette nell'ambientazione di molte sue opere.


Estate artica è la storia romanzata di uno dei maggiori scrittori britannici, E.M. Forster, l’autore di capolavori quali Passaggio in India, Maurice, Camera con vista. Forster, omosessuale in un’Inghilterra puritana, tentò per tutta la vita di sfuggire all’opprimente ambiente della provincia inglese e fu un grandissimo viaggiatore. I suoi viaggi non furono solo la scoperta di posti esotici, dove immergersi in stili di vita opposti a quelli occidentali e dove verificare l’ingiustizia sprezzante con cui l’Impero britannico trattava le proprie colonie, ma furono ancora di più la ricerca di passioni amorose, di affinità elettive con uomini di altre razze e culture, che Forster sentiva più vicini al proprio animo e al proprio desiderio.
Questo romanzo parla di differenze, di distanze, e di ponti gettati sugli abissi al fine di colmarle: c’è la distanza fra inglesi e indiani, dominatori e dominati, con le questioni politiche ed etiche che solleva; una distanza che si riverbera anche nelle relazioni affettive tra uomini nati su sponde diverse della vita e della società. Ci sono le difficoltà legate all’essere omosessuali nella società inglese in un’epoca come l’inizio del Novecento, con il segreto a cui si era costretti, la pressione del conformismo sociale e il conseguente senso di disperata solitudine, reso dall’autore con grande forza drammatica.

Recensione

Fra Casa Howard (1910) e Passaggio in India (1924), Edward Morgan Forster progettò di scrivere un romanzo che non vide mai la luce: avrebbe dovuto chiamarsi Estate Artica e prevedeva un contenuto ancora più audace di Maurice, opera pubblicata solo postuma.
Lo scrittore sudafricano Damon Galgut ha scritto in prima persona, come se fosse Foster stesso, questa biografia pubblicata nel 2014, romanzata ma non troppo, cui ha dato lo stesso titolo che aveva scelto l’autore inglese per il suo progetto abortito, riprendendo i frammenti del testo originale di Forster che erano già stati resi noti qualche anno prima.
Come Galgut, l'autore inglese era un grande viaggiatore, e la cosa non stupisce, tenuto conto di quanto poteva essere noiosa la provincia inglese e di quanto potesse essere gravosa la presenza in casa di una madre piuttosto ossessiva. Ma c’era anche – o soprattutto- la sua omosessualità a spingerlo lontano dall’Inghilterra puritana e conformista che aveva condannato alla prigione Oscar Wilde per sodomia solo pochi anni prima degli avvenimenti descritti.

A leggere le recensioni, questo romanzo dovrebbe essere un’accusa contro l’apartheid inglese e l’esaltazione della libertà di spirito di Forster, costretto ad allontanarsi da una patria gretta, in cerca dell’amore con la "A" maiuscola. In realtà, in questa biografia Forster appare più simile a un precursore dell’esecrabile turismo sessuale della nostra epoca piuttosto che a un viaggiatore spinto da nobili intenti. Come tutti, anche lui aspirava al grande amore ma, nel timore del disprezzo in cui sarebbe incorso in patria e presso i suoi familiari, sperava di trovarlo all’estero. In India e in Egitto aveva trovato giovani del popolo che si sentivano lusingati dal suo interessamento e non disdegnavano rapporti omosessuali, non fosse altro che per avere un compenso alle loro prestazioni. Forster, pragmaticamente, in mancanza del grande amore, sapeva accontentarsi. Per la verità appare difficile, per non dire impossibile, che egli potesse trovare l’anima gemella proprio in persone così lontane dalla propria mentalità e condizione socioculturale. Lui, che tanto biasimava l’atteggiamento arrogante dei suoi compatrioti nei riguardi delle popolazioni colonizzate e che asseriva che

il loro problema derivava dall’incapacità di vedere l’essere umano oltre le strettoie del protocollo
era poi il primo a sfruttare la supremazia della sua nazionalità e del suo stato sociale per dare sfogo ai propri istinti senza rischiare di essere tacciato di omosessualità in patria.
Foster non doveva neanche temere che il suo comportamento in India potesse suscitare scandalo in quanto, secondo le parole del maharaja Bapu Sahib,
«A quarantadue anni nessun indiano riesce a mantenere un’erezione. Quella parte della vita è chiusa. Quindi nessuno crederà che tu possa avere rapporti sessuali con altri.»
Lo scrittore era poi solito scambiare corrispondenza con i vecchi amanti, biasimando il comportamento di quelli nuovi, il che fa venire in mente il cattivo gusto di chi, come Francesco Giuseppe l'Imperatore d’Austria, aveva l'abitudine di lamentarsi della moglie con l’amante.

Galgut è indubbiamente un bravo scrittore, e lo dimostra il fatto che per ben due volte i suoi romanzi sono arrivati in finale per il Booker Prize, ma risulta piuttosto monotono in questo Estate Artica. I viaggi di Foster raccontati da Galgut sembrano essere tutti uguali, indirizzati unicamente alla ricerca di sesso, e non si riesce a percepire il piacere del viaggiatore nella scoperta di nuovi orizzonti, né si sente un sentimento profondo nelle relazioni di Forster, nonostante alla fine del libro egli, rispondendo ad un commento sentito casualmente circa la vita solitaria che conduceva, asserisca:

«Io ho amato» disse a quelle donne. «Cioè, voglio dire, vissuto. A modo mio.»

Giudizio:

+3stelle+ (e mezzo)

Dettagli del libro

  • Titolo: Estate Artica
  • Titolo originale: Artic Summer
  • Autore: Damon Galgut
  • Traduttore: Fabio Pedone
  • Editore: E/O
  • Data di Pubblicazione: 2014
  • ISBN-13: 9788866325154
  • Pagine: 360
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 19,50

8 febbraio 2015

Speciale Letteratura LGBT: Maurice - E.M.Forster

Edward Morgan Forster, noto principalmente come E.M. Forster, è oggi considerato uno dei maggiori romanzieri inglesi sebbene nella sua carriera di letterato abbia pubblicato solo sei romanzi lunghi, di cui uno postumo.
Forster nacque a Londra il 1 gennaio 1879 da una famiglia di quell'agiata borghesia che verrà spesso ritratta con un misto di apprezzamento e critica nelle sue opere. Perso il padre a soli nove mesi d'età, lo scrittore conserverà fino all'età adulta uno strettissimo rapporto con la madre, con la quale continuerà a vivere, esclusi gli anni universitari e i periodi di soggiorno all'estero, fino alla morte della donna, nel 1945.
Da sempre studente modello, frequentò il King's College di Cambridge dove si laureò nel 1901 in storia e materie classiche e al quale rimase legato per tutta la vita. Al suo interno cominciò a prendere coscienza della propria omosessualità, iscrivendosi al gruppo velatamente omosessuale gli Apostoli, in cui stringe amicizie destinate a diventare presenza fissa del suo circolo negli anni che seguirono.
Inizia già in questo periodo a cimentarsi con la scrittura e nel 1914 avrà pubblicato già quattro dei cinque romanzi usciti mentre era ancora in vita: Monteriano (Where Angels Fear to Tread, 1905), Il viaggio più lungo (The Longest Journey, 1907), Camera con vista (A Room with a View, 1908) e Casa Howard (Howards End, 1910). Tutte le opere, che ottengono un successo via via crescente, riprendono i temi cardine della letteratura forsteriana: il conflitto di classe, la rigidità dell'educazione inglese e la ristrettezza di vedute delle classi agiate e le ramificazioni della sessualità, argomenti che gli fecero guadagnare la fama di moderato riformatore.
Nelle sue opere si riflettono inoltre le esperienze di viaggio dello scrittore nell'Europa continentale, compresi due distinti soggiorni in Italia, uno dei quali in compagnia dell'onnipresente madre.
Dopo l'Europa Forster scopre l'Oriente con due distinti viaggi in India, uno prima e uno dopo la Prima Guerra Mondiale (durate la quale lavorò presso la croce rossa come obiettore di coscienza) e durante in secondo soggiorno ebbe modo di lavorare come segretario privato del Maharajah di Dewas. Le esperienze si tradussero nel suo romanzo più famoso e apprezzato dai suoi contemporanei, Passaggio in India (A Passage to India, 1924) che gli fece vincere il James Tait Black Memorial Prize.
Prima di Passaggio in India, Forster aveva già composto un altro romanzo, Maurice, di cui ci occuperemo in questa recensione, destinato però a non essere pubblicato fino al 1971, un anno dopo la morte del suo autore e per sua precisa volontà. Per quanto l'omosessualità di Forster fosse nota nella sua cerchia di amici più intimi ed egli avesse imparato ad accettarla con sempre maggiore serenità soprattutto dopo la morte della madre, l'autore non volle mai che essa fosse resa nota al pubblico, fin troppo conscio dell'umiliazione e della sofferenza impartite a Oscar Wilde e poco fiducioso nella tolleranza dell'opinione pubblica.
Pur non trovando mai un compagno per la vita come era accaduto a molte sue conoscenze, egli riuscì a instaurare diverse relazioni sentimentali a lungo termine, la più significativa delle quali fu con il poliziotto sposato Bob Buckingham, che insieme alla moglie May introdusse nel suo circolo di letterati che includeva figure del calibro di Christopher Isherwood, Siegfried Sassoon e Forrest Reid. Forster arrivò anche a coabitare con i Buckingham, quando la relazione fra i due uomini si interruppe, ed è nel loro giardino che furono sparse le sue ceneri dopo la morte, avvenuta per infarto nel 1970.


"Maurice" è forse il capolavoro di Forster e certamente il suo romanzo più intimo e commovente, uno squisito esercizio privato di scrittura della verità. Tra le pieghe della società vittoriana, Forster insegue affettuosamente la storia d'amore di Maurice e Clive, suo compagno di college, i tormenti di una passione complice e innominabile, che se per Clive è destinata a seppellirsi nella "normalità", per Maurice è il calvario che conduce a nuova vita. È forse il delicato ricamo d'epoca, su cui si staglia la tormentosa affermazione della diversità, che ha spinto un regista come James Ivory a cimentarsi, dopo "Camera con vista", anche con questo prezioso "libro-scandalo".

Recensione

Due uomini da soli possono sconfiggere il mondo.

La critica più frequente che leggerete a proposito di Maurice è che il suo autore, scegliendo di farlo pubblicare postumo, ha perso l'occasione di segnare un'epoca con un romanzo scandalo che invece ora risulta inevitabilmente sorpassato.
Premesso che il valore di un libro non sta solo nella sua capacità di scandalizzare o meno, così facendo si ignora volutamente che Maurice è essenzialmente un romanzo che parla di lotta, non la semplice favoletta inventata da un autore omosessuale per combattere il grigiume della sua esistenza, ma un'opera coraggiosa, polemica, sofferta, che testimonia la complessità di comprendere e accettare la propria identità sessuale e che ha l'ardire di proporre un lieto fine per il suo eroe, in contrasto non solo con quanto permetteva la società a lui contemporanea ma anche con i dettami di quella che viene normalmente considerata "vera letteratura".

Come ormai sanno anche i sassi, Maurice fu scritto tra il 1913 e il 1914 ma venne pubblicato solo nel 1971, un anno dopo la morte dello scrittore e solo 4 dopo che il reato di omosessualità fu finalmente abolito in Inghilterra, un risultato all'epoca sorprendente se si considera che ancora nel 1960 Forster rifletteva sull'opportunità di pubblicare o meno il suo manoscritto e decideva negativamente dato il clima tanto ostile in patria da fargli pensare che l'emendamento per rendere legali rapporti fra adulti dello stesso sesso non sarebbe mai passato. Ora che l'Inghilterra è fra le prime nazione europee a legalizzare i matrimoni omosessuali fa quasi sorridere il pessimismo dello scrittore, che in uno dei dialoghi del romanzo consiglia al suo protagonista di emigrare in Francia o in Italia, dove certi comportamenti non erano perseguiti grazie al Codice Napoleonico.

L'Italia! direte voi, dove ancora oggi non si può parlare di matrimoni omosessuali senza assistere a scene di delirio collettivo. Ma Forster doveva confrontarsi con l'Inghilterra dei primi del '900, una nazione abitata da un popolo "incapace di comprendere e accettare la carnalità dell'individuo", un paese dove un quattordicenne deve vedersi spiegare le dinamiche sessuali fra uomo e donna tramite i goffi e frettolosi disegni sulla sabbia di un tutore deciso a metterlo in guardia contro "i pericoli del mondo degli adulti", un luogo dove marito e moglie ritengono di successo un matrimonio in cui i rapporti carnali sono confinati al buio e al silenzio della camera da letto, una vergogna di cui è meglio non parlare.

Certo, passaggi di questo tipo appaiono ridicoli e a volte incomprensibili al lettore moderno ma questo non gli impedisce di cogliere le difficoltà di vivere in una società soffocata dalle formalità di classe e da un ipocrita perbenismo che costringono il protagonista Maurice a una doppia lotta, quella per arrivare a comprendere la propria omosessualità e quella per riuscire a esprimerla senza vergogna o falsità.
E per quanto ora viviamo sicuramente in una societò più libera e comprensiva delle diversità, possiamo davvero dire che le difficoltà di Maurice non ricordano per nulla quelle di un adolescente del 2015?
Maurice è un classico anti-eroe forsteriano: mediocre nel suo adattarsi alle aspettative del conformismo eppure abbastanza sensibile da notarne le contraddizioni e soprattutto, sufficientemente coraggioso e cosciente di sé da decidere di ribellarsi e combattere quando stimolato ad aprire gli occhi. Il fautore di questa presa di coscienza è Clive, compagno di college che con la sua inaspettata dichiarazione d'amore rivela finalmente a Maurice sulla vera natura di pulsioni e sentimenti che finora non era stato in grado di comprendere. Ma Clive, intellettuale e ribelle, in realtà non è che un perfetto rappresentante di quella società che finge di disprezzare: deciso a mantenere il suo rapporto con l'amato solo sul piano platonico ("Quale ragazzo italiano avrebbe mai accettato ciò?")si dimostrerà perfettamente a suo agio all'interno dell'aristocrazia decaduta a cui appartiene.
La vera svolta per il giovane protagonista non può che arrivare allora che con una totale rottura dei confini di classe e Maurice troverà veramente se stesso fra le braccia del guardiacaccia Alec. Ebbene sì, un altro guardiacaccia dopo il trasgressivo amante di Lady Chatterley (ma D.H.Lawrence scrisse il suo romanzo scandalo solo nel 1928) e non dovrebbe stupire molto questa scelta: nella rigida e repressa società post-Vittoriana dove è possibile immaginare di trovare una relazione con il sesso sana e non ostacolata da puritani moralismi se non nelle classi meno abbienti, meno raffinate e acculturate?

Ma non è la lussuria ciò che tiene uniti i due amanti nelle intenzioni di Forster e nemmeno un generico amore, quanto l'impegno della lotta, la coscienza di un nemico comune, il desiderio di raggiungere la pace attraverso l'affermazione su una realtà oppressiva, che giudica senza conoscere perché, come riflette Maurice negli ultimi capitoli, cosa mai hanno sperimentato dell'amore, del tormento e dell'estasi queste figure mediocri, che non hanno mai lottato per nulla e non sanno cosa vuol dire rischiare?
La critica alla società di classi, tema che si ritrova in tutte le opere di questo autore, è qui condotta con ironia e acume magistrali e si sposa perfettamente con la descrizione del lungo, doloroso viaggio del protagonista fino alla presa di coscienza della propria natura, un viaggio che parte dall'infanzia e dura quasi 25 anni e che lo porta ad accettare, con orgoglio possiamo dirlo, il proprio essere "peccatore" e "fuorilegge".

E' probabile che Forster stesso non abbia mai raggiunto un rapporto sereno con la propria omosessualità come quello mostrato da Maurice, lo dimostrano le difficoltà espresse fino all'ultimo nel vedere il romanzo pubblicato e la sua ritrosia a parlare esplicitamente di sesso fra le pagine della sua opera ( ma Forster ha sempre mostrato la stessa ritrosia in tutti i suoi romanzi, caratteristica per cui fu spesso criticato). Lo dimostra anche lo stile un po' frammentario del romanzo, la mancanza di spontaneità di alcuni dialoghi, soprattutto nella prima parte, e alcuni passaggi un po' meccanici che testimoniano come il libro sia stato rimaneggiato più volte nel corso degli anni, tanto che la prosa non è decisamente ai livelli di quella di Casa Howard, ad esempio.
Eppure non dobbiamo essere affrettati nel liquidare Maurice, come l'emblema di ciò che l'autore voleva e non ha saputo essere. Come alcuni critici hanno osservato, il fascino erotico del protagonista lo candida a essere non tanto un simbolo di ciò che Forster sognava di essere ma di ciò che voleva, punto. E se la vita non gli ha mai offerto la possibilità di una relazione sentimentale duratura e onesta come quella dei suoi giovani protagonisti, non va dimenticato che nel suo circolo di amici intimi non mancavano esempi di coppie che si erano impegnate in forme di matrimonio private destinate a durare degli anni, alcune delle quali in barba alle più grosse disparità sociali.

Non un libro infantile quindi, non una scappatella fantasiosa ma un'opera coraggiosa in cui lo scrittore affronta con tutta la sincerità di cui è capace i propri demoni e, al di là delle giuste critiche, va detto che la maestria che lo contraddistingue è comunque presente, e la ritroviamo nelle tonalità delicate della sera, nella sensualità della notte, della provocante energia della pioggia.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Maurice
  • Titolo originale: Maurice
  • Autore: E.M.Forster
  • Traduttore:Marcella Bonsanti
  • Editore: Garzanti
  • Data di Pubblicazione: 2004
  • Collana: I grandi libri
  • ISBN-13: 9788811669470
  • Pagine: 317
  • Formato - Prezzo: Tascabile - Euro 14,00

5 febbraio 2015

Speciale Letteratura LGBT: Basta che paghino - Alessandro Golinelli

Alessandro Golinelli, pisano di nascita, del 1963, comincia la sua attività nel mondo della letteratura e della videoart a Milano, dove si trasferisce nel 1989 e dove ottiene notorietà col suo lavoro di esordio, Basta che paghino, a metà tra romanzo e inchiesta sul mondo allora del tutto sotterraneo della prostituzione maschile. Da lì continua la sua carriera artistica tra collaborazioni televisive con Mediaset, impegno politico e sociale nell'area della sinistra radicale e attività di traduzione da inglese e tedesco.
La sua produzione letteraria – nel 1995 tra l'altro dà un seguito al romanzo d'esordio con Kurt sta facendo la farfalla – prosegue verso una forma di attivismo sociale e sui diritti LGBT: dal 2010 fa parte della commissione del Torino LGBT Film Festival, scrive documentari e film sui temi della globalizzazione e dell'immigrazione e i suoi ultimi libri riguardano da vicino la vita di omosessuali in condizioni difficili, come Le rondini di Tunisi del 2005 e Una rivoluzione del 2014, entrambi ambientati nel mondo arabo, e L'amore semplicemente del 2012, una storia d'amore tra adolescenti nel lager nazista di Mathausen.


La piazza dove Kurt lavora è un intaglio rettangolare tra vecchi edifici industriali. Nelle notti di nebbia, i ragazzi che aspettano sui marciapiedi sono soltanto sagome di corpi. Per Kurt, far commercio di sé non è un dramma è un lavoro come un altro, che gli consente il massimo profitto con il minimo sforzo. Né immorale né amorale, si limita a fare ciò che sa, senza il minimo coinvolgimento, fino al giorno in cui sulla piazza appaiono cinque ragazzi stranieri, tra cui il buffo Rodolfo e il brasiliano Joao, ed ecco che la giovane multilingue follia dell'innamoramento sposta l'azione verso l'avventura.


Recensione

Di gaio, in verità, il libro di Golinelli non ha praticamente nulla.

È comprensibile che, all'inizio degli anni Novanta, un racconto come lo spaccato di vita ai margini di Kurt, il protagonista di Basta che paghino, potesse risultare alquanto scandaloso e destasse animati dibattiti, soprattutto perché l'autore lo accreditava di avere contenuti autobiografici e l'idea di un precario della scuola che faceva il 'bello di notte' per sbarcare il lunario destava scalpore.

Oggi invece probabilmente sarebbe considerato un romanzo piuttosto liscio, quasi monacale, in cui gli atti sessuali hanno una gamma di 'sfumature' quasi fin troppo normali. Questo dipende anche dalla scelta di tenere una narrazione distante e quasi 'realista', con un punto di vista esterno e oggettivo nei confronti della trama. Nel descrivere la vita e l'ambiente di una 'marchetta' milanese l'autore dirige infatti lo sguardo verso le situazioni esterne, soprattutto verso i luoghi dove il protagonista passa la maggior parte del suo tempo, in particolare di notte, cioè un'anonima piazza quadrangolare della periferia urbana, un non-luogo che è già ai margini dell'esistenza di per sé.

Questo punto di vista, in qualche modo, rispecchia già il vuoto assoluto dell'esistenza interiore di Kurt. Milano viene a stento menzionata, ci sono pochissime indicazioni sulla geografia urbana e in pratica gli unici altri riferimenti sono legati alla trasferta 'lavorativa' del protagonista ad Amsterdam e poi ad Amburgo, in compagnia di un gruppo di ragazzi latinoamericani.

Il deserto dei luoghi si riproduce in piccolo nell'aridità dei rapporti umani del giovane, nella mancanza di una storia e di una trama in senso stretto che toglie al racconto di Golinelli quasi ogni struttura narrativa. Gli unici legami di Kurt sono quelli interessati e solidi, con dei clienti da cui cerca di spremere il più possibile in termini di soldi e appoggio umano ma senza alcuna risposta emotiva da parte sua, oppure quelli liberi ma effimeri con i colleghi, ragazzi che però sono di 'passeggio/passaggio' sulla sua scena abituale, la piazza, come il gruppo di amici diretti ad Amsterdam, tra cui conosce Joao, un brasiliano di cui potrebbe innamorarsi. Anche Joao però come lui è costretto alla vita di strada e ad anteporre all'amore una garanzia di sopravvivenza e stabilità.

La scelta di seguire semplicemente il vagabondaggio umano di una marchetta, il suo errare senza senso e senza posa, il suo passare da un amore occasionale all'altro ruota intorno al fatto che Kurt non ha una sua casa, intesa non solo come come mura ma anche come centro di gravità permanente. La proprietà immobiliare, un'ancora nella solitudine degli affetti, una tana per un predatore/preda nella giungla urbana, una sicurezza, è tra le principali preoccupazioni di questo ragazzo, cresciuto troppo in fretta, che si diminuisce gli anni per non perdere una fetta di clientela che va a caccia di 'carne fresca'.
Quando si ritrova sfrattato dal bilocale dove viveva decide che il suo obiettivo deve essere quello di avere una casa sua e con ammirevole senso pratico riesce a mettere da parte un piccolo capitale per comprare un appartamento nel centro di Milano, tutto da solo, tutto suo, una garanzia della sua indipendenza.

La storia della sua vita rimane del tutto taciuta, l'autore non ne parla, salvo qualche accenno legato al nome di origine tedesca e alla conoscenza della stessa lingua, che fanno pensare a dei legami con la Germania. Per il resto Kurt rimane il protagonista indecifrabile di un segmento di vita che inizia e finisce nello stesso modo e nello stesso luogo, la piazza dei marchettari, nel freddo notturno, quasi come una metafora dell'oscurità in cui il giovane si sente di vagare.

Forse lo stile minimalista dei dialoghi e della narrazione, in generale molto asciutta, ha qualcosa di affettato, quasi come se la stringatezza lessicale servisse a riprodurre le limitazioni autoimposte da Kurt a se stesso, tuttavia il ritratto di una marchetta come essere umano è sviluppato a tutto tondo proprio nella sua vaghezza: il non lasciarsi prendere o catturare, proprio come in un continuo rituale di caccia, il seminare tracce false, il portare sempre la maschera della soddisfazione con i clienti sono le caratteristiche del perfetto gigolò, che scompare come individuo ma che perde in questo modo quasi ogni diritto a continuare ad esistere come persona.
Curiosamente, 'persona' ha come significato etimologico proprio 'maschera'.

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Basta che paghino
  • Autore: Alessandro Golinelli
  • Editore: Il Saggiatore
  • Data di Pubblicazione: 1992
  • Collana: Scritture
  • ISBN-13: 9788842807568
  • Pagine: 256
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 15,00

1 febbraio 2015

Febbraio: Speciale Letteratura LGBT

Se escludiamo la letteratura classica, latina e greca, che aveva una visione della normalità in campo sessuale molto elastica, una produzione incentrata su tematiche LGBT è in realtà recentissima e legata alla battaglia, cominciata solo negli ultimi decenni, per le rivendicazioni di diritti, e alla volontà di far uscire dall'armadio questo aspetto della realtà. In precedenza casi di libri che trattavano l'argomento erano rarissimi. L'omosessualità in tutte le sue sfumature, considerata una forma di malattia quando non di perversione, compare ad esempio nelle opere di De Sade, ma quasi solo come variante tra le raffinate depravazioni che il Divino Marchese immaginava per scandalizzare il lettore.
La troviamo come un'ombra minacciosa in molte delle opere di Oscar Wilde, che proprio per vicende di amori proibiti subì una condanna al carcere nel 1895 e concluse il XIX secolo morente con la bellissima dichiarazione d'amore scritta durante la prigionia, il De Profundis. Solo con il cosiddetto secolo breve sembra arrivare lo sdoganamento dell'omosessualità – ma forse bisognerebbe dire più in generale della sessualità - nella letteratura.

Scandalo per scandalo, dunque, anche gli amori che non osavano pronunciare il loro nome, come vennero definiti nel processo a Oscar Wilde, trovano qualche spiraglio sugli scaffali delle librerie.
Chiaramente i luoghi di questi exploit sono pochi e circoscritti, le culle della decadenza dell'Occidente, in particolare la Parigi di Pierre Louÿs e Guillaume Apollinaire, di Colette e Anaïs Nin e, qualche decennio dopo, la New York di Arthur Miller e Truman Capote. Ma, per ovvi motivi, la tematica omoerotica è sempre in secondo piano.
Se del 1951 è il capolavoro dalla lunga gestazione della scrittrice belga Marguerite Yourcenar, Memorie di Adriano, è difficile considerare quest'opera, in cui la vicenda d'amore è pure presente e importante, ascrivibile al genere LGBT, visto che propone una visione complessiva del mondo e della vita. Ancora nel 1948 il romanzo di esordio dello scrittore americano Gore Vidal, La statua di sale, di tema omoerotico, destava grande clamore all'uscita e vedeva rifiutata la recensione dal New York Times, mica dall'Osservatore Romano! Che il tema scottasse eccome lo dimostrano due casi simili, pur con le loro differenze: un classico del genere come Maurice di Edward Morgan Foster, scritto nel 1914, fu pubblicato postumo solo nel 1971, dato che l'autore aveva scelto di tenere nascosti i propri orientamenti sessuali, e ugualmente Petrolio di Pier Paolo Pasolini, autore pure dall'impegno dichiarato, vide la luce solo nel 1992.

Eppure, almeno negli ultimi venti-trent'anni, qualcosa sembra stia cambiando.
Intanto in Occidente, dopo i moti di Stonewall del 1969 e la nascita dell'attivismo gay, la strada per lo sdoganamento della diversità sessuale si è sempre più aperta in tutti gli aspetti della società civile. Possiamo pensare, per l'Italia, alla storia di un autore come Pier Vittorio Tondelli (1955-91), che ha affrontato il tema dell'omosessualità nei suoi racconti e romanzi, da Pao Pao ad Altri libertini e a Camere separate in modo originale, dando un contributo non solo di genere nel dar vita a una generazione intera di autori ancora molto attivi, i post-moderni. Rimane storica la portata del suo 'Progetto under 25' per dare spazio a giovani autori, tra cui emergono, per esempio, Silvia Ballestra e Giuseppe Culicchia, a testimonianza del fatto che la sua penna non finisce soffocata dai limiti, a volte anche ideologici, della rivendicazione, ma sa contribuire alla letteratura tout court e in modo rilevante.

Negli anni Novanta del secolo scorso e con il nuovo millennio, insieme ai social network e alla comunicazione globale, anche i libri ad argomento LGBT seguono e sfruttano l'onda. Volendo proprio sforzarsi potremmo dividere il vastissimo campo dei libri legati alla diversità sessuale almeno in due filoni. Uno è quello di protesta e di denuncia, in Italia rappresentato ad esempio dai romanzi espliciti dello scrittore bresciano Aldo Busi ma che troviamo anche in paesi in cui persistono ancora notevoli problemi di tolleranza a riguardo, come la Cina, dove nel 1996 viene pubblicata come internet novel per eludere le maglie della censura Beijing Story dell'anonimo Thongzi.
L'altro invece è quello che, con toni da reportage e ricerca sociologica, come Ragazzi che amano ragazzi del 1991, una raccolta di interviste di Piergiorgio Paterlini sulla vita di quindici giovani omosessuali italiani, o con stile più fortemente narrativo Basta che paghino di Alessandro Golinelli, una storia di impronta realista sulla vita di una 'marchetta' milanese.
Inevitabilmente anche la recentissima fioritura italiana di titoli di argomento lesbico – enumeriamo senza pretese di completezza e con numerose sfumature L'amore è semplice di Barbara Rendina e Poi con te accanto di Paola Turci ed Eugenia Romanelli del 2009, Puro amore di Daniela Tazzioli del 2010, Le circostanze dell'amore di Alessia Muroni del 2011 – assume un carattere di testimonianza, quasi si trattasse di opere a tesi.

Se si cerca però una qualche completezza sui vari aspetti della letteratura LGBT bisognerà cercarla, come spesso nel caso delle novità, oltreoceano: è la letteratura americana contemporanea che produce, anche ad uso e consumo di un mercato editoriale diverso da quello europeo, opere che spaziano sui tanti colori di questo mondo. Se Pomodori verdi fritti al caffè di Whistle Stop di Fannie Flagg nel 1987 adombra soltanto un sentimento tra due donne, e Il colore viola di Alice Walker, vincitore del premio Pulitzer per le fiction nel 1983, è un po' un caso isolato sul tema dell'amore lesbico, gli anni '90 si segnalano per una serie di autori impegnati sul fronte glbt: Michael Cunningham scrive Una casa alla fine del mondo nel 1990 e il celebre Le ore nel 1998; nel frattempo raggiungono notevole successo e notorietà David Leavitt con La lingua perduta delle gru (1986), Italian pleasures (1996) e L'uomo che sapeva troppo: Allan Touring e l'invenzione del computer (2005), appena approdato sul grande schermo con gran clamore; KM Soehnlein con Il mondo dei ragazzi normali nel 2000 apre uno spiraglio sul rapporto tra la presa di coscienza dell'identità sessuale e l'adolescenza e Annie Proulx pubblica nel 1997, all'interno dell'antologia Gente del Wyoming, il racconto da cui Ang Lee nel 2005 ha tratto I segreti di Brokeback Mountain. E forse un segno positivo di normalizzazione per questa letteratura da scaffale un po' nascosto lo potremmo vedere, per concludere, nel fatto che di temi borderline come l'ermafroditismo e l'amore saffico si occupino anche autori eterosessuali, come Jeffrey Eugenides con Middlesex del 2002 e l'incendiario Irvine Welsh con Vita sessuale di due gemelle siamesi del 2014. Oppure con il successo della serie di gialli con un'ispettrice lesbica come protagonista, scritti dall'ex ministro della giustizia norvegese, Anne Holt, anche lei dichiaratamente omosessuale. Ma la Norvegia forse vive già nel futuro.

 

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