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4 aprile 2018

L'ultima estate - Cesarina Vighy

Da dove arriva la voce di Zeta? Apparentemente dal luogo più inabitabile e muto: la malattia, in quel punto estremo che toglie possibilità, respiro, futuro. Ma è solo apparenza: questa voce proviene dal nucleo più irriducibile e infuocato della vita. Che non tace, non cessa di guardare e amare. E anzi, comincia qualcosa: a scrivere. E i ricordi sono uno squarcio lacerante nella memoria di una vita tenacemente irregolare: la nascita fuori dal matrimonio della “bambina più amata del mondo”, l’infanzia sotto le bombe, Venezia splendida e meschina, il primo disastro sentimentale e poi Roma becera e vitale, l’esperienza della psicanalisi, l’avventura del femminismo, il cammino della malattia. E sempre la coriacea e gentile difesa della propria individualità, l’irrisione delle tribù e delle cliniche cui ha rifiutato di appartenere. Così la storia della sua vita scorre laterale, vissuta intensamente ma mai accettata, come non fosse mai meritevole di piena identificazione. Mai, lungo queste pagine, si può dimenticare che l’autrice è malata, gravemente. Però basta uno spiraglio della finestra in cucina a far entrare un platano o un merlo. C’è una Gatta fedele, indulgente, comprensiva. C’è una esistenza verso cui – Zeta non lo direbbe mai e certamente si rifiuta perfino di pensarlo – si può nutrire un orgoglio felice. Non degenera: può sfidare il peso dei rimorsi del passato e l’orrore dei sintomi di oggi, ironicamente e fieramente: «Dicono che si nasca incendiari e si muoia pompieri. A me è successo il contrario: brucerei tutto, adesso». Lo fa in questo libro singolare: piccolo auto da fé e magnifico inno alla vita che era ed è.

Recensione

L’ultima estate di Cesarina Vighy ha un inizio in salita, che ricorda le atmosfere soffocanti e sarcastiche di un piccolo capolavoro cinematografico di ambientazione romana, ‘Pranzo di ferragosto’: il caldo afoso e insopportabile e la solitudine esistenziale di una città assediata dal sole, nella quale anche le iniziative per chi è condannato a restare aggravano il senso di isolamento e di abbandono percepito, sono il paesaggio nel quale l’autrice mette in scena una rappresentazione autobiografica, l’unica e l’ultima, che trova profondità umana nella dignità ironica del distacco dalle proprie vicissitudini e tratta l’impotenza di fronte alla malattia come quella di fronte all’afa.

Calura, malattia e isolamento sono la triade sotto i cui sacri auspici inizia un viaggio che parte dall’infanzia – anche da prima, dalle radici più lontane – e man mano assume la forma di un lieve bilancio esistenziale, a cui il morbo degenerativo mai nominato esplicitamente conferisce insieme urgenza e leggerezza. Chissà, forse se l’autrice, che insiste nel sottolineare il carattere ‘amatoriale’ del suo lavoro, non si fosse ammalata, non avrebbe sentito l’esigenza e avuto la consapevolezza per compiere quest’operazione che si rimanda sempre a un ineluttabile quanto lontano futuro, con il disincanto che rende ‘l’ultima estate’ lettura piacevole e commovente di un testamento privo di formalismi e solennità, profondamente umano e personale, autoironico e non giustificatorio.

Alle riflessioni dell’opera prima e ultima si aggiungono gli scambi epistolari via mail con la figlia e gli amici, che hanno fornito tanti spunti alla narrazione di sé, le poesie, i primi capitoli di un altro racconto iniziato e lasciato interrotti, tutti satelliti del pianeta Vighy, che danno conto di una rielaborazione sorvegliata e naturale. Nella conversazione pacata ma non rassegnata che l’autrice inizia con un interlocutore immediatamente accettato nel suo mondo trovano posto il racconto delle radici, famigliari e culturali insieme, le divagazioni giovanili, la tenerezza dei ricordi e degli affetti più intensi e difficili, con la famiglia più stretta, il marito, presenza laterale, la figlia ritrovata, la propaggine tesa nel futuro, il nipote, gli amici e la compagnia dei gatti.

L’occasione che si offre è di ripercorrere attraverso aneddoti che saltano di palo in frasca, seguendo il filo dei ricordi, la vita intensamente interiore di una donna colta e schiva, che di fronte alla consapevolezza dell’estremo margine trova la disinvoltura necessaria a trasformare se stessa in racconto e lo fa senza autoindulgenze, con la sobria leggiadria di chi non cerca altra conferma che in se stesso, con l’autoironia di chi sa di non avere altre possibilità.

Brevi capitoli di un racconto che rinchiudono una vita tutto sommato normale, forse anche banale, e allora perché raccontarli? E, a maggior ragione, perché leggerli? Perché l’acume sottile di una mente sensibile, come gli ultimi bagliori più vividi di una candela che sta per spegnersi, illuminano di luce propria tutte le sfaccettature dell’universo irripetibile di un’anima – se anche non si credesse nello Spirito – capace di entrare a occhi aperti nel buio della morte.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: L'ultima estate
  • Autore: Cesarina Vighy
  • Editore: Fazi
  • Data di Pubblicazione: 2009
  • Collana: Le Strade
  • ISBN-13: 9788864110127
  • Pagine: 190
  • Formato - Prezzo: eBook - euro 4,99

7 febbraio 2017

Frammenti lirici greci - a cura di Emiliano Randazzo

Dal «lieve rogo» d’amore di Saffo alle «soavi melodie» di Stesicoro, dal «sorriso di miele» di cui Alceo sop­porta il peso, all’«amore di fanciullo» descritto da Teocrito: una scelta antologica dei frammenti lirici greci condotta interamente sul tema della “musicalità” del verso poetico, come illustra il traduttore e curatore, il Maestro Emiliano Randazzo, nella sua introduzione. Il lettore potrà godere della piena lettura dei versi grazie alla voce recitante dell’attrice Donatella Allegro.


Recensione

Si può dire che una nuova edizione di classici per eccellenza come i lirici greci non è mai un'occasione sprecata. Soprattutto se si cerca di illuminare alcuni aspetti, non da specialisti, di una poesia il cui suono ci giunge da molto lontano, confuso, quasi attraverso un'eco, come la lirica greca. Nell'introduzione Emiliano Randazzo sottolinea il ruolo della componente musicale per una poesia che nasce proprio per uno strumento, la lira, sacra ad Apollo, e che è in realtà musica nella sua più intima essenza linguistica, tra articolazione delle parole e della metrica; ed è altrettanto apprezzabile la possibilità di usufruire di una versione online, una sorta di audiolibro, che restituisce almeno una parte del valore aurale di una serie di frammenti che di solito, anche a scuola, sono condannati a essere letti ma mai ascoltati, come invece erano stati concepiti.

Detto questo, tenendo conto che - almeno per intuizione - il curatore prova a dare l'occasione di sentire il valore delle opere al di fuori di ogni tentativo di interpretazione e di spiegazione, il che non è poco né scontato, destano tuttavia dei dubbi diversi aspetti del risultato finale. In linea generale, anche se si rispetta la volontà di rendere disponibile i testi lirici al di fuori di ogni mediazione, emerge una discreta difficoltà nel comprendere le scelte sugli autori inseriti nel canone lirico e anche nella scelta dei testi. Perché alcuni e non altri? Sarebbe interessante conoscere le ragioni per cui a Saffo, giustamente, in quanto più nota, sono riservati ampi spazi, mentre per altri autori altrettanto importanti gli spazi sono più ridotti, come nel caso di Alceo, o molti altri sono del tutto assenti, come Solone, Pindaro o Bacchilide.

Non è questa una critica alla scelta, semmai una curiosità naturale sulle ragioni della stessa. La traduzione, che in mancanza di altre indicazioni si suppone opera del curatore, presenta diversi punti controversi, ma, visto che ogni traduzione, e a maggior ragione nel caso di un testo poetico così complesso come il frammento lirico, costituisce un'opera a se stante - per tutti l'esempio delle traduzioni dei lirici del premio Nobel Salvatore Quasimodo -, più che criticarli sarebbe interessante comprendere le ragioni e i significati delle scelte. In questo senso sarebbero utili delle introduzioni, delle annotazioni o delle sintesi che aiutino il lettore a capire il tipo di relazione che è stato individuato come ponte tra testo di partenza in greco antico, ricco di complesse forme dialettali, e testo d'arrivo in italiano. Ancora la scelta di inserire delle note in coda a tutti i testi ma senza segnalarle all'interno dei singoli frammenti rende meno immediata la funzione esplicativa delle stesse; risulta infine difficile da comprendere anche una certa disomogeneità nella scelta dei criteri di trascrizione del testo greco.

Di fronte a un compito arduo come quello di rendere accessibile un patrimonio incommensurabile della cultura umana, i lirici greci, che da una parte vengono spesso banalizzati in mille modi - dalla scritta su t-shirt al biglietto nel cioccolatino - e dall'altra rimangono indigesti alla lettura, sia per la natura frammentaria sia per demeriti scolastici, la raccolta che qui viene recensita ha senza dubbio la virtù dell'immediatezza. Sarebbe più apprezzabile se avesse aggiunto il pregio di indicazioni almeno di massima utili a orientarsi fra le scelte tematiche e lessicali, i contenuti e le tipologie testuali più importanti.

Giudizio:

+2stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Frammenti lirici greci
  • Autore: a cura di Emiliano Randazzo
  • Editore: Bordeaux
  • Data di Pubblicazione: 2015
  • ISBN-13: 9788897236726
  • Pagine: 194
  • Formato - Prezzo: paperback - Euro 12,00

15 aprile 2015

Canti del Mid-America - Sherwood Anderson

"I canti del Mid-America" è un'opera poetica con cui l'autore (nel nome di W. Whitman e di A. Lincoln e della loro eloquenza etica e fenomenica) setaccia il cuore dell'America per festeggiare (e per far cantare) lo spazio vissuto di esseri umani da rigenerare, insieme alle loro corde mistiche: andando in cerca di mele trascurate, per mondarle dal fumo nero delle fabbriche proliferanti nell'era dell'industrialismo, ed estrarne la dolcezza vincendo il gelo. La versificazione, con la sua sintassi sempre ricominciante, è la configurazione giusta per questa invocazione di una palingenesi dell'umano (non obliando il passato) che Anderson intraprende tra l'ardore e il bisbiglio, con parole vicine e una compagine visiva rugosa in cui affondare i denti. "I canti del Mid-America" è l'opera che precede il capolavoro Winesburgh, Ohio, l'anticamera dei suoi commoventi racconti. Ma anticamera non è la parola giusta, perché questi canti sono popolosi di esterni, rendono giustizia al creato e sono intrisi della luce plurale dei campi di granturco. Eppure sono umili e concreti e i lettori potranno riempirsene le tasche.

Recensione

Qui il canto, qui in America, qui adesso, nel nostro tempo.
Definito da Fernanda Pivano il padre della letteratura americana moderna, e indicato quale fonte ispiratrice da molti storici autori americani come Faulkner, Hemingway, Fitzgerald, Steinbeck e Salinger, Sherwood Anderson nasce nel 1876 in un paesino di meno di mille anime in Ohio per trasferirsi in seguito a Chicago. Su Camden, quest'arcaico villaggio di agricoltori e allevatori, Anderson ricalcherà la Winesburg della sua opera più famosa, Winesburg. Racconti dell'Ohio, pubblicata nel 1919.
Canti del Mid-America, recuperato dalla nuova casa editrice palermitana Corrimano Edizioni, si pone a ben vedere come un'opera ibrida tra poesia e prosa, una raccolta di canti che sperimentano la materia del successivo Winesburg anticipandone temi e toni: l'idillio del mondo preindustriale, contadino, profumato di terra, scandito dal raccolto, che l'autore richiama con nostalgia e canta come un mitico eden perduto che il mondo rivoluzionato dall'industrializzazione ha dimenticato.

L'esaltazione della vitalità rurale si oppone infatti ai moderni spazi cittadini: come afferma l'autore nella prefazione, il canto appartiene e sgorga dalla memoria di cose ben più antiche dell'America industriale, simboleggiata da una "Chicago trionfante [...] orribile, terribile, orrenda e brutale" piagata dalla fretta e dal tormento. Il poeta è colui che si fa portavoce delle memorie sepolte in ogni cittadino annerito dai fumi delle fabbriche, memorie perdute di terra umida e di filari di granturco il cui sussurro è sovrastato dal frastuono dei macchinari e che solo pochi eletti riescono a udire. E' il tema cardine della letteratura europea tra Otto e Novecento: il ruolo di vate del poeta "gravido di canti" deciso a "portare cose vecchie nella terra delle cose nuove", un ruolo umile e incompreso assunto come una missione.

Da leggere per aggiungere un tassello fondamentale all'Ohio di Winesburg. L'unica pecca dell'edizione è l'assenza del testo originale a fronte.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Canti del Mid-America
  • Titolo originale: Mid-American Chants
  • Autore: Sherwood Anderson
  • Traduttore: Elena Consiglio
  • Editore: Corrimano Edizioni
  • Data di Pubblicazione: 2014
  • ISBN-13: 9788899006020
  • Pagine: 74
  • Formato - Prezzo: Brossura - 10,00 Euro

25 maggio 2014

Angolotesti: "Sonetto XLIII" di William Shakespeare

Se la paternità delle opere teatrali di Shakespeare ancora oggi è fonte di infinita polemica, i Sonetti sono senza dubbio l'opera più controversa del grande drammaturgo.
Sublimi esempi di poetica vi diranno alcuni, banali, ripetitivi, noiosi, risponderanno altri, convinti che l'autore di questa raccolta di poesie non possa avere nulla a che fare con capolavori come Amleto e Macbeth.
I 154 sonetti furono pubblicati per la prima volta dall'editore inglese Thomas Thorpe nel 1609 sottoforma di quarto (sebbene un paio di essi fossero già apparsi in precedenti raccolte), terminata dal poema in 47 stanze "A Lover's Complaint". Tutti i sonetti mostrano la medesima struttura: 14 pentametri giambici disposti in tre quartine in rima alternata più un distico conclusivo in rima baciata (uno schema che sarà successivamente chiamato rima shakespeariana) e una divisione per temi piuttosto netta secondo cui i primi 126 sono dedicati a un misterioso e bellissimo giovane (fair youth), mentre i restanti 28 sono dedicati all'altrettanto misteriosa dama bruna (dark lady).
L'oscurità che avvolge i soggetti delle poesie di Shakespeare non fa nulla per aumentare la comprensione dei poemi stessi, per cui troverete critici che si arrampicano sugli specchi cercando di spiegare che il fair youth non è altro che un'incarnazione di bellezza assoluta verso cui l'autore nutriva una platonica ammirazione, mentre la dark lady rappresenta un amore più passionale e sarebbe ispirata a una delle amanti del poeta, probabilmente tale Mary Fitton. Devozione e passione, contaminati dalla gelosia verso un misterioso poeta rivale, non mancano però nemmeno nelle poesie dedicate al bellissimo giovane e se mai potremo sapere con certezza l'identità del destinatario o se abbia avuto o meno una relazione carnale con il grande drammaturgo, possiamo dare per scontato che Shakespeare fosse quanto meno bisessuale e che la dark lady, oltre che una figura reale, debba intendersi come allegoria della morte e che gli studiosi (e il mio povero insegnante di inglese delle superiori con loro) si mettessero l'animo in pace.
I guai in realtà iniziano dalla celebre dedica iniziale, indirizzata a "Mr. W.H." e firmata "T.T.". Se in molti concordano nell'identificare W.H con William Herbert, conte di Pembroke, che sarebbe poi anche l'ignoto fair youth, le ipotesi si sprecano e includono anche quelle di grandi autori come Bertrand Russell che era convinto W.H non fosse altro che un errore di stampa delle iniziali di Shakespeare W. Sh. E' abbastanza scontato invece che T.T. rappresentino l'editore Thorpe, ma perché l'editore dovrebbe firmare la dedica di un romanzo da lui stampato? Forse perché Shakespeare non era disponibile in quel momento o non aveva mai autorizzato la pubblicazione di opere che riteneva non all'altezza della sua produzione?
Sia come sia, questi 154 sonetti rappresentano una delle più complete riflessioni sull'amore, la bellezza, il trascorrere del tempo e la nostra mortalità. Vi ripropongo qui uno dei più celebri, il Sonetto 43, in cui il poeta si tormenta sull'assenza dell'amato, un tema comune ai successivi 9 sonetti, giocando sui contrasti fra luce e ombra, giorno e notte, sogno e realtà. Nelle ultime sequenze l'autore sembra scegliere di entrare in un mondo fatto di sogni per sfuggire a questa realtà fatta di assenza.


Sonetto XLIII

Quanto più chiudo gli occhi, allora meglio vedono,
perché per tutto il giorno guardano cose indegne di nota;
ma quando dormo, essi nei sogni vedono te, e, oscuramente
luminosi, sono luminosamente diretti nell'oscuro.

Allora tu, la cui ombra le ombre illumina,
quale spettacolo felice formerebbe la forma della tua ombra
al chiaro giorno con la tua assai più chiara luce,
quando ad occhi senza vista la tua ombra così splende!

Quanto, dico, benedetti sarebbero i miei occhi,
guardando a te nel giorno vivente,
quando nella morta notte la tua bella ombra imperfetta,
Tutti i giorni sono notti a vedersi, finchè non vedo te,
e le notti giorni luminosi, quando i sogni si mostrano a me.


When most I wink, then do mine eyes best see,
For all the day they view things unrespected;
But when I sleep, in dreams they look on thee,
And darkly bright are bright in dark directed.

Then thou, whose shadow shadows doth make bright,
How would thy shadow's form form happy show
To the clear day with thy much clearer light,
When to unseeing eyes thy shade shines so!

How would, I say, mine eyes be blessed made
By looking on thee in the living day,
When in dead night thy fair imperfect shade
Through heavy sleep on sightless eyes doth stay!

All days are nights to see till I see thee,
And nights bright days when dreams do show thee me.


Considerato il più importante scrittore in lingua inglese e generalmente ritenuto il più eminente drammaturgo della cultura occidentale, William Shakespeare nacque a Stratford-upon-Avon il 23 aprile 1564, o almeno così si crede dato che non esistono documenti certi sulla nascita dello scrittore, mentre si ha prova di un battesimo in data 26 aprile.
Le notizie sulla vita di Shakespeare sono poche e confuse, sebbene molti biografi concordino sul fatto che Shakespeare frequentò la King's New School, istituto gratuito per i maschi della cittadina. È anche probabile che il poeta abbia lavorato come apprendista nel negozio del padre; infatti è stato spesso osservato come Shakespeare nelle sue opere faccia riferimento a svariati tipi di pelle d'animale e ad altre conoscenze tipiche dei conciatori. Nel 1582, all'età di diciotto anni, William sposò Anne Hathaway, di otto anni più anziana, che probabilmente al momento delle nozze era già incinta.
Dalla moglie Shakespeare ebbe tre figli, dopodiché egli scomparve dalle cronache per circa sette anni, dal 1585 al 1592, di solito indicati come gli anni perduti, riguardo ai quali numerose e fantasiose ipotesi sono state fatte.
Nel 1592 il poeta ricomparve, direttamente a Londra e già con una certa fama sulla scena teatrale: si sa che sue opere erano già state rappresentate da diverse compagnie e si ha notizia della rappresentazione il 3 marzo 1592 della prima parte dell'
Enrico VI. La fama di Shakespeare era in ascesa vertiginosa, tanto da attirarsi le gelosie dei colleghi più anziani. Il suo lavoro subì una forzata interruzione negli anni 1593-94, quando un'epidemia di peste portò i legislatori a chiudere i teatri. Shakespeare, in questo periodo, pubblicò due poemetti, Venere e Adone e Il ratto di Lucrezia. Alla riapertura dei teatri il drammaturgo si unì a una compagnia teatrale chiamata The Lord Chamberlain's Men, di cui negli anni successivi divenne anche azionista acquistandone il 10%; essa divenne talmente popolare da far sì che, dopo la morte di Elisabetta I e l'incoronazione di Giacomo I (1603), il nuovo monarca adottasse la compagnia, che si fregiò così del titolo di The King's Men.
Nel 1611 egli decise di ritirarsi nuovamente a Stratford, dove aveva acquistato in precedenza una discreta proprietà, e dove morì il 23 aprile 1616.

24 gennaio 2014

Angolotesti: "Animula vagula blandula" di Publio Elio Adriano

Animula vagula blandula è una brevissima poesia con cui Publio Elio Traiano Adriano si prepara a congedarsi dalla sua anima e si rivolge ad essa salutandola, quasi come fosse sulla soglia che separa la vita dalla morte e si apprestasse a separarsi da una cara compagna. L'incipit è stato usato anche dalla scrittrice Marguerite Yourcenar per dare il titolo a uno dei capitoli che compongono Memorie di Adriano, il suo capolavoro sulla vita dell'imperatore letterato vissuto tra I e II sec. d.C.
Il periodo in cui governò Adriano, tra il 117 e il 138 d.C., viene considerato l'età aurea del principato: lontano dai disordini di Caligola e Nerone, dalla tirannia di Domiziano, sotto la dinastia degli imperatori per adozione, prima l'anziano Nerva, poi Traiano e quindi Adriano, l'Impero di Roma, nella prima metà del II secolo raggiunse il suo massimo fulgore, si espanse dall'Eufrate alla Caledonia, dalla Mauretania alla Dacia. La Pax Romana, oltre alle ricchezze che confluivano dalle nuove provincie, permise di rinnovare lo splendore dell'età di Augusto, che aveva trovato Roma costruita di legno e l'aveva lasciata di marmo.
Traiano e Adriano, i grandi imperatori della dinastia Ulpio-Antonina costruirono il primo la colonna e i mercati che portano il suo nome, il secondo, oltre a restaurare il Pantheon di Agrippa e realizzare il mausoleo poi divenuto Castel Sant'Angelo e una magnifica residenza nella villa di Tivoli, due enormi biblioteche, una greca e una latina, nel foro romano sul Palatino.

"Fondare biblioteche è come costruire ancora granai pubblici, ammassare riserve contro un inverno dello spirito che, da molti indizi, mio malgrado, vedo venire. Ho ricostruito molto, e ricostruire significa collaborare con il tempo, nel suo aspetto di "passato", coglierne lo spirito o modificarlo, protenderlo quasi verso un più lungo avvenire; significa scoprire sotto le pietre il segreto delle sorgenti"
Queste parole, che Marguerite Yourcenar fa pronunciare al suo Adriano, riassumono bene lo spirito attivo e il piglio deciso e fervente con cui il principe umanista, dalla profonda cultura e animato da un intenso amore per il patrimonio della classicità ellenica, intervenne nel panorama delle arti e della letteratura del suo tempo.
Il recupero dei canoni classici per eccellenza, dalla statuaria all'architettura, pervade anche la poesia dell'epoca, che, se anche risulta priva di grandi opere, conta un'ampia produzione nella sua dimensione di rifugio privato, nel suo ritorno verso una dimensione intimistica e di gioco, nugatoria per usare un termine tecnico, e vede impegnato il principe in prima persona, come se le gravose cure di un governo complesso come quello di Roma richiedessero uno spazio riservato alla leggiadra eleganza della poesia come gioco intellettuale.
Attorno alla corte di Adriano, anche grazie al suo mecenatismo, nasce una sorta di circolo, quello dei
poetae novelli, che richiamano l'esperienza di Catullo e altri scrittori del I sec. a.C., al cui rifiuto dell'impegno civile in favore di temi personali e stili leggeri Cicerone aveva affibbiato l'epiteto dispregiativo di poetae novi o con un grecismo 'neoteroi', cioè poetastri/poetucoli da strapazzo.
Di questa produzione rimangono pochissimi frammenti, qualche citazione, perlopiù testimonianze indirette di un gusto per lo sperimentalismo e la scrittura dotta, quasi come relitti lasciati dal mare sul litorale dopo un naufragio. Tra questi spicca il breve testo presentato di seguito, che Adriano scrisse quasi come un testamento culturale lasciato a se stesso, un commiato dalla vita. L'uso ripetuto di diminutivi e vezzeggiativi, di rime facili e insieme melodiose creano quasi una filastrocca sospesa tra malinconia e gioco di parole.
Il recupero delle forme classiche, a tratti anche arcaizzanti, sembra quasi rappresentare la volontà forte di riaffermare la propria identità e la propria eredità da parte di un mondo, quello greco-romano, sul cui orizzonte, nonostante la sfolgorante gloria dell'acme, si profilavano incombenti le ombre di una crisi profonda e distruttrice, quella che mostrerà le prime avvisaglie nelle invasioni barbariche di Quadi e Marcomanni sotto Marco Aurelio, il principe filosofo, e scoppierà poi nel III secolo. Nell'aurea quiete prima della tempesta, la grazia semplice e insieme raffinatissima, gioconda e insieme carica di inquietudini dei cinque versicoli di Adriano si eleva con la forza monolitica di un epitaffio.





Animula vagula blandula
Hospes comesque corporis,
Quae nunc abibis in loca
Pallidula, rigida, nudula,
Nec, ut soles, dabis iocos…


Piccola anima smarrita e soave,
compagna e ospite del corpo,
ora t’appresti a scendere in luoghi
incolori, ardui e spogli,
ove non avrai più gli svaghi consueti…


trad. Livia Storoni Mazzolani


Publio Elio Traiano Adriano
Nato probabilmente a Italica, colonia romana in terra ispanica nel 76 d.C. da famiglia di antiche ascendenze italiche, Adriano, terzo imperatore della dinastia Ulpia-Antonina, salì al trono subito dopo Traiano,nel 117 d.C., nonostante questi non lo avesse formalmente adottato, come successe invece per gli altri membri della sua dinastia.
Dopo le conquiste del suo predecessore e prima del tramonto del 'principato illuminato', che si verificò con l'ultimo della casata, Commodo, successore di Marco Aurelio, il regno di Adriano, volto a consolidare le conquiste fatte su una linea di mantenimento, con la costruzione di strutture difensive, dal Vallum Adriani in Britannia ai fortilizi sui confini germanici, fu un ventennio di relativa pace e di splendore, in cui il pricipe intellettuale governò con decisione, attraverso una sorta di organo esecutivo come il Consilium Principis, ma pacificamente.
Statua di Antinoo
Fautore di una politica di tolleranza verso le minoranze disposte a coesistere nella magmatica koinè dell'Impero Romano, prescrisse, in un rescritto del 122 d.C. al proconsole d'Asia Minucio Fundano, di non perseguire i cristiani d'ufficio ma solo per eventuali crimini. Egli stesso, invece, di fronte alle incoercibili resistenze all'assimilazione del popolo ebraico non esitò a radere al suolo nel 135 d.C. Gerusalemme, devastando la Giudea e rinominandola come provincia di Syria-Palaestina.
Riformatore oltre che dell'esercito anche dell'apparato burocratico della complessa amministrazione imperiale, fu uomo dottissimo e di cultura raffinata. Oltre a comporre poesie in greco e latino e ad essere amico del filosofo Epitteto, sostenne un revival del classicismo ellenico nell'architettura e nelle arti, come dimostrano le innumerevoli statue dedicate al suo amante-compagno Antinoo, morto ventenne in Egitto nel 130 d.C., che volle divinizzare e ritrarre con le sembianze di Apollo ed Ermes,
Il teatro marittimo nella villa di Tivoli
e la sua residenza di Tivoli, arricchita di sontuose decorazioni in stile classico, da un ninfeo a dei sontuosi giardini. Il suo regno durò fino al 138, quando morì a Baiae dopo una lunga malattia, lasciando Roma, abbellita e ordinata nelle mani salde del figlio adottivo Antonino Pio.

19 gennaio 2014

Poesia: Premio letterario InVersi


Al via la prima edizione del premio letterario InVersi-Poesie d'autore, organizzato dalla casa editrice Edizioni della Sera.

Aperto a tutti gli autori di poesia italiani, esordienti e non, il concorso prevede una sezione unica, che premierà una silloge (minimo cinquanta componimenti poetici) con la pubblicazione cartacea a titolo completamente gratuito. Ogni autore potrà inviare una sola opera di tema libero (sono esclusi gli elaborati a tema fantasy o erotico, i poemi, gli haiku e i limerick).

Il termine di scadenza del concorso è il 30 aprile 2014, entro il quale, oltre all'opera (che dovrà essere inviata a mezzo e-mail in formato .rtf o .txt), i partecipanti saranno tenuti a versare una quota di partecipazione di venti euro per le spese di organizzazione e di segreteria. Tutte le informazioni sul bando completo.



Per maggiori informazioni e contatti:
- Il sito delle Edizioni della Sera
- La pagina facebook della casa editrice

20 ottobre 2013

Enfer - Fabrizio Corselli

Parigi, 1793. Rinchiuso presso la prigione di Stato della Conciergerie per l'omicidio della giovane Heléne Dubois, il libertino Alexandre Morel attende l'esecuzione della propria condanna a morte. Inesorabili trascorrono i giorni in piena solitudine, finché l'inaspettato incontro con Madeleine, una ventenne prostituta, non conquisterà di lui l'anima più nera, riportando alla luce quella profonda vena creativa che ha sempre caratterizzato la sua cupa indole di poeta crudele. Dopo il primo giorno, frequenti diventano le visite di Madeleine presso le carceri durante la notte. Una serie d'incontri che si trasformeranno, via via, in una relazione dai toni sempre più audaci e altresì feroci, contesi fra ardite trasgressioni e indicibili vizi. Madeleine sta per aprire i cancelli degli Inferi attraverso un'esperienza che la vede non più come chi consola gli animi dei condannati a morte bensì, ella stessa, come carnefice. Chi, alla fine, fra i due amanti vestirà i panni dell'inquisito e dell'inquisitore, in un torbido gioco d'amore che va consumandosi lentamente all'interno di quella prigione, come nel perpetuo tormento di una bolgia infernale?

Recensione

Giudicare opere poetiche è sempre un compito arduo, motivo per cui per questa recensione non verrà applicato un giudizio in stellette. Molto più che la narrativa, la poesia è riflesso dell'animo dello scrittore, e il modo in cui colpisce o meno il lettore dipende spesso dalla sensibilità di quest'ultimo. Non che ciò svincoli il poeta dall'aspetto stilistico, che rimane sempre e comunque imprescindibile: si compie spesso l'errore di credere che la poesia rifugga da schemi teorici e regole formali, cosa che si traduce nell'esistenza in Italia di diverse migliaia di poeti improvvisati.
Fabrizio Corselli, già autore del poema fantasy Drak'kast, improvvisato certo non è: insegna composizione poetica, organizza progetti didattici volti a promuovere la poesia nelle scuole, è curatore editoriale di una collana di haiku, ha una lunga storia di opere poetiche pubblicate a tema mitologico, epico, fantastico. Enfer, una delle sue ultime fatiche, rappresenta un'incursione nel campo dell'erotico d'ispirazione libertina.
Figura molto in voga in Inghilterra e in Francia nel XVIII secolo, il libertino non è solo l'incarnazione della più sfrenata libertà e perversione sessuale, si fa anche bocca della verità assoluta e senza orpelli e dell'onestà di non negare le pulsioni primarie presenti in ogni uomo («L'educazione e la morale sono le nostre più acerrime nemiche», verga il narratore e protagonista dell'opera). Nella Parigi del 1793, Alexandre Morel attende in una cella della Conciergerie che venga eseguita la sua condanna a morte per aver assassinato la sua giovane amante Heléne: suoi sono i versi di Enfer, che descrivono con vividezza gli amplessi e le torture inflitte alla docile Madeleine, prostituta che proprio alla Conciergerie è solita andare a offrirsi ai condannati. Quella di Madeleine è una vera e propria «discesa all'inferno», la capitolazione completa alla volontà del suo amante celato da una maschera veneziana, in un crescendo di lussuria e brutalità che culmina in un prevedibile apice.
Enfer è una silloge tematica che mescola diversi generi: dalla prosa all'epistola, con un'ovvia e netta predominanza per la poesia, declinata in varie forme. Se si esclude una certa ridondanza che si riflette nel ripetersi di alcune scene - con ben poche varianti - nel corso dell'opera, si tratta di un'opera matura (in entrambi i sensi) in cui s'intrecciano i motivi romantici di eros e thanatos in un'atmosfera nera che ben restituisce il buio Settecento francese. Si notano metodo e rigore nella composizione poetica, nonché conoscenza della materia, precisione di linguaggio e coraggio di trasgredire (particolarmente vivide e coraggiose le parole «La sua leggerezza è per me forza, linfa vitale;/ se solo fosse stato Cristo un libertino, ah, sì,/ avrei abusato ancora e ancora della sua corona/ come del suo ano, fino a moltiplicarne/ i piaceri più smodati al pari di pani e di pesci»). La scelta di temi scabrosi e la puntualità con cui vengono affrontati ne fanno un'opera che, in un'epoca in cui Cinquanta sfumature è considerato un romanzo erotico e trasgressivo, potrebbe urtare la sensibilità di qualcuno.

Giudizio:

n/a

Dettagli del libro

  • Titolo: Enfer
  • Autore: Fabrizio Corselli
  • Editore: Ciesse Edizioni
  • Data di Pubblicazione: 2013
  • Collana: Blue
  • ISBN-13: 9788866600800
  • Pagine: 80
  • Formato - Prezzo: Brossura - 8,00 Euro

27 marzo 2012

Angolotesti: "Quartiere di Cordova" di Federico García Lorca

Dopo lunga assenza torna stasera la rubrica Angolotesti, una selezione di testi letterari o poetici nella loro interezza con una breve contestualizzazione perché possiate meglio apprezzarli.
Del poeta spagnolo Federico García Lorca, esponente di spicco del gruppo letterario avanguardista
Generazione del '27 che produsse in Spagna probabilmente la poesia più rimarchevole dai tempi del Barocco, avevamo già avuto modo di parlare. Il testo poetico proposto oggi fa parte della raccolta Poema del Cante jondo, pubblicata nel 1932 ma composta tra il 1921 e il 1922. Il "cante jondo" (letteralmente canzone profonda) non è altro che uno stile vocale del flamenco, e infatti la raccolta è (non unica) testimonianza del grande amore del poeta per la sua terra, l'Andalusia. Quartiere di Cordova non necessita di spiegazioni: come tutte le poesie della raccolta, restituisce suoni e ritmi popolari che il poeta amava accompagnare con la chitarra.



Barrio de Córdoba
Tópico nocturno


[Quartiere di Cordova
Topico notturno
]



En la casa se defienden
de las estrellas.
La noche se derrumba.
Dentro hay una niña muerta
con una rosa encarnada
oculta en la cabellera.
Seis ruiseñores la lloran
en la reja.

Las gentes van suspirando
con las guitarras abiertas.

[Nella casa si difendono
dalle stelle.
La notte si schianta.
Dentro c'è una bambina morta
con una rosa color carne
nascosta tra la capigliatura.
Sei usignoli la piangono
sull'inferriata.

La gente sospira
con le chitarre aperte.]




Federico García Lorca nacque a Fuente Vaqueros (Granada) il 5 giugno 1898. Poeta e drammaturgo spagnolo, si appassionò al folclore gitano della sua regione, l'Andalusia, e partecipò al fervore creativo che scosse la Spagna nei due decenni precedenti all'instaurazione del franchismo. Omosessuale, nella sua opera poetica si fece portavoce degli oppressi: gli zingari, i neri di Harlem, coloro che furono schiacciati dal totalitarismo. Proprio per le sue manifeste tendenze antifranchiste fu fucilato a Víznar il 19 agosto 1936. Il suo corpo, gettato in una fossa comune, non fu mai ritrovato.
García Lorca lasciò un impressionante canzoniere; le sue raccolte più famose sono
Libro de poemas, Romancero gitano, Poema del cante jondo, Poeta en nueva York. Appena un anno prima della sua morte, in seguito alla caduta nell'arena del grande amico Ignacio, García Lorca compose un'elegia in quattro parti (Lo scontro e la morte, Il sangue versato, Corpo presente, Anima assente) cui diede il nome di Lamento per Ignazio Sánchez Mejías.

27 gennaio 2012

Angolotesti: "Il corvo" di Edgar Allan Poe

Buonasera a tutti i nostri lettori,
torna oggi Angolotesti, una selezione di testi letterari o poetici nella loro interezza con una breve contestualizzazione perché possiate meglio apprezzarli.
Dopo la parentesi 'contemporanea' del nostro collaboratore Tancredi, torniamo oggi all'Ottocento e alla poesia: il testo che vi propongo, infatti, è la più famosa poesia del celeberrimo padre del moderno horror, del racconto poliziesco, e del giallo psicologico. Mi riferisco, naturalmente, a Il corvo di Edgar Allan Poe. Pubblicata nel 1845 nella raccolta Il corvo e altre poesie, i versi descrivono la visita di un corvo parlante (che ripete in modo ossessionante un'unica frase,
Mai più!) a un uomo disperato per la perdita dell'amata Lenore. Il corvo segna la discesa dell'uomo nella follia, probabilmente risvegliandone il senso di colpa per l'assassinio della donna. Le domande che l'amante, sempre più allucinato, continua a porre all'animale, hanno - e non può essere altrimenti - una sola risposta: Mai più.
Angosciante e inquietante, ipnotica e suggestiva,
Il corvo è una delle più famose e riuscite poesie dell'orrore psicologico.

Nota: traduzione reperita su pensieriparole.it, che non riporta il nome del traduttore né l'edizione; nona strofa tradotta personalmente, poiché è mancante in quasi tutte le traduzioni reperibili sul web.



The Raven
[Il corvo]


Once upon a midnight dreary, while I pondered weak and weary,
Over many a quaint and curious volume of forgotten lore,
While I nodded, nearly napping, suddenly there came a tapping,
As of some one gently rapping, rapping at my chamber door.
`'Tis some visitor,' I muttered, `tapping at my chamber door -
Only this, and nothing more.'

[Era una cupa mezzanotte e mentre stanco meditavo
su bizzarri volumi di un sapere remoto,
mentre, il capo reclino, mi ero quasi assopito,
d'improvviso udii bussare leggermente alla porta.
"C'è qualcuno," mi dissi, "che bussa alla mia porta -
solo questo e nulla più."]

Ah, distinctly I remember it was in the bleak December,
And each separate dying ember wrought its ghost upon the floor.
Eagerly I wished the morrow; - vainly I had sought to borrow
From my books surcease of sorrow - sorrow for the lost Lenore -
For the rare and radiant maiden whom the angels named Lenore -
Nameless here for evermore.

[Ah, ricordo chiaramente quel dicembre desolato,
dalle braci morenti scorgevo i fantasmi al suolo.
Bramavo il giorno e invano domandavo ai miei libri
un sollievo al dolore per la perduta Lenore,
la rara radiosa fanciulla che gli angeli chiamano Lenore
e che nessuno, qui, chiamerà mai più.]

And the silken sad uncertain rustling of each purple curtain
Thrilled me - filled me with fantastic terrors never felt before;
So that now, to still the beating of my heart, I stood repeating
`'Tis some visitor entreating entrance at my chamber door -
Some late visitor entreating entrance at my chamber door; -
This it is, and nothing more,'

[E al serico, triste, incerto fruscio delle purpuree tende
rabbrividivo, colmo di assurdi tenori inauditi;
Sebbene ripetessi, per acquietare i battiti del cuore:
"È qualcuno alla porta, che chiede di entrare,
qualcuno attardato, che mi chiede di entrare.
Ecco: è questo e nulla più."]

Presently my soul grew stronger; hesitating then no longer,
`Sir,' said I, `or Madam, truly your forgiveness I implore;
But the fact is I was napping, and so gently you came rapping,
And so faintly you came tapping, tapping at my chamber door,
That I scarce was sure I heard you' - here I opened wide the door; -
Darkness there, and nothing more.

[Poi mi feci coraggio e senza più esitare
"Signore," dissi, "o Signora, vi prego, perdonatemi,
ma ero un po' assopito ed il vostro lieve tocco,
il vostro così debole bussare mi ha fatto dubitare
di avervi veramente udito". Qui spalancai la porta:
c'erano solo tenebre e nulla più."]

Deep into that darkness peering, long I stood there wondering, fearing,
Doubting, dreaming dreams no mortal ever dared to dream before;
But the silence was unbroken, and the darkness gave no token,
And the only word there spoken was the whispered word, `Lenore!'
This I whispered, and an echo murmured back the word, `Lenore!'
Merely this and nothing more.

[Nelle tenebre a lungo, gli occhi fissi in profondo,
stupefatto, impaurito sognai sogni che mai
si era osato sognare: ma nessuno violò
quel silenzio e soltanto una voce, la mia,
bisbigliò la parola "Lenore" e un eco rispose:
"Lenore". Solo quello e nulla più.]

Back into the chamber turning, all my soul within me burning,
Soon again I heard a tapping somewhat louder than before.
`Surely,' said I, `surely that is something at my window lattice;
Let me see then, what thereat is, and this mystery explore -
Let my heart be still a moment and this mystery explore; -
'Tis the wind and nothing more!'

[Rientrai nella mia stanza, l'anima che bruciava.
Ma ben presto, di nuovo, si udì battere fuori,
e più forte di prima. "Certo" dissi "è qualcosa
proprio alla mia finestra: esplorerò il mistero,
renderò pace al cuore, esplorerò il mistero.
Ma è solo il vento, nulla più."]

Open here I flung the shutter, when, with many a flirt and flutter,
In there stepped a stately raven of the saintly days of yore.
Not the least obeisance made he; not a minute stopped or stayed he;
But, with mien of lord or lady, perched above my chamber door -
Perched upon a bust of Pallas just above my chamber door -
Perched, and sat, and nothing more.

[Allora spalancai le imposte e sbattendo le ali
entrò un Corvo maestoso dei santi tempi antichi
che non fece un inchino, né si fermò un istante.
E con aria di dame o di gran gentiluomo
si appollaiò su un busto di Palladie sulla porta
si posò, si sedette, e nulla più.]

Then this ebony bird beguiling my sad fancy into smiling,
By the grave and stern decorum of the countenance it wore,
`Though thy crest be shorn and shaven, thou,' I said, `art sure no craven.
Ghastly grim and ancient raven wandering from the nightly shore -
Tell me what thy lordly name is on the Night's Plutonian shore!'
Quoth the raven, `Nevermore.'

[Poi quell'uccello d'ebano, col suo austero decoro,
indusse ad un sorriso le mie fantasie meste,
"Perché" dissi "rasata sia la tua cresta, un vile
non sei, orrido, antico Corvo venuto da notturne rive.
Qual è il tuo nome nobile sulle plutonie rive?"
Disse il Corvo: "Mai più".]

Much I marvelled this ungainly fowl to hear discourse so plainly,
Though its answer little meaning - little relevancy bore;
For we cannot help agreeing that no living human being
Ever yet was blessed with seeing bird above his chamber door -
Bird or beast above the sculptured bust above his chamber door,
With such name as `Nevermore.'

[Molto mi stupii di udire quello sgraziato uccellaccio parlare così chiaramente,
sebbene poco senno vi fosse nella sua risposta - poca importanza;
poiché in nessun modo a nessun essere vivente
fino ad allora fu concesso di vedere un uccello alla sua porta -
uccello o bestia sul busto scolpito alla sua porta,
che portasse il nome "Mai più".]

But the raven, sitting lonely on the placid bust, spoke only,
That one word, as if his soul in that one word he did outpour.
Nothing further then he uttered - not a feather then he fluttered -
Till I scarcely more than muttered `Other friends have flown before -
On the morrow he will leave me, as my hopes have flown before.'
Then the bird said, `Nevermore.'

[Ma quel corvo posato solitario sul placido busto,
come se tutta l'anima versasse in quelle parole,
altro non disse, immobile, senza agitare piuma,
finché non mormorai: "Altri amici di già sono volati via:
lui se ne andrà domani, volando con le mie speranze"
Allora disse il Corvo: "Mai più".]

Startled at the stillness broken by reply so aptly spoken,
`Doubtless,' said I, `what it utters is its only stock and store,
Caught from some unhappy master whom unmerciful disaster
Followed fast and followed faster till his songs one burden bore -
Till the dirges of his hope that melancholy burden bore
Of "Never-nevermore."'

[Trasalii al silenzio interrotto da un dire tanto esatto,
"Parole" mi dissi "che sono la sua scorta sottratta
a un padrone braccato dal Disastro, perseguitato
finché un solo ritornello non ebbe i suoi canti,
un ritornello cupo, i canti funebri della sua speranza:
Mai, mai più".]

But the raven still beguiling all my sad soul into smiling,
Straight I wheeled a cushioned seat in front of bird and bust and door;
Then, upon the velvet sinking, I betook myself to linking
Fancy unto fancy, thinking what this ominous bird of yore -
What this grim, ungainly, ghastly, gaunt, and ominous bird of yore
Meant in croaking `Nevermore.'

[Rasserenando ancora il Corvo le mie fantasie,
sospinsi verso di lui, verso quel busto e la porta,
una poltrona dove affondai tra fantasie diverse,
pensando cosa mai l'infausto uccello del tempo antico.
Cosa mai quel sinistro, infausto e torvo anomale antico
potesse voler dire gracchiando "Mai più".]

This I sat engaged in guessing, but no syllable expressing
To the fowl whose fiery eyes now burned into my bosom's core;
This and more I sat divining, with my head at ease reclining
On the cushion's velvet lining that the lamp-light gloated o'er,
But whose velvet violet lining with the lamp-light gloating o'er,
She shall press, ah, nevermore!

[Sedevo in congetture senza dire parola
all'uccello i cui occhi di fuoco mi ardevano in cuore;
cercavo di capire, chino il capo sul velluto
dei cuscini dove assidua la lampada occhieggiava,
sul viola del velluto dove la lampada luceva
e che purtroppo Lei non premerà mai più.]

Then, methought, the air grew denser, perfumed from an unseen censer
Swung by Seraphim whose foot-falls tinkled on the tufted floor.
`Wretch,' I cried, `thy God hath lent thee - by these angels he has sent thee
Respite - respite and nepenthe from thy memories of Lenore!
Quaff, oh quaff this kind nepenthe, and forget this lost Lenore!'
Quoth the raven, `Nevermore.'

[Parve più densa l'aria, profumata da un occulto
turibolo, oscillato da leggeri serafini
tintinnanti sul tappeto. "Infelice" esclamai "Dio ti manda
un nepente dagli angeli a lenire il ricordo di Lei,
dunque bevilo e dimentica la perduta tua Lenore!"
Disse il Corvo "Mai più".]

`Prophet!' said I, `thing of evil! - prophet still, if bird or devil! -
Whether tempter sent, or whether tempest tossed thee here ashore,
Desolate yet all undaunted, on this desert land enchanted -
On this home by horror haunted - tell me truly, I implore -
Is there - is there balm in Gilead? - tell me - tell me, I implore!'
Quoth the raven, `Nevermore.'

["Profeta, figlio del male e tuttavia profeta, se uccello
tu sei o demonio, se il maligno" io dissi "ti manda
o la tempesta, desolato ma indomito su una deserta landa
incantata, in questa casa inseguita dall'Onore,
io ti imploro, c'è un balsamo, dimmi, un balsamo in Galaad?"
Disse il Corvo: "Mai più".]

`Prophet!' said I, `thing of evil! - prophet still, if bird or devil!
By that Heaven that bends above us - by that God we both adore -
Tell this soul with sorrow laden if, within the distant Aidenn,
It shall clasp a sainted maiden whom the angels named Lenore -
Clasp a rare and radiant maiden, whom the angels named Lenore?'
Quoth the raven, `Nevermore.'

["Profeta, figlio del male e tuttavia profeta, se uccello
tu sei o demonio, per il Cielo che si china su noi,
per il Dio che entrambi adoriamo, dì a quest'anima afflitta
se nell'Eden lontano riavrà quella santa fanciulla,
la rara raggiante fanciulla che gli angeli chiamano Lenore".
Disse il Corvo: "Mai più".]

`Be that word our sign of parting, bird or fiend!' I shrieked upstarting -
`Get thee back into the tempest and the Night's Plutonian shore!
Leave no black plume as a token of that lie thy soul hath spoken!
Leave my loneliness unbroken! - quit the bust above my door!
Take thy beak from out my heart, and take thy form from off my door!'
Quoth the raven, `Nevermore.'

["Siano queste parole d'addio" alzandomi gridai
"Uccello o creatura del male, ritorna alla tempesta,
alle plutonie rive e non lasciare una sola piuma in segno
della tua menzogna. Intatta lascia la mia solitudine,
togli il becco dal mio cuore e la tua figura dalla porta"
Disse il Corvo: "Mai più".]

And the raven, never flitting, still is sitting, still is sitting
On the pallid bust of Pallas just above my chamber door;
And his eyes have all the seeming of a demon's that is dreaming,
And the lamp-light o'er him streaming throws his shadow on the floor;
And my soul from out that shadow that lies floating on the floor
Shall be lifted - nevermore!

[E quel Corvo senza un volo siede ancora, siede ancora
sul pallido busto di Pallade sulla mia porta.
E sembrano i suoi occhi quelli di un diavolo sognante
e la luce della lampada getta a terra la sua ombra.
E l'anima mia dall'ombra che galleggia sul pavimento
non si solleverà mai più.]



Edgar Allan Poe nacque a Boston nel 1809, secondo di tre figli di una coppia di attori. Alla morte dei genitori, avvenuta quando Poe aveva solo due anni, fu adottato da una ricca coppia.
Poe si trasferì ben presto in Inghilterra, dove studiò, rivelando una memoria straordinaria e una morbosa passione, al limite dell'insanità, per la musica e la poesia. Nel 1821, Poe tornò in America, trasferendosi in Virginia, dove studiò in accademia per poi iscriversi al corso di lingue della University of Virginia, che abbandonò dopo un solo anno.
Le discordie con il padre per motivi economici e il matrimonio della ragazza di cui era innamorato spinsero Poe a trasferirsi a Boston, dove si mantenne con vari lavori per poi unirsi all'esercito sotto falso nome mentendo anche sulla propria età. Nel 1927 pubblicò la sua prima raccolta poetica, di stampo byroniano, che passò pressoché inosservata: Tamerlano e altre poesie. Nel 1829 Poe si trasferì presso una zia vedova a Baltimora; qui pubblicò il secondo libro di poesie, Al Aaraaf, Tamerlano e poesie minori. Due anni dopo, riuscì a farsi espellere dall'Accademia dei cadetti che frequentava, e si trasferì a New York, dove pubblicò la sua terza raccolta poetica, intitolata semplicemente Poesie, che conteneva anche le due precedenti.
Dopo i suoi primi tentativi poetici, Poe si rivolse alla prosa. Per la prima volta, nel 1833, un suo lavoro (il racconto
Manoscritto trovato in una bottiglia) ottenne un riconoscimento. Nel 1935 lo scrittore divenne assistente editore presso un periodico, ma dopo pochi mesi venne licenziato per ubriachezza. Tornò dunque a Baltimora dove, di nascosto, sposò la cugina tredicenne (Poe aveva ormai ventisei anni) facendola figurare come maggiorenne nel certificato di matrimonio. In questi anni continuò a pubblicare poesie, recensioni e racconti, tentando di vivere del proprio lavoro.
Nel 1838 pubblicò Storia di Arthur Gordon Prym, l'anno successivo la raccolta Racconti del grottesco e dell'arabesco, affiancando la sua professione di scrittore a quella di giornalista. Pochi anni dopo, l'amata moglie iniziò a mostrare i segni della tubercolosi, dolore che fece sprofondare lo scrittore ancor più nel vizio dell'alcolismo.
Nel 1845 videro la luce i suoi versi più famosi, la poesia
Il corvo, che riscosse un immediato successo. Due anni dopo la moglie morì nel cottage di New York che entrambi abitavano, e in cui Poe risiederà fino alla sua morte.
Il 3 ottobre 1848, Poe venne trovato in stato di delirio nelle strade di Baltimora e ricoverato in ospedale, dove morì il 7 ottobre senza mai recuperare abbastanza lucidità da rivelare cosa gli fosse successo e perché al momento del ritrovamento indossasse abiti non suoi. Le cause della sua morte rimangono tuttora un mistero, anche se, oltre alla palese responsabilità dell'alcolismo dell'autore, sono state formulate le più bizzarre ipotesi, compreso il
cooping (somministrazione di droga a ignari cittadini durante le elezioni politiche al fine di ottenerne il voto).

9 novembre 2011

Angolotesti: "Lezione di anatomia" di Arrigo Boito

Buonasera a tutti i nostri lettori,
torna oggi Angolotesti, una selezione di testi letterari o poetici nella loro interezza con una breve contestualizzazione perché possiate meglio apprezzarli. Nulla di specifico, come al solito, solo qualche accenno per i non addetti ai lavori.
Restiamo ancora nell'Ottocento, spostandoci verso la fine del secolo a Milano. E penetriamo nell'ambiente scapigliato, la nostra personale versione della bohème: letterati ribelli, spesso dediti a sregolate vite di abusi di droga (e non di rado precocemente finite con il suicidio), antiborghesi e anticonformisti, e soprattutto incapaci di accettare e affrontare la mercificazione dell'arte. Respinto il Romanticismo italiano e rifacendosi piuttosto a quello tedesco, gli scapigliati prediligono temi scabrosi e macabri: il mistero, l'orrore, il mondo onirico, lo stridente contrasto amore/morte.
Tra gli esponenti di spicco figurano Emilio Praga, Iginio Ugo Tarchetti, Carlo Dossi e Arrigo Boito. E' quest'ultimo l'autore del testo che vi propongo oggi, Lezione di anatomia, componimento poetico del 1865 contenuto nella raccolta Il libro dei versi.
Un giovane studente è assorto sul cadavere di una giovinetta morta di tisi (
un'etica) steso su un letto di ferro, mentre la voce formale del medico enuncia la sua lezione. E' bella, bionda, giovane, e la scienza sta profanando il suo eterno riposo. La scienza, strappatala a una giusta sepoltura, seziona i suoi sogni e le sue speranze con disumana impassibilità. Sul petto che un tempo conteneva il cuore di una vergine, il poeta osserva uno squarcio sanguinante. Quel cuore, sede letteraria di ogni emozione, è ora in mano al medico, che lo mostra, lo spoglia da ogni abito metafisico, additandone i vili componenti carnali. Inveisce ancora, il poeta, contro una scienza che riesce a donare solo pallidi conforti dopo aver strappato alla vita i mondi del sogno e l'anima. E' il momento più preziosamente lirico della poesia, un appello all'Ideale più puro: la scapigliatissima immagine della bellezza sfiorita in giovane età. Ma non può esservi Ideale in un mondo tanto lugubre, freddo e scialbo: il Reale è comunque destinato a penetrarvi e a oltraggiarlo, così come svela l'analisi dell'utero della giovane.


Lezione di anatomia

La sala è lugubre;
dal negro tetto
discende l'alba,
che si riverbera
sul freddo letto
con luce scialba.

Chi dorme?... Un'etica
defunta ieri
all'ospedale;
tolta alla requie
dei cimiteri,
e al funerale:

tolta alla placida
nenia del prete,
e al dormitorio;
tolta alle gocciole
roride e chete
dell'aspersorio.

Delitto! e sanguina
per piaga immonda
il petto a quella!...
Ed era giovane!
ed era bionda!
ed era bella!

Con quel cadavere
(steril connubio!
sapienza insana!
tu accresci il numero
di qualche dubio,
scïenza umana!

Mentre urla il medico
la sua lezione:
E cita ad hoc:
Vesalio, Ippocrate,
Harvey, Bacone,
Sprengel e Koch,

io penso ai teneri
casi passati
su quella testa,
ai sogni estatici
invan sognati
da quella mesta.

Penso agli eterei
della speranza
mille universi!
Finzion fuggevole
più che una stanza
di quattro versi.

Pur quella vergine
senza sudario
sperò, nell’ore
più melanconiche
come un santuario
chiuse il suo cuore,

ed ora il clinico
che glielo svelle
grida ed esorta:
«ecco le valvole
«ecco le celle
«ecco l’aòrta

Poi segue: « huic sanguinis
circulationi...».
Ed io, travolto,
ritorno a leggere
le mie visioni
sul bianco volto.

Scïenza, vattene
co’ tuoi conforti!
Ridammi i mondi
del sogno e l’anima!
Sia pace ai morti
e ai moribondi.

Perdona o pallida
adolescente!
Fanciulla pia,
dolce, purissima,
fiore languente
di poësia!

E mentre suscito
nel mio segreto
quei sogni adorni,...
in quel cadavere
si scopre un feto
di trenta giorni.



Arrigo Boito nacque a Padova nel 1842. Musicista, poeta e librettista, sfidò precocemente le convenzioni musicali dell'epoca. Appena diplomatosi, nel 1861, viaggiò in Francia, dove conobbe Verdi e Rossini, e poi in Polonia, dove compose il suo primo libretto, l'Amleto.
Tornato a Milano strinse amicizia con Emilio Praga, con cui aderì al movimento della Scapigliatura lombarda, inserito dal fratello Camillo Boito (autore del famoso romanzo
Senso). E' questo il periodo dell'attività poetica e letteraria: fondò e diresse con Praga «Il Figaro», testata principale della rivolta scapigliata, e scrisse il poema narrativo Re Orso (1865), nonché vari libretti, tra cui il Mefistofele (di cui elaborò anche la musica), l'Otello e il Falstaff di Verdi, la Gioconda di Ponchielli, alcune novelle, e varie poesie che nel 1877 confluiranno ne Il libro dei versi.
Dopo aver militato tra le truppe di Garibaldi durante la Terza Guerra d'Indipendenza del 1868 si dedicò prevalentemente all'attività di librettista. Ebbe una lunga relazione romantica con l'attrice Eleonora Duse, storica amante di D'Annunzio, per cui adattò a libretto l'Antonio e Cleopatra di Shakespeare. Nel 1912 fu nominato senatore.
Per tutta la vita lavorò a quella che considerava la sua
opera magna, il Nerone, tragedia lirica di cui scrisse libretto e musica. Rimase incompiuta con la morte dell'autore, avvenuta nel 1918 per angina pectoris.

26 settembre 2011

Dieci piccoli passi - Francesco Pierucci

"Fine. Pura liberazione dello spirito. Non c'è mai stata fine più dolce. Come ambrosia soave nelle vene. Eterna catarsi del peccato originale. Sospiro atarassico di un mattino primaverile. Sono qui e sono ora. Mi faccio cullare incessantemente dal tepore dell'ignoto dimenticando ciò che non ho mai vissuto. In fondo cos'è la vita? Solo grande buio bianco. Chiudo gli occhi e finalmente vedo. Sono ovunque. Tutto è vivo intorno a me. Corro veloce, lontano dalla paura di rimanere ciò che sono. Discepolo delle stelle, viaggio nella mente di chi non è ancora nato. Mi lascio il futuro alle spalle. Sono pronto. La fine è vicina. E ogni fine è sempre un nuovo inizio."

Recensione

Pubblicato da una giovane e coraggiosa casa editrice, Dieci piccoli passi è il titolo di una raccolta di racconti inframezzata da brevi componimenti lirici. Una scelta, questa, piuttosto singolare e, di per sé, interessante. Ed effettivamente ciò complica non poco il lavoro al recensore. Devo confessare che della poesie da un po' di tempo evito di occuparmene, dopo diversi anni di passione e militanza poetica. Ritengo che i nostri tempi permettano forse solo la sopravvivenza della narrativa (o meglio, delle narrazioni), in grado di annidarsi in alcune strette fessure nel palinsesto della mistificazione. Tuttavia cosa sarebbe il mondo se non ci fosse un giovane (classe '89, per essere precisi) che scrive poesie sul non-senso della vita ("In fondo cos'è la vita? Solo grande buio bianco" - dichiara l'autore), raccontando di un "mondo etereo, dove l'anima può rifiatare dagli affanni" e che si chiede se "saremo polvere o figli di Dio?"

Un velo di pessimismo esistenziale ricopre quasi tutti i racconti. Questo, credo, sia il filo che collega i componimenti lirici alle prose. Un'aurea di romanticismo decadente sembra circondare i vari personaggi, caratterizzati da un destino quasi sempre tragicamente segnato, nel quale trionfa il binomio amore-morte. Questa nota tragica dà vita a narrazioni a volte riuscite (ho trovato ben orchestrato il racconto Ius eligendi sepulchrum). Non manca qualche stonatura (a mio parere, ovviamente) come nel racconto Diverso, narrato in prima persona da un diversamente abile, il quale, per qualche motivo, ignoto al lettore, appare dotato di una invidiabile dote: la proprietà di un perfetto italiano letterario (non oso negare che ciò sia possibile, ma l'autore potrebbe almeno spiegarci come e perché ciò sia successo). Tuttavia alla parte del severo censore preferisco quella del benevolo recensore. L'autore, giovane partenopeo, dimostra senza dubbio di possedere un buon controllo della lingua. Sarà lui stesso, in futuro, a scegliere come spendere il proprio talento.

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Dieci piccoli passi
  • Autore: Francesco Pierucci
  • Editore: Edizioni La Gru
  • Data di Pubblicazione: 2011
  • Collana: Catarsi
  • ISBN-13: 9788897092094
  • Pagine: 99
  • Formato - Prezzo: Brossura - 14.00 Euro

16 settembre 2011

Angolotesti: "L'assiuolo" di Giovanni Pascoli

Buonasera a tutti i lettori,
torna oggi Angolotesti, una selezione di testi letterari o poetici nella loro interezza con una breve contestualizzazione perché possiate meglio apprezzarli. Nulla di specifico, come al solito, solo qualche accenno per i non addetti ai lavori.
Dopo Gautier rimaniamo nell'Ottocento, passando però dalla prosa romantica alla poesia simbolista di Giovanni Pascoli. Poeta notissimo (spesso tutt'altro che positivamente) a chi ha terminato la scuola dell'obbligo, come ogni autore imposto necessiterebbe di una rilettura a mente lucida e vergine dalla critica per poterne meglio apprezzare le caratteristiche meno 'accademiche'.
La turbata personalità del poeta romagnolo ha dato vita a numerose raccolte poetiche pervase dal tema degli affetti familiari, custoditi con morbosa gelosia, che si intreccia con la persistente ombra della morte, ora vista come necessaria nel ciclo naturale delle cose, ora come angoscioso nulla. L'assiuolo è tratto da Myricae, prima raccolta poetica dell'autore la cui edizione definitiva (del 1900) contiene circa centocinquantasei componimenti scritti nel corso di vent'anni di vita. In essa l'autore si immagina immerso in un paesaggio notturno così nebbioso da impedirgli di scorgere la luna, circondato da una moltitudine di impressioni soprattutto uditive; spicca tra le altre il verso di un assiolo (uccello popolarmente associato a disgrazie e trapassi),
chiù, il quale da voce si trasforma in singulto e poi in pianto di morte.
Incombono dunque l'angoscia (
un sussulto) e i ricordi (un grido che fu), mentre il frinire delle cavallette si trasfigura in sistri d'argento, antichi strumenti egizi che rimandano ai misteri dell'aldilà (le invisibili porte) che non possono essere spiegati né enunciati, ma a cui si può solo alludere (forse non s'aprono più).
La poesia che segue è un meraviglioso esempio di musicalità, perfettamente resa dallo schema rimico, dalle allitterazioni, dalle sinestesie e dalle onomatopee.



L'assiuolo


Dov’era la luna? ché il cielo
notava in un’alba di perla,
ed ergersi il mandorlo e il melo
parevano a meglio vederla.
Venivano soffi di lampi
da un nero di nubi laggiù;
veniva una voce dai campi:
chiù
...


Le stelle lucevano rare
tra mezzo alla nebbia di latte:
sentivo il cullare del mare,
sentivo un fru fru tra le fratte;
sentivo nel cuore un sussulto,
com’eco d’un grido che fu.
Sonava lontano il singulto:
chiù...


Su tutte le lucide vette
tremava un sospiro di vento:
squassavano le cavallette
finissimi sistri d’argento
(tintinni a invisibili porte
che forse non s’aprono più?...);
e c’era quel pianto di morte...
chiù...



Giovanni Pascoli nacque nel 1855 in provincia di Forlì da famiglia agiata, quarto di dieci fratelli; ben presto la sua giovinezza fu funestata da una lunga serie di lutti: il padre (ucciso mentre rientrava a casa in carrozza), la madre, tre dei fratelli. Divenuto capofamiglia, Giovanni, dopo aver escluso dalla sua vita qualsiasi relazione sentimentale, tentò morbosamente di ricostruire un nucleo familiare insieme alle due amate sorelle, Ida e Maria, e dalla prima si sentì tradito quando si sposò contro la sua volontà. Personalità fragile e tormentata, Pascoli fece sempre rivivere in sé un fanciullino, la parte infantile soffocata in ogni uomo adulto, figura umile eppure superiore perché capace di vedere la vera realtà delle cose, osservandole con occhi nuovi e attraverso vie intuitive e a-razionali. Pascoli si fece portavoce della rivelazione di una realtà segreta cui può accedere solo il poeta, in quanto in grado di svelare l'universale nel particolare attraverso una catena di analogie simboliche. Il suo percorso poetico va dalle Myricae (1891), piena espressione della corrente poetica simbolista ma fortemente legata al classicismo carducciano, e in cui si intrecciano motivi familiari a motivi naturalistici, ai Poemi conviviali (1904), in cui si ravvede l'inizio della tendenza espressionista, passando per i Canti di Castelvecchio (1903), in cui viene meno il frammentismo che costituiva la più evidente caratteristica di Myricae.
Qualche mese dopo aver pronunciato il discorso
La grande Proletaria si è mossa, inno al nazionalismo italiano e volto a incoraggiare pubblicamente l'impresa coloniale in Libia (il poeta, dopo una giovanile parentesi socialista, era nel frattempo approdato a un populismo conservatore), Pascoli morì di cancro al fegato, nel 1912, a Bologna.

22 agosto 2011

Angolotesti: "La collina" di Edgar Lee Masters

Buongiorno a tutti i lettori,
torna oggi Angolotesti, una selezione di testi letterari o poetici nella loro interezza con una breve contestualizzazione perché possiate meglio apprezzarli.
Siamo al quarto appuntamento e, dopo avervi proposto due novellisti siciliani e un poeta spagnolo, ho optato per un trasferimento oltremare recuperando un autore americano che l'opera congiunta di Cesare Pavese, Fernanda Pivano e Fabrizio de André hanno reso conosciuta in Italia. Mi riferisco, naturalmente, a Edgar Lee Masters e alla sua Antologia di Spoon River. La nota poetessa nostrana Fernanda Pivano ricevette in regalo la raccolta da Cesare Pavese durante l'ultimo biennio fascista, e si innamorò così tanto della poesia di Masters da tradurla privatamente. Grazie all'intercessione di Pavese, Einaudi pubblicò l'antologia, che per superare la censura del Ministero della Cultura Popolare fu spacciata come la raccolta di pensieri di un fittizio
San River. E' del 1971, invece, l'album Non al denaro non all'amore né al cielo del cantautore genovese Fabrizio de André, le cui nove tracce corrispondono ad altrettante poesie dell'antologia. Segue la prima -una di quelle che De André modificò e inserì nel suo album-, che si pone come introduzione alle seguenti.

Nota: per evitare qualsiasi violazione di copyright, la traduzione proposta -con tutti i difetti del caso- è la mia.

The Hill
[La collina]


Where are Elmer, Herman, Bert, Tom and Charley,
The weak of will, the strong of arm, the clown, the boozer, the fighter?
All, all are sleeping on the hill.

[Dove sono Elmer, Herman, Bert, Tom e Charley,
il debole di volontà, il forte di braccio, il pagliaccio, l'ubriacone, l'attaccabrighe?
Tutti, tutti stanno dormendo sulla collina.]

One passed in a fever,
One was burned in a mine,
One was killed in a brawl,
One died in a jail,
One fell from a bridge toiling for children and wife—
All, all are sleeping, sleeping, sleeping on the hill.

[Uno morì di febbre,
uno bruciò in miniera,
uno fu ucciso in una rissa,
uno morì in una cella,
uno cadde da un ponte lavorando con fatica per i bambini e la moglie
Tutti, tutti stanno dormendo, dormendo, dormendo sulla collina.]

Where are Ella, Kate, Mag, Lizzie and Edith,
The tender heart, the simple soul, the loud, the proud, the happy one?—
All, all are sleeping on the hill.

[Dove sono Ella, Kate, Mag, Lizzie ed Edith,
la tenera di cuore, l'anima semplice, la chiassosa, l'orgogliosa, la felice?
Tutte, tutte stanno dormendo sulla collina.]

One died in shameful child-birth,
One of a thwarted love,
One at the hands of a brute in a brothel,
One of a broken pride, in the search for heart’s desire;
One after life in far-away London and Paris
Was brought to her little space by Ella and Kate and Mag—
All, all are sleeping, sleeping, sleeping on the hill.

[Una morì di un parto scandaloso,
una di un amore contrastato,
una sotto le mani di un bruto in un bordello,
una d'orgoglio spezzato, alla ricerca del desiderio del suo cuore;
una, dopo aver vissuto nelle lontane Londra e Parigi
fu riportata al suo piccolo spazio vicino a Ella e Kate e Mag—
Tutte, tutte stanno dormendo, dormendo, dormendo sulla collina.]

Where are Uncle Isaac and Aunt Emily,
And old Towny Kincaid and Sevigne Houghton,
And Major Walker who had talked
With venerable men of the revolution?—
All, all are sleeping on the hill.

[Dove sono Zio Isaac e Zia Emily,
e il vecchio Towny Kincaid e Sevigne Houghton,
e il Maggiore Walker che aveva parlato
con i venerabili uomini della rivoluzione?
Tutti, tutti stanno dormendo sulla collina.]

They brought them dead sons from the war,
And daughters whom life had crushed,
And their children fatherless, crying—
All, all are sleeping, sleeping, sleeping on the hill.

[Hanno portato loro i figli morti in guerra,
e le figlie che la vita aveva schiacciato,
e i loro orfani, in lacrime
Tutti, tutti stanno dormendo, dormendo, dormendo sulla collina.]

Where is Old Fiddler Jones
Who played with life all his ninety years,
Braving the sleet with bared breast,
Drinking, rioting, thinking neither of wife nor kin,
Nor gold, nor love, nor heaven?
Lo! he babbles of the fish-frys of long ago,
Of the horse-races of long ago at Clary’s Grove,
Of what Abe Lincoln said
One time at Springfield.

[Dov'è il vecchio Suonatore Jones
che giocò con la vita per tutti i suoi novant'anni
sfidando il nevischio a petto nudo,
bevendo, facendo chiasso, senza pensare a una moglie o a un parente,
né al denaro, né all'amore né al cielo?
Eccolo, che blatera del pesce fritto di tanti anni fa,
delle corse dei cavalli a Clary's Grove,
di ciò che Abe Lincoln aveva detto
una volta a Springfield.]



Edgar Lee Masters nacque a Garnett, in Kansas, nel 1868. Lewiston (dove si trasferì in seguito), con il suo cimitero di Oak Hill e il vicino fiume Spoon,  fu la sua prima fonte d'ispirazione per l'Antologia di Spoon River. Il successo gli arrise nel 1914, quando pubblicò le prime poesie sotto lo pseudonimo di Webster Ford, ispirate alla sua infanzia nell'Illinois. E' del 1915, invece, la pubblicazione a puntate delle liriche dell'Antologia di Spoon River, che l'anno successivo uscì in volume. Nel 1924 la raccolta ebbe un seguito -di poca fortuna-, The New Spoon River. Dopo aver abbandonato la professione di avvocato per dedicarsi alla sola letteratura, il poeta visse di stenti fino a morire in disgrazia nel 1950 per una polmonite.
Ispirate a persone realmente esistenti, le poesie dell'Antologia attaccano l'ipocrisia e le meschinità di una piccola cittadina americana. Duecentoquarantaquattro voci rivelano i retroscena delle vite di personaggi apparentemente rispettabili o al contrario pubblicamente deprecati, tutti accomunati dall'essere sepolti nel cimitero sulla collina, ricostruendo la storia del fittizio paese di Spoon River. Tra procuratori legali seppelliti insieme all’amato cane, poetesse gobbe stuprate e morte per aborto, poeti e bottai, mogli uccise, ragazzini morti incidentalmente, mariti la cui vita è stata succhiata pian piano dalle mogli, i sentimentali troveranno anche un certo giudice nano, un certo matto che volle imparare a memoria l’Enciclopedia Britannica, un certo blasfemo picchiato a morte per aver insultato Dio, un certo malato di cuore la cui anima lo abbandonò restando sulle labbra di una donna, un certo ottico che volle creare lenti speciali, un certo chimico che non riuscì mai a comprendere come gli uomini si combinassero attraverso l’amore, un certo medico che fu costretto a vendere il proprio mestiere, e soprattutto un certo suonatore Jones che offrì la faccia al vento, la gola al vino e mai un pensiero, non al denaro, non all’amore, né al cielo.

16 giugno 2011

Angolotesti: "Lamento per Ignacio Sánchez Mejías" di Federico García Lorca

Buongiorno a tutti i lettori,
torna oggi Angolotesti, una selezione di testi letterari o poetici nella loro interezza con una breve contestualizzazione perché possiate meglio apprezzarli.
Tutti, immagino, conosceranno il noto poeta spagnolo Federico García Lorca, esponente di spicco del gruppo letterario avanguardista
Generazione del '27 che produsse in Spagna probabilmente la poesia più rimarchevole dai tempi del Barocco. E' proprio la memoria di un poeta barocco metaforicamente ripudiato dai posteri per la sua arzigogolatezza che il gruppo di artisti spagnoli recupera: Luis de Góngora, morto nel 1627 (da lì la scelta del nome che la costellazione di autori si diede). Il testo del poeta andaluso García Lorca che vi propongo oggi, tuttavia, di avanguardistico ha ben poco: è invece un'elegia, un sentito pianto in memoria dell'amico torero Ignacio Sánchez Mejías, morto per le conseguenze di una drammatica corrida a Madrid il 13 agosto 1934. Per evitare qualsiasi problema di copyright, la traduzione proposta è la mia:



Llanto por Ignacio Sánchez Mejías
1
La cogida y la muerte

[Lamento per Ignacio Sánchez Mejías
1
Lo scontro e la morte]


A las cinco de la tarde.
Eran las cinco en punto de la tarde.
Un niño trajo la blanca sábana
a las cinco de la tarde.
Una espuerta de cal ya prevenida
a las cinco de la tarde.
Lo demás era muerte y sólo muerte
a las cinco de la tarde.

[Alle cinque della sera.
Erano le cinque in punto della sera.
Un bambino portò il lenzuolo bianco
alle cinque della sera.
Una sporta di calce già pronta
alle cinque della sera.
Tutto il resto era morte e solo morte
alle cinque della sera.]

El viento se llevó los algodones
a las cinco de la tarde.
Y el óxido sembró cristal y níquel
a las cinco de la tarde.
Ya luchan la paloma y el leopardo
a las cinco de la tarde.
Y un muslo con un asta desolada
a las cinco de la tarde.
Comenzaron los sones de bordón
a las cinco de la tarde.
Las campanas de arsénico y el humo
a las cinco de la tarde.
En las esquinas grupos de silencio
a las cinco de la tarde.
¡Y el toro solo corazón arriba!
a las cinco de la tarde.
Cuando el sudor de nieve fue llegando
a las cinco de la tarde.
cuando la plaza se cubrió de yodo
a las cinco de la tarde.
la muerte puso huevos en la herida
a las cinco de la tarde.
A las cinco de la tarde.
A las cinco en punto de la tarde.

[Il vento portò via il cotone
alle cinque della sera.
E l'ossido seminò cristallo e nichel
alle cinque della sera.
Lottano già la colomba e il leopardo
alle cinque della sera.
E una coscia con un corno desolato
alle cinque della sera.
Iniziarono i suoni di bordone
alle cinque della sera.
Le campane di arsenico e il fumo
alle cinque della sera.
Negli angoli gruppi di silenzio
alle cinque della sera.
E solo il toro ha il cuore in alto!
alle cinque della sera.
Quando arrivò il sudore di neve
alle cinque della sera.
quando l'arena si coprì di iodio
alle cinque della sera.
la morte depose uova nella ferita
alle cinque della sera.
Alle cinque della sera.
Alle cinque in punto della sera.]

Un ataúd con ruedas es la cama
a las cinco de la tarde.
Huesos y flautas suenan en su oído
a las cinco de la tarde.
El toro ya mugía por su frente
a las cinco de la tarde.
El cuarto se irisaba de agonía
a las cinco de la tarde.
A lo lejos ya viene la gangrena
a las cinco de la tarde.
Trompa de lirio por las verdes ingles
a las cinco de la tarde.
Las heridas quemaban como soles
a las cinco de la tarde.
y el gentío rompía las ventanas
a las cinco de la tarde.
A las cinco de la tarde.
¡Ay qué terribles cinco de la tarde!
¡Eran las cinco en todos los relojes!
¡Eran las cinco en sombra de la tarde!

[Un feretro con ruote è il letto
alle cinque della sera.
Ossa e flauti gli risuonano alle orecchie
alle cinque della sera.
Il toro già mugghiava dalla fronte
alle cinque della sera.
La stanza si iridava d'agonia
alle cinque della sera.
Da lontano viene la cancrena
alle cinque della sera.
Tromba di giglio per i verdi inguini
alle cinque della sera.
Le ferite bruciavano come soli
alle cinque della sera.
e la folla rompeva le finestre
alle cinque della sera.
Alle cinque della sera.
Ah, che terribili cinque della sera!
Erano le cinque su tutti gli orologi!
Erano le cinque in ombra della sera!]



Federico García Lorca nacque a Fuente Vaqueros il 5 giugno 1898. Poeta e drammaturgo spagnolo, si appassionò al folclore gitano della sua regione, l'Andalusia, e partecipò al fervore creativo che scosse la Spagna nei due decenni precedenti all'instaurazione del franchismo. Omosessuale, nella sua opera poetica si fece portavoce degli oppressi: gli zingari, i neri di Harlem, coloro che furono schiacciati dal totalitarismo. Proprio per le sue manifeste tendenze antifranchiste fu fucilato a Víznar il 19 agosto 1936. Il suo corpo, gettato in una fossa comune, non fu mai ritrovato.
García Lorca lasciò un impressionante canzoniere; le sue raccolte più famose sono Libro de poemas, Romancero gitano, Poema del cante jondo, Poeta en Nueva York. Appena un anno prima della sua morte, in seguito alla caduta nell'arena del grande amico Ignacio, García Lorca compose un'elegia in quattro parti (
Lo scontro e la morte, Il sangue versato, Corpo presente, Anima assente) cui diede il nome di Lamento per Ignazio Sánchez Mejías.

28 maggio 2010

Neve - Maxence Fermine

Il breve romanzo, ambientato in Giappone, racconta la storia di Yuko, diciassettenne ribelle, che lascia la famiglia per diventare poeta. Ma la sua poesia, dedicata interamente alla neve, è troppo bianca, e per imparare a darle colore Yuko deve seguire gli insegnamenti del vecchio poeta Saseki, ormai divenuto cieco. Soseki, attraverso il racconto della sua passione per Neve, una ragazza bellissima venuta dall'Europa e scomparsa mentre cercava di attraversare un precipizio sospesa su una fune, insegna a Yuko la forza e la potenza dell'amore. E con questo insegnamento Yuko diverrà non solo un grande poeta ma un essere umano capace di amore.

Recensione

Neve è la perfetta dimostrazione di come combinando l’esterofilia con robuste dosi di filosofia new age e un pizzico di poesia si riesca a costruire un bestseller tradotto in numerose lingue e che può vantare accanite schiere di fanatici ammiratori (al momento in cui scrivo, circa millecinquecento aNobiiani italiani l’hanno letto e almeno uno di loro l’ha usato come bomboniera di nozze -sic!).

Neve è la delicata storia di un poeta giapponese, tale Yuko, che decide di non seguire la vocazione religiosa che il padre –monaco- desidererebbe per lui, e di assecondare invece la propria vena poetica: Yuko possiede infatti un’innata sensibilità per la neve, che lo spinge spesso a isolarsi in montagna per comporre haiku (un genere di poesia breve tipico del Giappone del XVII secolo, costituito da tre versi rispettivamente composti da cinque, sette, cinque sillabe) che abbiano come soggetto proprio il candido elemento naturale.
La visita di un dignitario dell’Imperatore che sostiene che le sue poesie manchino di colore lo convince a recarsi da un maestro, un ex samurai un tempo poeta di corte, per sottoporsi a un addestramento che gli consenta di maturare e di diventare lui stesso poeta di corte. Seguiranno un viaggio in mezzo alle Alpi giapponesi, l’incontro con il corpo di una splendida fanciulla occidentale intrappolato nel ghiaccio, la sua formazione al servizio del saggio Soseki -la cui storia sarà lungamente narrata da un servitore- che gli insegnerà qual è la cosa veramente importante.

Lascio scoprire a voi l’originale morale di questo libretto di cento (minuscole) pagine scarse. Anzi, no. Ve la riporto qui, tanto l'autore non lascia nemmeno spazio alla fantasia del lettore per arrivarci da solo e gliela spiattella senza ritegno:

Ci sono due specie di persone.
Ci sono quelli che vivono, giocano e muoiono.
E ci sono quelli che si tengono in equilibrio sul crinale della vita.
Ci sono gli attori.
E ci sono i funamboli.

Sono dell’opinione che tentare d’imitare la filosofia di società millenarie per trarne insegnamenti d’applicare alla mentalità odierna e porsi dunque come moderni hippies che predicano letterariamente lo zen, l’età dell’acquario, una pagana comunione con la natura e altre simili filosofie che sono rispettabilissime finché rimangono nel loro contesto, sia piuttosto ridicolo.
Maxence Fermine è solo uno degli ultimi pronipoti di un genere di letteratura pretenziosa che fa capo a Hesse, seguito a ruota da personaggi come Coelho, Bach, Baricco (ma non sempre), i quali guarda caso, almeno a giudicare dalle vendite, sono sempre al top nella classifica di gradimento degli italiani. Fermine è dotato di un innegabile talento espressivo, che sciupa con metafore o descrizioni di una banalità imbarazzante, unite a una storia praticamente inesistente e infarcita di quel didascalismo che mi fa sempre venir voglia di scrivere all’autore per chiedergli di restituirmi personalmente i soldi. I temi sono sempre quelli: la libertà individuale, l’importanza di seguire i propri sogni anche rinunciando a una sicurezza di vita, la bellezza della natura e, poiché come si sa è un argomento che tira sempre fin dalla notte in cui i primi due ominidi scoprirono che era possibile copulare, vi inserisce anche qualche riferimento sessuale crudemente descritto in un paio di righe:

Si addormentò, con in mano il sesso eretto, come un peperoncino rosso.
Questi ultimi mi hanno ricordato certi poco spirituali amplessi coelhiani per la loro stonatura nel contesto poetico e quasi mistico.

Banale dalla prima all’ultima riga, qualcosa di questo libretto costoso e fumoso (senza arrosto, siatene consapevoli) vale la pena di leggerlo: gli haiku. Non quelli di Fermine, ma quelli posti a inizio di ogni capitolo, scritti da veri poeti giapponesi passati alla storia per aver saputo trarre poesia in tre versi da eventi od oggetti apparentemente privi di significato del mondo che li circondava. Ma, a questo punto, acquistate direttamente i libri di haiku.

Vi lascio con uno degli haiku che ho composto io stessa in onore di Neve:

[Inverno]
Giù nel camino
quest'inutili fogli
bruciano lenti.

Giudizio:

+1stella+

Dettagli del libro

  • Titolo: Neve
  • Titolo originale: Neige
  • Autore: Maxence Fermine
  • Traduttore: Perroni S. C.
  • Editore: Bompiani
  • Data di Pubblicazione: 2008
  • Collana: AsSaggi
  • ISBN-13: 9788845242618
  • Pagine: 133
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 12,00
 

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