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24 gennaio 2019

Fuoco e Sangue - George R.R. Martin

L'emozionante storia dei Targaryen prende vita in questa opera magistrale dall'autore de "Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco", che ha ispirato la serie HBO "Game of Thrones". Secoli prima degli eventi de Il Trono di Spade, Casa Targaryen - l'unica famiglia di signori dei draghi a sopravvivere al Disastro di Valyria - si stabilì a Roccia del Drago. Con Fuoco e Sangue ha così inizio la loro storia sotto il leggendario Aegon il Conquistatore, creatore del Trono di Spade, per proseguire narrando le generazioni di Targaryen che hanno combattuto per difendere quell'iconico scranno, fino alla guerra civile che quasi dilaniò per sempre la loro dinastia. In questo avvincente primo volume della loro storia, narrata dalla penna di un antico maestro della Cittadella, finalmente i frammenti e gli accenni che riecheggiavano nel ciclo epico Il Trono di Spade sono svelati in tutta l'ampiezza di un portentoso affresco: com'è stato forgiato il Trono di Spade? Perché era così micidiale visitare Valyria dopo il Disastro? Quali sono stati i peggiori crimini di Maegor il Crudele? Cosa scoprì Alysanne la Buona recandosi alla Barriera? Che cosa è veramente successo durante la Danza dei Draghi? Sono solo alcune delle domande cui viene data risposta in questa cronaca fondamentale del continente occidentale. Finalmente anche il grande mondo fantasy di George R.R. Martin ha il suo legendarium, un compendio inesauribile di episodi e dettagli che riecheggia Il Silmarillion di J.R.R. Tolkien e Storia della decadenza e caduta dell'Impero Romano di Gibbon, un banchetto fastoso per tutti gli appassionati e un potente specchio delle grandezze e miserie della natura umana, nei bassifondi della carestia o assisa su un trono, nel fango d'una battaglia o sul dorso d'un drago. 

Recensione

Fuoco e Sangue più che un romanzo può definirsi l’elenco di una serie di battaglie in ordine cronologico relative ad un periodo di tempo che l'autore fa risalire a circa duecento anni prima degli avvenimenti del Trono di Spade che, come è noto, è la trasposizione televisiva delle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco. Queste che, per coloro che ancora non le conoscessero, sono la saga fantasy di genere epico più nota al mondo, non sono state ancora concluse e, probabilmente, non lo saranno prima delle puntate finali del Trono di Spade.
È difficile capire perché Martin, nonostante le sue promesse, non abbia cercato di completare gli episodi conclusivi delle “Cronache”, attesi con ansia dai suoi tanti affezionati lettori, e abbia preferito invece far pubblicare una serie di eventi che risalgono a periodi di tempo precedenti. Probabilmente li aveva già scritti ed è stato indotto dalla casa editrice e farli pubblicare per motivi commerciali.
In Fuoco e Sangue si raccontano le cronache della nascita e caduta della dinastia reale dei Targaryen a iniziare dal re Aegon I che conquista i Sette Regni a cavallo del drago nero Balerion, armato di Fuoconero, la spada forgiata in acciaio di Valyria. Si susseguono poi, con alterne vicende, le imprese dei suoi discendenti.
La fantasia non è certo carente a Martin e lo dimostra anche in questo Fuoco e Sangue di oltre 700 pagine, che però è molto meno coinvolgente delle "Cronache" e si potrebbe definire una prefazione alla saga. In Fuoco e Sangue, infatti, vengono introdotti in nuce alcuni degli avvenimenti salienti che si verificheranno duecento anni più tardi e che verranno approfonditi con dovizia di particolari nelle "Cronache" stesse, quale, ad esempio, la formazione ad Approdo del Re della potente setta religiosa del Grande Passero contro cui dovranno arrivare a compromesso tutti coloro che arriveranno al potere temporale sulla città. Un altro fatto che viene anticipato, è la consuetudine dei Targaryen di sposarsi fra fratelli, consuetudine malvista dagli ordini religiosi ma che veniva comunque sopportata obtorto collo quando il potere regnante era abbastanza forte da potersi infischiare del biasimo del clero.
Dato che gli episodi di incesto fra fratelli si ripetono, essi vengono alla fine a perdere gran parte del loro aspetto trasgressivo, tanto che, pur non essendo discendenti dei Targaryen, quelli che si svolgeranno duecento anni dopo tra la regina Cersei e il fratello, il famoso “uccisore di re”, non sembrano più così scandalosi come apparivano inizialmente.
In Fuoco e Sangue i personaggi sono talmente numerosi che riesce impossibile memorizzarli e le imprese che vengono compiute nel bene e nel male, aldilà del fatto che si svolgano per terra, aria o mare, risultano talmente tante da sembrare a lungo andare ripetitive .
Fuoco e Sangue stupisce per la capacità dell’autore di tenere a mente l’inesauribile carrellata dei suoi personaggi e il coacervo delle terre emerse su cui si svolgono le loro gesta. Tenuto conto che l’autore ha superato i 70 anni, bisogna congratularsi con lui per la sua capacità mnemonica e l’abilità di gestire tanti fatti e personaggi contemporaneamente, ma per il resto quest’ultimo romanzo risulta un po’ deludente, non riuscendo a coinvolgere il lettore. La caratterizzazione dei personaggi di Fuoco e Sangue è infatti carente, trattandosi di cronache nel vero senso del termine, e non appare quindi all'altezza dei romanzi che compongono le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Fuoco e Sangue
  • Titolo originale: Fire & Blood
  • Autore: George R.R.Martin
  • Traduttore: Edoardo Rialti
  • Editore: Mondadori
  • Data di Pubblicazione: novembre 2018
  • ISBN-13: 9788804703167
  • Pagine: 716
  • Formato - Prezzo: Rilegato con copertina - Euro 27,00

25 ottobre 2017

L'albero delle bugie - Frances Hardinge

Fin da quando era piccola Faith ha imparato a nascondere dietro le buone maniere la sua intelligenza acuta e ardente: nell'Inghilterra vittoriana questo è ciò che devono fare le brave signorine. Figlia del reverendo Sunderly, esperto studioso di fossili, Faith deve fingere di non essere attratta dai misteri della scienza, di non avere fame di conoscenza, di non sognare la libertà. Tutto cambia dopo la morte del padre: frugando tra oggetti e documenti misteriosi, Faith scopre l'esistenza di un albero incredibile, che si nutre di bugie per dar vita a frutti magici capaci di rivelare segreti. È proprio grazie al potere oscuro di questo albero che Faith fa esplodere il coraggio e la rabbia covati per anni, alla ricerca della verità e del suo posto nel mondo. Magia, scienza e desiderio di libertà si incontrano in un questo romanzo, con una coraggiosa eroina che rompe gli schemi, nel solco di Jane Eyre.

Recensione

Prima di "Storie della buonanotte per bambine ribelli" c'era L'albero delle bugie.
Non è passato poi così tanto tempo, infatti, da quando rifiutarsi di essere un semplice oggetto decorativo da parte di una ragazza era considerato ribelle, avere interessi al di fuori dell'economia domestica e del matrimonio era considerato ribelle, supporre di avere un'opinione propria era considerato ribelle, possedere emozioni "forti" come la rabbia era considerato ribelle.
Faith Sunderly possiede tutte queste "mancanze" e in un'Inghilterra che ancora fatica ad accettare la rivoluzionaria teoria darwiniana deve lottare non solo contro la diffidenza altrui ma anche contro i principi instillati in lei fin dall'infanzia per accettare la propria natura di donna dotata di desideri e intelligenza proprie.

Come avvenuto per la raccolta delle nostre Cavallaro e Favilli, anche il romanzo di Frances Hardinge, vincitore del Costa Book Award for Children's Book , è classificato come letteratura per ragazzi ma può tranquillamente coinvolgere un pubblico adulto grazie alla sua trama coinvolgente, la qualità dello stile e l'attualità dei temo trattati dal racconto.

Non è semplice indicare un genere per questo romanzo: la storia evolve attorno al misterioso Albero delle Bugie e ai suoi inquietanti poteri, fatto che ascrive l'opera al genera fantasy sebbene il tuo tono pacato e serio mi abbia più fatto pensare a un giallo vittoriano, con una punta di romanzo gotico.

La storia si sviluppa per gradi e, nella prima parte, ha un passo decisamente lento, concentrandosi maggiormente sulla complessità delle dinamiche fra i protagonisti che su eventi concreti, tuttavia mi sono trovata immediatamente incantata dall'ambientazione, cupa, misteriosa e perfettamente in sintonia con il tormento interiore della protagonista.

In tempi in cui l'inferiorità intellettuale femminile era considerata una verità acquisita scientificamente dimostrata e non destava alcuno scandalo affermare pubblicamente che una donna non aveva la stessa capacità di comprendere degli uomini, la giovane Faith si trova sola a dover investigare la morte del padre che nessuno, a parte lei, crede essere un omicidio.
Un'eroina complessa, come quasi tutti gli altri personaggi del racconto, e l'autrice compie un lavoro mirabile nel descrivere l'ambivalente rapporto che la lega ai genitori: un padre non sempre degno dell'ammirazione e del rispetto della figlia e una madre civettuola ma anche molto incompresa.

Il mistero che circonda la morte del reverendo Sunderly è sufficientemente intrigante da sfidare l'attenzione anche dei lettori più maturi e si lega con successo all'idea di un albero che si nutre di bugie per generare verità - anche se forse questo aspetto poteva essere esplorato maggiormente. Ne risulta una storia con diversi livelli di interpretazione e che spinge i lettori ad andare oltre le apparenze e li invita a diffidare dalle certezze granitiche.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: L'albero delle bugie
  • Titolo originale: The Lie Tree
  • Autore: Frances Hardinge
  • Traduttore: Giuseppe Iacobacci
  • Editore: Mondadori
  • Data di Pubblicazione: 30 agosto 2016
  • Collana: Contemporanea
  • ISBN-13: 9788804664925
  • Pagine: 415
  • Formato - Prezzo: Copertina Rigida

27 settembre 2017

Sei Pietre Bianche - Daisy Franchetto

Sei pietre bianche circondano un obelisco nero. Sei varchi dimensionali. Un nuovo viaggio alla scoperta delle proprie origini. Un bambino da salvare, una Dimensione corrotta da una materia oscura, un Amore che ha atteso cento anni per potersi annunciare. Lunar è tornata. A tre anni dall'esperienza nella casa e dalla violenza che l'ha messa di fronte a un duro processo di trasformazione, la giovane protagonista di Dodici Porte non è più una ragazzina. Abita da sola in un piccolo appartamento in città, studia e lavora. Accanto a lei il fedele cane Sinbad, su cui grava una maledizione che Lunar non conosce, e l'anello che le ricorda costantemente il legame con la Terra dei Morti. Dopo l'ultima visione avuta fuori dalla casa, nella quale un bambino veniva rapito da un gigante, la giovane non ha più avuto esperienze del genere, o contatti con altre Dimensioni. A volte stenta a credere che ciò che ha vissuto nella Casa sia davvero accaduto.

Recensione

Scrivere una recensione di Sei pietre bianche non è molto semplice in quanto ho sensazioni contrastanti a riguardo.
Nel corso della lettura ho attraversato due fasi, nelle prime pagine infatti il romanzo mi ha convinto moltissimo e sono partita spedita senza fermarmi, poi però è successo qualcosa, non so bene cosa ma inevitabilmente la mia attenzione è calata e così anche la foga di continuare a leggere con costanza e assiduità.

In realtà l’autrice del libro, Daisy Franchetto, ha una proprietà di linguaggio estremamente notevole ed è bravissima a scrivere, l’unico problema è che non riesco a percepire le emozioni dei personaggi, è come se ci fosse un distacco tra le parole e la storia raccontata.

Il testo è piacevole ma a spiazzarmi è stata la fine: ho avuto modo di capire che il finale è aperto per dare spazio e possibilità alla continua della storia ma ho trovato la conclusione molto brusca.

Riguardo ai personaggi credo che il più controverso sia proprio la protagonista Lunar – che dovrebbe essere il punto forte – estremamente difficile da capire se prima non si è letto il romanzo precedente Dodici porte.
L’ho trovata instabile emotivamente – comprensibile visto quanto ha passato – ma nel suo modo di agire c’è troppa confusione e poca chiarezza: c’è un po’ di una ragazzina che ancora non sa quello che vuole e un po’ di una donna adulta matura e decisa, come se ci fossero due persone completamente diverse in lei ma questo ci può stare, se rimane un tratto velato e che non interferisce troppo con il suo modo di fare – come accade per la prima metà del romanzo – ma nella seconda metà questa instabilità diventa qualcosa di forzato e troppo tangibile che provoca una incongruenza tra ciò che pensa e ciò che è.
Ho provato invece una forte empatia con Sinbad nel quale ho riscontrato una coerenza ed una continuità narrativa.

La storia è molto fantasiosa ed anche originale, mi è piaciuta molto la suddivisione geografica in regni e anche la scelta di accompagnare il testo ad una cartina, piacevole a vedersi e funzionale, nonché un valido aiuto per il lettore che, come accade per i lavori fantasy, può trovarsi spaesato nel dover collocare spazio temporalmente mondi e realtà paralleli.

La mia critica vuole essere un incentivo per l’autrice a non mollare e a continuare nella sua attività di scrittrice, che ho trovato molto brava. Mi è piaciuto molto quello che la Franchetto ha costruito, tuttavia rimane la sensazione che qualcosa non funzioni,ho percepito come una mancanza di calore e di partecipazione: sfogliando le pagine non mi sono sentita lì, con i protagonisti a correre da un posto ad un altro, non ho riso e pianto con loro, mi sono sentita terza alla lettura, estranea.

Assegno quindi tre stelle perché nel complesso il libro è piacevole; salvo i momenti di blocco che ho riscontrato, la storia è particolare ma manca ciò che rende i personaggi vivi e che fa tenere il lettore incollato alle pagine con la smania di continuare a leggere finché il libro non è finito.
Auguro all’autrice tanta fortuna e le faccio un grande incoraggiamento per il futuro!

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Sei Pietre Bianche
  • Autore: Daisy Franchetto
  • Editore: Dark Zone
  • Data di Pubblicazione: 2016
  • EAN: 9788894174694
  • Pagine: 384
  • Formato - Prezzo: Brossura - 14,90 Euro

25 settembre 2017

Nati due volte. L'età del bronzo e del miele - Laura MacLem

È vero che l'ho amato. Ed è vero che ho dato a Teseo il filo che l'avrebbe guidato nel Labirinto, in nome di quell'amore per il quale avrei – ho – sacrificato tutto il resto. Infine, è vero che, dopo averlo perso, ho legato per sempre la mia vita a quella di un dio, quando venne sulle rive di Nasso per fare di me la sua immortale consorte. Tutto questo è vero. Ma non c’è solo questo. Sembra che la mia vita sia cominciata davanti a quelle porte chiuse, con un gomitolo di filo da donare all'eroe perché compisse la sua missione. Quel momento fu una parte della storia. Non tutta. Quello che venne prima, pur non essendo segreto, dorme in fondo al Labirinto, ed è un mistero. Si dice che i cretesi siano tutti bugiardi, e forse è così: il mio è un popolo che tiene in gran conto la capacità di capire ciò che gli altri ignorano. L'astuta Arianna, figlia di re Minosse e della regina Pasifae, l'onnisplente, non poteva essere una sciocca. Non lo sono mai stata, se non quando ho amato. Per questo, immagino, Dioniso mi volle nell'istante stesso in cui posò lo sguardo su di me. Dioniso aveva capito tutto di me, molto prima di quanto lo capissi io stessa. Ma non me ne lamento: io compresi tutto di lui quando lui non conosceva nulla di sé, neppure il nome. Fui io a svelarglielo, così come svelai i segreti del Labirinto all'eroe, per porre fine alla guerra di dèi e mortali. Perché, se nel Labirinto l’eroe combatté il mostro, fuori dal Labirinto io combattei gli dèi. La mia battaglia cominciò molto prima che Teseo giungesse a Creta. L'ho amato più di tutti. Lo amerò sempre più di tutti. Lui è l'eroe del Labirinto. Salvò Creta, l'Attica, l'Ellade e il mondo intero. Per lui danzai e raggiunsi il centro, dove nessuno arriva. Per lui ho dipanato il filo in quei corridoi, quei vicoli, quei passaggi tortuosi, sfidando buio e caos e morte. Lui, il mio eroe. Il toro di Minosse. Mio fratello. Il Minotauro.

Recensione

In questa nuova opera, Laura MacLem accompagna ancora una volta il lettore a riscoprire il mito greco, questa volta addentrandosi, tra riferimenti storici e allegorie, in una rivisitazione del mondo dell’isola di Creta, ascoltando la voce impertinente ma comunque attraente della mitica Arianna, figlia di Minosse, erede della Signora Pasifae, detentrice del potere del Labirinto che l’ordine porta, come fece Gaia, sul caos, dando vita al mondo allora conosciuto.
In questo senso la stessa scrittrice ci spiega come la sua rielaborazione della corso degli eventi tramandato, tra l’altro molto ben curata in termini storici ed epici (ovvero senza lasciare nulla all’interpretazione ma andando a fondo all’epopea così come ci è stata riportata) ovviamente detenga i tratti romanzeschi, dando voce e corpo non solo ai fatti, ma anche alle emozioni e alle vicende pregresse.

La storia parte da ben lontano, sin da quando in tempi non sospetti Arianna incontra Zagreus, il nuovo dio dell’Olimpo, reietto perché frutto dei peccatucci di Zeus (e quindi automaticamente maledetto dalla coniuge Hera) in una società evoluta, che detiene il potere e che regola i commerci e le guerre per il mondo Ellenico.
Teseo, più volte menzionato nella storia, non è ancora arrivato Cnosso, questa primo volume si concentra su quanto succede prima delle vicende del Minotauro.

Un aspetto che indubbiamente colpisce della storia, è la ricostruzione storica, non soltanto a livello ambientale quanto invece a livello sociale: esisteva un tempo in cui l’ordine precostruito si basava soprattutto sulla gestione del rango e sulle differenza che, a quanto pare, sono andate a perdersi nel tempo successivo: ne è un emblematico esempio la figura femminile: a Cnosso le donne sono più libere che nel resto dell’Ellade, non solo per libertà di costume ma per potere di potersi esprimere, di vivere, di vestirsi anche mettendo in mostra parti del corpo che per pudore sono poi state coperte.

Le donne comandano il caos, la stessa Signora/Sacerdotessa dell’Isola conduce il comando, ha potere decisionale e riesce in qualche modo a far pesare il suo potere allo stesso Minosse.
In questo la nostra bellissima (così bionda, così ben descritta, così affascinante da far perdere la testa agli dei) Arianna ci fa un resoconto esaustivo, tanto da tirare in ballo la differenza di comportamento degli attici (barbari di prima categoria) e descrivendoci il loro imbarazzo in questa società dove la donna comunque ha diritto di essere tale.

Nonostante i tempi andati, a livello contenutistico, il libro si permea sui dilemmi che ancora oggi riguardano la nostra vita: in primo luogo, l’innamoramento. Arianna ama Zagreus, diviene sua moglie pur non sposandolo secondo le norme vigenti, consapevole che il suo destino è volto a portare ordine sul suo personale caos e nel contempo a lasciare che l’ordine stesso si tramuti in disordine.
Su di lei pende il destino societario, con un continuo riferimento a un vaticinio che andrà a concretizzarsi e che consente di aumentare la suspense sulla storia, sino alla fine. Oltre alla figura emancipata della donna, ci raffrontiamo inoltre con il senso del tradimento e del perdono, che a volte ha un peso ben maggiore del giudizio. Per amore di Icaro e di sua madre Naucrate Arianna non denuncia Dedalo, ma va oltre, tenendosi il segreto che li riguarda per sé. Ed è un percorso difficile e irto quello che percorre.

L’opera non manca di senso dell’umorismo, indotto in primo luogo dal riportare le vicissitudini di alcuni personaggi, rendendoli quasi delle macchiette e sovvertendo quindi l’immaginario collettivo: in questo senso sia Zeus ma soprattutto Eracle divengono ridicoli, rappresentando i difetti del genere maschile, tanto da lanciare un ben preciso messaggio attuale: la superiorità non deriva dal genere di appartenenza, ma dalle capacità delle persone.
Un concetto che, sentendo la cronaca ancora moderna, nonostante l’era del bronzo sia conclusa da un pezzo, dovremmo marchiarci a pelle. La cultura del rispetto.

In questo senso Arianna è un’eroina moderna che anzi, avrebbe davvero tanto da insegnarci.
In merito allo stile, nulla da eccepire: fluido, corretto, costruzione delle frasi ineccepibile per una prosa cha sa dosare gusto moderno alla solennità dell’arcaico in un matrimonio ben riuscito, sotto vari spunti di vista. Una cosa è certa: se leggete di notte e soffrite di insonnia, non si può leggere questo libro. La sua trama e la sua espressione nella resa finale, hanno il potere di trascinarvi da un capitolo all’altro, obbligandovi a rimanere svegli.

Ed è così che si propone Nati due volte, l’età del bronzo e del miele.
Una lettura accorata e trascinante, che si esplica e percuote il lettore che ama e vuole scoprire il gusto del fantastico che affonda le sue radici nella culla della nostra cultura, nei miti che ci hanno fatto sognare quando eravamo ragazzi. Un’esperienza dedicata a chi ama storie che dosano passione e magia e nel contempo intensa, da assaporare, che non lascerà delusi, se si è pronti a lasciarsi avvolgere dalle sue pagine una carezza dopo l’altra.

Giudizio:

+4stelle+ e mezzo

Dettagli del libro

  • Titolo: Nati due volte - L'età del bronzo e del miele
  • Autore: Laura MacLem
  • Editore: Autopubblicato
  • Data di Pubblicazione: 2017
  • ISBN-13: 978-1544653662
  • Pagine: 400
  • Formato - Prezzo: Brossura € 11;43

25 agosto 2017

The Last Mortal Bond (Chronicle of the Unhewn Throne, III) - Brian Staveley

The climactic third and final novel in the Chronicle of the Unhewn Throne
The trilogy that began with
The Emperor's Blades and continued in The Providence of Fire reaches its epic conclusion, as war engulfs the Annurian Empire.
The ancient csestriim are back to finish their purge of humanity; armies march against the capital; leaches, solitary beings who draw power from the natural world to fuel their extraordinary abilities, maneuver on all sides to affect the outcome of the war; and capricious gods walk the earth in human guise with agendas of their own.
But the three imperial siblings at the heart of it all--Valyn, Adare, and Kaden--come to understand that even if they survive the holocaust unleashed on their world, there may be no reconciling their conflicting visions of the future.

Recensione

Nel 2016 si è conclusa la pubblicazione in lingua originale della trilogia The Unhewn Throne (Cronache del Trono Incompiuto), di cui è prevista una serie di stand-alone (il primo, Skullsworn, è uscito pochi mesi fa). Le spade dell'imperatore, il primo romanzo della serie, era stato pubblicato in Italia nel 2014 da Gargoyle Books, che, dopo un lungo iato editoriale, ha recentemente ripreso le pubblicazioni senza tuttavia alcun accenno a voler riprendere in mano i vecchi progetti, ragion per cui l'unico modo per poter leggere questa trilogia attualmente è di recuperarla in lingua originale. E ne vale assolutamente la pena.

La conclusione di The Providence of Fire, precedente volume della serie, vedeva i tre fratelli irrimediabilmente divisi e trasformati in nemici dagli avvenimenti che hanno portato alla quasi disgregazione dell'impero: Kaden è tornato alla capitale e ha intenzione di fare del regno una semirepubblica guidata da un Concilio. Adare, convinta che la chiave per contrastare l'avanzata dei selvaggi di Lungo Pugno, dediti al massacro e ai sacrifici umani, sia il comandante Ran il Tornja, si allea con il csestriim a dispetto della sua pericolosa e inumana natura. Valyn, sopravvissuto al tentativo congiunto di Adare e Ran il Tornja di ucciderlo, ha perso la vista, e il gesto della sorella, sangue del suo sangue, lo ha trasformato in una creatura piegata dalla sete di vendetta.
Lungo Pugno, in realtà, sembra scomparso da tempo: alla testa degli Urghul si è messo l'ex kettral Balendin, probabilmente il leech più pericoloso di tutti i tempi, in quanto trae il suo potere dalle emozioni. Il corpo dei kettral, d'altronde, l'unico che potrebbe rovesciare le sorti della guerra, non esiste più: tocca a Gwenna e a quel che resta dell'Ala di Valyn recarsi sulle isole Qirin per salvare il salvabile.

Il punto di forza della serie risiede probabilmente nell'ottima caratterizzazione dei personaggi principali: i tre fratelli Kaden, Adare e Valyn, cresciuti lontani e destinati dal padre a ruoli ben definiti e compatti tra loro, evolvono in adulti diffidenti e spezzati da prove a cui non erano stati preparati. Le verità parziali che apprendono lungo il cammino maturano in loro visioni inconciliabili; così Kaden, il cui percorso è stato spirituale, vede il pericolo nella sua globalità: la fine del mondo per com'è conosciuto, davanti alla quale la millenaria pretesa al trono della sua famiglia passa in secondo piano; Adare, educata alla politica, vede una guerra come un'altra e, consapevole dei sacrifici che le guerre richiedono, è costretta ad allearsi con l'assassino di suo padre, una creatura immortale e pericolosa che l'ha ingannata e che ha generato in lei un erede, e che l'ha spinta a uccidere un fratello e a muovere guerra all'altro; Valyn, da sempre addestrato al combattimento nell'ottica di dover un giorno proteggere i fratelli, si ritrova quasi ucciso da uno di loro, e il destino lo porta a cavalcare insieme ai barbari che tanto deprecava e quasi ad abbracciare la loro religione del dolore, l'unico linguaggio che ormai comprende.

In definitiva, l'immenso The Last Mortal Bond (quasi 700 pagine) conclude magistralmente una serie fantasy purtroppo abortita in Italia che, data la qualità della scrittura dell'autore, le convincenti soluzioni dell'intreccio, gli inaspettati plot twist e l'originalità dell'ambientazione, che alle consuete creature sovrannaturali sostituisce divinità e semidivinità che minacciano le sorti del mondo, meriterebbe più attenzione e considerazione.


I libri della serie Chronicle of the Unhewn Throne:
- Le spade dell'imperatore, (Gargoyle Books, 2014)
- The Providence of Fire (Tor Books, 2015)
- The Last Mortal Bond (Tor Books, 2016)

Altre opere ambientate nello stesso universo:
- Skullsworn (Tor Books, 2017)

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: The Last Mortal Bond
  • Autore: Brian Staveley
  • Editore: Tor Books
  • Data di Pubblicazione: 2016
  • ISBN-13: 978-0765336453
  • Pagine: 672
  • Formato - Prezzo: Paperback - $ 17.99

24 aprile 2017

The Quick - Lauren Owen

Inghilterra, fine Ottocento. James e Charlotte sono due fratelli orfani che vivono in una dimora signorile sperduta nella campagna inglese. Una volta cresciuti le loro strade si dividono: James, timido aspirante scrittore, terminati gli studi a Oxford divide l’appartamento in affitto a Londra con un affascinante giovane aristocratico. Grazie alle conoscenze del ragazzo, viene introdotto nei salotti dell’alta società e trova l’amore dove non se lo sarebbe mai aspettato. Poi, improvvisamente, scompare senza lasciare traccia. Preoccupata e determinata a trovarlo, la sorella Charlotte parte per Londra e s’immerge nelle tetre atmosfere della città industriale, dove scopre l’esistenza di un mondo segreto, popolato da personaggi incredibili e loschi che vivono ai margini della città. Un mondo in cui i confini della realtà hanno assunto forme tutte nuove. Per lei si apriranno le imponenti porte di una delle istituzioni più autorevoli e impenetrabili del paese: l’Ægolius club, luogo di ritrovo degli uomini più ambiziosi e pericolosi d’Inghilterra, cupo circolo d’élite che cela mille segreti, uno più terrificante dell’altro: una serie di sorprese che lasceranno il lettore senza fiato fino all’ultima pagina.

Recensione

A volte le case editrici italiane compiono scelte infelici nello scegliere il titolo con cui pubblicare un'opera straniera. Un esempio è The Quick, romanzo d'esordio di Lauren Owen dal titolo originale non facilmente traducibile, al quale la casa editrice nostrana ha scelto di attaccare un sottotitolo che non solo trasmette un'idea scorretta del tono del romanzo ma rovina in parte il colpo di scena che ha invece lasciato a bocca aperta i lettori inglesi.
Parlare di "Misteri, vampiri e sale da tè" suggerisce infatti un racconto frivolo e spiritoso in cui allegre donzelle vittoriane si trovano a combattere zannuti non-morti a colpi di tè e cuffiette - qualcosa di più simile alle atmosfere di "Orgoglio, pregiudizio e zombie", per capirci - mentre il libro della Owen possiede un taglio intenso, malinconico e a tratti crudele ben più simile a un classico romanzo gotico vittoriano.
Inoltre, la pubblicazione dell'opera era stata preceduta da un clima di estrema riservatezza: il titolo poco spiegabile e la trama che alludeva con discrezione a un mistero senza qualificarlo, parlavano di un romanzo storico dai rimandi polizieschi lasciando del tutto impreparato il lettore all'inquietante evento che spezza in due il racconto quasi a un terzo del suo svolgimento, verso il quale invece i lettori italiani si troveranno almeno parzialmente preparati.

Anche in assenza di un titolo ambiguo, comunque, The Quick è un'opera destinata a spiazzare i lettori grazie alla sua struttura frammentaria, fatta di molteplici punti di vista e molteplici stili narrativi. Per quel che mi riguarda i vampiri non sono sempre fra i miei argomenti preferiti e, forse anche per questo, ho particolarmente amato questo romanzo.
L'autrice inizia la storia con un tono intimo, caratterizzato da intese allusioni al sovrannaturale che non si concretizzano in nulla di specifico fino alla conclusione della seconda delle cinque parti in cui si divide l'opera. Se l'infanzia di Charlotte e del fratello James spesso ricorda un racconto di fantasmi alla "Giro di vite", le avventure mondane del giovane James nella pruriginosa e cupa Londra dell'800 fanno più pensare a un'opera di Oscar Wilde (che infatti fa una breve comparsata), prima che la storia viri improvvisamente verso atmosfere più inquietanti e nella narrazione si inseriscano altre voci nella forma di flashback e romanzi epistolari che riportano alla memoria del lettore gli esperimenti dannati di Frankenstein o del Dr Jekyll.

La Owen gestisce i differenti registri con grande abilità: le diverse voci che compongono il racconto sono tutte convincenti e affascinanti e delineano una storia complessa, con diverse prospettive che non sempre rendono facile capire per chi parteggiare.
Il mix di suspense, horror e melodramma che caratterizza il racconto è intensamente coinvolgente anche se il continuo cambio di prospettiva tende a spezzare il ritmo della narrazione e ad alcuni personaggi non viene forse dato tutto lo spazio che meritano. Se è facile entrare in sintonia con Charlotte o con la cacciatrice di vampiri Adeline, l'autrice fatica a scavare nel profondo dei personaggi maschili e la tensione sessuale suggerita fra le diverse coppie del racconto fatica ad arrivare al lettore.

Un punto di forza è sicuramente la volontà dell'autrice di non ricercare il lieto fine a tutti i costi e nel sapersi sporcare le mani senza rifuggire dagli aspetti più crudeli della sua storia, un atteggiamento che dovrebbe incontrare il favore degli amanti delle storie di vampiri più tradizionali, spesso indignati dalle moderne versioni degli zannuti, molto più soft rispetto alla tradizione.

The Quick prende uno dei topic più abusati sia dalla letteratura moderna che dalla classica e ne fornisce un'interpretazione originale, un po' come aveva fatto Susannah Clarke con le creature fatate e, proprio come era avvenuto con Jonathan Strange e il signor Norrell, anche questo romanzo è destinato a scontentare parecchi lettori; chi è in cerca di sangue e avventura potrebbe trovare eccessivamente pesanti la prima e l'ultima parte mentre gli amanti del fantasy probabilmente resteranno perplessi dall'impostazione in stile romanzo storico data all'opera. Personalmente, sono rimasta totalmente conquistata dalla cupa Londra vittoriana, con i suoi vicoli bui e le sue figure poco raccomandabili, una ciliegina sulla torta di un'opera che ha saputo sia sorprendermi che appassionarmi.
Pare sia in lavorazione un sequel: attendo fiduciosa!

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: The Quick: Misteri, vampiri e sale da tè
  • Titolo originale: The Quick
  • Autore: Lauren Owen
  • Traduttore: Lucia Olivieri
  • Editore: Fazi
  • Data di Pubblicazione: settemreb 2016
  • Collana: collana
  • ISBN-13: 9788876257377
  • Pagine: 526
  • Formato - Prezzo: Euro

21 aprile 2017

La valle dell'orso - Richard Adams

Profezie e leggende avevano preannunciato il ritorno di Shardick, un orso terribile che semina il panico e la distruzione nella valle abitata dal primitivo popolo degli Ortelga.








Recensione

Chi si aspetta di ritrovare le epiche avventure della colonia di conigli che ha reso Richard Adams famoso in tutto il mondo, dovrà giocoforza ricredersi.
In questo romanzo, nonostante gli evidenti rimandi naturalistici che il titolo richiama, troviamo un altro tipo di natura, quella umana, attraverso le vicissitudini leggendarie e dall’evidente gusto epico di una terra multi-sfaccettata, contraddittoria nelle sue essenze.

La storia parte da un incendio che lambisce il fiume dove si trova Ortelga, l’isola avamposto di una civiltà umana, succube dell’egemonia della città di Bekla, dove vivono uomini semplici dediti alla caccia e alla sopravvivenza, governati da un barone mandato dalla capitale. Vicino a essa troviamo Quiso, un altro avamposto di frontiera dove le sacerdotesse dedite al culto di Shardik si confinano per gran parte dell’anno. Ed è proprio Shardik che appare in tutta la sua magnificenza: un orso che arriva all’isola per scampare alle fiamme e riporta nei suoi abitanti l’antico fulgore per le tradizioni del passato, quasi un misticismo collettivo.
L’orso dio non tornava da secoli al suo tempio, ed è portatore di un messaggio che i suoi custodi, coloro che per primi lo vedono, devono recepire e comunicare al popolo. Il più improbabile degli uomini, il cacciatore Kelderek noto come Gioca-coi-bimbi, è uno di questi, insieme a lui si unisce la Tuginda, la sacerdotessa capo della setta di Quiso, nella missione di venerare, onorare e seguire il loro dio. Ma una popolazione invasata, che nell’evento riconosce la possibilità di ritornare al Governo dell’intero regno, separerà le strade dei due, portando Kelderek a diventare altro ma soprattutto a fare un lungo percorso di crescita personale, conducendolo in luoghi – e situazioni – che la sua povera mente semplice non sarebbe stata nemmeno capace di immaginare.

Questo credo che sia il fulcro centrale del racconto: attraverso Kelderek, che compie un vero e proprio percorso dell’eroe, circondato dal realismo magico che permea tutta la storia, attraversiamo le epoche di svolta, le battaglie e i cambiamenti sociali di una umanità intera: egli da cacciatore diventerà re/pontefice, poi esule e schiavo e ancora altro, facendo un continuo confronto con la sua coscienza personale e la sua spasmodica ricerca della guida che l’orso in cattività prima e fuggitivo poi dovrebbe fornirgli. Sino ad arrivare a una sintesi: i bambini sono il futuro, e l’infanzia è il vero tesoro da proteggere, a ogni modo possibile.

Tanti sono i temi che vengono fuori dalla lettura, tutti collegati alla morale e a temi etici, ancora oggi, drammaticamente attuali: Adams ci parla del confine tra giustizia sociale ed estremismo religioso, di reclusione e di libertà, di amore per le tradizioni semplici contrapposte al fascino di una vita moderna e agiata, di schiavitù e di quanto sia lecito poter dire di possedere qualcun altro. E ancora di guerra di liberazione che rende le vittime carnefici peggiori dei loro precedenti padroni.
I L’intera società descritta, variegata sulla base della zona in cui la storia, o meglio l’orso, si sposta, riflette in maniera netta le diversità sociali e culturali delle popolazioni che si ritrovano, a discapito delle differenze, a ritrovare un messaggio comune pur di mettere un punto fermo alla pace dei territori.
Che sia in nome di un dio o dei principi di affermazione, non ha alla fine importanza.
L’ambientazione risulta varia ma comunque netta e ben descritta, il lettore, data la dovizia di particolari, in alcuni tratti sin troppo estesa, ha modo di comprendere, di entrare dentro il villaggio, la città o l’antico luogo di culto di una società ormai desueta e scomparsa, i cui eredi danno inizio a una nuova era.
Anche la psicologia dei personaggi, tutti filtrati secondo la terza persona narrativa a tratto onnisciente, risulta delineata, consapevole, verosimile, per quanto comunque si fatichino a volte a comprendere le scelte intraprese.

Il libro trova una sua conclusione tutto sommato congrua, in uno stile pulito ma prolisso, che a volte annoia proprio per la creazione ad hoc dei tempi andati, lontani, che potrebbe corrispondere a qualsiasi epoca antica. Ma in sé racchiude anche il messaggio ultimo, legato al futuro, esattamente come prima si commentava.
La valle dell’orso diviene pertanto un’esperienza di lettura particolare, di sicuro non adatta a tutti i palati.
Un romanzo dalle tinte epiche, con una venatura di fantastico che permea l’intero impianto, che può stupire quanto invece lasciare indifferenti. Totalmente diverso dalle storie dei conigli che gran parte del mondo ha amato, eppure simile nella concezione e nel tema che va al di là della trama. Un libro che ancora oggi è quasi introvabile, se non si sa dove cercare.

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: La valle dell'orso
  • Titolo originale: Shardik
  • Autore: Richard Adams
  • Traduttore: Pier Francesco Paolini
  • Editore: Rizzoli
  • Data di Pubblicazione: 1976
  • ISBN-13: 9788817133630
  • Pagine: 420
  • Formato - Prezzo: € 7,00

11 gennaio 2017

La casa per bambini speciali di Miss Peregrine - Ransom Riggs

Quali mostri popolano gli incubi del nonno di Jacob, unico sopravvissuto allo sterminio della sua famiglia di ebrei polacchi? Sono la trasfigurazione della ferocia nazista? Oppure sono qualcosa d'altro, e di tuttora presente, in grado di colpire ancora? Quando la tragedia si abbatte sulla sua famiglia, Jacob decide di attraversare l'oceano per scoprire il segreto racchiuso tra le mura della casa in cui, decenni prima, avevano trovato rifugio il nonno Abraham e altri piccoli orfani scampati all'orrore della Seconda guerra mondiale. Soltanto in quelle stanze abbandonate e in rovina, rovistando nei bauli pieni di polvere e dei detriti di vite lontane, Jacob potrà stabilire se i ricordi del nonno, traboccanti di avventure, di magia e di mistero, erano solo invenzioni buone a turbare i suoi sogni notturni. O se, invece, contenevano almeno un granello di verità, come sembra testimoniare la strana collezione di fotografie d'epoca che Abraham custodiva gelosamente. Possibile che i bambini e i ragazzi ritratti in quelle fotografie ingiallite, bizzarre e non di rado inquietanti, fossero davvero, come il nonno sosteneva, speciali, dotati di poteri straordinari, forse pericolosi? Possibile che quei bambini siano ancora vivi, e che - protetti, ma ancora per poco, dalla curiosità del mondo e dallo scorrere del tempo - si preparino a fronteggiare una minaccia oscura e molto più grande di loro?

Recensione

La pubblicazione e l'enorme successo della saga di Harry Potter hanno determinato un trend nelle trame dei fantasy per ragazzi pubblicati successivamente a cui pochi sono riusciti a sottrarsi. Si tratta di uno schema che ha lunghe radici sia nel cinema che nella letteratura e che vede come protagonista un ragazzino con legami familiari superficiali e quasi nessun legame sociale coi coetanei, da cui si sente inspiegabilmente diverso perché in possesso di abilità fuori dal comune, sconosciute ai "normali" e al protagonista stesso finché un rappresentate del mondo magico non giunge a comunicargli la sua straordinarietà portandolo nell'affascinante collegio dove quelli come lui vengono educati.

La casa per bambini speciali di Miss Peregrine si adatta a questo schema molto meglio di altri predecessori, arricchendo la storia con un'atmosfera sinistra e un'ambientazione gotica in grado di generare molti più turbamenti rispetto alle saghe di vampiri che hanno dominato fino a qualche anno fa.
Ho particolarmente apprezzato l'idea che per i bambini di Miss Peregrine essere speciali non volesse necessariamente dire essere più "fighi" degli altri; al contrario le loro abilità fuori dal comune hanno quasi sempre connotati inquietanti e grotteschi, da cui deriva la necessità di vivere isolati nello spazio e nel tempo, protetti dalla diffidenza e dal pregiudizio altrui.
Ciliegina sulla torta, l'imponente casa nascosta nel cuore del bosco, nel bel mezzo di un'impervia isola dell'arcipelago britannico costantemente martoriata da pioggia e nebbia, costituisce un'irresistibile premessa per un racconto di fantasmi, mostri e altri pericoli misteriosi.

Superati i primi capitoli, tuttavia, appare evidente che ci troviamo di fronte a uno di quei casi in cui l'esecuzione non è all'altezza delle premesse.
Il primo punto debole è indubbiamente il protagonista: Jacob è il classico ragazzino viziato che ama lamentarsi senza un preciso motivo e si compiace di comportarsi da stronzetto perché la vita gli ha fatto l'enorme torto di donargli tutto, senza aggiungere un pizzico di avventura. Messo alla prova dagli eventi, non sembra mai particolarmente brillante e quando scopriamo la sua "peculiarità" non possiamo che restarne un pochino delusi perché l'abilità di Jacob, oltre a essere ritenuta da tutti la più utile e invidiabile, è anche l'unica che non lascia alcun marchio fisico e che consente di vivere una vita perfettamente normale. Insomma, a dispetto della apparenza Ransom Riggs fa solo finta di voler parlare di diversità ma non si sente in grado di rinunciare ad un protagonista più che perfetto.

A differenza di quanto accade in Harry Potter, dove la magia è un elemento chiave della storia che ne permea ogni aspetto, qui le peculiarità dei ragazzini di Miss Peregrine si rivelano presto solo una scusa per infarcire il libro di disturbanti fotografie in bianco e nero di ragazzini un po' inquietanti, che un tempo sarebbero stati definiti fenomeni da circo. Va però detto che queste fotografie costituiscono uno degli elementi migliori della storia, in grado di conservare quell'atmosfera tenebrosa e spettrale che la trama invece perde gradualmente.
Per questo motivo la nuova edizione del libro, che riporta in copertina la coloratissima locandina del film di Tim Burton tratto dal libro, toglie a mio parere qualcosa al romanzo rispetto a quella precedente che proponeva invece una di queste suggestive immagini in bianco e nero.
Tornando ai nostri bambini speciali, l'autore non sembra avere un'idea precisa di come sfruttare le loro particolarità, se non per farli esibire in uno squallido spettacolino, accantonandole poi per la maggior parte della storia, solo per riscoprirle opportunamente negli ultimi capitoli.

Ancora più deludente di Jacob è invece Miss Peregrine che non ha nulla a che fare con la conturbante immagine proiettata da Eva Green dai cartelloni pubblicitari del film. Mi rendo conto che non tutti i presidi/mentori possono avere il fascino di Silente ma la povera Miss Peregrine è davvero una delle più insipide e impreparate presidi mai viste in letteratura. Con i suoi vestiti antiquati e il suo sguardo severo ricorda più che altro una parodia annacquata di Mary Poppins senza la sua brillante personalità e con una tecnica di gestione delle crisi che definirei ridicola nel migliore dei casi.

Ovviamente non è tutta colpa sua: la trama imbastita da Riggs ha così tanti buchi che è sorprendente che sia riuscito ad arrivare a concludere il romanzo. Se vi state chiedendo che senso abbia tenere rinchiusi indefinitamente dei bambini in un loop temporale che li costringe a rivivere sempre lo stesso giorno avete individuato una delle maggiori insensatezze della storia, oltre che la lampante dimostrazione della stupidità di Miss Peregrine.
Le regole che governano questi loop, inoltre, sembrano piuttosto approssimative e non è mai spiegato con chiarezze se i bambini che lo abitano continueranno a vivere in eterno o sono comunque destinati a morire ad un certo punto.
Ma il vero punto debole sono i mostri che fanno la parte dei cattivi: le loro motivazioni sembrano piuttosto deboli e le loro azioni spesso insensate, tanto che, alla fine, non fanno altro che aggiungersi alla scarsa "spaventosità" della storia.

In conclusione, un'ottima idea eseguita piuttosto malamente che fallisce nel soddisfare quella volontà di raccapriccio a cui evidentemente aspira.

Giudizio:

+2stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: La casa per bambini speciali di Miss Peregrine
  • Titolo originale: Miss Peregrine’s Home for Peculiar Children
  • Autore: Ransom Riggs
  • Traduttore: I. Katerinov
  • Editore: Rizzoli
  • Data di Pubblicazione: 30 giugno 2016
  • Collana: Rizzoli best
  • ISBN-13: 9788817090018
  • Pagine: 383
  • Formato - Prezzo: Copertina rigida - Euro 18,00

25 novembre 2016

Racconti fantastici - Benito Pérez Galdós

Dalla penna di un maestro del realismo spagnolo, un testo che raccoglie dodici storie fantastiche, in quella dimensione dell'inverosimile che comporta la rottura o la sospensione proprio di quelle leggi fisiche che danno forma al reale, sulle orme dei grandi che da Jacques Cazotte a Gerard de Nerval, da E.T.A. Hoffman a Edgar Allan Poe, hanno scritto alcune delle pagine più intriganti della letteratura di ogni tempo.



Recensione

Potrebbe sembrare curioso che dalla penna grave del padre della letteratura spagnola realista Benito Pérez Galdós, autore di notevoli romanzi sociali - come Tristana - che nulla hanno da invidiare a quelli di Balzac, Zola o Flaubert, possano scaturire dei Racconti fantastici. Nato a Las Palmas de Gran Canaria nel 1843 e morto a Madrid nel 1920, Pérez Galdós si fece infatti grande interprete spagnolo del realismo, mettendosi al servizio della verità sociale sempre nell'ottica degli ultimi (non a caso gran parte della sua fortuna è legata agli Episodios Nacionales, una monumentale cronaca del XIX secolo spagnolo narrata attraverso la vita intima e quotidiana di personaggi umili).

Pubblicati tra il 1865 (Un’industria che vive della morte) e il 1897 (Rompicapo), il filo conduttore dei cuentos di questa raccolta è - appunto - il fantastico, inteso nella sua più estesa accezione che abbraccia il meraviglioso, il bizzarro, l'inverosimile, l'allegorico. Ancora fortemente legati alle radici romantiche dell’autore, questi brevi racconti sono voli pindarici dello spirito, sogni a occhi aperti che vedono la normale realtà quotidiana sfaldarsi in brecce assumendo contorni via via più chimerici. Così da un libro, il Dizionario della Lingua Castigliana, possono uscire carrolianamente Sostantivi, Aggettivi, Verbi e Interiezioni, pavoneggiandosi e dandosi battaglia con gran confusione. Un giovane uomo sul tram (Romanzo sul tram è forse il racconto più riuscito), l’immaginazione accesa dal racconto incompleto di un conoscente, può incontrare uno a uno i personaggi di un feuilleton senza più riuscire a discernere immaginazione e realtà. Una piuma al vento si ritrova, dotata di un'anima, a volteggiare per il mondo alla continua ricerca di una felicità che troverà solo nel poggiarsi sulla bara di una piccola anima strappata alla vita. Un brutto monello si innamora di una bambola e viene trasportato al suo fianco nel mondo dei balocchi. Un uomo può ritrovarsi l’Estate come compagna di carrozza e innamorarsi di lei. Una giovane donna che tenta di darsi la morte dopo la prematura scomparsa del promesso sposo si smarrisce in una città calviniana i cui quartieri si spostano di ora in ora. Una bambina diventa un angelo nella notte di Natale.

Un po' Nerval, un po' Gautier, un po' Hoffmann ma senza mai scivolare nel gotico, Benito Pérez Galdós offre al lettore dei divertissement dallo stile prezioso. Assolutamente da leggere, per riscoprire il geniale autore spagnolo sotto una nuova luce.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Racconti fantastici
  • Titolo originale: Cuentos fantásticos
  • Autore: Benito Pérez Galdós
  • Traduttore: A cura di M.R. Alfani; U. Castaldi, D. D'Amiano, R. Duccillo, S. Vitale
  • Editore: Donzelli
  • Data di Pubblicazione: 2006
  • Collana: Fiabe e storie
  • ISBN-13: 9788860360007
  • Pagine: XI-196
  • Formato - Prezzo: Rilegato, 20.00 Euro

9 novembre 2016

Il gigante sepolto - Kazuo Ishiguro

Il leggendario re Artù è ormai morto e la pace che ha imposto sulla futura Inghilterra resiste seppur fragile. Nella dimora buia di Axl e Beatrice, tuttavia, non c'è posto per nessuna pace. La coppia di anziani coniugi è afflitta da una sorta di inspiegabile amnesia. A causarla pare essere una strana nebbia che sta contagiando tutto il regno. Axl e Beatrice ricordano di aver avuto un figlio, ma non sanno più dove si trovi, né che cosa li abbia separati da lui. A dispetto della vecchiaia e dei pericoli devono mettersi in viaggio e scoprire l'origine della nebbia incantata, prima che il ricordo di ciò a cui più tengono sia perduto per sempre. Un romanzo doloroso e bellissimo sulla memoria e la colpa. Una storia fantastica che ci indica una strada da seguire per il nostro presente: vivere in armonia con gli altri significa essere capaci di ricordare, ma anche di dimenticare e perdonare.

Recensione

Con un certo clamore l'anno scorso blog e riviste letterarie annunciavano che Kazuo Ishiguro, autore sinonimo di sobrietà e discrezione, con il suo nuovo romanzo Il gigante sepolto si era dato al fantasy. Come se l'autore di Non lasciarmi e Quel che resta del giorno non avesse già dimostrato in passato di poter cambiare genere come si cambia un vestito, muovendosi tra sci-fi, post-colonialismo e surrealismo con la leggerezza di chi mette l'ambientazione al servizio dell'idea e non viceversa.
Eppure la scelta del fantasy ha suscitato parecchio scalpore tra i fan che evidentemente lo considerano ancora un genere di secondo ordine e che si sono avvicinati all'opera con diffidenza, quando non hanno scelto di non avvicinarsi proprio. D'altro canto i cultori del fantasy si sono invece fatti irretire dal tam tam pubblicitario e sono venuti in cerca di qualcosa che si inserisse sulla scia delle opere più recenti, con tanta azione, maghi e incantesimi.

Entrambe le posizioni sono in realtà frutto di fraintendimenti: quello che abbiamo fra le mani è un tipico libro di Ishiguro e se l'ambientazione è chiara e netta e si rifà direttamente alle origini della mitologia Britannica riportandoci ai tempi della rivalità tra Bretoni e Sassoni, appena riappacificati dal leggendario Artù, il tocco è sempre quello sfumato dello scrittore anglo-giapponese e il tono quasi più quello di una favola che quello di un'epopea fra duelli e guerrieri.
Al centro del racconto vi è un'anziana coppia bretone che abbandona la sicurezza del proprio villaggio per andare a trovare il figlio, distante ormai da anni. La strada si rivelerà disseminata di ostacoli, tra orchi, guerrieri in missione segreta e antichi cavalieri in cerca di draghi ma il vero ostacolo da superare, come in ogni epica avventura che si rispetti, è quello che troveranno dentro loro stessi.

A dispetto della trama tradizionale, l'impresa rivela presto il suo vero scopo, quello di ritrovare un passato che continua a svanire. Nel mondo di Axl e Beatrice infatti i ricordi non esistono, avvolti da una nebbia misteriosa che sembra ingoiare tutto lasciando agli uomini solo un confuso sentore della loro storia e niente più.
Col procedere del racconto, man mano che sporadici ricordi riaffiorano nella mente dei due anziani, gli interrogativi di Ishiguro si fanno più palesi e pressanti, mettendo alla prova le certezze di Axl e Beatrice e quelle del lettore che, come i due protagonisti riscopre l'amaro prezzo del ricordo.

Vale la pena dimenticare parti del nostro passato, e quindi anche di noi stessi, in cambio di un'esistenza pacifica e senza conflitti? Quanto bisogna sapere mettere da parte del nostro passato e quanto invece va conservato, discusso e affrontato per non perdere il senso stesso della nostra esistenza e delle nostre relazioni? Ishiguro si interroga sulla forza del rapporto coniugale fatto di intimità e conforto reciproco ma anche di errori e di conflitti: saremmo capaci di abbandonare i nostri ricordi più belli se questo volesse dire anche rimuovere gli sgarbi e le scorrettezze che ci siamo inflitti?
Il tema ha valenza universale quando riflettiamo sui meschini conflitti e rancori che dividono i popoli a distanza di secoli e che una nuvola di oblio potrebbe tranquillamente spazzare sotto un tappeto, ma sarebbe una vera pace quella raggiunta? Quanta della nostra identità di essere umani andrebbe persa con lo smarrimento della nostra storia?

Il dilemma è forse irrisolvibile ed è posto da Ishiguro in maniera intrigante, tuttavia dopo i primi capitoli appare presto chiaro in quale direzione si sta muovendo il racconto ma l'autore impiega davvero troppo tempo per arrivare a destinazione e, ad essere onesta, non sempre il viaggio merita di essere letto. La trama è infatti molto semplice, soprattutto nella prima parte, e lo stile dello scrittore è meno coinvolgente rispetto ad altre opere, il che rende la lettura a tratti noiosa.

per quanto l'atteggiamento protettivo di Axl verso Beatrice sia molto dolce, la ripetitività di alcune conversazioni è un po' tediosa e la splendida melanconia del finale non riesce a nascondere il fatto che l'autore ponga le domande definitive troppo tardi, quando ormai tutto, o quasi, è allo scoperto e il lettore è già arrivato sa solo alle sue conclusioni.
Per quanto abbia apprezzato il tema ho quindi trovato il libro un po' al di sotto della media di Ishiguro che, forse, con il fantasy era un po' meno a suo agio rispetto ad altri generi. Egli sembra infatti prendere confidenza col mezzo solo col procedere del racconto e la storia inizialmente manca di ritmo mentre le sue metafore sono eccessivamente palesi, al punto che si percepisce un intento di profondità senza che esso venga raggiunto.
Forse non perfettamente riuscito, il libro ha comunque tanto da dire e alla fin fine mi ritrovo a consigliarne comunque la lettura.

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Il gigante sepolto
  • Titolo originale: The buried giant
  • Autore: Kazuo Ishiguro
  • Traduttore: Susanna Basso
  • Editore: Einaudi
  • Data di Pubblicazione: Ottobre 2016
  • Collana: Super ET
  • ISBN-13: 9788806231644
  • Pagine: 320
  • Formato - Prezzo: Tascabile - Euro 13,00

26 settembre 2016

Harry Potter and the Cursed Child (Harry Potter e la maledizione dell'erede) - J.K.Rowling, John Tiffany, Jack Thorne

E' sempre stato difficile essere Harry Potter e lo è ancora di più ora che Harry è un impiegato del Ministero della Magia oberato di lavoro e con tre figli a cui badare.
Mentre Harry lotta con un passato che si rifiuta di rimanere tale, il suo figlio più giovane lotta con una pesante eredità che non ha mai voluto. Mentre passato e presente si fondono minacciosamente, padre e figlio imparano una sgradevole verità: il male a volte arriva da dove meno ce lo si aspetta.




Recensione

Vi riproponiamo la nostra recensione aggiornando i dettagli relativi alla pubblicazione italiana, avvenuta lo scorso 24 settembre.

Dopo averci stuzzicati per anni con piccoli racconti pubblicati su Pottermore, J.K.Rowling ha finalmente esaudito il desiderio di molti fan pubblicando una nuova avventura della saga del maghetto più famoso del mondo e l'ha fatto scegliendo una strada originale, quella della commedia teatrale.
Harry Potter and the Cursed Child è infatti una commedia in due parti andata in scena per la prima volta il 30 luglio scorso al London's Palace Theatre; il giorno successivo - che guarda caso coincide anche con la data di nascita di Harry - è stata pubblicata un'edizione speciale dello script, che quindi non è una versione romanzata della commedia ma è il copione vero e proprio, arricchito da alcuni brevi commenti iniziali per contestualizzare le scene e spiegare al lettore lo stato d'animo dei personaggi.

I lettori che hanno deciso di aspettare settembre, quando Salani pubblicherà la traduzione del libro, è bene quindi che siano preparati a ciò che si troveranno davanti: leggere un testo teatrale non è come leggere un romanzo e sicuramente toglie all'opera il fascino che deriva dal vederla rappresentata dal vivo. Per questo molti potranno pensare che non ha nemmeno molto senso scriverne una recensione senza averla vista in teatro, tuttavia ci sono caratteristiche della storia, dei personaggi e dei dialoghi che difficilmente possono cambiare tra testo scritto e la sua rappresentazione per cui è ancora possibile a mio parere farne una critica, pur tenendo presente questi limiti.

La storia prende il via 19 anni dopo gli eventi narrati in Harry Potter e i Doni della Morte e si rifà esplicitamente all'epilogo della saga in cui un maturo Harry accompagnava i figli al famoso binario 9 e 3/4 per prendere l'Espresso per Hogwarts. La scena viene ripresa per intero, compreso l'intenso dialogo tra Harry e il secondogenito Albus, preoccupato di finire tra i Serpeverde. Scopriremo presto che il piccolo Potter verrà smistato proprio in questa Casa e sceglierà come migliore amico nientemeno che il figlio di Draco Malfoy, Scorpius.

Queste le cose belle della commedia: forse influenzata da chi criticava i suoi libri per una distinzione in bianco e nero tra buoni e cattivi, la Rowling immagina per il suo storico eroe un figlio Serpeverde, imbranato negli sport e adorabilmente insicuro, afflitto dal confronto con famoso genitore. Anche l'amicizia col giovane Malfoy ha tratti piuttosto adorabili: due nerd schiacciati da aspettative e pregiudizi che si aggrappano l'uno all'altro in un intenso rapporto di amicizia dai sottintesi a volte velatamente romantici - almeno a mio modo di vedere -, anche se l'autrice decide di non approfondire quest'aspetto.

Purtroppo le note positive si fermano qui e a conti fatti sono davvero troppo poche per riscattare un'opera che mi è sembrata uno di quei sequel mosci di cui nessuno aveva realmente bisogno. E' impossibile infatti ritrovare qui la prosa scherzosa e originale della Rowling e non solo perché il format dello script teatrale non lo consente: i dialoghi sono piatti, scontati, forzati e sdolcinati fino all'inverosimile.
L'atmosfera zuccherina pervade l'intera opera ed è davvero difficile immaginare che certe frasi da soap-opera siano uscite dalla penna della stessa autrice che nelle opere passate aveva dato prova di un'accattivante ironia e un sentimentalismo mai banale o superficiale.
Tutto il contrario di quanto fatto in Harry Potter and the Cursed Child che tra rapporti di amicizia osteggiati fra membri di famiglie rivali, improbabili figli segreti spuntati da un nebuloso passato, paternità dubbie e melodrammi vari naviga tra l'imbarazzante e il ridicolo.

Ferisce in particolar modo la difficoltà nel ritrovare i personaggi a cui siamo tanto affezionati.
Forse la Rowling negli ultimi anni ha dedicato troppo tempo a leggere le teorie e le critiche dei fan e in quest'opera ha cercato di rispondere e porre rimedio un po' a tutto, compiendo a volte scelte in diretto constrasto con quanto affermato per anni finendo col fare un guazzabuglio insoddisfacente.
Ad esempio, una delle critiche più frequentemente mosse alla saga di Harry Potter è che un ragazzino testimone di tante tragedie come quelle vissute da Harry avrebbe dovuto mostrare forti disturbi emotivi e della personalità (una teoria da psicologi della domenica con cui non mi sono mai trovata d'accordo); l'autrice tenta ora di venire incontro a questa osservazione presentandoci il nostro eroe come un quarantenne un po' sciapo, con un incarico importante al Ministero della Magia ma che ancora ha incubi sulla morte dei genitori (seriamente: ancora?) e che fatica a instaurare un rapporto con il suo secondogenito per motivi che il racconto non arriva mai a spiegare davvero. L'approfondimento psicologico è infatti del tutto assente e qualche frase vaga e mal messa non basta certo a spiegare i presunti problemi di Harry, che per noi lettori è veramente difficile da immaginare mentre pronuncia frasi da fotoromanzo adolescenziale come "Vorrei tu non fossi mio figlio" o "Voi due non dovrete vedervi mai più!" (sic!).
Un trattamento ancora peggiore è riservato al povero Ron che qui è visto come un'annacquato surrogato della coppia Fred&George, intento solo a far scherzi che non fanno ridere nessuno e a presentarsi sulla scena con abiti invariabilmente sporchi di cibo per offrire commenti stupidi e non richiesti.
Hermione è solo una pallida ombra della sua versione adolescenziale, Ginny appare dolce, comprensiva e del tutto priva di personalità, la McGranitt appare solo per amore dei ricordi e il povero Silente ritorna sotto forma di ritratto solo per essere rappresentato come uno scaltro manipolatore emotivo.
Chi ne esce meglio sono i due cattivi "storici" Draco Malfoy e Severus Snape, e anche qui la Rowling dimostra di aver dato un po' troppo ascolto alle numerose fan fiction che negli anni hanno voluto dipingere Malfoy come una vittima incompresa, un cambio di rotta di 180 gradi rispetto a quanto dichiarato per anni dall'autrice stessa che si è sempre opposta all'immagine di un Draco dal cuore d'oro. In questa nuova opera, per assurdo, i commenti più saggi e maturi escono proprio dalla bocca di Malfoy, il quale è anche presente nei momenti di maggior spessore del racconto.
E come a ribadire che i personaggi bianco e nero non le appartengono, ecco ricomparire il vecchio Snape in una commovente sequenza in cui per l'ennesima volta viene ricordato che il suo puro e imperituro amore per Lily Evans lo rende di base un brav'uomo.

Purtroppo anche la trama manca di idee interessanti e non convince assolutamente. L'autrice aveva promesso che quest'opera avrebbe contenuto solo materiale nuovo invece scopriamo che i tre co-autori hanno giocato un po' sporco costruendo una storia basata su una Giratempo, con problematiche già viste in Harry Potter e il prigioniero di Azkaban,che tra l'altro consente loro di riciclare numerose scene del torneo Tremaghi di cui Harry fu protagonista ne Il Calice di Fuoco.
A differenze di quanto fatto nel terzo libro della saga, inoltre, qui i continui viaggi nel tempo sono gestiti con parecchie imprecisioni che si aggiungono ai numerosi buchi della trama e alla parziale mancanza di logica nelle azioni dei protagonisti e del nuovo cattivo. Su quest'ultimo non mi dilungo dato che dovrebbe essere uno dei pochi colpi di scena del romanzo, basti dire che è una figura pretestuosa, improbabile, eccessivamente melodrammatica e assolutamente non all'altezza di Colui-che-non-deve-essere-nominato.

Infine la struttura stessa della commedia lascia a desiderare, spezzettata com'è in mille brevi scene che spesso coinvolgono gli stessi personaggi e la stessa ambientazione della scena precedente,una struttura frammentaria che sinceramente fa pensare a un approccio un po' dilettantesco.

Leggendo Harry Potter and the Cursed Child mi è venuto spesso il dubbio di avere fra le mani una brutta fanfiction di quelle in cui si immagina un'allegra "rimpatriata" fra tutti i personaggi visti in tutta la saga che più che conversare si scambiano battute sui "vecchi tempi", affiancati dai rispettivi numerosissimi figli che ovviamente sono il ritratto dei genitori. Alla fine tutti sono amici, tutti si conoscono, tutti si vogliono bene come una grande e felice famiglia. Stomachevole e accettabile da una fan adolescente ma non da un'autrice matura e più volte mi sono chiesta se davvero le parole che stavo leggendo erano uscite dalla penna della Rowling. Il mio amore per quest'autrice mi porterebbe a addossare la colpa di questo scempio a Tiffany e Thorne, resta però il fatto che la Rowling ha messo il suo nome su quest'opera e deve averne approvato la versione finale e come sia stato possibile davvero non me lo spiego.
In definitiva questa commedia non fa che confermare la mia idea che le saghe concluse dovrebbero restare tali.

Giudizio:

+1stella+

Dettagli del libro

  • Titolo: Harry Potter and the Cursed Child
  • Autore: J.K.Rowling, John Tiffany, Jack Thorne
  • Editore: Little Brown
  • Data di Pubblicazione: 31 luglio 2016
  • ISBN-13: 9780751565355
  • Pagine: 343
  • Formato - Prezzo: Hardcover - Euro 21

Dettagli del libro (edizione italiana

  • Titolo: Harry Potter e la maledizione dell'erede
  • Autore: J.K.Rowling, John Tiffany, Jack Thorne
  • Tradittore: Luigi Spagnol
  • Editore: Salani
  • Data di Pubblicazione: 24 settembre 2016
  • ISBN-13: 9788869187490
  • Pagine: 368
  • Formato - Prezzo: Hardcover - Euro 19,80

19 luglio 2016

Homeron Etark - Francesco Giuffrida

È il tempo di Ilio e degli Dèi. Gli etark, il popolo nativo dell’Oltreoceano, coloro che abitano oltre le Colonne d’Ercole, vedono la propria terra sconvolta da un avvenimento terribile che li condurrà alla distruzione, se non saranno in grado di riscattarsi nei confronti dei loro fratelli umani. Sotto gli intrecci a loro riservati dal Fato, affideranno le loro ultime speranze alla giovane Catlyn e a suo fratello Hero: saranno loro ad intraprendere un epico viaggio che li porterà ben oltre i loro compiti e doveri.
Amicizie, scontri, lotte e amori piomberanno su di loro in un mondo crudo e terribilmente diverso da casa. Incontreranno un eroe elleno senza passato, alla ricerca di imprese e gloria, come loro mandante di un compito senza una fine certa. Si imbatteranno in un nemico temibile.
Se riusciranno a vincere questa sfida sarà forse possibile per gli etark salvarsi, altrimenti non rimarrà altro che l’oblio. Le loro azioni daranno il via ad una serie di eventi che echeggerà nel futuro, anche il più lontano, di tutto il popolo dell’Oltreoceano...

Recensione

Homeron Etark è il primo romanzo di una trilogia a metà tra il genere fantasy ed epico nata dalla creatività e dall’ingegno di Francesco Giuffrida.
Una prima nota di merito va all’autore per la sua coraggiosa scelta di riproporre una versione personale di personaggi molto noti e radicati nel mondo classico dell’epica offrendone una rilettura ed una visione tutta nuova e inaspettata: conosciamo un Odisseo sovrano di Itaca e amante della campagna, reduce di guerra e affabile con il prossimo, che ci propone il suo punto di vista sui grandi eroi del tempo come Achille, Paride, Elena e che ben si mescola con i personaggi frutto della fantasia di Francesco, gli Etark e i Myst, popoli lontani dalle colonne d’Ercole che hanno la loro casa nell’Oltreoceano; oppure un Dedalo innamorato e misterioso, ma anche schivo e riflessivo, di cui non abbiamo forse mai letto nei libri di scuola.

Non è sicuramente semplice smuovere le fondamenta ben solide di figure di questo calibro e popolarità: Giuffrida ha cercato di dare una sua lettura personale dell’Olimpo e delle divinità lavorando molto sul rapporto tra il volere del Fato e l’intervento divino, sottolineando a mo' di morale quanto il libero arbitrio rappresenti un bene irraggiungibile ma fondamentale per l’uomo.
Le sorti dell’umanità non possono dipendere dall’intercessione divina, quanto è legittimo giustificare l’ira di Poseidone che portò Odisseo a vagare per anni per punirlo della sua colpa? Homo faber fortunae suae è il motto che l’autore cerca di far trasparire come un inno alla libertà dell’uomo dal controllo capriccioso degli dei.

Altro grande nucleo del romanzo è rappresentato dal tema dell’amicizia e dell’amore, dell’importanza della collaborazione e del lavoro di squadra: è solo restando uniti che i nostri eroi potranno riuscire nel loro intento, salvare la bella prescelta d’oltreoceano, Lunete, dai tormenti inflitti da forze avverse al popolo Etark.

Homeron Etark è un romanzo particolare, ci ho messo un po’ ad ingranare con la lettura, forse perché non avevo ben chiaro dove l’autore volesse arrivare giocando con capisaldi della mitologia del calibro di Ercole, Zeus, Atena, Afrodite. La storia è abbastanza complicata, l’intreccio non è affatto banale e si presenta con capitoli alternati tra i protagonisti della vicenda e i vari luoghi che si susseguono nel romanzo che si concentra totalmente sulla dimensione del viaggio: gli Inferi, l’Oltreoceano, Itaca, Syracusa, le colonne d’Ercole e tanti altri sono i posti menzionati e visitati dagli eroi di Homeron Etark che partono per portare a termine la loro missione, riportare a casa Lunete.

Lo stile di scrittura è comunque molto scorrevole e soprattutto caratterizzato da un ricercatezza formale che non passa inosservata; c’è molta cura nella stesura di questo romanzo, popolato da numerosipersonaggi, alcuni raccontati meglio rispetto ad altri ma questo forse è dovuto alla presenza di altri capitoli della saga nei quali, mi auguro, si scoprirà molto di più sugli eroi del mondo Etark e non.

La passione dell'autore traspare anche dal grande lavoro che si cela dietro il blog interamente dedicato al romanzo, dove disegni e approfondimenti extra sono un di più rispetto al testo e permettono di entrare in questo mondo tutto nuovo fatto da creature sconosciute e affascinanti.
Sicuramente si tratta di un'opera che incuriosisce e colpisce il lettore, un lavoro di alto livello e con un ottimo potenziale. L’unica pecca per me sta nel tratteggio delle relazioni e dei rapporti tra personaggi che in alcune occasioni risulta essere un po’ ambiguo e poco chiaro: rapporti di amicizia che sembrano tingersi di quel qualcosa in più che rimane come sfuocato ed indefinito. Mi riferisco alle relazioni tra Catlyn, Lunete e Flora, ricche di effusioni ambigue oppure anche al rapporto tra Hero, fratello di Catlyn e Flora, una sintonia che sembra quasi scomparire senza motivazione cosi come il poco chiaro rapporto tra Hero e Lunete che sembrano aver quasi dimenticato entrambi, e non solo il ragazzo, il passato che li lega.

Oltre questo però, il romanzo è davvero una buona base di partenza per realizzare una trilogia che non ha veramente nulla da invidiare ai colossi del genere epico e fantasy. Un grande in bocca al lupo a Francesco Giuffrida che ringrazio per avermi concesso di leggere un particolarissimo lavoro come il suo dal quale traspare tantissimo impegno e passione.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Homeron Etark: Lunete, Il Corrotto E L'oltreoceano
  • Autore: Francesco Giuffrida
  • Editore: CreateSpace Independent Publishing Platform
  • Data di Pubblicazione: 2016
  • ISBN-13: 978-1523253524
  • Pagine: 378
  • Formato - Prezzo: Brossura - 9,98 Euro

30 maggio 2016

Il quarto fato - Laura MacLem

Questa è una storia che finisce alla corte del re di Persia, durante la narrazione delle Mille e una notte. Questa è una storia che comincia in una piccola città di provincia. Questa è una storia che parla di Sheherazade e di Shahryhàr, il sultano che uccise mille e una ragazza e che per mille e una notte ha ascoltato le storie della principessa, finché non gli è diventato impossibile rinunciarvi; ed è una storia che parla di Clara, una ragazza delle superiori, che inizia a vedere la sua vita sgretolarsi, tra incongruenze, buchi di trama, agnizioni, eventi incomprensibili. Questa è la storia di una storia, dentro una storia, cui segue un'altra storia. Fino ad arrivare dove le storie finiscono. Esistono tre fati, tre destini prestabiliti: nascere, vivere, morire. Più oltre, fuori dai confini dell'ordito, troverete solo la pagina bianca, e Tre filatrici che riportano l'ordine. Le storie che cominciano devono anche finire. Ma c'è un quarto fato, un fato nuovo. E, forse, nessuna storia finisce davvero. Tutto dipende da quello che si desidera trovarvi.

Recensione

Laura MacLem ci propone in lettura un’altra opera che, basandosi su precisi riferimenti mitologici, intreccia delle storie note al grande pubblico per proiettarle nel mondo moderno in un modo come sempre coinvolgente e originale. In questo libro specifico, oltre a rispolverare le Parche e il senso del destino molto caro alla mitologia greca (e non solo) ritroviamo una versione totalmente nuova del mito della principessa Sheherazade direttamente da Le mille e una notte, e del suo sposo che non si vuole rassegnare alle sorti del fato crudele.
Al di là dei presupposti sopra accennati, i temi fondanti di questo lavoro sono basati principalmente sull’amore che fa cambiare i destini, proprio come nel caso della principessa persiana, ma che soprattutto aiuta a modificare l’introspezione della persona, portandolo a un’evoluzione benefica anche laddove il male è radicato. L’altro argomento invece è l’intessuto del romanzo, che trascende dallo stesso concetto di ordito e destino, giocando in modo speculare e soprattutto sagace, mediante i titoli dei vari capitoli, per portare il lettore a ragionare sul senso stesso dello scrivere e sull’arte, a volte data per scontata, di poter davvero costruire una storia avvincente e logicamente coerente.
Durante la lettura, veniamo a scoprire inoltre che da un lato abbiamo l’ordine precostituito, che appare ineluttabile, e dall’altro invece la percentuale, forse anche risicata, di imprevisto, che in qualche modo ha il potere di scardinare lo stesso ordine e trasformare gli esiti attesi in vicende nuove, imprevedibili.

Nel mondo moderno, tutti questi elementi vengono tradotti in chiave fantastica, con elementi magici e interventi atti a forzare la storia dall’origine soprannaturale, attraverso la protagonista, la giovane Clara, che suo malgrado si ritrova a saltare di storia in storia, sulla sua stessa vita, per cercare di ricongiungere i nessi del destino. Una giovane lettrice determinata, che può far sorridere e nel contempo assurgere a un ruolo esemplificativo di una giovane che ama i libri e da cui, nel vero senso del termine, si lascia travolgere.
La storia si dipana in piani temporali consequenziali, con repentini cambi di scena e l’acquisizione da parte di chi legge di una serie di indizi che lo aiutano, attraverso la protagonista, a comprendere meglio quel che accade intorno ma soprattutto il perché ciò accada.
La struttura della storia, pertanto, risulta essere piuttosto complessa, da seguire con estrema attenzione per non rischiare di perdersi i passaggi importanti.

Lo stile è come sempre adeguato al registro, cambia nelle scene in base agli elementi e ai personaggi che vengono messi in campo, con un’ottima gestione della tensione, sia emotiva che a livello di suspense. A ogni modo la forma corretta per tutta la durata del libro viene esposta in modo scorrevole, atta a suscitare la curiosità.
Il quarto fato, quindi, diviene di certo una storia complessa, ma non per questo meno intrigante, qualificandosi come esperienza di lettura che si sviluppa in diversi piani letterari, giocando con i generi ma soprattutto spalancando le porte al lavoro stesso della scrittura e della creazione dei libri. Un romanzo che di sicuro lascia una scia importante nella consapevolezza dei lettori, a prescindere dai generi prediletti.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Il quarto fato
  • Autore: Laura MacLem
  • Editore: Autopubblicato
  • Data di Pubblicazione: 2016
  • ISBN-13: 978-1530485796
  • Pagine: 323
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 10,39

23 maggio 2016

Shades of Grey - Jasper Fforde

Benvenuti a Chromatacia, dove la gerarchia sociale è strettamente regolata dalla capacità di ogni individuo di percepire uno o più colori.
Eddie Russet vuole risalire la scala sociale, tuttavia i suoi piani per migliorare la propria percezione del rosso sposando l'erede di una delle famiglie più potenti subiscono una battuta d'arresto. Barcamenandosi tra regole inviolabili, infidi Gialli e una rischiosa amicizia con l'intrigante Grigia Jane, che mostra a Eddie che l'apparenza pacifica del suo mondo è tanto illusoria quanto i colori stessi, il ragazzo scopre di dover fare i conti con il crudele regime che governa questa facciata elegantemente dipinta.

Recensione

Le sfumature di grigio sono evidentemente un concetto di grande fascino per gli scrittori (o i presunti tali). C'è chi ne ha colto le potenzialità erotiche, dando tutto un nuovo significato al ruolo dello stalker psicopatico, e chi, come Jasper Fforde, le ha prese in senso più letterale e le ha usate come base della sua distopia comica.

Molti di voi conosceranno Fforde come l'autore della saga dedicata a Thrusday Next, l'investigatrice di casi letterari lanciata da Il caso Jane Eyre che risolve i suoi casi letteralmente saltando da un libro all'altro, giunta alla sua settima avventura.
Se siete familiari con la fantasia, il gusto per l'assurdo e la sottile ironia di questo autore avrete già capito che quella che ci troviamo fra le mani non è la solita distopia, sebbene l'idea di partenza sia sempre quella di un futuro post-apocalittico dove ogni forma di individualismo è scoraggiata in nome di un supposto benessere collettivo, sotto la rigida guida del solito regime totalitario che trae la sua forza nell'intricata e ridicola burocrazia e nel rafforzamento di una improbabile piramide sociale, al cui vertice risiedono coloro che possono vantare una migliore percezione dei colori.
Sì, perché il prossimo futuro immaginato da Fforde non è grigio solo a parole ma anche nei fatti: l'umanità ha perso la sua capacità di percepire l'intero spettro cromatico a causa di una non meglio identificata catastrofe e ora gli individui vengono classificati solo in base al colore che sono in grado di distinguere nel mare di grigio che li circonda.
L'unica possibilità di avanzamento sociale non è quindi in base al merito o al duro lavoro ma attraverso il matrimonio con una famiglia con percezione cromatica più elevata, sempre che non vogliate sposare un colore complementare, quello, sappiatelo, è assolutamente proibito dalle Regole.

Da questa breve panoramica si può intuire come Fforde non abbia fatto altro che estremizzare, grazie alla sua innata creatività, quelle caratteristiche che sono tipiche di ogni regime dittatoriale realmente apparso sul nostro pianeta, ovvero il fatto di essere basato su premesse ridicole e tenuto in piedi da un insieme di Regole ancora più ridicolo.
E cosa c'è di più ridicolo di non poter usare cucchiai perché per qualche misterioso motivo il Libro delle Regole non li annovera tra gli utensili moralmente accettabili o di rendere innocuo chi fa troppe domande spedendolo a fare un "censimento di sedie" ai confini della nazione oppure negare per legge l'esistenza di persone non conformi alle regole?

Nel ridicolizzare le pretese di totalitarismo, Fforde riesce inoltre a mettere il luce parecchie scomode verità sul modo di vivere in una società libera - perché in certe condizioni l'umanità non ci arriva per caso ma perché sembra predisposta a comportamenti assurdi come il rifiutarsi di mettere in discussione verità prestabilite anche quando prive di fondamento o supporre erroneamente che possiamo rinunciare a forme di libertà più grandi in nome del possesso di oggetti materiali senza senso.

Lo svantaggio dell'approccio satirico dell'autore è che i suoi personaggi sono spesso ottusi manichini che travalicano il confine tra il ridicolo e il fastidioso e difficilmente suscitano l'intessere del lettore. Persino il protagonista, Eddie, risulta per almeno metà libro null'altro che un tontolone ben intenzionato, categoria che, lo confesso, mi annoia a morte.
Inoltre Fforde praticamente molla il lettore nel bel mezzo della sua distopia, sommergendolo di dettagli tecnici sulle capacità cromatiche degli abitanti, il complesso sistema di meriti e un gergo sconosciuto e non sempre intuibile che rendono la lettura decisamente lenta, faticosa e poco appassionate nei capitoli iniziali. In tutta onestà in questa prima fase ho seriamente considerato l'idea di abbandonare il libro, tuttavia la trama mi aveva stuzzicata abbastanza da farmi resistere ed alla fine ne è valsa la pena, infatti le ultime duecento pagine si divorano in un paio di giorni e lasciano anche il desiderio di leggere il seguito che, si vocifera, arriverà finalmente nel 2017. Considerando che la pubblicazione di Shades of Grey risale al 2009 e che i tempi di gestazione sono stati più lunghi di quelli di un nuovo libro de Le cronache del ghiaccio e del fuoco, ci aspettiamo come minimo qualcosa a livello de La svastica sul sole o 1984. Speriamo.

Giudizio:

+3stelle+ (e mezzo)

Dettagli del libro

  • Titolo: Shades of Grey
  • Autore: Jasper Fforde
  • Editore: Penguin Books
  • Data di Pubblicazione: 6 Nov 2009
  • ISBN-13: B002UXRF6M
  • Pagine: 449
  • Formato - Prezzo: Ebook kindle - 17.00 $
 

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