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4 febbraio 2010

Ghetto, un'indagine nei caruggi dei travestiti - Paola Pettinotti

La morte non è mai bella, la vita può essere anche peggio. A rendersene conto è Fabio Bozzo, investigatore per tradizione di famiglia, che in un inizio d'estate che sta già diventando torrida, si imbatte nel cadavere, brutalmente seviziato, di un travestito. A partire da questo momento il Ghetto, zona malsana e fatiscente per quanto a due passi dall'Acquario, si trova al centro di attenzioni molteplici: un gruppo di giovani intellettuali inizia uno studio sociologico, un fotografo cerca di realizzare un reportage e una banda sudamericana alquanto sui generis contribuisce ad aumentare il clima di tensione, enfatizzato da una televisione locale che cavalca gli eventi in modo preoccupante. Tutto questo mentre un'immobiliare dai modi un po' troppo intraprendenti dà il via ad una campagna di acquisizioni assai poco ortodossa. In una sarabanda indiavolata di pensionati e badanti, architetti rampanti e attrici ottuagenarie, carabinieri ligi al dovere e poliziotte esauste, al ritmo sempre più convulso di salsa latino-americana e di ray maghrebino, le cose precipitano, e Fabio finisce, suo malgrado, a dover far luce su una ragnatela di sospetti e un crescendo di violenze, cercando di dipanare la trama di un arazzo ordito sui giochi di ombre e luci di una città misteriosa e contraddittoria.

Recensione

Lo dirò senza mezzi termini: Ghetto mi è piaciuto moltissimo. Mi ha catturata, messa a disagio, mi ha fatto riflettere. E mi ha strappato sorrisi e, ogni tanto, delle grassissime risate.
Perché mi è piaciuto?
Tanto per cominciare, è scritto meravigliosamente, con uno stile moderno, pieno di humor e ironia e le pagine filano via una dietro l'altra che è un piacere. Ti agguanta alla prima riga e non ti molla più, fino all'ultima. Ci si perde più che volentieri in questo affresco di una Genova inedita, quella dei caruggi, con la sua popolazione multietnica e con tutti i suoi colori, aromi e contraddizioni e difficoltà.

Ghetto è un caleidoscopio di personaggi vivi come possono esserlo solo quelli che uno scrittore molto bravo sa creare, ciascuno superbamente tratteggiato, con pregi, difetti, manie e idiosincrasie. Fabio, detective per eredità e per inerzia, sosia suo malgrado di Fabio Fazio e Clelia, il suo fantasma personale, la fidanzata Donatella, in arte Malù, la vicina Eulalia, ottuagenaria ex stella del teatro con la pensione minima e una predilezione per sostanze illegali di origine vegetale, Maria Sol, ex-avvocatessa, colonna portante della comunità ecuadoregna, Aisha, colf tunisina con il piglio da Sandokan e la colorata tribù dei travestiti di Vicolo Untoria... un caleidoscopio di gente che vortica intorno al protagonista e lo aiuta a dipanare la rete di un mistero nel quale la morte dei travestiti Mery e Luana è solo la punta dell'iceberg, un iceberg fatto di interessi mafiosi, collusioni con lo stato, manipolazioni mediatiche e speculazioni edilizie.

Che dire di più? Fatevi un favore, leggetelo.

Dettagli del libro

  • Titolo: Ghetto
  • Autore: Paola Pettinotti
  • Editore: Fratelli Frilli Editori
  • Data di Pubblicazione: 2007
  • Collana: Noir
  • ISBN-13: 9788875632755
  • Pagine: 333
  • Formato - Prezzo: Brossura - 12,00 Euro

3 febbraio 2010

Rosemary's Baby - Ira Levin

Il diavolo, si mormora, abita a New York, in un bel palazzo del centro. Come spiegare altrimenti gli strani e inquietanti avvenimenti accaduti tra quelle mura? Ma la sinistra fama di quell'edificio vecchio ed elegante non basta a intimorire Rosemary e Guy Woodhouse, una coppia di giovani e innamorati coniugi, che vi si trasferiscono ricchi di sogni e di speranze. Finalmente la carriera di attore di Guy sta decollando, e il futuro sembra riservare solo felicità: per Rosemary è il momento di pensare a un figlio. Ma la notte in cuiil bambino viene concepito accadono cose tremende: è l'inizio dell'incubo e i nove mesi di gravidanza saranno un susseguirsi di fatti terrificanti. Ma chi è, cos'è davvero quel bambino che Rosemary porta in grembo?

Recensione

Il libro di cui voglio parlarvi è, tanto per cambiare, introvabile. Se però riusciste a mettere le mani su una copia vagabonda in un banco dell'usato, date retta a me, non fatevela sfuggire.
Forse - anzi senz'altro - dirò una banalità: si tratta di un libro molto inquietante (persone con sensibilità eccessiva astenersi). E forse - anzi senz'altro - apparirò la solita acida nostalgica... però secondo me libri così non se ne scrivono più (e qui inserite pure una recriminazione a scelta). Non perché sia scritto particolarmente bene - lo è, ma non più di un mucchio di altri - ma perché è intelligente e dà una nuova dimensione all'orrore e all'inquietudine. Quando è apparso sulla scena, questo libro ha rappresentato qualcosa di nuovo.

Non ci sono sbudellamenti, sacrifici umani, legioni di diavoli che appaiono fra eruzioni di fiamme e volute di fumi solforosi giallo limone. No. L'autore, con una scelta al limite della genialità, affida la chiave della paura ad altro. A qualcosa che tutti noi abbiamo sotto gli occhi tutti i santi giorni.
All'uomo, a noi stessi.
Quello che spaventa, che fa stare male, che a un certo punto del libro ti fa percepire un senso di impotente soffocamento, quando ti accorgi che Rosemary è in trappola e non lo sa, non è il fatto che sia capitata nelle grinfie di un gruppo di pazzi satanisti. Non è il fatto che alla fine l'esistenza dal diavolo venga confermata. No.
La cosa terrificante è che questo gruppo di satanisti si nasconda dietro la facciata di persone normalissime. Questi non sono adolescenti e post-adolescenti sbandati, dediti ad ascoltare un certo genere di musica, a parlare in un certo modo e a comportarsi come ci si aspetta da loro, insomma, che rispettano gli stereotipi che ci vengono inoculati (che lo vogliamo o meno) dal mezzo televisivo. Queste persone sono ultrasessantenni distinti, di condizione economica agiata, che si nascondono dietro la facciata degli altruisti, dei filantropi, dei cortesi vicini di casa, dei nonnini da pubblicità del Mulino Bianco. I mostri della porta accanto: puoi vivere con loro per anni senza accorgerti di chi siano veramente (a meno che non siano loro a scegliere di mostrarti il lato oscuro... e non lo augurerei a nessuno).

La cosa terrificante è un marito che ci mette zero a barattare l'amata giovane moglie con una carriera da attore di successo e che per ottenerla non arretra neanche di fronte ad azioni abbiette (accecare il rivale con una fattura, uccidere nello stesso modo l'amico di famiglia che ha subodorato qualcosa e cerca di mettere in guardia Rosemary).

In breve, è la perversione dell'animo umano, ma non intesa come risultato della corruzione del Maligno - e quindi dovuta a una sorta di "agente patogeno esterno" - bensì intrinseca, radicata nella natura di queste persone. E irriconoscibile, perché mimetizzata dietro un'apparenza di lodevole normalità. In questa accezione, noi tutti potremmo incappare nel male e rimanerne vittima, proprio come accade a Rosemary.

Lei, infatti, simboleggia tutte le qualità migliori dell'umanità, insieme con i suoi difetti meno aberranti - una certa tendenza alla remissività, una certa codardia che porta a non ribellarsi, la disgraziata tendenza a concedere fiducia alle persone sbagliate. In un certo senso, è pura, l'agnello sacrificale, ed è sacra: la Madre. Proprio come un agnello, nutrito e coccolato solo in previsione della Pasqua, è circondata di gente che finge di curarla e di fatto la sorveglia.

Leggere questo libro, percorrere le tappe del calvario di Rosemary, è come sentire un cappio stringersi sempre più intorno al suo - e al tuo - collo. L'autore dissemina particolari inquietanti e lascia che la sua protagonista non li colga, con il risultato che la guardi andare incontro alla rovina del tutto ignara e vorresti quasi suggerirle che metta insieme una valigia e si sbrighi a togliersi da quel posto.

Ma Rosemary ritrova tutta la sua forza nel finale. Perché quando scopre che suo figlio è ancora vivo, decide, nonostante l'odio che prova per la gente che l'ha usata come e peggio di un utero in affitto, di crescere il bambino. Potrebbe tentare di ucciderlo. Potrebbe voltare le spalle e fuggire. Invece lei sceglie di rimanere per salvare la sua creatura. Perché è vero che ha terrificanti occhi gialli e la pupilla verticale e un abbozzo di coda e corna, ma è anche altrettanto vero che per metà è suo, che assomiglia a uno dei suoi fratelli, che è un bambino.

Per usare le sue stesse parole: "Non poteva essere del tutto cattivo, non era possibile. Anche se era metà Satana, l'altra metà non era come lei, decente, normale, sensibile creatura umana? Se lei agiva contro di loro, se esercitava una buona influenza per neutralizzare la loro cattiva influenza..."

In questa scelta di Rosemary c'è qualcosa che quasi la santifica, o meglio, santifica il valore della quale Levin l'ha fatta portatrice, cioè l'amore materno, in grazia del quale si può tentare l'impossibile. Anche redimere l'essenza stessa del Male.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Rosemary's Baby
  • Titolo originale: Rosemary's Baby
  • Autore: Ira Levin
  • Traduttore: A.Veraldi
  • Editore: Mondadori
  • Data di Pubblicazione: 2005
  • ISBN-13: 9788804537687
  • Pagine: 183
  • Formato - Prezzo: Brossura - (fuori catalogo)

30 gennaio 2010

Delfini - Banana Yoshimoto

Kimiko, giovane scrittrice di romanzi d'amore, esce con Goro. Una sera, dopo una visita all'acquario di Tokio per vedere i delfini, fanno l'amore, ma Kimiko capisce subito che la loro storia non ha futuro; Goro convive infatti con un'altra donna, più grande di lui e dalla quale non vuole separarsi. Kimiko decide allora di abbandonare Tokio per trovare rifugio in un tempio vicino al mare dove conosce Mami, ragazza dalle doti soprannaturali. È da lei che viene a sapere di essere incinta. Le notti di Kimiko, i suoi sogni, si popolano di delfini, meravigliose creature che l'accompagnano, insieme ad Akane, la bambina che porta in grembo, verso un futuro che non si era immaginata.

Recensione

A dir la verità, io con Banana Yoshimoto avevo deciso di smettere. Lo so, sembro una tossica che c'è ricascata.
Il fatto è che lei è stata la mia biciclettina con le rotelle: ho iniziato a interessarmi di narrativa giapponese con i suoi libri e all'epoca mi era sembrata fantastica. Poi ho scoperto Mishima, Murakami, Yasushi, Tanabata, Dazai, Yoshikawa e diciamo che l'ho in qualche modo ridotta a dimensioni meno mitologiche. Posso anche essere passata a biciclette "da grande", ma la prima bici non si scorda mai... ed ecco perché non ho potuto far a meno di prendere anche quest'ultimo, nonostante non fossi rimasta granché impressionata dal precedente (Chie-chan ed io).

Sotto un certo punto di vista, se inquadrato nella produzione dell'autrice, è parecchio classico. Ci sono tutti i suoi "marchi di fabbrica" sia a livello di stile (narrazione in prima persona, fraseggio pulito, termini semplici al limite dello scarno), che di personaggi (protagonista femminile, situazione di "rottura" degli equilibri, un pizzico di sovrannaturale che in alcuni punti funge da deus ex machina, un amore che non è mai esasperato o portato direttamente al centro della scena), che di tematiche (la morte, l'amore, il cambiamento, la famiglia).

Nello stesso tempo però l'ho trovato diverso dagli altri. In qualche modo è più lento e... caldo. Nel leggerlo si ha la sensazione di nuotare come un delfino - o come un embrione - dentro il liquido amniotico e seguire, con lentezza, senza fretta, i cambiamenti che la natura impone. Noi possiamo anche tentare di accelerare il ritmo, ignorare i nostri corpi e imporre loro di pagare il prezzo del nostro stile di vita, ma ci sono circostanze in cui ciò che noi pretendiamo non conta e il fisico si riappropria di una sua profonda autonomia. Come in gravidanza appunto. In questo senso, non mi è affatto dispiaciuto.

Anche se.
Già, anche se, a mio modesto avviso, questo libro ha diversi punti deboli.
Uno è rappresentato dai personaggi: nonostante la narrazione in prima persona, che dovrebbe indurre una forte empatia nel lettore, mi sono sembrati - a partire da Kimiko - tutti abbastanza piatti, bidimensionali. E molto freddi: è tutto così logico, controllato, misurato. Al centro di tutto c'è il triangolo amoroso a cui vertici stanno Kimiko, Goro e la sua donna, Yukiko. Viene ribadito lungo tutto il libro come questi tre vivano in una situazione anomala... quando alla fine non è nulla di diverso da un cosiddetto "rapporto libero". Anche la scelta di Kimiko, che non vuole che Goro la sposi (lo stoppa prima ancora che lui glielo chieda: "Tieni presente che se tu arrivassi alla conclusione di volermi sposare, io ti direi di no") viene presentata come profondamente rivoluzionaria, quando di fatto non la è. Lo sarebbe stato, se fossimo ancora nell'era Meiji, penso. Nel ventunesimo secolo - con tutto che la mentalità giapponese è diversa di certo dalla mia - la cosa mi suona un tantinello retrò.
Inoltre, e questo mi ha infastidita, ho notato una certa superficialità nel trattare il tema delle donne maltrattate. Il rapporto di coppia è infatti in qualche modo uno snodo centrale del racconto e viene ribadito più volte come gli uomini, in fondo, non cerchino altro, nelle proprie compagne, che una madre. Posizione condivisibile o no. In ogni caso, la cosa diventa ancora più evidente in quanto il tempio in cui Kimiko scappa è un rifugio per donne in difficoltà. Su tutto quello che è il dramma di queste donne, la Yoshimoto sorvola con grazia e il tempio sembra più una comune hippy al femminile (posto che una cosa del genere sia mai esistita).
Non ho potuto farci nulla: a me sono venuti in mente il rifugio per donne maltrattate che c'è in Rose Madder e quello in Insomnia. E ho pensato: "Questa, una donna maltrattata non l'ha mai vista, altro che." Mi ha dato noia non tanto per una questione di verosimiglianza, quanto perché mi è sembrata una mancanza di rispetto utilizzare come mero espediente narrativo qualcosa che è invece una realtà tanto drammatica.

Se si passa oltre (magari sono io ad essere particolarmente suscettibile in questo senso) il libro non è malaccio. Se siete preparati al fatto che è una scrittrice - brava, per carità - ma sempre uguale a se stessa e che la storia non starebbe male tradotta in un manga, vale la pena leggerlo. Lo si fa in un paio d'ore.

Ora, vorrei precisare una cosa a costo d'esser pignola: si tratta di un libro del 2006, anche se da noi arriva solo ora. Pertanto, parlare di una "nuova area di esperienza emozionale" mi sembra un tantino fuori luogo: per essere nuova, è vecchia di quattro anni.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Delfini
  • Titolo originale: Iruka
  • Autore: Banana Yoshimoto
  • Traduttore: Alessandro Giovanni Gerevini
  • Editore: Feltrinelli
  • Data di Pubblicazione: Gennaio 2010
  • Collana: I Canguri
  • ISBN-13: 9788807702075
  • Pagine: 175
  • Formato - Prezzo: Brossura - 12.00 Euro

16 dicembre 2009

Intervista ad Aislinn, autrice dei romanzi della Saga del Portatore di Tenebra - La guerra della Falce: "La luce dal cielo" e "Le nubi si addensano"

L'autrice


Aislinn è l'autrice della saga del portatore di tenebra, che si compone (per ora) di due romanzi: La luce dal cielo e Le nubi si addensano. Ha ventisette anni e vive a Novara.
Il suo blog è http://aislinn.ilcannocchiale.it/








Il libro


Il mondo di Asàyra è scosso da turbinosi venti di guerra: lo stregone Vikranor, adepto del demone Vastarath è tornato e sta per scatenare i suoi eserciti di vàstamaen alla conquista delle Terre Prime. Sono passati duecento anni da quando una luce ignota ha illuminato il cielo e il Cristallo, una fonte di magia dal potere incommensurabile, è disceso nel mondo, duecento anni da quando un'alleanza di uomini, nani ed elfi è riuscita a sconfiggere lo stregone. Fra speranza, incredulità e tensioni si rinnovano vecchie alleanze e si perpetrano nuovi tradimenti, mentre i protagonisti sono intrappolati nelle spire di un destino che non sembra concedere loro alcuno scampo.



L'intervista



1. Mmm, dunque, saltando a pie' pari la questione "pseudonimo", forse sarebbe il caso di azzardare una brevissima presentazione a beneficio dei lettori. Quindi, dimmi qualcosa di te: chi sei, che cosa fai e che cosa ti piace (a parte scrivere, ovviamente).

Sono una ragazza di 27 anni che ha sempre amato sopra ogni altra cosa l'emozione di un viaggio attraverso le pagine dei libri che divorava. Da rifugio e passatempo, la lettura è diventata lo stimolo a voler raccontare a mia volta - scrivere come un modo per vivere più concretamente i miei sogni, ma anche per comprendere meglio me stessa e il mondo che mi circonda. Sono essenzialmente una persona curiosa. Detesto la noia e la banalità e scrivere mi permette di opporre a tutto questo passioni, dubbi, riflessioni, emozioni; il che non vuol dire che viva "con la testa tra le nuvole" o "fuori dal mondo". Amo scoprire, viaggiare, la musica, il teatro, le storie... mah, io sono strana!


2. Perché dici che sei strana? Cos'è per te "strano"? E cosa è "normale"?

Penso che tutte le persone interessanti siano “strane”, cioè che abbiano qualcosa di particolare, di non comune. Strano per me significa personale, unico, sincero, che si distingue in qualche modo, che non segue le “mode”. "Normale" mi sembra un parola riduttiva, quasi sinonimo di "banale".


3. Eh be', un po' lo è (pare che ultimamente abbia sviluppato questa accezione) ora, potrei chiederti che cosa hai tu di particolare e non comune, ma mi pare che andiamo troppo sul personale! Quindi, tu hai iniziato, come molti scrittori, ad appassionarti alla lettura e poi il passo successivo è stato decidere di scrivere qualcosa di tuo?

Si (quello che ho di particolare, di "mio", spero filtri dalle pagine che scrivo)


4. E, se non sono indiscreta, a quando risale il primo tentativo?

Sai qual è la prima cosa seria che ho scritto? Cioè il primo "romanzo" quasi intero, che mi ha fatto iniziare a imparare come davvero si scrive? Insomma, il salto dalle frasette semplici da scuola, a qualcosa di più?


5. No, ma voglio assolutamente saperlo!

I Visitors, te li ricordi?


6. Diciamo di sì, che me li ricordo. Ma ti svelerò un segreto imbarazzante: non li ho mai visti perché avevo paura!

Sembra una sciocchezza. però ho iniziato da loro a capire come dovevo strutturare una storia complessa, come gestire tanti personaggi, quando, per esercizio, mi sono messa a scrivere - solo per me ovviamente, non per farlo leggere in giro - una specie di "novellizzazione" della serie originale, che è diventato un esercizio fondamentale. Imparare a descrivere quello che avevo davanti agli occhi interpretare i sentimenti che gli attori volevano esprimere e "inventarmi" pensieri ed emozioni che potevano avere, notare i "buchi", le inverosimiglianze che magari in tv passano inosservate, e inventarmi un modo per giustificarle sulla carta, fare ricerche su ciò che non sapevo (in quel caso, il tipo di armi che usavano i personaggi, le città che dovevo descrivere ecc). Diciamo che questo "gioco" legato a un telefilm è arrivato al momento giusto, quando ero ormai abbastanza cresciuta da iniziare a prendere la scrittura seriamente, ed è diventato un esercizio utile: prima scrivevo ancora in modo "infantile"; dopo aver riempito quelle pagine e pagine mi sono accorta che ero migliorata, avevo acquisito più scioltezza e profondità, credo, più confidenza con la penna. Prima scrivevo in modo più casuale, meno regolare.


7. La saga del Portatore di Tenebra ha un'ambientazione che posso definire medievaleggiante, quindi hai dovuto diventare un'esperta di armi da taglio e da lancio, di tecniche di combattimento con la spada. Come ti poni nei confronti dell'annoso problema documentazione vs "mi arrangio con la fantasia"?

Non ho la presunzione di ritenermi "esperta", perché anche se ho osservato combattimenti, ho provato a sentire quanto è pesante una spada e quanto è difficile tendere un arco, certo ci sono ancora un mucchio di cose che non so, ma non ci va molto a capire che una guerriera donna non si vestirebbe in top e scosciata, ma si metterebbe le sue brave protezioni! Prima di tutto quindi occorre il buon senso di "visualizzare" quello che descrivi: è effettivamente verosimile? Poi quello che non si sa si cerca, si chiede. Un combattimento non è una "scena d'azione"; è un momento in cui si fatica, si suda, si strappano i muscoli, si muore e si viene sfregiati, è una cosa seria. Per quanto riguarda però l'organizzazione sociale, i costumi eccetera, lo studio dell'Europa medievale può fornire spunti, ma tengo a precisare che il mondo di Asàyra non è il nostro Medioevo, quindi comportamenti o concezioni che sarebbero stati inaccettabili, ad esempio, nell'Italia del Trecento, possono essere perfettamente normali nel mondo del Portatore di Tenebra.


8. Difficile darti torto! Da accanita lettrice di fantasy mi è capitato spesso di accorgermi che uno dei grossi limiti degli scrittori sta nel riuscire a gestire in maniera verosimile i grandi eserciti. Intendo dire che non si dovrebbe prescindere da qualche nozione di tattica militare. E siccome nel secondo episodio della saga iniziamo a vedere gli eserciti muoversi, come ti sei preparata a questo?

Fin da quando ho ricordi leggo tantissimo. Anche qui, buon senso, e l'interesse per la storia medievale. Non in questo libro, “La Guerra della Falce”, ma nell'ultima parte della trilogia, la battaglia finale è ispirata, nella prima parte del suo svolgimento, a una vera battaglia combattuta all'inizio del Basso Medioevo (non ti dico quale o da chi per non svelare troppo). Sicuramente, e lo dico io per prima, ho ancora molto da studiare su questi argomenti, e continuo a farlo man mano.


9. Be', ma trovo che esserne consapevoli sia un ottimo punto di partenza. Adesso vorrei passare a dire qualcosa sui due libri che sono usciti, visto che li abbiamo nominati prima. In primo luogo, vorrei che mi dicessi di che cosa tratta La saga del Portatore di Tenebra.

Una luce precipita dal cielo, un demone sceglie lo stregone cui donare un enorme, malvagio potere… Questa è l'inizio della storia, che si sviluppa poi attraverso molti personaggi e diverse vicende intrecciate. La storia di un conflitto in cui i ruoli di “buoni” e “cattivi” non sono così sicuri; e questo è anche uno dei temi che più emerge nei libri che scrivo, il fatto che spesso sia molto difficile segnare una netta linea di demarcazione tra giusto e sbagliato, bianco e nero... Ci sono molte sfumature, nelle storie che immagino.


10. La storia editoriale di questi libri un po' complicata, nel senso che sono stati concepiti con suddivisioni differenti rispetto a quelle con cui poi sono stati pubblicati. Ci spieghi?

Allora, Il Portatore di Tenebra è pensata come una trilogia, e La Guerra della Falce è il suo primo volume. La Edigiò tuttavia aveva programmato di pubblicarlo suddiviso ulteriormente in tanti volumetti brevi, e infatti il primo episodio, La luce dal cielo, è di una novantina di pagine. Fortunatamente la casa editrice è stata molto soddisfatta di come è andato, e così quando ho chiesto se era possibile rendere gli episodi più corposi, la risposta è stata positiva. Eco perché il secondo episodio, Le nubi si addensano, ha circa 240 pagine. Per completare la Guerra della Falce resta infine un ultimo episodio che prevedo avrà dimensioni analoghe.


11. Quali sono i tuoi personaggi preferiti e perché?

Il principe Andre e i vàstamaen Evar e Snorraka, perchè tutti e tre sono sfaccettati e hanno una storia complessa, o (nel caso di Andre) la sviluppano nel corso della vicenda. Evar e Snorraka non sono i classici "cattivi", secondo me, hanno delle motivazioni e un codice d'onore e anche, soprattutto Snorraka per ora ed Evar più avanti, una certa drammaticità; Andre ha luci e ombre, una personalità che lui stesso ancora non comprende e che sarà difficile da affrontare. Ciò che più amo è creare figure che abbiano una storia alle spalle, sentimenti, dubbi, pregi e difetti insieme, che siano complessi; insomma, che siano “persone” e non semplicemente “personaggi”.


12. Noto che sono tutti e tre personaggi maschili. E fra le donne?

Devo dire che, non so per quale motivo, come scrittrice in genere mi affeziono di più e mi trovo più a mio agio con i personaggi maschili; non è una cosa programmata, semplicemente accade che la maggior parte dei miei personaggi sia maschile. Tra quelli femminili, mi piace descrivere la Dea Elissa, che però non è tecnicamente una "donna", e ho una certa qual predisposizione per Katlena, perché è così ingenua all'inizio, e sembra capricciosa e viziata, ma dimostra poi il coraggio di affrontare delle situazioni difficili e per lei ignote per inseguire il sentimento: le posso perdonare certi lati più infantili perché la condurranno poi su una strada di crescita. Mi piace anche la maga Lanyra, la compagna dello stregone Tharandyr, perché è una donna che ha molto coraggio, compie il suo dovere ma non dimentica il sentimento che la lega al suo uomo. È un aspetto che ho amato molto descrivere, mostrare come anche i maghi siano persone in carne e ossa, con lati umani ed emozioni; perché mai, mi sono chiesta, non potrebbero vivere anche loro una storia d'amore? Non volevo che fossero i soliti “vecchi saggi”, superiori ai comuni mortali e quasi slegati dalla vita vera.


13. Posto che in ogni personaggio c'è qualcosa del suo autore, in quale fra tutti i personaggi (e sono molti) dei due libri sinora editi hai maggiormente trasfuso te stessa?

Allora, prima di tutto specifico che non c'è un personaggio in particolare in cui mi identifico. Spesso gli autori scelgono uno dei personaggi principali come una sorta di "alter ego" (penso a quante volte nei libri di Stephen King compare un personaggio che è a sua volta scrittore). Nel Portatore di Tenebra non c'è nessun personaggio invece che sia "Aislinn"; però in molti di loro c'è un aspetto di me, in positivo o in negativo, oppure c'è un tratto caratteriale che rappresenta un pregio che vorrei avere o, al contrario, un difetto che non vorrei possedere. Quello che forse avvicina i personaggi a me è che... pensano troppo, cosa che faccio anch'io!


14. Penso di essere nel giusto (correggimi se sbaglio) a dire che il principale “modello” cui questa saga è ispirata è Tolkien. Però, leggendo le recensioni ricevute sinora e i pareri in rete ho notato che si ritrovano spesso variazioni sul tema “ha rinnovato i modelli tolkeniani”. Io per prima condivido questa opinione, per cui ti chiedo: come sei riuscita a fare una cosa così difficile, cioè prendere le mosse da un simile mostro sacro, conservarne l'imprinting e nello stesso tempo dar vita a qualcosa di molto più moderno e originale?

Credo che sia frutto di un processo naturale. All'inizio (e intendo circa dieci anni fa, quando ho cominciato a buttare giù le prime pagine) l'influenza era molto più evidente, ma con il tempo ho modificato diversi aspetti che ricordavano maggiormente questa vicinanza. L'influenza più importante che Tolkien ha avuto per me è stata spingermi a voler concepire un mondo che fosse il più possibile completo e verosimile, e da questo deriva quella stratificazione che anche tu hai notato, con accenni alla storia, ai miti, alle leggende, alle lingue, ai costumi dei diversi popoli eccetera; cenni che ci sono nel libro, ma che ovviamente rimandano a un "di più" che io conosco e che fornisce lo sfondo. In particolare poi direi che fin da subito ho voluto coscientemente modificare quelle cose che meno mi convincevano del mondo Tolkieniano; ad esempio, gli elfi sono presenti nel mio libro, ma immediatamente ho capito che non avrei mai considerato credibili o accettabili, nel mio mondo, degli elfi che fossero perfetti, saggi, tutti bellissimi e bravissimi in ogni cosa, e addirittura immortali! Io volevo che fossero un'altra razza, diversa dagli uomini, ma reale, concreta, non "angelicata", e quindi i miei elfi hanno i loro difetti, commettono sbagli e vivono passioni molto terrene e reali, oltre a non essere affatto immortali: per quanto godano di una vita lunga alcuni secoli, alla fine invecchiano e muoiono come tutti. Ho cercato insomma di imprimere la mia voce a ogni aspetto di questo mondo, di interpretare tutto secondo quello che mi risultava più vero e congeniale, che era più adatto a esprimere ciò che volevo dire. Ogni tanto poi mi diverto a giocare con i clichè, ad esempio c'è sì un "bianco stregone", Tharandyr, che è il più importante mago buono (una sorta di Onu, lo definisce il prof. Italo Allegra, che spesso mi accompagna durante le presentazioni) ma non ha nè la barba lunga né il bastone nP i tonaconi e non veste affatto di bianco.



15. Domanda di rito. Quando uscirà il terzo volume della saga?

Risposta di rito: non lo so! O meglio, si parla del 2010, ma non ho ancora discusso della cosa con Edigiò. Diciamo che il secondo è uscito a marzo 2009, posso imaginare che ci sarà almeno lo spazio di un anno tra il secondo e il terzo. Di sicuro troverete tutte le news nei miei siti: http://aislinn.ilcannocchiale.it/ e http://www.facebook.com/pages/Aislinn/29886177225.


14 novembre 2009

Real World - Natsuo Kirino

In un affollato quartiere residenziale di Tokyo quattro studentesse trascorrono un’estate caldissima e soffocante preparandosi ad affrontare gli esami per il college. Sono molto diverse tra loro: Toshi è affidabile e sicura, Yuzan riservata e malinconica, Terauchi ha un grande talento per gli studi, Kirarin occulta dietro la sua dolcezza un’attrazione morbosa per i comportamenti più estremi.
Un rumore inconsueto che proviene da un appartamento stravolge improvvisamente il loro destino: il vicino di casa, un liceale che le quattro amiche chiamano il Vermiciattolo, ha ucciso la madre ed è scappato con la bici e il cellulare di una di loro. In fuga dalla polizia, il giovane assassino inizia a contemplare affascinato il proprio volto riprodotto in innumerevoli fotografie e servizi televisivi, assapora l’improvvisa visibilità mediatica, il racconto della sua vita riscritto da giornalisti e reporter, e asseconda l’ossessiva curiosità collettiva intorno alle ragioni che lo hanno spinto a uccidere. Il pigro distacco del giovane si trasforma progressivamente in una consapevolezza crudele: insensibile alle conseguenze del suo crimine, vuole che le ragazze scrivano per lui un manifesto filosofico che giustifichi ed esalti la lucida follia delle sue azioni…
Immerse in una vita di chat, messaggi sul telefonino e Reality TV, le quattro adolescenti scoprono un mondo scabroso e brutale, in cui la propria esperienza e le proprie inclinazioni diventano fonte di tensioni e minacce. Una realtà popolata di bambini e ragazzi in attesa di una guida, di un esempio, di un salvatore che li riscatti dalla noia invincibile di un sistema incapace di comprendere la loro diversità, la radicale distanza che li separa dai genitori e dalle generazioni che li precedono. E il loro profeta può essere chiunque, anche un assassino. Basta che sia capace di ribellarsi, in nome di tutti loro.

Recensione

Che cos'è il real world? Me lo sono chiesto non appena voltata l'ultima pagina di questo libro. Se ci si limita a valutare la trama si tratta di una storia di gioventù allo sbando, nemmeno troppo originale. Di una critica alla società che non è in grado di supportare questi giovani dando loro ciò di cui hanno davvero bisogno, e, in particolare, di un feroce atto d'accusa alla società giapponese, che soffoca ogni minimo anelito di individualità in nome di un carrierismo portato all'eccesso, che inizia praticamente dalle scuole elementari. Dalla scuola che frequenti si capisce che cosa diventerai in futuro: una scuola pubblica poco prestigiosa, un liceo nel quale possono entrare tutti preclude allo studente le future possibilità di lavoro. E così questi ragazzi non possono permettersi di essere giovani nel vero senso della parola, perché le loro vite sono scandite da continue prove: esami di ammissione, doposcuola, medie tenute sotto stretto controllo, genitori che ti scaricano addosso le loro aspettative frustrate. "Ho studiato fino a sputare sangue e sono riuscita ad alzare la mia media di ben dieci punti", dice la motivatrice del doposcuola a Toshi, che tace ma si chiede: "Sei scema? E chi te lo fa fare?"

Quel che mi piace della narrativa giapponese è lo sguardo acuto, che va oltre l'apparenza delle cose e ne coglie il significato profondo. Così, dietro alla storia del Vermiciattolo e delle quattro amiche c'è il problema della definizione di sé e della propria identità. Forse è quello il real world? La vera essenza, il "sé" nudo e crudo, privo delle finzioni con le quali proteggiamo i nostri segreti più intimi, quelli che non vogliamo mostrare a nessuno, quelli che non vogliamo ammettere con noi stessi?
E come ci si rapporta con le persone che stanno al di fuori del nostro real world? Sono "reali" anch'esse? O sono come i personaggi di un cinema al contrario, ci guardano dallo schermo di celluloide mentre proiettiamo a loro uso e consumo un'immagine falsa? E, in questo caso, siamo moralmente responsabili se le feriamo, le uccidiamo, le facciamo uscire dal real world? Sono come comparse di un videogioco sparatutto, che vengono abbattute senza pietà e senza remore nella corsa alla meta, quale che sia?

L'azione brutale del Vermiciattolo - che in una torrida mattina d'estate uccide la madre - incrina e finisce per distruggere il mondo delle quattro ragazze. Questo mondo adolescenziale, quasi da shojo manga, è tutto tranne che reale. La loro amicizia, per quanto sincera e sentita, è affetta dai segreti, come una mela sana all'apparenza e che nasconde i vermi dietro una buccia lucida, e finirà per esserne divorata. Toshi che si nasconde dietro l'identità di Hori Ninna; Terauchi, la più intelligente, che si finge stupida per non essere ferita; Yuzan, che lotta per nascondere la sua identità sessuale e nello stesso tempo è incapace di non manifestarla; e Kirarin dalla doppia faccia: tutte loro, una dopo l'altra, saranno costrette a buttare giù la maschera e a fare i conti con se stesse. Il risultato sarà tragico, ma porterà a una nuova accettazione di sé e del proprio essere.

Questo è il secondo libro della Kirino che leggo (il primo è stato l'assai più corposo Le quattro casalinghe di Tokyo) e mi è piaciuto davvero molto. L'autrice usa il punto di vista dei personaggi, uno per capitolo, in modo da svelare al lettore il real world di ogni personaggio pur mantenendolo nella più stretta riservatezza. Lo stile della Kirino è molto secco, crudo e nello stesso tempo elegante. La storia va avanti spedita, man mano che ci si addentra nei meandri della psicologia dei cinque protagonisti. E alla fine ti porta a chiederti: "Ma qual è il mio real world?"

Dettagli del libro

  • Titolo: Real World
  • Titolo originale: Riaru Warudo
  • Autore: Kirino Natsuo
  • Traduttore: Gianluca Coci
  • Editore: Neri Pozza
  • Data di Pubblicazione: 2009
  • Collana: Bloom
  • ISBN-13: 9788854503533
  • Pagine: 256
  • Formato - Prezzo: Brossura - 15.50 Euro

9 settembre 2009

Trinity Blood Rage Against the Moons Vol.1: From the Empire - Yoshida Sunao

Political turmoil, terrorist plots, and the relentless desire for personal revenge threaten to escalate the conflict between humans and vampires into a full-blown war. Special Ops Team AX will use every brutal weapon on hand - including a Crusnik, a vampire that preys on other vampires - to save mankind.
Packed with action, emotion and artistry, this first volume of Rage against the moons contains tales of heroism, sacrifice and restribution, as the AX agents strive to protect the innocent and keep the peace.

Recensione

Questo volume, che purtroppo in italiano non è stato tradotto, racchiude cinque storie e rientra in un formato che qui non è molto diffuso: quello delle light novels, testi troppo lunghi per essere racconti e troppo brevi per essere romanzi. Spesso e volentieri - e questo è uno di quei casi - le light novels si prestano ad una doppia lettura: prese singolarmente hanno, come i racconti, un inizio e una fine ben chiari, ma, se lette una dopo l'altra, vanno a comporre una vicenda più complessa e sfaccettata. Ovviamente, con il proseguire della storia i riferimenti a quel che è accaduto prima aumentano, ma questo, se l'autore è bravo, non guasta la festa ad un eventuale lettore neofita distratto, il quale, invece di cominciare dal volume uno, abbia acchiappato il volume quattro. Nel caso di Yoshida, ve lo dico prima: è bravo, è bravo. E vi dico anche un'altra cosa: da questi racconti sono stati tratti un manga e un anime. Le trasposizioni animata e grafica hanno solleticato la mia curiosità, ho voluto scoprire da dove venissero fuori e sono arrivata alle novelle. E, nonostante io ami manga e anime, sono partita prevenuta: c'era un certo grado di snobismo in me, tipo "sì, va be', saranno scritte con i piedi, in fondo ci hanno tirato fuori giornaletti e cartoni animati". Me lo sono dovuto rimangiare, gente.

Il giudizio in merito allo stile non ha solide fondamenta, visto che si tratta di una traduzione inglese di un originale giapponese. Certo è che di "detto" in queste novelle non c'è nulla: lo scrittore non indulge in descrizioni e lascia che il lettore si faccia le sue idee e tragga le sue conclusioni semplicemente dall'agire dei personaggi. E, comunque, ci sono altri elementi che possono dare la misura della perizia o meno di uno scrittore.

Primo: Yoshida gestisce molto bene le trame. E non è semplice cercare di fare un racconto componibile: deve stare in piedi da solo e nello stesso tempo rientrare in un quadro generale che, soprattutto quando le cose vanno avanti e i legami con le "puntate" precedenti aumentano, diventa molto complesso.

Secondo: ci sono dei bei personaggi, niente affatto stereotipati. Con pochi tocchi molto precisi, l'autore riesce a farteli conoscere e comprendere. Non al cento per cento, ovvio, ma quello che ancora non sai vuoi saperlo e, morale della favola, vai avanti a leggere sperando di scovare qualche indizio. Quello meglio riuscito è senz'altro il protagonista, Abel Nightroad, prete errante e agente AX, occhialuto, dal cuore tenero, imbranato e goffissimo, ma anche... eh, non ve lo dico! Scopritelo da soli! (Diciamo che dopo un po' ti chiedi chi sia, questo tizio, quale dei lati di sé che mostra di volta in volta sia quello vero).

Terzo: i vampiri! Scordatevi, Vivaddio, quelli bellibellibelli in modo assurdo eccetera: sono regolari, old school, insomma, niente innovazioni strane. E comunque, se non volete farli arrabbiare, chiamateli Methuselah, la razza dalla lunga vita. È così che pensano a se stessi: dar loro dei "vampiri" equivale ad un insulto mortale (considerata la forza che si ritrovano, è una pessima idea). Sono creature aristocratiche, con un orgoglio smisurato, valori che ricordano molto da vicino quelli della cavalleria, uno spiccato senso dell'onore e del dovere... e ben poca considerazione per i Terran, come chiamano con disprezzo gli umani. (Fra l'altro, è molto interessante il punto di vista dello scrittore, che traspare nei racconti. Umani e Methuselah sono coinvolti in una guerra fredda che dura da secoli e in ambedue gli schieramenti ci sono fazioni che premono per scatenare un conflitto totale. Però, alla fine, quel che Yoshida vuol trasmettere è un messaggio di tolleranza: non ci sono Methuselah e non ci sono Umani: ci sono solo persone. Possono essere buone o cattive, ma questo indipendentemente dalla razza di appartenenza.)

Quarto: l'ambientazione. È abbastanza strana. Non strana come quelle tipiche del weird fantasy, ma diciamo che il mondo come noi lo conosciamo c'entra come i cavoli a merenda. Gli scrittori "pop" giapponesi non si fanno grossi problemi a partire per la tangente, tirando fuori realtà alternative quanto meno sconcertanti. (Il grande pubblico nipponico pare essere molto più propenso di noi alla sospensione dell'incredulità.) Per quel che riguarda l'ambientazione di Trinity Blood, ci sono due cose da dire: primo, un autore italiano che proponesse ad un qualsiasi editore un Vaticano alternativo, con un papa ragazzino, una cardinalessa - non fatevi ingannare, il personaggio del cardinale Caterina de Medici, detta la Lady di Ferro, è strepitoso - e agenti operativi che assomigliano più a James Bond che a Don Camillo, verrebbe calciato in tempo zero e forse crocefisso in sala mensa. Secondo, Yoshida ha fatto senz'altro un gran lavoro di documentazione per riuscire ad integrare così bene dati reali - ci sono tantissimi riferimenti a città e monumenti italiani - con elementi fantastici. Tuttavia, e questo è senz'altro un pregio, non si danna l'anima a spiegare al lettore tutto-tutto-tutto del mondo che ha creato, difetto frequente e che mi infastidisce assai: lui spiega e mostra esattamente quello che serve in quel momento, senza inondarti di particolari noiosi.

In definitiva, è un libro che vale la pena leggere sia che uno provenga dal comparto anime e manga e voglia saperne di più, sia che uno non sappia un accidente della storia. È ovvio che non ci troviamo di fronte ad un capolavoro della letteratura, ma si tratta comunque di un buon prodotto onesto, divertente e ben scritto (le citazioni liturgiche in latino sono piene di errori, ma fa lo stesso!).

Dettagli del libro

  • Titolo: Trinity Blood Rage Against The Moons vol.1: From The Empire
  • Titolo originale: Trinity Blood Rage Against The Moons vol.1: From The Empire
  • Autore: Yoshida Sunao, Shibamoto Thores (illustrazioni)
  • Traduttore: Anastasia Moreno
  • Editore: Tokyopop
  • Data di Pubblicazione: 2007
  • ISBN-13: 9781598169539
  • Pagine: 220
  • Formato - Prezzo: Copertina morbida - 7.99 USD

6 settembre 2009

The Scar - China Miéville

Questa è la storia del viaggio di un prigioniero. Della ricerca di un'isola di gente dimenticata, della più sorprendente bestia di tutti i mari e, infine, di un posto leggendario, un'enorme ferita nella realtà, fonte di un inimmaginabile potere e di un inimmaginabile pericolo...






Recensione

Prima di addentrarmi nel commento vero e proprio vorrei fare una considerazione. Se ho messo il titolo in lingua originale, l'editore inglese e il prezzo in sterline è perché questo libro, edito in italiano da Fanucci con il titolo La città delle Navi, è letteralmente introvabile, pur essendo abbastanza recente. Perciò, a meno che non abbiate il ben noto colpo di c... ehm, fortuna e ve lo ritroviate fra le mani mentre rovistate in un banchetto dell'usato o negli anfratti di una libreria (come è capitato a me ed io, beata ignoranza!, l'ho lasciato dove stava per mai più ritrovarcelo!) non vi resta che ordinarlo in inglese. Vi avverto, la prosa di Miéville non è proprio semplicissima. Inoltre, ci sono un sacco di termini tecnici: nautici, biologici, ecologici, e più in generale scientifici, che rendono il tutto ancora più complicato. Come ciliegina sulla torta, alcune parole non le troverete mai, perché sono invenzioni originali dell'autore. Riassumendo: sono quasi ottocento pagine, raramente vi capiterà di poter fare a meno del vocabolario per più di un paio di fila e dovrete metterci del vostro per capire che conformazione fisica abbiano le varie "razze" che Miéville mette in scena. Insomma, è una faticaccia.
Ne vale la pena? Sì, absolutely.

La protagonista principale, Bellis Coldwine, in fuga dalla tentacolare città di New Crobuzon, si imbarca, in qualità di interprete, sulla nave Terpsichoria, diretta nella lontanissima colonia di Nova Esperium. Insieme a lei, ci sono vari altri passeggeri, fra i quali spicca il dottor Johannes Tearfly, naturalista nonché unica persona con la quale la gelida Bellis parli. Nella stiva inferiore, lontano dall'aria, dalla luce e dagli sguardi dei passeggeri paganti, c'è un carico vivente. Si tratta dei Remade (traducibile come "Rifatti"): esseri viventi - umani e non - cui sono stati fatti degli impianti (meccanici o di tessuti alieni) come punizione per i loro crimini. Il loro destino è vivere da schiavi nella colonia. Solo che la Terpsichoria a Nova Esperium non arriverà mai: dopo aver fatto sosta a Salkrikaltor City e aver imbarcato il misterioso Silas Fennec, la nave verrà assaltata dai pirati: il comandante verrà ucciso dal misterioso capo degli assaltatori, lo spadaccino Uther Doul, mentre il resto delle persone a bordo (passeggeri, prigionieri e sopravvissuti dell'equipaggio) vengono portati nella più straordinaria città che Bellis abbia mai visto: Armada.
Armada è una città galleggiante, composta da centinaia e centinaia di navi e vascelli di epoche, fattura e destinazioni diverse collegati insieme da ponti. Fra essi c'è persino una balena, ossificata secondo un procedimento chimico ormai perduto, che ospita una birreria. Perché dove una volta esistevano le sovrastrutture tipiche delle imbarcazioni ora ci sono case, negozi, biblioteche, fabbriche, serre, locali, bische e bordelli e persino un parco pubblico con tanto di alberi. Al di sopra delle coffe, funi assicurano piccoli dirigibili e palloni aerostatici, su cui si trovano le vedette. All'esterno della città, centinaia di piccole imbarcazioni a vapore e sommergibili la trainano lentamente mentre vaga senza sosta.
L'economia di Armada si regge essenzialmente su due cose: il commercio e la pirateria. Le navi pirata compiono scorrerie e ritornano con il loro bottino, che viene poi venduto (a parte i libri, reputati molto preziosi). Nei confronti dei prigionieri, la politica armadana è del tutto tollerante e mira al loro assorbimento all'interno della cittadinanza, anche perché una volta vista la città è impossibile, per ragioni di sicurezza, andarsene. Molti di loro. rinnegati, prigionieri, Remade, non ne hanno il minimo desiderio: per loro, Armada rappresenta una vita differente, migliore, colma di quella dignità che era stata tolta loro per i motivi più diversi, ancor più preziosa perché inaspettata. Ma per Bellis non è così. Nonostante sia in fuga, consapevole che New Crobuzon le è preclusa se vuol aver salva la vita, le è impossibile accettare l'idea di non tornare mai più indietro, di vivere e morire ad Armada: Bellis è decisa a trovare a tutti i costi un modo per andarsene e questa sua ossessione la renderà vulnerabile e la esporrà a essere usata come una pedina nei vari intrighi di potere che si sviluppano nella città e che mirano ad una cosa ben precisa: portare Armada alla ricerca di the Scar, una frattura nella realtà intorno alla quale avvengono strani fenomeni legati alla probabilità degli eventi.

Il libro è scritto benissimo (le prime tre pagine sono una meravigliosa descrizione della vita e della morte sottomarina) e la trama, di cui non ho dato che un breve assaggio, è complicata ma interessante. Non si tratta di una storia che si legge con un occhio solo, però, e non unicamente in ragione della lingua: niente è come sembra e tutti, o quasi, hanno un secondo fine, quindi è necessario prestare molta attenzione per captare i minuscoli indizi che l'autore dissemina.

Per quel che riguarda l'ambientazione, Miéville dimostra una fantasia sfrenata e l'universo nel quale si muovono i personaggi, a metà fra il weird e lo steampunk, è originale, grottesco, sorprendente, ben congegnato e lascia a bocca aperta, colmi di meraviglia.

In sostanza, dovrei dire che si tratta di un libro sulle possibilità e sui ricordi. Forse è più esatto dire che si tratta di un libro sulla vita, su quel che prende, su quel che toglie e sulle cicatrici che lascia e che rappresentano il legame fra l'individuo di oggi e l'individuo di ieri. Il titolo, infatti, cambiato in modo disgraziato nell'edizione italiana, è estremamente importante e denso di significato. Non si tratta solo di un richiamo alla meta finale del viaggio di Armada: il "tema delle cicatrici" si sviluppa lungo tutto l'arco della storia e tocca i personaggi principali.
Cicatrici deturpano i volti dei Lovers, i governanti di Garwater, il più forte fra i ridings di Armada, coloro che metteranno in moto il viaggio verso the Scar. Una cicatrice sfigura il volto del mozzo Shekel, ferito al volto durante l'attacco della flotta di New Crobuzon che, grazie al tradimento di Fennec e alla involontaria complicità di Bellis, è ora in grado di localizzare Armada. Cicatrici segneranno la schiena di Bellis e Tanner Sack, uno dei Remade, sottoposti a fustigazione perché implicati nella fuga di notizie che ha portato all'attacco. E infine, cicatrici dovute al sole sfigurano il Brucolac, il vampiro, governante del riding di Dry Fall, crocifisso all'albero maestro del Grand Easterly, la nave dei Lovers, colpevole di aver tentato un ammutinamento per impedire la navigazione verso the Scar. Il Brucolac sopravviverà, verrà liberato, tutti gli armadani riconosceranno che aveva un giusto motivo per ribellarsi, ma quelle cicatrici lo renderanno diverso per sempre.

Come dice Bellis alla fine: I carry my memories of Armada on my back. Like sutures they stitch the past to me..

Dettagli del libro

  • Titolo: The Scar
  • Autore: China Miéville
  • Editore: MacMillan
  • Data di Pubblicazione: 2003
  • ISBN-13: 9780330392907
  • Pagine: 795
  • Formato - Prezzo: Brossura - 7.99 Sterline

10 giugno 2009

VampIRUS - Scott Westerfeld

Un anno fa Cal Thompson frequentava il primo anno di college e della biologia, così come ai suoi amici, non gliene importava niente. Oggi, dopo aver trascorso una notte insieme a Morgan, una misteriosa ragazza incontrata in un bar, la biologia è diventata la sua unica via di salvezza. Perché Morgan gli ha trasmesso un parassita temibile: quello del vampirismo. Per fortuna, Cal risulta essere un portatore sano. Non si trasforma dunque in un cannibale spietato, ma si ritrova dotato di sensi acuiti, di una forza e una velocità sovrumane, e di una dote che gli sembra quasi uno scherzo del destino: una costante eccitazione sessuale.
Un dramma per il ragazzo, che non può concedersi neppure un bacio se non vuole condannare chi gli sta accanto. Assoldato da un’antichissima organizzazione segreta che si occupa di tenere sotto controllo i pip, gli altri vampiri come lui “parassita-positivi”, a Cal viene affidato il compito di rintracciare le ragazze che suo malgrado ha già contagiato e di catturarle perché possano essere curate. Ma ne vuole sapere di più: deve scoprire ora chi è davvero Morgan, e qual è la reale natura della malattia che lo ha colpito. Inizia così un’indagine che lo condurrà per le vie e i sotterranei labirintici di New York: fino a quando non scoprirà di essere al centro di un’incredibile, atroce cospirazione.

Recensione

Tutto sommato non è male, questo libro. C'è di meglio, ma c'è anche di (molto) peggio. Ora, forse è il caso di dare alcune coordinate:
1. se vi piacciono i vampiri old school (100% malvagi, canini appuntiti ed occhi color sangue, dormono nelle bare, si trasformano in pipistrelli e non possono guardare le croci) qui non ce ne sono.
2. se siete alla ricerca di protagoniste adolescenti con l'emotività di una cozza e uguale intraprendenza o di vampiri emo liceali (cento anni e non sentirli!), qui non ce ne sono.
3. se amate i vampiri sexy prototipi del bello e dannato (letteralmente!) in tutte le loro varie declinazioni di colore di capelli e occhi, qui non ce ne sono (non ci sono neanche cacciatrici di vampiri Mary Sue con il grilletto facile, un problema di turpiloquio gratuito, l'hobby della ninfomania e un talento naturale per stare sulle palle al prossimo. Grazie al cielo!).
4. se, infine, volete vampiri tormentati dalla loro sofferta condizione di eternità... okay, ci sono, ma solo per un pochino (accontentatevi).

Il vampirismo come virus non se l'è inventato l'autore del libro. Basta leggersi Io sono leggenda. In questo libro non stiamo parlando propriamente di un virus (come lascia intendere il titolo), ma di un parassita (io non so quale sia la differenza fra queste due cose, ma prendetela come un fatto: per tutto il libro, l'autore lo chiama parassita sempre e virus mai. E questo è quanto), ma insomma, più o meno l'effetto è quello. Tu te lo becchi come ti beccheresti un raffreddore e quello ti trasforma in qualcos'altro.
Proseguendo nel paragone con Io sono leggenda, il ruolo del protagonista (nonché voce narrante) non è affidato a un umano non-affetto, ma ad un portatore sano del "parassita", che (come tale) ha quasi tutti gli istinti e le caratteristiche del "malato" senza quell'effettuccio collaterale che ti porta a sbranare i tuoi simili.
In questo libro, i vampiri non succhiano il sangue: sono dei drogati da proteine ematiche. In pratica, ti sbranano. Sono dei cannibali.
Sì, lo so, ho storto il naso anche io. Infatti, se volete zanne snudate e lucenti, indovinate un po'? Esatto. Qui non ci sono.

Tuttavia, come dicevo, nel complesso il libro non è male: essere un portatore di parassita (abbreviato in pip) significa diventare un cannibale abbrutito che si pappa qualsiasi cosa fatta di carne che gli capita a tiro. Compresi i propri simili.
E come si trasmette il parassita? Fluidi corporei (saliva, sudore, sperma, sangue). Basta un bacio alla francese da un individuo infetto e sei fregato. Ed è più o meno questo quel che è capitato a Cal, il nostro protagonista, sei mesi prima dell'inizio della storia: ha fatto del sesso occasionale e invece che una malattia venerea (che so, lo scolo, la sifilide, la gonorrea) si è beccato il parassita. Solo che nella sfiga immensa (era pure la sua prima volta!) lui ha avuto una fortuna: rientra in quell'uno per cento di persone che, una volta infettati, diventano dei portatori sani. Il che implica che non sbranerai nessuno, diventerai dotato di superpoteri (supervista, superforza superudito) e avrai una vita lunghissima.
Il rovescio della medaglia è che non devi dirlo a nessuno e ti tocca fare la vita sessuale di un monaco. (E se hai diciannove anni e sei appena arrivato a NY, la cosa un po' ti secca... beh, anche se non hai diciannove anni e non sei appena arrivato da nessuna parte!).
Stando così le cose, Cal si è ritrovato arruolato nella Night Watch, l'organizzazione che si occupa del controllo della diffusione del parassita, con il ruolo di cacciatore. Perché, questo è il bello, il parassita non è una novità: è antico come il genere umano e, in un modo o nell'altro, ci si è sempre dovuto fare i conti. Il Night Watch è composto da portatori sani del parassita, ha un suo Sindaco (quattrocento anni e più) ed è di fatto una sorta di governo ombra che si occupa di qualcosa che i normali umani non devono scoprire.
In breve, Cal deve rintracciare la sua progenitrice: ha già trovato e catturato tutti i soggetti che ha infettato lui stesso (ma non l'ha mica fatto apposta, eh!) ed ora gli resta solo da mettere sotto chiave quella che gli ha fatto quel bel regalino. Solo che nella sua ricerca si imbatte in cose strane, molto strane: informazioni insabbiate, segreti inquietanti... insomma, dopo un po' si rende conto (non è che sia sveglissimo, per certi versi) che sotto c'è qualcosa che bolle in pentola, qualcosa di grosso. E alla fine riuscirà a sapere cos'è.

Le cose che mi sono piaciute?
1. tutti i richiami ai parassiti. Sembrano dei riassuntini da un libro di parassitologia, ma in uno stile divertente, ironico e noir. Sfortunatamente, però, sono anche tutte cose vere. Perciò, se siete appena appena sensibili a questo genere di cose, forse è meglio evitare, altrimenti non vi azzarderete mai più a toccare nulla.
2. un protagonista non troppo perfetto. Cal è simpatico, ma non si può proprio dire che sia un genio (la sua controparte, Lace, è molto ma molto più sveglia di lui).
3. uno stile leggero e fresco. Non troppo profondo, intendiamoci, ma se volete passare un paio d'ore divertenti è quel che ci vuole.
4. il ribaltamento di prospettiva finale, anche se fa un po' X-Men e non dico altro perché sarebbe davvero spoilerare troppo.

Le cose che non mi sono piaciute?
1. non puoi continuare per tutto il libro a chiamare i vampiri pip. Io ho capito che è un acronimo e tutto, ma, per favore, i nomi sono importanti. Io leggevo "pip" e mi veniva in mente Tweety nella sua gabbietta che dondola, si guarda intorno e dice "Mi è semblato di vedele un gatto". Fra l'altro, vorrei farvi notare il titolo originale. È PEEPS, vale a dire l'acronimo scritto nella maniera corretta. L'italianizzazione mi ha uccisa.
2. la trama poteva essere ad alta tensione ed in realtà non lo è. La segui con curiosità, ma come sfoglieresti un giornale mentre aspetti dal medico. Di certo non divori le pagine preso dall'ansia per la sorte dei protagonisti.
3. il finale. Chiude la vicenda di Cal (forse con un po' troppo buonismo), ma lascia aperto tutto il quadro generale. In previsione di un seguito? Mah, chi vivrà vedrà!

Dettagli del libro

  • Titolo: VampIRUS
  • Titolo originale: PEEPS
  • Autore: Scott Westerfeld
  • Traduttore: D'Ovidio S.
  • Editore: Fazi
  • Data di Pubblicazione: 2008
  • ISBN-13: 9788876250460
  • Pagine: 269
  • Formato - Prezzo: Rilegato, sovraccoperta - 18.50 Euro

6 giugno 2009

New Moon - Stephenie Meyer

Il giorno del diciottesimo compleanno di Isabella un piccolo incidente domestico riesce a mettere in crisi la tranquillità della sua vita in compagnia del fidanzato-vampiro Edward e della famiglia di lui: le ripercussioni sono tali da convincere la famiglia abbandonare la cittadina dove abitano, e Edward a lasciare Bella. La ragazza vive un lungo periodo di solitudine e tristezza, in cui taglia i ponti con le proprie amicizie e si rinchiude in se stessa, fino alla quasi casuale riapparizione nella sua vita di Jacob Black, il giovane indiano che per primo aveva fatto nascere in lei i dubbi sulla vera identità della famiglia di Edward. Più il rapporto di amicizia tra Jacob e Bella si rafforza, più lei sembra tornare alla normalità che le mancava da tempo. Ma la quiete appena ritrovata è turbata da eventi misteriosi, tra cui una strana serie di omicidi ai margini della foresta e l'apparizione di nuove, strane creature della notte.

Recensione

Ho fatto fuori anche New Moon. E a questo proposito vorrei citare la Austen di Orgoglio e Pregiudizio: "è un difetto tale da non poterne ridere". Se non capite quel che voglio dire e vi sembra che io vaneggi, fidatevi di me: sarà chiaro fra poco.

A differenza di Twilight, che alla fine, passato il primo impeto di nervosismo, mi aveva divertito suo malgrado (perché, per puro istinto di sopravvivenza, ho iniziato a leggerlo in un'ottica parodistica) questo mi ha lasciata un po' così. È talmente piatto e insignificante che non vale neanche la pena di prenderlo in giro.
Però, due o tre considerazioni sensate vorrei proprio buttarle giù.

Rispetto a Twilight è scritto meglio.
Okay, l'ho detto, mi sono tolta il pensiero. Mi secca da morire ammettere il miglioramento, fra l'altro, però diamo a Cesare quel che è di Cesare: è migliorato. E, visto che siamo in argomento, la Meyer scrive storie per decorticati saccarosio-dipendenti, ma, almeno, non abusa del copia e incolla (cfr. Hamilton). Penso che il problema maggiore sia nella costruzione della storia, che appare sconclusionata, poco sensata e anche banale. Ma con calma, a demolire questi aspetti ci arriverò.

Il libro si apre con EddsXBells immersi in quella che si potrebbe definire quieta e perfetta felicità domestica... o quasi: è il compleanno di lei. Compie diciotto anni, e quindi sopravanza di un anno il nostro vampiro forever seventeen. La lobotomizzata, pardon, Bella, non è affatto contenta della cosa e ha proibito a chiunque di rivolgerle gli auguri, farle regali e tutto quel che si fa in genere per essere carini con qualcuno nel giorno del suo compleanno. Lei, calata nella parte dello struzzo che nasconde la testa sotto la sabbia, ha imposto al piccolo universo ad alto tasso di imbecillità che le ruota intorno di fare finta di niente. MA (e qui sta il "ma") nessuno le ha dato retta per cui è sulla strada per festeggiare in maniera faraonica, tipicamente made in USA, la fatidica data (a quanto pare, la palma della pacchianeria la detiene la vampira Alice, responsabile diretta della profusione di ammennicoli rosa, floreali e non).
Solo che, ah, la tragggedia incombe! Scartando un regalo, lei si taglia il dito con la carta del pacchetto (MAH!), e il meno vegetariano dei Cullen, Jasper, viene preso da irrefrenabile voglia di trattarla come un ghiacciolo e dare una ciucciatina.
Nell'imminenza del pericolo, Oh-mio-eroe!-Edward interviene e, per allontanarla dal predatore fuori controllo, non trova di meglio da fare che mollarle una pizza tale da scaraventarla all'altro capo della stanza, incidentalmente sopra delle cose di vetro (ho rimosso se un vaso, piatti, bicchieri). E qui, un lago di sangue!
E mentre il buon Carlisle, di professione medico, a.k.a. il vampiro più scialbo e noioso mai visto, ricuce la nostra bella (aggettivo sostantivato, non nome proprio), nell'encefalo di Edward, evidentemente rinsecchito causa sorpassati limiti di scadenza, si fa largo un pensiero (Eh no! Non potete mettervi ad applaudire perché ha pensato! Aspettate di sapere che cosa ha pensato e poi ne riparliamo): dopo un paio di capitoli di tira e molla, in cui lui pare d'un tratto esser diventato freddo e distante, angosciando Nostra Signora del Pronto Soccorso, Dea Protettrice del Trauma Cranico, ecco il colpo di scena: Edward la lascia e se ne va.
Essì, siore e siori, leva le tende, tira su l'ancora, prende il volo, mena le tolle, alza i tacchi... insomma, esce di scena.
(Personalmente, ho tirato un sospiro di sollievo: è un personaggio insulso.)
Che l'abbia fatto per una qualche sorta di perversa sega mentale (non dimentichiamo che lui è superintelligente più che altro nelle intenzioni dell'autrice) è chiaro come la luce del sole. Cioè, chiaro a chiunque non sia Bella. Perché, diciamocelo, la ragazza è un po', ecco, come definirla...
Okay, ha un quoziente intellettivo al confronto del quale quello di un Australopitecus Afarensis appare da genio.
(Vorrei aggiungere una cosa: prima di lasciarla lui le ha fatto promettere di non suicidarsi. E lei, serissima, lo giura. Io, scusate se è poco, l'avrei mandato a ******* per direttissima, però il mondo è bello anche perché popolato da psicolabili, ehm, vario. Giuro, volevo dire vario!)
Per farla breve, lei cade in depressione. Ma non così, eh. Una di quelle depressioni da favole dei fratelli Grimm, avete presente, quando la protagonista di turno si riduce al lumicino...
Ora, fosse stato per me Bella pure poteva morire d'inedia (o, per fare una citazione dotta, sola e divorata da un pastore alsaziano), ma la Meyer ha disposto altrimenti (per quale ragione uccidere la propria fonte di reddito? Eh, difficile darle torto!), ragion per cui accadono due cose: la prima è che Bella fa una scoperta. Si accorge che, quando si trova in pericolo, sente la voce di Eddie-boy nella sua testa. Quindi, decide, parafrasando Vasco Rossi, che vuole una vita spericolata. La seconda è che, con un deus ex machina francamente infantile, puerile, opinabile e pure un po' scemo, la Meyer fa in modo che alla sua eroina vengano regalate due vecchie moto (una, si scoprirà poi, è nientemeno che una Harley d'epoca!).
E lei che fa? Effettua un collegamento logico! (Va be', logico per i suoi standard, non sottilizziamo, adesso!)
Se vado in moto, mi metto in pericolo, se mi metto in pericolo sento la voce del mio aMMore nella testa (non gliel'avrà detto nessuno, a questa, che sentire le voci non è un buon segno?). Così, raccatta le moto e le porta da Jacob il quale, ma tu guarda a volte il caso!, è un mago della meccanica.
Ve lo ricordate Jacob? Il pivellino nativo americano (fa taanto politically correct oggigiorno avere nel cast almeno un rappresentante di minoranze etniche!). Io, me l'ero scordato, a dir la verità, perché la parte che ha in Twilight non è che sia proprio una di quelle che lasciano il segno. Comunque, lei toglie le ragnatele dal cassetto della memoria, lo rispolvera ben bene, fa un po' forza perché con tutto il tempo che è passato non vuol saperne di aprirsi e si ricorda che esiste 'sto tizio e che ci sa fare con i motori.
Nello spazio di tre pagine, i due diventano amiconi (lui rimette in sesto le moto che nemmeno Xzibt in Pimp My Ride, ma va be'), anche se si vede lontano chilometri che lui su di lei ha già fatto ben più che un pensierino, e Bella inizia a uscire dalla depressione. Ovviamente, Edds è seeeempreseeeempreseeeempre nel suo cuore, ma lei è meno vegetale del solito. Però, la sorte matrigna si accanisce su di lei: Jacob inizia a comportarsi in modo strano e, ma che novità!, arriva un vampiro (comparsa in Twilight) che, indovinate cosa vuole fare a Bella?
a) portarla a giocare a Bingo
b) offrirle un whisky doppio
c) scritturarla per interpretare il ruolo di portata principale nella sua cena.
Sottolineare la risposta ritenuta esatta.
E come farà, la povera piccola (che non è nemmeno benedetta dall'astuzia) sola senza il suo superman in Swarowski a sfuggire al male? NO problem! Entrano in scena cinque lupi giganteschi, uno dei quali le appare vagamente familiare, che si mettono a dare la caccia al vampiro. Eh, poverino, come si suol dire, dalle stelle alle stalle (chissà se fa male, precipitare così rapidamente dalla cima della catena alimentare!).

Ora taglio, però, perché va bene volervi rendere partecipi, ma così mi pare una sorta di accanimento terapeutico: Jacob è un licantropo (l'avevano capito anche i sassi, ma Bella ci mette un'eternità per arrivarci... ma farsi un po' di fosforo via endovenosa, no?).
Va detto che, alla rivelazione, lei non si scompone più di tanto, visto che ha instaurato con Jacob un rapporto di dipendenza affettiva tale da invocare l'immediato intervento di un battaglione di psicologi, psicoterapeuti, psichiatri (e pure un esorcista), e che non ci pensa nemmeno, a mollare l'osso.
Probabilmente gli rimarrebbe attaccata come una cozza anche se scoprisse che lui è una drag queen aliena con una propensione ai giochetti sadici e allo scambio di partner.
A questo punto, però, la Meyer decide che è ora di alzare la posta in gioco, aumentare il livello di tensione, tenere il lettore sulla corda (?!) e c'è un solo modo in cui sa farlo, ehm, in cui può farlo: Bella deve diventare preda di qualcuno. Nella fattispecie, della compagna del vampiro cattivo che in Twilight aveva osato comportarsi come tale e che, pertanto, era stato crocefisso in sala mensa... cioè ammazzato. (Ogni tanto, mi capitano questi lapsus, scusate!). La vampira in questione non vede l'ora di vendicarsi di Edward prendendosela con la sua aMMata (evidentemente, fra i vampiri il detto "il paese è piccolo e la gente mormora" non è valido. Solo così si può spiegare la sua completa disinformazione riguardo al gossip definitivo "STANCO DI LEI, EDDS LASCIA BELLS CON UN PALMO DI NASO! I DETTAGLI A PAGINA 50!")
E tocca, ovviamente, a Jacob difendere la sua bella (di nuovo aggettivo sostantivato). Ma in realtà non succede un tubo, perché ricompare Alice, preoccupata da una visione nella quale Bella saltava in mare da uno scoglio. E qui c'è un equivoco: la falsa notizia che lei si sia suicidata arriva in un lampo (forse quella cosa del gossip non è vera!) alle orecchie di Edward, il quale, così, all'istante, decide di precipitarsi nientepopòdimenoche in Italia, a Volterra, patria dei Volturi, potentissimi e antichissimi vampiri, per farsi uccidere da loro.
Bella pianta Jacob come un chiodo per partire alla riscossa insieme ad Alice (con la raccomandazione "Stai attento a Charlie". Forse qui è opportuna una precisazione: Charlie non è il cane, è il padre di Bella. Se volete sapere quel che ho pensato... bene, ve lo dico: "E, già che ci sei, chiedergli pure di annaffiarti le piante no?")
Arrivano a Volterra, lei ritrova lui just in time per impedirgli di compiere l'insano gesto, parlano con i Volturi i quali fanno un sacco di discorsi ma li lasciano andare. E, per farla breve, tutto torna come prima. EddsXBells insieme, lei che vuol essere vampira lui che non vuole trasformarla, il povero Jacob di nuovo nell'oblio dal quale è venuto. Ah, vi chiederete, la vampira cattiva? Scomparsa senza lasciare traccia. Non è entrata in scena direttamente neanche una volta.

Trecento e passa pagine per partire dal nulla e arrivare allo stesso identico nulla. Alla faccia del cerchio che si chiude!
Fondamentalmente, c'è un unico e solo motivo per il quale non mi è dispiaciuto: non c'è Edward fra le balle. E quindi, scusate se è poco, niente menate su quanto è bello, quanto è bravo, quanto è figo. E niente discorsi sconclusionati: in genere le conversazioni fra i due piccioncini sono di una vacuità quasi intollerabile. Quando sta con Jacob, che è il personaggio forse più riuscito, Bella riesce ad essere quasi normale (e sottolineo "quasi"). Va detto che ha perso quell'atteggiamento da "non c'ho voglia sbattimento" che caratterizzava tutto Twilight e, tutto sommato, è meno amorfa del solito. Ovviamente, scema è e scema rimane, ma almeno fa qualcosa.

Altra cosa di cui prendere nota: non contenta di aver completamente rovinato l'iconografia dei vampiri, Caterpillar Meyer si accanisce a demolire i licantropi che secondo lei, per mutare, esplodono. Sì, proprio come i popcorn. E non aggiungo altro, perché dovessi anche solo mettere una sillaba in più sarebbe la prima di un insulto.
Vorrei, infine, spendere due parole su Romeo e Giulietta. Perché? Perché la Meyer si è lanciata nell'ambizioso (e a mio avviso poco rispettoso) progetto di fare di New Moon una rivisitazione in chiave gotico-moderna del capolavoro di Shakespeare. Dimostrando, fra l'altro, di averci capito ben poco, visto che ha tolto la cosa che più di ogni altra ne ha garantito l'imperitura fama e l'immortale successo: la fine tragica.
Come novelli Romeo e Giulietta, Bella ed Edward sono separati dalla loro appartenenza a famiglie (in senso lato) diverse e come loro, l'uno non può vivere senza l'altro. All'altro vertice del triangolo amoroso, Jacob, alias Paride: accettabile in quanto umano, almeno in apparenza. Nessuno muore, l'amore trionfa, il terzo incomodo se ne va con le pive nel sacco. Anzi, in un passaggio, che mi ha quasi fatto saltare i nervi, pare che la Meyer rinfacci al Bardo la scarsissima caratterizzazione di Paride, che è solo una comparsa.
A chiunque sia capitato di leggere su aNobii il mio commento a Romeo e Giulietta è chiaro che cosa ne penso, quindi non è difficile capire che opinione posso avere di una cosa simile. Diciamocelo, già gli originali (soprattutto lui) mi paiono una coppia di idioti, figuriamoci 'ste imitazioni malriuscite.
Ci sta che, in un impulso masochistico (o con un impeto irrefrenabile di coraggio), legga anche gli altri due libri della saga. Ma non a breve: non potrei reggere!

Dettagli del libro

  • Titolo: New Moon
  • Titolo originale: New Moon
  • Autore: Stephenie Meyer
  • Traduttore: Luca Fusari
  • Editore: Fazi
  • Data di Pubblicazione: 2007
  • Collana: Lain
  • ISBN-13: 9788876250286
  • Pagine: 446
  • Formato - Prezzo: Rilegato, sovraccoperta - 18,00 Euro

5 giugno 2009

Una città come Alice - Nevil Shute

Dopo la conquista della Malesia, nel 1942, i giapponesi sbarcarono a Sumatra e rapidamente completarono l'occupazione dell'isola. Un gruppo di circa ottanta fra donne e bambini venne radunato nella vicinanze di Padang. Il locale comandante nipponico non volle assumersi la responsabilità di questa gente, e la mise in marcia, per allontanarla dalla sua zona. Cominciò così una peregrinazione per tutta l'isola che durò due anni e mezzo. Alla fine, dei componenti del gruppo ne rimanevano in vita meno di trenta. Una città come Alice è la storia di quell'avventura allucinante che Shute rievoca in pagine di straordinaria tensione. Un romanzo denso e vivido con personaggi indimenticabili.

Recensione

Recensire questo libro, purtroppo semi-introvabile, per me è qualcosa che assomiglia a un omaggio alla memoria. Alla memoria della me stessa che muoveva i primi passi nello straordinario mondo della lettura, alla memoria della persona che quei primi passi me li ha fatti fare tenendomi per mano con cura infinita.

Una città come Alice è una storia di guerra e non solo. È anche una storia di straordinario coraggio, perseveranza e forza d'animo. Prendendo le mosse da un fatto realmente accaduto, lo scrittore plasma una vicenda appassionante e umana, un inno alla libertà e alla volontà, ci dice che ciascuno di noi, per quanto in basso possa cadere, può avere la forza di rialzarsi, ricominciare e plasmare la sua vita.

Ma Una città come Alice non è soltanto questo, è una splendida storia d'amore, delicata e profonda, che resiste nonostante gli anni e il dolore di ricordi atroci.
Voce narrante, dietro la quale si riconosce l'autore, è Noel Strachan, un avvocato inglese piuttosto avanti con gli anni, fidecommissario dell'enorme eredità di un ricchissimo e strambo invalido scozzese. La seconda guerra mondiale è finita, ma ha lasciato profonde cicatrici nell'animo di tutti e Strachan, vedovo e solo, trascina con poco entusiasmo la sua esistenza fino a quando rintraccia, finalmente, l'unica erede di quella fortuna: una giovane donna che si chiama Jean.
Ed è proprio lei che racconta al vecchio avvocato la sua storia e quella di un gruppo di ottanta fra donne e bambini costretto a marciare da un capo all'altro dell'isola di Sumatra, per arrivare ad un fantomatico "campo per donne" che non è mai esistito. Pian piano, Jean si conquista il rispetto e l'ammirazione del vecchio avvocato, al quale dovrà rendere conto della gestione del denaro sino al compimento del trentacinquesimo anno, e lo rende partecipe degli usi cui vorrebbe destinare la sua eredità.
Donna pratica e con la testa sulle spalle, lei utilizzerà quei soldi prima per aiutare il villaggio malese che l'ha accolta, insieme alle sue compagne di sventura, fino alla fine della guerra e al rimpatrio, costruendo un pozzo e un lavatoio.
E proprio lì succederà un miracolo: scoprirà che l'uomo che per tanti anni le è rimasto nel cuore, il ranger australiano Joe Harman, crocifisso e fustigato per aver aiutato lei e le sue compagne, è sopravvissuto alla tortura.
Così, volerà sino in Australia sulle tracce di quest'uomo. Lo troverà e trasformerà la sonnolenta Willstown in "una città come Alice", il posto in cui vivere insieme a Joe.

Shute è uno scrittore immenso e trovo che sia un peccato che non venga ristampato nel nostro paese: la sua penna è delicata e incisiva, profondamente partecipe del dolore quando si tratta di descrivere le sofferenze e le piaghe della guerra, senza mai scadere nell'orrore gratuito. Pagine e pagine che ti restano nel cuore, un capolavoro della letteratura internazionale.

Dettagli del libro

  • Titolo: Una città come Alice
  • Titolo originale: A Town Like Alice
  • Autore: Nevil Shute
  • Traduttore: Ada Fosco
  • Editore: Mondadori
  • Data di Pubblicazione: 1973
  • Collana: Gli Oscar
  • Pagine: 328
  • Formato: Tascabile

14 maggio 2009

La principessa sposa - William Goldman

Un celebre sceneggiatore è disperatamente a caccia di una copia del romanzo chiave della propria infanzia. Quel romanzo gli aveva spalancato orizzonti impensati, rivelato uno strumento strepitoso: la lettura. Darebbe un occhio pur di trovarlo, vorrebbe regalarlo al figlio viziato e annoiato, sperando che il prodigio si ripeta. Quando ne agguanta una copia, si rende conto che molti capitoli noiosi erano stati tagliati dalla sapiente lettura ad alta voce del padre. Decide di riscriverlo. Togliere lungaggini e divagazioni. Rendere scintillante la "parte buona". La magia si realizza. Il risultato è straordinario. Si parte da una cotta clamorosa, un amore eterno tra un garzone di stalla e la sua splendida padrona, che sembra naufragare a causa di una disgrazia marittima. C'è poi il di lei fidanzamento con un principe freddo e calcolatore. Poi c'è un rapimento, un lungo inseguimento, molte sfide: il ritmo cresce, l'atmosfera si arroventa. Il trucco della riscrittura -arricchito da brillanti "fuori campo" dell'autore - l'incanto di personaggi teneri o diabolici, i dialoghi perfetti, fanno crescere il romanzo a livelli stellari. Disfide, cimenti, odio e veleni, certo. Ma anche vera passione, musica, nostalgia.

Recensione

È un po' di tempo che mi balocco oziosamente con l'idea di recensire questo libro. Ma ora che mi appresto a farlo davvero mi accorgo di quanto sia difficile. Goldman ha creato un capolavoro che sfugge alle classificazioni e che non si può trattare in modo riduttivo con un semplice "mi è piaciuto/non mi è piaciuto".
Perché La principessa sposa è molte cose: è un libro inventato dentro un libro vero, la storia di una storia che non c'è, una fiaba e un insieme di cenni autobiografici, un inno nostalgico all'infanzia perduta, un canto ironico e intelligente che ridimensiona i cliché di un certo tipo di letteratura.

Da La principessa sposa è stato tratto un film che, pur essendo molto fedele alla vicenda, non rende i molteplici livelli di lettura, limitandosi -giocoforza- alla sola rappresentazione della favola di Buttercup e del suo amato garzone Westley. Dentro il libro c'è molto, molto di più. Ci sono i ricordi dell'autore che rievoca con nostalgia le serate trascorse con il padre a sentir narrare questa storia, tanto da cercare disperatamente -fino a sfiorare il ridicolo!- una copia in inglese del libro. E ci sono i problemi di un adulto alle prese con un figlio che per lui è un po' uno strano alieno (si è dato così tanto da fare, l'autore, per trovare quel libro in tempo per il compleanno del pargolo e lui -un ciccioculotto un po' viziato- non lo guarda nemmeno, attratto molto di più dalla scintillante bici che gli ha regalato la mamma!). Ma, soprattutto, come ci rimane male lo scrittore, sceneggiatore hollywoodiano, quando scopre che il libro originale è una fetecchia e che la narrazione del padre comprendeva solo i ritagli interessanti in una marea di blablabla!
La decisione è presa in un istante: riscriverà quel libro, lo depurerà dalle cose inutili e poi, dopo questa doverosa potatura, rimodernerà lo stile: la storia tornerà a splendere, stavolta per tutti, non per lui solo!

E così, il lettore viene trascinato nel regno di Florin e assiste alle avventure di Buttercup, la "più bella del reame" più sciatta che mamma letteratura ricordi, e del suo amore litigarello, il garzone Westley, insieme al mitologico Inigo Montoya ("tu hai ucciso mi padre, preparati a morire" declama ad ogni piè sospinto mentre sogna la vendetta sull'assassino del padre armaiolo), al gigante Fezzick e all'assassino siciliano Vizzini.
Ci sono alcuni pezzi di una comicità irresistibile, come quando Buttercup e Westley si ritrovano dopo la straziante separazione (si pensava che lui fosse stato ucciso dal terribile pirata Roberts): l'autore prima non narra il loro incontro nei dettagli dicendo qualcosa tipo "li lasciamo in pace perché hanno anche loro diritto a un po' di privacy" e poi precisa che cinque minuti dopo erano già a bisticciare. E tanti saluti al romanticismo e al melodramma.
Se poi si guarda a questo libro con l'occhio clinico dell'aspirante scrittore, è un vero almanacco di sapienti trucchi del mestiere: flashback, intermezzi, caratterizzazione dei personaggi, uso dell'ironia e chi più ne ha più ne metta.
Che dire di più, a parte che è un libro favoloso e che merita di essere letto, riletto e poi riletto ancora?

Dettagli del libro

  • Titolo: La principessa sposa
  • Titolo originale: The Princess Bride
  • Autore: William Goldman
  • Traduttore: Massimiliana Brioschi
  • Editore: Marcos y Marcos
  • Data di Pubblicazione: 2007
  • Collana: Gli alianti
  • ISBN-13: 978-8871685625
  • Pagine: 329
  • Formato - Prezzo: 17,00 Euro

Fuoco nella polvere - Joe R. Lansdale

Che ci fa Buffalo Bill (o meglio, la sua testa) a bordo di uno Zeppelin diretto verso il Giappone? Ovvio, porta in tournée il suo spettacolo viaggiante, il Wild West Show. Ma che fine ha fatto il resto del suo corpo? E soprattutto, la sua è una missione così innocua come sembra? O nasconde qualcosa?
Solo Joe R. Lansdale poteva scrivere un romanzo tanto imprevedibile e bizzarro, mescolando i generi come nessun altro sa fare. Solo lui poteva mettere insieme tanti personaggi eterogenei usciti dalla penna dei grandi scrittori popolari. Solo lui poteva gestire questo rutilante carosello di avventure nel quale non c’è mai limite alla fantasia. E se pensate che l’Uomo di Latta di Frank Baum o il Capitano Nemo di Verne non possano più riservare sorprese, vi sbagliate.

Recensione

Questo libro mi mette in difficoltà. Conclusa la prima lettura, ho pensato immediatamente: "Questa volta Lansdale, con me, non ha fatto centro."
Tuttavia, qualcosa mi dice che in realtà vale la pena rileggerlo. Ho l'impressione -molto netta- di aver appena intaccato la superficie. Oppure sono io che non voglio arrendermi di fronte all'insoddisfazione? Mi aspettavo molto, questo è certo. E questo "molto" non mi è stato dato. Almeno non credo.

Il libro parte da una premessa folle (Buffalo Bill, ridotto a una testa vivente in un vaso di vetro colmo di pipì di maiale, whisky a 90° e un misterioso preparato chimico, che porta il suo show in giro per il mondo su una serie di dirigibili Zeppelin). La cosa divertente è che Lansdale mette in campo tutta una serie di personaggi mutuati dai più famosi classici della letteratura: fra i protagonisti, oltre a figure da leggenda del vecchio West (Buffalo Bill, appunto, Wild Bill Hickok, Toro Seduto), entrano in gioco (più o meno parodiati) il capitano Bemo e il suo Naughty Lass e il mostro di Frankenstein. Come non riconoscere nel dottor Momo il dottor Moreau? E che dire di Latta, preso sano sano da Il mago di Oz in versione riveduta&corretta by Joe Lansdale? Io, che lo sapevo ancora prima di iniziare a leggere, mi ero fatta l'idea che fosse una cosa sul genere de La leggenda degli uomini straordinari. Ecco, niente a che vedere.
In realtà, accenni e strizzatine d'occhio a storia e letteratura si sprecano: sapete chi è il copilota (esonerato dal servizio per quella missione) dello Zeppelin su cui viaggia Buffalo Bill? Un certo Manfred Von Richthofen... altrimenti noto come il Barone Rosso. Fa una comparsata (e una brutta fine) persino un Vlad Tepes dall'orrido carattere e afflitto da una cronica insonnia.

Ci sono, quindi, degli elementi molto interessanti. Il libro pare, in effetti, una folle cavalcata in un film dell'orrore anni '50. Però, come dire, avrebbe potuto essere meglio. Prendiamo Dracula: per tirarlo in mezzo Lansdale fa un casino, con tanto di naufragio e bara che va alla deriva ed approda finalmente sull'isola del dottor Momo. A quel punto, io mi aspettavo grandi cose: cavolo, hai Dracula fra le mani, non so se rendo l'idea!, fagli fare qualcosa! Rendilo ridicolo, se vuoi, o mettilo a guastare la festa a tutti, ma non farlo uscire dalla bara giusto per dire due cattiverie, ri-infilarcelo dentro per mostrarmelo mentre conta al contrario perchè non riesce a dormire e poi farlo sbranare dagli uomini-bestia mentre si arrostisce perché gli hanno aperto la bara quando il sole era ancora alto. A livello di vicenda, è perfettamente inutile: aggiunge una nota di colore e nulla più (che poi mi ha lasciato tanto l'amaro in bocca, vederlo trattato così, che quasi quasi avrei preferito che non l'avesse messo in mezzo).
Gli unici personaggi riuscitissimi -e adorabili- sono il mostro di Frankenstein e Latta. Il primo è, vivaddio, molto fedele all'originale: parla e con una notevole proprietà di linguaggio (cosa che nelle varie riduzioni horror è stata per lo più dimenticata). L'ho adorato quando, in una battuta memorabile, in risposta alla domanda di Latta: "E a te, come ti chiamano?" dice: "Di solito mostro. Qualche volta creatura. 'Eccolo' è usatissimo come nome. Ero arrivato a credere che il mio nome fosse 'Prendilo' o 'Uccidilo'". Poi dice che, alla fine, il nome se l'è scelto da solo: si chiama Bert. E Latta! Semplicemente delizioso! Ma la cosa migliore è la storia d'amore omosex fra i due che è di una tenerezza infinita (infatti la chiusura del romanzo, bellissima, è tutta per loro e questo mi ha rappacificata non poco con mister Lansdale).

C'è da dire che nel libro ci sono un bel po' di sangue e sbudellamenti vari, parolacce a gogo, maleducazione assortita e sesso (senza droga&rock'n roll). Lansdale non risparmia i suoi protagonisti e se deve far fare loro una fine orrenda non ci pensa due volte, io ve lo dico prima. Ci sono rimasta un po' quando alcuni hanno tirato le cuoia: io avrei scommesso sulla loro salvezza. Nel mezzo di questa sarabanda di eventi, ci sono spunti di un'ironia assurda e tragica che ad una prima occhiata superficiale quasi vanno persi, ma che, ad una seconda più attenta, brillano come perle.

Insomma, in definitiva, me lo rileggerò. Certo è che sono rimasta sorpresa di come lo stesso autore riesca ad apparire diverso (ho letto in poco tempo anche Una stagione selvaggia e, soprattutto, il superbo In fondo alla palude). Decisamente un eclettico.

Dettagli del libro

  • Titolo: Fuoco nella polvere
  • Titolo originale: Zeppelin West
  • Autore: Joe R. Lansdale
  • Traduttore: Maurizio Nati
  • Editore: Fanucci
  • Data di Pubblicazione: 2008
  • Collana: Tif Extra
  • ISBN-13: 9788834713747
  • Pagine: 208
  • Formato - Prezzo: Brossura - 9.90 Euro
 

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