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23 maggio 2015

La figlia del boia - Oliver Pötzsch

Baviera, 1659. Sulla riva di un fiume nei pressi della cittadina di Schongau viene trovato agonizzante il figlio undicenne del barconiere Grimmer. Il tempo di adagiarlo con cura a terra, di esaminargli il profondo taglio che gli squarcia la gola, di scoprire sotto la sua scapola destra uno strano segno impresso con inchiostro viola che il bambino muore. Qualche tempo dopo i bottegai Kratz si imbattono, nel loro piccolo Anton, il figlio adottivo, immerso in un lago di sangue, la gola recisa con un taglio netto. Sotto una scapola del bambino viene trovato il medesimo segno del figlio del barconiere: il cerchio di Venere, il simbolo delle streghe. Peter Grimmer e Anton Kratz si conoscevano. Insieme con la piccola Maria Schreevogl e altri due bambini costituivano uno sparuto gruppo di orfani che era solito frequentare Martha Stechlin, la levatrice di Schongau che vive proprio accanto ai Grimmer. Il destino di Martha Stechlin sembra così segnato. Messa nelle mani del boia di Schongau perché le sia estorta formale confessione, attende di essere spedita al rogo. Jakob Kuisl, il boia di Schongau non crede però alla colpevolezza della levatrice. E con lui non credono che la dolce Martha sia una strega anche sua figlia Magdalena e Simon Fronwieser, il figlio del medico cittadino. I tre indagano per cercare di ribaltare una sentenza che sospettano sia stata scritta solo per convenienza politica e, soprattutto, per nascondere una verità inconfessabile.

La Recensione di Pythia

Di questo romanzo se n'è parlato tanto da farlo andare a ruba: a me incuriosiva già prima del tam-tam mediatico e non mi sono fatta spaventare dal sospetto che fosse tutto fumo e poco arrosto. Ho fatto bene, anche se avrei dovuto prestare maggiore attenzione alla mia amica libraia che mi diceva "non lo chiudi prima dell'ultima pagina": aveva ragione, il che per me equivale a lasciare perdere tutto pur di leggere, certo non la cosa migliore da fare durante la settimana lavorativa. Siano quindi avvisati i lettori compulsivi/divoratori seriali: cominciate a leggere solo quando avrete la certezza di poter lasciare tutto il mondo a sé.

Oliver Pötzsch ricrea una piccola cittadina bavarese del 1600 con tocco così preciso da far sentire persino gli odori e i rumori. Schongau è piena di vita e di contraddizioni, con i suoi ricchi borghesi, i mercanti, la gente del popolo e gli emarginati. Proprio uno di questi è protagonista del romanzo: il boia, che sulla scala del disprezzo viene prima solo dei lebbrosi. Porta male salutarlo, eppure la gente gli si rivolge per le sue qualità di curatore. Uomo di cultura, sfiderebbe i medici freschi di università, tronfi del loro sapere stantio. Duro come solo un uomo che ha vissuto tanto dolore lo è - dolore che non deriva solo dalla sua professione. Il boia sembra anticipare i lumi della ragione che faranno breccia solo nel secolo successivo, con i suoi ragionamenti fatti di causa/effetto, di osservazione attenta e di grande umanità. Mette in pericolo sé e la famiglia pur di salvare un'innocente non solo da morte certa ma anche da indicibili dolori - ma con lei vuole salvare il paese tutto da una nuova caccia alle streghe. La storia ci insegna quali atrocità siano state commesse contro donne colpevoli solo di conoscere le erbe e i rimedi naturali, o di vivere sole, o di aver rivolto uno sguardo sbagliato al vicino. Tutto questo lo sa anche il boia, e con lui il figlio del medico e un altro paio di personaggi particolarmente illuminati: il resto del paese vive nell'ignoranza e nella paura, che provocano pensieri e azioni sconsiderati e, ai nostri occhi, assurdi e incomprensibili.

A fianco del grande entusiasmo nella lettura, scorre l'irritazione per questo mondo così lontano e ottuso: come si può credere alla stregoneria? Come si può credere nell'efficacia della tortura? Come si può pensare di fare giustizia condannando un'innocente? Questi pensieri si intrufolano dell'immedesimazione quasi totale che Pötzsch regala al lettore, come a volergli ricordare la coscienza dei giorni nostri: usa la testa, sempre.

L'autore è diretto discendente del protagonista del suo romanzo: la storia che ci racconta è ispirata a questo personaggio, anche se non realmente accaduta. Difficile a crederlo, vista la cura nel restituire un mondo così lontano dal nostro e dei personaggi che sembrano animarsi di vita propria. Del suo antenato, Pötzsch ha ereditato la compassione: fa intuire al lettore quali possano essere gli strumenti di tortura, mostrandoli lontano dall'azione e risparmiando scene truculente e di violenza gratuita. Sistema comunque efficace, poiché il lettore, anche se non vede, sa e immagina.

Primo romanzo di una saga che promette bene: autoconclusivo, non lascia nulla in sospeso, eppure la voglia di ritrovare i personaggi conosciuti non lascia indifferenti. (E forse nella saga scopriremo il perché del titolo: la figlia del boia, qui, seppur presente ha un ruolo di secondo piano).

Giudizio:

+5stelle+

La Recensione di Valetta

Devo dire che sono abbastanza delusa da questo romanzo. Considerando il successo universale e le lodi sperticate non mi aspettavo di trovarmi tra le mani un libro scritto così male. Certo la povertà di stile potrebbe essere, almeno in parte, dovuta ad una cattiva traduzione, ma le frequenti ripetizioni, i maldestri tentativi di creare suspense, la mancanza di spontaneità nelle descrizioni che mostrano tutto il loro intento didascalico, sono sicuramente da imputare all'autore e non possono essere ignorate.
Quando, ad esempio, un narratore in terza persone, onnisciente, insiste nel riferirsi ai cattivi di turno con locuzioni come "l'uomo più vecchio, l'uomo più giovane,l'altro tizio" è evidente che l'atmosfera di mistero si sgretola facilmente in favore del ridicolo. Tanto ridicolo quanto descrivere la protagonista raccogliere "qualcosa" (evidentemente un importante indizio) senza dire esplicitamente di cosa si tratta: poiché non stiamo osservando la scena dalla prospettiva di un altro personaggio ma tramite uno sguardo che si è sempre dimostrato onnisciente, non ha alcun senso che il narratore si ostini a non rivelare cosa ha visto, neanche fossimo alle elementari. Mi sembra sinceramente piuttosto sorprendente trovare stratagemmi narrativi così antiquati e ingenui in un libro di questa fama.

Suppongo che parte della fortuna de La figlia del boia sia legata all'intrigante titolo, che evoca scenari oscuri e inquietanti. Purtroppo, anche questo si rivela essere solo un altro trucchetto escogitato dall'autore per creare un'atmosfera cupa in quanto Magdalena, la figlia del boia, ha solo un ruolo secondario nella trama.
Questo non significa che il libro sia privo di eventi disturbanti: bambini sono spietatamente uccisi, donne innocenti picchiate e torturate, folli cacce alle streghe, destinate a concludersi in massacri, hanno luogo. L'autore utilizza questi eventi per puntare l'attenzione sui pericoli dell'ignoranza, che genera solo paura, e sull'infondatezza dei pregiudizi popolari, oltre che per denunciare l'incapacità tutta maschile di contemplare la possibilità che il gentil sesso possieda capacità e conoscenze. Questa scelta intriga e coinvolge il lettore moderno, almeno quanto l'arcano degli omicidi insoluti, che risulta abilmente congegnato, seppur non sempre coerente nella sua risoluzione.

Sfortunatamente, i limiti della prosa di Pötzsch spesso rivelano i meccanismi che governano il dipanarsi della trama, smorzando le sensazioni di paura e tensione che il lettore potrebbe sperimentare, tanto che a tratti sembra di leggere un mystery scritto per adolescenti.
Questa sensazione è acuita dal protagonista stesso, il formidabile boia Jackob Kuils, che esegue il ruolo di detective come un mix imbattibile fra Sherlock Holmes e SuperMan: più intelligente del primo e forte almeno quanto il secondo, sembra essere dappertutto e conoscere tutto e tutti. La sua spalla è impersonata dal noioso dottorino Simon Fronwieser, il quale aspira alla mano di Magdalena nonostante le convenzioni sociali avverse. Entrambi troppo perfetti per esser veri, sembrano usciti direttamente dalle pagine di un fumetto.

Ne La figlia del boia realtà e fantasia si mescolano in quanto Pötzsch è effettivamente un discende della dinastia dei Kuils, circostanza che l'ha spinto a scrivere questa versione romanzata delle gesta dello spettacolare antenato; questa passione per la genealogia spiega anche il tono didattico del romanzo, che spesso ricorda un libro di testo con la sua ossessione per spiegare le leggi, gli usi e i costumi dei cittadini di Shongaus, invece che un romanzo storico. Proprio per questo, nonostante gli sforzi dell'autore, la giusta atmosfera manca, i personaggi sono poco credibili e nessuno davvero si accattiva le simpatie del lettore.
In definitiva una buona idea, mal eseguita.

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: La figlia del boia
  • Titolo originale: Die Henkerstochter
  • Autore: Oliver Pötzsch
  • Traduttore: Alessandra Petrelli
  • Editore: Neri Pozza
  • Data di Pubblicazione: 2012
  • Collana: I Narratori delle Tavole
  • ISBN-13: 9788854505735
  • Pagine: 432
  • Formato - Prezzo: Brossura - 16,90 Euro

8 maggio 2015

Chi è morto alzi la mano - Fred Vargas

Un faggio misteriosamente comparso dal nulla nel giardino della cantante lirica Sophia Siméonidis, potrebbe essere uno scherzo, lo strano regalo di un ammiratore oppure un sinistro presagio. Ma quando nel giro di poche settimane una piccola strada residenziale di Parigi diverrà teatro di un omicidio ci vorrà molto intuito per riuscire a raccapezzarsi. Allora tre storici allo sbando e uno sbirro in disarmo non saranno forse inadeguati ad affrontare la situazione se è vero che, deformazione professionale, la cosa che sanno fare meglio è mettere il naso negli affari degli altri.

Recensione di Pythia

Chi è morto alzi la mano è l'incipit delle avventure dei tre Evangelisti, come vengono ironicamente chiamati Marc, Mathias e Lucien da Vandoosler senior: stranamente, la Einaudi lo pubblica dopo Io sono il tenebroso, seconda puntata del terzetto.

I thriller contemporanei sono infarciti per lo più di azione e scene sanguinolente: la Vargas ne sa fare tranquillamente a meno, come dimostra, più che in questo romanzo, nel terzo episodio della serie Un po' più in là sulla destra. Con una prosa raffinata ed elegante, l'autrice accompagna il lettore nei meandri della quotidianità dei suoi personaggi, a prima vista banale, ma che a tratti prende le sembianze dell'assurdo.

Marc, pensieroso e solitario, con i suoi anelli d'argento e gli abiti neri; Mathias con la sua intolleranza verso gli abiti e la sua innata capacità di far confidare le persone; Lucien e la sua Grande Guerra, che tratta tutti come soldati e parte per la tangente quando sente le magiche parole 1914-18; Armand Vandoosler, sbirro congedato con disonore per un caso di corruzione: sembra quasi di vederli, a discutere nel refettorio o a lavorare alla topaia. Caratterizzati fin quasi nei minimi dettagli, sembrano persone reali, che potresti - vorresti incontrare per strada.

Come in una spirale, la Vargas da lontano, dall'incontro fortuito, da un evento insolito, per giungere a ritmo sempre più serrato nel cuore della vicenda: tanto le prime pagine possono scorrere lente, così le ultime sono un susseguirsi di colpi di scena spesso imprevedibili.
Il lettore deve prestarle molta attenzione, perché la chiave, o meglio, le chiavi dell'enigma sono nascoste qua e là, in mezzo a situazioni che non hanno nulla di particolare, che nella loro banalità possono sfuggire nella fretta di proseguire con la storia.

Non c'è spargimento di sangue, i cadaveri si vedono di sfuggita: quello che importa è la psicologia dei personaggi, il loro essere unici, la storia che li ha portati dove si trovano ora e che al lettore viene presentata talvolta come un puzzle da ricomporre. Per questo amo rileggere i romanzi della Vargas, perché più che in altri autori trovo dettagli che avevo tralasciato, presa dalla frenesia che fa parte della vita di tutti i giorni: trasporti ultra-rapidi, comunicazioni in tempo reale, impegni che si accavallano. Per apprezzare questi romanzi è necessario staccare la spina: fare un bel respiro, lasciare da parte la fretta e farsi prendere per mano, con calma. Una calma che qualche volta può snervare, ma che io trovo estremamente rilassante.

Giudizio:

+5stelle+

Recensione di Cattivissimaprof

Ho riletto, dopo un bel po’ di tempo che non lo facevo, alcuni romanzi della scrittrice francese Fred Vargas. E’ stato come ritrovarsi nel profumato giardino di casa, dopo tanto peregrinare in lande desolate e inospitali. Anche in quello di cui vi voglio parlare oggi l’autrice riconferma fin dal titolo - Chi è morto alzi la mano - il suo tocco leggerissimo e personale nello scrivere storie di omicidi, assassini e colpevoli svelati.

Partendo da una albero che viene piantato, nottetempo, nel giardino di una cantante lirica di origine greca, Vargas costruisce una trama sapiente di personaggi, paesaggi e vicende umane delicate e intriganti. La storia si compone intorno alla morta chiamando in causa tre giovani storici di età diverse, scombinati tanto nella vita quanto nel lavoro, che abitano in una vecchia casa, nei pressi dell'abitazione della donna assassinata. I tre, aiutati da un ex poliziotto, scavano nella vita della vittima per ricostruirne le vicende, le passioni, le frequentazioni che l’hanno caratterizzata.

La meraviglia di questo libro sta nella capacità della scrittrice di creare un’atmosfera surreale, ricca di personaggi strani, spesso geniali per alcuni aspetti; di creare una clima narrativo intessuto di citazioni storiche, dialoghi serrati, precisi e funzionali al racconto.

Vargas sa creare abilmente l’impressione di finta svagatezza che alcune persone, alcuni luoghi, alcuni eventi sanno regalare. Due sono le qualità letterarie che si respirano maggiormente: la passione per la cultura, la storia, la letteratura che riempie di profumo le pagine della storia, e il talento di saper suggerire l’idea di svagatezza.
L'impeto per la cultura raccontata come sul muretto di un locale, lungo una spiaggia, per passione, per ispirazione, non da esibire ma da sussurrare come un segreto prezioso, da condividere per interessare e intrigare: come se la cultura fosse (potrebbe, dovrebbe esserlo) una meravigliosa storia da raccontare.
La capacità di saper creare un’impressione di svagatezza d'altro canto è, per me, la qualità primaria del fascino di un racconto; non si tratta, intendiamoci, di imprecisione o vaghezza o superficialità. Nulla di tutto ciò. Si tratta, al contrario, di una svagatezza resa con millimetrica precisione, dosando finemente scrittura ed emozioni, nella costruzione di personaggi e situazioni.

In questo romanzo i protagonisti principali sono i tre giovani storici, detective per caso, ma l’emblema di questa naivete sapiente è in realtà una figura che ritorna in molti libri della Vargas: Jean-Baptiste Adamsberg, una sorta di anti Sherlok Holmes. Lungi da lui usare un metodo analitico e razionale, egli stimola il suo intuito con lunghe passeggiate, raccolta di sassi e osservazione del passaggio degli uccelli in cielo.

In definitiva consiglio vivamente la lettura di tutta la produzione di Fred Vargas: partite pure da questo, non vi deluderà.

Giudizio:

+5stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Chi è morto alzi la mano
  • Titolo originale: Debout les Morts
  • Autore: Fred Vargas
  • Traduttore: Maurizia Balmelli
  • Editore: Einaudi
  • Data di Pubblicazione: 2006
  • Collana: Stile libero - Big
  • ISBN-13: 9788806182663
  • Pagine: 254
  • Formato - Prezzo: Brossura - 13.50 euro

9 luglio 2014

Anche le cose hanno un'anima - Claudia Volpe

Gli oggetti “parlano” ai bambini e così li vedrete giocare e colloquiare, oltre che con i giocattoli, anche con le pentole della mamma, con le mollette, con la frutta … Anche noi lo abbiamo fatto dando un’anima alle cose e ci abbiamo creduto, sostenuti dalla purezza e dall’ingenuità proprie dell’infanzia. Poi, da adulti, svanisce quasi sempre l’incanto e lo stupore nei confronti di ciò che ci circonda e la natura e le cose smettono di parlarci e non riusciamo più a cogliere la loro intima poesia. Certo, ogni epoca ha dei personaggi particolarmente cari ai bambini e, nel terzo millennio, tra mille sofisticati giochi elettronici e libri che narrano di invincibili eroi spaziali e terrestri e di mostri più o meno spaventosi, io credo che ci sia ancora un po’ di spazio per le storie semplici che narrano di buoni sentimenti; passano gli anni, ma il cuore dei nostri bambini rimane sempre lo stesso, in qualsiasi tempo si viva, perché l’essenza più vera dell’infanzia è costituita principalmente di fantasia e teneri affetti. “ Anche le cose hanno un’anima” è una raccolta di storie che, avvalendosi di un linguaggio semplice e accessibile a tutti, invita i fanciulli alla riflessione, all’interiorità, ad osservare le cose comuni con occhi diversi per scoprire la vita anche dove apparentemente non c’è. E, se ci fate caso, nei loro giochi improvvisati, non sono proprio i bambini che riescono a compiere il “miracolo” di animare ogni cosa, dando voce a tutto ciò che li circonda? Essi ci riescono con estrema naturalezza perché non ancora contaminati dal nostro frenetico, inquieto e pragmatico vivere.

Recensione

Anche le cose hanno un'anima è una raccolta di dieci racconti, dedicati ai bambini sopra i tre anni, che hanno per protagonisti soprattutto oggetti di uso comune: mollette per il bucato, gratelle per il barbecue, vecchi giocattoli prendono vita tra le pagine del libro. L'intento sarebbe chiaro anche se non fosse scritto nella presentazione, ovvero far riflettere i bambini sul mondo che li circonda, animando gli oggetti di sentimenti e suscitando il rispetto anche in ciò che può sembrare senza valore.

Elemento comune nelle dieci storie è una sorta di emarginazione del protagonista, vuoi perché diverso, rotto, vecchio; spesso viene deriso da chi è considerato "normale" e altrettanto spesso avviene una sorta di rivalsa, che riveste di nuova dignità ciò che era stato disprezzato. Come nel caso dei giocattoli risposti in soffitta perché i bambini che li usavano sono ormai cresciuti, lasciandoli dimenticati finché altri bambini non li riceveranno in regalo e daranno loro una seconda occasione, una nuova vita.

In questo ho notato una sorta di affettazione, un voler calcare la mano sul povero piccolo oggetto trattato male da tutti che invece nasconde un valore che solo pochi riescono a vedere. È facile provocare compassione per il diverso, l'emarginato - chi meglio dei bambini può farlo? Come anche chi peggio dei bambini riesce ad essere cattivo e crudele, soprattutto con i diversi? Ecco quindi la morale che tutte le cose hanno un'anima e che pertanto vanno rispettate anche quando hanno assolto il loro compito.

In molti dei racconti compare anche la morte, intesa non come una fine ma come una trasformazione - evviva la raccolta differenziata e il riciclo! Uno in particolare mi ha colpita: un cocomero non voleva finire al mercato e per paura del contadino si nascondeva nell'orto, finché non sopraggiunse l'inverno e la neve lo ricoprì preannunciandogli un sonno senza risveglio. Certo, un finale molto meno splatter rispetto a una tavola estiva, un paio di coltelli affilati e un gruppo di umani che se lo mangiano di gusto. Ciò non toglie che io l'abbia trovato di una tristezza eccessiva, senza esser riuscita a scorgervi un qualche significato. Forse vorrebbe essere un incoraggiamento a vivere la propria vita pienamente, senza paure? Mah. Come questo racconto, anche gli altri mi hanno lasciata perplessa, molto: evidentemente da adulta ho perso "l’incanto e lo stupore nei confronti di ciò che ci circonda e la natura e le cose [hanno smesso] di parlar[m]i e non [riesco] più a cogliere la loro intima poesia". (cit. dalla prefazione)

L'intento dell'autrice è sicuramente lodevole, l'amore per i bambini che si riflette nelle sue storie è innegabile; resta il fatto che mi sono chiesta, durante la lettura, e me lo chiedo ancora, se leggerei mai questi racconti a mio figlio: nella mia grande perplessità, la risposta tende decisamente verso il no.

Giudizio:

+2stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Anche le cose hanno un'anima
  • Autore: Claudia Volpe
  • Editore: Youcanprint
  • Data di Pubblicazione: 2013
  • ASIN: B00HGV8EG8
  • Pagine: 43
  • Formato - Prezzo: ebook - 2,98 Euro

29 giugno 2014

La ballata della rana nel bollitore - Alessandro Mascherpa

Un thriller ironico e brillante ambientato nella Bassa, in una provincia malata dei mali del millennio: un ragazzo in cura da anni per una grave depressione scompare, il suo psicoterapeuta, per ritrovarlo, si trova a vestire i panni di un Coliandro-Callaghan in coppia con una bella e schizzata ventenne. Presto si capisce che il giovane sparito nel nulla ha urtato interessi più grandi di lui, scoprendo la truffa che sta dietro ad una famosissima trasmissione televisiva. Mentre i due “detective per caso” rischiano la pelle, scorre languida la vita della Provincia con i profumi enogastronomici, gli odori del Grande Fiume inquinato, la malinconia delle fabbriche dismesse e dei loschi figuri che si aggirano in quei paraggi per gestire traffici illeciti. Il gangster di turno è un bergamino sospeso tra le radici contadine, la modernità italiana e il mito americano, tanto da farsi chiamare “Johnny il Cowboy”; un altro malvivente, Francesco “Ciccio” Jackpot, dalla periferia del mondo filosofeggia sull’integrazione dei punti di vista tra arabi, olandesi e russi per sferrare il colpo giusto e aggirare la legge con stile. Cosa c’entrano il gioco dei pacchi, una velina che piange all’isola dei famosi, una coppia che balla su una pista stellata, un anziano che si mette in ginocchio a Uomini e Donne, la Ventura e Teo Mammucari con la vita sonnacchiosa e avvolta nella nebbia di una città della Bassa? Lasciatevi lessare lentamente nel bollitore, come il protagonista di questo romanzo, … e lo scoprirete.

Recensione

Il dottor Leonardo Rosaspini riceve un dvd da un paziente: quello che sembra una raccolta di vaneggiamenti di un paranoide in realtà nasconde le prove di una frode internazionale. Ivan, il giovane paziente, è sparito, e il dottore si mette alla sua ricerca, affiancato dalla ragazza del giovane. Una caccia al rapitore che si scapicolla nella provincia cremonese, popolata di personaggi paradossali, come l'Olandese Volante, Johnny il Cowboy e Ciccio Jacpot, con una delle scene clou ambientata in una fabbrica di merendine dismessa il cui afrore permea perfino le pagine del romanzo.

È grazie a romanzi come questo che mi rammarico della mia predilezione per la narrativa straniera tradotta: l'italiano non è solo una lingua musicale e a suo modo efficace, con tutta una serie di modi di dire tipici, ma è anche un modo di pensare che lo contraddistingue dalle altre lingue e dagli altri Paesi. Alessandro Mascherpa è uno scrittore che conosce bene la lingua in cui si esprime, cosa non da poco e niente affatto scontata, e la sa usare in modo efficace.
Tutto il romanzo è un susseguirsi di gustosissime metafore, ironia e spirito, che rendono la lettura scorrevole e avvincente.

Quello che sicuramente è il maggior pregio della "Ballata" è però anche il suo più grande difetto: trattandosi di un thriller, mi sarei aspettata di venire catturata dall'intreccio, dai colpi di scena, dall'efferatezza di un delitto. In realtà, si parla di rapimento, di ricatto e di truffa - per carità, ben vengano anche i gialli "sangue-zero" (se mi si vuol perdonare il verso al naming di prodotti che è in voga ultimamente); i colpi di scena ci sono, i cattivi pure, i pericoli in cui incappano i protagonisti sono numerosi; suspense e pathos sono ben bilanciati; nel complesso quindi è un buon giallo. Che però si confonde nella miriade di espressioni colloquiali e immagini creative, sicuramente efficaci, con cui l'autore sceglie di esprimersi: l'ironia è tanta che spesso mi sono trovata a chiedermi se stessi leggendo un thriller o una commedia. Non ho apprezzato troppo questa commistione: certo rientra nella sfera del gusto personale, ma qualche dubbio che possa piacere a tutti mi resta.
Altra perplessità, le citazioni musicali che aprono ogni capitolo - anche questo de gustibus.

Nel complesso, i personaggi sono ben caratterizzati - l'unico che è troppo macchietta è la mamma di Ivan, stereotipo della donna lasciata dal marito con un figlio da crescere, pure dedita all'alcool-, il casus belli è sicuramente affascinante e plausibile, l'intreccio è ben gestito ed equilibrato.

Sicuramente è una lettura che consiglio, soprattutto in questo periodo di spiagge e ombrelloni, con i pensieri che chiedono di vagare più liberamente del solito anche con l'aiuto di letture interessanti e vivaci.

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: La ballata della rana nel bollitore
  • Autore: Alessandro Mascherpa
  • Editore: Parallelo45
  • Data di Pubblicazione: 2014
  • Collana: Terzo Grado
  • ISBN-13: 978-88-98440-20-7
  • Pagine: 288
  • Formato - Prezzo: Brossura - 12 Euro

28 marzo 2014

La locanda delle emozioni di carta - Viviana Picchiarelli

"La Locanda dei Libri" è il nome di un agriturismo sul lago Trasimeno, in Umbria, un posto che è diventato negli anni il punto di riferimento per amanti dei libri e per scrittori. Qui, dopo trent'anni, si ritrovano Matilde, ex psicoterapeuta e proprietaria della locanda, e Matteo, avvocato di professione e scrittore per passione. La loro storia si è interrotta bruscamente anni prima e solo grazie alle pagine del romanzo scritto da Matteo, dai risvolti dichiaratamente autobiografici, i due, in qualche modo, si ritrovano ma devono fare i conti con il tempo che è trascorso, con le loro vite attuali e con gli errori commessi in nome dei rispettivi egoismi. Parallelamente, per due individui che cercano di (ri)scoprirsi, altri due, Ginevra e Riccardo, in balia dei propri demoni, faticano a lasciarsi andare, seppur consapevoli della potenza del legame a cui, loro malgrado, non possono sottrarsi. Due storie agli antipodi, un unico, potente e devastante sentimento. Un romanzo dal sapore retrò in cui sono proprio "le emozioni di carta", lette e scritte, quelle da cui tutto ha origine e a cui tutto torna.

Recensione

Da amante della lettura, non ho saputo resistere al fascino di una locanda popolata da libri, lettori e scrittori, le cui rispettive storie si intrecciano e di scontrano. Ho apprezzato l'italiano impeccabile e la cura redazionale, anche se ho notato un'eccessiva pedanteria nell'uso delle virgole che appesantisce, talvolta, la lettura. Una chicca, le divertenti citazioni letterarie, anche contemporanee, che si incontrano durante la lettura.

Di storie d'amore legate a un romanzo se ne contano a bizzeffe, meno forse sono quelle con protagonisti attempati che, in barba alle convenzioni, decidono di non mettere via i sentimenti e quello che ne deriva. In questo caso, il romanzo che dà il la alla storia è il racconto fortemente autobiografico di un amore profondo ma mai consumato né dichiarato: quello tra un giovane avvocato e la "libraia dai capelli rossi". Le imposizioni della famiglia, gli obblighi di gratitudine, come anche una certa mancanza di volontà, portano Matteo a sposare una donna che non ama, incinta di un altro, e a dare vita a una famiglia in cui non si riconosce. Solo la figlia naturale riesce a restituirgli la dimensione di intimità e familiarità di cui aveva bisogno - fino al giorno in cui viene pubblicato il romanzo che svela come la loro vita fosse frutto di un inganno.

Matilde, che con l'età non è più rossa, reinventa la propria vita con la fidata amica Emma, aprendo una locanda in riva al lago: qui si incontrano persone diverse, per stato di famiglia, per età e per provenienza, ma tutte sono accomunate dall'amore per i libri. Sarà la locanda ad ospitare quell'incontro tanto sognato e tanto temuto da entrambi, una donna che ormai ha rinunciato all'amore e un uomo che invece osa ancora sperarvi.

Qui si intrecciano anche le vicende di Riccardo, figlio della co-proprietaria della locanda, e Ginevra, figlia di Matteo, entrambi alle prese con i propri demoni. Altre due storie si uniscono al coro, un po' più in sordina e decisamente meno approfondite.

Di carne al fuoco ce n'è tanta ma, per restare in tema BBQ, l'ho trovata stracotta e un po' stopposa. Tutto quello che succede viene raccontato, vuoi direttamente dal narratore, vuoi tramite i pensieri dei personaggi: di azione ce n'è poca, in confronto ad tutte le meditazioni ed elucubrazioni che affollano le quasi 400 pagine del romanzo. Capisco la necessità di definire gli antefatti, comunque pesanti e dettagliati all'estremo, ma anche il "qui e ora" subisce la stessa sorte. Dall'inizio fino all'ultima pagina ho avuto la spiacevole sensazione di mancanza di ossigeno e di una persona che mi parlasse in testa, decisamente quello che non chiedo ad un romanzo.

I personaggi sarebbero anche interessanti, ma il modo in cui vengono trattati li rende finti, come se rispondessero a un copione che, facilmente, si intuisce. Matteo ha ben poco dell'avvocato, come anche dello scrittore: l'unico momento in cui giustamente meriterebbe di parlare del mestiere che l'ha reso famoso finisce sopraffatto da chiacchiere che, una dietro l'altra, compongono un saggio, breve quanto non richiesto, sul noir. Matilde è la tipica donna di mezza età, con un matrimonio finito alle spalle e un lavoro che non la soddisfa più: ovviamente ha un'amica del cuore che la convincerà a compiere un salto nel buio che, altrettanto ovviamente, si rivelerà un successo. Emma, la suddetta amica del cuore, non poteva che essere un'insegnante - e forse questo è il carattere meglio riuscito, visto che tutto quello che fa e dice sembra avere il sottotitolo "professoressa". Peccato che si perda pure lei in mezzo alla confusione di tutto quello che sembra vitale comunicare al lettore, di moventi, sentimenti, storie.

Riccardo e Ginevra non portano niente di nuovo al figlio arrabbiato e disadattato, che trova nell'amore la forza di cambiare rotta. Giulia e Gregorio avrebbero un mondo da raccontare, ma vengono relegati sullo sfondo e finiscono così per perdersi, restando incompiuti.

Se lo spessore del romanzo fosse stato dimezzato e se fosse stato lasciato più spazio al concreto, stralciando le innumerevoli disquisizioni su pensieri, parole, opere e omissioni, sarebbe stato più godibile e meglio sfruttato: così come stanno le cose, è un buon antidoto all'insonnia.

Giudizio:

+1stella+

Dettagli del libro

  • Titolo: La locanda delle emozioni di carta
  • Autore: Viviana Picchiarelli
  • Editore: Bertoni Editore
  • Data di Pubblicazione: 2013
  • ASIN: B00HGQTLHE
  • Pagine: 404
  • Formato - Prezzo: Kindle - 2,99

5 marzo 2014

Torna a casa - Lisa Scottoline

La dottoressa Jill Farrow, pediatra, dopo la morte del primo marito e dopo un disastroso divorzio da un secondo che si è rivelato disonesto e bugiardo, ha rimesso in ordine la propria vita e quella della figlia, Megan, studentessa tredicenne e nuotatrice provetta. Jill sta preparandosi al matrimonio con Sam, quello che sembra essere l’uomo giusto, ma la sua nuova serenità è turbata dall’improvvisa apparizione della ex figliastra Abby, figlia del marito da cui ha divorziato, con la quale ha dovuto forzatamente interrompere i rapporti. Abby, sconvolta, si presenta una sera per annunciarle la morte improvvisa del padre. Lisa Scottoline indaga in questo romanzo i nuovi tipi di legami che si creano tra le persone, dopo l’implosione della famiglia tradizionale.

Recensione

Jill Farrow di cognome dovrebbe fare Fletcher, come la Jessica già nota Signora in Giallo: come la scrittrice di Cabot Cove, infatti, è vedova, si impiccia di presunti crimini che non la riguardano, gioca a fare la poliziotta e si mette nei guai rischiando la vita. Un po' mi dispiace ridurre così un romanzo che tutto sommato ho letto volentieri, ma alla fine dei giochi questo è quel che mi è restato.

La storia era partita sotto i migliori auspici, con una scena madre niente male: la ex-figliastra si catapulta all'improvviso nella vita della ex-matrigna alla (quasi) vigilia delle nozze, con la notizia sconvolgente che il padre (ed ex-marito della donna) è morto e secondo lei pure di morte violenta. Si possono immaginare riflessioni profonde sul significato di famiglia ai giorni nostri, con una madre ora bis-vedova, due ex-figliastre, una figlia avuta dal primo marito che fu e un prossimo figliastro, un fidanzato-padre e prossimo patrigno, e un cane, tanto per fare l'en plein. In realtà la cosa si risolve con un "vi voglio ancora bene come se foste figlie mie", "la mia mamma sei tu", "di figli ne ho abbastanza, mi mancano solo quelle del tuo ex", condito da un generale "volemose bene".

Per quanto riguarda i risvolti gialli della trama, non c'è molto che lasci a bocca aperta, anzi, lo svolgimento è abbastanza prevedibile: la doppia vita dell'ex-marito fedifrago non è un movente sconosciuto. I momenti di maggiore pathos si risolvono in scenette da filodrammatica, con azioni e reazioni che sanno di preconfezionato.

La protagonista, ascendenze Fletcheriane a parte, non ci porta nulla di nuovo: pretende di essere una pediatra che ha veramente a cuore i suoi pazienti e se ne sbatte del sistema, e ovviamente questo è quello che ci viene mostrato - la donna coraggio che si mette contro i propri capi pur di salvare un bambino malato (manca solo l'amaro montenegro). Tutto è troppo artefatto, risponde precisamente a un gioco di causa-effetto che, intuendosi chiaramente, fa mancare la suspense degna di un thriller. E solo il fatto che a far palpitare il lettore sia la storia secondaria del piccolo Rahul la dice tutta.

I personaggi promettono ma non mantengono, con repentini cambi di opinione non motivati, azioni che non sembrano rispondere a moventi plausibili, sparizioni tattiche e poco credibili, ritorni che portano stampato a lettere cubitali "deus ex machina".

Non nego che il romanzo si faccia leggere volentieri, ma se siete palati raffinati e intenditori del genere, potreste avere delle riserve: non è niente di più che una lettura leggera e poco impegnativa, che non approfondisce degnamente i legami famigliari di una situazione non così insolita ormai né sviluppa appieno il lato thriller che dà il la alla storia.

Giudizio:

+2stelle+ (e mezza)

Dettagli del libro

  • Titolo: Torna a casa
  • Titolo originale: Come Home
  • Autore: Lisa Scottoline
  • Traduttore: Levantini S.; Bottali G
  • Editore: Fazi
  • Data di Pubblicazione: 2014
  • ISBN-13: 9788864118079
  • Pagine: 477
  • Formato - Prezzo: Brossura - 14 Euro

21 febbraio 2014

Luna di miele a Parigi - Jojo Moyes

Al centro di questo racconto due romantiche e tormentate storie d'amore: quella di Sophie e Édouard Lefevre in Francia durante la Prima guerra mondiale e, circa un secolo dopo, quella di Liv Halston e suo marito David. "Luna di miele a Parigi" - uscito in Inghilterra solo in ebook - si svolge alcuni anni prima degli eventi narrati nel romanzo "La ragazza che hai lasciato," quando le due coppie si sono appena sposate. Sophie, una ragazza di provincia, si ritrova immersa nell'affascinante mondo della Belle époque parigina ma si rende conto ben presto che amare un artista apprezzato come Édouard implica qualche spiacevole complicazione. Circa un secolo più tardi anche Liv, travolta da una storia d'amore appassionante, scopre però che la sua luna di miele parigina non è la fuga romantica che aveva sperato.

Recensione

Luna di miele a Parigi vuole essere un prequel a "La ragazza che hai lasciato", in uscita il prossimo marzo, introducendo i personaggi che vi ritroveremo e narrando gli antefatti al romanzo ancora inedito. Dei racconti amo la loro compiutezza, un cerchio che si chiude sempre, anche in modo inaspettato: piccoli gioielli che rendono conto dell'autore molto più che un romanzo di mille pagine. Questa "Luna di miele a Parigi", in questo senso, mi ha un po' delusa: è evidente che si tratta di un'opera non indipendente, comunque autoconclusiva, ma un po' povera di significato.

Il racconto procede su due strade parallele, una ambientata nel 1912, l'altra ai giorni nostri; entrambe le coppie protagoniste sono fresche di matrimonio e affrontano una crisi, inaspettata visti i loro recenti voti coniugali, anche se ben motivata.
L'elemento che le accomuna è un dipinto, collegamento un po' fragile quanto casuale e che, evidentemente, la forma del racconto non permette di approfondire. Il rapporto di Sophie ed Édouard viene messo in difficoltà dalla gelosia, mentre Liv deve fare i conti con un marito che si porta il lavoro anche in quell'unica settimana che avrebbe dovuto dedicare interamente a lei. Le svolte di entrambe le storie sono dovute ad interventi esterni, anche se il deus ex machina della seconda è molto fragile e poco credibile, forse anche perché viene lasciato al "detto", più che a una narrazione vera e propria come accade invece nella prima.

Data la dimensione contenuta, non è ovviamente possibile una caratterizzazione più approfondita dei protagonisti o delle situazioni: d'altra parte, se il racconto fa il suo dovere, il lettore accoglierà l'invito non troppo implicito ad acquistare il romanzo che anticipa.

Nel complesso il mio giudizio resta neutro: non mi sono innamorata né della storia né dei personaggi, che assomigliano, in entrambi i casi, ad altro di già letto e già visto. L'unico spunto che mi ha stuzzicata è l'ambientazione di parte del racconto nel 1912, anno glorioso in cui Parigi non era solo la capitale della Francia, ma della cultura oserei dire mondiale: basti pensare che è proprio in quell'anno che Picasso dipinse "Les demoiselles d'Avignon" - e ho detto tutto. Di questa gloria non ce n'è nemmeno un riflesso, visto che il giovane Édouard è un artista che sembra ancora legato alla vecchia scuola e che delle avanguardie artistiche non avesse alcuna frequentazione.

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Luna di miele a Parigi
  • Titolo originale: Honeymoon in Paris
  • Autore: Jojo Moyes
  • Traduttore: M. C. Dallavalle
  • Editore: Mondadori
  • Data di Pubblicazione: 2014
  • Collana: Omnibus
  • ISBN-13: 9788804636038
  • Pagine: 89
  • Formato - Prezzo: Brossura - 3,90 Euro

15 febbraio 2014

Asia Anderson e i fantasmi del tempo - Marco Bonafede

Mark Smith è uno psichiatra inglese che lavora nel consultorio pubblico di Beckett Street a Oxford. È uno strizzacervelli scettico che si dice "praticante ma non credente" della sua professione, perché la esercita senza fiducia in nessuna delle teorie correnti sul funzionamento del cervello. Una mattina un paziente anglo-indiano, Arun Majumdar, gli racconta un episodio che ha dell'incredibile: dice di avere visto una figura di donna dall'aspetto ottocentesco venire fuori dalla parete del suo salotto. Dopo avere esaminato il caso, il dottor Smith si ritrova coinvolto in un'indagine sul fenomeno paranormale, e scopre che il mondo della fantasia non è poi così distante da quello della razionalità.

Recensione

Spesso mi capita di farmi assorbire così tanto dalla lettura di un romanzo da escludere completamente la parte razionale del mio cervello, quella critica e necessaria a un ragionamento obiettivo e distaccato: non che me ne lamenti, anzi, è proprio il bello del leggere. Quando però mi accingo a scriverne una recensione, questa parte razionale deve essere ben presente e talvolta son dolori - perché un romanzo che mi ha entusiasmata a tal punto da staccarmene con difficoltà poi si mostra nella sua imperfezione. Questo è capitato con "Asia Anderson e i fantasmi del tempo": l'ho letto con avidità e grande soddisfazione, perché sicuramente ben scritto e curatissimo, ma sotto sotto qualche nota stonata c'è.

Mark Smith riceve nel suo studio il professor Arun Majumdar, che dichiara di aver avuto un'allucinazione e di voler capire se il suo stato mentale sia o meno nella norma. Dopo accurati esami, lo psichiatra lo congeda con una diagnosi di salute, sia fisica che psichica: di questi esami, il dottore ci rende conto con grande accuratezza, ma il confine tra precisione e pedanteria è molto sottile. Personalmente non ho trovato noiose queste pagine, ma temo che altri possano stancarsi prima di me.

Soddisfatto della diagnosi, il professore coinvolge lo psichiatra nell'esperimento che lui e alcuni suoi colleghi stanno seguendo: ritengono che il fantasma non sia uno spirito del passato ma una donna del futuro e sono intenzionati a fermarla nel nostro tempo per interrogarla. Qui il romanzo prende un bel ritmo sostenuto, che nemmeno le accurate descrizioni dei macchinari e delle teorie fisiche relative all'esperimento rallentano o appesantiscono.
E finalmente facciamo la conoscenza dell'Asia Anderson del titolo, crononauta proveniente da un futuro molto lontano: gli scienziati riescono a convincerla a raccontare loro del suo tempo e di come il mondo sia cambiato nei secoli.

Ho trovato affascinante la visione di Bonafede sul futuro dell'umanità e sugli sviluppi della nostra storia, visione che spazia dalla politica alle scienze, dalla filosofia alla religione e all'etica. Peccato che questo racconto avvenga sotto forma di uno sterile botta e risposta, trasformandosi in un monologo interrotto da qualche domanda e brevi scene di interazione tra i personaggi.

Di nuovo arriva l'azione, questa volta concitata e molto avvincente, che tiene col fiato sospeso fino all'epilogo: non tutto è però risolto, anzi lascia l'impressione di una forzatura che sì rispetta delle premesse chiare e rigorose, ma che non soddisfa pienamente.

Senza dubbio un grande punto di forza è la padronanza della scrittura, corretta e precisa anche in quei passaggi più tecnici, che lasciano supporre ricerche accurate (direi maniacali, complimenti!). Affascinante la visione del mondo che sarà, anche se mi riesce poco credibile che una persona, seppure istruita, conosca a menadito aspetti così diversi del mondo, ricordando a memoria date e avvenimenti.

D'altra parte, la debolezza del romanzo sta nel concentrarsi eccessivamente sulle teorie a discapito dei personaggi, che, pur intervenendo con costanza, mancano di spessore. Poco credibile è la stessa Asia, che a fronte di una coercizione non indifferente, rimane pressoché impassibile e distaccata. Altrettanto potrei dire del dottor Smith, che sì dichiara dei sinceri moti d'animo, ma li lascia sulla carta, non riuscendo a renderli veri e quindi credibili. Interessanti sono le figure del professor Majumdar e del pastore anglicano, ma anche questi non prendono completamente forma.

Peccato davvero per questi difetti, che vanno a penalizzare il giudizio complessivo: vale certo la pena leggerlo, per la vivacità di invenzione, le interessanti teorie su quello che potrebbe accadere ai nostri discendenti, le soluzioni al paradosso del viaggio temporale e a spiegazioni di fenomeni paranormali che ho trovato non prive di una certa ironia.

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Asia Anderson e i fantasmi del tempo
  • Autore: Marco Bonafede
  • Editore: Pisolo Books
  • Data di Pubblicazione: 2009
  • ASIN: B0081R41W2
  • Pagine: 205
  • Formato - Prezzo: digitale - 2,68 Euro

11 febbraio 2014

Speciale Scrittori Suicidi: La campana di vetro - Sylvia Plath

Sylvia Plath (Boston, 27 ottobre 1932 – Londra, 11 febbraio 1963), poetessa e scrittrice statunitense, conosciuta principalmente per le sue poesie, ha anche scritto il romanzo semi-autobiografico La campana di vetro sotto lo pseudonimo di Victoria Lucas.

Assieme ad Anne Sexton, Plath è stata l'autrice che più ha contribuito allo sviluppo del genere della poesia confessionale, iniziato da Robert Lowell e William De Witt Snodgrass. Autrice anche di vari racconti e di un unico dramma teatrale a tre voci, per lunghi periodi della sua vita ha tenuto un diario, di cui sono state pubblicate le numerose parti sopravvissute. Parti del diario sono invece state distrutte dall'ex-marito, il poeta laureato inglese Ted Hughes, da cui ebbe due figli, Frieda Rebecca e Nicholas. Morì suicida all'età di trent'anni.

In un albergo di New York per sole donne, Esther, diciannovenne di provincia, studentessa brillante, vincitrice di un soggiorno offerto da una rivista di moda, incomincia a sentirsi "come un cavallo da corsa in un mondo senza piste". Intorno a lei, sopra di lei, l'America spietata, borghese e maccartista degli anni Cinquanta. Un mondo alienato, una vera e propria campana di vetro che schiaccia la protagonista sotto il peso della sua protezione, togliendole a poco a poco l'aria. L'alternativa sarà abbandonarsi al fascino soave della morte o lasciarsi invadere la mente dalle onde azzurre dell'elettroshock.

Recensione

Immaginavo che La campana di vetro non fosse un romanzo facile, ma le difficoltà che ho incontrato nel leggerlo non sono quelle che mi sarei aspettata. Fortemente autobiografico, il libro ripercorre il dramma della depressione vissuto dalla protagonista/autrice, dalla sua genesi in una New York afosa e opprimente fino alle sue manifestazioni più tragiche, insonnia, apatia, autolesionismo e tentato suicidio. Descrive anche il percorso di guarigione, che passa attraverso l'elettroshock e l'insulinoterapia e che implica un lungo ricovero in una struttura di cura. Temevo fossero questi i punti dolenti della narrazione e mi spaventava la possibilità di immedesimarmi con la protagonista e di rivivere il suo stesso dolore. Mi sbagliavo.

Fin da subito ho provato una forte ostilità nei confronti di Esther, così saccente e arrogante da non riconoscere la propria fortuna. In possesso di una prestigiosa borsa di studio, vince una sorta di vacanza-lavoro a New York, presso una prestigiosa rivista femminile. Anziché essere entusiasta dell'esperienza che le viene offerta, non fa altro che criticare le compagne, provinciali e insensibili, e il suo capo, colpevole di essere una donna troppo forte; viene ricoperta di regali e di vestiti, che getterà letteralmente al vento. Le uscite mondane non la soddisfano, e come biasimarla, lei che è così superiore agli altri? Le sue aspettative nei confronti della vita sono eccessive e siccome, giustamente, le cose non vanno come lei vorrebbe, si risente e accusa sempre gli altri per quello che invece è lei stessa a distorcere. Come il povero Buddy, ragazzo di cui si era invaghita, perfetto fino al momento in cui hanno cominciato a frequentarsi: Esther si rompe una gamba, ma la colpa è di Buddy; lui si macchia di un ignobile tradimento (le tace di essere già stato con una donna, fingendosi meno esperto di quello che è - io la chiamo galanteria) e per questo merita di essere lasciato e pure tradito.

Le critiche parlano della campana di vetro come della metafora della depressione, che opprime la protagonista e la isola dalla realtà. A me è parsa piuttosto una auto-imposizione di Esther, un luogo in cui lei stessa si ritira e da cui guarda scorrere la vita senza parteciparvi, ma permettendosi di giudicarla in modo spietato. Questa campana si percepisce chiaramente nella parte centrale del romanzo, quella in cui la malattia prende il sopravvento: mi sarei aspettata di trovare pagine dense di dolore, invece questo periodo è raccontato con distacco e freddezza, come se scivolasse via sopra un impermeabile. Le terapie sembrano non scalfire la giovane, le compagne di istituto esistono accanto a lei ma non la toccano. Nemmeno la morte dell'amica sembra scuoterla da quella sorta di incredibile apatia che pervade queste pagine.

Non sono riuscita a provare compassione per Esther, a dispiacermi per il suo calvario. Non ho provato rabbia verso la superficialità della medicina di allora, che prescriveva terapie elettroconvulsivanti alla leggera. Non sono nemmeno riuscita a commuovermi in quegli slanci verso la vita di cui, raramente, l'autrice ci fa dono. Ho fatto fatica a non mettere il romanzo da una parte, come sarei stata tentata, invischiata in un'atmosfera pesante e afosa come doveva esserlo quell'estate newyorkese. Pure io mi sono sentita oppressa da una campana di vetro dall'atmosfera rarefatta, rimbombante delle parole di una giovane che non sono riuscita a sentire in alcun modo vicina e che, anche alla fine di tutto, non riesco che a descrivere come viziata e arrogante.

Il finale del romanzo resta aperto, con Esther sulla soglia della commissione di medici che valuterà se sia pronta o meno a fare ritorno nella vita fuori dall'istituto: potremmo leggervi un messaggio di speranza, la luce in fondo al tunnel. Se non fosse che la biografia dell'autrice ci riporta bruscamente con i piedi per terra: non c'è salvezza, non c'è via d'uscita se non quella definitiva.

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo:La Campana di Vetro
  • Titolo originale:The Bell Jar
  • Autore:Sylvia Plath
  • Traduttore:A. Bottini,A. Ravano
  • Editore: Mondadori
  • Data di Pubblicazione: 2005
  • Collana: Oscar Classici Moderni
  • ISBN-13: 9788804545040
  • Pagine: 238
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 8,50

24 gennaio 2014

Speciale Horror: Non mi uccidere - Chiara Palazzolo

Chiara Palazzolo (Catania, 31 ottobre 1961 – Roma, 6 agosto 2012) è stata una scrittrice italiana. Trascorre l'infanzia a Floridia, in provincia di Siracusa, per poi trasferirsi definitivamente a Roma. Dopo la laurea in Scienze politiche alla Luiss Guido Carli, collabora con numerose testate: L'informatore librario, Il Giornale di Siracusa, le pagine culturali della Gazzetta del Sud e de Il Messaggero, il periodico il Crotonese.
Nel 1987 vince il Premio Teramo nella sezione esordienti con il racconto inedito Damasco e dintorni. Esordisce nel 2000 con il romanzo La casa della festa (Marsilio Editori), per il quale riceve il premio Orient Express. Nel 2003 pubblica I bambini sono tornati (Edizioni Piemme), che viene tradotto in Germania e con cui partecipa al Premio Strega. Nello stesso anno prende parte al calendario Le fate sapienti promosso dall'ALI. Già molto lodata dalla critica, conquista il grande pubblico con tre romanzi gotici dove innesta nel genere fantastico la sperimentazione linguistica che la caratterizza. Nasce così la trilogia di Mirta/Luna, che comprende Non mi uccidere, Strappami il cuore e Ti porterò nel sangue (Edizioni Piemme)e vede protagonista una diciannovenne umbra, Mirta, che ritorna dalla tomba come sopramorta. I diritti cinematografici sono stati acquistati dalla R&C Produzioni. Non mi uccidere è stato tradotto in spagnolo. Dopo la partecipazione a due antologie di horror-fantasy (Incubi, uscito presso Dalai, e I confini della realtà, pubblicato da Mondadori), la rivisitazione del fantastico prosegue nel 2011 con Nel bosco di Aus (Edizioni Piemme), dove Palazzolo affronta una delle grandi icone del genere, quella della strega, con cui la protagonista Carla dovrà progressivamente cimentarsi. Il romanzo è stato candidato a "Libro dell'anno" della trasmissione radiofonica Fahrenheit e finalista al premio delle lettrici della rivista Elle. Chiara Palazzolo si è spenta il 6 agosto 2012 in seguito a una lunga malattia, che sembrava aver sconfitto.


Mirta ha vent'anni. È intelligente, bella, con una famiglia normale alle spalle. Un giorno conosce Robin, dieci anni più di lei, affascinante, misterioso. È il colpo di fulmine. Gli ingredienti del loro rapporto sono un grande amore e l'eroina. Saranno fatali per entrambi. Si erano giurati di non lasciarsi mai e Mirta mantiene la promessa. Qualche giorno dopo il funerale, esce dalla tomba, ma di Robin nessuna traccia. Lei si accorge di essere cambiata, ormai fa parte della schiera fittissima dei sopramorti, quelli che non trovano pace. Ma per sopravvivere ha bisogno di mangiare. È la carne umana che le dà forza, la carne e il sangue. E la fame aumenta.

Recensione

Della Palazzolo avevo letto "Nel bosco di Aus": la trama non è nelle mie corde, ma lo stile narrativo mi ha intrigata parecchio, con le frasi monche quasi a seguire il flusso dei pensieri della protagonista. Mi ha colpita anche il senso di inquietudine strisciante, la sensazione di un pericolo intangibile eppure vicino, decisamente angosciante. "Non mi uccidere" è nato sei anni prima e, pur immaginando un'opera meno matura, vi ho trovato decisamente poco di quello che mi era piaciuto dell'opera più recente.

Il romanzo si apre su un doppio funerale, quello di Mirta e di Roberto, giovani innamorati morti improvvisamente in un incidente. Il punto di vista si sposta subito dal narratore onnisciente alla prima persona di Mirta, che si risveglia da quello che sarebbe dovuto essere il suo sonno eterno. Ovviamente confusa, cerca di capire cosa le sia capitato, ripercorrendo con la memoria gli avvenimenti del suo passato recente.

Oltre 426 pagine di vaneggiamenti di una rediviva noiosetta e stupidina sono decisamente eccessive: le pecche sono così tante che non so da dove cominciare.
Potrei partire dalla relazione di Mirta con il drogato Robin, che fa tanto "Perchéééé lo faaaai?", Masini docet. Sarebbe stato carino negli anni '80, ma oggi è decisamente un cliché superato: all'io ti salverò non crede più nessuno.

Potrei continuare con l'oscura galleria d'arte che foraggia il nostro Robin, che non si capisce che ruolo ricopra e soprattutto dove vada a pescare i soldi per farsi.

C'è l'ammore di Mirta che la fa scendere allo stesso livello di Robin, se ti buchi tu mi buco anch'io - ma per favore bucami tu perché io ho paura. Tremendo. E di questo ammore il romanzo è pieno, ma a pagina 426 siamo ancora lì a chiederci cosa Mirta trovasse in Robin e perché questo ammore era così grande. Mah.

C'è che la rediviva decide di scomodare, nei suoi sproloqui, nientemeno che Wittgenstein, per gli amici "Witt". Nel 2002, certo, non c'erano mica gli Uàn Dairèscion. Lui sì me lo immagino a rivoltarsi nella tomba per essere stato coinvolto, suo malgrado, in questo delirio.

C'è che non succede niente fino a pagina 130 circa - a parte Mirta che esce dalla tomba, ma è un po' scontato dopo aver letto la trama. E 130 pagine di soliloquio sono come il noto cinghiale sullo stomaco della pubblicità del digestivo.

C'è che per tutto il romanzo Mirta parla come fosse ubriaca, con in aggiunta uno sdoppiamento di personalità stile Dottor Jekyll e Mr Hide, un incubo. Tutto quello che succede avrebbe potuto essere raccontato in metà pagine e ancora sarebbe stato troppo.

E quando finalmente arriva colei che potrebbe essere in possesso delle Risposte, zac, finisce il libro, lasciandoti in sospeso con altre Domande.

Da brividi la trovata del sonno: Mirta non dorme mai, perché non ne avverte la necessità. Arriva un'altra non-morta che le dice Ma sei matta? Devi dormire! E Mirta crolla, nel momento meno opportuno, ovviamente. Per quanto sia curiosa di quello che potrebbe succedere nel prosieguo e per quanto vorrei conoscere le Risposte, rinuncio volentieri alla lettura della trilogia. Tempo perso.

Giudizio:

+1stella+

Dettagli del libro

  • Titolo: Non mi uccidere
  • Autore: Chiara Palazzolo
  • Editore: Piemme
  • Data di Pubblicazione: 2012 (ristampa della prima edizione del 2005)
  • Collana: Paperback Adulti
  • ISBN-13: 978-88-566-2723-7
  • Pagine: 427
  • Formato - Prezzo: Brossura - 11 Euro

20 gennaio 2014

Oggetti Usati da Peter McCook - Guglielmo Lorenzo e Tonino Abate

Peter McCook è uno scozzese arrivato dal nulla che lavora in un negozio di oggetti usati nel cuore di Siena, su cui campeggia una grande insegna di legno che recita “OGGETTI USATI DA PETER MC COOK”. Ha una personalità strana, ma mai strana quanto il suo profilo: un naso enorme che spunta da sotto un vecchio cappello sgualcito. Non ama la gente. Ma le persone sì, e ama le loro storie. E più di tutto, Peter ama gli oggetti che di quelle storie sono stati protagonisti, per poi magari essere dimenticati da qualche parte.

Lui quegli oggetti li raccoglie nel suo negozio e li ascolta, in silenzio. Si accende una delle sue Camel senza filtro, si carezza il mento con pollice e indice, e inizia la magia.

Un giorno di un luglio di parecchi anni fa, entra nel negozio di Peter, Giulio, un ragazzo che studia lingue all’ Università di Siena. Da Peter Giulio imparerà che tutto, ma proprio tutto, ha la propria ragione d’essere. Anche una foglia secca che volteggia nell’aria, una vecchia sedia a dondolo o magari un chiodo arrugginito conficcato, apparentemente per caso, in un angolo di una parete buia.

Quell’ incontro segna l’inizio di questa storia. E di tante altre.

Recensione

Oggetti usati da Peter McCook è l'insegna che campeggia sulla porta di un vecchio magazzino e, come il suo proprietario, ha un'età indefinita - potrebbe sembrare appena fatta come avere decine di anni sulle spalle. Il rigattiere si è stabilito a Siena da un giorno all'altro e così apre anche il suo negozio, senza pubblicità né rumore. La voce narrante, un adolescente Giulio alle soglie degli esami di maturità, si accorge per caso di questa novità, passandoci davanti con gli amici e restando catturato dalla musica proveniente da un vecchio giradischi. Qui comincia la sua avventura, fatta di cose vecchie e delle loro storie. Peter, infatti, riesce a percepire il passato degli oggetti che vende e ama raccontarne le storie, a volte tristi, a volte avventurose.

Questo romanzo mi ha ricordato molto una lettura della mia adolescenza, Un mucchio di bugie di Geraldine McCaughrean, ambientato anch'esso in un negozio di robivecchi e il cui protagonista ama raccontare le storie degli oggetti che gli capitano in mano - chissà se ha svolto un ruolo nell'ideazione della storia, o se è solo una coincidenza dovuta all'innegabile fascino degli oggetti di altre epoche giunti fino a noi.

Il Giulio-narratore è quello del giorno d'oggi, trentacinquenne "sposato e tutto il resto", ma il suo parlare è rimasto quello di un giovane, pieno di sogni e di speranze, che preferisce trascorrere del tempo con il "vecchio" Peter piuttosto che con i suoi amici e che da lui si fa prendere così tanto da non prestare troppa attenzione nemmeno al Palio. Manca di una figura paterna e forse è anche per questo che frequenta così assiduamente la sua bottega. Peter ha un passato misterioso, sembra vantare una capacità quasi magica di ascoltare le storie degli oggetti che tocca e accoglie con bonarietà l'intrusione di un adolescente nella sua vita. Sembra non avere soldi, dorme infatti nel magazzino, eppure è circondato da oggetti di pregio, se non di valore, di cui ignoriamo la provenienza e che spesso nemmeno vende. È infatti sua abitudine valutare i clienti per verificare se siano o meno all'altezza degli oggetti che scelgono.

Durante il racconto intervengono altri personaggi, come ad esempio la mamma di Giulio o l'amico di Peter, ma vengono più tratteggiati che ben definiti.

La trama non presenta sorprese, quegli spunti che potrebbero portare a delle svolte non preludono a nulla e la conclusione avviene nello stesso modo in cui il romanzo prende il via: gli autori raccontano semplicemente una storia, con dentro tante storie - e la cosa può piacere come no. Io avrei preferito qualcosa di più, evidentemente condizionata dal romanzo per ragazzi già citato, che mi ha tenuta col batticuore fino all'ultima pagina.

Nel complesso ben scritto e sicuramente piacevole: peccato per quelli che a mio parere sono due difetti. Uno, la voce di Giulio, troppo ingenua anche per un diciottenne e decisamente incongrua anche per un adulto. L'altro, l'aver affidato alla voce di Peter, come in un discorso indiretto, la narrazione delle storie degli oggetti: una scelta che tiene il lettore a distanza, mancando di coinvolgerlo in momenti anche toccanti. A questo aggiungo anche una tendenza eccessiva al "racconto", che fa perdere di freschezza e immediatezza. Per questo la valutazione è penalizzata, con dispiacere visto che gli spunti interessanti non mancano e che la scrittura mostra di essere, in alcuni momenti, vivace e piacevole.

Giudizio:

+2stelle+ (e mezzo)

Dettagli del libro

  • Titolo: Oggetti Usati da Peter McCook
  • Autore: Guglielmo Lorenzo e Tonino Abate
  • Editore: Servizi per il Cinema
  • Data di Pubblicazione: 2013
  • ISBN-13: 9788890935008
  • Pagine: 74
  • Formato - Prezzo: Brossura - 7,00 Euro

10 gennaio 2014

Bianca come il latte, rossa come il sangue - Alessandro D'Avenia

Leo è un sedicenne come tanti: ama le chiacchiere con gli amici, il calcetto, le scorribande in motorino e vive in perfetta simbiosi con il suo iPod. Le ore passate a scuola sono uno strazio, i professori "una specie protetta che speri si estingua definitivamente". Così, quando arriva un nuovo supplente di storia e filosofia, lui si prepara ad accoglierlo con cinismo e palline inzuppate di saliva. Ma questo giovane insegnante è diverso: una luce gli brilla negli occhi quando spiega, quando sprona gli studenti a vivere intensamente, a cercare il proprio sogno. Leo sente in sé la forza di un leone, ma c'è un nemico che lo atterrisce: il bianco. Il bianco è l'assenza, tutto ciò che nella sua vita riguarda la privazione e la perdita è bianco. Il rosso invece è il colore dell'amore, della passione, del sangue; rosso è il colore dei capelli di Beatrice. Perché un sogno Leo ce l'ha e si chiama Beatrice, anche se lei ancora non lo sa. Leo ha anche una realtà, più vicina, e, come tutte le presenze vicine, più difficile da vedere: Silvia è la sua realtà affidabile e serena. Quando scopre che Beatrice è ammalata e che la malattia ha a che fare con quel bianco che tanto lo spaventa, Leo dovrà scavare a fondo dentro di sé, sanguinare e rinascere, per capire che i sogni non possono morire e trovare il coraggio di credere in qualcosa di più grande.

Recensione

Nessuno parla mai di malattia e morte, se non sottovoce, con eufemismi che vadano a smorzare la paura che abbiamo della sofferenza. E meno di queste cose si parla in modo esplicito, più aumenta la paura. D'Avenia va controcorrente, in questa nostra mentalità tutta rose e fiori, raccontando una storia di amore e malattia, di amicizia e morte. E lo fa con garbo, senza cercare il dramma a tutti i costi, senza calcare la mano. Lascia la parola a Leo, adolescente innamorato di Beatrice, che giura essere il grande amore della sua vita pur senza averle mai parlato - come capita a tutti i liceali, prima o poi. Il suo monologo percorre la vita di tutti i giorni, tra scuola calcetto e compiti, con le sfide dell'amico Niko e lo studio con Silvia e le incomprensioni con i genitori. Beatrice è sempre presente, fa capolino nei suoi pensieri anche nei momenti più inaspettati. Il dramma arriva improvviso: Beatrice ha la leucemia. Leo cerca in tutti i modi di starle vicino, con la tenacia che solo un adolescente innamorato conosce, sicuramente goffa ma sincera. Nei momenti di difficoltà, che non mancano, Leo reagisce come un normale ragazzo della sua età, niente eroismi da duro ma solo una grande umanità.

Questo realismo mi ha colpita, da un lato per la crudezza di alcune immagini, inaspettate magari in un young adult, dall'altro perché non propone una caramella che nella realtà non esiste. Certo la trama è scontata, alcune svolte sono ben prevedibili, ma non è una stonatura, anzi lo considero un punto di forza in un romanzo che riesce ad essere allo stesso tempo doloroso e delicato.

Sul finale sono rimasta perplessa: l'epilogo, secondo me, perfetto sarebbe dovuto avvenire a diverse pagine dalla fine. Avrebbe lasciato le cose in sospeso, ma in modo tale che la prosecuzione ideale sarebbe stata comunque ben chiara. Capisco invece la necessità di scendere nel dettaglio, per andare incontro ai gusti dei giovani cui si rivolge l'autore (dubito che il "mio" finale sarebbe stato ugualmente apprezzato), ma anche in questo caso il romanzo sarebbe finito due facciate prima. Ecco, sono queste due facciate che in fondo "stroppiano": una sorta di postilla non richiesta né necessaria, una ciliegina su una torta buona e bella di suo.

Resta comunque un romanzo ben scritto, in alcuni punti commovente il giusto, in altri divertente: si legge in poco tempo, che non sarà sprecato.

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Bianca come il latte, rossa come il sangue
  • Autore: Alessandro D'Avenia
  • Editore: Mondadori
  • Data di Pubblicazione: 2010
  • Collana: Scrittori italiani e stranieri
  • ISBN-13: 9788866210054
  • Pagine: 254
  • Formato - Prezzo: 19,00 Euro

8 gennaio 2014

Windigo - Claudio Foti

Nel buio delle foreste, nel profondo delle terre senza uomini, risuonano storie terribili che farebbero rabbrividire anche l'uomo più coraggioso. Storie di esseri inumani, di entità soprannaturali, di mostri selvaggi. Strane creature dimorano nei recessi delle più lugubri foreste del mondo, ma ce ne sono alcune che vivono nascoste all'interno dell'uomo, abomini invisibili peggiori di qualsiasi altra cosa. Una di queste creature è il Windigo. La sua leggenda è ben conosciuta... ma la sua origine? Siete pronti a fare un viaggio nella sfera mistica dei nativi americani? Usanze e credenze, sapientemente mescolate, porteranno il lettore all’inseguimento di un nemico terribile, mille volte più mortale dell’uomo bianco. Siete pronti a scoprire la verità per quanto terribile essa sia? Incontrerete gli spiriti delle pianure americane, sarete immersi nella danza degli spettri, assaggerete i poteri protettivi dell’acchiappasogni e vi stupirete davanti alla forza e alla determinazione di Marmotta Rossa. Ma alla fine sarete in grado di reggere la verità sull'origine della leggenda del Windigo?

Recensione

Attenzione: seguiranno pesanti anticipazioni della trama.

Il Windigo è una figura della mitologia dei Nativi Americani, assimilabile al Bigfoot; mostruoso nell'aspetto e nel comportamento, si nutre di esseri umani ed è pressoché immortale. Il ritratto che ne fa Foti in questo suo racconto lungo è diverso: ce lo presenta come un demone con sembianze umane e lunghi canini, nel fiore degli anni seppur ne abbia vissuti più di qualche centinaio. Venuto dal Vecchio Mondo, scorrazza nel nuovo continente per placare la sua sete di sangue. I Nativi si accorgono presto che dietro alle morti terribili che turbano la loro quiete si nasconde qualche cosa di mostruoso e inviano un manipolo di sciamani a ucciderlo.

Mitologia, tradizioni Pellerossa, un mostro assetato di sangue, un inseguimento lungo i territori selvaggi d'America: un piatto ghiotto davvero. Peccato che il risultato sia simile alle portate di un ristorante a 5 stelle, piatti enormi e di design che contengono giusto un assaggio di pietanza, sufficiente a stuzzicare l'appetito più che a saziarlo - ma almeno l'occhio e le papille gustative godono, cosa che non vale per il romanzo in questione. Ottime premesse rivelano un contenuto striminzito, per nulla avvincente né terrorizzante, in una forma per nulla originale.

Della cultura dei Nativi Americani ci sono solo le citazioni a inizio capitolo; i riti, più volte nominati nel corso della narrazione, compaiono solo di sfuggita, tanto che viene dedicata maggiore attenzione a un banale acchiappasogni, piuttosto che ad altri momenti ben più complessi e sicuramente meno noti.

I resti del vecchio sciamano furono seppelliti una settimana più tardi col classico rito funebre. Dopo un giorno e una notte di celebrazioni, i Sioux elessero un nuovo uomo medicina.
Aggiungo che nel testo viene citata come "vecchia preghiera cherokee" una nota preghiera contemporanea, attribuita tra gli altri a Francesco d'Assisi ma in realtà composta da Reinhold Niebuhr nel XX secolo (Dio, concedimi la serenità di accettare le cose che non posso cambiare, il coraggio di cambiare le cose che posso, e la saggezza per conoscerne la differenza.).

Il Windigo/Infero assomiglia fin troppo a un vampiro, per origini, canini affilati, sete di sangue, punto debole (il fuoco), immortalità e autoguarigione delle ferite. Una figura simile dovrebbe per lo meno incutere timore, provocare qualche brivido nel lettore, sia anche più rodato nel genere horror, ma non riesce nell'impresa.

Marmotta Rossa, colui il quale prometterebbe di ricoprire il ruolo dell'eroe, sembra lì per sbaglio: giovanissimo per essere uno sciamano tanto potente (?), si muove da solo alla caccia del demone ma viene raggiunto ben prima dell'incontro fatale dai suoi colleghi, uno più strambo dell'altro. Tra tutti, Mascella: ognuno prende il nome dal primo animale che ha ucciso, ma Mascella? Non ci è dato di saperlo. Tornando al protagonista, non può non avere delle visioni, ovviamente oscure, ma la catarsi che ci si aspetta (che banalità) non avviene.

Lo svolgimento si può riassumere in: il mostro uccide, i buoni lo inseguono, il mostro li attacca, i buoni muoiono di morte terribile uno per uno, tranne il protagonista - che ucciderà il mostro? No, scherziamo. Ci penseranno tre orsi spuntati dal nulla - e un altro dei compagni, che poverino condividerà la stessa sorte del mostro. Perché? Non si sa. Come non si sa perché Marmotta Rossa sopravviva (e la storia si conclude proprio con lo sventurato alle prese con questo interrogativo).

Il cerchio si chiude, ma è come se non si fosse mai aperto. Il racconto non suscita riflessioni stimolanti, né risponde agli interrogativi che esso stesso pone. Non brilla per originalità (io ho trovato molto della Rice, nel Windigo) né per accuratezza (che direi assente). Lo stile non si fa distinguere, non resta impresso, non suscita quel brivido di piacere che ci si aspetta da un racconto. Per fortuna l'ho letto in poco tempo, ma non mi sento di consigliare a nessuno di seguire le mie orme.

Giudizio:

Non pervenuto

Dettagli del libro

  • Titolo: Windigo
  • Autore: Claudio Foti
  • Editore: Satzweiss
  • Data di Pubblicazione: 2012
  • ASIN: B009QXIYBO
  • Pagine: 92
  • Formato - Prezzo: Ebook - 1,99 Euro

12 dicembre 2013

Speciale Natale: Fuga dal Natale - John Grisham

Secondo di cinque fratelli, John Grisham è nato nel 1955 a Jonesboro, in Arkansas, in una modesta famiglia del sud (suo padre ha lavorato come operaio edile e coltivatore del cotone). Nel 1983 viene eletto per i Democratici alla Camera dei Rappresentanti del Mississippi, dove resta fino al 1990, pur continuando a esercitare la sua professione di avvocato. Nel suo tempo libero Grisham comincia a lavorare al suo primo romanzo, Il momento di uccidere, che sarà pubblicato nel 1988. A questo ne seguono molti altri (Il rapporto Pelican, Il cliente, L'uomo della pioggia, Il partner, ...), al punto che la rivista statunitense Publishers Weekly lo ha dichiarato "lo scrittore maggiormente venduto degli anni Novanta", con un totale di più di 60 milioni di copie.
I suoi romanzi, definiti gialli giudiziari, attingono a piene mani dalla sua esperienza di avvocato e sono stati oggetto di numerose versioni cinematografiche.


Si avvicina il Natale, e con esso tutto ciò che comporta: una bella festa, certo, forse la più bella di tutto l'anno, ma nel mondo consumista è anche sinonimo di grosse spese per acquistare i regali, gli addobbi, le beneficenze e imbandire le tavole delle famiglie.
L'anno precedente, per questo, la famiglia Krank ha subito un esborso di 6100 dollari. Quest'anno però la figlia Blair, neolaureata, parte per una missione umanitaria in Perù, quindi senza di lei festeggiare il Natale perde di significato. Il signor Luther Krank allora decide di investire più o meno la somma spesa l'anno precedente per una crociera ai Caraibi. Questo significa niente addobbi, niente festa con tutti i vicini, niente beneficenza, niente tacchino, niente regali, niente pupazzo Frosty sul tetto.
L'impresa però non è facile: il Natale è una festa troppo invadente, spinta soprattutto dal consumismo e dall'ipocrisia della gente, con i suoi falsi moralismi.

Recensione

Per una volta, Grisham smette i panni del serioso avvocato e si lascia andare a una commedia leggera e senza pretese: non aspettatevi personaggi di spessore come quelli cui ci ha abituato, conflitti profondi e tensioni insostenibili. Soprattutto non aspettatevi troppa credibilità. Consiglio di prendere questa "Fuga dal Natale" come una pausa tra una lettura seria e l'altra, un gioco tra amici con un pizzico di buonismo tutto americano, che, essendo Natale, proprio non può mancare.
Luther Krank, contabile di mezza età, ha appena lasciato la figlia unica all'aeroporto, in partenza per il Perù dove presterà servizio con i caschi bianchi; per ingannare la malinconia che sembra avvolgere casa, si rifugia con i suoi conti, ma poco ci manca che non resti secco. Calcolatrice alla mano, scopre che l'anno precedente, per le festività natalizie, in famiglia sono stati spesi più di seimila dollari, per lo più per futilità. Quando si dice il caso, nello stesso stabile in cui lavora c'è un'agenzia viaggi che gli propone un'offerta cui non si può dire di no: una crociera nei Caraibi che permetterebbe a lui e alla moglie di andare a quel paese lasciando lo stress del periodo natalizio agli altri.

Tutta la prima parte del romanzo è giocata sulla serie di "no" che i coniugi Krank si trovano a rivolgere alle consuetudini - con Luther duro e puro e Nora che invece deve raccogliere anche le forze che non ha per non cedere nemmeno al minimo compromesso. Niente Natale significa niente albero, né decorazioni, né biglietti di auguri, né cene, né party. Significa anche sentirsi trattati alla stregua di chi ha perso il senno in maniera irrecuperabile.

La seconda parte è un ansioso conto alla rovescia al giorno X, con tutti gli imprevisti del caso da schivare e soprattutto i vicini ficcanaso da tenere a bada. Non mancano le gag divertenti, anche se qualcuna tende allo stucchevole.
Come già accennato, i personaggi non spiccano per il loro spessore, giocando in un caleidoscopio di "tipi" da quartiere della medio-borghesia americana, con le loro fissazioni, consuetudini e regole non scritte. I protagonisti risultano anche un po' antipatici, Luther così fissato con il risparmio e Nora senza un briciolo di carattere: alla fine tutti troveranno il modo di riscattarsi, per un lieto fine che, a Natale, non poteva non mancare.

Una postilla: dal romanzo è stato tratto l'omonimo film con Tim Allen e Jamie Lee Curtis, che la scrivente non ha visto ma si propone di noleggiare quanto prima.

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Fuga dal Natale
  • Titolo originale: Skipping Christmas
  • Autore: John Grisham
  • Traduttore: Tullio Dobner
  • Editore: Mondadori
  • Data di Pubblicazione: 2005
  • Collana: Oscar Bestsellers
  • ISBN-13: 978-88-04-53679-6
  • Pagine: 153
  • Formato - Prezzo: Brossura - 9,50 Euro

10 dicembre 2013

Dire sì è una cosa semplice - Deborah Ameri

Emma lo giura solennemente: non mi sposerò mai. Eppure si ritrova alla vigilia del suo matrimonio, quasi incredula di compiere quel passo. Per arrivare all’altare è servito un amore così grande da sconfiggere le sue diffidenze. Quelle di una bambina cresciuta in un paesino soffocante della provincia italiana e traumatizzata dal divorzio dei genitori. E quelle di un’adulta che ha disimparato ad amare. Attraverso un percorso segnato da ribellione, sofferenze, pregiudizi e dal complicato rapporto con la madre, Emma è protagonista di un moderno romanzo di formazione in cui gli amori folli e impossibili e l’emancipazione dall’ambiente chiuso in cui è nata si incrociano con il suo sogno di diventare giornalista. E proprio quando è convinta di avere preso in mano il suo destino, una devastante tragedia la colpisce. Seguita da una rivelazione che la lascia piena di rimpianti. Solo lui riuscirà a farle ritrovare il suo posto nel mondo. Ma chi è? Chi c’è accanto a lei sull’altare? Il lettore non lo scopre fino all’ultima, appassionante, pagina.

Recensione

Tanto di cappello a un romanzo autopubblicato che non ha niente da invidiare nemmeno a quelli curati da importanti case editrici: finalmente una persona che sa scrivere correttamente e bene (tranne un bis di "ceca" al posto di "cieca", altrimenti sarebbe stato troppo bello per essere vero), e a cui auguro di cuore di continuare su questa strada, ad meliora.
Fin dalle prime pagine il romanzo si presenta come il classico chick-lit, con una giovane donna che si lascia alle spalle il lavoro/la famiglia/gli amici per cambiare città e quindi vita: chi conosce il genere si aspetterebbe di leggere le avventure di una giovane nata e cresciuta in un piccolo paesino alle prese con la grande metropoli, nientemeno che Londra - e senza sapere una parola di inglese. E invece cominciano le sorprese: perché Emma trova il modo di farci fare un tuffo nel suo passato, cominciando dalle elementari via via fino al giorno d'oggi. La piccola Emma fa tenerezza alle prese con le amichette del cuore, le prime cotte e le gelosie; fa ancora più tenerezza immaginarla crescere in fretta per una situazione familiare difficile, papà operaio e mamma che si sente prigioniera di una vita sì scelta da lei ma troppo presto.
Ed ecco il primo bacio, il primo amore, le prime sofferenze e le prime incomprensioni con l'amica di una vita. Ecco l'università a Milano, il primo lavoro, le sbandate e i colpi di testa. Fino a ritrovarla dove l'abbiamo conosciuta, sull'altare in procinto di pronunciare il fatidico sì.
Emma non ha avuto una vita facile, ma nonostante le difficoltà non scende a compromessi, prende quello che la vita le offre e cerca di lottare per ottenere ciò che vuole. In poco più di duecento pagine è difficile condensare tutto il suo vissuto e talvolta avrei voluto che l'autrice approfondisse maggiormente i temi trattati, visto che non sono così leggeri da poter essere affrontati in una manciata di paragrafi. Il padre operaio in una fabbrica siderurgica, con i turni pesanti e lo stipendio che non basta mai. La madre sposa troppo giovane, con ancora tutta una vita da vivere e le ali tarpate. I nonni, sempre presenti ma mai troppo distinti nelle loro peculiarità. Il fratello Daniel, fin troppo evanescente, che se ne va su una nave da crociera e tanti saluti. E tutti gli uomini che incrociano le loro vite con quella di Emma. Il divorzio dei genitori che pesa come un macigno incombente e pronto a crollare in ogni momento.
Certo l'aver semplicemente abbozzato questi temi rende il romanzo più leggero e godibile, il che non è necessariamente un difetto: meglio così che un mattonazzo di formazione pronto a strappare lacrime ad ogni pagina. Ho comunque apprezzato quello che forse rende così particolare il romanzo e lo differenzia dagli altri sul genere, ovvero la quasi totale assenza di dettagli sullo sposo - cosa che immagino non a tutti possa piacere: la storia d'amore della protagonista è descritta con grande delicatezza e semplicità, diventando una sorta di svolta naturale degli eventi, come se tutto quello che Emma ha vissuto fino a quel momento trovasse significato e completezza in quel preciso momento, con quella precisa persona.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Dire sì è una cosa semplice
  • Autore: Deborah Ameri
  • Editore: Youcanprint
  • Data di Pubblicazione: 2013
  • ISBN-13: 9788891119612
  • Pagine: 186
  • Formato - Prezzo: Brossura - 10,00 Euro/ Ebook - 2,68 euro

16 novembre 2013

Sul lato sbagliato della strada - Amanda Mazzi

La Scozia, dalla natura abbagliante, verde e ricca, è testimone della storia di Morgana. Non basta la sua professione di medico, non bastano gli amici c’è qualcosa nella sua vita che non va. Una voglia di scappare da un quotidiano assillante che la rende infelice, inappagata. Una vacanza in perfetta solitudine in una terra amata e da sempre nei suoi sogni può aiutarla a ritrovare un equilibrio e una serenità tanto desiderata.
Ma il suo quotidiano la vita di tutti i giorni la inseguono inaspettatamente fino all’estremo nord della Scozia.

Recensione

Morgana, a causa della fine di una relazione importante, decide di prendersi una vacanza in uno sperduto paesino della Scozia. Qui trova il cottage dei suoi sogni, in senso letterale, e passi. Passi anche che sia a un prezzo stracciato e che sia libero ad libitum. Ma che ci sia pure il bidè, è pura fantascienza. Presto scopriamo che Old Willow così sperduto non è, visto che Morgana si imbatte in due giovani che non solo sono italiani, e per di più suoi compaesani, ma sono pure i due ragazzi per i quali ha un certo debole (Renato Zero e il suo triangolo furoreggiano). A questo punto tanto valeva restarsene a casa propria - anzi, forse sarebbe stato più movimentato, visto che tutto quello che succede tra gli sviluppi di questo in-tre-ccio amoroso è una sterile descrizione della Scozia, del tipo "sono andata, ho visto, ho mangiato, il termine inglese significa questo".
Morgana è medico, ma avrebbe potuto essere architetto o estetista, la sua professione non ci dice niente di lei, né viceversa ha una qualche influenza con la storia. È appassionata di lettura, ma non ci dice cosa sta leggendo. Le piace cucinare, e se anche lo fa discretamente mi sarei aspettata qualcosa di più almeno qui: Benedetta Parodi nei suoi ricettari sa essere più invitante e coinvolgente.
Andrea è un giocatore di rugby-falegname, bellissimo e perfetto, il classico uomo da sposare. Diego è invece un dongiovanni, d'altra parte fa il barista - anche se prima era arredatore d'interni, ma non ci è dato sapere il perché di questa svolta; dalla sua apparizione ci vogliono più di venti pagine perché finalmente ci venga spiegato chi sia. Morgana si trova combattuta tra l'uno e l'altro, entrambi attraenti a modo proprio, eppure per questa sua comprensibilissima indecisione (due uomini per cui nutre già una certa simpatia le si dichiarano nel giro di poco, troppa grazia, sant'Antonio!) si definisce "lupo cattivo" e si sente in colpa come se avesse commesso il peggiore dei tradimenti: queste esagerazioni negli affetti/effetti tornano più volte, eppure restano solo sulla carta, non riuscendo a essere davvero credibili. Cito, ad esempio, gli occhi pieni di lacrime dovuti alla partenza per la vacanza in questione, che essendo appunto una vacanza, seppure lunga, non spiega il perché di tale tragedia. O il "ringraziando il cielo, toccavo di nuovo terra" alla fine del viaggio aereo, che non risulta essere stato penoso né aver provocato chissà quali difficoltà alla protagonista. O, ancora, la sorpresa fatta dalla padrona di casa alla prima cena insieme, che viene vissuta come un tradimento.
L'assenza totale di discorsi diretti, nei primi capitoli del romanzo, rende l'atmosfera pesante e asfittica, come anche le infinite riflessioni del prologo, a rischio claustrofobia. Quando finalmente i dialoghi arrivano, sono di uno stucchevole tale da non risultare per nulla spontanei, conditi poi da punti esclamativi immotivati e, viceversa, spesso fastidiosamente mancanti di virgole dopo i vocativi.
Le descrizioni dei luoghi della Scozia sembrano prese da Wikipedia e in generale si coglie un atteggiamento da "maestrina" che risulta antipatico - io so che tu non sai, quindi ti spiego quello che sto dicendo. C'è modo e modo di rendere partecipe un lettore ignorante (= che non sa), ma in questo l'autrice è fin troppo condiscendente. E giusto per essere puntigliosa, accetto malvolentieri lezioni di inglese da chi non sa che i plurali stranieri non vanno declinati e che l'ormai sdoganato "Sale/saldi" non va comunque al plurale.
Qui mi collego a un tasto dolente, l'ortografia e la grammatica: ho perso il conto dei "te" usati come soggetto, preposizioni messe a caso, un "dopo essermi lasciata" decisamente colloquiale, svariati termini come morbidoso e sbrilluccicoso che stanno bene nel diario delle Winx, non in un romanzo di evasione per adulti.
I cliché si sprecano, a cominciare dall'erba soffice, passando poi per il barman dongiovanni e il già accennato triangolo.
In mezzo a tutto questo, spiccano alcune metafore azzeccate, descrizioni sentite, periodi profondi, che però o si confondono nelle sequenze infinite di azioni di cui la protagonista sente il bisogno di renderci partecipi, o si trovano nel posto e nel momento sbagliato, perdendo di efficacia o diventando noiose.
Questo romanzo non avrebbe dovuto essere pubblicato così com'è. È una questione di rispetto per i lettori, che spendono denaro e tempo per un prodotto non conforme, e anche per l'autrice, che nonostante la cura, la passione e la dedizione sicuramente impiegate viene penalizzata da un lavoro a metà. Manca decisamente una revisione degna di questo nome, per forma e contenuti: il buono c'è, ma si perde in una marea di imperfezioni.

Giudizio:

+1stella+

Dettagli del libro

  • Titolo: Sul lato sbagliato della strada
  • Autore: Amanda Mazzi
  • Editore: Erasmo
  • Data di Pubblicazione: 2013
  • ISBN-13: 9788889530979
  • Pagine: 215
  • Formato - Prezzo: Brossura - 13,00 Euro
 

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