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17 ottobre 2011

La linea verde - Simone Fancelli

Nei dintorni di un paese di montagna, un uomo trova il corpo di una ragazza, svenuta e in gravi condizioni. Al suo risveglio la ragazzina si scoprirà priva di memoria, da quel momento Neve, questo sarà il suo nome, inizia una nuova vita insieme agli estranei che l'hanno accolta, trovando in loro una nuova famiglia. Spesso, frammenti di ricordi affiorano alla sua mente tormentandola; nonostante riesca a instaurare profondi legami con alcuni abitanti del villaggio, vive esperienze singolari che le fanno scoprire di essere diversa dagli altri: Neve è in grado di compiere azioni straordinarie e inspiegabili, possiede un dono che, forse, ha origine da un evento che ha segnato la sua vita. Per cercare di comprendere la propria condizione, decide di spingersi oltre i confini del suo nuovo mondo, in un viaggio che la porterà a scoprire una verità inaspettata. "Sogniamo più o meno un'ora e mezza per notte, nelle restanti ore di sonno ci troviamo in uno stato di incoscienza, non viviamo nella realtà e neppure in un sogno. In pratica durante la nostra esistenza, accettiamo di non vivere per venti anni e di immergerci in un mondo immaginario per cinque..." è una riflessione sconvolgente e affascinante, ma, continua l'autore, "Ancor più affascinante è il risveglio: quando non è indotto da cause esterne avviene spontaneamente. Nessuno può conoscere il momento esatto in cui il nostro cervello si sveglierà al mattino... o nella notte...". Svegliarsi è comunque sempre una bella sensazione.

Recensione

Una ragazzina scampata ad un imprecisato pericolo si sveglia completamente priva di memoria. Viene trovata e accudita da un anziano signore che le darà una casa, una famiglia, una nuova vita. Non sembra un inizio particolarmente innovativo in letteratura ma La linea verde narra di una storia tutt'altro che banale. Innanzitutto il posto in cui la ragazza, poi ribattezzata Neve, apre gli occhi non è un paese tipico: Soulpass si trova in Oregon, "in una delle regioni più desolate della terra" dice William, il vecchio benefattore. Da come ci viene descritto sembra quasi un'oasi di tranquillità circondata da ogni sorta di pericoli: lupi famelici, indiani (quelli d'America: siamo nel 1838) cattivissimi e potenti, orsi feroci, creature e forze magiche di ogni specie che gravitano intorno al misterioso Crater Lake. Ma non è tutto, c'è qualcosa di ancora più inquietante: nel villaggio sembra che nessuno sia mai morto ma in compenso ci sono state innumerevoli sparizioni. Ovviamente la giovane Neve si ritroverà ad affronterà la maggior parte di questi pericoli e pian piano scoprirà in se stessa doti che non sapeva o non ricordava di possedere.

Un po' Dorothy de Il meraviglioso mago di Oz (per la sua capacità di attrarre personaggi talvolta buoni e altre decisamente meno), un po' Lyra di Queste oscure materie (per il suo percorso di scoperta di sé e di crescita giorno per giorno) la protagonista di questo libro affascina e incuriosisce ma suscita anche tenerezza: il lettore la osserverà svegliarsi, porsi delle domande e tenterà, insieme a lei, di ricostruire la sua storia; a fine lettura sentirà di essersi preso cura di lei così come ha fatto William.

Nel corso del libro, l'autore sfiora una quantità di argomenti senza mai fermarsi a lungo su nessuno di essi ma questo procedimento, se da una parte gli impedisce di approfondire il necessario un determinato tema, dall'altra riesce a rendere il racconto più lieve, quasi favoloso. Lo stesso stile adottato contribuisce a spostare la narrazione verso una dimensione fiabesca che l'autore riesce sapientemente a costruire. La scrittura è fluida, scorrevole per gran parte del romanzo salvo poi appesantirsi quando si dilunga in riflessioni etico-filosofiche non troppo originali o quando sembra "inciampare" in costruzioni poco felici. Lasciando da parte qualche intoppo stilistico devo dire però che ho particolarmente apprezzato, di questo libro, le descrizioni che riescono ad evocare luoghi suggestivi e, al tempo stesso, enigmatici e che, insieme all'originalità dell'intreccio, rendono quest'opera davvero interessante.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: La linea verde
  • Autore: Simone Fancelli
  • Editore: Albatros
  • Data di Pubblicazione: 2011
  • Collana: Tracce - Nuove voci
  • ISBN-13: 9788856738827
  • Pagine: 204
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 15,90

24 settembre 2011

L'ultima brigantessa. La vera storia di «Ciccilla» - Rocco Giuseppe Greco

Vigilia di Natale del 1863. La brigantessa Maria Oliverio, detta Ciccilla, nell’immobile buio di un misero capanno, dove ha trovato riparo insieme al marito, il capobrigante Pietro Monaco, Brutta Cera, si lascia assalire dai ricordi che la scuotono e la tengono desta.
Quando il marito è ucciso da tre dei suoi gregari più fidati, Maria non si arrende e assume il comando della banda. Catturata nel febbraio del 1864, è processata e condannata a morte “mediante fucilazione nella schiena”. E’ l’unica brigantessa italiana alla quale è data una tale pena, che però è subito commutata dal Re nei lavori forzati a vita. Rinchiusa nella celebre Fortezza di Fenestrelle, si spegne quindici anni dopo.
La storia, tutta vera, fa cogliere il senso di quell'evento complesso e straordinario quale fu il brigantaggio meridionale e disvela scenari che concordano nell’imputare al processo di unificazione politica dell’Italia e alle sue modalità la nascita di una “nazione forzata”.

Recensione

Maria Oliveiro incontra Pietro Monaco per la prima volta a 9 anni e questo incontro determinerà tutto il suo futuro. Da quel giorno porterà con sé l' immagine di un ragazzo gentile e premuroso che si è preso cura di lei finché, non molti anni dopo, lo sposerà abbandonandosi ad un amore esclusivo e travolgente che la condurrà a scelte ed azioni estremamente pericolose.

La narrazione, affidata alla voce di Maria stessa, è tripartita: in un primo lungo capitolo la brigantessa ricostruisce la sua storia con Pietro, i motivi per cui l'uomo decide di darsi al brigantaggio e quelli che spingeranno lei a seguirlo dopo una iniziale titubanza. Nei successivi due capitoli è la donna, ormai vedova, la protagonista assoluta della storia: è lei che si incarica di dirigere la banda fino al momento in cui non viene arrestata.

La figura che l'autore di questo romanzo ci consegna di Maria è quella di una donna determinata, energica, intraprendente, animata da quella profonda vitalità contadina che è attaccamento alla propria origine e passione viscerale per la vita. Tuttavia, accanto a lei, gli altri personaggi sembrano sbiaditi, quasi un contorno indispensabile ma al quale non si è voluta prestare l'attenzione necessaria per farli "vivere". Persino il marito, il famigerato brigante "Brutta Cera", per quanto idolatrato da Maria, non si rivela il corrispettivo della donna ma risente della sua ombra e non riesce ad emergere dalla carta. Ciò che ne risente di più sono i dialoghi che non appaiono spontanei ma innaturali e artefatti perché pronunciati da personaggi non da persone. Questo è particolarmente evidente nei ragionamenti dei contadini: probabilmente l'autore si è sforzato di ricreare un modo semplice di sentire, di esprimersi e di analizzare gli eventi, ma "tradotti" in lingua italiana questi discorsi sembrano fin troppo ingenui, come proferiti da bambini.

Il romanzo risulta invece molto più convincente ed emozionante quando si tratta di descrivere i mutamenti dell'animo della protagonista: donna fiera e coraggiosa, Maria però non perde mai la sua sensibilità femminile e, in certi punti, si ha davvero l'impressione che sia la donna a parlare.

Per quanto breve, ho trovato poi particolarmente interessante l'ultimo capitolo non solo per la delicatezza del linguaggio nel mostrarci la profonda metamorfosi della brigantessa ormai reclusa ma anche perché punta l'attenzione su un argomento ancora poco discusso, su un capitolo di storia sul quale si preferisce chiudere gli occhi: il "campo di concentramento" di Fenestrelle.

A pronunciarlo, il nome pare quello di una gentile fanciulla o di un fiore di campo o, al massimo di un innocuo insetto e, invece, Fenestrelle è un essere orrendo assetato di vittime: più prigionieri vi portiamo più ne accoglie e divora.

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: L'ultima brigantessa
  • Autore: Rocco Giuseppe Greco
  • Editore: Marco Valerio
  • Data di Pubblicazione: 2011
  • Collana: I faggi
  • ISBN-13: 9788875473105
  • Pagine: 146
  • Formato - Prezzo: Brossura - 14,00 Euro

1 settembre 2011

Dal libro al film: Il senso di Smilla per la neve

Quest' estate anche io ho ceduto al fascino del thriller nordeuropeo, ma sono andata a ripescare un "caso letterario" che risale ai primi anni '90. Si tratta de Il senso di Smilla per la neve, libro dello scrittore danese Peter Hoeg pubblicato nel 1992.

La storia ha inizio a Copenaghen, dove Smilla, una glaciologa di origini groenlandesi appassionata di matematica, vive un'esistenza fatta di silenzio e solitudine ("Per me la solitudine è come per altri la benedizione della chiesa. È la luce della grazia").
Nel muro di ghiaccio in cui Smilla si è volontariamente rinchiusa solo il piccolo Esajas era riuscito ad aprire uno spiraglio, ma ora il bambino è morto.

"Un bambino che nasce è qualcosa da cercare, qualcosa da seguire, una stella, un' aurora boreale, una colonna di energia nell'universo. Un bambino che muore è una crudeltà."
A questa crudeltà Smilla cercherà di trovare una spiegazione grazie al suo intuito e alla sua capacità di comprendere la neve e il ghiaccio, ma si troverà coinvolta in una storia particolarmente intricata che la riporterà al suo paese d'origine.

La trama è ricca, in certi punti sovraccarica, trabocca informazioni scientifiche, excursus etnografici, accenni ai più disparati problemi sociali (dall'alcolismo alla dipendenza da gioco d'azzardo passando per la droga). La scrittura è frammentata, fatta di pensieri apparentemente incompatibili con la storia, di ricordi, di flashback nei quali però l'autore utilizza sempre il presente, quasi a voler intersecare in un tempo indistinto i diversi piani temporali. Per questi procedimenti narrativi e per la complessità dell'intreccio non sarà sempre facile per il lettore riuscire a seguire Smilla senza smarrirsi fra i ghiacci della Groenlandia o nelle atmosfere grigie di Copenaghen. Tuttavia proprio questo mix di elementi conferisce incisività al romanzo, il ritmo è volutamente lento, non si tratta di una lettura scorrevole, la scrittura di Hoeg non scivola ma, al contrario, scava, arriva nel profondo.

Nel 1997 il regista Bille August ha tratto da questo libro un film dallo stesso titolo che vede Julia Ormond nei panni di Smilla e Gabriel Byrne in quelli del coprotagonista.
La sceneggiatura di Ann Biderman è piuttosto fedele al libro (anche se la narrazione, per ovvi motivi, viene resa in modo più lineare), le battute dei personaggi riproducono gli stessi dialoghi che troviamo nel romanzo. Tuttavia non si ritrova nel film lo stesso pathos, la stessa intensità che era essenziale nel libro. Credo che questo dipende dalla protagonista, vero punto debole del film: la Smilla di Hoeg ha una personalità molto complessa, forte, anticonvenzionale, incapace di guardare il mondo con l'ottica europea; quella del film non ha più la stessa forza, è banale, prevedibile sembra fin troppo omologata ai nostri standard.
Per quanto riguarda le immagini ho trovato molto belle quelle ambientate in Groenlandia, davvero evocative, molto meno quelle che riguardano Copenaghen (in realtà potrebbe trattarsi di una qualsiasi città innevata) che non riescono a rendere il senso di oppressione che è così evidente nel romanzo.


26 luglio 2011

Gli scarafaggi non hanno re - Daniel Evan Weiss

A popolare felicemente il pavimento della casa di Ira Fishblatt è una banda di strani scarafaggi filosofi: Bismarck, Rosa Luxemburg, Goethe, Spic&Span, Ajax, Numeri, Ivory... Conducono una piacevole convivenza con Ira, un giovane pigro, disattento e disordinato, che non si cura delle blatte e anzi distribuisce loro una gran quantità di cibo. Peccato che la nuova fidanzata, Ruth Grubstein, si trasferisca, armi e bagagli, a casa sua, portando con sé la mania delle pulizie. Stanati, affamati, perseguitati, i poveri scarafaggi, sembrano soccombere quando uno di loro, Numeri, il geniale narratore, della storia, propone un piano diabolico... E' così che prendono forma le gesta del "popolo" degli scarafaggi, la guerriglia, le battaglie in campo aperto, gli amori, i sogni, le lacrime e il furore di una comunità condannata all'estinzione. Comico e drammatico insieme, certamente paradossale e grottesco, questo grande romanzo, che Daniel Pennac ha definito "formidabile", è stato un grande successo in Francia.

Recensione

Ammetto di essere di gusti un po' difficili. Al ristorante sono capace di studiare il menu per un'ora prima di fare la mia scelta e lo stesso accade spesso in libreria. È raro quindi che mi ritrovi per le mani qualcosa che mi faccia proprio schifo (libri da voto minimo, per intenderci) e quando accade, evito di parlarne perché mi hanno lasciato così poco che non saprei cosa dire. Questa volta però la delusione è stata troppo intensa e quindi ho scritto di getto questa recensione.

La trama mi appariva simpatica e originale, nella quarta di copertina avevano scomodato addirittura Pennac a cantarne le lodi, il commesso della libreria me lo ha consigliato con un sorriso raggiante (ok, quello magari era solo particolarmente zelante nello svolgere le sue mansioni!) e mi sono ritrovata per le mani la più grossa delusione della mia carriera di lettrice.

Comincio a leggere: 10 pagine, 20 pagine, 50 pagine e fin qui tutto bene, lettura davvero divertente. L'idea di fondo è buona: mamma scarafaggio depone le uova nella libreria e le piccole blatte si nutrono della colla del libro in cui sono nati e, al tempo stesso, ne assimilano il sapere. Dal libro-casa prendono anche i nomi, troviamo quindi un Numeri, una Rosa Luxemburg, Un Bismark, un Hegel e così via. L'essere umano viene visto con l'occhio dello scarafaggio disgustato dalle strane abitudini del sapiens. Vivace, pungente lo stile, un po' ricorda quello del creatore della grande tribù Malaussene.
A un certo punto però la trama devia, non ne ho ben chiare le motivazioni ma ci ritroviamo impantanati in un noioso resoconto delle scaramucce che avvengono non solo tra popolazione umana e insetti ma anche all'interno della stessa società "scarafaggesca". Capitoli e capitoli vengono spesi per descrivere nei minimi dettagli le geniali trovate degli scarafaggi che non avranno esito alcuno. Decine di pagine ancora sono poi dedicate agli accoppiamenti, sia umani che animali, che riferiscono dettagli che saremmo stati ben lieti di ignorare. Anche lo stile ne risente: si appesantisce, manca del brio iniziale, si involve, ripiega su stesso e non trova più una decente via d'uscita.

Se amate in modo particolare gli sproloqui su escrementi, apparato genitale femminile e scarsa igiene degli appartamenti mi sento di consigliarvi questo libro. In caso contrario lasciate perdere.

Giudizio:

+2stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Gli scarafaggi non hanno re
  • Titolo originale: The roaches have no king
  • Autore: Daniel Evan Weiss
  • Traduttore: Bruno Amato
  • Editore: Feltrinelli
  • Data di Pubblicazione: 2002
  • Collana: Universale economica
  • ISBN-13: 9788807816079
  • Pagine: 248
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 8,00

12 luglio 2011

Nuda vita - Daniela Frascati

Il corpo è quello di una ragazza qualunque, Delfina, che in seguito ad un incidente stradale entra in quel sonno profondo di cui non è dato sapere nulla.
Chi rimane sveglio invece sono tutte le persone che dall'altra parte, in una stanza di ospedale, le ruotano intorno con un solo imperativo categorico: farla svegliare. E se fosse proprio lei a non volersi svegliare? Da una parte, i pensieri e le visioni di una giovane donna in coma.
Dall'altra, la girandola di amici, parenti e familiari che si affollano sul guscio apparentemente vuoto della protagonista.
Un’opera struggente di Daniela Frascati, che esplora su un duplice binario la vita e ciò che di essa rimane.

Recensione

Nuda Vita è un romanzo, per così dire, doppio nel senso che si svolge su due binari paralleli: quello che coinvolge il viaggio in se stessa di Delfina in un mondo di sonno dal quale non vuole tornare e quello reale, in cui Delfina è solo un corpo in balia delle ansie e delle aspettative della madre, del fidanzato, dei parenti. Il romanzo alterna la narrazione di quanto accade intorno alla ragazza in coma alla descrizione delle sensazioni che attraversano il suo mondo interiore. Nel mondo reale il tempo scorre lineare e inesorabile, ogni azione è calcolata e organizzata da Fiore, la mamma di Delfina, che pretende di gestire la vita della figlia anche ora che è in coma e percepisce l'assenza e il rifiuto della figlia a tornare come una sfida alla sua autorità. Intanto invece Delfina è chiusa in un universo inconsistente dove il tempo non esiste e si trova a percorrere strade talvolta avvolte dal buio più denso e altre volte pericolosamente vicine al "limite".

Sono sottoposta al vuoto come un pendolo che nel vuoto trova la sua ineluttabile ragione, rapito dalla vibrazione che lui stesso genera e da cui è generato.

Tuttavia quello del coma non è il tema centrale del libro, è solo il punto di partenza per parlare di mille altri argomenti: il rapporto tra una madre asfissiante e una figlia all' apparenza troppo remissiva, il complicato contesto familiare, l' amore estremo e travolgente che la Frascati sa descrivere con grande abilità. Vero fulcro del romanzo però è la scissione tra mondo interiore e mondo corporeo che è anche il motivo per cui Delfina ha perso se stessa e non può ritornare alla vita:

Ma, io, non sono quel corpo. Più lo manipolano e credono di incrinarne l’involucro per portarmi fuori, e la paratoia che ci divide appare esigua e cedevole, tanto più sono lontana. Io non sono dove loro mi cercano.

E proprio questa frattura risulta, non solo la cifra caratterizzante, ma anche l' elemento di maggiore interesse del romanzo. Lo stesso linguaggio rispecchia questa dualità: intenso, concreto, strutturato nelle parti narrative diventa sfumato, rarefatto, quasi poetico quando si fa espressione in prima persona di Delfina.

L' unica cosa che mi ha lasciata perplessa di questo libro è stato il finale, a mio avviso, un po' troppo frettoloso. Daniela Frascati mi aveva sorpreso per la sua imprevidibilità, per l' originalità dei suoi fulmen in cauda ma in questo l' elemento finale mi appare troppo in contrasto col resto della narrazione, come se stonasse. Detto questo, mi sento comunque di affermare che Nuda vita è un libro che va letto non solo per la raffinatezza dello stile ma soprattutto perché riesce a racchiudere la "Vita" e a farcene comprendere la potenza.

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Nuda Vita
  • Autore: Daniela Frascati
  • Editore: Absolutely Free
  • Data di Pubblicazione: 2011
  • ISBN-13: 9788897057161
  • Pagine: 152
  • Formato - Prezzo: Ebook - 4,99 Euro

28 giugno 2011

Chi di noi due - Renata D' Amico

C’era un ragazzo chiamato Michele, come l’arcangelo, nato senza il mignolo del piede e soprannominato per questo l’Incompleto. Era cresciuto con suo nonno a Villa Paradiso e da grande voleva fare il poeta viaggiatore.
C’era poi Iris la matta, quella che parlava con gli angeli e che Michele, da bravo eroe, voleva liberare e portare con sé. Iris viveva a Villa Paradiso.
Rosetta la sarta, mamma di Michele, aveva una certa abitudine: cuciva, cuciva, ma non levava mai il filo dell’imbastitura, un po’ come se lasciasse le cose a metà. Rosetta era sposata con Giovanni, un uomo grezzo come il sale che scavava. Giovanni voleva che Michele facesse il giudice. Non avrebbe mai capito suo figlio.
Il nonno di Michele non si arrabbiava mai e aveva tanta pazienza, quella pazienza che nasce in chi ha a che fare con la natura, perché sa che per ogni cosa ci vuole il suo tempo. Non si può dare fretta a un fiore.
Villa Paradiso accoglieva anche il nonno. Strano nome per un manicomio.

Recensione

Michele nasce a mezzanotte, come David Copperfield gli piace pensare, e nasce privo del mignolo del piede destro.
Se fosse nato in un'altra parte della terra, avrebbe significato che il bambino era destinato a grandi cose, ma qui, a questa latitudine, indicava semplicemente che Michele era un piccolo essere umano segnato dalla sfortuna. Quasi fosse che il destino di ciascuno sia deciso dal parallelo in cui nasci.

Alla sua latitudine Michele è, per tutti, l' Incompleto tanto che lui stesso sente la mancanza di qualcosa che ricerca ossessivamente nelle tasche, sotto i polsini della camicia, dietro il bavero della giacca. Per ogni persona del paese, per i compagni di scuola, per i suoi stessi genitori Michele è un enigma indecifrabile e non per la sua anomalia fisica ma perché quell'anomalia sembra condurre a qualcosa d'altro, ad un legame misterioso con la dimensione angelica e al tempo stesso con quella demoniaca. Michele resta un mistero per tutti. Per tutti, eccetto che per Iris.
Iris... La sua stella polare, Iris la musa e il sole che sorge, Iris il suono che giunge leggero alle orecchie, Iris la luce che illumina il cammino.
Da bambina, i genitori di Iris l'avevano soprannominata "signorinano" e, giunti al punto di non sapere più come gestire tutti i suoi no, l' avevano spedita a Villa Paradiso. Ed è lei, è proprio Iris, Iris la matta l'unica che riesce a comprendere Michele, a comunicare con lui, a raggiungerlo realmente. Iris è anche l'unica che non pretende di tenere Michele ancorato alla terra, con i piedi ben piantati al suolo ma lo lascia libero di volare e di sognare.

Di questo libro ho apprezzato particolarmente il modo in cui vengono tratteggiati i personaggi: i genitori di Michele, come tanti genitori reali, incapaci di accettare che quel figlio può aver voglia di fare un percorso diverso da quello che avevano progettato per lui; il nonno che, al contrario, cerca di insegnargli a camminare con le proprie gambe; e in mezzo Michele con le sue incertezze, le sue scelte da fare, i sensi di colpa, le paure.

Renata D'Amico ci fa entrare in questa storia in punta di piedi, con la delicatezza di chi ti prende per mano per mostrarti qualcosa di importante. Man mano che si va avanti nella storia però sembra che il suo passo diventi più spedito e quasi si fa fatica a starle dietro, a capire dove ci sta conducendo, ad un certo punto sembrerà di aver imboccato la strada sbagliata, ma era proprio lì che voleva portarti, al punto di svolta inatteso per poi lasciarti ad assistere al sorprendente epilogo.

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Chi di noi due
  • Autore: Renata D'Amico
  • Editore: Absolutely Free Editore
  • Data di Pubblicazione: 2011
  • Collana: Penelope
  • ISBN-13: 9788897057246
  • Pagine: 110
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 9,90

15 giugno 2011

Intervista a Daniela Frascati, autrice di "Amori anomali"

L'autrice

Daniela Frascati è nata in Toscana, ad Abbadia San Salvatore. Ha un figlio e una figlia, che ama definire "il suo sole e la sua luna", e cinque gatti. Vive a Roma dove ha lavorato come assistente parlamentare per un Gruppo della sinistra italiana e presso la Direzione Nazionale dello stesso Partito. Da anni impegnata nelle politiche della differenza di genere, nel sindacato e nel sociale, anche come organizzatrice di eventi culturali. Ha ideato e condotto, per Radio Città Futura (1996), una trasmissione dal titolo “Il Pane e le Rose” sulla cultura e il pensiero femminista. Ha collaborato con vari giornali territoriali.



Il libro

Amori anomali si compone di cinque racconti ognuno dei quali racconta di una storia d'amore sui generis, ambientati in diversi luoghi e tempi. Protagoniste di queste storie sono quasi sempre adolescenti all'affannosa ricerca dell'amore visto come unica via per raggiungere la serenità ma che, una volta incontrato, si rivela una potenza devastante.





L'intervista



Buongiorno Daniela, grazie per la tua gentilezza.

Buongiorno a te, Livia.


Innanzitutto ti faccio i miei complimenti per Amori anomali. Vorrei subito chiederti di spiegarci perché hai deciso di trattare l’aspetto “anomalo” dell’amore.

Grazie, i complimenti fanno sempre piacere, spero lo stesso piacere che si ricava leggendo questi racconti.
L’amore che volevo misurare in queste storie si porta dentro molte anomalie; quella di un corpo “diverso” in un momento storico in cui la diversità è una condanna sociale; l’amore accecante, al limite della pedofilia e quasi dell’incesto, tra don Ermanno e Anella, la ragazzina che alleva come una figlia; l’amore come trascendenza mistica che s’imprime nel corpo e lo segna; l’amore come mescolanza estrema di due corpi che attraverso un rito magico si fondono.
Le protagoniste femminili sono quasi tutte ragazzine poco più che adolescenti per le quali il corpo è, nello stesso tempo, straordinaria dimensione vitale e luogo di un destino impietoso e inesorabile. Ciò che accomuna le ragazzine, come del resto gli altri personaggi che ne attraversano le vite, è il disperato e struggente bisogno di amore, un amore a volte al limite dell’anomalia, appunto, un ibrido che mescola sacro e profano, mondo reale e mondo immaginario e che fa di tutti, poveri esseri che trascinano una sofferenza che non sanno neanche nominare.


Secondo te, riferendosi all’amore, si può parlare in qualche caso di “normalità”, non sarebbe una banalizzazione di un sentimento tanto vitale?

L’amore è, secondo me, una sorta di stato di Grazia, soprattutto se ricambiato, in cui chi ama fa dono di sé, nella pienezza del suo essere, corpo e anima e, questo stato di grazia, compie il miracolo, per chi lo sa riconoscere, di rivelare cose e dimensioni di cui non sapeva e non conosceva la profondità. Non c’è nulla di “normale” nell’amore così inteso. È un amore/passione, dimensione totalizzante ed estrema, qualcosa che sconvolge la vita ma la restituisce nella sua pienezza. Non importa quanto dura; quando c’è, è una dimensione che segna e sovverte anche le vite più normali.


Nei tuoi racconti la ricerca dell’amore e quella di una esistenza diversa vanno di pari passo. Possiamo dire che le protagoniste delle varie storie vedono l’amore come la via che le porti alla completezza, alla realizzazione di se stesse come persone?

L’anomalia di questi amori è proprio nel fatto che queste giovani donne sono “prese d’amore” da e per uomini o passioni più grandi di loro. Sono “cercatrici di amore” malgrado loro, poiché la condizione sociale in cui vivono, solitudine, povertà materiale e soprattutto affettiva, le espone a questa “ricerca”. In queste storie, l’amore, nelle sue accezioni più complesse, anche morbose, come appunto in don Ermanno, è “l’unica” possibilità per affrancarsi da una vita di solitudine e miseria affettiva e materiale. Ed anche l’unico modo perché il proprio corpo acquisti identità e valore.


Dal libro emerge però anche un altro aspetto dell’ amore: viene definito “contagio”, descritto come una forza devastante che non permette di sottrarsi alla sua potenza. Quale delle due visioni è più vicina al tuo modo di vivere l’amore?

L’amore, è un contagio, una malattia che attacca tutti gli organi e i sensi: il cuore, la mente, il gusto, l’olfatto, il tatto… Tutto di noi è “contaminato” da questo stato alterato di coscienza che ha quasi sempre una durata temporale limitata, poi si torna, alla normalità. Non so se sia un bene, ma succede così. Chi è stato segnato, però, da questo genere di amore non sarà più lo stesso di prima.

L’amore è dunque, per tutti, un territorio di scoperta ma è anche necessario possedere e costruirsi gli strumenti per misurare questo sentimento che coinvolge l’interezza della persona. Corpo, psiche, mente, anima, come dimensione che fa entrare in relazione e “armonizza” il proprio sé e la connessione con gli altri. Per questo io penso che sia vitale accondiscendere alla potenza dell’amore/passione ma anche saper trarre da questa forza, consapevolezza e coscienza di sé e dell’altro.


Tra i vari personaggi dei cinque racconti quelli che mi hanno incuriosito di più sono don Ermanno e Maria Nives, ce n’è uno al quale sei particolarmente legata?

I miei personaggi mi legano tutti. Loro vivono di me e io attraverso loro approdo in quel mondo parallelo che la scrittura sa generare. Ognuno me ne mostra una parte, quella che le sue emozioni e la sua presenza sanno evocare.
Devo dire però che alcuni dei personaggi hanno tratti e caratteri che mi intrigano ancora e che non ho esaurito nei racconti. Don Ermanno, per esempio, la sua passione cieca e allo stesso tempo la sua intransigenza che lo fa aspettare anni finché ciò che ha deciso per sé e per Anella si compia. Con altro nome e in altri modi, sono sicura che tornerà nelle mie storie.


Prima che scrittrice lei è stata impegnata in politica e nel sociale, come è approdata alla narrazione?

La scrittura è una lunga frequentazione. Per lungo tempo ho però scritto cose frammentarie, appunti, considerazioni che poi finivano gettati via. Poi, anche l’impegno politico e sociale ha comportato un rapporto con la scrittura; si scrivono relazioni, ricerche, sintesi di riunioni o incontri. Senza parlare poi del lavoro di assistente parlamentare che ho svolto per diversi anni. Interpellanze, interrogazioni… un’abitudine quotidiana con una scrittura che mi avrebbe quasi insegnato l’asciuttezza e la sintesi se io non amassi invece una scrittura, “barocca”, carica di metafore e di colore.
La narrazione è arrivata negli ultimi quindici anni, privilegiando, anche per motivi di tempo, le short stories, come sono appunto questi racconti. A dire la verità, scrivo di tutto, favole, racconti erotici, narrativa a sfondo sociale, romanzi. Tra qualche giorno uscirà, in cartaceo, per l’editore Absolutely Free, un mio romanzo dal titolo Nuda Vita che finora è reperibile un ebook.
Penso che scrivere sia anche, e soprattutto, raccontare storie, affabulare, coinvolgere, prendere il lettore per mano e stringere con lui un patto capace di “costringerlo” a seguire colui che racconta, ovunque, in qualsiasi dimensione reale o fantastica, immanente o metafisica.


Che rapporto ha con la letteratura, con i libri in genere? Ci sono degli autori che l’hanno influenzata in qualche modo?

Amo i libri e ne sono una divoratrice. Ne sono sommersa, credo di avere più di seimila volumi che non stanno più negli scaffali e me li ritrovo ovunque. Ho sempre letto molto, fin da bambina. Mio padre mi accompagnava ogni settimana alla biblioteca comunale di Abbadia San Salvatore, dove ho vissuto fino a tredici anni; tornavo a casa carica di volumi, non sempre adatti a una ragazzina della mia età. Ricordo la noia infinita della lettura di Tartarin di Tarascona e l’inquietante suggestione del romanzo Dorian Grey. Ma leggevo anche Piccole donne e Le avventure di Tom Sawyer, Alice nel paese delle meraviglie e Il meraviglioso mago di Oz. Da adulta ho letto e leggo tantissimo e non solo narrativa. Ho una passione per la letteratura ispano-americana, e credo si percepisca nella mia scrittura, in particolare in questi racconti. Borges, Marquez, Sabàto, tanto per dirne alcuni. Poi Tony Morrison, Yourcenar, Angela Carter, con cui ho molte assonanze anche nelle tematiche, e ancora Kafka, soprattutto Il castello, che sto rileggendo per l’ennesima volta, e Saramago, di cui ho appena terminato La Caverna e Murakami Haruki che è la mia passione letteraria più recente. Di lui ho letto tutto ciò che è stato tradotto in italiano e sto aspettando con ansia l’ultimo romanzo, 1Q84.


Puoi anticiparci quali progetti hai in serbo per il futuro?

Ho l’abitudine di scrivere più cose contemporaneamente, così come di leggere più cose allo stesso tempo. Sono alle prese con due romanzi che vorrei terminare, ci lavoro da anni, Il primo è molto complesso nella struttura e nell’intreccio, non ha un titolo nemmeno provvisorio, o meglio ne ha molti, poi deciderò; l’altro è un romanzo più breve, titolo provvisorio, Fatta di Piume.
Sono due storie diverse tra loro, anche per l’ambientazione. Fatta di Piume racconta di una traversata su una nave all’inizio del ‘900, forse ha echi da romanzo gotico, ma tutti e due hanno in comune la tematica che di fatto attraversa molte delle storie che scrivo: la dimensione inquietante che si accompagna alla realtà del mondo che cade sotto i nostri sensi alla quale le nostre paure spesso danno corpo e vita.


Ti ringrazio ancora e ti saluto.

Sono io che ringrazio te e La Stamberga dei Lettori.

8 giugno 2011

Vendetta! - Marie Corelli

Immaginate che i vostri parenti e amici vi credano morti di colera. Di essere sepolti vivi e di risvegliarvi in una bara. Adesso, immaginate il disperato tentativo di risalire alla luce dagli oscuri meandri della vostra tomba per poi scoprire qualcosa di ancora più terribile... Nella Napoli di fine Ottocento, il conte Fabio Romani scopre un'atroce verità e decide di mettere in atto il suo castigo. Irriconoscibile e invecchiato dal colera, il conte assume una nuova identità e trova il modo di reinserirsi nell'alta società partenopea, riallacciando così sotto mentite spoglie il rapporto con la moglie che lo crede morto. Il tutto per portare a termine il suo diabolico piano di nemesi. "Vendetta!" è un'opera che celebra la follia, l'orrore e la decadenza umana al massimo stadio di degenerazione, e che ha fatto di Marie Corelli la regina del tardo-gotico di età vittoriana.

Recensione

La Vendetta così come la concepisce Marie Corelli è decisamente un piatto da servire freddo, o meglio, gelido come la cripta che accoglie le spoglie, mortali ma non morte, del creduto fu Fabio Romani.
Novello Edmond Dantes, il nostro conte si fa beffe della tomba risorgendo più ricco che mai e pronto a deporre i suoi tesori ai piedi della sua angelica moglie, ma il destino ha in serbo per lui un altro tiro e gli tocca assistere, da un posto di prima fila, alla metamorfosi dell'angelo in demone tentatore e traditore.

Ha inizio così questo secondo romanzo della scrittrice di età vittoriana Marie Corelli, datato 1886 e per la prima volta tradotto in italiano. Voce narrante dell'opera è lo stesso Fabio:

Io che scrivo queste pagine, sono morto. Legalmente morto - le prove sono evidenti - morto e sepolto!
E la sua è una voce amara, disillusa, è la voce di chi ha deciso di portare a termine ciò che il colera aveva iniziato: uccidere se stesso, uccidere l'ingenuo conte Romani per rinascere come il cinico e freddo Cesare Oliva. Trasformazione, va detto, alquanto miracolosa, che avviene nel giro di qualche giorno grazie all'osservazione di un vecchio lord inglese dal quale il redivivo conte mutua gesti, atteggiamenti, tono di voce e fa un lavoro così accurato che neppure sua moglie sarà in grado di riconoscerlo.
Tornato dall'oltretomba Fabio Romani si fa artefice della sua vendetta diventandone sceneggiatore, regista ed interprete principale e ponendo una cura maniacale ad ogni dettaglio:
Andai a dare un' occhiata al palcoscenico allestito per un'importante scena del mio dramma, e controllai che l'ambiente, le luci e gli effetti generali fossero tutti in perfetto ordine.

Le scenografie sono impeccabili e tratteggiate con tale cura dall'autrice da farci pensare che, più che narrare una storia, ella stia mettendo in scena una revenge tragedy, genere tanto caro a Shakespeare che nel libro viene definito "il miglior poeta del mondo".

Nel libro si intrecciano i più diversi generi letterari: dal racconto di memorie al romanzo gotico passando per il feuilleton e il melodramma. Il risultato è una miscela che in certi punti risulta efficace e coinvolgente ma in altri stanca ed annoia il lettore. Questo avviene soprattutto quando l'autrice dà sfogo alle sue pretese moralizzanti e comincia lunghe tirate sulla corruzione del suo tempo e sulla disonestà delle donne dell'alta società, che se in un primo momento servono a meglio caratterizzare la personalità del misogino conte, a lungo andare risultano ripetitive e infarcite di luoghi comuni.

Noi uomini di mondo, che abbiamo una posizione da mantenere, consideriamo poco o niente la femminilità contadina; dobbiamo sposare le "signore", le ragazze cosiddette "raffinate [...] mentre le fanciulle immacolate come Lilla diventano troppo spesso schiave nelle case di comuni artigiani o braccianti.

Una nutrita serie di topoi viene snocciolata anche per caratterizzare Napoli e i suoi abitanti che, ovviamente, vivono cantando canzoni d'amore, bevendo caffè a tutte le ore, suonano il mandolino e ballano per riscaldarsi durante l'inverno "o ciò che i napoletani riconoscono come tale" perché a Napoli, si sa, il sole non scompare mai (ad eccezione del momento finale, ma solo per attingere ad un altro topos letterario: quando uno sta per raggiungere il culmine della sua vendetta la tempesta è d'obbligo).

Fatta eccezione per queste parti che agli occhi dei lettori contemporanei risultano anacronistiche, credo che l'esperimento della Gargoyle sia interessante perché permette la riscoperta di una personalità singolare come quella della "Queen of Victorian best-seller".

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Vendetta!
  • Titolo originale: Vendetta! The story of One forgotten
  • Autore: Marie Corelli
  • Traduttore: M. Meloni
  • Editore: Gargoyle Books
  • Data di Pubblicazione: 2011
  • Collana: Storie
  • ISBN-13: 9788889541548
  • Pagine: 345
  • Formato - Prezzo: Brossura - 15,00 euro

30 maggio 2011

La frivolezza del cristallo liquido - Irina Turcanu

Marta ha solo sedici anni, ma dietro i suoi occhi così belli si nascondono le incisioni di segreti inconfessati. Chisinau, Moldavia… La gioventù finisce presto, da quelle parti. La spensieratezza non c’è. La vita è dura, violenta. Se si è donne, giovani, carine si corre il rischio di finire sopraffatti. Come Marta, violabile e violata, colpevole senza colpe, eroina al contrario di una storia senza speranza. E in cambio c’è solo vendetta, morte, e altra sopraffazione.
La “Frivolezza” è quella dei sogni rincorsi. Ma la storia è densa, proprio come “il cristallo liquido” nel quale si annullano e trasformano gli anni teneri di una gioventù bruciata dagli altri.
Irina Turcanu scrive questa sua cronaca dei nostri tempi con mano intenerita e partecipe, eppure senza fronzoli, senza mediazioni. Il romanzo di una giovane scrittrice rumena, oggi italiana. Di cui sentirete ancora parlare.

Recensione

Marta, alla tenera età di dodici anni, aveva intravisto una verità: con gli uomini bisognava fingere.

Ne è convinta Marta: fingere, dissimulare è l'unica possibilità per sopravvivere a Chisinau! Così passa l'infanzia e l'adolescenza mentendo ad un padre retrogrado, ad una madre bigotta, al fratello, alle amiche, ai ragazzi, alla nonna. Mente Marta perché si sente fragile come il cristallo ma non ha intenzione di farsi infrangere, quindi adotta la maschera della ragazza disinvolta e insensibile. Mentendo, un po' anche a se stessa, fabbricandosi speranze puntualmente disattese, cresce, indubbiamente troppo in fretta e si trova a scontrarsi con una realtà così crudele che non valgono le sue finzioni a rendere meno amara.

Quello che la Turcanu delinea in queste pagine è il ritratto di una società che stupisce per il suo anacronismo: Un uomo non violenta mai una donna se questa non fa qualcosa per attirarlo, continua a ripetere il padre di Marta, come a dire che se la donna resta al suo posto (a casa a filare la lana?) non corre il rischio di essere importunata e non fa venire strane idee in testa a poveri uomini, stupratori di minorenni.

È un libro che dà fastidio questo perché incrina la nostra illusione di ormai raggiunta parità dei sessi, ma è anche un libro che fa bene perché costringe a prendere atto del fatto che ancora troppo spesso la donna non è altro che un capriccio, una merce di scambio, privata della possibilità di esprimere la sua volontà, capace di soddisfare il suo acquirente per qualche notte appena prima di essere ceduta al prossimo.

Una piccola nota personale: lo stile dell'autrice è chiaro e lineare, ma certe volte troppo piano, sembra quasi prendere le distanze dalle brutalità che racconta. In certi punti lo avrei forse preferito più aspro, più "incazzato".

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: La frivolezza del cristallo liquido
  • Autore: Irina Turacnu
  • Editore: Absolutely Free
  • Data di Pubblicazione: 2011
  • Collana: Penelope
  • ISBN-13: 9788897057239
  • Pagine: 143
  • Formato - Prezzo: Euro 9,90

23 maggio 2011

Amori anomali - Daniela Frascati

Magia, misticismo e suggestione entrano con prepotenza in questi cinque racconti costruendo paradossi al limite e, a volte, al di là della logica. È così possibile che, grazie a un rito magico, in sogno ci si possa mescolare e diventare un solo essere fatto di due anime. Ci si possa innamorare di una santa e uccidere per lei, si possa arrivare a compiere delitti efferati suggestionati da una credenza. Le protagoniste delle storie, che si sviluppano in ambientazioni anche temporali diverse, sono ragazzine adolescenti.
La povertà affettiva in cui vivono le rende fragili entità in balia di un mondo dove non c’è nessuno a raccogliere le loro paure e a consolare la loro solitudine. Tutte convivono con la crudezza di un’esistenza marginale dove il disperato e struggente bisogno di amore, a volte al limite dell’anomalia, sembra essere l’unica possibilità per affrancarsi dal destino infelice che le ha segnate.

Recensione

Sono cinque i racconti nati dalla penna di Daniela Frascati che compongono questo libro, cinque storie che toccano diverse ambientazioni, diverse culture, diverse credenze ma personaggi simili. Le giovani donne protagoniste di questi racconti si sforzano di sfuggire ad una vita inappagante, una vita che non appartiene veramente a loro, ma che le trascina nel suo corso senza farle sentire padrone di se stesse.

Mi stanno dicendo che sono una creatura del mondo intermedio. Che non appartengo agli uomini. Al momento della nascita sono stata toccata dalle mani intriganti del caso e si è confuso tutto. Non è in quella periferia di lamiere che dovevo venire al mondo. Ero destinata alla dimensione degli esseri felici.

È Maria Nives, protagonista del secondo racconto, Come vuole il destino, a pronunciare queste parole, ma è convinzione di quasi tutti i personaggi che compaiono in questo libro il fatto di essere destinati a una esistenza diversa, talvolta ad una dimensione diversa, da quella che vivono: dal collocatore che vorrebbe il suo corpo diverso da ciò che è ad Anella, irresistibilmente attratta dal vuoto, tutti cercano di sfuggire alla solitudine, all'angoscia cercando rifugio in un universo parallelo, costruendosi un destino diverso, meno crudele, meno beffardo, uno spazio in cui sentirsi amati.

Anomalia è appunto la parola chiave: l'amore stesso è una forza eccezionale e potentissima che non si lascia vivere con serenità ma che possiede chi vi si imbatte, consuma, strazia e annichilisce, come quello che logora Don Ermanno nel racconto Amor anomalo:

...sentiva la febbre di quel desiderio irresistibile che gli consumava l'anima e la carne. Lo sentiva piangere di nascosto per quell'amore misterioso che l'aveva assalito come un contagio.
[...] dalla cucina, sentiva le ondate di desiderio dell'uomo che scuotevano la casa come una violentissima tempesta di vento.

Quando si parla di amore il rischio di cadere nello scontato e nel banale è sempre dietro l'angolo ma questi racconti mi hanno sorpreso per la loro imprevidibilità e unicità: l'autrice è stata abile nel creare una distinta identità per ognuno degli episodi narrati, ognuno di essi è connotato da una sua atmosfera, un suo "sapore" particolare. Con uno stile elegante e raffinato, Daniela Frascati è riuscita a miscelare sapientemente la più bassa realtà con elementi sublimi e metafisici.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Amori anomali
  • Autore: Daniela Frascati
  • Editore: Ciesse Edizioni
  • Data di Pubblicazione: 2010
  • Collana: Green
  • ISBN-13: 9788890509094
  • Pagine: 154
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 14,40

7 maggio 2011

I fratelli Zemganno - Edmond de Goncourt

"I fratelli Zemganno" è la storia di un sogno, verso il quale è tutta tesa la vita di due acrobati, l'ombroso Gianni e il solare Nello, due fratelli che, nonostante la differenza d'età, sono legati da un amore e da un'affinità intensissimi. Quando, alla morte dei genitori, Gianni decide di vendere il circo, i fratelli, dopo una tournée in Gran Bretagna, sono chiamati a dar prova della loro maestria al prestigioso Circo di Parigi, dove riscuotono un grande successo. Perfezionare la loro arte, realizzare quello che nessuno ha mai osato, sembra essere l'unico interesse di Gianni e Nello, la loro ossessione, fin quando la tragedia verrà a sconvolgere la loro esistenza e solo l'affetto che li lega, sempre più esclusivo, potrà sopravvivere.

Recensione

Morto Jules, in Edmond de Goncourt viene meno l'ossessione di fare dell'opera letteraria lo specchio fedele della realtà, dichiara anzi di sentirsi infastidito e a disagio di fronte alla "verità troppo vera".
Nella prefazione al romanzo afferma infatti:

Così, stavolta, ho lavorato di fantasia, a metà tra sogno e ricordo.

Con I fratelli Zemganno, l'autore sembra smettere il camice dello scienziato intento all'indagine spassionata del reale per addentrarsi in una scrittura più autobiografica, che per certi versi si avvicina a quella del Diario. Protagonisti dell'opera sono due fratelli, artisti circensi, legati da un profondo affetto e da una grande complicità che determina il loro successo come acrobati. Il lavoro è la loro più grande passione, o meglio, l'unica. All'Arte hanno sacrificato tutta la loro vita:

Gianni si sentiva pieno d'amore per il suo mestiere. Lui era acrobata per vocazione. Non era mai stanco di ricominciare un esercizio che gli veniva chiesto, e il suo corpo, in movimento tra gli applausi pareva non volersi più fermare. Dall'esecuzione soddisfacente di un numero, dall'eleganza e dalla correttezza della sua riuscita, traeva una gratificazione infinita.

Hanno educato i loro corpi con una disciplina ferrea e costrittiva in modo da renderli un perfetto strumento di lavoro.

[Corpi] nella cui giovinezza si andava delineando il disegno della forza [...] e ogni torsione del busto faceva correre per un istante lungo le reni, sotto la pelle, le forme plastiche dei lunghi fasci nervosi delle inserzioni profonde.

Tuttavia ogni atleta sa che il corpo, per quanto educato, rimane comunque un elemento delicato, potenzialmente fragile. La donna, nella concezione dei Goncourt e, di riflesso, in quella di Gianni e Nello, è capace di trasformare l'ordine in caos, di distruggere il meccanismo perfetto del corpo. Per preservarlo il più possibile i due fratelli scelgono quindi la castità. Talvolta però tentare di fuggire la donna, evitare ogni coinvolgimento sentimentale non basta, perché proprio il suo rifiuto risulterà fatale ai sogni dei due acrobati.
La misoginia di Edmond viene quindi trasferita ai due fratelli Bescapé e, proprio in questo romanzo che non vede protagonista l'universo femminile bensì quello maschile, la donna acquista più che mai la sua valenza simbolica di eterna nemica non solo dell'uomo ma dell'arte stessa.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: I fratelli Zemganno
  • Titolo originale: Les freres Zemganno
  • Autore: Edmond de Goncourt
  • Traduttore: Catherine McGilvray
  • Editore: Fazi
  • Data di Pubblicazione: 2003
  • Collana: collana
  • ISBN-13: 9788881124473
  • Pagine: 241
  • Formato - Prezzo: Brossura - 15,50 euro

27 aprile 2011

Palo Mayombe 2011 - Danilo Arona

L'oscuro richiamo dell'Africa centrale, dei suoi rituali magici e della musica ancestrale, degli schiavi deportati e delle pratiche "nere", sono il coacervo di energie e credenze, di misteri e superstizioni su cui Danilo Arona costruisce una trama incalzante a tratti occulta, a tratti orrorifica.





Recensione

Per un osservatore straniero o un turista curioso, il Palo Mayombe può apparire come un credo primitivo, sanguinoso e crudele. E lo è. Però è molto di più.

Lo straniero che si avvicina al Palo fa la conoscenza di un rituale misterioso e ignoto "dolce e amaro, allegro e terribile, vitale e mortale", non paragonabile ad alcun altro culto già esperito. Allo stesso modo il lettore che si ritrova tra le mani Palo Mayombe 2011 si trova a fare i conti con un romanzo enigmatico che comincia con il racconto di una cerimonia in cui i vari momenti, il dar de comer a la prenda, la suelta de las palomas, il baile de los cuchillos alternano allegria e violenza, stordiscono e confondono il lettore, per poi trascinarlo in un racconto dalla trama arcana e apparentemente inesplicabile.

Il romanzo è composto da undici capitoli che potrebbero anche essere viste come altrettante storie a sé accomunate dallo stesso crimine, l'asportazione della mano sinistra di un musicista, che si ripete dal Messico all'Italia, passando per Ibiza, Key West, Madrid, Nigeria, Giamaica, luoghi che "sono il terreno di scontro di forze più antiche del mondo":

Luoghi che paiono eccezionali per liberare immaginazione e creatività, ma che nei secoli si sono trasformati in zone nelle quali venire a morire. Dove la vita notturna, la vita dei morti ha preso il sopravvento.

Il computo delle vittime non è facile da tenere ma tutte, o quasi, ruotano intorno al mondo della musica. La cazuela, il maleficio della mano mozza, sembra colpire principalmente chitarristi, tanto che questi sono centrali nella vicenda. Musicisti, scomparsi o ammazzati, sono le vittime; musicisti sono gli "dei" a cui essi si erano ispirati in vita: Jimi Hendrix, Bob Marley; e musicisti sono gli stessi narratori. I vari episodi che compongono il quadro generale e talvolta lo stesso episodio vengono dunque raccontati da una prospettiva diversa, da personaggi diversi (si va dal prete esorcista all'investigatore senza scrupoli) ma in definitiva le loro caratteristiche non variano di molto: si tratta sempre di un uomo razionale messo di fronte all'inesplicabile e costretto a fare i conti conil Male assoluto.

La trama di questo romanzo, che si snoda tra realtà e invenzione letteraria (al punto che risulta difficile comprendere dove abbia termine la prima e cominci la seconda), è ricca, intricata, sovraccarica e questo talvolta risulta disorientante per il lettore che sente parlare per la prima volta di palo mayombe, santeria e culti sincretici. In particolare nei primi capitoli vengono forniti troppi elementi che è difficile contestualizzare e che, uniti all'uso frequentissimo di termini specifici, come orichas, ndoki, nkisi, nganga aumentano la confusione di chi legge e la sensazione che ci sia qualcosa "che sfugge". Mi sono chiesta se il reale intento dell'autore non fosse proprio quello di sottoporre il lettore ad una sorta di iniziazione i cui misteri si chiariscono a poco a poco, in un graduale processo di avvicinamento all'universo occulto. Non so se la mia interpretazione è corretta ma è innegabile che questo processo procura al lettore non poca fatica ad entrare nel vivo della storia.

Infine devo segnalare qualche pecca riguardante l'edizione: ci sono un po' di refusi disseminati qua e là e il carattere inconsueto del testo rende la lettura alquanto disagevole.

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Palo Mayombe 2001
  • Autore: Danilo Arona
  • Editore: Kipple
  • Data di Pubblicazione: 2011
  • Collana: Avatar
  • ISBN-13: 9788895414256
  • Pagine: 272
  • Formato - Prezzo: Brossura - 15,00 Euro

19 aprile 2011

Crisalide rosa - Cristiana Pivari

Che cos'è la vita? Una scalata verso la salvezza da se stessa, risponde Silvia, trentacinquenne più che carina, ragazza che non si sente né donna né bimba, scrittrice o forse scrittora, crisalide che magari, un giorno, sarà farfalla, ma con i suoi tempi e i suoi modi. Vi riuscirà? Non è detto, forse non è così importante il risultato finale, ma la ricerca di sé che Silvia conduce tra amiche e presunti uomini della vita, fra situazioni ai limiti del grottesco e lo scodinzolio del suo pelosissimo cane, riempie il libro di una fresca essenza vitale, questa sì irrinunciabile. Una Bridget Jones all'italiana? Solo in parte, anche se non mancano ossessioni personali, manie e stranezze della vita, e una buona dose di sarcasmo nell'osservarle. Più di Bridget, Silvia rappresenta le eterne ragazze di oggi, dà spessore ai loro pensieri, mette in piazza le ansie e i propositi. In fondo, si può restare crisalidi per tutta la vita, se non si ha la sicurezza di diventare una farfalla speciale.

Recensione di Livia Medullina

Dopo due anni di terapia l'analista di Silvia non ha più dubbi: la sua paziente è affetta dalla "sindrome di Peter Pan". Per aiutarla a fare qualche progresso non trova di meglio che consigliarle di... scrivere! Scrivere, bisogna scrivere tutto quello che pensa, quello che sente, tutte le sue sensazioni. E così, armata di penna e quaderno, Silvia comincia il suo viaggio alla ricerca di se stessa, un viaggio in cui seguirla risulta piacevole e divertente.

Con uno stile vivace ed effervescente e un linguaggio da teenager (effetto della sindrome!) l'autrice ci racconta di questa single impenitente la quale in realtà è una ragazza insicura che non sa ancora cosa fare della sua vita, dei suoi sforzi per conoscersi, del suo tentativo di sfondare il suo bozzolo di crisalide:

Io sopravvivo e sono nella perenne attesa di Godot che non è venuto stasera, ma che sicuramente domani passa. È così che mi sento, ma non posso aspettare di farmi bianca in testa per capire che ho atteso invano.

Sulla sua strada si incrociano personaggi di ogni genere: dalla portinaia impicciona all'aspirante detective, passando per "i casi umani" dell'agenzia per il lavoro interinale in cui è impiegata. Si tratta di personaggi strani, qualche volta surreali ma ben delineati anche se in modo sintetico. Ognuno di essi prende parte al viaggio di Silvia, ognuno ha un piccolo ma fondamentale ruolo nel percorso di crescita della protagonista: l'anziana vicina Sandra, scrittrice in pensione, la avvicina alla scrittura; l'amica gallerista Noemi, convinta sostenitrice della reincarnazione, cerca di indicarle la via regalandole un libro di Coelho; l'incontro fortuito con l'onorevole B. la induce a riflettere sul rapporto tra politica, felicità e bene comune.

Crisalide rosa è un libro allegro, divertente, un libro che mette di buonumore, non pretende di rivelare grandi verità universali ma una cosa la insegna: a mettersi in gioco, a cercare la propria strada senza smarrirsi nella ricerca spasmodica della felicità.

Giudizio:

+3stelle+

Recensione di Pythia

"Crisalide rosa" è un libriccino di poco meno di 170 pagine effettive che sta comodamente su una mano sola: formato insolito come anche la scelta della carta, lucida anziché la tradizionale opaca, che personalmente non trovo piacevole, forse perché è molto simile a quella dei testi scolastici. Si legge velocemente, ottimo per un pomeriggio in spiaggia, senza pretese di letture impegnate.

Gli ingredienti della tradizionale chick lit ci sono tutti: protagonista trentenne single, sfortunata con gli uomini, lavoratrice, che vive da sola con un cane in un condominio che vanta una portinaia impicciona. Ci sono le amiche, quella svampita e quella più posata; c'è la collega antipatica; c'è l'incontro imprevisto con risvolto comico; c'è la ricerca di sé e di un perché. Tuttavia non brilla né per l'ironia né per i batticuori; lo stile molto simile a un blog perde la sua freschezza negli evitabilissimi paragrafi autoreferenziali, spesso decontestualizzati. Come ad esempio il trattatello "Considerazioni su felicità e politica", che tocca Rousseau, Jung e pure Coelho, senza arrivare da nessuna parte.

Alcuni personaggi sembrano inseriti solo per necessità narrative, mostrandosi senza spessore, che pure potrebbero avere, e risultando forzati cliché. La piscanalista in primis, che dà il la alla stesura del diario e che poi sparisce, per essere nominata qua e là: eppure avrebbe fornito spunti interessanti, vista anche la passione per Jung che traspare dalle pagine del romanzo. L'onorevole, imponente solo di mole; Stefano, l'amante che non sa di essere innamorato, che compare nei momenti meno opportuni per poi sparire fino alla successiva incursione strategica; e potrei anche citarli tutti.

Potrei definire "Crisalide rosa" un romanzo mancato: un titolo poco azzeccato, con quel "rosa" che è un di più; una trama che poteva essere ben più approfondita ma che si ferma alla toccata e fuga; personaggi di carta, non di carne e sangue; uno stile eterogeneo che mescola diario, favola, introspezione e filosofia, accostati più che integrati tra loro; un epilogo fin troppo spiccio che delude l'aspettativa di una risposta all'esame di coscienza della protagonista.

Per 12 euro pretendo di più.

Giudizio:

+2stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Crisalide rosa
  • Autore: Cristiana Pivari
  • Editore: Absolutely free
  • Data di Pubblicazione: 2011
  • ISBN-13: 9788897057178
  • Pagine: 176
  • Formato - Prezzo: Brossura - 12,00 Euro

Intervista a Cristiana Pivari, autrice di Crisalide rosa

L'autrice

Cristiana Pivari ha due figli, un compagno e un cane. Legge molti libri, altri li cataloga per lavoro e qualcuno tenta di scriverlo. Il suo primo libro, una raccolta di racconti dal titolo “In prima persona singolare” vincitore del premio Elsa Morante per inediti è uscito nel 2007. Per quasi dieci anni ha recitato su di un palcoscenico, poi si è ritirata dietro le quinte per organizzare spettacoli e ha scritto due testi teatrali. Uno messo in scena nel 2008 e un altro segnalato in un concorso. Ha vinto qualche premio letterario ed è pubblicata in numerose antologie. Con amici artisti e fotografi ha allestito tre mostre narrate, facendo, con i suoi racconti, da filo conduttore alle opere esposte. Attualmente collabora con la rivista Vera e continua a lavorare in un archivio.



Il libro

Alla "non più verde età di trentacinque anni", Silvia non ha ancora deciso cosa fare della sua vita, si sente appunto una crisalide "immobile, appesa a testa in giù che aspetta di diventare farfalla. Aspetta e spera, ma almeno non sono più un bruco, almeno credo”. Comincia dunque il suo viaggio alla ricerca di se stessa, sempre accompagnata dal suo pelosissimo cane Pablo, e durante il quale incontrerà diverse persone che la aiuteranno a crescere e a liberarsi finalmente del suo bozzolo.




L'intervista



Buongiorno, Cristiana, grazie per la tua disponibilità.

Buongiorno a te, Livia.


1. Comincio facendoti i complimenti per Crisalide rosa e chiedendoti subito del titolo: l’immagine della crisalide serve perfettamente a rendere lo stato d’animo della protagonista, ma come ti è venuta in mente?

Grazie per i complimenti, innanzitutto. Crisaliderosa, scritto così tutto attaccato, è il nickname che ho scelto per l’iscrizione a un forum di scrittori esordienti in internet una sera che mi sentivo in sintonia con il suo significato, spinta anche dal fatto che ha la stessa radice del mio nome. Al momento di dare il titolo al romanzo mi è venuto naturale passare il nomignolo a Silvia, la mia creatura. Di madre in figlia.


2. Come è nata la figura di Silvia, questa trentacinquenne che ancora non sa cosa farà da grande? Ti sei ispirata alla realtà?

Silvia c'è in ognuna di noi e anche qualche maschietto si può ritrovare nelle sue paturnie. L'età è puramente simbolica perché si può essere così a venti come a cinquant'anni considerato il fatto che le ultime due generazioni hanno, secondo me, tantissimi punti in comune per quanto riguarda lo “spaesamento” rispetto al mondo in cui si trovano a vivere.


3. Ho molto apprezzato, nel tuo libro, l’ironia dei personaggi che emerge dal loro linguaggio e dai dialoghi. Quanto ti ha aiutata, in questo, l’esperienza teatrale?

L'ironia fa parte del mio carattere e la considero un elemento indispensabile per vivere non prendendosi troppo sul serio. Cerco sempre di sdrammatizzare le situazioni penose, magari non mi riesce al primo colpo perché sono impulsiva ed emotiva, ma poi ci arrivo e le situazioni si ridimensionano. C’è questa tendenza, insita nell’ animo umano, a ingigantire piccoli problemi risolvibili e minimizzarne altri che problemi lo sono davvero perché magari non ci toccano così da vicino.


4. I personaggi di Crisalide rosa sono molto interessanti, ce n’è uno in cui hai messo qualcosa di te stessa?

Silvia è il mio alter ego e come me si fa un sacco di menate anche se, devo dire, molte cose le ho superate e sono certa che le supererà anche lei, col tempo.


5. Silvia, almeno in un primo momento, vive la scrittura come terapia, tu invece come ti sei avvicinata a questo mondo?

Anche per me è stata terapeutica dodici anni fa quando ho iniziato a scrivere dopo un grande dolore. Prima di allora mi limitavo alla lettura, non ho mai tenuto nemmeno un diario. Ora però che ho iniziato a scrivere conto di andare avanti per molto perché è la forma espressiva che mi riesce meglio.


6. Nel romanzo ci sono molti riferimenti, impliciti o espliciti, a diversi libri e autori (Svevo, Beckett, Coelho), sono testi che hanno significato qualcosa di particolare per te o semplicemente hai ritenuto potessero adattarsi bene alla figura della protagonista?

Leggendo molto è chiaro che qualcosa ti rimane addosso e ti viene fuori quando scrivi per trarre conforto, per dare credibilità a ciò che affermi perché “se l’ha detto anche quello che è famoso diventa più vero”.


7. Parliamo di psicologia: Silvia sembra non avere molta fiducia nella sua analista ma, al tempo stesso, continua a ricondurre la sua insicurezza al rapporto con la madre. Cosa pensi tu della psicologia, ritieni che questo tipo di terapia possa essere utile a chi si sente una “crisalide”?

Il fatto di capire il perché di un problema non significa averne trovato la soluzione o meglio ancora averlo superato. Non so se la psicologia può trovare le soluzioni, con le cause è bravissima invece. Come traspare dal romanzo io credo che ognuno di noi abbia il suo ruolo in questa vita, sono molto buddista in questo, e se gli sono capitate quelle persone anziché altre, è perché proprio quelle servono per la sua evoluzione. Io da quando ho deciso di pensarla così, ho superato molte cose che mi affliggevano. Ognuno deve trovare il modo di vivere che lo fa stare meglio e a me piace questo perché mi fa sentire fautrice del mio destino e non in balia degli eventi e delle persone. Amen.


8. La tua prima pubblicazione, In prima persona singolare, è stata una raccolta di racconti; con Crisalide rosa invece sei passata al romanzo. Cosa dobbiamo aspettarci per il futuro, pensi di continuare a “sperimentare” nuove forme narrative o hai trovato quella che ti è più congeniale?

Mi sono congeniali quasi tutte, dico quasi perché con la poesia non c’è affinità. Ci ho provato, ma mi sento molto ridicola quando mi rileggo, come se avessi voluto fare il verso a un poeta.


Ti ringrazio nuovamente per la tua cortesia e ti faccio tanti auguri per il futuro.

Grazie a te e alla Stamberga dei Lettori.

30 marzo 2011

Il pittore di insegne - Rasupuram K. Narayan

Le giornate si ripetono serene e immutabili nei vicoli e nei mercati di Malgudi e sul litorale del fiume dove Raman, pittore di insegne, coltiva la solita clientela, il circolo di amici, le letture, la sua fervida immaginazione, il suo puntiglioso e bizzarro codice di vita. La bellissima Daisy, solerte funzionario del Centro di Pianificazione Familiare, passa come un turbine su questo piccolo mondo fuori dal tempo. Una storia d'amore imprevedibile e densa di ironia, nella quale una coppia - apparentemente male assortita - si trova alle prese con le insidie e le lusinghe del sentimento mentre, dintorno, una folla di personaggi minori e di comparse dà vita a un vivace quadro d'insieme.

Recensione

Nella sua casa-laboratorio di Ellaman Street, nella (immaginaria) cittadina indiana di Malgudi, Raman dipinge insegne seguendo una sua personale filosofia sulla scrittura e sui colori che non sempre coincide con le richieste dei clienti. Ma Raman non vi bada, le loro scelte sono illogiche o, ancor peggio, "fatte in ossequio alle stelle" o ad altri precetti da lui giudicati superstiziosi. Raman si è assunto il compito di "affermare nel mondo l'Età della Ragione", non crede agli oroscopi, non consulta gli astrologi, litiga con il sacerdote del tempio, "io sono un razionalista e non faccio nulla se non ci vedo una logica" è diventato il suo ritornello.

Anche sulle donne e sull'amore il pittore di insegne ha una sua filosofia: "Voleva dimostrare che la relazione uomo-donna non era inevitabile, che c'erano cose ben più importanti del matrimonio, nella vita". Ma, come sempre accade, tutte le sue teorie crollano quando incontra Daisy, funzionaria del Centro di Pianificazione Familiare, donna libera e indipendente, votata alla causa di ridurre la popolazione della sovraffollata dell' India di Indira Gandhi. L' inafferrabile Daisy annulla tutte le certezze di Raman, il quale si ritrova ad interrogarsi sul suo presunto anticonformismo. Daisy è una donna che non accetta vincoli o condizionamenti, ha rifiutato il matrimonio con un uomo ricco, una famiglia, una vita agiata per dedicarsi esclusivamente al suo lavoro. Rappresenta l'evoluzione della società indiana che va pian piano allontanandosi dai costumi tradizionali. A lei si oppone la vecchia zia di Raman che, per tutta la vita, non ha avuto altro interesse se non quello di provvedere al nipote, la sua "era stata una una vita di dedizione ad un altro essere", al punto che Raman si sente "una pianta, curata con amore, inconsapevole del paziente lavoro del giardiniere". Le due donne sono le rappresentanti di due mondi diversi, tradizione e innovazione, la vecchia e la nuova India, ma nell' atteggiamento di entrambe c' è una pecca fondamentale: l'annullamento di sé in favore della consacrazione esclusiva a qualcosa d'altro, una persona nel primo caso, un'idea nel secondo.

Con una scrittura tenue ma al tempo stesso avvolgente e ironica, Narayan ci racconta una delicata storia d' amore ma soprattutto ci conduce tra le stradine di un' India ricca di colori e di profumi come il caffè del Senzainsegna o le spezie della bottega di Chettiar, ci fa conoscere la cittadina di Malgudi e i borghi rurali di un paese in bilico tra progresso e tradizione.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Il pittore di insegne
  • Titolo originale: The Painter of Signs
  • Autore: Rasipuram K. Narayan
  • Traduttore: Antonio Bertolotti
  • Editore: Giunti
  • Data di Pubblicazione: 1998
  • Collana: Superastrea
  • ISBN-13: 9788809215276
  • Pagine: 214
  • Formato - Prezzo: Brossura - 11,50 Euro

7 marzo 2011

Sei biblioteche - Zoran Živković

Dopo il giallo atipico L'ultimo libro, Zivkovic continua la sua inimitabile esplorazione narrativa del mondo dei libri con una serie di storie collegate tra loro che indagano il tema della biblioteca, da quella personale a quella pubblica. Un appassionato lettore si trova ad affrontare una biblioteca di casa che cresce a dismisura sino a occupare ogni centimetro quadrato del suo appartamento; nella biblioteca virtuale uno scrittore scopre i libri che non ha ancora scritto; nella biblioteca notturna un lettore ritardatario si trova a consultare, per una sola notte, le vite di tutti gli esseri umani come se fossero altrettanti libri; nella biblioteca infernale si scopre quale sarà la pena dei peccatori, mentre la biblioteca più piccola può essere acquistata soltanto su una bancarella. Nella biblioteca più raffinata infine...
Sempre surreale, spiazzante e intrigante, Zivkovic è capace di sorprendere nel giro di una pagina e ha il dono unico di trasformare la nostra passione di lettori in narrazioni avvincenti e curiose.

Recensione

Da un pezzo mi ero reso conto che il mondo è pieno di cose prodigiose che non si possono spiegare. Non serve crucciarsi. La gente che ci prova lo stesso, alla fine ne ricava soltanto infelicità. E perché l'uomo dovrebbe essere infelice se non è necessario?".

Oltre alla presenza dei libri e all'ambientazione da biblioteca, fil rouge che unisce i sei racconti che compongono questo esile volume, è l'avvenimento favoloso che interviene nella vita di ognuno dei sei protagonisti. Sei storie e sei protagonisti, sei lettori diversi, anche se alcuni si somigliano nelle loro "manie", ma tutti accomunati da un tratto caratteristico: la solitudine o meglio l'incapacità di relazionarsi con altri che non fossero legati alla dimensione della lettura (librai, bibliotecari, venditori ambulanti). Ognuno di loro si trova ad un certo punto a dover affrontare un avvenimento anomalo e inspiegabile connesso alla lettura e ognuno reagisce a modo proprio: si va da chi, pur non trovando spiegazione accetta immediatamente la nuova situazione e cerca di sfruttarne i vantaggi, come il protagonista della prima storia, fino a chi invece non si rassegna a ciò che non riesce a comprendere e le prova proprio tutte pur di riaffermare la normalità, vedi il lettore numero sei. Ma c'è anche chi non ha mai letto un libro in vita sua e a lui toccherà l'avventura più strana di tutte, con una conclusione che non dispiacerebbe ad alcun lettore...

Chiunque sia un appassionato di libri dovrebbe leggere questo autore che, con una scrittura leggera, che sa incantare, riesce a creare storie in cui è impossibile non ricordarsi della magia della lettura e che l'avvenimento più prodigioso di tutti è la capacità di un buon libro di farci ritrovare la serenità e non farci sentire mai soli.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Sei biblioteche
  • Titolo originale: Biblioteka
  • Autore: Zoran Živković
  • Traduttore: E. Boscolo Gnolo, J. Mirkovic
  • Editore: TEA
  • Data di Pubblicazione: 2011
  • Collana: Narrativa Tea
  • ISBN-13: 9788850223923
  • Pagine: 124
  • Formato - Prezzo: Brossura - 9,00 euro

24 febbraio 2011

La donna del Père-Lachaise - Claude Izner

Parigi, 1890, Victor Legris, libraio e detective, è alle prese con il mistero della sparizione di Odette Valois, nobildonna francese nonché sua ex amante. Da qualche tempo madame de Valois si occupava di occultismo, ma Victor Legris, il cui scetticismo è pari alla sua curiosità e al suo acume non è convinto che la sparizione sia legata a forze occulte.




Recensione

Sedotta dall'immagine in copertina e dall'ambientazione retrò mi sono fiondata su questo libro immaginando una qualche somiglianza, almeno per quanto riguarda l'atmosfera, con i racconti del maestro Poe. Ahimè, Victor Legris non è certamente Auguste Dupin e la Parigi delle sorelle Lilian Korb e Laurence Lefèvre (Claude Izner è il loro nome de plume) non è quella de I delitti della Rue Morgue.

Victor Legris è un libraio che "respira più volentieri l'odore del sangue che quello della carta", e in effetti in libreria non ci rimane mai per più di due minuti di seguito, lasciando puntualmente da solo il suo collaboratore Joseph e suscitando in lui sentimenti tutt'altro che entusiastici: "Che impari a vivere! Basta andarsene a spasso come gli pare e piace, lasciando a me il negozio sul gobbo". Joseph, che dovrebbe essere la sua spalla, dimostra molta più iniziativa e abilità. Quasi a metà romanzo Victor è convinto che uno dei personaggi chiave della vicenda non abbia "nessun rapporto con questa faccenda". La sua perspicacia e le sue deduzioni sembrano degne più di Watson o di Hastings piuttosto che di quelle dei loro più geniali partner.
Ma all'improvviso ecco che nelle ultime cinquanta pagine, il nostro libraio si sveglia e si mette a correre a destra e a manca riuscendo a trovare una strampalata conclusione al mistero grazie ad intuizioni che gli piovono non si sa da dove.

Per quanto riguarda invece l'ambientazione non si può negare un'accurata resa della Parigi fin de siecle ma si ha l'impressione di una città che non vive, descritta in maniera così minuziosa da essere priva di qualsiasi dinamismo. Anche quando si parla di sfilate di carnevale, di grandi assembramenti di folla, di passanti sballottati in giro, si ha la sensazione di un immagine statica. Le descrizioni così fitte di citazioni e riferimenti a persone, avvenimenti, prodotti dell'epoca acuiscono questa percezione di immobilità che, congiuntamente alla sovrabbondanza di note, appesantiscono e spezzano il ritmo rendendo la lettura davvero faticosa.

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: La donna del Père-Lachaise
  • Titolo originale: La Disparue du Père-Lachaise
  • Autore: Claude Izner
  • Traduttore: Chiara Salina
  • Editore: Tea
  • Data di Pubblicazione: 2008
  • Collana: Teadue
  • ISBN-13: 9788850215959
  • Pagine: 322
  • Formato - Prezzo: Brossura - 8,60 Euro

1 febbraio 2011

Laura di Rimini - Carlo Lucarelli

A Laura non piacciono i gialli ma ne vive uno, comico e mozzafiato. Un thriller che ha i toni di un pulp e le movenze di un noir. Tutto ruota intorno a uno zainetto nero pieno di cocaina che è finito sulle spalle sbagliate. E a rincorrerlo una folla sgangherata: banditi disneyani, mafiosi cinefili in crisi d'identità, placidi poliziotti corrotti e un assassino insospettabile...
Come nella migliore tradizione della commedia degli equivoci, tutto ha inizio con uno scambio di borse. C'è uno zainetto con dentro quattro chili di cocaina purissima sulle spalle di una brava ragazza che sta per sostenere un esame sulla scapigliatura milanese. Così Laura, studentessa al secondo anno di Lettere, poche ore dopo il suo ultimo esame prima delle vacanze, si troverà catapultata in un'avventura «nera» che chiede di essere attraversata con un altro genere di intelligenza. E via, per giorni e giorni, tra sparatorie, inseguimenti, fughe, in un imprevedibile intrecciarsi di coincidenze, casualità, appuntamenti mancati per un soffio: un percorso di formazione ad ostacoli che sembra pensato da un demiurgo un po' matto e molto allegro.

Recensione

La settimana scorsa mi accingevo a prendere il treno quando scopro di non avere nello zaino neanche un libro. Penso allora di ripiegare sulla musica, ma ho dimenticato pure il lettore MP4. Corro alla libreria della stazione e compro Laura di Rimini.

La parte iniziale un po' mi annoia e quasi rimpiango la mia scelta, ma via via che scorro le pagine la storia comincia a farsi interessante. "Io sono così, vivo di coincidenze, ma sono tutte coincidenze fortunate", dice la protagonista nelle prime pagine di questo libro, ignara del fatto che si sta portando a spasso quattro chili di cocaina in uno zaino che non è il suo. Tutto quello che le capiterà nelle settimane successive sarà ovviamente frutto di coincidenze... non proprio fortunate. Ma forse una buone dose di fortuna sta nel fatto di uscire indenne da un'avventura con mafiosi russi, spacciatori nostrani, assistenti cocainomani, poliziotti corrotti. Tutti questi personaggi che attraversano la strada della nostra Laura sono descritti con pochi tratti essenziali ma chiari che riescono a caratterizzarli in modo completo.

Quello che, a lettura conclusa, mi è piaciuto di più, è stato proprio il modo in cui l'autore riesce a dare vita ai personaggi, anche a quelli che restano "in scena" solo per qualche pagina, come Elisa, Pacio, Pelo o a quelli che è altamente improbabile si incontrino nella vita reale, come lo spacciatore fissato coi fumetti Disney. Il personaggio riuscito peggio secondo me è proprio la protagonista, da brava ragazza secchioncella con polo rosa a spregiudicata lolita armata di pistola in una manciata di giorni: poco credibile.

Il finale mi è sembrato piuttosto affrettato e non scioglie tutti i dubbi.
Nel complesso l'ho trovata una lettura piacevole e divertente, quantomeno utile allo scopo di intrattenere con leggerezza durante un noioso viaggio in treno.

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Laura di Rimini
  • Autore: Carlo Lucarelli
  • Editore: Einaudi
  • Data di Pubblicazione: 2009
  • Collana: Supercoralli
  • ISBN-13: 9788806196530
  • Pagine: 86
  • Formato - Prezzo: Brossura - 9,50 euro
 

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