Visualizzazione post con etichetta Guerra. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Guerra. Mostra tutti i post

24 giugno 2018

Il pianista di Yarmouk - Aeham Ahmad

Un giovane suona il pianoforte in mezzo a una strada bombardata. Suona per i suoi vicini, soprattutto per i bambini, per distrarli dalle atrocità della guerra: un’immagine che ha fatto il giro del mondo diventando un simbolo della catastrofe in Siria, ma anche dell’inestinguibile volontà dell’uomo di opporsi in ogni modo alla distruzione. Il suono di quello strumento ha raggiunto e commosso milioni di persone nel mondo su YouTube.

Ora Aeham Ahmad racconta la propria storia: l’infanzia in una Siria ancora in pace, l’inizio delle rivolte preludio di una guerra terribile, la fuga per la stessa via battuta da migliaia di disperati. Un lungo e pericoloso viaggio via terra, la drammatica traversata del Mediterraneo, le insidie della rotta balcanica. Fino alla nuova vita in Germania, dove ha realizzato il suo sogno di artista e si esibisce nelle più importanti sale concerti, ma è costretto a vivere lontano dalla sua famiglia rimasta in Siria.

Allora come oggi, è la musica che gli ha salvato la vita a dargli conforto e infondergli coraggio.La storia vera, raccontata in prima persona, di un pianista che ha sfidato le bombe e i terroristi in nome della sua musica, un caso mondiale, una commovente testimonianza di resistenza e fede nell’arte.

Recensione

Da quando la guerra è deflagrata nell’ex-Jugoslavia degli anni ’90, poi nel Rwanda, e in Iraq a più riprese, ancora in Afghanistan, e di tanto in tanto in Palestina, fino alla Siria degli ultimi anni, e suona la grancassa sulle prime pagine dei quotidiani o nelle aperture dei telegiornali, sentir parlare del conflitto siriano significa ricordare, secondo i tempi delle pubblicità, che la pace è poco più un’utopia. Significa accorgersi che gli straordinari resti di Palmira, la bellezza di Aleppo e la città vecchia di Damasco sono perduti per sempre per l’umanità e invece avrebbero dovuto esserne patrimonio e monito. Se va bene, sopravvivranno mutilati dai danni di una guerra civile che diventa sempre più simile all’idra, alla quale, tagliata una testa, ne spunta un’altra nuova ancora più spaventosa, e saranno testimonianza del martirio di una terra e della sua millenaria cultura.

Anche questa inutile strage silenziata dai tempi vorticosi della comunicazione fatica tuttavia a raggiungere le coscienze e i profili di user e telespettatori, basta un nuovo argomento virale e l’attenzione si sposta fino al successivo episodio eclatante. Eppure Aeham Ahmad, ‘Il pianista di Yarmuk’, ci ricorda, nell’orgia della comunicazione globalizzata, che tutte le notizie, i dibattiti televisivi, gli appelli sui giornali con scadenza a pochi giorni, che la guerra è di casa ovunque, è dietro l’angolo in ogni momento e che basta svoltare una strada e cambiare quartiere per dimenticarsene, per cancellarla dai titoli dagli orizzonti della consapevolezza. Curiosamente – o forse no, in realtà – il richiamo alla realtà passa proprio attraverso i media che rimpinzano le teste di attualità, perché la storia del protagonista è diventata disponibile a tutti attraverso i canali di un social network e gli ha offerto una via di fuga dall’inferno di una nuova Sarajevo, stritolata dallo scontro tra i tre eserciti di Assad, dei ribelli e dell’Isis, nemici ma ugualmente disinteressati al destino dei civili.

Figlio di profughi palestinesi scampati agli scontri degli anni ‘80 e capace di farsi strada nel suo quartiere, Yarmouk, alle porte di Damasco, Aeham sacrifica quasi senza rimpianti un’incerta e faticosa vocazione musicale per raggiungere il benessere economico e una posizione invidiabili, dovuti indirettamente alla sua passione per la musica: pur non diventando un grande pianista come aveva sognato da bambino riesce a costruire un’impresa sulla vendita di strumenti musicali e insegnando musica, trovando nell’arte un’isola felice rispetto alla difficile situazione politica della Siria di Bashar Al-Assad. Del resto, lui e la sua famiglia, i suoi genitori, la moglie e il figlio che desidera per sistemarsi, sono ospiti in Siria e devono mantenersi lontano dalla politica, devono ringraziare per l’ospitalità di chi li ha accolti in fuga senza creare problemi. Solo che quando la guerra infuria nascondersi dietro il paravento della neutralità non è mai facile: per quanto tu cerchi di mantenerti ai margini – ed essere ai margini in queste situazioni è un privilegio – la guerra viene a stanarti nel tuo nido confortevole, prendendo l’aspetto ora dell’esercito filogovernativo, ora della guerriglia ribelle, ora dello Stato Islamico, e ti costringe in un angolo riducendo in macerie le certezze costruite in anni di impegno e di sacrifici.

Il racconto di una vita banalmente di successo, un successo normale e senza grandi pretese come quello di Aeham Ahmad si trasforma così nella cronaca della tragedia di un quartiere, Yarmuk, del quale chi non è voluto o potuto scappare si trova a essere prigioniero in stato d’assedio. Il negozio di strumenti e la scuola di musica diventano casa d’emergenza, erbe selvatiche e cibi trovati per caso diventano il monotono menù di un carcere senza sbarre, le esibizioni di cori amatoriali tra case distrutte e macerie diventano un cimitero a cielo aperto. Quando la situazione si fa davvero disperata due fatti rovesciano la sorte di Aeham: la musica abbandonata diventa strumento di salvezza personale e famigliare e questo succede attraverso i mezzi di comunicazione che parevano interessarsi alla strage siriana solo per il tempo necessario a diffondere nel mondo le immagini agghiaccianti dell’ultima strage. I video girati durante le esibizioni del coro di Aeham tra le macerie di Yarmuk per mantenere una parvenza di vita comunitaria e faticosamente diffusi sul web al di là dell’accerchiamento degli eserciti, senza che il protagonista se ne accorga, isolato da un assedio, diventano poco a poco virali. Aeham si ritrova famoso come ‘il pianista di Yarmuk’ attraverso youtube e riesce, involontariamente forse, a riportare l’attenzione sulla tragedia dei civili in Siria.

Tra la prima e la seconda parte della testimonianza autobiografica di Aeham passa tutta la differenza tra una vita in cui il senso si è perso nella normalizzazione del quotidiano e una in cui una catastrofe umanitaria di un popolo riporta Aeham, attraverso il dolore, verso una dimensione che restituisce alle persone e all’ambiente circostante un significato forte. È il valore della testimonianza nella musica che rende la semplice autobiografia di una vittima della guerra tra tante un documento di continua attualità.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Il pianista di Yarmouk
  • Titolo originale: Und die Vögel werden singen: Ich, der Pianist aus den Trümmern
  • Autore: Aeham Ahmad
  • Traduttore: Lucia Ferrantini
  • Editore: La nave di Teseo
  • Data di Pubblicazione: 2018
  • Collana: Le Polene
  • ISBN-13: 9788893444903
  • Pagine: 348
  • Formato - Prezzo: ebook - Euro 9,99

20 maggio 2017

I piccoli maestri - Luigi Meneghello

I piccoli maestri non sanno fare la guerra. Sarà perché hanno un forte spirito di libertà, che li rende refrattari alle gerarchie militari. Sarà perché hanno letto troppi libri e possiedono uno scarso senso pratico. Sarà che loro preferiscono la parola all’azione. Il fatto è che quel gruppo di studenti universitari che nell’autunno del 1943 si dà alla macchia prima sui monti del bellunese e poi sull'altopiano di Asiago per combattere la propria personale guerra contro il nazismo, sperimenterà un apprendistato umano, più che politico. Gigi e Lello studiano lettere, Enrico e Simonetta, ingegneria e Bene, medicina. A loro si uniranno un marinaio, un operaio ed un sottufficiale degli alpini. Sarà questa la formazione partigiana dei “piccoli maestri”, ovvero la «banda dei perché», come loro stessi la chiamano. Alla sua guida c’è Capitan Toni, Antonio Giuriolo, partigiano anomalo, aderente al partito d’azione, non capo politico, professore precario di filosofia perché si è rifiutato sempre di prendere la tessera del fascio.

Recensione

I piccoli maestri’ di Meneghello è un libro – tra romanzo e diario – di guerra e sulla guerra ma quasi senza guerra. A chi legge, almeno, resta all’incirca quest’impressione: che di guerra si parli solo di striscio, per caso, in modo quasi involontario. Oggi, passati oltre settant’anni dai fatti e più di mezzo secolo dalla pubblicazione, comincia forse a esserci la giusta distanza per giudicare serenamente un’opera che ha suscitato forti polemiche al momento della sua uscita.

Nel 1964, anno della prima edizione, i fatti di cui Meneghello parla anche in forma autobiografica sono ancora troppo vicini e gravidi di conseguenze per permetterne una ricostruzione, non obiettiva – il che forse sarebbe difficile pure oggi – ma quanto meno libera da eccessivi condizionamenti politici. Meneghello, invece, poteva permettersi una fuga in avanti perché la giusta distanza l’aveva trovata iniziando una brillante carriera universitaria in Gran Bretagna e perché la formazione politica per la quale aveva militato durante la resistenza partigiana, il Partito d’Azione, si era dissolta sin dal 1947. La scelta di riappropriarsi di un episodio nodale della sua vita parte per l’autore con la scelta di un titolo che, a dispetto di quanto potrebbe apparire, ha un senso fortemente autoironico.

Fare ironia – in questo caso autoironia – su un tema delicato come la resistenza, momento fondativo della Repubblica Italiana nel bene e nel male, doveva avere, in quegli anni, un significato dissacrante che oggi è difficile cogliere. Eppure, man mano che si procede nella lettura, si capisce inevitabilmente che i ‘piccoli maestri’ del titolo sono una geniale e affettuosa interpretazione di un momento generazionale guardato da lontano, con una specie di nostalgica e paternamente bonaria ironia. I piccoli maestri hanno contribuito a salvare l’Italia dall’ignominia dal nazifascismo e lo hanno fatto con un’ingenuità tipica degli anni della gioventù: Meneghello guarda appunto a quegli eroici furori con un divertito e maturo disincanto, che rende il suo racconto difficile da ricondurre alla celebrazione riservata alla resistenza da intellettuali, politici e storiografi ma che, lungi dal voler dissacrare o sminuire, si assume il gravoso compito di riconsegnare i fatti storici alla realtà attraverso la narrazione dei ricordi nudi e crudi.

E nei ricordi la crudezza della guerra resta sullo sfondo rispetto al traguardo di ricreare l’atmosfera e le idee dei molti giovani che hanno partecipato e dato la vita nella lotta partigiana, non sempre con la consapevolezza che la versione dei vincitori ha poi cucito loro addosso. I piccoli maestri sono allora ‘piccoli’ perché involontariamente presuntuosi, con il loro idealismo velleitario, ma anche perché con i loro ‘piccoli’ sacrifici hanno costruito la possibilità di un futuro diverso per l’Italia.

C’è tutta la divertita nostalgia per la giovinezza nella ricostruzione di quel modo scapestrato di fare resistenza raccontato da Meneghello, lontano dagli intrighi di partito e forse quindi poco ‘partigiano’ e insieme, tuttavia, rigoroso e impegnato. La morte compare – e lo stesso anche per gli scontri a fuoco, le imboscate, le battaglie – quasi solo di striscio: dei numerosi compagni di lotta persi nei due anni scarsi di clandestinità sui colli veneti l’autore, in modo pudico, fa, in molti casi, solo un rapido cenno delle circostanze della morte. Il pericolo, il rischio corso dalle staffette, l’incoscienza e la leggerezza con cui i piccoli maestri affrontano la guerra civile rivelano nella scelta della lotta un impulso vitale spontaneo prima che una scelta mentale ponderata; e del resto l’autore e i suoi compagni erano poco più che ragazzi, metterli sul piedistallo della retorica patriottica, sembra quasi dire Meneghello, sarebbe quasi tradire la loro purezza sventata e coraggiosa.

I personaggi di Meneghello, piuttosto, i compagni di università, i contadini giovani e poveri, i raccoglitori di sterpi, gli operai, le ragazze borghesi come Simonetta, i ladruncoli di camicie sfilano come in una parata festosa, una parata in cui si festeggia la liberazione, non solo dal morbo nazifascista della Repubblica di Salò, ma anche dalla retorica patriottica vieta e ipocrita, che in breve, dopo il 25 aprile, avrebbe fagocitato, con il crudo linguaggio della realpolitik, quanto di più autentico e vivo era sbocciato nella generazione falciata dal più catastrofico, per l’Italia e il mondo, conflitto bellico della nostra storia.

Giudizio:

+5stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: I piccoli maestri
  • Autore: Luigi Meneghello
  • Editore: BUR
  • Data di Pubblicazione: 2013
  • Collana: Contemporanea
  • ISBN-13: 9788817061186
  • Pagine: 234
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 10,50

3 marzo 2017

Il simpatizzante - Viet Thanh Nguyen

È l'aprile del 1975 e, con i Vietcong già alle porte della città, Saigon precipita nel caos. Nella sua villa, un generale sudvietnamita sorseggia whiskey e, con l'aiuto dei suoi fidati ufficiali, appronta la lista di coloro destinati a imbarcarsi sugli ultimi voli messi a disposizione dall'amministrazione americana per abbandonare il paese. Il generale è il capo della Polizia Nazionale e dei servizi segreti del Vietnam del Sud e ha come aiutante di campo un giovane capitano che è, in realtà, un agente segreto comunista incaricato di riferire sulle attività militari e sul controspionaggio del Vietnam del Sud. Figlio illegittimo di una vietnamita e di un prete cattolico francese, il capitano è stato educato negli Stati Uniti, dove ha imparato a parlare inglese senza accento e a sviluppare un rapporto di odio-amore nei confronti di un paese dove tutto è "super" (i supermarkets, le superhighways, il Super Bowl, e così via). Animato da un'autentica fede nel comunismo, è tornato in Vietnam per sostenere, da agente doppiogiochista, la causa dei Vietcong. Della sua vera fede sono naturalmente all'oscuro tutti nel gruppo, in primo luogo il suo migliore amico Bon. In una Saigon in preda alla confusione, al caos e al terrore, il generale e i suoi uomini, compresi il capitano e Bon, fuggono sotto la tempesta di fuoco dei Vietcong...

Recensione

Sono una spia, un dormiente, un fantasma, un uomo con due facce. E un uomo con due menti diverse, anche questo probabilmente non stupirà nessuno. Non sono un mutante incompreso, saltato fuori da un albo a fumetti o da un film dell'orrore, anche se c'è chi mi ha trattato come se lo fossi. Sono semplicemente in grado di considerare qualunque argomento da due punti di vista antitetici.

Un libro notevole da un grande narratore che, non a caso, si è assicurato con quest'opera (prima) il Premio Pulitzer 2016 per la narrativa.

Caduta Saigon nel 1975 sotto l'avanzata dei Vietcong - esperienza che l'autore visse in prima persona a soli quattro anni prima di giungere, insieme alla famiglia, in un campo profughi della Pennsylvania -, mentre l'ordine ufficiale di evacuazione tarda ad arrivare, il Generale aspetta di imbarcarsi su un C-130 per raggiungere gli Stati Uniti con la sua famiglia e una lista di protetti impietosamente stilata dal Capitano, il suo attendente, l'unico uomo in cui ripone la sua più completa fiducia. Ma il Capitano (che non verrà mai nominato) è in realtà una spia che si finge un simpatizzante americano per trasmettere informazioni riservate ai Vietcong, talmente anonimo e impenetrabile persino a se stesso da risultare insospettabile.

Romanzo di guerra, dunque, eppure le pagine propriamente dedicate alla guerra sono pochissime. Romanzo di spionaggio, forse, che riflette sul crudele backstage che si cela dietro tutte le rivoluzioni. Romanzo di esilio, soprattutto, perché negli Stati Uniti, dove giunge al seguito del Generale continuando a servirlo fedelmente, il Capitano vive una condizione di espatrio perenne. Figlio di una vietnamita e di un pastore francese che mai si preoccupò di alleviare la povertà e la fame dell'amante e del suo bastardo, il Capitano barcolla continuamente tra più mondi, dilaniato tra la fedeltà ai due amici con cui strinse un patto di sangue da adolescente (l'uno divenuto il capo della resistenza a cui trasmette le informazioni, l'altro, Bon, agente come lui del Generale ma per autentica fede), dall'eguale influsso che hanno su di lui la cultura d'origine e il libertinismo americano, dalla sua perfetta capacità, come dichiara già nelle prime righe del romanzo, di immedesimarsi in tutte le parti.

Nelle pagine della confessione, che il Capitano redige con humour nero, si alternano la fuga disperata da Saigon in cui Bon perde il figlioletto sotto una scarica di colpi; la rievocazione dei primi anni statunitensi in California, dove il Capitano viene mandato per studiare la mentalità occidentale e acclimatarsi al nemico, e il successivo espatrio negli Stati Uniti, dov'è costretto continuamente a riconfermare la sua fedeltà agli americani attraverso delitti che accetta freddamente di compiere; il ritorno in patria per supervisionare le riprese di un film americano sulla guerra (Apocalypse Now?), forse le pagine più belle del romanzo, in cui gli viene richiesto di rendere più realistica la sceneggiatura; e infine, nelle pagine finali che si riallacciano all'incipit, l'ultimo rientro in patria e in seno alla resistenza. Qui, per la prima volta, l'humour nero vacilla, per rivelare finalmente il vuoto di una personalità sperduta - che è una, centomila, e quindi nessuna -, la disperata richiesta di una ragione, di una risposta a tutto.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Il simpatizzante
  • Titolo originale: The Sympathizer
  • Autore: Viet Thanh Nguyen
  • Traduttore: Luca Briasco
  • Editore: Neri Pozza
  • Data di Pubblicazione: 2016
  • Collana: Bloom
  • ISBN-13: 9788854513396
  • Pagine: 511
  • Formato - Prezzo: Brossura, 18.00 Euro

3 maggio 2016

La strada stretta verso il profondo Nord - Richard Flanagan

Dorrigo Evans, medico di origine tasmaniana, è stato deportato in un campo di prigionia giapponese dove, insieme a molti connazionali, viene impiegato nella costruzione della Ferrovia della Morte, la linea ferroviaria tra Bangkok e la Birmania che avrebbe dovuto permettere all’esercito nipponico d’invadere l’India. Un’impresa sovrumana, che costerà la vita a centinaia di migliaia di uomini. Dorrigo fa il possibile per salvare i suoi compagni dalla fame, dalle malattie e dalle violenze delle guardie. A sostenerlo il ricordo di una fugace storia d’amore, vissuta anni prima con la giovane moglie di suo zio. Una manciata di giorni che vale una vita. Una promessa mai pronunciata. La strada stretta verso il profondo Nord è una storia epica d’amore e morte, disperazione e speranza, e Richard Flanagan, con una lingua densa e uno stile superbo, riesce a toccare tutte le corde dell’animo umano, avvolgendo il lettore con una storia sorprendente, dolorosa e di tremenda bellezza.

Recensione

«Ad ispirarmi è stato l'ascolto della durezza di quell'esperienza: io stesso sono figlio della Ferrovia della Morte»

Di crimini efferati e genocidi è piena la storia. Eppure di alcuni, soprattutto se avvenuti al di là del Mar Nero, si parla molto poco. Portata alla ribalta - ma neanche tanto - da film come Il ponte sul fiume Kwai o dal recente Le due vie del destino, la cosiddetta Ferrovia della morte fu una monumentale impresa di ingegneria bellica giapponese: 415 chilometri di linea attraverso la giungla thailandese, costruiti tra il '42 e l'ottobre del '43 per collegare la Thailandia alla Birmania al fine di consentire l'invasione dell'India da parte del Giappone. Gli schiavi che si fecero strada nella giungla quasi a mani nude tra fame, torture e malattie, con turni inumani e obiettivi giornalieri sempre più impossibili da raggiungere, furono reclutati - per una stima di sessantamila - tra i prigionieri inglesi, olandesi, australiani e americani, e in larga parte - quasi duecentomila - tra coreani, indiani e cinesi costretti ai lavori forzati. Un'opera che non si sarebbe potuta costruire in cinque anni, i Giapponesi riuscirono a compierla in sedici mesi, con un costo di circa centosedicimila vite umane, molte senza nome né volto, i cui resti furono gettati in fosse comuni.

Tra i sopravvissuti - incredibile a dirsi, ve ne furono - c'era il padre di Richard Flanagan, che con questo romanzo, scritto in dodici anni e completato il giorno esatto in cui il padre morì, si è aggiudicato il Man Booker Prize 2014.
Straordinaria rievocazione dei profondi recessi dell'inumanità, La strada stretta verso il profondo Nord è la storia di Dorrigo Evans, ufficiale medico imprigionato dai giapponesi e trasportato in un campo di lavoro in Birmania. Tre sono i momenti della vita dell'uomo che si alternano nelle pagine del libro: il passato remoto, prima della partenza in guerra, quando Dorrigo intrecciò una breve ma intensissima relazione con Amy, la giovane moglie dello zio; la Linea, passato un po' meno remoto che diviene presente, totale, annichilente, presagio prima, infinito durante, verminoso ricordo dopo; il presente, vuoto al fianco della paziente moglie Ella, tamponato con lavoro, figli, cosce di altre donne, alcool, libri.

Non occorre neanche dirlo: le pagine più ipnotiche sono le più orrende, brulicanti di fame, di feci e ferite purulente, di amputazioni e zanzare e malaria, di ingiuste punizioni e torture, di fatiche insostenibili e malattie debilitanti e mortali. A Dorrigo, in quanto medico ufficiale, secondo la tradizione giapponese fortemente rispettosa delle gerarchie vengono risparmiate le più grandi fatiche e umiliazioni: ma a darne testimonianza sono le voci di Darky Gardiner, battuto a morte per quindici lente pagine, di Jimmy Bigelow, di Rooster MacNeice, di Rabbit Hendricks, di Tiny Middleton e di tutti gli altri giovani che Dorrigo tentò di strappare alla morte trattando sfacciatamente con il maggiore Nakamura. Che, come molti alti gradi - primo tra tutti l'Imperatore, nel cui nome la ferrovia si costruì -, sfuggì a ogni tribunale di guerra e persecuzione nonostante i crimini innominabili che vennero perpetrati sotto il suo comando.
Ma tanto più neri e terribili sono i resoconti della quotidianità della Linea, tanto più luminose ed elegiache sono le pagine dedicate all'idillio tra Dorrigo ed Amy (la storia d'amore «viene dal racconto di un vicino di casa dei miei. [...] Anni dopo ho capito che potevo infilarla in questo romanzo. L'ho deciso perché dovevo illuminare il buio», racconta Flanagan in un'intervista). Il volto di Amy, sempre più opaco, darà rifugio all'anima di Dorrigo durante gli orrori della guerra: La strada stretta verso il profondo Nord è un romanzo d'amore e di morte, di colpa e redenzione, un capolavoro della fiction storica destinato a segnare il lettore come poche altre opere letterarie contemporanee.

Giudizio:

+5stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: La strada stretta verso il profondo Nord
  • Titolo originale: The Narrow Road to the Deep North
  • Autore: Richard Flanagan
  • Traduttore: E. Malanga
  • Editore: Bompiani
  • Data di Pubblicazione: 2015
  • Collana: Narratori stranieri
  • ISBN-13: 9788845280085
  • Pagine: 505
  • Formato - Prezzo: Brossura, sovraccoperta - 20.00 Euro

19 marzo 2016

La guerra non ha un volto di donna - Svetlana Aleksievic

22 giugno 1941: l'uragano di ferro e fuoco che Hitler ha scatenato verso Oriente comporta per l'URSS la perdita di milioni di uomini e di vasti territori e il nemico arriva presto alle porte di Mosca. Centinaia di migliaia di donne e ragazze, anche molto giovani, vanno a integrare i vuoti di effettivi e alla fine saranno un milione: infermiere, radiotelegrafiste, cuciniere e lavandaie, ma anche soldati di fanteria, addette alla contraerea e carriste, genieri sminatori, aviatrici, tiratrici scelte.
La guerra "al femminile" - dice la scrittrice - "ha i propri colori, odori, una sua interpretazione dei fatti ed estensione dei sentimenti e anche parole sue". Lei si è dedicata a raccogliere queste parole, a far rivivere questi fatti e sentimenti, nel corso di alcuni anni, in centinaia di conversazioni e interviste. Cercava l'incontro sincero che si instaura tra amiche e quasi sempre l'ha trovato: le ex combattenti e ausiliarie al fronte avevano serbato troppo a lungo, in silenzio, il segreto di quella guerra che le aveva per sempre segnate.
E a mano a mano che raccoglie le loro confidenze e rimorsi e afflizioni Svetlana Aleksievič si convince di una cosa: la guerra “femminile” è nella percezione delle donne anche più carica di sofferenza di quella “maschile”. Per colei che dona la vita dispensare la morte non può mai essere facile; e se, come ovvio, celebra con i commilitoni la Vittoria e la fine dell’incubo bellico, nella sua memoria restano incise, più sensibilmente delle eroiche imprese, vicende che parlano di abnegazione, compassione e amore negato.

Recensione

Non è insolito che il Nobel per la letteratura venga attribuito per motivazioni che vanno oltre i meriti letterari, spesso con significati politici come riconoscimenti di battaglie che esulano dalla pura letteratura per sconfinare in campi più ampi. È tra questi che rientra anche il caso di Svetlana Aleksievič, scrittrice di origini bielorusso-ucraine e autrice di una serie di reportage tra il giornalismo d'inchiesta e la storia popolare: nel 2015, anno delle crisi in Crimea, Ucraina e Siria che vedono coinvolta molto in profondità la Russia di Putin, è una scelta carica di sfumature.
Certo le sue inchieste non toccano questioni di stretta attualità politica come ha fatto Anna Politkovskaja, che ha pagato con la vita il suo impegno civile. Tuttavia la scelta di trattare temi scottanti per l'anima del comunismo sovietico in una prospettiva ampia, che coinvolge la storia dell'ex URSS ma sfiora da vicino anche i fatti contemporanei – le inchieste sugli effetti dell'incidente di Černobil o sull'invasione dell'Afghanistan – non rende meno profondo l'impatto di un lavoro di indagine che riguarda da vicino il presente e l'immediato futuro dell'Europa e non solo. Questo impegno non è rimasto privo di conseguenze per la scrittrice, costretta ad abbandonare la patria, sempre saldamente nelle mani dell'autocrate post-comunista Aleksandr Lukašenko, e ha sicuramente pesato per gli estensori del Nobel con la decisione di dare un segnale, attribuendo il premio a una scrittrice dai tratti anti-regime.

La motivazione chiama in causa la polifonica scrittura nel raccontare un monumento alla sofferenza e al coraggio dei nostri tempi, e indubbiamente di questa ricerca La guerra non ha un volto di donna, raccolta di testimonianze delle donne soldato dell'Armata Rossa nella II Guerra Mondiale, costituisce l'esempio ideale.

Non di romanzo e neppure di storiografia si tratta, ma di una memorialistica che assume il taglio di un racconto corale ascoltato dalle voci, a volte discordi eppure sempre accorate, delle superstiti di una vera e propria epopea, quella che il popolo sovietico ha vissuto tra il 1942 e il 1945, resistendo da Leningrado al Volga alla spietata offensiva della macchina bellica nazista e opponendo all'impeto metallico delle Panzer-division hitleriane poco più che la propria carne viva, quella di giovani uomini e donne che forse hanno contribuito più di quanto siamo abituati a pensare a costruire un'Europa libera, senza vederne l'avvenire.

Effettivamente gli innumerevoli aneddoti raccolti dalla giornalista, risalenti alla metà degli anni '80 – è ormai ragionevole supporre che molte di quelle voci, a più di settant'anni dalla fine della Guerra Patriottica contro la Germania, si siano spente nel tempo –, non hanno contenuti dichiaratamente politici ma nello stesso tempo chiamano in causa il contributo dei singoli, in particolare delle donne, cui viene riconosciuto un ruolo non piccolo nella resistenza sovietica, in ogni grado e funzione.

Un esercito di infermiere, lavandaie, tiratrici scelte, telegrafiste, partigiane appena diciottenni e spesso anche più giovani sceglieva di arruolarsi sfidando le convenzioni sociali per partecipare all'immenso sforzo collettivo di un popolo che vedeva la sua terra stuprata dall'occupazione tedesca e subiva il bilancio più pesante di vittime civili e militari, oltre venti milioni secondo stime approssimative. Aleksievič si limita a ricostruire e a rendere i lettori partecipi del dolore di queste donne, spesso dimenticate dalla storia, la cui gioventù è tragicamente finita con la guerra, anche quando sono scampate alla morte: la guerra, di tutte queste ragazze, ha portato via l'innocenza e l'ingenuità, anche dopo la vittoria e le decorazioni, anche dopo il ritorno a casa e alla normalità.

Le sterminate pianure coperte di neve o di grano ma comunque intrise del sangue russo e tedesco, le isbe bruciate di cui resta solo il camino e l'altare delle icone, le difficoltà di adattarsi alle divise e ai rigidi regolamenti militari, la perdita di amori, famigliari e amiche, le piccole futili gioie femminili anche nell'orrore della guerra più schifosa parlano nei racconti di tante piccole grandi donne che hanno portato, come tutto il loro popolo, il fardello di una resistenza, spesso soltanto perché erano sostenute dall'ideale – tragicamente rivelatosi poi un abisso totalitario anch'esso – del comunismo stalinista. Di fronte al pensiero costante della morte e della fine, senza retorica né fronzoli, l'autrice non deve aggiungere nulla per commuovere il lettore: bastano le voci delle tante donne che hanno scelto di pagare volontariamente il loro tributo per la libertà e la pace, spesso per puro spirito di patriottismo e sacrificio.

E non deve sforzarsi neppure per suggerire che quel passato non è poi così lontano da non poter tornare di nuovo.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: La guerra non ha un volto di donna
  • Autore: Svetlana Aleksievič
  • Traduttore: Sergio Rapetti
  • Editore: Bompiani
  • Data di Pubblicazione: 2015
  • Collana: Overlook
  • ISBN-13: 9788845281099
  • Pagine: 448
  • Formato - Prezzo: paperback - Euro 20

11 novembre 2015

Memorie di una interprete di guerra - Elena Rževskaja

Mosca, ottobre 1941. Sono passati quattro mesi dall’attacco della Germania hitleriana all’URSS. Elena Rževskaja, ventiduenne, lascia la fabbrica di orologi dove lavora e si iscrive a un corso per interpreti militari. Inizia un’avventura che la porterà a diventare testimone attenta e partecipe della guerra, in un movimento continuo che attraverso cittadine e villaggi sconvolti dal conflitto la condurrà al fronte, e infine a Varsavia e a Berlino. Ed è qui, nel suo ruolo di interprete militare, che la giovane Elena si troverà nel maggio del ’45 al centro della misteriosa vicenda del riconoscimento del corpo carbonizzato di Hitler, di cui Stalin non informa neanche il maresciallo Žukov, comandante dell’Armata Rossa che entra vittoriosa in Berlino. E a questo punto il libro da avvincente narrazione diventa anche un ineludibile documento storico che contribuisce a chiarire una delle vicende più oscure della Seconda guerra mondiale.

Recensione

Memorie di un’interprete di guerra è il risultato finale di un reportage che, dopo vari articoli, approfondimenti e romanzi di Elena Rževskaja, racconta a cuore aperto la dura realtà del Fronte, mettendone in risalto gli aspetti più oscuri e inaspettati.
L’intento dell’autrice, con l’aiuto della traduttrice Daniela di Sora, è tramandare ai posteri le sue preziose memorie che preservano un grande segreto storico e portano alla luce questioni irrisolte, sulle quali i grandi dell’epoca della Seconda Guerra Mondiale hanno preferito stendere un alone di mistero, preferendo così il mito alla Storia.

Una verità sulla morte di Hitler che si discosta da quella storiograficamente conosciuta (documentata nei minimi particolari), le realtà del Terzo Reich e le esperienze di chi la guerra l’ha vissuta sulla propria pelle, sono solo alcuni degli argomenti affrontati da parte della Rževskaja che nel suo romanzo, racconta di sé, Elena, un’interprete di tedesco per il fronte russo.
Un lavoro autobiografico portato avanti con caparbietà e con molto coraggio: rievocare tutte le memorie dell’esperienza bellica, infatti, significa anche riportare alla mente dolorose immagini di tristezza, rassegnazione e disperazione.
Il romanzo è un vero e proprio contenitore di ricordi, documenti, lettere e stralci di appunti di Elena, recuperati dai quaderni e dai taccuini che la accompagnarono fedelmente nei suoi vari spostamenti bellici. Leggiamo nelle prime pagine, di una Elena desiderosa di partire entusiasta alla volta del Fronte per vivere una esperienza che le permettesse di crescere e di sentirsi viva, ma l’entusiasmo ci mette poco a scemare, trasformandosi in desiderio di sopravvivere.

Non so sinceramente dove l’autrice abbia trovato la forza e il coraggio di sostenere una situazione simile, anche se non era in prima linea con un elmetto ed un fucile in mano, infatti, combatteva nel silenzio delle retrovie la sua guerra, munita di carta ed inchiostro. L’imminenza del crollo psicologico viene respinta con forza anche se non mancano momenti di debolezza che Elena trascorre stringendosi nei suoi valenki.
Uno degli spunti di riflessione offerti dal romanzo è la coincidenza tra il concetto di umanità, di fratellanza e l’etichetta storico-politica di nemico: il mio nemico è il soldato tedesco ma il soldato tedesco è anche un uomo come me. Ecco le parole del professore di tedesco di Elena:

-Vi prego di non dimenticare, Genossen, che l'autore di questi versi era un tedesco. Quando noi avremo vinto e il nazismo in Germania sarà stato definitivamente sconfitto, avremo il diritto di dire a noi stessi che mai, neanche negli anni della guerra e della ferocia, mai abbiamo smesso di amare questa splendida lingua.

I tedeschi non sono solo Adolf Hitler e Goebbels, ma anche le vittime della loro politica.
Si tratta di pensieri che popolano le menti ed i cuori di chi ha visto amici ma soprattutto nemici, prigionieri e vittime di loro stessi, beffati dal loro credo politico.
L’uomo ha perso molto della sua integrità morale come creatore della Guerra, una realtà dagli instabili equilibri dove è facile che la vittima diventi carnefice e viceversa.
A farne le spese, in ogni a caso, non sono mai i potenti: tristissime le immagini dei sopravvissuti che Elena ci racconta e descrive, ma anche piene di speranza per un domani migliore.
Col senno di poi possiamo purtroppo dire che il domani di cui si parla, il nostro ieri dunque, non è stato come ci si prospettava: la prepotenza, l’arroganza e la cattiveria continuano indisturbate a scorrere nei fiumi dell’animo umano, ormai contaminato e irriconoscente verso gli altri.

Nella lettura, l’egoismo amplificato di Hitler ci fa rabbrividire, come i peccati dei suoi sottoposti che non sono da meno; mi ha colpito molto la storia della famiglia di Goebbels, dal finale macabro.
Continuo ogni volta a sorprendermi di quanto l’animo umano possa essere spietato, come se non ci fosse mai un fondo da raggiungere oltre il quale è impossibile andare.
Il romanzo è una testimonianza molto viva e sentita di Elena, un dono che lei fa a noi lettori, condividendo tutti i suoi pensieri ma anche le sue riserve, permettendoci così di conoscere lati oscuri della Storia contemporanea.
Con uno stile molto lineare e accorato il libro si consuma celermente e lascia spazio a riflessioni su tematiche molto profonde. Un lavoro estremamente toccante e ben elaborato.
Non posso che assegnare cinque stelle e consigliarlo agli amanti della Storia, a coloro cui le pagine concesse dai libri scolastici non bastano.

Giudizio:

+5stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Memorie di una interprete di guerra
  • Autore: Elena Rževskaja
  • Traduttore: Daniela Di Sora
  • Editore: Volans Edizioni
  • Data di Pubblicazione: 07/2015
  • Collana: Amazzoni
  • ISBN-13:978-8862431200
  • Pagine: 448
  • Formato - Prezzo: Brossura - 20,00 Euro

20 giugno 2015

Il Grande Gioco. I Servizi Segreti in Asia Centrale - Peter Hopkirk

«Una delle letture più appassionanti... Non bisogna lasciarsi spaventare dal fatto che siano oltre 600 pagine. Non dirò che lo si legge di un fiato, ma lo si centellina per sere e sere come se fosse un grande romanzo d’avventure, popolato di straordinari personaggi storicamente esistiti e di cui non sapevamo nulla». UMBERTO ECO
«... grande affresco storico sul Grande Gioco, come lo chiamò Kipling, che impegnò inglesi e russi, per buona parte dell’Ottocento, in Afghanistan, in Iran e nelle steppe dell’Asia centrale. Mentre il grande impero moscovita scivolava verso i mari caldi inghiottendo ogni giorno, mediamente, 150 chilometri quadrati, la Gran Bretagna cercava di estendere verso nord i suoi possedimenti indiani. Vecchia storia? Acqua passata? Chi darà un’occhiata alla carta geografica constaterà che i grandi attori hanno cambiato volto e nome, ma i territori contesi o discussi sono sempre gli stessi. In queste affascinanti “mille e una notte” della diplomazia imperialista il lettore troverà l’antefatto di molti avvenimenti degli scorsi anni in Afghanistan e in Iran». SERGIO ROMANO 

Recensione

"Il grande gioco", come lo nominò Kipling, è quello che, dai primi dell’Ottocento fino alle soglie della prima guerra mondiale, vide impegnati due imperi, quello britannico e quello zarista, nella conquista dell’Asia mediorentale. Effettivamente, per circa un secolo, sembrò che il territorio che va dal mar Caspio alla Cina, su cui transitava la Via della Seta (quindi attraverso l’attuale Iran, l’Afghanistan, l’Uzbekistan e i territori limitrofi), dovesse essere appannaggio solo di questi due paesi: la Gran Bretagna, che poteva intervenire da sud, dove aveva come base di appoggio i possedimenti indiani di cui era molto gelosa, e la Russia, che da nord dominava su una parte del Caucaso e lo sterminato territorio siberiano. I due imperi non si misurarono quasi mai direttamente in guerra, preferendo mettere l'uno contro l'altro i paesi asiatici su cui riuscirono ad avere influenza e alimentando ulteriormente lo stato di tensione esistente fra le varie tribù locali.

È interessante conoscere la recente storia di paesi le cui vicende creano tante apprensioni ai nostri giorni. Fra l’altro il saggio si legge come un romanzo d’avventure e le oltre seicento pagine che lo compongono scorrono veloci. Per poter comprendere pienamente, tuttavia, la dinamica degli avvenimenti, sarebbe opportuno tenere sott’occhio una cartina della zona. Già nel libro ne sono riportate alcune, tuttavia sono in bianco e nero e di dimensioni troppo contenute per avere una visione chiara d’insieme; averne una più grande e con indicati i passi fra i rilievi montuosi faciliterebbe la comprensione degli avvenimenti trattati.

L’autore inglese, nonostante cerchi di essere obiettivo, parteggia naturalmente per il proprio paese e quindi, nella disanima della storia, i russi appaiono sempre più crudeli e bugiardi rispetto agli inglesi. Ma c’è anche una critica abbastanza esplicita alla Gran Bretagna per la ricerca esclusiva dell’interesse economico, anche a scapito delle vite umane, specie se non inglesi, nelle sue conquiste territoriali.
I motivi addotti dalle due nazioni per giustificare un intervento armato nei paesi asiatici, per quanto spesso pretestuosi, venivano caldeggiati dall'opinione pubblica che, come si sa, viene però spesso manipolata dalla politica. Era facile per i due paesi asserire che bisognava vendicare soprusi contro i mercanti che percorrevano le strade carovaniere ed erano spesso depredati, quando non fatti schiavi, dai banditi.
Peraltro le conquiste dei suddetti territori, se già a quei tempi erano motivo di stragi nella popolazione civile da parte delle due potenze occidentali -anche se non era stato ancora forgiato il termine di danni collaterali-, erano anche precedute da eccezionali prove di valore da parte di singoli individui. Essi erano spesso ufficiali che avevano dimestichezza con le lingue e altre volte indigeni, che più facilmente riuscivano a confondersi con le popolazioni dei luoghi da attraversare. Sotto travestimento, sfidando banditi e sovrani sanguinari, percorrevano quelle regioni per fare delle mappature del territorio e verificare la possibilità di transito degli eserciti con l’artiglieria al seguito. L’attività di spionaggio era pertanto molto praticata, come attesta anche Kipling in Kim, che narra come cinque agenti zaristi, fingendosi cacciatori, cercavano di sobillare la popolazione contro gli inglesi nei cinque regni a nord dell’India.

Giudizio:

+5stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Il Grande Gioco - I servizi segreti in Asia centrale
  • Titolo originale: The Great Game - On Secret Service in Hight Asia 
  • Autore: Peter Hopkirk
  • Traduttore: Giorgio Petrini
  • Editore: Adelphi
  • Data di Pubblicazione: 2004
  • Collana: Gli Adelphi
  • ISBN-13: 9788845924750
  • Pagine: 624
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 16,00

29 maggio 2015

Speciale Grande Guerra: Addio alle Armi - Ernest Hemingway

Ernest Hemingway nacque a Oak Park (Illinois, USA) nel 1899. Secondo di sei figli di un medico e di un'artista, l'infanzia di Hemingway fu agiata e a contatto con la natura, cosa che lo appassionò alla vita all'aperto e all'avventura. Dopo che la madre tentò senza successo di fare di lui un musicista, il giovane Hemingway si appassionò alla letteratura, spinto dai suoi professori delle medie che ne intravidero il talento.
Preso il diploma, iniziò a lavorare come cronista prima di arruolarsi e partire per il fronte italiano della I Guerra Mondiale nel 1918 in qualità di autista delle ambulanze della Croce Rossa. Ferito ad una gamba, venne ricoverato in vari ospedali prima di finire nell'ospedale della Croce Rossa americana a Milano, dove conobbe Agnes Von Kurowsky, che fu la fonte di ispirazione per il libro qui recensito, Addio alle Armi. Finita la fugace storia d'amore che lo lasciò a pezzi, Hemingway fu dimesso e decorato con la medaglia d'argento al valor militare italiana e, dopo un ritorno al fronte, nel 1919 rientrò a Oak Park accolto da eroe. Negli anni Venti iniziò la sua carriera da scrittore.
In contrasto con la madre, si ritrovò senza il sostentamento della famiglia e dovette arrangiarsi con lavoretti vari prima di riuscire a diventare giornalista. Verso la fine del 1921 il giornale per cui lavorava lo mandò in Europa per un reportage ed è a Parigi che Hemingway fece le conoscenze che lo iniziarono alla carriera di scrittore. Nel 1926 vennero pubblicati i suoi primi due romanzi di successo: Fiesta (E il Sole sorge ancora) (The Sun also Rises prima ed. italiana Einaudi, 1944) e Torrenti di Primavera (The Torrents of Springs prima ed. italiana Einaudi, 1951). La fama di Hemingway crebbe e, rispettivamente nel 1927 e nel 1929, vennero pubblicati Uomini senza donne (Men without Women, prima ed. italiana Elios, 1946) e Addio alle Armi (A Farewell to Arms prima ed. italiana Mondadori, 1946). Negli anni Trenta la sua carriera ebbe un'impennata: avventuriero e insofferente a restare sempre nello stesso posto, girò il mondo e scrisse proficuamente sia romanzi che racconti. Tra le opere più famose ricordiamo: Verdi Colline d'Africa (The Green Hills of Africa prima ed. italiana Jandi-Sapi, 1946), Chi ha e chi non ha (Who Have and Have Not prima ed. italian Jandi-Sapi, 1945) e Morte nel pomeriggio (Death in the Afternoon prima ed. italiana Einaudi, 1947).

Durante gli anni della Seconda Guerra Mondiale, Hemingway scrisse uno dei suoi romanzi più celebri, Per chi suona la campana (For Whom the Bell Tolls prima ed. italiana Mondadori, 1946), che ebbe una trasposizione cinematografica nel 1941 e fu un bestseller. In quegli anni Hemingway girò molto sui fronti di guerra europei ed ebbe vari incidenti - tra cui uno gravissimo in auto - e contrasse ben due polmoniti. Venne inoltre inquisito (poi assolto) per aver violato la Convenzione di Ginevra togliendosi le mostrine da reporter e combattendo al fianco dei partigiani francesi.
Alla fine della guerra, Hemingway soggiornò lungamente in Italia e scrisse un romanzo sul suo legame con lo Stivale: Di là del fiume e tra gli Alberi (Across the River and Into the Trees prima ed. italiana Mondadori, 1965). Tornato nella sua casa a Cuba, lo scrittore iniziò un altro romanzo fondamentale che gli frutterà il premio Pulitzer e il Premio Nobel del 1954: Il Vecchio e il mare (The Old Man and the Sea prima ed. italiana Mondadori, 1952). La vita avventurosa ne aveva tuttavia segnato il fisico e la mente e negli ultimi anni di vita soffrì di una forte depressione che, nel luglio del 1961, lo portò al suicidio. Di quel periodo si ricordano soprattutto gli articoli giornalistici e Il giardino dell'Eden (The Garden of Eden prima ed. italiana Mondadori, 1987). In Italia il nome di Ernest Hemingway fu fatto conoscere da Fernanda Pivano, traduttrice di molti suoi libri e amica.


Composto febbrilmente tra il 1928 e il 1929, Addio alle armi è la storia di amore e guerra che Hemingway aveva sempre meditato di scrivere ispirandosi alle sue esperienze del 1918 sul fronte italiano, e in particolare alla ferita riportata a Fossalta e alla passione per l'infermiera Agnes von Kurowsky. I temi della guerra, dell'amore e della morte, che per diversi aspetti sono alla base di tutta l'opera di Hemingway, trovano in questo romanzo uno spazio e un'articolazione particolari. È la vicenda stessa a stimolare emozioni e sentimenti collegati agli incanti, ma anche alle estreme precarietà dell'esistenza, alla rivolta contro la violenza e il sangue ingiustamente versato. La diserzione del giovane ufficiale americano durante la ritirata di Caporetto si rivela, col ricongiungimento tra il protagonista e la donna della quale è innamorato, una decisa condanna di quanto di inumano appartiene alla guerra. Ma anche l'amore, in questa vicenda segnata da una tragica sconfitta della felicità, rimane un'aspirazione che l'uomo insegue disperatamente, prigioniero di forze misteriose contro le quali sembra inutile lottare.

Recensione

Ernest Hemingway ebbe una vita che definire avventurosa sarebbe riduttivo. L'amore per il viaggio e la curiosità furono le molle che lo spinsero ad essere sempre presente quando grandi eventi si stavano compiendo.
Fu cronista durante la Seconda Guerra Mondiale e la Guerra Civile Spagnola e partecipò, a venti anni, alla Prima Guerra Mondiale come riservista americano inviato in Europa a combattere sul fronte italiano.
Non potendo essere un combattente a causa di un difetto della vista, divenne autista di autoambulanze. Durante il suo servizio fu ferito ad una gamba e venne portato all'ospedale della Croce Rossa americana di Milano, dove conobbe Agnes von Kurowsky, infermiera statunitense di origine tedesca con cui intrattenne una relazione amorosa. Questa sommaria descrizione di quel periodo della vita di Hemingway non differisce molto da un veloce riassunto di Addio alle Armi - romanzo di amore e morte che narra in prima persona le vicende del tenente Frederic Henry e dell'infermiera Catherine Barkley –, trascrizione su carta delle forti sensazioni che le sue esperienza di vita gli avevano lasciato.

L'autore - premio Pulitzer nel 1953 e Nobel nel 1954 - è sempre stato famoso per le sue frasi scarne, al limite della semplicità ma estremamente evocative, e per i suoi personaggi forti e gentili allo stesso tempo. La potenza narrativa di Addio alle Armi sta nel raccontare di esseri umani qualunque che cercano di vivere la loro storia in mezzo alla Storia.

La Prima Guerra Mondiale sta cambiando l'Europa e il mondo intero e anche le persone non possono rimanere le stesse: è l'inizio della fine degli ideali positivisti di fine '800.
Non poteva che essere una guerra di proporzioni immani a sconvolgerli, riportando gli uomini e le donne ad una condizione di precarietà. Proprio in questa situazione si muove la storia d'amore tra Frederic e Cathrine e tutto il loro rapporto non può che essere minato dal periodo che stanno vivendo, quando invece, se fosse stato collocato in un diverso momento, avrebbe potuto seguire un corso meno problematico.
Hemingway, tuttavia, li fa innamorare proprio grazie alla guerra, rendendo una straordinaria narrazione del conflitto e reciprocità tra Eros e Thanatos al lettore.

Ovviamente Addio alle armi è da leggere. Hemingway miscela perfettamente le emozioni dei personaggi in due storie intrecciate. L'inquietudine che per tutto il dipanarsi della storia non lascia mai i personaggi non può che sfociare in un finale disperato e al tempo stesso inevitabile. Si lotta contro l'inevitabile, ci dice Hemingway, ed è questo che ci rende umani.

Giudizio:

+5stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Addio alle Armi
  • Titolo originale: A Farewell to Arms
  • Autore: Ernest Hemingway
  • Traduttore: Fernanda Pivano
  • Editore: Mondadori
  • Data di Pubblicazione: 2007
  • Collana: Oscar Classici Mondadori
  • ISBN-13: 9788804567103
  • Pagine: 320
  • Formato - Prezzo: Brossura - 10,50 Euro

26 maggio 2015

Speciale Grande Guerra: Ci rivediamo lassù - Pierre Lemaitre

Sceneggiatore, insegnante, scrittore, Pierre Lemaitre nasce a Parigi nel 1951. Esordisce nel 2010 con Travail soigné (Irène), affermandosi come uno dei grandi nomi francesi del genere noir. I suoi romanzi sono stati tradotti in più di venti lingue, e nel 2013 gli è stato conferito il prestigioso Prix Goncourt.

Ci rivediamo lassù (Au revoir là-haut, 2013), opera più picaresca che storica, è stato eletto miglior romanzo dell'anno dalla rivista "Lire".
Tra le opere dell'autore citiamo la cosiddetta "trilogia di Verhoeven" (Irène, Alex, Camille, Mondadori 2015), L'abito da sposo (Fazi 2011) e Lavoro a mano armata (Fazi 2013).


Sopravvissuti alla carneficina della Grande Guerra, nel 1918 Édouard e Albert si ritrovano emarginati dalla società. Albert, un umile e insicuro impiegato che ha perso tutto, proprio alla fine del conflitto viene salvato sul campo di battaglia da Édouard, un ragazzo ricco, sfacciato ed eccentrico, dalle notevoli doti artistiche. Dopo il congedo, condannati a una vita grama da esclusi, decidono di prendersi la rivincita inventandosi una colossale truffa ai danni del loro Paese ed ergendo il sacrilegio allo status di opera d'arte. Affresco di rara potenza evocativa, Ci rivediamo lassù è un romanzo appassionante e rocambolesco: in un'atmosfera crepuscolare e visionaria, Pierre Lemaitre orchestra la grande tragedia di una generazione perduta con un talento e una maestria impressionanti.

Recensione

Chi pensava che quella guerra sarebbe finita era già morto da molto tempo. In guerra, per l'appunto.

Nella sterminata lista di opere che accendono i riflettori sugli orrori della Grande Guerra, si distingue per la sua ironia Ci rivediamo lassù del francese Pierre Lemaitre. Definita forse impropriamente "romanzo storico", l'opera di Lemaitre vuole piuttosto narrare gli espedienti picareschi di due reduci, Albert ed Édouard, che lungi dal tentare il reinserimento in una società che li ha mandati giovanissimi in trincea si riducono a vivere al margine, sopravvivendo di espedienti.

Albert ed Édouard, rispettivamente giovane impiegato il primo e ricco rampollo omosessuale in rotta col padre il secondo, non si sono quasi mai rivolti la parola prima di essere sorpresi da una granata a pochi giorni dal ritiro delle truppe. Origine delle loro sfortune non è un crucco, ma il francesissimo tenente Henri d'Aulnay-Pradelle, che deluso dall'annuncio dell'armistizio giunto prima che riuscisse a guadagnarsi abbastanza mostrine coinvolge a tradimento i suoi uomini in un'inutile scaramuccia con i tedeschi con un alto costo in vite umane.
A rimetterci è Édouard, che perde la metà inferiore della faccia dopo aver tirato fuori Albert dalla fossa in cui il tenente Pradelle l'ha condannato a morte certa. Da sempre baciato dalla fortuna, Édouard sopravvive all'esplosione, ma in uno stato tale che decide di darsi per morto alla famiglia e al mondo. Con il nuovo nome di Éugene, rubato a un cadavere, sempre più dipendente dalla morfina e da altre droghe (e di conseguenza da Albert, che gliele procura), Édouard sogna la beffa del secolo, l'estremo e divertente saluto a un mondo che non gli ha dato nulla.

Il dissacrante Lemaitre, dopo un inizio canonico che ricorda le trincee di E.M. Remarque, avvince il lettore in un romanzo dal sapore dickensiano che stempera i gravi motivi del reinserimento dei reduci in società e dei profittatori di guerra con una feroce ironia che bersaglia proprio tutti: l'inetto e paranoico Albert, che per gratitudine e senso di colpa non riesce ad affrancarsi dall'uomo che gli ha salvato la vita; Édouard, arrogante artista di ricca famiglia mutilato durante l'unico atto eroico della sua stravagante esistenza; l'ambizioso Henri d'Aulnay-Pradelle, instancabile nella sua smania di ricchezza e posizione che finisce, per una delle sfrenate casualità tanto care ai romanzi ottocenteschi, per sposare Madeleine, l'amata sorella di Édouard, che lungi dall'essere la cara creatura evocata dai ricordi del fratello si rivela una vacua ed egoista signorina d'alta borghesia; Péricourt, il freddo padre di Édouard che per tutta la vita rifiutò quel figlio stravagante, e che si ritrova improvvisamente a piangere la sua memoria.

Dai passi più drammatici alle scene più grottesche, il romanzo di Lemaitre non sarà forse una puntuale testimonianza storica sulla Grande Guerra, ma è senz'altro un'ottima opera d'intrattenimento che gioca tutto sull'incisività dei personaggi e sui ritmi incalzanti. Ci rivediamo lassù è una grande storia sulle ironie della vita che non manca di far riflettere sulle contraddizioni del dopoguerra e sulla morte, reale o metaforica, di una generazione di giovanissimi coinvolti in un conflitto che sarebbe dovuto durare «due, tre settimane al massimo».

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Ci rivediamo lassù
  • Titolo originale: Au revoir là-haut
  • Autore: Pierre Lemaitre
  • Traduttore: Stefania Ricciardi
  • Editore: Mondadori
  • Data di Pubblicazione: 2014
  • Collana: Scrittori italiani e stranieri
  • ISBN-13: 9788804636007
  • Pagine: 454
  • Formato - Prezzo: Brossura - 17.50 Euro

19 maggio 2015

Speciale Grande Guerra: La via del ritorno - Erich M. Remarque

Erich Maria Remarque naque a Osnabrück, in Germania, il 22 giugno 1898, con il nome di Erich Paul Remark.
Appartenente a una famiglia della classe operaia trascorse un'infanzia e una giovinezza tranquilla fino al compimento dei diciotto anni, quando fu arruolato come soldato semplice durante la Prima Guerra Mondiale. Nel 1917 fu mandato con il suo reggimento sul fronte occidentale, ove rimase fino a luglio, quando fu ferito da una scheggia e spedito in un ospedale militare dove rimase per gli ultimi mesi del conflitto.
Terminata la guerra riesce a completare gli studi superiori e ottiene un posto da insegnante grazie alle agevolazioni governative, occupazione che manterrà fino al 1920, quando chiederà una licenza dall'insegnamento che diventerà poi definitiva. Le esperienze di questi tre anni, sia in tempo di guerra che di pace, influenzeranno in modo imprescindibile sia il Remarque uomo che il Remarque scrittore, condizionandone l'intera produzione ed in particolare il suo romanzo più celebre, Niente di nuovo sul fronte occidentale, e il suo seguito ideale La via del ritorno.
Remarque aveva in effetti iniziato a cimentarsi con la letteratura fin da giovanissimo, scrivendo saggi,poesie e racconti ma è solo nel 1920 che riesce a far pubblicare il suo primo romanzo, Die Traumbude, edito usando ancora il cognome originale Remark. L'opera ha poco seguito e si dovrà aspettare sette anni prima che lo scrittore torni nuovamente alle stampe con Station am Horizont, pubblicato a puntate sul giornale sportivo per il quale lavorava allora, una delle mille occupazioni tentate dopo l'abbandono dell'insegnamento. Il 1927 è un anno fertile: in pochi mesi infatti Remarque compone anche il suo capolavoro Niente di nuovo sul fronte occidentale (Im Westen nichts Neues),
che però non trovò un editore fino a due anni dopo quando finalmente lo scrittore lo pubblica con il" nuovo" cognome Remarque, che era poi quello orginale della famiglia, cambiato in Remark il secolo precedente dal bisnonno. Si pensa che la scelta fosse dovuta alla volontà di prendere le distanze dalla prima sfortunata opera, Die Traumbaude. Ad esso farà seguito nel 1931 La via del ritorno (Der Weg zurück), ultimo romanzo scritto prima del trasferimento in Svizzera, a Porto Ronco con l'ex-moglie Ilse Jutta Zambona , sposata nel 1925 e da cui divorziò cinque anni più tardi mettendo fine a un matrimonio piuttosto turbolento. I due si risposeranno poi nel 1938 per evitare il rimpatrio della donna in Germania.
Il trasferimento in Svizzera fu originato dalle tensioni con il regime nazista, che riteneva le opere dello scrittore portatrici di uno spirito pacifista e disfattista in contrasto con gli ideali della nuova Germania. Nel 1933 su ordine del ministero della propaganda guidato da Joseph Goebbels bandì e bruciò pubblicamente le opere di Remarque, condannando incoltra la scelta dell'autore di abbandonare il suo cognome tedesco per una versione francesizzata. L'ira del regime verso l'autore non si placò mai e trovò un ulteriore feroce sfogo nel 1943 quando la sorella Elfriede Scholz fu arrestata con l'accusa di minare la morale collettiva e per questo giustiziata.
Remarque nel frattempo continua la sua produzione artistica tra la Svizzera e gli Stati Uniti (sarà naturalizzato cittadino statunitense nel 1947) producendo una serie di opere di vasto successo tra le quali ricordiamo Tre camerati(Drei Kameraden, 1936), Ama il prossimo tuo (Liebe deinen Nächsten,1939) e Arco di Trionfo(Arc de Triomphe, 1945) e Tempo di vivere, tempo di morire (Zeit zu leben und Zeit zu sterben, 1954).
Separatosi definitivamente da Ilse nel 1945 lo scrittore portò avanti diverse relazioni con dive del cinema quali Hedy Lamarr e Marlene Dietrich fino a che, nel 1958, sposa l'attrice francese Paulette Goddard, alla quale rimarrà legato fino alla morte, avvenuta a Locarno nel 1970.


Quattro anni trascorsi in trincea, in un inferno di orrori, in un lembo di terra tutta buchi e distruzione, tra brandelli di divise, lampi d’artiglieria e missili che solcano il cielo come fiori colorati e argentei… e poi in un giorno del 1918 ecco, improvvisa, la pace. Niente più mitragliatrici, niente più spari, nessun sibilo di granate. Comincia la ritirata e il ritorno in Germania per Ernst e la sua compagnia. Trentadue uomini, su più di cinquecento fanti partiti all’inizio della Grande guerra. Attraversano la Francia camminando lentamente, con le loro divise stinte e sudicie, i volti irsuti sotto gli elmetti d’acciaio. Magri e scavati dalla fame, dalla miseria, dagli stenti. Anziani con la barba e compagni smilzi non ancora ventenni, coi lineamenti che segnano l’orrore, il coraggio e la fine, con occhi che ancora non riescono a capire: sfuggiti al regno della morte, ritornano davvero alla vita? Lungo la strada incontrano i nemici, gli americani. Indossano divise e mantelli nuovi, scarpe impermeabili e della misura giusta. Hanno armi nuove e tasche piene di munizioni. Sono tutti in ordine. Al loro confronto Ernst e i suoi hanno l’aspetto di una vera banda di predoni. Eppure, una sola parola sgarbata e si lancerebbero all’assalto, selvaggi e sfiatati, pazzi e perduti. Arrivano in Germania di sera, in un grosso villaggio. Qualche festone appassito pende sopra la strada. Dei manifesti stinti dalla pioggia danno Il benvenuto. Ma nessuno li accoglie. Nessuna ragazza li saluta lungo la via, soltanto qualche bambino affamato corre loro accanto. Tutti sembrano tornati a occuparsi di se stessi, la vita continua come se loro fossero degli accessori. È quella davvero la patria, quella la casa? Oppure il fronte, quell’inferno di orrore e distruzione è penetrato così a fondo nei loro cuori che il lembo di terra della trincea è diventato la loro vera patria, terribile e straziante? Pubblicato per la prima volta a puntate sulla Vossische Zeitung e poi in volume nel 1931, La via del ritorno, riproposto qui in una nuova traduzione, fa parte, insieme con Niente di nuovo sul fronte occidentale e Tre camerati, della trilogia di Erich Maria Remarque dedicata alla Grande guerra. È uno dei libri più riusciti dello scrittore messo al bando dai nazisti, un’opera in cui la potenza delle immagini e delle parole si coniuga perfettamente con la storia narrata di un giovane reduce della Grande guerra. La prosa lieve e malinconica di Remarque raggiunge in queste pagine la sua più compiuta espressione, indugiando con maestria sui desolati paesaggi del terribile conflitto e restituendo al lettore l’anima di un personaggio che è il simbolo di un’intera generazione: una generazione che ha creduto di tornare a casa e dimenticare l’inferno delle trincee, e che invece ne è rimasta sopraffatta.

Recensione

Quando ho visitato San Francisco sono rimasta colpita, tra le tante bellezze, dall'elevato numero di senzatetto e dall'altissima percentuale di ex-militari fra di loro. Siamo nel ventunesimo secolo, la guerra, soprattutto per i paesi occidentali, è diventata un mestiere, moderno, tecnologico, estremamente organizzato eppure ancora si fatica a trovare un modo efficace per aiutare coloro che hanno combattuto a reinserirsi nella società civile. Cosa avrà significato allora per un gruppo di adolescenti strappati dai banchi di scuola e buttati nelle trincee del primo conflitto su scala mondiale che il mondo abbia conosciuto tentare di adattarsi nuovamente ad una realtà dove la morte non è la tua compagna quotidiana?
Remarque ce ne fornisce un convincente assaggio in questo suo secondo romanzo dedicato alla Grande Guerra che narra le vicissitudini di un gruppo di soldati rientrati dal fronte occidentale in patria al termine del conflitto e può quindi essere considerato l'ideale seguito del famosissimo Niente di nuovo sul fronte occidentale , sebbene i personaggi principali del precedente romanzo siano qui solo accennati, con l'esclusione di Tjaden.

Nonostante questi tratti comuni, tuttavia, le similitudini tra La via del ritorno e Niente di nuovo si esauriscono presto e il nuovo libro presenta ben presto un carattere molto più riflessivo e analitico, che emergerà poi in tutte le opere successive di Remarque, collocando quindi il romanzo più noto dello scrittore tedesco in una posizione separata rispetto al resto della sua produzione.
Niente di nuovo rimane ancora oggi un bestseller grazie al suo messaggio pacifista e alla prospettiva realistica e originale con cui la guerra viene narrata e questo, in epoca moderna, ha in qualche modo oscurato la popolarità dei romanzi che seguirono e che meriterebbero invece la stessa considerazione, come dimostra questo La via del ritorno, nel quale l'autore, con il suo consueto linguaggio semplice ed emotivo tratteggia con chiarezza difficilmente eguagliabile il percorso di reinserimento di un soldato nella vita civile. Un percorso tormentato e spesso destinato a culminare nel fallimento, quando i soldati si trovano ad avere a che fare con una realtà nuova e incomprensibile, che sembra averli già dimenticati.

Il rassicurante cameratismo delle trincee è andato perduto, l'uguaglianza di classe data dalle divise cancellata dal ricrearsi delle divisioni sociali fra ricchi e poveri, contadini e mercanti, operai e padroni. Coloro che sono scampati all'arruolamento sono ora in posizione di potere, guide di una nuova classe di avvoltoi e approfittatori decisi a non lasciarsi scappare la minima opportunità di arricchirsi, non importa alle spalle di chi. Convinti di essere accolti come eroi, i reduci si scoprono ora prigionieri del ricordo di amici e famigliari che li vorrebbero ritrovare come se non fossero mai partiti, incapaci di comprendere quell'irrequietezza e quel disincanto che ora guida le loro azioni. In tutto questo emerge, incessante, il ricordo degli orrori vissuti, degli amici sepolti, delle notti passate nascosti accanto a cadaveri squartati, della costante paura che ora li rende outsider, alienati, guasti forse per sempre mentre già una nuova generazione si fa avanti per prendere il loro posto, ignara di quanto hanno vissuto.

A conti fatti, La via del ritorno è un pugno nello stomaco ancora più forte del suo predecessore, la totale inutilità della guerra affiancata qui dall'ipocrisia della pace e dalla desolante incapacità degli uomini di imparare dai propri errori, il sacrificio di milioni di giovani vite accantonato senza esitazioni da retoriche smemorate o volutamente ingannatrici.
Seguendo una struttura dapprima scarna, che si fa maggiormente articolata col procedere della storia, riflesso della desolazione che fisica e mentale che i soldati si trovano ad attraversare, il romanzo mette a nudo con semplicità e immediatezza lo smarrimento e l'incertezza che accomuna i reduci, mostrandone i diversi destini con un realismo che solo l'esperienza diretta dello stesso Remarque può spiegare.
Avendo letto diverse opere di questo autore, mi sento di definire La via del ritorno come un romanzo di passaggio, che lega il tema bellico a un approccio maggiormente introspettivo che caratterizzerà capolavori come Tempo di vivere, tempo di morire, quindi forse un po' acerbo sotto certi aspetti ma comunque coinvolgente e d'impatto.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: La via del ritorno
  • Titolo originale: Der Weg zurück
  • Autore: Erich M. Remarque
  • Traduttore: Ujka C.
  • Editore: Neri Pozza
  • Data di Pubblicazione: 17 luglio 2014
  • Collana: Biblioteca
  • ISBN-13: 9788854507043
  • Pagine: 288
  • Formato - Prezzo: brossura - Euro 15,00

16 marzo 2015

Tutta la luce che non vediamo - Anthony Doerr

È il 1934, a Parigi, quando a Marie-Laure, una bambina di sei anni con i capelli rossi e il viso pieno di lentiggini, viene diagnosticata una malattia degenerativa: sarà cieca per il resto della vita. Ne ha dodici quando i nazisti occupano la città, costringendo lei e il padre a trovare rifugio tra le mura di Saint-Malo, nella casa vicino al mare del prozio. Attraverso le imposte azzurre sempre chiuse, perché così impone la guerra, le arriva fragorosa l’eco delle onde che sbattono contro i bastioni. Qui, Marie-Laure dovrà imparare a sopravvivere a un nuovo tipo di buio. In quello stesso anno, in un orfanotrofio della Germania nazista vive Werner, un ragazzino con i capelli candidi come la neve e una curiosità esuberante per il mondo. Quando per caso mette le mani su una vecchia radio, scopre di avere un talento naturale per costruire e riparare questi strumenti di fondamentale importanza per le tattiche di guerra, un dono che si trasformerà nel suo lasciapassare per accedere all’accademia della Gioventù hitleriana, e poi partire in missione per localizzare i partigiani.
Sempre più conscio del costo in vite umane del suo operato, Werner si addentra nel cuore del conflitto. Due mesi dopo il D-Day che ha liberato la Francia, ma non ancora la cittadina fortificata di Saint-Malo, i destini opposti di Werner e Marie-Laure convergono e si sfiorano in una limpida bolla di luce.
Lirico, potente, malinconico, squarciato da improvvise speranze, il romanzo di Doerr è un ponte gettato oltre lo smarrimento che accomuna tutti, una delicata partitura che ci sussurra come, contro ogni avversità, viviamo alla ricerca di un gesto luminoso che ci avvicini agli altri.

Recensione

Passato un po’ in sordina in Italia, Tutta la luce che non vediamo si è piazzato nella cinquina finalista al National Book Award dello scorso anno ed è risultato il secondo libro di narrativa più venduto su Amazon nel 2014.

Laureato in storia, l’autore Anthony Doerr costruisce in effetti una vicenda ineccepibile dal punto di vista documentaristico, lasciando veicolare gli orrori della seconda guerra mondiale a due puri di cuore: Marie-Laure LeBlanc, giovane ragazza francese cieca fin dall’infanzia, e Werner Pfennig, coetaneo tedesco con una precoce predisposizione per la meccanica e l’elettronica cresciuto nell'orfanotrofio di una comunità mineraria.
Figlia di un geniale serraturista del Museo di Storia Naturale di Parigi, nei cui sotterranei – si vocifera – sarebbe custodita da centocinquant’anni una pietra preziosa del valore di cinque Torri Eiffel, Marie-Laure viene strappata alla sua vita tranquilla dall’approssimarsi dell’esercito tedesco, che costringe lei e suo padre alla fuga nella cittadina marittima di Saint-Malo, dove cresce tra le stramberie del prozio Etienne, che da anni continua a trasmettere nell’etere le lezioni di scienza del defunto fratello. Ma il suo equilibrio è destinato a disgregarsi ancora una volta quando la Francia viene occupata dalle truppe naziste, le stesse in cui Werner, dopo un impietoso addestramento militare che tuttavia gli ha permesso di coltivare e sviluppare le sue doti manuali, si ritrova arruolato in qualità di identificatore e localizzatore di segnali radio.
Dagli anni '30 fino alla fine del conflitto mondiale, le vite di Marie-Laurie e Werner si intrecciano indirettamente più e più volte alternandosi tra passato e presente.

Più che i protagonisti, realistici ma non troppo originali, colpisce la delicatezza della galleria di comprimari: il pittoresco prozio Etienne, traumatizzato dalla precedente guerra e ancorato al ricordo del fratello morto; il tedesco Von Rumpel, appassionato di preziosi e intenzionato a impossessarsi del Mare di Fiamma nella folle speranza che possa ridonargli la salute; il sognatore Frederick, compagno di studi di Werner nell'accademia nazista, appassionato di natura e ornitologia.
Come ho già avuto modo di scrivere per altri libri, ci sono due modi di prendere Tutta la luce che non vediamo: nonostante la drammaticità di molti eventi, sempre più accentuata con il prosieguo della storia, lo stile semplice che predilige capitoli estremamente brevi e prosa asciutta e un certo tocco di 'magico' che permea la narrazione dei tragici eventi storici ne fanno un libro molto adatto ai più giovani. Gli adulti troveranno sì una storia avvincente ed emozionante, ma solo a patto che non si lascino infastidire da una scrittura decisamente non troppo complessa e da una narrazione che decolla veramente solo oltre la metà. E, forse, da un pelino di ruffianeria.

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Tutta la luce che non vediamo
  • Titolo originale: All the Light We Cannot See
  • Autore: Anthony Doerr
  • Traduttore: D. A. Gewurz, I. Zani
  • Editore: Rizzoli
  • Data di Pubblicazione: ottobre 2014
  • Collana: Scala stranieri
  • ISBN-13: 978-8817077255
  • Pagine: 509
  • Formato - Prezzo: Rilegato, sovraccoperta - 19.00 Euro

19 marzo 2014

La miscela segreta di casa Olivares - Giuseppina Torregrossa

Nel cuore di Palermo, sotto il grande appartamento degli Olivares, batte il cuore di un drago fiammeggiante: è la macchina che tosta dalla mattina alla sera il caffè, spandendo per le vie del quartiere un profumo intenso fino allo stordimento. È tra le pareti della torrefazione che cresce Genziana, il più bel fiore tra i figli di Roberto Olivares, che ha chiamato come lei la qualità più pregiata di caffè. La vita scorre nell'abbondanza e nella certezza che il futuro non riservi sorprese perché Viola - sensuale e saggia matriarca - sa prevederlo leggendo i fondi di caffè. Ma proprio quando Genziana si appresta alla fioritura della giovinezza irrompe la guerra, e con essa la fame e la distruzione destinate a cambiare per sempre le sorti della città. Improvvisamente Genziana si ritrova sola, il grande drago sbuffante è costretto a fermarsi. Palermo, intorno, è un immenso teatro di macerie, una meravigliosa creatura ferita che deve capire come rinascere dalle proprie ceneri. "La tua fortuna saranno le femmine, la tua sicurezza il caffè" aveva detto Viola alla figlia scrutando il fondo della sua tazzina. Armata unicamente di queste parole, Genziana compie un lungo cammino, che la porta lontano senza mai allontanarsi dai Quattro Mandamenti di Palermo. Una folla di personaggi umili ma capaci di profonda umanità, l'incontro con una donna venuta dal Nord, le attenzioni del mafioso Scintiniune, l'amore per Medoro: tutto sarà per lei lievito di cambiamento...

Recensione

Tra saga famigliare, cronaca di guerra e "narrativa al femminile" (con le dovute virgolette e controvirgolette), La miscela segreta di casa Olivares racconta la storia di Genziana, nata e cresciuta tra i chicchi di caffè. Una storia di desideri, scoperte e privazioni, di guerra e di ripresa, caratterizzata da brevi incursioni intimistiche a vantaggio di una narrazione di ampio respiro che coinvolge il destino della Torrefazione Olivares prima e dopo la seconda guerra mondiale; sullo sfondo si agita la massa palermitana, scossa ma mai veramente smossa dai capricci della Storia.

Il caffè domina tutta la narrazione, impregnando l'esperienza di lettura a più livelli: una vera e propria esperienza estetica, multisensoriale, possibile solo grazie a un'ottima cura stilistica. Sembra davvero di scorgere tra le pagine la fragranza dei chicchi di caffè tostati o il suono della caffettiera in azione, fosse solo per la continua ricorrenza del caffè nella storia. Il caffè diventa lente privilegiata di un'analisi famigliare e della storia di una città, ma anche metafora di crescita personale. Il caffè è, per Genziana, la misura del suo rapporto con il padre, la cui scomparsa le ha sottratto il segreto della miscela di cui porta il nome, e il cui sforzo a riscoprirla scandisce il ritmo del romanzo. Il caffè, o meglio, la sua privazione è anche declinazione delle privazioni della guerra. Una presenza imponente, forse eccessiva, volutamente abbondante, che richiama l'esagerazione barocca dell'estetica siciliana, ricca come una cassata addobbata; così è lo stile del romanzo, denso di aggettivi, ricco di campi semantici sovrapposti, dal mondo del caffè a quello vegetale. Tra il caffè e l'essere umano si instaura un rapporto di reciproca contaminazione: Genziana, scura come un chicco di caffè, scopre con una tarda tostatura la sua vera fragranza, mentre caffettiere e gli strumenti dell torrefazione si ricoprono di aggettivi umanizzanti, come Orlando, il drago che mastica i chicchi della Torrefazione Olivares. Dotata di volto e vezzi umani è la città di Palermo, dipinta, prima della guerra, come "una signora aristocratica dagli occhi languidi", poi come un organismo ferito nelle sue membra; mentre dei fiori le femmine di casa Olivares portano i nomi e la loro natura.

Molto apprezzabile le saltuarie pennellate della vita palermitana a cavallo della seconda guerra mondiale. L'autrice sceglie una focalizzazione molto ridotta, geograficamente ristretta a un incrocio di poche vie del centro storico che però bastano a dare sostanza allo scenario; con poco viene offerto al lettore un quadro vivido della città di Palermo, i cui abitanti sono "sottomessi, ma non asserviti" e "la parola famiglia non aveva ancora un suono sinistro". Da menzionare soprattutto il lavoro linguistico, che ha reso necessario (ma non troppo, a ben vedere) un glossario per le tantissime espressioni dialettali e gergali; non aspettatevi però il siciliano artificioso e misto di Camilleri, perché la Torregrossa usa l'autentico dialetto palermitano, ben diverso.

Ciò che non mi ha pienamente convinto è l'influenza, per così dire, di elementi narrativi riconducibili, alla lontana, al romanzo intimistico "femminile": ho percepito, in sostanza, l'esigenza di un lieto fine (che poteva anche non starci) e di un conseguente ricongiungimento amoroso, come se (e questa è la sensazione che maggiormente mi ha disturbato) l'atto amoroso fosse necessario per sancire definitivamente una femminilità che comunque Genziana aveva già dimostrato nel corso del romanzo, assumendo il comando della famiglia e della Torrefazione e affermandosi come donna adulta, libera dall'imitazione del ruolo materno. Una sensazione, comunque, che si presenta poi controbilanciata da accenni alla nascita dei movimenti femministi a Palermo, in concomitanza con le prime elezioni libere della Repubblica (avrei gradito maggiore spazio, ma forse sarebbe venuto fuori un altro romanzo).

Esperienza gradevole ed esteticamente piacevole, dunque. Un romanzo che mi sento di consigliare praticamente a chiunque, la cui particolare collocazione spazio-temporale non può davvero incutere timore o allontanare: impossibile resistere al richiamo del caffè e delle storie che si annidano nel suo aroma.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: La miscela segreta di casa Olivares
  • Autore: Giuseppina Torregrossa
  • Editore: Mondadori
  • Data di Pubblicazione: 2014
  • Collana: Scrittori italiani e stranieri
  • ISBN-13: 9788804624998
  • Pagine: 332
  • Formato - Prezzo: Brossura - 18,00 Euro 

27 dicembre 2013

Speciale Natale: Quel Natale nella steppa - Mario Rigoni Stern

Mario Rigoni Stern, soldato del Corpo d'Armata diretto in Russia durante la II Guerra Mondiale, divenuto poi testimone di quella tragedia attraverso i suoi numerosi romanzi e racconti, come Il sergente nella neve, Il bosco degli Urogalli e Storia di Tönle, è prima di tutto figlio dell'altopiano di Asiago, l'amata montagna dove nasce nel 1921 e cresce in una famiglia numerosa, con altri sette tra fratelli e sorelle.
L'orizzonte delle Alpi si allarga per gli eventi storici che lo coinvolgono e, da semplice alpinista, lo trasformano in testimone diretto della tragedia della spedizione in Russia e della prigionia in un campo di concentramento nazista tra 1943 e 1945. Dal ricordo vivo e doloroso di questo calvario umano e civile Rigoni Stern trae nutrimento per alimentare la sua scrittura, tutta incentrata sull'impegno e sulla testimonianza degli orrori della Guerra e della spedizione, cui pure aveva inizialmente aderito da volontario con entusiasmo.
Sempre legato a questi temi è anche l'amore viscerale per la sua montagna e i suoi boschi, la natura in generale e la sua purezza, come ricorda spesso nelle sue opere e nella raccolta di brevi articoli per la stampa e di racconti incentrati sul tema del Natale, pubblicati nel 2006, due anni prima della morte, con il titolo complessivo, ma non esauriente, di Quel Natale nella steppa.


In questi racconti, alcuni inediti in volume, la scrittura di Mario Rigoni Stern, precisa e rigorosa ma in grado di chinarsi ad ascoltare le più minute sfumature delle vicende umane, rievoca e riporta in vita un mondo che sta irrimediabilmente scomparendo.
È la forza di uno scrittore che ha trasformato la lucida testimonianza delle ultime disastrose guerre in indimenticabile lezione civile, ricostruendo le ragioni profonde dell'essere uomini e dello stare insieme.
Il Natale emerge come rappresentazione del mondo più autentico che l'autore porta con sé, custode di quei valori umani che le sue pagine cercano di conservare e tramandare, e che diventa la chiave di riferimento con cui fronteggiare gli avvenimenti del presente.

Recensione

C'è un'analogia particolare tra questa smilza raccolta di racconti e articoli da giornale di Rigoni Stern e il classico dei classici natalizi, 'Canto di Natale' di Dickens: come nel romanzo inglese anche qui chi legge trova un confronto tra tre Natali diversi. Solo, si tratta di tre Natali molto lontani dallo spirito dickensiano, con un fondo di amarezza e di stanchezza, civile e umana.
Il primo, che dà il titolo alla raccolta, è il ricordo del Natale passato nelle steppe russe durante la campagna di guerra tra '42 e '45, compreso il periodo successivo di prigionia, e porta con sé il peso dell'esperienza attorno alla quale ruota tutto il senso della vita dello scrittore trentino.

In questi brevi racconti emerge il senso del Natale mancato per la crudeltà della guerra e la festività diventa simbolo della dimensione umana tradita e umiliata, ma non vinta, dalla durezza della prigionia nel campo di concentramento: anche in una baracca è possibile celebrare il Natale, con una zuppa rimediata con ortaggi di scarto e mezza bottiglietta di acqua di colonia da scambiare con altri prigionieri.
Nel Natale del ritorno a casa, dopo la folle danza della morte che ha sconvolto l'Europa e il mondo, e nella quale l'autore si è trovato coinvolto, c'è la grave consapevolezza di come, pur nella continuità, tutto sia cambiato, per sempre. La povertà è la stessa di prima della guerra, ma c'è in più un senso di oppressione e di solitudine di fronte alla tragedia e al dovere della testimonianza. Se ne rende conto quando viene in visita a cercare di scusarsi il collaborazionista che lo aveva consegnato alle truppe nazi-fasciste.

Il giudizio non è pronunciato: in una guerra civile anche il soldato delle Brigate Nere aveva, in un certo senso, una parte di ragione; eppure il senso dell'onore e della giustizia, che risponde a norme non scritte, impedisce alla vittima anche il sollievo del perdono.

Il terzo Natale è quello contemporaneo, consumista e sfavillante di luci e lusso.
Quello degli alberi di Natale è un tema legato alla modernità: la tradizione è antica, viene dal mondo pagano scandinavo, ma la sua espansione commerciale è recente, come i dibattiti sui danni ecologici causati a boschi e foreste. Il rapporto di Rigoni Stern con la montagna e il suo ambiente è quanto di più stretto si possa immaginare, non è solo un rifugio e il luogo elettivo dove vivere, è anche una madre. Così con semplicità interviene un piccolo articolo in cui spende una parola a favore degli alberi di Natale venduti dal Corpo Forestale, i proventi delle cui vendite possono servire anche al controllo delle zone boschive e al loro rinfoltimento.

Oltre a questo ci sono altre pacate riflessioni che però portano a considerazioni molto dure sul senso della celebrazione natalizia nell'era del consumismo. Il paragone con la povertà dei Natali passati e l'afflizione di quelli di guerra non deve neppure essere proposto, perché emerge da sè. Il vuoto dell'attuale abbondanza ha preso il posto della consapevolezza e del valore che la necessità sapeva attribuire alle cose. Uno spunto notevole per tempi di crisi.
Con la semplicità e la serena modestia di chi è abituato a vivere in un contesto non sempre facile, come la montagna, la raccolta termina in una breve e schietta autobiografia, quasi una sorta di autoepitaffio, personale e letterario, di rara concisione, come se l'autore in un esame di coscienza fatto verso sera - il testo è del 2003, pochi anni prima della sua morte - volesse ricordare a se stesso, in forma di bilancio asettico, i punti essenziali della propria vita.
Infine un particolare interessante: il primo pezzo di giornale è tratto da un inserto di consigli librari natalizi, e il titolo che Rigoni Stern suggerisce è il capostipite del genere: il Vangelo di San Luca, quello della Natività.

Giudizio:

+3stelle+ (e mezzo)

Dettagli del libro

  • Titolo: Quel Natale nella steppa
  • Autore: Mario Rigoni Stern
  • Editore: Interlinea Edizioni
  • Data di Pubblicazione: 2006
  • Collana: Nativitas
  • ISBN-13: 9788882125820
  • Pagine: 81
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 8,00
 

La Stamberga dei Lettori Copyright © 2011 | Template design by O Pregador | Powered by Blogger Templates