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29 gennaio 2018

Non conquistammo che sabbia - Domenico Aliperto

Il romanzo, ambientato nel 1909, ci rivela con sfacciata astuzia un viaggio avventuroso che somiglia a una carambola –da Napoli allo sterminato deserto del Fezzan – e ci racconta un triangolo amoroso che tenderà a espandersi in poligoni irregolari, eccitanti e multiformi. I compagni di viaggio sono un’armata Brancaleone: Roger Delacroix, un gesuita francese dal fascino magnetico ed equivoco; Archibald McFenzie, bonario ma pedante ambasciatore di sua Maestà la Regina d'Inghilterra; Madame De Cecco, conturbante e capricciosa nobildonna partenopea. Ennio Branca indolente esule romano, costretto a vivere a Tripoli. Siamo in piena epoca coloniale e i rapporti diplomatici sono tessuti con delicati fili in procinto di spezzarsi. Su questa delicata trama i nostri saranno interpreti di una missione che, se portata a termine, porterà l'Italia a impadronirsi della Libia. Un piano bizzarro che i libri di Storia non racconteranno. Perché quasi sempre i libri sono scritti dai vincitori. Non questo. Questo celebra straordinari perdenti realmente esistiti: William Eaton, Franceschiello, Turghut Reis e Filippo Tommaso Marinetti, a cui la memoria forse non ha concesso il giusto tributo. Le loro vicende brillano in mezzo al continuo fuggi-fuggi dei protagonisti. 

Recensione

Gli avvenimenti narrati in Non conquistammo che sabbia si svolgono nel 1909 e per poterli comprendere ed apprezzare adeguatamente occorre inquadrarli nella particolare situazione politica del tempo. Meno di quaranta anni prima delle vicende raccontate nel romanzo, infatti, era stato aperto il canale di Suez e questa circostanza, unitamente alla crisi che stava attraversando l’impero ottomano a seguito della cosiddetta rivoluzione dei Giovani Turchi, stava creando un notevole fermento nell’area mediterranea. Il canale di Suez aveva nuovamente reso importante il Mediterraneo, rendendo possibile il commercio marittimo con in paesi asiatici senza necessità di circumnavigare l’Africa. Occorreva, naturalmente, che le genti dei paesi che si affacciavano sul Mediterraneo non costituissero impedimenti alla navigazione e, anche per questo fine, le potenze europee si preoccupavano di occupare le zone costiere dei territori nord africani già appartenenti per la gran parte all’impero ottomano in via di disfacimento. Anche l'Italia voleva un fetta d'Africa e per accaparrarsi la Libia, anch'essa appartenente all’impero ottomano, poteva contare sull’appoggio di Inghilterra e Francia. Le due nazioni si attivavano per agevolare le mire espansionistiche italiane attraverso interventi diplomatici e l'attività dei loro servizi segreti, ma i motivi del loro intervento non era disinteressato. Entrambe desideravano che una nazione così ben protesa nel Mediterraneo come l'Italia potesse rendere più sicura la navigazione delle marine mercantile dei loro paesi dai pirati libici. L’Inghilterra, inoltre, vedeva di buon occhio che fra l’Egitto, di fatto sotto il suo protettorato, e la Tunisia, occupata dalla Francia, si formasse uno stato cuscinetto italiano in Libia. La Francia, poi, in cambio del suo aiuto, contava di tacitare le pretese della Italia sulla Tunisia, strappatale con un colpo di mano, nonostante vi constasse una considerevole presenza di italiani.
È in questo contesto storico che la contessa De Cecco, donna viziata e capricciosa, annoiata dalla vita vissuta quasi da reclusa nel palazzo di Mondragone e pertanto avida di esperienze anche solo per interposta persona, aveva organizzato un ricevimento a cui aveva invitato due noti diplomatici stranieri, il francese monsignor Roger Delacroix e l’inglese sir Archibald McFenzie, per ascoltare i loro resoconti su popoli e terre stranieri. Inaspettatamente, però, terminato il ricevimento, erano irrotti nella casa di Madame De Cecco dei sicari turchi sparando all'impazzata. La donna, in quel momento da sola con Delacroix, era stata costretta a scappare insieme al francese per salvare la vita.
Il viaggio che dovrà intraprendere, unitamente a McFenzie e Delacroix nell’intento di sfuggire ai loro persecutori, la condurrà verso Sabha, in Libia, alla ricerca dei discendenti del pascià Ahmad Karamanli. Questi aveva di fatto governato autonomamente la Tripolitania pur se questa terra era nominalmente sotto l’impero ottomano. Il console italiano a Tripoli aveva pertanto ingaggiato Delacroix e McFenzie per trovare gli eredi del pascià Karamanli, con l'intento di creare un governo fantoccio, non inviso alla popolazione libica, sotto l’egida dell’Italia. Naturalmente le intenzioni italiane erano osteggiate dalla Turchia che aveva sguinzagliato i sicari dei propri servizi segreti per impedire la modifica dello status quo.
Il racconto delle disavventure di madame De Cecco si snoda piacevole e divertente per le oltre 700 pagine di cui consta il romanzo. La contessa, partita in tutta fretta su una motocicletta, aveva come unica arma la propria avvenenza per riuscire a destreggiarsi in un mondo di uomini. Pertanto veniva a crearsi una certa tensione fra le persone di sesso maschile che ruotavano intorno a lei. Non si chiedeva alle donne del tempo di farsi una cultura  e lei dovrà imparare a superare i propri pregiudizi e le difficoltà pratiche di un lungo viaggio nel deserto per poter sopravvivere.
Domenico Aliperto con la sua scrittura scorrevole avvince il lettore con un romanzo dai risvolti umoristici in cui si mescolano avventura e spionaggio. Non mancano riferimenti alla politica italiana  e agli uomini più famosi del tempo come D’Annunzio e Marinetti, presi un po’ in giro per i loro proclami altisonanti. Interessante la considerazione dell’autore per bocca di uno dei suoi tanti personaggi nel segnalare la presenza in Libia di una comunità di italiani.

“Qui essere napoletani, o piemontesi, siciliani o veneziani, o ancora romani oppure fiorentini non fa nessuna differenza. Sa cosa disse subito dopo l’unificazione del regno d’Italia un patriota torinese, Massimo D’Azeglio? Disse: Abbiamo fatto l’Italia, ora dobbiamo fare gli italiani. Ebbene, gli italiani li ha fatti la Libia, li ha fatti l’Eritrea, li hanno fatti le Americhe. Li hanno fatti tutti quei paesi dove siamo dovuti andare per trovare uno straccio di lavoro. O per fuggire al nostro destino. Al destino non manca il senso dell’ironia.” 

Buona la caratterizzazione dei personaggi fra cui emerge la figura della contessa De Cecco che potremmo definire la maggiore protagonista suo malgrado delle vicende narrate. La donna era avida di esperienze, sia amorose che avventurose, ma solo nelle prime si sentiva a proprio agio, conscia della propria avvenenza e delle proprie arti seduttive, essendo impreparata ad affrontare le altre, data anche il tipo di educazione ricevuta. Ciò nonostante, e malgrado la propria ingenuità, saprà cavarsela egregiamente, riuscendo a sopravvivere al meglio fra turbamenti e spaventi in una girandola di sorprese.
Un romanzo storico d’azione, intessuto di acute considerazioni e spunti umoristici, in cui viene analizzato  il comportamento delle varie popolazioni con cui la contessa viene in contatto. Nonostante la sua lunghezza, il romanzo, piacevolmente ironico, si legge velocemente.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo:Non conquistammo che sabbia
  • Autore:Domenico Aliperto
  • Editore:BiancaeVolta Edizioni
  • Data di Pubblicazione:2017
  • ISBN: 9788896400371
  • Pagine:718
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 17,00

26 luglio 2017

Il destino del leone - Wilbur Smith

È il Sudafrica il grandioso palcoscenico sul quale Sean Courteney muove i suoi primi passi. E sono anni di libertà, avventure ed esplorazioni, di amicizie, amori e scoperte. Ma poco oltre la soglia dell’adolescenza brillano già le immagini seducenti del potere e della ricchezza, lucente come l’oro del Transvaal e candida come l’avorio degli elefanti. La terra dei suoi padri ha impresso su Sean un marchio incancellabile, assegnandogli un destino tormentoso di grandezza e solitudine.


Recensione

L’esordio di Wilbur Smith, che lo ha consacrato al successo, è un romanzo che si può ascrivere al genere avventuroso dalle tinte decisamente storiche e che racconta le vicende della famiglia Courteney, a cui poi conseguiranno sia una saga di prequel che diversi romanzi sequel.
L’ambientazione in questo caso è il Sudafrica della fine dell’ottocento, dove un giovane Sean insieme al fratello gemello Garry muovono i primi passi in un mondo selvaggio che solo un luogo come il continente africano può regalare.
Attraverso il percorso del protagonista il lettore ha modo di attraversare le vicende storiche che hanno caratterizzato il paese: la convivenza dei coloni inglesi e boeri, le vicende politiche del Presidente Kruger, la corsa al profitto minerario degli invasori e la guerra contro lo Zululand fanno da sfondo al primo capitolo della saga, raccontandoci in modo profondo non soltanto il contesto sociale ma soprattutto il percorso di crescita e di cambiamento di un uomo che più di una volta deve fare a patti con se stesso e con la realtà, sia per sopravvivere che, soprattutto per maturare e imparare la vita senza mai perdere se stesso.

A parte la cornice ambientale, resa in modo preciso sia dal profilo storico che da quello meramente geografico, con puntuali descrizioni dei paesaggi tanto belle da mozzare il fiato, dando l’occasione al lettore di sperimentare quasi una sua effettiva presenza in un luogo così magico, affronta nelle sue vicende diversi aspetti della quotidianità, tremendamente simili alla vita che ancora oggi conduciamo, da un profilo peculiare: quello di un passato che, se ragionato, è in grado di rappresentare il risultato odierno.

L’uomo bianco governa, depreda, spesso entra in competizione con l’autoctono per reprimerne le richieste, o ancora modifica la natura sempre rincorrendo il profitto attraverso, un esempio per tutti, la caccia all’elefante al fine di guadagnare l’avorio per ragioni di ricchezza.
Nel corso del romanzo assistiamo infatti a una modifica passo dopo passo del paesaggio: conosciamo le miniere dell’oro, la costruzione di Johannesburg che in poco più di un ventennio da sobborgo minerario diviene una città elegante e confusa, rincorriamo prede nelle foreste vergini e inesplorate che a poco a poco vengono deflorate della loro essenza, assistiamo al cambiamento sociale che intercorre tra la città e il villaggio Zulu, in una continua contrapposizione di contrasti che, ancora oggi, caratterizzano il Sudafrica rendendolo per certi aspetti ancora magico.

Ma accanto ai temi di stampo politico, troviamo il percorso dell’uomo: l’amore fraterno che si rovina, la solitudine e l’esilio volontario, la scalata sociale e il sapersi reinventare nei momenti di gravi difficoltà, o ancora l’amore che porta oltre ogni confine. Dalla bella Candy che perdutamente si innamora di Duff fino a Sean che scopre in Katrina i sentimenti del legame a cui lui stesso, dopo le esperienze tristi dell’infanzia e dell’adolescenza, pensava di non possedere. O ancora parliamo dei rapporti di amicizia e di fedeltà tra Nkosi Sean e lo zulu Mbejane, che va oltre le differenze di appartenenza, a dimostrarci che certi rapporti trascendono comunque le diversità o il diverso ceto sociale.
Il tutto si compone in un quadro armonico che conduce fino al finale, ovviamente sospeso in quanto la stessa storia prosegue in ben due romanzi successivi e ulteriori quattro che racconteranno i posteri, ma nonostante questo e, soprattutto nonostante il dolore che pervade l’ultima parte della storia, il piacere della lettura non viene minimamente scosso da questa consapevolezza.

Lo stile è fortemente rappresentativo, in una traduzione comunque curata che rende il narrato avvincente sia nei momenti descrittivi, onnipresenti fin troppo, che in quelli invece dove le emozioni e le azioni prevalgono sulla natura e sullo sfondo cittadino.
Di certo Il destino del leone è una storia dai sapori molteplici: racconta una storia personale all’interno di un contesto sociale storico definito e affascinante, descrive l’avventura dell’essere umano nel mondo inesplorato e non sempre accogliente ma soprattutto descrive la crescita di un giovane uomo che diventa adulto cercando di tenere fede ai suoi principi. Una lettura delicata, ma comunque leggera, capace di stupire gli appassionati del genere ma anche chi, come me, non frequenta spesso questi ambiti.

Giudizio:

+4stelle+ e mezzo

Dettagli del libro

  • Titolo: Il destino del leone
  • Titolo originale: When the Lion Feeds
  • Autore: Wilbur Smith
  • Traduttore: M. Biondi
  • Editore: Tea
  • Data di Pubblicazione: data
  • Collana: Best TEA
  • ISBN-13: 9788850243983
  • Pagine: 474
  • Formato - Prezzo: brossura € 6,90

9 dicembre 2016

Cienfuegos Un mondo nuovo - Alberto Vazquez-Figueroa

Un uomo può arrivare a fare cose incredibili per amore. Non è una novità. Ma il giovanissimo Cienfuegos non poteva immaginare che l’amore lo avrebbe portato a bordo della Santa María, una delle tre caravelle dell’ammiraglio Cristoforo Colombo dirette verso il mitico Kubla Khan, la fonte dell’oro. Un pastore dell’isola della Gomera, cresciuto in compagnia delle montagne, dei ruscelli e della natura incontaminata, di colpo catapultato in un mondo a lui del tutto alieno e popolato da persone sudicie, miserabili e meschine. La scoperta di un nuovo mondo attraverso gli occhi innocenti di un ragazzo che sfidò il destino e divenne un uomo, nel tentativo di tornare tra le braccia della sua amata. 

Recensione

Questo è il primo di una serie di romanzi scritti da Alberto Vazquez-Figueroa che si svolgono al tempo di Cristoforo Colombo, hanno come teatro dell'azione l'America centrosettentrionale e per protagonista Cienfuegos, giovane abitante delle isole Canarie.
La storia di Cinfuegos, figlio di un patrizio e di una pastora, inizia da quando aveva tredici anni. Di lui si innamora Ingrid, la giovane moglie tedesca del più grande proprietario terriero dell’isola di La Gomera, spesso assente da casa, e tale è la passione che nasce nella donna da infischiarsene della pubblica opinione e del vincolo del matrimonio.
Cinfuegos è, peraltro, un ragazzo selvatico, analfabeta, ma gentile, bello come il sole, atletico come un dio greco, e particolarmente dotato sessualmente. L’unico luogo che conosce è l’isola in cui è nato. Dato che si dedica alla pastorizia, non ha occasioni per socializzare con la gente e con gli altri pastori si intende a fischi, suoni che hanno in pratica la stessa funzione dei messaggi di fumo per i pellerossa. Quando il marito di Ingrid viene a conoscenza del tradimento di sua moglie, vuole vendicarsi e cerca di uccidere il giovane che, però, è troppo svelto per lasciarsi sorprendere. Il nobile decide quindi di mettere sulla testa di Cienfuegos una taglia così elevata da risvegliare la cupidigia degli altri pastori. Il giovane scappa cercando di raggiungere Siviglia dove gli ha dato appuntamento Ingrid, ma l’unica nave che trova alla fonda è la Santa Maria che sta partendo alla scoperta del nuovo mondo.
L’isola di La Gomera, infatti, viene chiamata anche Colombina perché fu lì che Cristoforo Colombo fece l’ultimo scalo prima di raggiungere il Nuovo Mondo.
Inizia così il viaggio avventuroso di Cinfuegos che, data la lunghezza del tragitto, riuscirà a trovare il tempo per ricevere una certa istruzione dal mastro di bordo, imparando a far di conto, leggere e scrivere, per diventare sempre più degno dell’amore di Ingrid che lui pensa e spera vorrà aspettarlo.

Come si può intuire, quella che viene raccontata dall’autore è una specie di favola per adulti e adolescenti. Riusciranno i nostri eroi a coronare il loro sogno d’amore? Naturalmente in questo primo libro i due amanti non riescono a rincontrarsi e bisognerà attendere la pubblicazione dei prossimi. Ciò che si può dire è che il romanzo è molto scorrevole, avvincente, pieno di colpi di scena e si basa sulle vicende realmente avvenute nel viaggio di Colombo verso le Americhe.
Il racconto di una nobile che si innamora di un plebeo, ancorché per metà di sangue patrizio, non brilla per particolare originalità, essendo stato oggetto di numerosi libri e film. Quella che risulta essere diversa è l’ambientazione della storia; questa che si svolge prevalentemente nell’America centrosettentrionale a partire dal 1492.
Per quanto Cinfuegos voglia essere un romanzo d’intrattenimento, come molti altri più famosi romanzi storici ad iniziare da quelli di Salgari, Dumas, Conrad, eccetera, si percepisce l’impegno dell’autore nel trattare alcuni principi fondamentali, come quelli presenti nel buon selvaggio di Rousseau, sulla parità dei diritti dell’uomo senza distinzione di classe e razza.

Ma Vazquez-Figueroa, corrispondente di guerra dall’America e dall’Africa, scrittore e sceneggiatore cinematografico, è stato testimone di conflitti politici e etnici in diverse regioni americane e africane e si è potuto rendere conto personalmente della deplorevole situazione in cui vengono a trovarsi alcune popolazioni di quei luoghi. Dai fatti di cui è stato testimone ha tratto storie riportate nei suoi libri, analizzando il modo in cui operano i grandi monopoli internazionali, che si appoggiano ai signori della guerra per proteggere i loro investimenti, per niente interessati alla salute della popolazione locale. Nel romanzo Coltan, ad esempio, l’autore racconta i modi inumani in cui migliaia di congolesi scavano a mani nude la terra alla ricerca del coltan, sostanza radioattiva che risulta fondamentale per la fabbricazione di componenti elettronici, con le conseguenze per i nativi che si possono immaginare.
La scrittura è scorrevole, i colpi di scena si susseguono uno dietro l’altro e le scene di sesso non sono mai esplicite ma piene di ironia, il che fa ritenere il romanzo di Vazquez-Figueroa anche adatto ad un pubblico giovane, che non potrà non rimanere avvinto del ritmo galoppante della scrittura e affascinato dalle avventure dell’adolescente Cinfuegos.


Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Cienfuegos Un mondo nuovo
  • Titolo originale: Cienfuegos
  • Autore: Alberto Vazquez-Figueroa
  • Traduttore: Silvia Cremascoli
  • Editore: Logus mondi interattivi
  • Data di Pubblicazione: 2016
  • Collana: Narrativa
  • ISBN-13: 9788898062805
  • Pagine: 280
  • Formato - Prezzo: Ebook - Euro 8,99

7 novembre 2016

Le notti sull'isola - Robert Louis Stevenson

'La spiaggia di Falesà', 'Il diavolo nella bottiglia' e 'L'isola delle voci': questi i racconti che compongono Le notti sull'isola, il capolavoro che Stevenson scrisse durante i suoi ultimi anni di vita nelle Samoa Occidentali. Storie nelle quali il viaggio, la conoscenza di luoghi inesplorati ed esotici divengono portentosa ricerca di sé stessi, dove il lettore cade in un fiabesco universo parallelo, dove si descrivono con lirismo letterario volti, vicende e oggetti di un mondo reale quanto immaginifico.L'inconfondibile maestria di Stevenson, condensata in questi racconti meno noti al grande pubblico, sta tutta nel dono di trarre, come capita solo ai bambini, le suggestioni e le emozioni dal terreno di gioco che hanno a disposizione.

Recensione

La scelta fatta dai traduttori italiani della piccola raccolta di racconti di Stevenson, per quanto condivisibile per ragioni di brevità, sacrifica una parte significativa del titolo: quello che in origine suonava come ‘I divertimenti – o meglio ancora ‘gli intrattenimenti’ – delle notti sull’isola’ perde la parola più lunga e identifica il contenuto con la sua parte notturna. Questo non pregiudica, va detto, il godimento delle tre storie, la prima delle quali, quasi un piccolo romanzo, occupa più della metà delle pagine, ma rende meno immediato il motivo principale dell’ispirazione, è cioè il puro gusto dell’affabulazione, il fascino della parola raccontata, accresciuto dalla situazione notturna in senso lato che accomuna le tre storie.

Ed è anche vero che rispetto alla connotazione fortemente ombrosa e goticheggiante dei suoi romanzi più noti, come ‘L’isola del tesoro’, ‘Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde’ o ancora ‘Rapito’ o ‘Il signore di Ballantrae’, questi tre racconti riprendono il filone dell’esotico e del fiabesco che aveva sempre fatto parte dell’immaginario stevensoniano e che però, nei suoi ultimi anni di vita, dopo che ragioni editoriali e personali insieme, lo avevano spinto a trasferirsi stabilmente nelle isole di Samoa.

Se il mare ha quasi sempre avuto una parte importante nella vita e nelle opere dell’autore, in queste tre novelle e nell’ultima parte della sua produzione trova un ruolo da protagonista. In effetti le isole polinesiane sono poco più che dei puntini nella immensa vastità dell’oceano, che solo la vena affabulatoria del narratore riesce a eguagliare. Ed è proprio questa inesauribile sorgente di storie che sgorgava dalla mente di Stevenson, rinnovata e arricchita dalla forza dei paesaggi nuovi e insieme primordiali, che trova nelle ‘Notti sull’isola' libero sfogo al suo corso, soprattutto grazie all’abile costruzione dell’ambientazione nei mari del Sud e trascina quasi di peso il lettore dentro un quadro di Paul Gauguin o di Henry Rousseau, dai colori squillanti e dai tratti marcati, insieme antichi e incontaminati.

Il senso della fiaba accomuna le tre storie nei paesaggi con le spiagge coronate di palme, lambite dalla spuma di onde antiche come il mondo e come le storie che lasciano sulla battigia, come le conchiglie fatate dell’Isola delle voci, con le foreste silenziose e coperte da un intrico di fogliame e di presenze, con le vesti esotiche e succinte delle ragazze in fiore da Papeete a Waikiki, con il mistero palpabile e ambiguo delle magie di terre lontane non ancora toccate dalla presenza forte dell’uomo bianco con il suo raziocinio organizzatore e il suo senso del progresso.
Nel primo racconto, ‘La spiaggia di Falesà’ è in realtà l’aspetto enigmatico e soprannaturale dell’ispirazione stevensoniana è meno presente; infatti il protagonista è un mercante inglese che si trova ingannato da un connazionale ed è coinvolto in una vicenda tra le varie fazioni di indigeni ed espatriati legata ai taboo e alle tradizioni locali.
‘Il diavolo nella bottiglia’ invece contiene una storia d’amore intrecciata a un elemento magico, il genio nascosto in una bottiglia che esaudisce i desideri di chi la possiede in cambio della sua anima, che sembra arrivato direttamente dalle Mille e una notte dei mercanti arabi che si spingevano fino alle isole della Sonda.
Nell’ultimo racconto, 'L'isola delle voci', il più breve, troviamo una storia famigliare e coniugale incentrata sul rapporto tra uno stregone e il suo sciocco e presuntuoso genero, che ha tutto il sapore delle fiabe che si tramandano, magari con uno scopo educativo, nelle piccole comunità di generazione e in generazione, quasi una leggenda, in questo caso insulare più che metropolitana.

Non sono storie straordinarie nel loro genere, e neanche del tutto nuove, eppure l’autore riesce a imprimere alla narrazione un ritmo e un freschezza che le rendono bellissime, adatte alla fantasia di un adolescente come all’esperienza di un adulto, avvolte come sono in un senso del meraviglioso ingenuo eppure frutto di un’abilità tecnica solidissima, come se Stevenson le avesse trovate sulla riva del mare, tre conchiglie trasportate dalle maree, levigate dalle onde, risonanti di storie e le avesse semplicemente raccontate, in un’eterna catena, intorno a un falò, tra i palmizi ondeggianti nella brezza, in un tempo sospeso tra la risacca marina e il buio infinito della notte dei Tropici.


Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Le notti sull'isola
  • Titolo originale: Island Nights' Entertainments
  • Autore: Robert Louis Stevenson
  • Traduttore: Agnese Rollo, Massimo Biondi
  • Editore: Bordeaux Edizioni
  • Data di Pubblicazione: 2016
  • Collana: -
  • ISBN-13: 9788899641207
  • Pagine: 152
  • Formato - Prezzo: paperback - Euro 16,00

21 marzo 2016

L'ultimo re - Bernard Cornwell

Il destino è tutto.
Nato Sassone. Cresciuto Vichingo. E' Uthred l'eroe di cui l'Ultimo Regno ha bisogno?
In una terra lacerata dai conflitti, un orfanello diventa uomo. Allevato dai Vichinghi, nemici giurati del suo popolo, i Sassoni, Uthred è un guerriero abile e spietato, abituato a non inginocchiarsi di fronte a nessuno.
Nel Wessex, ultimo regno non ancora conquistato da Vichinghi, Alfred, sovrano e uomo devoto, combatte per mantenere il trono e resistere all'invasore.
I destini di Uthred e Alfred sono intrecciati, zuppi di sangue e anneriti dalla fiamma della guerra. Insieme, cambieranno la storia...

Recensione

Avvincente, realistico, feroce, L'ultimo re è il primo libro letto in questo 2016 che mi è davvero piaciuto senza riserve e non vedo l'ora di buttarmi sul resto della saga, arrivata già al nono volume.
Tra le sue pagine si intrecciano le storie di un guerriero, di un re e delle origini di una Nazione, uno scontro fra due volontà e due opposte culture che dà luogo a un racconto tanto ammaliante da meritare di esser portato anche sul piccolo schermo grazie alla serie tv The Last Kingdom, prodotta da BBC America.

Uthred, figlio di Uthred, nato Sassone ma rapito e allevato dai Vichinghi provenienti dalla Danimarca, è destinato a condurre una vita divisa tra la lealtà alla sua famiglia adottiva e quella per il suo Re e il suo popolo, determinato a riconquistare ciò che da bambino gli fu sottratto ingiustamente. I lettori lo incontrano per la prima volta quando è già anziano e, almeno in apparenza, in una situazione di agio e potere, mentre decide di raccontarci la storia di come è arrivato dove è ora.

La sua vita si rivela intimamente connessa a quella di Alfred, l'unico sovrano inglese a essere passato alla storia con l'appellativo "Il Grande", l'uomo che ha salvato l'Inghilterra dall'invasione vichinga, l'uomo che ha reso la Gran Bretagna un unico regno. Alfred il pio, l'asceta, il timorato di Dio: una tale personalità non poteva che fare a pungi con quella di Uthred, al quale i Vichinghi hanno messo nel cuore l'amore per la battaglia e per i piaceri della vita.
Nel loro confronto si specchia la battaglia tra due culture profondamente diverse il cui esito non è un mistero per noi lettori moderni: il paganesimo fu spazzato via con l'invasore nordico mentre gli inglesi e la Cristianità prosperarono, anche se lo spirito del nostro eroe sembra essersi mantenuto indomito e inalterato fino alla vecchiaia.

Uthred è un protagonista eccezionale: affascinante, complesso, imperfetto e, almeno in questo primo volume, dominato dall'arroganza e dall'ingenuità tipici dell'adolescenza. Dai Vichinghi ha ricevuto un vero padre e tutti gli insegnamenti per diventare un guerriero abile e senza paura, la loro mitologia pagana gli ha trasmesso un amore per la vita rispetto al quale il Cristianesimo repressivo e moralista non è in grado di reggere il confronto. Tuttavia egli non riesce a non considerarsi Sassone, complice anche una natura orgogliosa che gli impedisce di dimenticare l'affronto per essere stato derubato delle terre e del titolo dallo zio traditore. Questa ambivalenza ricorre per tutta la durata del libro, portandolo a rivedere costantemente le proprie lealtà e priorità e permettendo al lettore di avere una prospettiva originale se spesso indipendente degli eventi storici.

Va detto che Cornwell non è un'amante dell'esplorazione dei sentimenti: al contrario, forse perché si tratta di un uomo, forse perché i fatti si svolgono in un'epoca in cui la morte era una compagna costante e le persone amate potevano sparire dalla propria vita in un attimo, durante la lettura si ha spesso la sensazione che amici, amanti e compagni vadano e vengano nella vita di Uthred senza che egli dedichi alla cosa più di un pensiero; la caratterizzazione di molte di queste figure, secondarie ma importanti, ne risente e può risultare solo abbozzata (un problema spesso condiviso dai romanzi raccontati in prima persona dal protagonista).
Inoltre, come ribadito più volte nel corso del romanzo, Uthred lascia spesso che sia il destino a guidare la sua vita, tuttavia questo scorrazzare su e giù per l'Inghilterra seguendo l'alleato del momento fa apparire lo spirito del protagonista un po' troppo volatile.
Sono questi i motivi per cui non mi sono spinta fino alle cinque stelle nel valutare L'ultimo re, ma devo sottolineare che non hanno in alcun modo diminuito il piacere di leggere questo libro e di ascoltare il suo ammaliante e accurato narratore.

Giudizio:

+4stelle+

Le storie dei re Sassoni:

  • L'ultimo re (The Last Kingdom, 2004. Longanesi 2006 / TEA 2007)
  • Un cavaliere e il suo re (The Pale Horseman, 2007. Longanesi 2007 / TEA 2008)
  • I re del Nord (The Lords of the North, 2008. Longanesi 2008 / TEA 2009)
  • Il filo della spada (Sword Song, 2009. Longanesi 2009 / TEA 2010)
  • Il signore della guerra (The Burning Land, 2009. Longanesi 2010 / TEA 2011)
  • La morte dei re (Death of Kings, 2011. Longanesi 2012 / TEA 2013)
  • Re senza Dio (The Pagan Lord, 2013. Longanesi 2014 / TEA 2015)
  • The Empty Throne (Harper Collins 2014)
  • Warriors Of The Storm (Harper Collins 2015)

Dettagli del libro

  • Titolo: L'ultimo re (Le storie dei re Sassoni)
  • Titolo originale: The Last Kingdom (The Saxon Stories #1)
  • Autore: Bernard Cornwell
  • Traduttore: Cerutti Pini D.
  • Editore: TEA
  • Data di Pubblicazione: 2007
  • Collana: Teadue
  • ISBN-13: 9788850214860
  • Pagine: 406
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 9.00

30 marzo 2013

Le miniere di Re Salomone - H. Rider Haggard

Allan Quatermain, esperto cacciatore di elefanti, viene ingaggiato dal gentiluomo inglese sir. Henry Curtis come guida in una spedizione nel cuore dell'Africa alla ricerca di suo fratello, scomparso mentre seguiva le tracce delle miniere di diamanti del re Salomone. Tra colpi di scena, guerre e incontri inattesi, il viaggio si trasformerà in un'esperienza cruciale, un confronto con un mondo sconosciuto e con se stessi. Uno dei più celebri romanzi d'avventura, che Haggard scrisse per scommessa in sole sei settimane per dimostrare di essere capace di un racconto migliore de "L'isola del tesoro". Un viaggio in Africa fuori dai limiti del colonialismo più angusto, ma anche un itinerario spirituale nelle regioni più nascoste dell'anima.

Recensione

Romanzo d’avventura piuttosto mediocre passato (ingiustificatamente) alla storia per il personaggio di Allan Quatermain, il bravo cecchino recuperato dall’oblio da alcuni film e dalla graphic novel di Alan Moore La Lega degli Straordinari Gentleman. Il libro, pubblicato nel 1885, inaugura una serie composta da quindici volumi – tutti imperniati sulle vicende di Quatermain – e si inserisce nel filone dei romanzi d’avventura per ragazzi che tanto impazzò in Inghilterra e Francia a cavallo tra l’Otto-Novecento.

La prima avventura del cacciatore lo vede impegnato nella ricerca delle favolose miniere di Re Salomone, ubicate – così sostiene una mappa – in Africa, oltre una catena montuosa invalicabile chiamata Seni di Saba, e raggiungibile solo dopo aver attraversato un deserto sterminato. Suoi compagni saranno Lord Henry, alla ricerca del fratello George (scomparso proprio nel tentativo di trovare le miniere), e il Capitano Wood, nonché il peculiare indigeno Umbopa.
Quatermain accetta l’impresa disperata non per spirito di avventura – egli si dichiara infatti più volte uomo pauroso e prudente -, ma per garantire un futuro al figlio studente di medicina, trovandosi ormai alle soglie della maturità e privo di un cospicuo patrimonio. L’impresa rischia più volte di fallire per le estreme condizioni ambientali del deserto e delle montagne, ma una volta superate lo scenario è idilliaco: una valle perfettamente protetta (topos caratteristico dei romanzi d’avventura del periodo) e prospera in cui è insediata una fitta popolazione affine agli zulu, governata dal crudele re Twala, e di cui Umbopa è il legittimo regnante, essendo stato il padre spodestato dalla strega Gagool che ha messo sul trono il fratello.

Chi – come me - si appresta al libro sperando di trovarvi un romanzo storico rimarrà deluso: il re Salomone verrà solo nominato, e la favolosa ricchezza di cui i protagonisti sono alla ricerca avrebbe potuto essere l’Arca perduta, il martello di Thor, la città di El Dorado, la Lancia di Longino, il tesoro di Tutankhamon o la spada Excalibur. Si perdono di vista presto, e a lungo, gli obiettivi principali dell’impresa, a favore delle peripezie presso la popolazione indigena, del tutto priva di originalità e anzi tratteggiata secondo tutti i cliché della mentalità imperialista dell’epoca: se si esclude il personaggio di Umbopa, di cui si riconosce l’atteggiamento nobile che tuttavia non impedirà ai tre inglesi di schiavizzarlo durante tutta la spedizione salvo poi collocarlo su un trono, gli indigeni sono ottusi primitivi facilmente impressionabili da fucili, monocoli, gambe pallide, dentiere e… perline (le quali, frequentemente usate da Paperon de’ Paperoni nelle sue avventure disneyane, suscitavano in me somma ilarità durante la mia infanzia).

Lo stile asciutto (quasi sciatto) tipico dell'epoca e del genere - non dimentichiamo che si tratta di un romanzo pubblicato a puntate su giornale e rivolto a un pubblico giovane o di media cultura - ne fa in definitiva un romanzo tuttalpiù adatto ai ragazzi. Deludente.

Giudizio:

+2stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Le miniere di Re Salomone
  • Titolo originale: King Solomon's Mines
  • Autore: H. Rider Haggard
  • Traduttore: V. Daniele
  • Editore: Donzelli
  • Data di Pubblicazione: 2004
  • Collana: Narrativa
  • ISBN-13: 9788879898683
  • Pagine: VI - 230
  • Formato - Prezzo: Rilegato, sovraccoperta - Euro 21,80

15 marzo 2013

Jurassic Park - Michael Crichton

In un'isola sperduta al largo del Costa Rica, il miliardario Hammond costruisce un gigantesco parco di attrazioni biologiche. Grazie all'ingegneria genetica, nel suo Jurassic Park rivivrà un intero ecosistema, compresi i terribili dinosauri carnivori: il gigantesco Tyrannosaurus Rex e i famelici Velociraptor. L'incubo che dominerà il romanzo nasce dal profondo della preistoria e si proietta su un presente dominato dalle arroganti certezze della scienza.



Recensione

1989. Un operaio giunge in un pronto soccorso in Costa Rica con il corpo squarciato da un animale predatore, ferite che vengono giustificate con un “incidente sul lavoro”. Nella stessa area geografica, una bambina viene morsa da un rettile delle dimensioni di un pollo, ritto su due zampe e dotato di tre dita. E gli incidenti occorsi ai neonati sembrano subire un’impennata.
Nel deserto del Montana, frattanto, il paleontologo Alan Grant e la paleobotanica Ellie Sattler stanno lavorando ad alcuni scavi sui velociraptor, quando vengono convocati dal loro finanziatore John Hammond perché si rechino sull’isola di sua proprietà, Isla Nublar, ad analizzare e giudicare il progetto in cui ha investito il suo denaro e gli ultimi anni della sua vita. Insieme all’avvocato Donald Gennaro, all’eccentrico matematico Ian Malcolm e allo stesso Hammond, Alan ed Ellie abbandonano di malavoglia gli scavi per entrare in quello che è probabilmente il progetto più ambizioso e folle mai attuato: Jurassic Park, un parco nazionale di prossima apertura che ospiterà dinosauri in carne e ossa, riportati in vita grazie ai più avanzati ritrovati genetici che hanno consentito al team di scienziati assunto da Hammond di prelevare DNA di dinosauro dalle zanzare preistoriche intrappolate nell’ambra fossile.
Il parco, che, assicura Hammond, è perfettamente sicuro, ha ricreato al meglio l’ambiente preistorico – clima, vegetazione – in cui immettere gli animali, tutti nati in laboratorio e impossibilitati a riprodursi perché clonati di sesso femminile, nonché dipendenti da un amminoacido, la lisina, somministrato dagli addetti al parco perché i dinosauri non possano mai allontanarsi dall’isola.
Malcolm, propugnatore della teoria del caos, indispettisce il vecchio Hammond con continue previsioni catastrofiche: il parco, se non lo ha già fatto a loro insaputa, sfuggirà presto al controllo dei suoi creatori. Per comprovare la sua piena fiducia nelle misure di sicurezza adottate nel parco, Hammond organizza un giro dell’isola per Gennaro, Malcolm, Alan ed Ellie, affidando loro anche i nipotini Tim e Lex. Ma proprio durante il giro, mentre sull’isola si abbatte una tempesta tropicale, l’ingegnere informatico Dennis Nendry disattiva l’intero sistema del parco per poter rubare e rivendere alla concorrenza i campioni genetici delle quindici specie di dinosauri clonati. Ed è qui che la natura inizia a ribellarsi.

Il film di Spielberg probabilmente lo conoscono anche le pietre. Il romanzo di Crichton, ormai datato 1990, forse lo si conosce un po’ meno.
Se oggi le teorie esposte dall’autore risultano alquanto sorpassate (soprattutto perché è noto che sarebbe impossibile riempire le interruzioni nelle sequenze di DNA di una creatura utilizzando quello di un’altra specie), negli anni ’90, appena un anno dopo la frequenziazione del primo genoma umano, Crichton è stato in grado di scrivere un romanzo sorprendente, sollevando quesiti ancora oggi molto attuali quali i limiti entro cui può e deve spingersi la scienza quando avvicina l’uomo a Dio nell’atto della creazione. Jurassic Park, in fondo, non è che un romanzo fantascientifico a tesi che dimostra l’inadeguatezza della scienza nel prevedere tutte le variabili di un sistema naturale complesso che si è provato a ricreare.

Chi ha visto il film ma non si è avvicinato al libro - dalla mole meno indifferente di quanto non si pensi - rimarrà stupito dalle variazioni che gli sceneggiatori del film hanno apportato e dalla cruenza delle scene: il medico e scrittore statunitense non risparmia al lettore mutilazioni e dilaniamenti, in un lungo romanzo dal ritmo serrato che contiene molte più peripezie rispetto alla sua controparte filmica: Alan Grant e i due bambini attraverseranno l'intero parco per poter tornare al Centro Visitatori, incontrando la quasi totale varietà dei dinosauri presenti, mentre Ellie, Malcolm, Gennaro ed Hammond, insieme all'ingegnere Arnold e al guardiacaccia Muldoon, si troveranno a loro volta assediati dalle creature e con la difficile incombenza di dover ripristinare tutti i sistemi del parco.

Lo stile di scrittura di Crichton non è precisamente arzigogolato: il periodare è semplice e spesso ridondante, tuttavia funzionale a una trama veloce e quasi interamente costruita sull'azione. La caratterizzazione psicologica dei personaggi, al contrario, risulta ottima, e la documentazione dell'autore quanto a matematica, filosofia e genetica addirittura impressionante. Crichton sarà anche uno scrittore di bestseller, ma non gli si possono negare competenza nel suo lavoro né profonda cura nella documentazione, due doti di cui la maggior parte degli scrittori perennemente in cima alle classifiche di vendita dovrebbero imparare almeno il nome.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Jurassic Park
  • Titolo originale: Jurassic Park
  • Autore: Michael Crichton
  • Traduttore: Marenco M.T., Pagnes A.
  • Editore: Garzanti
  • Data di Pubblicazione: 2010
  • Collana: Elefanti Bestseller
  • ISBN-13: 9788811685852
  • Pagine: 479
  • Formato - Prezzo: Brossura - 9.90 Euro

18 febbraio 2013

Il mondo perduto - Arthur Conan Doyle

Il geniale Professor Challenger si trova impegnato in un'impresa ai limiti delle possibilità umane, in compagnia di un altro scienziato, di un giornalista e di un nobile sportsman. Prigionieri in un mondo davvero perduto, un'isola geologica sopravvissuta misteriosamente nel cuore della giungla amazzonica, i protagonisti si imbatteranno in fantastiche avventure tra dinosauri, pterodattili, iguanodonti e uomini scimmia.



Recensione

Non tutti sanno che Arthur Conan Doyle, 'padre' del celebre investigatore Sherlock Holmes, ha anche generato - oltre a numerosi racconti e romanzi di tenore diverso dal mystery - un ciclo di cinque opere di genere avventuroso/fantascientifico accomunate dal personaggio di G.E. Challenger, geniale scienziato aggressivo e sprezzante, tutte scritte tra il 1912 e il 1929.

La prima e più famosa opera della serie è Il mondo perduto, che come le altre si inserisce in un filone molto in voga a cavallo tra l'Otto/Novecento di cui fu maestro il francese Jules Verne: l'immaginazione di una terra fantastica e tagliata fuori dal mondo, spesso situata su un'isola solitaria, o nelle foreste amazzoniche, o nel profondo dell'Africa, o persino al centro della Terra (in quei territori cioè all'epoca parzialmente inesplorati e che perciò suscitavano un'incredibile fascinazione), luogo esotico che custodisce segreti eccitanti come creature perdute o immaginarie, civiltà da tempo scomparse o ricchezze inestimabili.

Accostandosi al più celebre esempio verniano (Viaggio al centro della terra), Doyle postula l'esistenza di una valle protetta da un'alta catena montuosa situata nei territori inesplorati dell'Amazzonia, terra che proprio in virtù della sua inaccessibilità ha preservato certe caratteristiche climatiche che hanno consentito ai dinosauri di continuare a vivere indisturbati fino all'Ottocento. Succo della storia è la spedizione alla volta della valle misteriosa condotta dal professor Challenger, scienziato esperto nelle più varie discipline e divenuto lo zimbello del mondo accademico londinese per aver sostenuto di aver scoperto una terra vergine in cui ancora vivono i dinosauri, del giovane giornalista Edward Malone - voce narrante che invia al suo giornale i resoconti del viaggio - partito in cerca di gloria per conquistare l'ammirazione di una donna che non ricambia i suoi sentimenti, dello scettico professor Summerlee e del cacciatore John Roxton.

Si tratta di un romanzo d'intrattenimento di altri tempi, purtroppo inferiore ai suoi parenti francesi: lo stile è semplice e asciutto - come ci si aspetterebbe da un romanzo pubblicato a puntate su giornale per appassionare lettori di diverse età e culture -, lo schema della storia lineare e il ritmo incalzante. Forse spicca appena per l'anticonvenzionalità del suo protagonista (elemento che aveva fatto la differenza nelle storie mystery di Doyle e che aveva reso immortale il personaggio di Sherlock Holmes), purtroppo non abbastanza netta da riuscire a salvare dal semioblio questa serie di romanzi che si fanno leggere piacevolmente e dimenticare con altrettanta facilità.


La serie si compone delle seguenti opere:

  • Il mondo perduto
  • La nube avvelenata
  • La terra della nebbia
  • La macchina disintegratrice (racconto)
  • Quando la Terra urlò (racconto)

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Il mondo perduto
  • Titolo originale: The Lost World
  • Autore: Arthur Conan Doyle
  • Traduttore: Sobrero C.
  • Editore: Bompiani
  • Data di Pubblicazione: 2002
  • Collana: Tascabili. Romanzi e racconti
  • ISBN-13: 9788845251603
  • Pagine: XIII - 316
  • Formato - Prezzo: Brossura - 8,90 Euro

Di un monaco un brigante e una fanciulla - Silvia Cestaro

Serenissima Repubblica. Anno Domini 1610.

Un uomo viene privato di una delle proprie figlie, rapita da un brigante. Come riscatto gli viene chiesto qualcosa di cui difficilmente potrà separarsi. Anche un monaco, suo malgrado, viene coinvolto nella faccenda ed è costretto a fare da testimone a qualcosa che va ben oltre la realtà che era abituato ad affrontare. Un filo sottile lega il monaco, il brigante e la fanciulla, pur mantenendo ciascuno la propria personale visione della realtà.


Recensione

Anche se le vicende sono ambientate ai primi del '700, questo non può definirsi propriamente un romanzo storico. Non c'è nessun riferimento a fatti accaduti nel periodo, anche se proprio nel 1610 si registra il regicidio di Enrico IV di Borbone con la morte per squartamento dell'assassino, l'ascesa al trono di Luigi XIII sotto la reggenza di Maria de' Medici (è il tempo de "I Tre Moschettieri") e la messa all'indice da parte della chiesa di Galileo Galilei che insegnava all'università di Padova.

Questa storia, invece, potrebbe essere ambientata in qualsiasi periodo, dal medioevo all'800, o anche in tempi più recenti se, anziché il Veneto, fosse stato scelto il Meridione come teatro degli eventi.

Se prendiamo ad esempio il romanzo storico più famoso in Italia, I Promessi Sposi, che guarda caso si svolge in tempi molto vicini (1628 - 1630) a quello indicato dall'autrice nel suo libro (1610),  notiamo che il comportamento dei protagonisti viene condizionato dagli eventi storici del periodo, dalla sommossa del pane a Milano alla epidemia di peste, con l'intervento diretto ed indiretto di parecchi personaggi storici, da Ferrer al cardinale Federico Borromeo.

Definirei piuttosto questo un romanzo d'avventure, narrato in prima persona di volta in volta dai protagonisti, un monaco, un brigante e una fanciulla. Ognuno di loro racconta un pezzo della storia dal proprio punto di vista.

Il racconto è garbato, la scrittura scorrevole, la terminologia sufficientemente ricca anche se non sempre appropriata, come ad esempio:

"avevo fatto del mio meglio per schiacciare il paragone fra me e la merce avariata" dove il termine "schiacciare" è chiaramente da cambiare (potrei suggerire "non tener conto" o "minimizzare").

A tale proposito si può affermare che l'editing fatto dall'editore lascia a desiderare. A parte alcuni refusi -ne ho trovati diversi anche in un recente romanzo edito da Mondadori- e qualche termine discutibile come sopra accennato, si rilevano anche un paio di voci verbali errate. Ecco un esempio tratto da pagina 16:

"Sarebbe stata la mia salvezza, come se una volta raggiunta la luce benedetta, i due uomini sarebbero svaniti nel nulla."

Nonostante sia un'esordiente, riconosciamo all'autrice il pregio di non indulgere eccessivamente in aggettivi ed avverbi.

In un romanzo d'avventure le frasi sono normalmente brevi, al fine di dare un ritmo più veloce all'azione. In questo caso, invece, il periodare è piuttosto lungo, ma conferisce al racconto un gusto "retrò" non spiacevole.

Ciò che manca al romanzo sono le descrizioni. L'azione inizia nel duomo di Salò, cittadina sul lago di Garda. La prima cosa che l'autrice a mio avviso avrebbe dovuto fare sarebbe stata quella di descrivere se non la città almeno la chiesa. Scrivere è sotto alcuni aspetti come dipingere dei ritratti: per completarli occorre anche disegnare uno sfondo. Si potrà obiettare che le descrizioni annoiano il pubblico giovane cui è prevalentemente indirizzato il romanzo. Cionondimeno non dico che sia necessario iniziare con la descrizione del lago, come fa il Manzoni ne "I Promessi Sposi" prima di arrivare a don Abbondio, personaggio d'esordio, purtuttavia si dovrà fare un accenno all'imponenza del duomo, al piazzale antistante, alla luce diffusa dal rosone frontale, alle navate, la forma delle colonne e via di seguito, fino a dire se era un giorno di festa e se, in quel caso, l'affluenza era maggiore del solito e le persone vestivano meglio degli altri giorni. Occorre cioè che la scrittrice descriva "la scena del crimine" al lettore come se dovesse parlare ad un cieco.

Se non si ritenesse opportuno iniziare il romanzo con una descrizione, nel timore di non riuscire a carpire l'interesse del lettore, si potrà farlo gradualmente con gli occhi distratti di un penitente qualsiasi o, meglio ancora, con quelli della fanciulla protagonista destinata ad essere rapita. A questo proposito, essendo la scrittrice un'esordiente e desiderando una critica costruttiva, sottolineiamo che la tecnica narrativa anglosassone "show don't tell" ha per i romanzi d'avventura un valore vitale. Perché raccontare che c'è stato un omicidio quando lo si può descrivere direttamente? Penso che sarebbe stato preferibile che il romanzo iniziasse quando i fedeli entrano in chiesa per la funzione ed assistono all'omicidio durante l'omelia, anziché in un momento successivo.

Manca anche la descrizione del monaco che lascia la basilica di Sant'Antonio a Padova e inizia a camminare lungo il sentiero che dovrebbe portarlo fino a Salò. Sembrerebbe che il monaco non abbia scelto la via principale e segua un sentiero secondario a piedi, ma non se ne spiegano i motivi. Vengono trattati i suoi problemi di fede, ma si sorvola sul suo stato d'animo, passando dalla folla della città alla solitudine del bosco. Al riguardo viene detto che era una semplice macchia di aceri e che il bosco vero e proprio si estendeva dopo il ruscello. Bisogna pensare che il corso d'acqua fiancheggiasse il sentiero? Il bosco si estendeva a perdita d'occhio? Non c'erano campi coltivati? Dopo quanto tempo dall'inizio del cammino il monaco ha incontrato i banditi?

Manca inoltre una descrizione della grotta in cui il monaco e la fanciulla vengono rinchiusi -ce n'è solo un breve accenno quando finalmente ne escono-. E' già difficile presupporre l'esistenza di una grotta fra Padova e Salò, visto che siamo al centro della pianura padana e la strada è tutta praticamente pianeggiante. Dove inserirla? Sui Colli Berici, forse, dato che è l'unico rilievo di una certa importanza che fiancheggia la strada e che disterebbe da Padova una giornata di cammino (il percorso Padova - Salò è di circa 140 chilometri, tre giorni di buon passo per una persona abituata a camminare).

Possono essere caratterizzati meglio anche i banditi che catturano il monaco. Durante la prigionia egli è costretto a relazionare con loro e pertanto sarebbe stato opportuno non lasciarle semplici figure anonime. Di uno solo viene detto che aveva i denti guasti e l'alito fetido. Occorre cercare qualche tratto distintivo che dia spessore ad altri componenti del gruppo, traendoli dall'anonimato assoluto in cui sono stati relegati. Si potrà ad esempio dire che uno dei banditi avesse una lunga cicatrice che gli solcava la faccia -ogni bandito che si rispetti ne ha una-, un altro che avesse gli occhi strabici e via di seguito, sicuramente una scrittrice troverà elementi caratterizzanti.

Per quanto la storia sia abbastanza originale, si coglie qualche buco narrativo nell'intreccio. Come abbia fatto Orso, il capo dei banditi, a scoprire i responsabili della setta che gli uccisero la famiglia viene accennato in maniera troppo sbrigativa. A mio avviso quello sarebbe stato il vero prologo e la scrittrice avrebbe potuto "mostrare" gli avvenimenti invece di farli "raccontare" da uno dei protagonisti.

L'attitudine alla scrittura c'è, provaci ancora, Silvia!

Giudizio:

+2stelle+ (e mezzo)

Dettagli del libro

  • Titolo: Di un monaco un brigante e una fanciulla  
  • Autore: Silvia Cestaro  
  • Editore: 0111 Edizioni 
  • Data di Pubblicazione: 2011
  • ISBN-13: 978-88-6307-387-4
  • Pagine: 125
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 13,00

5 dicembre 2012

La vera storia del pirata Long John Silver - Björn Larsson

Ci viene qui restituito, in tutta la sua ambigua attrazione e vitalità, un personaggio nato già immortale, il terribile pirata con una gamba sola dell’Isola del Tesoro, che ricompare intento a scrivere le sue memorie, e insieme a lui l’universo piratesco, le tempeste, gli arrembaggi, le efferatezze dei pirati ma anche la loro sfida libertaria di ribelli contro il cinismo dei potenti. Riscopriamo così la capacità di sognare e di abbandonarci alla fantasia, grazie al trascinante racconto in cui si intrecciano sapientemente la suspense e l’avventura all’interno di un sottile gioco letterario che stimola la nostra complicità.

Recensione di Valetta

Il libro si basa sul celebre personaggio dell'Isola del tesoro, "promuovendolo" dal ruolo di spalla a quello di protagonista per raccontarci la sua incredibile vita. L'idea è molto carina perché Long John Silver è sicuramente il personaggio più intrigante del romanzo di Stevenson ed era un peccato non sapere che fine avesse fatto dopo l'avventura dell'isola del tesoro.

Larsson ci racconta di una vita decisamente fuori dal comune (anche per un pirata del 700), perfettamente il linea col personaggio che qui viene descritto più nel dettaglio scoprendo così una personalità eccezionale. La sua caratteristica principale è la sua voglia di vivere irrefrenabile, unita ad un bel po' di egoismo e assoluta mancanza di etica. Nonostante qualche lato deprecabile, non si può fare a meno di provare simpatia per questa figura che non vuole farsi mettere in catene da nessuno e grazie ad una straordinaria forza di volontà e tanto coraggio e spavalderia emerge con successo dalle situazioni più pericolose e difficili. In sostanza un libro di pura avventura, quasi d'altri tempi, che si legge tutto d'un fiato.

Giudizio:

+4stelle+

Recensione di Sakura

L’isola del tesoro è uno di quei classici rimasti immortali nel mio gusto, apprezzato da bambina e adorato da adulta. Il merito di Stevenson è quello di aver saputo creare, in un’epoca in cui non era affatto scontato, un villain in bilico tra malvagità e umanità, un efferato criminale che proprio – lettori e autore – non si riesce a odiare, un personaggio che in definitiva sfugge a etichette e a una visione manicheistica della realtà.

Pirata non meno crudele dei suoi consimili, Long John Silver si dimostra nel romanzo di Stevenson ancor più feroce per la lucidità con cui opera, lontana dagli eccessi bestiali così propri degli ubriaconi tagliagole alla cui categoria pure appartiene.

Björn Larsson si inserisce nel filone degli autori moderni che si confrontano con i grandi del passato, recuperando giganti topici della letteratura per illuminarli di nuova luce e offrirli ai lettori con un passato, un futuro e un punto di vista approfondito. L’autore svedese, nella fattispecie, recupera l’immortale personaggio di Long John Silver raccontandone la storia precedente e successiva a L’isola del tesoro.
Quando e in che occasione Silver ha perduto la gamba? Come ha conosciuto ‘la sua vecchia negra’ con cui, presumibilmente, si è ricongiunto dopo che Jim Hawkins gli ha permesso di sfuggire all’impiccagione? Quali sono i suoi natali, quali le sue esperienze marinaresche pregresse al servizio sotto il temibile Capitano Flint? Cosa ne è stato di lui dopo l’avventura sull’Hispaniola? Larsson risponde a tutte le domande che centovent’anni di lettori e amanti de L’isola del tesoro si saranno sicuramente posti, e forse anche a qualcuna in più. Biografia di un personaggio immaginario, romanzo d’avventura, romanzo storico, il lavoro di Larsson è un tentativo di misurarsi con un libro e con un personaggio passati alla storia, sfida da cui l’autore svedese esce più a testa alta di molti altri che hanno cercato di fare altrettanto, ma non altissima.

Ho avuto modo di visionare diverse trasposizioni de L’isola del tesoro, ultima tra tutte la miniserie Sky1 (forse un po’ fantasiosa ma molto ben fatta), e incontrato una decina di Long John Silver. Quello di Larsson, devo dire, non è il migliore. Il Silver del romanzo di Larsson, anziano uomo di mare ormai ritirato che decide di mettere nero su bianco una vita di ricordi, non è riuscito a parlarmi con la voce del vero Silver, non ha saputo mantenere il fascino dell’aura del personaggio originale, pericolo in cui si incorre nel momento in cui si sceglie di accendere i riflettori laddove è proprio la penombra a creare il mito. Ne risulta un personaggio appiattito, attore in una storia che ha alle spalle almeno settant’anni di altri romanzi sulla pirateria e che ne sfrutta tutti i cliché, i motivi e i temi più famosi. Lascio ai lettori il piacere di scoprire la trama: le avventure del giovane Silver, le lezioni di vita del Silver uomo, le amare riflessioni del Silver anziano.

La storia, a dir la verità, talvolta risulta scontata e poco emozionante, e si accompagna a un periodare piuttosto semplice così come il lessico (se si esclude la terminologia marinaresca). E’ forse da leggere se si desidera un tuffo modernizzato nei mari e nei personaggi di Stevenson, o magari un buon romanzo storico sulla pirateria dell’epoca, ma solo se non ci si aspetta un romanzo imprescindibile che permetta di ritrovare il vero Long John Silver.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: La vera storia del pirata Long John Silver
  • Titolo originale: Long John Silver
  • Autore: Björn Larsson
  • Traduttore: Katia DeMarco
  • Editore: Iperborea
  • Data di Pubblicazione: 1998
  • ISBN-13:9788870910759
  • Pagine: 496
  • Formato - Prezzo: Brossura - 18,50 Euro

7 dicembre 2011

Moby Dick - Herman Melville

Moby Dick (Moby-Dick; or, The Whale) è un romanzo pubblicato nel 1851 dallo scrittore americano Herman Melville. La trama del libro si può riassumere assai brevemente come il viaggio della baleniera Pequod, comandata dal capitano Achab, a caccia di capodogli e balene, e in particolare della enorme balena bianca (in realtà un capodoglio) che dà il titolo al romanzo. Tuttavia in Moby Dick c'è molto di più: le scene di caccia alla balena sono intervallate dalle riflessioni scientifiche, religiose, filosofiche e artistiche del protagonista Ismaele, alter ego dello scrittore, rendendo il viaggio un'allegoria e al tempo stesso un'epopea epica.

Recensione

Che Moby Dick sia molto più di un libro d'avventura è evidente sin dalle prime due parole dell'incipit: 'Chiamatemi Ismaele' è l'atto con cui il protagonista si autonomina, e lo fa con un nome che proviene dalla tradizione biblica.

Senza voler affrontare una recensione vera e propria per questo romanzo storico, che ha ricevuto sin dalla sua pubblicazione nel 1851 una serie ininterrotta di studi, interpretazioni e analisi testuali e letterarie, vorremmo solo appuntare l'attenzione su alcuni aspetti che rendono questa narrazione, epica e drammatica insieme, una specie di anomalia, o quanto meno un'espressione eccentrica della fantasia dell'autore: con la sua pubblicazione lo scrittore nordamericano si distacca dalle precedenti opere, narrativa di viaggi nei mari del Sud, e perde anche gran parte del suo successo di pubblico.
Per contro, proprio Moby Dick è l'opera di Melville ritenuta più importante e universalmente considerata un capolavoro della letteratura mondiale.

In effetti la caccia solitaria alla balena bianca - e solitaria lo è davvero questa caccia, perché, nonostante la presenza di una ciurma numerosa, la sfida si riduce a un duello mortale con due protagonisti, il capitano e Moby Dick -, intrapresa dal capitano Achab con una cerimonia sul Pequod, la sua baleniera, che ricorda riti tribali e sacrifici iniziatici, si distacca dai cliché della narrativa d'avventura genere feuilleton per diventare l'incarnazione di un'ossessione personale, una vera e propria monomania, come più volte sottolinea il narratore.
In questa ricerca, modellata sul topos mitologico della 'caccia sacra', che ha come luogo l'infinito dell'Oceano, tutto diventa metafora di qualcosa d'altro.

Una lunga parte del racconto è precedente all'imbarco e ricorda, oltre all'arrivo di Ismaele a Nantucket, dove si imbarcherà sul Pequod, anche la conoscenza con il polinesiano Queequeg, uno degli arponieri della spedizione. I presagi sono il leit motiv di questa sezione: durante una predica tra le pareti fredde e spoglie - come possiamo immaginarle nella tradizione puritana del New Jersey - viene citato il racconto biblico di Giona, il profeta che, per aver disobbedito al volere divino di predicare contro le perversioni di Ninive, finisce per tre giorni nel ventre di un pesce gigante, raffigurato nell'iconografia sacra come una balena.

Nel testo, che vede una serie di divagazioni laterali su vari temi legati al whale-hunting, dalla classificazione dei cetacei alle tecniche di estrazione dell'olio (lo 'spermaceti') alle scene di vita quotidiana su una baleniera, i riferimenti a un sottotesto per così dire 'biblico' - nel senso che attraverso i riferimenti sacri si crea una lettura traslata della narrazione - sono continui e appartengono alla trasfigurazione del capodoglio e di Moby Dick in particolare nell'immagine del mitico Leviatano, mostro marino ereditato forse dalla mitologia babilonese che incarna la potenza divina della natura.

La balena bianca diventa in qualche modo simbolo delle forze che non si lasciano sottomettere dalla volontà umana, dell'irrazionale e del caos primordiale, del sentimento di matrice romantica che si prova dinanzi all'infinito, incomprensibile e ingovernabile: è il sublime, che Achab odia ma dal quale non può fare a meno di essere attratto, anche a costo della propria sanità mentale e della vita, sua e del suo equipaggio.

Il destino di Achab è adombrato in qualche modo anche nel personaggio biblico da cui prende il nome: il re d'Israele in aperto scontro con i profeti del Dio unico, come il capitano monolitico rifiuta di ascoltare qualsiasi consiglio da parte dei suoi ufficiali, va contro la volontà divina ed è per questo condannato a una morte infame sul campo di battaglia.

Un parallelismo simile riguarda anche la figura del narratore, Ismaele, che nel racconto del Vecchio Testamento è il figlio illegittimo di Abramo, scacciato dal padre insieme alla madre Agar e costretto a una vita solitaria di peregrinazioni e vagabondaggi nel deserto d'Arabia.

Ciò che rende blasfema la caccia del capitano Achab è il suo essere il simbolo di una sfida: non insegue Moby Dick tanto perché gli ha strappato una gamba rendendolo storpio, quanto perché lanciando il suo arpione - che ha voluto consacrare nel momento della forgiatura bagnandolo nel sangue degli arponieri polinesiani - contro la balena bianca scaglia la sua bestemmia tracotante contro l'intangibile e inavvicinabile mistero divino fatto carne nella manifestazione della natura.

E il suo atto è reso ancora più grave dal fatto che viene compiuto in nome e per conto dell'umanità intera, come atto di ribellione luciferina: all'inizio della navigazione, in una scena di baldoria collettiva, i marinai si scatenano in una giga dividendosi per nazionalità e nell'equipaggio ogni parte del mondo conosciuto sembra essere rappresentata.
La danza sacrilega richiama alla mente il giubilo del popolo di Israele che, dopo la fuga dall'Egitto, si concede alle danze idolàtre intorno al vitello d'oro: in questo caso è d'oro il lingotto che Achab promette come ricompensa per il primo della ciurma che avvisti lo sbuffo della balena bianca.

Inevitabilmente l'atto di superbia voluto da Achab termina nell'annichilimento della volontà umana di fronte alla potenza divina, che prende le sembianze del leviatano-Moby Dick: il gorgo che inghiotte nell'abisso insieme al capitano anche la nave e l'equipaggio costituisce l'immagine rovesciata verso il basso della torre di Babele, altro esempio di presunzione dell'orgoglio umano che porta con sè la necessità della punizione.

Solo nel finale si trova una scintilla di speranza: Ismaele, che, come abbiamo detto, impersona l'uomo nel suo vagare errabondo attraverso l'esperienza mondana, viene salvato da un vascello chiamato 'Rachele', come la moglie di Giacobbe che nell'Antico Testamento era la moglie preferita di Giacobbe e un simbolo universale di mitezza.

Giudizio:

+5stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Moby Dick
  • Titolo originale: Moby Dick, or: the Whale
  • Autore: Herman Melville
  • Traduttore: Nemi D'Agostino
  • Editore: Garzanti
  • Data di Pubblicazione: 1966 (2008)
  • Collana: I Grandi Libri
  • ISBN-13: 9788811360056
  • Pagine: 512
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 8,50

14 novembre 2011

La spada della verità vol.3 - Terry Goodkind

Richard ha deciso di raggiungere l'amata Kahlan, regina della Galea, che sta tornando verso Ebinissia con l'intenzione di ricostruirla per poi governare la sua nuova patria. I piani di Richard vengono però sconvolti dall'entrata in scena di due temibili nemici, alleati tra loro, si tratta dell'Ordine Imperiale, l'esercito guidato dal misterioso Jagang, che vuole sottomettere il mondo intero, e della Stirpe dei fedeli condotta dal generale Tobias Brogan, un uomo che odia la magia al punto di volerla estirpare per sempre, poiché la considera il mezzo con il quale il Guardiano del mondo sotterraneo influenza il mondo dei vivi.

Recensione

Terza Regola del Mago: Le passioni non devono governare la ragione.
«Autorizzare le emozioni a controllare la tua ragione potrebbe causare problemi per te stesso e per coloro intorno a te.»


Ancora una volta, il romanzo si collega direttamente alla fine del precedente, precisamente il giorno successivo alla prima notte di Kahlan e Richard.
In seguito alla sconfitta del Guardiano, Richard Cypher (Richard Rahl dopo la scoperta delle sue vere origini) deve fare i conti con la sua nuova posizione: essendo figlio naturale di Darken, può rivendicare la sua carica e il suo sterminato esercito per rimettere in ordine il Nuovo Mondo, funestato dalle scorrerie dell'Ordine Imperiale -al servizio dell'imperatore Jagang- e della Stirpe dei Fedeli -guidati dal generale Tobias Brogan-, i quali desiderano estirpare ogni forma di magia. Kahlan, protetta dall'incantesimo di morte di Zedd che nasconde la sua esistenza a chiunque, è stata nominata Regina di Galea ed è in viaggio verso Aydindril con il mago e Adie per raggiungere il compagno. Frattanto, al Palazzo dei Profeti si verifica un vuoto di potere, e grande è la sorpresa di Sorella Verna nel vedersi proclamare Priora. Le Sorelle dell'Oscurità scoperte da Richard sono fuggite, ma non sono le uniche, e tocca a Verna e al mago Warren indagare per impedire che le adepte del Guardiano mettano in pratica i suoi piani.

In questo terzo volume, lento e frammentario, abbiamo:
- Un Richard più fuori posto che mai nei panni del comando. Tutte le sue decisioni, anche quelle apparentemente più folli, vengono prese d'istinto. Ma lui è il Cercatore, un mago Aggiuntivo e Detrattivo, e soprattutto è il protagonista, quindi il suo istinto risolve tutto nel migliore dei modi.
Finché rimaneva nell'ambito del fantasy più semplice e classico, Terry Goodkind, tra qualche ingenuità e molti cliché, riusciva a destreggiarsi. Il suo errore è stato quello di imperniare un libro quasi esclusivamente sulla politica: Richard eroe boscaiolo andava bene, Richard a capo di una confederazione di stati decisamente no. Tutti coloro che vengono investiti del comando tentano di emergere in un contesto che non fa per loro, come se fossero personaggi da commedia che cerchino di risultare convincenti in una tragedia;
- Una Kahlan più simpatica del consueto per un motivo semplicissimo: è quasi del tutto assente;
- Il ritorno di un paio di morti viventi, uno dei quali particolarmente insopportabile nel suo prendere continue e testarde decisioni che ledono la libertà altrui, nella perfetta convinzione di essere il depositario della verità assoluta;
- Il ritorno di Sorella Verna, forse il personaggio più riuscito e convincente del romanzo. L'unico, almeno, che sembri perseguire una logica coerente;
- Non uno, ma ben due villain, uno più malvagio dell'altro, ma entrambi dediti più che altro ad azioni di contorno che non inficiano la trama principale. Devo dire, inoltre, che inizia a stancarmi il fatto che ogni antagonista debba avere manie sessuali violente. Non siamo in un romanzo della trilogia Millennium. Si può anche essere perversi, assassini e violenti senza essere maniaci sessuali. In questo terzo volume, infatti, stupri e molestie abbondano in particolar modo.
- Le Mord-Sith, che nel primo libro erano risultate ottimi personaggi negativi (spietati ma con storie alle spalle che ne giustificavano la disumanità) e che sono ormai passate al lato buono, diventando inevitabilmente allegre comari spiritose e chioccianti.
A tal proposito: sembra che Goodkind abbia cercato goffamente di inserire nella saga il tema dell'omosessualità, trattato con una spettacolare disinvoltura. Siamo in un mondo fantasy, ergo le opzioni dovrebbero essere due: marcare il lato medievale e rendere l'omosessualità inusuale e deprecata in quanto contronatura, o marcare il lato fantasy e considerarla praticabile senza alcun pregiudizio. L'autore resta indeciso: Richard, che assiste al coming out di un personaggio secondario (precisiamo: durante l'esplorazione di un pericolosissimo mastio stregato, e per mezzo di un interminabile dialogo fatto di reticenze e circonlocuzioni che rendono complicato un concetto in realtà semplicissimo) si sorprende, si sconvolge, intima al personaggio di tornare etero e infine realizza che il cuore ha ragioni che la ragione non conosce. Il tutto in appena mezza pagina. A questo punto, caro Goodkind, potevi risparmiarti tale precisazione sul personaggio.
- Buchi narrativi, incongruenze e sfrenate casualità a palate.

Simpatici eufemismi, i miei -nel caso in cui non si fosse capito- per affermare che il volume è peggiore dei precedenti. Inoltre l'edizione è pessima persino per gli standard della Fanucci: non solo i refusi ortografici si sono moltiplicati, ma i segni di interpunzione (virgole soprattutto) hanno iniziato a fare uso di sostanze stupefacenti.


I volumi, tutti recentemente ristampati con copertine raffiguranti gli attori della serie tv:
  • Vol. 1 - L'assedio delle tenebre / La profezia del mago, 2006, 2010 [stampato diviso la prima volta nel '98-'99 e ristampato unito nel 2003 - edizioni esaurite]
  • Vol. 2 - Il guardiano delle tenebre / La pietra delle lacrime, 2006 [stampato diviso la prima volta nel '99-2000 e ristampato unito nel 2003 - edizioni esaurite]
  • Vol. 3 - La stirpe dei guerrieri / L'Ordine imperiale, 2006 [stampato diviso la prima volta nel 2000 e ristampato unito nel 2004 - edizioni esaurite]
  • Vol. 4 - La profezia della luna rossa / Il tempio dei venti, 2006 [stampato diviso la prima volta nel 2001 e ristampato unito nel 2005 - edizioni esaurite]
  • Vol. 5 - L'anima del fuoco, 2007 [prima edizione del 2002, seconda del 2006]
  • Vol. 6 - La fratellanza dell'Ordine, 2008 [prima edizione del 2003]
  • Vol. 7 - I pilastri della creazione, 2008 [prima edizione del 2004]
  • Vol. 8 - L'impero degli indifesi, 2008 [prima edizione del 2005]
  • Vol. 9 - La catena di fuoco, 2008 [prima edizione del 2006]
  • Vol. 10 - Fantasma, 2010 [prima edizione del 2007]
  • Vol. 11 - Scontro finale, 2011 [prima edizione del 2008]

Giudizio:

+2stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: La spada della verità vol.3
  • Titolo originale: Blood of the Fold
  • Autore: Terry Goodkind
  • Traduttore: Gianni N.
  • Editore: Fanucci
  • Data di Pubblicazione: 2006
  • Collana: Tascabili immaginario
  • ISBN-13: 9788834712146
  • Pagine: 612
  • Formato - Prezzo: 16,90 Euro

25 gennaio 2011

Vango. Tra cielo e terra - Timothée de Fombelle

Parigi 1935. Ai piedi della cattedrale di Notre-Dame, quaranta uomini distesi a terra sono in attesa di essere ordinati sacerdoti. Tra questi c’è Vango, diciannove anni, un passato avvolto nel mistero e un futuro altrettanto incerto, perché – un attimo prima che la cerimonia abbia inizio – la polizia fa il suo ingresso al sagrato della chiesa per arrestarlo.
Ma quale crimine ha commesso? Vango non lo sa e scappa arrampicandosi su per la facciata e le torri della cattedrale. La polizia però non è la sola ad interessarsi al ragazzo, c’è anche una giovane donna che segue con trepidazione la fuga, così come un uomo dall’aspetto losco che apre fuoco contro di lui. Vango, arrivato in cima alla chiesa, riesce a scappare grazie allo Graf Zeppelin del comandante Eckener, venuto a Parigi per seguire la sua ordinazione. Scampato all’arresto, il ragazzo prova a mettersi in contatto con il suo mentore, padre Jean, e scopre di essere accusato proprio dell’assassinio del sacerdote.
Chi trama alle spalle di Vango? Chi è Vango in realtà? Cresciuto nelle isole Eolie, dove era misteriosamente approdato a tre anni insieme alla sua nutrice, Mademoiselle, che lo ha amato come un figlio, proteggendolo dal suo stesso passato, le sue solo certezze sono il nome, Vango Romano, e un fazzoletto con ricamate una V dorata e la frase Combien royaumes… nous ignorent…
Attorno a Vango ruotano personaggi storici come Hugo Eckener, il capitano del Graf Zeppelin, e altri di fantasia come Zefiro, il monaco a capo del convento segreto dell’isola di Alicudi, o la Talpa, una ragazzina ebrea di buona famiglia che condivide con Vango il gusto per l’indipendenza e le notti all’aperto sui tetti di Parigi. Poi c’è Ethel, scozzese ricca, giovane e profondamente innamorata di lui. Per finire ci sono i nemici, terribili, spietati, uno per tutti: Stalin! Proprio lui: il dittatore sovietico in persona.

Recensione

Leggere Vango è un po' come guardare il primo episodio di un telefilm. Mille personaggi vengono presentati, un'infinità di storie e microstorie prendono il via ma è tutto accennato, nulla è approfondito e sul più bello ecco scorrere i titoli di coda. Tanti saluti e arrivederci alla prossima puntata.

L'avvio è impeccabile, non c'è che dire. Il piazzale di Notre-Dame, 40 giovani sdraiati a terra che attendono di essere ordinati sacerdoti, la pioggia battente, la folla in trepidazione, una giovane che piange a dirotto e poi all'improvviso la polizia che fa irruzione, un ragazzo si lancia in una fuga disperata, spari risuonano da chissà dove. Poche pagine e Vango ti ha già accalappiata, sei già in fuga con lui per i tetti di Parigi, lo segui ansiosa mentre si rifugia a bordo del leggendario Graf Zeppelin mentre il povero ispettore Boulard rimane a Parigi a brancolare nel buio. L'impressione è ottima, l'avventura c'è, il mistero pure, tutte le carte sono in regola per conquistare un lettore ben più smaliziato di un dodicenne.

A questo punto però l'autore va fuori strada, sbanda e si perde. Vuoi per il desiderio di buttare più carne possibile al fuoco, vuoi perché ha già progettato uno o due seguiti a questo libro, de Fombelle inizia a divagare: a ogni nuovo personaggio che compare sulla scena corrisponde una digressione più o meno breve nel suo passato, un viaggio nei ricordi non sempre inserito a proposito e non necessariamente legato allo sviluppo della storia o ad una migliore comprensione del personaggio in questione.

Avendo appena rivisto il film, questo modo di narrare mi ha subito ricordato le infinite digressioni del protagonista de La versione di Barney, dove il semplice accenno ad un nume o ad un oggetto portavano ad un nuovo aneddoto totalmente slegato dal corpo della narrazione. Il problema è che lì l'effetto era voluto, sia per la peculiarità del personaggio di Barney, sia per il suo Alzheimer galoppante, qui invece l'impressione che se ne ricava è che l'autore voglia un po' allungare il brodo per giustificare la necessità di un secondo volume. Questa tendenza si accentua man mano che si va avanti con la lettura, tanto da risultare veramente irritante nell'ultima parte del libro: che senso ha il personaggio della Talpa? E gli spocchiosi Cameron che tentano di accasare la povera Ethel col loro adorato figlioletto? Le loro comparsate risultano vuote e inutili, storie appiccicate come post-it sulla trama principale, così come quelle di tanti altri personaggi del racconto.

L'aspetto paradossale di questa sovrabbondanza di informazioni è che si perde di vista in continuazione il personaggio principale tanto che a fine libro ancora non si sa nulla di lui, non si è capito che tipo è, com'è il suo carattere, quali sono i suoi pensieri. Se abbiamo imparato a conoscere l'anticonformista Ethel nel profondo e ci siamo fatti un'idea precisa di che tipo fosse il grande Eckener, comandante dello Zeppelin, Vango non è altro che una sagoma vuota sulla quale si possono incollare generici aggettivi come "coraggioso", "spaventato", "agile" ma nel complesso non se ne individua il carattere, il suo desiderio di diventare monaco non ha un perché, il suo rapporto con Ethel è indefinibile e subisce trasformazioni inspiegabili.

L'autore, per quanto dimostri di non essere un novellino, alla prova dei fatti non sembra in grado di gestire una trama così articolata. Anche nello stile utilizzato sembra che abbia voluto strafare. Intendiamoci, il libro è ben scritto ma spesso il tono è eccessivamente "epico", soprattutto quando si viaggia nel mondo dei ricordi ogni dettaglio viene narrato con un tono quasi fatalista. Troppi inoltre i termini ad effetto tanto che a volte si cade nel melodrammatico.

Resto in attesa di un secondo volume che dia una risposta agli innumerevoli interrogativi lasciati in sospeso, così com'è Vango è un libro che non sta in piedi da solo.

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Vango.Tra cielo e terra
  • Titolo originale: Vango. Entre ciel et terre
  • Autore: Timothée de Fombelle
  • Traduttore: M.Bastanzetti
  • Editore: San Paolo
  • Data di Pubblicazione: 2011
  • Collana: Narrativa San Paolo Ragazzi
  • ISBN-13: 9788821569890
  • Pagine: 428
  • Formato - Prezzo: Rilegato, sovraccoperta - 18,00 Euro

6 agosto 2010

In Patagonia - Bruce Chatwin

Dopo l’ultima guerra, alcuni ragazzi inglesi, fra cui l’autore di questo libro, chini sulle carte geografiche, cercavano il luogo giusto per sfuggire alla prossima distruzione nucleare. Scelsero la Patagonia. E proprio in Patagonia si sarebbe spinto Bruce Chatwin, non già per salvarsi da una catastrofe, ma sulle tracce di un mostro preistorico e di un parente navigatore.
Pubblicato nel 1977 come opera prima, questo libro appartiene alla specie rarissima dei libri che provocano una sorta di innamoramento. La Patagonia di Chatwin diventa, per chiunque si appassioni alla sua scrittura, un luogo che mancava alla propria geografia personale e di cui avvertiva segretamente il bisogno.

Recensione

Leggendo questo primo taccuino di viaggio dello scrittore britannico non si può non paragonare la sua opera d'esordio con quella più matura e forse, meritatamente, più famosa, 'Le vie dei canti'. La sensazione di immedesimazione nei passi del viaggiatore è la stessa, sia che si percorrano i sentieri degli aborigeni australiani sia quelli degli indios della Patagonia. Il pensiero che c'è dietro è invece, nel secondo libro, più compiuto.

La struttura della narrazione rimane uguale: il lettore si trova catapultato, a partire da un ricordo infantile dell'autore, nelle tappe di un viaggio che si proietta nell'anima dei luoghi e delle persone. On the road si ricostruiscono a poco a poco l'identità e la storia di un paesaggio di confine, nel quale man mano che l'estremità si avvicina gli elementi naturali si fondono e si confondono in un magma onnicomprensivo che richiama l'immagine dell'Aleph dell'illustre erudito argentino Borges.

La capacità di Chatwin nel riuscire a intrappolare il lettore nella ragnatela di aneddoti ed episodi in realtà è molto forte già nel resoconto della Patagonia, anche se non è del tutto chiara la riflessione sull'intimo legame che unisce il viaggio e il racconto nella poetica dello scrittore-viaggiatore.

Troviamo combinati insieme in un'unica corrente fluida e avvolgente racconti di criminali nordamericani ed esuli europei in fuga da regimi politici oppressivi, di gente comune in cerca di fortuna o del proprio personale Eldorado, di tribù di indios che resistono alla colonizzazione selvaggia in difesa della propria civiltà o soccombono di fronte allo spietato razzismo dell'uomo bianco.

La Patagonia è una lunga corsa verso i confini del mondo, un luogo dove realtà e culture diverse sembrano correre come un branco di lemming impazziti, spinti dal desiderio autodistruttivo di buttarsi, arrivati all'estremo limite di Capo Horn, nel nulla che separa e unisce i due Oceani.

Il tono del racconto è monocorde, privo di qualsiasi inflessione etica - e vista la storia recente di quella parte del mondo, ce ne potrebbero essere tante di riflessioni da fare - e procede libero e piano come il paesaggio di quelle terre, sull'onda di ricordi, associazioni di idee, storie raccontate, senza nessun altro gusto che quello del racconto in sè: come per il viaggio il senso è quello di mettere un piede dopo l'altro, fino all'estremo lembo dell'ecumene, così per la storia la successione dei fatti non richiede altre ragioni al di fuori della dimensione narrativa.

Attraverso l'epopea del ricordo l'abilità descrittiva di Chatwin nobilita, nel suo stile fintamente monotono, i tratti rugosi degli indios, i reperti fossili, veri o falsi che siano, le case di legno assediate dai venti, le storie piccole e grandi che tutte insieme confluiscono, nel sentieri dei ricordi, attraverso le pagine e le parole di un libro...

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: In Patagonia
  • Titolo originale: In Patagonia
  • Autore: Bruce Chatwin
  • Traduttore: M. Marchesi
  • Editore: Adelphi
  • Data di Pubblicazione: 2003
  • Collana: Gli Adelphi
  • ISBN-13: 9788845917509
  • Pagine: 264
  • Formato - Prezzo: Brossura - 10,00 Euro
 

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