Visualizzazione post con etichetta Western. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Western. Mostra tutti i post

5 settembre 2016

Cavalli selvaggi - Cormac McCarthy

Texas, 1949. Lacerato ogni legame che lo stringeva alla terra e alla famiglia, John Grady Cole sella il cavallo e insieme all'amico Rawlins si mette sull'antica pista che conduce alla frontiera e piú in là al Messico, inseguendo un passato nobile e, forse, mai esistito. Attraverso la vastità di un territorio maestoso e senza tempo, i due cowboy, cui si aggiunge il tragico e selvaggio Blevins, intraprendono un viaggio mitico che li porterà fin nel cuore aspro e desolato dei monti messicani. Qui la vita sembra palpitare allo stesso ritmo dei cavalli bradi e gli occhi di Alejandra possono «in un batter di cuore sconvolgere il mondo». Con una narrazione che all'asciuttezza stilistica di Hemingway unisce la ritmicità incantatoria di Faulkner, McCarthy strappa al cinema il sogno western e lo restituisce, con sorprendente potere evocativo, alla letteratura.

Recensione

Sembra che quest'anno non riesca a leggere un romanzo che mi convinca del tutto. Dopo essere rimasta folgorata da La strada, non vedevo l'ora di leggere un altro McCarthy e la scelta è caduta su Cavalli selvaggi, secondo molti uno dei suoi romanzi meno cupi e più accessibili.
"Meno cupi", quando si parla di McCarthy, assume è un'espressione che va un po' presa con le pinze, perché nella realtà del romanziere statunitense crudeltà e violenza occupano sempre un ruolo di primo piano, inserendosi come attori principali nel quotidiano dei protagonisti con pragmatismo e una certa dose di rassegnazione.
Cavalli Selvaggi non fa eccezione quando racconta il passaggio all'età adulta di due sedicenni texani, fuggiti in Messico all'inseguimento di un passato glorioso e idealizzato che forse non è mai esistito e destinati a scoprire che nel mondo degli adulti la giustizia e la moralità sono spesso reali quanto lo può essere un sogno.

McCarthy concede però un'eccezione alla regola e mette sulla strada del suo protagonista ancora un esempio di onestà e altruismo che sembrano provenire da un'altra epoca, fuori posto come lo è John Grady Cole, sedicenne fin troppo maturo prigioniero di un presente con cui non riesce ad allinearsi; la sua fuga in Messico è sopratutto una fuga dal cambiamento e dalla modernità, la ricerca dell'essenza dell'esistenza che per il ragazzo si traduce nella forza primitiva e vitale dei cavalli, con i quali è in grado di sviluppare un'affinità istintiva e primordiale.

Lo stile di McCarthy, negandosi virgole e virgolettati, assume presto un ritmo naturale che si fonde con gli alti e bassi del viaggio del protagonista, esalta la vitalità pulsante degli animali, ne sposa la fermezza e il coraggio, la concitazione della lotta e la serenità del riposo.
E' uno stile che o si odia o si ama e personalmente appartengo alla seconda categoria, anche se in questo caso il lirismo della prosa non è riuscito a compensare l'eccessiva lentezza della prima parte, che nel descrivere la monotonia e ripetitività del viaggio verso il Messico rende anche la lettura un po' monotona.

Il difetto maggiore, tuttavia, risiede nella trama, che richiama in tutto e per tutto quella di un western anni '50, ricreandone piacevolmente le atmosfere ma lasciando ben poco da scoprire perché tutto, dalla storia d'amore con la figlia del ricco fattore alla fuga tra deserti e altipiani, segue un copione già noto.
Se siete appassionati di western potrete forse trovare la famigliarità delle atmosfere e delle situazioni piacevole come lo è tornare a casa e ritrovare quei profumi e odori che avete assaporato nei vostri sogni, ma se siete alla ricerca di qualcosa di più originale allora questo libro lascerà in voi un piccolo senso di insoddisfazione.

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Cavalli selvaggi
  • Titolo originale: All the Pretty Horses
  • Autore: Cormac McCarthy
  • Traduttore: Igor Legati
  • Editore: Einaudi
  • Data di Pubblicazione: 2014
  • Collana: Einaudi tascabili. Scrittori
  • ISBN-13: 8806224026
  • Pagine: 299
  • Formato - Prezzo: Copertina morbida - Euro 12,00

14 giugno 2016

Il destino attende a Canyon Apache - Laura Costantini e Loredana Falcone

Il ritorno del western, tra guerre, amori e praterie. È il 1870 e la giovane Kerry Roderyck, abituata al lusso e ai privilegi ma a cui la Guerra di Secessione ha tolto tutto, è in viaggio per lande desolate e praterie sconfinate: un uomo che disprezza la aspetta per fare di lei sua moglie. Shenandoah, la giovane squaw dai grandi poteri, è in attesa di scorgere una visione sul futuro della sua tribù, ma anche sul passato e su ciò che la differenzia dalla sua gente. Le loro piste sono destinate a incrociarsi e allacciarsi, e con esse quelle di David “Coda che Suona”, l’amico degli indiani, e di Daniel “Occhi d’Inverno”, lo spietato assassino di pellerossa. Mentre la guerra tra bianchi e rossi incombe, le vite dei protagonisti, così diverse e lontane tra loro, finiranno per unirsi e cambiare profondamente e dolorosamente.

Recensione

Il romanzo, dai tratti marcatamente western soprattutto per l’ambientazione storica e locale della trama, curata nei minimi particolari, sviscera molteplici tematiche del vivere umano, sia dal profilo emotivo che razionale.

In primo luogo troviamo il tema del destino, che in qualche modo traccia l’intessuto della storia, intersecando linee, ma soprattutto vite, mettendole dinanzi a delle scelte ben precise e soprattutto portando tutti a un percorso di cambiamento interno, che permea tutta la traccia delle vicende.
Ne è simbolo lo stesso incontro tra due donne come Kerry, una bianca di Richmond nata ricca ma caduta in disgrazia, e Shenandoah, mezzosangue ma con una propensione a essere e a sentirsi totalmente indigena tra la sua gente, nonostante i tratti fisici richiamino l’appartenenza anche alla stirpe dei bianchi invasori. Le due protagoniste non potrebbero essere più diverse ma un macabro (o fortuito?) destino obbliga entrambe a intrecciare con dei nodi netti le loro esistenze, a creare alleanze in un clima di profonda tensione tra due etnie, quella dei coloni bianchi e quella dei nativi indiani d’America, che lottano per prevalere l’una sull’altra.

Proprio il senso del destino, giustificato con Dio o con il Grande Spirito a seconda dei casi, è e rimane il tema centrale dell’intera storia, nella quale tutti i personaggi, in un modo o nell’altro, si muovono sulla scena come semplici pedoni mossi da una motivazione esterna e nel contempo soggettiva, lasciando credere quasi che le scelte compiute siano frutto della ricerca di un equilibrio. Ma nello spazio tempo nulla viene lasciato al caso.

Le due protagoniste sono ben caratterizzate, assurgono a un ruolo di forza che trova la sua stessa espressione nell’estrema femminilità del loro essere e delle loro conquiste: essere libere in una società che, all’epoca, considerava la donna poco più di un oggetto. Loro vivono, si ribellano, si fanno forza l’una con l’altra e affermano il diritto di scegliere chi amare, anche quando colui che diviene l’oggetto dei loro desideri appartiene a una schiera che mai avrebbero preso in considerazione se avessero mantenuto fede alle tradizioni.
Il loro diventa un bell’esempio di sodalizio femminile che porta in entrambe il coraggio di essere e di vivere, quasi un esempio per tutte quelle donne che, ancora oggi, faticano a fare altrettanto.

All’interno della storia risulta inoltre ben congegnata la configurazione degli eventi e il ritmo che a essi viene dedicato, tutti gli elementi partono da lontano, dipanandosi a poco a poco, sino a sciogliersi in modo logico e consequenziale fino alla fine, senza lasciare nessun nodo incompiuto. Una rilevante attenzione inoltre va data anche ai protagonisti maschili della storia, il cupo Daniel, killer di professione che solo per amore riuscirà a ritrovare se stesso e le sue origini, e l’inafferrabile David, l’agente indiano che in qualche modo rimane in bilico tra i suoi doveri di rappresentante dello Stato Americano e i suoi sentimenti simpatizzanti verso la causa indiana, agevolati sovente dalla passione che lo lega a Shenandoah.

Infine, una particolare menzione merita la ricostruzione puntigliosa dell’ambiente western della storia, curato e nel contempo accattivante, con dei precisi riferimenti che vanno oltre al singolo avvenimento per trascendere nella descrizione delle quotidianità, delle suppellettili e dei tipici usi dell’epoca.
La forma appare curata ed estremamente ritmata, quasi assenti refusi ed errori di forma, il finale però rimane un po’ aperto, lasciando pregustare nel lettore un seguito di una storia che, forse, ha ancora tanto da regalare.

Il destino attende a Canyon Apache è un romanzo che merita di essere letto, per quanto come genere non sia usuale incontrarlo, soprattutto per coloro che, come me, non sono abituati a interfacciarsi con questo tipo di storie. Ma le autrici, un’altra volta, hanno saputo dimostrare la loro capacità di essere versatili senza rinunciare alle loro peculiarità, donando al lettore una trama avvincente e convincente, dedicata soprattutto a chi dovrebbe ricordarsi che la libertà si esprime prima con le scelte di vita, più che con le parole.

Giudizio:

+4stelle+ (e mezzo)

Dettagli del libro

  • Titolo: Il destino attente a Canyon Apache
  • Autore: Laura Costantini e Loredana Falcone
  • Editore: Las Vegas
  • Data di Pubblicazione: 2012
  • Collana: i jackpot
  • ISBN-13: 9788895744247
  • Pagine: 332
  • Formato - Prezzo:Brossura - € 15,00

13 aprile 2013

Butcher's Crossing - John E. Williams

"Bastava un solo sguardo, o quasi, per contemplare tutta Butcher's Crossing. Un gruppo di sei baracche di legno era tagliato in due da una stradina sterrata e poco oltre, su entrambi i lati, c'erano alcune tende sparse". Ecco lo sperduto villaggio del Kansas dove, in una torrida giornata del 1873, giunge Will Andrews, ventenne bostoniano affamato di terre selvagge. L'America sta cambiando, la ferrovia in breve scalzerà la tensione verso l'ignoto che aveva permeato il continente, lasciando solo il mito della frontiera. Eppure, il giorno in cui Will sente sotto i piedi la sua terra promessa, esiste ancora la caccia al bisonte, un'esperienza portentosa, cruenta e fondante, archetipo della cultura americana. È questo che il ragazzo vuole: dimenticare le strade trafficate ed eleganti di Boston e rinascere in una terra che lo accolga come parte integrante della natura. Ma in questi luoghi lontani dalla costa orientale e dalla metropoli gli uomini sono legnosi, stremati dall'attesa di un riscatto mai ottenuto e negli occhi custodiscono tutta l'esperienza del mondo. La caccia, l'atroce massacro di cui Will si rende complice, è un momento in cui si addensano simbologie, dove il rapporto tra l'essere umano e la natura diventa grandiosa rappresentazione, ma soprattutto è un viaggio drammaticamente diverso da ciò che il ragazzo si aspettava, da quel che immaginava di scoprire su se stesso e sul suo paese.

Recensione

Secondo romanzo dell'autore americano John Edward Williams, più conosciuto per il successivo Stoner (di cui tutti parlano ma che nessuno sembra aver letto), Butcher's Crossing vede finalmente la luce in Italia dopo più di cinquant'anni dalla sua pubblicazione originale. E' stato talvolta indicato, non a torto, come uno degli antecedenti più prossimi di temi cari a Cormac McCarthy: la lotta tra l'uomo e la natura selvaggia, la perfezione dei grandi spazi dell'incontaminato, la violenza e il decadimento. In un certo senso, si potrebbe dire che Butcher's Crossing mostra il passaggio verso l'era moderna dei territori di frontiera, gli stessi che McCarthy mostrerà nel loro declino.

Ambientato intorno al 1870, il romanzo costituisce dunque un vivido spaccato della vita di frontiera: Butcher's Crossing è un ammasso di case al limitare della prateria, la cui principale fonte di reddito è il commercio delle pellicce di bisonte, in attesa dell'imminente costruzione della ferrovia.

«Bastava un solo sguardo, o quasi, per contemplare tutta Butcher’s Crossing. Un gruppo di sei baracche di legno era tagliato in due da una stradina sterrata e poco oltre, su entrambi i lati, c’erano alcune tende sparse. Il carro ne superò una sulla sinistra, eretta in modo approssimativo, di color grigio militare, con i due lati arrotolati verso l’alto e una tavola appesa a un lembo del tetto, su cui era scritto alla meglio, in caratteri rossi «Joe Long-Barbiere». Sul lato opposto della strada c’era un edificio basso, quasi quadrato, senza finestre, con un pezzo di tela a mo’ di porta. Davanti alle assi di legno grezzo della costruzione c’era un’insegna più curata dell’altra, con su scritto, in nero, «Bradley-Tessuti». Di fronte all’edificio successivo, una lunga struttura rettangolare a due piani, la diligenza si fermò. Dall’interno proveniva un basso, continuo mormorio di voci, unito al tintinnio costante dei bicchieri che sbattevano l’uno contro l’altro. Una lunga tettoia schermava l’ingresso, ma sopra alla porta, nell’ombra, si distingueva un’insegna dai caratteri elaborati, rossi con i bordi neri, che diceva: «Jackson’s Saloon».»

Tale è lo scenario che si offre agli occhi di Andrews Willis, giovane studente di Harvard in cerca di «quella natura selvaggia [...] forma di libertà e bellezza, di speranza e vigore che gli sembrava alla base di tutte le cose più intime della sua vita, che pure non erano né libere, né belle, né piene di speranza o vigore. Ciò che cercava era l’origine e la salvezza del suo mondo, un mondo che sembrava sempre ritrarsi spaventato dalle sue stesse origini, piuttosto che ricercarle come la prateria lì intorno, che affondava le sue radici fibrose nella nera e fertile umidità della terra, nella natura selvaggia, rinnovandosi proprio in questo modo, anno dopo anno.» Il villaggio polveroso, la prateria sterminata, il miraggio di terre ancor più estreme e della vita da cacciatore operano in lui una vera e propria trasfigurazione: dimentico degli agi di Boston, decide d'impulso di investire i suoi risparmi in una spedizione che tutti in paese gli sconsigliano. Miller, cacciatore veterano, aspetta da dieci anni l'occasione della sua vita, una battuta di caccia ai danni di una colossale mandria di bufali avvistata in una valle tra le montagne del Colorado.
I prati del Kansas lasciano ben presto posto al deserto, alle altezze vertiginose del Colorado, al verde eden da esse protetto e in cui penetra infine l'uomo. La natura incontaminata accoglie e ingloba Willis e i suoi compagni: Miller, l'uomo di ferro, roso dall'ossessione del cacciatore; Charlie, il conciatore monco dedito al whiskey e alla bibbia; Schneider, lo scuoiatore mercenario.

Willis, a un passo dal trovare quella verità che di cui è alla ricerca, contempla con occhi vergini la maestosità del paesaggio che lo circonda, rendendosi complice della carneficina compiuta da Miller. La natura selvaggia finirà per trasformare gli uomini che vi sono penetrati: Miller vi si contrapporrà con un'esaltazione ai limiti della follia, restando vittima della sua stessa fame di sangue; Charlie, resosi complice di Miller, verrà privato del senno; Schneider, il pensiero sempre rivolto alla civiltà, finirà per essere il capro espiatorio della vendetta del Creato. Solo Willis, che vi si è assoggettato senza compromessi, trarrà infine una risposta alla sua ricerca di un senso, fornendo dunque la chiave di volta di Butcher's Crossing: la sua essenza di bildungsroman.

Punto di forza del romanzo è la suggestiva ambientazione, che Williams restituisce con un magistrale talento evocativo: ma tale è la forza descrittiva, dei personaggi come dei paesaggi, che purtroppo finisce per annullare qualsiasi altro elemento.
Butcher’s Crossing è come un film dalla fotografia superba che manca di una trama; come un documentario mozzafiato di terre estreme in un tempo ormai passato; come un arazzo di quasi quattrocento pagine: splendido da contemplare, ma privo di movimento.

Giudizio:

+3stelle+ (e mezzo)

Dettagli del libro

  • Titolo: Butcher's Crossing
  • Titolo originale: Butcher's Crossing
  • Autore: John E. Williams
  • Traduttore: Tummolini S.
  • Editore: Fazi
  • Data di Pubblicazione: 2013
  • Collana: Le strade
  • ISBN-13: 9788864112817
  • Pagine: 359
  • Formato - Prezzo: Rilegato, sovraccoperta - 17.50 Euro

26 gennaio 2013

Diario di lettura di lettura di Patrizia: Meridiano di sangue

Anno 1833, Tennessee. Durante una pioggia di stelle cadenti una donna muore e un bambino nasce. Né della donna né del bambino conosceremo mai il nome. La prima “aveva incubato nel ventre proprio la creatura che l'avrebbe uccisa. Il padre non pronuncia mai il nome della donna, il ragazzo non lo conosce”; allo stesso modo nessuno pronuncia mai il nome di quel bambino, che per tutto il romanzo sarà the kid, il ragazzo. Ormai quattordicenne, il ragazzo lascia la casa e il padre alcolizzato per diventare un vagabondo in un vasto territorio desertico i cui confini sono appena stati ridefiniti dalla guerra messicano-statunitense (combattuta tra il 1846 ed il 1848 che costò al Messico metà del suo territorio, con durevole rancore agli Stati Uniti.)

Il ragazzo, dopo aver dato prova di ingenuità unendosi agli irregolari del capitano White, viene arrestato in Messico. Riacquista la libertà grazie al capitano Glanton (personaggio realmente esistito) e al giudice Holden, i quali sono a capo di una banda che, su commissione dei governatori messicani, uccide gli indiani (e tutto quello che incontra), li scalpano e portano il loro macabro bottino al committente che li paga in base al numero degli scalpi.

I massacri (non solo di indiani ma anche di messicani e americani, insomma di tutti coloro che possono arricchire il bottino di scalpi) si susseguono sino a quando il gruppo si impadronisce di un traghetto sul fiume Gila, vicino a Yuma, per taglieggiare i viaggiatori. Attaccati dagli indiani Yuma (una tribù che aveva convissuto pacificamente con i bianchi sino a quando Glanton e il giudice non avevano cercato di massacrarli), pochi riescono a sopravvivere e tra questi il ragazzo che, dopo una estenuante marcia nel deserto, si ritrova a vagare nuovamente lungo la frontiera tra Messico e Texas, sino a quando a Fort Griffin, ormai quasi trentenne, il suo destino si incrocia nuovamente con quello del giudice Holden.

Diario di lettura di Patrizia, o: i sei consigli per farsi conquistare da questo capolavoro

Meridiano di sangue è considerato un libro fondamentale della letteratura statunitense contemporanea: basta fare una rapida ricerca sul web per scoprire che è oggetto di tesi di dottorato, di corsi universitari e di saggi di approfondimento. Una recensione diventa quindi impegnativa se non si conoscono, nemmeno per sommi capi, alcuni aspetti della storia e della cultura statunitense: leggendolo, infatti, ho avuto la sensazione che si tratta di un libro che vuole parlare soprattutto agli americani per metterli di fronte alla loro storia (quella non esaltante fatta di massacri ed espropriazioni) e che certe sfumature non le avrei proprio potuto cogliere, e questo mi dispiace perché a me piace sempre contestualizzare.

Dunque, il primo consiglio a chi voglia affrontare la lettura di questo (per me) capolavoro è di mettere in conto qualche ricerca su Wikipedia (e sul web in generale) per approfondire (o, come nel mio caso, conoscere ex novo) la guerra contro il Messico e la dottrina del "Destino manifesto" (Manifest Destiny), che mi sembra ancora predominante in una certa politica estera degli USA (è la mia opinione, magari sbaglio: cercherò di saperne di più e nel frattempo siate comprensivi).

Il secondo consiglio è quello di dedicare alla lettura di questo libro più tempo di quello che solitamente impiegate. Più tempo e più qualità del tempo. Mi spiego meglio. Non fate come me l’errore di iniziare la lettura in un treno affollato, dovendo costantemente dedicare un occhio ai tre adorabili (per me) pestiferi (per tutti gli altri viaggiatori) marmocchi che sono a voi affidati mentre gli altri genitori si dedicano ad attività più rilassanti (accidenti a loro che si sono accaparrati i posti lontano dai tre pargoli). E non perseverate nell’errore cercando di continuare a leggere in una camera d’albergo in cui la televisione è (quasi) sempre sintonizzata sui Fantagenitori (i genitori capiranno la mia disperazione). Per fortuna (per me ovviamente), l’incipit è così bello che non mi ha fatto desistere dalla lettura, ma mi ha spinto ad alzarmi prima di tutti gli altri per poter leggere in solitudine e scivolare, ombra tra le altre, accanto ai cacciatori di scalpi, agli indiani, ai messicani e a tutti gli altri esseri che si muovono sullo sfondo di una natura magnifica, grandiosa e implacabile.

Terza indicazione è di assumerne piccole dosi giornaliere (max 1 capitolo al giorno): in caso contrario rischiate di avere crisi di rigetto verso il linguaggio ricercato (ma affascinante), l’assenza di punteggiatura che introduce il discorso diretto, la cruda descrizione dei massacri, delle scalpature, delle cancrene, della condizione costante di sporcizia e indigenza in cui vivono tutti i protagonisti e della violenza (insensata?) che si ritrova in ogni pagina. Una lettura lenta, invece, consente di apprezzare ogni singola parola (mai una fuori posto), di sviscerare la visione del mondo del giudice Holden e di entrare nel mondo feroce del West.

Il quarto suggerimento riguarda lo stato d’animo con cui vi accosterete al libro e alla capacità di essere realmente empatici (cioè di far proprio il punto di vista di tutti i protagonisti guardando il mondo con i loro occhi) non per giustificarli o assolverli (impossibile) ma per assumere i loro riferimenti culturali e i loro valori cercando di dare un senso alle loro azioni e, in definitiva, dare un significato personale a quello che McCarthy vuole comunicare. Un aspetto da considerare è proprio che questo romanzo consente a ciascuno di giungere a conclusioni personali: McCarthy ha una sua visione e la comunica sia attraverso le descrizioni della natura sia attraverso i dialoghi/monologhi tra il giudice Holden e gli altri personaggi, ma poi ogni lettore può decidere quanto riconoscere di quello che legge nella natura dell’uomo. McCarthy non vuole convincere nessuno: presenta i “fatti” (siano questi efferati massacri o disquisizioni intorno alla natura umana) nella loro brutalità mettendo in guardia il lettore che essi possono risultargli indigesti ma che non può ignorarli. La storia umana è ricca di massacri, violenze, genocidi e pensare che ormai tutto questo sia alle nostre spalle è solo una pia illusione (e a me vengono in mente immagini legate a parole come Guantanamo, Rwanda, Olocausto, Palestina, Hiroshima, Dresda, 11 settembre), anzi (questo è il “personale”, e quindi del tutto arbitrario, messaggio che mi lascia McCarthy) bisogna vigilare su noi stessi perché non ci lasciamo affascinare dalla semplicità della violenza e dell’annullamento dell’altro. Altra categoria da abbandonare è quella che differenzia gli uomini in buoni e cattivi. Non esistono buoni e non ci sono cattivi: l’uomo mette in atto la sua natura, uccide perché può farlo, perché è quello che gli viene spontaneo. Seguono la loro natura e, per questo, sono liberi: emblematica mi sembra la figura dell’idiota, un ragazzo con un grave handicap cognitivo che, pur avendo l’opportunità di avere una casa e una famiglia, fugge via per poter rimanere un idiota libero di girare nudo e fissare il fuoco perdendosi nelle scintille che si disperdono nella notte fredda e buia.

Il quinto avvertimento è di abituarsi, per quasi tutto il libro, a fare un’inversione figura/sfondo. I protagonisti umani in alcune situazioni diventano comparse, che mai esprimono i loro sentimenti, che non manifestano alcun interesse verso l’altro. Eppure a me tutta la narrazione è sembrata ricca di risonanze emotive che, e questo è il punto, non sono veicolate dalle parole e dagli stati d’animo degli uomini ma dalle descrizioni dei paesaggi naturali. Anche gli animali assumono un ruolo nell’economia affettiva del romanzo: gli unici esseri verso cui i protagonisti (ad eccezione di Holden che non fa mai nulla di spontaneo e disinteressato) manifestano tenerezza sono gli animali. In particolare, Glanton manifesta un forte attaccamento verso i cavalli e i cani, mentre non esita a uccidere chiunque (indiano e meno) abbia uno scalpo che può fargli fruttare del denaro.

Il sesto e ultimo consiglio, ovviamente, è di leggere il libro, di farlo come preferite (in fretta, in lingua originale o nella traduzione, odiando McCarthy e il giudice Holden, lamentandovi dello stile epico e grandioso) ma di leggerlo.

Dettagli del libro

  • Titolo: Meridiano di sangue o Rosso di sera nel west.
  • Titolo originale: Blood Meridian, or theEvening Redness in the West
  • Autore: Cormac McCarthy
  • Traduttore: Raul Montanari
  • Editore: Einaudi
  • Data di Pubblicazione: 1998
  • Collana: Supercoralli
  • ISBN-13: 9788806184506
  • Pagine: 344
  • Formato - Prezzo: Brossura - € 11,50

25 febbraio 2010

I Lupi del Calla (La Torre Nera Volume V) - Stephen King

Dopo anni di attesa, un nuovo, corposo episodio della saga di Stephen King accorcia le distanze con la Torre Nera e il suo segreto. Roland e il suo bizzarro seguito - il giovane Jake, Eddic e sua moglie Susannah - cercano di raggiungere la Torre per arrestare il disfacimento della realtà e il suo annullamento nel caos. Ma attraversando le foreste del Calla, una regione del Medio-Mondo, si imbattono nella tragedia di una piccola comunità rurale sfinita dalle incursioni di un nemico ignoto e spaventoso, creature dal muso di lupo che assaltano le case con armi invincibili seminando morte e distruzione. Ora stanno per tornare, e i quattro pistoleri sono l'ultima speranza per il villaggio...

Recensione

Il Tizio che cammina ha rifornito le nostre Dorothy di deliziose scarpette rosse con cui tornare in Kansas. Peccato che il ka-tet non abbia la minima intenzione di tornare sui propri passi: è la Torre Nera il loro obiettivo, perché tutto serve il ka.
Ecco dunque giungere il tet a Calla Bryn Sturgis, pittoresca località che ricorda, come Stephen King stesso afferma nella postfazione, i film di Sergio Leone: quei villaggi assolati con i portici in legno, il profumo dell’erba e del fieno, quei campi faticosamente coltivati battuti dal sole, quei canyon e quelle miniere che richiamano così tanto alla memoria il primo capitolo della saga, L’ultimo cavaliere. Eppure c’è un accordo stonato, nella colonna sonora di Enrio Morricone: è la voce metallica di Andy Robot Messaggero (Molte Altre Funzioni), che una mattina annuncia al folken che i Lupi stanno tornando a prendere i loro bimbini. Alla gente del Calla altro non resta che invocare il soccorso dei pistoleri, degli ultimi eredi di Arthur Eld: e a essi altro non resta che accorrere alla chiamata, volesse anche significare giacere morti nella polvere a faccia in giù.
Non tutto il folken è d’accordo, in ogni caso: e sta al ka-tet di Roland parlare bene, magari anche con l’appoggio del pére Callahan (vecchia conoscenza dei Kingofili) il quale nasconde l’infame Tredici Nera nella sua chiesa. Il pére proviene dallo stesso dove di Jake, Eddie e Susannah, in cui, a proposito, la preziosa rosa è minacciata dalle pretese della Sombra Corporation sul terreno in cui sorge, e che appartiene a Calvin Torre.
Lupi in arrivo, metà del folken contro, la pericolosa Tredici Nera in bilico tra sonno e veglia, la rosa in pericolo: il panorama sembra già abbastanza complicato, ed ecco che Susannah non solo è incinta del demone che ha trattenuto per permettere a Jake di attraversare la sua porta e giungere da loro, ma ha anche sviluppato una nuova personalità: è Mia, che nella Lingua Eccelsa significa Madre.

Un fottuto western, questo, che trasporta dal medioevo fantasy del quarto volume quale era Mejis alle brulle terre del Calla. La prima metà scorre adagio, rallentata soprattutto dal lunghissimo racconto di Callahan, che dona quasi un sequel a Le notti di Salem, poi…si salvi chi può: la storia parte al galoppo, gli intrecci si complicano, le indagini si infittiscono, il sangue sprizza e un grosso passo viene compiuto nel cammino verso la Torre. La figura di Roland, già fantasmagorica, in questo volume raggiunge forse il suo culmine: pare quasi di averlo davanti, il duro pistolero segnato dal tempo, a ballare la Commala mentre il folken del Calla intona la canzone di Oriza. Jake cresce, finalmente, forse per sempre: è tempo per lui di lasciarsi addietro l’immaturità dei pochi anni che possiede; Eddie è tenuto a sopportare una notizia che mette a dura prova il suo legame con Susannah…la quale è nuovamente divisa in due, in un momento, questa volta, molto poco propizio.

Ed eccolo, il nuovo cardine della saga, il pére Callahan, il Vegliardo: un prete che, per essere uno squartavampiri ex-alcolista, appare abbastanza bigotto, sia lode all’Uomo-Gesù; ma nel sesto libro farà la sua porca figura.

Serve specificare che lo considero uno dei migliori libri della saga?


I libri della saga, tutti editi da Sperling&Kupfer:

E inoltre:

Giudizio:

+5stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: I Lupi del Calla
  • Titolo originale: The Dark Tower V: The wolves of the Calla
  • Autore: Stephen King
  • Traduttore: Tullio Dobner
  • Editore: Sperling&Kupfer
  • Data di Pubblicazione: 2005
  • Collana: Paperback
  • ISBN-13: 9788820035747
  • Pagine: XIII-647
  • Formato - Prezzo: Brossura, sovraccoperta - Euro 14,50

30 aprile 2009

L'ultimo cavaliere (La Torre Nera Volume I) - Stephen King

Una saga fantastica, ambientata in un mondo di sinistre atmosfere e macabre minacce, che appare come lo specchio oscuro di quello reale. Qui, in uno sconfinato paesaggio apocalittico, l'eterno, epico scontro fra il bene e il male s'incarna in uno dei più evocativi paesaggi concepiti dall'autore: Roland di Gilead, l'ultimo cavaliere, leggendaria figura di eroe solitario sulle tracce di un enigmatico uomo in nero, verso una misteriosa Torre proibita.



Recensione

Piccola osservazione prima di iniziare: di questo libro esistono due versioni. Una è del 1982, dallo stile rude, gli avvenimenti che si accavallano, spesso incomprensibile.
L’altra è stata riscritta nel 2003, ampliata, aggiornata. Ed è di questa che vi parlerò.
Commentare questa saga è probabilmente impossibile, ma cercherò di farlo senza impegno, limitandomi per adesso al primo libro, con il solo proposito in mente di convincere chi non l’ha ancora letta che si sta perdendo l’imperdibile.

Il libro inizia lapidariamente:

L’uomo nero fuggì nel deserto e il pistolero lo seguì.
Roland Deschain, età sconosciuta, nativo della Gilhead di un mondo che è ormai andato avanti, si è per l’appunto messo sulle tracce di un misterioso figuro, con la sola compagnia di una mula malandata, un otre di pelle a forma di mortadella e le sue pistole di sandalo. L'ombra dell’uomo nero è ora evanescente, ora più concreta che mai, mentre il pistolero dagli occhi blu da bombardiere tiene strenuamente il passo attraverso uno sterile deserto, seguendo le tracce della sua preda.
Morte e distruzione innanzi a lui, e morte e distruzione s’è lasciato alle spalle.
Tra un villaggio sterminato su cui poco prima si era posata la mano dell’uomo nero, poche capanne di isolati coloni, una stazione di posta dove lo attende un bambino che sembra essere giunto direttamente dal nostro mondo, una montagna da scalare e una ferrovia dove mostruose forme si agitano nel buio, il pistolero arranca verso la sua vera meta: la Torre Nera.
Supponiamo che tutti i mondi e tutti gli universi si incontrino in un unico nesso, un pilone comune, una Torre. E all’interno una scala, che sale forse fino alla testa stessa di Dio. Oseresti salire fino in cima, pistolero? E’ possibile che da qualche parte, al di sopra di una realtà senza fine, esista una Stanza?...
Non osare.

Il mondo in cui è ambientata La Torre Nera, anzi, dovremmo dire, uno dei mondi, è un probabile quanto terrificante scenario postapocalittico in cui la terra è sterile, pochi animali nascono privi di malformazioni, e gli esseri umani vivono arroccati in piccole comunità desolate.
In realtà, La Torre Nera si disloca tra innumerevoli universi paralleli che si intersecano, riuscendo ad amalgamare i generi più disparati: dal fantasy al western, dal poliziesco all’horror, dal robotico allo storico. E non è tutto. King aggiunge un pizzico di magia: ed ecco che i riferimenti alle sue opere precedenti si sprecano. L’ombra dello scorpione, Insomnia, L’incendiaria, Cuori in Atlantide, Il talismano, La casa del buio, Gli occhi del drago, Le notti di Salem, It sono solo alcuni esempi di libri più o meno intimamente connessi a questi. Avrete la sensazione, dopo aver letto questa saga, di comprendere un pochino più dell’infinito mondo un po’ malato che si trova dentro la testa di King.

Amerete Roland, che considero uno dei personaggi più riusciti di cui abbia mai letto. Amerete quest’uomo dalla scorza così dura, che ha camminato tra le epoche, che ha amato, ha perduto, ha sacrificato, che è morto un po’ dentro.
Amerete il piccolo Jake, un bambino sperduto.
Amerete l’Uomo Nero, Randal Flagg, Marten, Walter o’ Dim, Il tizio che cammina.
Se andrete avanti con la lettura, amerete Eddie, Susannah, Oy, Pére Callahan, Il Re Rosso.
Li amerete tutti.
Amerete i loro mondi, le loro parole, i loro pensieri, le loro azioni. Amerete le rose, che vi appariranno come mai le avete viste prima. Amerete la particolare parlata del Medio Mondo.
Imparerete a chiedervi sempre ‘E poi? Cosa ci sarà più in là?’, anche quando la risposta è impossibile.

Lunghi giorni e piacevoli notti a voi che intraprendete questo cammino sotto la protezione del Ka.
E grazie-sai a voi che avete letto questa recensione.



I libri della saga, tutti editi da Sperling&Kupfer:
E inoltre:

Giudizio:

+5stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: L'ultimo cavaliere
  • Titolo originale: The Gunslinger
  • Autore: Stephen King
  • Traduttore: Tullio Dobner
  • Editore: Sperling Kupfer
  • Data di Pubblicazione: 2003
  • Collana: Paperback
  • ISBN-13: 9788882745929
  • Pagine: 223
  • Formato - Prezzo: Brossura, sovraccoperta - 8,50 €

6 marzo 2009

Non è un paese per vecchi - Cormac McCarthy

Nel 1980, nel Texas meridionale, al confine con il Messico, il giovane Llewelyn Moss, un reduce dal Vietnam, si imbatte, mentre sta cacciando antilopi nella prateria, in un convoglio di jeep colme di cadaveri, di droga e di soldi. Prende i soldi e decide di tenerseli, ma diventa subito la preda di una spietata partita di caccia: inseguito dai trafficanti, da uno sceriffo vecchia maniera, nonché dal solitario Chigurh, un assassino psicopatico munito di una pistola da mattatoio. Moss tenta disperatamente di sfuggire a un destino inevitabile, coinvolgendo per ingenuità la giovanissima moglie.

Recensione

Nel moderno West, le vite di tre uomini si intrecciano: Moss, l’uomo da due milioni di dollari, l’onesto saldatore che ha approfittato del caso per giocarsi la vita in una partita a testa o croce; Chigurh, il killer dal nome impronunciabile che gioca secondo le regole del suo gioco; Bell, lo sceriffo alla buona, dal ferreo codice d’onore, l’uomo di tempi che non sono più.
Il primo protegge l’occasione della sua vita; il secondo insegue la sua preda; il terzo tallona i primi due, forse per riaffermare l’esistenza di valori ormai scomparsi.

Ciò che conta, è che lunga è la scia di cadaveri che si lasceranno dietro: non è un paese per vecchi, il Texas.

Un libro scritto maledettamente bene.
Lo stile di McCarthy è scarnificato fino all’osso: per lui, anche la punteggiatura del discorso diretto è un inutile belletto. Diretto, graffiante, crudele: un libro dal ritmo veloce e i dialoghi serrati.
Inseguimenti, sparatorie, una valigia piena di denaro.

Narrati con poesia.

Giudizio:

+5stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Non è un paese per vecchi
  • Titolo originale: No Country for Old Men
  • Autore: Cormac McCarthy
  • Traduttore: Martina Testa
  • Editore: Einaudi
  • Data di Pubblicazione: 2007
  • Collana: Super ET
  • ISBN-13: 9788806188191
  • Pagine: 254
  • Formato - Prezzo: Brossura - 10.80 Euro
 

La Stamberga dei Lettori Copyright © 2011 | Template design by O Pregador | Powered by Blogger Templates