Anno 1833, Tennessee. Durante una pioggia di stelle cadenti una donna
muore e un bambino nasce. Né della donna né del bambino conosceremo mai il nome.
La prima “aveva incubato nel ventre proprio la
creatura che l'avrebbe uccisa. Il padre non pronuncia mai il nome della donna, il ragazzo non lo conosce”; allo stesso
modo nessuno pronuncia mai il nome di quel bambino, che per tutto il romanzo
sarà the kid, il ragazzo. Ormai quattordicenne, il ragazzo
lascia la casa e il padre alcolizzato per diventare un vagabondo in un vasto
territorio desertico i cui confini sono appena stati ridefiniti dalla guerra messicano-statunitense
(combattuta tra il 1846 ed il 1848 che costò al Messico metà del suo territorio,
con durevole rancore agli Stati Uniti.)Il ragazzo, dopo aver dato prova di
ingenuità unendosi agli irregolari del capitano White, viene arrestato in
Messico. Riacquista la libertà grazie al capitano Glanton (personaggio
realmente esistito) e al
giudice Holden, i quali sono a capo di una banda che, su commissione dei
governatori messicani, uccide gli indiani (e tutto quello che incontra), li
scalpano e portano il loro macabro bottino al committente che li paga in base
al numero degli scalpi.
I massacri (non solo di indiani ma anche di messicani e americani,
insomma di tutti coloro che possono arricchire il bottino di scalpi) si
susseguono sino a quando il gruppo si impadronisce di un traghetto sul fiume
Gila, vicino a Yuma, per taglieggiare i viaggiatori. Attaccati dagli indiani
Yuma (una tribù che aveva convissuto pacificamente con i bianchi sino a quando
Glanton e il giudice non avevano cercato di massacrarli), pochi riescono a
sopravvivere e tra questi il ragazzo che, dopo una estenuante marcia nel
deserto, si ritrova a vagare nuovamente lungo la frontiera tra Messico e Texas,
sino a quando a Fort Griffin, ormai quasi trentenne, il suo destino si incrocia
nuovamente con quello del giudice Holden.
Diario di lettura di Patrizia, o: i sei consigli per farsi conquistare da questo capolavoro
Meridiano di sangue è considerato un libro fondamentale della
letteratura statunitense contemporanea: basta fare una rapida ricerca sul web
per scoprire che è oggetto di tesi di dottorato, di corsi universitari e di
saggi di approfondimento. Una recensione diventa quindi impegnativa se non si
conoscono, nemmeno per sommi capi, alcuni aspetti della storia e della cultura
statunitense: leggendolo, infatti, ho avuto la sensazione che si tratta di un
libro che vuole parlare soprattutto agli americani per metterli di fronte alla
loro storia (quella non esaltante fatta di massacri ed espropriazioni) e che
certe sfumature non le avrei proprio potuto cogliere, e questo mi dispiace
perché a me piace sempre contestualizzare.
Dunque, il primo consiglio a chi
voglia affrontare la lettura di questo (per me) capolavoro è di mettere in
conto qualche ricerca su Wikipedia (e sul web in generale) per approfondire (o,
come nel mio caso, conoscere ex novo)
la guerra contro il Messico e la dottrina del "Destino manifesto" (Manifest
Destiny), che mi sembra ancora predominante in una certa politica estera
degli USA (è la mia opinione, magari sbaglio: cercherò di saperne di più e nel
frattempo siate comprensivi).
Il secondo consiglio è quello di dedicare alla lettura di questo libro
più tempo di quello che solitamente impiegate. Più tempo e più qualità del tempo. Mi spiego meglio. Non
fate come me l’errore di iniziare la lettura in un treno affollato, dovendo
costantemente dedicare un occhio ai tre adorabili (per me) pestiferi (per tutti
gli altri viaggiatori) marmocchi che sono a voi affidati mentre gli altri
genitori si dedicano ad attività più rilassanti (accidenti a loro che si sono
accaparrati i posti lontano dai tre pargoli). E non perseverate nell’errore
cercando di continuare a leggere in una camera d’albergo in cui la televisione
è (quasi) sempre sintonizzata sui Fantagenitori
(i genitori capiranno la mia disperazione). Per fortuna (per me ovviamente),
l’incipit è così bello che non mi ha fatto desistere dalla lettura, ma mi ha
spinto ad alzarmi prima di tutti gli altri per poter leggere in solitudine e
scivolare, ombra tra le altre, accanto ai cacciatori di scalpi, agli indiani,
ai messicani e a tutti gli altri esseri che si muovono sullo sfondo di una
natura magnifica, grandiosa e implacabile.
Terza indicazione è di assumerne piccole dosi giornaliere (max 1 capitolo al giorno): in caso
contrario rischiate di avere crisi di rigetto verso il linguaggio ricercato (ma
affascinante), l’assenza di punteggiatura che introduce il discorso diretto, la
cruda descrizione dei massacri, delle scalpature, delle cancrene, della
condizione costante di sporcizia e indigenza in cui vivono tutti i protagonisti
e della violenza (insensata?) che si ritrova in ogni pagina. Una lettura lenta,
invece, consente di apprezzare ogni singola parola (mai una fuori posto), di
sviscerare la visione del mondo del giudice Holden e di entrare nel mondo feroce
del West.
Il quarto suggerimento riguarda lo stato d’animo con cui vi
accosterete al libro e alla capacità di essere realmente empatici (cioè di far proprio il punto di vista di tutti
i protagonisti guardando il mondo con i loro occhi) non per giustificarli o
assolverli (impossibile) ma per assumere i loro riferimenti culturali e i loro
valori cercando di dare un senso alle loro azioni e, in definitiva, dare un
significato personale a quello che McCarthy vuole comunicare. Un aspetto da
considerare è proprio che questo romanzo consente a ciascuno di giungere a
conclusioni personali: McCarthy ha una sua visione e la comunica sia attraverso
le descrizioni della natura sia attraverso i dialoghi/monologhi tra il giudice
Holden e gli altri personaggi, ma poi ogni lettore può decidere quanto
riconoscere di quello che legge nella natura dell’uomo. McCarthy non vuole
convincere nessuno: presenta i “fatti” (siano questi efferati massacri o
disquisizioni intorno alla natura umana) nella loro brutalità mettendo in
guardia il lettore che essi possono risultargli indigesti ma che non può
ignorarli. La storia umana è ricca di massacri, violenze, genocidi e pensare
che ormai tutto questo sia alle nostre spalle è solo una pia illusione (e a me
vengono in mente immagini legate a parole come Guantanamo, Rwanda, Olocausto, Palestina, Hiroshima, Dresda, 11 settembre), anzi (questo è il “personale”, e quindi del tutto arbitrario,
messaggio che mi lascia McCarthy) bisogna vigilare su noi stessi perché non ci
lasciamo affascinare dalla semplicità della violenza e dell’annullamento
dell’altro. Altra categoria da abbandonare è quella che differenzia gli uomini in
buoni e cattivi. Non esistono buoni e non ci sono cattivi: l’uomo mette in atto
la sua natura, uccide perché può farlo, perché è quello che gli viene
spontaneo. Seguono la loro natura e, per questo, sono liberi: emblematica mi
sembra la figura dell’idiota, un
ragazzo con un grave handicap cognitivo che, pur avendo l’opportunità di avere
una casa e una famiglia, fugge via per poter rimanere un idiota libero di
girare nudo e fissare il fuoco perdendosi nelle scintille che si disperdono
nella notte fredda e buia.
Il quinto avvertimento è di abituarsi, per quasi tutto il libro, a
fare un’inversione figura/sfondo. I protagonisti umani in alcune situazioni
diventano comparse, che mai esprimono i loro sentimenti, che non manifestano
alcun interesse verso l’altro. Eppure a me tutta la narrazione è sembrata ricca
di risonanze emotive che, e questo è il punto, non sono veicolate dalle parole
e dagli stati d’animo degli uomini ma dalle descrizioni dei paesaggi naturali.
Anche gli animali assumono un ruolo nell’economia
affettiva del romanzo: gli unici esseri verso cui i protagonisti (ad
eccezione di Holden che non fa mai nulla di spontaneo e disinteressato) manifestano
tenerezza sono gli animali. In particolare, Glanton manifesta un forte
attaccamento verso i cavalli e i cani, mentre non esita a uccidere chiunque
(indiano e meno) abbia uno scalpo che può fargli fruttare del denaro.
Il sesto e ultimo consiglio, ovviamente, è di leggere il libro, di
farlo come preferite (in fretta, in lingua originale o nella traduzione,
odiando McCarthy e il giudice Holden, lamentandovi dello stile epico e grandioso)
ma di leggerlo.
Dettagli del libro
- Titolo: Meridiano di sangue o Rosso di sera nel west.
- Titolo originale: Blood Meridian, or theEvening Redness in the West
- Autore: Cormac McCarthy
- Traduttore: Raul Montanari
- Editore: Einaudi
- Data di Pubblicazione: 1998
- Collana: Supercoralli
- ISBN-13: 9788806184506
- Pagine: 344
- Formato - Prezzo: Brossura - € 11,50