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27 aprile 2009

La matta bestialità - Giorgio Todde

Da vent’anni Ugolino Stramini ha concentrato la sua esistenza nella professione di metereologo. E’ arrivato persino ad elaborare una sofisticata climatologia sociale tutta sua, dove il tempo comanda le azioni e le emozioni umane. Proprio al clima, oltre che a pulsioni profonde, bestiali, pare legata la serie di delitti che sconvolgeranno la sua vita.
Con la morte di Gilda, la collega dell’osservatorio per la quale il meteorologo nutre da tempo una passione mai confessata, Ugolino entra in un vortice criminoso che diviene anche motivo di ricerca esistenziale. Il viaggio verso l’essenza del male traccia anche il percorso catartico di liberazione dalle leggi del corpo. Todde coniuga le atmosfere “nere” ad una macchina simbolica e conoscitiva, in una raffinata costruzione letteraria temperata dalla levità di uno stile asciutto e sicuro.

Recensione

Un romanzo divertente e ironico in cui compaiono personaggi stranissimi descritti come fossero dei cartoni animati. Satira e ironia si mescolano a una serie di delitti lasciando il lettore davanti a un libro che non riesce a capire se è serio o meno. La vicenda stessa è strampalata poiché, accanto al Commissario che indaga sugli omicidi in modo classico, anche il protagonista, Ugolino Stramini, un meteorologo che ha trascorso tutta la vita a naso in su a osservare i mutamenti del tempo e la loro influenza sulle persone, interverrà per fornire la propria ipotesi, che diventa certezza man mano che gli omicidi aumentano. A una data temperatura e umidità dell'aria pare infatti che l'uomo sia più propenso all'irritabilità, sia più suscettibile e, di conseguenza, più portato ad uccidere. Una teoria che riesce a convincere anche il lettore.

La sottotraccia, forse il messaggio dell'autore, è insita nel titolo: la "matta bestialità", uno stralcio di un verso tratto dall'undicesimo canto dell'Inferno nella Divina Commedia, al quale Dante manca di dare spiegazione. Matta bestialità come peccato composto da più peccati, da qui, la vita come metafora intestinale. L'uomo è bestia, è fatto di liquidi, odori cattivi, fluidi, gas e l'autore lo fa vivere, agire, attraverso i suoi personaggi, in modo folle e bestiale. Avrebbe potuto usare gli animali come protagonisti, invece sceglie le persone. Dà loro nomi esagerati, come Tartamella, Tiragallo, Sperlengo... e mette loro in bocca discorsi che dovrebbero essere frasi d'amore o nomignoli all'amata che in realtà sono tutto tranne che quello che dovrebbero essere. Almeno per la logica comune. Si salva solo il protagonista. Egli guarda il cielo e non la terra. Cerca di comprendere il mondo, la gente, la vita attraverso le nuvole, i loro spostamenti, le loro sfaccettature. Se stesso così uguale al Cielo tanto da essere portato via, da volare in alto. Forse perché usa la testa per vivere e non l'intestino...

Il romanzo è piacevolissimo, la scrittura è scorrevole, i personaggi si memorizzano in fretta e quelli che non si ricordano poi muoiono. L'abilità dell'autore in questo libro la si denota dall'aver intrecciato, ad una trama divertente, spunti di riflessione che spiazzano continuamente il lettore poiché lo portano, nel bel mezzo di una risata, a pensare all'essenza dell'uomo, a quanto questo sia anche materia, terra, sporcizia, intestino... bestia.

Dettagli del libro

  • Titolo: La matta bestialità
  • Autore: Giorgio Todde
  • Editore: Il Maestrale
  • Data di Pubblicazione: 2005
  • Collana: Tascabili. Narrativa
  • ISBN-13: 9788886109581
  • Pagine: 291
  • Formato - Prezzo: Brossura - 10,00 Euro

16 aprile 2009

Intervista ad Angelo Ricci, autore di "Notte di Nebbia"


Angelo Ricci è nato nel 1964 a Novara. Vive tra il Piemonte e la Lombardia, in Lomellina. Dopo gli studi a Pavia e inseguendo la sua forte passione letteraria, affianca al lavoro di avvocato quello di operatore culturale.
E’ tra i fondatori dei premi letterari Tracce di Territorio e Tracce di Territorio – Pubblicare la Storia.
Di se stesso scrive:
Mi piacciono le città di confine.
Mi piacciono le zone di frontiera.
Quando scrivo, scelgo sempre di ambientare le mie storie in luoghi indefiniti.
E forse, proprio per questo, riconoscibili.
I territori lasciano in noi tracce idelebili.
E noi, a nostra volta, lasciamo tracce altrettanto indelebili nei territori che abitiamo.


Il libro:


Il romanzo ci porta a guardare scorci di vita di amici intenti nei loro “affari”, nei pensieri di una ragazza accusata di complicità in un reato terroristico, nell’ossessività di un ragazzo ventenne, obeso che ha appena perso la madre, nei dialoghi di due ragazze straniere e altro ancora attraverso una scrittura particolare. E’ l’avvicendarsi di storie personali che si toccano, si rilasciano e tornano ad intrecciarsi nella nebbia di una notte poco prima di Natale dei primi anni 2000.


Intervista:




La mia prima domanda riguarda indiscutibilmente il tipo di scrittura, a piccoli passi, con intermittenze tra il “dentro” ed il “fuori” del personaggio. E’ uno stile suo o dedicato solo a questo libro? E, di conseguenza, come mai ha scelto questa modalità?


Ogni essere umano trascina con sé il proprio passato. Anzi, il presente di ognuno di noi è il frutto del passato e porta al suo interno i germi del futuro. Proprio per questo, quando scrivo, mi piace contaminare il presente di ogni personaggio con rimandi al suo passato. È una struttura quasi cinematografica, una struttura turn over, che fa ricorso spesso alla tecnica del flashback. Anche il richiamo che faccio spesso a dialoghi apparentemente al di fuori della struttura temporale descritta in quel momento, ma che riportano alle esperienze del personaggio che sto descrivendo, risponde a questa esigenza: ognuno di noi, che piaccia o meno, vive del proprio passato e nel giudizio degli altri. Non è uno stile che ho utilizzato per questo romanzo. È proprio il mio stile.
Ma non è detto che possa subire mutazioni. Dipende dalla storia che voglio raccontare.


Mi è piaciuta molto l’idea dei racconti che, apparentemente divisi tra loro, si toccano invece in qualche punto. E’ stata questa, un’esigenza dell’editore (è piuttosto risaputo infatti che i racconti sono molto meno vendibili dei romanzi e l’editore spesso chiede se, tra i racconti, c’è un filo conduttore) o della trama?


“Notte di nebbia in pianura” è nato così com’è. Volevo scrivere un romanzo a più voci, con situazioni apparentemente slegate ma unite da qualche cosa. Il mio scopo eraquello di creare un affresco della mia terra, che potesse però essere rappresentativo di qualunque altro luogo.


Come è nata l’idea del titolo? A me pare che c’entri con la trama proprio per quello svelare le situazioni ed i personaggi in modo lento, come se ci fosse nebbia appunto e si iniziasse a vedere di più, a capire di più, solo avvicinandosi. Oppure c’è un altro motivo?


Molti lettori mi hanno detto che, nella struttura del romanzo, la nebbia rappresenta un vero e proprio personaggio in più. La nebbia si muove come un deus ex machina, come un invisibile burattinaio, come un moloch che esige, alla fine, un tributo di sangue. Tributo di sangue banale e forse, proprio per questo, terribile nella sua normale quotidianità.


La realtà che ci vuole mostrare con questo libro è la sotto realtà che esiste di notte, quella nascosta e che spesso si finge di non vedere?


La notte ci spaventa. La notte rappresenta tutto ciò che non conosciamo. La notte è la negazione del giorno. Ma non dobbiamo dimenticare che tutto quello che accade di giorno ha le sue radici nella notte. Notte e giorno sono inscindibilmente legati e sono l’una lo specchio dell’altro. Come il bene e il male.

Ha dei libri, degli autori preferiti e/o ispiratori nel suo essere scrittore?


Mi hanno sempre affascinato lo stile febbricitante di Dostoevskij, la sensualità dei personaggi di Nadine Gordimer, la follia di Thomas Pynchon, la fede complessa di Graham Greene, la lucidità di Dürrenmatt, la tragica freschezza di Beppe Fenoglio, il voyeurismo di De Lillo e tanti, tanti, troppi altri.
O, forse, troppo pochi.

Ha un altro libro nel cassetto? Ci può anticipare qualcosa?

C’è una silloge di racconti già finita da tempo. E altri progetti. Ma essendo io molto scaramantico, proprio per scaramanzia non dico altro.

Quanto il suo lavoro influisce sulla sua scrittura, sul suo immaginare storie e situazioni da tramutare in romanzo?

Meno di quanto mi aspetti e più di quanto creda. Chi scrive è un ladro che ruba sguardi, movenze, mezze voci e singole parole. Mi basta fare quattro passi per strada e vedere qualche viso o qualche postura per trovare materiale da trasferire in qualche storia. Il mio lavoro, paradossalmente influenza più il mio stile che le mie trame.

Qual è, a suo parere, il panorama letterario in questi tempi? Perché è difficile per gli scrittori esordienti pubblicare ed emergere? E’ più importante la trama ed il messaggio di un libro scritto o la fama dell’autore per avere successo in campo letterario?

Ho letto libri dall’intreccio interessantissimo, ma dallo stile così brutto che non conservo alcuna memoria della loro trama e libri dalla trama quasi inesistente, ma dallo stile così incisivo che ne ricordo ancora il ritmo. E tutto questo a prescindere dalla fama dell’autore. Il panorama letterario lo vedo molto vivace, grazie anche ai piccoli editori. Per gli esordienti è difficile pubblicare ed emergere? Purtroppo sì. E basterebbe come esempio la difficoltà ad apparire sugli scaffali delle librerie. Esistono molti “casi”letterari creati a tavolino, vere e proprie operazioni editoriali che riguardano anche alcuni esordienti. Ci sono infatti anche esordienti di serie A e esordienti di serie B. E anche questo a prescindere dalla reale capacità letteraria.

Tornando al libro “notte di nebbia in pianura” quanta ironia c’è nel romanzo? Riferita al Capitano dell’Arma ad esempio.


Sono sempre stato affascinato da certe figure letterariamente complesse. Una di queste è, ad esempio, la figura del collaborazionista o la figura del tutore dell’ordine che non crede più alla sua funzione. Il collaborazionista è una figura negativa che per tanti motivi può nascondere anche elementi positivi e il tutore dell’ordine è invece la figura positiva che può nascondere elementi negativi. Lavorare su questi personaggi permette di far scoppiare certe contraddizioni legate al rapporto fra il bene e il male.
Film come “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” o “Todo modo”
(entrambi diretti da Elio Petri e il secondo tratto dall’omonimo romanzo di Sciascia) esemplificano (o forse amplificano) la figura del tutore dell’ordine intesa come insieme di elementi contraddittori. Figura che si presta benissimo alla sua trattazione letteraria.




Il ragazzo al quale “pare di aver mangiato vetro” perché si sente trasparente mi pare una bellissima idea per la quale mi complimento davvero. E’ un modo di dire tipico o un suo personale modo di definire il sentirsi inutili, non visti e non ascoltati?


Credo si tratti di una espressione, forse di derivazione dialettale, tipica di certe zone dell’Italia settentrionale. Quando scrivo presto molta attenzione agli aspetti linguistici legati al dialetto o agli aspetti gergali legati ad un certo ambiente o ad una classe sociale. Mi sembra che, nel caso specifico, fosse funzionale al personaggio.




Un’ultima curiosità: il romanzo è ambientato in una notte poco prima di Natale. Come mai? Non bastava una notte di novembre per far immaginare comunque la nebbia oltre, naturalmente, alla bella descrizione che ne da di questa nel romanzo?


Il Natale è un simbolo di grande significato. Rappresenta il momento della attesa, del cambiamento, della ricerca di una pace che poi nei fatti non arriverà mai. Il Natale è anche il momento della scoperta della nostra grande e terribile solitudine. Di fronte al mistero di Dio, della vita e della morte siamo soli. Senza rimedio.

Io terminerei qua ringraziando sinceramente per la disponibilità e la gentilezza.

Intervista di Nadia

10 aprile 2009

Notte di nebbia - Angelo Ricci

I Contenuti

Come una fotografia che improvvisamente si anima, in uno spazio e in un tempo preciso, scorrono storie di vita in presa diretta con personaggi che agiscono e interagiscono in una disperata e desolata assenza di motivazioni, nel trionfo della banalità.


La Recensione


Un romanzo particolare, che fa procedere la storia a piccoli passi. L'autore gioca con il "dentro" e "fuori" dei personaggi descrivendo alternativamente pensieri e azioni. Così come la nebbia ci fa procedere incerti, tra sprazi di visibilità e paure e timori interiori, così l'autore ci mostra la sua storia o meglio le storie dei suoi cinque personaggi solo apparentemente slegate tra loro. Infatti, in alcuni punti i personaggi si incontrano per poi rilasciarsi ed andare ad intrecciarsi di nuovo con altri. Oppure si sfiorano soltanto. I racconti non ci parlano di storie alla luce del sole, ma di quelle celate dietro la nebbia di una realtà nascosta, intuita sulla quale forse, l'autore, vuole diradarne la nebbia.

Articolo di Nadia

Dettagli del libro


  • Titolo: Notte di nebbia in pianura
  • Autore: Angelo Ricci
  • Editore: Manni
  • Data di Pubblicazione: 2008
  • Collana: Romanzo
  • ISBN-13: 9788862660907
  • Pagine: 118
  • Formato - Prezzo: Brossura - 11,00 Euro

8 aprile 2009

Il gemello di Dio - Massimo Picasso

È ancora possibile dire qualcosa di nuovo su Dio? A prima vista sembra proprio di no. Su Dio si è detto ormai di tutto. Che esiste. Che non esiste. Che è morto. Malgrado tutto, l’autore avanza un’ipotesi sconcertante: se, anziché un solo Dio, ne esistessero due? Due gemelli, cioè, generati da una forza preesistente, uguali ma totalmente opposti sul piano morale? Un romanzo, ambientato ai giorni nostri, che espone una teoria che potrebbe portare il lettore a rivedere le sue posizioni.


Recensione

Dal giorno in cui il protagonista scrive in un annuncio ai giornali che vuole conoscere Dio, gliene capitano di tutti i colori; sfiora la morte (sarà stato quello il modo promessogli per conoscere Dio?), incontra l’Amore, viene invitato a numerose riunioni di «intellettuali anonimi» che leggono ed interpretano le Sacre Scritture in modi differenti, da quello religioso a quello storico o scientifico ma tutti con un unico quesito insoluto: esiste Dio? Ne esiste uno solo? Ogni volta che qualcuno arriva un po’ più avanti di altri e poco prima di svelare le proprie scoperte, muore o scompare in circostanze strane.

Il Gemello di Dio è un romanzo-saggio che non dà risposte ma permette di fermarsi a riflettere su tutto ciò che riguarda la nostra cultura religiosa impartitaci spesso più sotto forma di sensi di colpa, tabù, peccati che non come messaggio d’Amore di un Dio amoroso. L’autore, in questo romanzo, trova il coraggio di andare a toccare quei punti fragili del Cristianesimo che la Chiesa spesso spiega riparandosi dietro il termine: «È un Mistero».

Dettagli del libro

  • Titolo: Il gemello di Dio
  • Autore: Massimo Picasso
  • Editore: Anima
  • Data di Pubblicazione: 2005
  • Collana: Religione e storia delle religioni
  • ISBN-13: 9788889137246
  • Pagine: 308
  • Formato - Prezzo: Brossura - 18,90 Euro

30 marzo 2009

Yes Man - Danny Wallace

Sì agli inviti degli amici, ai party, alle sbronze al pub. Sì alle richieste dei clochard incontrati per strada, sì allo spam che intasa la posta elettronica. Sì, insomma, alla vita nelle sue infinite manifestazioni. Danny Wallace, giovane londinese, produttore free lance di programmi radiofonici per la BBC, ha preso una decisione ed è determinato a seguirla: basta con gli eterni rifiuti, che portano alla monotonia e alla noia, d'ora in avanti dirà di sì a tutto. Senza eccezioni. Per sempre. O, almeno, fino alla fine dell'anno... Perché la felicità arriva solo se permetti alle cose belle di accadere. E la realtà diventa molto più interessante e divertente, se sai cogliere al volo le occasioni.È questa la conclusione a cui Danny è giunto dopo mesi in cui si è praticamente segregato in casa, depresso perché la fidanzata lo aveva lasciato. Tutto è cambiato una sera tardi, quando uno sconosciuto incontrato sull'autobus lo ha illuminato con poche, semplici parole. Impara a dire "sì", gli ha consigliato. E davanti agli occhi di Danny si è spalancato un universo nuovo che a ogni istante riserva un'eccitante sorpresa.Ma se dici sì alla vita devi essere preparato ad affrontare le più improbabili e stravaganti eventualità. Danny se ne renderà conto nel vortice frenetico delle avventure che lo vedranno vincere e perdere venticinquemila sterline, improvvisarsi sacerdote e inventore, ritrovarsi aggregato a una comunità di fanatici convinti che le piramidi in Egitto sono state costruite dagli alieni, sballottato in giro per il mondo tra Barcellona, Amsterdam, Singapore... Eh già, non è sempre facile dire sì!Esilarante, arguto, imprevedibile, Yes Man è la cronistoria di uno stralunato eroe del nostro tempo, coerente fino all'autolesionismo. Un fiume inarrestabile di gag, doppi sensi e trovate surreali che si fanno beffe delle manie della vita di oggi.

Recensione

Si è spesso, nella vita, costretti a fare delle scelte, ad accettare o meno delle opportunità che ci vengono offerte. In questo libro l’autore vuole dimostrare che il rispondere sempre «sì» apre maggiori possibilità di incontro con gli altri e quindi con la vita. È un vivere senza essere responsabili di ciò che succederà solo perché non si è fatto nulla affinché non accadesse. Ogni «sì» dà il via a una serie di eventi da accogliere e accettare continuando a dire semplicemente «sì». Ad ogni cosa: dai volantini visti per strada agli spam su internet; dagli inviti a feste delle quali normalmente si farebbe volentieri a meno, a viaggi fino a Singapore. Se è vero che Danny non solo è l’autore del libro, ma ha veramente vissuto un periodo della sua vita in quel modo, be', credo sia davvero un uomo coraggioso che ha messo la propria vita nelle mani degli altri, pur inconsapevoli del suo progetto.

Yes Man è un libro da leggere tutto d’un fiato, è divertente e pieno di ironia. È un modo di vedere la vita sotto un profilo diverso, quando si è particolarmente abbattuti o troppo presi dalle responsabilità che la vita impone. Infonde speranza anche in coloro che mai proverebbero il metodo di Danny, perché imparano che comunque possono sempre applicarlo… prima o poi.

Dettagli del libro

  • Titolo: Yes Man
  • Titolo originale: Yes Man
  • Autore: Danny Wallace
  • Traduttore: Adriana Colombo, Paola Frezza
  • Editore: Mondadori
  • Data di Pubblicazione: 2006
  • ISBN-13: 9788804550907
  • Pagine: 405
  • Formato - Prezzo: Brossura - 16,00 Euro

25 marzo 2009

Intervista ad Alessandro Bastasi autore de "La fossa comune"

L’autore Alessandro Bastasi nasce a Treviso il 21 ottobre 1949 abita a Milano e lavora come amministratore delegato di una società nel settore ICT. Nella vita ha fatto l’attore, il cronista teatrale e ha scritto racconti vari e un romanzo. L’approccio al mondo della scrittura gli è venuto naturale, essendo forte in lui la passione per l’espressione artistica. Quando una tematica gli sta a cuore la approfondisce e il modo migliore per chiarirsi le idee è proprio scrivere una storia che attraversi quel tema in profondità.

Il libro:

In bilico tra il thriller politico e il romanzo storico,"La fossa comune" racconta le vicissitudini di Vittorio Ronca, un uomo che, dopo devastanti esperienze professionali e affettive, approda nella Russia post-sovietica dei primi anni '90, dove viene coinvolto in un attentato al presidente Boris Eltzin. Pagina dopo pagina, però, quello che emerge dal romanzo è soprattutto il ritratto di una generazione, quella che aveva 20 anni nel 1968, destinata fin dall'inizio a scontrarsi con una realtà spesso irriducibile ai suoi schematismi. E sogni e ideali, stritolati in tale scontro, non possono che finire in una fossa comune.

Come nasce l’idea de “La fossa comune”?

L'idea del libro è nata in seguito a una mia permanenza in Russia per lavoro nei primi anni '90. Sono arrivato con l'URSS e me ne sono andato con Eltzin saldo al potere! Nel corso della mia permanenza ho assistito quindi, giorno per giorno, al processo di dissoluzione del vecchio regime e alla nascita del nuovo e, giorno per giorno, annotavo quanto avveniva sul piano economico, sociale e politico. Non avevo ancora l'idea di scriverci sopra un romanzo, erano appunti sparsi per un utilizzo da definire (magari articoli, saggi o altro). Poi nasce l'dea di mettere a confronto con questo processo il vissuto politico-culturale, ma soprattutto personale, di un ex sessantottino. Ho quindi costruito il personaggio e l'ho calato nella bolgia della Russia di quegli anni. Come? Scopritelo leggendo il libro :-)

Non credi che quel titolo possa far pensare ad altro rispetto a ciò che il romanzo in realtà racconta?

Me l’ha già detto qualcun altro, in effetti … il titolo che avevo in mente all’inizio era “Happening”, concetto che ben si attaglia sia al personaggio principale: la sua vita in buona sostanza è un insieme di happening, anzi, è la ricerca dell’happening finale, definitivo, dell’evento che in quanto tale dia un senso alla sua vita personale e collettiva, dell’evento equiparabile all’attimo di cui va alla ricerca Faust, che lo porti dalla storia individuale alla conquista del sé, dalla storia degli storici all’istante eterno, quindi alla “salvezza”, direbbe Grotowski … Poi invece ho optato per “La fossa comune”, puntando l’attenzione, più che sugli “eventi”, sul palcoscenico in cui la vicenda di Vittorio Ronca si svolge, “un teatro globale, sorta di collettivo, purtroppo non autonomo, la vera fossa comune in cui giacciono insieme i nostri più alti ideali, mischiati ai più bassi istinti” come ha giustamente commentato lo scrittore Alessio Pracanica …

Vittorio Ronca è il personaggio principale del romanzo. Perché la scelta di un italiano in Russia?


Be’, direi perché sono un italiano e ho vissuto in pieno il sessantotto fin dagli inizi, quando il sessantotto era soprattutto pulsione antiautoritaria, contro il potere delle gerarchie, contro la famiglia borghese, ordinata e arrivista, contro il potere di un costume standardizzato imposto dall’alto. E questo è il vissuto che sta nel profondo dell’essere di Vittorio, che, a volte inconsciamente, guida le sue azioni, il suo modo di sentire e di agire, che non gli consente di vivere una vita “normale”, fatta di famiglia e di lavoro. “L’immaginazione al potere” o qualcosa di simile.

Andrej è il personaggio che ho amato di più. Vittorio trova sul suo cammino molti antagonisti e, forse, non ne riesce a sconfiggere neppure uno (la società in cui vive è essa stessa sua antagonista) ma Andrej è dalla sua parte, silenzioso. E' un "deluso" anche lui? E', la sua, l'altra faccia della "delusione" che però ha saputo rifarsi una vita?


Andrej è un poeta. Andrej non manifesta al mondo i suoi strazi come fa Vittorio, non "rappresenta" gli happening della sua vita (ecco il teatro che torna ...) al mondo che lo circonda. Andrej se li vive dentro, è "deluso" ma superiore rispetto al vociare che lo circonda, un po' metafisico, è il russo che, emarginato dall'URSS per le sue tendenze sessuali, non concede però nulla ai nuovi "invasori": "Gli uomini dell’occidente - dice Andrej - hanno fatto irruzione rumorosamente nelle bianche strade delle città russe, hanno portato il disordine nei villaggi antichi delle grandi pianure, sono calati con violenza dal loro mondo fittizio, disgregando il concetto di bene comune e sostituendolo con quello del potere del denaro", ma non crede che con la violenza rivoluzionaria si possa cambiare alcunché. Crede nelle persone, nella loro vita quotidiana, in quello che hanno dentro e che solo la cultura può portare alla luce per combattere "il potere dei soldi"


Torniamo a Vittorio e parliamo delle sue donne: Rebecca, Viola e infine Masha. Ci racconti qualcosa di loro?



Rebecca è il senso di realtà, è ben integrata, sa che cosa vuole, si rapporta con concretezza al mondo in cui vive, accettandolo e facendone buon uso personale. Non sopporta ovviamente la provvisorietà, i voli chimerici, il gusto dell'"happening" che caratterizza invece il nostro Vittorio. All'altro estremo c'è Viola, una forza della natura, una donna libera, passionale e spregiudicata, che però Vittorio non capisce, perché comunque nemmeno lui sa uscire dai propri schemi. Masha è la ragazza per cui in apparenza Vittorio torna in Russia, per "fare qualcosa per lei", mentre in realtà lui torna in Russia per ben altro, perché vede nelle macerie che la dissoluzione dell'URSS si è lasciato dietro un'opportunità per costruire un mondo diverso. Masha, uscita da esperienze devastanti, si aggrappa a Vittorio come a un'ancora di salvezza, con i risultati ... che il libro descrive, mica posso dirvi tutto, eh! In fondo tutte e tre amano davvero Vittorio, ciascuna con le proprie modalità, è Vittorio che non sa o non può amare come loro vorrebbero, perché Vittorio è Nietzsche, è l’attore, è quello che crea l’happening, ed è l’evento stesso. Che è il tutto o il nulla a seconda di come lo si guardi.

Nel romanzo Vittorio si candida per attuare un attentato ad Eltzin. Perché, tra tutti i personaggi, hai messo in mano il fucile proprio a lui?


Perché l’attentato a Eltzin è l’evento per eccellenza, è l’Azione, il sacrificio supremo. La morte del capro espiatorio è l’evento che, nella sua magia, cambia tutto, scardina tutte le coordinate personali e storiche. E solo Vittorio, l’Attore di Grotowski, può avere questa concezione. E’ chiaro che nella dinamica narrativa del libro vengono enucleate altre mille motivazioni strettamente politiche e razionali, ma il senso ultimo del gesto che spero venga percepito dal lettore è esattamente quello.


Si potrebbe stare a parlare di Vittorio Ronca per tantissimo tempo perché è un personaggio profondo, ricco di sfumature, di sentimenti, di pensieri e di perché non risposti. Delineato con grande abilità nel tuo romanzo, sembra quasi un personaggio storico realmente vissuto. Ti sei ispirato a qualcuno in particolare?



No, non mi sono ispirato a nessuno in particolare, ma a parecchi in generale, soprattutto a personaggi reali che hanno vissuto gli Anni di piombo ritenendo di avere sulle spalle una missione storica fondamentale, al di là del bene e del male. Forse in questo senso è facile riconoscerlo come personaggio storico realmente vissuto.

Parliamo di Alessandro scrittore: autori di riferimento e/o d’ispirazione?

Anche qui direi nessuno in particolare e tutti quelli che ho macinato e digerito in generale. I grandi romanzi russi senz’altro (qualcuno ha notato assonanze e financo cadenze ritmiche con qualcuno di essi …), ma anche autori come Saramago e come Pessoa (guarda caso entrambi portoghesi!).

Quanto il tuo lavoro influisce sul tuo modo di scrivere?

Per nulla, se non come fonte d’ispirazione per tipi umani pescati tra le tante relazioni che devo intrattenere per lavoro e per scenografie particolari. Vedi ad esempio i riferimenti alla ditta in cui lavora Vittorio fino a un certo punto della sua vita, e al suo capo Massimo Ferri. Ferri è tipologicamente molto simile a un manager che ho effettivamente conosciuto, anche se il mio personaggio alla fine si dimostra un “buono”, mentre quello reale era un vero bulldog!

Hai un altro romanzo in cantiere?

Sì, sto scrivendo (in realtà lo sto ancora “pensando” nelle sue articolazioni e nella sua forma definitiva) un romanzo ambientato nella provincia veneta degli anni ’50. I protagonisti sono i bambini di un borgo, con i loro giochi, le loro esperienze, le loro interazioni con il mondo degli adulti. Poiché la realtà è vista attraverso i loro occhi, ci sarà molto di non detto esplicitamente ma dal filtro della sensibilità dei bambini si dovrebbe recepire la realtà sociale, culturale, personale di quell’ambiente. Posso anticipare che ci sarà un personaggio “magico”, la maestra che arriva da chissà dove, che porterà un po’ di scompiglio nella vita fintamente quieta (in realtà animata da rivalità di infimo livello) del borgo. E, nell’atmosfera del libro, ci sarà un crescendo di inquietudine, anche questa espressa indirettamente, più nella forma che nel contenuto, in modo non esplicito, quindi, inquietudine corrispondente a quella di un bambino che entra in rapporto con eventi che non capisce e ai quali quindi reagisce secondo il suo vissuto di bambino … nel romanzo il Bambino sarà un po’ l’equivalente dell’Idiota dostoevskjiano … Basta, non dico altro! Tra l’altro, l’idea del libro prende le mosse da un mio racconto che è pubblicato sul sito letterario “Scrigno” intitolato “Il muretto”

Ti ringrazio per la disponibilità e la gentilezza.
Grazie a te. Un saluto a tutti.



17 marzo 2009

Intervista a Sergio Paoli Autore di "Ladro di Sogni"

Sergio Paoli ha 45 anni, è nato a Viareggio e vive in provincia di Lecco. Laureato in economia, lavora come Quadro aziendale.
Scrittore autodidatta, dopo la raccolta di mini-racconti noir e surreali “Rumori di fondo”, è alla sua seconda pubblicazione narrativa con: "Ladro di sogni - storia noir di una Milano marginale" Fratelli Frilli Editore.

Giancarlo De Cataldo scrive di Sergio Paoli e del suo libro "Ladro di sogni":
"Quando il noir, paradossalmente, illumina di verità le storie dei nostri giorni. Una storia appassionante: Sergio Paoli è una piacevole rivelazione nel panorama del miglior thriller italiano".
Il libro: In una periferia milanese grigia e senza speranze, il vice commissario Marini, attraversa una storia con due cadaveri (e non solo), scoprendo un Paese Semplice dove riemergono antichi razzismi, paure primordiali alimentate dalla propaganda, nuovi fascismi e xenofobie (via i rom!). Sullo sfondo, qualcuno fa affari, come sempre. “Vagava ancora, cercando di ricordare, e di capire, quando tornò ancora buio, senza provare fame o sete. E, quando le strade cominciarono di nuovo a farsi deserte, vide un angolo, un’edicola, o un bar, forse, e capì che lì c’era già stato, e non molto tempo fa. Baluginavano gli ultimi raggi di sole e, a fare cosa, e perché, non lo sapeva. Così continuò a girare quel quartiere, che al buio sembrava familiare, fino a sentire grida, urla, scoppi e poi sirene e odore acre di fumo”.


Anzitutto ciao Sergio e grazie per la disponibilità all'intervista.

Grazie a voi per la gentilissima ospitalità.

“Ladro di sogni” in prima battuta è fondamentalmente un thriller ma, ad un’attenta lettura, risulta essere una denuncia o, se vuoi, un cartello di pericolo verso le paure ed i timori per gli stranieri a Milano e nella sua periferia. Sbaglio?

Ladro di sogni è un noir. Volevo scrivere una storia appassionante che facesse anche pensare. Innanzitutto mi fa piacere che chi lo ha letto lo trovi avvincente, vedi i lettori di Anobii. Poi certamente il tema della paura verso il diverso e della sicurezza sono due temi che ci sono. Fanno parte del romanzo.

L’attenzione è rivolta anche al tema della sicurezza. Nel tuo romanzo solo il Vice Commissario Marini lotta per capire la verità sugli omicidi senza dare spazio alle semplificazioni degli altri suoi colleghi o superiori oltre che della gente comune: “è colpa dei rom. Cacciamoli”. A tuo parere perché è più semplice dare la colpa ai rom o agli stranieri per tutto ciò che leggiamo nella cronaca nera? E’ una semplificazione di comodo o c’è altro sotto?

Sì, in generale è molto più facile fare come dici tu, è il clima in cui viviamo quest'epoca, purtroppo. Mi ricorda quella signora milanese sul tram, che insultava un senegalese, e quando le dissero che era razzista lei rispose "Mi razzista? Ma se l'è lù che l'è negher!"

Esistono ancora persone come il Vice Commissario Marini a tuo parere? Dediti al loro dovere ad ogni costo?

Non lo so. Io spero che esistano. Marini in ogni caso è pieno di difetti, debolezze. Ma almeno ci prova, perchè è sorretto da un ideale di giustizia, di cui oggi secondo me c'è un gran bisogno, ipnotizzati come siamo dalle luci del Grande Fratello. Non dire a Marini che è "dedito al dovere", però, sennò s'incazza come una biscia! ;0)



Quale personaggio è stato più difficile delineare?

Difficile è stato delineare i personaggi ROM, perchè ho dovuto fare lo sforzo di avvicinarmi ad un mondo diverso dal nostro, una cultura diversa e interessante, ma verso la quale siamo pieni di brutti e spesso sbagliati pregiudizi.

Altro tema importante veicolato dalla portinaia è l’indifferenza. Siamo davvero così abituati a vedere e sentire di cadaveri che prima di denunciarli pensiamo ai fatti nostri?

No, non credo. Siamo abituati al trash, più che altro, e molto, ma molto, a pensare sempre ai fatti nostri, su questo non c'è dubbio.

Altra donna del libro, ma positiva è Viola. Ci racconti un po’ di lei?

Viola è l'anima sana di Marini. Come si capirà meglio nel mio prossimo romanzo noir che uscirà prima di Natale 2009, sempre per Frilli editori, lei è passata attraverso un grosso trauma ed ha recuperato un po' il senso di una vita da essere umano. Cerca di farlo capire a Marini, perchè credo che lo ami (almeno...gliel'ho chiesto ma lei non è stata chiarissima nella risposta)

Parliamo di Sergio persona: cosa rappresenta per te la scrittura?

Scrivere è un atto di narcisismo, ma che non fa male a nessuno. Anzi, se mi riesce come si deve, fa bene al lettore. Il problema principale è evitare di essere pallosi, però.

Il Sergio scrittore invece? Ha modelli d’ispirazione? Quanto il tuo lavoro anche incide su ciò che scrivi? E, più in generale, secondo te, cultura, estrazione sociale, lavoro incidono sulla scrittura di un autore?

Ogni cosa che vivo incide sulla mia scrittura: lo trovo inevitabile. Credo che ogni scrittore viva la stessa situazione. La differenza la fa l'intensità con cui si vive.

Infine, tornando al romanzo, qual è il messaggio che vuoi lanciare con “Ladro di sogni”?

Nessun messaggio: ho troppo rispetto del lettore per lanciare messaggi. Sarei felice se sapessi che chi legge LADRO DI SOGNI vi trova porte aperte, stanze da esplorare, praterie in cui mettere i propri pensieri, le proprie riflessisoni e le proprie emozioni.

Grazie per la disponibilità e la pazienza. A presto.

Ciao e grazie ancora!

Intervista di Nadia


10 marzo 2009

Ladro di sogni - Sergio Paoli

In una periferia milanese grigia e senza speranze, il vicecommissario Marini è il protagonista di una storia avvincente. Scopre un Paese semplice dove riemergono antichi razzismi, paure primordiali alimentate dalla propaganda, nuovi fascismi e xenofobie. Sullo sfondo, come sempre, qualcuno pesca nel torbido…



Recensione

In questo romanzo ho ritrovato la crudezza di Lansdale nelle descrizioni degli omicidi e il senso di giustizia di Sciascia nel vicecommissario Marini.

Un noir intrigante e ben scritto. Due omicidi apparentemente separati tra loro si uniranno solo alla fine grazie ad un intreccio di storie, personaggi e vicende che spiazzeranno il lettore, portato dall'autore ad altre soluzioni.

Nel romanzo c'è dentro tutta la paura per gli stranieri, tutta la cattiveria razzista di chi non accetta una società multietnica come quella in cui stiamo iniziando a vivere. Un timore che parte dall'alto e fa reagire il cittadino.
C’è inoltre, seppur celato e, forse, solo accennato, il tema dell’indifferenza oltre che dell’ignoranza. La gente, ormai abituata a sentire di morti e di omicidi, quando ha un cadavere sotto il naso, non si appresta a chiamare la Polizia, ma continua il suo quotidiano anteponendo se stesso all’altro. La paura e l’egoismo inducono a chiudere gli occhi e a tirare avanti.

L’autore riesce, in questo romanzo, a non dare il proprio giudizio lasciando così al lettore una grande libertà di pensiero e una grossa opportunità di riflessione.

Contribuisce l'ambiente descritto, che è la città in periferia di Milano in cui vivo, a farmi sentire il romanzo ancora più vicino.

Dettagli del libro

  • Titolo: Ladro di sogno
  • Autore: Sergio Paoli
  • Editore: Fratelli Frilli Editori
  • Data di Pubblicazione: 2009
  • Collana: Noir
  • ISBN-13: 9788875634537
  • Pagine: 227
  • Formato - Prezzo: Brossura - 9.90 Euro

8 marzo 2009

Il lato oscuro dell'amore - Rafik Schami

Una storia d’amore proibita e struggente, quella tra il giovane Farid e la bella e sensuale Rana. La saga di due famiglie, quella dei Mushtak e quella dei Shanin, divise dalla legge dei clan e da una faida sanguinosa. Un affresco storico che ripercorre le tormentate vicende del Medio Oriente, dalla fine dell’Impero Ottomano ai giorni nostri, tra guerre e rivolte, trame segrete e feroci dittature, spaziando dalla Siria al Libano, dall’esilio in Europa e in America all’emigrazione in Arabia Saudita. La biografia di un popolo, quello siriano, incessantemente tormentato dalla politica e dalla religione. Il ritratto di una città misteriosa e affascinante, Damasco, che rivive in queste pagine con precisione e tenerezza. E’ difficile che un romanzo sappia essere insieme tutte queste cose. Ed è un vero miracolo quando riesce a farlo ammaliando il lettore dalla prima all’ultima pagina, in un viaggio che ci fa scoprire un intero mondo e mille personaggi indimenticabili, con la loro violenza e la loro follia, ma anche i loro ideali e la loro generosità. Ripercorrendo le vicende di tre generazioni, Rafik Schami ha scritto un romanzo di travolgente forza narrativa, dove cicli di odio sempre più feroci s’intrecciano a vicende cariche d’erotismo e sentimento. Un romanzo che affronta gli aspetti più oscuri della storia del suo paese e al tempo stesso è un toccante inno alla forza dell’amore.

Recensione

Una saga familiare che narra la storia d'amore tormentata di un uomo e una donna che non possono amarsi perché provengono da famiglie da secoli in lotta tra di loro per differenza di religione e una lite lontana nel tempo. Ma non è solo una storia d'amore. Scrivere solo così è assolutamente sminuente.

All'inizio il romanzo non mi piaceva. Famiglie che lottavano e si ammazzavano tra loro di generazione in generazione nel perpetuarsi di "errori" fatti dai genitori e ripetuti dai figli. L'"errore" era sempre quello: l'innamorarsi di una donna o di un uomo sbagliato perché non della stessa religione. L'autore arrivava a descrivere atti sessuali osceni, persino l'invidia di un padre per il membro più grosso del proprio figlio, tanta da arrivare a diseredarlo. Mi pareva un po' troppo assurdo. Ma ho insistito nella lettura perché volevo davvero capire dove voleva portarmi l'autore.

Il romanzo è suddiviso in tanti racconti che paiono scollegati l'uno con l'altro. Solo con la spiegazione finale dell'autore stesso si capirà bene il senso sia del romanzo intero sia della scelta della sua composizione. C'è la descrizione dei lager, delle torture subite dai prigionieri politici (comunisti, radicali, Fratelli musulmani) attraverso le vicende di Farid, il protagonista, tenuto in piedi, in sottofondo, dal suo amore per Rana e per la madre, a mio parere le uniche due figure femminili belle e positive oltre alla cugina Laila.

Quando il racconto dalle torture passa alla quotidianità della madre, il clima si rilassa come ciò che il protagonista sente quando torna a casa. E' quasi magico. Insomma, è un libro che non finisce di piacere ma neppure di non piacere. Bello, intrigante ma anche triste e toccante. A tratti vero tanto da sembrare finto. Insomma, trattandosi del lato oscuro di ciò che dovrebbe essere limpido e bello come è l'amore, credo sia naturale che il romanzo sia un misto di contrasti. Di tinte forti e leggere, di momenti magici ed altri tragici. Di tutto e di niente.

Dettagli del libro

  • Titolo: Il lato oscuro dell'amore
  • Titolo originale: Die dunkle Seite der Liebe
  • Autore: Rafik Schami
  • Traduttore: R. Zeni
  • Editore: Garzanti
  • Data di Pubblicazione: 2006
  • ISBN-13: 9788811678571
  • Pagine: 856
  • Formato - Prezzo: Rilegato, sovraccoperta - 22.00 Euro

7 marzo 2009

L'uomo che non poteva morire - Timothy Findley

Sono le prime ore del mattino del 17 Aprile 1912 nel giardino della casa al numero 18 di Cheyne Walk, a Londra, quando il dottor Greene accerta che l'uomo in pigiama bianco e vestaglia di seta blu, che giace riverso sull'erba ancora fredda e umida, è tecnicamente morto. L'uomo si chiama Pilgrim e qualche ora prima, dopo aver attraversato il giardino con in una mano il cordone di seta della sua veste da camera e, nell'altra, una robusta sedia Sheraton, si è impiccato all'acero più alto del parco. Prima di apporre la propria firma al certificato di morte, Greene decide, tuttavia, di rivolgersi all'illustre collega Hammond, che prontamente accorre e, dopo un rapido esame del corpo, non può che convenire che Pilgrim è "morto come può essere morto un uomo". Mezz'ora dopo però, il cuore dell'uomo riprende a battere, e poco più tardi ritorna anche il respiro... Deciso, con ogni evidenza, a morire e, con altrettanta evidenza, incapace di farlo, Pilgrim si rifugia nel più assoluto mutismo, al punto che alla bella ed enigmatica Lady Sybil Quartermaine, la sua più cara amica, non resta che condurlo alla clinica psichiatrica Burgholzli di Zurigo, dove conduce le sue originali ricerche Carl Gustav Jung. Le confessioni del suo singolare paziente penetrano a fondo nell'animo e nella mente di Jung. Chi è Pilgrim? Un mitomane profondamente malato, un geniale millantatore oppure la vittima di una strana maledizione? E chi è, a sua volta, lui, Carl Gustav Jung, con quella sua personalità piena di arroganza e d'intuizione, di compassione e di disumanità?

Recensione

«Ho vissuto molte vite; fui amico di Oscar Wilde e nemico di Leonardo…»

Pilgrim, unico grande personaggio insieme al Dottor Jung, ha un unico desiderio: poter finalmente morire. Il motivo, contrariamente a ciò che crede il Dottor Jung alle cui cure è affidato, è l’aver vissuto troppo e troppo a lungo attraversando il tempo e conoscendo personaggi illustri. La verità che pesa sopra questi ultimi, al di là del rispetto che la società odierna porta loro, è forse un peso troppo grande da sopportare.
Ogni volta Pilgrim tenta il suicidio e ogni volta un medico lo dichiara morto, salvo poi «risvegliarsi» dopo qualche ora sotto altre spoglie. Ogni risveglio è una rinascita, pur conservando la memoria delle vite precedenti – eccetto per il periodo dell’infanzia. Sembra quasi infatti che ogni volta Pilgrim «rinasca» già adulto. O almeno da lì lui inizia i ricordi.

L’uomo che non poteva morire è un romanzo storico, misterioso e filosofico, oppure è un racconto sulla rinascita dell’Europa del XX secolo, oppure ancora è la storia dell’eterno conflitto tra distruzione e creazione. Troviamo un dottor Jung inedito, combattuto tra la sua stessa pazzia e disonestà frammista a intuizione, compassione e genialità. Più che l’antagonista di Pilgrim, nel romanzo sembra essere un secondo personaggio principale.
Pilgrim racconta e vive le sue vite, Jung le rivive su di sé e le interpreta secondo ciò in cui crede ed è lui in fondo che percorre un suo cammino di miglioramento. Pilgrim, intanto, riuscirà a morire?

Dettagli del libro

  • Titolo: L'uomo che non poteva morire
  • Titolo originale: Pilgrim
  • Autore: Timothy Findley
  • Traduttore: Massimo Birattari
  • Editore: Neri Pozza
  • Data di Pubblicazione: 2001
  • ISBN-13: 9788873058014
  • Pagine: 557
  • Formato - Prezzo: Brossura - 16.00 Euro

5 marzo 2009

La fossa comune - Alessandro Bastasi

La fossa comune racconta le vicissitudini di Vittorio Ronca, un uomo che, dopo devastanti esperienze professionali e affettive, approda nella Russia post-sovietica dei primi anni '90, dove viene coinvolto in un attentato al presidente Boris Eltzin.



Recensione

L’autore, in questo romanzo, ci racconta la storia contemporanea (primi anni '90) della Russia, gli avvicendamenti politici, la realtà del popolo russo ed i tentativi di rialzarsi, di ribellarsi a chi ha tolto loro la dignità di popolo schiavizzandolo ad una realtà di denaro ed egoismo e rendendolo mendicante.

Il protagonista, attraverso il quale l'autore ci presenta la storia, è un italiano, Vittorio Ronca, descritto come un uomo che porta dentro di sé il fuoco della giustizia, della lealtà, degli ideali fondamentali del vero comunismo. Un uomo insoddisfatto in fondo di ciò che fa, in continuo mutamento, alla ricerca, forse, della sua missione, del suo posto per contribuire al cambiamento sociale per il quale si batterà fino alla fine.

Vittorio è l'incarnazione di tutti coloro che si sentono impotenti di fronte all'egocentrismo diffuso, al potere del denaro e della vita comoda che fa chiudere la porta di casa a chiave ed in faccia al proprio vicino bisognoso. Impotenti di fronte a quella falsa benevolenza, a questa società infarcita di ipocrisia che mette in piazza i propri problemi solo se ci intravede una possibilità di arricchimento. Vittorio tenta di cambiare le cose ma viene tradito dai suoi stessi mandanti (compagni?); la Russia come l'America e l'Italia: il benessere sventolato dai politici a mo' di promessa solo per ottenere fiducia e voti e ritrovarsi poi, ai bordi di una strada, su tappeti di cartone, a vendere centrini.

Dalla fluidità e chiarezza della scrittura si intuisce la grande affezione dell'autore per la Russia e la conoscenza di ogni angolo di Mosca che il lettore riesce ad immaginare attraverso gli spostamenti di Vittorio per le sue vie. Le tematiche sono attuali, direi forse universali...

Dettagli del libro

  • Titolo: La fossa comune
  • Autore: Alessandro Bastasi
  • Editore: 0111 Edizioni
  • Data di Pubblicazione: 2008
  • Collana: Selezione - Narrativa
  • ISBN-13: 9788863071078
  • Pagine: 192
  • Formato - Prezzo: Brossura - 13.60 Euro
 

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