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30 novembre 2014

Speciale Italoamericani: Le Lande di Ghiaccio [Trilogia delle Terre Perdute I] - R. A. Salvatore

R. A. Salvatore è nato il 20 gennaio 1959 nello stato del Massachussetts. Ai tempi del college inizia ad approfondire la sua passione per la letteratura in generale e per il fantasy nello specifico, grazie alla lettura del classico di Tolkien, Il Signore degli Anelli. Laureatosi in Scienze della Comunicazione prima e in Letteratura Inglese poi, nel 1982 sviluppa il suo primo romanzo inedito in Italia, Echoes of the Fourth Magic. Da qui comincia la sua prolifica carriera di scrittore che lo porterà ad avere una vasta bibliografia e a essere conosciuto soprattutto per opere ambientate nei “Forgotten Realms” di Dungeons & Dragons e per La Trilogia del Demone. In più, viene ricordato anche per due libri scritti nell'universo narrativo di “Guerre Stellari”. Oltre che romanziere, R.A. Salvatore è stato anche sceneggiatore per videogiochi (Kingdoms of Amalur: Reckoning) e avventure di AD&D Seconda Edizione (La Torre Maledetta).
Tra i suoi personaggi più famosi va sicuramente ricordato l'elfo scuro Drizzt Do'Urden, protagonista delle due trilogie più note al grande pubblico: la “Trilogia degli Elfi Scuri” (Dark Elf Trilogy), edita da Armenia Edizioni e raccolta in un solo libro nel 2005, e la “Trilogia delle Terre Perdute” (Icewind Dale Trilogy), di cui il libro qui recensito, Le Lande di Ghiaccio (The Crystal Shard) fa parte e pubblicata in Italia sempre da Armenia Edizioni nel 2006.


Nella Valle del Vento Ghiacciato le leggi naturali sono sovvertite dalla inarrestabile forza di Crenshinibon, una reliquia stregata di trasparente cristallo. Un apprendista stregone, Akar Kessell, s'impossessa del prezioso cimelio e, assetato di potere, trama piani di conquista e vendetta. Intanto le tribù dei barbari, da sempre divise da antiche gelosie, si coalizzano per espugnare Ten-Towns. L'efferato attacco alle città segna il loro destino e la sorte di Wulfgar, un giovane barbaro liberato dal nano Bruenor e costretto, in cambio, a prestargli servizio. Con l'aiuto di Drizzt, un elfo vagabondo, Bruenor trasforma Wulfgar in un valoroso guerriero, destinato a pacificare le indomite tribù barbare. Riusciranno nel loro intento?

Recensione

R. A. Salvatore è uno dei nomi di punta del fantasy ispirato al mondo dei “Forgotten Realms”, e cioè quei Reami Dimenticati che tanto hanno fatto sognare gli appassionati, sia lettori che videogiocatori che giocatori di ruolo, di Dungeons & Dragons. Autore dalla bibliografia sterminata e quasi tutta incentrata sul fantasy, Salvatore è famoso soprattutto per il personaggio di Drizzt Do'Urden, l'elfo scuro di Menzoberranzan, la città del sottosuolo abitata dai sadici e sanguinari drow – l'altro nome con cui sono conosciuti gli elfi scuri.

Il libro che andrò a recensire è il primo della trilogia detta “delle Terre Perdute”, dove Drizzt, arrivato sulla superficie, conduce una vita ritirata in una landa fredda e inospitale conosciuta come la Valle del Vento Ghiacciato, affrontando la diffidenza che le altre razze hanno verso i drow e al tempo stesso proteggendo silenziosamente le città che gli umani hanno costruito, le cosiddette Dieci Cittadine. Qui ogni giorno la civiltà deve combattere con le unghie e con i denti per cercare di resistere alle selvagge scorribande di barbari, orchi, goblin e alle minacce di antichi mali che si risvegliano dopo millenni, come la pietra Crenshinibon. Proprio questa, dotata di una volontà tale da poter influenzare le menti più malleabili, sarà al centro della storia de “Le Lande di Ghiaccio”, inducendo il mediocre mago umano Akar Kessell ad attaccare le Dieci Cittadine. Toccherà a Drizzt, al nano Bruenor, al pigro halfling – la versione Dungeons and Dragons degli hobbit – Regis e al possente barbaro Wulfgar prepare una resistenza all'imminente minaccia.

Questo romanzo può essere tranquillamente letto come una storia a sé stante, nonostante ogni tanto vengano citate pregresse esperienze dei protagonisti. Il punto forte, poi, sono proprio loro: ben definiti e caratterizzati, anche se entro le rigide regole del gioco di ruolo cartaceo, faranno sicuramente appassionare i lettori. L'ambiente in cui si muovono è evocativo ed affascinante, ma la mappa iniziale avrebbe avuto bisogno di una maggiore cura. Reinventare degnamente con la scrittura quelle lande desolate e suggestive che la parola e i dadi hanno forgiato in innumerevoli campagne cartacee di Dungeons and Dragons non è un compito facile ma Salvatore ci riesce grazie ad un uso scorrevole delle parole e a una semplicità sintattica adatta a tutti. Purtroppo spesso si scade nella banalità e nella ripetizione di aggettivi e concetti – l'autore rimarca molto spesso le esperienze pregresse dei protagonisti o chi essi siano – e questa scolasticità banalizza a volte la lettura.

In conclusione, Le Lande di Ghiaccio è il primo libro della trilogia e il finale aperto dà il là a quella che sarà l'avventura seguente, “Le Lande d'Argento”. Questo non penalizza la bellezza di una storia che sarà apprezzata particolarmente da chi ha giocato a Dungeons and Dragons. State alla larga se non vi piace il fantasy: R. A. Salvatore non sarà l'autore che vi farà cambiare idea, ma comunque sia il lettore si troverà davanti ad un'avventura godibile.

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Le Lande di Ghiaccio
  • Titolo originale: The Crystal Shard
  • Autore: R. A. Salvatore
  • Traduttore: Stefano Massaron
  • Editore: Armenia Edizioni
  • Data di Pubblicazione: 1992
  • ISBN-13: 9788834413722
  • Pagine: 352
  • Formato - Prezzo: Brossura - 14,00 Euro

Speciale italoamericani: Umbertina - Helen Barolini

Helen Barolini (nata Mollica) nasce a Syracuse, nello stato di New York, nel 1925, da genitori di origine italiana: i nonni materni emigrarono negli anni ‘80 dell’Ottocento dalla Calabria, quelli paterni dalla Sicilia.
Dopo essersi laureata con il massimo dei voti alla Syracuse University e aver conseguito una laurea di secondo livello alla Columbia University, si reca in Europa, dapprima per studiare letteratura inglese contemporanea a Londra, poi in viaggio come corrispondente per il “Syracuse Herald Journal” e infine in Italia.

Nel 1950 sposa lo scrittore e giornalista italiano di origini venete Antonio Barolini, per il quale tradurrà articoli che saranno poi pubblicati negli Stati Uniti da "The New Yorker", "Report" e altre pubblicazioni periodiche. Tra gli anni Cinquanta e Settanta vive con la famiglia un po’ in Italia, tra Roma e il Veneto, e un po’ negli Stati Uniti, dove tornerà a stabilirsi dopo la morte del marito nel 1971.
A partire dagli anni Settanta si dedica agli studi sulla letteratura e l’identità italoamericana, in particolare quella femminile. È autrice di diversi romanzi (Umbertina, Love in the Middle Ages, Crossing the Alps), alcune raccolte di poesie in inglese e in italiano, saggistica, ed è anche curatrice della prima raccolta interamente dedicata alle autrici italoamericane: The Dream Book: an Anthology of Writings by Italian-American Women (1985).


 Attraverso le vite di tre donne straordinarie, Umbertina ricostruisce la storia degli italoamericani dall’esodo di massa di fine Ottocento fino ai nostri tempi- Il romanzo si apre sulle vicende della donna che gli dà il titolo: una vera matriarca che, partita da un borgo poverissimo della Calabria interna, grazie a una volontà ferrea e a un senso primario e concreto della vita e delle cose che contano, sarà “il vero uomo della famiglia”, capace di decidere per il bene di tutti e di sottrarsi a un destino di precarietà nei ghetti degli emigranti a New York, sostituendolo con un florido stile di vita borghese. Marguerite, sua nipote, proverà a riallacciare il legame perduto con l’Italia; andrà a vivere dall’altra parte dell’oceano e sposerà uno scrittore italiano, ma la sua sarà un’esperienza ben diversa da quella della nonna, un’esperienza d’amore e di tormento. Tina, figlia di Marguerite, sarà infine il risultato ambiguo di una doppia appartenenza, all’Italia e all’America. Vicina alla grande matriarca persino nel nome, sarà lei a compiere il vero viaggio di ritorno alle radici, a riannodare fili interrotti e coscienze spezzate alla luce di una nuova consapevolezza, di un nuovo protagonismo femminile.

Recensione

Leggere Umbertina può essere assai difficile. Non tanto per i contenuti o lo stile ma per mere ragioni pratiche. Si tratta di un romanzo con una storia editoriale piuttosto travagliata, con poche edizioni presto scomparse dagli scaffali nonostante sia sempre citato, al fianco de Il Padrino di Puzo, come uno dei punti cardine dell’epica scritta dagli italoamericani nella seconda metà del Novecento.
La prima edizione di Umbertina è del 1979 ma anche negli Stati Uniti è stato necessario attendere il 1999 per averne una seconda. La prima traduzione italiana è comparsa nel 2001 per Avagliano Editore e attualmente è fuori catalogo. Per leggere questo libro, dunque, bisogna armarsi di una certa pazienza e sperare in una biblioteca ben fornita che lo abbia disponibile al prestito o in bancarelle particolarmente ben fornite del mercato dell'usato.
Ne vale la pena? Decisamente sì.

Pur essendo ispirato alla storia della famiglia dell’autrice, Umbertina è un’opera di fantasia in cui si racconta la storia della famiglia Longobardi, dalla partenza per l’America di Umbertina a fine Ottocento da un piccolo paese montano della Calabria, fino alla piena accettazione della bisnipote (Umber)Tina delle sue origini e della propria identità.
Il romanzo è diviso in tre parti, ciascuna intitolata alla protagonista di cui narra le vicende. La prima, “Umbertina”, ripercorre l’arrivo a New York con il marito e i figli, dall’inizio in ristrettezze economiche nei bassifondi di Manhattan, alla conquista della stabilità economica e dello status borghese a Cato. La seconda, “Marguerite”, narra il ritorno in Europa della nipote di Umbertina, a cui da piccola non è stato nemmeno insegnato l’italiano, il viaggio in Italia per cercare le proprie origini e il matrimonio con un intellettuale e poeta veneziano più maturo, la vita nel soffocante ambiente culturale romano perpetuamente divisa tra la propria educazione americana, che la spingerebbe a ignorare le proprie radici culturali, e la chiusura degli italiani, ancora arretrati anche per quanto riguarda la vita accademica e il diritto familiare (basti pensare, in particolare, al diritto al divorzio). È questa la parte più sentita del romanzo, in parte perché Marguerite condivide alcuni tratti biografici con la sua autrice (la sua appartenenza alla terza generazione italoamericana, la vita matrimoniale divisa tra Italia e Stati Uniti, il matrimonio con un intellettuale veneto), in parte perché la descrizione della vita culturale autoreferenziale romana degli anni Sessanta, di cui molti protagonisti sono assolutamente riconoscibili e che culmina nel vuoto della serata di consegna del Premio Strega. La terza parte, “Tina”, rappresenta il momento di sintesi. La figlia di Marguerite, testarda e concreta come la sua progenitrice emigrata negli Stati Uniti, riesce infine a trovare il modo di integrare le sue due culture e a chiudere il cerchio.

Senza essere un vero romanzo storico (le vicende storiche fanno capolino soltanto qua e là sulla pagina, appena accennate), Umbertina mostra in modo convincente le difficoltà non tanto dell’integrazione degli italiani in America, quanto quelle della sintesi per chi, ormai alla terza o quarta generazione, si trova a doversi costruire una propria identità americana, senza rinunciare completamente alla propria identità culturale, per quanto talvolta percepita come soffocante.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Umbertina
  • Titolo originale: Umbertina
  • Autore: Helen Barolini
  • Traduttore: Susan Barolini e Giovanni Maccari
  • Editore: Avagliano Editore
  • Data di Pubblicazione: 2001
  • Collana: Transatlantica
  • ISBN-10: 88-8309-016-0
  • Pagine: 511
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 17,56 (fuori catalogo)

29 novembre 2014

Speciale Italoamericani: Rumore bianco - Don DeLillo

Donald Richard DeLillo nasce a New York il 20 novembre 1936 da genitori molisani. Cresciuto in un quartiere italo-americano del Bronx, sviluppa l'interesse per la lettura piuttosto tardi - intorno ai vent'anni-, durante un lavoretto estivo come custode di un parcheggio. In questa sua «età dell'oro» della lettura, come la chiamerà lui stesso in una successiva intervista, legge soprattutto Faulkner, Hemingway, Joyce, O'Connor, che saranno i modelli dei suoi primi tentativi letterari.
Laureatosi nel 1958 in Arti Comunicative, DeLillo lavora per cinque anni come autore di testi pubblicitari. Nonostante avesse pubblicato una storia breve nel 1960, The River Jordan, la sua carriera di scrittore inizia propriamente negli anni '70 con la pubblicazione di Americana (1971), opera sul malessere esistenziale dell'uomo d'affari e sul potere del cinema. Al romanzo seguono in rapida successione End Zone (1972), Great Jones Street (1973), La stella di Ratner (Ratner's Star, 1976), strutturato sull'Alice di Carroll e ispirato dai lavori di Thomas Pynchon, Giocatori (Players, 1977) e Cane che corre (Running Dog, 1978). Nel 1978 viene anche insignito del premio Guggenheim Fellowship, con i cui proventi finanzia un viaggio in India e Medioriente per poi stabilirsi alcuni anni in Grecia con la famiglia (DeLillo si era sposato nel 1975).
Riguardandosi indietro a quegli anni, DeLillo riconoscerà l'eccessiva superficialità di alcuni di quei romanzi scritti troppo in fretta.

Dopo aver scritto Amazons (1980), un romanzo inusuale e "commerciale" rispetto alle sue precedenti pubblicazioni, tanto da farlo sotto pseudonimo e da richiedere in seguito ai compilatori di una sua bibliografia di eliminarlo dalla lista, DeLillo pubblica il complesso thriller I nomi (The Names, 1982), cui segue nel 1985 il suo ottavo romanzo, Rumore bianco (White Noise), che lo impone finalmente all'attenzione del grande pubblico. Rumore bianco, considerato un modello da autori del calibro di David Foster Wallace, Jonathan Franzen, Zadie Smith, Martin Amis, vince il National Book Award per la Narrativa.
A Rumore bianco segue Libra (1988), un romanzo su Lee Harvey Oswald divenuto bestseller internazionale. L'opera narra la vita del presunto assassino di JFK fino a quel giorno del 1963, e divide la critica a causa delle speculazioni di DeLillo circa i veri moventi del delitto. L'autore dichiarerà in seguito di considerare l'assassinio di Kennedy, un vero e proprio spartiacque nella storia e nella cultura americane, come l'origine di molte patologie sociali ed esistenziali analizzate nei suoi romanzi.
Nel 1991, ispirato dall'intrusione della stampa nella vita del riservato J.D. Salinger e dalla fatwa su Versetti satanici di Salman Rushdie, DeLillo scrive Mao II, che dà voce alle preoccupazioni dello scrittore sull'influenza delle masse nella cultura. Dopo sei anni di ricerche e sperimentazioni, nel 1997 viene dato finalmente alle stampe il romanzo che viene tuttora considerato il suo capolavoro: Underworld, un monumentale labirinto di personaggi, temi ed eventi storici interconnessi.
Il successo di Underworld spinge inevitabilmente la critica a liquidare come deludenti le opere che seguono: la novella Body Art (The Body Artist, 2001); Cosmopolis (2003), sul collasso del dot-com; L'uomo che cade (Falling Man, 2007), sulla tragedia delle Torri Gemelle; Punto Omega (Point Omega, 2010).
Don DeLillo, che attualmente vive a New York nel sobborgo di Bronxville, è al lavoro sul suo sedicesimo romanzo.
Quasi tutte le sue opere sono state pubblicate in Italia da Einaudi.


Il "rumore bianco" del titolo è il suono che ossessiona il protagonista del romanzo: forse è una semplice emissione della "partitura panasonica" in cui siamo immersi ogni giorno, oppure un minaccioso messaggio in codice. Jack Gladney, studioso di Hitler e direttore di un dipartimento di studi hitleriani nella sua università, tiene un corso sul fascino ipnotico esercitato dai discorsi del Fuhrer, dai canti e dagli inni del Terzo Reich; e finisce per calarsi nella materia delle sue ricerche al punto di ricavarne una specie di nicchia da cui non vuole più uscire. Il romanzo è appunto lo studio di questa perversione. Sino al giorno in cui una nuvola di gas tossico lo costringe a uscire dal suo rifugio...

Recensione

"E se la morte non fosse altro che suono?"
"Rumore elettrico."
"Lo si sente per sempre. Suono ovunque. Che cosa tremenda!"
"Uniforme, bianco."
"A volte mi invade," disse lei. "A volte mi si insinua nella mente, a poco a poco. Io cerco di parlarle. «Non adesso, morte»."

Jack Gladney è il direttore del dipartimento di studi hitleriani - da lui stesso fondato - dell'università di una bucolica cittadina del Midwest. La serena routine delle sue giornate, divise tra un lavoro che adora e l'allargato nucleo familiare composto da Babette (la quarta moglie) e da una nidiata di ragazzini frutto dei precedenti matrimoni di entrambi, viene minata dall'aprossimarsi di una nube tossica generata da un disastro ferroviario.
Jack, esposto alla tossina e ignaro degli effetti che potrebbe avere a lungo termine sulla sua salute, viene brutalmente messo di fronte alla sua mortalità: il professore di successo viene strappato dalla sua privilegiata condizione borghese e gettato in un mondo che gli si disintegra addosso. La famiglia, rifugio e porto sicuro, gli appare adesso estranea, i figli sempre più indipendenti e distanti. Persino Babette, la roccia, il pilastro portante della casa, finisce per gettare la maschera rivelandosi per ciò che è: una donna debole terrorizzata dall'idea della morte, al punto di offrire favori sessuali a un industriale farmaceutico per avere accesso a uno psicofarmaco sperimentale che possa aiutarla.
Intrappolato nel rumore bianco di mille voci morte, un fruscio indistinto e assordante che sfugge al controllo delle percezioni, Jack non può far altro che arrendersi all'insensatezza della sua esistenza.

Rumore bianco è il romanzo che ha consacrato al successo Don DeLillo. Considerato una perfetta esemplificazione del postmodernismo, non deve pertanto stupire la quasi totale assenza di trama e la voluta incompiutezza, parzialmente riscattate da una prosa d'altissimo livello messa al servizio di temi tipici della corrente letteraria: il consumismo della società americana moderna, sottolineato da continui riferimenti a marche note e fittizie e dalle frequenti incursioni dei protagonisti in supermarket e centri commerciali; l'ingombrante e invadente presenza dei media - radio, tv, pubblicità - che interrompe dialoghi significativi, spezza le frasi, s'inserisce nei vuoti e distrae i personaggi; la vacuità dell'ambiente universitario, incarnata da vuote convenzioni e da intellettualismi fini a se stessi; l'egoismo alla base di qualsiasi relazione interpersonale, persino quelle familiari; l'emergere della violenza, muta o esplicita, nei soggetti più impensabili; le martellanti teorie complottiste, che ossessionano molti personaggi usciti dalla penna dell'autore. Temi e situazioni ancora spaventosamente attualissimi nonostante il romanzo sia datato 1985.

"Non c'è motivo di credere che la vita sia più preziosa perché fugge. Riflettiamo su questo. Bisogna che gli venga detto che deve morire, perché uno possa cominciare a vivere in tutta pienezza la propria vita."

Un'analisi a mente lucida, lontana cioè dal rumore bianco della prosa di DeLillo, vero virtuoso della parola, mi rivela la vacuità della lettura di Rumore bianco, pari a quella dell'american dream tanto additato e denunciato. Se i romanzi fossero fatti solo di parole, Rumore bianco sarebbe un capolavoro. Disgraziatamente c'è ancora chi desidererebbe trovarci anche un po' di trama.

Giudizio:

n/a

Dettagli del libro

  • Titolo: Rumore bianco
  • Titolo originale: White Noise
  • Autore: Don DeLillo
  • Traduttore: Mario Biondi
  • Editore: Einaudi
  • Data di Pubblicazione: 2005
  • Collana: Einaudi Tascabili
  • ISBN-13: 9788806173913
  • Pagine: 394
  • Formato - Prezzo: Brossura - 14,00 Euro

15 novembre 2014

Speciale Italoamericani: Svaniti nel nulla - Tom Perrotta

Tom Perrotta è un italoamericano di quelli "veri": le sue origine italiane infatti non si devono a qualche lontano trisavolo ma al padre, impiegato postale originario di Avellino, e alla madre, segretaria italo-albanese. Perrotta è nato nel 1961 a Garwood, nel New Jersey, dove una grande percentuale di immigrati italiani hanno trovato dimora e dove ha trascorso la maggior parte dell'infanzia, cresciuto secondo la tradizione cattolica.
Vorace lettore fin da giovanissimo, lo scrittore trasferì questa passione nei suoi studi, laureandosi in Inglese a Yale e conseguendo successivamente un dottorato in Scrittura Creativa a Syracuse, dove fu anche allievo di Tobias Wolff.
Nonostante il suo nome non sia particolarmente celebre da noi, Perrotta è un autore molto apprezzato soprattutto nell'industria cinematografica, dove ben tre dei suoi lavori sono stati scelti per una trasposizione.
Il primo è Election, seconda opera di questo autore scritta nel 1998 e portata poi sul grande schermo dal celebrato regista di Sideways, Alexander Payne, che in effetti si interessò al libro già nel 1996 e opzionandone i diritti ne facilitò la pubblicazione. La storia di questa intensa elezione scolastica, ispirata alla corsa a tre alle presidenziali del 1992, contribuì tra l'altro a lanciare la carriera di Reese Witherspoon, qui quasi agli esordi in una delle sue migliori interpretazioni.

Successivamente a Election, Perrotta spostò la sua attenzione a soggetti più maturi ma altrettanto problematici, con i due successivi lavori Joe College (2002) e Little Children (2004). Quest'ultimo, definito dai critici il suo "breakout book", fu nuovamente portato sul grande schermo dal regista Todd Field con un cast stellare che include Kate Winslet, Patrick Wilson e Jennifer Connelly. Nonostante la pellicola abbia ricevuto diverse nomination all'Oscar (tra cui come sempre l'interpretazione della Winslet), non ha mai trovato distribuzione nelle sale italiane, ma per chi ha i mezzi e la possibilità di guardarla in lingua originale ne consigliamo la visione perché davvero meritevole.
A Little Children hanno fatto seguito The Abstinence Teacher (2007) e Svaniti nel nulla (The Leftovers, 2011), di cui appunto ci occuperemo in questa recensione e che è appena stato trasformato in un telefilm in andato in onda di recente sul canale satellitare Sky Atlantic.


Il Rapimento, un fenomeno inspiegabile per il quale migliaia di persone svaniscono nel nulla in un istante. Alcuni perdono figli, genitori o consorti, altri conoscenti. Le vite sono sconvolte, il lutto è diffuso, le famiglie decimate. I sopravvissuti faticano a trovare un senso alle cose, combattono contro il dolore dell'abbandono e a loro volta tentano in vari modi di fuggire, mentre attorno a loro la realtà pare proseguire la propria corsa inerziale. I pochi sopravvissuti cercano di andare avanti malgrado tutto, alle prese con la banale quotidianità dell'American way of life nella cittadina di Mapletown. Al centro del racconto è la famiglia XY: la madre Laurie cerca rifugio all'angoscia nella setta dei Guilty Remnants, facendo voto di silenzio e abbandonando il tetto coniugale; sua figlia Jill, adolescente, spera invano che la madre ritorni mentre cerca rifugio in giochi sessuali che la lasciano ancora più svuotata di senso; suo fratello Tom sparisce di casa per seguire un guru che predica l'amore ma si rivelerà un truffatore; il padre, Kevin, cerca goffamente di parare i colpi della sventura e degli abbandoni con coraggiosi ma patetici tentativi di animare la comunità di cui è sindaco. In questo clima millenaristico paradossalmente calato nei supermercati e nelle borghesi periferie americane all'apparenza intatte, l'autore segue quanto di umano può restare nella vita di persone che hanno perso tanto, a volte tutto.

Recensione

Ancora una volta il titolo italiano di un romanzo risulta ingannevole per il lettore: Svaniti nel nulla è la scelta operata dalla casa editrice puntando furbescamente all'aspetto più originale e sensazionale della storia, che però non ne rappresenta l'animo. Non è infatti dell'inspiegabile e improvvisa sparizione di milioni di persone in tutto il mondo che Tom Perrotta ci vuole parlare, anzi. Il fenomeno, incredibile e incomprensibile, è sommariamente descritto e ancor più sommariamente commentato, nessuna spiegazione ne viene ricercata e nessuna interpretazione ne viene data, se non da chi ha una religiosità abbastanza forte da voler credere che si sia trattato del fatidico Rapimento preannunciato nella Bibbia.
Non è importante, sembra voler dirci Perrotta, ciò che importa è che milioni di persone sono svanite nel nulla creando una frattura insanabile nella vita di tutti coloro che sono rimasti e che ora si trovano a condurre un'esistenza ancora più inspiegabile di prima.

Il titolo da lui scelto scelto è già una dichiarazione di intenti: The Leftovers, i rimanenti, i resti, coloro che sono avanzati, coloro, forse, che non sono mai stati voluti. È verso costoro che l'attenzione dei lettori è indirizzata, la loro quotidianità di "rimasti indietro", abbandonati, sperduti, analizzata e dissezionata in tutte le sue forme.
Una scelta non convenzionale destinata a spiazzare il pubblico, dividendolo tra coloro che hanno ritenuto la mossa di di lasciare ogni possibile spiegazione dell'evento alla fantasia dei lettori assolutamente geniale e chi invece si è sentito truffato, attirato da una premessa promettente per poi essere deviato verso un altro tipo di storia.
Personalmente mi è sembrato che l'autore abbia fatto una mossa molto furba, suggerendo un inizio intrigante destinato a intrappolare il pubblico per poi evitare di impegnarsi nel trovare una risposta all'enigma da lui creato, quasi intuendo che sarebbe stato molto difficile non banalizzare un tale incipit. Perrotta quindi mischia le carte in tavola focalizzando la sua attenzione sul processo di elaborazione del dolore dei rimasti e cadendo comunque, suo malgrado, nella trappola della banalizzazione, perché purtroppo poco o nulla di quanto accade in questo romanzo si discosta da quanto già espresso in altri libri con un simile tema.

La scrittura di Perrotta è piacevole ancorché piuttosto pragmatica ma vien spesso da chiedersi cosa sarebbe cambiato se, ad esempio, la povera Nora Durst avesse perso marito e figli in un banale incidente stradale o se la famiglia Garvey avesse assistito alla sparizione di amici e conoscenti in seguito a un tornado o a un'altra qualsiasi catastrofe naturale. Ognuno di loro avrebbe comunque dovuto accettare ed elaborare la perdita dei propri cari in circostanze improvvise e probabilmente l'avrebbe fatto nel modo descritto dall'autore, e allora a cosa è servito chiamare in causa un evento sovrannaturale se non a solleticare la curiosità del lettore?
Gli esseri umani in qualche modo riescono sempre ad andare avanti, anche nelle situazione più improbabili e ingovernabili. Questo sembra essere il messaggio dello scrittore, ma la passività dimostrata da tutti i protagonisti nei confronti del Rapimento va al di là di ogni plausibilità. Chiunque sia stato colpito da un lutto sa quanto sia forte la tentazione di chiedersi "perché?" Perché a me questa malattia, perché a mio figlio questo terribile incidente, perché mio marito si è trovato proprio in quel luogo in quel momento? Eppure quando milioni di persone spariscono da un istante all'altro l'unica reazione immaginata dallo scrittore è quella di un enorme smarrimento (comprensibile) seguito nel giro di poche settimane da una generale rassegnazione: è avvenuto, è inspiegabile, andiamo avanti a vivere oppure no.

È la stessa passività un po' irritante con cui i coniugi Garvey abdicano al loro ruolo di genitori lasciando andare i propri figli adolescenti allo sbando perché troppo impegnati a tenere saldamente le fette di salame sugli occhi (il padre) o a seguire egoisticamente la propria crisi esistenziale (la madre).
L'unica evidente espressione dell'unicità dell'evento è la nascita del culto para-religioso dei Colpevoli Rimanenti (nemmeno questo particolarmente originale, per la verità: il proliferare di sette è abbastanza normale in seguito a eventi catastrofici), i quali si propongono di impedire che il resto del mondo si rifaccia una vita arrivando anche a compiere sacrifici al limite dell'assurdo. Tutto il comportamento dei membri della setta, dal loro fumare a catena al voto del silenzio, è abbastanza assurdo, per la verità, e non molto coerente con i fini che si prefiggono, ma immagino che trovare della logica nei fanatismi religiosi sia comunque una causa persa.
Il personaggio più interessante rimane quindi quello secondario del Reverendo locale che, annichilito dalla consapevolezza che la mano di Dio è venuta e se ne è andata senza che lui fosse fra i prescelti, sprofonda in una spirale di astio e frustrazione che lo spinge a infangare pubblicamente le memorie di coloro che sono scomparsi al solo scopo di dimostrare quanto poco meritevoli fossero rispetto a lui.

In conclusione la valutazione di questo libro è fortemente influenzata dalla sua spettacolare premessa, forse proprio ciò che l'autore un po' ingenuamente sperava di evitare. È pur vero che la caratterizzazione del processo di elaborazione del dolore espressa da Perrotta è toccante e veritiera, ma tutto sommato un po' banale: la povera vedova bloccata in un limbo esistenziale dalla scomparsa dei figli che subisce anche la beffa di scoprire il tradimento del marito, il padre impacciato che preferisce un finto ottimismo alla realtà e si allontana dalla moglie che invece non riesce a impedirsi di analizzare ogni cosa, etc. E allora il lettore come può non ritornare col pensiero al prologo rimpiangendone le promesse non mantenute?

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Svaniti nel nulla
  • Titolo originale: The Leftovers
  • Autore: Tom Perrotta
  • Traduttore: Carla De Caro
  • Editore: E/O
  • Data di Pubblicazione: 2012
  • Collana: Dal mondo
  • ISBN-13: 9788866320906
  • Pagine: 404
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 9,00 Euro

11 novembre 2014

Speciale Letteratura Italoamericana: Aspetta primavera, Bandini - John Fante

John Fante nacque a Denver, nel Colorado, l'8 aprile del 1909 da Nicola Fante, un immigrato italiano originario di Torricella Peligna (in provincia di Chieti), e da Mary Capolungo, una statunitense figlia di immigrati lucani.
L’infanzia di Fante fu turbolenta a causa dei dissapori tra la madre e il padre: molti degli avvenimenti che la segnarono (la violenza del padre, l’istruzione ricevuta in scuole religiose, le difficoltà economiche) sono presenti nella maggior parte dei racconti che scrisse in seguito, oltre ad essere la fonte d’ispirazione primaria per la costruzione del suo alter ego Arturo Bandini, protagonista dei suoi romanzi.
La condizione di povertà e i continui dissapori con il padre spinsero Fante ad abbandonare la cittadina di Boulder, in cui viveva con la famiglia, per tentare la fortuna a Los Angeles, dove arrivò nel 1930. Qui si iscrisse all’università con scarso successo accademico; l’esperienza universitaria fu tuttavia importante per la sua vita di scrittore poiché conobbe Florence Carpenter, un’insegnante che ne apprezzò da subito il talento. Fu così che Fante iniziò a scrivere i primi racconti, alcuni dei quali vennero pubblicati dalle riviste The American Mercury e The Atlantic Monthly.
Dopo una breve e difficile convivenza con la famiglia (trasferitasi in California), Fante andò a vivere in una piccola stanza a Bunker Hill (in seguito celebrata con affetto nel suo ultimo romanzo Dreams from Bunker Hill, 1982; ed. it. Sogni di Bunker Hill, Einaudi 2004) e, per arrotondare i suoi magri guadagni, iniziò a collaborare con Hollywood in veste di sceneggiatore, un lavoro che non amò mai ma grazie al quale raggiunse la sicurezza economica. Il primo lavoro lo ottenne nel 1934 dalla Warner Brothers per la sceneggiatura del film Dinky, dopodiché iniziò a collaborare come sceneggiatore e correttore di bozze per la Metro-Goldwyn-Meyer. Tra gli altri lavorò anche con Fenton, Willls, Leonard e con il giovane Orson Welles, ma spesso i progetti rimanevano sulla carta senza approdare al grande schermo.
Durante la permanenza a Bunker Hill, John Fante iniziò il suo primo romanzo The Road to Los Angeles (La strada per Los Angeles, Einaudi 2005), concluso nel 1936 ma pubblicato postumo nel 1985 perché allora nessun editore si mostrò interessato. Nel 1938 pubblicò Wait Until Spring, Bandini (Aspetta primavera, Bandini, Einaudi 2005), che riscosse subito un grande successo, seguito un anno dopo da Ask the Dust (Chiedi alla polvere, Einaudi 2004), considerato da molti il capolavoro di Fante.
La Seconda Guerra Mondiale e l’impegno dello scrittore italoamericano come collaboratore per i servizi d’informazione coincisero con un periodo di crisi narrativa. Il suo lavoro successivo fu, nel 1952, Full of Life (Una vita piena, Einaudi 2009), romanzo in cui Fante traspone la sua esperienza di genitore. È il primo dei romanzi della maturità, che otterrà un grande successo anni dopo ma che, al momento della sua prima uscita, fu un altro insuccesso; deluso, Fante abbandonò il lavoro di scrittore per dedicarsi a tempo pieno alla sua attività di sceneggiatore. Uno dei film più famosi di quel periodo che porta la sua firma fu, per ironia della sorta, Full of Life, tratto dal suo omonimo e sfortunato romanzo. La pellicola diretta da Richard Quine ebbe come protagonista la star del momento, Judy Holliday, e fece guadagnare a Fante una nomination ai Writers Guild of America. In seguito al successo di Full of Life, Fante venne anche in Italia per lavorare con Dino De Laurentiis e, sempre in quegli anni, realizzò anche il film Il re di Poggioreale (1961), diretto da Duilio Coletti.
Da molto tempo ammalato di diabete, la salute di Fante diventò ancora più precaria alla fine degli anni Settanta; nel 1977 pubblicò La confraternita dell'uva, romanzo in cui cerca di riconciliarsi con se stesso e con la memoria del padre, morto da quasi trent’anni.
La riscoperta da parte del pubblico delle opere di John Fante avvenne nel 1980 grazie a Charles Bukowski che diventerà suo estimatore ed amico. Bukowski, considerandolo "il migliore scrittore che abbia mai letto" e "il narratore più maledetto d'America", gli chiese l’autorizzazione di ristampare Chiedi alla polvere, per cui scrisse un'appassionata prefazione. Pur di spingere la sua casa editrice, Black Sparrow Books, a ristampare le opere di Fante, ormai fuori catalogo da lungo tempo, Bukowski giunse a minacciare l'editore di non consegnare loro il manoscritto del suo nuovo romanzo. La ripubblicazione delle sue opere fece vivere un periodo di speranza a John Fante, che a causa della malattia era diventato cieco ed era stato sottoposto all’amputazione di entrambe le gambe. Il suo ultimo romanzo, Sogni di Bunker Hill, fu dettato da Fante, ormai cieco, alla moglie mentre si trovava in ospedale; fu pubblicato nel 1982 e costituisce la conclusione della saga del suo alter ego, Arturo Bandini.
John Fante morì l’8 maggio del 1983, qualche mese dopo la ristampa di Aspetta primavera, Bandini. Negli anni ’90, l’opera di Fante fu ripubblicata con successo in molti paesi europei, in particolar modo in Francia e Italia. Fante è diventato uno scrittore di culto apprezzato in tutto il mondo, considerato un precursore della Beat Generation per il disincanto con cui mostra il fallimento del sogno americano, anche se non si espresse mai apertamente contro il sistema sociale statunitense (a differenza degli autori “Beat”). I suoi romanzi sono considerati dei veri e propri “documenti” della vita delle classi sociali medio-basse durante la depressione economica degli ani ’30 e per tale ragione nel 1990, sette anni dopo la sua morte, la rivista “Life” definì l’autore di origini abruzzesi “un tesoro nazionale” per la cultura americana.


Arturo Bandini ha 14 anni, abita in America, in uno sperduto paesino sulle montagne e possiede una slitta. Per il resto avrebbe preferito chiamarsi John, e di cognome, al posto di Bandini, Jones. Sua madre e suo padre sono italiani immigrati, ma lui avrebbe preferito essere americano. Poi c'è nonna Toscana che considera il genero Svevo, padre di Arturo, un mezzo fallito e la figlia Maria, una povera pazza perché lo ha sposato. I Bandini non se la passano bene, anzi: non c'è proprio nulla di quel che accade sotto gli occhi sognanti del piccolo Arturo che non porti il segno di un'atavica, metafisica, inguaribile fame italiana. Tanto che nel mazzetto di parole americane che circolano in famiglia, l'espressione «chiedi se ti fa credito» è di gran lunga la più usata. Tragedia, o ancor meglio, commedia dell'immigrazione e dello spaesamento, delle radici e della smania di libertà, Aspetta primavera è il romanzo della riconciliazione col mondo delle proprie tradizioni e, al tempo stesso, l'eroico tentativo di congedarsene.

Recensione

Non riesco a convincermi che una cosa scritta tanto tempo fa mi risulti così dolce nel dormiveglia e tuttavia non riesco a guardarmi indietro, riaprendo e rileggendo il mio primo romanzo. Ho paura, non sopporto l’idea di vedermi sotto la luce della mia prima opera. Sono certo che non la rileggerò più. Di una cosa però son sicuro: tutta la gente della mia vita di scrittore, tutti i miei personaggi si ritrovano in questa mia prima opera. Di me non c’è più niente, solo il ricordo di vecchie camere da letto, e il ciabattare di mia madre verso la cucina.
Prefazione ad “Aspetta primavera, Bandini” - John Fante

Arturo Bandini: 14 anni, italiano, inguaribile sognatore in lotta costante contro l’ascendenza italiana, causa, a suo parere, di tutti i problemi che lo assillano. Per di più è inverno: essere povero, italiano, in Colorado durante l’inverno è una delle peggiori iatture che si possano immaginare! Inverno significa freddo, piedi gelati, nessun regalo di Natale, anzi nessuna atmosfera natalizia perché il padre di Arturo, Svevo, odia quella stagione dell’anno anche più del figlio. La neve e il freddo fanno gelare la calce e questo significa niente lavoro, niente soldi, debiti per mangiare e pensiero costantemente rivolto a Helmer, il banchiere, che gli ricorda che la casa dove abitano sua moglie e i suoi tre figli non è sua e forse non lo sarà mai. Svevo d’inverno sfoga la sua frustrazione giocando a poker e ubriacandosi, due attività che gli procurerebbero maggiori soddisfazioni se anche sua moglie, Maria, gli desse motivo di lamentarsi, e invece no! Maria, donna che trova nella fede in Dio un balsamo per tutte le difficoltà da affrontare, lo ama appassionatamente e lo accetta così com'è, innescando maggiormente il senso di colpa di Svevo e rendendolo ancora più scontroso in un circolo vizioso che lo porta spesso ad allontanarsi dalla famiglia.

Fante racconta le vicende della famiglia Bandini con tono ironico e intriso di nostalgia per un periodo certamente difficile ma in cui il futuro è ancora tutto da scoprire per il giovane Arturo. La voce narrante è interna alla storia: il punto di vista adottato è, di volta in volta, quello di Arturo, di Svevo o di Maria e lo stile si adatta ai caratteri dei personaggi: periodi brevi e affermazioni secche che riprendono le contrapposizioni nette degli adolescenti se la focalizzazione è quella di Arturo; affermazioni assolute che non ammettono sfumature o possibilità di replica nel caso di Svevo; un tono rassegnato e dimesso per Maria.
I tre punti di vista si differenziano rispetto alla religiosità e al senso di appartenenza alle proprie radici italiane ponendosi lungo un continuum che va da un estremo (Svevo) all’altro (Maria), con la posizione intermedia di Arturo che esprime il punto di vista più articolato e problematico.
Svevo si sente sia italiano sia americano e questo non comporta per lui alcuna lacerazione interiore: parla in inglese nella quotidianità e ricorre all’italiano solo per rievocare con gli amici le sue conquiste amorose. Maria, al contrario, si sente italiana e sa che non potrà mai essere come le donne americane, belle e sorridenti, stampate sulle riviste patinate che ogni tanto sfoglia. Arturo (che, come i genitori, è cittadino statunitense) si sente un povero italiano con una madre italiana che prega in continuazione e un padre italiano che sbraita sempre; lui però vorrebbe essere un americano e questo status non dipende da un documento ufficiale (come invece pensa Svevo), ma da un modo di essere e di comportarsi alieno alla sua famiglia e contro il quale Arturo si scontra ogni giorno a casa e a scuola:

Di nome faceva Arturo, ma avrebbe preferito chiamarsi John. Di cognome faceva Bandini ma lui avrebbe preferito chiamarsi Jones. Suo padre e sua madre erano italiani ma lui avrebbe preferito essere americano. Suo padre faceva il muratore ma lui avrebbe preferito diventare il battitore della squadra di baseball dei Chicago Cubs. […]
Perché sua madre era diversa dalle altre madri? Era proprio così, come poteva constatare ogni giorno. La madre di Jack Hawley lo faceva andare su di giri: aveva un modo tale d’offrirgli i biscotti che il cuore gli faceva le fusa. […]
Ma perché suo padre doveva sempre esprimersi urlando? Possibile che non sapesse parlare a bassa voce? Se il vicinato sapeva tutto della famiglia Bandini era solo perché suo padre gridava senza ritegno. I loro vicini, i Morey, non li sentiva fiatare, mai; gente tranquilla, americani. A suo padre, invece, non bastava essere italiano, lui doveva essere un italiano rumoroso.

La vita quotidiana di Arturo è scandita dalla religione, o meglio dal senso di colpa per la violazione continua dei dieci comandamenti e dalla conseguente paura dell’inferno; a differenza di Svevo che non si pone proprio il problema, Arturo ha trovato una soluzione che è perfettamente in linea con la sua educazione cattolica: peccare, provare rimorso, confessarsi per riconciliarsi con se stesso e con Dio, peccare di nuovo. Le considerazioni di Arturo sugli effetti della morale cattolica sulla sua vita sono, a mio parere, tra le più riuscite del romanzo per il tono lieve e ironico che usa Fante, il quale riesce a comunicare al lettore tutta la serietà della questione per Arturo mantenendo l’atteggiamento benevolo e distaccato dell’adulto che ricorda i tormenti dell’adolescenza.

Aspetta primavera, Bandini è un libro piacevole che lascia insoddisfatto il lettore curioso di sapere cosa accadrà ad Arturo in primavera e negli inverni successivi; non rimane allora che buttarsi a capofitto nei romanzi di Fante e seguire le vicissitudini di Arturo, Svevo e Maria attraverso tutti i loro alias, che poi non sono altro che alter ego di Fante e dei suoi genitori.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Aspetta primavera, Bandini
  • Titolo originale: Wait Until Spring, Bandini
  • Autore: John Fante
  • Traduttore: Carlo Corsi
  • Editore: Einaudi
  • Data di Pubblicazione: 22 marzo 2005 (ed. orig. 1938)
  • Collana: Stile libero
  • ISBN-13: 9788806171360
  • Pagine: 242
  • Formato - Prezzo: Brossura - 12,50 Euro

8 novembre 2014

Speciale Letteratura Italoamericana: Al di sopra di ogni sospetto - James Grippando

Nato a Waukegan (Illinois) e cresciuto nella zona rurale di Antioch, a nord di Chicago, James Michael Grippando è figlio dell'italoirlandese James Vincent e di Gloria Marie, di ascendenza tedesca. Frequenta per un anno l'Università dell'Illinois, per poi trasferirsi all'Università della Florida, dove consegue la laurea nel 1980.
Tra il 1983 e il 1984 Grippando esercita come assistente legale e in seguito apre uno studio privato, praticando la professione di avvocato per dodici anni prima di dedicarsi alla scrittura a tempo pieno.
James Grippando ha all'attivo ventidue romanzi tra gialli, thriller psicologici e thriller legali, nonché tre antologie di racconti e una gran quantità di articoli e pubblicazioni scientifiche di ambito forense. Al di sopra di ogni sospetto (Beyond Suspicion) è stato pubblicato nel 2002.


Jack Swyteck, noto avvocato penalista di Miami, di solito non tratta cause civili. Questa volta, tuttavia, decide di fare un'eccezione per Jessie Merrill, una sua ex fidanzata per la quale ha ancora un debole. Jessie è stata citata in giudizio con l'accusa di... non essere morta. Quando le era stata diagnosticata una malattia destinata a ucciderla in un paio d'anni, la donna aveva venduto a una società di investitori la propria assicurazione sulla vita in cambio di una cospicua somma di denaro. In tal modo lei avrebbe avuto a disposizione parecchi soldi per il tempo che le restava e gli acquirenti della polizza avrebbero incassato, alla sua morte, una somma superiore a quella versata. La diagnosi dei medici si era però rivelata errata, e ora gli investitori rivolevano il loro denaro. Al processo Jack ottiene una brillante vittoria, ma il brutto arriva poi: la donna gli confida di aver operato una truffa e di temere per la propria vita. Due giorni dopo, infatti, il suo cadavere viene trovato nella vasca da bagno della casa di Jack. Omicidio, naturalmente, di cui il primo indiziato è proprio lui.

Recensione

I legal thriller più famosi sono probabilmente quelli nati dalla penna di Erle Stanley Gardner, che ha creato il personaggio di Perry Mason. Ma sono tanti gli autori di successo che hanno trattato questo genere, basti pensare a Grisham, Turow, Martini, Margolin, Leoscroart e via di seguito. È in questo filone che si inserisce James Grippando.
Al di sopra di ogni sospetto non è il più significativo del suo genere, nel senso che pochi avvenimenti si svolgono effettivamente in tribunale, nonostante la storia sia zeppa di avvocati e di procuratori distrettuali.

L’intreccio si fa sempre più complesso via via che si procede nella lettura, tuttavia molte situazioni sono al limite della credibilità. Ogni volta che si ha l'impressione che il romanzo sia arrivato al dunque, Grippando inserisce un killer di mafia, russa o italiana che sia. Questo escamotage gli consente di allungare la storia e di alzare la tensione, senza tuttavia badare molto al nesso logico.
Peccato, perché l’inizio del romanzo è decisamente accattivante con la causa, dibattuta in tribunale, intentata da un gruppo di speculatori nei confronti di una donna cui un medico di chiara fama aveva diagnosticato una malattia degenerativa, ipotizzandole un periodo di sopravvivenza non più lungo di due anni. La donna in questione, in possesso di una polizza assicurativa sulla vita per tre milioni di dollari, l'aveva venduta a un gruppo di speculatori per metà del valore per poterne usufruire. In un secondo tempo, ribaltata la mortale diagnosi iniziale in un curabile avvelenamento da piombo, i compratori avevano intentato causa alla donna per rientrare in possesso dei loro soldi, subodorando una truffa ai loro danni.
Ma questo è solo l’inizio: poco dopo aver vinto la causa in tribunale, infatti, la donna viene trovata morta proprio in casa dell’avvocato difensore con cui un tempo aveva avuto una relazione, ma che ora sembra essere felicemente sposato. Come la vittima sia potuta entrare in casa del suo avvocato e farsi trovare nuda vicino alla vasca da bagno non viene chiarito, ma si sa che le belle donne, per quanto morte, colpiscono maggiormente l'immaginazione del lettore se si fanno trovare senza veli addosso.

Da questi presupposti si dipana un thriller d’azione sicuramente avvincente ma con nessi logici piuttosto carenti, dove si mescolano il delitto passionale e quello di mafia, dove avvocati e procure distrettuali si fanno guerra tra loro e dove spietati killer uccidono sia i buoni che i cattivi, quando questi ultimi non sono stati abbastanza furbi da accorgersi di essere entrati nel mirino dell'FBI.

Romanzo pertanto per palati non particolarmente sofisticati, ma che si lascia leggere velocemente nonostante le quasi quattrocento pagine di lunghezza.

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Al di sopra di ogni sospetto
  • Titolo originale: Beyond Suspicion
  • Autore: James Grippando
  • Traduttore: Marisa Castino Bado
  • Editore: Polillo
  • Data di Pubblicazione: 2005
  • Collana: I polillini
  • ISBN-13: 9788881542871
  • Pagine: 383
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 9,00Euro

3 novembre 2014

Speciale Letteratura Italoamericana: Un'ombra sulla spiaggia - Ed McBain

Nonostante il nome, Ed McBain, nato Salvatore Albert Lombino nel 1926 e morto nel 2005, viene da una famiglia arrivata a Ellis Island da Ruvo del Monte, un paesino in provincia di Potenza.
Solo nel 1952 ottiene il permesso di cambiare il nome, ma non si ferma a uno solo. Infatti, iniziata una profilica carriera di scrittore di polizieschi e sceneggiature, ha pubblicato libri sotto diversi pseudonimi, tra cui i più noti sono Evan Hunter, Richard Marsten e Hunt Collins, conquistando numerosi premi e riconoscimenti.
Tra le sue opere più famose, oltre alle serie dell'87mo Distretto e di Matthew Hope, anche il libro da cui è stato tratto il film Il seme della violenza e la sceneggiatura originale del capolavoro Uccelli di Alfred Hitchcock.



Una festa allegra in una villa sulla costa della Florida.
Ralph Parrish è venuto a trovare suo fratello omosessuale Jonathan, al quale ha donato la villa in cui si apre il racconto. A un tratto, dopo una notte burrascosa e non solo per il party, delle urla squarciano il silenzio di un'alba piovosa. E' proprio la voce di Jonathan che sta litigando violentemente con qualcuno. Ralph si precipita a vedere cosa succede e trova il fratello sul pavimento "vestito di rosso", trafitto da un coltello nel petto. Istintivamente lo estrae, finendo per essere ricoperto da schizzi di sangue e questa mossa sbagliata gli costerà l'incriminazione per omicidio. Solo che giura di non essere lui il colpevole: ha visto un uomo vestito di nero che correva via lungo la spiaggia. Forse l'assassino. A difenderlo Matthew Hope, avvocato divorziato dalla moglie Susan, umanamente aperto e disponibile e l'investigatore privato Warren Chambers, "trentaquattro anni, nero, alto e snello". Nella storia si intreccia anche un altro filone, quello sulla crisi coniugale che riguarda il socio di Matthew Hope, Frank Summerville, che sospetta la moglie di tradimento. Un classico poliziesco americano ma in ambientazione inusuale.

Recensione

Il settimo episodio della saga che ha per protagonista Matthew Hope, un avvocato della Grande Mela che ha scelto di trasferirsi a esercitare al sole della Florida, è uno di quei libri che ha subito un tradimento significativo già nella traduzione del titolo.
Quello originale, infatti, The House That Jack Built, letteralmente significa La casa che Jack costruì, e cita il primo verso di una nursery rhyme che assomiglia in qualche modo all'italiana Alla fiera dell'est.
Non capisco del tutto la scelta di renderlo con il ben più banale Un'ombra sulla spiaggia, ma tant'è. A maggior ragione perché all'interno del libro i capitoli prendono il titolo dai versi della filastrocca, creando una specie di trama parallela e grottesca che ricalca i fatti criminali in cui Hope cerca di districarsi.

La serie che ha come protagonista l'avvocato fuggito da Manhattan nel caldo di Calusa è più distesa e meno forte rispetto a quella dell'"87mo distretto" con cui, precorrendo nei tempi i vari filoni di serie televisive ambientate nei distretti di polizia, Ed McBain ha raggiunto la notorietà.
Effettivamente per un autore italoamericano ambientare una serie di libri gialli a New York dev'essere stato più semplice, l'ambiente risulta più naturale e sicuramente la scelta del realismo 'procedurale', che tende cioè a riprodurre in maniera fedele le tecniche investigative del NYPD, è stata del tutto azzeccata.
Eppure anche in questa serie 'tropicale' si trovano degli elementi di continuità. Intanto non manca una trasferta newyorkese, nel bel mezzo del gelido inverno. E poi anche il clima della Florida nel mese di febbraio è abbastanza cupo: piogge e brutto tempo contribuiscono, proprio con il contrasto rispetto all'ambientazione, a evocare un'atmosfera plumbea, da romanzo poliziesco.

Del noir troviamo tutti gli elementi fondamentali: violenza gratuita su persone inermi, una donna fatale che viene pedinata per un sospetto tradimento, un omicidio che riporta a galla storie vecchie di decenni, delle foto che ricordano fatti non proprio gradevoli.
Tutto questo si mescola in maniera caotica e quasi casuale, proprio come nei versi della canzoncina per bambini, solo che nella storia degli adulti quel racconto si carica di sottintesi, di violenza e di cattiveria.

La storia non è molto originale né tanto meno di quelle che lasciano il lettore a bocca aperta; anzi, verso la fine il colpevole risulta abbastanza chiaro. Nonostante ciò meritano una menzione alcune figure che, anche solo come comparse, risultano ben strutturate: è il caso di Leona Summerville, la moglie del socio di Matthew Hope sospettata di una storia di corna; del prete cattolico che non si fa problemi a celebrare matrimoni omosessuali in nome del principio cristiano dell'accoglienza e del rispetto della diversità; del detective afroamericano che fa da braccio operativo dell'avvocato.
Il tutto parte da un'accusa di omicidio imputata al cliente di Matthew Hope, che è anche il fratello della vittima. Unico appiglio per strappare quest'uomo al carcere è un'ombra scura che fugge verso la spiaggia subito dopo l'omicidio. Tutto il giallo ruota attorno all'identificazione di quest'ombra e alla ricerca di un neonato abbandonato molti anni prima.

Protagoniste del libro saranno alla fine le donne: dalla matriarca che pure in tarda età non rinuncia a voler dirigere la vita del suo clan alla giovane investigatrice che scongiura un inutile omicidio, dalla moglie fedifraga che nasconde le sue debolezze sotto la seduzione alla madre spietata che non riesce a dimenticare un amore respinto perché impossibile.

Tutto sommato un intreccio non banale e gestito con l'abilità narrativa che ci si può aspettare da una penna esperta come quella di McBain, in una cornice, la Florida con le palme inzuppate dalle piogge e sferzata dal vento, originale e inaspettata.

Giudizio:

+2stelle+ (e mezzo)

Dettagli del libro

  • Titolo: Un'ombra sulla spiaggia
  • Titolo originale: The House That Jack Built
  • Autore: Ed McBain
  • Traduttore: Nicoletta Lamberti
  • Editore: Mondadori
  • Data di Pubblicazione: 1988
  • Collana: I classici del giallo Mondadori
  • ISBN-13: 9788804335801
  • Pagine: 248
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 4,90

1 novembre 2014

Novembre: Speciale Letteratura Italoamericana

Gli italo-americani sono il quarto gruppo etnico europeo presente negli Stati Uniti. Si parla di una comunità che nel 2010 superava i 17 milioni di appartenenti, i cui membri, partiti dai ceti sociali più bassi, occupano attualmente ruoli di primo piano nei settori più svariati, dal cinema alla politica, dal giornalismo alla ristorazione. E perché non dovrebbero, del resto? In fondo fu un italiano a scoprire (per caso) il Nuovo Continente e fu un altro italiano a dargli il nome con cui oggi lo conosciamo: America.

Il picco del flusso migratorio si ebbe però tra la fine del 1800 e i primi anni del 1900, quando quasi quattro milioni di nostri compatrioti, provenienti soprattutto dalle regioni del Meridione, sbarcarono sull'altra sponda dell'Atlantico in cerca di una vita migliore. Si trattava per la maggior parte di disperati con pochi mezzi, che sfruttarono la ben nota creatività italiana nell'arrangiarsi per farsi strada, non sempre legalmente. È legata soprattutto a loro l'immagine della comunità americana che siamo abituati a vedere ancora oggi nei film, quella di una comunità unita, generosa, caciarona, mammona e, naturalmente, mafiosa (tanto per ricordare che tipo di criminalità il nostro glorioso popolo abbia esportato all'estero). Pizzaioli e/o mafiosi sono gli italiani di New York, nonostante i tempi di Al Capone siano passati e la criminalità italiana abbia un po' ceduto il passo a concorrenti stranieri e uno dei più famosi sindaci di New York avesse proprio origine italiane.
Gli stereotipi purtroppo sono duri a morire e spesso ci fanno dimenticare che sono molti i connazionali che hanno contribuito sostanzialmente a migliorare la terra che li ha accolti nel campo della scienza, dell'arte, della politica e, ovviamente, della letteratura.

Nonostante gli immigrati che popolarono il Nord America il secolo scorso non possedessero certo la tradizionale cultura di Dante e Petrarca, fin dalla prima metà del 1900 lavori di autori italoamericani furono pubblicati negli Stati Uniti attirando l'attenzione di pubblico e critica. Com'è naturale, i primi lavori erano prevalentemente incentrati sull'esperienza dell'emigrazione, le difficoltà del viaggio e quelle dell'integrazione. Pietro Di Donato e il suo Cristo fra i muratori è un eccellente esempio di questa letteratura che lentamente si evolse abbracciando temi tipici delle comunità straniere, quali il conflitto generazionale fra genitori tradizionalisti e figli impazienti di integrarsi, o la lotta femminile per l'emancipazione. Un nome che brilla da questo punto di vista è quello di Helen Barolini, che insieme alla poetessa Maria Mazziotti Gilla fu la maggiore promotrice di una nuova immagine della donna italoamericana, meno dipendente dalla famiglia e più coinvolta nella realtà culturale e sociale del paese ospitante.

Molti sono i nomi di romanzieri e poeti di origine italiana entrati a far parte della cultura mainstream americana, svincolandosi pian piano dalle problematiche specifiche della loro comunità per abbracciare temi più universali. John Fante, Mario Puzo, Don DeLillo, David Baldacci e il poeta Lawrence Ferlinghetti sono ormai nomi di importanza internazionale, che hanno influenzato non solo la letteratura ma anche il cinema, e sono solo alcuni degli autori che vantano ascendenze nel Bel Paese, tanto che esistono diverse associazioni come la National Italian American Foundation e l'Italian Heritage and Culture Committee, che oltre a gestire musei e eventi per la conservazione della cultura italoamericana si adoperano tramite riviste, pubblicazioni e festival per raccogliere e pubblicizzare i numerosissimi contributi al mondo della letteratura fatti dai nostri connazionali immigrati negli Stati Uniti.
A questo universo così simile eppure così lontano da noi è dedicato il nostro Speciale di questo mese. Come sempre cercheremo di coprire diversi temi e diversi gusti, sperando di aiutarvi a scoprire o riscoprire questo importante filone della letteratura, spesso sottovalutato.

 

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