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31 dicembre 2014

Speciale Autori Irlandesi: I Commitments - Roddy Doyle

Roddy Doyle nasce nel 1958 a Dublino, dove vive tutt’ora. A partire dalla fine degli anni Ottanta ha pubblicato dieci romanzi (di cui uno, Paddy Clarke ha ha ha è stato premiato con il Booker Prize nel 1993), due raccolte di racconti, sette libri per bambini, alcuni romanzi brevi, due biografie e collaborato con alcuni periodici tra cui The New Yorker. Ha scritto anche per il teatro e per il cinema con alcune sceneggiature originali, ma anche con gli adattamenti di alcuni suoi romanzi per il grande schermo.

Molti dei suoi romanzi possono essere raggruppati a comporre cicli narrativi che ruotano attorno agli stessi personaggi: la Trilogia di Barrytown attorno alla famiglia Rabbitte, residente nel quartiere popolare dublinese di Barrytown alla fine degli anni Ottanta; il dittico La donna che sbatteva nelle porte e Paula Spencer attorno al personaggio di Paula Spencer, vittima di violenza domestica; L’ultima raccolta segue le vicende di Henry Smart, nato nel 1901, attraverso i grandi eventi della storia irlandese, a partire dalla Rivolta di Pasqua del 1916, passando attraverso la guerra d’indipendenza del ‘19-’22 fino all’emigrazione di massa verso gli Stati Uniti d’America e le vicende dell’IRA negli anni Settanta.
La protagonista assoluta dei suoi romanzi è la classe lavoratrice dublinese, sia che siano incentrati su temi quotidiani, sia che siano più strettamente legati alla storia irlandese.


A Barrytown, un quartiere popolare di Dublino, un gruppo di ragazzi decide di fondare una band di soul e rythm & blues ispirandosi ai grandi protagonisti del genere, da James Brown a Otis Redding. Si chiamano "Commitments", per esprimere un impegno radicale, senza mezzi termini. Ci sono Jimmy Rabbitte, il manager del gruppo; Joey The Lips, il mitico trombettista che ha suonato con tutti quelli che contano; Deco, il cantante dalla voce potente e il carattere impossibile e le tre coriste più sexy di tutta la città. La loro sarà una vicenda di successi e disastri, di splendide amicizie e formidabili litigi, di amori del tutto imprevisti e di abbandoni clamorosi.

Recensione

Siamo a Barrytown, quartiere (in realtà fittizio) del Northside dublinese. A noi italiani la differenza tra i quartieri a nord e a sud del fiume Liffey può sfuggire, ma esiste un’accesa rivalità tra gli abitanti della zona nord di Dublino, dove si trovano i quartieri più popolari, e quelli della zona sud, dove si trovano le case dei ceti più abbienti.
James “Jimmy” Rabbitte jr., autorità locale in ambito musicale, essendosi fatto una cultura investendo gran parte dei propri risparmi in dischi e riviste specializzate, convince due amici che si erano rivolti a lui per qualche consiglio ad abbandonare l’idea di mettere su una band in stile Depeche Mode silurando senza tanti complimenti l’unico proprietario di sintetizzatore disponibile, per spostarsi verso il soul e rythm, vera musica dei ceti popolari oppressi: la musica giusta per un posto come Barrytown, magari con qualche adattamento per strizzare l'occhio al pubblico della zona.
Jimmy pubblica su Hot Press un eloquente annuncio in veste di nuovo manager della band

“Se avete il Soul nell’anima, la Band più Proletaria del Mondo ha bisogno di voi. Rivolgersi a J. Rabbitte, 118, Chestnut Ave., Dublino 21. Non si prendono cafoni o gente della zona sud.”
riuscendo a raccogliere attorno a sé un gruppo di improbabili musicisti (alcuni non sanno ancora suonare i propri strumenti!) e tre coriste.

Dire di più senza rovinare la lettura altrui con degli spoiler è praticamente impossibile, quindi vengo al sodo: I Commitments è un romanzo breve e comicissimo, prima parte della Trilogia di Barrytown (i successivi libri, Bella famiglia! e Due sulla strada seguono le vicende della sorella e del padre di Jimmy, Sharon e Jimmy sr.), in cui chiunque abbia desiderato da adolescente di mettere su una band con gli amici può facilmente ritrovarsi.
Le prove in un garage, i primi concerti nella sala comune della parrocchia o nel pub del quartiere, le rivalità che possono sfociare in diverbi o risse, tutto è raccontato con estremo realismo un ritmo rapidissimo dovuto alla prevalenza dei dialoghi e al parlato e alla continua ripetizione dei testi dei pezzi (pochissimi!) che costituiscono il repertorio dei The Committments.

Una lettura che porta via solo qualche ora se si ha l’occasione, come in questo periodo festivo, di raggomitolarsi sul divano con un libro, ma che non lascia insoddisfatti.
Consigliato anche l’ascolto con colonna sonora: i brani di cui avete bisogno sono tutti elencati subito dopo la prefazione.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: I Commitments
  • Titolo originale: The Commitments
  • Autore: Roddy Doyle
  • Traduttore: Giuliana Zeuli
  • Editore: Guanda
  • Data di Pubblicazione: 2014
  • Collana: Le fenici
  • ISBN-13: 9788823507609
  • Pagine: 166
  • Formato - Prezzo: Brossura - 10,00 Euro

Speciale Autori Irlandesi: E un'altra cosa... - Eoin Colfer

Nato a Wexford il 14 maggio 1965, Eoin Colfer ha lavorato come maestro elementare e vissuto in Arabia Saudita, Tunisia e Italia prima di intraprendere la carriera di scrittore. Il suo primo libro, Benny e Omar - di cui manca ancora una traduzione italiana - è del 1998. Il successo, però, lo raggiunge nel 2001 con il primo libro della saga di Artemis Fowl (Artemis Fowl, Mondadori, 2001), a cui fanno seguito altri sette libri che lo consacreranno come autore per ragazzi e lo faranno entrare nella lista dei best seller del New York Times. In più, la Walt Disney Pictures sta lavorando all'adattamento cinematografico del primo capitolo della serie.
Nel 2008 gli viene commissionato il sesto libro della serie “Guida galattica per gli autostoppisti” di Douglas Adams, morto nel 2001, che uscirà poi nel 2009 in occasione del trentennale della prima edizione della Guida, e che nel 2010 verrà tradotto in Italia con il titolo E un'altra cosa... (2010, Strade Blu, Mondadori). Questo è il suo primo libro diretto ad un pubblico adulto.


Douglas Adams è morto prima di riuscire a scrivere il sesto episodio della Guida galattica per autostoppisti. Ma ora l'acclamato autore di bestseller Eoin Colfer è stato incaricato di rimettere in moto l'esilarante e scombinata banda di viaggiatori dello spazio. Arthur Dent, il leggendario protagonista della serie, ha ormai viaggiato in lungo e in largo per tutto lo spazio, avanti e indietro nel tempo. È saltato per aria, è stato riassemblato per bene, è entrato e uscito da cupe prigioni, è stato insultato più del necessario e - come c'era da aspettarsi - non è riuscito nemmeno lontanamente ad afferrare il senso della vita, dell'universo e di tutto il resto. Ora Arthur è tornato sulla Terra, lieto di pregustare finalmente una buona tazza di tè. Tuttavia la sua speranza è destinata a evaporare insieme agli oceani terrestri, perché il suo pianeta sta per saltare per aria, un'altra volta... In questo irresistibile romanzo, che è il sesto della trilogia (gasp!!!) della Guida galattica, incontrerete - tra l'altro - un pantheon di divinità disoccupate, un alieno verde in preda alle pene d'amore, un Presidente Galattico rinnegato e almeno un grosso pezzo di formaggio.

Recensione

E un'altra cosa... è il sesto libro della trilogia dedicata alla “Guida galattica per gli autostoppisti” e il primo scritto dopo la morte dell'autore, Douglas Adams. Infatti è l'irlandese Eoin Colfer a essere stato scelto per prendere in mano vecchi appunti e trasformarli in un vero e proprio romanzo. Compito improbo per uno scrittore conosciuto per le sue opere per ragazzi, tra le quali spicca la saga di “Artemis Fowl”. Fare un paragone è la prima cosa che balza alla mente prendendo in mano il libro, e, lo metto all'inizio della recensione a scanso di equivoci, Colfer riesce a far rimpiangere già dopo poche pagine la prematura dipartita di Adams.

Andiamo con ordine: Arthur Dent, Ford Prefect, Trillian e Random Dent riescono a fuggire dall'ennesima distruzione della Terra e si ritrovano ognuno in una dimensione parallela differente fatta su misura per loro. Dopo poco, però, finisce la pacchia e si ritrovano a dover cercare, insieme a Zaphod Beeblebrox e a Wowbagger l'Eterno Prolungato, altri terrestri superstiti. Di per sé, la trama dà l'idea di un susseguirsi di azioni e situazioni senza un vero bisogno logico, come a dire “faccio cose, vedo gente” in versione galattica. La storia non regala particolari colpi di scena e credo che nel giro di un paio di mesi non ricorderò nemmeno una scena degna di nota. In più, la prosa tenta di essere brillante ma non ha quell'arguzia che era tipica di Adams: molto spesso ho avuto la sensazione di leggere quella che sembrava poco più di una fan fiction, con le onnipresenti voci della Guida Galattica che, anche per spiegare il più stupido dei modi di dire, spezzano il ritmo narrativo di continuo.
Passando ai personaggi, qualcosa si può salvare: Zaphod è l'unico dei vecchi che non perde la verve nel passaggio di testimone e Thor è il migliore tra quelli introdotti da Colfer. Ovviamente non c'è niente che possa rimpiazzare il buon vecchio Marvin, l'androide paranoico. In fin dei conti l'autore irlandese non fa un buon lavoro nel rendere i vecchi personaggi, mettendoli praticamente in secondo piano per dar spazio stereotipi mal costruiti.

In conclusione, se da Guida Galattica per gli Autostoppisti hanno tirato fuori un film che oscilla tra il medio e il mediocre, da questo E un'altra cosa... non ci si potrebbe fare neanche cinque minuti di video. Da salvare ci sono pochi momenti – non male il colloquio di lavoro di Chthulhu - e una buona traduzione italiana, ma ai fan consiglio, se proprio si vuole rivivere lo spirito originale della Guida, di rivedere la vecchia serie Tv. A quelli che non hanno mai sentito parlare della trilogia in cinque volumi, che vadano a riprendersi i primi tre: Guida Galattica per gli Autostoppisti, Il Ristorante al termine dell'Universo e La Vita, l'Universo e tutto quanto.

Giudizio:

+2stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: E un'altra cosa...
  • Titolo originale: And Another Thing...
  • Autore: Eoin Colfer
  • Traduttore: Giuseppe Iacobaci
  • Editore: Mondadori
  • Data di Pubblicazione: 2010
  • Collana: Strade Blu
  • ISBN-13: 9788804600091
  • Pagine: 350
  • Formato - Prezzo: Brossurato - 17,50 Euro

29 dicembre 2014

Speciale Autori Irlandesi: Sei qualcuno? - Nuala O'Faolain

Nuala O’Faolain è stata una romanziera, giornalista, critica letteraria e produttrice irlandese. Nata a Dublino nel 1940, la O’Faolain formò la propria personalità letteraria in corrispondenza con la nascita del movimento femminista che inevitabilmente la influenzò come scrittrice e come donna.
Le sue opere si distinguono infatti per la capacità straordinaria di esporre la misoginia insita nella società in tutte le sue forme.
L'autrice raggiunse la fama internazionale col romanzo My Dream of You (2001) e con i due volumi di memorie Almost There (2003) e Sei qualcuno? (Are you Somebody?, 1996) di cui ci occuperemo in questa recensione. Trattandosi appunto di una biografia, il nostro solito excursus sul background dell'autrice si ferma qui, lasciando ulteriori dettagli alla trama del libro e alla recensione.
Per Nuala O’Faolain, seconda di nove figli in un’irrequieta famiglia di Dublino, la vita non è mai stata semplice: una madre a suo modo affettuosa ma incline all’alcol, un padre brillante ma poco affidabile, il conflitto con una cultura cattolica conservatrice e con un mondo chiuso alle donne: Unici antidoti contro la disperazione sono l’amore per i libri e la passione per la scrittura. Una storia che l’autrice ci racconta senza falsi pudori in una confessione che ha la ricchezza emotiva e la tensione narrativa di un romanzo: gli anni della scuola, i piccoli lavori per mantenersi, il femminismo, la fuga in Inghilterra e il ritorno in Irlanda, la solitudine, i fallimenti sentimentali. Sei qualcuno? È la testimonianza intensa e coraggiosa di una donna che, giunta alla mezza età, non ha paura di fare i conti con se stessa e con le proprie debolezze, al contempo, il ritratto pungente, commosso e non convenzionale di un paese e delle sue contraddizioni.

Recensione

Sei qualcuno? è la biografia romanzata della scrittrice irlandese Nuala O'Faolain. Di famiglia cattolica, figlia di un insegnante e di una giornalista di successo alcolizzata -, analizza nel suo memoir gli avvenimenti salienti della sua vita.

Dall’infanzia segnata dalle relazioni familiari con i genitori e i fratelli, emerge prepotentemente la figura della madre:

A quanto pare, poco dopo il matrimonio si era ritrovata sopraffatta. Aveva ceduto,come un cavallo zoppo, e lui non se n’era accorto, o forse sì, ma non era stato capace di aiutarla. Doveva essere successo tutto molto in fretta.
Accanto a un padre sempre assente, in viaggio, che sembra vivere su un altro pianeta, e ai fratelli e alle sorelle lasciati in balia di incerti destini, protagonista della sua infanzia e non solo è l’Irlanda. Un paese affamato, arrabbiato, agitato e tumultuoso, che viene ben descritto e reso nelle pagine dense e pulite del romanzo:
In fondo alla via principale di Malahide, dove la strada moriva trascurata e l’aria era profumata da una piccola fabbrica di caramelle, giravi intorno a un gruppo di case a schiera eleganti e decrepite, e giù, a riva, un uomo con una barca a remi[…]
Oppure ti mettevi sulla spiaggia di Malahide, con i panini alla marmellata e la bottiglia di latte, e per un penny la gente delle case lì intorno ti scaldava l’acqua per il tè.

Altra grande presenza di queste pagine è naturalmente la letteratura. Dopo gli studi, Nuala O'Faolain si dedica alla ricerca e lavora per la televisione. Nella vita privata insegue e si fa inseguire da amori e passioni; tra tutti spicca l’amore per la letteratura e la poesia, un amore definitivo e corrisposto:

La semplicità dell’ultimo verso, a cui si giunge dopo tutte le complessità della poesia, mi emoziona fin quasi alle lacrime. A questo passaggio, così come a tutti gli altri frammenti sparsi nella mia memoria, posso attingere sempre e ovunque. In ciò sta la grandezza, e non importa cosa sta accadendo, o cosa sembra stia accadendo intorno a me: che io sia ferma al semaforo o stia pelando patate.

Questa riflessione sulla letteratura non può non essere condivisa da chiunque la ami e ne senta la necessità: quando la terra trema intorno a noi, quando ci si chieda il perché si vive, quando si pensi a che cosa ci porterà il futuro, la parola letteraria è lì, accanto a noi, disponibile, la possiamo accarezzare per tenere a bada le nostre ansie, non ci sazia ma contribuisce a nutrirci, se abbiamo fame, è una noce fatata da tenere in bocca e rompere coi denti, se siamo ai bordi del fiume nero e dobbiamo arrivare di là.
Lo studio, la scrittura, la vita che ne esce, che ne sgorga calda, fumante e palpitante riempie le pagine del racconto e ce le rende visibili, reali, spesse e ruvide come certe lenzuola di cotone grezzo.

La città di Dublino ci viene restituita in un vortice di pennellate veloci, chiare e piene di colore.

Gli studenti si spostavano come guerriglieri per le vie del centro, quasi invisibili. Erano dappertutto. Si scambiavano i cappotti.

La storia si sviluppa nel tempo e cresce fino a diventare consapevole risposta a quella domanda iniziale: sei qualcuno? Ogni parola diventa personale espressione di sé, pensiero sulla vita e sul suo senso complessivo.

Sei qualcuno? ha avuto il merito riconosciuto di essermi piaciuto fin dall’inizio. Ho amato la protagonista e l’ho sentita vicina come fosse stata una sorella, per pensieri, idee e sentimenti sulla vita.
Lo stile, poi, mi ha conquistata, del tutto. Il lessico è quello duro degli scrittori irlandesi, ma la sintassi morbida e offerta con dolcezza al lettore; i periodi sono ben costruiti, come vestiti di ottima fattura nelle mani di una sarta esperta. Nessuna cucitura che non sia stata perfettamente rifinita, nessun bottone che ciondola, solo stoffa di eccellente qualità.
Per ogni frase un concetto, nessuna ripetizione ma semmai ampliamento del pensiero, nessuna ridondanza o riempitivo, solo sviluppo di idee e racconto. La sintassi risulta curatissima e raffinata nel piatto, anche se la materia narrativa è aspra e dolorosa, le riflessioni messe in campo sono pregnanti e sono il frutto di un cammino non certo facile, non certo leggero, che non è certo costato poco all’autrice.
Una biografia da leggere e da meditare. Io la regalerò ad una cara amica.

Giudizio:

+5stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Sei qualcuno?
  • Titolo originale: Are you Somebody? The Accidental Memoir of a Dublin Woman
  • Autore: Nuala O'Faolain
  • Traduttore: Anna Rusconi
  • Editore: Guanda
  • Data di Pubblicazione: 1996
  • Collana: Le fenici tascabili
  • ISBN-13: 9788882463465
  • Pagine: 258
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 8.50

27 dicembre 2014

Speciale Autori Irlandesi: Dracula - Bram Stoker

Nato a Clontarf, un sobborgo di Dublino nel 1847, Bram Stoker trascorse gran parte della sua infanzia da malato, salvo poi, guarito, trovare una robusta salute e diventare un eccellente sportivo. Dopo studi giuridici al Trinity College e l'inizio di una carriera impiegatizia, ben presto scelse la vita del teatro, in seguito all'incontro con un personaggio dal fascino ambiguo, l'attore Henry Irving, per il quale diresse il Lyceum Theatre a Londra.
La malattia infantile e la salute gracile prima, e l'incontro con il fascino spettrale del grande interprete di teatro poi, senza dubbio incisero molto sulla più conosciuta tra le sue opere, che è ancora oggi una pietra miliare delle letteratura dell'orrore e non solo, Dracula.
Se anche esistono in tutte le culture dei precedenti di leggende popolari sui morti che tornano dalla tomba per succhiare il sangue dei vivi, il primo esempio di vampiro moderno è il byroniano Lord Ruthven dal romanzo 'Il vampiro' di John Polidori (c'è dunque alle origini del mito anche un po' d'Italia) del 1819, e poi il Lord Varney di un romanzo d'appendice del 1847. Il vampiro, assurto al rango di aristocratico e di eroe oscuro, che curiosamente nasce per una gara quasi scherzosa, con parto quasi gemellare, insieme a un altro archetipo del genere, il Frankenstein di Mary Wollstonecraft, nella quiete elvetica di Villa Diodati, trovò però solo con l'opera di Stoker la sua definitiva fisionomia, quella del conte rumeno.

Lo scrittore irlandese infatti, dopo l'incontro del 1890 con il professore ungherese Arminius Vambery, si interessò al folklore mitteleuropeo e trasformò il vampiro-dandy byroniano nell'erede dell'impalatore Vlad Tepes, il conte Dracula, miscuglio di tradizioni popolari slave e fascino levantino, protagonista del romanzo omonimo pubblicato nel 1897.
Se le altre opere di Stoker, morto a Londra nel 1912, non hanno avuto grande successo, tuttavia la fama - questa davvero 'non spirata' - di Dracula, tra letteratura e cinema, è immensa. In particolare le gesta del vampiro hanno dato vita a innumerevoli trasposizioni sul grande schermo: di queste restano memorabili i Nosferatu di Murnau ed Herzog e il più recente e bellissimo Bram Stoker's Dracula di Coppola.


Scritto da Bram Stoker nel 1897, fin dal suo primo apparire Dracula ha fornito l'archetipo alle numerose storie di vampiri che si sono succedute nella letteratura e nel cinema. Ispirato alle figure storiche del principe romeno Vlad II detto Dracul («il diavolo») e di suo figlio Vlad III, l'Impalatore, Dracula-Nosferatu (colui che non muore, il 'non spirato') è un personaggio più che mai inquietante. Nel tratteggiarlo Bram Stoker ha dato fondo a tutte le risorse della sua fantasia e a tutti gli espedienti di un calibratissimo mestiere. Da queste pagine si sprigiona così una magia che giunge fino alle soglie dell'incubo.
Dracula rappresenta infatti in modo del tutto originale l'eterna vicenda della lotta tra il Bene e il Male, sullo sfondo di una storia che scaturisce direttamente dall'inconscio e, come tale, parla in termini che si impongono immediatamente alla fantasia di ciascuno di noi, per entrare nei nostri sogni più spaventosi. Né bastano esorcismi razionalistici a toglierle l'irresistibile suggestione, la possente ossessività che la pervade.

Recensione

"I morti viaggiano veloci"

In uno speciale sugli autori irlandesi non poteva mancare Dracula di Bram Stoker, uno dei primi e maggiori successi del genere horror, nonostante il giudizio dei critici sul valore letterario del romanzo sia generalmente piuttosto negativo. In effetti l'opera - che non ha creato, perché una base esisteva già, ma ha trasformato la leggenda del vampirismo in un archetipo dell'orrore della storia dell'uomo - non può essere considerata un capolavoro letterario. In ritardo rispetto alla moda dei romanzi gotici epistolari, molto diffusi tra '700 e '800, Dracula è però, nella sua patina vittoriana moralista, un ricettacolo di tutte le inquietudini fin de siécle, proiettato verso le angosce del secolo che sta per iniziare.

Di volta in volta il fascino magnetico del conte, capace di catturare e attirare a sé la mente delle sue vittime, è stato visto anche come una prefigurazione della capacità di alcuni personaggi, politici ma non solo, di trascinare le folle, quasi come un pifferaio di Hamelin. Anche il sottotesto 'erotico' del mito è estremamente importante per un racconto che nasce tra le mura puritane del perbenismo vittoriano: il rapporto tra Dracula e Lucy Westenra prima e Mina Murray poi, e quello con Jonathan Harker si tinge spesso di venature erotiche e assume quasi il carattere di un'iniziazione al taboo del sesso. Ancora un elemento originale è il legame tra religione cristiana e dimensione luciferina di Dracula che Stoker ha introdotto: il conte è in qualche modo una sorta di angelo ribelle condannato alla vivente morte e alla eterna fame di vitale sangue, perché, come recita Levitico 17,14: il sangue è la vita.

Gary Oldman è il Dracula di Coppola

Ma in fin dei conti tutto ciò che rende la figura di Dracula ancora viva ai giorni nostri è stato analizzato, decostruito, sminuzzato e ponderato in oltre un secolo di letture e trasposizioni. Rimane il racconto, un romanzo che parte con delle lettere. Stoker costruisce la storia mettendo insieme non solo lettere, quelle dell'agente immobiliare Harker, in viaggio di lavoro in Transilvania, alla fidanzata Mina e viceversa. Ci sono anche i diari di Mina stessa e di Jonathan, la corrispondenza tra Mina e Lucy, articoli di giornali su fatti di cronaca legati all'arrivo di Dracula a Londra, il diario di bordo della nave fantasma Demeter, i diari 'scientifici' dello psichiatra Jack Seward e dello scienziato metafisico Abraham van Helsing, che parla a volte in un inglese stentato, date le sue origini olandesi, e varie altre fonti.
Se è vero che in parte questa scelta è dovuta a un pensiero rivolto anche alla rappresentazione teatrale di Dracula, con l'attore-mentore di Stoker, Henry Irving quale ispiratore del conte, è però altrettanto evidente che l'autore ottiene così anche un altro risultato: riesce a presentare lo stesso personaggio che sfugge a ogni definizione come ai lacci del tempo da diversi punti di vista, quasi in un gioco impressionista ante litteram d'ombre o di specchi.

Si tratta dunque di un romanzo corale, perché corale è la lotta del bene contro il male e il successo finale arriva solo grazie all'unione e al sacrificio del gruppo, mentre al contrario nella divisione il vampiro si insinua come una nebbia sottile. Dracula emerge come nemico pubblico, titanico nella sua oscura grandezza, estraneo perché proviene da un altrove geografico e metafisico, e coagula contro di sé le resistenze di tutto il mondo civile e rispettabile, quello dei due sposi novelli, Jonathan e Mina; della scienza, Seward e van Helsing; dell'aristocrazia di vecchia e nuova data, Athur Holmwood e Quincey Morris.

L'ombra del Nosferatu di Murnau
Paradossalmente il protagonista del romanzo di Stoker è l'unico che parla sempre per interposta persona. Le sue parole, le sue azioni sono sempre riferite, mai dirette. La sua statura mostruosa e ipnotica insieme, i suoi poteri di mutaforma lo rendono un enigma insondabile, come la morte che simboleggia, un elemento infestante, come un morbo, dunque da cancellare dalla faccia della terra in nome della rispettabilità dei suoi abitanti naturali, gli uomini civilizzati, e per la salvezza di Mina, emblema di purezza che il male tenta di contaminare. Pare dunque tutto sommato naturale che rispetto a un tale avversario gli altri personaggi risultino appiattiti. Solo ciò che entra in contatto con il conte sembra acquisire uno spessore psicologico, e non positivo: è il caso della follia di Renfield e della trasformazione di Lucy in spettro che rapisce bambini innocenti.

Follia e violenza, seduzione e mistero sono le armi che il vampiro usa per scardinare l'ordinato e stabile mondo londinese moderno, sono le strategie che minano le sicurezze borghesi dei protagonisti e ne mettono a dura prova le convinzioni.
In effetti questo sottofondo così 'bourgeois' è davvero forte, se si guarda al racconto sottraendo la figura del vampiro. Jonathan ha la pedanteria, nel suo viaggio iniziale, di un giovane che non ha mai messo il naso fuori di casa, tanto da risultare involontariamente comico quando, di fronte alle superstizioni della gente che incontra in Valacchia, si propone di chiederne spiegazioni proprio al conte una volta arrivato al castello. Mina con la sua mania di copiare tutti i diari degli amici coinvolti nella caccia al vampiro con la sua macchina da scrivere fa la parte della segretaria pignola. Il dottor Seward assume i modi del medico scrupoloso fino all'eccesso nel descrivere le condizioni dei malati del suo manicomio per lenire le pene d'amore perdute, salvo poi cercare l'oblio nella morfina. Spesso i vari personaggi sottolineano come, pur con lo stomaco chiuso dal dolore dei lutti e dalla sofferenza spirituale causata dal vampiro, sia necessario consumare delle robuste e sostanziose colazioni, per essere nel pieno delle forze di fronte a un tale diabolico avversario. Lo stesso Dracula, contagiato dall'ambiente in cui vorrebbe infiltrarsi, a Londra, si dà alla speculazione immobiliare!

Perché in fin dei conti nel momento in cui il bene trionfa e Dracula trova la pace, quello che resta sono le solide, noiose,tradizioni della middle class britannica. E la rivincita del vampiro è sempre in agguato, nascosta nell'ombra dei desideri rimossi.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Dracula
  • Titolo originale: Dracula
  • Autore: Bram Stoker
  • Traduttore: Francesco Saba Sardi
  • Editore: Mondadori
  • Data di Pubblicazione: 2005
  • Collana: Oscar Classici
  • ISBN-13: 9788804543237
  • Pagine: 448
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 10,00

23 dicembre 2014

Speciale Autori Irlandesi: Il testamento di Maria - Colm Tóibín

Colm Tóibín nasce nel 1955 a Enniscorthy, nel sudest dell'Irlanda, secondo di cinque figli. Dopo aver studiato al college cattolico St. Peter, a Wexford, si laurea all'University College di Dublino nel 1975, per poi assecondare la sua inclinazione verso la Spagna, suscitata dalla lettura di Hemingway, trasferendosi a Barcellona dove resterà tre anni. A quest'esperienza sono ispirate le sue prime due opere, Sud e Omaggio a Barcellona (1990). Pur avendo deciso di proseguire gli studi conseguendo un master, sceglie di lasciare l'università per intraprendere la carriera giornalistica.

A Omaggio a Barcellona seguono i romanzi Fuochi in lontananza (1992), il cui successo permette all'autore di diventare scrittore a tempo pieno, Storia della notte (1996), parzialmente autobiografico, Il faro di Blackwater (1999), la raccolta di saggi Amore in un tempo oscuro: vite gay da Wilde ad Almodovar (2002), The Master (2004), sullo scrittore Henry James, Madri e figli (2006), Brooklyn (2009), La famiglia vuota (2010). Il testamento di Maria (2012) è attualmente il suo penultimo romanzo, piazzatosi nella rosa finale del Booker Prize 2013.
Temi ricorrenti nell'opera di Tóibín sono la società e la storia irlandesi (il nonno era un membro dell'IRA e il padre era politicamente impegnato nel partito repubblicano Fianna Fáil) e soprattutto l'identità omosessuale con cui molti dei suoi personaggi si ritrovano a confrontarsi.


Con una voce insieme tenera e piena di rabbia, "Il testamento di Maria" racconta la storia della Vergine, la storia di un evento sconvolgente che ha portato a un grande dolore. Per Maria, Gesù è un figlio perduto. E ora che, anziana, vive in esilio e nella paura, cerca di mettere insieme i ricordi dei fatti che hanno portato alla sua fine. Per lei Gesù era una persona vulnerabile, da proteggere, circondato da uomini che non le ispiravano alcuna fiducia. Da lontano ha assistito al suo "successo", fino al capovolgimento degli eventi: i giorni del processo e della passione. Quando la sua vita comincia ad acquisire la risonanza del mito, Maria decide di rompere il silenzio che circonda l'accaduto. Nel suo sforzo di dire la verità in tutta la sua complessità, emerge la sua statura morale, insieme a tutta la sua umanità di madre.

Recensione

The truth should be spoken at least once in the world.

Molti sono i romanzi che reinterpretano i Vangeli e la vita di Gesù. Molti meno sono invece quelli che scelgono di concentrarsi sulla figura di Maria, la Madre Vergine, che dopo essere stata affidata da Gesù in agonia all'apostolo Giovanni sostanzialmente sparisce dalla storia dei Vangeli. Il testamento di Maria è il lungo monologo colpevole di un'umanissima madre che, pur avendo amato indefessamente il figlio, non è stata in grado d'impedire che un ragazzo fragile e debole si trasformasse in un arrogante sedicente profeta e trovasse la morte dopo lunghi e penosi tormenti.
La voce di Maria risuona dalla sua vecchiaia solitaria a Efeso, dove, sottoposta alla podestà di due prepotenti e poco rispettosi apostoli che, non paghi di aver condotto il figlio su una cattiva strada, cercano di indurla a credere e a raccontare una versione dei fatti che lei ripudia, trova conforto negli dèi pagani piuttosto che nel giudaismo. Spiata, maltrattata con dispetto, insultata e continuamente interrogata perché i suoi resoconti sulla vita del figlio si accordino con la religione che gli apostoli intendono creare, Maria, priva di altro appoggio o altra protezione, si ripiega testardamente sui propri ricordi e sul proprio senso di colpa.

Prevedibilmente, Il testamento di Maria è stato additato dai soliti fanatici come un libro irrispettoso che trasuda l'odio di un autore disturbato. In verità l'intento di Colm Tóibín non è polemizzare con il cattolicesimo e con i Vangeli, ma narrare la storia di una madre addolorata che, con qualche riferimento in meno, avrebbe potuto essere la genitrice di un qualsiasi fanatico religioso condannato a morte. Il breve libretto - meno di cento pagine -, nonostante la candidatura al Man Booker Prize 2013, non coglie precisamente il segno: la voce di Maria si concentra più sul presente che sul passato, tralasciando di riportare la sua versione dei momenti su cui più i lettori s'interrogano, quali ad esempio l'annunciazione o la natività. Tóibín non si sbilancia più di tanto: nonostante Maria si rifiuti di credere che Gesù sia il figlio di Dio, un dio di cui forse non riconosce nemmeno l'esistenza, non può non testimoniare la realtà di alcuni dei suoi miracoli, come la resurrezione di Lazzaro, evento sovrannaturale cui non dà altra spiegazione.

Pur non aggiungendo con Il testamento di Maria nulla di nuovo o di sostanziale al panorama letterario sul tema, non si può comunque negare che Tóibín possieda una scrittura preziosa ed elegiaca: la novella incanta in alcune riflessioni amare e in alcuni passaggi ad alta drammaticità tra cui, prevedibilmente, il Calvario di suo figlio cui la madre disperata non può far altro che assistere in incognito. Senz'altro da leggere, come pure Alone of All Her Sex: The Myth and Cult of the Virgin Mary di Marina Warner, cui l'autore dichiara di essersi ispirato.

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Il testamento di Maria
  • Titolo originale: The Testament of Mary
  • Autore: Colm Tóibín
  • Traduttore: A. Pezzotta
  • Editore: Bompiani
  • Data di Pubblicazione: 2014
  • Collana: Narratori stranieri
  • ISBN-13: 978-8845275548
  • Pagine: 99
  • Formato - Prezzo: Rilegato, 15.00 Euro

14 dicembre 2014

Speciale Autori Irlandesi: TransAtlantic - Colum McCann

Colum McCann è nato a Dublino il 28 febbraio 1965. Figlio di un giornalista, dopo il diploma decide di seguire le orme del padre iscrivendosi nel 1982 al College of Commerce Rathmines, l’unica scuola di giornalismo dell’Irlanda; durante la frequenza del college vince il premio come miglior giornalista dell’anno per un suo articolo investigativo sulle donne vittime di abusi domestici.
Nonostante le lusinghiere esperienze come giornalista, nell’estate del 1986 decide di partire per Cape Cod (Massachusetts) con l’idea di scrivere un grande romanzo irlandese-americano; al termine dell’estate però non aveva scritto nulla e questo fece scricchiolare la sua convinzione di essere un novello Kerouc: “Ho capito che ero un bravo ragazzo, avevo uno stile di vita borghese e poco su cui scrivere. Dovevo fare qualcosa.” (Irish America June/July 2013). Prende una bicicletta e si propone dunque di girare gli Stati Uniti; durante questo viaggio itinerante ha modo di conoscere nativi americani, Amish, gente di colore, senza tetto ed emarginati: una miriade di esperienze che lo arricchiscono personalmente e lo aiutano a trovare un suo peculiare modo di scrivere. Nel 1998 ritorna in Texas (una delle mete del suo viaggio in bicicletta) e lavora con giovani a rischio di esclusione sociale; contemporaneamente frequenta l’università e inizia a scrivere racconti a carattere semi-autobiografico.
Nel 1992 si sposa e si trasferisce in Giappone con la moglie. Immerso in un silenzio produttivo, McCann scrive la raccolta di racconti Di altre rive (Il Saggiatore 2001; Fishing the Sloe-Black River, 1994), che aveva iniziato in Texas, e getta le basi del suo primo romanzo, La legge del fiume (Net 2002; Songdogs, 1995). Nel 1994 torna negli USA e si stabilisce a New York dove vive tutt’ora mantenendo la doppia cittadinanza, irlandese e statunitense.

Nei suoi lavori, Colum Mccann non parla direttamente di sé, ma preferisce concentrarsi su specifici argomenti che approfondisce e sperimenta egli stesso. Ciascuno dei suoi romanzi ha alle spalle almeno diversi anni di ricerche e, in molti casi, è frutto di esperienze dirette dell’autore con i personaggi e i luoghi della narrazione; ad esempio, nel suo ultimo romanzo TransAtlantic (2013; ed. ital. Rizzoli 2014) il materiale sulla trattativa per la pace nell’Irlanda del Nord proviene da interviste fatte da McCann stesso ad alcuni dei protagonisti di allora o ancora, per raccontare del volo transoceanico di Alcock e Brown, ha voluto pilotare un piccolo aereo e sperimentare l’effetto di un volo differente da quelli di linea a cui siamo oggi abituati. Aneddoti simili si possono raccontare per tutti i suoi romanzi: mentre lavorava a Zoli: storia di una zingara (Rizzoli 2007;Zoli,2006), libro ispirato alla vita della poetessa rom Zoli Natovna, McCann ha viaggiato attraverso Austria, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca trascorrendo diverso tempo nei campi rom per conoscerne da vicino la cultura.
McCann, come ha egli stesso dichiarato (Irish America June/July 2013), vuole immergersi nella Storia con i suoi romanzi; il suo intento è guardare agli eventi passati da un differente punto di vista per accedere a nuovi significati che diano senso alle sofferenze di chi, suo malgrado, è stato ha sperimentato su di sé le conseguenze della Storia. Così in Questo bacio vada al mondo intero (Rizzoli 2010; Let the Great World Spin,2009) la traversata delle Torri Gemelle compiuta il 7 agosto 1974 dal funambolo Philippe Petit diventa un espediente per immergersi nella vita dei newyorkesi e, per associazione, rievoca nella mente del lettore il ricordo dei tragici eventi dell’11 settembre, ma con un tono pacato e intenso che vuole essere catartico.
Column McCann, nominato nel 2003 uno dei migliori autori viventi dall’Esquire Magazine, ha al suo attivo numerosi premi letterari: nel 2001 gli sono stati attribuiti sia l’Hennessey Award (il più prestigioso premio letterario irlandese) sia il Rooney Award for Irish Literature per i racconti di Fishing the Sloe-Black River; nel 2002 gli è stato conferito l'Ireland Fund of Monaco Princess Grace Memorial Literary Award; nel 2009 ha vinto il National Book Award con il romanzo Questo bacio vada al mondo intero.


Terranova, 1919: gli aviatori Alcock e Brown fanno rotta sull’Irlanda nel primo tentativo di trasvolata atlantica senza scalo, affidandosi, per esorcizzarne gli orrori, a un bombardiere modificato della Grande Guerra. Dublino, 1845: in tournée oltreoceano per promuovere la sua sovversiva autobiografia, Frederick Douglass trova negli irlandesi un popolo aperto alla rivoluzionaria causa dell’abolizionismo, nonostante la devastante carestia che impone ai poveri sofferenze terribili persino agli occhi di uno schiavo americano. New York, 1998: lasciata a casa la giovane moglie e un figlio appena nato, il senatore George Mitchell parte per Belfast con il compito di condurre a termine le trattative di pace nella martoriata Irlanda del Nord. Questi tre emblematici viaggi sono legati tra loro da una misteriosa lettera che attenderà un secolo prima di essere aperta, e dai destini di quattro donne determinate a curare le ferite della vita con la dolce ostinazione della femminilità. Prendendo le mosse da un episodio reale, con TransAtlantic McCann ci consegna il suo romanzo più ambizioso e poetico: una costruzione dal respiro malinconico che mette superbamente in scena una meditazione profonda sulla Storia e sull’identità in un mondo che anno dopo anno si fa più piccolo, strabiliante e affamato di libertà.

Recensione

L’Irlanda.
Un magnifico Paese. Cionondimeno, un po’ selvaggio per un uomo.
L’Irlanda.

TransAtlantic ruota attorno a tre eventi storici che evidenziano gli stretti legami che intercorrono tra le due rive dell’Atlantico e, a differenza di quello che si potrebbe pensare, non si tratta di storie di emigrazione dall’Irlanda agli Stati Uniti poiché il luogo di partenza è il continente americano, mentre la costa irlandese è la meta da raggiungere.

Attraverso sguardi stranieri (cittadini americani che si trovano in Irlanda o irlandesi che tornano nella madre patria dopo molti anni) Colum McCann cerca di raccontare la storia irlandese e gli irlandesi stessi: mettere l’Atlantico tra sé e l’Isola Smeralda aiuta ad avere una prospettiva differente, uno sguardo che non risente dell’appartenenza culturale. Agli occhi di Frederick Douglass (colto uomo di colore partito nel 1845 da Boston per sfuggire alla sua condizione di schiavo), di Arthur Brown (aviatore inglese di origini statunitensi che nel 1919, insieme a John Alcock, effettuò la prima traversata atlantica senza scalo) e di George Mitchell (senatore degli Stati Uniti coinvolto nel processo di pace nordirlandese), l’Irlanda appare ricca di contraddizioni: passione per la politica e impegno per l’ottenimento di diritti civili negati da secoli danno vita a una miscela esplosiva che rischia di travolgere la quotidianità delle persone reali che dovrebbero essere i beneficiari di tale lotta lotta .

Frederick Douglass rimase in Irlanda circa tre anni e girò buona parte del paese per un ciclo di conferenze contro la schiavitù; egli trovò un paese messo in ginocchio dalla grande carestia (1845-1849) le cui cause sembravano non interessare nessuno dei suoi ospiti (né quelli irlandesi né quelli di origine inglese), i quali erano comunque ferventi sostenitori della causa abolizionista. Il disinteresse degli irlandesi per i problemi concreti sotto i loro occhi si contrapponeva a un grande sostegno alle lotta per l’affermazione del principio di uguaglianza: Douglass fu stupito da questa contraddizione che per lui si tradusse in un’esperienza del tutto nuova: nelle lettere che scriveva dall’Irlanda, disse che per la prima volta in vita sua si era sentito un uomo e basta, perché mai nessuno lo aveva apostrofato con il colore della pelle.

George Mitchell, senatore degli Stati Uniti, attraversò l’Atlantico nel 1995 su incarico del presidente Bill Clinton per mediare nelle trattative di pace tra i rappresentanti dei partiti politici nordirlandesi e il governo britannico; dopo tre anni di viaggi quasi settimanali, la sua opera diplomatica culminò nel 1998 nell’accordo di pace conosciuto come "Good Friday Agreement" (Accordo del Venerdì Santo) che mise la parola fine al conflitto nordirlandese. I policy makers irlandesi visti con gli occhi di Mitchell (dietro i quali ci sono quelli di Colum McCann) sono presbiti: sempre impegnati a discutere e a prendere coscienza, ad ampliare i margini di manovra sino a impantanarsi in sterili battibecchi; la gente comune, quella che il senatore incontra per strada o che lo serve nella mensa, è talmente rassegnata all’impossibilità di decidere del proprio destino da non riuscire a sperare più in nulla: hanno bisogno che la speranza arrivi da fuori, da un americano che ancora creda che le parole possono prendere il posto della violenza. Douglass e Mitchell rappresentano la Storia, quella che troverà posto nei manuali e sarà utilizzata per narrare, in modo sistematico e continuo, il corso degli eventi considerati di rilevo per l’umanità. Colum McCann sembra suggerirci che la Storia, per quanto accurata possa essere la ricostruzione dei fatti, fornisce solo una visione parziale e appiattita a un'unica chiave di lettura: è altrettanto fondamentale provare a seguire, o nel caso di un romanzo immaginare, gli eventi storici nella loro declinazione singolare attraverso gli effetti che hanno avuto nella vita delle persone.

Le vicende dei personaggi storici protagonisti del romanzo sono ricostruite con accuratezza ma altrettanta cura viene messa da McCann nella caratterizzazione psicologica e nel seguire, con un’opera di invenzione narrativa, la loro vita personale e come questa si intreccia (modificandoli e al tempo stesso modificandosi) con i fatti storici di cui sono stati protagonisti. Secondo la ricostruzione proposta dal libro, John Alcock ed Arthur Whitten Brown si fecero coinvolgere nell’iniziativa, lanciata dal Daily Mail nel 1918, di un premio in denaro offerto per il primo attraversamento senza scalo dell'oceano Atlantico perché avevano bisogno di cancellare la loro esperienza di piloti di guerra con un’impresa eroica che togliesse di dosso la guerra dagli aerei, sino ad allora utilizzati prevalentemente come arma di morte, e in definitiva da loro stessi che di quelle armi erano stati lo strumento. Alcock e Brown partirono dall’isola di Terranova (Canada) nel giugno del 1919 e dopo 72 ore di volo atterrarono in mezzo alle placche di torba dell’Irlanda Occidentale, una vittoria dell’uomo sulla guerra, il trionfo della perseveranza sulla memoria.

In TransAtlantic la Storia, vista in controluce attraverso le gesta dei quattro personaggi realmente vissuti, si interseca con la storia di altrettante donne, invenzioni letterarie, le cui vite risentono pesantemente degli accadimenti del loro tempo e che sono le vere protagoniste del romanzo. Le parti a esse dedicate sono quelle più scorrevoli e coinvolgenti, mentre i capitoli dedicati alla riscrittura delle vite di Douglass, Alcok, Brown e Mitchell risentono di un’abbondanza di particolari e di analisi psicologiche che appesantiscono il racconto.

La mia valutazione non è di quattro stellette piene ma, tutto sommato, il libro si legge con piacere e permette di approfondire aspetti della Storia spesso sconosciuti o, comunque, trascurati dai manuali scolastici. Ho trovato frettoloso il finale, come se, all’improvviso, ci fosse la necessità di controbilanciare i fatti di vita e di morte narrati con una dose di ottimismo e buoni sentimenti che stride con il tono generale del romanzo.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: TransAtlantic
  • Titolo originale: TransAtlantic
  • Autore: Colum McCann
  • Traduttore: M. Magri
  • Editore: Rizzoli
  • Data di Pubblicazione: settembre 2014
  • Collana: Scala stranieri
  • ISBN-13: 978-8817075664
  • Pagine: 352
  • Formato - Prezzo: Copertina rigida –Euro 19,00

10 dicembre 2014

Speciale Autori Irlandesi: Dove è sempre notte - John Banville

John Banville (Wexford, 8 dicembre 1945) è un romanziere e giornalista irlandese. Il suo romanzo La spiegazione del fatti (1989) è stato candidato per il Booker Prize e ha vinto il premio Guinness Peat Aviation. Il suo diciottesimo romanzo, Il mare, ha vinto il Man Booker Prize nel 2005.
Dove è sempre la notte è il primo dei cinque romanzi che ha scritto con lo pseudonimo di Benjamin Black.

Banville è conosciuto per la sua prosa precisa e fredda, caratterizzata da un'inventiva Nabokoviana, ne per l'umorismo nero del suo spesso malizioso narratore. Ha dichiarato di voler dare alla sua prosa «il tipo di solidità e spessore che ha la poesia».


Una sera, dopo aver partecipato a una festa d'addio ai piani alti dell'ospedale, l'anatomopatologo Quirke scende a cercare un po' di quiete nel proprio studio, dove scopre suo cognato, un famoso neonatologo, intento a compilare una cartella clinica. E nota, con altrettanta sorpresa, la presenza di un cadavere di cui non sapeva niente: si tratta di una giovane donna, il suo nome è Christine Falls. Quirke ancora non lo sa, ma da quel momento niente sarà più come prima. Siamo nella Dublino cattolica e perbenista degli anni Cinquanta, piena di pub dove annegare profonde solitudini. Quirke è un medico affermato, ma anche vedovo da anni di una donna della buona borghesia irlandese, e nell'alcol trova spesso rifugio. Eppure, con quella sua figura pencolante, il fascino dell'uomo vissuto e un po' disperato, difficilmente rinuncia a chiarire le situazioni oscure: chi era Christine Falls? Che cosa ci faceva suo cognato nel reparto di Anatomia patologica, a quell'ora?

Recensione

Banville ha una scrittura piacevole e raffinata, e pertanto, anche se piuttosto lento, questo romanzo noir si lascia leggere volentieri.
Gli ambienti ed i paesaggi in cui si svolge l’azione, anche quando avviene in luoghi aperti, hanno un’atmosfera cupa e claustrofobica, e alcuni personaggi, dotati di poteri discrezionali al di sopra della legge e la cui moralità è discutibile, fanno venire in mente i protagonisti surreali e pazzoidi dei romanzi distopici di Ballard.

Gli eventi si dipanano intorno agli anni Cinquanta e nel romanzo viene citata La Lavanderia della Madre di Misericordia, resa famosa nel film di Peter Mullan Magdalene (Leone d’oro a Venezia), il posto dove negli anni ’50 e ’60 nella cattolicissima Dublino venivano portate le ragazze madri e nel quale dovevano lavorare finché non avessero espiato il peccato. Teatro degli eventi non è solo Dublino ma anche Boston, di cui è originario uno dei personaggi principali e dove si conclude praticamente la storia.

Il protagonista di Dove è sempre notte è Quirke, anatomopatologo che, cresciuto in un orfanotrofio, è stato adottato a suo tempo dal giudice Griffin, capo di una ricca famiglia, padre di un figlio chiamato con il diminutivo Mal, verso cui non sembra avere mai avuto grande trasporto. Quirke, crescendo, è diventato un uomo grande e grosso. È sempre vestito con un soprabito scuro, cappello a tesa larga e sigaretta in bocca. Ricorda per taluni aspetti Maigret di Simenon ma, a differenza di questi, è una persona tormentata, alla ricerca di una pace interiore che non riesce a trovare e che lo porta ad isolarsi dagli altri. È inoltre un forte bevitore e sono rare le volte che non appaia, se non ubriaco, almeno alticcio. Risulta un po’ strano che nessuno trovi da ridire sul suo comportamento e tutti riescano a giustificarlo con il fatto che, quasi vent’anni prima (!), la moglie fosse morta di parto. In realtà Quirke pensa di essere ancora innamorato della cognata (sorella della moglie) con cui aveva avuto un rapporto affettivo prima che la futura moglie gli facesse una di quelle "offerte" che non si possono rifiutare e a cui non aveva saputo resistere. In ogni caso la cognata -che evidentemente, a differenza della sorella, si era rifiutata di concedersi prima del matrimonio-, aveva poi sposato il fratellastro di Quirke, da cui aveva avuto una figlia, rovinando ulteriormente i già problematici rapporti fra i due fratellastri. A complicare i rapporti, una volta cresciuta, la nipote di Quirke si era infatuata dello zio, una situazione particolarmente drammatica, quindi, se non facesse venire in mente una telenovela alla Beautiful, ma diamo atto all'autore di averla saputa gestire senza cadere nel ridicolo. Non c'è peraltro da stupirsi se il protagonista cercava di superare le problematiche familiari diventando assiduo frequentatore dei bar locali, come questo:

A Quirke il McGonagle’s piaceva soprattutto in prima serata, quando c’era soltanto qualche cliente abituale. Si stava molto tranquilli seduti lì, sulla panchetta di velluto rosso macchiato che odorava di carrozze ferroviarie, a dare una scorsa ai giornali e sonnecchiare, confortati dal whisky, dal fumo delle sigarette e dalle prospettive delle lunghe e pigre ore prima dell’orario di chiusura.
Nonostante la tendenza alla solitudine, ciò non toglie che Quirke vada a letto con un considerevole numero di donne, abbastanza accorte, peraltro, da non volersi legare a lui, ben intuendo che si sarebbero ritrovate con una insopportabile palla al piede.

Buone le caratterizzazioni dei personaggi, sia positivi che negativi, ma, mentre i primi sono anime tormentate e insicure, i secondi risultano lucidi e consapevoli di ciò che vogliono ad aumentare il dubbio che la società si evolva in maniera positiva.
È un romanzo tenebroso, quindi, da leggere solo se non si ha la tendenza alla depressione e da gustare senza fretta ma con critica ironia.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Dove è sempre notte
  • Titolo originale: Christine Falls
  • Autore: John Banville
  • Traduttore: Marcella Dallatorre
  • Editore: Guanda
  • Data di Pubblicazione: 2007
  • Collana: Narratori della Fenice
  • ISBN-13: 9788882469948
  • Pagine: 367
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 16,50

5 dicembre 2014

Speciale Autori Irlandesi: Stanza, letto, armadio, specchio - Emma Donoghue

Emma Donoghue è una scrittrice, storica, commediografa irlandese, nata a Dublino nel 1969, sebbene da diversi anni si sia trasferita in Canada, paese di cui ha ottenuto la cittadinanza nel 2004, nel quale vita con la compagna e i due figli.
Dopo essersi laureata in Arte all'Università di Dublino e aver conseguito un dottorato in Inglese a Cambridge, la Donoghue inizia la sua carriera di scrittrice nel 1994 con Stir Fry, un romanzo di formazione sulla scoperta della propria sessualità da parte di una giovane donna che ricevette la nomination al Lambda Literary Award. Sempre a tema LGBT è la sua seconda opera, Hood (1997) che vinse quell'anno l'American Library Association's Gay, Lesbian and Bisexual Book Award.
A partire dal romanzo successivo, Il nastro rosso (Slammerkin, 2000), l'autrice si concentra maggiormente sulla fiction storica ricevendo diversi riconoscimenti, tra cui l'arrivo tra i finalisti dell'Irish Times Irish Literature Prize for Fiction e la vittoria del Ferro-Grumley Award for Lesbian Fiction nel 2002, sebbene il libro non tratti in realtà tematiche LGBT.

La passione per il romanzo storico si manifesta ancora con The Sealed Letter (2008), opera che si rifà ad un fatto realmente accaduto, uno scandaloso divorzio che a fine '800 interessò l'opinione pubblica britannica e che ancora una volta porta l'autrice a conquistare il Lambda Literary Award.
La consacrazione arriva però definitivamente nel 2010 quando la Donoghue pubblica Stanza, letto, armadio, specchio (Room), romanzo che la porta fino alla short-list del Man Booker Prize oltre che del Governor General's Awards canadese. Il libro, il secondo dell'autrice a essere tradotto in italiano, ha vinto inoltre il premio Rogers Writers' Trust Fiction Prize e l'Irish Book Award . Quest'anno Emma Donoghue ha pubblicato il suo ottavo lavoro, Frog Music, ancora un romanzo storico ambientato nella San Francisco di fine '800, ancora la storia di una donna forte e indipendente alle prese con un pericoloso assassino.


 Jack ha cinque anni e la Stanza è l'unico mondo che conosce. È in quel luogo chiuso all'esterno che è nato e cresciuto, è lì che vive con Ma', senza esserne mai uscito. Con Ma' impara, legge, mangia, dorme, gioca. I suoi compagni sono gli oggetti contenuti nella Stanza, si chiamano Letto, Specchio, Piumone, Labirinto. Di notte a volte Ma' lo chiude dentro Armadio e spera che lui dorma quando Old Nick viene a farle visita. La Stanza è la casa di Jack, ma per Ma' è la prigione dove Old Nick la tiene rinchiusa da sette anni. Grazie al suo amore e alla sua determinazione, Ma' ha creato per Jack una straordinaria possibilità di vita, gli ha costruito intorno un mondo forse migliore del nostro. Per lui non esiste altra realtà, e quella che filtra dalla Tv non esiste davvero. Però Ma' sa che non potrà mai essere abbastanza, né per lei né per Jack. E così escogita un piano per fuggire, contando sul coraggio di quel bambino un po' speciale, e su una buona dose di fortuna. Ma non sa quanto sarà difficile il passaggio da quell'universo chiuso al mondo là fuori...

Recensione

Ogni tanto accendiamo la tv e scopriamo l'esistenza di qualche nuovo mostro che ha pensato fosse nei suoi diritti sequestrare una o più ragazzine indifese per tenerle chiuse in qualche scantinato, pronte a soddisfare i suoi capricci. Natascha Kampusch, Elisabeth Fritzl, Amanda Berry, sono nomi divenuti tristemente noti per la particolare crudeltà dei sequestri subiti e accanto alla gioia per la loro liberazione si affianca sempre l'orrore per le condizioni in cui sono state costrette a vivere e il dubbio se mai potranno avere una vita normale dopo un'esperienza di questo tipo.

Emma Donoghue decide di affrontare questo tema oramai familiare da una prospettiva del tutto originale, quella di un bimbo di cinque anni, nato e cresciuto "in cattività", frutto dei ripetuti stupri subiti dalla madre, segregata ormai da sette anni.
La vicenda, quindi, è interamente raccontata dal piccolo Jack, una scelta narrativa che è la principale responsabile dell'interminabile sequela di lodi ricevute da questo romanzo, che per i suoi fan ha il merito di riprodurre il modo di pensare e di esprimesi di un ragazzino appena cinquenne come nessun altro. Pur non avendo figli ho abbastanza esperienza con bambini di quell'età da poter dire che la Donoghue ha effettivamente fatto un buon lavoro nel ricreare il linguaggio e i pensieri di Jack: le deduzioni sorprendenti affiancate dalle più tenere ingenuità, l'inevitabile testardaggine ed egoismo, i capricci improvvisi e, ammettiamolo, l'occasionale pesantezza sono tutte caratteristiche che ritroviamo facilmente in un ragazzino di quell'età, anche se l'autrice a volte "si distrae" e immagina che il suo protagonista sia in grado di comprendere e gestire concetti come il sarcasmo e la depressione, il che mi è sembrato piuttosto improbabile.

Ammettendo comunque che la scrittrice abbia raggiunto un risultato decisamente sorprendente, viene però da chiedersi se la sua sia stata una scelta felice. Per quanto sia convinta che molti lettori abbiano considerato il piccolo Jack "dolcissimo e carinissimo" sono altrettanto certa che un altro grosso gruppo a lungo andare si sia un po' esasperato nel dover leggere un libro dalle tematiche così complesse attraverso le parole di un bambino dell'asilo. Confesso candidamente di appartenere alla seconda categoria: per quanto abbia trovato il punto di vista di Jack tenero e sorprendente, dopo alcuni capitoli non ho potuto fare a meno di trovarlo un tantino irritante, anche perché il vedere tutto dal suo punto di vista mette un grosso filtro alle emozioni e alle sofferenze della madre che il bambino giustamente può comprendere solo in parte, riuscendo solo a condensarle in un emblematico "Ma' è furiosa".
Quello che si percepisce bene è l'evidente esasperazione della donna, rinchiusa per sette anni in un capanno per gli attrezzi di pochi metri quadri con la sola compagna del figlio che assolutamente non comprende la drammaticità della situazione e perché la madre sia così infelice di vivere nella Stanza. La sua vera sofferenza però, la sua costante paura per se stessa e per il figlio, il suo precario equilibrio psicofisico arrivano solo a tratti e sicuramente il racconto non rende la claustrofobica sensazione che vivere in uno spazio tanto limitato sicuramente comporta (anche se, da questo punto di vista, la mia ansia ringrazia).
Per Jack infatti, che ignora che al di là delle sue quattro mura esiste un mondo vastissimo, vivere nella Stanza non è una sofferenza così grande: è il mondo là fuori che lo terrorizza letteralmente, quando finalmente scopre che ne esiste uno. L'autrice fa sicuramente un lavoro molto migliore nel mostrare le difficoltà del bambino a integrarsi con la realtà una volta liberato, la sua incapacità di comprendere cosa è vero e cosa non lo è, la sua paura di tutto e tutti e la suo rifiuto di staccarsi da una mamma con cui ha praticamente vissuto in simbiosi dalla nascita rispetto a quanto fa per la madre, verso la quale non possiamo avere però che la più profonda stima per la sua capacità di non perdersi d'animo e per i suoi tentativi di far vivere al figlio una vita il più normale possibile.

Tuttavia, l'impressione generale, terminata la lettura, è che quasi ogni aspetto di questa storia sia stato trattato con una certa dose di superficialità, a partire dalla rocambolesca fuga dei due, un po' troppo facile per esser vera e decisamente al di sopra delle capacità di un bimbo problematico come Jack, fino al tempo relativamente breve che madre e figlio impiegano per reinserirsi nella società. A questo riguardo, ho trovato l'atteggiamento degli adulti del romanzo verso i limiti "sociali" di Jack sia incredibile che scioccante; se da un lato è facile capire che Ma', già schiacciata dai suoi problemi, abbia poca pazienza per gestire le idiosincrasie del figlio, il modo in cui tutti gli altri adulti rimangono ciechi o insensibili alle difficoltà del bambino è veramente irritante e incredibile: possibile che nessuno si senta in dovere di dare un paio di spiegazioni in più a questo povero ragazzino ogni volta che si trova di fronte a qualcosa di nuovo, in modo che non sia sempre terrorizzato da tutto?

Emma Donoghue ha sicuramente fatto una scelta originale e per certi versi coraggiosa, ma a tratti mi sono chiesta, un po' polemicamente, se l'autrice non abbia forse optato per la via più facile lasciando che fossero le parole di un bambino di cinque a anni a descrivere una situazione molto complessa dal punto di vista psicologico, giustificando in questo modo un certo grado di semplificazioni e superficialità.
Stanza, letto, armadio, specchio rimane un libro molto accattivante che si finisce facilmente in pochi giorni ma sono decisamente convinta che si potesse fare di più.

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Stanza, letto, armadio, specchio
  • Titolo originale: Room
  • Autore: Emma Donoghue
  • Traduttore: Chiara Spallino Rocca
  • Editore: Mondadori
  • Data di Pubblicazione: 2010
  • Collana: Scrittori Italiani e Stranieri
  • ISBN-13: 9788804603214
  • Pagine: 341
  • Formato - Prezzo: Copertina rigida - Euro 19,50

1 dicembre 2014

Dicembre: Speciale Autori Irlandesi

Il 6 dicembre 1921 a Londra viene firmato il trattato che conclude la guerra d’indipendenza irlandese: da quel momento l’Irlanda diventa uno stato autonomo (Irish Free State) anche se bisognerà aspettare il 1949 per la proclamazione della piena sovranità e la nascita della Repubblica. Questa ricorrenza ci è sembrata la giusta occasione per dedicare lo speciale di dicembre agli autori irlandesi, molti dei quali sono esponenti di spicco del panorama letterario mondiale: l’Irlanda, nonostante le dimensioni modeste e una popolazione che non raggiunge i cinque milioni di abitanti, può contare quattro premi Nobel (W.B. Yeats, G.B. Shaw, S. Beckett e S. Heaney) e l’attribuzione di diversi premi letterari internazionali ad autori irlandesi (Roddy Doyle, Frank McCourt, Column McCann).

La produzione letteraria irlandese sin dal suo sorgere è stata legata alle esperienze storico-politiche, alle dominazioni e alle vicende della lotta per l'indipendenza; la stessa scelta della lingua da utilizzare (gaelico o inglese) ha rappresentato, per la maggior parte degli autori, una precisa scelta politica. Dal XVIII secolo, con l’inizio del dominio inglese, la lingua usata è stata quasi prevalentemente l’inglese nel tentativo di raggiungere un pubblico più vasto. Questa fu proprio la scelta di Jonathan Swift (1667-1745), autore di romanzi (il più famoso è I viaggi di Gulliver del 1726) e pamphlet, considerato tra i maggiori esponenti della letteratura in lingua inglese e uno dei più grandi scrittori satirici mai esistiti. Lo scioglimento del parlamento irlandese (Act of Union, 1800) e l’unificazione di Irlanda e Gran Bretagna ebbe come conseguenza immediata il divieto di utilizzare il gaelico. Dublino perse la sua centralità culturale e molti intellettuali (tra cui Oscar Wilde) si trasferirono a Londra. Tuttavia che le origini irlandesi di Oscar Wilde (1854-1900) non andranno mai perdute, si pensi all'umorismo e alla rappresentazione ironica della società inglese che caratterizza molte sue opere.

Altro autore di questo periodo, destinato per motivi differenti a lasciare traccia nella letteratura mondiale, è Bram Stoker (1847-1912) che pubblicò, nel 1897, Dracula, il conte vampiro ormai entrato a far parte dell’immaginario collettivo, ripreso o citato da numerosissimi autori in un numero pressoché incalcolabile di opere di fantasia. Stoker, come molti altri letterati a lui contemporanei, si interessò delle questioni politiche irlandesi sostenendo il movimento per lo Home Rule ovvero per l'istituzione di un parlamento nazionale a Dublino, con un governo e un'amministrazione autonomi. Stoker, tuttavia, era un monarchico convinto e riteneva che l’Irlanda dovesse comunque rimanere all’interno dell’Impero Britannico. Il recupero delle tradizioni e della lingua irlandese divenne l’obiettivo della Lega Gaelica, organizzazione letteraria fondata nel 1893 da Douglas Hyde (politico irlandese e primo Presidente della Repubblica d'Irlanda); in ambito più prettamente letterario, si parla di Celtic revival (Rinascimento celtico) per indicare un movimento culturale, espressione di patriottismo e nazionalismo, il cui principale ideologo fu William Butler Yeats (1865-1939). Il poeta (uno dei maggiori esponenti del modernismo) fu un grande sostenitore dell’indipendenza e prese attivamente parte anche alla vita politica occupando un posto nel Senato dello Stato Libero d’Irlanda dal 1922 al 1928. Nel 1923 fu insignito del Premio Nobel “per la sua poetica sempre ispirata, che con alta forma artistica ha dato espressione allo spirito di un'intera nazione”.

Il punto di riferimento del modernismo irlandese non fu però Yates ma James Joyce (1882-1941), considerato il padre di un nuovo genere conosciuto con il nome di Flusso di Coscienza (Stream of Consciousness), tecnica narrativa consistente nella libera rappresentazione dei pensieri personali. Joyce influenzò un’intera generazione di scrittori impegnati in un’intensa attività di sperimentalismo linguistico e narrativo. A differenza degli aristocratici esponenti del Rinascimento Celtico, la generazione di poeti e scrittori degli anni ’30 si ribello alla poetica di Yeats rivolgendosi, quale fonte di ispirazione, alla società irlandese dell’epoca costituita essenzialmente da piccoli proprietari terrieri e commercianti. Tra gli eredi di maggior prestigio di Joyce figura Samuel Beckett (1906–1989) geniale sperimentatore di forme in chiave linguistica e vincitore del Nobel nel 1969 “per la sua scrittura, che - nelle nuove forme per il romanzo ed il dramma - nell'abbandono dell'uomo moderno acquista la sua altezza”.

Il passaggio dal XIX al XX secolo fu segnato soprattutto da George Bernard Shaw (1856-1950), commediografo e narratore vincitore del Nobel nel 1925, che si interessò di una molteplicità di temi (la guerra, le conseguenze del capitalismo e la parità dei sessi): con la sua opera più famosa, Pigmalione, vinse anche un Oscar alla migliore sceneggiatura non originale nell’adattamento cinematografico del 1938.

La letteratura irlandese dagli ultimi sessanta anni del XX secolo al primo decennio del XXI secolo ha compiuto un cammino che, come sostiene Renzo Crivelli, è una progressiva metabolizzazione dei vecchi motivi attraverso la scoperta di nuovi codici espressivi: il cosiddetto rinascimento poetico irlandese contemporaneo che ha trovato il suo massimo esponente in Séamus Heaney (1939-2013), vincitore nel 1995 del Premio Nobel, attribuito con la seguente motivazione: “Bellezza lirica e profondità morale, che esalta i miracoli quotidiani e il passato vivente”.

Gli scrittori dell'ultima generazione, pur ispirandosi alla vita in Irlanda, hanno saputo interpretare il disagio di tutto il mondo giovanile contemporaneo in romanzi di grande successo; tra questi ci sono John Banville, Emma Donoghue, Roddy Doyle, Edna O'Brien, Joseph O'Connor, Nuala O'Faolain, Colum McCann, e Frank McCourt. Un filone di autori irlandesi si è distinto anche nel genere della fantascienza e del fantasy. Tra i primi si possono citare Bob Shaw (candidato nel 1967 al Premio Hugo e al Premio Nebula) e James White, autore nord-irlandese cui è dedicato il James White Award Science Fiction Short Story Competition, un concorso letterario per racconti di scrittori di fantascienza non professionisti di lingua inglese. Più noti al grande pubblico sono gli scrittori del secondo gruppo: Clive Staples Lewis (autore delle Cronache di Narnia, pubblicate tra il 1950 ed il 1956, e grande studioso di filologia), Michael Scott (autore della saga di Nicholas Flamel nonché studioso di mitologia e folklore irlandesi) ed Eoin Colfer (autore della saga di Artemis Fowl).


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