Visualizzazione post con etichetta Teatro. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Teatro. Mostra tutti i post

9 agosto 2017

Sherlock Holmes e lo strano caso di Alice Faulkner - Arthur Conan Doyle, William Gillette

Una famiglia aristocratica ingaggia il detective per recuperare alcune lettere compromettenti in possesso di Alice Faulkner, una giovane che, con quei documenti, avrebbe potuto vendicare la sorella, ingannata da un nobile e condotta alla morte. Alice, a sua volta, è stata raggirata da una coppia di truffatori e tenuta prigioniera in casa dove viene continuamente maltrattata perché continua a tenere segreto il nascondiglio dei documenti. A questo punto, Holmes interviene e cerca, a sua volta, di ingannare i due malfattori che si rivolgono al Professor Moriarty per recuperare ciò che cercano e per fare uccidere Holmes. Il loro piano e quello di Moriarty, però, falliscono e Holmes recupera le lettere compromettenti ma poi si rifiuta di consegnarle ai propri committenti in quanto, innamoratosi di Alice, ritiene che dovrebbe essere lei a decidere se restituirle. Quando Sir Edward Leighton, emissario della Corona e il Conte Von Stalburg gli chiedono conto delle indagini, Holmes ammette di aver fallito. Alice, che ha sentito tutto, si pente e restituisce le lettere: il suo gesto induce Holmes a iniziare con lei una storia d'amore.

Recensione

Leggere un testo teatrale, rispetto alla modalità di fruizione per cui viene scritto, cioè la rappresentazione scenica, è sempre una fatica. Vale anche per il giallo scritto quasi a quattro mani da Sir Arthur Conan Doyle e William Gillette, uno dei primi e più fedeli interpreti della sua creatura, l’investigatore con la pipa, sulle scene teatrali. Il valore della pubblicazione è quasi prettamente erudito visto che il motivo che rende importante la pièce teatrale è che da questo lavoro scritto da Conan Doyle insieme all’attore e impresario teatrale nel 1899 è stata tratta la sceneggiatura di uno dei primissimi film con Holmes protagonista, ancora muto e girato nel 1916 negli USA e del quale si credeva non esistessero più copie fino al 2014, quando una vecchia pizza del film muto è saltata fuori dalla Cinémathèque Française.

E va almeno menzionato il fatto che proprio dalle interpretazioni sulla scena teatrale dell’americano Gillette il britannico Holmes nasce l’iconografia classica del britannico Holmes: si devono a lui due tratti inconfondibili del personaggio, il berretto da cacciatore e la caratteristica pipa ‘calebassa’. Dunque il ruolo di Gillette nella creazione di un’immagine che fa ormai parte non solo della storia della letteratura, gialla e non solo, ma anche della cultura popolare è tutt’altro che secondario.

La presenza di una serie di indicazioni – all’interno del testo – molto precise su come l’azione scenica doveva svolgersi, sia per gli spostamenti degli attori e la loro interpretazione sia per le scenografie, se da un lato appesantisce notevolmente la lettura dall’altro fa parte di un modo di scrivere che si avvicina molto alle moderne sceneggiature per il grande schermo. La settima arte era appena agli inizi dei suoi sviluppi ma gli interpreti di Broadway erano già pronti a fare il grande salto in direzione Hollywood, e Holmes si guadagna un posto in prima fila nel tappeto rosso delle glorie in celluloide anche grazie all’abilità di Gillette, che infonde un’anima al personaggio.

Nonostante l’appesantimento dell’apparato di annotazioni e la difficoltà di leggere un testo pensato per essere visto, nella storia di Alice Faulkner si ritrovano tutti gli elementi più classici delle trame di Conan Doyle: lo scontro con l’antieroe maligno di Holmes, il genio del crimine Moriarty, che arriva qui, per la soddisfazione del pubblico pagante, allo scontro diretto con l’eroe; il rapporto con il jet-set di fine ‘800, la casa regnante di un Paese misterioso, e un ricatto legato a lettere pruriginose, secondo un topos consacrato nel racconto di Poe del 1845, ‘La lettera rubata’ con il detective Auguste Dupin; le ambientazioni thriller della Londra di fine secolo, percorsa dai fiacre e coperta da fitte nebbie nelle quali si aggireranno personaggi come il conte Dracula, il dr. Jekyll o Jack lo Squartatore, sospesi tra realtà e finzione; una vicenda sentimentale con la bella e virtuosa fanciulla in pericolo, il cui cavaliere soccorritore indossa gli abiti insoliti dell’investigatore schiavo contemporaneamente della sua ragione e dei paradisi artificiali cui si accede con la soluzione al 7 per cento, ma non – o perlomeno non ancora – dell’amore.

In tutto questo cocktail di stilemi a volte un po’ triti e con tipico finale cinematografico si riconosce la mano di autori – Conan Doyle e Gillette – che conoscono bene i gusti del loro pubblico e sanno come titillarli, creando un prodotto da industria editoriale, come accade quasi sempre nel giallo, ma comunque di alta qualità e la pièce risulta essere una buona mescolanza di temi non originali ma già sfruttati in altri racconti come ‘Uno scandalo in Boemia’ e ‘Uno studio rosso’, tra i più famosi dello scrittore scozzese. Del resto che in fondo alle mirabolanti avventure di Holmes, Watson e company ci siano delle solide esigenze commerciali lo ricorda anche la copertina del libro, in cui i due protagonisti campeggiano con i volti dei loro ultimi, meritatamente fortunati, interpreti televisivi, Benedict Cumberbathc e Martin Freeman.

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Sherlock Holmes e lo strano caso di Alice Faulkner
  • Titolo originale: Sherlock Holmes
  • Autore: Arthur Conan Doyle, William Gillette
  • Traduttore: Alessandro Gebbia
  • Editore: Rogas Edizioni
  • Data di Pubblicazione: 2017
  • Collana: DarcyincontraDupin
  • ISBN-13: 9788899700096
  • Pagine: 240
  • Formato - Prezzo: paperback, Euro 16,90

26 settembre 2016

Harry Potter and the Cursed Child (Harry Potter e la maledizione dell'erede) - J.K.Rowling, John Tiffany, Jack Thorne

E' sempre stato difficile essere Harry Potter e lo è ancora di più ora che Harry è un impiegato del Ministero della Magia oberato di lavoro e con tre figli a cui badare.
Mentre Harry lotta con un passato che si rifiuta di rimanere tale, il suo figlio più giovane lotta con una pesante eredità che non ha mai voluto. Mentre passato e presente si fondono minacciosamente, padre e figlio imparano una sgradevole verità: il male a volte arriva da dove meno ce lo si aspetta.




Recensione

Vi riproponiamo la nostra recensione aggiornando i dettagli relativi alla pubblicazione italiana, avvenuta lo scorso 24 settembre.

Dopo averci stuzzicati per anni con piccoli racconti pubblicati su Pottermore, J.K.Rowling ha finalmente esaudito il desiderio di molti fan pubblicando una nuova avventura della saga del maghetto più famoso del mondo e l'ha fatto scegliendo una strada originale, quella della commedia teatrale.
Harry Potter and the Cursed Child è infatti una commedia in due parti andata in scena per la prima volta il 30 luglio scorso al London's Palace Theatre; il giorno successivo - che guarda caso coincide anche con la data di nascita di Harry - è stata pubblicata un'edizione speciale dello script, che quindi non è una versione romanzata della commedia ma è il copione vero e proprio, arricchito da alcuni brevi commenti iniziali per contestualizzare le scene e spiegare al lettore lo stato d'animo dei personaggi.

I lettori che hanno deciso di aspettare settembre, quando Salani pubblicherà la traduzione del libro, è bene quindi che siano preparati a ciò che si troveranno davanti: leggere un testo teatrale non è come leggere un romanzo e sicuramente toglie all'opera il fascino che deriva dal vederla rappresentata dal vivo. Per questo molti potranno pensare che non ha nemmeno molto senso scriverne una recensione senza averla vista in teatro, tuttavia ci sono caratteristiche della storia, dei personaggi e dei dialoghi che difficilmente possono cambiare tra testo scritto e la sua rappresentazione per cui è ancora possibile a mio parere farne una critica, pur tenendo presente questi limiti.

La storia prende il via 19 anni dopo gli eventi narrati in Harry Potter e i Doni della Morte e si rifà esplicitamente all'epilogo della saga in cui un maturo Harry accompagnava i figli al famoso binario 9 e 3/4 per prendere l'Espresso per Hogwarts. La scena viene ripresa per intero, compreso l'intenso dialogo tra Harry e il secondogenito Albus, preoccupato di finire tra i Serpeverde. Scopriremo presto che il piccolo Potter verrà smistato proprio in questa Casa e sceglierà come migliore amico nientemeno che il figlio di Draco Malfoy, Scorpius.

Queste le cose belle della commedia: forse influenzata da chi criticava i suoi libri per una distinzione in bianco e nero tra buoni e cattivi, la Rowling immagina per il suo storico eroe un figlio Serpeverde, imbranato negli sport e adorabilmente insicuro, afflitto dal confronto con famoso genitore. Anche l'amicizia col giovane Malfoy ha tratti piuttosto adorabili: due nerd schiacciati da aspettative e pregiudizi che si aggrappano l'uno all'altro in un intenso rapporto di amicizia dai sottintesi a volte velatamente romantici - almeno a mio modo di vedere -, anche se l'autrice decide di non approfondire quest'aspetto.

Purtroppo le note positive si fermano qui e a conti fatti sono davvero troppo poche per riscattare un'opera che mi è sembrata uno di quei sequel mosci di cui nessuno aveva realmente bisogno. E' impossibile infatti ritrovare qui la prosa scherzosa e originale della Rowling e non solo perché il format dello script teatrale non lo consente: i dialoghi sono piatti, scontati, forzati e sdolcinati fino all'inverosimile.
L'atmosfera zuccherina pervade l'intera opera ed è davvero difficile immaginare che certe frasi da soap-opera siano uscite dalla penna della stessa autrice che nelle opere passate aveva dato prova di un'accattivante ironia e un sentimentalismo mai banale o superficiale.
Tutto il contrario di quanto fatto in Harry Potter and the Cursed Child che tra rapporti di amicizia osteggiati fra membri di famiglie rivali, improbabili figli segreti spuntati da un nebuloso passato, paternità dubbie e melodrammi vari naviga tra l'imbarazzante e il ridicolo.

Ferisce in particolar modo la difficoltà nel ritrovare i personaggi a cui siamo tanto affezionati.
Forse la Rowling negli ultimi anni ha dedicato troppo tempo a leggere le teorie e le critiche dei fan e in quest'opera ha cercato di rispondere e porre rimedio un po' a tutto, compiendo a volte scelte in diretto constrasto con quanto affermato per anni finendo col fare un guazzabuglio insoddisfacente.
Ad esempio, una delle critiche più frequentemente mosse alla saga di Harry Potter è che un ragazzino testimone di tante tragedie come quelle vissute da Harry avrebbe dovuto mostrare forti disturbi emotivi e della personalità (una teoria da psicologi della domenica con cui non mi sono mai trovata d'accordo); l'autrice tenta ora di venire incontro a questa osservazione presentandoci il nostro eroe come un quarantenne un po' sciapo, con un incarico importante al Ministero della Magia ma che ancora ha incubi sulla morte dei genitori (seriamente: ancora?) e che fatica a instaurare un rapporto con il suo secondogenito per motivi che il racconto non arriva mai a spiegare davvero. L'approfondimento psicologico è infatti del tutto assente e qualche frase vaga e mal messa non basta certo a spiegare i presunti problemi di Harry, che per noi lettori è veramente difficile da immaginare mentre pronuncia frasi da fotoromanzo adolescenziale come "Vorrei tu non fossi mio figlio" o "Voi due non dovrete vedervi mai più!" (sic!).
Un trattamento ancora peggiore è riservato al povero Ron che qui è visto come un'annacquato surrogato della coppia Fred&George, intento solo a far scherzi che non fanno ridere nessuno e a presentarsi sulla scena con abiti invariabilmente sporchi di cibo per offrire commenti stupidi e non richiesti.
Hermione è solo una pallida ombra della sua versione adolescenziale, Ginny appare dolce, comprensiva e del tutto priva di personalità, la McGranitt appare solo per amore dei ricordi e il povero Silente ritorna sotto forma di ritratto solo per essere rappresentato come uno scaltro manipolatore emotivo.
Chi ne esce meglio sono i due cattivi "storici" Draco Malfoy e Severus Snape, e anche qui la Rowling dimostra di aver dato un po' troppo ascolto alle numerose fan fiction che negli anni hanno voluto dipingere Malfoy come una vittima incompresa, un cambio di rotta di 180 gradi rispetto a quanto dichiarato per anni dall'autrice stessa che si è sempre opposta all'immagine di un Draco dal cuore d'oro. In questa nuova opera, per assurdo, i commenti più saggi e maturi escono proprio dalla bocca di Malfoy, il quale è anche presente nei momenti di maggior spessore del racconto.
E come a ribadire che i personaggi bianco e nero non le appartengono, ecco ricomparire il vecchio Snape in una commovente sequenza in cui per l'ennesima volta viene ricordato che il suo puro e imperituro amore per Lily Evans lo rende di base un brav'uomo.

Purtroppo anche la trama manca di idee interessanti e non convince assolutamente. L'autrice aveva promesso che quest'opera avrebbe contenuto solo materiale nuovo invece scopriamo che i tre co-autori hanno giocato un po' sporco costruendo una storia basata su una Giratempo, con problematiche già viste in Harry Potter e il prigioniero di Azkaban,che tra l'altro consente loro di riciclare numerose scene del torneo Tremaghi di cui Harry fu protagonista ne Il Calice di Fuoco.
A differenze di quanto fatto nel terzo libro della saga, inoltre, qui i continui viaggi nel tempo sono gestiti con parecchie imprecisioni che si aggiungono ai numerosi buchi della trama e alla parziale mancanza di logica nelle azioni dei protagonisti e del nuovo cattivo. Su quest'ultimo non mi dilungo dato che dovrebbe essere uno dei pochi colpi di scena del romanzo, basti dire che è una figura pretestuosa, improbabile, eccessivamente melodrammatica e assolutamente non all'altezza di Colui-che-non-deve-essere-nominato.

Infine la struttura stessa della commedia lascia a desiderare, spezzettata com'è in mille brevi scene che spesso coinvolgono gli stessi personaggi e la stessa ambientazione della scena precedente,una struttura frammentaria che sinceramente fa pensare a un approccio un po' dilettantesco.

Leggendo Harry Potter and the Cursed Child mi è venuto spesso il dubbio di avere fra le mani una brutta fanfiction di quelle in cui si immagina un'allegra "rimpatriata" fra tutti i personaggi visti in tutta la saga che più che conversare si scambiano battute sui "vecchi tempi", affiancati dai rispettivi numerosissimi figli che ovviamente sono il ritratto dei genitori. Alla fine tutti sono amici, tutti si conoscono, tutti si vogliono bene come una grande e felice famiglia. Stomachevole e accettabile da una fan adolescente ma non da un'autrice matura e più volte mi sono chiesta se davvero le parole che stavo leggendo erano uscite dalla penna della Rowling. Il mio amore per quest'autrice mi porterebbe a addossare la colpa di questo scempio a Tiffany e Thorne, resta però il fatto che la Rowling ha messo il suo nome su quest'opera e deve averne approvato la versione finale e come sia stato possibile davvero non me lo spiego.
In definitiva questa commedia non fa che confermare la mia idea che le saghe concluse dovrebbero restare tali.

Giudizio:

+1stella+

Dettagli del libro

  • Titolo: Harry Potter and the Cursed Child
  • Autore: J.K.Rowling, John Tiffany, Jack Thorne
  • Editore: Little Brown
  • Data di Pubblicazione: 31 luglio 2016
  • ISBN-13: 9780751565355
  • Pagine: 343
  • Formato - Prezzo: Hardcover - Euro 21

Dettagli del libro (edizione italiana

  • Titolo: Harry Potter e la maledizione dell'erede
  • Autore: J.K.Rowling, John Tiffany, Jack Thorne
  • Tradittore: Luigi Spagnol
  • Editore: Salani
  • Data di Pubblicazione: 24 settembre 2016
  • ISBN-13: 9788869187490
  • Pagine: 368
  • Formato - Prezzo: Hardcover - Euro 19,80

11 gennaio 2012

Harvey - Mary Chase

Harvey, il grande e magico coniglio che solo l'amabile Elwood riesce a vedere, è il protagonista di una delle commedie di maggior successo di Broadway portata sul grande schermo da Henry Koster con l'indimenticabile film interpretato da James Stewart.
Una meravigliosa favola moderna divenuta un vero classico che continua a incantare grandi e piccini. Ora finalmente pubblicata in Italia.



Recensione

“Harvey” di Mary Chase è la sceneggiatura per una commedia teatrale in tre atti del 1944. Praticamente sconosciuta in Italia, quest’opera ha permesso alla sua autrice di vincere il premio Pulitzer per il teatro nel 1945. Nel 1950 fu poi adattata per il grande schermo, con protagonisti attori del calibro di James Stewart e Josephine Hull, entrambi vincitori dell’Oscar.

La storia è incentrata sulle vicende di Elwood P. Dowd, eccentrico personaggio benvoluto da tutti per i suoi modi da galantuomo di altri tempi. Elwood vive con la sorella Veta e la nipote Myrtle Mae in una grande casa da sempre proprietà della famiglia. Veta è un personaggio arrivista che cerca in tutti i modi di guadagnare spazio nell’alta società. I suoi tentativi vengono però vanificati dal fratello e dal suo amico Harvey, un coniglio invisibile alto un metro e ottanta che viene presentato da Elwood ogni volta che ci sono ospiti in casa, con il risultato di passare per matto gettando discredito anche sulla sorella. Esasperata, quest’ultima decide di farlo internare nella casa di cura gestita dal dottor Chumley.

Questo è l’inizio della trama, intessuta di una buona dose di ironici equivoci e una spolverata di psicologia. Il vero protagonista è Harvey, l’enorme coniglio invisibile che viene definito Pooka, una sorta di spirito delle leggende celtiche, da Elwood, ma che nessuno riesce a vedere. Qui c’è la novità della commedia: il protagonista principale non ha battute e non esiste se non nei gesti e nei discorsi degli altri personaggi. Gli equivoci sui quali si basa la commedia sono principalmente dovuti alla naturalezza con cui Elwood presenta il suo “amico immaginario” e all’esaurimento della sorella Veta che non riesce a comprendere come sia possibile che il fratello sia diventato improvvisamente “pazzo”, gettando la vergogna sulla famiglia. Anche nel secondo atto, quando la scena si sposta dalla casa dei Dowd alla casa di cura, tempio del razionalismo, Harvey porterà scompiglio, fino ad un finale inaspettato ma azzeccato nel terzo atto.

Premetto che questa è la mia prima esperienza di lettura di una commedia teatrale. Devo però dire che, proprio per la sua natura, l’opera non riesce a vivere nella sua interezza nella carta stampata. Per giudicare completamente il lavoro di Mary Chase è quindi consigliabile vederlo a teatro o nel film del 1950. Quello che giudicherò qui è la qualità dell’opera stampata, che è sopra la media, nonostante l’edizione avrebbe potuto essere più ricca e curata. Infatti qualche nota sull’autrice o una premessa sull’opera avrebbe aiutato il lettore a capire meglio l’opera, semisconosciuta in Italia. Letta adesso “Harvey” risulta una commedia sì ben scritta e con delle buone battute, ma anche datata, e richiede a chi legge uno sforzo per immedesimarsi nel contesto culturale americano degli anni ’40. Anche in questo caso una presentazione avrebbe aiutato.

In conclusione, “Harvey” è una lettura piacevole, che potrà occupare un’oretta del lettore con dialoghi molto buoni e situazioni divertenti. Fatto è che richiede al lettore anche uno sforzo aggiuntivo per immedesimarsi nel contesto, cosa che un’edizione più ricca di contenuti avrebbe aiutato. Purtroppo è un’opera valida che rischia di finire nel dimenticatoio anche a causa di un prezzo non proprio popolare.

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Harvey
  • Titolo originale: Harvey
  • Autore: Mary Chase
  • Traduttore: Sergio Jacquier
  • Editore: Tre Editori
  • Data di Pubblicazione: 2011
  • ISBN-13: 9788886755634
  • Pagine: 161
  • Formato - Prezzo: Brossura - 16,00 Euro

17 novembre 2011

Dal libro all'... anime: Romeo x Juliet

Oggi, per la terza volta, l'articolo tratterà di anime. Ma, se Gankutsuou si rivela un prodotto d'alto livello e Aoi Bungaku, oltre al suo valore in sé, ha il preciso intento di invogliare alla lettura dei classici nipponici, Romeo x Juliet non ha davvero alcuna pretesa artistica.

E' risaputo come non manchino opere derivate dal Romeo e Giulietta di Shakespeare, probabilmente il paradigma di tragedia d'amore più abusato nella storia della letteratura. L'opera derivata che vi presento oggi è un gradevole remake in chiave fantastico-fantascientifica dell'arcinota tragedia shakespeariana, tra i cui personaggi figura persino una parodia dello stesso autore.



La vicenda è ambientata su Neo Verona, un continente fluttuante giustamente retto dalla dinastia Capuleti. Gli scenari sono vagamente rinascimentali, ma trasfigurati in un'ambientazione fantastica.
Una notte, in un cruento colpo di stato, i Montecchi usurpano il potere massacrando l'intera famiglia regnante. Un vassallo, Corrado, riesce tuttavia a trarre in salvo la piccola Giulietta Fiammata Astro Capuleti, di due anni.
Quattordici anni dopo, Giulietta è Odin: senza conoscerne la motivazione, è costretta a nascondere la sua identità sotto abiti maschili (noto topos shakespeariano, d'altronde); la sua innata sete di giustizia la porta a un doppio travestimento, in quanto Odin, a sua volta, assume sovente i panni del Turbine Rosso, lo spadaccino che difende i deboli di Neo Verona dalle oppressioni del tirannico granduca Leonte Montecchi. Insieme a un esiguo gruppo di fedeli alla causa dei Capuleti, Giulietta vive sotto il tetto e la protezione della nobile casata degli Shakespeare, il cui erede, il drammaturgo

William Shakespeare
William, ne diventa amico e confidente.
In una delle sue rocambolesche fughe, Odin incontra un giovane nobile che la aiuta a fuggire dai Carabinieri, e che diventa oggetto dei suoi pensieri. A causa di un malinteso, Giulietta, in vesti femminili, la stessa sera viene condotta dall’accompagnatore di una delle attrici di William a una festa nobiliare, dove rincontra il giovane venuto in suo soccorso. Costui altri non è se non Romeo Candore Montecchi, figlio del Granduca; e a Romeo non resta indifferente la bellissima ragazza seduta presso la fontana con un iris in mano, senonché la sera stessa il padre comunica a lui e a tutti i presenti che è stato promesso a una nobildonna, Ermione.
Proprio il giorno successivo, Giulietta compie sedici anni, e i suoi protettori le rivelano finalmente la sua vera identità: davanti alla tomba di famiglia, i vassalli rimasti fedeli giurano lealtà all'ultima erede, cui viene consegnata la spada con l'emblema dei Capuleti.

La trama è focalizzata su tre direttrici principali: la prima è chiaramente sentimentale, il conflitto famiglia-amore che impedisce ai due giovani amanti di stare insieme; la seconda è avventurosa, il rovesciamento della tirannia del Granduca Montecchi per opera di Giulietta, sia nei panni dell'ultima Capuleti che in quelli del Turbine Rosso; la terza, meno sviluppata, è fantastica, e si ricollega all'ambientazione: nei sotterranei del palazzo reale, custodito da una misteriosa donna di nome Ofelia, si cela un albero magico, l'Escalus (il nome, naturalmente, è ispirato al Principe di Verona della tragedia shakespeariana), supporto vitale dell'intero continente.
Mi piacerebbe poter dire che il livello dell'anime resta costante per tutti i suoi ventiquattro episodi, ma non è così: in seguito a un ottimo inizio, che lascia presagire uno sviluppo della trama privo di sbavature, l'anime divaga per diversi episodi (che in proporzione al numero totale non sono pochi) nel momento in cui Romeo e Giulietta tentano una fuga ma vengono catturati dalle guardie del Granduca. Il giovane riesce a impedire che Giulietta venga giustiziata, aiutandola a evadere, ma per questo viene esiliato da Neo Verona. Da questo momento in poi, la storia fluttuerà nel futile, tornando in carreggiata solo in vista della fine, alla quale restano troppi pochi episodi per svilupparsi in modo convincente.

Oltre alla coppia principale (che spesso e volentieri, com'è evidente, sperimenta un gradevole rovesciamento dei ruoli originali – non durante la scena del balcone, nel caso in cui ve lo stiate chiedendo), il cast è composto quasi esclusivamente da personaggi i cui nomi sono tratti da questa e altre opere del drammaturgo: Corrado, il capitano delle guardie che salvò Giulietta dal massacro (Molto rumore per nulla) e suo nipote Antonio (Il mercante di Venezia); Cordelia, migliore amica e protettrice della protagonista (Re Lear); Francesco e Curio, due fedeli spadaccini fedeli alla famiglia Montecchi (La tempesta e La dodicesima notte); Tebaldo, fratellastro di Romeo, Montecchi da parte di padre e Capuleti da parte di madre; Benvolio, migliore amico di Romeo; Mercuzio, suo viscido rivale del protagonista; ed Ermione, sua promessa sposa (Racconto d'inverno). Oltre a questi e a molti altri personaggi, è presente -come già accennato- lo stesso autore in versione parodica.

L'anime contiene in giusta misura umorismo, azione, romanticismo e drammaticità; i disegni, dal tratto pulito, sono semplici e gradevoli, curati gli sfondi e buone le animazioni. Ottima la colonna sonora, soprattutto la sigla iniziale (che spesso ricorre anche all'interno degli episodi): Inori – You raise me up, remake di una nota canzone composta e scritta rispettivamente da Rolf Løvland e da Brendan Graham.

L'anime, composto da 24 episodi, è stato prodotto dallo studio Gonzo (lo stesso di Gankutsuou) sotto la regia di Fumitoshi Oizaki, e trasmesso per la prima volta in Giappone nel corso del 2007, mentre in Italia è andato in onda per la prima volta nel 2009 sul canale Rai Sat, replicato nel 2010 su Rai 4. E' possibile acquistare i dvd italiani, sei in tutto, presso il rivenditore Yamato Video.



25 novembre 2009

Rosencrantz e Guilderstein sono morti - Tom Stoppard

Rosencrantz e Guildenstern, due giovani amici del principe di Danimarca Amleto, viaggiano a cavallo verso il castello di Elsinore, dove il nuovo re Claudio, zio e patrigno del principe, li ha fatti chiamare d'urgenza. I due giovani ignorano il motivo della convocazione, ma i loro animi sono turbati ed essi parlano di morte mentre attraversano un bosco dagli alberi scheletriti, dove incontrano una compagnia di attori girovaghi, il cui capocomico, uomo colto e beffardo, offre loro un saggio delle varie capacità dei suoi compagni. Al castello Rosencrantz e Guildenstern sono accolti affabilmente dal re, che ordina loro di interrogare Amleto per scoprire qual'è l'affanno segreto che lo tormenta.

Recensione

Commedia dell'assurdo in cui due personaggi minori dell'Amleto di Shakespeare, Rosencrantz e Guilderstein appunto, assurgono al ruolo di protagonisti in un'opera che è contemporaneamente commedia e dramma esistenzialista.

La storia prende il via con Rosencrantz e Guilderstein in viaggio verso la corte di Danimarca, impegnati in una partita di "testa o croce" che sembra non avere inizio né fine. Da quanto tempo giocano? Perché sono in viaggio? Chi li ha convocati e perché non hanno ricordo di chi erano prima dell'incontro con il messaggero del re che ha dato via a tutto? Stoppard gioca con la sovrapposizione tra vita "reale" e vita sul palcoscenico; è chi sta sul palco l'attore che segue un copione prestabilito oppure è quella la vita vera? In questo senso si inserisce il personaggio dell'Attore, figura che si muove liberamente davanti e dietro le quinte, reale sul palco, una maschera nella vita vera. E' proprio l'Attore che sembra avere le idee più chiare sul proprio ruolo e tenta di dare delle indicazione ai due protagonisti che, dal canto loro, non riescono neppure a stabilire chi di loro sia effettivamente Rosencrantz e chi Guilderstein.

Questo tipo di interrogativi innesca una serie di conversazioni tra i due che si risolvono ben presto in esilaranti corto circuiti, giochi di parole che si mordono la coda nell'insensatezza dell'essere.

Certo per apprezzarlo appieno andrebbe visto recitato; soprattutto nelle parti più comiche la semplice lettura non ha il "ritmo" giusto anche se l'effetto umoristico si avverte in ogni caso.

Nell'introduzione a questa edizione Tom Stoppard specifica che il suo intento era quello di scrivere un'opera esclusivamente comica, per questo rappresentazioni che puntavano all'esaltazione degli aspetti filosofici della commedia si sono rivelate dei fallimenti. Sarà, ma a me è sembrato impossibile non rimanere con un senso di angoscia, come di "vuoto" di fronte alle domande senza risposta di Guilderstein e al panico che esse suscitavano in Rosencrantz.

Dettagli del libro

  • Titolo: Rosencrantz e Guilderstein sono morti
  • Titolo originale: Rosencrantz e Guilderstein Are Dead
  • Autore: Tom Stoppard
  • Traduttore: L. Cuttitta
  • Editore: Sellerio
  • Data di Pubblicazione: 1998
  • Collana: Teatro
  • ISBN-13: 9788838912986
  • Pagine: 158
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 9,30
 

La Stamberga dei Lettori Copyright © 2011 | Template design by O Pregador | Powered by Blogger Templates