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31 dicembre 2014

Speciale Autori Irlandesi: I Commitments - Roddy Doyle

Roddy Doyle nasce nel 1958 a Dublino, dove vive tutt’ora. A partire dalla fine degli anni Ottanta ha pubblicato dieci romanzi (di cui uno, Paddy Clarke ha ha ha è stato premiato con il Booker Prize nel 1993), due raccolte di racconti, sette libri per bambini, alcuni romanzi brevi, due biografie e collaborato con alcuni periodici tra cui The New Yorker. Ha scritto anche per il teatro e per il cinema con alcune sceneggiature originali, ma anche con gli adattamenti di alcuni suoi romanzi per il grande schermo.

Molti dei suoi romanzi possono essere raggruppati a comporre cicli narrativi che ruotano attorno agli stessi personaggi: la Trilogia di Barrytown attorno alla famiglia Rabbitte, residente nel quartiere popolare dublinese di Barrytown alla fine degli anni Ottanta; il dittico La donna che sbatteva nelle porte e Paula Spencer attorno al personaggio di Paula Spencer, vittima di violenza domestica; L’ultima raccolta segue le vicende di Henry Smart, nato nel 1901, attraverso i grandi eventi della storia irlandese, a partire dalla Rivolta di Pasqua del 1916, passando attraverso la guerra d’indipendenza del ‘19-’22 fino all’emigrazione di massa verso gli Stati Uniti d’America e le vicende dell’IRA negli anni Settanta.
La protagonista assoluta dei suoi romanzi è la classe lavoratrice dublinese, sia che siano incentrati su temi quotidiani, sia che siano più strettamente legati alla storia irlandese.


A Barrytown, un quartiere popolare di Dublino, un gruppo di ragazzi decide di fondare una band di soul e rythm & blues ispirandosi ai grandi protagonisti del genere, da James Brown a Otis Redding. Si chiamano "Commitments", per esprimere un impegno radicale, senza mezzi termini. Ci sono Jimmy Rabbitte, il manager del gruppo; Joey The Lips, il mitico trombettista che ha suonato con tutti quelli che contano; Deco, il cantante dalla voce potente e il carattere impossibile e le tre coriste più sexy di tutta la città. La loro sarà una vicenda di successi e disastri, di splendide amicizie e formidabili litigi, di amori del tutto imprevisti e di abbandoni clamorosi.

Recensione

Siamo a Barrytown, quartiere (in realtà fittizio) del Northside dublinese. A noi italiani la differenza tra i quartieri a nord e a sud del fiume Liffey può sfuggire, ma esiste un’accesa rivalità tra gli abitanti della zona nord di Dublino, dove si trovano i quartieri più popolari, e quelli della zona sud, dove si trovano le case dei ceti più abbienti.
James “Jimmy” Rabbitte jr., autorità locale in ambito musicale, essendosi fatto una cultura investendo gran parte dei propri risparmi in dischi e riviste specializzate, convince due amici che si erano rivolti a lui per qualche consiglio ad abbandonare l’idea di mettere su una band in stile Depeche Mode silurando senza tanti complimenti l’unico proprietario di sintetizzatore disponibile, per spostarsi verso il soul e rythm, vera musica dei ceti popolari oppressi: la musica giusta per un posto come Barrytown, magari con qualche adattamento per strizzare l'occhio al pubblico della zona.
Jimmy pubblica su Hot Press un eloquente annuncio in veste di nuovo manager della band

“Se avete il Soul nell’anima, la Band più Proletaria del Mondo ha bisogno di voi. Rivolgersi a J. Rabbitte, 118, Chestnut Ave., Dublino 21. Non si prendono cafoni o gente della zona sud.”
riuscendo a raccogliere attorno a sé un gruppo di improbabili musicisti (alcuni non sanno ancora suonare i propri strumenti!) e tre coriste.

Dire di più senza rovinare la lettura altrui con degli spoiler è praticamente impossibile, quindi vengo al sodo: I Commitments è un romanzo breve e comicissimo, prima parte della Trilogia di Barrytown (i successivi libri, Bella famiglia! e Due sulla strada seguono le vicende della sorella e del padre di Jimmy, Sharon e Jimmy sr.), in cui chiunque abbia desiderato da adolescente di mettere su una band con gli amici può facilmente ritrovarsi.
Le prove in un garage, i primi concerti nella sala comune della parrocchia o nel pub del quartiere, le rivalità che possono sfociare in diverbi o risse, tutto è raccontato con estremo realismo un ritmo rapidissimo dovuto alla prevalenza dei dialoghi e al parlato e alla continua ripetizione dei testi dei pezzi (pochissimi!) che costituiscono il repertorio dei The Committments.

Una lettura che porta via solo qualche ora se si ha l’occasione, come in questo periodo festivo, di raggomitolarsi sul divano con un libro, ma che non lascia insoddisfatti.
Consigliato anche l’ascolto con colonna sonora: i brani di cui avete bisogno sono tutti elencati subito dopo la prefazione.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: I Commitments
  • Titolo originale: The Commitments
  • Autore: Roddy Doyle
  • Traduttore: Giuliana Zeuli
  • Editore: Guanda
  • Data di Pubblicazione: 2014
  • Collana: Le fenici
  • ISBN-13: 9788823507609
  • Pagine: 166
  • Formato - Prezzo: Brossura - 10,00 Euro

30 novembre 2014

Speciale italoamericani: Umbertina - Helen Barolini

Helen Barolini (nata Mollica) nasce a Syracuse, nello stato di New York, nel 1925, da genitori di origine italiana: i nonni materni emigrarono negli anni ‘80 dell’Ottocento dalla Calabria, quelli paterni dalla Sicilia.
Dopo essersi laureata con il massimo dei voti alla Syracuse University e aver conseguito una laurea di secondo livello alla Columbia University, si reca in Europa, dapprima per studiare letteratura inglese contemporanea a Londra, poi in viaggio come corrispondente per il “Syracuse Herald Journal” e infine in Italia.

Nel 1950 sposa lo scrittore e giornalista italiano di origini venete Antonio Barolini, per il quale tradurrà articoli che saranno poi pubblicati negli Stati Uniti da "The New Yorker", "Report" e altre pubblicazioni periodiche. Tra gli anni Cinquanta e Settanta vive con la famiglia un po’ in Italia, tra Roma e il Veneto, e un po’ negli Stati Uniti, dove tornerà a stabilirsi dopo la morte del marito nel 1971.
A partire dagli anni Settanta si dedica agli studi sulla letteratura e l’identità italoamericana, in particolare quella femminile. È autrice di diversi romanzi (Umbertina, Love in the Middle Ages, Crossing the Alps), alcune raccolte di poesie in inglese e in italiano, saggistica, ed è anche curatrice della prima raccolta interamente dedicata alle autrici italoamericane: The Dream Book: an Anthology of Writings by Italian-American Women (1985).


 Attraverso le vite di tre donne straordinarie, Umbertina ricostruisce la storia degli italoamericani dall’esodo di massa di fine Ottocento fino ai nostri tempi- Il romanzo si apre sulle vicende della donna che gli dà il titolo: una vera matriarca che, partita da un borgo poverissimo della Calabria interna, grazie a una volontà ferrea e a un senso primario e concreto della vita e delle cose che contano, sarà “il vero uomo della famiglia”, capace di decidere per il bene di tutti e di sottrarsi a un destino di precarietà nei ghetti degli emigranti a New York, sostituendolo con un florido stile di vita borghese. Marguerite, sua nipote, proverà a riallacciare il legame perduto con l’Italia; andrà a vivere dall’altra parte dell’oceano e sposerà uno scrittore italiano, ma la sua sarà un’esperienza ben diversa da quella della nonna, un’esperienza d’amore e di tormento. Tina, figlia di Marguerite, sarà infine il risultato ambiguo di una doppia appartenenza, all’Italia e all’America. Vicina alla grande matriarca persino nel nome, sarà lei a compiere il vero viaggio di ritorno alle radici, a riannodare fili interrotti e coscienze spezzate alla luce di una nuova consapevolezza, di un nuovo protagonismo femminile.

Recensione

Leggere Umbertina può essere assai difficile. Non tanto per i contenuti o lo stile ma per mere ragioni pratiche. Si tratta di un romanzo con una storia editoriale piuttosto travagliata, con poche edizioni presto scomparse dagli scaffali nonostante sia sempre citato, al fianco de Il Padrino di Puzo, come uno dei punti cardine dell’epica scritta dagli italoamericani nella seconda metà del Novecento.
La prima edizione di Umbertina è del 1979 ma anche negli Stati Uniti è stato necessario attendere il 1999 per averne una seconda. La prima traduzione italiana è comparsa nel 2001 per Avagliano Editore e attualmente è fuori catalogo. Per leggere questo libro, dunque, bisogna armarsi di una certa pazienza e sperare in una biblioteca ben fornita che lo abbia disponibile al prestito o in bancarelle particolarmente ben fornite del mercato dell'usato.
Ne vale la pena? Decisamente sì.

Pur essendo ispirato alla storia della famiglia dell’autrice, Umbertina è un’opera di fantasia in cui si racconta la storia della famiglia Longobardi, dalla partenza per l’America di Umbertina a fine Ottocento da un piccolo paese montano della Calabria, fino alla piena accettazione della bisnipote (Umber)Tina delle sue origini e della propria identità.
Il romanzo è diviso in tre parti, ciascuna intitolata alla protagonista di cui narra le vicende. La prima, “Umbertina”, ripercorre l’arrivo a New York con il marito e i figli, dall’inizio in ristrettezze economiche nei bassifondi di Manhattan, alla conquista della stabilità economica e dello status borghese a Cato. La seconda, “Marguerite”, narra il ritorno in Europa della nipote di Umbertina, a cui da piccola non è stato nemmeno insegnato l’italiano, il viaggio in Italia per cercare le proprie origini e il matrimonio con un intellettuale e poeta veneziano più maturo, la vita nel soffocante ambiente culturale romano perpetuamente divisa tra la propria educazione americana, che la spingerebbe a ignorare le proprie radici culturali, e la chiusura degli italiani, ancora arretrati anche per quanto riguarda la vita accademica e il diritto familiare (basti pensare, in particolare, al diritto al divorzio). È questa la parte più sentita del romanzo, in parte perché Marguerite condivide alcuni tratti biografici con la sua autrice (la sua appartenenza alla terza generazione italoamericana, la vita matrimoniale divisa tra Italia e Stati Uniti, il matrimonio con un intellettuale veneto), in parte perché la descrizione della vita culturale autoreferenziale romana degli anni Sessanta, di cui molti protagonisti sono assolutamente riconoscibili e che culmina nel vuoto della serata di consegna del Premio Strega. La terza parte, “Tina”, rappresenta il momento di sintesi. La figlia di Marguerite, testarda e concreta come la sua progenitrice emigrata negli Stati Uniti, riesce infine a trovare il modo di integrare le sue due culture e a chiudere il cerchio.

Senza essere un vero romanzo storico (le vicende storiche fanno capolino soltanto qua e là sulla pagina, appena accennate), Umbertina mostra in modo convincente le difficoltà non tanto dell’integrazione degli italiani in America, quanto quelle della sintesi per chi, ormai alla terza o quarta generazione, si trova a doversi costruire una propria identità americana, senza rinunciare completamente alla propria identità culturale, per quanto talvolta percepita come soffocante.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Umbertina
  • Titolo originale: Umbertina
  • Autore: Helen Barolini
  • Traduttore: Susan Barolini e Giovanni Maccari
  • Editore: Avagliano Editore
  • Data di Pubblicazione: 2001
  • Collana: Transatlantica
  • ISBN-10: 88-8309-016-0
  • Pagine: 511
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 17,56 (fuori catalogo)

8 luglio 2014

L’orrore e altre storie del soprannaturale - John Berwick Harwood

L’inglese John Berwick Harwood (1828-1886) fu un prolifico e noto romanziere, ma il suo talento di sottile indagatore delle pieghe nascoste della psiche umana nel suo incontro con l’irrazionale e l’inspiegabile, è stato riscoperto solo di recente. A riprova della sua predilezione per lo strano e l’inconsueto, egli utilizza come toile de fond dei suoi racconti atmosfere tradizionali con dimore infestate e misteriose, stanze disabitate e insolite location quali le labirintiche gallerie di una miniera di sale in cui si materializzano simbolicamente gli incubi e le fobie dei suoi personaggi in un caleidoscopio di storie da incubo. Il sentimento della paura, forse la più ancestrale delle emozioni umane, viene qui declinato in una varietà di sfumature diverse con esiti sorprendenti ed inaspettati, non privi di una certa dose di ironia. La presente edizione comprende i racconti L'Orrore, Il fantasma sotterraneo, La stanza dipinta a Blackston Manor e La nostra camera migliore. Testo originale a fronte.

Recensione

John Berwick Harwood è un autore inglese talmente poco conosciuto che anche la sua voce su wikipedia è costituita solamente dall'elenco di una trentina di titoli e da note biografiche praticamente inesistenti. Le informazioni su di lui sono talmente ridotte che qualcuno è arrivato a formulare l’ipotesi che dietro questo nome si celi in realtà una scrittrice, ipotesi che spiegherebbe anche il gran numero di racconti pubblicati anonimamente e narrati in prima persona da voci di donne.

In questo piccolo e curatissimo volume Claudio Di Vaio ha raccolti quattro racconti di questo misterioso autore: L’Orrore, Il fantasma sotterraneo, La nostra camera migliore e La stanza dipinta a Blackstone Manor. Come si può evincere già dai titoli e con la sola eccezione di La nostra camera migliore ci troviamo di fronte a storie del terrore tradizionali, narrate a posteriori in prima persona dai protagonisti, tutti appartenenti all'alta società. Se quello che cercate, dunque, è il colpo di scena o insolite trovate narrative, questi racconti non fanno per voi e potrebbero sembrarvi un po’ troppo datati.

Il racconto migliore è, senz'altro, quello che dà il titolo alla raccolta, L’Orrore, appunto. La giovane ereditiera Rosa cede la propria stanza da letto all'anziana madrina durante le feste natalizie (c’è forse un periodo dell’anno più adatto al manifestarsi del sovrannaturale?), ma la sua gentilezza la porterà ad avere un incontro che la condannerà a una vecchiaia precoce e alla perpetua infelicità. Il racconto mescola le atmosfere di alcune fiabe tradizionali, come la Bella Addormentata e la Bella e la Bestia e costruisce con un bel crescendo la tensione che porterà al fatidico incontro che cambierà la vita della giovane protagonista, in peggio.

Dinanzi ai miei occhi doloranti che non osavo chiudere passarono visioni terribili e non smisi mai di gettare lo sguardo nell’oscurità senza parole in cui giaceva la cosa, il mio terribile compagno di veglie notturne. Me lo figuravo in tutte le possibili forme disgustose che puà richiamare un’immaginazione febbricitante: ora come uno scheletro, con le orbite scavate e le mandibole ghignanti e senza pelle; ora come un vampiro, con il viso livido e la forma rigonfia, la bocca grondante sangue. Avrebbe mai fatto giorno? Eppure all’alba ormai prossima sarei stata costretta a vedere la cosa faccia a faccia. Avevo sentito dire che i diavoli e gli spettri erano obbligati a dileguarsi al chiarore del mattino ma questa creatura era troppo reale, un’orrenda cosa terrena che non sarebbe svanita al canto del gallo. No! Avrei dovuto vederlo, l’Orrore, faccia a faccia!

Una bella raccolta, che consiglierei a chi in questo genere di racconti cerca soprattutto un’atmosfera suggestiva e l’inquietudine che contraddistingue l’incontro tra la mente umana razionale e gli eventi soprannaturali.

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: L’Orrore e altre storie del soprannaturale
  • Autore: John Berwick Harwood
  • Traduttore: Claudio Di Vaio
  • Editore: Edizioni Hypnos
  • Data di Pubblicazione: 2014
  • Collana: Impronte
  • ISBN-13: 9788896952092
  • Pagine: 230
  • Formato - Prezzo: Brossura - 15,90 Euro

25 aprile 2014

Speciale Premio Pulitzer: Amatissima - Toni Morrison

Toni Morrison è nata nel 1931 nell’Ohio con il nome di Chloe Anthony Wofford. Dopo una laurea in letteratura inglese alla Howard University, che la porterà a intraprendere con successo una carriera accademica che la porterà anche a Berkley, Yale e Princeton, è stata anche editor per la casa editrice Random House dove si è occupata di narrativa di autori afroamericani. Nel frattempo si è dedicata alla scrittura, portando a compimento una grande mole di racconti e romanzi, che esplora soprattutto il tema della schiavitù e della perdita d'identità, che l’ha portata nel 1970 alla pubblicazione del suo primo romanzo L’occhio più azzurro e nel 1993 al Premio Nobel per la Letteratura.

Nel 1974 è la curatrice dell'antologia The Black Book, per la quale raccoglie numerosi documenti a testimonianza di 300 anni di storia afroamericana. Proprio in quest'occasione si imbatterà nella notizia di cronaca che diede poi voce al suo romanzo più famoso.
Amatissima (Beloved), che ha vinto il Premio Pulitzer per la narrativa nel 1988 battendo Persian Nights di Diane Johnson e Quella notte di Alice McDermott, e poco dopo anche l'American Book Award, è da molti considerato il suo capolavoro.


Cincinnati, Ohio, 1873. Una donna nera, Sethe, vive con la figlia Denver al 124 di Bluestone Road, dove si è rifugiata anni prima con i figli presso la suocera Baby Suggs dopo essere fuggita dal suo passato di schiava in una piantagione nel Kentucky, chiamata "Dolce Casa". Le due donne vivono in completa solitudine e isolamento rispetto al resto della comunità nera di Cincinnati. Anche i due figli maggiori di Sethe, Howard e Buglar, hanno abbandonato la casa prima della morte della nonna a causa delle manifestazioni dello spirito che la infesta e che le donne ritengono essere il fantasma della prima figlia di Sethe, una bambina morta quando era ancora molto piccola. Gli eventi si mettono in moto quando Paul D, un compagno di schiavitù di Sethe alla piantagione si presenta alla loro porta ed esorcizza lo spirito. Pochi giorni dopo fa la sua comparsa sulla soglia di casa una ragazza con un nome misterioso, Amata, lo stesso appellativo che Sethe aveva fatto incidere sulla lapide della bambina.

Recensione

Non era una storia da tramandare.
Si dimenticarono di lei, come si fa con un brutto sogno. Dopo che avevano messo insieme i loro racconti, dopo che gli avevano dato forma e li avevano infiorati, quelli che quel giorno la videro sul portico si dimenticarono di lei in fretta e di proposito. A quelli che avevano parlato con lei, vissuto con lei, che si erano innamorati di lei, ci volle un po’ di più per dimenticare, finché non si resero conto di non riuscire né a ricordare né a ripetere una sola parola di quello che aveva detto e cominciarono a pensare che, a parte quello che era nei loro pensieri, non avesse detto assolutamente niente. Ricordare sembrava poco saggio.

Ispirato alla storia vera di una schiava fuggitiva che nel 1854, dopo aver capito di star per essere ricatturata, uccide la figlioletta per evitare che viva gli orrori della schiavitù, e dedicato agli oltre 60 milioni di neri morti durante la traversata dell’Atlantico sulle navi negriere, il fulcro di Amatissima è costituito dalla memoria, dalla sua repressione da parte dei sopravvissuti, dei "danni collaterali" che un'esperienza così aberrante produce sulla psiche di chi ha vissuto la schiavitù e dei famigliari.

Un romanzo gotico che è anche un romanzo di formazione, in cui i ricordi tornano letteralmente a tormentare gli abitanti del 124 prendendo la forma di una ragazza, Amata, che è contemporaneamente la reincarnazione della figlia bambina di Sethe, uccisa dalla madre per troppo amore, ma anche della madre di lei che aveva affrontato la traversata dall'Africa e di tutti i neri uccisi a causa della schiavitù. Un'entità avida di riconoscimento e affetto, che monopolizza gradualmente l'attenzione della madre e della sorella fino a chiuderle in un bozzolo che le separa da tutti e che è difficilissimo da abbandonare, per senso del dovere e senso di colpa.

I racconti crudi e durissimi dei sopravvissuti costruiscono attraverso il frequente ricorso al flashback un mondo in cui la privazione dell’identità è tale che la vera libertà, più che quella dalle fatiche e dai maltrattamenti, è quella dall'impossibilità di nutrire forti sentimenti e sviluppare reali legami umani. Le donne, viste quasi unicamente come animali da riproduzione, si trovano isolate e alienate nel loro dolore. La vecchia Baby Suggs, riscattata in vecchiaia dal lavoro del figlio che ne ha pagato il prezzo al padrone, per tutta la vita è tormentata dal pensiero dei numerosi figli che ha partorito, ma di cui ignora il destino.

Una volta raggiunto l’Ohio in un viaggio faticosissimo durante il quale mette al mondo la figlia Denver con l'aiuto di una ragazza bianca incontrata per strada, Sethe scopre la possibilità di amare in modo totalizzante i propri figli, fino a giungere alla conclusione che la migliore forma di protezione sia dar loro la morte per impedire che vengano ricatturati dagli schiavisti. Una realtà terribile, raccontata con estrema poesia e con la consapevolezza che è in certe situazioni necessario dimenticare ed esorcizzare i ricordi per poter andare avanti con la propria vita. Desiderio forte, che sembra però in aperto contrasto con il bisogno degli afroamericani di ricordare per riprendere contatto con le proprie origini e riscoprire le storie di questi uomini e queste donne di cui spesso non rimane nulla oppure, come per Amata, non rimane neppure il nome di battesimo, ma soltanto un epigrafe, scolpita sulla pietra delle tombe.

Giudizio:

+5stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Amatissima
  • Titolo originale: Beloved
  • Autore: Toni Morrison
  • Traduttore: Giuseppe Natale
  • Editore: Sperling & Kupfer
  • Data di Pubblicazione: 2013
  • Collana: Pickwick
  • ISBN-13: 9788868360931
  • Pagine: 432
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 10,90

23 aprile 2014

Meterra - Andrea Cisi


In una Genova misteriosa e tentacolare, dove bande di monelli si dividono tra il borseggio nei vicoli e mirabolanti sfide a biglie, Mimì si appresta a difendere il suo titolo di campionessa a Borgo degli Scontri, l'arena segreta tra i tetti della città vecchia in cui si disputano le competizioni ufficiali. Ma una voce misteriosa e insistente la distrae dalla sfida e l'attira come una calamita fino a un tombino in fondo a un vicolo... Ancora non può saperlo, ma proprio quel tombino cela il varco che, attraverso una scala di nuvole e vento, la porterà su Meterra, il mondo favoloso dal quale la ragazzina non sa di provenire: Mimì infatti è una fatua, figlia di un ladro umano e di una fata diafana che volle farla nascere lontano da Meterra per metterla in salvo... Comincia così lo straordinario viaggio di Mimì, che insieme all'inseparabile criceto Caramello attraversa luoghi incantati abitati da stupefacenti creature, dove un tempo - prima che i malefici zerf portassero la discordia - fra tutte le razze regnava l'equilibrio. Saranno i bleürl, microscopici custodi delle foreste, a svelarle la sua vera identità: la sua natura di fatua è testimoniata dalla rapida trasformazione fisica - gli occhi le si allungano e gli zigomi si alzano, dietro le orecchie le crescono due peduncoli di pelle, recettori capaci di avvertire ogni rumore o pericolo. Ma solo l'incontro con tre streghe la aiuterà a capire la ragione per cui sua madre l'aveva allontanata da Meterra: Mimì può diventare l'ultima trelatrice, la sola in grado di parlare tutte le lingue e di riunire nuovamente le antiche razze riportando a Meterra l'armonia perduta. Ma i Segugi addestrati nel Formicaio, la scuola del perfido rettore Vox, sono già sulle sue tracce.

Recensione

Tutti gli appassionati di fantasy, lettori e scrittori in egual misura, sono in cerca di sprazzi di originalità, scorciatoie che allontanino dai canoni del genere, di quell’elemento atipico e diverso che faccia emergere la propria scrittura da scaffali fitti delle opere di epigoni di J.R.R. Tolkien. Per questo motivo, quando in un’occasione (questa, per chi fosse interessato), mi sono trovata seduta a tavola di fronte ad Andrea Cisi, ignorando che fosse uno scrittore e ignorando che avesse scritto un fantasy, non ho potuto fare altro che concordare con lui quando la conversazione è virata verso l’ormai tradizionale lamento, dall’uscita al cinema del Signore degli Anelli in poi, di chi ama leggere storie fantastiche: c’è modo di leggere (e di scrivere) del fantasy interessante, soprattutto guardando all'Italia? Una volta tornata a casa ho scoperto l’esistenza di Meterra e ho deciso di verificare se la pratica rispecchiasse la teoria, e sono rimasta, per certi versi, piacevolmente sorpresa.

Meterra contiene elementi molto originali che, quando compaiono, rendono la lettura interessante e curiosa. Purtroppo, però, questi elementi non sono sufficienti a riscattare del tutto un arco narrativo che si sviluppa lungo il consueto asse del fantasy epico (high fantasy): un giovane orfano (in questo caso una bambina, Mimì), che si scoprirà discendente di genitori tutt'altro che comuni, intraprende una missione lunga e pericolosa in cui le sue reali capacità verranno portate allo scoperto fino al raggiungimento di uno scopo finale, che avverrà dopo un certo numero di incontri con personaggi che l’aiuteranno e un certo numero di scontri con personaggi che invece cercheranno di ostacolarlo.

Tutta la parte in cui esploriamo in lungo e in largo il mondo di Meterra e conosciamo i popoli che lo abitano sono la parte più cospicua del romanzo e, purtroppo, il vero e proprio anello debole dell'opera. È proprio qui che i punti di vista dei narratori sono meno interessanti e più stereotipati. Per fare un esempio, i due reietti umani che accompagneranno Mimì per una parte del suo cammino, Ballisto Bal ed Egulash, sono privi di spessore tanto quanto lo sono molti maghi e guerrieri che si possono incontrare in una partita di Dungeons & Dragons tra adolescenti.

Ma c’è anche del buono in Meterra e possiamo incontrarlo quando ci imbattiamo nei ragazzi allevati nel Formicaio come provetti assassini, privati di parte della propria identità e in costante competizione tra loro, in attesa che il rettore selezioni tra loro un prescelto per portare a termine un'importante missione. Ancora migliori sono i capitoli in cui l'autore ci conduce per mano in una Genova sotterranea, cupa e affascinante, governata da bande di ragazzi legati alla piccola criminalità che si sfidano organizzando ingegnosi tornei di biglie tra i campioni dei diversi rioni.
Queste sono queste le parti in cui anche la scrittura e i dialoghi prendono più vita e più colore e in cui personaggi secondari per la storia si rivelano in realtà essere più interessanti e sfaccettati della piccola Mimì, che pure sarebbe la protagonista, ma che fatica a imprimersi nella memoria del lettore.

Siamo di fronte a un romanzo che, nei fatti, soffre nel trovarsi a metà tra mondi contrapposti: troppo lungo e complesso per essere un libro per ragazzi, ma troppo leggero e semplice per un lettore adulto; molto originale e fresco nelle parti urban fantasy, lento e consuetudinario nella sua parte più tradizionale e high fantasy.
Una prova decisamente altalenante, che soffre anche del tentativo di voler inserire troppa sostanza all'interno di quella che è, in fondo, una trama semplice e che “spreca” le potenzialità delle due ambientazioni più riuscite (Genova e il Formicaio) che sarebbero bastate a ospitare ciascuna un proprio romanzo e che invece si vedono rubare spazio da Meterra, popolata da razze dai nomi buffi (i diafani, gli zerf, i bleürl eccetera) che confondono il lettore più che conferire meraviglia a un mondo altrimenti molto convenzionale.

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Meterra. Il destino di una biglia
  • Autore: Andrea Cisi
  • Editore: Mondadori
  • Data di Pubblicazione: 2011
  • Collana: Omnibus
  • ISBN-13: 9788804607304
  • Pagine: 563
  • Formato - Prezzo: Ebook - Euro 9,99

20 marzo 2014

Speciale Grandi scrittrici: L'età dell'innocenza - Edith Wharton

Edith Wharton (1862-1937) è stata la prima donna ad aggiudicarsi un premio Pulizer per la letteratura, assegnato nel 1921 al suo romanzo L’età dell’innocenza. Nata nell'influente famiglia newyorchese dei Newbold Jones, fu educata in casa da una serie di istitutrici e tutori mentre la famiglia si spostava tra Parigi, New York e Newport. A 16 anni pubblicò il suo primo libro, una raccolta di poesie, ma il suo interesse per la scrittura era visto di cattivo occhio dalla famiglia, che lo considerava inappropriato e imbarazzante.

Nel 1885 Edith sposa un banchiere di Boston, Edward Robbins Wharton, ma il matrimonio è infelice anche a causa dei disturbi mentali del marito, che provocheranno dapprima il trasferimento a Parigi di Edith nel 1906 e successivamente il divorzio, ottenuto nel 1913.

Molto amica dello scrittore Henry James, che le farà anche da mentore nella sua carriera letteraria, si dedica alla scrittura di racconti brevi e romanzi e mette su carta anche altre sue passioni: i viaggi, il giardinaggio e la decorazione d’interni.
Durante la prima guerra mondiale è a Parigi, dove si occupa con passione dell’assistenza dei rifugiati, opera che le procurerà la nomina a Cavaliere della Legione d’Onore. In seguito si dedica quasi interamente alla scrittura, portando a compimento 38 libri.

Edith Wharton è stata anche la prima donna a essere eletta all’American Academy of Arts and Letters e ad aver ricevuto un dottorato onorario in letteratura conferito dalla prestigiosa università di Yale, oltre a tre nomination al Nobel per la Letteratura, prima di morire in Francia, per un infarto, nel 1937.


Durante l’età dorata di New York, le persone della buona società “temevano lo scandalo più della malattia”. È questo il mondo di Newland Archer, giovane avvocato di ottima famiglia, mentre si prepara a sposare la bella, ma convenzionale, May Welland.
Quando la misteriosa e affascinante cugina della fidanzata, la Contessa Ellen Olenska, torna a New York dopo un matrimonio disastroso, Archer si innamora di lei. Diviso tra dovere e passione, Archer tenta di prendere una decisione che potrebbe ridefinire coraggiosamente la sua vita oppure distruggerla.


Recensione

La prima donna stava cantando: «M’ama... non m’ama... m’ama!» [...]. Naturalmente cantava «M’ama!» e non «He loves me», perché una legge inalterabile e indiscussa del mondo musicale esigeva che i libretti tedeschi di opere francesi, cantate da artisti svedesi, venissero tradotti in italiano per essere capiti più facilmente da un pubblico di lingua inglese. Questo, a Newland Archer, pareva un fatto naturale come tutte le altre convenzioni che regolavano la sua vita [...].

New York, anni Settanta dell’Ottocento.
L’élite cittadina è costituita da un numero molto ridotto di clan familiari, tutti imparentati tra loro, i cui ritmi sono scanditi da riti sociali e convenzioni immutabili. Una bizzarra società tribale, che Wharton conosce bene, in cui gli unici elementi discordanti sono innesti provenienti da altri contesti sociali (come la vecchia signora a capo del clan Mingott, innalzata dal matrimonio, ma di origini assai più umili).
In questo mondo nessuno è libero: le donne sono educate fin dall'infanzia ad una purezza e conformismo che ne farà delle ottime mogli e madri di famiglia, ma anche gli uomini non hanno in realtà nemmeno la libertà di scegliere liberamente a quale carriera dedicarsi, esistendone solo poche considerate “rispettabili”.

Il giovane avvocato Newland Archer è in procinto di annunciare il proprio fidanzamento con May Welland, unione benedetta dalle famiglie e gradita alla società, quando torna in città la cugina di lei, la Contessa Ellen Olenska, quasi sempre vissuta in Europa, teatro del suo infelice matrimonio con un nobile polacco, violento e incline al tradimento.

La frequentazione con la nuova “cugina”, refrattaria ad adeguarsi alle insensate consuetudini locali e a lasciare che il clan decida della propria vita, porterà Archer dapprima a interrogarsi sull'ipocrisia a cui il codice morale condiviso costringe tutti i propri membri a trovare scappatoie per perseguire i propri desideri e successivamente a scegliere tra questa donna e una vita socialmente rispettabile.
In questa ipocrisia di fondo, il rapporto tra individuo e società è uno dei temi principali del romanzo. Nessuno è completamente innocente: anche Newland Archer, che crede di essere un progressista, arrivando anche ad affermare che

«Le donne hanno diritto di esser libere... quanto noi»
ma che è in realtà schiavo di quelle stesse costrizioni sociali da cui vorrebbe fuggire. Anche May, cresciuta per mantenere la sua innocenza rimanendo ignorante (o almeno fingendosi tale) delle cose spiacevoli della vita, non esita a servirsi delle armi che la società le offre per perseguire i propri scopi.

Wharton rende questo conflitto sotterraneo, che non esplode mai in gesti o azioni plateali, adottando due punti di vista: quello di Newland Archer, idealista e disattento, concentrato su se stesso e le proprie idee e quello di un narratore onnisciente e drammaticamente ironico che, attraverso la descrizione attenta e pedante di ogni particolare, offre al lettore una visione completa di un contesto sociale in cui un singolo sguardo o un gesto insignificante possono in realtà rivelare molto di più sui personaggi della vicenda, che appaiono così splendidamente caratterizzati.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: L’età dell’innocenza
  • Titolo originale: The Age of Innocence
  • Autore: Edith Wharton
  • Traduttore: Amalia D'Agostino Schanzer
  • Editore: Corbaccio
  • Data di Pubblicazione: 2010
  • Collana: Scrittori di tutto il mondo
  • ISBN-13: 9788863800951
  • Pagine: 348 pagine
  • Formato - Prezzo: Ebook - 5,99 Euro

7 marzo 2014

Nessundorma - Marina Mander

9 luglio 2006: l'epica serata della finale dei mondiali Italia-Francia, una serata estiva accarezzata dalla brezza elettrizzante dell'attesa. Una partita indimenticabile, la vittoria ai rigori e l'esplosione imprevedibile della testata di Zidane a Materazzi, avvenimenti unici che deflagrano sul campo dell'Olympiastadion di Berlino e risuonano nelle vite di tutti coloro che assistono all'evento dal divano del proprio soggiorno, da una piazza gremita, dai tavolini di un bar. In queste ore magiche il comune senso della realtà è sospeso e trova spazio "l'oceano delle possibilità": le priorità vengono stravolte, la prudenza è spazzata via dall'azzardo, e "il presente, sempre costretto a stringersi in se stesso, a farsi sparuto tra passato e futuro come un passeggero qualsiasi, può stiracchiarsi e dilatarsi a dismisura fino a occupare l'intero palcoscenico". Mentre i calciatori - eroi del nostro tempo, gladiatori in un'arena solo appena più civilizzata - si sfidano per il titolo di campioni del mondo, altre partite decisive si giocano per le strade della città. Così è per Mario, gestore di un piccolo supermercato che somiglia a Tyrone Power e, come lui, sogna di pescare perle nei mari del Sud; per Manuela, infermiera innamorata del primario, che tutto vorrebbe salvo tornare nel paesino del Messico da cui è partita anni prima; e soprattutto per Andrea e i suoi genitori, stretti in un groviglio di conflitti repressi ma anche di grandi, segrete attese, per cui è in palio il bene più prezioso.

Recensione

Tutti in Italia ricordano la sera del 9 luglio 2006, anche chi normalmente è completamente disinteressato dal calcio e dai suoi protagonisti. Impossibile nascondersi dall'eco dei suoni da stadio e dalle telecronache ripetute dagli altoparlanti dei maxischermi e dalle televisioni nei salotti delle case. Scanditi da questa enorme esperienza collettiva, in Nessundorma si accavallano i pensieri, le paure e le aspettative di un gruppo di personaggi che si trovano come sospesi e imprigionati nelle proprie vicende personali.
In quello che si prospetta come un momento di festa, dovesse l’Italia vincere la finale del Mondiale, Andrea e la sua famiglia vivono la febbrile attesa di una telefonata: il ragazzo ha, infatti, bisogno di un trapianto di rene e il suo nome è in cima alla lista dei destinatari nel caso dovesse rendersi disponibile un organo compatibile. Eventualità resa più probabile in questa piuttosto che in altre serate poiché, secondo le statistiche, gli incidenti stradali subiscono un’impennata in momenti di euforia collettiva.

Ogni capitolo si apre con uno stralcio della telecronaca della partita, il cui tono aulico ricorda più l’epica che la cronaca di un incontro di pallone, mentre il punto di vista spazia tra le storie e i pensieri di un gruppo di persone tra loro diverso, ma le cui storie sono tutte intrecciate.
C’è Manuela, giovane infermiera messicana che si occupa di Andrea in ospedale ed è innamorata del primario, quello stesso medico che ha spostato il nome del ragazzo in cima alla lista d’attesa; c’è Giulia, la ex ragazza di Andrea che ora esce con il suo amico Luca; c’è il signor Mario, gestore del negozio di alimentari che sogna di cambiare drasticamente vita grazie ai proventi delle scommesse.

Nessundorma è certamente un romanzo molto interessante, che affronta temi moralmente impegnativi (la crudele consuetudine delle liste d’attesa dei trapianti, l’aborto, il tradimento, l’omosessualità latente, la depressione, la ludopatia), sapientemente legati da una cornice insolita che è il vero punto di forza dell’opera e il trait d'union di tutte le storie narrate e da uno stile a metà tra l’epica e la cronaca, veramente ben riuscito. Forse un po’ troppa sostanza, per un romanzo tutto sommato breve e che si sofferma di più sui punti di vista che mi sono sembrati meno interessanti per culminare in un finale che lascia un po’ troppe questioni aperte e che è, forse, l’elemento più debole di tutta la narrazione.
Tre stellette per un romanzo che mi ha fatto conoscere quest’autrice, di cui sono interessata a leggere di più, a partire dal romanzo.

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Nessundorma
  • Autore: Marina Mander
  • Editore: Mondadori
  • Data di Pubblicazione: 2013
  • Collana: Scrittori italiani e stranieri
  • ISBN-13: 9788804624615
  • Pagine:224 pagine
  • Formato - Prezzo: Ebook - 9,99 Euro

28 gennaio 2014

Speciale Horror: La scatola a forma di cuore - Joe Hill

Joseph Hillstrom King, secondo figlio del molto più noto autore Stephen King, nasce nel 1972 a Bangor, nel Maine.

Per tentare di emergere nella letteratura horror e fantastica per meriti propri e non per l’illustre parentela, nel 1997 decide di firmare le sue opere di narrativa con lo pseudonimo di Joe Hill.

Ha pubblicato una raccolta di racconti (20th Century Ghosts), vincitrice del premio Bram Stoker e del British Fantasy Award, e tre romanzi (La scatola a forma di cuore, La vendetta del diavolo e NOS4A2). È anche autore di una serie a fumetti, Locke & Key.


L'annuncio su Internet di una ragazza che vuole liberarsi del fantasma del suo patrigno attira l'attenzione di Judas Coyne, rockstar miliardaria con un debole per il macabro. Il musicista - che annovera nella sua collezione il cranio di un indemoniato, la confessione di una strega, un cappio consunto dall'uso - si aggiudica l'articolo e una mattina gli viene recapitata una scatola a forma di cuore al cui interno si trova un abito scuro. Da quel momento una presenza misteriosa si manifesta nella casa e incomincia a perseguitarlo. Un silenzioso vecchio signore vestito di nero, con un piccolo rasoio che gli pende dal polso, costringe il suo segretario a impiccarsi, cerca di far marcire viva la sua giovanissima amante, ma soprattutto vuole infilarsi nella testa di Jude per indurlo a suicidarsi.

Recensione

Avvicinarsi a Joe Hill ripromettendosi di non fare paragoni con l’illustre padre, il Re, è un proposito molto difficile da mantenere, non solo per ragioni anagrafiche: alcuni elementi del suo stile narrativo, infatti, sono sicuramente influenzati e in larga parte ispirati dal lavoro paterno e ritornano anche elementi cari come l’amore per le auto vintage e i classici della musica rock.

Pur non essendo nemmeno lontanamente all'altezza dei migliori romanzi di King padre, La scatola a forma di cuore è una storia di fantasmi godibile, ottima per chi cerca una lettura rapida e rilassata. Che le pagine siano più di 350, infatti, lo si nota solo dal peso del libro, talmente scorrono con facilità, grazie soprattutto ai dialoghi convincenti e ben calibrati e ad alcune idee interessanti, come l’antagonismo tra i cani del protagonista e gli spiriti maligni.

Il romanzo, però, ha anche alcune indubbie pecche che mi hanno fatto storcere il naso, ma che sono perdonabili se si pensa che questo è il primo romanzo di Hill, che fino alla sua stesura si era cimentato soltanto con storie di più breve respiro: racconti e novelle.

Il terrore, infatti, si esaurisce purtroppo dopo le prime 100 pagine: il fantasma che Judas Coyne ha acquistato svela subito tutte le proprie carte, bruciando quella che secondo me è una delle caratteristiche più appetibili di una ghost story: il lento climax che conduce il lettore per mano verso le rivelazioni più inquietanti. Questo progressivo “spegnimento” arriva al suo pieno compimento nell'epilogo, rassicurante e un po’ troppo melenso per il genere horror. Veniamo però ora alla nota più stonata: i personaggi. Mentre da un lato ho apprezzato che il protagonista non sia un eroe perfetto, ma sia anche a tratti una persona davvero sgradevole, non ho gradito l’eccessiva aderenza a modelli visti e rivisti: per citare solo i due personaggi più sviluppati, ci troviamo di fronte al rude musicista rock di mezza età con un passato turbolento e ad una la prostituta dal cuore d’oro (qui una spogliarellista goth, ma il concetto non cambia). Presupposti che rendono La scatola a forma di cuore un racconto breve un po’ troppo diluito e non del tutto convincente.

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: La scatola a forma di cuore
  • Titolo originale: Heart-shaped box
  • Autore: Joe Hill
  • Traduttori: Matteo Curtoni e Maura Parolini
  • Editore: Sperling & Kupfer
  • Data di Pubblicazione: 2007
  • Collana: Narrativa
  • ISBN-13: 9788820043544
  • Pagine: 368 pagine
  • Formato - Prezzo: Rilegato - 18,00 Euro

27 gennaio 2014

Lenora - Nicoletta Cassani

Forse il barlume che nulla sarebbe accaduto se solo non si fossero visti oltrepasserà le loro menti o forse, opportunamente, dimenticheranno l’origine del loro male.

Tutto ha inizio nella notte di Capodanno, per le strade festanti invase dall’aria umida e pesante di una Londra tardo vittoriana che scollina il Novecento. Nella folla i due giovani sposi Sebastian e Charlotte Desmond incontrano per caso la bella attrice Marianne Clevert, che cambierà per sempre le loro vite. I coniugi Desmond, così come tutti i personaggi del romanzo, sono burattini nelle mani del destino, attori che non possono ribellarsi alla parte assegnata, fieri legni trascinati loro malgrado da una corrente troppo forte.

Presente, passato e futuro si intersecano in una storia appassionante e appassionata, che accompagna il lettore fra i decenni, stupendolo con colpi di scena e dispiegando di fronte ai suoi occhi esistenze diverse ma intimamente connesse.

La voce di Nicoletta Cassani, elegante e coinvolgente, disegna un affresco vivo e senza età, mostrando un mondo segnato da ombre che aumentano il fascino e il mistero senza però mai offuscare il disegno d’insieme.

Recensione

Lenora è uno dei 30 titoli che si sono aggiudicati la pubblicazione in ebook nell'edizione 2012 del torneo Io Scrittore. Pubblicazione decisamente meritata per quello che potrebbe sembrare a prima vista un racconto datato.

Lenora, infatti, è un brevissimo romanzo d’appendice, i cui personaggi sono maschere caratterizzate dai propri vizi e dalle proprie ingenuità, di cui non sanno o non possono liberarsi e la cui forza è tutta negli snodi e nei colpi di scena della trama, che non si fa mancare salti temporali e geografici dalla Londra agli albori del XX secolo alla Parigi delle cocotte, all’Irlanda rurale. Nicoletta Cassani costruisce un intreccio piacevole e ben scritto, con una particolare attenzione alla sonorità delle parole (che ho molto apprezzato), che si presta a una lettura rapida e svagata, proprio come i romanzi ottocenteschi melodrammatici da cui trae ispirazione.

Una nota di “demerito” di quello che è per il resto una buonissima prova: sono rimasta perplessa di fronte all'epilogo, un po’ fuori tono rispetto al resto del racconto e non necessario alla conclusione della vicenda.

Assolutamente consigliato a chi ha un grande amore per i romanzi ottocenteschi e, in particolare, vittoriani.

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Lenora
  • Autore: Nicoletta Cassani
  • Editore: Io Scrittore
  • Data di Pubblicazione: giugno 2013
  • ISBN-13: 9788867200450
  • Pagine: 186 pagine
  • Formato - Prezzo: Ebook - 2,99 Euro

28 ottobre 2013

Speciale Premio Hugo: L'anno del contagio - Connie Willis

L’anno del contagio, in lingua originale Doomsday Book, nel 1993 è riuscito ad aggiudicarsi non solo il Premio Hugo (ex aequo con Universo incostante  di Vernor Vinge), ma anche il Nebula e il premio Locus. Si tratta di un romanzo sul viaggio nel tempo ma, a differenza di molte altre opere che si occupano dello stesso argomento, il tema principale non ha nulla a che fare con i paradossi che si possono verificare quando si torna indietro nel tempo e si rischia di modificare la storia passata.
L’anno del contagio fa parte di una serie di romanzi e racconti che ruotano attorno alla futura Facoltà di storia dell’Università di Oxford. Tutti tranne uno hanno vinto il doppio riconoscimento Hugo/Nebula.


Connie Willis (nome di penna di Constance Elaine Trimmer Willis) si è laureata in letteratura alla Northern Colorado University nel 1967, anno in cui ha sposato il fisico Courtney Willis. Il suo primo racconto pubblicato risale al 1970 e da allora ha pubblicato moltissimo tra racconti, novelle e romanzi. È una degli autori di fantascienza più blasonati del mondo: l’unica ad aver vinto ben 7 premi Nebula, oltre a una decina di Premi Hugo. In Italia molti dei suoi libri non sono stati tradotti, soprattutto i più recenti.


Per la giovane Kivrin, che si prepare a studiare dal vivo una delle epoche più oscure della storia, regno della paura, della superstizione e di tremendi flagelli, viaggiare nel tempo è un'esperienza unica e affascinante, ma in fondo non troppo difficile: l'importante è prepararsi con cura e osservare scrupolosamente tutte le regole perché il suo improvviso arrivo nel XIV secolo risulti plausibile e, soprattutto, passi inosservato. Il resto è compito di una straordinaria tecnologia che rende possibile un simile trasferimento temporale. Tuttavia il suo viaggio nel Medioevo, dove l'esistenza quotidiana è un'avventura per la sopravvivenza e dove si sta scrivendo un nuovo libro dell'Apocalisse, sarà molto più che la realizzazione di un sogno.

Recensione

Come già detto, Connie Williams è una pluripremiata autrice di fantascienza. Eppure, per poter leggere L’anno del contagio è necessario munirsi di una certa dose di pazienza e cercarne una copia in biblioteca o tra i libri usati: il libro, infatti, stampato dalla Editrice Nord negli anni Novanta, è attualmente fuori catalogo. Un vero peccato, perché si tratta davvero di un bel romanzo.

Negli anni Quaranta del XXI secolo il viaggio nel tempo è ampiamente utilizzato a fini accademici dopo essere stato abbandonato dalle aziende che lo avevano inventato, dopo la scoperta che la struttura del tempo è talmente resistente da rendere impossibile qualsiasi interferenza con gli eventi storici.

Gli storici, dunque, un po' come avverrà in Timeline di Michael Chrichton (scritto però successivamente, nel 1999) se ne servono per effettuare spedizioni nel periodo di loro interesse, per affiancare l’osservazione sul campo agli studi più tradizionali, come quelli archeologici.
Non tutti i viaggi sono però autorizzati nella prestigiosa facoltà di storia dell'Università di Oxford: alcune epoche sono considerate troppo pericolose perché vi possa mettere piede senza rischi, anche dopo aver seguito una meticolosa preparazione.
Anche il Medioevo è interamente soggetto a questo veto almeno finché, approfittando dell’assenza del preside di facoltà, il dipartimento di studi medievali riesce ad autorizzare i viaggi nel XIV secolo, considerato meno pericoloso degli altri, e invia sul campo una giovane ed entusiasta studentessa, Kivrin, a osservare la vita quotidiana in un piccolo insediamento, di cui la facoltà si sta occupando come sito archeologico, vent'anni prima che la peste faccia il suo ingresso in Inghilterra.
Dopo la partenza della ragazza, a Oxford si diffonde rapidamente una forma d’influenza che i vaccini e gli antivirali più moderni non riescono a fermare…

L’anno del contagio parla del viaggio nel tempo in modo molto originale: il tema centrale non sono i paradossi nel viaggio del tempo, ma la ciclicità delle vicende umane. Per vedere come l’umanità si comporterebbe durante l’Apocalisse, infatti, non serve immaginare scenari fantascientifici, basta osservare come si è sempre comportata quando pensava di trovarsi alle porte della fine del mondo, ad esempio, durante lo scoppio della Morte Nera in Europa.

La narrazione è puntigliosa e ricca di dettagli che, sono convinta, farebbero felice qualunque storico: per fare un esempio Kivrin, pur conoscendo la lingua, ha grandi difficoltà a farsi comprendere appena arrivata nel passato perché gli studi teorici non hanno interpretato correttamente la pronuncia dei vocaboli. Questo dettaglio è però anche la causa scatenante dell’unico vero difetto del romanzo: un’eccessiva lentezza nella prima parte, che non riesce a essere smorzata nemmeno dai continui salti temporali tra il passato e il presente a Oxford. Mentre i primi due terzi del libro servono, sostanzialmente, a farci affezionare a dei personaggi ben tratteggiati, ma un po’ stereotipati, tutta l’azione è concentrata nella parte finale e culmina con un finale un po’ brusco, che lascia il lettore a domandarsi quali siano state le conseguenze del viaggio di Kivrin.

L’anno del contagio rimane comunque un ottimo libro, che mi ha convinta ad approfondire la conoscenza con la sua autrice, mettendo nella lista delle mie future letture anche To say nothing of the dog.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: L'anno del contagio
  • Titolo originale: Doomsday Book
  • Autore: Connie Willis
  • Traduttore: Annarita Guarnieri
  • Editore: Editrice Nord
  • Data di Pubblicazione: 1994
  • Collana: Cosmo Oro
  • ISBN: 98842907723
  • Pagine: 574
  • Formato - Prezzo: Rilegato - Fuori catalogo

12 settembre 2013

Tutte le novità da Terry Brooks: dietro le quinte del Festivaletteratura

Se qualcuno avesse raccontato alla ragazzina che circa 15 anni fa prese in mano La Spada di Shannara che un giorno avrebbe incontrato Terry Brooks e che avrebbe avuto occasione di mangiare addirittura una pizza con lui non ci avrebbe creduto. Eppure è esattamente quello che è accaduto sabato mattina, in una Mantova affollata di lettori, grazie alla disponibilità della casa editrice italiana dell’autore (Mondadori) e dei ragazzi di The Blue Divide, il suo portale italiano ufficiale, che ci hanno permesso di unirci al loro raduno in pizzeria.


Con oltre 50 romanzi all’attivo in poco più di 35 anni, Terry Brooks è uno dei più famosi e prolifici scrittori di fantasy del mondo; un ristretto manipolo di blogger e fan l’ha incontrato a Mantova in privato il giorno successivo al suo intervento al Festivaletteratura, dove ha presentato l’edizione italiana di I guardiani di Faerie, primo libro della nuova trilogia ambientata nelle Quattro Terre e intitolata Gli oscuri segreti di Shannara.
Nonostante sia ormai una leggenda vivente, Brooks è una persona davvero cordiale e molto loquace (ve lo immaginate uno scrittore famoso che si siede a tavola di fronte a voi e vi chiede se vi è piaciuta la pizza? Ecco, ho imparato che può succedere).
In oltre un’ora di chiacchierata ci siamo fatti raccontare quali siano i suoi progetti per il futuro e la sua opinione sull’evoluzione del genere fantasy, di cui è uno degli indiscussi capostipiti. Ma lui si sente responsabile della fortuna di un genere che è incredibilmente cresciuto dopo la pubblicazione nel 1977 di La Spada di Shannara ed è letteralmente esploso negli ultimi 15 anni? «Non mi prendo la responsabilità di nulla. Non è colpa mia» commenta ridendo «Sono stati il lavoro e la fiducia dell’editore che hanno creato la fortuna della Spada di Shannara».
Fortuna duratura, che ha portato alla scrittura di ben 30 romanzi legati a Shannara, saga ambientata in un mondo fantastico che non è altro che non la nostra Terra in un lontano futuro, dominato da una decisa contrapposizione tra magia e tecnologia.


Cosa ci dobbiamo aspettare dal romanzo appena pubblicato in Italia? A quanto pare, circa un secolo dopo gli eventi narrati nella trilogia de Il druido supremo di Shannara, gli abitanti delle Quattro Terre sono sempre più diffidenti nei confronti della magia e di coloro che la utilizzano. Per questo motivo i druidi devono trovare una nuova via per prosperare, che potrebbe scaturire dal ritrovamento delle perdute pietre degli Elfi…
Per sapere come andrà a finire dovremo però aspettare la pubblicazione degli altri due libri che chiudono la trilogia, Bloodfire Quest e Witch Wraith, entrambi pubblicati negli USA quest’anno e per i quali si sta cercando di velocizzare l’arrivo anche in Italia.
La Mondadori dà la possibilità di leggere gratuitamente il primo capitolo de I guardiani di Faerie a questo indirizzo.
C’è ancora molto da dire su Shannara dopo oltre 35 anni dall’uscita del primo libro? A quanto pare sì: sono arrivo due romanzi autonomi (stand-alone) a cui Brooks sta già lavorando. L’uscita del primo dei due, The High Druid’s Blade, è prevista per marzo 2014 negli USA, mentre il secondo è ancora in fase di stesura.
Dopodiché l’autore intende dedicarsi ad altri progetti: ci ha rivelato di avere in cantiere almeno un'altra storia, che avrà per protagonista una ragazza adolescente alle prese con una scelta difficile, che non avrà alcun legame con quello che ha scritto finora.
Forse una svolta verso la letteratura Young Adult, che l’autore americano legge con interesse, considerandolo un’evoluzione del suo genere insieme ad un filone più oscuro del fantasy, particolarmente sviluppato da nuovi autori britannici. Secondo Brooks, anche i romanzi young adult possono sviluppare temi che in realtà non sono adolescenziali, ma universali: «Se ci pensate i teenager non hanno mai pensato a se stessi come teenager. E ora leggere fantascienza è considerato accettabile anche per gli adulti».
Tra i libri che ci ha consigliato di leggere: Ship breaker di Paolo Bacigalupi (autore inedito in Italia, ma che ha già vinto un Premio Hugo nel 2010) e Matched di Ally Condie (che noi della Stamberga abbiamo recensito qui). Se questi consigli vi hanno ispirato potete sbirciare cos’altro c’è sul comodino di Terry Brooks sul suo profilo di Goodreads.
In arrivo nel prossimo futuro anche il film tratto da Magic Kingdom for Sale (Il magico regno di Landover), il cui progetto è ripartito, dopo il rifiuto da parte dell'autore di ben due screenplay, con l’ingaggio di un nuovo scrittore (Patrick Ness) e la conferma della partecipazione di Steve Carell. Sul piccolo schermo, invece, potrebbe approdare a breve Le pietre magiche di Shannara: una serie tv della durata totale di 13-15 ore totali che dovrebbe essere il più fedele possibile al romanzo originale, dato che Brooks si è riservato il controllo creativo, e che sarà diretta da un regista inglese che ha lavorato a una serie di film di successo e che si è offerto di lavorare alla prima stagione e dirigere il pilot.
L’autore si dice comunque “spaventato” dall’adattamento televisivo, essendo un convinto sostenitore della teoria per cui i libri sono sempre meglio dei film («Ho anche una maglietta con la scritta "The book was better". La indosso ogni volta che incontro qualcuno del mondo del cinema»), ma sembra fiducioso che la tv possa far scoprire le sue opere anche a nuovi lettori, come è già accaduto per Game of Thrones.
Per chiudere, una piccola curiosità: Le pietre magiche di Shannara, il romanzo da cui sarà tratta la serie tv e che lo stesso Terry Brooks considera come uno dei migliori della saga, in realtà ha avuto una genesi piuttosto accidentata. Pare infatti che l’editor incaricato di seguire l’autore lo abbia obbligato a riscrivere completamente le prime 400 pagine, eliminarne 200 nel mezzo e rimettere mano al finale per ben tre volte. All’inizio Brooks si risentì, «Ma alla fine aveva ragione: è così che si impara a scrivere. Purtroppo oggi è tutto molto più veloce e gli autori non ricevono più questo genere di addestramento: tutto deve essere economicamente produttivo» ha commentato con una punta d’amarezza.
Un consiglio per gli scrittori esordienti? «Mai leggere le recensioni dei propri libri, soprattutto online».


Tutte le foto di questa pagina sono di Francesco De Rosa, su gentile concessione di ©The Blue Divide 2013

16 giugno 2013

Leggere Lolita a Teheran - Azar Nafisi

Nei due decenni successivi alla rivoluzione di Khomeini, mentre le strade e i campus di Teheran erano teatro di violenze barbare, Azar Nafisi ha dovuto cimentarsi nell'impresa di spiegare a ragazzi e ragazze, esposti in misura crescente alla catechesi islamica, una delle più temibili incarnazioni del Satana occidentale: la letteratura. È stata così costretta ad aggirare qualsiasi idea ricevuta e a inventarsi un intero sistema di accostamenti e immagini che suonassero efficaci per gli studenti e, al tempo stesso, innocui per i loro occhiuti sorveglianti. Il risultato è un libro che, oltre a essere un atto d'amore per la letteratura, è anche una beffa giocata a chiunque tenti di proibirla.

La Recensione di Morwen

Una premessa è doverosa: il libro si legge meglio se si conoscono le opere di cui si parla, che in ordine di apparizione sono: Lolita di Vladimir Vladimirovič Nabokov, Il Grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald, Daisy Miller di Henry James e Orgoglio e Pregiudizio di Jane Austen.
Il libro è un curioso intreccio tra saggio letterario, diario e romanzo, che racconta le esperienze di lettura e condivisione della lettura di un gruppo di giovani donne (e, marginalmente, giovani uomini) nella Repubblica Islamica Iraniana durante il regime dell'ayatollah Khomeini.
Ogni parte, dedicata ad uno degli autori sopra elencati, ripercorre l'esperienza di lettura del romanzo in uno dei corsi tenuti dalla professoressa Nafisi, prima nelle aule universitarie e, in seguito, nel salotto della propria casa.
Ne emergono letture interessanti dei libri proposte, strettamente condizionate dalla vita e dalle idee delle proprie lettrici e dalla cultura iraniana e, al contempo, un'immagine della letteratura come via di uscita da un mondo soffocante e alienante, una sorta di rifugio in una dimensione parallela che aiuti a tutelare il diritto all'immaginazione di ciascuna persona.
Sullo sfondo la vita quotidiana nell'Iran delle classi agiate, dal ritorno dell'autrice nel paese nel 1979 dopo la conclusione dei suoi studi universitari in America, fino alla sua successiva ripartenza nel 1997.
Molto ben caratterizzati i personaggi delle brillanti allieve della Nafisi, costruiti, come ammette la stessa autrice, dalla giustapposizione di esperienze e caratteristiche di ragazze differenti, per tutelare l'anonimato di quelle che non hanno mai lasciato l'Iran. Un po' faticoso, invece, orientarsi nell'intreccio di aneddoti e letture, ostico per chi non conosce già la storia dell'Iran e che può creare una certa confusione nel lettore.
Un libro a mio parere non bellissimo, ma che offre spunti di riflessione molto interessanti.

La Recensione di Valeria Pinna

“Vivere nella Repubblica dell'Iran è come fare sesso con un uomo che ti disgusta.”
In questo romanzo, per me bellissimo, Azar Nafisi racconta la sua esperienza di vita e di insegnamento in Iran, nel particolare e terribile periodo dell'instaurazione del regime dell'ayatollah Khomeini, fondamentalista islamico, e della guerra contro l'Iraq, negli anni '80.
Nata a Teheran, dopo aver compiuto gli studi di letterature straniere in Inghilterra e negli Usa, la scrittrice decide di tornare nel proprio paese natale, di non scappare, al contrario di molti altri intellettuali, ma di proseguire quella che sente la sua missione, la resistenza al regime tramite l'insegnamento.
Khomeini in breve tempo crea un regime di censura totale che limita le libertà e i diritti dei singoli incidendo in modo profondo sulle vite private di tutti i cittadini, in particolare delle donne. Costrette a portare il velo, a girare accompagnate sempre da qualche membro maschile della famiglia, non hanno neanche la libertà di sorridere in pubblico, di stringere la mano a qualcuno che sia di sesso opposto, di ricrearsi con un minimo divertimento.
Gli slogan più diffusi sono quelli che proclamano “morte all'America e all'occidente”, sono banditi tutti i modi di vivere all'occidentale, le università vengono totalmente islamizzate e le librerie sono costrette a chiudere perché quasi tutti i libri sono bollati come osceni e immorali.
Azar, come molti dei suoi colleghi, viene espulsa dall'università di Teheran, a causa del suo rifiuto a voler indossare il velo e dei suoi corsi orientati all'insegnamento della letteratura inglese e americana. Nel frattempo continua a leggere e si occupa dei figli e del marito, mentre che la città viene bombardata incessantemente durante il giorno e la notte.
Ma non ha dimenticato i suoi alunni né la sua missione.
Decide infatti di organizzare dei seminari segreti, che si tengono il giovedì mattina a casa sua, per i quali sono invitate sette delle sue migliori studentesse.
In questi incontri si leggono romanzi e si discute di letteratura e delle più importanti eroine dei romanzi. Le scelte e i pensieri di Lolita, di Daisy Miller, di Gatsby, di Elizabeth Bennet vengono riletti e interpretati in modo particolare, alla luce delle personali vicende delle ragazze e dell'insegnante e della situazione tragica dell'Iran. Ecco allora che cosa vuol dire leggere Lolita a Teheran, trasmettere le opere migliori della letteratura occidentale in un altro contesto.
Si sentono infatti come Lolita, rapita da Humbert Humbert e privata del fiore dei suoi anni, come Gatsby vedono infranti i loro sogni, ma sanno essere seduttive come Daisy o diffidenti e orgogliose come Elizabeth.
Sebbene all'esterno indossino lo chador, che cerca di rendere uguali tutte le donne, di privarle della loro personalità e della loro femminilità, nel salotto dell'insegnante ognuna mostra il proprio carattere e trova il coraggio di esprimersi liberamente, di rivelare le proprie paure e i propri sogni: Azin viene picchiata dal marito ma non può sperare nel divorzio perché i giudici islamici assegnano sempre i figli il marito; Sanaz è fidanzata da moltissimi anni e deve sposarsi in Turchia, ma sono anni che lei e il fidanzato non si vedono più; Nassrin ha passato cinque anni in prigione per alcuni suoi comportamenti ritenuti poco consoni dal regime, e così via.
L'ho trovato un romanzo davvero interessante, nel quale l'autrice ha rielaborato, con una prosa elegante e scorrevole, quadro storico, vicende personali e discussioni letterarie facendo una sorta di diario–racconto del decennio di guerra e dittatura vissuto nell'Iran.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Leggere Lolita a Teheran
  • Titolo originale: Reading Lolita in Tehran: A Memoir in Books
  • Autore: Azar Nafisi
  • Traduttore: Serrai R.
  • Editore: Adelphi
  • Data di Pubblicazione: 2007
  • Collana: Gli Adelphi
  • ISBN-13: 9788845921544
  • Pagine: 379
  • Formato - Prezzo: Brossura - 10,00 Euro

20 maggio 2013

Le porte di Arcadia - Andrea Giusto

Don Julian de Silva è un Hidalgo nella Spagna del XVII secolo. Conduce una vita modesta nella casa in rovina dei suoi antenati guadagnandosi da vivere con “lavori” che in pochi oserebbero accettare. L’Ordine di cui un tempo faceva parte lo ha disconosciuto, l’Inquisizione non attende che un suo passo falso. Un individuo che ha visto e sentito troppo, in molti lo vorrebbero morto. Ed è un Mago.

Miriel è la fedele compagna di Don Julian, la sua assistente, la cosa più vicina ad una famiglia che abbia mai avuto. Lo accompagna nel suo lavoro, difendendolo dai pericoli. Ed è alla ricerca di risposte su sé stessa. Perché Miriel è una Ferale. Un mostro odiato da tutti per il semplice fatto di esistere.

Il ritrovamento di un misterioso reperto nel Nuovo Mondo rischia di portare alla luce un segreto dimenticato, qualcosa che in troppi vogliono tenere nascosto. E per il quale altri sono disposti a uccidere. Travolti dagli eventi e bollati come eretici e traditori, la scelta per i due è una sola. Arrivare alla verità, o morire nel tentativo.

Recensione

Il fantasy storico e i romanzi ucronici non sono una novità e ne sono una prova sia il bellissimo Jonathan Strange & il Signor Norrell di Susanna Clarke sia l’originale Il drago di sua maestà di Naomi Novik, per far soltanto due esempi, ma fa sempre piacere imbattersi in un autore, soprattutto se italiano, che cerca di stare alla larga dal canonico triangolo elfi-nani-medioevo fantastico, dai personaggi statici e monocolori e dai cliché più abusati di un genere che ha ricevuto sempre più attenzione (e spazio sugli scaffali delle librerie) a partire dalla trasposizione cinematografica de Il Signore degli Anelli.

Andrea Giusto ci porta nella Spagna del XVII secolo, in un mondo in cui la magia è risorsa rara e preziosa e soggetta a uno stretto controllo sia da parte dell’Ordine, a cui tutti i maghi devono appartenere per poter esercitare il proprio dono, sia da parte della cattolicissima Corona spagnola, sempre più soggetta, a causa della contingenza politica, allo strapotere dell’Inquisizione, deputata a salvaguardare l’ortodossia di tutti i rami della conoscenza umana, compresa, appunto, la stessa arte magica. Gli esseri umani non sono l’unico popolo diffuso in Europa: ci sono anche gli Alfar, perfettamente integrati all'interno della società umana e più frequentemente dotati del dono della magia, e i Ferali, creature a metà tra bestie e uomini, disprezzati da tutti, che vivono in formazioni tribali nomadi e si tengono il più possibile lontani dalle città.

L’esplorazione del Nuovo Mondo nei decenni passati ha portato all'apertura degli orizzonti della pratica magica, ingessata per secoli dai dettami dell’Ordine e da una rigida istruzione impartita ai nuovi apprendisti e alle nuove apprendiste da parte dell’Accademia, luogo deputato alla formazione dei nuovi maghi. Un grosso scandalo, provocato dall'utilizzo di artefatti riportati dal Nuovo Mondo, ha scosso l'Ordine dei Maghi dall'interno e provocato l'espulsione di alcuni membri. All'interno di questo quadro si muove Don Julian De Silva, mago castigliano scomunicato dall'Ordine, che presta illegalmente per denaro la sua opera a chi per qualche ragione non può rivolgersi ai maghi ufficiali. Proprio uno di questi incarichi, all'apparenza banale, lo porterà a riaprire i contatti con il proprio passato e quello di Miriel, la giovane Ferale che Don Julian ha cresciuto e che lo accompagna e lo difende dai pericoli della strada.

L’ambientazione è senz'altro il pregio principale di questo breve romanzo: gli elementi fantastici si integrano in modo credibile e con quelli storici, creando una felice mescolanza di caratteristiche. Ad esempio, è immediatamente chiaro che gli Alfar, se pure modellati sugli elfi tolkeniani per tutta una serie di caratteristiche (tra cui la longevità e la predisposizione alla magia), hanno molti elementi di contatto con gli Ebrei di Spagna; i Ferali, d'altro canto, condividono la stessa struttura sociale, e la stessa emarginazione, dei gitani.

La cura che l’autore ha messo nel realizzare un mondo credibile è evidente anche nella realizzazione di una Breve cronologia del Vecchio Mondo, posta in fondo al libro, che ricostruisce la storia dei tre popoli in Spagna dalla preistoria a pochi anni prima dell’inizio delle vicende narrate.

I personaggi si muovono secondo sentimenti e motivazioni credibili, ma non sempre manifestati al lettore. Uno stile di narrazione improntato più sull'azione che sull'approfondimento psicologico, infatti, impedisce una reale empatia tra chi legge e i protagonisti del romanzo, con esiti alterni: mentre è facile immedesimarsi nella giovane Miriel, Don Julian resta un enigma e l'altro personaggio femminile di rilievo del romanzo, la Magistra dell'Accademia, Doña Irene, è appena tratteggiata. Si tratta, probabilmente, di un difetto dovuto anche alla brevità del romanzo, forse una delle pecche più grosse. Il mondo è talmente ricco e la trama talmente articolata che si ha la sensazione che ogni paragrafo sia necessario, ma quando l’azione entra nel vivo e le rivelazioni si affastellano si ha la sensazione che la storia sia troncata, più che portata a termine e che ci sia stato un eccessivo lavoro di lima per portare il finale, lasciato comunque aperto a eventuali seguiti, ad una chiusura. A parte questo, il racconto scorre via rapido, tanto che l'ho divorato nello spazio di poche ore.

Qualche parola va poi spesa per l’edizione in ebook: è estremamente curata anche in dettagli che talvolta sono ignorati dalle case editrici più grandi, come l’utilizzo di link funzionanti per la consultazione delle note e l’impaginazione che consente una lettura scorrevole e non faticosa anche su schermi più piccoli di un tablet da 10 pollici.

Menzione d’onore anche alle illustrazioni: anche se sono senz'altro più godibili a colori, possono essere visualizzate su e-ink senza eccessive perdite di qualità e arricchiscono le pagine, pur virtuali, del libro. È un peccato, però, che il nome dell'illustratore non compaia da nessuna parte: una dimenticanza che spero gli editori vogliano rimediare al più presto.

Le porte di Arcadia è comunque una bella prova, sia dell’autore, che mi auguro continui a scrivere questa e altre storie, sia dell’editore, che offre un prodotto curato a un prezzo decisamente accessibile.

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Le porte di Arcadia
  • Autore: Andrea Giusto
  • Editore: Eterea Comics & Books
  • Data di Pubblicazione: 2013
  • Collana: Chimere
  • ISBN-13: 9788890871108
  • Pagine: 144
  • Formato - Prezzo: Ebook - 4,99 Euro

9 aprile 2013

L'arte di leggere nei ritagli di tempo - Parte I

Diciamocelo, il sogno di tutti sarebbe di poter leggere adagiati in poltrona come la Lettrice di Gioacchino Toma. Spalle su un comodo cuscino, pensieri assorbiti dalle pagine e magari qualcosa di buono a portata di mano per quando si avverte un certo languorino.
Purtroppo, una tale idilliaca condizione è sempre più rara per chi lavora a tempo pieno e ha poche ore libere da dedicare alla lettura, che spesso finisce confinata a quella mezz’oretta sotto le coperte prima che il sonno dia il colpo di grazia a una giornata impegnativa.
Come si può dunque rimediare a questa cronica mancanza di tempo senza rinunciare ai libri? Si legge nei ritagli di tempo e si diventa un po’ creativi.


1. Leggere sui mezzi pubblici

I mezzi pubblici (metropolitana, treno, tram e, se siete fortunati e non soffrite di chinetosi anche gli autobus) sono uno dei luoghi classici della lettura rubata, tant'è che esistono racconti appositamente suddivisi in fermate, come ad esempio quelli pubblicati in occasione della manifestazione Subway-letteratura che si possono trovare nelle metropolitane di alcune città italiane. 

Il treno, soprattutto quando si viagga a lungo e si dispone di un comodo sedile, è senz'altro il migliore dei mezzi pubblici per leggere, meglio se si riesce a isolarsi acusticamente da eventuali disturbatori rumorosi presenti nelle vicinanze. 

Si può però leggere anche durante tragitti più brevi e stando in piedi, come sulla metropolitana (o sul tram). Ciò, però, non autorizza ad appoggiare il libro sulla testa di un malcapitato passeggero di statura più bassa (sì, tizio che l’altra mattina pretendeva di leggere The Dome in edizione cartonata all'ora di punta, dico a te). Utilizzare un eReader (o un tablet, per chi sopporta di leggere su schermo retroilluminato) può essere di grande aiuto quando si sta pigiati come sardine o quando il libro supera le 500 pagine, anche se questo diminuisce la soddisfazione altrui di sbirciare cosa leggono i propri vicini e, magari, di raccontarlo in un blog come Libri in metro


2. Leggere durante gli spostamenti con altri mezzi

No, non vi sto consigliando di leggere mentre guidate l’auto, la bici o il motorino.
In realtà non vi sto consigliando nemmeno di leggere in senso stretto, ma perché non approfittare del tempo che dovete passare in coda nel traffico ascoltando un audiolibro?
Tanto più che sul web se ne trovano anche di gratuiti: RAI Radio3 mette a disposizione per il download i podcast della propria trasmissione Ad alta voce e anche su LiberLiber si possono trovare una cinquantina di registrazioni, per lo più di classici.

C’è anche chi legge camminando, un’operazione che richiede un po’ di coordinazione, sprezzo del pericolo e molta pazienza per le continue interruzioni.
Un po’ troppo avventuroso? Forse no, stando a questa breve guida al readwalking (in inglese).


E voi?
Riuscite a leggere durante gli spostamenti?



The photo is © 2012 vonderauvisuals used under a Creative Commons Attribution license

8 marzo 2013

George R.R. Martin: un confronto tra lettori ed editore

Buone notizie per gli amanti di George R.R.Martin e per i cultori del fantasy in generale: il grande successo di A Game of Thrones, la serie tv dell’HBO ispirata alle Cronache del ghiaccio e del fuoco e trasmessa in Italia da Sky Cinema, ha dato la spinta finale non solo all'esplosione del fenomeno Martin anche in Italia (l’autore americano, nel 2012, è risultato campione di vendite nel settore dei tascabili), ma anche a un processo che ha avuto origine più di 10 anni fa con la trilogia cinematografica de Il Signore degli Anelli e che ha portato la letteratura fantasy a scavarsi una nicchia sempre più grande sugli scaffali delle librerie e delle case del grande pubblico. 

Sergio Altieri, traduttore
delle Cronache in italiano

Ora la Mondadori, editrice italiana delle Cronache, si propone di cavalcare il fenomeno, ristrutturando l’opera di Martin già in catalogo e rendendo disponibili altri libri di quest’autore che sono ancora inediti in Italia. Questo è quanto emerso da un incontro avvenuto lunedì fra chi si occupa del settore fantasy in Mondadori e alcuni fra i blogger che più hanno seguito il fenomeno Martin in questi anni, tra cui noi della Stamberga. Special guest star nientemeno che Sergio (Alan D.) Altieri, lo storico traduttore delle Cronache in italiano. 

L'incontro, proposto dalla stessa casa editrice, si è rivelato un piacevole confronto a ruota libera in cui non solo ci sono state presentate alcune succose anteprime, ma è stato dato ampio spazio alle nostre proposte e alle nostre critiche, scaricate soprattutto sulle spalle del povero Altieri che, per fortuna, le spalle le ha forti e ha accolto con ironia e eleganza le minacce di morte arrivategli dai lettori più puntigliosi (in alcuni casi, a nostro parere, un po’ troppo puntigliosi).

Abbiamo così potuto farci raccontare alcuni retroscena della prima edizione de Il Trono di Spade in Italia, nell’ormai lontano 1999 e il perché di alcune scelte che si sono attirate le maledizioni dei fan italiani per gli anni a venire.

La prima edizione de Il trono di spade
divisa in due volumi

Ad esempio: perché i volumi originali sono stati frantumati in volumi italiani più piccoli causando negli anni a venire confusione sulla successione dei titoli e un notevole aggravio sulle tasche del lettore italiano (che si è trovato a spendere più del doppio del lettore americano)? La risposta è abbastanza banale: nel 1998, anno in cui è stata progettata l’edizione delle Cronache, nessuno si aspettava di riuscire a vendere un romanzo di quasi 900 pagine, per di più appartenente a un sottogenere letterario poco frequentato dal pubblico italiano e che, per giunta, era solo l’apertura di una saga la cui ampiezza progettata era, al momento, sconosciuta allo stesso autore. Martin stesso, pare, benedisse quindi la suddivisione e collaborò ai lavori di questa prima edizione.

La traduzione fu affidata ad Altieri, che allora si occupava di thriller e aveva molta più dimestichezza con le sceneggiature che con i romanzi fantasy. A questa sua inesperienza e all’indipendenza di chi traduce, perché tradurre non è “mettere parole in fila una dietro all’altra”, attribuisce alcune scelte discutibili di adattamento dei primi volumi, tra cui l’ormai celebre scambio di un cervo con un unicorno in uno dei primi capitoli (non ci soffermeremo qui sulla questione dell’unicorno, già ampiamente discussa in qualunque angolo del web colonizzato dai fan delle Cronache, anche per risparmiare gli spoiler a chi ancora i libri non li ha letti).

Pare ci sia stata addirittura una disputa su come adattare il termine direwolf: alla fine l’ha spuntata “metalupi”, ma abbiamo corso il rischio di imbatterci in “superlupi” o “megalupi”. Anche la scelta dei titoli supplementari (necessari dopo lo spezzettamento dei libri originali) è farina del sacco di Altieri, che dice di aver cercato di mettere a fuoco l’argomento principale di ogni frazione di romanzo. Un’operazione estremamente delicata, il cui risultato non ha sempre convinto i fan.

Ora che abbiamo stimolato per bene la vostra curiosità, passiamo quindi a raccontarvi le novità che la Mondadori ha in progetto per noi.

Partiamo ovviamente dalle Cronache avvertendo che i lettori di lungo corso che hanno seguito la saga nella sua prima edizione per la collana Omnibus(o nella sua ristampa economica negli Oscar) non si devono preoccupare. La Mondadori proseguirà la pubblicazione dei nuovi volumi che usciranno nel consueto formato, di modo che quando ammirerete la vostra collezione sullo scaffale potrete vedere un’opera omogenea. Questo significa, ovviamente, che si proseguirà anche con la divisione dei volumi originali in più parti (già tre quelle ipotizzate per il futuro Winds of Winter, anche se non si hanno notizie certe sulla sua estensione), mentre a novembre arriverà in versione tascabile per gli Oscar La danza dei draghi, terza parte di A dance with dragons, pubblicata in copertina rigida per Omnibus l'anno scorso.

La copertina dell'edizione
"unita" de Il trono di spade vol.1

In parallelo, però, andrà avanti anche la riedizione dell'intera saga nel rispetto del formato originale avviata nel 2011 al traino della serie televisiva con la pubblicazione de "Il trono di spade. Il trono di spade, Il grande inverno”, seguito nel 2012 da "Il trono di spade. Il regno dei lupi, La regina dei draghi”. Ad aprile di quest'anno arriverà quindi in libreria il terzo volume "Il trono di spade. Tempesta di spade, I fiumi della guerra, Il portale delle tenebre".

La medesima edizione, ma rivestita di una nuova copertina rigida nera decorata con gli stemmi delle casate della saga, ha fatto capolino sugli scaffali lo scorso Natale: è la cosiddetta versione Deluxe, il cui secondo volume uscirà sempre ad aprile 2013. Ci sarebbe piaciuta un’edizione che offrisse oltre alla copertina rigida del materiale aggiuntivo (magari delle illustrazioni?), ma, soprattutto, un testo che recepisse le segnalazioni fatte dai lettori a Mondadori nel corso degli anni. Ad una rapida verifica, invece, non sembrano esserci state modifiche: il famigerato unicorno è ancora saldamente al suo posto.

Si interromperanno, invece, sia la pubblicazione de Le cronache del ghiaccio e del fuoco - Raccolta completa, che raccoglieva in un unico oggetto contundente da 1600 pagine i primi due romanzi americani (quattro italiani), e l’edizione uscita per Urania nella collana Le grandi saghe fantasy, la prima a tentare il ritorno alla cadenza dei volumi originali nell’ormai lontano 2007. 

L'edizione "deluxe" del primo
volume de Il trono di spade

E se tutta questa carta vi ha finora scoraggiato, sappiate che a breve saranno disponibili anche gli ebook dell’intera saga: sono stati infatti acquisiti i diritti necessari alla loro pubblicazione.

Restiamo in attesa, a questo punto, di verificare se nelle prossime edizioni il testo sarà effettivamente rimesso a nuovo e se saranno messi in pratica i consigli che noi blogger abbiamo fornito alla casa editrice per quanto riguarda gli spoiler a sorpresa in cui l’incauto lettore può imbattersi mentre legge la quarta di copertina o le appendici.
P
er chi invece non ha proprio voglia di rileggersi le oltre novemila pagine finora disponibili ci potrebbero essere in futuro delle interessanti novità, come la traduzione italiana della raccolta di mappe di Westeros, uscita a ottobre 2012 negli USA per Bantam Books. Inoltre, i responsabili di Mondadori hanno espresso interesse per il progetto che il vecchio George sta preparando con alcuni collaboratori: una sorta di enciclopedia che dovrebbe racchiudere tutto lo scibile sul mondo delle Cronache, arricchito da materiale inedito sulla storia e gli eventi antecedenti ai libri.
E se di questi articoli da collezione vi importa poco e tutto ciò che desiderate è potervi immergere in altre storie legate alla saga, sappiate che potrebbe presto esserci un’antologia in italiano dei racconti "minori" ambientati a Westeros e finora arrivati solo parzialmente nelle nostre librerie. Si tratta di: Blood of the Dragon (1999, in I Premi Hugo 1995-1998, Editrice Nord, Milano), The Hedge Knight (Il cavaliere errante. Una storia dei Sette Regni tr. Francesco Di Foggia, 2002, in Legends Vol. II, Sperling and Kupfer, Milano), Path of the Dragon (2000, inedito), 2003 The Arms of the Kraken (2003, inedito).

Abbiamo accennato però anche alle altre opere di Martin, che nasce in realtà come autore di fantascienza.
L'anno scorso Rizzoli ha pubblicato i primi due libri della raccolta di racconti Wild Cards (peraltro scegliendo una copertina in stile Twilight raccapricciante e assolutamente inadatta all'opera), di cui il buon George è curatore e parzialmente autore. Mondadori intende ripubblicare a partire da giugno questi due volumi in una nuova traduzione rilanciando con in terzo e il quarto della serie, inediti in Italia. Abbiamo avuto l'onore di vedere un'anteprima delle copertine, che ci è sembrata decisamente accattivante e che speriamo sia scelta come definitiva.

Altra graditissima sorpresa è l'annuncio della prossima pubblicazione di Tuf Voyaging, un di ciclo sette racconti di fantascienza scritti da Martin in periodi diversi a partire dal 1987, che hanno in comune lo stesso protagonista, Haviland Tuf, mercante intergalattico in sovrappeso, vegetariano e amante dei gatti. La saga finora non è mai stata tradotta in Italia e potrebbe arrivare finalmente nelle nostre librerie a partire da settembre.


Wild Cards series in italiano
  • Wild Card. L'origine (Wild Cards, Bantam Books, 1987), Rizzoli 2010 - Mondadori giugno 2013
  • Wild Card. L'invasione (Aces Highs, Bantam Books, 1987), Rizzoli 2012 - Mondadori giugno 2013
  • Wild Card. L'assalto (Joker Wild, Bantam Books, 1987), Mondadori giugno 2013
  • Wild Card. La missione (Aces Abroad, Bantam Books, 1988), Mondadori giugno 2013
Tuf Voyaging (Tuf Voyaging, Baen Books 1987) - previsto in italiano a settembre 2013 per Gli Oscar Bestseller
  • The Plague Star
  • Loaves and Fishes
  • Guardians
  • Second Helpings (Il Collezionista)
  • A Beast for Norn
  • Call Him Moses
  • Manna From Heaven (Manna dal Cielo)

Articolo di Valetta e Morwen

 

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