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30 luglio 2017

Vite sotto vetro - Greta Cerretti

Cosa succede a una nevrotica insicura quando la vita le concede una seconda opportunità? Ma è ovvio: commette gli stessi errori della prima volta! Viviana è in bilico tra i sentimenti ambigui che prova per il proprio ex, Luca, e l'infatuazione per Giulio, il nuovo capo. Sarà la spregiudicata amica Antonella, con l'ignara collaborazione di Jerry il pesce rosso, a sbloccarla: Viviana getterà il cuore oltre l'ostacolo, verso l'amore. Viviana è una sportellista insoddisfatta, che guarda la propria vita attraverso il vetro del CUP. In una sola mattinata il suo precario equilibrio viene messo a dura prova: incontra dopo dieci anni Luca, il proprio ex, e le viene proposto un cambio di mansione a stretto contatto con un fascinoso superiore, Giulio. L'immaturità relazionale di Viviana riemerge con prepotenza, insieme a tutti i nodi non risolti. È incapace di riconoscere l'attrazione per Giulio, e anche di ammettere che prova ancora qualcosa per Luca. La competizione con le altre donne non fa per lei, che si ritira prima ancora di combattere. Ma l'amica Antonella è una voce fuori dal coro, e un grillo parlante privo di coscienza. I suoi modi poco ortodossi, spesso brutali, e la morte del pesce rosso, daranno a Viviana la scossa necessaria per riprendere finalmente in mano la propria vita.

Recensione

Un percorso di rinascita, o meglio ancora di ripresa, è quello che ci viene proposto nelle pagine dell’opera di Greta Cerretti.
La protagonista è Viviana, una ragazza laureata ma che, gioco forza, è finita a fare la sportellista del CUP, tra ritiro di urine, impegnative e consegna di analisi.
Viviana vive la sua vita in solitudine, fondamentalmente auto – imposta, contando sull’amicizia della collega Antonella, che la mette sempre in guardia e, soprattutto, alle strette dinanzi alle scelte della sua vita.
Le carte della sua esistenza iniziano a rimestarsi quando al suo ambulatorio arriva Luca: un vero e proprio fantasma del passato, l’ex con il quale ha avuto una relazione complessa, per la quale ha perso anni prima la migliore amica Chiara, il cui spettro sembra aleggiare ancora attorno dopo tutti quegli anni.
Viviana inoltre coglie l’occasione, perché Nobbi, un manager dell’Azienda dal quale si sente attratta le propone una nuova mansione che la sposterà dalla polla di vetro, identificata come la sua postazione del CUP, per consentirle di vedere tutte le sfaccettature oltre il luogo sicuro dove si è rifugiata negli anni e nel contempo per affrontare quelli che rimangono ancora i sospesi col suo passato.
Pertanto risulta un po’ difficile liquidare il romanzo come un semplice romance: il sentimento è sì presente, e molto calibrato sull’umore della protagonista, ma nell’ambito del narrato si riesce a cogliere soprattutto l’aspetto dell’introspezione di Viviana, il suo percorso di crescita. L’avere il coraggio di uscire fuori e camminare, vedere, scoprire che le sue convinzioni, forse, non sono del tutto esatte.
Che qualche tassello, in verità, mancava.
Tanti gli argomenti condensati in poche pagine: l’autrice in primo luogo affronta il tema dell’interruzione personale, non tanto derivato dal trauma quanto dal cambiamento di vita e dal rinchiudersi in se stessi per timore di essere delusi di nuovo: un meccanismo che è molto più comune di quanto si creda, anche se nel caso di Viviana viene estremizzato: lei preferisce isolarsi, a parte Antonella, sembra che nessuno riesca a scalfire la sua corazza. Vive per suo conto, ha rotto i ponti col passato, quasi come se ne temesse l’esistenza.
Un po’ la sua storia ricorda l’allegoria della crisalide, qualcuno che si rinchiude dentro un’armatura, o sotto a un vetro, tanto per riprendere la metafora stessa del titolo, in attesa del tempo di stendere le ali e prendere il volo. Quello che, credo, tutti si meritino nella propria vita prima o poi.
I personaggi sono tutti filtrati dalla personale visione della protagonista, acquisiscono pertanto una dimensione strettamente correlata al suo vissuto, per quanto alcune motivazioni reali di atteggiamenti e di filtro della realtà non sempre siano chiare al lettore.
L’ambientazione romana della storia influisce poco sulle vicende: la trama si sbilancia sul pensiero e sull’emozione più che sull’interazione, donando quasi un senso claustrofobico che ancora di più rende l’idea del tipo di esistenza e di psiche della protagonista: ci interfacciamo con postazioni, piccoli uffici, interni delle case e parcheggi più che con la monumentalità della location.
Lo stile è scorrevole, ben reso sulla carta, con il tipico intercalare della riflessione e del giudizio all’interno delle singole scene, la realtà viene riportata al lettore direttamente dalla protagonista in prima persona.
L’unico neo della storia, a mio avviso, risiede nella brevità della narrazione, che forse avrebbe meritato un po’ più di azione e di puntualizzazione della storia, soprattutto riferito al passato di Viviana.
Il tutto si condensa in 122 pagine che raccontano la sua variazione interiore, il suo iter personale, senza dare modo di esplicare al meglio però il contorno: il lettore infatti vorrebbe sapere di più su Chiara magari, sul rapporto che legava le due amiche, sul modo con cui si sono lasciate. Ma al di là delle scelte narrative, Vite sotto vetro rimane comunque una storia che desta interesse, in grado di dimensionare una vita apparentemente normale, portando chi ci si imbatte a riflettere sulle proprie scelte e su come, a volte, i ricordi vengano fraintesi per difendersi e sopravvivere. Ed è così che rimane questa storia, una lettura delicata ma intensa, da dedicare a chi ha bisogno di fare il punto sulla sua vita per poter proseguire. Andare avanti e forse avere il coraggio e spiegare le ali per uscire dal vetro e andare sul serio fuori.

Giudizio:

+3stelle+ e mezzo

Dettagli del libro

  • Titolo: Vite sotto vetro
  • Autore: Greta Cerretti
  • Editore: Mondoscrittura
  • Data di Pubblicazione: 2015
  • ISBN-13: 9788897960096
  • Pagine: 128
  • Formato - Prezzo: brossura € 10,00

23 maggio 2017

Come se fosse estate - Jay Bell

Ben è un diciassettenne tranquillo che vive in un sobborgo residenziale di Houston, nel Texas, consapevole della sua omosessualità, e alla ricerca di un compagno che soddisfi il suo bisogno d'amore. Un giorno, nel parco vicino a casa sua, incontra Mr Scarpe Blu, alias Tim Wyman, un bellissimo coetaneo con gli occhi grigi e i capelli scuri. Da quel momento il cuore di Ben comincia a battere, e non smetterà di farlo nel decennio che segnerà il loro amore contrastato.

Recensione

Il romanzo di Jay Bell, insignito di alcuni prestigiosi riconoscimenti riservati ai libri di tematica Queer d’oltreoceano, racconta in modo approfondito, a tratti disincantato, la difficile esistenza di Ben, un giovane adolescente che convive con la sua omosessualità da tempo e, soprattutto, con gli sberleffi e l’omofobia che gli viene riservata al liceo dal gruppo dei pari.
Accanto a sé ha Allison, la migliore amica di sempre, che lo supporta senza risparmiare consigli e, soprattutto, ascoltando i suoi sfoghi a volte melodrammatici, a volte entusiasti, di quanto gli accade attorno. La conoscenza del compagno Tim, bello da morire e insospettabile, getterà il giovane in un vortice di emozioni e rimpianti che si trascinerà per il resto della sua vita.
Infatti, la prima cosa che colpisce dell’opera è la sua estensione temporale: suddivisa in tre parti più un epilogo, affronta diversi aspetti del giovane scansionati nel tempo, partendo dal 1996 per arrivare al 2008, facendoci così scoprire anche la crescita del protagonista all’interno della sua esistenza. Un percorso che porta il lettore quasi per mano all’interno dell’intimo di Ben, con il quale ci si interfaccia nelle sue scelte così come nei suoi patemi d’animo, che spesso sfociano in reazioni non sempre ponderate.
Ambientato negli Stati Uniti, tra Houston e Austin con qualche piccola incursione a Chicago, il testo di sicuro risente dell’influenza sociale americana, laddove ancora si vivono situazioni di pregiudizio, di forte compromissione a volte che rendono la vita del protagonista, soprattutto quando ha a che fare con i suoi vessatori, un vero e proprio inferno, nonostante basti l’amore che prova per Tim per far scolorire anche i momenti più duri.
Un modo che, nelle intenzioni, forse voleva raccontare la speranza e il delicato equilibrio che esiste tra quanto ci accade attorno di male e ciò che ci fa stare bene, ma scandagliando a fondo la storia e le reazioni, alla fine forse poco rilievo viene dato agli sviluppi psicologici di chi subisce il bullismo, facilitando ogni cosa. Ma di norma, purtroppo, certe esperienze ti segnano, in antitesi al modo con cui Ben vive e somatizza esperienza talvolta traumatiche.
Ma l’insegnamento più grande di tutti, in linea con quanto è la vita stessa, è proprio l’assioma che “a tutto si può sopravvivere”, che forse il dolore può essere superato, non dimenticato, ma è possibile farci i conti, e questa di certo è la forza dell’intera storia.
È difficile riuscire a collocare un genere preciso: è un romanzo introspettivo dalle tinte LGBT, ma nel contempo, fa delle incursione nelle tematiche romantiche, con una ricerca in gran parte di un lieto fine che, alla conclusione arriva oltre la tragedia.
Ben inizia la sua storia pensando che non amerà mai, eppure impara a farlo.
Omofobia, amicizia, accettazione del sé, tradimento e vita di coppia fanno da collante all’intero impianto narrativo, rendendo la lettura tutto sommato gradevole, per quanto sopravvalutata. Ci si aspetta infatti un romanzo più corposo, più denso nei contenuti intimi, ma rimane purtroppo sbilanciato sull’aspetto romantico delle esperienze amorose, distraendo a volte dai risvolti sociali che vengono descritti.
A parte qualche imprecisione tipografica, la narrazione scorre in modo abbastanza veloce e scorrevole, portando a una conclusione quanto mai inaspettata, che può colpire come anche deludere: dipende tutto da cosa ci si aspetta da una storia del genere.
Ed è così che forse va preso Come se fosse estate: un libro che racconta la vita e le scelte di un giovane che ha deciso di dichiarare la sua omosessualità con coraggio, accettandone le conseguenze.
Una lettura che racconta un amore, non solo di Ben per Tim, o dopo per Jace, ma soprattutto di un ragazzo che ama se stesso e che non è disposto a scendere a patti con la società rischiando di essere infelice. Di certo un’esperienza da riservare a tutti coloro che non vedono differenze sull’amore in base a chi è il destinatario di ciò che si sente dentro.

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Come se fosse estate
  • Titolo originale: Something like summer
  • Autore: Jay Bell
  • Traduttore: Andrea Misuri
  • Editore: Playgorund
  • Data di Pubblicazione: 2014
  • Collana: Syncro High School
  • ISBN-13: 9788889113813
  • Pagine: 288
  • Formato - Prezzo: Brossura - € 13,50

16 febbraio 2017

Verso Nord - Willy Vlautin

Che differenza c'è tra ascoltare 45 ballate country, e leggere un libro che ne racconta in prosa la trama? Se l'autore è Willy Vlautin, verrebbe da dire, forse solo la modalità di ascolto. Eppure il risultato materializzato in questo "Verso nord" non è un concept album né tantomeno una croonerata baggiana sulle note lancinanti di una pedal steel, ma piuttosto un romanzo nella più autentica (e grande) tradizione americana. Ventidue anni, cameriera nei locali di una città buona-per-i-ricchi, Allison Johnson è l'anima persa con gli occhi blu protagonista del secondo romanzo di Vlautin: figlia alcolizzata di una madre alcolizzata, con una sorella sedicenne che ha tutta l'aria di voler continuare la dinastia, un padre assente e un fidanzato cocainomane e violento, quando la sua situazione diventa troppo pesante si mette in viaggio, squattrinata e sola, lasciandosi tutto quello che può alle spalle (e quello che non può in pancia). E alla fine lascia noi, Allison, di fronte a uno spettacolo emblematico, la demolizione controllata di alcuni vecchi edifici, che sembra voler ricordare che quaggiù tutto cambia, e in compagnia di colui che potrebbe rendere finalmente più bello il cammino.

Recensione

La vita di Allison non è assolutamente facile: suo padre se n’è andato di casa da molti anni, sua madre è alcolista e anche lei e sua sorella di soli sedici anni sono sulla buona strada, ma soprattutto Allison è una donna che ha difficoltà nel portare avanti da sola la propria esistenza, nel fare delle scelte consapevoli: ha interrotto gli studi senza nemmeno diplomarsi, ripiegando su dei lavori nei locali per andare avanti, sta insieme a Jimmy, un ragazzo tossico, violento e razzista che abusa di lei dal profilo psicologico e da cui si sente dipendente.
Allison a tutto questo, almeno apparentemente, non reagisce, risultando spenta e incapace di scegliere, ancor più di ribellarsi a un destino che vede già segnato, nonostante i suoi soli 22 anni.
Ha problemi di alcolismo che non le facilitano la vita, la sua Las Vegas, nonostante le luci della ribalta per il divertimento e le occasioni mondane, le appare piuttosto una prigione, partendo però dal presupposto della sua periferia, dove immigrazione e delinquenza sembrano voler regolare la vita quotidiana di chiunque.
In tutta la sua fragilità Allison appare una ragazza interrotta, strappata dal reale: la sua unica consolazione è Paul Newman, di cui guarda i film, che la spinge a sognare una realtà alternativa per lei, un attore che nella sua immaginazione a volte, nei momenti di maggiore criticità e introspezione, esce fuori dallo schermo per sostenerla in lunghi dialoghi che lei intrattiene con se stessa.

Di primo acchito, quando ci si interfaccia con i primi capitoli della sua storia, emerge con forza la passività della protagonista, tale da far anche adirare il lettore, perché la donna, pur priva di strumenti, tende a perdersi anche nelle scelte più basilari che le consentirebbero la sopravvivenza.
La narrazione è impregnata del suo essere, rendendo tutto fioco e grigio, quasi spento. Lo stesso strappo o la sua stessa volontà scorre piano, anche nei momenti di maggior concitazione, anche quando scavando scopriamo il suo passato di violenza, sia fisica che verbale e le sue deprivazioni personali.
L’ambientazione stessa risente di questo sentimento decadente, perché filtrato dai suoi occhi, dai suoi gesti. Ciò ci fa capire come, a livello di scrittura, ci sia stata una forte immedesimazione in Allison, una trasformazione che accompagna un po’ tutta l’opera, dove lei galleggia, sospesa tra ciò che sarebbe bene fare e quello che invece è da evitare.

Allison ha il coraggio di andarsene, e riprova a ricostruirsi un’esistenza a Reno, per una pura serie concatenata di eventi fortuiti, ma non sembra che le cose vadano meglio, fintanto che lei continua a ripetere gli stessi identici errori, senza autodeterminarsi mai dal profilo sostanziale.
Nel suo immaginario ritroviamo poi il senso ipotetico del romanzo, che riguarda lei come anche il suo Jimmy (da cui scappa e spera sempre di non essere ritrovata): l’aspirazione a cambiare il proprio futuro, identificato nella metafora del trasferirsi al Nord: dove la vita è più facile, dove si può ricominciare davvero, dove i messicani e gli immigrati non arrivano (secondo quanto ritenuto da Jimmy in uno dei flash back), dove puoi essere quello che sei o chi vuoi.
Una sorta di nuovo sogno americano, modernizzato rispetto alla matrice atavica, ma col substrato di una vita ai margini sociali, dove le reali possibilità scarseggiano, e in cui si diventa semplicemente delle profezie che si auto-concretizzano da sole.
Solo verso il finale la protagonista ci offre dei reali spiragli di cambiamento, decidendo di appoggiarsi a chi non la intimorisce per sentirsi sicura e cercando di svincolarsi dalla dipendenza dell’alcool, scegliendo quindi di accontentarsi nel vivere senza troppe complicazioni, lavorando e costruendo un poco che possa essere comunque suo e di chi imparerà ad amare.

Il secondo romanzo di Vautlin risulta un’opera a mio avviso controversa: da un lato ci narra il dramma e il desiderio di riscatto, affidandolo all’immagine sin troppo stigmatizzata della fragilità che diventa la catena stessa di tutta la storia.
I riferimenti contemporanei sono scarni, atti più che altro a confermare stati d’animo e disagio più che a raccontarci una società intera. La stesura e lo stile scorrono comunque in maniera lineare, a parte la presenza di qualche refuso di battitura lo stile appare concreto e corretto.

Verso Nord è un romanzo che potrebbe aprire molti spiragli di ragionamento, se si avesse la forza di liberarsi del proprio io e si accettasse la voce della protagonista in ogni sua fase di vita, in discesa così come in salita.
È di sicuro un libro dedicato al percorso di una donna in difficoltà: fragile e succube, che ha bisogno di aiuto ma soltanto per potersi sentire autonoma nel suo essere Allison Johnson come persona senziente, che detiene in mano le redini della sua esistenza.
Un’esperienza di lettura che non tutti, se non sono aperti o pronti, possono comprendere sino in fondo.

Giudizio:

+2stelle+ (e mezzo)

Dettagli del libro

  • Titolo: Verso Nord
  • Titolo originale: Northline
  • Autore: Willy Vautlin
  • Traduttore: Alessandro Agus
  • Editore: Quarup
  • Data di Pubblicazione: 2013
  • Collana: Badlands
  • ISBN-13:9788895166308
  • Pagine: 190
  • Formato - Prezzo: € 14,90

17 dicembre 2016

Moffie - André Carl van der Merwe

Del Sudafrica si conoscono spesso le tristi vicende legate all’apartheid, ma poco o niente si sa delle torture e dei maltrattamenti subiti dagli omosessuali. André Carl Van Der Merwe ha documentato quella sofferenza taciuta che è stata in primo luogo la sua personale sofferenza durante il servizio di leva nel 1980. Dal bisogno di trovare un equilibrio e un senso in una realtà dominata dalla follia prende corpo il romanzo di Nicholas, un adolescente che nel passaggio dall’infanzia alla pubertà matura la presa di coscienza della sua identità omosessuale, sotto la pressione di un sistema omofobo e violento come quello dell’esercito. Ambientato durante la guerra di confine del Sudafrica contro gli indipendentisti della Namibia e dell’Angola, Moffie – “frocio” in lingua afrikaans – denuncia le atrocità perpetrate contro i gay nel Reparto 22, dove le presunte cure non furono altro che pretesti per le più crudeli efferatezze, dalle lobotomie ai trattamenti ormonali alle masturbazioni di gruppo. Nicholas, allenato alla continua angoscia di vivere dietro una facciata, è addestrato a resistere dalla sua stessa esistenza. Ma gli orrori a cui assisterà diventeranno la cornice in cui, attraverso l’amicizia e poi l’amore, diventerà un uomo consapevole della sua identità, pronto finalmente ad aprirsi al mondo.

Recensione

Sudafrica, anni 80. Nel pieno di un conflitto di confine con la Namibia e l’Angola e in un clima di rigida apartheid, guerre morali di stampo religioso che impartiscono alla nuova generazione di commilitoni le regole, su quel che è giusto essere da quel che non è corretto essere.
In questo quadro il giovane diciannovenne Nicholas si interfaccia, interponendo al suo resoconto dettagliato della vita di addestramento militare i suoi ricordi precedenti, relativi alla sua infanzia e la battaglia interiore di accettazione della sua omosessualità, di una diversità non rivelata ma percepita dalla sua stessa famiglia, che lo porta a essere escluso, esiliato nella carriera militare per potersi raddrizzare, anche se nessuno ha il coraggio in casa di affrontare quello che sente, quello che lui è.
Un Moffie, che dà il titolo al libro, un termine afrikaneer dispregiativo per indicare quelli come lui, i gay. Essere omosessuale è ancora un reato all’epoca, è punibile con metodi coercitivi, curabile come una malattia, che spesso porta inevitabilmente al declino della persona. Ma durante la storia frastagliata in piccoli tasselli di un mosaico che in modo non sistematico rivelano il presente di Nick e il suo passato, comprendiamo con lui che esiste un’alternativa, essere se stessi e non crollare, salvaguardarsi per non scomparire sconfitti da una società che non è ancora pronta a fare il passo di accettazione.

“Mio padre ha mandato nell’esercito un ragazzino dall’omosessualità velata e ha avuto indietro un omosessuale consapevole”
ci scrive proprio lo stesso Nick a un certo punto della storia. Chi si aspetta un romanzo che affronta la descrizione affascinante di un’Africa che colpisce il cuore con la sua natura selvaggia, rimarrà deluso.
Il libro è fortemente incentrato sulle tematiche care al protagonista, la paesaggistica, gli animali e il senso ambientale rimangono sullo sfondo rispetto a una puntuale atmosfera sociale, dove ritroviamo una stratificazione netta: i bianchi comandano sui neri, le relazioni interraziali sono un abominio tanto quanto quelle tra uomini.
L’addestramento militare è disumano: attraversiamo le varie fasi con estrema ansia e paura di non farcela, con l’odio di un caporale come Dorman che mette in pericolo come può coloro che ha individuato come deboli, un continuo ritorno all’omofobia, dove Nick tocca con mano il fenomeno sociologico della risocializzazione: individui che, in peculiari situazioni come il ritrovarsi insieme a vivere una vita di regole prima a loro sconosciute, si adattino e cambino. Così coloro che erano amici diventano nemici, per sopravvivere. Allo stesso modo si impara a stringere altri legami, a sopportare per resistere, e chi non ce la fa, muore. Che sia realmente o soltanto come persona, non fa differenza. Il protagonista diventa testimone di un’omosessualità vissuta in modo diverso: lui e Malcom reggono e si fanno scudo di quella natura che per loro diventa parte di sé, Dylan invece non regge e la fa finita, altri due giovani, nei primi capitoli, vengono beccati e puniti con il ricovero nell’unità psichiatrica. La forza che manda avanti Nick è l’amicizia, ma anche l’idealizzazione del giovane Ethan, che perde di vista e poi incontra di nuovo in vari passaggi. All’interno di un testo così forte e altamente composito, ritroviamo tracciati molti dei temi che segnano un percorso di cultura LGBT: l’accettazione del sé, il suicidio, l’omofobia, innamorarsi di un etero, la scoperta di un mondo, come quello gay di Johannesburg, sommerso eppure stimolante, la rinuncia e la rivalsa. Accanto a questi temi Nick ci racconta la sofferenza di non essere accettati in una famiglia che teme lo scandalo più che amare i suoi componenti, la rigidità dei teoremi religiosi a suffragio di quanto sostenuto come norma morale, la crudeltà dell’uomo in tempo di guerra nella quale vive chi uccide per primo secondo una strategia, il senso di perdita a partire dalla morte in tenera età del fratellino Frankie, suo primo migliore amico.
La narrazione, volutamente frammentaria nel percorso che continua in modo non sistematico a rimandare il lettore in avanti e indietro, comunque riesce a coinvolgere e a presentare ogni schema con crudezza, trascinando avanti sino alla fine. Lo stile è sobrio e diretto, intervallato da termini autoctoni che a volte vengono spiegati direttamente nella battuta successiva, in altre occasioni vanno approfonditi nel dizionario a margine. Moffie è un romanzo che non è adatto a tutti. Parla della guerra di un dato periodo storico, del senso di impotenza di una generazione di “bianchi” che viene mandata a farsi ammazzare per la scelta di uomini e donne di generazioni precedenti, parla di un’omosessualità che ha timore di spiegare le ali perché non è accettata, ma che alla fine trova la sua strada in chi sopravvive, con un leggero barlume di speranza.
Quella sul futuro.
Un libro coinvolgente, che può essere letto soltanto da chi è disposto ad accettare questi concetti e a non dimenticare che il percorso di una piena equità è ancora in corso. Un libro capace di arricchire solo con questi presupposti.

Giudizio:

+4stelle+ e mezzo

Dettagli del libro

  • Titolo: Moffie
  • Titolo originale: Moffie
  • Autore: André Carl van der Merwe
  • Traduttore: Valentina Iacoponi
  • Editore: Iacobelli Editore
  • Data di Pubblicazione: 2012
  • Collana: Frammenti di memoria
  • ISBN-13: 9788862521666
  • Pagine: 288
  • Formato - Prezzo: € 16,00

13 dicembre 2016

Il teorema dell'equilibrio - Matteo Capelli

Un suicidio apre il racconto. Poi, droga, pornografia, un furto e uno stupro di gruppo, rapporti sessuali più o meno disimpegnati e relazioni proibite. Cinque ragazzi diversi, ognuno con la propria personalità e il proprio carattere, accomunati soltanto dal fatto di frequentare l'ultimo anno di liceo nella medesima classe. A scombussolare la quotidianità dell'ambiente in cui essi vivono, è una disgrazia che non trova spiegazione: perché Linda, loro compagna di scuola, si è uccisa? I protagonisti affronteranno vicissitudini, drammi, nuove esperienze, turbamenti e cambiamenti. Graduali o repentini. E alla fine rimarrà da sciogliere un interrogativo fondamentale: il destino è lo stesso per tutti? Esiste davvero una bilancia fatalistica che compensa gioie e dolori nel corso della vita delle persone, rendendo l'esistenza di ciascuno uguale a quella dell'altro? E in che modo si misura questo ipotetico equilibrio? La narrazione si sottrae a simmetria e reciprocità, quasi a voler negare il teorema paradossale che introduce il racconto. L'ago sembra voler pendere dall'una o dall'altra parte, eppure alla fine la logica riesce a chiudere l'irregolare cerchio degli avvenimenti.

Recensione

Il fulcro della storia si snoda attraverso le vicende piuttosto compromesse di alcuni diciottenni che hanno in comune l’appartenere alla stessa classe superiore, per quanto le loro vite non possano essere più diverse.
Tra i protagonisti principali troviamo Carlo, il classico figlio di papà che vive una situazione di apatia personale dal quale prova a scuotersi con l’abuso di sostanze, fino a che la passione per la compagna Debora non crea un opportuno diversivo; abbiamo poi Sara, legata ai suoi sentimenti intimi che fatica a esprimere e a comprendere, impedendole di realizzare la sua vera natura, legata a Laura, una ragazza ambiziosa che subisce una battuta d’arresto per colpa di Tommaso il pazzo e si ritrova a confrontarsi con la violenza gratuita. Poi c’è Manuel, un giovane anonimo che per una serie fortuita di conseguenze si ritrova a essere un nuovo membro del gruppo di Tommaso, dedito ad attività legate alla droga e al furto, e ancora c’è Linda, la giovane taciturna di cui Manuel si sente innamorato, che nasconde in sé un grande segreto, lo stesso che la porterà a fare delle scelte estreme.

La caratteristica fondante di questo gruppo è proprio il senso di estraneità che distingue l’uno dall’altro, e che in modo corale ci racconta il malessere dei giovani di questo tempo, attraverso meccanismi propri sia del romanzo sociale che del romanzo di formazione; sei storie principali che si sfiorano e si intersecano in modo inusuale e, soprattutto, inaspettato agli stessi protagonisti, mediamente collegato a una tradizione, soprattutto americana del decennio 1990 – 2000 dove si usava raccontare l’esperienza limite per descrivere la gioventù e la sua natura, come avviene in alcuni testi di Breston Ellis e di Welsh, tanto per esemplificare.

Proprio sull’aspetto corale secondo il mio punto di vista questo romanzo acquisisce nella sua stesura il punto di forza più brillante: il titolo stesso rimanda all’equilibrio, ma di fatto tutte le esperienze sono sbilanciate, partono da un punto per raggiungere l’opposto, per portare un cambiamento nella vita di ciascuno, più o meno voluto, più o meno apprezzabile.
Dissezionandolo infatti si percepiscono almeno sei piccole storie a sé stanti, che da sole possiedono già un buon potenziale narrativo.
Lo stesso escamotage di raccontare per ogni capitolo un pezzo di ciascun puzzle che compone queste esperienze di vita accattiva il lettore, che vuole andare avanti per saperne di più, senza perdere il filo sia della storia di ciascuno che del quadro generale. Un modo di fare narrativa che in questo testo è riuscito.

L’ambientazione è appena tratteggiata, capiamo che siamo in Italia, conosciamo il sistema classe e anche il sistema giovanile dove si esprime, ma l’atmosfera compartecipa poco, lasciando alla riflessione interiore il gravoso compito di spiegare le motivazioni e il perché di qualche scelta a volte inusitata.
Sentirsi accettati, voler uscire da uno schema, essere liberi e quindi emancipati dalle proprie origini, come anche volersi sentire vivi, sono tutti argomenti che in questo romanzo trovano una loro espressione ottimale, che si fanno comunque cogliere.
Magari, rispetto ad alcune vicende, sarebbe stato preferibile un maggiore approfondimento o un'indagine ulteriore per essere calzante: mi riferisco alla natura del desiderio di Sara in primis, che trova poco spazio nella storia e si esprime con un’esplosione quasi inaspettata, dati i pochi elementi portati a valutazione di chi legge. Il suo ti amo sofferto, che sarebbe dovuto essere forse uno dei momenti più elevati della scena globale, passa inosservato, troppo velocemente, poco sorretto dal dilemma interiore che di solito sottende lo scoprirsi omosessuali e accettarsi. Il legame con Laura diventa un paravento troppo semplice in questo senso, soprattutto perché la stessa Laura, data già la sua situazione critica, fagocita la psiche e i sentimenti dell’amica, lasciandola sullo sfondo.

In merito allo stile, si rileva una stesura molto ricca, a tratti anche forbita, ma in sé la lettura non ne risente, se non in quelle parti dove la contingenza richiederebbe un aumento maggiore di ritmo, anziché una cadenza sempre uguale. A soffrire sono soprattutto i dialoghi in queste fasi, che a volte paiono irreali, troppo lunghi e pieni di ragionamenti che ledono l’immediatezza del concetto. Un esempio, tra i tanti:

≪Mi hanno calpestato l’anima≫ sospiro Laura a denti stretti. ≪L’hanno umiliata, straziata, devastata e massacrata. Non hanno avuto un briciolo di pieta.≫ ≪Chi? Chi e stato?≫ sbotto Sara, mentre Laura scoppiava a piangere. ≪E stato il Pazzo≫ confesso, con un flebile rigurgito di dolore. ≪Il Pazzo e i suoi scagnozzi.≫

È quanto Laura rivela all’amica in merito allo stupro subito. O ancora:
≪Con quale coraggio agiti impunemente la tua lingua biforcuta?≫ fu la reazione di Sara. ≪Dovresti strisciare col muso sul pavimento gelido di una cella.≫ ≪Che caratterino!≫ esclamo Tommaso. ≪Da dove spunta tutto questo rancore?≫ ≪Lo sai benissimo, viscido rettile schifoso.≫ ≪Non capisco a cosa tu stia alludendo.≫

Qui è Sara che si interfaccia con uno dei carnefici della sua amica, in un modo che la contingenza non potrebbe mai rendere ammissibile e, soprattutto, verosimile.
Forse il rinunciare a tenere il registro costantemente aulico avrebbe aiutato molto il dialogato a esprimersi meglio, lasciando trasparire un’emozione migliore, più genuina… meno teatrale.

In generale comunque il Teorema dell’equilibrio è un romanzo che affronta dei temi forti e molto attuali, che forse meritavano un maggiore approfondimento da un lato e soprattutto una prosecuzione ulteriore dove un modello esplicativo di trama stava a suo modo funzionando. Anche la brusca interruzione sul finale, quando ancora la scena clou della rivelazione si intuisce ma non viene alla fine espressa, porta il lettore a chiedersi se vi sia o meno il preciso intento di fare un sequel di questa storia o se il finale aperto sia semplicemente stata una scelta ponderata dall’autore.
In conclusione, possiamo affermare che questa storia ha una sua forza, ma come tutti i buoni presupposti di questo mondo, necessita forse di un maggior rigore narrativo e un maggiore lavoro sull’introspezione e sull’emotività per brillare davvero. Una lettura che comunque colpisce, dedicata a tutti coloro che si vogliono interfacciare coi giovani di oggi, per capire quanto siamo portati a dimenticarne le dinamiche una volta che diveniamo adulti.

Giudizio:

+2stelle+ e mezzo

Dettagli del libro

  • Titolo: Il teorema dell'equilibrio
  • Autore: Matteo Capelli
  • Editore: Watson Edizioni
  • Data di Pubblicazione: 2016
  • Collana: Ombre
  • ISBN-13: 9788898036509
  • Pagine: 240
  • Formato - Prezzo: € 10,00

21 novembre 2016

Love Song - Greta Cerretti

Elena passa le sue giornate a godersi il lussuoso appartamento romano del fidanzato Luca e a fare shopping con la sua migliore amica Giulia, una “valanga fragile” con un passato da anoressica alle spalle. Luca però è un uomo taciturno, tutto preso dal suo lavoro di chirurgo nella clinica privata del padre. Basterà poco perché Elena, insoddisfatta e annoiata, si lasci incantare dal fascino rock di Andrea e ingaggiare come cantante nella sua band, ignorando le pungenti ammonizioni della sua voce interiore. Ancor meno per mandare in fumo il progetto di matrimonio con Luca e ritrovarsi al verde, senza un uomo, senza lavoro e con un’amica nei guai. E adesso?
Inventarsi una vita e cercare la propria vocazione non sarà facile per questa moderna anti-Cenerentola. E chi lo sa, magari dietro al principe azzurro che aveva idealizzato Elena potrebbe scoprire un uomo, con le sue debolezze, e una seconda chance da cogliere al volo.

Recensione

Quello di Elena, la protagonista del romanzo, è un vero e proprio percorso alla ricerca di se stessi, ma soprattutto il desiderio di coronare le proprie aspirazioni e sentirsi in qualche modo soddisfatti della propria vita.
Siamo ai giorni nostri, ambientazione romana, e la giovane donna che convive con Luca inizia a sentirsi inquieta rispetto alla sua esistenza: nonostante il suo uomo sia un medico e le consenta di non lavorare senza privarsi di ogni capriccio con lo shopping, lei avverte la mancanza di qualcosa che non riesce a definire e che, anzi, attribuisce a cause esterne più che introspettive.
Da questo livello partono una serie di vicissitudini che capovolgeranno la sua esistenza tanto da ridurla a vivere una serie di esperienze che la obbligheranno a crescere e, soprattutto, a capire che certe risposte può trovarle anche dentro di sé.

Una delle peculiarità che caratterizzano l’intessuto della trama è la circolarità: Elena parte da una situazione di agio, la perde, scalando a fatica la china fino a che non ritorna, più presente a se stessa, ad anelare la situazione iniziale. Ma da una prospettiva completamente nuova, in quanto lei per prima impara a lottare e a impegnarsi per emergere.

Greta Cerretti con questa storia ci racconta la vita per tanti aspetti: l’amore, il tradimento, la coscienza di sé e l’amicizia, l’uscita dall’apatia per conquistarsi un posto nel mondo e soprattutto per sentirsi soddisfatti; tutti passaggi che in qualche modo sono legati al timore di crescere e a capire che la vita deve comunque evolversi di pari passo con l’età.
Nel libro partiamo dallo squilibrio delle origini: Elena disprezza la sua famiglia, eppure imparerà ad amarla e a farsi aiutare dalle mani tese in modo inaspettato che le vengono in soccorso, anche quando tutto è perduto.

Se si fa caso alle caratterizzazioni, i vari personaggi che si avvicendano nel contorno di vita della protagonista assumono dei ruoli netti: Luca è il taciturno accudente, impegnato con il lavoro e agiato. Andrea è l’illusione di una passione alternativa ma nel contempo l’antieroe, Giulia incarna l’amicizia, la persona che in qualche modo ha bisogno di aiuto e amore ma nel contempo entra in rivalità per rispondere alle proprie pulsioni. La sua fragilità, infatti, tocca notevoli picchi all’interno della storia, consentendo a Elena di riscoprire l’importanza di alcuni valori.
Una bella nota di merito va invece a Mauro, il fratello di Elena e a sua moglie Teresa, che da archetipo svalutato si mutano in esempio, e di sicuro appaiono come i personaggi meglio rappresentativi e realizzati all’interno dell’economia del narrato.

Relativamente all’aspetto stilistico e formale, il romanzo si propone in prima persona e rimane permeato, a volte anche troppo, di una forte tendenza introspettiva: i soliloqui di Elena permeano ogni passo, intercalano addirittura i dialoghi, rendono vivida la tempesta interiore di una giovane che nel bene o nel male è obbligata a fare i conti con se stessa.
I guizzi e gli spunti del dissidio sono notevoli e soprattutto sono molto presenti, anche se in alcuni passaggi potevano essere maggiormente stemperati per lasciare libera l’azione di fluire.
La forma è corretta e accattivante, il lettore simpatizza per Elena e a volte si prova lo spunto quasi di voler parlare con lei, soprattutto nei momenti in cui sbaglia percorso, e tale sensazione di empatia è molto rara nelle letture, e detiene il punto di forza di tutta l’opera.

Love Song è un romanzo che va al di là del suo genere romance, per riportarci una storia di vita esemplificativa ma comunque universale: una lettura per cui che va aperta a tutti, a prescindere dal genere di chi parla, perché può aiutare a spalancare gli occhi anche su se stessi, oltre che ad ascoltare meglio i messaggi che ci transitano attorno. Un’esperienza da dedicarsi quando si cercano risposte altrove, e invece si ha bisogno di partire da sé.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Love song
  • Autore: Greta Cerretti
  • Editore: Emma Books
  • Data di Pubblicazione: 2016
  • Collana: Comedy
  • ISBN-13: 9788868930844
  • Pagine: 176
  • Formato - Prezzo: Brossura - € 4,99

30 agosto 2016

Tagliami la testa senza farmi male - Oscar Francioso

Eric Eden ha diciotto anni. È disordinato, ha tendenze suicide, beve troppo, fuma troppo, mangia solo cibi liquidi perché non ha voglia di masticare, è sempre di pessimo umore. Il suo intero modo di essere è giustificato dall’essere uno studente. Quando la scuola finisce, Eden dovrà riconsiderare i punti cardine della propria esistenza. Dovrà rivedere i rapporti con una fidanzata che ha sempre trattato malissimo, con il suo migliore amico, segretamente innamorato di lui dall’età di sette anni, e con la nonna, una regista porno in pensione divenuta nel corso del tempo il suo idolo.

Recensione

Tagliami la testa senza farmi male racconta in modo dissacrante e, in gran parte, disincantato, il dramma delle nuove generazioni che si confrontano, in un modo o nell’altro, con la quotidianità e le finte proiezioni proprie delle età adulte, tutte rivisitate attraverso l’occhio del suo protagonista Eden, che si ritiene talmente scollegato dal reale in cui interagisce da decidere di farla finita fino a che la visione/incontro con Aldo Veritas, poeta morto suicida nel 67, non lo porta a riflettere sul senso stesso delle sue scelte, esortandolo a provare a vivere.

Eden ha appena concluso il liceo e sente addosso l’alito di un’esistenza claustrofobica a cui non intende arrendersi per il solo sentirsi inadeguato: dopo la scuola, a parte coniugare in modo esatto i verbi irregolari al participio passato, ritiene di non essere capace di mettere in pratica nessun talento per poter vivere come tutti gli altri. Accanto a lui ritroviamo una carrellata simpatica e irriverente di personaggi, dalla fidanzata Cassandra, con cui ha un rapporto ambivalente e legato al sesso, perché Eden non crede che l’amore esista, sino al migliore amico gay Moreno e alla sua amica/pusher Sabina, da sempre innamorata di lui. Per non scordare la nonna, regista di film pornografici, che in più di un’occasione dimostra al lettore come sia possibile sfangarla senza per forza crescere e adeguarsi a ciò che la realtà sociale pretende, spesso, da noi.
Proprio da lei e dalle sue esperienze erotiche Eden trae la sua ispirazione nella scrittura di racconti a sfondo sessuale che gli consentono di sopravvivere fino a che non intercorrerà il famigerato Blocco dello scrittore, che gli impedisce di poter creare le nuove storie che il suo editore si aspetta e, ahimé, non si limita a quello soltanto.

Estraniandosi dalla trama, il lettore si imbatte in un singolare romanzo di formazione, in cui Eden cerca in ogni modo, psicologicamente, di arrabattarsi per dare una sua personale visione della vita, senza comprendere però sino in fondo il suo significato intrinseco, perdendo forse anche troppo tempo nel raccontare la fitta rete di rapporti e di vicende, senza coglierne l’essenza e il significato. Solamente sul finale riesce in qualche modo a emanciparsi e a crescere, a comprendere che il tempo perso, in nessun modo, potrà tornare indietro, insegnandoci che vale la pena vivere con intensità e trarre da quel che ci capita il massimo possibile.

In una sottile lettura su un piano diverso, non solo ci si imbatte nella disamina disarmante della portata dei sogni (Eden vorrebbe solo scrivere il suo Grande Romanzo, che poi non riuscirà a scrivere) e del secolare dilemma con il dissidio tra aspirazioni e vita reale, ma ci inoltriamo con una visione puntuale nel mondo del disinganno delle nuove leve di adulti, che mostrano punti di forza ma inequivocabilmente la loro fragilità più estrema. In un modo sovrastimolato, in cui le emozioni tendono a perdersi spettacolarizzandosi e diventanto appannaggio di tutti, si rischia di sentirsi vuoti, inanimati, come delle pedine.

A livello strutturale la breve opera di Francioso trova un suo perché espressivo, nonostante la presenza di alcuni refusi nel testo che tuttavia non compromettono la lettura e la rendono godibile. A voler essere cinici, il difetto maggiore e unicamente riscontrabile della storia risiede nella discordanza, a volte accentuata delle voci: Eden ha 19 anni appena eppure in più fasi, tra le righe del testo, si ha l’impressione che a parlare sia un uomo più adulto, a volte immaturo, a volte sin troppo esperienziale per trattarsi di un giovane appena uscito dal liceo.
Il romanzo si rivela comunque una lettura interessante, dedicata a tutti coloro che intendono interfacciarsi col dramma del vivere, partendo dal presupposto che, spesso, per problematiche del genere, non sussistono soluzioni di sorta, se non continuare appunto a vivere.

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Tagliami la testa senza farmi male
  • Autore: Oscar Francioso
  • Editore: Enzo Delfino Editore
  • Data di Pubblicazione: 2016
  • ISBN-13: 9788895758251
  • Pagine: 106
  • Formato - Prezzo: € 4,99

4 marzo 2016

Grandine - Francesco Rago

Leone è un ragazzo come tanti, che all'apparenza cerca di trovare la strada per realizzare le proprie aspirazioni. Ciò che sembra attenderlo è un'esistenza ricca di soddisfazioni professionali e familiari, ma ben presto il giovane trova davanti a sé un senso di vuoto che lo conduce a una guerra personale contro il mondo. Si sposa con Martina, aspirante attrice malata di protagonismo, e trova lavoro in un'agenzia pubblicitaria, ambiente artefatto e grottesco nel quale gravitano colleghi strampalati e capi con la mania del controllo. Quando la sua vita sembra definitivamente impantanarsi, ecco un incontro inaspettato che squarcerà quel vuoto interiore e lo costringerà a decisioni difficili.

Recensione

Il percorso di vita del protagonista Leone descrive i drammi e le titubanze del vivere moderno in ogni suo aspetto. Impariamo a conoscerlo da giovane, a conclusione dei suoi studi e con tutta una vita davanti a sé. Ma il problema è proprio il momento in cui la vita ti pone davanti delle scelte da cui può dipendere il tuo futuro, soprattutto se, come nel suo caso, le esperienze già vissute non sono in grado di essergli d’aiuto.

Leone si invaghisce di Martina e decide che quello è amore, sceglie un impiego per coronare il suo sogno sentimentale senza sperimentarsi attorno prima di dedicarsi al lavoro, spinto dal desiderio di fuga va via da casa, con dentro un peso datogli dai genitori e dai loro fallimenti, una ferita che non è mai riuscito a far cicatrizzare sul serio.
Ma Leone, a sue spese, dovrà fare i conti con la realtà e soprattutto con l’apatia che gli genera la sua sensazione di disfatta, quando di punto in bianco viene obbligato a confrontarsi con il mondo che gli sta intorno e a lottare (o lasciarsi andare) per affermarsi.

Leone presenta la sua storia in modo disincantato, con un pizzico di cinismo che pervade l’intero racconto. La sua costante analisi interna è tale da rendere il suo romanzo non una semplice storia della vita di oggi, ma uno spaccato del sé, un racconto di introspezione con cui a volte si riesce a entrare in sintonia, mentre in altre situazioni il lettore prende le distanze dalle sue paturnie e dalle riflessioni, spesso inconcludenti. Non è di sicuro l’eroe che ci si aspetterebbe, anzi, pagina dopo pagina la sua fragilità acquisisce forma, contorni, diventando sempre più la vera protagonista terribile delle vicende. Si trasforma in un senso di vuoto che fa da cornice all’intero impianto, da cui risulta difficile separarsi e andare oltre, sino alla fine.
Nella vita del protagonista appare Viola, ma nemmeno lei riesce a conquistarsi la simpatia del lettore: Leone continuerà ad abbandonarsi alla sua consuetudine, come se la sua esistenza non lo riguardasse poi così tanto. Solo Yasmina, la donna misteriosa e bellissima, in qualche modo riesce a contrapporre un colore forte al grigiore di Leone che l’autore ha saputo scrivergli attorno con estrema puntualità.
La loro sinergia è palpabile sin dalla prima vista, e conduce per mano con curiosità fino al loro graduale confronto, per scoprire che in realtà fragilità richiama altrettanta fragilità. E non si tratta di un pensiero cinico e disperato, ma di una constatazione della vita spessa.

Per gran parte della lettura si viene portati a chiedersi quel che succederà nei capitoli successivi, spesso perché di fatto la costruzione delle scene non è mai scontata e l’evoluzione della storia stessa sfugge a qualsiasi prevedibilità concreta.
Le descrizioni dei personaggi, per quanto filtrate dalle percezioni del protagonista, appaiono sufficientemente vivide: le personalità maschili rimangono abbastanza periferiche nella rete di rapporti sociali, mentre la dimensione degli affetti femminili rimane centrale e permea le intenzioni così come le azioni di Leone. Forse sarebbe stato maggiormente incisivo dare dei connotati meno superficiali proprio agli amici e ai colleghi del protagonisti, che agiscono su caratteristiche nette e spesso non vanno oltre allo schema prefissato.
Le donne, per quanto ricche di sfumature, a volte rischiano di rimanere ugualmente incastrate nel ruolo che assurgono: Martina rimane l’opportunista matta insoddisfatta di sé e della sua esistenza, oltre che fonte di dolore per lungo tempo, Viola la classica giovane borghese inesperta ma anche troppo legata agli schemi sociali della consuetudine, Yasmina invece rimane comunque il personaggio più riuscito nella sua concretezza esplicativa.
Un discorso a parte va dedicato ai genitori, la cui tridimensionalità si percepisce anche se, in realtà, interagiscono abbastanza poco nella vita del figlio, evitando di intromettersi.

L’ambiente geografico invece funge da cornice, è presente ma di fatto caratterizza poco le scene, lasciando con discrezione che i dialoghi e le emozioni fluiscano e arrivino in modo diretto al cuore di chi legge.

Grandine è un romanzo particolare, questo è fuor di ogni dubbio: è scritto in modo corrente e diretto, con pochi fronzoli, ed è caratterizzato da un ritmo comunque costante, senza picchi, in lentezza ma anche in accelerazione, rendendo però la lettura in certe fasi piuttosto monotona, sia nella concezione della storia che nel suo svolgersi. Di sicuro è una lettura che può regalare al lettore diverse emozioni: l’idea stessa della reazione così come il concreto, e mai fuori moda consiglio, di non farsi trascinare dagli eventi ma di viverli da dentro, senza pentimento.

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Grandine
  • Autore: Francesco Rago
  • Editore: La Gru
  • Data di Pubblicazione: 2015
  • Collana: 14° piano
  • ISBN-13: 9788899291150
  • Pagine: 236
  • Formato - Prezzo: Brossura - € 13,00

2 aprile 2015

L'altra sete - Alice Torriani

Si chiama Alice e ha 27 anni. L’hanno sistemata in una clinica che ha il nome rassicurante di una Casa, ma non sa dire da quanto sia lì. Ha una voglia disperata di Luca. Luca che odora di buono, che la tiene per i fianchi e le sorride. Sono gli occhi glaciali di sua madre gli unici che ha addosso. Insieme a quelli inquisitori del terapeuta, che non smette di fare domande. Perché il diabete, ripetono i medici, non è una malattia, è una Condizione. Bisogna imparare ad avvertire i tremori, i formicolii alla lingua e sulle gambe, ed essere pronti a bucare, caricare la piccola penna nera della glicemia come fosse una pistola e sparare. Alice non sa come sia possibile, alla sua età, abituarsi all’idea di non produrre abbastanza insulina, perché prima di ogni cosa deve fare i conti con l’assenza di Luca per capire come convivere con una mancanza che è, inevitabilmente, una dipendenza.
In un romanzo a stazioni che ritrae l’apatica frenesia di una generazione che ha già chiuso i sogni in un cassetto, Alice Torriani inventa un alfabeto poetico e originalissimo per raccontare di perdite e riabilitazioni. Con una scrittura cangiante, che prende colore a ogni cambio di voce, L’altra sete è una storia che parla di noi, dell’amore che brucia, e di tutti quei demoni del nostro Tempo che si agitano dentro, e che a volte fanno più paura di una malattia.

Recensione

L'altra sete è il romanzo d'esordio - tutt'altro che banale - dell'attrice Alice Torriani. Edito da Fandango Libri, nelle sue pagine viene narrata in prima persona la vicenda di Alice e della sua lotta per andare avanti nonostante una grave forma di diabete che l'ha colpita dopo aver subito un forte trauma.
Il lettore viene così condotto, pagina dopo pagina, nel mondo della protagonista e nelle sue difficoltà a elaborare l'accaduto e ad accettarsi malata, sia fisicamente, sia psicologicamente. Nel percorso scostante fatto di punture di insulina e crisi glicemiche, Alice si scontrerà con la madre apprensiva e l'amica iperattiva, i dottori freddi e distaccati e in generale con l'umanità che è andata avanti incurante dei suoi problemi.

L'altra sete non è un romanzo compiacente verso il lettore e racconta discretamente ciò che l'autrice si è prefissa, a dispetto di una vera mancanza di originalità e di alcune cadute di tono che ne abbassano la qualità generale.
L'autrice riesce nell'intento di suscitare empatia verso la protagonista - nonostante questa faccia di tutto per essere scontrosa e odiosa lungo l'arco narrativo - grazie alla profonda caratterizzazione dovuta a una grande conoscenza della materia raccontata.
Non era facile raccontare le emozioni di una ragazza malata di diabete, eppure la Torriani ci è riuscita più che egregiamente. Supportata da comprimari adatti anche se scolastici, la storia di Alice si svela pagina dopo pagina mantenendo la giusta intensità, sebbene la prosa sia perfettibile e con uno stile ancora da maturare. Infatti, la ricerca continua della frase poetica mina la fluidità della narrazione incagliandola in paragrafi fini a se stessi. Nonostante ciò, come libro d'esordio è un discreto punto di partenza che mostra il talento dell'autrice nell'esporre i sentimenti dei propri personaggi, rendendoli realistici e tridimensionali.

In definitiva, L'altra sete si fa leggere volentieri malgrado non sia niente di nuovo nel genere introspettivo/drammatico italiano. L'autrice è comunque sulla buona strada e questo esordio non può che far ben sperare per il suo futuro letterario.

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: L'altra sete
  • Autore: Alice Torriani
  • Editore: Fandango Libri
  • Data di Pubblicazione: 2015
  • ISBN-13: 9788860444516
  • Pagine: 224
  • Formato - Prezzo: Brossurato - 16,00 Euro

14 febbraio 2015

Il paese dei poveri - Ivano Mingotti

''Il paese dei poveri'' è un romanzo di critica sociale, imperniato sul concetto di produttività, nonché una disamina, in un contesto distopico, del concetto dei lager e dei prigionieri.
In un mondo in cui l'economia e la produttività sono tutto ciò che conta, la popolazione è costretta a non essere povera: essere in miseria è un delitto, è rallentare la società, e dunque, per evitarlo, la società, sotto lo schermo dell'indifferenza dei suoi cittadini, interna in grandi istituti, chiamati ''paesi dei poveri'', coloro che vengono ritrovati in strada, nullatenenti e nullafacenti.
In questo lager per barboni si ritroverà il protagonista, costretto a viverne le regole, affini a quelle dei famosi lager di Birkenau e Auschwitz, e a essere così alienato dalla sua stessa condizione di umano, fino alle conseguenze più terribili che possano essere pensate.
In una disamina non solo della condizione di internato, ma anche della società che circonda questi luoghi di detenzione, e con un occhio critico, attraverso la similitudine con il nostro mondo, sempre più dedito all'economia e al guadagno come primo bastione, ci ritroveremo davanti a scenari difficili da sopportare, ritrovandoci, in parte, corresponsabili del dolore dei prigionieri.

Recensione

Il paese dei poveri si presenta come un romanzo vagamente distopico, che racconta la storia di segregazione e discriminazione di un uomo, Achille, la cui unica colpa è di essere povero e improduttivo. Una colpa inaccettabile in una società dedita alla produttività, all'esaltazione dell'occupazione, del lavoro, del guadagno, una società che non ammette sbavature di alcun tipo, e che prende come offesa l'esistenza ai margini di individui come Achille. Una società che evoca le più famose distopie, ma che senz'altro getta un'inquietante ombra sulla nostra attuale società e sul suo futuro.

La vicenda si presenta narrativamente breve, complici sia la ridotta dimensione del testo sia le particolari scelte stilistiche e narrative dell'autore, che anziché raccontare una storia scandita in eventi preferisce concentrarsi sulle sensazioni vissute dal protagonista. Facendo affidamento su un narratore che coinvolge il lettore, lo abbraccia in una prima persona plurale, in modo che entrambi, narratore e lettore, scoprano poco a poco la vicenda, si facciano testimoni silenziosi del destino di Achille, ci immergiamo nella storia di questo uomo, recluso in un centro chiamato non a caso "Il  paese dei poveri": evoca subito atmosfere da lager nazista, ma non solo (quel regolamento che viene ripetuto con spasmodica ossessione nel testo mi ha fatto pensare piuttosto a certi lager odierni, quelle case di riposo che spesso finiscono nella cronaca quotidiana). Achille conosce così la segregazione, la discriminazione, il disagio, la solidarietà e infine la lotta per la propria liberazione: ma attenzione, il finale sarà tutto meno che lineare e roseo.

Il topos distopico si fa così allegoria di una condizione sociale oltre che esistenziale, di un "uomo trasandato" che per questo "non è più padrone del proprio corpo", mentre a livello stilistico i rimandi sono molteplici. L'asettica assenza descrittiva di uno sfondo spaziotemporale, l'atmosfera onirica, surreale, mi hanno fatto pensare al teatro contemporaneo, soprattutto al teatro dell'assurdo: l'incipit del romanzo mostra una chiara costruzione scenica da teatro, che mi ha ricordato Beckett.
Questa singolare mescolanza di suggestioni è uno dei punti di maggior forza del romanzo, che d'altro canto può anche contare sulla scelta di un tema forte, denso di carica riflessiva, e su una sua elaborazione coinvolgente, capace di toccare molte corde.

Ciò che frena invece la lettura è quella pesantezza narrativa, quella ridondanza ossessiva che è un po' la cifra stilistica personale dell'autore: una preponderante attenzione alle emozioni, con virate liriche e accostamenti al verso poetico, a svantaggio della narrazione di eventi. Se questo dato si somma alle ridotte dimensioni del testo, si ottiene la sensazione di un romanzo sicuramente denso di contenuto, ma povero di trama, di sostanza narrativa; non c'è molto, in effetti, che accada, avrei gradito una maggiore sostanza, una storia, oltre che un'idea.

Giudizio:

+3stelle+ (e mezzo)

Dettagli del libro

  • Titolo: Il paese dei poveri
  • Autore: Ivano Mingotti
  • Editore: R.E.I. France
  • Data di Pubblicazione: 2014
  • ISBN-13: 9782372971324
  • Pagine: 130
  • Formato - Prezzo: ebook - 3,99 Euro

9 aprile 2014

Nebbia - Ivano Mingotti

Un bambino, la sua nonna, una passeggiata: inizia così Nebbia, horror metafisico che inscena la sua storia all'interno del piccolo paese di Beaumont, sperduto tra alte montagne, aguzze vallate e nebbia spessa.
In questo paesino molteplici protagonisti assistono impotenti alla scena che si propone agli occhi del lettore e che si è innumerevoli volte già proposta ai loro stessi occhi, durante le loro piccole vite di provincia: una anziana donna è stata ingoiata dalla nebbia, che non l'ha più restituita, smarrendola.
La nebbia è in questo romanzo insieme presente e mostruosa, ed accondiscesa, accettata, è il dio a cui il paese dona il suo tributo di silenzio, di rassegnazione, di depresso avvenire.
Non è quindi la nebbia l'elemento principale e traumatico, di scossa del romanzo, ma l'uccisione della figlia dell'anziana donna e la sparizione di suo figlio, ed il seguente concatenarsi di sparizioni ed omicidi, che focalizzerà l'attenzione dei vari protagonisti in un susseguirsi di salti d'indagine e di dubbio, svelando via via elementi preziosi al lettore per una in teoria piena comprensione di ciò che si cela dietro il paese di Beaumont.
La protagonista assoluta sarà Clythia, antipatica, mascolina, arrogante redattrice del giornale di Beaumont, seguita dall'occhio vigile del lettore nella sua vita sentimentale e nei misfatti criminali su cui ritroverà i suoi passi.
Nebbia è quello che sembra, e non lo è interamente, come la stessa nebbia che ne segue le pagine.
Un libro labirintico e sfumato, soffiato come il vento dallo stile ritmico e teatrale di Ivano Mingotti.

Recensione

Una cittadina qualunque della profonda provincia americana, una nebbia che ricopre tutto e tutti, annullando il confine tra sogno e veglia, giorno e notte, una massa di personaggi anonimi, inabili, apparentemente apatici. Tutto questo è Nebbia, romanzo in racconti, per così dire, che si prefigge di raccontare, o sarebbe meglio dire cantare la nebbia interiore che avvolge la vita contemporanea, tra solitudini e incomprensioni. L'idea di fondo è promettente, lodevole la stratificazione di livelli di lettura e originale il comparto stilistico, tuttavia risulta una lettura poco godibile, lenta, eccessivamente ridondante, grigia e soffocante come la nebbia che s'impone su tutti. E' il classico caso in cui la precisa volontà di suscitare un particolare stato emotivo, straniante e alienante, straborda dalla pagina, compromettendo la stessa esperienza di lettura.
Il setting non sarebbe male, le tinte fosche e gli accenni a subplot surreali e noir fanno un po' Stephen King alla lontana, ma tutto rimane fin troppo abbozzato. Va bene lo stile minimal, va bene la (non)descrizione di un non-luogo, ma uno scrittore è bravo quando sa dare tridimensionalità alle ombre, e qui abbiamo un mondo completamente piatto. La piattezza è inoltre rafforzata da un forte senso di staticità, il ritmo è esageratamente rallentato, anche laddove il dispiegarsi dell'intreccio presupporrebbe degli scatti. Il vero problema risiede nella subordinazione dell'intreccio narrativo all'elemento lirico-emotivo, che sovrasta la storia e s'impone ossessivamente al lettore. C'è la nebbia che nasconde misteri e rapisce ignari sventurati, e c'è la nebbia interiore che ottenebra la vista e impedisce di vivere: questo il fulcro del romanzo e il suo punto di forza. Tuttavia la resa non è ottimale, perché si traduce in una stucchevole ridondanza di pensieri dei personaggi (in mancanza di azioni), in elenchi infiniti di emozioni e stati d'animo, che trasfigurano i personaggi, persino la stessa protagonista, in meri contenitori vuoti, senz'anima, di emozioni varie ed eventuali. Non è così che si opera l'introspezione psicologica. Il tentativo di trovare forme prossime al flusso di coscienza, sì da restituire morbosamente al lettore ogni pensiero, ogni chiodo fisso e ogni ossessione dei personaggi, si traduce in una prosa zoppa che si traveste da poesia, ma senza davvero esserlo; anche qui, la poesia è un'altra cosa, la ripetizione maniacale di frasi e parole che si protraggono per pagine e pagine non dà musicalità, provoca solo l'isteria in chi legge. Insisto, perché tengo a metterlo in chiaro: frasi smozzicate e figure retoriche come se piovesse non fanno poesia, solo tanta confusione.
C'è tanto lavoro da fare per portare questo testo a livelli migliori; innanzitutto un lavoro di labor limae, per ripulire il testo dalle eccedenze stilistiche. Stile personale o non personale, scrivere è comunque un atto di comunicazione che si fonda su un compromesso: se sei uno chef puoi anche riempire un piatto di quintali di peperoncino, dichiarandolo come il tuo marchio personale, non è detto però che qualcuno possa aver voglia di assaggiarlo. Successivamente bisogna fare chiarezza e decidere esattamente quale storia raccontare, perché il mistero della Nebbia sembra solo la scusa per mettere parole belle una dietro l'altra, per dimostrare qualcosa, senza mai veramente raccontare. Infine, è da limitare, se non eliminare tout court, l'invasione persistente del narratore (in cui si cela l'autore), dal narratore che anziché raccontare "dialoga" con i propri personaggi (tecnica buona, ma nel contesto narrativo sbagliato) all'autore che si dilunga in prefazioni superflue. L'autorefenzialità, dunque, vizio irrudicibile di un romanzo il cui intento è fino alla fine quello di dimostrare, piuttosto che narrare.

Giudizio:

+2stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Nebbia
  • Autore: Ivano Mingotti
  • Editore: Ded'a
  • Data di Pubblicazione: 2014
  • Collana:  Cerebro Illesi
  • ISBN-13: 9788896121917
  • Pagine: 304
  • Formato - Prezzo: Brossura - 15,90 Euro 

25 marzo 2014

Polvere - Francesco Mastinu

Ci sono dei ricordi che rimangono stampati in modo indelebile nel cuore, marchiandone a fuoco tutti i battiti.
Anche dopo tanti anni e anche dopo essere stati sepolti dalla polvere del tempo trascorso.
Con questa certezza, il vecchio Rino, inizia a esporre la sua storia: un racconto lungo, fatto di veglia e di sonno, in cui parla del primo amore, impronunciabile, per il suo compaesano Bustianu. All’ombra del monte Supranu, custode terribile e immoto del paese di Ossure, sboccia la loro relazione, anche se non sarebbe mai dovuto succedere.
In un’epoca controversa, dal secondo dopoguerra ai ruggenti anni ottanta, in cui la società sarda ha subito quella brusca virata che segna il passaggio dalla vita rurale a quella moderna, i due uomini compiranno scelte difficili, dettate dal rimpianto e dal senso della morale che li opprime, senza riuscire mai a scordare la natura del loro legame, anche quando saranno tanto lontani da non riuscire a intravedere i confini dei loro sentimenti.
Una storia delicata, dal sapore antico ma nel contempo attuale, destinata a rimanere impressa per sempre nell’animo di chi riuscirà a leggerla, lasciandosene coinvolgere senza pregiudizi.

Recensione

Chi ha letto e amato l'opera di esordio di Francesco Mastinu, Eclissi, rimarrà egualmente soddisfatto di questa nuova opera, sebbene più breve e dall'intreccio più semplice. Una storia di ricordo e rimpianto, in un confronto nostalgico tra giovinezza e vecchiaia, che ripresenta tutti i fortunati ingredienti caratteristici dell'autore: una narrazione frammentata, che alterna diversi piani temporali, introspezione psicologica, uno stile a tratti stucchevole per una dimensione intima piuttosto nitida, densa di lirismo.

La novità consiste nello spessore dato allo sfondo, la Sardegna della seconda metà del Novecento, dagli anni Cinquanta circa ad oggi. La terra provincialissima fa da sfondo alla vicenda amorosa di Rino e Bastianu, quasi a volerli confinare ancora di più, un'isola dentro un'isola, ed emerge soprattutto sul profilo linguistico, inondando il testo di colorature dialettali che vanno ad arricchire il comparto stilistico, con un'alternanza azzeccata di registri.

Il tema è sempre quello, il rimpianto per un amore mai vissuto pienamente, ostacolato da una società retrograda e dalle inibizioni che essa ha instillato nei suoi membri. Mentre Bastianu accetta di dedicare la sua stessa vita all'amato, rifiutando le convenzioni ed abbracciando tutti i sacrifici possibili, Rino annida il suo amore segreto (e che fatica sempre a chiamare "amore", preferendo più spesso parlare di "peccato") in una piega della sua esistenza, al buio, mentre alla luce del sole mette su famiglia. Il canovaccio ricorda un po' quel tondelliano Camere separate che tante opere ha ispirato, fosse solo per l'aver restituito un'autentica fotografia dell'amore omosessuale in Italia, separato da distanze e confini visibili e invisibili. Senza tacere di un altro cult: Brokeback Mountain. E' lo stesso autore a rivelarlo nella postfazione: molti autori lgbt hanno avuto un "momento Brokeback Mountain", ma è singolare che nel suo caso il "momento" abbia comportato una riscoperta della sua "sardità".

Al piano tematico della rievocazione nostalgica della giovinezza, dal forte sapore proustiano, si affianca un piano più originale, il presente della vecchiaia: il lettore trova così un Rino ormai anziano, invalido, una mente sveglia in un corpo quasi morto che aspetta la sua ora per ricongiungersi con l'amato. Sono poche pennellate, ma grosse, che fanno intravedere un mondo di invalidi e badanti dell'est, di famiglie sgangherate, lutti e separazioni. Forse è questo il miglior pregio dell'opera, una stratificazione invisibile di storie e tempi, a grattar la superficie della storia d'amore c'è tanto da scoprire, ci sono personaggi silenti, e tutte le sfumature della vita. Una storia godibile e coinvolgente, dunque, per un'opera ricca di contenuti.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Polvere
  • Autore: Francesco Mastinu
  • Editore: Runa editrice
  • Data di Pubblicazione: 2014
  • Collana: Introspezioni
  • ISBN-13: 9788897674276
  • Pagine: 174
  • Formato - Prezzo: Brossura - 10,00 Euro 

21 gennaio 2014

Donna a metà - Lucia Cavallo

Beatrice è una giovane donna bloccata nella sua crescita personale e affettiva da un evento traumatico che non è ancora riuscita a elaborare. Motivazioni, difficoltà e speranze la portano a voler cercare un cambiamento attraverso la psicoterapia in cui, rinarrando la sua storia e le sue emozioni, inizierà un percorso di crescita e consapevolezza. Passo dopo passo ritroverà la fiducia necessaria per tornare a vivere nuovi sentimenti e a far posto all’amore per se stessa, ma non solo…

Recensione

Donna a metà è un romanzo atipico, che mescola poesia e biografia, romance e psicologia: un racconto per spiegare come, passo dopo passo, sia possibile liberarsi dei fantasmi nascosti nelle pieghe più recondite dell'animo umano e riscoprire il coraggio di vivere una vita non senza paure, ma con la forza e la maturità di saperle affrontare.
Le intenzioni dell'autrice, psicologa e psicoterapeuta, sono ottime, ma come spesso accade il mezzo di espressione scelto e gli strumenti a disposizione non sono esattamente all'altezza del compito. Il risultato è sì un romanzo che in quanto atipico incuriosisce e stimola, lasciando una forte impressione, ma che è contemporaneamente a metà, esattamente come la protagonista, a metà tra i generi e gli stili, tra la finzione e la didattica.
Il difficilissimo compromesso tra lirismo e analisi psicologica (diversa dalla "vera" introspezione) non sempre riesce, generando così una rottura della finzione, un venir meno dell'immedesimazione, a vantaggio di un forte senso di artificiosità che comunque contraddistingue il romanzo, la cui narrazione è scandita in passi, che non sono altro che le tappe del percorso psicoterapeutico.
L'intreccio è minimale e la narrazione degli eventi, parecchio scarna, si riduce al racconto in terza persona della protagonista, che si muove tra gli incontri con "la dottoressa" (figura emblematica senza volto e senza nome, un mero contenitore) e piccoli eventi di vita quotidiana (il lavoro, la ripresa delle amicizie, una vacanza, l'incontro con un uomo). La sequenza degli eventi, che dovrebbe costituire il grosso della finzione narrativa, rimane però sempre sullo sfondo, mentre gran parte delle pagine sono occupate dall'analisi psicologica della protagonista. Lodevole negli intenti, chiara e precisa da un punto di vista scientifico e bilanciata, risulta tuttavia debole narrativamente. Poca azione, pochissimi dialoghi, descrizioni inesistenti: le pagine sono per lo più una raccolta di sintomi clinici e stati d'animo che si affollano e si ripetono ossessivamente.
Il rischio è soprattutto di alterare la caratterizzazione della protagonista (l'unica che abbia spessore, mentre gli altri sono solo nomi funzionali a una trama): non mi sento di parlare di vera e propria introspezione psicologica al pari di nomi piccoli e grandi della letteratura contemporanea, perché Bea, trasfigurata nel suo essere paziente, più che personaggio, talvolta appare un contenitore di sintomi, un fantasma senza carattere partorito da un dizionario medico.
La stessa dolceamara ambivalenza si riscontra sotto il profilo stilistico. Ancora una volta, lodevole l'operazione complessiva voluta dall'autrice, questo originale sperimentalismo che mescola prosa e poesia, bella la scrittura nel complesso, grazie a un lessico molto ricco e curato, ma tutto rischia di venire vanificato da una prosa fin troppo irruente e ridondante, che anziché dare movimento crea staticità, sembra di leggere la stessa pagina ancora e ancora.
C'è grande sensibilità in questo romanzo, grande voglia di toccare l'animo di leggere e anche una grande capacità di esprimersi (lo dimostrano le poesie che aprono i capitoli, ma anche quel surplus di racconti fiabeschi, nel romanzo creati da Bea, che vengono aggiunti come appendice), che cozza però con l'aspetto più propriamente tecnico e scientifico. E' difficile, mi rendo conto, bilanciare la propria capacità espressiva con l'intento didattico, educativo, ma il risultato, in questo caso, è un prodotto mozzo, lacerato dalle sue diverse spinte e identità, che rivela tutta la sua artificiosità, tutti i suoi trucchi del mestiere. Un romanzo come questo dovrebbe essere tutto cuore, invece è tutta testa.

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Donna a metà
  • Autore: Lucia Cavallo
  • Editore: Ciesse
  • Data di Pubblicazione: 2013
  • Collana: Green
  • ISBN-13: 9788866601074
  • Pagine: 128
  • Formato - Prezzo: Brossura - 12,00 Euro 

17 novembre 2013

Speciale Premio Nobel: Il taccuino d'oro - Doris Lessing

Nel 2007 il Premio Nobel per la Letteratura venne assegnato alla scrittrice britannica Doris Lessing con le seguenti motivazioni: «Questa cantrice dell’esperienza femminile, con scetticismo, passione e potere visionario ha messo sotto esame una civiltà divisa». 


Doris Tyler nasce a Kermanshah, in Iran (allora conosciuto come Persia), il 22 ottobre 1919, da un funzionario britannico e un'infermiera. Nel 1925 la famiglia si trasferì nella colonia inglese della Rodhesia del Sud (oggi Zimbabwe), dove si occupò della coltivazione del mais. La madre, memore dell'attiva vita sociale di Teheran, era asfissiata dalla vita di campagna, e tentò di rimediarvi trasformando la loro abitazione in una dimora vittoriana e imponendo alla figlia un'educazione da signorina inglese che generò continui conflitti tra le due. Il difficile rapporto con la figura materna traspare da molti dei suoi libri, tanto che di lei Doris ebbe a dire «E' stata lei ad aprirmi le porte della scrittura, ad aprirmi le porte di un mondo in cui le sarei sfuggita per sempre».

Dopo alcuni anni di educazione in un convento dominicano, Doris venne ritirata e proseguì la propria istruzione da autodidatta. Lasciata finalmente la famiglia, si guadagnò da vivere esercitando diverse professioni, sempre alternando il lavoro alla passione per la lettura e la scrittura. Nel 1937 sposò il suo primo marito, Frank Wisdom, da cui ebbe due figli e da cui divorziò nel 1943. Nel 1942, nel frattempo, le sue simpatie verso il comunismo l'avevano indotta ad aderire al Left Book Club, dove aveva conosciuto il suo futuro secondo marito, Gottfried Lessing, attivista politico tedesco da cui ebbe a sua volta un figlio e da cui divorziò dopo breve tempo.
Doris fuggì nel 1949 a Londra per proseguire la sua carriera come scrittrice e le sue idee politiche, lasciando i due figli di primo letto al padre e conducendo invece il terzo con sé. La sua campagna contro le armi nucleari e l'apartheid sudafricano le era infatti costata l'espulsione dalla Rodhesia. Nel 1950 venne pubblicato il suo primo libro, L'erba canta, ambientato proprio in Rodhesia e imperniato sulla difficile convivenza tra bianchi e neri e sulle politiche razziali, cui seguì un gran numero di romanzi e racconti, tra cui la raccolta This Was the Old Chief's Country (1951), la serie Children of Violence (Martha QuestFiveUn matrimonio per beneEchi della tempesta, pubblicati rispettivamente nel 1952, 1953, 1954, 1958). Su questa sua prima fase di produzione incide enormemente l'impegno politico comunista (tema su cui tornerà nel romanzo del 1985 La brava terrorista), nonché la volontà di testimoniare il fallimento delle politiche coloniali inglesi.
L'opera di svolta sarà però proprio Il taccuino d'oro, pubblicato nel 1962, romanzo politico, intimistico, summa delle ideologie dell'autrice e fulcro di quella che viene generalmente riconosciuta come la fase psicologica della sua produzione. Di questa fase fanno parte le opere maggiormente autobiografiche e quelle che più strizzano l'occhio alla condizione femminile e alle sue trasformazioni, nonostante l'autrice si sia sempre dichiarata lontana dal movimento femminista. Verso gli anni '70, Doris Lessing mostrò anche un certo interesse verso la fantascienza, che svilupperà nella serie Canopus in Argo: Shikasta (1979), Un pacifico matrimonio (1980), Four and Five (1980), The Sirian Experiments (1980), Un luogo senza tempo (1982), The Sentimental Agents in the Volyen Empire (1983), romanzi che non perdono di vista la critica politica proponendo l'analisi di diverse società a diversi stadi del loro sviluppo.
Nel 1994 decise di pubblicare la prima parte della sua autobiografia, Sotto la pelle, incentrata sui trent'anni trascorsi in Africa; nel 1997 pubblicò la seconda parte, Camminando nell'ombra.
Nel 2007, ottantottenne, ottenne il Premio Nobel per la Letteratura, fino a quel momento la scrittrice più anziana mai premiata. Intitolò il suo discorso On Not Winning the Nobel Prize e lo dedicò alla disuguaglianza di opportunità. La sua ultima opera è Alfred and Emily, pubblicata nel 2008, romanzo parzialmente autobiografico che ripercorre la vita (reale e immaginaria) dei suoi genitori.
Muore a Londra all'età di novantaquattro anni il 17 novembre 2013.


Questo di Doris Lessing (Premio Nobel per la Letteratura 2007) è un romanzo che rappresenta una sorta di 'summa' dei suoi temi, dei suoi problemi e delle sue suggestioni. La protagonista, Anna Wulf, non può esimersi dall'analizzare i mille motivi che costituiscono la sua vita, motivi di ordine politico, sociale e anche sessuale. Così gli spunti, i pensieri, gli eventi di cui il libro formicola, si raccolgono in quattro taccuini, di cui quello d'oro rappresenta un po' la quintessenza: e il loro insieme dà luogo a una narrazione distesa e insieme concentrata e intesa, a una panoramica della vita di una donna intensamente partecipe del nostro tempo. E nel libro c'è un po' di tutto: la minaccia atomica, i rifugiati politici nell'Africa Centrale, le barriere razziali, i rapporti dei genitori coi figli, spesso singolarmente conformisti e mancati suicidi, l'industria culturale, i rapporti degli uomini con gli uomini in un'atmosfera di fluttuante omosessualità, i rapporti delle donne con le donne, vagamente ambigui, e specialmente delle donne con gli uomini... e molte altre cose.

Recensione

Molly Jacobs torna dall'America dopo un anno di assenza e rivede l'amica Anna Wulf. Entrambe sono giovani madri single, attive militanti di sinistra nonostante la delusione conseguente al fallimento del sogno del Partito, e pienamente inserite nella vita culturale inglese (Molly è attrice, mentre Anna vive delle rendite del suo primo e unico romanzo, Frontiere di guerra). Anna aggiorna Molly sulle novità riguardanti Tommy, il problematico figlio ventenne che ha lasciato in Inghilterra, Richard, suo ex marito magnate della finanza, e Marion, seconda moglie di Richard depressa e alcolizzata a causa del suo matrimonio infelice. Questa storyline, nonché cornice, è narrata nelle sezioni Donne Libere, in ciascuna delle quali sono interpolate parti dei quattro Taccuini, sempre nel medesimo ordine (Nero, Rosso, Giallo, Blu), che si interrompono tra loro per poi essere interrotte da un nuovo intermezzo di Donne Libere, e così via fino al finale.
I taccuini, che Anna Wulf scrive nel tentativo di dare un ordine alla sua vita (o, più che altro, alla sua mente palesemente provata), sono quattro, e lungi dal restituire resoconti ordinati dei loro contenuti, sono affollati di pagine di diario non sempre cronologicamente disposte, articoli di giornale, bozze per romanzi e racconti, ricordi di gioventù, prolisse analisi di eventi avvenuti o che avrebbero potuto realizzarsi. Il Taccuino Nero contiene sostanzialmente le esperienze vissute nella colonia inglese della Rhodesia del sud, in cui Anna durante la giovinezza trascorse volontariamente alcuni anni in un campo comunista; il Taccuino Rosso riporta esperienze e riflessioni dei successivi anni come membro attivo del Partito Comunista a Londra; il Taccuino Giallo, nonostante ciò venga esplicitato solo alla fine e la storia spesso ricalchi esperienze reali di Anna tanto che talvolta si sovrappongono, è la bozza di un romanzo che la protagonista sta scrivendo: come Anna, Ella ha un figlio piccolo, una relazione con un uomo sposato che non contraccambia pienamente i suoi sentimenti, vive con un'amica attrice quasi coetanea, ha una professione nell'ambito editoriale ed è vicina agli ambienti comunisti; il Taccuino Blu somiglia al Nero nella sua essenza di diario personale, ma è molto più disordinato e incongruo, poiché Anna vi registra pensieri, riflessioni, esperienze, sogni e tensioni.

A una struttura così complessa e intrigante (nonché difficile da gestire, cosa in cui Doris Lessig riesce quasi perfettamente) non corrisponde purtroppo un contenuto all'altezza: le 730 pagine di romanzo si arrovellano continuamente sugli stessi dubbi della protagonista, dei suoi alter ego e dei suoi amici, dubbi immutabili poiché non esiste la minima evoluzione dei personaggi. Il risultato a fine lettura è di immensa stanchezza e insofferenza verso Anna Wulf, la sensazione è che abbia ripetuto i medesimi concetti all'infinito senza mai trovarvi una risoluzione, tanto che spesso si ha il dubbio di aver sbagliato pagina poiché le situazioni si ripetono con varianti minime. Lo schema è sempre lo stesso: Anna ha dei profondi dubbi sul Partito comunista, dà loro voce timidamente, li nega, decide di non lasciare il partito, ma ha dei profondi dubbi, etc. Lungi dall'essere la donna moderna che queste pagine dovrebbero proporre, è un essere inerte e invertebrato che si trascina stancamente tra una scelta sbagliata e l'altra, scelte che sembra essersi imposta senza una reale motivazione e prese con la stessa levità con cui si sceglierebbe la marca del detersivo per la lavatrice. Il rapporto altalenante con il partito comunista riflette esattamente la sua vita sentimentale, e ancora una volta si ripete continuamente lo stesso schema: Anna incontra un uomo, sa precisamente che non la soddisferà sentimentalmente o sessualmente, decide ugualmente di intrattenere con lui una relazione sessuale, le sue attese vengono prontamente soddisfatte, ma non ha il coraggio di troncare e attende stancamente che sia l'altro a farlo. Persino la maternità è frutto di una scelta irresponsabile, appena un'idea subito messa in pratica con un uomo che non amava. "Donne Libere", è il titolo delle sezioni-cornice: ma nel Taccuino d'oro ci sono solo donne prigioniere di se stesse.

La galleria di personaggi che circondano Anna non offre un panorama meno desolante: uomini vanitosi ed egocentrici, tutti pronti senza alcuna eccezione a tradire la moglie, tra cui spiccano senza dubbio Richard, che tradisce senza posa Marion, Michael, l'uomo sposato con cui Anna ha una relazione, e Saul, l'americano donnaiolo di cui Anna si dichiara innamorata pochi giorni dopo averlo accettato in casa come coinquilino; intellettuali e/o comunisti annoiati e senza scopo, o - al contrario - talmente ferventi nelle loro occupazioni da risultare totalmente ciechi nei confronti del loro ambiente; donne frustrate da matrimoni sbagliati, o donne single frustrate da relazioni sbagliate, i cui migliori esempi sono, per l'una e per l'altra categoria, Marion e Molly; inclassificabile resta Tommy, il figlio ventenne di Molly, i cui comportamenti straniati potrebbero essere giustificati solo da un'impressionante cumulo di patologie psichiatriche o dalla provenienza da pianeti diversi da quello terrestre.

Da una scrittrice vissuta in due paesi agli antipodi (le colonie africane e l'Inghilterra benestante), che ha superato due guerre e due matrimoni falliti, che ha visto due secoli, mi sarei aspettata qualcosa di più da dire che non la stessa, stanca ripetizione continua della propria delusione politica e sentimentale. Il taccuino d'oro è un lungo, infinito dialogo tra una donna e il suo nevrotico masochismo.

Giudizio:

+2stelle+ (e mezzo)

Dettagli del libro

  • Titolo: Il taccuino d'oro
  • Titolo originale: The Golden Notebook
  • Autore: Doris Lessing
  • Traduttore: Serini M.
  • Editore: Feltrinelli
  • Data di Pubblicazione: 2013
  • Collana: Universale Economica
  • ISBN-13: 9788807880940
  • Pagine: 723
  • Formato - Prezzo: Brossura - 14.00 Euro
 

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