Visualizzazione post con etichetta Romanzo di formazione. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Romanzo di formazione. Mostra tutti i post

20 maggio 2017

I piccoli maestri - Luigi Meneghello

I piccoli maestri non sanno fare la guerra. Sarà perché hanno un forte spirito di libertà, che li rende refrattari alle gerarchie militari. Sarà perché hanno letto troppi libri e possiedono uno scarso senso pratico. Sarà che loro preferiscono la parola all’azione. Il fatto è che quel gruppo di studenti universitari che nell’autunno del 1943 si dà alla macchia prima sui monti del bellunese e poi sull'altopiano di Asiago per combattere la propria personale guerra contro il nazismo, sperimenterà un apprendistato umano, più che politico. Gigi e Lello studiano lettere, Enrico e Simonetta, ingegneria e Bene, medicina. A loro si uniranno un marinaio, un operaio ed un sottufficiale degli alpini. Sarà questa la formazione partigiana dei “piccoli maestri”, ovvero la «banda dei perché», come loro stessi la chiamano. Alla sua guida c’è Capitan Toni, Antonio Giuriolo, partigiano anomalo, aderente al partito d’azione, non capo politico, professore precario di filosofia perché si è rifiutato sempre di prendere la tessera del fascio.

Recensione

I piccoli maestri’ di Meneghello è un libro – tra romanzo e diario – di guerra e sulla guerra ma quasi senza guerra. A chi legge, almeno, resta all’incirca quest’impressione: che di guerra si parli solo di striscio, per caso, in modo quasi involontario. Oggi, passati oltre settant’anni dai fatti e più di mezzo secolo dalla pubblicazione, comincia forse a esserci la giusta distanza per giudicare serenamente un’opera che ha suscitato forti polemiche al momento della sua uscita.

Nel 1964, anno della prima edizione, i fatti di cui Meneghello parla anche in forma autobiografica sono ancora troppo vicini e gravidi di conseguenze per permetterne una ricostruzione, non obiettiva – il che forse sarebbe difficile pure oggi – ma quanto meno libera da eccessivi condizionamenti politici. Meneghello, invece, poteva permettersi una fuga in avanti perché la giusta distanza l’aveva trovata iniziando una brillante carriera universitaria in Gran Bretagna e perché la formazione politica per la quale aveva militato durante la resistenza partigiana, il Partito d’Azione, si era dissolta sin dal 1947. La scelta di riappropriarsi di un episodio nodale della sua vita parte per l’autore con la scelta di un titolo che, a dispetto di quanto potrebbe apparire, ha un senso fortemente autoironico.

Fare ironia – in questo caso autoironia – su un tema delicato come la resistenza, momento fondativo della Repubblica Italiana nel bene e nel male, doveva avere, in quegli anni, un significato dissacrante che oggi è difficile cogliere. Eppure, man mano che si procede nella lettura, si capisce inevitabilmente che i ‘piccoli maestri’ del titolo sono una geniale e affettuosa interpretazione di un momento generazionale guardato da lontano, con una specie di nostalgica e paternamente bonaria ironia. I piccoli maestri hanno contribuito a salvare l’Italia dall’ignominia dal nazifascismo e lo hanno fatto con un’ingenuità tipica degli anni della gioventù: Meneghello guarda appunto a quegli eroici furori con un divertito e maturo disincanto, che rende il suo racconto difficile da ricondurre alla celebrazione riservata alla resistenza da intellettuali, politici e storiografi ma che, lungi dal voler dissacrare o sminuire, si assume il gravoso compito di riconsegnare i fatti storici alla realtà attraverso la narrazione dei ricordi nudi e crudi.

E nei ricordi la crudezza della guerra resta sullo sfondo rispetto al traguardo di ricreare l’atmosfera e le idee dei molti giovani che hanno partecipato e dato la vita nella lotta partigiana, non sempre con la consapevolezza che la versione dei vincitori ha poi cucito loro addosso. I piccoli maestri sono allora ‘piccoli’ perché involontariamente presuntuosi, con il loro idealismo velleitario, ma anche perché con i loro ‘piccoli’ sacrifici hanno costruito la possibilità di un futuro diverso per l’Italia.

C’è tutta la divertita nostalgia per la giovinezza nella ricostruzione di quel modo scapestrato di fare resistenza raccontato da Meneghello, lontano dagli intrighi di partito e forse quindi poco ‘partigiano’ e insieme, tuttavia, rigoroso e impegnato. La morte compare – e lo stesso anche per gli scontri a fuoco, le imboscate, le battaglie – quasi solo di striscio: dei numerosi compagni di lotta persi nei due anni scarsi di clandestinità sui colli veneti l’autore, in modo pudico, fa, in molti casi, solo un rapido cenno delle circostanze della morte. Il pericolo, il rischio corso dalle staffette, l’incoscienza e la leggerezza con cui i piccoli maestri affrontano la guerra civile rivelano nella scelta della lotta un impulso vitale spontaneo prima che una scelta mentale ponderata; e del resto l’autore e i suoi compagni erano poco più che ragazzi, metterli sul piedistallo della retorica patriottica, sembra quasi dire Meneghello, sarebbe quasi tradire la loro purezza sventata e coraggiosa.

I personaggi di Meneghello, piuttosto, i compagni di università, i contadini giovani e poveri, i raccoglitori di sterpi, gli operai, le ragazze borghesi come Simonetta, i ladruncoli di camicie sfilano come in una parata festosa, una parata in cui si festeggia la liberazione, non solo dal morbo nazifascista della Repubblica di Salò, ma anche dalla retorica patriottica vieta e ipocrita, che in breve, dopo il 25 aprile, avrebbe fagocitato, con il crudo linguaggio della realpolitik, quanto di più autentico e vivo era sbocciato nella generazione falciata dal più catastrofico, per l’Italia e il mondo, conflitto bellico della nostra storia.

Giudizio:

+5stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: I piccoli maestri
  • Autore: Luigi Meneghello
  • Editore: BUR
  • Data di Pubblicazione: 2013
  • Collana: Contemporanea
  • ISBN-13: 9788817061186
  • Pagine: 234
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 10,50

6 maggio 2017

Golden Boy - Abigail Tarttelin

Max Walker è Golden Boy. Bello, intelligente, campione nello sport, amico perfetto, figlio perfetto, il rubacuori della scuola. È perfino affettuoso e adorabile con suo fratello. Karen, la madre di Max, è un avvocato di grido, determinata a mantenere la facciata di naturale eccellenza che ha costruito in anni e anni. Ma ora che i suoi figli stanno diventando grandi e che lei sta perdendo il controllo su di loro, inizia a temere che quella facciata possa sgretolarsi. Ad aumentare la tensione, suo marito Steve ha deciso di candidarsi alle elezioni e i riflettori di tutti i media nazionali sono puntati sulla loro casa. I Walker hanno un segreto da nascondere. Max è speciale. Max è differente. Max è "intersex". E quando un enigmatico amico d'infanzia ricompare per metterlo di fronte alla sua difficile identità, Max è costretto a guardare in faccia il suo ben protetto segreto. Perché i genitori non ne parlano? Cosa gli stanno in realtà nascondendo? Più si sforza di capire, e più Max si sente perso in un oceano di nuove domande, soprattutto ora che per la prima volta si è innamorato. Riusciranno i genitori, gli amici, la bella fidanzata ad accettarlo se lui non sarà più Golden Boy? Continueranno ad amarlo anche quando conosceranno la verità? Una è la domanda decisiva, la questione alla quale deve assolutamente trovare una risposta: chi è in realtà Max Walker?

Recensione

L’argomento che di sicuro attira maggiormente l’attenzione di questo romanzo è di sicuro l’intersessualità.
Viene definito intersessuale una persona che nasce con la compresenza parziale o totale dei cromosomi, dei caratteri sessuali secondari e di entrambi gli organi genitali: sia maschili e femminili.
In passato noti anche come ermafroditi, si tratta di una percentuale di persone che, nel corso della loro storia, si ritrovano obbligate, vuoi per retaggio culturale da ascriversi al vissuto, vuoi per altrui scelta con la rimozione sin da piccoli del carattere sessuale ritenuto in più nel loro corpo, a dover fare i conti non solo con la provenienza, ma soprattutto con ciò che sentono dentro di essere, che potrebbe, sulla base dei casi, non essere così scontato.
Un tema di sicuro poco noto, su cui ci si dovrebbe soffermare a lungo, data anche la varietà di tipologie ascritte all’intersessualità.

È con questa premessa, comunque doverosa, che noi ci interfacciamo con Max e la sua famiglia: Max, definito anche Golden Boy, è il figlio che tutti i genitori vorrebbero avere: mite, sensato, maturo e senza problemi, sa sin da piccolo di possedere entrambi i genitali anche se da sempre è stato trattato e si è ritenuto un maschio. Prova attrazione per le donne, del desiderio che si concretizza ma che, nonostante l’età lo porterebbe a sperimentarsi, ha secondo lui il buon senso di fermarsi per non far venire a galla questo segreto di famiglia.
Vive con una madre avvocato di grido, un padre che sta per buttarsi in politica e un fratello scalmanato, nonostante i suoi dieci anni, a cui riesce a stare dietro con estrema pazienza. Ma la vita di tutti loro rischia di essere sconvolta nel momento stesso in cui Hunter, il suo migliore amico sin dall’infanzia, gli rivela non solo l’amore che prova, ma ne abusa, portandolo in contatto con quella parte di lui che per tutti quegli anni aveva dato per scontata, inesistente. E il suo edulcorato mondo dorato viene sconquassato da un terremoto che coinvolge in primo luogo il suo io, le sue certezze, la sua stessa vita.

Il romanzo non si sofferma solo sull’intersessualità, essa è una componente peculiare del protagonista e raccontata in clima di estrema normalità, ma va oltre.
Ci racconta la violenza e lo stato d’animo di chi viene abusato da qualcuno che, in teoria, dovrebbe proteggere, ci racconta delle scelte dei genitori, che pur sbagliando ritengono di voler fare il bene dei figli, ci mette dinanzi agli occhi la dimensione degli adolescenti d’oggi, in America, dove lo status symbol e l’esperienza sessuale divengono caratteristiche fondamentali per la formazione e la popolarità di un adolescente, da cui trascende la sua stessa gioia di vivere.
Ci si confronta nella lettura con la diffidenza medica e la sperimentazione ossessiva per conoscere, a discapito a volte del paziente, con l’accettazione di se stessi e con l’annoso dilemma tra morale esteriore e benessere familiare valido per la politica come per chi ha una vita pubblica.

In questo senso l’opera si ascrive come romanzo di formazione, laddove le varie voci presenti ci raccontano i patemi della crescita e il contorno intessuto attorno alla vita degli adolescenti che, loro malgrado, si ritrovano ad affrontare i loro primi dilemmi etici e le loro scelte di vita, a volersi comprendere.

Su un profilo meramente formale il testo è concepito in prima persona, attraverso gli occhi di Max e dei suoi familiari, nonché della sua amica Sylvie, la voce fuori dal coro rispetto alla massa delle sue coetanee, che ama la poesia e che riesce soprattutto ad amare Max per quello che è, andando oltre l’apparenza. Uno dei tratti fondamentali del testo infatti è proprio il racconto della patina che ricopre la famiglia di Max: impegnata in politica, socialmente corretta, impegnata a non lasciar trapelare nulla che possa, in qualche modo, incrinare la facciata nella quale ciascuno dei componenti si è costruito un ruolo.
È emblematico di certo il Golden Boy, ma acquisiscono notevole spessore anche i pensieri di Daniel, che dal suo punto di osservazione riporta in modo disincantato e, in termini semplici e realistici rispetto alla sua età, la verità celata dietro i loro comportamenti pubblici; così come quella di Karen, la loro madre, che alla fine forse è il personaggio che subisce il percorso di cambiamento in maniera più netta sulla sua pelle.

Golden Boy ha di certo il merito di portare all'attenzione del lettore una storia di argomento inusuale, incastonandolo in tanti altri temi attuali e di certo importanti per i giorni nostri.
Diventa una lettura interessante, capace di portarci con sé sino alla fine, un’esperienza da dedicare a tutti quelli che, senza lasciarsi spaventare dalle diversità, vogliono affrontare mondi poco noti e in continuo divenire.

Giudizio:

+3stelle+ (e mezzo)

Dettagli del libro

  • Titolo: Golden Boy
  • Titolo originale: Golden Boy
  • Autore: Abigail Tarttelin
  • Traduttore: Gioia Guerzoni
  • Editore: Mondadori
  • Data di Pubblicazione: 2014
  • Collana: Strade Blu
  • ISBN-13: 9788804638414
  • Pagine: 425
  • Formato - Prezzo: Brossura - € 16;00

14 marzo 2017

Giuliano - Gore Vidal

Pubblicato per la prima volta nel 1964, Giuliano è uno dei romanzi di maggiore successo di Gore Vidal. Il romanzo racconta la vita privata e politica di Giuliano, l'imperatore romano del quarto secolo, nipote di Costantino, che durante i brevi anni del suo regno tentò di soffocare la diffusione del cristianesimo e di restaurare il culto degli dèi, passando per questo motivo alla storia con l'appellativo di "Apostata". Il racconto di Vidal comincia diciassette anni dopo la morte di Giuliano e prende le mosse dalla corrispondenza tra due potenti e influenti uomini politici del tempo. Senza scrupoli, portati a privilegiare gli intrighi della politica e del potere, non esitano a farcire le loro lettere di osservazioni malevole, pettegolezzi e maliziose digressioni che interpolano il diario scritto dall'imperatore, destinato a essere la sua autobiografia. Nelle pagine di 'Giuliano' troviamo dunque l'affascinante rappresentazione di un conflitto politico e religioso in cui già si profila il declino dell'Impero Romano, ma troviamo soprattutto il sentimento di un'epoca raffigurato con maestria e con l'inconfondibile stile di Gore Vidal. Nella lotta senza speranza contro il cristianesimo ormai trionfante, nel tentativo di restaurare una religione che lo spirito del tempo non sente più sua, si nasconde il tormento di un'anima spaventata e smarrita di fronte al futuro. Un sentimento che appartiene a ogni epoca e che fa della tragica parabola dell'imperatore romano una storia attuale anche ai giorni nostri.

Recensione

Per ricostruire la vita di un imperatore noto quasi soltanto per essere stato un rinnegato, Giuliano di Gore Vidal propone più che un romanzo storico una sorta di reportage, quasi un’inchiesta giornalistica. Al personaggio cui Vidal intitola l’opera non viene dedicato, in genere, più di qualche rigo nei manuali di storia: come risarcimento per una gloria rubata da secoli di propaganda avversa, lo scrittore americano gli riserva un trattamento opposto, dipingendolo come ultimo ellenista, imperatore illuminato e tollerante, condottiero spregiudicato e pacato filosofo, che somma in sé le virtù militari di un Giulio Cesare, quelle politiche di un Ottaviano Augusto e quelle speculative di un Marco Aurelio. Un eroe degno del mito greco, la cui grandezza viene però troncata proprio sul punto di germogliare.

‘Muore giovane chi è caro agli dei’, recita un aforisma del commediografo ateniese Menandro, ma nel caso di Giuliano vale il contrario: a lui, morto a 32 anni, quasi come Alessandro Magno, erano cari gli dei, che vedeva come simboli, nella cornice culturale e religiosa del politeismo greco, dei valori e degli ideali che avevano innervato e sostenuto la grandezza del pensiero ellenico e dello stato romano, i due elementi di cui si considerava, in quanto imperatore-filosofo, erede e custode. La sua figura tragica ed eroica insieme di grande vissuto come una meteora nel periodo storico sbagliato, nel declino del mondo pagano, riceve da Vidal una luce che ricompensa in parte l’oblio venato di disprezzo cui la vittoria del cristianesimo lo aveva condannato con il marchio d’infamia di ‘apostata’, il rinnegato.

Nel ritratto che lo scrittore americano tratteggia, Giuliano emerge con molte sfaccettature contrastanti dalle sue stesse memorie, grazie all’espediente del diario personale sottratto dalla tenda dell’imperatore al momento della morte nel 363 d.C., durante la campagna contro i Parti. L’autobiografia è affiancata dai commenti e dalle lettere di altri due personaggi, Prisco, filosofo neoplatonico, amico e consigliere del protagonista, che aveva in suo possesso le carte private di Giuliano, e il retore Libanio, che vorrebbe pubblicare un’apologia di Giuliano, dopo circa vent’anni dai fatti, per difendere, attraverso la persona del giovane imperatore morto quasi da martire, il ricordo di un mondo sempre più vicino all’oblio.

Tra i coloriti personaggi che popolano la galleria degli imperatori romani – dal sublime Adriano di Yourcenar al Claudio di Graves fino all’anarchico Eliogabalo di Artaud – Vidal ne sceglie uno trascurato, visto che, per la brevità del suo regno e non solo, l’utopico progetto di restaurazione del politeismo greco-romano era destinato alla sconfitta. L’aspetto che risalta di più nel suo ritratto è il contrasto tra le inaspettate abilità politiche e militari di una figura, quella di Giuliano, che sembrava destinata a un’esistenza laterale e incerta, tra rischi di congiure e intrighi di corte, e si rivela invece un outsider di successo, e l’ingenuità velleitaria e testarda di un giovane intriso di ideali filosofici e di cultura e ardente di spirito civico. Queste forze interne in perenne conflitto lo portano a tentare una crociata contro quelli che chiama sempre con l’epiteto dispregiativo di ‘Galilei’, i cristiani, dalla regione di provenienza di Gesù. Il risarcimento postumo per uno che avrebbe ricevuto dai ‘galilei’ il soprannome ingiurioso di ‘apostata’ non nasconde però, attraverso i punti di vista di un testimone esterno all’animo di Guliano come Prisco o ancora più lontano come Libanio, i difetti del giovane imperatore, perché la volontà di scandagliare l’animo del protagonista mettendone in luce gli aspetti più soggettivi di riformatore illuminato ma fuori tempo – e questo ne delinea anche il destino tragico sotto una luce nostalgica e insieme pietosa – è bilanciata dai continui scambi di Prisco e Libanio.
Il filosofo e il retore, nei loro interventi di spiegazione e correzione, rendono evidente, spesso anche con toni amaramente ironici, come in un contrappunto oggettivo sottoposto al giudizio critico della storia, che il contesto in cui Giuliano era vissuto rendeva i suoi progetti sostanzialmente illusori.

Proprio il carattere visionario dell’impresa del protagonista, votato a una ribellione fervida e sincera, tuttavia, è l’aspetto più affascinante della biografia di Vidal: il sogno di un giovane outsider che si oppone a un corso che la Storia dimostrerà irreversibile assume, nella penna di un abile sceneggiatore hollywoodiano – e forse l’essere così vicino a un copione cinematografico non rende del tutto giustizia alla dimensione letteraria dell’opera –, la forma di un romanzo epico, del quale conoscere già in partenza la conclusione tragica non sminuisce l’interesse.

La capacità di evocare un’epoca così sfumata come il tardo-antico, a cavallo tra antichità e medio evo, al di là di possibili falle storiche e di esagerati, almeno per un’opera di fiction, scrupoli storiografici costituiscono un ulteriore merito del romanzo, che rende contemporanea, attraverso il filo sottile della nostalgia, la figura dolente e indomita di Giuliano. Se è vero, come afferma l’autore nell’introduzione, che anche nella storiografia l’immaginazione ha un ruolo importante, allora la visione audace e la lotta disperata ma inevitabile che dominano la vita dell’ultimo imperatore pagano assumono un significato che non smette di vivere neppure oggi, a più di quindici secoli di distanza.

Giudizio:

+5stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Giuliano
  • Titolo originale: Julian
  • Autore: Gore Vidal
  • Traduttore: Chiara Vatteroni
  • Editore: Fazi Editore
  • Data di Pubblicazione: 2017
  • Collana: Le strade, 308
  • ISBN-13: 9788893251297
  • Pagine: 594
  • Formato - Prezzo: Paperback, euro 19,50

7 marzo 2017

Platone in collina - Angì Perniola

È un romanzo di formazione, in cui il personaggio egemone, una fanciulla fantasiosa, dialoga con Platone. Gli eventi procedono in una situazione di crescente tensione emotiva fino al raggiungimento della scoperta dell’Eros; ciò accade, prima sotto le false spoglie della Maschera poi, caduto il Simulacro, sotto quelle concrete del Volto. Il percorso di crescita si sviluppa a partire da un’infatuazione immaginaria e/o fittizia, per arrivare all’esaltante consapevolezza della passione reale, entro una dimensione talvolta onirica. Come sottofondo c’è una natura che si fa sostanza proprio nella sua evanescente consistenza olfattiva e più in generale sensoriale. È appunto in un ambito di prorompente, conturbante e intensa sensualità che l’azione prende forma. I fatti si incentrano sulla vicenda esistenziale della protagonista che vive la sua evoluzione, insieme intellettuale ed emotiva, in un inscindibile rapporto di fattori concettuali ed accrescitivi strettamente intrecciati tra loro. Si tratta quindi di un’educazione sentimentale, condotta sullo sfondo di un contorno familiare imprescindibile per determinare le radici ed il sostrato di un iter evolutivo. Tragitto pregnante nel sottobosco magmatico di sentimenti confusi in una stagione della vita fondamentale come l’infanzia prima e l’adolescenza poi, luoghi di plasmazione e sviluppo dell’età adulta. Su tre percorsi narrativi strettamente intrecciati, si articola il cammino della figura centrale del racconto che, dall’abbaglio dell’Apparenza, giunge alla consapevolezza del Vero. Sono rappresentati simboli e archetipi di un discorso universale, unica via per accedere a valori certi e non fittizi del vivere, per sfuggire la banalità dell’esistenza. Dalla dimensione del quotidiano si accede all’universale. È infine possibile individuare almeno due filoni interpretativi con temi altamente emblematici in entrambi: una rappresentazione figurale e paradigmatica con possibilità di lettura metaforica nel primo, aspetti più visivi e plastici nel secondo. Si presta quindi a vari livelli di lettura.

Recensione

Una ragazzina estremamente curiosa che si affaccia alla molteplicità caotica della vita e all'incognita del futuro e uno dei più grandi filosofi dell'umanità: questi i due personaggi, singolarmente affiancati in questo insolito romanzo di formazione. Una simile premessa prepara il terreno a grosse aspettative, rincarate anche dalla quarta di copertina che indugia sulla stratificazione di senso del romanzo e su una certa molteplicità di livelli di lettura. Così, però, non sembra essere del tutto; lodevole l'iniziativa, ma forse avrebbe giovato qualche sforzo in più.

L'atmosfera di base mi ha ricordato molto quella di un romanzo che, a suo tempo, era sulla bocca di tutti: L'eleganza del riccio di Muriel Barbery. Lungi dal voler indugiare in paragoni e confronti letterari, non posso tacere una fortissima sensazione di déjà vu che mi ha colpito già alle prime pagine, soprattutto per quanto concerne la figura della protagonista, una ragazzina sveglia che si innalza su un piedistallo per catturare, commentare e talvolta criticare tutto ciò che la circonda, nel suo piccolo mondo che è essenzialmente ristretto all'ambiente familiare. Sarà, in questo caso, il dialogo immaginato con Platone a fornire la chiave per la scoperta di sé e dell'altro e a permettere dunque la piena maturazione. Una formazione che, in realtà, procede con tempi non omogenei: la narrazione indugia moltissimo sulla prima giovinezza della protagonista, per poi saltare sempre più velocemente agli stadi successivi, fino a presentarci una donna adulta e consapevole, in cui però si fa fatica a riscontrare la ragazzina di poche pagine prima.

Sul piano della formazione, dunque, luci e ombre: proprio quello che sarebbe il livello di lettura più romanzesco, si presenta abbastanza fiacco, e, a seconda dei casi (e forse anche del tipo di lettore), per nulla coinvolgente. Forse qualcuno rivedrà se stesso, mentre qualcun altro vedrà solo una ragazzina petulante. Ma se si considera il livello più metafisico della storia, sorprende l'abilità con cui l'autrice ha scandito lo sviluppo psicologico ed emotivo della protagonista in termini e tempi nettamente platonici: sicché, se si considera unicamente l'aspetto della "educazione platonica", il progetto appare perfettamente riuscito.

Luci e ombre si riscontrano anche nel profilo stilistico e linguistico. In questo caso vige la totale confusione. La lingua si fa schizofrenica: piana, paratattica, elementare e povera, poi improvvisamente aulica, con lunghe e tortuose riflessioni. Certo, incide molto anche la scelta di alternare parti dialogate e capitoli narrativi, ma a rendere il tutto più caotico e casuale è la scarsa caratterizzazione linguistica dei personaggi: la ragazzina e Platone, cioè, parlano allo stesso modo. La prima si esprime a volte come la ragazzina che, giustamente, è, mentre altre volte le vengono messe in bocca espressioni fin troppo adulte e consapevoli; Platone, dal canto suo, appare spesso rozzo, indugiando in un parlato spiccio, quasi gergale, salvo poi lanciarsi in riflessioni che sembrano copiaincollate dalle sue stesse opere. Se non altro - e va detto perché è un pregio affatto scontato - la documentazione dell'autrice fa sì che in pochi dialoghi e in una manciata di battute il grosso del pensiero del filosofo trova una adeguata e felice rappresentazione.

Un ibrido malriuscito, dunque. Certo non è facile armonizzare la provenienza antica (ma sempre attuale) del pensiero di Platone con le vicende personali di una ragazzina del ventunesimo secolo, ma il risultato finale è più stridente di quanto ci si possa aspettare.

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Platone in collina
  • Autore: Angì Perniola
  • Editore: Mimesis
  • Data di Pubblicazione: 2017
  • Collana: La vita di Sophia
  • ISBN-13: 9788857537559
  • Pagine: 116
  • Formato - Prezzo: Brossura - 10,00 Euro

27 febbraio 2017

I colori dopo il bianco - Nicola Lecca

Staccarsi dal passato farà male? Silke ancora non lo sa, ma è stanca di Innsbruck: una città gelida e perfetta in cui il destino, ostaggio dell'abitudine, domato dalla disciplina e ammansito dalla ricchezza, se ne sta quasi sempre in letargo. Per vivere a pieno sceglie Marsiglia. Ha voglia di novità, di mare e di colori, e non importa se tutto questo comporterà mille sfide: Silke è finalmente pronta ad affrontarle. Ragazza, ma non ancora donna, rinuncerà al benessere della sua vita privilegiata per trasferirsi in un micro appartamento vicino al porto, lasciandosi alle spalle lo sfarzo della villa di famiglia e il soffocante controllo di genitori ossessionati dalle regole, ancorati alle tradizioni e devoti al culto della reputazione più che all'amore o alla verità. Fin dal primo istante, Marsiglia coinvolgerà Silke nel suo alveare di esistenze complicate, curandola dalla solitudine e accogliendola con una moltitudine che turba e spaventa, rallegra e commuove. Se a Innsbruck il tempo pareva sospeso in un'illusione asettica e le giornate si susseguivano con la grazia innaturale del nuoto sincronizzato, a Marsiglia tutto scorre, governato da un'imprevedibilità che mette a dura prova ma offre, in cambio, vivacità e calore umano. Come accade con Murielle: una vicina di casa chiacchierona che, armata di torte e di prelibatezze africane, aiuterà Silke ad abbandonare la sua riservatezza per unirsi al flusso della città e imparare il valore dell'accoglienza, l'importanza dell'ascolto e l'arte di non prendersi troppo sul serio. Nel fitto reticolato delle stradine marsigliesi, Silke si incontrerà col mondo e si renderà conto che ogni labirinto può trasformarsi in un gioco: un rompicapo da risolvere per dimostrare di essere all'altezza della vita. E quando incontrerà la vecchia gattara di rue de la Palud e il giovane Didier – ladro, atleta e mangiatore di fuoco –, si accorgerà che il destino, capace di togliere tanto, è spesso pronto a dare: proprio quando meno ce lo aspettiamo. Con una scrittura semplice ma elegante, Nicola Lecca realizza l'indimenticabile affresco di una Marsiglia travolgente: e, con uno sguardo pieno d'amore per la vita, rende eterna l'ostinata ricerca di una ragazza desiderosa di un destino che finalmente le assomigli.

Recensione

Torna nelle librerie lo scrittore nomade Nicola Lecca, e anche questa volta ci regala la storia di un viaggio, metafora prediletta per quella successione di contrasti e contraddizioni che altro non è che la vita stessa. Nella confezione di un piccolo romanzo di formazione, seguiamo la storia di Silke, dalla fredda e austera Innsbruck alla calda e caotica Marsiglia: dalla monotonia desolante del bianco al caos dei colori.

Il titolo, in effetti, non lascia molto all'immaginazione: un invito fortemente sensoriale, carico di contrasti visivi, che apre la porta a un frammento di vita colto in uno dei momenti più critici e tutto votato al superamento dei contrasti: passato contro presente, ordine contro caos, l'ordinario contro il diverso. Proprio in tali termini si presenta la sfida alla protagonista, Silke; è la vita che te lo chiede, prendila di petto, o non crescerai mai, non cambierai mai. Così, seguiamo Silke mentre lascia la terra natia, dalle forti connotazioni paterne (ecco: più che una terra "madre", come spesso si scorge nell'immaginario collettivo, quella originaria di Silke è una terra paterna, austera, autoritaria), e si tuffa nell'avventura offerta da Marsiglia.

Se il romanzo comincia dunque con un nuovo inizio, poco a poco il passato torna a far capolino nella vita di Silke; i motivi del suo allontanamento da Innsbruck e il desiderio di ricominciare da capo vengono così affrontati poco a poco, tra flashback e brevi focus sulla famiglia della protagonista, come in una trama secondaria che si snoda lungo l'intero romanzo e che fa da contraltare alla ricerca della felicità riposta nel nuovo, nel diverso, cioè in Marsiglia.

Marsiglia, dunque. Il primo impatto è ancora sensoriale; è una dimensione fortemente presente, la corporeità, tutto passa attraverso i sensi. Olfatto, vista e gusto, soprattutto: Marsiglia è un crogiolo di odori diversi, scintilla nel caleidoscopio delle spezie brillanti, dei mercati ortofrutticoli, e ha il sapore pieno e deciso dei suoi croissant, dei suoi caffè e anche dei dolcetti tunisini. L'esotismo però non è soltanto una privilegiata lente attraverso la quale rendere l'esperienza straniante della protagonista, non a caso i personaggi con cui Silke entra in contatto sono francesi d'adozione, dalla vicina Murielle, venduta dal padre ai trafficanti di prostitute, al figlio di quest'ultima, Didier, ladruncolo novello Robin Hood che sogna le Olimpiadi, quasi a ricordare qual è il volto molteplice e variopinto della Francia odierna, oltre l'intolleranza e il terrorismo; e ancora, non è un caso che nell'accoglienza inaspettata, a tratti invadente offerta da Murielle, Silke troverà il vero volto vivo di Marsiglia. Certo, è un volto ambivalente: dove ci sono i colori c'è anche il caos, il pericolo. Marsiglia si presenta all'immaginario di Silke come una città in cui le coppiette si scambiano baci tra i vagoni della metropolitana, ma è anche una città di insidie dietro l'angolo, come un motociclista che aspetta l'attimo esatto per scippare la borsa a Silke e farla cadere rovinosamente a terra, con tutto quello che ne consegue. La dura lezione della vita, verrebbe da dire.

Un piccolo romanzo di formazione, dunque, si diceva. Senza dilungarsi eccessivamente sul passato, ma limitandosi a poche preziose pennellate che ottimamente definiscono il quadro della "vita prima di Marsiglia", il romanzo sceglie di soffermarsi unicamente su quei brevi e improvvisi momenti che ti cambiano la vita. Ne è indice la stessa dimensione del romanzo, breve come l'intreccio delle vicende. Si leggerebbe d'un fiato, per poi forse domandarne ancora e rimanere con una sottile sensazione di non piena soddisfazione; io ho preferito allungare la lettura, quasi a sorseggiarlo. Accompagniamo così, sorso dopo sorso, la protagonista fino al momento della scelta, e una volta compiuta è lì che il romanzo chiude la vicenda, laddove invece comincerebbe veramente; ma può bastare. Il resto è un'altra storia.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: I colori dopo il bianco
  • Autore: Nicola Lecca
  • Editore: Mondadori
  • Data di Pubblicazione: 2017
  • Collana: Scrittori italiani e stranieri
  • ISBN-13: 9788804673187
  • Pagine: 189
  • Formato - Prezzo: Brossura -18,00 Euro

3 gennaio 2016

Le api - Meelis Friedenthal

Avvolto nel suo lungo mantello, con un baule da viaggio e un curioso pappagallo, il giovane studente Laurentius Hylas approda in Estonia un freddo giorno di fine Seicento. In fuga da un oscuro passato e sospettato di eresia, è diretto a Tartu, la «città delle muse», piccolo centro ai margini dell’allora regno di Svezia, ma sede di una vivace università, dove circolano già le idee rivoluzionarie di Newton e Cartesio, si inaugurano i primi teatri anatomici e si segue la nuova moda dell’opera sulla scia di Molière. In quel fermento scientifico e filosofico che porterà al secolo dei lumi, Laurentius cerca ossessivamente una cura per il male che lo tormenta e che i suoi contemporanei chiamano malinconia.

Ma più si addentra nelle domande cui non sa dare risposta – Da dove viene l’anima? Che rapporto ha con il corpo? – più è attratto dal mondo di istinto, superstizione e magia dei contadini nelle campagne. Un mondo che ha già conosciuto da bambino, quando è stato coinvolto nella caccia alle streghe, e ora ritorna a perseguitarlo in sogni e visioni che cominciano a confondersi fatalmente con la realtà.

Attraverso il vivido affresco storico di un inedito angolo d’Europa e la vicenda di un intellettuale che sembra dare corpo alle contraddizioni del suo tempo, Friedenthal si cala nelle viscere del secolo di Shakespeare per raccontare il travaglio della modernità e l’avvento di una nuova epoca della ragione, quando la medicina si fa strada tra umori, paure e l’antica fede nell’alchimia, e il buio Nord sogna la radiosa antichità, i simposi in giardini mediterranei avvolti dal dolce ronzio delle api, l’armonia di un mondo che può forse guarire una nostalgia di luce, di oro, di miele.

Recensione

Con quello che accade nel romanzo di Friendenthal, il lettore fatica un po’ a capire cosa c’entrino le api, ma del resto in questo libretto oblungo e smilzo, impregnato di brume scandinave, non è che accada poi molto. Dunque il senso delle api può anche rimanere vago fin quasi alla conclusione, che del resto, in una storia dalla trama così esile, non conclude poi molto. Messa così potrebbe sembrare che non valga la pena di leggerlo, e invece la sostanza di questo breve racconto, trattato con la solita cura editoriale da Iperborea, è densa è vischiosa come il miele, che delle api è il prodotto e ritorna più volte nel libro, diventandone il sigillo metaforico.

La storia in sé è, come s’è detto, alquanto scialba: un giovane studente, in fuga, per motivi che riguardano la religione ma non verranno mai chiariti, dal prestigioso ateneo olandese di Leida, approda negli estremi lembi dell’Estonia agli inizi del XVII secolo, in quel momento possedimento svedese, dove sta nascendo una nuova università. Il viaggio e il difficile adattamento a un clima ostile e plumbeo sono accompagnati dalla morte del pappagallo di nome Clodia, che di Laurentius Silas era diventato una specie di talismano contro la melanconia, la bile nera o male oscuro, delle teorie mediche legate ai quattro elementi. Da quel momento in poi la salute di Laurentius vacilla, stati febbrili si alternano a momenti di sconforto e disperazione, legati oltre che al clima anche alla carestia che funesta la campagna intorno a Tartu, città universitaria quasi assediata da torme di contadini superstiziosi e ancora vicini allo stato selvatico. Mentre nell’Europa del Nord si prepara la lunga catastrofe della Guerra dei Trent’anni, tra il 1618 e 1648, con stragi e massacri, carestie, pestilenze e devastazioni varie, nelle desolate lande estoni ai margini della civiltà il progresso scientifico prende forma nei dibattiti accademici sulla natura fisica e filosofica dell’anima. A parte alcuni accenni a circostanze biografiche e a fatti del passato, perlopiù enigmatiche, di Laurentius non sapremo molto: il breve periodo di pochi giorni è solo un sogno, un breve segmento della sua esistenza, uno spaccato della vita ai limiti del nulla nordico, immerso nel buio della notte boreale e perennemente nascosto da una cortina di pioggia gelida, che riduce il reale a un impasto di fanghiglia e materia morente.

Le atmosfere che l’autore evoca richiamano i quadri fiamminghi del tardo Rinascimento, il protagonista per certi versi evoca alla memoria un personaggio di Marguerite Youcenar – certo la sfida e il paragone sono improbi – l’alchimista Zenone di Bruges dell’Opera al nero. Anche il tema alchemico trova una sua continuità nel romanzo di Friedenthal, che è una specie di diario di malattia: il malessere dell’animo dello studente inizia con la morte del pappagallo Clodia, simbolo di vitalità e calore, e continua con la malattia anche fisica che lo attanaglia nei primi giorni del cupo inverno estone, rendendo il cibo immangiabile e l’aria umida e mefitica, e ricoprendo il mondo con l’opprimente cortina del male oscuro. Unica via d’uscita è il messaggio criptico portato da un’apparizione femminile, una ragazza che procura a Laurentius del cibo ma poi sparisce nel nulla: è la pagnotta croccante e dorata come il miele che lei gli dona, l’unico cibo che lo studente, indebolito nello spirito e nel corpo, riesce a mangiare e che lo tiene in vita nella fase di trasformazione che sta attraversando a Tartu.

La storia del suo male oscuro diventa anche occasione per un affresco, a tratti forse troppo didascalico ma storicamente interessante, dell’ambiente accademico sul punto di svolta tra sapere antico e modernità: ai dibattiti sulla natura dell’anima legati alle teorie aristoteliche si affiancano le dissezioni anatomiche con tanto di resurrezione miracolosa, alle storie di superstizione contadina e caccia alle streghe si oppone l’imitazione dilettantistica delle ultime mode del teatro shakespeariano. Di fatto però la situazione di Laurentius non migliora e non sembra esserci scampo ai segni di disfacimento del suo animo che si riverberano sul corpo e sulla realtà esterna.

Le api, simbolo dell’anima, che abitano il corpo come un alveare, sembrano allontanarsi sempre più dal clima tetro e uggioso di Tartu e solo con un ultimo sforzo visionario il protagonista riesce ad aprire uno spiraglio nel buio angosciante della sua malinconia ed è l’immagine di un desiderio fisico e insieme di uno stato mentale: un paesaggio solare e mediterraneo, dove il calore del sole e della vita pulsante si riverbera nel colore fulvo del miele e nel ronzio vitale delle api.

Giudizio:

+4stelle+ (e mezzo)

Dettagli del libro

  • Titolo: Le api
  • Titolo originale: Mesilased
  • Autore: Meelis Friedenthal
  • Traduttore: Daniele Monticelli
  • Editore: Iperborea
  • Data di Pubblicazione: 2015
  • Collana: Narrativa
  • ISBN-13: 9788870914535
  • Pagine: 288
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 16,50

25 settembre 2015

Diario di un curato di campagna - Georges Bernanos

« L'uomo che ha accettato una volta per sempre la terribile presenza del divino nella sua povera vita », cosi Bernanos definisce il protagonista del suo Diario di un curato di campagna: questa disarmata figura di prete cattolico che si consuma fino al limite della tentazione nell'impari lotta con il male impersonato dalla tragica opacità del mondo borghese di uno sperduto villaggio della Fiandra. Egli non deve salvare soltanto se stesso ma anche le anime dei suoi parrocchiani che gli sono ostili, o lo accettano passivamente trascinandolo nelle loro ipocrisie. Giunge fin quasi al punto di abiurare, ma proprio sull'orlo della perdizione la coscienza della morte vicina lo salva.

« Un corpo a corpo fra il soprannaturale e il mondo; ma il mondo non è mai stato sentito da Bernanos con una comprensione più potente e più tenera », cosi scrisse André Rousseaux del Diario di un curato di campagna, un romanzo che ha in sé fin dalle prime pagine una carica drammatica che si va facendo via via sempre più febbrile e compressa ed esplode poi, ad un tratto, in tutta la sua pienezza dinnanzi all'illuminazione.

Recensione

Questo di Bernanos è romanzo breve ma difficile da digerire.

Il titolo è quasi un inganno, perché, almeno in chi scrive, evoca una dimensione narrativa piuttosto forte e sciolta. Nel diario del pretino di campagna di Bernanos invece manca quasi tutta la materia del racconto: il tutto è un lungo esame di coscienza sulle ragioni di una vocazione e sul senso di una scelta, quella della fede, che mostra tutte le sue difficoltà man mano che emergono le debolezze umane del protagonista. Più vicino forse all'analisi interiore tutta virata sulla spiritualità delle Confessioni di un sant'Agostino, il Diario si nutre di dubbi e di paure, di senso di inadeguatezza rispetto ai compiti di un curato e all'ambiente sociale: è il diario di una crisi e in quanto tale in tono con il contesto di inizio '900, pur essendo pubblicato nel 1936, quando ormai il percorso letterario e culturale dell'Europa si avvia verso la catastrofe della II Guerra Mondiale.

I riferimenti spirituali più importanti sono due personaggi del mondo della Chiesa all'epoca di grande attualità, il curato d'Ars Giovanni Maria Vianney e santa Teresa di Lisieux, che oggi probabilmente faticano ad evocare il mondo spirituale e religioso di cui vive il romanzo. Così pure risulta faticoso decifrare e seguire i tortuosi percorsi di autoflagellazione e di penitenza che il protagonista si impone, a voler scontare con un regime di rinuncia e di umile accettazione della propria pochezza i suoi fallimenti, sia di individuo, timido, socialmente goffo e proveniente da un ceto sociale 'inferiore', sia di uomo di chiesa, che non riesce a portare avanti i suoi progetti e i suoi compiti legati alle cure pastorali.

Il fatto stesso di scrivere un diario sembra quasi legato al bisogno di testimoniare e ammettere, in forma di espiazione, i propri dubbi, le incertezze, il vacillare di una fede che oscilla tra la supina sottomissione all'insondabile volontà di Dio e il desiderio bruciante di abdicare dai doveri della vocazione e del ministero e rende l'immagine di un prete inetto, fuori luogo con il suo abito talare sempre malmesso e stazzonato e la fama di alcolista che si procura nel villaggio: da un lato il curato sente il diario necessario come una confessione dei suoi peccati, dall'altro lo ritiene quasi una forma di superbia e vanagloria, di cedimento all'autoassoluzione.

La trama è quasi assente, compare solo a tratti nei confronti con due figure di riferimento per il pretino di provincia, il solido curato di Torcy, che lo aiuta anche economicamente, e un medico che lo assiste nei suoi tormenti fisici, che si manifestano in forma di forti dolori di stomaco, che al lettore sembrano quasi una reazione psicosomatica al malessere e alla noia profonda della realtà con cui si trova a lottare. La situazione di crisi più forte è legata alla frequentazione della famiglia dei notabili locali, quella del conte, che il parroco non può evitare e che però lo pone continuamente di fronte ai suoi fallimenti personali e spirituali. Solo verso la fine, quando si fa palese il significato della sua sofferenza fisica, che è difficile per il lettore distinguere da quella interiore, tutta la vicenda umana dell'insignificante curato di campagna acquista un senso e tocca il suo punto più alto nella conclusione.

Nel complesso la storia non è facile da leggere, forse non si tratta di un capolavoro per tutti i palati librari, o perlomeno le lunghe pagine riflessioni, le contorsioni di una fede religiosa vissuta come un tormento, fisico e morale, sono concepite come un ostacolo che il lettore può superare solo con una solida motivazione.

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Diario di un curato di campagna
  • Titolo originale: Journal d'un curé de campagne
  • Autore: Georges Bernanos
  • Traduttore: A. Grande
  • Editore: Mondadori
  • Data di Pubblicazione: 2002
  • Collana: Oscar, Classici Moderni
  • ISBN-13: 9788804315636
  • Pagine: 252
  • Formato - Prezzo: paperback - Euro 9,00

11 agosto 2015

Speciale Romanzi d'Appendice: I miserabili - Victor Hugo

Victor-Marie Hugo, nato nel 1802 a Besançon dalla famiglia di un generale napoleonico e morto a Parigi nel 1885, venerato come padre della Patria, può essere considerato in qualche modo una figura esemplare del Romanticismo e della storia francesi del XIX secolo. Dopo una vocazione molto precoce per la scrittura, legata a un'istruzione classica e insieme attenta all'attualità, il suo debutto avviene poco dopo l'adolescenza e segna l'inizio di una carriera letteraria e politica lunghissima e prolifica, dalla prosa alla poesia, al teatro.

Attivo nei circoli del romanticismo parigino anche come pubblicista, nel 1830 la polemica nota come bataille d'Ernani generata dal suo dramma omonimo, poi musicato da Verdi nel 1844, viene ritenuta una data d'inizio per il fenomeno romantico francese. Attivo anche politicamente come avversario dell'oscurantismo reazionario e sostenitore di ideali liberali o vicini al nascente socialismo filantropico-umanitario, ha una vita pubblica e privata molto attiva, funestata da morti di figli e parenti, dalla follia della figlia Adéle e da battaglie politiche, alle quali possiamo riportare diverse idee anche del suo capolavoro, I miserabili, scritto con diverse pause dal 1834 fino al 1862. Le forme del romanzo storico e i temi che prendono spunto da questioni sociali come la gisutizia e le differenze di classe nel movimentato scenario politico della Francia moderna forniscono materia a una penna, quella di Hugo, praticamente inesauribile. L'impegno politico, che lo porta allo scontro, dopo un iniziale sostegno, con il regime di Napoleone III per via della svolta autocratica del 1851, lo consacra con l'esilio prima a Bruxelles e poi a Guernesey un padre nobile, coperto di onori e considerazione come Pari di Francia, già dai tempi di Luigi Filippo, e Senatore, e infine sepolto subito dopo la morte nel Pantheon, nel 1885.


In questo grande romanzo, tra i più importanti della letteratura francese, Victor Hugo riversa gran parte della sua esperienza umana e sociale, per costruire una storia di fatica, esilio, amore e povertà. Un'epopea della miseria e un imponente affresco d'epoca che, nella Parigi dell'800, vede protagonisti alcuni indimenticabili personaggi, come Jean Valjean, la solare Cosette, Fantine, il cupo ispettore Javert: anti-eroi ricchi di luci e ombre, capaci di gesti scellerati ma anche di azioni generose e commoventi. Una storia dal ritmo incalzante, magistrale e irripetibile per l'autenticità delle emozioni e per la complessità della trama narrativa.

Recensione

Più che cosmologica leggere I miserabili di Victor Hugo sembra un'impresa titanica, al limite delle forze del lettore medio. Almeno questa è la prima impressione di fronte al monumentale mattone della letteratura francese ed europea pubblicato in volume nel 1862, sebbene per la struttura e la gestazione, oltre che per le tematiche 'eversive', sia tranquillamente assimilabile ai romanzi d'appendice tanto di moda all'inizio del XIX secolo, in particolare a I misteri di Parigi di Eugéne Sue del 1843.
Prima impressione soltanto, però, perché ad avere la perseveranza diabolica di portare a termine l'eroica impresa capita di ribaltare il giudizio e di considerare il feuilleton di Hugo un vero capolavoro, pur con le sue pecche. Fin dalle prime pagine ci si accorge innanzitutto di come la penna dell'autore sia abilissima nel plasmare figure e ambienti, personaggi e situazioni storiche. Ci si riferisce soprattutto al ritratto iniziale del vescovo di Digne, monsignor Bienvenu Myriel, con la sua pacata santità quotidiana, quasi laica, con la sorella condiscendente e santa per analogia e la perpetua Magloire, devota e protettiva. Al termine della vicenda intera si percepisce invece anche il respiro oceanico e profondo dell'opera che ruota tutta intorno alla figura di Jean Valjean e in cui anche tutti gli episodi iniziali acquisiscono una collocazione e un ruolo perfettamente coerenti: nella trama in sé, in un libro smisurato come questo, non un episodio appare superfluo. Questo dà conto della grandezza di Hugo e del suo capolavoro.

Al di là degli spaccati sociali e delle riflessioni umane sulle classi e i loro rapporti, dei racconti storici, anche vissuti in prima persona, degli scorci insuperabili di una Parigi già del tutto 'ville' ma non ancora molto 'lumiére', dei singoli personaggi, I miserabili trovano una dimensione sublime nella figura gigantesca e indimenticabile del protagonista, Jean Valjean.
Questo gigante-nano riassume in sé e nel suo destino sciagurato e sublime insieme il senso di un'epoca e della sua visione della vita, tradotto in forma romantico-sentimentale – forse un po' fuori tempo massimo se pensiamo che l'opera di Hugo fu pubblicata ben sei anni dopo Madame Bovary, il capolavoro di Flaubert che dava il segno di un netto cambiamento del clima letterario in direzione naturalista – ma capace di suscitare nel pubblico una partecipazione fortissima da un colpo di scena all'altro e di unificare il fluire della narrazione e di tutti gli altri personaggi, da Cosette a Gavroche, da Fantine a Marius, dall'ispettore Javert al vescovo Bienvenu.

Valjean, il vescovo Bienvenu e
i candelabri d'argento
Ed è singolare come questo tipo, o meglio arche-tipo, umano in grado di evocare storie e mondi così diversi e distanti, protagonista solitario di una traversata di profondissima espiazione, nel romanzo si limiti perlopiù al ruolo di presenza muta: fino alla conclusione, in cui la confessione/congedo assume il tono di un profluvio di parole, Valjean-Madeleine-Fauchelevent parla con il contagocce. Magari la sua vita interiore è l'oggetto d'analisi preferito dall'autore ma le sue parole, le sue esternazioni sono limitatissime. La sua figura sublima se stessa nel simbolo che incarna e che si può forse riconoscere nel valore allegorico dei candelabri del vescovo Bienvenu, a lui 'donati' all'inizio della vicenda. I candelabri sono segno della luce che rischiara le tenebre, sia come sforzo laico verso il progresso sociale di una mentalità che arriva dal secolo dei Lumi, moderata e pacifica nella sua portata rivoluzionaria, sia come virtù religiosa da trasmettere di testimone in testimone attraverso una fede non fredda e distante da una realtà spesso brutale ma anzi in grado di riscaldarla: Valjean è a tutti gli effetti 'figlio' in spirito del vescovo Bienvenu, che lo fa rinascere al mondo come uomo nuovo e passa il testimone di una nuova ed eterna umanità alla generazione successiva, attraverso la felicità di Marius e Cosette, di cui è, a tutti gli effetti, padre.
In questa successione lineare e semplice l'autore, in parte per moda – quella dell'appendice –, in parte per dare spazio ai suoi intenti di critica sociale, in particolare sul senso della pena e della redenzione nella giustizia e nella società degli uomini, in parte per la gestazione molto lunga del racconto, inserisce una serie di lunghe divagazioni, che appesantiscono la lettura, almeno per noi lettori moderni. Si parla di Waterloo, ed ecco che parte una ricostruzione storica dettagliatissima sulla battaglia esiziale per Napoleone di diverse decine di pagine. Valjean e Cosette finiscono in un monastero di clausura: interi capitoli ne descrivono vita morte e – letteralmente – miracoli per dare un senso dell'esperienza della vita contemplativa. I superstiti della rivolta del 1832 trovano scampo nelle fogne di Parigi, ma il lettore non si salva da una accuratissima ricostruzione della storia fognaria della capitale francese, con annessi aneddoti e varie altre amenità.

In effetti questo affastellarsi di deviazioni laterali dal tronco della storia di Valjean potrebbero indurre a dare a I miserabili meno di cinque stelle, anche tenendo conto del fatto che si è di fronte a uno stile narrativo alquanto lontano dai nostri gusti. Quando però ci si trova dinanzi al finale, quando ogni sorpresa sembra ormai lontana e inverosimile, e invece Hugo trova con un colpo di genio il modo – sì, è vero, piuttosto strappalacrime: ma si tratta di un feuilleton, in fin dei conti! – di stupire il lettore, di rimettere in equilibrio tutte le vicende del racconto, di salvare i proverbiali capra e cavoli e di commuovere, tutta la fatica del leggere viene ampiamente ripagata e superata. Non resta che un miserabile senso di vuoto perché si è giunti all'ultima pagina.

Giudizio:

+5stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: I miserabili
  • Titolo originale: Les Misérables
  • Autore: Victor Hugo
  • Traduttore: Riccardo Reim
  • Editore: Newton Compton
  • Data di Pubblicazione: 1995
  • Collana: I Mammut, I grandi tascabili economici
  • ISBN-13: 9788879836234
  • Pagine: 1296
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 12,90

2 giugno 2015

Il buio oltre la siepe - Harper Lee

In una cittadina del “profondo” Sud degli Stati Uniti l’onesto avvocato Atticus Finch è incaricato della difesa d’ufficio di un “negro” accusato di violenza carnale; riuscirà a dimostrarne l’innocenza, ma l’uomo sarà ugualmente condannato a morte. La vicenda è raccontata dalla piccola Scout, la figlia di Atticus, testimone e protagonista di fatti che nella loro atrocità e violenza non riescono mai a essere più grandi di lei. Premio Pulitzer 1960, Il buio oltre la siepe è il romanzo consigliato da Barack Obama contro ogni razzismo e discriminazione.

Recensione

"E' quello che pensavo io quando avevo la tua età." disse infine. "Ma se gli uomini sono di un tipo solo, come ti spieghi che non vanno mai d'accordo fra di loro? Se sono tutti uguali, perché passano la vita a disprezzarsi a vicenda? Comincio a capire una cosa Scout: sai perché Boo Radley è rimasto chiuso in casa tutto questo tempo? Perché vuole starci dentro."

I libri di formazione, si dice, andrebbero letti da adolescenti quando è facile rispecchiarsi nei problemi, dubbi e turbamenti dei protagonisti della vicenda, con cui solitamente si condividono l'età e le difficoltà legate all'ingresso nel mondo dei "grandi".
I grandi, dal canto loro, possono concedersi di tanto in tanto la lettura di questo genere di storie crogiolandosi in qualche forma di compiaciuta nostalgia, ammantati da quell'aurea di bonaria consapevolezza di chi ormai il mondo lo conosce e sa che le cose sono ben più complicate di così.
Chi le abbia rese "le cose" così complicate non è dato saperlo ma fa veramente sorridere leggere certe recensioni a Il buio oltre la siepe, ricche di lodi per i buoni sentimenti che i ragazzini dovrebbero imparare, prostate ad osannare la mitica figura di Atticus Finch, modello del padre moralmente impeccabile, capace di profonda sensibilità e inatteso coraggio.

Certo le sensazioni che ho provato ora rileggendo questo romanzo da adulta non sono più le stesse avvertite quando l'ho affrontato per la prima volta a quindici anni. Scomparso è il leggero senso di terrore che mi comunicavano le incursioni alla casa di Boo Radley, svanita è la perplessità per l'apparente sottomissione di Atticus alla zia Alexandra o l'indignazione bruciante per i tentativi della donna di trasformare Scout in una ragazzina "perbene", più comprensibile è diventato l'atteggiamento scontroso e scostante di Jem.
Rimane però il piacere di una narrazione senza tempo, scorrevole, onesta e arguta che trasforma l'Alabama degli anni '30 in qualunque posto voi vogliate: siamo sempre gli stessi bambini e siamo sempre gli stessi adulti e la voce di Scout, infantile ma non petulante, non intrisa della nauseabonda saccarina che si mette in bocca oggi ai ragazzini, narra una storia "di grandi", nella quale i bambini si muovono sul contorno, osservando e facendone le spese.

Non si legge Il buio oltre la siepe perché è bello ricordare come eravamo e non lo si legge nemmeno solo perché è un libro che parla di razzismo e leggere un libro sulla vecchia America razzista ci fa sentire buoni: Tom Robinson è un nero che viene ingiustamente accusato dello stupro di una ragazza bianca, questo il fatto centrale che però è anche solo la punta di iceberg fatto di ignoranza, povertà, maschilismo e discriminazione sessuale che ribolle ora come allora, altrimenti non sentiremmo parlare con tanta frequenza di femminicidi, stupri, crimini dettati dall'odio o, più banalmente, di bambini che non possono pagarsi la mensa scolastica e persone che non hanno il diritto di sposarsi come le altre.
E' questa una storia che parla di noi, di come siamo diventati quello che siamo e di quanto ci piace o meno ciò che siamo e ogni piccolo evento del libro, che si snoda silenzioso e sornione nella sonnolenta quotidianità di un'insignificante cittadina del Sud seguendo un climax crescente fino ai tormentati giorni dello spettacolare processo, è pezzo fondamentale e intenzionalmente cesellato della sincera analisi sociale che Harper Lee ha voluto mettere in piedi.

Non voglio dire che il passaggio del tempo non abbia portato in luce qualche ingenuità della narrazione, qualche passaggio un po' didascalico e figure oggi un po' trite come la cuoca Calpurnia, emblema delle tate "negre" dalle maniere sbrigative e dal cuore d'oro, ma nel complesso il racconto e i suoi personaggi sono tratteggiati di squisita finezza. Basti pensare al rude imbarazzo di Atticus nel suo ruolo di genitore single un po' attempato o al complicato evolversi del rapporto tra Jem e Scout, separati da quattro anni e dall'ingresso del primo nell'adolescenza che, inevitabilmente, va a modificare la complicità e l'intimità che li unisce.

Il buio oltre la siepe è un romanzo facile all'apparenza e credo che limitarsi a vederne l'aspetto didascalico sia un peccato quasi quanto uccidere un tordo; Atticus Finch non è il padre perfetto e Harper Lee non voleva scrivere un manuale comportamentale quanto raccontarci dell'uomo, parlarci di noi, magari riportare un po' di consapevolezza nel nostro quotidiano.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Il buio oltre la siepe
  • Titolo originale: To kill a mocking bird
  • Autore: Harper Lee
  • Traduttore: Amalia D'Agostino Schanzer
  • Editore: Feltrinelli
  • Data di Pubblicazione: 2008
  • Collana: Universale economica
  • ISBN-13: 9788807804595
  • Pagine: 290
  • Formato - Prezzo: Brossura - 8,00 Euro

14 aprile 2015

Beatles - Lars Saabye Christensen

Oslo 1965. La Norvegia, come il resto del mondo vive sotto l'incantesimo dei Beatles.
Kim ha quattordici anni e come molti adolescenti sogna di avere una band simile ai Beatles. Con i suoi amici Ola, Seb e Gunnar crea il gruppo The Snafus, nel quale ognuno adotta i nomi dei Fab Four, John, Paul, George e Ringo. E in attesa di fare carriera nel mondo della musica, deve fare i conti con i tipici problemi dell'adolescenza: lezioni noiose, primi amori, il difficile rapporto con i genitori e la voglia irrefrenabile di cambiare il mondo...
Ma il tempo passa e Kim e i suoi amici devono decidere del loro futuro, in una società, dove la maggior parte dei ragazzi vuole fare il delinquente con una gang, rubare auto, stare con le ragazze e soddisfare i propri desideri, tutti e subito.

Recensione

Dovevo chiamare a raccolta le mie forze, mi dissi che non ero ancora perduto, dovevo soltanto avanzare di un passo, nell’una o nell’altra direzione, per ritrovarmi là dove c’erano Seb e Gunnar. Bastava dire soltanto una parola, la parola. Ma qualcosa in me, nelle ossa, nel petto, opponeva resistenza. Non era tanto facile. Mi ero sbagliato. Dovevo cominciare da qualche parte. Qui.

Beatles è uno dei libri più difficili da recensire che abbia mai portato sulle pagine di questo blog.
Difficile perché carico di temi e sentimenti, voce di un'epoca perduta ma anche racconto universale del passaggio all'età adulta che supera le barriere del tempo, in un caleidoscopio di situazioni, non sempre riuscite, che è molto complesso tradurre in un commento organico.

Romanzo cult da più di trent'anni nel Nord Europa, nel quale i giovani scandinavi continuano a rispecchiarsi, arriva solo ora in Italia portando con sé una carica di nostalgia che sicuramente caratterizzava il libro già al momento della sua pubblicazione nel lontano 1984, quando le speranze degli anni '60 e '70, nei quali il libro è ambientato, erano ormai state disilluse. Questo è ancor più vero se si legge il romanzo per la prima volta oggi che quegli anni rivoluzionari sembrano quasi una favola senza lieto fine.
Ed in effetti Beatles ricorda un po' una favola triste, ben lontana da ciò che l'allegra copertina e il riassunto della trama lasciano intuire, creando aspettative non del tutto coincidenti con la realtà.

Ciò che mi ha attirata in primo luogo, infatti, è stato il titolo: anch'io, come Kim, Gunnar, Seb e Ola sono cresciuta ascoltando i Beatles - un po' fuori tempo massimo, lo ammetto, visto che oramai eravamo in pieni anni '90 - per cui un racconto scandito dalle musiche dei Fab Four sembrava proprio scritto per me. Mi aspettavo di trovare il leggero resoconto delle bravate adolescenziali dei quattro protagonisti mentre le musiche dei baronetti di Liverpool accompagnavano il passare degli anni, il che si è rivelato vero solo in parte. Per i quattro ragazzi, infatti, l'infanzia idilliaca si trasforma presto in una giovinezza amara e piena di delusioni, proprio come l'ingenuo idealismo degli anni '60 finisce affogato in un mare di droga e materialismo, proprio come gli spensierati ragazzi che cantavano "Love me do" hanno ad un certo punto sviluppato una coscienza politica e una passione per le tecniche meditative orientali.

I protagonisti seguono la carriera dei loro idoli con una religiosità al limite del fanatismo, a partire dal boom della beatlesmania fino alla disperazione della rottura definitiva; nonostante i titoli delle canzoni più celebri facciano da intestazione anche ad ogni capitolo, esse non rispecchiano necessariamente gli eventi della vita dei ragazzi ma ne costituiscono l'unico punto fermo contro l'inesorabile passaggio del tempo. Anche quando iniziano i primi contrasti e le loro vite sembrano prendere strade diverse, anche quando le canzoni non sembrano tanto convincenti, anche quando cantautori di maggior spessore come Bob Dylan (yeah!) si affacciano all'orizzonte, i Beatles rimangono il polo d'attrazione che porta i quattro a ritrovarsi e a sostenersi l'uno con l'altro, sempre e comunque, emblema di un'amicizia non perfetta ma vera, solida, sincera, che è uno dei tratti più commoventi dell'intero romanzo.

Come si diceva l'opera è caratterizzata da una nota amara che si fa sempre più pungente man mano che l'infanzia si allontana e i quattro protagonisti cercano di ritagliarsi un posto nel mondo degli adulti, senza però avere ben chiaro cosa fare del proprio futuro, incertezza che li porterà verso fallimenti spettacolari .
Ugualmente, il romanzo non sembra avere uno scopo preciso ma si presenta come una successione di eventi piuttosto ordinari intervallati da occasionali tragedie che però riescono sempre a rimanere marginali, fino a che gli eventi non arrivano a chiudersi in circolo, seguendo la narrazione in prima persona di uno dei quattro, Kim. La trama, quindi, non è certo priva di ripetizioni (una caratteristica tipica degli autori scandinavi a quanto pare) e di conseguenza a tratti un po' noiosetta, eppure anche nei suoi momenti meno entusiasmanti appare sempre fortemente reale. E se a volte fatti e personaggi risultano un po' stereotipati è solo per l'estrema fedeltà all'epoca e all'età che l'autore vuole celebrare: i genitori reazionari, la lotta di classe e la vacuità di certe astrazioni ideologiche anarchico-socialiste, la piaga dell'eroina, l'alcol annaffiato su qualunque cosa e soprattutto l'egoismo e l'indifferenza tipicamente adolescenziali, che la voce del narratore esprime con lucida crudeltà, esasperandola nella sua incapacità di crescere e assumersi responsabilità, dando prova infine di una fragilità insospettata.
In questo senso il libro si propone anche come una denuncia dell'incapacità degli adulti di cogliere l'instabilità e la criticità degli anni adolescenziali, soprattutto in un mondo in rapida trasformazione come quello in cui vivono i giovani protagonisti. Chi non si adegua, chi si perde per strada è lasciato solo, incompreso, classificato come sbagliato e infine escluso

La ripetitività della trama è in qualche modo redenta dalla potente capacità narrativa di Christensen , per una volta resa egregiamente dalla splendida traduzione italiana. Mi sono spesso lamentata dell'inespressività e piattezza degli autori nord europei ma Christensen si discosta decisamente dai suoi connazionali, dando prova di raffinato lirismo mentre con sapienza semina per il libro indizi sulla vera natura della narrazione che si traducono in coinvolgenti incursioni nel realismo magico, generando al contempo perplessità e fascinazione e compensando in qualche modo i limiti della trama.

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Beatles
  • Titolo originale: Beatles
  • Autore: Lars Saabye Christensen
  • Traduttore: Alessandro Storti
  • Editore: Atmosphere libri
  • Data di Pubblicazione: 2014
  • Collana: -
  • ISBN-13: 9788865641330
  • Pagine: 589
  • Formato - Prezzo: Copertina Rigida - Euro 16.00

5 febbraio 2015

Speciale Letteratura LGBT: Basta che paghino - Alessandro Golinelli

Alessandro Golinelli, pisano di nascita, del 1963, comincia la sua attività nel mondo della letteratura e della videoart a Milano, dove si trasferisce nel 1989 e dove ottiene notorietà col suo lavoro di esordio, Basta che paghino, a metà tra romanzo e inchiesta sul mondo allora del tutto sotterraneo della prostituzione maschile. Da lì continua la sua carriera artistica tra collaborazioni televisive con Mediaset, impegno politico e sociale nell'area della sinistra radicale e attività di traduzione da inglese e tedesco.
La sua produzione letteraria – nel 1995 tra l'altro dà un seguito al romanzo d'esordio con Kurt sta facendo la farfalla – prosegue verso una forma di attivismo sociale e sui diritti LGBT: dal 2010 fa parte della commissione del Torino LGBT Film Festival, scrive documentari e film sui temi della globalizzazione e dell'immigrazione e i suoi ultimi libri riguardano da vicino la vita di omosessuali in condizioni difficili, come Le rondini di Tunisi del 2005 e Una rivoluzione del 2014, entrambi ambientati nel mondo arabo, e L'amore semplicemente del 2012, una storia d'amore tra adolescenti nel lager nazista di Mathausen.


La piazza dove Kurt lavora è un intaglio rettangolare tra vecchi edifici industriali. Nelle notti di nebbia, i ragazzi che aspettano sui marciapiedi sono soltanto sagome di corpi. Per Kurt, far commercio di sé non è un dramma è un lavoro come un altro, che gli consente il massimo profitto con il minimo sforzo. Né immorale né amorale, si limita a fare ciò che sa, senza il minimo coinvolgimento, fino al giorno in cui sulla piazza appaiono cinque ragazzi stranieri, tra cui il buffo Rodolfo e il brasiliano Joao, ed ecco che la giovane multilingue follia dell'innamoramento sposta l'azione verso l'avventura.


Recensione

Di gaio, in verità, il libro di Golinelli non ha praticamente nulla.

È comprensibile che, all'inizio degli anni Novanta, un racconto come lo spaccato di vita ai margini di Kurt, il protagonista di Basta che paghino, potesse risultare alquanto scandaloso e destasse animati dibattiti, soprattutto perché l'autore lo accreditava di avere contenuti autobiografici e l'idea di un precario della scuola che faceva il 'bello di notte' per sbarcare il lunario destava scalpore.

Oggi invece probabilmente sarebbe considerato un romanzo piuttosto liscio, quasi monacale, in cui gli atti sessuali hanno una gamma di 'sfumature' quasi fin troppo normali. Questo dipende anche dalla scelta di tenere una narrazione distante e quasi 'realista', con un punto di vista esterno e oggettivo nei confronti della trama. Nel descrivere la vita e l'ambiente di una 'marchetta' milanese l'autore dirige infatti lo sguardo verso le situazioni esterne, soprattutto verso i luoghi dove il protagonista passa la maggior parte del suo tempo, in particolare di notte, cioè un'anonima piazza quadrangolare della periferia urbana, un non-luogo che è già ai margini dell'esistenza di per sé.

Questo punto di vista, in qualche modo, rispecchia già il vuoto assoluto dell'esistenza interiore di Kurt. Milano viene a stento menzionata, ci sono pochissime indicazioni sulla geografia urbana e in pratica gli unici altri riferimenti sono legati alla trasferta 'lavorativa' del protagonista ad Amsterdam e poi ad Amburgo, in compagnia di un gruppo di ragazzi latinoamericani.

Il deserto dei luoghi si riproduce in piccolo nell'aridità dei rapporti umani del giovane, nella mancanza di una storia e di una trama in senso stretto che toglie al racconto di Golinelli quasi ogni struttura narrativa. Gli unici legami di Kurt sono quelli interessati e solidi, con dei clienti da cui cerca di spremere il più possibile in termini di soldi e appoggio umano ma senza alcuna risposta emotiva da parte sua, oppure quelli liberi ma effimeri con i colleghi, ragazzi che però sono di 'passeggio/passaggio' sulla sua scena abituale, la piazza, come il gruppo di amici diretti ad Amsterdam, tra cui conosce Joao, un brasiliano di cui potrebbe innamorarsi. Anche Joao però come lui è costretto alla vita di strada e ad anteporre all'amore una garanzia di sopravvivenza e stabilità.

La scelta di seguire semplicemente il vagabondaggio umano di una marchetta, il suo errare senza senso e senza posa, il suo passare da un amore occasionale all'altro ruota intorno al fatto che Kurt non ha una sua casa, intesa non solo come come mura ma anche come centro di gravità permanente. La proprietà immobiliare, un'ancora nella solitudine degli affetti, una tana per un predatore/preda nella giungla urbana, una sicurezza, è tra le principali preoccupazioni di questo ragazzo, cresciuto troppo in fretta, che si diminuisce gli anni per non perdere una fetta di clientela che va a caccia di 'carne fresca'.
Quando si ritrova sfrattato dal bilocale dove viveva decide che il suo obiettivo deve essere quello di avere una casa sua e con ammirevole senso pratico riesce a mettere da parte un piccolo capitale per comprare un appartamento nel centro di Milano, tutto da solo, tutto suo, una garanzia della sua indipendenza.

La storia della sua vita rimane del tutto taciuta, l'autore non ne parla, salvo qualche accenno legato al nome di origine tedesca e alla conoscenza della stessa lingua, che fanno pensare a dei legami con la Germania. Per il resto Kurt rimane il protagonista indecifrabile di un segmento di vita che inizia e finisce nello stesso modo e nello stesso luogo, la piazza dei marchettari, nel freddo notturno, quasi come una metafora dell'oscurità in cui il giovane si sente di vagare.

Forse lo stile minimalista dei dialoghi e della narrazione, in generale molto asciutta, ha qualcosa di affettato, quasi come se la stringatezza lessicale servisse a riprodurre le limitazioni autoimposte da Kurt a se stesso, tuttavia il ritratto di una marchetta come essere umano è sviluppato a tutto tondo proprio nella sua vaghezza: il non lasciarsi prendere o catturare, proprio come in un continuo rituale di caccia, il seminare tracce false, il portare sempre la maschera della soddisfazione con i clienti sono le caratteristiche del perfetto gigolò, che scompare come individuo ma che perde in questo modo quasi ogni diritto a continuare ad esistere come persona.
Curiosamente, 'persona' ha come significato etimologico proprio 'maschera'.

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Basta che paghino
  • Autore: Alessandro Golinelli
  • Editore: Il Saggiatore
  • Data di Pubblicazione: 1992
  • Collana: Scritture
  • ISBN-13: 9788842807568
  • Pagine: 256
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 15,00

23 marzo 2014

Speciale Grandi Scrittrici: Una donna - Sibilla Aleramo

Sibilla Aleramo (pseudonimo di Rina Faccio) nasce ad Alessandria il 14 agosto del 1876. Dopo un'infanzia vissuta a Milano, si sposta a Civitanova Marche, dove il padre aveva assunto il ruolo di direttore della fabbrica del marchese Ciccolini. Anche la Aleramo vi trova lavoro come impiegata e lì conoscerà il suo futuro primo marito. Fu un matrimonio riparatore, in quanto causato da uno stupro. Quest'episodio, così come la malattia mentale della madre e la nascita del primo figlio, segnò pesantemente la vita della scrittrice. Dopo un tentativo di suicidio con il laudano, nel 1897 inizia a collaborare con varie riviste femminili per uscire dall'oppressione della propria esistenza. Trasferitasi a Roma nel 1902 dopo aver lasciato la famiglia per inseguire il bisogno di una vita libera e senza costrizioni, nel 1906 esordisce con il romanzo fortemente autobiografico Una donna. Con questo evento, su consiglio dell'intellettuale e compagno Giovanni Cena, prende lo pseudonimo di Sibilla Aleramo. Solo nel 1919 esce il suo secondo romanzo, Il passaggio. Nel 1921 è edita la prima raccolta di poesie Momenti.
Sempre impegnata a favore dei diritti delle donne, la Aleramo trascorre una vita turbolenta e controversa, fatta di militanze politiche, numerose relazioni (la più famosa con il poeta Dino Campana), maldicenze e altalenanti fortune. Tra le sue opere maggiori: Amo dunque sono (raccolta epistolare, 1927), Gioie d'occasione (volume di prose, 1930), Il Frustino (romanzo, 1932), Sì alla terra (poesie, 1935) e Orsa Minore (volume di prose, 1938). Dopo la Seconda Guerra Mondiale, si iscrive al PCI e continua la sua lotta politica e sociale. Muore a Roma il 13 gennaio 1960.


Questo romanzo di Sibilla Aleramo fu pubblicato per la prima volta nel 1906. La fortuna immediata del volume, sia in Italia che nei paesi in cui fu tradotto, fece scoprire al mondo un’autrice che avrebbe fornito negli anni altre grandi prove del proprio talento. Una delle principali ragioni del successo del libro fu il suo tema: si tratta infatti di uno dei primi libri femministi apparsi da noi. Al cuore di questo romanzo ampiamente autobiografico c’è la sua autrice. Come scrive Emilio Cecchi nella postfazione, “con l’Aleramo, non si trattava più di un’autrice, d’una artista soltanto: si trattava anche d’una rivendicatrice della parità femminile, d’una ribelle”. A più di un secolo dalla sua prima pubblicazione, questo vibrante ritratto di una donna che lotta per il diritto a vivere con pienezza e libertà la sua vita si conferma una lettura imprescindibile.

Recensione

Il titolo è un manifesto programmatico: per Una Donna la Aleramo racconta se stessa e la propria condizione come sineddoche della donna di inizio '900. Una donna come la Donna, soggiogata e umiliata in una società maschilista e bigotta.
Leggere una "Weltanshauung" così moderna e fresca in un romanzo d'esordio del 1906 fa riflettere sui passi fatti per colmare il divario con l'odierno e non solo: notare come molti dei soprusi denunciati dall'autrice ancora siano difficili da sradicare arriva a far indignare il lettore.

La trama, fortemente autobiografica, ripercorre gli infelici anni della gioventù della Aleramo: l'infanzia agiata in una ricca città del nord, il travagliato – e freudiano – rapporto con il padre, la malattia della madre, le diffidenze di un piccolo borgo radicato nel più bieco conservatorismo, la violenza sessuale e il conseguente matrimonio riparatore con un impiegato della fabbrica del padre, il tentativo di suicidio, la nascita del figlio, i primi passi nel mondo della letteratura e la finale separazione in un'epoca in cui la parola divorzio non esisteva nemmeno. Il tutto raccontato con una prosa poetica non velleitaria e fine a se stessa, ma ricca di contenuti morali. La Aleramo era avanti di almeno sessant' anni e lascia letteralmente a bocca aperta leggere di psicologia, ateismo e indipendenza della donna in un romanzo di un'epoca in cui la figura femminile era vista solamente come votata al sacrificio, come la stessa autrice fa notare sotto forma di domanda retorica parlando della condizione della madre:

"Povera, povera anima! Non le erano valse la bellezza, la bontà, l'intelligenza. La vita le aveva chiesto della forza: non l'aveva. Amare, sacrificarsi e soccombere! Questo è il destino suo e di tutte le donne?"

Ci si appassiona incredibilmente alle strazianti vicende di uno spirito libero rimasto invischiato nella vita quotidiana di un momento storico a cui non apparteneva. Quest'ultimo, poi, è forse stato il più grande problema dell'autrice: difficile essere capita quando ci si sente più avanti dagli altri così come lo è essere nati in un periodo troppo arretrato. Nella sua vita incontrò mille difficoltà, anche peggiori rispetto a quelle narrate in "Una donna". Dopo avere visto la fortuna letteraria, nel secondo dopoguerra finirà nel dimenticatoio - nonostante le numerose ristampe delle sue opere -, osteggiata per una vita vissuta fuori dagli schemi, tanto da farle scrivere nel proprio diario nel 1951:

"3 novembre: Quarantacinquesimo anniversario dell'uscita del mio primo libro "Una donna". Commemorato in silenzio e solitudine."

In definitiva, "Una donna" è un romanzo che andrebbe non solo consigliato, ma riscoperto anche nelle scuole per capire cosa vuol dire essere donna in una società che era e continua ad essere maschilista tanto da equiparare legislativamente il genere femminile ad una categoria a parte anziché porlo sullo stesso piano di quello maschile. Passi avanti sono stati fatti, ma per evitare di regredire bisognerebbe informarsi sulle condizioni del passato e "Una donna" è una lettura fondamentale in questo caso. La Aleramo aveva tanto da dire all'epoca e anche adesso, a distanza di più di cento anni, riesce ad insegnarci molte cose sia sui diritti universali che in particolare su quelli della donna. Un'autrice moderna, una donna dall'impellente bisogno di esprimere se stessa che con grande tenacia è arrivata a ritagliarsi un'importante posto nel panorama letterario del novecento italiano, nonostante sia stata spesso fortemente boicottata.

Giudizio:

+5stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Una donna
  • Autore: Sibilla Aleramo
  • Editore: Feltrinelli
  • Data di Pubblicazione: 2003
  • Collana: Universale Economica
  • ISBN-13: 9788807810367
  • Pagine: 220
  • Formato - Prezzo: Brossura - 7,50 Euro

23 luglio 2013

Tricks - Ellen Hopkins

Cinque teenagers provenienti da diverse parti del Paese. Tre ragazze. Due ragazzi. Quattro etero. Uno gay. Alcuni ricchi. Alcuni poveri. Alcuni provenienti da grandi famiglie. Altri senza alcuna famiglia. Tutti vivono le loro vite meglio che possono, ma tutti sono in cerca... di libertà, sicurezza, amicizia, famiglia, amore. Ciò che non si aspettano, tuttavia, è ciò che può succedere quando quelle due piccole potentissime parole, "Ti amo" vengono dette per le ragioni sbagliate.

Cinque storie commoventi in un primo momento sembrano separate, per poi intersecarsi in un racconto più grande e potente -- un racconto sulle scelte che facciamo, sulla fiducia che diamo, sul cadere e il rialzarsi. Un racconto su un gruppo di ragazzini che impara tutto ciò che c'è da sapere sull'amore e il sesso, ad ogni costo, fino a trovarsi costretto a chiedersi: "Potrò mai stare di nuovo bene con me stesso?"

Recensione

La prima cosa che mi vien da dire su Tricks è che se fossi un editore coscienzioso ci penserei bene prima di catalogare questo libro come Young Adult.

Certo i cinque protagonisti sono adolescenti, ma le loro vicissitudini sono quanto di più lontano ci possa essere dalla smielata e irrealistica love story di Edward e Bella o dalle avventure emozionanti della Katniss di Hunger Games. Non esistono amore eterno né finali da favola in questa scioccante opera di Ellen Hopkins, ma solo la cruda realtà, raccontata senza fronzoli e decisamente per stomaci forti.

In gergo americano, infatti, i "tricks" sono i clienti delle prostitute e proprio nel gorgo della prostituzione minorile i ragazzi di Tricks finiscono loro malgrado risucchiati. La Hopkins non è nuova a questo tipo di tematiche: tutti i suoi libri si concentrano infatti su realtà adolescenziali estremamente drammatiche, che ella affronta a testa alta e senza inutili moralismi, forte della propria esperienza personale che l'ha vista lottare per anni per salvare la figlia dal tunnel della cocaina, esperienza che le ha permesso di scrivere il primo libro, Crank.

Cinque protagonisti, si diceva, cinque sedicenni, tre ragazze e due ragazzi, quattro etero, uno gay, provenienti da realtà diverse ma tutte in qualche modo tipiche dell'America contemporanea, tutte in qualche modo "normali". C'è Eden, figlia di un predicatore e membro di una comunità religiosissima, Seth che ha appena perso la madre e vive con il padre agricoltore, Whitney, adolescente ribelle trascurata dai genitori separati, Ginger che da tutta la vita tenta di sopravvivere alla madre tossicodipendente, e infine Cody, la cui amorevole famiglia finisce a gambe all'aria in modo tragico e inaspettato.

Per tutti il punto di svolta è la scoperta dell'amore come può esser solo nell'adolescenza: assoluto, ingovernabile, cieco. E come ogni adolescente anche i cinque ragazzi di Tricks abbracciano con entusiasmo e con passione assoluta questo nuovo sentimento così che quando la realtà si abbatte su di loro ne rimangono travolti in un battito di ciglia.

Uno degli aspetti più scioccanti e al tempo stesso più realistici di questo libro è la velocità e la facilità con cui la vita di cinque ragazzi qualunque possa trasformarsi in un inferno al quale nessuno li ha preparati. La realtà ha il sapore del tradimento e dell'abbandono, non (o non solo) quello della persona amata, ma quello degli adulti, i genitori, coloro che avrebbero dovuto tutelare, proteggere ed educare e invece si sono dimostrati ciechi, egoisti, superficiali o, più semplicemente, incapaci di amare davvero. Il dito accusatorio dell'autrice punta infatti chiaramente contro queste madri e questi padri che, in modi diversi, hanno fallito il loro compito di educatori, permettendo o addirittura favorendo che ragazzi così giovani si trovassero ad affrontare realtà, quelle della droga e della prostituzione, troppo potenti perché potessero gestirle da soli.

La Hopkins racconta la perdita dell'innocenza che porta cinque adolescenti a dover decidere quanta parte di loro stessi sono disposti a sacrificare per poter sopravvivere e lo fa con una straordinaria commistione di crudezza e lirismo; l'opera è infatti una novella in versi, in cui ogni capitolo è introdotto da un breve poema seguito da un racconto in prosa narrato in verso libero. Il risultato finale è una sorta di ballata infernale che colpisce il lettore come un pugno nello stomaco; come adulta è straziante leggere delle decisioni incredibilmente ingenue che questi ragazzi compiono e delle terribili conseguenze che ne derivano, soprattutto quando si considera che, come ricorda l'autrice, l'età media delle prostitute americane è 12 anni.
Il che ci riporta alla questione iniziale: farei leggere questo libro ad un adolescente? Non so bene cosa rispondere: da un lato credo sia un bene che i ragazzini prendano coscienza della facilità con cui si può rimanere coinvolti in realtà terribili, in grado di privarli per sempre della parte più bella di loro, dall'altro il racconto della Hopkins è decisamente forte e brutale nelle parole nelle immagini, per cui un pubblico più giovane credo dovrebbe affrontarlo con l'assistenza di un adulto.

Chi sicuramente dovrebbe leggere questo libro invece sono gli adulti, perché si ricordino cosa vuol dire essere un adolescente impaziente di sperimentare la vita anche quando non si sa bene in cosa consista questa vita, ma soprattutto perché si ricordino che dobbiamo essere pronti ad amare i nostri figli più di noi stessi e delle nostre convinzioni religiose e politiche, altrimenti i figli non dovremmo farli affatto.

Giudizio:

+5stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Tricks
  • Autore: Ellen Hopkins
  • Editore: Margaret K. McElderry Books
  • Data di Pubblicazione: 2009
  • ASIN: B002M5E2E6
  • Pagine: 644
  • Formato - Prezzo: Kindle ebook - Euro 5,00
 

La Stamberga dei Lettori Copyright © 2011 | Template design by O Pregador | Powered by Blogger Templates