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18 febbraio 2019

Il libro degli esseri a malapena immaginabili - Caspar Henderson

Da tempi molto lontani i bestiari autentici e quelli immaginari concorrono in parti quasi uguali al disegno della zoologia così come la conosciamo, o crediamo di conoscerla. Si sono a lungo specchiati, imitati a vicenda, guardati a seconda dei casi con rispetto e con sospetto, i due generi: finché qui, per la prima volta, non si ritrovano fusi in qualcosa di nuovo. Sì, Caspar Henderson è andato a trovare dove nemmeno li si cercherebbe – nelle profondità degli oceani, negli angoli più inospitali di deserti roventi – intere famiglie di viventi di cui tutto ignoravamo, a cominciare dall’aspetto; oppure ha raccontato particolarità di animali tanto vicini a noi da risultarci, ormai, quasi invisibili. E li ha messi tutti insieme, pesci zebra e delfini, axolotl e balene, con l’amichevole partecipazione di Sapiens, in questo diario di un naturalista capriccioso che è anche qualcosa di più – il manuale delle strane regole con cui possiamo ogni volta ricominciare, a sorpresa, il gioco molto antico di reale e fantastico.

Recensione

Il libro degli esseri a malapena immaginabili è un volume di circa 550 pagine estremamente ben curato per immagini e grafica. Dato che è piacevole dal punto di vista estetico e interessante quanto al contenuto, viene segnalato come possibile regalo per coloro che apprezzano le opere impegnate nella salvaguardia della natura. In particolare la sua lettura è stata caldeggiata da Servegnini che dice di averne regalato diverse copie agli amici in occasione del natale.
Il libro degli animali a malapena immaginabili tratta delle caratteristiche di ventisette animali, uomo compreso, a cui si aggiungono molti riferimenti ad altri esseri, per la maggior parte marini e poco conosciuti. Naturalmente l’insieme è ben lontano da quello descritto dalla Rowling con gli “Animali fantastici”, anche se risulta curioso il fatto che talvolta creature ritenute poco evolute, e spesso di dimensioni molto contenute, mostrino organi di senso molto più complessi e validi rispetto a quelli umani con cui vengono raffrontati.
L’autore, Caspar Henderson, divulgatore scientifico, è dotato di fine umorismo per cui i suoi saggi,  oltre che interessanti e scorrevoli, risultano anche a tratti divertenti. Henderson non si limita a descrivere un particolare bestiario, ma lo arricchisce di varie nozioni, anche linguistiche, come nel caso del plancton.

 “Plancton” deriva da una parola greca che significa “errabondo”. È un termine piuttosto generico con cui si indica qualunque organismo vivente che per lo più si lascia trascinare dalle correnti. (Il termine speculare, raramente usato, per indicare gli organismi che nuotano attivamente è invece “necton”).

Il fitoplancton, invece, il cui nome deriva dal fatto che riceve nutrimento tramite la luce del sole, non può scendere sotto i duecento metri di profondità, dove i raggi luminosi non riescono a penetrare. Oltre ad essere la base della catena alimentare dell'eco sistema marino (come la prateria che nutre gli erbivori che a loro volta nutrono i carnivori), concorre alla produzione dell’ossigeno di cui anche noi animali terrestri necessitiamo. Pur essendo costituito da esseri microscopici, il fitoplancton ha una biomassa maggiore di quella di tutti gli animali marini messi insieme.
Henderson non si limita a meravigliare il lettore con la descrizione di creature tanto lontane dai nostri standard di normalità, ma descrive anche peculiarità poco conosciute di animali ben noti come l'uomo e le balene. Per quanto non cada mai nel patetico, il capitolo che descrive la caccia spropositata che è stata fatta ai cetacei nei secoli -e che continua anche adesso- è decisamente impressionante.
Ciò premesso, anche se il saggio non può certo essere letto di un fiato, è peraltro scorrevole ed è arricchito di considerazioni interessanti e talvolta umoristiche che lo rendono decisamente piacevole.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Il libro degli esseri a malapena immaginabili
  • Titolo originale: The Book of Barely Imagined Beings
  • Autore: Caspar Henderson
  • Traduttore: Massimo Bocchiola
  • Editore: Adelphi
  • Data di Pubblicazione: 2018
  • Collana: collana
  • ISBN-13: 9788845933219
  • Pagine: 543
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 34,00

10 novembre 2017

Non è colpa mia - Vanna Ugolini e Lucia Magionami

Una giornalista e una psicologa insieme per capire cosa passa nella mente e nel cuore degli uomini che hanno ucciso le loro donne, per tentare di riconnettere esperienze di femminicidi alla realtà dei fatti ma, anche, al contesto culturale e al percorso psicologico che porta uomini normali a diventare assassini e a non assumersene, però, nel profondo, la responsabilità. Dalle interviste di Luca, Giacomo, Luigi risulta chiaro che non sono mostri, non sono malati. Sono persone normali. Le autrici lo affermano con forza: non ci sono raptus, né scatti d’ira, il percorso verso il femminicidio è più lungo, lastricato di silenzi, di prigioni culturali, di diversi modi di intendere la vita, dell’incapacità di dare un nome ai sentimenti, alle situazioni e quindi di riconoscerle. «Arriviamo a un punto e decidiamo se usare la ragione o la forza. Se vogliamo mantenere ad ogni costo il potere su una persona fino ad arrivare a toglierle la vita o se vogliamo amare, liberamente, accettare che questo possa finire e possa far male.»

Recensione

Non è colpa mia è l’asserzione che sottende tutta l’opera di saggistica delle due autrici e oltre a fare da primo titolo alla stessa, rappresenta il concetto che sta alla base dell’atteggiamento dell’aggressore: disconoscere le proprie responsabilità in merito ai gesti criminosi compiuti.
Siamo in Italia, in un tempo che salta di poco e l’argomento principale del saggio, che viene sviscerato in modo accattivante e innovativo, è quello degli omicidi perpetrati a danno delle donne da parte dei loro compagni, il cosiddetto “femminicidio”, neologismo che di recente ha fatto discutere e parecchio l’opinione pubblica dei salotti letterari così come i talk show.
Ma non voglio soffermarmi sugli elementi etimologici del termine, quanto andare dentro alla struttura del testo e soprattutto ai suoi contenuti. Il punto cardine dell’intero impianto è quello di ascoltare la voce degli uomini che hanno commesso violenza nei confronti delle loro mogli/compagne, e dare una lettura del fenomeno verso i principi cardine teorici e pratici di un fenomeno, quella della vessazione di genere, che ricalca molti schemi comportamentali e sociali diffusi in diverse epoche e in altrettante culture: tutte partono dalla medesima concezione errata della donna come persona assoggettata al marito, alla famiglia, e in quanto tale “di proprietà” di questi maschi.
Imposizione che purtroppo è molto radicata nel mondo attuale e che trova rilievo con exploit violenti proprio perché viviamo in un periodo storico in cui le donne, giustamente, si riappropriano della propria vita, sia nel mondo lavorativo che in quello socialmente evidente. L’atteggiamento verso il reato compiuto tende a smentire, anzi meglio, a smarcarsi dalla responsabilità sull’agito, scostando purtroppo verso agenti esterni, più o meno correlati alla vittima che, nel corso delle esperienze riportate, rimane una monade sullo sfondo, che agisce, che viene condizionata, che reagisce ma senza una personalità da riconoscere come entità. Perlomeno questa è stata la mia impressione dalla lettura delle interviste riportate.
A livello strutturale l’opera può essere sezionata in due parti fondamentali, ciascuna curata da una delle due autrici: la prima riporta da parte della giornalista Ugolini tre interviste su tre diversi casi di omicidio della propria compagna di vita, compiuti in momenti diversi ma comunque contemporanei, riportando in maniera puntuale le domande poste, le risposte date dagli intervistati, nonché le sue difficoltà ad affrontare l’argomento e soprattutto a gestire la rabbia verso il loro comportamento. Forse anche l’impotenza dinanzi a certe crudeltà compiute, somatizzate e giustificate dai loro autori. Ma come ogni giornalista competente l’autrice riesce ad andare al di là dell’agito e del riportare la storia, esprimendo poi un’analisi sulle dinamiche, portando quindi per mano il lettore su quanto sottinteso nella versione dei fatti.
La seconda parte, a cura invece della Magionami, esperta psicoterapeuta, che partendo dalle esperienze empiriche delle interviste ricontestualizza in modo semplice e chiaro la teoria e le dinamiche psicologiche e sociali del fenomeno della violenza di genere, accompagnandoci secondo il ben noto sistema teoria-pratica-teoria a mettere in luce la conoscenza dell’azione umana e, soprattutto, il modo da cui affrancarsene. Scostandosi dall’intensità dell’argomento e affrontando la lettura in modo disincantato, si può riferire che tutto il libro è scritto in modo abbastanza scorrevole, a parte qualche parte un po’ complicata sul versante delle interviste, laddove è stata privilegiata la scelta di riportare fedelmente le risposte, sovente arzigogolate e ricche di intercalare, degli intervistati, che spesso hanno avuto la tendenza a evitare e/o aggirare il perno fondamentale del perché si sono comportati in quel modo.
Al di là di qualsiasi dibattito sul tema, di sicuro Non è colpa mia è un testo che porta molti quesiti e spunti di riflessione in chi lo legge, che andrebbe di sicuro condiviso non solo con chi ha a cuore il tema e con le potenziali vittime, quanto invece proprio con quegli uomini che, purtroppo, ancora oggi pensano alle donne in termini di soggiogamento e di possesso. Un errore culturale, e soprattutto personale di queste persone.
Di sicuro è una lettura che va privilegiata, per portare a conoscenza chiunque di un fenomeno che mai andrebbe sottovalutato e su cui anzi, andrebbe improntata l’educazione sociale degli adulti e delle giovani generazioni, perché esista davvero un domani dove certi episodi non accadano più.
Mai più.

Giudizio:

+3stelle+ e mezzo

Dettagli del libro

  • Titolo: Non è colpa mia. Voci di uomini che hanno ucciso le donne
  • Autore: Vanna Ugolini e Lucia Magionami
  • Editore: Morlacchi editore
  • Data di Pubblicazione: 2017
  • Collana: Narrazioni
  • ISBN-13: 9788860748898
  • Pagine: 284
  • Formato - Prezzo: Brossura € 14,00

23 ottobre 2017

Geoanarchia. Appunti di resistenza ecologica - Matteo Meschiari

In questo volume di scritti militanti, Matteo Meschiari raccoglie una serie di lucide intuizioni su terra e crisi ambientale. Con passo selvatico e sguardo poetico, l’autore ci sprona a intraprendere una lotta per le immagini, perché il disastro che ci attende coincide con la nostra incapacità di immaginare il mondo che annientiamo. Se il problema è il destino della terra, è dalla terra che dobbiamo ricominciare. E l’idea di Geoanarchia è semplice: pensare e praticare paesaggi per fare resistenza ecologica.

Recensione

Immaginazione è il concetto chiave per capire il senso delle riflessioni di Matteo Meschiari, che ribaltano in prospettiva copernicana la percezione dell’ambiente. Alla lettera questa parola indica tutto ciò che ci circonda, ma già questa immagine presenta un mondo con l’uomo al centro: una visione antropocentrica, che ha espresso, nella storia, alcuni tra i valori più alti nella storia dell’umanità. Tuttavia, sembra suggerire l’autore, questo punto di vista soggettivo dell’uomo che si colloca al centro con tutto il mondo minerale, vegetale e animale intorno, rischia di farci dimenticare la nostra origine e la sua centralità per la sussistenza della razza umana.

Il saggio invita a tenere presente il tema ecologico come grande sfida attuale per l’umanità, se mai non bastassero i continui dibattiti e le notizie sulla sostenibilità delle attività umane. La conseguenza che ne deriva è l’esigenza, sempre meno procrastinabile, di compiere un rovesciamento del rapporto con quella che per millenni abbiamo considerato una madre comune, la Terra. Le riflessioni sui legami tra scienze geografiche e teorie anarchiche portano a una rivoluzione inquadrata come liberazione da strutture e sovrastrutture gerarchiche, che si sono incrostate attorno all’uomo e alla società e lo hanno allontanato dalla fonte del suo sostentamento e in definitiva della sua stessa vita, la terra madre, concreta, orizzontale, priva di ogni ordine, senso ed equilibrio perché è essa stessa la sorgente di tutto e su di essa l’uomo sta in equilibrio, simbolicamente e realmente.

Anarchia della terra e rinnovamento del concetto di paesaggio come realtà circostante significano, per l’uomo, riconoscere di far parte dell’ambiente e di non esserne a capo, di poterlo e doverlo vivere in profondità senza caricarlo di una ricerca di senso che gli è estraneo. A tratti sembra che l’idea di terra di Meschiari, spogliata di ogni accento pessimistico, richiami alla mente nella sua solenne e imponente maestà l’immagine leopardiana di una natura così immensa che non si riesce a percepire per eccesso di vicinanza.

E allo stesso modo la definizione di ecologia ha un aspetto politico, legato alla fruizione condivisa e responsabile di risorse finite e alla conservazione progettuale di un patrimonio da lasciare in eredità così come lo si è ricevuto, ma anche e prima di tutto un valore poetico, presente nella dimensione ancestrale e selvaggia che oggetti come albero, foglia, crepaccio, terra, ghiacciaio assumono se li consideriamo nella loro semplicità primitiva invece che dal nostro punto di vista ‘umano’. La rivoluzione anarchica diventa possibile se sostituiamo ai paesaggi della mente creati secondo un principio armonico una mente che si fa paesaggio e accetta l’entropia del mondo come proprio fondamento: questa sostituzione riporta l’uomo a un rapporto diretto con la terra e la natura, come nell’arte primitiva delle grotte di Lascaux, a un’ecologia dell’arte invece che a un’arte ecologica, che è prodotto di una visione antropocentrica.

La riforma passa attraverso un ripensamento semantico della geografia in senso qualitativo – nel paragrafo sul valore intrinseco delle sfumature del verde, ad esempio, ma anche in quello sui possibili significati del termine paesaggio emerge un legame complesso tra quest’ultimo e il linguaggio, non solo geografico, che lo descrive – e permette all’uomo di trasformare il rapporto con esso in forma transitiva. Con questa premessa diventa possibile cambiare il rapporto con il mondo esterno riducendo le distanze e si può camminare IL paesaggio invece che NEL paesaggio, camminare L’albero invece che sotto l’albero: l’esplorazione diventa riappropriazione della dimensione panica e dinamica della realtà.

Se è vero che il bosco, come la selva oscura, l’albero della vita e così via, il paesaggio in generale, hanno da sempre popolato l’immaginario dell’uomo nel suo vivere l’esistenza come una foresta di simboli, è giunto il momento, suggerisce Meschiari negli ultimi capitoli del saggio che sfociano quasi nel lirismo geografico, di riportare dentro ciò che è fuori, la foresta appunto, di perdersi nella disordinata realtà della terra con i suoi infiniti e concreti percorsi possibili, e compiere un percorso per certi versi contrario alla discesa dello Zarathustra nietszchiano dai monti con il ritorno alle origini selvagge e prerazionali della creatività poetica dell’uomo, che alla Terra deve tutta la sua reale concretezza.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Geoanarchia. Appunti di resistenza ecologica
  • Autore: Matteo Meschiari
  • Editore: Armillaria
  • Data di Pubblicazione: 2017
  • Collana: I Cardinali
  • ISBN-13: 788899554187
  • Pagine: 148
  • Formato - Prezzo: brossura - Euro 12,00

31 luglio 2017

La stanza profonda - Vanni Santoni

Una piccola città di provincia, un garage. Un gruppo di ragazzi che ogni martedì si incontra per giocare di ruolo. Per vent'anni, mentre fuori la vita va avanti, il mondo cambia, la provincia perde di senso e scopo. Desiderio di fuga o forma di resistenza? Quel continuo tessere mondi prende i contorni dell'opposizione a una forza centripeta che, come il "Nulla" della Storia infinita, divora il fuori, vaporizza la città, il paese, le relazioni, le vite. Un romanzo ibrido, tra il memoir e l'affresco sociale, per raccontare la storia di un passatempo nato esso stesso in un garage e arrivato a gettare le basi non solo di un immaginario divenuto egemone ma anche di una parte consistente della realtà che viviamo ogni giorno semplicemente usando Internet.

Recensione

Spiegare a un neofita cosa sia un gioco di ruolo e come funziona non è un'impresa facile. Forse perché, finché non ti ci trovi dentro, non è facile concepire come si possa creare un mondo e giocare per ore con il solo ausilio di un manuale, di una manciata di dadi e dell'inventiva e della pazienza di un 'narratore' che si fa guida e deus ex machina di tutti gli altri.
Quando ci ho provato io a spiegare cosa intendevo quando dicevo ieri era ho giocato a d&d, e ci ho provato con persone neanche troppo distanti dalla mia età, ho cercato di riassumere così:

► Eh, praticamente c'è una persona, il master, che inventa una storia, noialtri siamo i personaggi.
• E come fate voi a sapere cosa dovete fare?
► Non lo sappiamo. Improvvisiamo.
• E il master come fa a farvi seguire la sua storia?
► Improvvisa anche lui.
• Ah. E basta?
► Be', no, ci sono i dadi. Non è che puoi fare tutto quello che ti pare. Devi tirare i dadi per vedere se le tue azioni riescono, e le tue azioni dipendono dai parametri del tuo personaggio, che a loro volta dipendono da che personaggio stai interpretando. Ad esempio, se sei un elfo non puoi avere costituzione alta, quindi certo puoi scagliarti addosso a un troll armato solo dei tuoi pugni, ma poi son cazzi e...

A questo punto generalmente l'interlocutore smette di capire, e si fa l'idea che un gioco di ruolo sia una sorta di Commedia dell'Arte con elfi e maghi.
Ne La stanza profonda Vanni Santoni lo fa spiegare meglio a un suo personaggio:

Ti spiego. Se Risiko fosse un gioco di ruolo, potresti fare un golpe in Kamchatka. Se Monopoli fosse un gioco di ruolo, potresti startene in una Jacuzzi in Parco della Vittoria invece di correre per il tabellone come uno scemo. Se lo fosse Cluedo, potresti estorcere una confessione al Professor Plum pestandolo col candelabro. Se non ti pesta lui: vediamo il tiro d'iniziativa...
Un GdR, dunque, è un gioco in cui i partecipanti creano uno spazio immaginario condiviso, recitando un ruolo da loro stessi stabilito inserito in una linea narrativa ideata dal master, e seguendo le linee guida di un regolamento che determina tecnicamente quanto avviene e può avvenire in quello spazio immaginario. Un gioco di estrema libertà, dunque, ma non di anarchia.

La stanza profonda del titolo è insieme fisica e metaforica: è il tentacolare garage-cantina in cui il protagonista, sempre più di rado per la verità, ha continuato negli anni a ritrovarsi con gli amici per giocare di ruolo. Ma rimanda anche al dungeon, l'ambientazione tipica del gioco di ruolo classico, il labirinto di segrete in cui i personaggi si ritrovano a districarsi tra mille pericoli.
È proprio il ritorno nella stanza profonda, muffosa e invasa da insetti e oggetti inutili accatastati da tre generazioni, a offrire l'occasione per questo mi ricordo: l'io narrante rivive la sua vicenda privata, dal colpo di fulmine per il mondo dei giochi di ruolo involontariamente scatenato dal padre ai primi, maldestri tentativi di formare una compagnia di giocatori, dall'iniziale pudore nel palesare la propria passione in una società in cui i giochi di ruolo vengono inevitabilmente considerati passatempi per persone prive di una vita sociale (ignorando dunque che non c'è nulla di più sociale di un gioco di ruolo) o, in alternativa, manifestazioni di satanismo, al sodalizio stretto con alcuni irriducibili. La parabola, a più di vent'anni dal boom, si conclude in tono dolceamaro: l'avvento del web, l'età adulta che inevitabilmente porta con sé obblighi e impegni, il distacco dalla provincia toscana, hanno inevitabilmente dilazionato sempre più gli incontri, fino al totale abbandono delle sessioni di ritrovo settimanali. Ma forse c'è ancora il tempo per un'ultima partita...

Un po' autobiografia, un po' narrativa, un po' reportage, un po' storia dei giochi di ruolo in Italia, con riti e istruzioni per l'uso annessi, La stanza profonda è, come il precedente Muro di Casse, un romanzo ibrido che racconta in modo inclusivo un'altra cultura underground italiana. La voce narrante ripercorre le prime timide avvisaglie della nascita dell'universo nerd italiano negli anni '80, dall'avvento di Magic: The Gathering ai primi giochi da tavolo e videogiochi, fino alla diffusione in sordina dei giochi di ruolo veri e propri. E, a ben vedere, sono due mondi non totalmente estranei l'uno all'altro: come i rave, le sessioni di gioco di ruolo sono gratuite e libere, pudicamente (auto)relegate a un sottobosco.
Vanni Santoni, con la sua voce irresistibile che scivola spesso nel parlato e nel dialetto, è riuscito a parlare in modo ironico e autoironico di questo sottobosco troppo spesso stigmatizzato, e a piazzarsi, peraltro, nella dozzina finalista allo Strega, beffando altri romanzi di ben più elevate pretese. Non che La stanza profonda non susciti riflessioni.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: La stanza profonda
  • Autore: Vanni Santoni
  • Editore: Laterza
  • Data di Pubblicazione: 2017
  • Collana: Solaris
  • ISBN-13: 9788858127377
  • Pagine: 151
  • Formato - Prezzo: Brossura - 14.00 Euro

3 giugno 2017

I sensi del testo - Raul Mordenti

Raul Mordenti affronta alcune questioni fondamentali riguardanti il testo letterario come l'alterità (sulla scorta di Lotman) e la straordinaria produttività del margine. Egli mette alla prova le sue categorie critico-analitiche affrontando alcuni testi e autori della cultura italiana ed europea: dalle Affinità elettive di Goethe al possibile rapporto Boccaccio-Belli, fino a Primo Levi.

Nella parte 'Maestri di una generazione senza maestri' prende invece in esame (in un vis à vis che è per Mordenti anche autobiografico) le posizioni critiche di Walter Binni, Alberto Asor Rosa, Giuseppe Prestipino, Mario Lavagetto e Remo Cesarani.

La parte 'Il nuovo contesto della ricerca letteraria' considera infine alcuni aspetti che oggi ridefiniscono completamente il 'campo letterario', primo fra tutti le conseguenze della rivoluzione informatica: questa deve condurre non solo a una nuova riflessione in ordine al concetto di testo ma anche a modalità di fruizione del letterario del tutto diverse da quelle proprie della grande parentesi gutemberghiana. Di questo nuovo contesto fanno parte naturalmente anche le attuali modalità di organizzazione dell'Università e di finanziamento della ricerca.

Recensione

Per un blog che si occupa soprattutto di recensire romanzi, di vario genere e di vari generi, anche saggi, a volte, ma comunque libri a tema unitario, parlare di una raccolta di contributi, con taglio accademico, di critica filologica e letteraria, con alcune deviazioni nei territori della politica e dell’attualità, è alquanto insolito. Però una delle caratteristiche degli articoli di Mordenti che risalta maggiormente è l'alto grado di leggibilità, anche per non specialisti delle tematiche trattate, il che per pubblicazioni di questo genere non è affatto scontato.

Il libro inizia e termina in una struttura ad anello con due riflessioni sul senso della lettura come occasione di scoperta dell’alterità: riconoscere che la natura del linguaggio è legata al tentativo dell’uomo di dare un senso alla realtà e, conseguentemente, di comunicarlo porta a delle considerazioni sui modi di interpretare la letteratura, che del linguaggio è un’espressione concentrata, e, in conclusione, ad auspicare un rovesciamento copernicano degli studi critici e dei criteri interpretativi del testo, letterario o meno, che lasci emergere il senso delle alterità marginali o periferiche rispetto a un centro, quello della Storia della letteratura, che ha perso ormai la capacità di restare connesso alla realtà di cui i testi sono espressione. Nel mezzo si trovano una serie di interventi molto vari, per taglio e lunghezza, che affrontano singoli autori e opere, come nel caso di Goethe e delle sue ‘Affinità elettive’ o di Primo Levi; che trattano di questioni più erudite di critica letteraria e dei suoi protagonisti, da Asor Rosa a Lavagetto, Binni e Ceserani, forse meno noti al grande pubblico; o che infine tracciano un quadro rigoroso della gestione politica di alcuni aspetti della ricerca, come il finanziamento pubblico e la libertà dei ricercatori.

L’autore non fa mistero del fatto che le sue radici culturali affondano in un milieu che possiamo forse ancora definire - in maniera ormai abbastanza confusa - di 'sinistra' e questo vale sia per i contributi di stampo prettamente letterario e filologico, sia per quelli più impegnati sul versante politico, dal ricordo di figure accademiche che hanno coniugato impegno etico e studi letterari alle critiche alle riforme del sistema universitario. Nonostante l'assunzione aperta di questi valori, Mordenti mantiene un saldo equilibrio ed evita con coerenza qualsiasi forma di pregiudizio e di gabbia ideologica che mortificherebbe i testi.

Sono quest’ultimi che si trovano al centro della ricerca di Mordenti, e in effetti le promesse contenute nel titolo vengono mantenute: per il testo e i suoi sensi che si intrecciano e si sovrappongono, rinnovandosi e e allargandosi nel tempo e nello spazio come la trama di un tessuto si avverte una passione profonda, quasi ontologica. E, aspetto non trascurabile, lo stile non è mai erudito in forma esibizionista: si possono anche semplicemente leggere, non si devono per forza studiare, questi saggi brevi.

Anche in quello più lungo, su ‘Le affinità elettive’, il dettaglio e il grado di profondità dell’analisi, che riguardano non solo gli schemi della trama e l’indagine dei personaggi e delle simmetrie nelle loro relazioni – punto nodale della narrazione – ma anche i riferimenti testuali e le fonti più o meno dirette dalla cultura tedesca del tempo, si riesce a seguire agilmente il filo del ragionamento – il che, si ribadisce in molti, testi accademici non è banale né scontato – e dei richiami letterari senza che si perda nulla del rigore critico. Mordenti mostra insomma che si può fare della critica testuale senza rinunciare né alla sincerità e alla coerenza, anche con toni come quelli adombrati dal suo cognome, appunto, né alla profondità.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: I sensi del testo. Saggi di critica della letteratura
  • Autore: Raul Mordenti
  • Editore: Bordeaux Edizioni
  • Data di Pubblicazione: 2016
  • Collana: -
  • ISBN-13: 9788899641276
  • Pagine: 352
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 16,00

8 maggio 2017

Storie della buonanotte per bambine ribelli - Elena Favilli, Francesca Cavallo

C’era una volta una bambina che sognava il principe azzurro. No! C’era una volta una bambina che sognava di volare, un’altra che amava le macchine, una che voleva diventare campionessa mondiale di tennis, un’altra che scoprì la metamorfosi delle farfalle!
Da Serena WIlliams a Malala Yousafzai, da Rita Levi Montalcini a Frida Kahlo, da Margherita Hack a Michelle Obama, sono 100 le donne raccontate in queste pagine e illustrate da 60 illustratrici provenienti da tutto il mondo. Scienziate, pittrici, astronaute, sollevatrici di pesi, musiciste, giudici, chef... esempi di coraggio, determinazione e generosità per chiunque voglia realizzare i propri sogni.

Recensione

Di questo libro si è parlato così tanto negli ultimi due mesi che ormai saprete quasi tutto, ma repetita iuvant: primo nella classifica dei libri più venduti da settimane, Storie della buonanotte per bambine ribelli nasce da due trentenni italiane residenti negli Stati Uniti, Elena Favilli e Francesca Cavallo, che hanno finanziato il loro progetto tramite la piattaforma di crowfunding Kickstarter, raccogliendo in appena un mese più di un milione di dollari. Il libro nasce da un lodevole intento: presentare in forma di fiaba le storie vere di grandi donne di tutti i tempi che hanno sfidato handicap, famiglia, politica e società pur di fare ciò in cui credevano, attraverso cento brevi ritratti lunghi una pagina accompagnati da altrettante illustrazioni realizzate da artisti di tutto il mondo.

Quando si parla di femminismo, che non è una parolaccia, c'è sempre troppa gente che si immagina fanatiche isteriche che bruciano i reggiseni per strada e che si augurano l'estinzione del genere maschile. Anche qui repetita iuvant: scopo delle autrici non è rivelare alle bambine che sono meglio dei maschietti e che il maschio è un nemico contro cui combattere, ma spronarle a essere indipendenti, a credere in se stesse e non a chi dice questa cosa non è per femmine, a tenere duro attraverso le difficoltà piccole e grandi della vita e a non abbandonare mai la speranza di realizzarsi. E lo fa proponendo cento esempi di grandi donne di tutti i tempi e di tutti i luoghi, alcune molto conosciute come le sorelle Bronte, Cleopatra, Coco Chanel, Elisabetta I, Evita Perón, Frida Kahlo, Ipazia, Virginia Woolf, altre meno, come Alfonsina Strada, le Cholita Climbers, Jessica Watson, Mary Kom, Ruth Bader Ginsburg, raccontando cosa hanno fatto e perché quello che hanno fatto è stato (o è) così straordinario.

I ritratti sono molti e non tutti pienamente riusciti. Alcuni - una delle critiche che più spesso sono state mosse a quest'opera - non meritavano forse di essere inclusi. Coerentemente con il target che il libro si è prefissato - bambini e bambine -, inoltre, le storie sono spesso amputate dei dettagli più truci della vita delle protagoniste, scelta condivisibile ma che ne svuota alcuni del loro significato più importante: che di idee, anche quelle belle, anche quelle giuste, si può anche morire. Anna Stepanovna Politkovskaja, giornalista russa impegnata sul fronte dei diritti umani in Cecenia, fu assassinata nel 2006 senza che le circostanze del suo omicidio siano ancora state chiarite a distanza di 11 anni. Ipazia fu lapidata. Tre delle sorelle Mirabal furono fatte assassinare da Trujillo a nemmeno trent'anni. E se pure il suicidio di Virginia Woolf, cui non si fa cenno, non qualifica di certo la sua attività di femminista e scrittrice, perché focalizzare il suo ritratto sulla depressione e sul suo rapporto con i marito?
Su altri si potrebbe poi ridire: il fulcro del processo di Artemisia Gentileschi contro Agostino Tassi non fu tanto lo stupro da lei subito, ma l'impossibilità di contrarre il matrimonio riparatore perché Tassi era già coniugato. Il ritratto che emerge di Michelle Obama è quello di spalla del marito. E qual è il merito di Ruth Harkness, che andò a strappare un panda gigante dal suo habitat per portarlo in uno zoo degli Stati Uniti? Bellissima, invece, la scelta di parlare del coraggio delle bambine di oggi, oltre che quelle di ieri: Coy Mathis, la bambina transgender a cui una sentenza pochi anni fa ha riconosciuto il diritto di usare i bagni femminili, la giovanissima velista australiana Jessica Watson, l'attivista nigeriana Balkissa Chaibou, il più giovane Premio Nobel per la Pace Malala Yousafzai, la ballerina del Sierra Leone Michaela Deprince, la nuotatrice siriana Yusra Mardini.

Nonostante questi opinabili difetti, il libro è molto riuscito, anche se magari è troppo ambizioso pensare che sarà recepito appieno dal giovane target e diventerà forse uno di quei libri che i genitori acquistano per i figli ma che finiscono per tenere e apprezzare loro. Ma vale la pena provare a regalarlo, perché l'educazione alla parità dei sessi deve partire fin dai primi anni e ci auspichiamo tutti un mondo in cui le bambine non debbano essere considerate ribelli solo perché esercitano il loro sacrosanto diritto di essere se stesse.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Storie della buonanotte per bambine ribelli
  • Titolo originale: Goodnight stories for rebel girls
  • Autore: Elena Favilli, Francesca Cavallo
  • Traduttore: Loredana Baldinucci
  • Editore: Mondadori
  • Data di Pubblicazione: 2017
  • ISBN-13: 9788804676379
  • Pagine: 224
  • Formato - Prezzo: Rilegato, illustrato - Euro 19,00

2 maggio 2017

Atlante dei luoghi maledetti - Olivier Le Carrer

L'Atlante dei luoghi maledetti traccia un inventario inedito delle regioni meno raccomandabili del pianeta. Dalla riserva naturale di Kasanka, nello Zambia, invasa da nugoli di pipistrelli, al tenebroso faro degli uomini scomparsi di Eilean Mor, perso nelle isole Flannan, passando per la sinistra foresta dei suicidi di Aokigabara, in Giappone, o per la diabolica casa coloniale che sorge al 112 di Ocean Avenue, a Amityville, ciascuno dei quaranta luoghi censiti racchiude una storia tanto tormentata quanto affascinante. Questo atlante, vero e proprio manuale geografico dell'orrore, si sfoglia con mano febbrile, e con la paura addosso...

Recensione

«Il turista ingenuo vi attingerà le informazioni necessarie per evitare che un tour operator disonesto lo intrappoli in un luogo estremamente spiacevole», scrive l'autore nella prefazione a questo Atlante dei luoghi maledetti. Mi chiedo tuttavia quale tour operator organizzerebbe un viaggio sulle scogliere di Ault, nel Triangolo delle Bermuda, nella Valle di Siddim, nel Golfo di Aden o in quasi qualsiasi altro luogo di quelli descritti in quest'Atlante, non tanto per la loro fama di luoghi maledetti (ciò li renderebbe pittoreschi), ma perché... non c'è assolutamente niente.

Olivier Le Carrer, col suo discutibile umorismo sottotono da vecchio gentiluomo inglese - in realtà si tratta di un giornalista e velista francese neanche troppo maturo, famoso per aver visitato i siti più inospitali del pianeta -, propone infatti un viaggio attraverso i cinque continenti alla scoperta di luoghi "maledetti", soprattutto a causa di condizioni ambientali particolarmente avverse o per interventi umani non propriamente felici che ne rendono quasi impossibile l'abitabilità. Tra questi ci sono senz'altro nomi noti: come Norimberga, oggi sede nel Messezentrum di fiere ed esposizioni, ieri importante centro nazista; la Valle dei Re con la sua maledizione; Scilla e Cariddi, i mostri omerici che personificano i pericoli per i naviganti nello Stretto di Messina; il Triangolo del Nevada, dove avrebbe sede l'Area 51 e nel cui cielo sono scomparsi oltre duemila aerei negli ultimi cinquant'anni; Amityville, che nel 1974 fu teatro di un brutale pluriomicidio, e che si ritiene stregata; il Triangolo marittimo delle Bermuda.
Ma la maggior parte dei luoghi censiti ha una storia molto meno interessante e sovrannaturale - anche se non meno sventurata - di quanto si potrebbe pensare: il villaggio di Ault, per esempio, sorge su una scogliera la cui roccia continua a essere erosa dal mare al ritmo di tre metri all'anno; il Parco Nazionale di Kasanka, a ottobre, si riempie di pipistrelli per due mesi; la laguna Thilafushi è diventata discarica a cielo aperto dei rifiuti prodotti dai turisti e dai residenti nelle Maldive; nell'isola di Nauru, nel Pacifico, a causa del selvaggio sfruttamento minerario, non resta più traccia di fauna e flora. Ciò non costituisce necessariamente un tratto negativo di quest'opera: il lettore che vi cerchi sensazionalismi voyageriani (speculazioni su UFO, fantarcheologia, esoterismo) ne sarà sì deluso, ma quello affamato di curiosità su aree del mondo di cui poco si parla non potrà che rimanerne soddisfatto.

L'Atlante dei luoghi maledetti, una piccola chicca Bompiani, che ha pubblicato, nello stesso spirito, anche l'Atlante dei paesi sognati, l'Atlante delle città perdute e l'Atlante delle isole remote, di autori diversi, è arricchito dalle carte dei luoghi tratte dall'Atlas de géographie moderne del 1896 e da belle illustrazioni inquietanti, alcune delle quali a opera di Gustavo Doré.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Atlante dei luoghi maledetti
  • Titolo originale: Atlas des lieux maudits
  • Autore: Olivier Le Carrer (testi); Sibylle Le Carrer (illustratrice)
  • Traduttore: Mara Dompé
  • Editore: Bompiani
  • Data di Pubblicazione: 2014
  • Collana: Overlook
  • ISBN-13: 9788845277979
  • Pagine: 114
  • Formato - Prezzo: Rilegato, illustrato - 21,50 Euro

7 aprile 2017

L'opera d'arte del futuro - Richard Wagner

Torna disponibile al grande pubblico un'opera fondamentale per capire la modernità e gli sviluppi dell'arte e dell'estetica contemporanea. Si tratta di un libro seminale che ha influenzato intere generazioni di artisti e pensatori, come mostrano i tre saggi introduttivi di Paolo Bolpagni, Andrea Balzola e Anna Maria Monteverdi. Con questa opera breve, intensa, polemica, e alle volte confusa ma geniale, scritta nell'anno spartiacque del 1849, Wagner si proponeva di rivoluzionare l'intero concetto di arte della tradizione occidentale, riconducendolo all'ideale dei classici. Wagner era categorico: un'opera d'arte moderna non può che essere inclusiva di tutte le forme artistiche: la poesia, la danza, la pittura, la scultura, la musica, l'architettura e la parola. Non è forse questo il moderno concetto di mash-up? Non è forse questo quello che ricercano la produzione artistica contemporanea e la comunicazione più innovativa? Sarà per primo lo stesso Wagner che cercherà di realizzare nelle sue opere questo ideale multimediale. La lettura di questa operetta vi porterà all'origine del tutto. Buon viaggio a bordo della macchina del tempo!

Recensione

Quale sarà l'opera d'arte del futuro? Oggi verrebbe da dire: tutto, o quasi. La multimedialità ha invaso e riplasmato dall'interno la nostra vita, la nostra quotidianità, e, benché si possa lamentare una perdita di qualità che in genere si accompagna ai processi di massificazione e all'estensione di un qualsivoglia prodotto pensato originariamente come elitario, credo che si possa largamente convergere sull'idea che la tanto discussa e decantata multimedialità abbia spinto la collettività ad aprirsi a un pensiero plurale. In ogni caso, è qualcosa in cui ormai siamo immersi senza nemmeno rendercene conto, al punto che non sapremmo nemmeno tracciare una linea di demarcazione temporale: persino i celebri "15 minuti di celebrità", citazione attribuita a Andy Warhol, sembrano cosa vecchia. Sorprenderà allora, con autentico e meravigliato sgomento apprendere che già nella metà dell'Ottocento l'illustre compositore Richard Wagner vaneggiava di opere d'arte del futuro, presentando una precoce intuizione del concetto di multimedialità.

Questo è, in parole povere, il taglio dello stravagante (forse non così troppo) saggio di Wagner, restituito al pubblico italiano dai tipi di goWare. E' anche il taglio opportunamente scelto dalla selezione di tre saggi italiani che introducono l'opera wagneriana, e che davvero arricchiscono il libro. Considerazione che introduce la prima e fondamentale domanda: a chi consigliare un libro del genere? Sì, è un saggio di filosofia estetica, fortemente adatto agli addetti ai lavori, ma no, non è un libro che intenda sottrarsi anche al lettore occasionale. I tre saggi, con notevoli differenze stilistiche, ovviamente, ma anche contenutistiche, riescono grosso modo a offrire una infarinatura generale al problema estetico, o quanto meno suggeriscono un convincente punto di vista dal quale approcciare l'opera di Wagner. La multimedialità, appunto. Perché Wagner, che sogna un futuro con gli occhi di un romantico tedesco ottocentesco, riesce a spingersi fino a giorni nostri; la multimedialità, l'opera d'arte "totale", la convergenza dei sensi e degli stili artistici trovano facili appigli nella riflessione contemporanea. Personalmente, devo dire pregevole il secondo dei tre saggi, quello di Balzola, che offre una esauriente carrellata storica del concetto di "opera d'arte totale" (o multimediale, se vogliamo) dai Romantici alla contemporaneità, passando per tutte le avanguardie storiche e artistiche.

Quanto a Wagner, la visionarietà della sua riflessione estetica e la caleidoscopicità delle influenze storiche, filosofiche ed estetiche si accompagnano sorprendentemente a una struttura piana e lineare, con evidenti richiami alle Lezioni di Estetica di Hegel e, forse più inconsciamente, alla struttura della Poetica di Aristotele. La prima sezione, dal sapore introduttivo, è forse quella più interessante, perché riflette il pensiero estetico, ma soprattutto storico-filosofico di Wagner, e della sua riflessione artistica costituisce la base fondamentale. L'opera d'arte del futuro è, lo si può anticipare senza timore di spoiler, l'opera d'arte della collettività tutta, che rappresenti l'Uomo-Popolo: non bisogna aggiungere altro per capire quanto Wagner sia intriso di spirito romantico, da vero uomo dell'Ottocento. In questa sezione dunque si dilunga sufficientemente a discutere e ribadire le sue concezioni filosofiche: un calderone vivace in cui si mescolano soprattutto le diverse anime dell'anti-hegelismo: il materialismo di Feuerbach, da cui attinge con gusto citazionistico fino a rasentare il plagio, ma anche il rigurgito kantiano in Schopenhauer. Il materialismo storico di Marx è un presente assente: se ne avverte l'ombra imponente, ma in qualche raro caso Wagner si lascia sfuggire una adesione al Comunismo, che però è stravolto rispetto all'originale: per un artista che persegue un'opera d'arte collettiva e totale, il comunismo non è altro che il contrario dell'egoismo, dell'individualismo, del solipsismo autarchico delle opere d'arte individuali. Non ci si aspetti di trovare, invece, qualcosa di nietzschiano: al tempo della stesura del saggio (1849), Wagner e Nietzsche non si erano ancora incontrati.
E' la prima sezione, dunque, a fornire un po' la chiave di lettura dell'opera: la più difficile da leggere, specie per un lettore non addetto ai lavori, ma anche la più interessante, piena com'è di spunti di approfondimento, grazie anche alle note dell'Autore a margine.

Le altre due sezioni hanno un sapore più tradizionale: la seconda tratta rapidamente "le tre specie d'arte puramente umane": la danza, la musica e la poesia, con un crescendo verso quest'ultima, di cui il dramma costituisce l'evoluzione sublime. La terza sezione ripropone il trittico dal sapore hegeliano, trattando le tre arti di originale naturale: l'architettura, la scultura e la pittura.  Più semplici nella trattazione lineare dei contenuti, queste due sezioni, di contro, mi sono sembrate più noiose rispetto alla prima, o almeno, prive di particolari attrattive e spunti di approfondimento.
Conclude l'opera la virata finale sui "principi dell'opera d'arte del futuro" e sull'"artista del futuro", in un crescendo dal fortissimo sapore romantico che si ricollega magnificamente all'esordio del saggio: l'apoteosi dell'uomo "che si fa artista", ovvero dell'uomo che è "tutti gli artisti" insieme.


Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: L'opera d'arte del futuro. Alle origini della multimedialità.
  • Titolo originale: Das Kunstwerk der Zukunft
  • Autore: Richard Wagner
  • Traduttore: A. Cozzi
  • Editore: goWare
  • Data di Pubblicazione: 2017
  • Collana: Meme
  • ISBN-13: 9788867976799
  • Pagine: 216
  • Formato - Prezzo: Brossura - 11,99 Euro

25 gennaio 2017

Origine Animale. Come continuare a mangiare carne e salvare il pianeta, la vostra salute e gli animali - Massimo Andreuccioli

La rivoluzione vien mangiando! Da dove proviene il cibo che acquistiamo? Come viene prodotto? Cosa si nasconde dentro i capannoni degli allevamenti intensivi? Dopo aver letto la prima parte del libro molto probabilmente vi risulterà difficile mangiare una bistecca, un formaggio o un uovo prodotti dall’industria alimentare ed esposti sugli scaffali dei supermercati. Ma esiste un’altra possibilità, un modo migliore di produrre e consumare, un mercato alternativo fatto di piccole fattorie, caseifici artigianali, allevamenti naturali, dove gli animali vivono nella loro condizione naturale, e non come malati terminali, dove il pianeta viene rispettato, accudito e nutrito e non solamente depredato. Dove, soprattutto, possiamo trovare cibo vero, sano, pulito perché prodotto da un’agricoltura sostenibile. Rispondendo a quattro semplici domande questo libro vi guiderà verso un’alimentazione più sana, più corretta, più sostenibile nei confronti dell’ambiente e degli animali. Avrà anche delle straordinarie ripercussioni sulla qualità della nostra vita e della nostra comunità. La seconda parte del libro è una guida interattiva geolocalizzata che vi fornirà i giusti indirizzi per trovare il cibo vero, con oltre 600 luoghi tra aziende agricole, negozi, mercati, ristoranti, agriturismi, dove poter acquistare, consumare o soggiornare. Un libro che ci aiuterà a migliorare la qualità della nostra vita. 

Recensione

In un'intervista rilasciata in televisione qualche anno prima di morire, Umberto Veronesi affermava di essere preoccupato non tanto per l’aria inquinata, dato che le vie aeree del nostro corpo possiedono alcune modalità di difesa, quanto per la qualità di cibo che mangiamo di fronte a cui l'organismo è pressoché inerme.
In Origine Animale l’autore mette appunto in guardia i consumatori su ciò che offre l’industria alimentare, asserendo che, come sui pacchetti di sigarette, anche su alcuni cibi dovrebbe essere apposto l’avviso che l’alimento in questione potrebbe arrecare danno alla salute.

Le carni lavorate, ad esempio, come i salumi in genere, sono posti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità sullo stesso livello di pericolosità del fumo e dell’alcool. La dicitura sui pacchetti di sigarette serve a non far promuovere class action a carico dei produttori da parte dei consumatori. Quando verrà accolta una class action anche a carico dell’industria alimentare per i danni causati dal cibo che produce, probabilmente tale scritta sarà prevista anche sulla confezione di molti insaccati e altri prodotti animali.

L’obiezione che in genere viene posta a chi prova a mettere in guardia qualcuno sulla qualità del cibo in commercio è "Se vai a vedere, non dovresti mangiare più nulla" che, come dice Andreuccioli, "è la massima espressione del qualunquismo alimentare", ma che è anche vera, perché "non si dovrebbe mangiare nulla di ciò che l’industria agroalimentare produce."

Il motivo è che per alzare i profitti l’industria alimentare abbassa i costi di produzione a scapito della qualità del cibo, con il conseguente insorgere di numerosissime patologie sull’organismo umano.
È ben vero che, una volta informati sui pericoli che corriamo, si è liberi di mangiare qualsiasi cibo vogliamo, anche quelli potenzialmente cancerogeni, tuttavia, se non per noi, dovremmo almeno tener conto dello stato in cui sono tenuti gli animali negli allevamenti intensivi.
Mucche, maiali e polli oltre ad essere costretti alla quasi totale immobilità, a vivere sopra i loro escrementi ed a nutrirsi di mangimi dal composto discutibile, vengono riempiti di ormoni e antibiotici. I primi servono a far crescere in fretta gli animali e i secondi a non diffondere malattie, dato l’affollamento in cui sono costretti a sopravvivere (dire vivere sarebbe eccessivo, visto che, a paragone di molti allevamenti, i lager nazisti sembrano poter essere considerati luoghi di villeggiatura).

Se noi siamo veramente ciò che mangiamo, potrebbe realizzarsi uno di quegli scenari da fantascienza distopica che tanto piacciono agli amanti del catastrofismo. Già, come viene constatato ormai da alcuni anni, i batteri stanno diventando sempre più resistenti agli antibiotici, a causa proprio dell'assuefazione a quelli contenuti nel cibo.
Comunque il saggio di Andreuccioli non pretende di farci diventare tutti vegetariani, ma consiglia di mangiare meno carne e, soprattutto, di mangiarne di più sana, rivolgendosi a quegli allevamenti che, oltre a garantire agli animali una qualità di vita migliore, danno loro da mangiare elementi naturali e vegetali come l’erba ed il fieno. La loro carne, in questo modo, sarà migliore oltre che sotto il profilo medico, anche sotto quello del gusto.
L’econnivoro non avrà magari la comodità del supermercato sottocasa e alcuni alimenti potranno avere un prezzo maggiore, ma guadagnerà in salute e risparmierà in medicine.

L’allevamento intensivo su basi industriali è nato a cavallo delle due guerre mondiali, quindi poco più di mezzo secolo fa. Ciò vuol dire che l'impatto del cibo che stiamo mangiando è destinato a produrre gli effetti dannosi al nostro organismo solo relativamente da poco tempo, ma saranno soprattutto i nostri figli a risentirne maggiormente. Si spera, peraltro, che possano essere ancora nella possibilità economica di optare per scelte alimentari più oculate perché, come dice l'autore:


Non può esistere nessuna rivoluzione economica che non sia supportata da un’economia vincente.

Andreuccioli, che si proclama vegetariano, tratta nel suo saggio anche delle esperienze di persone da lui conosciute che hanno lasciato la città per andare a vivere una vita più sana in campagna, svolgendo lavori di fattoria.
Al di là dei film umoristici che sono stati prodotti su questo filone, non sono esperienze alla portata di tutti, naturalmente, e presuppongono spirito di adattamento, sacrificio, nonché anche un adeguato capitale iniziale e, aggiungerei, una discreta dose di fortuna, elemento necessario ad ogni imprenditore.

L’autore non pretende che dall’oggi al domani chi è abituato ad alimentarsi ai fast food cambi improvvisamente abitudini, né che si imponga a chi è abituato a mangiare carne di mangiare solo verdure, ma che impari ad autoeducarsi prima di tutto mangiando carne biologica e cercando poi di sperimentare gradualmente altri cibi non di origine animale.
Origine Animale è un saggio che non racconta novità eclatanti, ma regole di buon senso ed è scritto in forma molto scorrevole.Non è molto lungo, ancorché ben documentato (consta di sole 170 pagine comprensive di molte tabelle e grafici). Le rimanenti 280 pagine, per arrivare alle 450 di cui è composto il saggio, costituiscono una guida interattiva, suddivisa per regione, su dove trovare negozi, ristoranti e aziende a cui ci si può rivolgere per acquistare cibo sano, ed è quindi alla portata anche di coloro poco propensi alla lettura.
Probabilmente un buon ecoconsumatore dovrebbe essere educato fin da piccolo ad alimentarsi adeguatamente, perché le cattive abitudini degli adulti sono dure a morire, e i resoconti di coloro che, come Andreuccioli, si occupano con competenza di questa materia, meriterebbero maggiore divulgazione.
Un ottimo saggio, quindi, semplice, discorsivo ma ben documentato, quasi l'abc del consumatore.


Giudizio:

+4stelle+ e mezza

Dettagli del libro

  • Titolo: Origine Animale Come continuare a mangiare carne e salvare il pianeta, la vostra salute e gli animali. Con una guida interattiva per econnivori principianti.
  • Autore: Massimo Andreuccioli
  • Editore: goWare
  • Data di Pubblicazione: 2016
  • Collana: Salute e benessere
  • ISBN-13: 9788867976898
  • Pagine: 459
  • Formato - Prezzo: ebook - Euro 6,99

13 gennaio 2017

Love is a human right - Carlo Scovino

Dai mancati riconoscimenti legislativi fino alle condanne, alle persecuzioni e alle torture, l’omosessualità e l’identità di genere rappresentano purtroppo campi molto “fecondi” per la violazione dei diritti umani più elementari. Questo libro, dopo un’ampia premessa sulla storia sociale dell’omosessualità e sul suo rapporto con le religioni, con la scienza e con la medicina, da un lato offre una approfondita panoramica sui principali trattati internazionali che tutelano l’identità di genere, e dall’altro racconta, attingendo alle ricche documentazioni di Amnesty International, dei casi emblematici di violenze e soprusi che ci ricordano che, nonostante i progressi e gli avanzamenti, la strada da percorrere è ancora molto lunga e piena di difficoltà.

Recensione

Diventa a volte complesso riuscire a commentare un testo che, dal presupposto del saggio, intende raccontare lo stato delle persone LGBT nel globo. Per quanto poi all’interno dei vari capitoli si intersechino delle interessanti riflessioni scaturenti dall’attività associativa di Amnesty International in merito al delicato argomento della lotta per i diritti di tutti, questa esperienza narrativa non può prescindere dalla sua funzione pedagogica, quella di voler raccontare e descrivere i vari meccanismi sociali e politici che ruotano attorno al “fenomeno” omosessuale, con tanto di analisi puntuale delle dinamiche, degli agenti esterni e, soprattutto, delle reazioni della collettività, che si diversifica per cultura, margine di lotta e aspirazioni rendendo le singole esperienze differenti sulla base della nazionalità geografica.

Una prima riflessione infatti attiene alle differenze: per quanto il sistema personale di essere persona omoaffettiva, trans gender o pansessuale possa evidenziare delle comunanze in tutti quanti, esistono delle enormi difformità di trattamento, discriminazione e a volte di repressione verso i cittadini che evidenziano questo loro modo di essere. Basti pensare alla differenza di quanto accade in occidente, dove si parla e si concretizza a volte il matrimonio, rispetto al medio oriente dove magari essere gay comporta la condanna a morte dell’individuo per grave reato normato dal sistema penale autoctono.
Ed è proprio in questi meccanismi che si struttura l’impianto e soprattutto l’idea dell’intera impalcatura dell’opera: raccontare e farci riflettere.

In questo percorso, con parti meno approfondite e altre invece su cui l’autore si concentra maggiormente, viene raccontata in primo luogo la parte storica dell’omosessualità, sia nelle culture antiche che successivamente alla diffusione delle religioni monoteiste sulle quali vengono fatte le opportune precisazioni, per poi concentrarsi sul fenomeno della discriminazione analizzando tutti gli aspetti relativi all’omofobia, gli stereotipi e il pregiudizio.
Un’altra parte invece è dedicata all’amore e alle relazioni, al modo di vivere la coppia sia all’interno della stessa che a livello sociale, per poi passare invece a un documento che io personalmente ho trovato molto interessante, ovvero i Principi di Yogykarta, che poi vengono puntualmente riportati anche in appendice.
E infine nell’ultima parte del saggio arriviamo al punto di vista dell’associazione Amnesty International dove vengono declinati in modo puntuale e accattivante non solo i principi ispiratori dell’associazione e il percorso che l’ha portata a schierarsi a favore dei diritti umani della cittadinanza LGBT mondiale, partendo da i principi contenuti nella dichiarazione universale dei diritti umani, ma illustra anche alcuni casi documentati sui quali è opportuno davvero soffermarsi a riflettere a fondo e a trarne le proprie conclusioni.

Si tratta pertanto di un libro che appare piuttosto ricco a livello di contenuto, ma forse non adatto a chi si vuole approcciare alla tematica LGBT per capirne i meccanismi e le fondamenta, per acquisirne le nozioni basilari: infatti il target di riferimento apparirebbe più appropriato per chi lo studio sociologico e psicologico dell’omosessualità lo ha già interiorizzato altrove, soprattutto perché le parti generali iniziali danno soltanto un’infarinatura di massima che non approfondisce e che rimanda comunque ad altre fonti di studio, ugualmente necessarie, per comprendere davvero e conoscere, soprattutto quando si dispone di poche informazioni. Ma, trattandosi comunque di un libro dedicato prioritariamente all’attività associativa della lotta per i diritti, è anche comprensibile che sia stata necessaria una cernita su cosa raccontare e come farlo.

A livello di stile e godibilità di lettura, a parte qualche refuso sfuggito, la scrittura è chiara e scorrevole, ma ho trovato poco adeguata la presenza del pensiero dell’autore in alcune parti, laddove un saggio, per mia opinione personale, debba essere un po’ più cattedratico e meno centrato sui “per mia opinione” o “secondo ciò che penso”, ma è una questione dettata meramente da gusti personali.
Di sicuro si tratta di una lettura interessante su molteplici aspetti, sia legati alla conoscenza che allo studio, ed è corredata da una serie di appendici che arricchiscono comunque, dai documenti ufficiali alle interviste di alcune persone che vivono in Italia la propria omosessualità e che portano il lettore al confronto netto, e talvolta feroce, della realtà dei fatti.
Stante questo, Love is a human right rimane comunque un punto di vista, centrato su Amnesty International per i diritti di tutti, che vale la pena di condividere come iniziativa e come mission del libro stesso.

Giudizio:

+3stelle+ e (mezzo)

Dettagli del libro

  • Titolo: Love is a human right. Omosessualità e diritti umani
  • Autore: Carlo Scovino
  • Editore: Rogas
  • Data di Pubblicazione: 2016
  • Collana: Atena
  • ISBN-13: 9788899700065
  • Pagine: 360
  • Formato - Prezzo: € 19,90

11 novembre 2016

Traduttori come mediatori culturali - A cura di Sergio Portelli, Bart Van den Bossche, Sidney Cardella

Il volume testimonia quanto forte sia stata l'espansione d'interesse e di studi sulla traduzione; risponde in particolare alle domande su come il processo traduttivo produca un nuovo testo che assume una propria identità nella cultura di arrivo. Più in particolare, i vari saggi si concentrano sulla figura del traduttore come "mediatore culturale". Tre i principali filoni di studio: il rapporto tra il traduttore e la pratica della traduzione, il ruolo del traduttore nella ricezione di un autore o delle sue opere nella cultura d'arrivo, e l'analisi delle strategie adottate nei tentativi di mediazione interculturale. L'arco temporale coperto dal volume è ampio: si va dai volgarizzatori medievali ai traduttori ottocenteschi, da casi di autori del Novecento che si fanno traduttori fino a esperienze di traduzione che si situano nell'inizio del nuovo millennio. Ciò che accomuna tutti i traduttori oggetto di studio, indipendentemente dal tempo e dal luogo della loro attività, è il loro sforzo di mediazione nella trasposizione del testo dalla cultura di partenza a quella di arrivo, e il loro impegno nell'affrontare le numerose sfide imposte da un tale processo di trasposizione interculturale.

Recensione

Il presente volume non si propone come teoria della traduzione. Si tratta di una raccolta di diciassette contributi - saggi e interventi congressuali - che esaminano la figura del traduttore come mediatore culturale. Rendere conto dei contenuti di tutti i saggi sarebbe prolisso e tedioso: gli autori dei contributi si concentrano su esempi di traduzione più o meno noti da e verso l'italiano, procedendo cronologicamente dai secoli XIII-XIV (partendo dalle prime volgarizzazioni degli autori classici, la cui unica finalità era quella di rendere comprensibili i testi latini ai lettori italiani) direttamente all'Ottocento e al Novecento, per mostrare l'evoluzione del ruolo del traduttore analizzando le tecniche di traduzione, il rapporto tra traduttore e traduzione o tra traduttore e autore tradotto, l'influenza della traduzione sulla cultura d'arrivo e persino su quella di partenza.

Ampio spazio viene dato all'Europa dell'Est: i primi esempi di traduzione di Dante in lingua romena (la fortunata traduzione di Maria Chiţu permise l'introduzione della Commedia nelle scuole), la prima traduzione del Notturno di Cesare Pavese in Croazia, le difficoltà di traduzione delle Memorie dell'insurrezione di Varsavia di Miron Białoszewski a causa del divario tra l'esperienza polacca della seconda guerra mondiale e quella italiana, il contributo dei traduttori russi nel far superare ai libri di Guareschi il "blocco sovietico" nonostante l'ironia anticomunista di cui erano pervasi e di quelli polacchi per portare i classici moderni della letteratura italiana (Vittorini, Pratolini, Moravia, Calvino, Morante) in Polonia nonostante la censura.

Particolarmente interessante ed evocativo il contributo che descrive il rapporto tra Giuseppe Ungaretti e il suo traduttore francese Jean Lescure. Poeta lui stesso, Lescure non fu un semplice tramite dall'italiano al francese, ma un costante interlocutore per Ungaretti (che ne seguì e diresse i lavori) e suo promotore presso la società francese: fece da intermediario con gli editori francesi, intervenendo attivamente anche negli aspetti contrattuali, e spendendosi in prima persona nella corsa al Nobel del poeta italiano.

Non mancano, naturalmente, esempi di traduzione con testo a fronte, ad esempio per mostrare le difficoltà del passaggio del colorito e blasfemo linguaggio tondelliano dall'italiano al polacco o le capriole di Franco Fortini per rendere i neologismi queneauiani di Zazie nella nostra lingua.
Le domande sono annose e sempre le stesse: può esistere un punto d'incontro tra una traduzione target-oriented e una source-oriented o resterà sempre un residuo traduttivo? Quando è necessario addomesticare una traduzione laddove il divario tra le due culture è grande e quanto va lasciato alla consapevolezza (o all'ignoranza) del lettore? Fino a dove può spingersi il traduttore senza smettere di essere un tramite per diventare egli stesso autore? E' in fondo possibile tradurre la poesia?
Una raccolta di saggi agili e interessanti per addetti ai lavori e appassionati del settore.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Traduttori come mediatori culturali
  • Autore: A cura di Sergio Portelli, Bart Van den Bossche, Sidney Cardella
  • Editore: Franco Cesati Editore
  • Data di Pubblicazione: 2016
  • Collana: Civiltà italiana
  • ISBN-13: 9788876675911
  • Pagine: 174
  • Formato - Prezzo: Brossura - 17.00 Euro

25 settembre 2016

Lettere sugli scritti e il carattere di J.J.Rousseau e Riflessioni sul suicidio - Madame de Staël

Questa edizione ripropone, con una nuova traduzione in lingua italiana, due dei tre saggi che Madame de Staël pubblicò per i tipi dell'Editore Nicolle nel 1814. Lei contribuì a consacrare Rousseau come "il più eloquente" tra gli scrittori di lingua francese. Ciò che rende veramente interessante il lascito ideale di Madame de Staël è che in lei si siano felicemente congiunti l'espressione del nascente pensiero liberale e la rivendicazione di una ben più antica tradizione di libertà repubblicana. Il suo liberalismo era tutt'altro che un indirizzo di politica economica, ma aveva molto a che vedere con la rule of law, ossia con la concezione dello Stato di diritto, e con la lotta, tipicamente repubblicana, contro la tirannia ed il dispotismo.

Recensione

Due secoli mezzo dopo è ancora difficile che Germaine Necker sia ricordata – quando va bene – per qualcosa di diverso dal ruolo di antesignana del Romanticismo nel cortile della letteratura italiana del primo Ottocento, con il breve trattato De l’Allemagne. Quest’ultima in realtà è solo una tra le molte opere della baronessa, tra le quali troviamo romanzi, come Corinna, che ebbe notevole successo ai suoi tempi, e diversi saggi, tra i quali i due riediti nel volume di Bibliosofica.

Il merito del bello e dettagliato studio di Livio Ghersi e della traduzione di Andrea Inzerillo è, in tale situazione, di allargare gli orizzonti su un personaggio che ha contribuito in modo non trascurabile e banale alla storia e alla cultura europee in un momento cardine e che, per la sua vita avventurosa e romanzesca – attraversa con alterne fortune gli ultimi anni del regno di Luigi XVI, le tempeste della Rivoluzione e l’epopea napoleonica – è degna di costituire un punto di riferimento anche per la storia dell’emancipazione della donna.

Proveniente da una famiglia di origini svizzere – il padre, il ministro Necker, era stato un ricco e colto banchiere ginevrino – la baronessa ebbe sempre un comportamento piuttosto anticonformista rispetto alle idee correnti sul ruolo femminile nella società. Per contrasto la Svizzera è stato uno degli ultimi paesi a riconoscere alle donne il diritto di voto, nel 1971.
La scelta dei saggi riuniti in questo volume è peraltro molto interessante perché accosta un testo vicino agli esordi della carriera della baronessa (le considerazioni su J.J. Rousseau sono del 1788) a uno invece più vicino ai suoi ultimi anni di vita (le Reflexions furono pubblicate nel 1812) in piena temperie romantica. Ne guadagniamo l’idea di una donna forte e intellettualmente libera e vivace: controcorrente nella difesa di Rousseau, anticipatore di tante idee romantiche in pieno illuminismo, lo rimane anche nella presa di posizione contraria al suicidio nei suoi ultimi saggi, quando questa soluzione era, per così dire, piuttosto di moda – pensiamo, solo per fare due nomi letterari arcinoti, al giovane Werther di Goethe e al suo epigono italiano, Jacopo Ortis. Una donna, la baronessa, tanto capace di dettare mode culturali quanto di resistere ad adeguarsi passivamente alle stesse.

Nel primo saggio, quello su Rousseau, diviso in capitoli monografici sulle opere dell’autore, si può trovare un’analisi critica dei punti nodali del pensiero dello stesso. Madame de Stäel riconosce, a pochi anni di distanza dalla morte di Rousseau, i caratteri di originalità della sua produzione intellettuale: l’autore di Emilio e di La nuova Eloisa ha per la scrittrice ginevrina il grande merito di essere, almeno in parte, controcorrente rispetto al dominante pensiero illuminista su temi come la religione e la dignità dell’uomo legata alla sola realizzazione materiale. Inoltre la baronessa non avrebbe potuto non essere d’accordo sul ruolo di pari dignità che, pur non volendo abolire le differenze di genere, Rousseau attribuisce alla mente e ai sentimenti femminili.

Le stesse considerazioni possono valere per il secondo saggio, più maturo però nello stile, sul tema del suicidio come testimonianza di impegno. Il punto di partenza, esaminato con rigore e autocritica tipici di un’etica di base calvinista, è la visione della vita vista come impegno. Da questa prospettiva il suicidio appare alla baronessa, almeno quando sia una scelta di rottura o di denuncia, come un atto di egoismo e quasi di narcisismo. Con una modernità ancora di là da venire saldamente accettata – in questo la mente di una raffinata donna intellettuale mostra ancora oggi quanto sia lunga la strada da percorrere per noi posteri – la baronessa chiama in causa il principio ‘laico’ della dignità umana, in coerenza, dunque, con quanto scritto diversi decenni prima su Rousseau, come criterio di valutazione del suicidio. Non condanna netta e irremovibile, né supina accettazione del suicidio come supremo atto di libertà dell’uomo, ma una lucida e razionale analisi delle motivazioni che presiedono in generale alle scelte dell’individuo, portata avanti anche qui con rigore e mitezza, distinguendo il suicidio come atto di egoismo dalla morte come estremo sacrificio.

Se si superano alcuni aspetti della forma espressiva, che può sembrare retorica a un lettore moderno, si possono trovare raccolte in questo volume delle letture che mostrano, nelle varie peripezie intellettuali ed esistenziali di una donna dalla vita affascinante e travagliata, diversi spunti di grande attualità, per esempio sul tema dell’eutanasia e del suo rapporto con la sofferenza fisica e morale. E che giustificherebbero l’aggiunta a pieno titolo dell’autrice al pantheon delle figure di spicco nella storia della ricerca, ancora in corso, delle pari opportunità per l’universo femminile.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Lettere sugli scritti e il carattere di J.J. Rousseau e Riflessioni sul suicidio.
  • Titolo originale: Lettres sur le caractère et les écrits de Jean-Jacques Rousseau, Réflexions sur le suicide
  • Autore: Germaine de Stäel
  • Traduttore: Livio Ghersi, Andrea Inzerillo
  • Editore: Bibliosofica
  • Data di Pubblicazione: 2016
  • ISBN-13: 9788887660425
  • Pagine: 168
  • Formato - Prezzo: Brossura - 12,00 euro

3 settembre 2016

La scuola cattolica - Edoardo Albinati

Roma, anni Settanta: un quartiere residenziale, una scuola privata. Sembra che nulla di significativo possa accadere, eppure, per ragioni misteriose, in poco tempo quel rifugio di persone rispettabili viene attraversato da una ventata di follia senza precedenti; appena lasciato il liceo, alcuni ex alunni si scoprono autori di uno dei più clamorosi crimini dell’epoca, il Delitto del Circeo. Edoardo Albinati era un loro compagno di scuola e per quarant’anni ha custodito i segreti di quella “mala educación”. Ora li racconta guardandoli come si guarda in fondo a un pozzo dove oscilla, misteriosa e deforme, la propria immagine. Da questo spunto prende vita un romanzo poderoso, che sbalordisce per l’ampiezza dei temi e la varietà di avventure grandi o minuscole: dalle canzoncine goliardiche ai pensieri più vertiginosi, dalla ricostruzione puntuale di pezzi della storia e della società italiana, alle confessioni che ognuno di noi potrebbe fare qualora gli si chiedesse: “Cosa desideravi davvero, quando eri ragazzo?”. Adolescenza, sesso, religione e violenza; il denaro, l’amicizia, la vendetta; professori mitici, preti, teppisti, piccoli geni e psicopatici, fanciulle enigmatiche e terroristi. Mescolando personaggi veri con figure romanzesche, Albinati costruisce una narrazione potente e inarrestabile che ha il coraggio di affrontare a viso aperto i grandi quesiti della vita e del tempo, e di mostrare il rovescio delle cose. La scuola cattolica è forse il libro che mancava nella nostra cultura.

Recensione

Impossibile catalogare questo libro in un genere unico, perché è molte cose insieme.
Prima di tutto è un saggio sulla società a partire dagli anni settanta e in esso l'autore vuole spiegare quali siano le circostanze per cui dei giovani di buona famiglia siano arrivati a compiere quello che è stato chiamato Il Delitto del Circeo. In secondo luogo è un’indagine psicologica sulla mentalità dei ragazzi e giovani adulti di quel periodo. In terzo luogo è una autobiografia e per ultimo un romanzo che potrebbe definirsi di formazione, purché il termine venga inteso in senso lato.
A proposito di questi due ultimi punti, per distinguere le parti inventate da quelle vere, l’autore fornisce un unico input: le scene di fantasia sono quelle che suonano meno assurde.

A rafforzare la parte autobiografica del libro, c’è il fatto che il protagonista si chiama, appunto, Edoardo Albinati, le cui esperienze si seguono dal momento in cui entra nella scuola cattolica a quando l'abbandona verso la fine del liceo. Episodi della sua vita fuori dal periodo scolastico si ritrovano solo saltuariamente in momenti successivi, quando l'autore si diverte a dialogare con il lettore, ora facendolo partecipe delle proprie impressioni, ora scusandosi della propria prolissità, ora per raccontare qualche fatto personale su cui si compiace di soffermarsi per chiarire qualche concetto.

Nel caso il lettore si ponesse la domanda se, per spiegare le condizioni sociali del tempo e la psicologia dei giovani che si sono macchiati di delitti atroci, con una indifferenza che fa rabbrividire, fosse necessario scrivere 1300 pagine, la risposta è negativa. Ma vengono raccontati molti fatti che, pur non direttamente attinenti al Delitto del Circeo, sono significativi della mentalità del tempo:

troppo lento e divagante, direte, questo mio cammino? L’ho presa un bel po’ alla larga? Avete ragione: ma era la natura stessa del delitto a richiedere che se ne raccontassero i preliminari; o piuttosto, i cerchi concentrici che lo avvolgono, gli anelli che da un lato vi conducono, dall’altro se ne allontanano, come in certe insegne luminose. La scuola, i preti, i maschi, il quartiere, le famiglie, la politica. Potrebbe darsi che al centro del bersaglio non vi sia alla fine quel delitto, ma qualcos’altro … che se avete la pazienza di seguirmi scopriremo insieme.
Diciamo pure che quella del DdC, nascosta in questo libro, non fu l’unica storia. Accanto a una determinata vicenda e intrecciata con essa ve ne sono altre, che si ramificano in ogni direzione, come negli alberi genealogici, non si può mai dire dove finisca una e inizi quella accanto, così strettamente sono connesse, origini e filiazioni.

Albinati ha maturato il libro nel corso di diversi anni e, se anche non l'avesse confermato lui stesso, lo si sarebbe intuito dal fatto che talvolta ritorna a spiegare da angolazioni diverse concetti già espressi in precedenza.
Ciò che il libro non vuole fornire sono nuove rivelazioni sul Delitto del Circeo il cui racconto, anzi, risulta stilizzato. Il libro tratta invece diffusamente di sesso e violenza, emerge inoltre l’interesse dell’autore verso la psicoanalisi:

Se a prima vista sembra che tutto si riduca alla smania di fottere, o di essere fottuti, dentro questa smania raramente si nasconde un esclusivo desiderio sessuale – che si placa nella ginnastica elementare del coito. Il più delle volte il sesso agisce come linguaggio, usato per esprimere altri desideri e paure.
L’impulso sessuale ha un raggio e una durata circoscritti, per questo deve essere integrato da altre prove di dominio. A smontarsi impiega pochi istanti, dopodiché emerge la gravità dell’accaduto (…). Durante uno stupro, se non era già stata programmata in partenza, sopravviene sempre e comunque l’ipotesi di eliminare la vittima.
Se si ritiene che la violenza sia una prerogativa solo maschile, allora è anche l’indicatore di virilità più significativo. Lo si adoperava moltissimo tra i gruppi giovanili specie se politicizzati: sia a destra sia a sinistra, chi menava le mani era ammirato dagli uomini, desiderato dalle ragazze.

Il punto di vista dell’autore è in genere condivisibile, come quando afferma:

Non esiste nulla di più fertile della noia. Geniali scoperte capolavori imprese folli e crimini scaturiscono dalla noia. L’autolesionismo e lo sperpero.

Tuttavia per altre prese di posizione la condivisione può essere solo parziale, a mio parere. Non posso che trovarmi d'accordo, ad esempio, con l'osservazione che le persone siano in genere ossessionate dal sesso, meno soprattutto le più intelligenti, le più curiose e creative, lo erano e lo sono, anche se Berlusconi potrebbe convenire su questo con Albinati.
Interessante anche questa riflessione sul cattolicesimo:

È una singolare caratteristica del cattolicesimo italiano quello di portare avanti una millenaria tradizione di difesa degli ultimi mentre si allea nei fatti con gli interessi mondani dei primi. Forse questa contraddizione fonda la sua grandezza e la sua solidità. Ma non può sfuggire a nessuno, e i primi a cui non sfuggiva eravamo proprio noi, gli alunni fortunati. 

anche se, anche in questo caso mi trovo solo parzialmente d'accordo in quanto non credo che l’alleanza tra religione e potere possa definirsi una caratteristica esclusiva del cattolicesimo italiano.

Una critica che viene posta ad Albinati è che nel suo libro vengono evidenziati solo i punti di vista dei carnefici ma non le voci delle vittime. Direi che la critica è infondata. Albinati era compagno di scuola dei carnefici e non delle vittime. Fra l’altro afferma che probabilmente, in un altro momento storico, senza voler esprimere un giudizio di merito, gli assassini avrebbero subito una pena minore se nel periodo non fosse maturato il femminismo che, secondo l’autore, è il più originale e durevole discorso politico del novecento. Si ricorda che al processo dei responsabili del DdC fu sempre presente una nutrita schiera di femministe. Una conseguenza del femminismo sarebbe che:

Prima ci si lamentava della scarsa disponibilità delle donne; poi si diffuse il timore che fosse eccessiva, e l’aspirazione al piacere illimitata. All’epoca in cui si svolge questa storia ci si poteva lagnare di entrambe le cose. 

Il Delitto del Circeo si presta a essere visto anche come lotta di classe pur se, a parere dell'autore, non era certamente questo il movente, ma perché gli esecutori cercavano: un’esperienza qualsiasi che ti sollevi fuori dalla banalità della vita ordinaria(…)Droga sesso sono le ovvie risposte a questa esigenza. Ma c’è poi un’altra attività che non fa mai andare in overdose: la violenza gratuita. Quella che si scatena cioè su corpi inermi.(…)Essendo persone mediocri, il sogno dei ragazzi del DdC era di far paura agli altri. Non potendo essere veramente potenti o nobili o autorevoli, a loro non restava che essere spietati.

Albinati racconta molti episodi inerenti la vita dei compagni di scuola e fa molti esempi a sostegno delle proprie affermazioni. I fatti da lui indicati sono in genere descritti con grande ironia, specie quelli che lo riguardano personalmente, o che si presume lo riguardino.
Il libro è interessante e, a mio avviso, immensamente superiore per profondità al precedente Premio Strega, La ferocia, con cui La scuola cattolica condivide solo il fatto che in entrambi si parli di comportamenti violenti, in cui vengono prese di mira soprattutto le donne ma non solo quelle. È vero che 1300 pagine spaventano, tuttavia il libro è piacevole, quasi mai lento, e fa riflettere.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: La scuola cattolica
  • Autore: Edoardo Albinati
  • Editore: Rizzoli
  • Data di Pubblicazione: 2016
  • ISBN-13: 9788817086837
  • Pagine: 1295
  • Formato - Prezzo: Rilegato, sovraccoperta - Euro 22,00

13 luglio 2016

Donne che emigrano all'estero - AA.VV.

Trentaquattro italiane emigrate in ogni angolo del mondo si raccontano. Lo fanno a ruota libera, soffermandosi di volta in volta su aspetti specifici del proprio vissuto - la vita quotidiana, gli affetti, il lavoro, gli usi e costumi del nuovo paese, il cibo, l’arte, la musica, le bellezze naturali, le atmosfere. Parlano dell’eccitazione del cambiamento, delle difficoltà di integrazione, del dolore e della malinconia, del distacco dalla propria terra di origine. Ancora, si interrogano sui diritti civili, sulle discriminazioni razziali e di genere, sulla povertà, la disuguaglianza sociale, e tanto altro. C’è molta sincerità, in questi racconti: questa capacità, prettamente femminile, di mettersi a nudo, è ciò che lega tra loro le diverse esperienze. Per comprendere il significato profondo dell’espatrio nell'era digitale, per vivere e capire le emozioni di donne che hanno fatto la valigia e sono diventate delle moderne migranti.

Recensione

Chi di noi, almeno una volta nella vita, non ha desiderato di fare la valigia, lasciare tutto e partire per ricominciare in un paese lontano e diverso dal proprio? Credo che esista per tutti il momento in cui questo pensiero netto, pulito e luminoso - "Parto!" -, si affaccia alla mente e come un ciclone travolge la vita di chi va e di chi resta.

Questo libro è un vero e proprio vademecum su come affrontare l’idea e il progetto di iniziare una vita nuova in un nuovo mondo. Le storie raccontate dalle protagoniste sono le loro storie. Donne che si sono incontrate in Rete, in una pagina di Facebook destinata alle espat italiane, che poi è diventato un blog e infine un libro, il cui editing è curato da Leonardo Libenzi, sull’idea di una scrittura aperta e collettiva di Katia Terreni.

Le storie sono raccontate in presa diretta, la freschezza delle diverse narrazioni si accompagna alla potenza di un’esperienza fortissima, quella dello sradicamento dalla propria terra d’origine.
Svezia, Spagna, Svizzera, Canada, Kuwait, Singapore, Congo: un universo multicolore di suoni, sapori, odori e umanità emerge dalle parole di tante donne, unite da un'unica forte esperienza, una fine e un inizio insieme.

Lasciare gli affetti, spesso la famiglia, gli amici, alla ricerca di un lavoro, di una vita con un ritmo diverso, inseguendo un amore, una passione, un sogno, mette tutte le narratrici sullo stesso piano: quello di un'umanità affamata di futuro e coraggiosa.
Le voci si intrecciano e ci portano nei vicoli delle città per scoprire che la Finlandia è uno dei paesi del mondo con il maggior consumo di caffè pro capite, che la piovosa Edimburgo è stata eletta dall’Unesco “Città creativa della letteratura”, che se una donna lavora nella City londinese deve vestire completi neri, che a Barcellona una coppia omosessuale può vivere la propria dimensione familiare in modo sereno, che in Australia si impara a convivere con ragni e altri animali in casa. Ma più di ogni altra cosa questo libro parla di rinascita e della forza delle donne. Forti nella difficoltà, nel fare dello straordinario il quotidiano; capaci di lasciarsi il passato alle spalle per seguire, con concretezza, un sogno; uniche nel saper creare casa nel più sperduto angolo del mondo e nel costruirsi una rete di solidarietà per sopravvivere, ovunque.

Questo, che definirei un libro-esperienza, propone due grandi spunti di riflessione: l’espatrio come nuovo inizio, con tutte le problematiche collegate, e la capacità delle donne di integrarsi, ricostruirsi e fiorire nei diversi contesti, ambienti e paesi, del mondo.
Lungi dall’essere un libro “femminista”, nel senso classicamente inteso, questa raccolta di esperienze propone invece, in modo piacevole, ironico e acuto, il vissuto di donne che si sono buttate, in modo intelligente, ma certo coraggioso, verso una nuova avventura.
Ne esce un messaggio positivo, una miniera di consigli concreti, espressi in modo personale in un racconto che è ognuno una storia a sé; la scrittura è fresca, spontanea, gestita attraverso un editing intelligente, per un testo nato in rete.

Lo consiglio caldamente, per chi parte ma anche per chi resta, perché è un libro accessibile, divertente, curioso e offre al lettore, ovunque egli sia e ovunque vada, un messaggio di speranza al femminile.

Giudizio:

+4stelle+ (e mezzo)

Dettagli del libro

  • Titolo: Donne che emigrano all'estero. Storie di Italiane nel mondo
  • Autore: AA.VV.da un progetto di Katia Terreni, supervisore e curatore dei testi Leonardo Libenzi
  • Editore: Streetlib
  • Data di Pubblicazione: 2015
  • ISBN-13: 97866050498285
  • Pagine: 287
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 13,98
 

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