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15 febbraio 2018

Un artista del mondo fluttuante - Kazuo Ishiguro

Ambientato in Giappone dopo la seconda guerra mondiale, il libro è narrato da Masuji Ono, un anziano pittore che riflette sulla sua vita e su come l'ha vissuta. Si accorge che la sua reputazione, una volta grande, è diminuita dalla fine della guerra, e le attitudini nei riguardi suoi e delle sue opere sono cambiate. In particolare Ono deve accettare la responsabilità per i suoi comportamenti del passato. Il romanzo prova a rispondere alla domanda: qual è il ruolo dell'uomo in una società in rapida evoluzione?

Recensione

Masuji Ono è un artista in pensione. Un pittore che ha iniziato la sua carriera seguendo la tradizionale scuola giapponese dell’ukiyo-e, il mondo fluttuante, imparando nelle botteghe di maestri l’arte dell’illustrazione trasmessa di generazione in generazione e, insieme all’abilità di trasfigurare un mondo attraverso infinitesimali dettagli di pennellate e colori, ha sviluppato l’ambizione di partecipare attivamente al risveglio del Giappone e alla sua crescita come nazione egemone in Asia.

In realtà dunque si è profondamente distaccato dalla rappresentazione del mondo fluttuante, una visione effimera, edonistica e profondamente intrisa di una lieve malinconia, per scegliere di inserire nelle sue opere temi e riferimenti attuali, che esprimono un impegno politico. Questo aspetto della sua carriera, che ha raggiunto dei punti di considerevole importanza viene abilmente taciuto dal racconto in prima persona di fatti e situazioni che lo coinvolgono negli anni immediatamente successivi alla sconfitta nella seconda guerra mondiale.

Ono si presenta come un anziano pittore in pensione, il cui prestigio appartiene al passato. Il presente lo vede privo di qualsiasi ruolo attivo: le figlie lo accusano di trascorrere il tempo della sua pensione ciondolando senza obiettivi e ne mettono in discussione il ruolo di capofamiglia e il potere decisionale; la casa in cui abita, appartenuta prima di lui a un grande artista, rispecchia i valori estetici e morali di un mondo ormai superato, tanto che la seconda figlia la lascia, appena sposata, per un minuscolo ma moderno appartamento in un condominio; il locale, nel quale si riuniva con la sua corte di allievi e ammiratori ai tempi d’oro della sua fama, nel quartiere del piacere che ormai non esiste più, è assediato dalle macerie dei bombardamenti americani e dai cantieri della ricostruzione e gli avventori abituali sono tutti spariti; l’unico che pare riconoscergli autorevolezza è un bambino, il piccolo nipotino, con cui l’anziano pittore cerca una furbesca complicità.

A poco a poco emerge il problema del matrimonio della seconda figlia, ormai non più una ragazzina, per la quale Masuji è preoccupato. Una prima trattativa è sfumata senza che i motivi venissero spiegati – così il protagonista lascia intendere di credere – e la seconda sembra procedere con difficoltà. Ci sono dei problemi ma Masuji ne parla con reticenza, preferisce riesumare ricordi degli anni d’oro, che però lo riportano sempre al confronto con delle scelte artistiche le cui conseguenze cerca di nascondere anche a se stesso. Il fascino del romanzo di Kazuo Ishiguro è tutto nelle velate allusioni che mantengono un alone di mistero, fin quasi alla conclusione, sui dissidi personali e famigliari del protagonista.

Pur essendosi distaccato dalla maniera tradizionale, languida, decadente e vuota, Masuji non si accorge, o rifiuta di riconoscere per rimozione, che il suo impegno patriottico è stato tanto effimero e fugace quanto il patrimonio artistico del mondo fluttuante, dal quale intendeva liberarsi. Per tutta la narrazione aleggia la presenza di un convitato di pietra, una colpa, che si avverte nella sfera personale con la perdita della moglie, morta come unica vittima in un raid aereo quasi alla fine della guerra, e con il rapporto conflittuale con le figlie, che sembrano mettere in dubbio l’autorità paterna, seppur velatamente secondo il rigido cerimoniale nipponico dei rapporti interpersonali. Nella sfera pubblica, a dispetto delle molte autoattestazioni sul proprio ruolo sociale e artistico, sempre proposte dal protagonista/narratore in tono minore per una modestia che tradisce una certa di dose di falsità, la colpa emerge molto più gradatamente e solo verso la fine del racconto, nel rapporto interrotto con colleghi e discepoli dei giorni del successo, con l’oblio della propria opera artistica, con il fallimento del primo fidanzamento della seconda figlia, per il quale le trite scusanti sulla disparità sociale tra le due famiglie vengono da Masuji accettate con una buona fede e una prontezza sospette, in generale nella solitudine inerte e pigra, vagamente percepita come una sorta di punizione.

La colpa aleggia ma rimane indefinita e indefinibile per il lettore e solo alla fine e con fatica da Masuji la ammette, più per non danneggiare le prospettive nuziali della figlia che per convinta autocritica. Nell’indagine sottile e quasi impercettibile che l’autore, trapiantato nel Regno Unito ad appena sedici anni, conduce con l’abilità di sondare delicatamente, quasi come disfacendo un origami, ma implacabilmente l’animo e le contraddizioni di Masuji emergono i contrasti tra due volti del Giappone prima e dopo la II Guerra Mondiale, l’abisso universale che separa l’antico e il moderno anche quando ancora convivono, come recitano le motivazioni per il Nobel alla letteratura del 2017. Quasi per una sorta di contrappasso il mondo effimero delle case di piacere, che Masuji aveva considerato poco significativo, si prende una rivincita sulla vita dell’artista, la cui fama di autore ‘impegnato’ risulta essere molto più fluttuante.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Un artista del mondo fluttuante
  • Titolo originale: An artist of the floating world
  • Autore: Kazuo Ishiguro
  • Traduttore: Laura Lovisetti Fuà
  • Editore: Einaudi
  • Data di Pubblicazione: 1994
  • Collana: I Coralli (14)
  • ISBN-13: 9788806136031
  • Pagine: 204
  • Formato - Prezzo: brossura - Euro 9,50

28 agosto 2017

Vivere! - Yu Hua

“Vecchio mio, anche se muori devi vivere lo stesso” Sono trascorsi ormai dieci anni da quando il narratore, recatosi nelle campagne della Cina popolare a raccogliere ballate, ebbe modo di conoscere un anziano contadino che arava la terra con il suo bufalo. Si chiamava Fugui e fu ben contento di aprirgli il suo cuore e raccontargli la sua storia all’ombra di un albero rigoglioso. Figlio di un ricco proprietario terriero, era considerato la pecora nera della famiglia Xu perché giocava d’azzardo e in una notte aveva perduto tutto il patrimonio familiare. Da quel momento era iniziata la rovina della sua casa e Fugui aveva dovuto intraprendere una nuova vita, fatta di fatica nei campi, miseria e umiliazioni, per risollevarsi. Ma nell’affrontare il duro destino ha sempre potuto trarre la forza necessaria dall’affezionata moglie Jiazhen, dalla brava figlia Fengxia, dal piccolo Youqing… E passando attraverso la povertà, la fame, la fatica, la guerra, le riforme, la carestia e una lunga serie di lutti è giunto a capire l’essenza delle cose, l’autenticità degli affetti, approdando a un ottimistico attaccamento alla vita e a una superiore consapevolezza, ironica e pietosa assieme, della gioia di vivere, nonostante tutto

Recensione

Si apre con un artificio letterario, un racconto nel racconto, il romanzo del 1993 dello scrittore cinese Yu Hua: la voce narrante, che parla in prima persona e si potrebbe anche identificare con lo scrittore stesso, anche se non viene detto esplicitamente, è quella di un giovane che svolge una ricerca sulla cultura popolare andando alla ricerca di vecchie canzoni e ballate contadine nell’immensa campagna cinese. Durante l’estate di ricerca si imbatte in un vecchio contadino che bisticcia con un toro e ci parla quasi come fosse un umano e, attratto e divertito dalla situazione, finisce per ascoltare dalla sua voce una storia famigliare lunga e travagliata, che costituisce la trama della narrazione.

La cornice campestre diventa l’ambiente in cui si svolge un racconto che dura una giornata intera, scandito dalle pause del lavoro del contadino, durante le quali il giovane ascolta una specie di autobiografia che si allontana quasi subito dalle aspettative di giocosa spensieratezza con cui si apre il libro. Il contadino, sopravvissuto alla fatica e a una serie interminabile di traversie, dimostra, nello sgranare una litania di sventure, di alcune delle quali è responsabile, mentre per altre può solo dare la colpa al destino, quasi una gioia di vivere che il lettore fa fatica a distinguere dalla follia. Invece non è follia, quella di Xu Fugui – questo il nome del contadino –, come sembrerebbe quando il cronista ce lo esibisce nell’atto di parlare con il bufalo e di fingere la presenza di altri bufali, inesistenti, dai nomi umani; è, come si capisce man mano che il vecchio procede nella sua autobiografia, una sorta di equilibrio che deriva dall’accettazione di tutto quello che gli è capitato nella vita, anche al di là delle sue responsabilità.

Vivere, sembra insegnare Fugui, significa soprattutto non cedere mai alla disperazione, anche quando l’esistenza viene scandita da una sequenza ininterrotta di negatività. Vivere è più che semplicemente sopravvivere, restare come relitti abbandonati dalle onde sul bagnasciuga, è trovare o almeno cercare una consapevolezza dei fondamenti dell’uomo attraverso la sfortuna. La storia di Fugui e della sua famiglia costituisce un breve e densissimo riassunto di una parte della storia cinese degli ultimi sessant’anni vista da un punto di vista periferico, come periferico è il villaggio dove si svolge la vicenda narrata, come periferico è il ruolo del contadino ex riccone e della sua famiglia. Nei rivolgimenti che riguardano la vita di Fugui, che da ricco possidente si ritrova miserabile coltivatore, e la società cinese della rivoluzione maoista, la famiglia rimane unico perno attorno cui è possibile costruire se non la felicità almeno un suo simulacro, anche quando viene meno, anche quando le vicissitudini la rendono sempre più amara e insopportabile.

In questo Yu Hua pare voler indicare che gli orizzonti della tradizione confuciana, che vede nel rispetto della famiglia e dello Stato, garanti entrambi dell’ordine terreno, i valori supremi, non sono ancora superati, anzi sono destinati a rimanere ancora attuali. Come il vecchio contadino che non incrollabile pazienza, alle soglie del XXI secolo, trascina insieme al suo bufalo – sua unica famiglia – un aratro quasi medievale e la sua stanca, ma nonostante tutto, non inutile vita verso un futuro incerto.

Giudizio:

+2stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Vivere!
  • Titolo originale: Hezhuo
  • Autore: Yu Hua
  • Traduttore: Nicoletta Pesaro
  • Editore: Feltrinelli
  • Data di Pubblicazione: 2009
  • Collana: Universale Economica Feltrinelli
  • ISBN-13: 9788897720758
  • Pagine: 190
  • Formato - Prezzo: paperback - Euro 8,00

6 agosto 2017

La vita sconosciuta - Crocifisso Dentello

Milano, primi anni Duemila. Ernesto, cinquantenne disoccupato, reduce da un incontro sessuale con un gigolò arabo, rincasa nel cuore della notte e scopre la moglie Agata riversa senza vita sul divano. Il tragico evento è preceduto alcune ore prima dall’ennesima disputa coniugale perché Agata – costretta a lavorare come domestica per salvare il bilancio familiare – rimprovera al marito una colpevole rassegnazione. Il lutto improvviso esaspera i sensi di colpa di Ernesto. Da anni conduce una doppia vita costellata da menzogne e tradimenti. Agata, siciliana dal carattere ribelle, ignora che il marito la tradisce con prostituti nel degrado di parchi pubblici e toilette di stazioni ferroviarie. Così com’è all’oscuro del terribile segreto che Ernesto custodisce, risalente al loro comune passato di rivoluzionari negli anni Settanta. Scandito da capitoli che si accumulano come istantanee capaci di illuminare il nostro passato prossimo grazie a un particolare, un dettaglio, un’emozione, il romanzo attraversa la memoria intima e pubblica di un uomo che si mette a nudo in una confessione senza sconti. Crocifisso Dentello, alla sua seconda prova, racconta due vite perdute, un marito e una moglie offesi dalla Storia e dai sentimenti negati.

Recensione

Il romanzo a tratti intimistico di Crocifisso Dentello accompagna il lettore in un’esperienza di esistenza singolare, ma più comune di quanto si creda nei tempi passati, quando essere omosessuali era ancora un tabù. Diventava spesso una vita intera da nascondere a chi ti circondava.

La voce narrante è quella di Ernesto, che vive a Milano e che, nonostante la precarietà economica della sua famiglia, composta da lui e dalla moglie Agata, non riesce a rinunciare ai piaceri del sesso a pagamento con uomini extracomunitari, nonostante il prezzo esiguo, per riempire una fame specifica, insita in lui, a cui non riesce a resistere. Proprio durante uno di questi incontri, sua moglie, rimasta sola in casa, viene a mancare, e quando arriva a casa è troppo tardi.

La morte di Agata dà all’uomo lo spunto per attraversare il loro passato, che li porta dritti nei fulgidi anni delle azioni dei rivoluzionari, della ribellione a cui loro stessi, da giovani, avevano aderito.
In un continuo rimando dal presente al passato e viceversa, Ernesto non riesce ad affrancarsi dal senso di colpa, uno dei nodi centrali dell’intera trama: non solo per via della sua doppia vita, costellata di bugie e di tradimento nei confronti della moglie così come di se stesso, ma anche per un segreto, relativo proprio alla loro attività all’interno dell’organizzazione di un attentato, il cui esito cambierà per sempre le vite di entrambi.

Nel romanzo si tratta una storia in cui di certo, tra tutti i contenuti, viene messo al centro gioco forza l’elaborazione del lutto e il pentimento a esso correlato: quando chi ami da tanto, così come quando perdi la persona che con te ha vissuto tanto tempo, è come se una parte di te stesso morisse con lei. Lo stesso Ernesto in più di un’occasione esprime questo suo cordoglio, in modo diretto così come lasciandolo intendere.
È una fase critica, che mette a dura prova la resistenza morale e intellettiva delle persone, e nel suo caso questa situazione tende a ripercorrere il loro passato, a rielaborare le paure dell’uomo così come la sua codardia nell’emergere e nell’affermarsi, accettandosi magari per quello che sarebbe dovuto essere.
In questo specifico ambito la sua storia non è molto dissimile da quanto realmente accadeva quando ancora essere gay era una maledizione, non solo per la persona ma soprattutto a livello sociale.
In molti della generazione di Ernesto hanno compiuto quel tipo di scelta di vita, e in molti libri degli anni passati si affronta un argomento del genere, sia a livello nazionale che a livello internazionale, risultando magari per i lettori abituati o appassionati alle storie di persone omosessuali, per certi versi scontato.
Ma a ogni modo su questo specifico versante la psiche intima del narratore, perché Ernesto ci parla in prima persona raccontandoci emozioni, avvenimenti e turbamenti, viene resa in modo chiaro e inequivocabile.

Una caratteristica che mi ha colpito comunque nella lettura di quest’opera, è di certo che per quanto sia Ernesto a raccontare la storia, la vera protagonista rimanga Agata. Non solo come ricordo onnipresente, ma come carattere, stile di vita e personaggio capace di bucare le pagine e arrivare dritta al lettore, senza sconti. Una donna che mai sapremo se, in qualche modo, avesse realizzato la doppia vita del marito, che lo amava di certo, se gli era restata accanto per tutto quel tempo, nonostante fosse lei con i suoi duri lavori il motore economica della famiglia dopo che Ernesto, a seguito di un licenziamento, non era più riuscito a venire a galla.

Nel contorno, a parte l’ambientazione prettamente italiana, un’altra riflessione scaturisce in modo naturale proprio su questo argomento, tremendamente attuale: la crudeltà del mercato del lavoro, che quando ti espelle, sulla base dell’età di chi si ritrova senza un impiego, ti ostracizza, divenendo un male spesso dalle conseguenze atroci per chi si ritrova all’improvviso disoccupato.
Una stortura sociale che purtroppo in questi tempi rimane attuale e sempre presente e su cui l’autore, con pochi ma ben azzeccati riferimenti, getta uno sguardo implacabile, costringendo chi legge a viverne il dramma, a non fare finta di nulla.

Lo stile narrativo appare sobrio, calibrato nell’emotività così come nella descrizione puntuale dei vari tasselli che, sino alla fine non compongono il quadro completo se non nelle ultime pagine.
Il narrato è caratterizzato da un utilizzo di periodi brevi, ma con un registro alto, non solo nel metaforico quanto proprio nella scelta dei vocaboli.
Questa tendenza, di chiara matrice letteraria, di sicuro eleva la lettura a un livello superiore, ma a volte sacrifica l’immediatezza delle scene. Ernesto riflette, soffre, l’emotività prevale in ogni passaggio, come una coltre, anche nei dialoghi, nelle cornici dirette.
Questo denota comunque una certa sicurezza di scrittura, che può essere apprezzata da chi ricerca un’elaborazione maggiore della narrativa, senza accontentarsi della mera descrizione accattivante di un determinato passaggio, ma che di per contro può non incontrare l’apprezzamento di tutti i lettori.

Ma a prescindere dai gusti personali, La vita sconosciuta appare comunque una lettura degna di essere annoverata nell’universo letterario nostrano: Dentello si dimostra uno scrittore elaborato e nel contempo attento, capace di inscenare un intensa emotività dai dettagli più semplici.
Per questo l’approccio a un libro del genere, va fatto con cognizione e rispetto. Chi ricerca una lettura dallo stile edulcorato capace comunque di rendere la drammaticità di un’esperienza esistenziale di uno qualunque di noi, non ne rimarrà di certo deluso, lasciandosi trasportare dalla storia per mano, sino alla fine.

Giudizio:

+3stelle+ e mezzo

Dettagli del libro

  • Titolo: La vita sconosciuta
  • Autore: Crocifisso Dentello
  • Editore: La nave di Teseo
  • Data di Pubblicazione: 2016
  • Collana: Oceani
  • ISBN-13: 9788893441346
  • Pagine: 120
  • Formato - Prezzo: brossura - € 16,00

15 luglio 2017

Palazzo Yacoubian - ʿAlāʾ al-Aswānī

Costruito negli anni trenta da un miliardario armeno, Palazzo Yacoubian contiene in sé tutto ciò che l'Egitto era ed è diventato da quando l'edificio è sorto in uno dei viali del centro. Dal devoto e ortodosso figlio del portiere, che vuole entrare in polizia ma che finirà invece a ingrossare le già folte milizie islamiste, alla sua fidanzata, vittima delle angherie dei padroni; dai poveri che vivono sul tetto dell'edificio e sognano una vita più agiata al gaudente signore aristocratico poco timorato di Dio e nostalgico dei tempi di re Faruk che indulge in piaceri assolutamente terreni; dall'intellettuale gay con la passione per gli uomini nubiani, che vive i suoi amori proibiti neanche troppo clandestinamente, all'uomo d'affari senza scrupoli del pianterreno che vuole entrare in politica. Ciascuno di questi personaggi si ritroverà a compiere delle scelte: quale ne sia l'esito, sarà il lettore a deciderlo. Ognuno interpreta una sfaccettatura del moderno Egitto dove la corruzione politica, una certa ricchezza di dubbia origine e l'ipocrisia religiosa sono alleati naturali dell'arroganza dei potenti, dove l'idealismo giovanile si trasforma rapidamente in estremismo e dove ancora prevale un'immagine antiquata della società. Campeggia in questo romanzo la denuncia dei costumi inquinati, della politica egiziana e dei movimenti islamisti, una denuncia tanto cara ad al-Aswani che oggi è uno degli esponenti di punta del movimento di opposizione Kifaya

Recensione

Breve raccolta di frammenti di vita del Cairo e in sintesi dell’Egitto intero, Palazzo Yacoubian è una versione aggiornata del Karnak Cafè o del Vicolo del mortaio, opere tra le più note del nobel egiziano Nagib Mahfouz: i temi, le atmosfere, le situazioni sono in molti casi simili, a volte anche identici. Cambia il contesto politico, perché – anche se è difficile accorgersene leggendo il libro – le storie del palazzo cairota sono ambientate ai tempi della Prima Guerra del Golfo, quindi nel 1991. Ma non cambia l’ambiente, la società egiziana nelle sue varie fasce e nei vari stili di vita, più o meno arretrati o occidentalizzati; e di questa società il libro disegna uno spaccato vitale e nitido, anche se a tratti didascalico.

L’espediente – che appare forse un po’ forzato – è legato al palazzo del titolo: costruito ai tempi d’oro della capitale di un regno allegramente laico e ruggente da un ricco possidente armeno, pronto a rifugiarsi in Svizzera con le sue fortune non appena si delinea all’orizzonte la dittatura militare di stampo socialista di Nasser nel 1952, il palazzo Yacoubian testimonia direttamente la decadenza della vita mondana cairota con il suo degradarsi da residenza chic ad alloggio semipopolare, nel quale esponenti della buona società convivono gomito a gomito con derelitti e sbandati senza prospettive di miglioramento.

Si incrociano, tra il terrazzo sovraffollato e la portineria, tra i negozi del piano stradale e gli ampi appartamenti dei piani alti, le storie di un decrepito dongiovanni dei bei tempi andati dedito a sperperare i capitali correndo dietro alle gonne e costretto a litigare furiosamente per questo con la vecchia megera che è diventata sua sorella; di un giovane spiantato ma meritevole per la sua dedizione allo studio che vede svanire a causa delle umili origini la possibilità di una carriera nei ranghi delle forze di Polizia e per questo si avvicina ai Fratelli Musulmani, gruppo di fondamentalisti; di un cristiano copto, mutilato e abile nello sfruttare la sua menomazione insieme al fratello, altrettanto subdolo, che inizia una scalata al potere condominiale partendo da una botteguccia da camiciaio senza farsi scrupolo di sfruttare anche i bisogni materiali di una ragazza che vive sul terrazzo, costretta dalla condizione di orfana e dalla sua avvenenza a scendere a compromessi carnali per mantenere la madre anziana e i numerosi fratelli. Ma i tipi umani non lasciano scoperto alcuno spazio nella multiforme gamma di possibilità: non mancano il giornalista intellettuale omosessuale, allevato nella cultura occidentale, con una passione per i giovani militari nubiani e l’imprenditore con tanto di pelo sullo stomaco che decide di buttarsi in politica per proteggere e sviluppare la sua rete di affari. Troviamo anche, agli estremi opposti, lo sheyk integralista, che predica la jihad come rimedio a tutti i mali dell’Egitto, e varie figure di ufficiali di polizia dediti alla tortura, al rapimento e allo spregio di ogni diritto umano, in stile ‘Fuga di mezzanotte’.

Scritto nel 2002 con riferimenti alla realtà di circa un decennio prima, quando il generale Hosni Mubarak era ancora saldamente al potere, ‘Palazzo Yacoubian’ conosce una rapidissima diffusione – diventa anche un film – per la sua forte dose di realtà e per la componente di cronaca viva, perfettamente plausibile anche nella situazione odierna, con le vicende del terrorismo, della primavera di Piazza Tahrir che ha portato alla fine del regno di Mubarak e all’instabilità politica della felpata dittatura attuale, con un regime poliziesco che non va affatto per il sottile, come purtroppo ci ha recentemente mostrato la dolorosa vicenda di Giulio Regeni.

Forzato, forse, nel tentativo di costruire intorno a un palazzo le varie identità dell’Egitto moderno attraverso le figure dei condomini, elementare, per certi versi, nel mostrare come l’ingiustizia sociale e la corruzione politica siano responsabili del diffondersi dell’integralismo islamico e dell’estremismo jiahdista, scontato, a tratti, nello stabilire legami semplici e diretti tra dinamiche sociali e destini individuali, il romanzo di al-Aswānī offre però la freschezza e la vitalità di un punto di vista laico e spassionato che riesce a raccontare, come dimostra anche il successo riscosso nel mondo arabo, le anime tormentate ma non sempre destinate all’infelicità – ne è un esempio l’amore improbabile e sincero del vecchio damerino Zaki e la giovane traviata Buthayna – di un Egitto che sta iniziando adesso la sua corsa verso un futuro incerto e imprevedibile.

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Palazzo Yacoubian
  • Titolo originale: ʿImārat Yaʿqūbīān
  • Autore: ʿAlāʾ al-Aswānī
  • Traduttore: Bianca Longhi
  • Editore: Feltrinelli
  • Data di Pubblicazione: 2007
  • Collana: Universale Economica, 1988
  • ISBN-13: 9788807819889
  • Pagine: 215
  • Formato - Prezzo: paperback - Euro 9,00

3 maggio 2017

Le sei reincarnazioni di Ximen Nao - Mo Yan

Primo gennaio del 1950: Ximen Nao, un ricco proprietario terriero, è stato giustiziato dai suoi mezzadri alla vigilia della rivoluzione cinese e da due anni vive nel mondo delle tenebre. Sebbene subisca i più crudeli e dolorosi supplizi, rifiuta di pentirsi: è convinto di avere condotto una vita giusta e di essere invece stato immeritatamente condannato. Re Yama, il terrifico signore della morte, è talmente stufo di lui, delle sue continue, fastidiose lagnanze che alla fine gli dà la possibilità di reincarnarsi nei luoghi dove ha vissuto. Ximen Nao spera di riprendere così possesso della moglie, delle due concubine, della terra, dei suoi averi. Non immagina che tanta generosità nasconde un ancora maggiore insidia: perché re Yama decide di farlo reincarnare non in se stesso, ma in un asino.

Al momento di tornare sulla terra, Ximen si rifiuta inoltre di bere una pozione che gli consentirebbe di dimenticare il passato e di liberarsi progressivamente delle pulsioni, del desiderio, dell'odio, della sete di vendetta. Vuole che le esperienze della vita precedente rimangano impresse nella sua memoria. Che senso avrebbe, altrimenti, tornare nel mondo degli uomini per riparare all'ingiustizia subita? Nell'arco di cinquant'anni all'asino faranno seguito il toro, il maiale, il cane, la scimmia. Un lasso di tempo che basterà a Ximen per liberarsi di ogni rancore e durante il quale sarà partecipe degli eventi piccoli e grandi che hanno contribuito a trasformare la Cina. E alla fine giungerà anche il momento in cui re Yama gli consentirà di ridiventare uomo.

Il 31 dicembre del 2000, la notte della nascita del nuovo millennio, verrà al mondo un bambino di nome Lan Qiansui, ossia " Lan mille anni"; sarà lui, che ha un " corpo piccolo e magro e la testa insolitamente grande, una memoria eccellente e una parlantina sciolta" a iniziare, il giorno del suo quinto compleanno, il racconto della propria storia: "Dal primo gennaio dell'anno 1950...".

Recensione

Non è proprio quel che si dice un titolo di lettura facile, il romanzo di Mo Yan sulla reincarnazione, anzi, è uno di quei libri che si leggono con fatica, almeno per chi nella lettura cerca – anche, se non unicamente – divertimento. In compenso si capisce perché l’Accademia di Stoccolma, le cui scelte non sono sempre perspicue e spesso poco popolari, abbia assegnato all’autore il Nobel per la letteratura nel 2012.

Sospesa in un equilibrio precario tra una fantasia evanescente e il più greve dei realismi, la storia del protagonista, lo Ximen Nao del titolo, si dipana per circa mezzo secolo, dal 1950 fino all’alba del nuovo millennio e coinvolge diverse generazioni di una famiglia e di un villaggio cinese, Ximen, nel distretto di Gao Mi, non troppo lontano da Pechino, dall’alba del sol dell’avvenire fino all’avvento della nuova via cinese al capitalismo. In un cerchio perfetto la narrazione inizia e finisce nel 1950, attraverso una trovata scaltra, e percorre la storia di un anziano proprietario terriero, Ximen Nao, che viene ucciso dai comunisti nel 1950 ma è condannato dal re/giudice dell’Oltretomba a reincarnarsi in vari animali, partecipando così alla vita della comunità da una posizione esterna ma con la facoltà di comprendere e la coscienza di essere uno spirito umano rinchiuso in corpo di bestia. In forma prima di asino, poi di toro, di maiale, di cane e infine di scimmia Ximen assiste alle vicissitudini di un gruppo famigliare secondo l’idea tradizionale cinese del clan o della famiglia allargata, molta parte della cui vita si svolge in un palcoscenico naturale che è il cortile della sua vecchia casa di possidente, poi trasformata in azienda agricola collettiva nei decenni del comunismo.

Le mogli e concubine di Ximen, i figli e i figliastri, i loro discendenti, vari altri personaggi che si legano in qualche modo alle vicende famigliari ricreano un ambiente sociale comunitario simile per certi aspetti a un classico del romanzo cinese come ‘Il sogno della camera rossa’, eppure per altri versi Mo Yan costruisce una narrazione che rievoca le grandi saghe famigliari del romanzo europeo novecentesco, come i Buddenbrook di Thomas Mann. Il villaggio agricolo Ximen di Mo Yan si fa spazio nella mente del lettore come uno di quei luoghi simbolici della geografia letteraria che sono inestricabilmente legati alle storie dei protagonisti, un po’ come Macondo per Garcia Marquez, Arkham per Lovecraft o Vigata per Camilleri: si finisce, pur tra molte difficoltà nella lettura, per immaginare gli spazi letterari come reali. I kang, giacigli tipici, su cui i personaggi si addormentano e vivono, le strade fangose, i campi di albicocchi e le porcilaie assumono il carattere vissuto e concreto di luoghi conosciuti.

È vero che seguire le storie dei vari personaggi è reso complicato dalla difficoltà di capire i legami interni nelle famiglie che si formano, quasi come se si dovesse ricostruire un albero genealogico, e dai problemi creati dai nomi cinesi, che per un occidentale sono spesso molto simili. È vero che la storia procede per blocchi molto lunghi e spesso si arricchisce di estese sequenze descrittive che si spingono fino al lirismo ma sono di un gusto che non è sempre semplice apprezzare. È vero, infine, che molta parte del racconto presuppone anche una minima conoscenza degli ultimi settant’anni di storia della Cina comunista e dei suoi rivolgimenti sociali, economici e politici che rappresenta una sfida per i nostri orizzonti di lettori eurocentrici abituati a guardare poco oltre il nostro ombelico.

Però, pur con tali gravami, l’esperienza del libro di Mo Yan – che tra l’altro, con una pregevole dose di autoironia, in questo compatto affresco della Cina moderna che assomiglia a certe sculture di stile sovietico, una specie di ‘Quarto stato’ in versione orientale, include anche se stesso: l’autore parla di sè come di un imbrattacarte squilibrato – apre uno spiraglio, attraverso il mistero arcaico e modernissimo della narrazione, sul mondo delle tradizioni, dei pensieri comuni, delle vite individuali, degli affetti e dei vincoli morali di un Paese che, pur non essendo mai stato così vicino, resta ancora lontanissimo.

Giudizio:

+2stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Le sei reincarnazioni di Ximen Nao
  • Titolo originale: Shēngsǐ píláo
  • Autore: Mo Yan
  • Traduttore: Patrizia Liberati
  • Editore: Einaudi
  • Data di Pubblicazione: 2009
  • Collana: Supercoralli
  • ISBN-13: 9788806185787
  • Pagine: 735
  • Formato - Prezzo: copertina rigida - Euro 22

13 dicembre 2016

Il teorema dell'equilibrio - Matteo Capelli

Un suicidio apre il racconto. Poi, droga, pornografia, un furto e uno stupro di gruppo, rapporti sessuali più o meno disimpegnati e relazioni proibite. Cinque ragazzi diversi, ognuno con la propria personalità e il proprio carattere, accomunati soltanto dal fatto di frequentare l'ultimo anno di liceo nella medesima classe. A scombussolare la quotidianità dell'ambiente in cui essi vivono, è una disgrazia che non trova spiegazione: perché Linda, loro compagna di scuola, si è uccisa? I protagonisti affronteranno vicissitudini, drammi, nuove esperienze, turbamenti e cambiamenti. Graduali o repentini. E alla fine rimarrà da sciogliere un interrogativo fondamentale: il destino è lo stesso per tutti? Esiste davvero una bilancia fatalistica che compensa gioie e dolori nel corso della vita delle persone, rendendo l'esistenza di ciascuno uguale a quella dell'altro? E in che modo si misura questo ipotetico equilibrio? La narrazione si sottrae a simmetria e reciprocità, quasi a voler negare il teorema paradossale che introduce il racconto. L'ago sembra voler pendere dall'una o dall'altra parte, eppure alla fine la logica riesce a chiudere l'irregolare cerchio degli avvenimenti.

Recensione

Il fulcro della storia si snoda attraverso le vicende piuttosto compromesse di alcuni diciottenni che hanno in comune l’appartenere alla stessa classe superiore, per quanto le loro vite non possano essere più diverse.
Tra i protagonisti principali troviamo Carlo, il classico figlio di papà che vive una situazione di apatia personale dal quale prova a scuotersi con l’abuso di sostanze, fino a che la passione per la compagna Debora non crea un opportuno diversivo; abbiamo poi Sara, legata ai suoi sentimenti intimi che fatica a esprimere e a comprendere, impedendole di realizzare la sua vera natura, legata a Laura, una ragazza ambiziosa che subisce una battuta d’arresto per colpa di Tommaso il pazzo e si ritrova a confrontarsi con la violenza gratuita. Poi c’è Manuel, un giovane anonimo che per una serie fortuita di conseguenze si ritrova a essere un nuovo membro del gruppo di Tommaso, dedito ad attività legate alla droga e al furto, e ancora c’è Linda, la giovane taciturna di cui Manuel si sente innamorato, che nasconde in sé un grande segreto, lo stesso che la porterà a fare delle scelte estreme.

La caratteristica fondante di questo gruppo è proprio il senso di estraneità che distingue l’uno dall’altro, e che in modo corale ci racconta il malessere dei giovani di questo tempo, attraverso meccanismi propri sia del romanzo sociale che del romanzo di formazione; sei storie principali che si sfiorano e si intersecano in modo inusuale e, soprattutto, inaspettato agli stessi protagonisti, mediamente collegato a una tradizione, soprattutto americana del decennio 1990 – 2000 dove si usava raccontare l’esperienza limite per descrivere la gioventù e la sua natura, come avviene in alcuni testi di Breston Ellis e di Welsh, tanto per esemplificare.

Proprio sull’aspetto corale secondo il mio punto di vista questo romanzo acquisisce nella sua stesura il punto di forza più brillante: il titolo stesso rimanda all’equilibrio, ma di fatto tutte le esperienze sono sbilanciate, partono da un punto per raggiungere l’opposto, per portare un cambiamento nella vita di ciascuno, più o meno voluto, più o meno apprezzabile.
Dissezionandolo infatti si percepiscono almeno sei piccole storie a sé stanti, che da sole possiedono già un buon potenziale narrativo.
Lo stesso escamotage di raccontare per ogni capitolo un pezzo di ciascun puzzle che compone queste esperienze di vita accattiva il lettore, che vuole andare avanti per saperne di più, senza perdere il filo sia della storia di ciascuno che del quadro generale. Un modo di fare narrativa che in questo testo è riuscito.

L’ambientazione è appena tratteggiata, capiamo che siamo in Italia, conosciamo il sistema classe e anche il sistema giovanile dove si esprime, ma l’atmosfera compartecipa poco, lasciando alla riflessione interiore il gravoso compito di spiegare le motivazioni e il perché di qualche scelta a volte inusitata.
Sentirsi accettati, voler uscire da uno schema, essere liberi e quindi emancipati dalle proprie origini, come anche volersi sentire vivi, sono tutti argomenti che in questo romanzo trovano una loro espressione ottimale, che si fanno comunque cogliere.
Magari, rispetto ad alcune vicende, sarebbe stato preferibile un maggiore approfondimento o un'indagine ulteriore per essere calzante: mi riferisco alla natura del desiderio di Sara in primis, che trova poco spazio nella storia e si esprime con un’esplosione quasi inaspettata, dati i pochi elementi portati a valutazione di chi legge. Il suo ti amo sofferto, che sarebbe dovuto essere forse uno dei momenti più elevati della scena globale, passa inosservato, troppo velocemente, poco sorretto dal dilemma interiore che di solito sottende lo scoprirsi omosessuali e accettarsi. Il legame con Laura diventa un paravento troppo semplice in questo senso, soprattutto perché la stessa Laura, data già la sua situazione critica, fagocita la psiche e i sentimenti dell’amica, lasciandola sullo sfondo.

In merito allo stile, si rileva una stesura molto ricca, a tratti anche forbita, ma in sé la lettura non ne risente, se non in quelle parti dove la contingenza richiederebbe un aumento maggiore di ritmo, anziché una cadenza sempre uguale. A soffrire sono soprattutto i dialoghi in queste fasi, che a volte paiono irreali, troppo lunghi e pieni di ragionamenti che ledono l’immediatezza del concetto. Un esempio, tra i tanti:

≪Mi hanno calpestato l’anima≫ sospiro Laura a denti stretti. ≪L’hanno umiliata, straziata, devastata e massacrata. Non hanno avuto un briciolo di pieta.≫ ≪Chi? Chi e stato?≫ sbotto Sara, mentre Laura scoppiava a piangere. ≪E stato il Pazzo≫ confesso, con un flebile rigurgito di dolore. ≪Il Pazzo e i suoi scagnozzi.≫

È quanto Laura rivela all’amica in merito allo stupro subito. O ancora:
≪Con quale coraggio agiti impunemente la tua lingua biforcuta?≫ fu la reazione di Sara. ≪Dovresti strisciare col muso sul pavimento gelido di una cella.≫ ≪Che caratterino!≫ esclamo Tommaso. ≪Da dove spunta tutto questo rancore?≫ ≪Lo sai benissimo, viscido rettile schifoso.≫ ≪Non capisco a cosa tu stia alludendo.≫

Qui è Sara che si interfaccia con uno dei carnefici della sua amica, in un modo che la contingenza non potrebbe mai rendere ammissibile e, soprattutto, verosimile.
Forse il rinunciare a tenere il registro costantemente aulico avrebbe aiutato molto il dialogato a esprimersi meglio, lasciando trasparire un’emozione migliore, più genuina… meno teatrale.

In generale comunque il Teorema dell’equilibrio è un romanzo che affronta dei temi forti e molto attuali, che forse meritavano un maggiore approfondimento da un lato e soprattutto una prosecuzione ulteriore dove un modello esplicativo di trama stava a suo modo funzionando. Anche la brusca interruzione sul finale, quando ancora la scena clou della rivelazione si intuisce ma non viene alla fine espressa, porta il lettore a chiedersi se vi sia o meno il preciso intento di fare un sequel di questa storia o se il finale aperto sia semplicemente stata una scelta ponderata dall’autore.
In conclusione, possiamo affermare che questa storia ha una sua forza, ma come tutti i buoni presupposti di questo mondo, necessita forse di un maggior rigore narrativo e un maggiore lavoro sull’introspezione e sull’emotività per brillare davvero. Una lettura che comunque colpisce, dedicata a tutti coloro che si vogliono interfacciare coi giovani di oggi, per capire quanto siamo portati a dimenticarne le dinamiche una volta che diveniamo adulti.

Giudizio:

+2stelle+ e mezzo

Dettagli del libro

  • Titolo: Il teorema dell'equilibrio
  • Autore: Matteo Capelli
  • Editore: Watson Edizioni
  • Data di Pubblicazione: 2016
  • Collana: Ombre
  • ISBN-13: 9788898036509
  • Pagine: 240
  • Formato - Prezzo: € 10,00

30 gennaio 2016

Ruggine - Anna Luisa Pignatelli

Ruggine è un racconto che si inserisce magistralmente nel solco di una tradizione narrativa illustre. Libro dalla lingua evocativa, quasi poetica, narra la storia di emarginazione di una donna ormai anziana in un paese di poche anime, grette e crudeli, protagoniste di vicende aspre e orizzonti senza speranza. Sullo scenario di una Toscana letteraria e allo stesso tempo autentica, gli abitanti del piccolo nucleo al centro del dramma, commetteranno ogni tipo di angheria ai danni della donna, vittima suo malgrado di una vera e propria persecuzione a causa del suo passato. Il mistero di Ruggine, chiamata così per l’attaccamento a Ferro, un gatto che ora è l’unica compagnia di una vita altrimenti desolata, ruota attorno a un fatto torbido riguardante il proprio figlio, da tempo rinchiuso in una casa di cura per il suo comportamento violento. Da allora, nonostante i soprusi subiti, Ruggine è il demonio, la strega da cui guardarsi, messa al bando dalla comunità per la sua condotta illecita e punita per il suo atteggiamento schivo e fatalmente remissivo. Nonostante l’innocenza e la rassegnata accettazione di un destino avverso, la condanna sarà senza appello e ad emergere sarà unicamente la grande solitudine della donna fino allo straziante, paradossale epilogo nel rovesciamento di ogni senso di pietà e di giustizia.

Recensione

Un mondo claustrofobico e fortemente provinciale fa da cornice alla drammatica storia dell’anziana donna che a Montici chiamano Ruggine, solo perché è sola e ha alle spalle una storia disastrosa con un figlio dalle caratteristiche nettamente borderline, che lei stessa tende a rimuovere per non soffrire di nuovo il calvario. Ruggine è una donna che, nella sua sfortuna, regala una dimensione di indipendenza: può contare solo su se stessa e nonostante abbia dato prova di non essere un’eroina realmente protagonista della sua esistenza, si adopera con rassegnazione per la sopravvivenza, attendendo il giorno in cui anche lei, come Neri, suo marito, potrà esalare l’ultimo respiro.

Sebbene si tratti comunque di un testo breve, tra le sue pagine si condensano davvero migliaia di contenuti, afferenti quasi tutti all’animo umano: dalla ferocia, incarnata non solo nelle azioni di Loriano, quanto invece nell’ostilità del borgo che giudica la donna, la estromette e la rifiuta, obbligandola a cavarsela da sé e a ricercare aiuto proprio negli esclusi come lei, a iniziare dallo zingaro Zarco, ma per continuare proprio con il gatto Ferro che, come ogni animale, è capace di amare qualcuno scevro da qualsiasi condizionamento ambientale, o morale.
E proprio dal nome del suo animale deriva anche il suo essere definita “ruggine”: l’uno, sembra, senza l’altro non può vivere. Ma entrambe le entità invece dimostrano che possono sviluppare la loro storia in modo indipendente, in cui l’affetto è più bilanciato sul bisogno reciproco e sulla convenienza.

Altro tema forte è la solitudine della fascia anziana, quasi estremizzata nella situazione di Ruggine, e comunque agevolata da un enorme senso di chiusura dove tutti pensano ai loro interessi, prettamente pecuniari, di prestigio o anche solo di giudizio, tanto da vivere soli, senza contatti, in continuo controllo di sé ma soprattutto di quello che gli altri fanno.
In questo Ruggine è un’attenta osservatrice, riporta fedelmente ciò che combinano, come si comportano, e a parte difendersi non giudica, in modo sin troppo ingenuo, ma così facendo permette al lettore di mettere in evidenza tutte le contraddizioni di una società dove il bene e il male non hanno reale fondamento di giustizia, ma si basano solo sull’opportunità: Ruggine della sua vita è stata l’unica vittima, ma nonostante questo viene ricusata come carnefice, per quello che il figlio le ha fatto e di cui viene ritenuta responsabile, meccanismo che, nel mondo delle violenze di genere, è ben noto nel nostro Bel Paese.
Inoltre conosciamo la povertà, l’esclusione, la semplicità di una donna che si barcamena e si rivela spesso più saggia di chi la circonda e impariamo anche, durante la lettura, che la solidarietà come siamo portati a pensare in realtà non esiste, ma è sottomessa a tutte le sfumature che possono in qualche modo intaccarne gli ideali. Così come, in un’epoca dove sussiste la crisi del welfare nei servizi alla persona, lo stesso concetto di sussidiarietà che dovrebbe ausiliare anche gli attori sociali a portare benessere e conforto alle persone, in realtà risponde spesso a dinamiche differenti, rivelando l’estrema fragilità delle azioni, e soprattutto a volte l’inutilità degli interventi posti in essere per aiutare le persone. La stessa fine che fa la donna, alla conclusione della storia, è emblematica in tal senso.

Ruggine quindi assurge a quel genere di storie che portano chi legge a riflettere, a porsi delle domande su quanto ciò che siamo portati a credere sulle persone fragili, sia in realtà esatto. Lo stile dell’autrice si fa di sicuro notare: la prosa è scarna, ma comunque tendente al lirismo e in un certo senso elegante, forse troppo, tanto da non essere apprezzabile a tutti i palati. La gestione della trama è interessante, molto per i contenuti in essa espressi e per il continuo rimando al ricordo traumatico che trova una sua realizzazione nella dimensione quotidiana della donna, ma a tratti la sua risoluzione forse è troppo truce.
Infine il difetto maggiore della storia parrebbe risiedere nella sua gestione: laddove magari il lettore avrebbe avuto bisogno di maggior respiro, proprio per il continuo rimando alla speranza del domani per la donna, ci si scontra invece con un epilogo immediato, veloce, che lai stessa protagonista aveva immaginato. Si viene a generare un’accelerazione di ritmo che non lascia pienamente soddisfatti, perché ogni tassello si sistema al suo posto in modo anticipato, senza nessun guizzo che lasci presagire la rivalsa che ci si aspetterebbe.

Il maggior merito di questa lettura comunque rimane nel dare voce a una protagonista forte, proprio nel suo essere remissiva e rassegnata. Ruggine è un libro intenso, pieno di tutti gli aspetti che a volte non vogliamo vedere, e in quanto tale rimane un testo che lascia uno strascico indelebile nel lettore.

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Ruggine
  • Autore: Anna Luisa Pignatelli
  • Editore: Fazi
  • Data di Pubblicazione: 2016
  • Collana: Le Strade
  • ISBN-13: 9788876258282
  • Pagine: 160
  • Formato - Prezzo: Brossura - € 16,00

15 gennaio 2016

Mira dritto al cuore - Amneris Di Cesare

Una vacanza studio in America svanita sul più bello, un soggiorno di ripiego in un villaggio vacanze. Inizia così l'estate di Sarah, adolescente insoddisfatta e perennemente imbronciata. "Gli amori estivi non durano" dice sempre sua madre, ma la la profezia si incrina dopo l'incontro con due animatori, Thomas burbero aspirante archeologo di origini britanniche e Rudy seduttore dalla simpatia irresistibile. Sotto l'ombra di un pino marittimo, su uno spicchio di spiaggia candida, davanti al mare di Sicilia, Sarah vivrà i palpiti di una passione che non vorrà saperne di passare per semplice amicizia. Il desiderio sopito cavalcherà gli anni e condizionerà le sue scelte di donna nel bene e nel male.

Recensione

Andando oltre la sequenza di vicissitudini che compongono questo romanzo, la prima caratteristica che salta agli occhi è proprio l’ambientazione strettamente italiana che in qualche modo fa emergere il testo tra le letture di genere che attualmente invadono le librerie. Il nostro Bel Paese è teatro delle tragedie emotive e dei sensi di rivalsa della protagonista, invadendo il campo in lungo e largo, con Roma, Bologna e la Sicilia, restituendo comunque dignità al tessuto spaziale senza trascurare le peculiari caratteristiche oggettive dei territori in cui la scena si svolge. L’autrice ci racconta un’Italia composta dai locali, dal mare e di senso della misura cittadina dove tutto è riconoscibile e nel contempo assume anche dei connotati intimi, che incentivano la scena, la accompagnano.

Il romanzo comunque, per quanto possa sembrare che racconti il classico triangolo amoroso con tutti gli elementi compatibili, dai tremori ai litigi sino alle dichiarazioni emotive esplicite, proietta comunque il lettore nella nostra società culturale, in continua crescita, partendo da una figura femminile che non solo si limita a sognare, come le eroine di un tempo, ma dei desideri ne fa la sua emancipazione prima e la sua condanna poi, varcando i limiti dei canoni rosa per descriverci in modo puntuale e inappellabile la dimensione di genere femminile, con la lotta all’affermazione personale nel quotidiano, così come nell’impatto culturale.
Sarah ci conduce attraverso la sua storia all’indipendenza e le scelte di vita, alla maternità e alla violenza domestica consentendoci di fermarci a pensare, anche solo un attimo, sullo stato attuale delle carenze del nostro essere cittadini e uomini in un mondo dove ancora ci sono realtà in cui la prevaricazione delle donne è fortemente radicata. In questa ottica si percepisce una dimensione realistica di un’esperienza di vita. Sarah e gli altri protagonisti calpestano le scene di un epoca in movimento, tra gli anni novanta e il duemila, dove molto è stato portato alla ribalta dei riflettori sulle violenze di genere e sulla necessità di pari opportunità che non parifichino e basta, ma mantengano in conto le differenze oggettive per poter ragionare in termini di equità, idea sulla quale la protagonista potrebbe benissimo ergersi a eroina dei tempi moderni.
Durante la lettura comunque emergono con decisione la psiche dei vari attori, gli amori di Sarah in prima linea, da Thomas a Rudy, passando anche per Andrea, consentendoci di restare dentro la storia e di capirne l’indole.

Un altro tema prevalente è di sicuro il senso del destino che assume due significati distinti: da un lato l’archetipo della sua ineluttabilità e dall’altro la sua continua modifica proprio a opera delle scelte e dei cambiamenti personali degli attori in gioco, sfruttando al massimo la dimensione temporale dell’impianto narrativo che ci riporta delle vite che cambiano, crescono e si evolvono compiendo scelte e a volte non compiendole nemmeno, lasciando navigare la persona sulla scia degli eventi.
La resa finale appartiene quindi alle storie personali altamente tridimensionali che coinvolgono e stupiscono nella lettura, nonostante l’evidente predilezione all’happy ending, come è giusto che sia in certi casi.

Dal profilo formale Mira dritto al cuore risulta una lettura scorrevole e non pesante. Il testo è curato, il ritmo gestionale è buono, senza picchi e soprattutto senza errori logici nella concezione della trama e nel conseguente sviluppo. Non sempre si arriva a condividere gli effetti della storia e le ripercussioni, ma il rispetto per il vissuto comunque prevale sul senso soggettivo delle scelte che noi, al posto di Sarah, avremmo voluto compiere.

Di sicuro questo libro non può rimanere ancorato alla concezione di storia rosa, perché ne sfrutta i limiti per arrivare a dare concretezza a tutto un insieme di concetti che trascendono dall’amore alle tematiche sociali. SI presenta come un narrato ricco, che porta alla luce diversi dilemmi moderni, e che forse spiega come dinanzi alle difficoltà della vita, sia necessario fare caso alle emozioni, ma anche al modo con cui compiamo le nostre scelte.

Giudizio:

+4stelle

Dettagli del libro

  • Titolo: Mira dritto al cuore
  • Autore: Amneris Di Cesare
  • Editore: Runa Editrice
  • Data di Pubblicazione: 2014
  • ISBN-13: 9788897674368
  • Pagine: 353
  • Formato - Prezzo: Brossura - € 15,00

2 dicembre 2015

Quasi una commedia - Beatrice Da Vela

Roma, Primavera 1972. Il cinico professore Tommaso, con la complicità dell’inseparabile amica Lucia, scappa da una noiosa festa di battesimo verso quella che sembra l’usuale notte di libertà e dell’amore che “non osa pronunciare il suo nome”. Ma quello che inizia è un viaggio metaforico in una città infernale, dove l’unica salvezza è un giovane biondo, che potrebbe portare Tommaso fuori dal primo regno, verso la nebbia del Purgatorio e la luce del Paradiso.


Recensione

La prima sensazione che colpisce di questa storia, non appena se ne conclude la lettura, è il dilemma di un’intera generazione politica che, forte delle lotte passate, deve fare i conti con la modernità sociale che irrompe nella scena e si diffonde a macchia d’olio nella vita delle persone che circondano i protagonisti della storia, provocando anche un senso di smarrimento.
Al di là delle caratteristiche peculiari di ciascuno, Tommaso l’intellettuale protagonista e la sua amica di sempre Lucia, si confrontano coi temi scottanti del post ’68, con la critica che quell’era di cambiamento ha portato nella concezione stessa di politica in Italia. Siamo negli anni settanta, esistono ancora le lotte intestine di partito, i confronti di leadership e la stessa politica entra conflitto con se stessa e con ciò che la circonda, attestando il passaggio a un nuovo modo di fare politica che, in qualche modo, si discosta dagli ideali per arrivare alla carriera, trasformando il senso stesso della comunanza che fino a quel momento significava rappresentare gli altri.

Per quanto questa considerazione si possa considerare azzardata, è complementare al fascino indubbio che il protagonista esercita in tutti quei lettori che si ritrovano a interagire con lui, sbirciando nella sua vita. Tommaso è un uomo fondamentalmente solo, che non ritiene di poter dedicare la sua esistenza a una situazione sentimentale stabile: ha una posizione lavorativa da tutelare e, soprattutto, è omosessuale.
Si concede delle libertà a pagamento che lo porteranno a scontrarsi purtroppo con la violenza e con l’odio che all’epoca si respirava per chi, come lui, aveva un’affettività non convenzionale, tema tra l’altro alla ribalta ancora oggi delle cronache nostrane.
Ma proprio i postumi dell’aggressione gli consentono di poter rimettere a fuoco la sua vita e fare i conti coi suoi stessi orientamenti, facilitato in questo dall’incontro con Brunetto, un giovane omosessuale che dimostra al professore, nonostante il suo retroterra culturale e la sua ingenuità profonda, la possibilità di poter amare ed essere corrisposti, anche quando nessuno sarebbe pronto a scommetterci su. Infatti la loro diversità personale nella coppia costituisce la loro forza più grande: Tommaso ammette Brunetto nella sua vita, nonostante la strenua lotta interiore, e il giovane inizia ad accettare chi è e aiuta il professore a farsi amare senza condizionamenti. Anche nel loro caso i due uomini simboleggiano un passaggio caro alle associazioni che rivendicano i diritti civili, lanciando un messaggio che oggi per i più è scontato (ma non sempre accettato da chi fomenta l’odio): si può amare anche si sono due uomini a farlo.

Un altro aspetto molto interessante è proprio l’ambientazione italiana, che gravita intorno alla capitale ma nel contempo ci porta in diverse location del circondario, mostrando in modo puntuale e accorato la situazione e la diversità soprattutto tra il mondo rurale e campagnolo e invece l’aria cittadina, sofisticata e altezzosa nei vari percorsi che vengono raccontati.
Lo stile è pulito, sobrio e scorrevole con alcuni accenni di eleganza che arricchiscono l’esposizione della trama, i dialoghi mettono in evidenza le diversità di fondo dei vari personaggi che si avvicendano nella scena e tutto sommato anche la parlata romana che viene riportata fedelmente nelle varie scene a opera magari di Brunetto o di altri personaggi che mostrano poca dimestichezza con l’italiano, rendono questo romanzo godibile, senza appesantirlo.

Pur trattandosi di un libro breve, Quasi una commedia si dimostra un bel racconto ricco di storia e di emozioni sottili che trascinano il lettore, raccontando su più livelli narrativi la storia del nostro paese in un’epoca poco studiata e conosciuta da chi l’ha vissuta personalmente, dalla quale abbiamo comunque ereditato il nostro vivere moderno. Ci racconta l’Italia, gli ideali di una volta e la politica, ma anche i sentimenti, le paure e i dilemmi dell’animo umano che, a qualsiasi età, sono ancora capaci di stupirsi e, soprattutto, di stupire.

Giudizio:

+4stelle+ e mezzo

Dettagli del libro

  • Titolo: Quasi una commedia
  • Autore: Beatrice Da Vela
  • Editore: Leucotea
  • Data di Pubblicazione: 2015
  • Collana: projet
  • ISBN-13: 978889906726 7
  • Pagine: 164
  • Formato - Prezzo: cartaceo €13,90 e-book € 5,99

21 novembre 2015

L'ultima volta che ho avuto sedici anni - Marino Buzzi

Giovanni e la sua irrequieta adolescenza, le sue paure, le sue debolezze. Un ragazzo dal corpo troppo ingombrante per poter passare inosservato, vittima perfetta dei bulli della scuola. Il sadico equilibrio creatosi all'interno della piccola comunità si rompe quando Giovanni scompare nel nulla, improvvisamente. E lui stesso a raccontare in presa diretta cosa succede in paese dopo la sua scomparsa, quali sono le reazioni di tutti, da una prospettiva obliqua e lucidissima, utile a restituire i comportamenti e gli umori della gente di fronte a un evento tristissimo e inspiegabile. "L'ultima volta che ho avuto sedici anni" racconta una storia purtroppo quotidiana, tanto feroce quanto possono esserlo i ragazzi. Ci racconta l'inconsapevolezza che a volte guida i più giovani nel mettere in pratica le violenze più ignobili e ottuse.

Recensione

Riuscire a confrontarsi con una tematica drammaticamente attuale come quella che ci propone questo romanzo, non è semplice. La voce narrante, l’adolescente Giovanni che per tanto tempo ha subito le violenze e lo scherno dei compagni di scuola, si assume l’onere di presentare in modo il più possibile oggettivo la realtà non solo dei soprusi che ha subito ma anche delle ragioni che li hanno scatenati. La sua colpa è l’obesità che lo condanna a essere individuato come diverso dal gruppo, eppure il pregio maggiore della storia è proprio quella di andare oltre al dato oggettivo: Giovanni scava nel profondo, non si limita a descrivere il suo dramma ma presenta tutte le contraddizioni e i dolori dei suoi compagni, i loro segreti che pur trasformandoli in carnefici, in nome di una popolarità effimera, li trasforma comunque in altrettanti perdenti.
Senza via di scampo.

L’autore ha utilizzato il punto di vista del giovane per porre rilievo a tutte le sfaccettature di un disagio condiviso e al tempo stesso personale: da una famiglia economicamente potente ma povera di affetti per Spillo, alla lotta individuale per emergere e magari scappare da una realtà grigia, come nel caso di Ombra e per certi versi anche di Anna, sino a dinamiche più profonde, come l’omosessualità di Bambi, altro bersaglio di derisione e brutalità, o alla stessa rabbia irrazionale di Tony, il capo della combriccola che attiva tutti i comportamenti più pesanti nei confronti degli emarginati a beneficio dell’intero microcosmo scolastico.

Uscendo però dall’intensità del messaggio di cui L’ultima volta che ho avuto sedici anni si fa portatore, il libro in sé espone con uno stile semplice e diretto un percorso di resa dello stesso protagonista e della sua famiglia, iniziando proprio dal momento in cui Giovanni osserva tutti quanti in disparte, senza farsi vedere. È scappato e nessuno sa dove si trova, e lo scandalo che la sua fuga suscita fa emergere tutte le contraddizioni della sua realtà sociale, mettendo in evidenza quelle dinamiche nascoste dalla facciata.
La scelta di far parlare proprio lui in modo onnisciente però appare discutibile perché rischia di rivelare sin dai primi capitoli l’epilogo di questa storia, cosa che comunque è effettivamente intuibile, nonostante la storia tenda a voler suscitare la curiosità di capire se Giovanni è semplicemente fuggito perché non riusciva più a reggere il peso delle vessazioni a cui era sottoposto, magari rincorrendo la speranza di una vita migliore, o se realmente qualcuno gli ha fatto del male in modo definitivo. Un nodo che comunque si scioglie sul finale.

Al di là di tutte le considerazioni, questo romanzo breve lascia comunque un’impronta che marchia nel profondo il lettore, non solo perché nel bene o nel male tutti attraversiamo nella nostra esistenza il periodo contraddittorio e spesso doloroso dell’adolescenza, entrando in contatto con episodi più o meno espliciti di emarginazione, paura e anche di sopruso, ma soprattutto perché ha il coraggio di evidenziare un fenomeno come il bullismo che può portare conseguenze anche indelebili nella vita di chi lo subisce.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: L'ultima volta che ho avuto sedici anni
  • Autore: Marino Buzzi
  • Editore: Baldini e Castoldi
  • Data di Pubblicazione: 2015
  • Collana: Romanzi e racconti
  • ISBN-13: 9788868528331
  • Pagine: 176
  • Formato - Prezzo: € 15,00 cartaceo - € 7,99 e-book

11 agosto 2015

Speciale Romanzi d'Appendice: I miserabili - Victor Hugo

Victor-Marie Hugo, nato nel 1802 a Besançon dalla famiglia di un generale napoleonico e morto a Parigi nel 1885, venerato come padre della Patria, può essere considerato in qualche modo una figura esemplare del Romanticismo e della storia francesi del XIX secolo. Dopo una vocazione molto precoce per la scrittura, legata a un'istruzione classica e insieme attenta all'attualità, il suo debutto avviene poco dopo l'adolescenza e segna l'inizio di una carriera letteraria e politica lunghissima e prolifica, dalla prosa alla poesia, al teatro.

Attivo nei circoli del romanticismo parigino anche come pubblicista, nel 1830 la polemica nota come bataille d'Ernani generata dal suo dramma omonimo, poi musicato da Verdi nel 1844, viene ritenuta una data d'inizio per il fenomeno romantico francese. Attivo anche politicamente come avversario dell'oscurantismo reazionario e sostenitore di ideali liberali o vicini al nascente socialismo filantropico-umanitario, ha una vita pubblica e privata molto attiva, funestata da morti di figli e parenti, dalla follia della figlia Adéle e da battaglie politiche, alle quali possiamo riportare diverse idee anche del suo capolavoro, I miserabili, scritto con diverse pause dal 1834 fino al 1862. Le forme del romanzo storico e i temi che prendono spunto da questioni sociali come la gisutizia e le differenze di classe nel movimentato scenario politico della Francia moderna forniscono materia a una penna, quella di Hugo, praticamente inesauribile. L'impegno politico, che lo porta allo scontro, dopo un iniziale sostegno, con il regime di Napoleone III per via della svolta autocratica del 1851, lo consacra con l'esilio prima a Bruxelles e poi a Guernesey un padre nobile, coperto di onori e considerazione come Pari di Francia, già dai tempi di Luigi Filippo, e Senatore, e infine sepolto subito dopo la morte nel Pantheon, nel 1885.


In questo grande romanzo, tra i più importanti della letteratura francese, Victor Hugo riversa gran parte della sua esperienza umana e sociale, per costruire una storia di fatica, esilio, amore e povertà. Un'epopea della miseria e un imponente affresco d'epoca che, nella Parigi dell'800, vede protagonisti alcuni indimenticabili personaggi, come Jean Valjean, la solare Cosette, Fantine, il cupo ispettore Javert: anti-eroi ricchi di luci e ombre, capaci di gesti scellerati ma anche di azioni generose e commoventi. Una storia dal ritmo incalzante, magistrale e irripetibile per l'autenticità delle emozioni e per la complessità della trama narrativa.

Recensione

Più che cosmologica leggere I miserabili di Victor Hugo sembra un'impresa titanica, al limite delle forze del lettore medio. Almeno questa è la prima impressione di fronte al monumentale mattone della letteratura francese ed europea pubblicato in volume nel 1862, sebbene per la struttura e la gestazione, oltre che per le tematiche 'eversive', sia tranquillamente assimilabile ai romanzi d'appendice tanto di moda all'inizio del XIX secolo, in particolare a I misteri di Parigi di Eugéne Sue del 1843.
Prima impressione soltanto, però, perché ad avere la perseveranza diabolica di portare a termine l'eroica impresa capita di ribaltare il giudizio e di considerare il feuilleton di Hugo un vero capolavoro, pur con le sue pecche. Fin dalle prime pagine ci si accorge innanzitutto di come la penna dell'autore sia abilissima nel plasmare figure e ambienti, personaggi e situazioni storiche. Ci si riferisce soprattutto al ritratto iniziale del vescovo di Digne, monsignor Bienvenu Myriel, con la sua pacata santità quotidiana, quasi laica, con la sorella condiscendente e santa per analogia e la perpetua Magloire, devota e protettiva. Al termine della vicenda intera si percepisce invece anche il respiro oceanico e profondo dell'opera che ruota tutta intorno alla figura di Jean Valjean e in cui anche tutti gli episodi iniziali acquisiscono una collocazione e un ruolo perfettamente coerenti: nella trama in sé, in un libro smisurato come questo, non un episodio appare superfluo. Questo dà conto della grandezza di Hugo e del suo capolavoro.

Al di là degli spaccati sociali e delle riflessioni umane sulle classi e i loro rapporti, dei racconti storici, anche vissuti in prima persona, degli scorci insuperabili di una Parigi già del tutto 'ville' ma non ancora molto 'lumiére', dei singoli personaggi, I miserabili trovano una dimensione sublime nella figura gigantesca e indimenticabile del protagonista, Jean Valjean.
Questo gigante-nano riassume in sé e nel suo destino sciagurato e sublime insieme il senso di un'epoca e della sua visione della vita, tradotto in forma romantico-sentimentale – forse un po' fuori tempo massimo se pensiamo che l'opera di Hugo fu pubblicata ben sei anni dopo Madame Bovary, il capolavoro di Flaubert che dava il segno di un netto cambiamento del clima letterario in direzione naturalista – ma capace di suscitare nel pubblico una partecipazione fortissima da un colpo di scena all'altro e di unificare il fluire della narrazione e di tutti gli altri personaggi, da Cosette a Gavroche, da Fantine a Marius, dall'ispettore Javert al vescovo Bienvenu.

Valjean, il vescovo Bienvenu e
i candelabri d'argento
Ed è singolare come questo tipo, o meglio arche-tipo, umano in grado di evocare storie e mondi così diversi e distanti, protagonista solitario di una traversata di profondissima espiazione, nel romanzo si limiti perlopiù al ruolo di presenza muta: fino alla conclusione, in cui la confessione/congedo assume il tono di un profluvio di parole, Valjean-Madeleine-Fauchelevent parla con il contagocce. Magari la sua vita interiore è l'oggetto d'analisi preferito dall'autore ma le sue parole, le sue esternazioni sono limitatissime. La sua figura sublima se stessa nel simbolo che incarna e che si può forse riconoscere nel valore allegorico dei candelabri del vescovo Bienvenu, a lui 'donati' all'inizio della vicenda. I candelabri sono segno della luce che rischiara le tenebre, sia come sforzo laico verso il progresso sociale di una mentalità che arriva dal secolo dei Lumi, moderata e pacifica nella sua portata rivoluzionaria, sia come virtù religiosa da trasmettere di testimone in testimone attraverso una fede non fredda e distante da una realtà spesso brutale ma anzi in grado di riscaldarla: Valjean è a tutti gli effetti 'figlio' in spirito del vescovo Bienvenu, che lo fa rinascere al mondo come uomo nuovo e passa il testimone di una nuova ed eterna umanità alla generazione successiva, attraverso la felicità di Marius e Cosette, di cui è, a tutti gli effetti, padre.
In questa successione lineare e semplice l'autore, in parte per moda – quella dell'appendice –, in parte per dare spazio ai suoi intenti di critica sociale, in particolare sul senso della pena e della redenzione nella giustizia e nella società degli uomini, in parte per la gestazione molto lunga del racconto, inserisce una serie di lunghe divagazioni, che appesantiscono la lettura, almeno per noi lettori moderni. Si parla di Waterloo, ed ecco che parte una ricostruzione storica dettagliatissima sulla battaglia esiziale per Napoleone di diverse decine di pagine. Valjean e Cosette finiscono in un monastero di clausura: interi capitoli ne descrivono vita morte e – letteralmente – miracoli per dare un senso dell'esperienza della vita contemplativa. I superstiti della rivolta del 1832 trovano scampo nelle fogne di Parigi, ma il lettore non si salva da una accuratissima ricostruzione della storia fognaria della capitale francese, con annessi aneddoti e varie altre amenità.

In effetti questo affastellarsi di deviazioni laterali dal tronco della storia di Valjean potrebbero indurre a dare a I miserabili meno di cinque stelle, anche tenendo conto del fatto che si è di fronte a uno stile narrativo alquanto lontano dai nostri gusti. Quando però ci si trova dinanzi al finale, quando ogni sorpresa sembra ormai lontana e inverosimile, e invece Hugo trova con un colpo di genio il modo – sì, è vero, piuttosto strappalacrime: ma si tratta di un feuilleton, in fin dei conti! – di stupire il lettore, di rimettere in equilibrio tutte le vicende del racconto, di salvare i proverbiali capra e cavoli e di commuovere, tutta la fatica del leggere viene ampiamente ripagata e superata. Non resta che un miserabile senso di vuoto perché si è giunti all'ultima pagina.

Giudizio:

+5stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: I miserabili
  • Titolo originale: Les Misérables
  • Autore: Victor Hugo
  • Traduttore: Riccardo Reim
  • Editore: Newton Compton
  • Data di Pubblicazione: 1995
  • Collana: I Mammut, I grandi tascabili economici
  • ISBN-13: 9788879836234
  • Pagine: 1296
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 12,90

27 giugno 2013

Limonov - Emmanuel Carrère

Limonov non è un personaggio inventato. Esiste davvero: «è stato teppista in Ucraina, idolo dell'underground sovietico, barbone e poi domestico di un miliardario a Manhattan, scrittore alla moda a Parigi, soldato sperduto nei Balcani; e adesso, nell'immenso bordello del dopo comunismo, vecchio capo carismatico di un partito di giovani desperados. Lui si vede come un eroe, ma lo si può considerare anche una carogna: io sospendo il giudizio» si legge nelle prime pagine di questo libro.
E se Carrère ha deciso di scriverlo è perché ha pensato «che la sua vita romanzesca e spericolata raccontasse qualcosa, non solamente di lui, Limonov, non solamente della Russia, ma della storia di noi tutti dopo la fine della seconda guerra mondiale».
La vita di Eduard Limonov, però, è innanzitutto un romanzo di avventure: al tempo stesso avvincente, nero, scandaloso, scapigliato, amaro, sorprendente, e irresistibile. Perché Carrère riesce a fare di lui un personaggio a volte commovente, a volte ripugnante – a volte perfino accattivante. Ma mai, assolutamente mai, mediocre.
Che si trascini gonfio di alcol sui marciapiedi di New York dopo essere stato piantato dall'amatissima moglie o si lasci invischiare nei più grotteschi salotti parigini, che vada ad arruolarsi nelle milizie filoserbe o approfitti della reclusione in un campo di lavoro per temprare il «duro metallo di cui è fatta la sua anima», Limonov vive ciascuna di queste esperienze fino in fondo, senza mai chiudere gli occhi, con una temerarietà e una pervicacia che suscitano rispetto.
Ed è senza mai chiudere gli occhi che Emmanuel Carrère attraversa questa esistenza oltraggiosa, e vi si immerge e vi si rispecchia come solo può fare chi, come lui, ha vissuto una vita che ha qualcosa di un «romanzo russo».

Recensione

Il racconto della vita di Limonov è sospeso a metà tra biografia e romanzo, tra saggio sulla Russia contemporanea e reportage di attualità, con accenti di autobiografia, e in esso l'autore mescola alle testimonianze in presa diretta anche memorie e aneddoti personali, nella forma di una biografia fortemente partecipata.
Purtroppo in italiano il titolo - che è anche il soprannome del protagonista e in russo viene da 'limonka' ossia granata, bomba a mano, nome usato anche per una fanzine di avanguardismo politico a lui legata - non rimanda al campo semantico originario, quello del conflitto, ma a qualcosa di molto più leggero.
In ogni caso la vita di Eduard Savenko, in arte Limonov, è materia da letteratura.
In apertura l'autore, che conosce e a modo suo stima anche il personaggio di cui racconta la vita, pone le basi per un interessante parallelo tra Limonov e un protagonista della Russia e della politica internazionale, il presidente-quasi-autocrate Vladimir Putin. Entrambi provengono dallo stesso ambiente sociale, sono figli di agenti del Keghebè e soffrono, anche in senso materiale, del disfacimento dell'URSS e del blocco comunista, rimanendo spaesati e privi di punti di riferimento e di valori a cui attaccare il proprio orgoglio nazionale e la propria identità.
La differenza sta nel fatto che mentre Limonov brama il potere soprattutto per narcisismo, in Putin, che ci arriva quasi per cooptazione degli oligarchi più influenti dell'era Eltsin, almeno secondo l'autore, il narcisismo è un prodotto del potere, e non una sua causa.
Entrambi però, su fronti opposti, condividono la memoria positiva degli anni della loro infanzia sovietica:
"Chi vuol restaurare il comunismo è senza cervello, chi non lo rimpiange è senza cuore"
(Vladimir Putin)
Limonov, sempre secondo l'autore, certo condivide questo aforisma di Putin e certo del politico russo invidia il ruolo di padre di una patria che senza di lui sembrava diretta a cedere il ruolo di grande potenza che si era ritagliato grazie al Comunismo sovietico.
La sua personalità a tutto tondo, bellicista perchè in guerra col mondo, interventista, artistoide ed egocentrica presenta dei lati dannunziani: dall'esibizionismo narcisista e un po' metrosexual a una forte dose di ambiguità sessuale, dall'impegno militarista sfrontato e scevro di ogni remora e regola morale e politica alla capacità di comunicare e crearsi un seguito ideale, da una forma alquanto complessa, a volte tortuosa, di coerenza a una spregiudicata e camaleontica capacità di adattamento.
Vicino al presidente Putin per alcuni aspetti, in particolare la nostalgia dell'orgoglio nazionale sovietico, e insieme suo rivale politico, si ritrova ad essere dissidente soprattutto per la forte volontà di emergere.
In qualche misura, nelle sue debolezze e nei suoi spigoli, Limonov incarna il tipo dell'ultra-uomo nietzschiano e della volontà di potenza, e la sua agitata vita interiore ed esteriore produce un'immagine, artefatta e spontanea insieme, che può rappresentare bene una certa parte della storia spirituale russa. Del resto Càrrere lo paragona spesso a dei personaggi usciti dalla penna di Dostoevskij.
Brevemente vale la pena di sottolineare che - e questo potrebbe essere un pregio e insieme una debolezza - il carattere di Limonov non è mai, nella narrazione, del tutto scisso dalla memoria personale del suo biografo francese. L'autore non manca da un lato di ricordare come il loro rapporto di conoscenza sia stato fondamentale nella scelta di scrivere e, dall'altro, di rimarcare come, nel suo stesso pensiero, luci e ombre del protagonista si presentino al giudizio in un'ampia gamma di sfumature.
Il percorso di vita che il poeta dissidente russo sceglie è quello dell'impegno in prima persona e in prima fila, e le aspirazioni letterarie sono un tramite per arrivare alla gloria e occupare uno spazio sotto le luci della ribalta. Il riscatto nazionale e la rinascita dell'orgoglio russo, con elementi di panslavismo, passano attraverso la fuga dall'URSS sonnolenta degli anni '70 di Breznev, la crisi e il fallimento di ogni prospettiva artistica nella Manhattan che lo accoglie si, ma come fenomeno da baraccone e al più come domestico, e infine con il ritorno all'Europa degli anni 80, in particolare alla Francia dove riesce a inserirsi nel panorama intellettualoide della perestrojka.
Carrère, con l'abilità di uno sceneggiatore professionale, raccoglie in prima persona e racconta le esperienze del suo protagonista in maniera esemplare, unendo momenti lirici e aneddoti sordidi, mettendo in mostra tutti gli angoli nascosti della sua policroma personalità ed evidenziandone contraddizioni e lati oscuri.
Ma quel che è più importante riesce a cucire in modo perfetto, senza eccessi e senza sbavature, il ritratto di un dissidente e artista con il ritratto di una nazione. Si rimane nell'ambito del romanzo di formazione e nello stesso tempo, come in un saggio di geopolitica, la storia, quella recente degli ultimi due decenni del crollo dell'URSS, dell'era di Eltsin e degli oligarchi e infine della democrazia di Putin dalle forti venature di cesarismo, irrompe con tutta la sua forza nella narrazione.
Gli spazi della prosa si adattano alla miseria della vita da clochard in squallidi monolocali newyorchesi, ai rapporti omosessuali consumati per sete di avventura e di contatto umano e sbandierati con fierezza da artista, al rapporto masochista con le donne, soprattutto Natascia, alcolizzata e ninfomane, e uniscono le follie di sgangherate spedizioni nei Balcani in fiamme all'ardore patriottico, che lo porterà a fondare un partito d'opinione e a scontare una condanna per terrorismo in un moderno gulag come oppositore di un regime, lui che aveva sempre odiato la retorica della dissidenza di Brodsky e Solzenitsyn.
La parte più coinvolgente è appunto quella del prigioniero politico, nella quale Limonov riesce a soddisfare il suo bisogno di martirio testimoniando di essere presente e protagonista del suo tempo. Nelle carceri trova compimento il percorso iniziato nelle sperdute latitudini della Siberia alla ricerca di un rapporto totale con la sua terra e riceve una sorta di illuminazione mistica.
Ma il finale - che del resto è solo provvisorio: Limonov a settant'anni suonati è ancora vivo e vegeto, nonché politicamente arzillo - non è trionfale nè consolatorio: nonostante tutto, Eduard è uno sconfitto, non è una maschera tragica e neppure gli è riservato il riconoscimento del sacrificio, in una nazione che sembra votata a un torpore etilico e fatalista di fronte agli sconvolgimenti della storia.
Rimane una figura titanica e incongrua sullo sfondo sterminato e incomprensibile delle steppe dell'Asia centrale, che emerge e si confonde tra i cieli pesanti come cappe e orizzonti irraggiungibili e insieme quotidiani.

Giudizio:

+5stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Limonov
  • Titolo originale: Limonov
  • Autore: Emmanuele Carrère
  • Traduttore: Francesco Bergamasco
  • Editore: Adelphi
  • Data di Pubblicazione: 2012
  • Collana: Fabula
  • ISBN-13: 9788845973291
  • Pagine: 356
  • Formato - Prezzo:  Brossura - Euro 19,00

18 giugno 2013

Denti bianchi - Zadie Smith

Due famiglie, i Jones e gli Iqbal, le cui vite sconclusionate racchiudono gli ottimismi e le contraddizioni del secolo appena concluso. Archie Jones è un tipico proletario inglese, mentre il suo migliore amico è il bengalese e musulmano Samad Iqbal.
Si sono conosciuti su un carrarmato alla fine della Seconda guerra mondiale, diretti a Istanbul e ignari del fatto che la guerra era già finita. Riunitasi a Londra trent'anni dopo, questa coppia improbabile si ritrova coinvolta nel ciclone politico, razziale e sessuale di quei tempi.

Recensione

A me personalmente ha fatto una certa impressione, per ragioni anagrafiche, trovarmi a leggere un romanzo che racconta, trattandolo come un periodo che si può considerare in qualche modo storia, anche gli anni '90.
In realtà si tratta solo della parte conclusiva di 'Denti bianchi', quella ambientata nell'ultimo decennio del secolo breve, perché il racconto parte dagli anni '70 e però, tra flashback e rievocazioni di ricordi passati, tira in ballo episodi ambientati in Grecia ai tempi della Seconda Guerra Mondiale con Archie e Samad e risale anche indietro fino agli inizi del secolo, alle origini giamaicane di Clara Bowden, la seconda moglie di Archie.
Oltre a quest'ampiezza cronologica la trama si articola sul confronto di una vasta gamma di situazioni sociali, tutte però incentrate sul tema dell'integrazione e del confronto tra culture e provenienze diverse. Che, sicuramente, per un paese uso, in virtù del suo passato coloniale, a situazioni multietniche e multiculturali, risulta molto più immediato di quanto non sia per un pubblico italiano.
Da un lato c'è la famiglia fieramente islamica dei bengalesi immigrati, quella di Samad Iqbal, che vede nel tradizionalismo religioso il fattore identitario necessario a sopravvivere in un mondo in cui si sente corpo estraneo, per aspetto esteriore e mentalità. Dall'altro una famiglia formata da un britannico puro sangue che al suo secondo matrimonio, dopo un divorzio da una donna italiana, come alternativa al suicidio sceglie di sposare una mulatta caraibica che fugge dall'educazione  ortodossa dei Testimoni di Geova.
A questa serie di sfumature etiche e religiose, dal fondamentalismo all'ateismo al nichilismo, si aggiungono i conflitti famigliari che si creano inevitabilmente quando le seconde generazioni, cresciute nella modernità del mondo occidentale, si scontrano con il mondo dei loro genitori. Irie, la figlia della caraibica Clara e di Archie, cresce nell'insicurezza data anche dal rapporto molto fragile e distaccato che c'è tra i suoi genitori; i gemelli Magid e Millat, figli di Samad, vengono divisi perché almeno uno possa salvarsi dall'inquinamento del mondo moderno e perdono il loro legame quasi simbiotico, pur riuscendo a deludere entrambi le aspettative di Samad, la cui vita si centra su una rivincita di ambizioni frustrate attraverso i propri figli e su un orgoglio velleitario e testardo, che lo porta a rovinare il rapporto coniugale e a ignorare qualunque cambiamento.
A queste due famiglie già molto colorite si aggiungono gli accenti locali del terzo modello, la famiglia esemplare 'total british', i Chalfen, che entrano in contatto con le realtà dell'immigrazione attraverso il figlio Joshua, compagno di scuola e coetaneo di Irie e Millat. Esponenti della media borghesia, benestanti e intellettuali provenienti dalla contestazione degli anni '70, il 'chalfenismo' rappresenta il terzo pilastro del romanzo, dopo lo straniero puro e orgoglioso degli Iqbal e la contaminazione ibrida dei Jones. La 'happy family' inglese costituisce l'elemento dell'aborigeno puro, per quanto critico verso la propria storia, e aperto, almeno in linea di principio, al diverso.
Ai contrasti naturalmente dovuti a differenze di credo religioso, di tradizioni e costumi e anche di lingua si aggiungono i conflitti generazionali e quelli prodotti dagli incroci di tutti questi fattori, in un disordine di storie e di intrecci che non è sempre facilissimo seguire e in cui i 'denti bianchi' del titolo costituiscono una sorta di simbolo ricorrente, quasi un fiume carsico, della comune natura umana, a prescindere dalle differenze contingenti.
Nel complesso lo stile è notevole, soprattutto per essere un esordio, e ricco di dettagli, di particolari, di sfumature, molto maturo e brillante nella resa dei paesaggi urbani e sociali, e nello stesso tempo ha richiamato alla mia memoria diversi romanzi americani acclamati dalla critica - due su tutti Middlesex di Eugenides e Le correzioni di Franzen -, con i quali Denti bianchi condivide grossomodo il modello familiare. Sembra quasi di poterla ascoltare, nella lettura, questa sorta di patina stereotipata da narrativa angloamericana moderna, nell'opera di Zadie Smith, come se si riconoscesse alla radio un motivo musicale molto orecchiabile e per questo a tratti anonimo.
Tutta la costruzione narrativa mira a mostrare le difficoltà umane e sociali di un percorso di integrazione ineluttabile e insieme oneroso; resta però il dubbio al lettore che la struttura risenta, come nella mancanza di un'originalità di fondo della voce narrante, di una posizione a tema già prestabilita, nella quale a volte i personaggi sembrano muoversi a scatti come burattini manovrati, con notevole stile ma non senza movimenti meccanici, da dietro le quinte.
Soprattutto per l'affastellarsi, man mano che il finale si avvicina e i nodi vengono al pettine, di tanti temi diversi, dall'ambientalismo estremo di Joshua Chalfen, che si ritrova sulle stesse posizioni del fondamentalismo islamico del teppista convertito Millat Iqbal, alla fede assoluta del genetista Marcus Chalfen nello sviluppo della scienza come fonte di salvezza per il genere umano, che trova una sponda inaspettata in Magid Iqbal, la cui educazione bengalese tradizionale avrebbe invece, nelle intenzioni di Samad, dovuto indirizzarlo a ideali e valori più fedeli a quelli di famiglia.
Convergono verso il finale oltre a questi temi anche personaggi che avevamo visto in azione all'inizio del romanzo, da un fidanzatino adolescenziale di Clara Bowden-Jones a uno scienziato nazista incontrato da Archie e Samad durante la II g.m. e l'impressione è che ci si avvii verso una conclusione esplosiva. In realtà il risultato di tutto questo chaos è la classica montagna che partorisce - anche in senso letterale - un topolino.
Se anche il romanzo si conclude in maniera inaspettata e improvvisa, forse anche geniale in sé, sembra quasi che voglia essere una distrazione o una consolazione per il lettore che è costretto a lasciare i personaggi senza che nessuno dei loro problemi e dubbi esistenziali, come nella vita reale del resto, si siano risolti.
Come a dire che in fondo il lettore, come i personaggi, dovrà vedersela da sé.
Sarà il caso di includerlo nella lista di libri da leggere assolutamente dell'ultimo secolo?

Giudizio:

+2stelle+ (e mezzo)

Dettagli del libro

  • Titolo: Denti bianchi
  • Titolo originale: White teeth
  • Autore: Zadie Smith
  • Traduttore: Laura Grimaldi
  • Editore: Mondadori
  • Data di Pubblicazione: 2009
  • Collana: Scrittori italiani e stranieri
  • ISBN-13: 9788804595090
  • Pagine: 546
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 10,50
 

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