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23 maggio 2016

Shades of Grey - Jasper Fforde

Benvenuti a Chromatacia, dove la gerarchia sociale è strettamente regolata dalla capacità di ogni individuo di percepire uno o più colori.
Eddie Russet vuole risalire la scala sociale, tuttavia i suoi piani per migliorare la propria percezione del rosso sposando l'erede di una delle famiglie più potenti subiscono una battuta d'arresto. Barcamenandosi tra regole inviolabili, infidi Gialli e una rischiosa amicizia con l'intrigante Grigia Jane, che mostra a Eddie che l'apparenza pacifica del suo mondo è tanto illusoria quanto i colori stessi, il ragazzo scopre di dover fare i conti con il crudele regime che governa questa facciata elegantemente dipinta.

Recensione

Le sfumature di grigio sono evidentemente un concetto di grande fascino per gli scrittori (o i presunti tali). C'è chi ne ha colto le potenzialità erotiche, dando tutto un nuovo significato al ruolo dello stalker psicopatico, e chi, come Jasper Fforde, le ha prese in senso più letterale e le ha usate come base della sua distopia comica.

Molti di voi conosceranno Fforde come l'autore della saga dedicata a Thrusday Next, l'investigatrice di casi letterari lanciata da Il caso Jane Eyre che risolve i suoi casi letteralmente saltando da un libro all'altro, giunta alla sua settima avventura.
Se siete familiari con la fantasia, il gusto per l'assurdo e la sottile ironia di questo autore avrete già capito che quella che ci troviamo fra le mani non è la solita distopia, sebbene l'idea di partenza sia sempre quella di un futuro post-apocalittico dove ogni forma di individualismo è scoraggiata in nome di un supposto benessere collettivo, sotto la rigida guida del solito regime totalitario che trae la sua forza nell'intricata e ridicola burocrazia e nel rafforzamento di una improbabile piramide sociale, al cui vertice risiedono coloro che possono vantare una migliore percezione dei colori.
Sì, perché il prossimo futuro immaginato da Fforde non è grigio solo a parole ma anche nei fatti: l'umanità ha perso la sua capacità di percepire l'intero spettro cromatico a causa di una non meglio identificata catastrofe e ora gli individui vengono classificati solo in base al colore che sono in grado di distinguere nel mare di grigio che li circonda.
L'unica possibilità di avanzamento sociale non è quindi in base al merito o al duro lavoro ma attraverso il matrimonio con una famiglia con percezione cromatica più elevata, sempre che non vogliate sposare un colore complementare, quello, sappiatelo, è assolutamente proibito dalle Regole.

Da questa breve panoramica si può intuire come Fforde non abbia fatto altro che estremizzare, grazie alla sua innata creatività, quelle caratteristiche che sono tipiche di ogni regime dittatoriale realmente apparso sul nostro pianeta, ovvero il fatto di essere basato su premesse ridicole e tenuto in piedi da un insieme di Regole ancora più ridicolo.
E cosa c'è di più ridicolo di non poter usare cucchiai perché per qualche misterioso motivo il Libro delle Regole non li annovera tra gli utensili moralmente accettabili o di rendere innocuo chi fa troppe domande spedendolo a fare un "censimento di sedie" ai confini della nazione oppure negare per legge l'esistenza di persone non conformi alle regole?

Nel ridicolizzare le pretese di totalitarismo, Fforde riesce inoltre a mettere il luce parecchie scomode verità sul modo di vivere in una società libera - perché in certe condizioni l'umanità non ci arriva per caso ma perché sembra predisposta a comportamenti assurdi come il rifiutarsi di mettere in discussione verità prestabilite anche quando prive di fondamento o supporre erroneamente che possiamo rinunciare a forme di libertà più grandi in nome del possesso di oggetti materiali senza senso.

Lo svantaggio dell'approccio satirico dell'autore è che i suoi personaggi sono spesso ottusi manichini che travalicano il confine tra il ridicolo e il fastidioso e difficilmente suscitano l'intessere del lettore. Persino il protagonista, Eddie, risulta per almeno metà libro null'altro che un tontolone ben intenzionato, categoria che, lo confesso, mi annoia a morte.
Inoltre Fforde praticamente molla il lettore nel bel mezzo della sua distopia, sommergendolo di dettagli tecnici sulle capacità cromatiche degli abitanti, il complesso sistema di meriti e un gergo sconosciuto e non sempre intuibile che rendono la lettura decisamente lenta, faticosa e poco appassionate nei capitoli iniziali. In tutta onestà in questa prima fase ho seriamente considerato l'idea di abbandonare il libro, tuttavia la trama mi aveva stuzzicata abbastanza da farmi resistere ed alla fine ne è valsa la pena, infatti le ultime duecento pagine si divorano in un paio di giorni e lasciano anche il desiderio di leggere il seguito che, si vocifera, arriverà finalmente nel 2017. Considerando che la pubblicazione di Shades of Grey risale al 2009 e che i tempi di gestazione sono stati più lunghi di quelli di un nuovo libro de Le cronache del ghiaccio e del fuoco, ci aspettiamo come minimo qualcosa a livello de La svastica sul sole o 1984. Speriamo.

Giudizio:

+3stelle+ (e mezzo)

Dettagli del libro

  • Titolo: Shades of Grey
  • Autore: Jasper Fforde
  • Editore: Penguin Books
  • Data di Pubblicazione: 6 Nov 2009
  • ISBN-13: B002UXRF6M
  • Pagine: 449
  • Formato - Prezzo: Ebook kindle - 17.00 $

11 aprile 2016

Cabala City - Marco Pedullà

Cabala City è il primo volume di una trilogia figlia di un futuro distopico. La trama ripercuote le gesta di Betty Braun e delle incredibili peripezie dei suoi amici. Un libro che farà piangere, ridere, divertire e che tratterà con sarcasmo e irriverenza alcuni dei temi più sentiti nel sociale al fine di portare una riflessione bonaria sul paradiso-mondo in cui viviamo. Per addentrarsi in questo scenario basta solo leggerlo. Una scrittura avvincente e semplice vi farà compagnia.


Recensione

Cabala City si presenta come un romanzo distopico: in un lontanissimo futuro, seguiamo le gesta della protagonista, Betty, in una fantasmagorica città a metà tra utopia e distopia, Cabala City, appunto. Lo smascheramento della vita condotta da Betty, annoiata, opaca, densa di inganni, si associa allo smascheramento di una società apparentemente perfetta.
Queste le linee generali. Il libro però va ben presto in direzioni strampalate, disperdendo il disegno originario in un delirio continuo senza capo né coda.

Partendo dall'evento che dà origine all'intreccio, la misteriosa morte del marito di Betty, il lettore si ritrova, insieme alla protagonista, a vivere situazioni paradossali, dal sapore fantascientifico.  L'autore sembra gettare a caso le più disparate idee in questo gran calderone narrativo, che ben  presto diventa indigesto. Clonazione, androidi, alieni, cospirazioni mondiali, reincarnazione, universi paralleli si intrecciano a considerazioni che pretendono di essere serie sui problemi più vivi della nostra contemporaneità: essere e apparire, i limiti della democrazia, dello sviluppo e del progresso tecnologico, il divino e l'umano. Il tutto condito, peraltro, da un tono ironico e surreale che ha l'effetto collaterale di ridicolizzare e banalizzare non solo la trama, ma anche quella  stessa pretesa di lanciare spunti di riflessione al lettore.

C'è da dire, poi, che ho faticato a capire cosa volesse intendere l'autore. Perché nella  sovrabbondanza di riflessioni, il messaggio non è chiaro. Cabala City è una città-stato isolata,  fondata nel Lazio da due miliardari statunitensi gay che hanno deciso di dare vita a una loro città che rispecchiasse i loro valori e interessi. Si presenta come una città utopica, in cui la diarchia dei due uomini  assicura benessere, progresso e felicità. Poi però viene svelato l'eccesso di progresso che ha di  fatto disumanizzato la società cabalina: manipolazione del dna, clonazione, c'è persino un grande  utero artificiale cittadino che porta a termine tutte le gravidanze indesiderate, chiamato  "Vaginopoli" (sic). Col progredire della trama, lo smascheramento assume connotazioni sempre più  moralistiche, e l'associazione coppia gay-vaginopoli-altre diavolerie fantascientifiche, assume  dimensioni inquietanti. Mi è sembrato, cioè, di veder rappresentate le peggiori fantasticherie  dell'italiano medio. Quel genere di immaginario collettivo nazionalpopolare che produce perle come  "se approviamo la fecondazione assistita in Italia i gay potranno impiantarsi l'utero e partorire, e  Dio non vuole!". Ecco. Ora, l'intento dell'autore mi è sembrato questo, rappresentare esattamente  questo immaginario distorto. Con quale scopo, e per veicolare quale messaggio, onestamente, non mi è  chiaro.

Ad ogni modo. La trama procede. Da Cabala City usciamo e riscopriamo, insieme a Betty, l'Italia.  Com'è l'Italia del Tremila? All'opposto di Cabala City, oppure uguale. Prima viene presentata in un  modo, poi in un altro. Alla fine non c'è più tanta differenza tra i due ambienti. Anche perché questo  futuro così lontano, sembra in realtà vicinissimo: nonostante il delirio fantascientifico (alieni,  alta tecnologia, etc), questa Cabala/Italia del Tremila sembra quella del Duemila, parla allo stesso modo,  veste gli stessi abiti firmati, spettegola delle stesse star del cinema, ascolta la stessa musica. I  rimandi alla nostra cultura sono continui e spesso immotivati. L'effetto è un po' quello della  celebre serie animata "Futurama", in cui il fantascientifico Tremila non è altro che una copia  distorta, fortemente umoristica, del nostro Duemila. In questo contesto, però, l'operazione finisce  col cozzare con tutto l'impianto del romanzo. Gli anacronismi, dunque, non si ricoprono di valore  metaforico. Sono anacronismi e basta.
Proseguendo ci troviamo ancora tra alieni, cospirazioni, realtà parallele e via discorrendo, finché  non irrompe anche una narrazione cosmologica cristiana, con depositi di anime, apparizioni di Madonne  varie e così via. La narrazione, suppongo nelle intenzioni dell'autore, doveva essere rapida,  assicurare la lettura in tempi brevi. Con me ha scatenato l'effetto opposto, costringendomi a periodi  di pause quando ritenevo di averne sentite ormai troppe e di non poter andare oltre.

Riepilogando. L'ambientazione, per quanto originale, devo ammetterlo, è densa di contraddizioni. La  trama è delirante, ricca di subplot lasciati in sospeso, dimenticati. Il tono è schizofrenico, a  tratti serio e convinto, a tratti surreale e umoristico. Anche sotto il profilo linguistico e  stilistico emergono criticità, soprattutto uno stile fortemente sciatto, lessico povero, dialoghi  scritti malissimo; si avverte con urgenza la necessità di provvedere a una ripulitura editoriale, a  fondo. Inutile aggiungere che, essendo il primo episodio di una trilogia, il finale è monco,  improvviso, non conclude nulla ma non promette nulla.
Non so fino a che punto ci sia qualcosa da salvare in questo romanzo. Riconosco solo l'originalità e  la creatività dell'autore. Il resto è tutto un delirio immotivato.


Giudizio:

+2stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Cabala City
  • Autore: Marco Pedullà
  • Editore: Youcanprint Self-publishing
  • Data di Pubblicazione: 2015
  • Collana: 
  • ISBN-13: 9788893061803
  • Pagine: 405
  • Formato - Prezzo: Epub - 3.99 Euro

18 novembre 2015

Morgan Lost - La nuova dimensione del mistero di casa Bonelli

La Sergio Bonelli Editore torna a stupire i lettori con un nuovo fumetto dalle tinte thriller e noir nato dall’idea dello sceneggiatore Claudio Chiaverotti, già molto noto al pubblico bonelliano per la sceneggiatura di Brendon e di svariati numeri di Dylan Dog.
Morgan Lost, questo il titolo del nuovo lavoro pubblicato lo scorso 20 ottobre e che avrà periodicità mensile, racconta una storia assolutamente nuova, spaziando tra scenari contestuali distanti nel tempo e nello spazio: una realtà distopica orgogliosamente orwelliana proiettata nel futuro che riconosce nell’iconografia delle divinità egizie una personificazione rappresentativa del potere politico, burocratizzato all’estremo.
La malavita, la criminalità e insoliti notiziari dalle sfumature tragicomiche caratterizzano gli ambienti di una New York ben diversa da quella che siamo soliti immaginarci, dove la Statua della libertà è stata rimpiazzata da quella del dio egizio Horus.

Il fumetto è espressione di una grande commistione di generi e ambiti culturali diversi; non si risparmia Chiaverotti con i richiami all’arte, al cinema e alla storia, che infatti abbondano di pagina in pagina: troviamo riferimenti alle realtà oniriche di David Lynch (regista noto per la sua capacità di costruire mondi visionari paralleli, a cui è possibile accedere solo grazie alle “chiavi” dalle forme più inconsuete, disseminate tra le immagini cinematografiche) e ancora tanti piccoli dettagli che non sfuggono agli occhi attenti dei più appassionati, come il naso fallico di Arancia Meccanica, fatto indossare ad uno dei criminali della città oppure il quadro con la maschera del coniglio di Donnie Darko o la luna di Voyage dans la lune George Melies, l’Urlo di Munch in chiave moderna ed una Venere di Milo a cui la tecnologia ha restituito ciò che l’ha resa famosa, le braccia.

Oltre alle citazioni e ai rimandi espliciti, c’è una somiglianza che, velatamente, attraversa le pagine del primo numero del fumetto ed accomuna Morgan Lost ed Eric Draven, protagonista de Il Corvo, film di Alex Proyas tratto dall’omonimo fumetto di James O’Barr: Eric colorava il suo viso come Pierrot con grandi cerchi neri che mascheravano gli occhi, cosi come una mascherina nera contorna gli occhi di Morgan, anche se nel suo caso non si tratta di semplice trucco e cerone come era per il primo ma di un tatuaggio, impresso non soltanto sulla sua pelle.
Oltre poi alla somiglianza tra le due abitazioni, i due hanno in comune la perdita della donna amata a causa di malviventi e un desiderio di vendetta, che anima e motiva la loro rinascita: come Eric, la cui resurrezione è simbolica in quanto si tratta di un morto, anche Morgan per certi versi è morto dentro, lo stato di impasse drammatica in cui si trova però non è una realtà stretta da cui evadere ma al contrario, uno stimolo a scoprire la verità: chi ha ucciso la sua Lisbeth e chi ha lo ha trasformato ne L’uomo dell’ultima notte, come il titolo stesso lo definisce?

L’ennesima particolarità del fumetto Morgan Lost è la tricromia nero/bianco/rosso con tinte di scala di grigio, una scelta insolita che trova spiegazione nel daltonismo del protagonista.
Sorge spontaneo chiedersi dunque se la storia sia disegnata dal punto di vista di Morgan. Tecnicamente no, perché vediamo Morgan partecipare alle vicende (cosa che non potrebbe capitare se la storia fosse vissuta in prima persona) ma in realtà è un modo per coinvolgere il lettore nell’atmosfera cupa, degna del pathos tipico di Tim Burton, obbligandolo a vedere come vede il protagonista.
Il rosso evidenzia dettagli che non sono affatto casuali e se molti hanno rivisto in questa scelta un rimando a Sin City, Chiaverotti ha serenamente spiegato che il suo rosso, a differenza dell’altro, è un rosso che racconta una storia avvincente il cui protagonista è appunto Morgan Lost , affiancato dal i vari criminali che popolano le pagine del fumetto.

Ultima nota di merito va al disegno di questo primo albo realizzato da Michele Rubini, un tratto sublime e capace di adattarsi senza incertezze o tentennamenti a qualsiasi situazione,ad esempio troviamo nel fumetto un intermezzo di un cartone animato dove il disegno subisce una variazione netta ma senza stonare o deludere il lettore.

Il progetto della Sergio Bonelli Editore, fatta eccezione per i primi due albi che infatti sono per omaggio alla continuità cinematografica il primo e il secondo tempo della storia introduttiva, è di mantenere Morgan Lost sul filone dell’autoconclusività, così che sia possibile leggere ogni singolo albo senza l’impegno della continuità narrativa.
Un inizio che genera aspettative di alto livello e che spero vengano soddisfatte ma difficilmente la Sergio Bonelli Editore delude i suoi lettori.

Appuntamento in edicola con secondo albo per il 20 novembre, con il titolo di Non lasciarmi al prezzo di 3,50 €.

14 febbraio 2015

Il paese dei poveri - Ivano Mingotti

''Il paese dei poveri'' è un romanzo di critica sociale, imperniato sul concetto di produttività, nonché una disamina, in un contesto distopico, del concetto dei lager e dei prigionieri.
In un mondo in cui l'economia e la produttività sono tutto ciò che conta, la popolazione è costretta a non essere povera: essere in miseria è un delitto, è rallentare la società, e dunque, per evitarlo, la società, sotto lo schermo dell'indifferenza dei suoi cittadini, interna in grandi istituti, chiamati ''paesi dei poveri'', coloro che vengono ritrovati in strada, nullatenenti e nullafacenti.
In questo lager per barboni si ritroverà il protagonista, costretto a viverne le regole, affini a quelle dei famosi lager di Birkenau e Auschwitz, e a essere così alienato dalla sua stessa condizione di umano, fino alle conseguenze più terribili che possano essere pensate.
In una disamina non solo della condizione di internato, ma anche della società che circonda questi luoghi di detenzione, e con un occhio critico, attraverso la similitudine con il nostro mondo, sempre più dedito all'economia e al guadagno come primo bastione, ci ritroveremo davanti a scenari difficili da sopportare, ritrovandoci, in parte, corresponsabili del dolore dei prigionieri.

Recensione

Il paese dei poveri si presenta come un romanzo vagamente distopico, che racconta la storia di segregazione e discriminazione di un uomo, Achille, la cui unica colpa è di essere povero e improduttivo. Una colpa inaccettabile in una società dedita alla produttività, all'esaltazione dell'occupazione, del lavoro, del guadagno, una società che non ammette sbavature di alcun tipo, e che prende come offesa l'esistenza ai margini di individui come Achille. Una società che evoca le più famose distopie, ma che senz'altro getta un'inquietante ombra sulla nostra attuale società e sul suo futuro.

La vicenda si presenta narrativamente breve, complici sia la ridotta dimensione del testo sia le particolari scelte stilistiche e narrative dell'autore, che anziché raccontare una storia scandita in eventi preferisce concentrarsi sulle sensazioni vissute dal protagonista. Facendo affidamento su un narratore che coinvolge il lettore, lo abbraccia in una prima persona plurale, in modo che entrambi, narratore e lettore, scoprano poco a poco la vicenda, si facciano testimoni silenziosi del destino di Achille, ci immergiamo nella storia di questo uomo, recluso in un centro chiamato non a caso "Il  paese dei poveri": evoca subito atmosfere da lager nazista, ma non solo (quel regolamento che viene ripetuto con spasmodica ossessione nel testo mi ha fatto pensare piuttosto a certi lager odierni, quelle case di riposo che spesso finiscono nella cronaca quotidiana). Achille conosce così la segregazione, la discriminazione, il disagio, la solidarietà e infine la lotta per la propria liberazione: ma attenzione, il finale sarà tutto meno che lineare e roseo.

Il topos distopico si fa così allegoria di una condizione sociale oltre che esistenziale, di un "uomo trasandato" che per questo "non è più padrone del proprio corpo", mentre a livello stilistico i rimandi sono molteplici. L'asettica assenza descrittiva di uno sfondo spaziotemporale, l'atmosfera onirica, surreale, mi hanno fatto pensare al teatro contemporaneo, soprattutto al teatro dell'assurdo: l'incipit del romanzo mostra una chiara costruzione scenica da teatro, che mi ha ricordato Beckett.
Questa singolare mescolanza di suggestioni è uno dei punti di maggior forza del romanzo, che d'altro canto può anche contare sulla scelta di un tema forte, denso di carica riflessiva, e su una sua elaborazione coinvolgente, capace di toccare molte corde.

Ciò che frena invece la lettura è quella pesantezza narrativa, quella ridondanza ossessiva che è un po' la cifra stilistica personale dell'autore: una preponderante attenzione alle emozioni, con virate liriche e accostamenti al verso poetico, a svantaggio della narrazione di eventi. Se questo dato si somma alle ridotte dimensioni del testo, si ottiene la sensazione di un romanzo sicuramente denso di contenuto, ma povero di trama, di sostanza narrativa; non c'è molto, in effetti, che accada, avrei gradito una maggiore sostanza, una storia, oltre che un'idea.

Giudizio:

+3stelle+ (e mezzo)

Dettagli del libro

  • Titolo: Il paese dei poveri
  • Autore: Ivano Mingotti
  • Editore: R.E.I. France
  • Data di Pubblicazione: 2014
  • ISBN-13: 9782372971324
  • Pagine: 130
  • Formato - Prezzo: ebook - 3,99 Euro

10 ottobre 2014

Helots. Le nanomacchine - Fabio Brusa

Nel mondo corrotto nel quale convivono schiavi, dittatori, rivoluzionari e militari senza bandiera, Drew è l'ultima speranza per l'umanità. Un ragazzo diverso, più a suo agio con le macchine che con le persone, dotato di capacità straordinarie. Una missione di recupero si è trasformata nel più grande tentativo di sabotaggio di tutti i tempi. I progetti per uno strumento di pace stanno per essere usati per scopi distruttivi. Per quanto preparati, le forze dei Tirannicidi e della squadra di Tannen non saranno sufficienti. Eppure, per fermare una piaga meccanica di proporzioni bibliche, dovranno avventurarsi in terra straniera.

Recensione

Secondo capitolo per la saga sci-fi/cyberpunk Helots. Sfogliate le prime pagine, ci si ritrova subito nel caotico mondo futuristico introdotto nel primo episodio. Subito si ripresenta il ritmo incalzante, con un esordio in medias res, che non lascia al lettore il tempo di respirare, ma ci si riesce a immergere ben presto e con facilità nella vicenda, senza poi riuscire a staccarsi dalla lettura.

Una indubbia conferma delle caratteristiche del primo libro, nel bene e, in qualche caso, anche nel male. Tanto per cominciare non si può che rimanere piacevolmente sorpresi, anche in questo secondo libro, dalla vastità del setting narrativo. Scampato il pericolo di un "già visto", questo secondo episodio approfondisce alcuni dettagli dell'ambiente distopico, mentre a livello di trama prende sempre più corpo l'azione rivoluzionaria dei Tirannicidi, con l'immancabile Drew, il Firewalker del primo libro, asso nella manica ed arma segreta del gruppo.

Dal punto di vista narrativo, il libro tiene il ritmo incalzante senza mai rallentare, riesce a tenere insieme i diversi filoni narrativi che compongono un intreccio complesso - anche se talvolta il lettore si trova smarrito, alla ricerca di una precisa direzione narrativa. Eppure, alla fine, quando tutti i nodi giungono al pettine, si scopre l'abilità con cui l'autore è riuscito fino in fondo a sostenere l'intreccio in un quadro coerente e organico.

Confermate anche le abilità stilistiche, riscontrabili in vivide pennellate che alternano atmosfere noir, hard sci-fi, e i catastrofismi da blockbuster. E devo dire che il passaggio all'autoproduzione del libro non sembra avvertirsi a livello di editing.
Risulta ancora un po' abbozzata la galleria dei personaggi, che non riescono a sottrarsi al loro mero ruolo narrativo, rimanendo dunque ingabbiati in uno schema narrativo ben preciso.
Nel bene e nel male, dunque, si conferma l'interessante esperienza di lettura del primo libro, con una grande varietà tematica (complottismo e ufologia, cyberpunk, distopia e rivoluzioni) collocata in un quadro narrativo coerente e dal ritmo sempre incalzante. Il finale è pazzesco, davvero un colpo di scena ben ideato, da lasciare col fiato sospeso in attesa del sequel.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Helots. Le nanomacchine
  • Autore: Fabio Brusa
  • Editore: autopubblicato
  • Data di Pubblicazione: 2014
  • ASIN: B00L6CBD1Q
  • Pagine: 264
  • Formato - Prezzo: e-book - 0,99 Euro

28 settembre 2014

I figli degli uomini - P.D. James

Con questo singolare romanzo, P.D. James ci trasporta nell'Inghilterra dell'immediato futuro. Siamo nel 2021, ma già da tempo l'umanità è diventata sterile e sembra avviata alla fine. Gli Stati di tutto il mondo stanno preparando la loro testimonianza per una posterità a cui sono in pochi a credere, mentre l'Inghilterra è retta da un carismatico dittatore che governa con dispotico egualitarismo. I vecchi sono incoraggiati a suicidarsi, i criminali esiliati e abbandonati, gli immigrati soggetti a una sorta di schiavitù. A descriverci questa società futura è Theo Faron, storico di Oxford e cugino del Governatore di Inghilterra. La sua è una vita appartata, finché il caso non gli fa incontrare una giovane donna, membro di un gruppo di ribelli che sfidano il potere del dittatore e coinvolgono Theo nei loro piani, chiamandolo all'azione in un percorso mortale che non avrebbe mai immaginato...

Recensione

Chi arriva al romanzo dal cupo film di Cuarón interpretato da Clive Owen potrebbe rimanere deluso: poca azione e molta riflessione caratterizzano infatti il libro di P.D. James. D'altronde, forse, esulando dalla poca simpatia che suscita ogni singolo personaggio e dal puzzo di miracolismo di cui l'opera è pervasa, il romanzo non sfigura certo rispetto alla sua trasposizione cinematografica.

Nel 2021, anno in cui l'opera è ambientata, non esistono più bambini. Gli ultimi parti sono stati registrati nel 1995, e quei neonati - ora venticinquenni – sono stati denominati Omega. L'ultima lettera dell'alfabeto greco, a designare che saranno l'ultima generazione a camminare sulla Terra.
Un'improvvisa infertilità ha colpito inspiegabilmente lo sperma maschile: a nulla serve la scienza, i controlli umilianti e continui cui maschi e femmine di sana moralità e costituzione sono sottoposti annualmente, la specie è condannata a scomparire. La società si è adattata di conseguenza: le scuole sono state ripensate per gli adulti, non vengono più prodotti giocattoli e i vecchi sono stati distrutti (escluse le bambole, divenute, insieme ai gattini, succedanee dei neonati che le donne possono battezzare e portare a spasso in carrozzina), così come qualsiasi prodotto pensato per l'infanzia; l'umanità si avvia malinconicamente verso la vecchiaia e l'estinzione, con una concentrazione sempre maggiore negli ormai spaziosi agglomerati urbani e un disinteresse verso le discipline e le attività che non portino vantaggi immediati alla generazione presente. L'Inghilterra si protegge dall'imbarbarimento dei costumi trincerandosi dietro al suo dittatore, Xan Lyppiatt, che governa attraverso il corpo militare dei Granatieri esiliando i criminali, promuovendo suicidi di massa per gli anziani (i cosiddetti Trapassi) in modo da non disperdere le risorse, e attirando nel paese Omega di nazioni povere (gli Ospiti Temporanei) per affidare loro mestieri ingrati.

Theo Faron, voce narrante - ora attraverso il suo diario, ora in terza persona - del romanzo, non è esente dal clima di rassegnazione dovuto allo spegnersi ineluttabile della civiltà: professore di storia, disciplina più inutile che mai in un mondo che non ha futuro, ha alle spalle un matrimonio naufragato e un profondo senso di colpa per l'involontario omicidio della figlioletta. Vissuto all'ombra del cugino, il dittatore in persona, viene avvicinato da un maldestro gruppo di sovversivi che sperano di risvegliare le coscienze sopite del popolo inglese. I Cinque Pesci, così si fanno chiamare Julian, Rolf, Gascoigne, Luke e Miriam, nascondono un segreto che potrebbe ridar vita alle speranze dell'umanità, e cercano di ottenere l'aiuto di Theo, un tempo consigliere personale di Xan, finendo per coinvolgerlo in una fuga pericolosa e disperata.

La prosa della James, politica e giallista, è scarna ed efficace quanto basta in funzione della storia narrata. L'autrice trasporta il lettore per mano in un futuro distopico inquietante nella sua semplicità e cupezza, in cui il totalitarismo prospettato è fiaccamente accettato da un'umanità giunta al tramonto e priva di scopo, essendo andata ormai in crisi la sua radicale certezza di avere il diritto all'esistenza sulla Terra e alla predominanza sulle altre specie.
I figli degli uomini suscita più di una riflessione, ma purtroppo finisce per perdersi sulla strada della ragione per esaltare la forza della speranza che talvolta è premiata dal miracolo. Un messaggio non ricorrente nel genere distopico per adulti e decisamente troppo buonista - per i miei gusti.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: I figli degli uomini
  • Titolo originale: The Children of Men
  • Autore: P.D. James
  • Traduttore: Annamaria Biavasco, Valentina Guanì
  • Editore: Mondadori
  • Data di Pubblicazione: 1999
  • Collana: Oscar Mondadori
  • ISBN-13: 9788804471943
  • Pagine: 316
  • Formato - Prezzo: Brossura - 10,00 Euro

19 maggio 2014

Speciale Fantascienza: Abissi d'acciaio - Isaac Asimov

Isaac Yudovich Ozimov nasce da famiglia ebraica tra il 4 ottobre 1919 e il 2 gennaio 1920 (Asimov indicherà sempre quest'ultima come data di nascita) nel villaggio di Petroviči, Unione Sovietica. Quando ha soli tre anni la famiglia decide di emigrare negli Stati Uniti, trasferendosi a Brooklyn: Asimov (naturalizzato americano all'età di otto anni) non imparerà mai il russo.
Fin da giovane Asimov mostra interesse per la fantascienza, divorando le riviste di storie pulp e sci-fi del padre e iniziando a scrivere racconti già a undici anni. Da un primo interesse verso la zoologia, i suoi studi si rivolgono poi alla chimica, disciplina in cui si laureerà nel 1941 per poi specializzarsi in biochimica nel 1948, diventando professore associato della Boston University School of Medicine.
Nel frattempo, già dal 1939, inizia a vendere i suoi racconti alle riviste di genere. Su Astounding Science Fiction verranno pubblicati molti dei suoi racconti più famosi, alcuni dei quali confluiranno nelle antologie appartenenti al Pre Ciclo dei Robot e alla Trilogia della Fondazione. Dal 1958, Asimov lascia il lavoro come insegnante perché perfettamente in grado di vivere dei proventi dei suoi lavori.
Sofferente di cuore già dal 1977, Isaac Asimov muore d'insufficienza cardiaca e renale il 6 aprile 1992. Assecondando le sue volontà, il suo corpo viene cremato e le ceneri disperse al vento. La sua autobiografia postuma It's Been a Good Life, pubblicata dieci anni dopo la sua morte, rivela che l'autore era malato di HIV, contratto da una trasfusione di sangue ricevuta durante l'intervento chirurgico di bypass del 1977 e tenuto nascosto per quasi quindici anni a causa dei pregiudizi di cui era ancora oggetto.

Si stima che Asimov abbia pubblicato circa cinquecento volumi, degno possessore quindi del titolo di Padre della Fantascienza e perfetto esponente della cosiddetta Età dell'oro della fantascienza americana. Tra i vari riconoscimenti che gli sono stati assegnati figurano molti premi Hugo: per i saggi pubblicati su Magazine of Fantasy and Science Fiction (1963); per la Trilogia della Fondazione quale miglior serie di sempre (1966); per Neanche gli dèi quale miglior romanzo dell'anno (1973); per L'uomo bicentenario quale miglior racconto (1977); per L'orlo della Fondazione quale miglior romanzo (1983); per Gold quale miglior racconto (1992); nonché due premi postumi: uno per la miglior opera saggistica conferito all'autobiografia I. Asimov: A Memoir (1995) e un retro Hugo al racconto Il Mulo del 1946 (1996).
Si è soliti ripartire la sua carriera in periodi distinti: si considera giovanile la produzione tra il 1939, anno in cui pubblica il racconto Naufragio al largo di Vesta su Astounding Science Fiction, e il 1958, anno de Il sole nudo. Del 1950 sono il suo primo romanzo pubblicato, Paria dei cieli, e la prima raccolta di racconti, la fortunata Io, robot, in cui vengono esplicitate le notissime Tre Leggi della Robotica. A questa prima fase appartengono anche le tre raccolte della Trilogia della Fondazione (Fondazione, Fondazione e Impero, Seconda Fondazione), i primi due romanzi del Ciclo dei Robot (Abissi d'acciaio e Il sole nudo), nonché la serie per ragazzi Lucky Starr (sei volumi scritti tra il 1952 e il 1958), pubblicata sotto lo pseudonimo di Paul French, e il cosiddetto Ciclo dell'Impero (Le correnti dello spazio, Il tiranno dei mondi, Paria dei cieli).
Durante i venticinque anni successivi Asimov si dedica prevalentemente alla saggistica, soprattutto volumi di divulgazione scientifica (chimica, fisica e astronomia). Tra le poche produzioni di narrativa di questo periodo ricordiamo i romanzi Viaggio allucinante e Neanche gli dèi, la raccolta Antologia personale e il ciclo mystery dei Vedovi neri.
Dal 1982 alla sua morte Asimov tornerà a dedicarsi prevalentemente alla narrativa di fantascienza, con la pubblicazione di opere correlate al Ciclo dei Robot e alla Trilogia della Fondazione: citiamo tra queste L'orlo della Fondazione, I robot dell'alba, I robot e l'Impero, Fondazione e Terra, Preludio alla Fondazione, Nemesis.


New York è irriconoscibile: niente più torri e grattacieli, ma un'immensa metropoli coperta che non viene mai a contatto con l'aria, dove milioni di uomini e donne brulicano come formiche su strade mobili. Dove, soprattutto, i robot stanno soffiando i posti di lavoro agli uomini a un ritmo sempre più preoccupante. E alle porte di New York si stende come una sfida Spacetown, la città degli Spaziali, dove tutto è lusso e ariosità, superbia e ostentazione. C'è da meravigliarsi che uno dei tanti terrestri scontenti ammazzi uno Spaziale, e che il caso rischi di diventare un incidente interplanetario? Per risolverlo bisogna ricorrere al miglior poliziotto della City, Lije Baley, e affidargli come compagno il miglior poliziotto di Spacetown, R. Daneel Olivaw. Il guaio è che quella 'R' significa robot: sta per cominciare una sfida implacabile tra l'intelligenza umana e quella artificiale per risolvere l'omicidio più esplosivo che la Terra ricordi; e, per il lettore, una delle letture più appassionanti nel campo della fantascienza pura.

Recensione

C'è una leggenda della mitologia ebraica molto conosciuta: si tratta del golem, il gigante di argilla che può essere creato da chi padroneggi le formule della kabbalah. Il golem è un servo fedele e ubbidiente, dotato di una forza tale da svolgere incarichi impossibili al suo creatore, eppure è privo di un'anima, incapace dunque di provare sentimenti o emozioni. E' a questo mito che Asimov dichiara più volte nelle sue prefazioni di essersi ispirato per ideare la figura del robot da lui intesa, creatura dalle sembianze umane generata dai più moderni ritrovati scientifici per assistere (e inevitabilmente sostituire) sempre più l'uomo nelle sue incombenze.

Abissi d'acciaio esce inizialmente in tre puntate nel 1953, sulla rivista Galaxy, per poi essere ripubblicato in volume nel 1954. Asimov aveva già all'attivo almeno una dozzina di racconti che sarebbero poi confluiti nelle antologie che vengono comunemente inserite nel Pre Ciclo dei Robot, e in cui aveva già elaborato le famose tre leggi della robotica:
1. Un robot non può recar danno a un essere umano, né permettere che, a causa della propria negligenza, un essere umano patisca danno.
2. Un robot deve sempre obbedire agli ordini degli esseri umani, a meno che contrastino con la Prima Legge.
3. Un robot deve proteggere la propria esistenza, purché questo non contrasti con la Prima o la Seconda Legge.
Con Abissi d'acciaio si apre un ciclo cronologicamente successivo, il Ciclo dei Robot vero e proprio, collocato in un futuro di poco distante in cui i robot sono ormai parte della vita quotidiana, sebbene rigettati dalla maggior parte della popolazione umana che ancora guarda indietro a un passato scomparso. La società è radicalmente cambiata: la sovrappopolazione ha generato una nuova concezione degli spazi e dell'individualità di stampo pseudo-socialista, e le normali città a cielo aperto hanno lasciato il posto a enormi agglomerati cittadini sotterranei (le caves of steel del titolo originale) in cui migliaia di persone soddisfano i loro bisogni più elementari in spazi comuni. Parte dell'umanità è già emigrata nello spazio da tempo e ha raggiunto un livello di civilizzazione e tecnologia ben più elevato: lo stabilirsi sulla Terra di una comunità di Spaziali è causa di pericolosi malumori e di ritorsioni da parte della fazione dei Medievisti.

Proprio a Spacetown, la città degli Spaziali, viene ucciso un eminente esperto di robotica, Nemmenuh Sarton, da qualcuno che con ogni probabilità è arrivato da New York. Il commissario di polizia Julius Enderby si rivolge al detective Elijah Baley perché indaghi sulla morte di Sarton insieme a un collega Spaziale, Daneel R. Olivaw, robot umanoide quasi del tutto identico a un comune umano. Elijah non appartiene alla fazione dei medievisti, ma è comunque tra coloro che detestano l'irruenza dei robot nella vita quotidiana e il loro progressivo sostituirsi agli esseri umani nei loro lavori, e pertanto mal sopporta il collega, tanto più che - si raccomanda Enderby - deve risolvere il caso per primo o l'assassinio rischia di degenerare in un grave incidente diplomatico.

Abissi d'acciaio è una vera e propria detective story con ambientazione fantascientifica: le indagini sono vivacizzate (e complicate) dalla possibilità che l'assassinio sia un robot e dalle ipotesi sulle dinamiche che gli avrebbero consentito di aggirare le leggi della robotica - situazione già sperimentata dall'autore in alcuni racconti.
Non mancano naturalmente le continue riflessioni sulla natura dei robot, fisicamente migliori degli esseri umani ma privi di un'anima che consenta loro di provare emozioni che non siano state precedentemente impiantate con un chip, come il senso della giustizia posseduto da Daneel per farne un buon poliziotto.

Un gran bel romanzo, in definitiva, forse non all'altezza del capolavoro consacrato che è la Trilogia Originale (nella cui ragnatela pure s'inserisce: Daneel Olivaw torna nella conclusione de L'orlo della Fondazione), ma senza dubbio appassionante, forse un pelino penalizzato dal netto prevalere di verbosi dialoghi sull'azione.

I protagonisti Daneel e Elijah tornano nei successivi romanzi del ciclo: Il sole nudo (1957), I robot dell'alba (1983), I robot e l'Impero (1985).

«Prendi questo Daneel, ci lavoro insieme da due giorni. È più alto di me, più forte, più bello. Sembra uno Spaziale. Ha una memoria migliore della mia e sa più cose, non ha bisogno di dormire o di mangiare. Non è tormentato dal mal di pancia, dal panico, dall'amore o dal senso di colpa.
Però e una macchina. Posso fargli quello che voglio, proprio come se fosse una di quelle microbilance. Se do uno schiaffo a una bilancia non me lo restituisce, giusto? Nemmeno Daneel. Posso ordinargli di puntarsi addosso un fulmine e lo farà.
Non siamo capaci di costruire robot che valgano quanto un essere umano, nelle cose che contano. Figuriamoci migliori! Non siamo capaci di costruire robot con il senso della bellezza, dell'etica o della religione. Non c'è modo di elevare il cervello positronico di un centimetro sopra il perfetto materialismo.
L'ho detto, non siamo capaci. E continuerà ad essere così finché non capiremo cos'è che muove il nostro cervello, finché esisteranno cose che la scienza non può misurare. Che cos'è la bellezza, o la bontà, o l'arte, o l'amore, o Dio? Ci muoviamo sulla frontiera dell'inconoscibile e cerchiamo di capire ciò che non può essere capito. È questo che ci fa uomini.
Il cervello di un automa dev'essere finito, limitato, o non potremo costruirlo. Dev'essere tutto prevedibile, tutto calcolabile. Quindi, di che hai paura? Un robot può essere bello come Daneel, bello come un dio, e non essere più umano di un mucchio di legna. Non riesci a capire?»

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Abissi d'acciaio
  • Titolo originale: The Caves of Steel
  • Autore: Isaac Asimov
  • Traduttore: Giuseppe Lippi
  • Editore: Mondadori
  • Data di Pubblicazione: 2013
  • Collana: Oscar Bestseller
  • ISBN-13: 9788804403043
  • Pagine: 259
  • Formato - Prezzo: Brossura - 9.50 Euro

16 maggio 2014

Speciale Fantascienza: L'ultimo degli uomini - Margaret Atwood

Margaret Atwood è una poetessa, scrittrice e critica letteraria canadese, nata a Ottawa nel 1939. Il suo amore per la letteratura si mostra già intorno ai sei anni e già dieci anni dopo decide di voler diventare una scrittrice.
L'approccio con la scrittura avviene dapprima tramite la poesia, con una prima raccolta pubblicata privatamente all'epoca del college, per la quale riceverà la medaglia E.J. Pratt. Dopo essersi laureata con onore in Inglese all'Università di Toronto, prosegue gli studi specialistici conseguendo un Master ad Harvard che la porterà a rimanere nell'ambito universitario per diversi anni come insegnante, presso le università della British Columbia, la Sir George Williams University di Montreal (1967–68), l'University of Alberta (1969–70), e la York University di Toronto (1971–72).
Nello stesso periodo inizia anche la sua carriera di romanziera, con la pubblicazione nel 1969 de La donna da mangiare (The Edible Woman).

Una volta avviata, la vena compositrice della Atwood sembra non avere sosta, portandola a pubblicare all'incirca un libro ogni tre anni, e facendole raccogliere numerosi premi lungo la strada. Fra di essi ricordiamo l'Arthur C. Clarke Award e il Governor General's Award del 1985 per Il racconto dell'ancella (The Handmaid's Tale), con il quale arriva anche finalista al Booker Prize, cosa che avviene anche con L'altra Grace (Alias Grace) del '96, fino alla meritata vittoria nel 2000 con L'assassino cieco (The Blind Assassin). Molto impegnata politicamente con posizioni tendenti a sinistra e da sempre paladina della difesa dell'ambiente, la Atwood è stata anche presidente della sezione canadese del PEN ed è attualmente vice-presidente del PEN internazionale. Sebbene le sue opere spesso si focalizzino su figure di donne oppresse dalle convenzioni sociali, la Atwood ha respinto la definizione di autrice femminista affermando che tale appellativo dovesse essere conferito solo a scrittrici che consciamente operano nella cornice del movimento femminista.


Il romanzo è ambientato in un mondo devastato da un'epidemia. Jimmy, forse l'unico uomo rimasto in vita, deve proteggersi da numerosi animali feroci, risultato di mutazioni e di incontrollati esperimenti di ingegneria genetica. Jimmy si fa chiamare l'Uomo delle Nevi dai membri di una tribù di pacifici mutanti di innata infantile innocenza, i Craker. L'uomo gli insegna le elementari regole della sopravvivenza e tenta di spiegargli i segreti della natura ma, a causa del loro limitato sviluppo, deve usare concetti semplici e metafore di facile comprensione. La genesi, ad opera del creatore Crake, gli viene spiegata come fosse una fiaba e i Craker imparano a ringraziare la divinità femminile Oryx per la prosperità a loro concessa. Mentre i Craker sono erbivori, immuni alle radiazioni solari e repellenti per gli animali carnivori, Jimmy è costretto a combattere contro l'ambiente ostile per la propria sopravvivenza e per la ricerca del cibo.

Recensione

Se siete amanti della Atwood e in particolar modo avete già letto Il racconto dell'ancella, la struttura di questo L'ultimo degli uomini vi risulterà familiare.
Anche qui, infatti, l'ambientazione è un futuro distopico, una realtà lentamente svelata al lettore tramite la vita quotidiana del protagonista che alterna le sue riflessioni ai ricordi della vita passata, spiegando così come l'umanità è arrivata a una situazine tanto catastrofica.
A differenza de Il racconto dell'ancella, il fulcro della riflessione non è però la condizione della donna ma i disastri ambientali e l'evoluzione incontrollata della scienza.
La Atwood, nota in Canada per l'interesse dimostrato per le problematiche sociali e ambientali, ha evidentemente utilizzato questo romanzo come espressione delle sue opinioni (con la maggior parte delle quali posso essere d'accordo), sacrificando così il valore del racconto che pecca di prevedibilità e piattezza dei protagonisti.

L'ultimo degli uomini appare per quasi tutta la sua durata come una lunga, lenta introduzione a eventi più succosi che presumibilmente si verificheranno nei successivi volumi della Trilogia di Maddaddam, di cui questo romanzo costituisce il primo capitolo.

La reatà post-apocalittica in cui il libro è ambientato è piuttosto intrigante, sebbene un po' troppo in stile Robinson Crusoe: una figura solitaria, Uomo delle Nevi, abbandonato in una foresta selvaggia con la sola compagnia di una specie umanoide, non civilizzata ed estremamente ingenua, i figli di Crake, che ricorda le antiche tribù dell'America precolombiana. Essi vivono in un ambiente estremamente ostile, popolato da animali bizzarri, i figli di Oryx, risultato di scriteriati incroci genetici.
Questo scenario da incubo è figlio (ovviamente) di una comunità scientifica che ha travalicato i confini della sua missione di migliorare le condizioni di vita dell'umanità ergendosi a giudice morale di ciò che deve essere salvato e ciò che è superfluo, seguendo solo razionalistiche considerazioni di utilità e scopo.

L'idea, comprensibile quanto stupida, è quella di eliminare qualsiasi sofferenza dall'umanità, sia essa quella causata dalle malattie, sia quella interiore dovuta a sentimenti irrazionali come l'amore, la gelosia e la paura. Un essere umano guidato solo dalla logica degli istinti utili alla conservazione e non appesantito da inutili complessità astratte come il romanticismo, l'amore, l'arte, qualsiasi forma di pensiero astratto o individualista non rischierebbe mai di soccombere a orrori quali guerra, violenza, dittatura, stupro.
Ma sarebbe ancora un essere umano? E' chiara l'opinione dell'autrice in proposisto, la quale mostra come, nonostante l'attento lavoro degli scienziati, vi siano caratteristiche innate impossibili da estirpare nell'uomo. La Atwood non lesina con l'ironia quando descrive il modo in cui i figli di Crake, creature fatte nascere in laboratorio in modo che, fra le altre cose, non fossero contaminate dalle assurdità delle religioni, arrivano a identificare il loro creatore e la sua assistente come due divinità da adorare.

Uomo delle Nevi ha vissuto nella società che ha permesso a questa linea di pensiero di nascere e prosperare grazie a una consolidata abitudine all'indifferenza verso le sofferenze del prossimo, una società tanto assuefatta al sesso e alla violenza da considerare normale che internet proponga come principale forma di intrattenimento filmini pedo-pornografici o brutali esecuzioni capitali, una società che nell'ottica dell'autrice non è altro che l'ovvia evoluzione della nostra civilità indurita da un'idea voyerista di sesso, violenza, dolore e lacrime.
I ricordi della "vecchia" vita di Uomo delle Nevi, dalla sua infanzia infelice alle frustrazioni della vita adulta, quando ancora il suo nome era Jimmy e Oryx e Crake erano due persone reali, sono lo stratagemma tramite il quale la Atwood descrive come l'umanità sia arrivata all'estinzione, ma la vicenda si evolve in modo troppo lento e prevedibile tanto che, a dispetto della curiosità di sapere cosa sia veramente successo, le parti del romanzo più coinvolgenti e avventurose sono quelle ambientate nel presente, anche perché non vi è praticamente alcuna evoluzione della personalità dei protagonisti Jimmy e Crake sono due figure piuttosto stereotipate (il classico genio emotivamente sterile e il suo amico "tontolone" ma dal cuore buono).

Come spesso accade con i protagonisti dei libri della Atwood, Jimmy, pur essendo fondamentalmente una brava persona, non è un personaggio totalmente positivo perché troppo incline all'autocommiserazione e all'inattività, confuso e rallentanto da vaghi sensi di colpa che preferisce soffocare per un la propria pace mentale; si tratta ovviamente di una scelta intenzionale da parte dell'autrice che conferma ancora una volta la sua avversione per i caratteri eroici.
A differenza delle opere precendenti, L'ultimo degli uomini ha una voce narrante maschile, tuttavia il libro mostra lo stesso tono malinconico dei precedenti lavori che ho letto. Il risultato finale è abbastanza interessante da volermi far leggere i volumi successivi della trilogia, ma non posso ignorare la sensazione che la Atwood abbia deciso di muoversi su un terreno sicuro, riutilizzando situazioni e schemi narrativi già sperimentati per esprimere la sua critica a una crescita indiscriminata e la sua preoccupazione verso i rischi di una ricerca scientifica priva di etica.

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: L'ultimo degli uomini
  • Titolo originale: Oryx and Crake
  • Autore: Margaret Atwood
  • Traduttore: R. Belletti
  • Editore: Ponte alle Grazie
  • Data di Pubblicazione: 2003
  • ISBN-13: 9788879286565
  • Pagine: 303
  • Formato - Prezzo: Brossura - 7.50 Euro

13 maggio 2014

Il labirinto - James Dashner

Quando Thomas si sveglia, le porte dell’ascensore in cui si trova si aprono su un mondo che non conosce. Non ricorda come ci sia arrivato, né alcun particolare del suo passato, a eccezione del proprio nome di battesimo. Con lui ci sono altri ragazzi, tutti nelle sue stesse condizioni, che gli danno il benvenuto nella Radura, un ampio spazio limitato da invalicabili mura di pietra, che non lasciano filtrare neanche la luce del sole. L’unica certezza dei ragazzi è che ogni mattina le porte di pietra del gigantesco Labirinto che li circonda vengono aperte, per poi richiudersi di notte. Ben presto il gruppo elabora l’organizzazione di una società ben ordinata e disciplinata dai Custodi, nella quale si svolgono riunioni dei Consigli e vigono rigorose regole per mantenere l’ordine. Ogni trenta giorni qualcuno si aggiunge a loro dopo essersi risvegliato nell’ascensore.
Il mistero si infittisce un giorno, quando – senza che nessuno se lo aspettasse – arriva una ragazza. È la prima donna a fare la propria comparsa in quel mondo, ed è il messaggio che porta con sé a stupire, più della sua stessa presenza. Un messaggio che non lascia alternative. Ma in assenza di altri mezzi visibili di fuga, il Labirinto sembra essere l’unica speranza del gruppo... o forse potrebbe rivelarsi una trappola da cui è impossibile uscire.

Recensione

All'estero è uno dei maggiori rivali di Hunger Games nel settore delle distopie Young Adult, in Italia invece Il labirinto è uscito un po' in sordina un paio d'anni fa senza attirare particolarmente l'attenzione, tanto che la casa editrice Fanucci non ha più pubblicato l'ultimo romanzo che completa la trilogia, lasciando di fatto i lettori italiani in sospeso senza risposte. Chissà che l'arrivo del film tratto da questo romanzo non risollevi le sorti dell'opera.

Un po' Il signore delle mosche e un po' Lost, il romanzo di James Dashner è un'avventura avvincente inserita in una realtà inquietante. A differenza di altri romanzi del genere, in cui sono subito chiare le condizioni del futuro post-apocalittico in cui si trovano a vivere i protagonisti, Il labirinto mantiene il mistero fino alle ultime pagine, lasciando il lettore a interrogarsi, insieme ai personaggi dell'opera, sul perché un gruppo di ragazzini siano strappati alle loro famiglie, privati di tutti i loro ricordi e costretti a vivere in una sorta di giungla popolata da creature letali e apparentemente imbattibili con l'impossibile compito di risolvere il labirinto al centro del quale sono stati abbandonati.

In quanto protagonista dell'opera, Thomas è ovviamente l'elemento di rottura nella perversa routine alla quale gli abitanti del labirinto hanno imparato a rassegnarsi. Il suo arrivo nella radura centrale è immediatamente seguito dall'arrivo prima e unica ragazza del gruppo, che giunge in stato di semi-incoscienza e fa giusto in tempo ad annunciare che solo un mese è lasciato loro a disposizione per risolvere il labirinto e salvarsi la vita.

La tensione è alta quindi fin dalle prime pagine: l'impossibilità di ricordare il proprio passato o capire qual è il senso del diabolico labirinto, le frequenti morti cruente e l'angoscia costante in cui vivono i protagonisti fanno di questo romanzo una di quelle opere impossibili da abbandonare prima di arrivare alla fine. Questo nonostante lo stile di Dashner sia uno dei peggiori in cui mi sia mai imbattuta: povero, ripetitivo, a volte sgrammaticato, assolutamente infantile, non viene nemmeno riscattato dal tentativo dell'autore di inventare un gergo all'Arancia Meccanica per le giovani cavie abbandonate in una realtà sconosciuta.

Il punto di forza di quest'opera è la trama, che pur essendo in debito con alcuni classici è sufficientemente originale e ricca di colpi di scena, fino all'ultima pagina, tanto che l'acquisto degli altri due volumi della trilogia è praticamente obbligatorio.

Poco si può dire invece dei protagonisti perché la caratterizzazione fornita da Dashner è pressoché nulla e stereotipata: c'è il capo del gruppo, brusco e dispotico ma in fondo interessato a tener vivi tutti, la pecora nera malvagia e instabile, il nerd della situazione, cicciottello e spaventato e l'amico fidato, disposto a dar fiducia al protagonista anche quando tutti dubitano di lui. Thomas è il classico eroe di questo tipo di avventure, coraggioso fino all'avventatezza, altruista e pronto a sacrificarsi per gli altri e naturalmente con un dono speciale che lo rende l'unico in grado di salvare il gruppo.
L'aspetto più deludente del romanzo è proprio legato a questi "poteri" di Thomas, che lo legano indissolubilmente all'unica figura femminile della storia, Teresa, il personaggio più inutile e slegato dal contesto, oltre che quello protagonista dei dialoghi più ridicoli. In un racconto fantascientifico che si basa su un'enigma così logico come un labirinto, scoprire che l'unica via di fuga è legata ad abilità quasi magiche (non approfondisco per evitare spoiler), per quel che mi riguarda è stata una delusione.


The Maze Runner Saga
  • Il labirinto (Fanucci - 2011)
  • La via di fuga (Fanucci - 2012)
  • The Death Cure (inedito in Italia)
  • Giudizio:

    +3stelle+

    Dettagli del libro

    • Titolo: Il labirinto
    • Titolo: The Maze Runner
    • Autore: James Dashner
    • Autore: A. Di Liddo
    • Editore: Fanucci
    • Traduttore: Teens international
    • Data di Pubblicazione: 2011
    • ISBN-13: 9788834718063
    • Pagine: 428
    • Formato - Prezzo: Rilegato- 17.00 Euro

    8 aprile 2014

    Dal libro al film: Divergent

    Prima si cercava il "nuovo Twilight", ora produttori, giornalisti e pubblicitari sono alla disperata ricerca del "nuovo Hunger Games". Prima c'era l'invasione dei vampiri, ora c'è quella dei romanzi distopici. Tra i numerosi candidati Divergent di Veronica Roth parte sicuramente in pole position. Almeno sulla carta.

    Gli ingredienti ci sono tutti: una protagonista femminile che gli americani chiamano apprppriatamente kick ass, indipendente e agguerrita, un immaginario futuro post-bellico spietato, tanta azione, e una qualche velata critica sociale. Nonostante le imperfezioni non manchino, la formula ha funzionato ancora una volta e l'intera trilogia all'inizio del 2014 è arrivata a vendere 10 milioni di copie in tutto il mondo, almeno secondo le cifre divulgate dalla casa editrice Harper Collins.
    La fiducia in questo tipo di prodotto è tale che i diritti per farne un film erano già stati acquisiti da Summit Entertainment nel 2011, pochi mesi dopo la pubblicazione del primo romanzo della serie, anche se le riprese non sono iniziate fino al 2013.

    Purtroppo, a differenza di quanto avvenuto per la trasposizione di Hunger Games, le potenzialità del romanzo della Roth sono rimaste tutte sulla carta.
    Lo si poteva immaginare già dalle prime dichiarazioni dello sceneggiatore Evan Daugherty: "Sono ossessionato dalla durezza del film ma un'eguale importanza è data alla storia d'amore fra Tris e Quattro. E' inestricabilmente legata alla maturazione della personalità di Tris. Ci saranno alchimia e attrazione sessuale in abbondanza".

    In altre parole: trasformeremo la vostra spietata avventura apocalittica in una love story adolescenziale.

    Che le cose non sarebbero andate per il verso giusto lo si poteva sospettare anche dalla scelta della protagonista, Shailene Woodley, finora celebre soprattutto per il suo ruolo nel telefilm-soap opera La vita segreta di una teenager americana che non sembra nemmeno essersi accorta di aver cambiato set tanto è intenta a scambiarsi sguardi languidi con il co-protagonista Theo James. Jennifer Lawrence è un'altra cosa.
    Al di là delle capacità recitative non esaltanti ma nella media, è prima di tutto l'aspetto fisico dell'attrice a essere inadatto.
    In Divergent viene ripetuto fino alla nausea che Tris è minuta, ossuta, piattina, mignherlina e dall'aspetto pre-adolescenziale, caratteristica fondamentale che condiziona il suo intero addestramento come Intrepida e la rende facile preda di violenze da parte dei compagni più aggressivi oltre che oggetto di derisione e disprezzo da parte degli adulti. Shailene Woodley, con le sue guance paffute, il fisico pieno e l'altezza superiore alla media (sovrasta addirittura l'amica del cuore Christina, interpretata dalla figlia d'arte Zoe Kravitz) sinceramente è quanto di più lontano ci possa essere dallo scricciolo svantaggiato descritto nel romanzo. Sia chiaro che non voglio esaltare nessun ideale di magrezza anoressica o insinuare che l'attrice sia sovrappeso, semplicemente la fisicità era una caratteristica essenziale del personaggio principale del romanzo della Roth che qui va totalmente perso.

    D'altra parte il film smorza le pesantissime forme di bullismo al quale la ragazza è sottoposta durante tutta la sua permanenza fra gli Intrepidi non solo per l'apparente debolezza fisica ma anche per il suo provenire da una fazione, quella degli Abneganti, che si distingue per la rigidità dei costumi e la propensione alla sottomissione.
    Fatto salvo per qualche "rigida" gridato dal bulletto del gruppo e un paio di combattimenti finiti male, della costante pressione psicologica, delle numerose mortificazioni e dei pesanti attacchi subiti dalla protagonista in Divergent non vi è praticamente traccia (la regia praticamente censura anche il sangue e i lividi), il che priva buona parte della pellicola della tensione e della grinta che invece tenevano i lettori attaccati al romanzo.
    Del resto l'attenzione di regista e sceneggiatori era tutta puntata sulla love story che, manco a dirlo, era uno degli elementi più deboli del libro della Roth. Per quanto tenera, infatti, la relazione fra Quattro e Tris era apparsa abbastanza scontata, ma quantomeno nel libro l'attrazione fra i due si sviluppava gradualmente. Nel film invece fin dal primo incontro è tutto un susseguirsi di sguardi intensi, mani sfiorate, parole non dette, fino al fatidico primo bacio seguito immediatamente dalla ridicola (perché immotivata) dichiarazione "Non voglio andare troppo in fretta" da parte della protagonista, come nella più banale delle storie d'amore adolescenziali.

    In questo senso la scelta di Theo James per la parte di Quattro è azzeccatissima: invece del riservato e non bellissimo, seppur affascinate, diciassettenne del romanzo abbiamo un vero e proprio sex-symbol tutto sguardi ardenti e labbra carnose che già aveva sedotto l'algida Lady Mary nella prima stagione di Downton Abbey e che qui replica affascinando l'ingenua Tris. Il pubblico femminile ringrazia.

    In definitiva la pellicola si può riassumere con un semplice aggettivo: moscia.
    E' inevitabile che nel passaggio da libro a film vengano fatti tagli e si perdano elementi per il lettore fondamentali: una cosa è leggere 400 pagine in cui la protagonista in prima persona esprime i suoi sentimenti, i suoi dubbi e le sue paure, una cosa è rendere questa complessità in qualche inquadratura e una decina di dialoghi. Intere amicizie vanno perse, i volti dei personaggi secondari diventano tutti uguali (nessuno fra coloro che non avevano letto il libro ha capito chi fossero Will e Al e perché ci dovrebbe importare della loro morte), le relazioni fra i protagonisti finiscono semplificate e banalizzate, le sottigliezze della trama diventano intraducibili.
    I registi più bravi riescono comunque a trasmettere quantomeno l'essenza del messaggio del romanzo e le sue atmosfere. Neil Burger ci prova e in qualche modo, seppur semplificata, riesce a rendere l'idea del contrasto fra una società che vuole canalizzare i suoi membri in categorie fisse e invalicabili e l'individualità umana, rappresentata dai divergenti, che chiede libertà di esprimersi. Questo però non basta per un racconto di questo tipo: quando si semplifica e si banalizza in questo modo di solito si punta quanto meno sull'azione ma il regista non riesce a fare nemmeno questo: le sequenze di combattimento (vere o d'addestramento che siano) sono senza ritmo, totalmente prive d'adrenalina e suspence. Mosce, appunto.

    Questo anche a causa di tagli incomprensibili come mostrare gli Intrepidi che salgono e scendono dal treno come persone normali quando nel libro essi saltano abitualmente su e già dai treni in corsa, cosa che avviene solo nella prima e nell'ultima scena. Si tratta di piccolezze che messe insieme, però, tolgono grinta e personalità alla narrazione, mentre la capacità di mandare l'adrenalina alle stelle era il mezzo principale in cui Veronica Roth riscattava alcuni difetti del suo primo romanzo.
    D'altra parte Burger si era già fatto notare con The Illusionist, altro esempio di come una regia lenta e troppo attenta al drammone sentimentale possa affossare una trama intrigante.

    Per farla breve: come film l'ho trovato abbastanza deludente e l'unica cosa che mi sento di salvare è l'interpretazione di Kate Winslet, per la prima volta nella parte della cattiva. L'attrice, che all'epoca delle riprese era in attesa del terzo figlio e quindi sempre inquadrata in primo piano o di spalle, avvolta da un lungo spolverino, resiste alla tentazione di gigioneggiare e fornisce una misurata interpretazione dell'algida Jeanine Matthews, decisamente uno dei pochi esempi di recitazione visti in tutto il film.

    12 febbraio 2014

    CyberTokyo - Antonella Monterisi

    Tokyo, 109° anno Post Epurazione – Gli Orientali hanno vinto l’ultima guerra, divenendo a tutti gli effetti la razza dominante, mentre gli Occidentali sono visti come la feccia della società. Le famiglie a capo di questo nuovo mondo si sono assegnate il nome di Originali e sono per il popolo esempi di Perfezione e Giustizia da adorare. SD14 ha diciassette anni, è un’Occidentale del girone Delta, ha un QI più alto del normale, e vorrebbe solo avere la possibilità di dimostrare il suo valore. Ma ben presto scoprirà che gli Originali sono pronti a tutto pur di mantenere il controllo sulle altre razze…

    Recensione

    L'unica critica che posso rivolgere a Antonella Monterisi e al suo CyberTokyo è: "perché così breve?". CyberTokyo ha tutte le caratteristiche per poter essere la risposta italiana ad Hunger Games con il suo futuro distopico che immagina un'umanità suddivisa in gironi in base alla razza e al quoziente intellettivo in cui, emblematicamente, gli orientali occupano i livelli più elevati mentre gli occidentali si trovano relegati agli ultimi posti, la feccia della società. Il sistema è controllato rigidamente da un regime in grado di monitorare le persone fin nelle loro teste, come ogni Grande Fratello che si rispetti. Quando la giovane SD14 richiede legittimamente di essere assegnata a un livello superiore il regime mostra inevitabilmente la sua faccia più corrotta e intollerante, scatenando un'impensabile rivolta.

    Gli elementi ci sono tutti: un regime poliziesco, il disagio sociale, il pregiudizio razziale e una protagonista coraggiosa pronta a lottare per il suo futuro. Certo l'impostazione di base è abbastanza classica per un racconto di questo tipo ma il modo in cui l'autrice le sviluppa è potenzialmente interessante e originale. Dico potenzialmente perché una storia come questa meriterebbe di essere approfondita in un romanzo lungo mentre la scelta del racconto incuriosiche e stuzzica il lettore quel tanto che basta a fargli divorare il libro in un paio d'ore ma lo lascia un po' insoddisfatto. Si ha alla fine la sensazione di aver guardato un film tenendo premuto il pulsante dell'avanzamento veloce fermandosi periodicamente solo per vedere alcune scene significative.

    Di Antonella Monterisi avevo già letto Dimitri e l'asteroide, una raccolta di racconti per bambini che con quest'opera ha in comune l'interesse per il fantastico e a tratti, devo dire, il linguaggio che è occasionalmente un po' troppo semplice e poco adatto ad una tematica adulta come quella qui trattata.
    Non so se per l'autrice si sia trattato di una sorta di prova generale per compiere il balzo dalla letteratura per bambini a quella per un pubblico più adulto, ma l'effetto è quello di una storia rimasta a metà strada, ed è un peccato perché la vicenda è veramente avvincente e il finale inaspettato è perfetto, ma la forma del racconto è in questo caso un limite. Fermo restando che si è trattato di una lettura piacevolissima, il mio consiglio all'autrice è quello di rompere gli indugi e lanciarsi in una forma di narrazione forse più imnpegnativa ma per la quale ha tutte le potenzialità.

    Giudizio:

    +4stelle+

    Dettagli del libro

    • Titolo: CyberTokyo
    • Autore: Antonella Monterisi
    • Editore: La Mela Avvelenata
    • Data di Pubblicazione: 2013
    • ISBN-13: 9788898394746
    • Pagine: 58
    • Formato - Prezzo: ebook - Euro 0,99

    18 gennaio 2014

    Presto in produzione Equals, la nuova trasposizione cinematografica di 1984

    Ogni qualvolta pensiamo di aver raggiunto il fondo, scopriamo che c'è sempre qualcuno che si è già messo a scavare.

    E' quello che non si può fare a meno di pensare leggendo una notizia del genere. E' una bufala, ci diciamo, è una bufala, speriamo con tutte le nostre forze, ma invece è la realtà, e ha superato la fantasia.

    La notizia? Si fa presto a dirla, non tanto a digerirla: 1984 avrà una nuova trasposizione cinematografica in chiave romantica.
    Scioccati? Ecco il colpo di grazia: la protagonista di Equals, Julia, sarà interpretata da Kristen Stewart, la star di Twilight, una delle attrici più popolari di Hollywood tra i giovanissimi.

    «I can't believe I agreed to do it», ha dichiarato la talentuosa attrice alla Associated Press, «I'm terrified of it. Though it's a movie with a really basic concept, it's overtly ambitious». Anche noi ne siamo spaventati, anzi, terrorizzati, specie fronte a una successiva affermazione della Stewart, la quale dichiara «It's a love story of epic, epic, epic proportion». Temo di non peccare di pregiudizialismo se ritengo che non sarà necessario guardare il film per anticiparne gli intenti: trasformare una storia pregna di significato, una pietra miliare della letteratura, nell'ennesimo polpettone smielato per adolescenti con gli ormoni in subbuglio.

    Ma facciamo un passo indietro: 1984, scritto nel 1948 e pubblicato l'anno successivo, è il più noto e apprezzato romanzo di George Orwell, forse ancor più del pure celeberrimo La fattoria degli animali. Romanzo distopico per eccellenza, il libro è ambientato in una società futura (per l'epoca) che esaspera ai massimi sistemi gli aspetti del socialismo: Oceania, Eurasia ed Estasia sono le tre potenze totalitaristiche in cui la Terra è ripartita. Winston Smith, il protagonista, è un membro subalterno del Partito, l'organo di controllo totale che monitora azioni e pensieri dei cittadini mediante una fitta rete di teleschermi, eliminando immediatamente qualsiasi soggetto esca anche solo minimamente fuori dagli schemi prefissi. L'incontro con Julia, anche lei membro del Partito, lo spinge a unirsi insieme alla donna (di cui si è innamorato) alla Confraternita, un'organizzazione clandestina.

    1984 è stato sì ispirazione per il nutrito filone della distopia young adult - che grazie ad Hunger Games ha raggiunto livelli di successo tra il pubblico straordinari -, ma vederlo trasposto al cinema ridotto a mera storia d'amore (sebbene nel romanzo una relazione sentimentale sia presente, anche se più simbolo di volontà di ribellione e di ricerca di libertà che storia d'amore in senso stretto) sa di dissacrazione bella e buona.

    Equals, pare, sarà un adattamento dello storico film del 1956 più che del romanzo in sé. Diretto da Drake Doremus, oltre alla già citata Kristen Stewart il film vedrà Nicholas Hoult (protagonista del recente Cacciatore di giganti e fidanzato di Jennifer Lawrence, la star di Hunger Games) nei panni di Winston, sebbene il personaggio letterario sia piuttosto più anziano. Le riprese inizieranno più avanti nel 2014.

    Ebbene, tenetevi forte: presto le librerie saranno invase di copie di 1984 con cover glitterate che vedranno i due protagonisti del film avvinghiati in struggenti pose plastiche. Le ragazzine in tempesta ormonale avranno una brutta sorpresa, tuttavia, perché si troveranno tra le mani un romanzo complesso e pregno di significati politici e sociali. Ma cerchiamo il diamante nel fango: magari a qualcuna di loro piacerà, e scoprirà che non esistono solo i paranormal romance.

    12 gennaio 2014

    Allegiant - Veronica Roth


    La società suddivisa in fazioni in cui Tris Prior ha sempre creduto è ora in frantumi, distrutta dalla violenza e dalle lotte di potere e segnata da perdite e tradimenti. Per cui, quando le offrono la possibilità di esplorare oltre i confini del mondo a lei conosciuto, Tris è pronta. Forse oltre il confine lei e Tobias troveranno il modo di condurre una vita semplice, lontana dalle bugie, le complicate alleanze e dolorosi ricordi.
    Ma la nuova realtà di Tris è ancora più allarmante di quella che si è lasciata alle spalle. Le vecchie scoperte si dimostrano presto inutili. Nuove esplosive verità cambiano profondamente coloro che ama. E ancora una volta, Tris deve combattere per comprendere le complessità della natura umana e di se stessa mentre al contempo deve affrontare nuove e impossibili scelte sul coraggio, lealtà, sacrificio e amore.

    Recensione

    Allegiant è il capitolo conclusivo, ancora inedito in Italia, della saga bestseller di Veronica Roth, iniziata con Divergent e proseguita l'anno scorso con Insurgent. Mi capita raramente di recensire separatamente l'ultimo romanzo di una trilogia; questo tipo di saghe è così spesso un corpo unico che di solito mi sembra sufficiente commentare solo il primo romanzo oppure tutti e tre i libri in un unico articolo.
    Tuttavia quando ho recensito Divergent, nonostante l'impressione generale del romanzo fosse più che positiva, ho espresso diverse perplessità che si sono poi rivelate infondate con la lettura di Insurgent, e soprattutto di Allegiant, per cui mi sembra corretto aggiungere questa recensione per dare un quadro dell'opera migliore.
    Ciò che mi aveva maggiormente infastidita del primo romanzo della saga era di fatto l'assunto base su cui sembrava fondarsi la realtà distopica inventata dalla Roth, ovvero che per risparmiare all'umanità futuri conflitti una buona soluzione poteva essere quella di suddividere rigidamente la popolazione in distinte fazioni, ognuna intenta a coltivare una particolare virtù fino all'eccesso.
    Senza voler fare spoiler, posso dire che i romanzi successivi dimostrano come questo non fosse altro che uno stratagemma narrativo parte di una trama molto più complessa, caratterizzata da continui colpi di scena e cambi di prospettiva, tanto che è necessario arrivare verso metà del terzo volume per apprendere quale sia effettivamente la verità sul mondo in cui Tris e Tobias stanno vivendo.
    Nulla è mai come sembra nell'opera della Roth, e alcuni lettori potrebbero storcere il naso di fronte alle numerose inversioni di rotta e accusare l'autrice di voler stupire il lettore ad ogni costo ma, onestamente, il risultato finale appare così ben congegnato e con così pochi punti deboli da mettere a tacere qualsiasi recriminazione.
    A differenza di molte saghe in cui i volumi successivi al primo sembrano solo un tentativo di allungare iL brodo per vendere più copie, la lettura di Allegiant conferma che l'opera era stata concepita da subito come una trilogia, in cui il racconto si sviluppa per tutti e tre i volumi arricchendosi di dettagli in modo coerente e consapevole, mettendo a tacere coloro che si erano lamentati dell'assenza di background storico evidente in Divergent.
    Non solo: rispetto ad Hunger Games, a cui questa saga è stata spesso paragonata, che a mio parere esauriva quasi tutta la sua carica innovativa nel primo romanzo, la Roth riesce sollevare interrogativi e spunti di riflessione per tutta la trilogia. Per cui se in Hunger Games l'idea di base mi era sembrata più interessante e stimolante (sebbene non originalissima, come sanno bene i fan di Battle Royale), credo che Divergent vinca "sulla lunga distanza" per la sua capacità di mescolare efficacemente suspence e azione ad un'attenta riflessione sulla natura umana che saggiamente non dà risposte assolute ma mette in luce le mille sfaccettature e contraddizioni che rendono una persona "buona", "onesta", "coraggiosa", invece che "crudele", "egoista", "codarda".
    Allineata con le recenti scoperte sul DNA umano, la Roth spinge il lettore a chiedersi se sono davvero solo i nostri geni a determinare chi siamo, quanto l'ambiente in cui viviamo e le persone con cui cresciamo influenzino la nostra personalità, quanto dicono di noi le scelte che facciamo. Sono molti gli interrogativi etici che l'autrice si pone e che astutamente (anche se a volte un po' banalmente) riesce a rappresentare attraverso ognuno dei personaggi del racconto. Anche i meno importanti di loro assumono infatti un ruolo simbolico, sebbene ovviamente il ruolo principale spetti a Tris e Tobias, di cui apprezziamo la maturazione sia come singoli individui che devono fare i conti con i sensi di colpa, la paura e il rimorso causati dalle loro avventure, sia come coppia che impara ad avere un rapporto onesto e paritario, di totale fiducia l'uno verso l'altra.
    A questo proposito, in Allegiant per la prima volta il punto di vista di Tris è alternato a quello di Tobias, scelta che all'inizio mi era parsa un mero stratagemma letterario per movimentare la narrazione ma che trova una sua spiegazione al termine dell'opera sebbene nel complesso la scelta non sia riuscitissima in quanto la Roth fatica a adottare uno stile diverso per le due voci narranti. Il tono ed il modo di esprimersi di Tris non sono particolarmente distinguibili da quelli di Tobias, cosa un po' improbabile trattandosi di una ragazza sedicenne ed un ragazzo diciottenne, per quanto provenienti dallo stesso ambiente.
    A dispetto di questo difetto, la narrazione in prima persona è comunque una scelta vincente perché fatta con un linguaggio semplice ma maturo, che risulta emotivamente coinvolgente per il lettore ed efficace nel conferire profondità psicologica ai personaggi. La tensione rimane sempre alta, non solo nelle scene d'azione ma anche nelle sequenze di calma, in cui i protagonisti devono venire a patti con i propri dubbi e le proprie paure, per cui la lettura è al tempo stesso un'esperienza avvincente ed estenuante.
    Infine due parole sul finale, sul quale chi ha letto il libro si sta già accapigliando. Il fato di Chicago e delle sue fazioni è effettivamente un po' deludente, dopo tutto ciò che accade nel corso dei tre libri la conclusione mi è sembrata decisamente all'acqua di rosa, in stile Twilight. Ma quello che interessa davvero noi lettori è la sorte dei due protagonisti e su questo devo dire che la Roth si riscatta completamente: certamente non è la fine che ci saremmo aspettati e probabilmente nemmeno quella che avremmo voluto, ma non posso fare a meno di promuoverla. D'impatto, sorprendente e coraggiosa, a conferma che la sua autrice è  una narratrice grintosa e con le palle.

    Giudizio:

    +4stelle+

    Dettagli del libro

    • Titolo: Allegiant (Divergent #3)
    • Autore: Veronica Roth
    • Editore: Katherine Tegen Books
    • Data di Pubblicazione: 22 ottobre 2013
    • ISBN-13: 9780062287335
    • Pagine: 526
    • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 7,90
     

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