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30 giugno 2014

Speciale Strega 2014: La vita in tempo di pace - Francesco Pecoraro

Francesco Pecoraro è nato nel 1945 a Roma, dove vive e lavora come architetto urbanista. Ha esordito nel 2007 con la raccolta di racconti Dove credi di andare, pubblicata da Mondadori e vincitrice dei premi Napoli e Berto. Cura il blog Tashtego, di cui alcuni contributi sono stati pubblicati in Questa e altre preistorie, edito da Le Lettere.

Pecoraro è anche poeta: per Ponte Sisto ha pubblicato la raccolta Primordio vertebrale. Con il romanzo La vita in tempo di pace, pubblicato da Ponte alle Grazie nel 2013, si è piazzato tra la cinquina finalista al Premio Strega 2014.


L'ingegner Ivo Brandani è sempre vissuto in tempo di pace. Quando il libro comincia, il 29 maggio 2015, Ivo ha sessantanove anni, è disilluso, arrabbiato, morbosamente attaccato alla vita. Lavora per conto di una multinazionale a un progetto segreto e sconcertante, la ricostruzione in materiali sintetici della barriera corallina del Mar Rosso: quella vera sta morendo per l'inquinamento atmosferico. Nel limbo sognante di un viaggio di ritorno dall'Egitto, si ricompongono a ritroso le varie fasi della sua esistenza di piccolo borghese: la decadenza profonda degli anni Duemila, i soprusi e le ipocrisie di un Paese travolto dal servilismo e dalla burocrazia, il sogno illusorio di un luogo incontaminato e incorruttibile, l'Egeo. E poi, ancora indietro nel tempo, le lotte studentesche degli anni Sessanta, la scoperta dell'amore e del sesso, fino ad arrivare al mondo barbarico del dopoguerra, in cui Brandani ha vissuto gli incubi e le sfide della prima infanzia. Chirurgico e torrenziale, divagante e avvincente, "La vita in tempo di pace" racconta, dal punto di vista di un antieroe lucidissimo, la storia del nostro Paese e le contraddizioni della nostra borghesia: le debolezze, le aspirazioni, gli slanci e le sporcizie, quel che ci illudevamo di essere e quel che alla fine, nostro malgrado, siamo diventati.

Recensione

«Quelli come me sono organismi del Tempo di Pace, creature specifiche, con speciali adattamenti, come quegli insetti che si trovano nelle grotte, ciechi senza sapere di esserlo, bianchi per mancanza di luce eppure convinti che il mondo sia tutto lì. Non abbiamo idea di cosa voglia dire combattere per la patria, anzi la patria non sappiamo cosa sia, non proviamo nulla per la patria, se non fosse per un vago senso di amor proprio che ci scatta quando qualcuno dice pizza-mandolino-mafia-corna. [...]Il Tempo di Pace è solo una guerra silenziosa di tutti contro tutti.»

Non stupisce di trovare tra la cinquina finalista al Premio Strega un testo come questo. Si affollano ne La vita in tempo di pace i temi più amati dagli italiani: il relativo benessere del dopoguerra, il sapore di mare, sapore di sale delle estati degli anni Sessanta; il comunismo e il clima universitario del Sessantotto; il rappel à l'ordre e il rientro nella società capitalistica dopo il fallimento degli ideali giovanili: settant'anni d'Italia, insomma, narrati dall'alter-ego romanzesco di Francesco Pecoraro, Ivo Brandani, come lui romano (anzi, della «Città di Dio»), come lui nato nel 1945, come lui impegnato nel settore architettonico-ingegneristico.

A narrare a ritroso, dalla recente esondazione del Tevere - ai cui danni le istituzioni prive di mezzi non possono provvedere - ai primi anni di sfollamento nelle campagne romane, è l'ingegnere Ivo Brandani, figlio di un'Italia in tempo di pace, espressione (e titolo) evidentemente sarcastica perché non solo la cosiddetta pace vissuta dal mondo occidentale dopo la fine della Seconda Guerra è del tutto fittizia, ma Brandani stesso è perennemente coinvolto in conflitti di natura familiare, morale e ideologica, primo tra tutti quello con la prepotente figura paterna (l'onnipresente ombra del Padre, che grava sull'insicuro protagonista persino dopo la sua morte, e che si contrappone alla consolante figura della Madre andata via troppo presto, pervade ogni singola pagina del romanzo in una lunghissima Lettera kafkiana dei nostri tempi).
Agli archi narrativi, indipendenti tra loro, si intervallano le riflessioni dell'Ivo Brandani settantenne, incaricato di ricostruire l'agonizzante barriera corallina del Mar Rosso, durante l'apatica attesa nell'aeroporto di Sharm el-Sheik e il successivo volo che lo riporterà nella Città di Dio. L'ultimo giorno di lucidità prima del coma e della morte, come viene anticipato al lettore immediatamente all'inizio del romanzo.

Pecoraro sa scrivere, bisogna dirlo, e soprattutto sa adattare la sua scrittura all'andamento umorale della voce narrante: ora frasi brevi e spezzettate per restituire la concitazione, ora un periodare lungo e complesso, ora la prevalenza dei dialoghi sulla descrizione. Non ho apprezzato però certi vezzi, tra cui l'uso dell'arcaico non ostante al posto di nonostante, e - all'estremo opposto - l'ammiccante angloamericanismo & a sostituire la congiunzione e in certi contesti. Si notano peraltro alcuni refusi sfuggiti alla revisione, tra cui il divertente comparire di un bRanco di pesci.
Per concludere, dunque, questo romanzo non ha difetti se non la sua bulimica prolissità e la fastidiosa domanda persistente che genera: cosa c'è di nuovo? Veramente il Premio Strega, al di là dell'indubbio valore letterario di Pecoraro, non riesce ad affrancarsi un po' dalla solita solfa?

Giudizio

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: La vita in tempo di pace
  • Autore: Francesco Pecoraro
  • Editore: Ponte alle Grazie
  • Data di Pubblicazione: 2013
  • Collana: Scrittori
  • ISBN-13: 9788862209670
  • Pagine: 509
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 16.80

28 giugno 2014

Speciale Strega 2014: Non dirmi che hai paura - Giuseppe Catozzella

Giuseppe Catozzella è autore di racconti, inchieste, poesie, romanzi-inchiesta. È stato per molto tempo consulente editoriale per la Mondadori e attualmente lavora per Giangiacomo Feltrinelli.

Scrive su “L’Espresso”, “Sette”, “Il Corriere Nazionale”, “Max”, “Lo Straniero”, milanomafia.com, e ha collaborato con la trasmissione televisiva Le Iene. Del suo romanzo-inchiesta Alveare (Rizzoli, 2011; Feltrinelli, 2014) la casa di produzione Wildside ha acquistato i diritti cinematografici, e sono stati tratti tre differenti spettacoli teatrali. Tiene un blog sul sito del “Fatto Quotidiano”. Con Feltrinelli ha pubblicato Fuego (Zoom, 2012).
Non dirmi che hai paura si è piazzato primo tra la cinquina finalista al Premio Strega 2014.


Samia è una ragazzina di Mogadiscio.
Ha la corsa nel sangue. Ogni giorno divide i suoi sogni con Alì, che è amico del cuore, confidente e primo, appassionato allenatore. Mentre intorno la Somalia è sempre più preda dell'irrigidimento politico e religioso, mentre le armi parlano sempre più forte la lingua della sopraffazione, Samia guarda lontano, e avverte nelle sue gambe magre e velocissime un destino di riscatto per il paese martoriato e per le donne somale. Gli allenamenti notturni nello stadio deserto, per nascondersi dagli occhi accusatori degli integralisti, e le prime affermazioni la portano, a soli diciassette anni, a qualificarsi alle Olimpiadi di Pechino. Arriva ultima, ma diventa un simbolo per le donne musulmane in tutto il mondo. Il suo vero sogno, però, è vincere. L'appuntamento è con le Olimpiadi di Londra del 2012. Ma tutto diventa difficile. Gli integralisti prendono ancora più potere, Samia corre chiusa dentro un burqa ed è costretta a fronteggiare una perdita lacerante, mentre il "fratello di tutta una vita" le cambia l'esistenza per sempre. Rimanere lì, all'improvviso, non ha più senso. Una notte parte, a piedi. Rincorrendo la libertà e il sogno di vincere le Olimpiadi. Sola, intraprende il Viaggio di ottomila chilometri, l'odissea dei migranti dall'Etiopia al Sudan e, attraverso il Sahara, alla Libia, per arrivare via mare in Italia.

Recensione

Semplicemente un libro che tutti dovrebbero leggere.

Non dirmi che hai paura di Giuseppe Catozzella è un pugno ben assestato nello stomaco. Apre gli occhi, commuove, fa riflettere. E lo fa mille volte di più appena si accende la tv e si guardano con occhi cinicamente abituati i barconi di migranti recuperati al largo delle coste di Lampedusa.
Un libro che non è quindi “semplicemente” la storia di Samia Yusuf Omar, la velocista somala che gareggiò alle Olimpiadi di Pechino e quattro anni dopo morì annegata nell'affondamento di uno di quei barconi di disperati mentre tentava di raggiungere l'Italia e l'Europa nella speranza di trovare la libertà e un allenatore in grado di prepararla per le Olimpiadi di Londra. Non dirmi che hai paura è un inno alla libertà, dà volto e voce a quei disperati, a ciò che hanno vissuto, e a ciò che vorrebbero vivere e che invece,spesso, non vivranno mai. E' il racconto di un sogno infranto che troppo spesso non si vuole guardare e si cancella con un colpo di telecomando.

Diviso di fatto in due parti - la prima parte racconta con dolcezza la fanciullezza di Samia, la povertà e il dolore in cui cresce, la seconda riguarda il viaggio, la sua preparazione, la disperazione che guida in una scelta in cui i rischi sono sin dall'inizio ben presenti - , il romanzo porta in un'altra dimensione. Non c'è pietismo o facile commozione. No, quello mai. Ed è un merito enorme. C'è la realtà, asciutta a tratti e sconvolgente, che non va però mai a intaccare la dignità dei disperati.

A tratti quasi reportage, una pagina dopo l'altra, Non dirmi che hai paura ti porta Samia dentro e alla fine sei anche tu tra il pubblico di Pechino a incitarla. Sempre e comunque. Nonostante l'ultimo tempo delle batterie. Nonostante non avesse mai avuto una chances di vincere. Nonostante tutto.

In tempi come questi, dove non è facile affrontare a qualsiasi livello tematiche come quella in cui affonda le mani Catozzella senza cadere di qui o di là della barricata, Non dirmi che hai paura ha il merito di prendere il lettore per mano portandolo in un inferno di verità lasciandogli però il cuore pulsante. E se c'è un limite del libro, un limite vero, è la fine di Samia. Perché chi lo legge ne avrebbe voluto un'altra, avrebbe fatto qualunque cosa per averne un'altra.

Ma con un libro e la realtà, non basta il clic del telecomando.

Giudizio:

+5stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Non dirmi che hai paura
  • Autore: Giuseppe Catozzella
  • Editore: Feltrinelli
  • Data di Pubblicazione: 2014
  • Collana: I Narratori
  • ISBN-13: 9788807030772
  • Pagine: 236
  • Formato - Prezzo: Brossura, 15.00 Euro

27 giugno 2014

Speciale Strega 2014: Il padre infedele - Antonio Scurati

Antonio Scurati è nato a Napoli il 25 giugno del 1969. Conseguita la laurea in Filosofia all'Università Statale di Milano, si perfeziona alla Ecoles des Hautes Etudes en Sciences Sociales di Parigi per poi completare gli studi conseguendo un dottorato di ricerca in "Teoria e Analisi del Testo" all’Università di Bergamo, di cui è tuttora docente e ricercatore e dove coordina il "Centro Studi sui Linguaggi della Guerra e della Violenza". Dal 2008 è ricercatore presso lo IULM di Milano nell'ambito del laboratorio di scrittura creativa e del laboratorio di oralità e retorica.

La sua bibliografia comprende saggi e romanzi pluripremiati in campo nazionale. Da ricordare: Il rumore sordo della battaglia (Bompiani 2002), vincitore del Premio Letterario Edoardo Kihlgren Opera Prima; Il sopravvissuto (Bompiani 2005), vincitore del Premio Campiello e del Premio Nazionale Letterario Pisa per la Narrativa; Una storia romantica (Bompiani 2007), vincitore del 34º Premio Letterario Internazionale Mondello - Città di Palermo per la Sezione Autori Italiani; Il bambino che sognava la fine del mondo (Bompiani 2009); La seconda mezzanotte (Bompiani 2011).
Il padre infedele, uscito per Bompiani nel 2013, concorre alla finale del premio Strega 2014.


“Forse non mi piacciono gli uomini.” Il giorno in cui tua moglie, all’improvviso, scoppia a piangere in cucina, è una piccola apocalisse. Uno di quei giorni in cui la tua vita va in frantumi ma giunge, anche, per un attimo, a dire se stessa. E allora Glauco Revelli, chef di un ristorante blasonato, maschio di quaranta anni, padre di una figlia di tre, va alla ricerca della propria verità di uomo. Dall’ingresso nell’età adulta, l’innamoramento, la costruzione di una famiglia, la nascita e l’accudimento di una figlia, fino al disamore della moglie (che gli si nega dal momento del parto) e al ritorno feroce degli insaziabili demoni del sesso, tutto è passato in rassegna dal suo sguardo implacabile e commosso.

Recensione

“Ma vale la pena di leggerlo?” Anche dopo aver girato l'ultima pagina l'interrogativo rimane. Antonio Scurati ne Il padre infedele ci racconta la storia di Glauco Revelli, cuoco milanese laureato in filosofia, e del suo rapporto conflittuale con il mondo in generale e con la moglie Giulia nello specifico, che viene appianato solo leggermente dalla nascita di sua figlia Anita.

Già dalle prime righe si può capire che piega prenderà la storia: pochi saranno gli spiragli che l'autore darà alla speranza, mentre per la maggior parte del tempo ci sarà una continua ricerca del protagonista di quel tipo di vita perfetto per le pubblicità che tanto è stato inculcato nei trentenni/quarantenni di oggi, nel pieno della crisi economica più lunga del secondo dopoguerra. Con prosa profonda e ricca l'autore dà il suo ritratto di una generazione cresciuta su modelli artefatti e irraggiungibili, perennemente insoddisfatta e sempre alla ricerca di un qualcosa di non meglio precisato da surrogare con ciò che capita a tiro, che sia una qualunque sostanza stordente o una serata in un ristorante “Fashion Food” praticante. Il protagonista, così, diventa un degno esemplare con cui parafrasare un periodo storico pieno di uomini e donne che navigano a vista in un oceano in tempesta.

Altro tema centrale del romanzo è la non-comunicazione nell'epoca di internet sui cellulari e dei social network: forse basterebbe poco, magari una parola giusta in un momento giusto, per far migliorare la situazione, invece non è che un continuo trincerarsi dietro scuse e silenzi. Proprio per questo i discorsi diretti sono ridotti al minimo indispensabile e tutto viene descritto con minuzia, ogni particolare diventa importante per iniziare una riflessione filosofica.

Raccontato come fosse un diario che il padre Glauco scrive alla figlia Anita – prima, seconda e terza persona si intervallano alla bisogna - , Il padre infedele resta un libro non facile da seguire, che affascina e respinge allo stesso tempo per lo stesso motivo: la prosa di Scurati. Se da un lato infatti mi è capitato difficilmente di leggere un autore con un vocabolario più ricco e avvolgente, dall'altro ho fatto fatica a stare dietro ai continui voli pindarici che finiscono spesso con un avvitamento carpiato e un finale ambiguo. La trama è abbastanza risaputa e non viene affrontata se non come un mero spunto per i panegirici dell'autore.

In definitiva, tanto per fare un esempio rimanendo nella culinaria, è come se fosse un dolce ricco di saporite e ricercate guarnizioni fatto con una base di pasta industriale. A parte un refuso su percentuali e figli per coppia nel mondo occidentale, “Il padre infedele” è un'opera curata e ricca, che ha nel modo di scrivere dell'autore il maggior pregio e il peggior difetto. Se vi piacciono le trame intriganti e ricche di colpi di scena è meglio che lasciate perdere. Al contrario, se vi soddisfano le frasi poetiche e il filone dell'esistenzialismo entropico che sta caratterizzando le ultime produzioni italiane, dategli un'occhiata.

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Il Padre Infedele
  • Autore: Antonio Scurati
  • Editore: Bompiani
  • Data Pubblicazione: Ottobre 2013
  • Collana: Narratori Italiani
  • Isbn13: 9788845274091
  • Pagine: 188
  • Formato - Prezzo: Brossura - 14,45 Euro

25 giugno 2014

Speciale Strega 2014: Il desiderio di essere come tutti - Francesco Piccolo

Francesco Piccolo, giornalista, scirttore e sceneggiatore, è nato a Caserta nel 1964. Laureato in lettere, da vent'anni vive e lavora a Roma dove collabora con le rubriche culturali di diverse riviste e quotidiani, tra cui l'Unità; inoltre cura il laboratorio di sceneggiatura al D.A.M.S. della terza Università di Roma. Tra le sue numerose esperienze come sceneggiatore ricordiamo la collaborazione con Nanni Moretti per Il Caimano e Habemus Papam e con Paolo Virzì per La prima cosa bella e Il capitale umano.
Tra gli autori del programma tv Quello che (non) ho, di Fabio Fazio e Roberto Saviano, nella sua carriera ha scritto diversi romanzi pubblicando sia con Feltrinelli che con Einaudi. Tra essi segnaliamo Diario di uno scrittore senza talento, con cui è arrivato finalista al Premio Calvino nel 1993, Storie di primogeniti e figli unici, grazie al quale ha vinto il Premio Giuseppe Berto e il Premio letterario Piero Chiara, La separazione del maschio (da noi recensito qui), Momenti di trascurabile felicità, e l'ultimo Il desiderio di essere come tutti , con il quale è entrato nella cinquina finalista del Premio Strega di quest'anno.

I funerali di Berlinguer e la scoperta del piacere di perdere, il rapimento Moro e il tradimento del padre, il coraggio intellettuale di Parise e il primo amore che muore il giorno di San Valentino, il discorso con cui Bertinotti cancellò il governo Prodi e la resa definitiva al gene della superficialità, la vita quotidiana durante i vent'anni di Berlusconi al potere, una frase di Craxi e un racconto di Carver...
Se è vero che ci mettiamo una vita intera a diventare noi stessi, quando guardiamo all'indietro la strada è ben segnalata, una scia di intuizioni, attimi, folgorazioni e sbagli: il filo dei nostri giorni.
Francesco Piccolo ha scritto un libro anomalo e portentoso, che è insieme il romanzo della sinistra italiana e un racconto di formazione individuale e collettiva: sarà impossibile non rispecchiarsi in queste pagine (per affinità o per opposizione), rileggendo parole e cose, rivelazioni e scacchi della nostra storia personale, e ricordando a ogni pagina che tutto ci riguarda. «Un'epoca - quella in cui si vive - non si respinge, si può soltanto accoglierla».

Recensione

Indicato da tutti come il favorito al Premio Strega di quest'anno, Il desiderio di essere come tutti combina una serie di spunti interessanti a una fastidiosa autoreferenzialità che mi ha spinta più volte a interrogarmi sull'effettivo valore dell'opera e sul suo significato. A lettura terminata ancora fatico a decidere se si tratta di un riassunto critico (e auto-critico) della storia della sinistra italiana degli ultimi quarant'anni oppure della condivisione della propria storia umana e politica o, ancora, di un personalissimo percorso di autoassoluzione
Francesco Piccolo ripercorre la propria vita, dal momento in cui da bambino realizzò di condividere l'esistenza e il destino con migliaia di altri esseri umani a quello in cui si rese conto di sentirsi comunista, legandola a doppio filo agli eventi più salienti della storia italiana quali l'epidemia di colera a Caserta, il rapimento Moro, il fallimento del compromesso storico, Berlinguer, Craxi e Berlusconi.
Filo conduttore è proprio la relazione fra pubblico e privato, la contraddizione costante fra il desiderio di essere come tutti, i compagni di partito e di ideali, gli amici di destra, la famiglia democristiana, e le idee personali, i propri dubbi, le proprie esigenze.

Nel corso della sua riflessione, Piccolo scopre l'acqua calda, ovvero ciò di cui molti elettori di sinistra si sono accorti da tempo (decidendo infatti di abbandonare il partito in cerca di lidi migliori): per troppi anni la sinistra si è arroccata su questioni di principio assolute e avulse dalla realtà in nome di una supposta superiorità morale, del sentirsi unica parte civile del paese (probabile, ma quindi?), orgogliosa di guardare con disprezzo il volgo, il popolo, gli incivili ai quali si avrebbe dovuto tendere una mano e con cui invece si è chiusa ogni possibilità di dialogo.
Meglio tardi che mai, verrebbe da dire, non fosse che l'autore mescola questa sacrosanta critica con un ragionamento tutto suo, in base al quale se in mezzo a tutti questi dilemmi politici lui per tutta la sua vita si è fatto i fatti suoi, non partecipando ai funerali di Berlinguer pur essendone convinto sostenitore, non aggregandosi ai soccoritori dei terremotati dell'Irpinia, adottando in generale un approccio superficiale verso tutto, l'ha fatto nel pieno diritto di farlo, perché tanto la vita va avanti lo stesso e tanti saluti a tutti.
Chissenefrega, direte voi. E infatti chissenefrega.
L'unico a cui frega qualcosa è Piccolo, che evidentemente sentiva il desiderio di ripulirsi la coscienza, di giustificarsi con il resto del mondo, di dire ai compagni estremisti della sua adolescenza che si rifiutavano di considerarlo vero comunista perché di famiglia borghese che se lui aveva voglia di andare in discoteca con gli amici invece di leggere libri sul marxismo aveva tutto il diritto di farlo, così come ora se lui vuole starsene in Italia invece di sognare l'estero come molti indignati di sinistra ha tutto il diritto di farlo. E ci mancherebbe, ma a noi lettori che importa? C'era bisogno di pubblicare un libro per dirlo? Non aveva più senso aprirsi un blog personale e scriverci un bel post di sfogo?
E in effetti lo stile e il tono sono quelli di un post su un blog, un post lunghissimo, ricco di ripetizioni (ma nessuno l'ha riletto questo libro?) e ulteriormente allungato da pagine di riassunti di trame di film e libri che l'autore utilizza come fonti di similitudini per spiegare la sua posizione, senza capire che basta un accenno al titolo o a una sequenza per rendere l'idea, non ha alcun senso riportare per intero la trama di Come eravamo o L'insostenibile leggerezza dell'essere, se non quello di rovinare la trama a coloro che non li avessero ancora visti o letti.

Ho apprezzato la lucida analisi delle contraddizioni della sinistra italiana, volesse mai che anche rappresentanti del partito cogliessero questa critica, mi sono anche ritrovata in alcuni episodi narrati (quando il padre di Piccolo si ostina a dire che è facile fare i comunisti coi soldi di papà mi sembrava di sentire parlare mio padre), tuttavia l'insistenza con cui lo scrittore ha inserito stralci della sua vita personale non solo non ha aggiunto nulla alla narrazione ma mi è parso un modo un po' rozzo per giustificare anni di ignavia, perché è vero che non si può respingere l'epoca in cui si vive collocandosi con distacco su di un piedistallo, però è altrettanto giusto lottare per cambiare quello che non ci piace, senza dire per tutto chessaràmai .

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Il desiderio di essere come tutti
  • Autore: Francesco Piccolo
  • Editore: Einaudi
  • Data di Pubblicazione: 2014
  • Collana: Supercoralli
  • ISBN-13: 9788806194567
  • Pagine: 261
  • Formato - Prezzo: Copertina rigida - Euro 17,50

18 giugno 2014

Speciale Strega 2014: Lisario o il piacere infinito delle donne - Antonella Cilento

Antonella Cilento è nata nel 1970 a Napoli, dove tuttora vive e insegna scrittura creativa. Ha esordito nel 2000 con Il cielo capovolto,seguito dalla pubblicazione per Guanda di Una lunga notte, Premio Fiesole 2002.

Tra i suoi altri romanzi: Non è il Paradiso, L’amore, quello vero, Napoli sul mare luccica, Nessun sogno finisce, Isole senza mare, Asino chi legge, La paura della lince.
A marzo ha pubblicato per Mondadori Lisario o il piacere infinito delle donne, presentato da Nadia Fusini e Giuseppe Montesano al Premio Strega 2014, ultimo finalista in cinquina con 46 voti.


Lisario Morales è muta a causa di un maldestro intervento chirurgico, ma legge di nascosto Cervantes e scrive lettere alla Madonna. È poco più di una bambina quando le propongono per la prima volta il matrimonio: per sottrarsi a quest'obbligo cade addormentata. Quando non può opporsi alla violenza degli adulti, infatti, Lisario dorme. E addormentata da mesi, come la protagonista della più classica delle fiabe, la riceve in cura Avicente Iguelmano, medico fallito giunto a Napoli per rifarsi una reputazione. Tra mille incertezze, pudori, paure, la terapia, al tempo stesso la più prevedibile come la più illecita, sarà coronata dal successo, e però spalancherà davanti alla mente del dottore, fragile, superstiziosa, supponente - in una parola, seicentesca -, un vero e proprio abisso di fantasmi e di terrori, tutti con una radice comune: il mistero abissale, conturbante, indescrivibile del piacere femminile, l'incontrollabile ed eversiva energia delle donne. L'affresco della Napoli barocca, fra Masaniello e la peste, riassume la sua forma rutilante, fastosa e miserabile, fosca ed eccessiva, grazie alla scrittura della Cilento, capace di creare sia gli effetti miniaturistici delle folle di Micco Spadaro, sia la potenza dei chiaroscuri caravaggeschi.

Recensione

«Lisario era abbreviazione di Belisaria, poiché il nome intero era riservato alla donna sposata che un giorno avrebbe dovuto essere al suo posto, ma tutti la chiamavano così a causa dell'oscuro presentimento che sarebbe rimasta sempre mezza, né maschio né femmina, sospesa al suo stato animale che la rassomigliava a una lucente e verde lucertola, in quel luogo dell'adolescenza dove tutti gli esseri ancora sono spiriti del mare o dei boschi.»

Quando Avicente Iguelmano, mediconzolo catalano giunto a Napoli per rifarsi una carriera, riceve in cura Belisaria Morales, si trova tra le mani un bel grattacapo: la fanciulla dorme ormai da mesi e a nessuno riesce di svegliarla. Lisario, questo il nome con cui tutti la chiamano, si è addormentata per sottrarsi a un matrimonio sgradito imposto dal padre, e a nulla sono valsi gli sforzi dei pure amorevoli genitori e delle serve affezionate.
Soggiogato dalla bellezza della ragazza dormiente che gli appare «spaventosa e pericolosa come l'America agli spagnoli», bruciante dei sacri fervori della ricerca scientifica e della lussuria, Avicente scopre che l'unico stimolo a cui Lisario reagisce è il piacere: ogni giorno il giovane medico approfondisce la sua esplorazione dei misteri femminili, finché, giunta all'orgasmo, Lisario si sveglia.
Curiosa e di facile apprendimento, due doti poco consone a una donna del Seicento, Lisario da sempre nasconde a tutti di saper leggere e scrivere; un ciarlatano le ha portato via la lingua quand'era bambina in un'operazione maldestra, e da allora scrive, riempiendo il suo quaderno di lettere per la Madonna. E nelle mani di un altro ciarlatano cade: Avicente Iguelmano, cui i genitori riconoscenti hanno offerto la mano di Lisario, non riesce a rassegnarsi all'impossibilità di penetrare l'ineffabile segreto del piacere femminile, e sottopone la moglie a una lunga successione di umilianti esperimenti privandola dell'affetto coniugale che le era sembrato di poter avere da questo tutto sommato piacente sconosciuto. Ossessionato dall'idea che le donne possano provare piacere senza gli uomini, umiliato dai rifiuti della moglie e perseguitato da incubi in cui i Teatini gli puntano addosso severe dita ammonitrici, Avicente spinge inconsapevolmente la moglie tra le braccia di un pittore francese.

Che tripudio linguistico questo libro! Che affresco vibrante di chiaroscuri barocchi! Romanzo storico e favola nera, Lisario è una ricostruzione accuratissima del Seicento napoletano, crogiolo di idiomi e di culture, di ardori artistici e intellettuali. Nella sporca capitale del viceregno spagnolo si aggira una processione di nobilotti decaduti, imbroglioni, ruffiani, artisti, prostitute, nani, omosessuali ed ermafroditi, tutti in scena per offrire al lettore una rappresentazione poco sacra e molto picaresca. Fulcro della narrazione è lei, Lisario, fiera esponente del vessato sesso femminile: privata provvidenzialmente di una bella voce e di una parlantina agile, relegata al ruolo di moglie sottomessa, Lisario - che l'autrice non risparmia dall'ironia sorniona con cui bersaglia tutti i personaggi - si vendica custodendo gelosamente la propria sessualità e donandola solo al pittore Jacques Colmar, l'unico a destinarle un amore disinteressato.

Mi accosto sempre con sospetto agli autori italiani, soprattutto se autrici: il rischio, sempre dietro l'angolo, è di incappare in un lagnoso sbrodolìo che grida al mondo che noi donne siamo esseri sensibili ed emozionali, che non vediamo l'ora di sperimentare le gioie della maternità, e che l'amore ci fa soffrire. Ebbene, un grazie alla Cilento per aver dimostrato che una donna italiana può scrivere un romanzo in cui il sentimento - pure presente - viene deriso e bastonato dall'ironia.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Lisario o il piacere infinito delle donne
  • Autore: Antonella Cilento
  • Editore: Mondadori
  • Data di Pubblicazione: 2014
  • Collana: Scrittori italiani e stranieri
  • ISBN-13: 9788804634478
  • Pagine: 297
  • Formato - Prezzo: Rilegato, sovraccoperta - Euro 17,50

1 giugno 2014

Giugno: Speciale Strega 2014


Ancora una volta, lo Speciale mensile verterà su un premio letterario, con la differenza che questo mese non ci occuperemo dei vincitori delle passate edizioni del Premio Strega, ma della cinquina che sarà annunciata mercoledì 11 giugno e che vedrà passare in finale cinque dei dodici libri candidati al premio: Non dirmi che hai paura di Giuseppe Catozzella (Feltrinelli), Lisario o il piacere infinito delle donne di Antonella Cilento (Mondadori), Bella mia di Donatella Di Pietrantonio (Elliot), la graphic novel unastoria di Gipi (Coconino Press-Fandango), Come fossi solo di Marco Magini (Giunti), Nella casa di vetro di Giuseppe Munforte (Gaffi), La vita in tempo di pace di Francesco Pecoraro (Ponte alle Grazie), La terra del sacerdote di Paolo Piccirillo (Neri Pozza), Il desiderio di essere come tutti di Francesco Piccolo (Einaudi), Storia umana e inumana di Giorgio Pressburger (Bompiani), Ovunque, proteggici di Elisa Ruotolo (nottetempo), e infine Il padre infedele di Antonio Scurati (Bompiani).
Giunto alla sessantottesima edizione, il Premio Strega nasce nel 1947 nel salotto letterario di Maria e Goffredo Bellonci in collaborazione con Guido Aliberti, dove, dal 1944, si radunavano scrittori, giornalisti e letterati («gente di ogni partito unita nella partecipazione di un tema doloroso nel presente e incerto nel futuro»), gli Amici della Domenica (termine che oggi designa la giuria). Il premio, forse il maggior riconoscimento letterario del nostro Paese, viene conferito a un'opera italiana pubblicata tra 1° aprile dell'anno precedente e il 31 marzo di quello corrente.
La casa editrice ad aver pubblicato il maggior numero di opere vincitrici (ben 23) è la Mondadori, seguita da Einaudi (11) e Rizzoli (10). Con quest'ultima ha pubblicato anche il vincitore uscente, Walter Siti, autore di Resistere non serve a niente.


I vincitori del Premio dal 1947 a oggi:

1947: Tempo di uccidere di Ennio Flaiano (Longanesi)
1948: Villa Tarantola di Vincenzo Cardarelli (Meridiana)
1949: La memoria di Giovanni Battista Angioletti (Bompiani)
1950: La bella estate di Cesare Pavese (Einaudi)
1951: Quasi una vita di Corrado Alvaro (Bompiani)
1952: I racconti di Alberto Moravia (Bompiani)
1953: L'amante fedele di Massimo Bontempelli (Mondadori)
1954: Lettere da Capri di Mario Soldati (Garzanti)
1955: Un gatto attraversa la strada di Giovanni Comisso (Mondadori)
1956: Cinque storie ferraresi di Giorgio Bassani (Einaudi)
1957: L'isola di Arturo di Elsa Morante (Einaudi)
1958: Sessanta racconti di Dino Buzzati (Mondadori)
1959: Il gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa (Feltrinelli)
1960: La ragazza di Bube di Carlo Cassola (Einaudi)
1961: Ferito a morte di Raffaele La Capria (Bompiani)
1962: Il clandestino di Mario Tobino (Mondadori)
1963: Lessico famigliare di Natalia Ginzburg (Einaudi)
1964: L'ombra delle colline di Giovanni Arpino (Mondadori)
1965: La macchina mondiale di Paolo Volponi (Garzanti)
1966: Una spirale di nebbia di Michele Prisco (Rizzoli)
1967: Poveri e semplici di Anna Maria Ortese (Vallecchi)
1968: L'occhio del gatto di Alberto Bevilacqua (Rizzoli)
1969: Le parole tra noi leggere di Lalla Romano (Einaudi)
1970: Le stelle fredde di Guido Piovene (Mondadori)
1971: La spiaggia d'oro di Raffaello Brignetti (Rizzoli)
1972: Paese d'ombre di Giuseppe Dessì (Mondadori)
1973: Allegri, gioventù di Manlio Cancogni (Rizzoli)
1974: La morte del fiume di Guglielmo Petroni (Mondadori)
1975: A caso di Tommaso Landolfi (Rizzoli)
1976: Le quattro ragazze Wieselberger di Fausta Cialente (Mondadori)
1977: La miglior vita di Fulvio Tomizza (Rizzoli)
1978: Un altare per la madre di Ferdinando Camon (Garzanti)
1979: La chiave a stella di Primo Levi (Einaudi)
1980: La vita ingenua di Vittorio Gorresio (Rizzoli)
1981: Il nome della rosa di Umberto Eco (Bompiani)
1982: Sillabario n.2 di Goffredo Parise (Mondadori)
1983: Il Natale del 1833 di Mario Pomilio (Rusconi)
1984: Tolstoj di Pietro Citati (Longanesi)
1985: L'armata dei fiumi perduti di Carlo Sgorlon (Mondadori)
1986: Rinascimento privato di Maria Bellonci (Mondadori)
1987: Le isole del paradiso di Stanislao Nievo (Mondadori)
1988: Le menzogne della notte di Gesualdo Bufalino (Bompiani)
1989: La grande sera di Giuseppe Pontiggia (Mondadori)
1990: La chimera di Sebastiano Vassalli (Einaudi)
1991: La strada per Roma di Paolo Volponi (Einaudi)
1992: Nottetempo, casa per casa di Vincenzo Consolo (Mondadori)
1993: Ninfa plebea di Domenico Rea (Leonardo)
1994: La casa del padre di Giorgio Montefoschi (Bompiani)
1995: Passaggio in ombra di Mariateresa Di Lascia (Feltrinelli)
1996: Bella vita e guerre altrui di Mr. Pyle, gentiluomo di Alessandro Barbero (Mondadori)
1997: Microcosmi di Claudio Magris (Garzanti)
1998: I bei momenti di Enzo Siciliano (Mondadori)
1999: Buio di Dacia Maraini (Rizzoli)
2000: N. di Ernesto Ferrero (Einaudi)
2001: Via Gemito di Domenico Starnone (Feltrinelli)
2002: Non ti muovere di Margaret Mazzantini (Mondadori)
2003: Vita di Melania G. Mazzucco (Rizzoli)
2004: Il dolore perfetto di Ugo Riccarelli (Mondadori)
2005: Il viaggiatore notturno di Maurizio Maggiani (Feltrinelli)
2006: Caos Calmo di Sandro Veronesi (Bompiani)
2007: Come Dio comanda di Niccolò Ammaniti (Mondadori)
2008: La solitudine dei numeri primi di Paolo Giordano (Mondadori)
2009: Stabat Mater di Tiziano Scarpa (Einaudi)
2010: Canale Mussolini di Antonio Pennacchi (Mondadori)
2011: Storia della mia gente di Edoardo Nesi (Bompiani)
2012: Inseparabili. Il fuoco amico dei ricordi di Alessandro Piperno (Mondadori)
2013: Resistere non serve a niente di Walter Siti (Rizzoli)

 

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