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31 gennaio 2014

Speciale Horror: Abbiamo sempre vissuto nel castello - Shirley Jackson

Copertina di Libri_di_sangue Shirley Jackson è stata una scrittrice e giornalista statunitense, nata a San Francisco nel 1916. Proveniente da una famiglia della medio borghesia la Jackson crebbe in una piccola cittadina di provincia che fornirà l'ispirazione per il suo prima romanzo The Road Through the Wall (1948). Durante il liceo si trasferì con la famiglia a New York, dove completò gli studi per poi frequentare il college a Rochester e, successivamente, alla Syracuse University. Fu qui che, tramite la partecipazione al giornale dell'università conobbe il futuro marito, Stanley Edgar Hyman, destinato a diventare un famoso critico letterario, con cui si sposerà nel 1940.
Dopo il matrimonio la coppia si trasferisce in Vermont dove Hyman inizia a insegnare e la Jackson intraprende l'attività di scrittrice a tempo pieno, affiancadola a quella di mamma visto che la coppia negli anni ha avuto 4 figli, destinati tutti ad una piccola fetta di celebrità perché l'autrice si divertiva a usarli come fonti di ispirazione per alcuni dei suoi racconti. Nonostante oggi sia nota soprattutto come modello letterario per autori del calibro di Stephen King e Richard Matheson la Jackson scrisse e pubblicò anche opere per bambini come Nine Magic Wishes e la commedia The Bad Children, ispirata alla favola di Hansel e Gretel. Ancora più famosa, fra questo tipo di produzione è però l'opera Vita fra i selvaggi (Life Among the Savages, 1963), dove raccontò romanzandola la storia del suo matrimonio e le sue esperienze nell'allevare quattro pargoli.
La celebrità, ad oggi, rimane però legata alle storie di paura e in particolare al racconto La Lotteria che suscitò enorme scalpore quando venne pubblicato nel 1948 per aver osato rispolverare un rito antico e violento ambientandolo in una piccola comunità dell'America benpensante. Nonostante in molti abbiano tentato di attribuire le ragioni delle tematiche violente e spaventose scelte dalla Jackson alle sue personali idiosincrasie e ad una sua presunta instabilità, la verità è che l'intenzione dell'autrice non era altro che quella di mostrare il lato barbaro e crudele della società a lei contemporanea che cercava di ignorare lo shock dei campi di concentramento e delle bombe atomiche.
Tra le opere successive spiccano Hangsaman (1951), La casa degli invasati (The Haunting of Hill House, 1959) oggi largamente riconosciuto come uno dei più importanti romanzi horror del ventesimo secolo, trasformato in un film nel 1963 da Robert Wise e Abbiamo sempre vissuto nel castello (We have always lived in the castle, 1962) di cui ci occuperemeo in questa recensione.
L'autrice morì di attacco cardiaco a soli 48 anni, la salute minata da problemi di peso e dall'abuso di farmaci prescritti per curare malattie prevalentemente piscosomatiche.


Con toni sommessi e deliziosamente sardonici la diciottenne Mary Katherine ci racconta della grande casa avita dove vive reclusa, in uno stato di idilliaca felicità, con la bellissima sorella Constance e uno zio invalido. Non ci sarebbe nulla di strano nella loro passione per i minuti riti quotidiani, la buona cucina e il giardinaggio, se non fosse che tutti gli altri membri della famiglia Blackwood sono morti avvelenati sei anni prima, seduti a tavola, proprio lì in sala da pranzo. E quando in tanta armonia irrompe l'Estraneo (nella persona del cugino Charles), si snoda sotto i nostri occhi, con piccoli tocchi stregoneschi, una storia sottilmente perturbante che ha le ingannevoli caratteristiche formali di una commedia. Ma il malessere che ci invade via via, disorientandoci, ricorda molto da vicino i "brividi silenziosi e cumulativi" che - per usare le parole di un'ammiratrice, Dorothy Parker abbiamo provato leggendo La lotteria. Perché anche in queste pagine Shirley Jackson si dimostra somma maestra del Male - un Male tanto più allarmante in quanto non circoscritto ai "cattivi", ma come sotteso alla vita stessa, e riscattato solo da piccoli miracoli di follia.

Recensione

Shirley Jackson è nota fra gli appassionati di horror nostrani come una delle ispiratrici di Stephen King, qualifica un po' riduttiva destinata ovviamente a creare aspettative sbagliate. Diciamolo chiaro: i libri della Jackson non sono come i libri di King. Entrambi condividono l'idea che le piccole tranquille cittadine di provincia sia spesso culla dei mali più terribili ma il loro concetto di terrore e il modo in cui lo esprimono è piuttosto diverso. La dedica di King in apertura de L'incendiaria dice tutto:

"A Shirley Jackson, che non ha mai avuto bisogno di alzare la voce"
e Abbiamo sempre vissuto nel castello mostra perfettamente cosa abbia voluto dire.
L'opera è interamente giocata sulla tensione e su un'atmosfera allucinata trasmessa innanzitutto dalla narrazione in prima persona della giovane Mary Katherine "Merrycat" Balckwood, diciottenne con la testa di una dodicenne. Il suo tono monocorde e l'atteggiamento simil-paranoico con cui descrive il mondo che la circonda, ed in particolare gli abitanti del villaggio da cui si sente perseguitata fanno da subito sospettare una narratrice non affidabile e insinuano il dubbio della sociopatia.

Abbiamo sempre vissuto nel castello è uno di quei romanzi in cui poco accade e ogni gesto, ogni dialogo è a servizio della crescente sensazione di disagio che lentamente si accumula sgocciolando dalle pagine e avviluppando il lettore per raggiungere il climax nelle ultime pause in cui finalmente gli eventi giungono al punto di rottura.
Da questo punto di vista il romanzo mi ha ricordato molto il tipo di orrore creato dai racconti del terrore di Poe. Gli elementi base dell'opera della Jackson sono però quelli tipici di una certa letteratura e un certo cinema della prima metà del novecento in cui giovani donne sole e mentalmente fragili si confrontano con un ambiente chiuso, bigotto e rancoroso. La lezione è ovviamente quella dell'ambiguità del male e sulla sua natura, della follia sempre in agguato appena il barlume della razionalità si spegne e del destino inevitabilmente solitario del diverso.

L'atmosfera allucinata è realizzata perfettamente e la suspence è sicuramente il punto di forza del romanzo, presente, palpabile, il punto debole è a mio parere la prevedibilità. Sono consapevole che all'epoca della pubblicazione questo romanzo, come tutti i racconti della Jackson, suscitò un certo scalpore ma attualmente il piccolo villaggio che ostracizza la misteriosa famiglia sulla collina è un archetipo un po' scontato così come Merrycat è un tipo di donna un po' datato. Anche il mistero che si cela dietro l'avvelenamento della quasi totalità della famiglia Blackwood è perfettamente immaginabile dal lettore fin dai primi capitoli sebbene sempre agghiacciante, non perché l'autrice commetta errori nella narrazione della vicenda ma perché racconti di questo tipo ne abbiamo mai letti a bizzeffe e non sono più in grado di sorprenderci. Certo questa è più una nota di merito che di demerito per questa scrittrice che è riuscita a comporre storie così suggestive da essere d'ispirazione a innumerevoli autori di suspence dagli anni '40 fino a oggi ma il suo libro ne paga un po' le conseguenze perché, a differenza di altri classici, mostra un po' il segno del tempo trascorso.

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Abbiamo sempre vissuto nel castello
  • Titolo originale: We Have Always Lived in the Castle
  • Autore: Shirley Jackson
  • Traduttore: Monica Pareschi
  • Editore: Adelphi
  • Data di Pubblicazione: 2009
  • Collana: Fabula
  • ISBN-13: 9788845923661
  • Pagine: 182
  • Formato - Prezzo: tascabile - Euro 9,90

29 gennaio 2014

Speciale Horror: I Racconti del Necronomicon - H. P. Lovecraft

Howard Phillips Lovecraft nacque a Providence nel 1890 e lì stesso morì nel 1937. Il suo nome per gli appassionati dell'orrore è sinonimo di genio e di grandezza e rappresenta uno dei fondatori dell'horror moderno, insieme a quello di Edgar Allan Poe. Nei pur brevi anni di produzione letteraria, legata anche all'instabilità del suo equilibrio mentale e a una vita piuttosto disagiata, trascorsa tra la sua Providence e New York, Lovecraft scrisse una notevole quantità di racconti brevi, pubblicati - talvolta anche rifiutati - su riviste di settore come Weird Tales e Amazing Stories, diversi romanzi , tra cui La ricerca onirica dello sconosciuto Kadath, Il caso di Charles Dexter Ward e Le montagne della follia, diversi componimenti poetici e un epistolario pressoché sterminato, intrattenendo rapporti con semplici lettori e altri grandi nomi della letteratura fantastica da Seabury Quinn a Clark Ashton Smith a August Derleth.
La sua fantasia visionaria lo portò a creare una mitologia alternativa fatta di entità cosmiche maligne e di dimensioni aliene, rispetto alle quali ogni legge fisica e ogni tentativo di comprensione da parte delle facoltà mentali umane risulta destinato a soccombere, di divinità oscure e presenze terrificanti, dagli Antichi Dei ai Grandi Antichi, che sono entrati a far parte dell'immaginario fantastico in modo permanente. I loro nomi stridenti e fastidiosi, come Cthulhu, Yog-Sothoth e Nyarlatothep, e le evocazioni attraverso incantesimi in lingue blasfeme e dimenticate, contenuti in un vero feticcio del genere, il libro inventato 'Necronomicon Mortis' dell'altrettanto inventato stregone arabo Abdul Alhazred, hanno dato ispirazione a serie cinematografiche, come quella di La casa e L'armata delle tenebre, a videogames e gruppi musicali hardrock, entrando a far parte della cultura popolare. Tra i temi più importanti della sua produzione è centrale quello dell'alienazione, legata a contesti sociali ed economici che mettono in crisi la visione dell'uomo e del suo posto nell'ordine cosmico, che viene rappresentata dalle minacce che alla vita umana provengono da dimensioni ed entità sconosciute, al di là della portata di ogni comprensione scientifica e razionale.

In questo volume sono raccolti e presentati quei racconti che citano o parlano in qualche modo del "Libro Maledetto", quel Necronomicon che, sicuramente opera di fantasia di Lovecraft, come lui stesso ebbe ad affermare, a tutt'oggi conta una numerosa schiera di appassionati che sono convinti esista davvero. È in ogni caso fuor di dubbio che queste storie inquietanti costituiscono un momento fondamentale nell'insieme del corpus narrativo del Solitario di Providence, e in particolar modo per quanto attiene al suo famosissimo Ciclo dei Miti di Cthulhu, che viene unanimemente riconosciuto come la parte più pregnante e significativa della sua produzione.

Recensione

Il libro è una raccolta di racconti che hanno come comune denominatore il terribile Al Azif, il “Libro delle Leggi che Governano i Morti”, ai più conosciuto come Necronomicon. Essendo impossibile cercare di parlarne in maniera esaustiva in una recensione, darò una descrizione per sommi capi della leggenda che aleggia intorno a questo testo. Il “Necronomicon” è forse il caso più famoso di “pseudobiblium”, cioè un libro che per stessa ammissione dell’autore non è mai esistito ma che viene citato in altre opere come se la storia che ha portato alla sua redazione fosse vera. Narra infatti Lovecraft che “l’arabo pazzo” Abdul Alhazred l’abbia vergato con il proprio sangue prima di morire in circostanze misteriose intorno al 738 D.C. e che poi sia stato tradotto in numerose lingue da personaggi mefistofelici. Per molti anni la gente ha creduto nell’esistenza del “Necronomicon” tanto da creare un vero e proprio mito e migliaia di appassionati nel mondo ne hanno fatto richiesta alle biblioteche che si dicesse fossero fornite di una copia. Nel corso degli anni Lovecraft si sbizzarrì nell’alimentare il caso da una parte e dall’altra continuò a ripetere che era tutto frutto della sua incredibile fantasia. Fatto sta che ancora oggi il “Necronomicon” è una delle opere più citate al mondo.

Curata ottimamente da Gianni Pilo - uno dei massimi esperti italiani di Lovecraft – che, oltre ad aver messo una esauriente bibliografia e una dettagliata biografia, ha scritto l’introduzione e le note ad inizio racconto, questa raccolta di racconti è da considerarsi come un modo per far avvicinare nuovi lettori italiani all’universo dell’autore di Providence, Rhode Island.  Si parte con “La Città senza Nome” (The Nameless City) e in una decina di pagine il lettore può già intuire in quali orrori sarà trasportato. Per la prima volta nell’universo lovecraftiano appare il personaggio di Abdul Alhazred – che si pensa essere un alter ego dell’autore e che nel suo cognome si celi il gioco di parole per assonanza Alhazred-All has read, cioè tutto è stato letto – con il suo “Distico Inesplicabile” che sarà una delle frasi più citate dell’intera opera dello scrittore:

“Non è morto ciò che può vivere in eterno
E in strani eoni anche la Morte può morire.”
Ne “La Città senza Nome” si può subito notare un uso massiccio degli aggettivi e una narrazione basata su sostantivi ampollosi. La lettura che ne consegue non è quindi affatto facile e il lettore occasionale potrebbe non riuscire a reggerne la prosa. Insomma, siete avvisati. Il secondo racconto è “Il Cane” (The Hound) nel quale si narra le turpi gesta di due ladri di cadaveri che vengono in contatto con una maledizione che li perseguiterà attraverso l’Europa. Qui i riferimenti sono palesemente E.A. Poe e A. C. Doyle, dall’uso dell’animale infernale come nemesi all’ambientazione principale delle brughiere inglesi. Nonostante ciò, Lovecraft – che non ha mai nascosto di non essere contento del racconto – mantiene il suo stile caratteristico e tiene il lettore sul filo per tutte e nove le pagine.
Nei seguenti “La Cerimonia” (The Festival) e “Il Successore” (The Descendant) sarebbero anche dimenticabili se non fosse per due elementi che sono predominanti, come si vedrà in seguito, in Lovecraft: la profonda conoscenza dell’astronomia dell’epoca e le citazioni letterarie. La prima serve per dare un fondo di veridicità alle storie degli dei provenienti dallo spazio profondo e la seconda costituisce un modo spesso usato per far conoscere ai lettori sia le opere che l’hanno influenzato sia un divertissement – decenni prima del cosiddetto “Fan Service” - tra colleghi come, giusto per citarne un paio, R. E. Howard e William Burroughs.
La parte forte però arriva con i due racconti più corposi e famosi: “Il Richiamo di Cthulhu” (The Call of Cthulhu) e “Colui che Sussurrava nelle Tenebre” (The Whisperer in Darkness). Ogni amante del genere horror conoscerà sicuramente il “dormiente Chtulhu”, cioè la più famosa invenzione insieme al “Necronomicon” partorita dalla mente di Lovecraft, che qui possiamo leggere in tutta la sua terrificante e oscura presenza. Assolutamente una delle opere più inquietanti e citate dell’autore, vi è narrata l’indagine nata per caso che porterà il protagonista – che racconta la sua disavventura in prima persona, come nella maggior parte delle opere dello scrittore – alla scoperta di un culto che adora orribili dei antichi, tra i quali appunto Chtulhu. Scoperchiando terribili segreti arriverà ad ascoltare la terribile storia del marinaio Gustaf Johansen, che ha incontrato il dio e ne uscì pazzo. Le ventotto pagine volano sulla fantasia perversa e allo stesso tempo affascinante di Lovecraft e “Colui che Sussurrava nelle Tenebre”. La tensione si potrebbe tagliare con un coltello e nessuna parola è fuori posto nel più corposo (sessanta pagine) racconto della raccolta. Il protagonista, Albert Whilmarth, ha uno scambio epistolare con Henry Akeley, studioso del Vermont, riguardo un caso di contatto tra alieni e umani. Allo scetticismo presto si sostituirà l’orrore puro mano a mano che gli eventi porteranno verso l’inevitabile finale. Grazie alla sintassi avvolgente di Lovecraft sembra quasi di essere sulle inquietanti colline del Vermont insieme ai due protagonisti e le conoscenze approfondite della scienza vengono messe al servizio della storia rendendola plausibile per un’opera di fantasia.
Questi due racconti valgono da soli il prezzo dell’intero libro, ma se siete ancora titubanti arrivano “I Sogni nella Casa Stregata” (The Dreams in the Witch-House) e “Attraverso i Cancelli della Chiave d’Argento” (Through the Gate of the Silver Key) che vi convinceranno ad adorare Lovecraft (oppure a lasciarlo perdere per sempre). Nel primo viene introdotto un ulteriore tassello nel canone dell’autore: influenzato dagli studi sulla fisica quantistica suoi contemporanei estende l’orrore cosmico abbattendo le barriere della dimensionalità. Keziah Mason e Brown Jenkins sono due cattivi che animeranno gli incubi del lettore per lungo tempo. Lovecraft amplia ulteriormente il concetto ne “Attraverso i Cancelli della Chiave d’Argento”. Nell’unico racconto della raccolta a non essere narrato in prima persona vediamo il protagonista, Randolph Carter, rimanere intrappolato nel corpo di un alieno dopo aver attraversato un portale. L’alieno ha però qualcosa in comune con Carter, cioè l’essere anche lui, come migliaia di altre creature nel tempo e nello spazio, Randolph Carter. L’ultimo racconto, “Il Libro” (The Book) è il più debole del lotto lungo un paio di pagine, non aggiunge nulla a quanto detto prima.

In definitiva, I Racconti del Necronomicon è un ottimo modo per iniziare a conoscere l’universo generato dalla fantasia di Lovecraft, autore tra i più citati anche al di fuori del genere horror e della letteratura in generale che ha anticipato i tempi guardando al passato e al suo presente. Potrebbe allontanare il classico lettore occasionale che si nutre di best-sellers con la prosa difficile da digerire, ma se si cercherà di andare fino in fondo si scoprirà di non poter più fare a meno del suo orrore cosmico.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: I Racconti del Necronomicon
  • Titolo originale: The Nameless City; The Hound; The Festival; The Descendant; The Whisperer in Darkness; The Call of Cthulhu; The Dreams in the Witch-House; Through the Gate of the Silver Key; The Book 
  • Autore: Howard P. Lovecraft
  • Traduttore: Gianni Pilo
  • Editore: Newton & Compton
  • Data di Pubblicazione: Giugno 2004
  • Collana: Labirinti del Terrore
  • ISBN-13: 9788854100923
  • Pagine: 228
  • Formato - Prezzo: Brossura - 5,00 Euro

28 gennaio 2014

Speciale Horror: La scatola a forma di cuore - Joe Hill

Joseph Hillstrom King, secondo figlio del molto più noto autore Stephen King, nasce nel 1972 a Bangor, nel Maine.

Per tentare di emergere nella letteratura horror e fantastica per meriti propri e non per l’illustre parentela, nel 1997 decide di firmare le sue opere di narrativa con lo pseudonimo di Joe Hill.

Ha pubblicato una raccolta di racconti (20th Century Ghosts), vincitrice del premio Bram Stoker e del British Fantasy Award, e tre romanzi (La scatola a forma di cuore, La vendetta del diavolo e NOS4A2). È anche autore di una serie a fumetti, Locke & Key.


L'annuncio su Internet di una ragazza che vuole liberarsi del fantasma del suo patrigno attira l'attenzione di Judas Coyne, rockstar miliardaria con un debole per il macabro. Il musicista - che annovera nella sua collezione il cranio di un indemoniato, la confessione di una strega, un cappio consunto dall'uso - si aggiudica l'articolo e una mattina gli viene recapitata una scatola a forma di cuore al cui interno si trova un abito scuro. Da quel momento una presenza misteriosa si manifesta nella casa e incomincia a perseguitarlo. Un silenzioso vecchio signore vestito di nero, con un piccolo rasoio che gli pende dal polso, costringe il suo segretario a impiccarsi, cerca di far marcire viva la sua giovanissima amante, ma soprattutto vuole infilarsi nella testa di Jude per indurlo a suicidarsi.

Recensione

Avvicinarsi a Joe Hill ripromettendosi di non fare paragoni con l’illustre padre, il Re, è un proposito molto difficile da mantenere, non solo per ragioni anagrafiche: alcuni elementi del suo stile narrativo, infatti, sono sicuramente influenzati e in larga parte ispirati dal lavoro paterno e ritornano anche elementi cari come l’amore per le auto vintage e i classici della musica rock.

Pur non essendo nemmeno lontanamente all'altezza dei migliori romanzi di King padre, La scatola a forma di cuore è una storia di fantasmi godibile, ottima per chi cerca una lettura rapida e rilassata. Che le pagine siano più di 350, infatti, lo si nota solo dal peso del libro, talmente scorrono con facilità, grazie soprattutto ai dialoghi convincenti e ben calibrati e ad alcune idee interessanti, come l’antagonismo tra i cani del protagonista e gli spiriti maligni.

Il romanzo, però, ha anche alcune indubbie pecche che mi hanno fatto storcere il naso, ma che sono perdonabili se si pensa che questo è il primo romanzo di Hill, che fino alla sua stesura si era cimentato soltanto con storie di più breve respiro: racconti e novelle.

Il terrore, infatti, si esaurisce purtroppo dopo le prime 100 pagine: il fantasma che Judas Coyne ha acquistato svela subito tutte le proprie carte, bruciando quella che secondo me è una delle caratteristiche più appetibili di una ghost story: il lento climax che conduce il lettore per mano verso le rivelazioni più inquietanti. Questo progressivo “spegnimento” arriva al suo pieno compimento nell'epilogo, rassicurante e un po’ troppo melenso per il genere horror. Veniamo però ora alla nota più stonata: i personaggi. Mentre da un lato ho apprezzato che il protagonista non sia un eroe perfetto, ma sia anche a tratti una persona davvero sgradevole, non ho gradito l’eccessiva aderenza a modelli visti e rivisti: per citare solo i due personaggi più sviluppati, ci troviamo di fronte al rude musicista rock di mezza età con un passato turbolento e ad una la prostituta dal cuore d’oro (qui una spogliarellista goth, ma il concetto non cambia). Presupposti che rendono La scatola a forma di cuore un racconto breve un po’ troppo diluito e non del tutto convincente.

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: La scatola a forma di cuore
  • Titolo originale: Heart-shaped box
  • Autore: Joe Hill
  • Traduttori: Matteo Curtoni e Maura Parolini
  • Editore: Sperling & Kupfer
  • Data di Pubblicazione: 2007
  • Collana: Narrativa
  • ISBN-13: 9788820043544
  • Pagine: 368 pagine
  • Formato - Prezzo: Rilegato - 18,00 Euro

26 gennaio 2014

Speciale Horror: Io sono leggenda - Richard Matheson

Richard Burton Matheson (Allendale, 20 febbraio 1926) è stato uno scrittore e sceneggiatore statunitense, autore per lo più di opere di fantascienza e horror. Figlio di immigrati norvegesi, mostra una precoce passione e talento per la scrittura già all'età di otto anni, quando pubblica poesie su un giornale di Brooklyn. Si diploma alla Brooklyn Technical High School nel 1943 e subito dopo entra nell'esercito americano, dal quale viene presto congedato per un ferimento in battaglia. Nel 1949 si laurea in giornalismo all'università del Missouri. Nel 1950 dà avvio alla sua carriera pubblicando il suo primo racconto sul Magazine of Fantasy and Science Fiction. Nel 1952, appena trasferitosi in California, sposa Ruth Ann Woodson, dalla quale ebbe quattro figli, tre dei quali sono diventati a loro volta scrittori e sceneggiatori. In California entra a far parte dei Fictioneers, un gruppo di giovani scrittori di gialli; nel mentre lavora in fabbrica e sogna di diventare scrittore a tempo pieno. Riprende così un'idea avuta a 17 anni vedendo il film Dracula, traendone il suo primo e più noto romanzo: Io sono leggenda (I am Legend, 1954).
In poco tempo consolida una carriera narrativa di successo, al punto che il suo romanzo Tre millimetri al giorno (The Shrinking Man, 1956) diventa un film (Radiazioni BX distruzione uomo, diretto da Jack Arnold). Nel 1959 il produttore televisivo Rod Serling convoca Matheson per un progetto a cui sta lavorando: Ai confini della realtà. Matheson si è già fatto un nome nell'ambito televisivo (scrivendo sceneggiature per telefilm come Alfred Hitchcock Presenta ed altri), e il nuovo progetto segna la sua definitiva consacrazione. Nel corso degli anni Sessanta si ritrova così a sceneggiare l'adattamento di un racconto di Poe (La casa di Usher) e a collaborare con Hitchcock per il suo film Gli uccelli; nel 1971 affianca l'allora esordiente Steven Spielberg nell'adattamento del suo racconto Duel; per finire, nel 1980 adatta Cronache marziane di Ray Bradbury. Sempre più sporadica si è fatta invece la sua attività di romanziere, che riprende un certo ritmo a partire dagli anni Novanta.
Muore a Los Angeles il 23 giugno 2013, pochi giorni prima che venga rivelato il conferimento del Saturn Award alla carriera, che gli viene assegnato postumo. Così lo ricorda Robert Holguin, presidente dell'Accademia: "Richard era un genio le cui visioni hanno contribuito a portare legittimità e consensi di critica alla fantascienza e al fantasy".


E' il 1976. Robert Neville torna a casa dopo una giornata di duro lavoro. Cucina, pulisce, ascolta un disco, si siede in poltrona e legge un libro. Eppure la sua non è una vita normale. Soprattutto dopo il tramonto. Perché Neville è l'ultimo uomo sulla Terra. L'ultimo umano sopravvissuto, in un mondo completamente popolato da vampiri. Nella solitudine che lo circonda, Robert esegue la sua missione, studia il fenomeno e le superstizioni che lo circondano, cerca nuove strade per lo sterminio delle creature delle tenebre. Durante la notte Neville se ne sta rintanato nella sua roccaforte, assediato dai morti viventi avidi del suo sangue. Ma con il sorgere del sole è lui a dominare un gioco crudele e di meccanica ferocia, scandito dalle luci e dalle ombre di un tempo sempre uguale a se stesso e che impone la ripetizione di un rituale sanguinario. In questo mondo Neville, con la sua unicità, si è già trasformato in leggenda.

Recensione

Io sono leggenda è per gli zombie ciò che il Dracula di Bram Stoker è stato per i vampiri. Il paragone è tanto più azzeccato se si considera come l'ispirazione all'allora giovane Matheson venne dopo aver visto il film Dracula del 1931. Il colpo di genio sta nell'aver trasfigurato completamente la figura del vampiro, aggiungendo nuove pennellate di colore, più orrorifiche, una nuova e diversa (e questo è ilare!) vitalità, e aver costruito su di esso un romanzo che discute il concetto di normalità e di umanità, giocando con l'immagine del singolo contro la moltitudine.
Denso di stratificazione di senso e di genere, Io sono leggenda parte come un romanzo postapocalittico (com'è gusto della fantascienza proprio di quegli anni), conflitti mondiali, esperimenti scientifici, cospirazioni: tutto è così ingarbugliato che per il protagonista, americano medio, la verità è tanto lontana quanto inutile e inutilizzabile. Rimasto solo in città, forse in tutto il pianeta, conduce una vita da eremita, se non fosse per i continui conflitti con le orde dei vampiri, reinventati da Matheson con quelle nuove caratteristiche che oggi fanno parte del dna dello zombie. Se l'aspetto razionale scientifico fa pensare più alla fantascienza (Matheson, attraverso il suo protagonsita, che conduce studi in solitaria sui vampiri, cerca di razionalizzare e smontare gli stereotipi legati alla leggenda del Vampiro), le pennellate stilistiche appaiono più appartenenti al genere horror: ma la verità è che l'autore va ben oltre la semplice mescolanza di genere, e ne è prova la grande capacità di introspezione psicologica. Matheson fa luce sull'irrazionale, studia il comportamento di un essere umano nella più completa solitudine, calcando la mano sugli aspetti più fisiologici, la fame, il desiderio sessuale, e controbilancia con un'incursione nell'inconscio, tra sogni, flashback, conflitti interiori. Mano a mano che la massa fino a quel momento informe dei vampiri mostra la propria molteplicità, Matheson riscrive poco a poco il concetto di umanità, il cui istinto di sopravvivenza gli rende possibile adattarsi a qualunque cosa, se costretto. Tutto ciò porterà a un'evoluzione imprevista e a un finale agghiacciante.
Oggi Io sono leggenda (complice i numerosi adattamenti cinematografici) viene ricordato essenzialmente per avere creato la nuova figura del morto vivente, e se è indubbio il suo ruolo nella storia del genere horror, nondimeno va ricordata e celebrata la stratificazione di senso di questo romanzo, capace di inchiodare l'umanità di fronte al più orrendo degli interrogativi: chi decide cosa è umano?

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Io sono leggenda
  • Titolo originale: I am legend
  • Autore: Richard Matheson
  • Traduttore: S. Fefè, V. Evangelisti
  • Editore: Fanucci
  • Data di Pubblicazione: 2011
  • Collana: TIF extra
  • ISBN-13: 9788834718261
  • Pagine: 183
  • Formato - Prezzo: Brossura - 9,90 Euro

24 gennaio 2014

Speciale Horror: Non mi uccidere - Chiara Palazzolo

Chiara Palazzolo (Catania, 31 ottobre 1961 – Roma, 6 agosto 2012) è stata una scrittrice italiana. Trascorre l'infanzia a Floridia, in provincia di Siracusa, per poi trasferirsi definitivamente a Roma. Dopo la laurea in Scienze politiche alla Luiss Guido Carli, collabora con numerose testate: L'informatore librario, Il Giornale di Siracusa, le pagine culturali della Gazzetta del Sud e de Il Messaggero, il periodico il Crotonese.
Nel 1987 vince il Premio Teramo nella sezione esordienti con il racconto inedito Damasco e dintorni. Esordisce nel 2000 con il romanzo La casa della festa (Marsilio Editori), per il quale riceve il premio Orient Express. Nel 2003 pubblica I bambini sono tornati (Edizioni Piemme), che viene tradotto in Germania e con cui partecipa al Premio Strega. Nello stesso anno prende parte al calendario Le fate sapienti promosso dall'ALI. Già molto lodata dalla critica, conquista il grande pubblico con tre romanzi gotici dove innesta nel genere fantastico la sperimentazione linguistica che la caratterizza. Nasce così la trilogia di Mirta/Luna, che comprende Non mi uccidere, Strappami il cuore e Ti porterò nel sangue (Edizioni Piemme)e vede protagonista una diciannovenne umbra, Mirta, che ritorna dalla tomba come sopramorta. I diritti cinematografici sono stati acquistati dalla R&C Produzioni. Non mi uccidere è stato tradotto in spagnolo. Dopo la partecipazione a due antologie di horror-fantasy (Incubi, uscito presso Dalai, e I confini della realtà, pubblicato da Mondadori), la rivisitazione del fantastico prosegue nel 2011 con Nel bosco di Aus (Edizioni Piemme), dove Palazzolo affronta una delle grandi icone del genere, quella della strega, con cui la protagonista Carla dovrà progressivamente cimentarsi. Il romanzo è stato candidato a "Libro dell'anno" della trasmissione radiofonica Fahrenheit e finalista al premio delle lettrici della rivista Elle. Chiara Palazzolo si è spenta il 6 agosto 2012 in seguito a una lunga malattia, che sembrava aver sconfitto.


Mirta ha vent'anni. È intelligente, bella, con una famiglia normale alle spalle. Un giorno conosce Robin, dieci anni più di lei, affascinante, misterioso. È il colpo di fulmine. Gli ingredienti del loro rapporto sono un grande amore e l'eroina. Saranno fatali per entrambi. Si erano giurati di non lasciarsi mai e Mirta mantiene la promessa. Qualche giorno dopo il funerale, esce dalla tomba, ma di Robin nessuna traccia. Lei si accorge di essere cambiata, ormai fa parte della schiera fittissima dei sopramorti, quelli che non trovano pace. Ma per sopravvivere ha bisogno di mangiare. È la carne umana che le dà forza, la carne e il sangue. E la fame aumenta.

Recensione

Della Palazzolo avevo letto "Nel bosco di Aus": la trama non è nelle mie corde, ma lo stile narrativo mi ha intrigata parecchio, con le frasi monche quasi a seguire il flusso dei pensieri della protagonista. Mi ha colpita anche il senso di inquietudine strisciante, la sensazione di un pericolo intangibile eppure vicino, decisamente angosciante. "Non mi uccidere" è nato sei anni prima e, pur immaginando un'opera meno matura, vi ho trovato decisamente poco di quello che mi era piaciuto dell'opera più recente.

Il romanzo si apre su un doppio funerale, quello di Mirta e di Roberto, giovani innamorati morti improvvisamente in un incidente. Il punto di vista si sposta subito dal narratore onnisciente alla prima persona di Mirta, che si risveglia da quello che sarebbe dovuto essere il suo sonno eterno. Ovviamente confusa, cerca di capire cosa le sia capitato, ripercorrendo con la memoria gli avvenimenti del suo passato recente.

Oltre 426 pagine di vaneggiamenti di una rediviva noiosetta e stupidina sono decisamente eccessive: le pecche sono così tante che non so da dove cominciare.
Potrei partire dalla relazione di Mirta con il drogato Robin, che fa tanto "Perchéééé lo faaaai?", Masini docet. Sarebbe stato carino negli anni '80, ma oggi è decisamente un cliché superato: all'io ti salverò non crede più nessuno.

Potrei continuare con l'oscura galleria d'arte che foraggia il nostro Robin, che non si capisce che ruolo ricopra e soprattutto dove vada a pescare i soldi per farsi.

C'è l'ammore di Mirta che la fa scendere allo stesso livello di Robin, se ti buchi tu mi buco anch'io - ma per favore bucami tu perché io ho paura. Tremendo. E di questo ammore il romanzo è pieno, ma a pagina 426 siamo ancora lì a chiederci cosa Mirta trovasse in Robin e perché questo ammore era così grande. Mah.

C'è che la rediviva decide di scomodare, nei suoi sproloqui, nientemeno che Wittgenstein, per gli amici "Witt". Nel 2002, certo, non c'erano mica gli Uàn Dairèscion. Lui sì me lo immagino a rivoltarsi nella tomba per essere stato coinvolto, suo malgrado, in questo delirio.

C'è che non succede niente fino a pagina 130 circa - a parte Mirta che esce dalla tomba, ma è un po' scontato dopo aver letto la trama. E 130 pagine di soliloquio sono come il noto cinghiale sullo stomaco della pubblicità del digestivo.

C'è che per tutto il romanzo Mirta parla come fosse ubriaca, con in aggiunta uno sdoppiamento di personalità stile Dottor Jekyll e Mr Hide, un incubo. Tutto quello che succede avrebbe potuto essere raccontato in metà pagine e ancora sarebbe stato troppo.

E quando finalmente arriva colei che potrebbe essere in possesso delle Risposte, zac, finisce il libro, lasciandoti in sospeso con altre Domande.

Da brividi la trovata del sonno: Mirta non dorme mai, perché non ne avverte la necessità. Arriva un'altra non-morta che le dice Ma sei matta? Devi dormire! E Mirta crolla, nel momento meno opportuno, ovviamente. Per quanto sia curiosa di quello che potrebbe succedere nel prosieguo e per quanto vorrei conoscere le Risposte, rinuncio volentieri alla lettura della trilogia. Tempo perso.

Giudizio:

+1stella+

Dettagli del libro

  • Titolo: Non mi uccidere
  • Autore: Chiara Palazzolo
  • Editore: Piemme
  • Data di Pubblicazione: 2012 (ristampa della prima edizione del 2005)
  • Collana: Paperback Adulti
  • ISBN-13: 978-88-566-2723-7
  • Pagine: 427
  • Formato - Prezzo: Brossura - 11 Euro

22 gennaio 2014

Speciale Horror: I racconti del terrore - Edgar Allan Poe

Copertina di Libri_di_sangue Ispiratore del nostro speciale di questo mese, Edgar Allan Poe nacque a Boston il 19 gennaio del 1809 da due attori, Elizabeth Arnold e David Poe, Jr, che lo lasciarono presto orfano e affidato alle cure di un ricco mercante di Richmond, John Allan, da cui prese il secondo cognome.
Dal 1815 al 1820 Poe visse in Inghilterra con i genitori adottivi, che gli fornirono un'accurata educazione inglese, che fortemente influenzò la sua già sviluppatissima sensibilità poetica. Fin dal ritorno in America, a soli dodici anni, il giovane Edgar iniziò infatti a comporre poesie, molte delle quali ispirate dalle sue sfortunate vicende amorose. Al termine della sua appassionata relazione con Sarah Elmira Royster egli compose infatti una delle sue opere più celebri, Tamerlano.
In seguito ad una serie di liti col padre adottivo, con cui non si riconcilierà mai, si trasferisce nel 1826 a Boston, dove, l'anno successivo, pubblica la sua prima raccolta: Tamerlano e altre poesie. Di lui si perdono le tracce fino al 1832 quando si arruola nell'esercito americano, raggiungendo il grado di sergente maggiore e iscrivendosi all'accademia di West Point, da cui sarà però espulso a causa delle sue intemperanze. Da questo momento in poi si guadagnerà da vivere solo coi suoi scritti, uno fra i primi a tentare questo metodo di sostentamento che però mai gli portò fortuna in vita.
Accanto alla poesia egli inizia a anche a scrivere numerosi racconti che gli varranno la fama di inventore del racconto poliziesco, della letteratura dell'orrore e del giallo psicologico, sebbene sia maggiormente noto come uno dei maggiori rappresentati del genere gotico, che in realtà si era sviluppato e concluso prima che egli pubblicasse le sue opere. Oltre ai 69 racconti egli compose anche un unico romanzo lungo, Storia di Arthur Gordon Pym, scritto tra il 1837 e il 1838. Furono però le opere brevi Lo scarabeo d'oro (1843), Il corvo e altre poesie (1845) e Il gatto nero (1843) che gli diedero la celebrità.
Già propenso all'abuso di alcol, si lasciò totalmente trascinare dal vizio dopo la morte prematura della moglie per tubercolosi, finendo in un abisso di delirio e desolazione da cui non si risolleverà mai. Il 3 ottobre 1849 lo scrittore fu infatti ritrovato delirante nelle strade di Baltimora e, nonostante il ricovero in ospedale, morì quattro giorni dopo.
Ancora oggi si specula e si dibatte sulla vera causa del decesso di Poe: si parla di misteriosi complotti, rapimenti, cardiopatie e alcolismo, ma essendo andata perduta ogni forma di documentazione non è mai stata trovata risposta. Rimane il fatto che quello che viene oggi celebrato come uno dei più grandi narratori dell'800, inventore di personaggi memorabili come l'ingestigatore Auguste Dupin e fine teorico dell'arte dello scrivere, morì solo e in totale miseria, del tutto ignaro della fama di cui avrebbe goduto nei secoli successivi.


Nei Racconti del terrore, Poe sviluppa i vari aspetti della più agghiacciante paura che vanno da quello esteriore e immediato a quello che scaturisce dall'incerto altalenare tra la vita e la morte a quello terrificante dell'ansia della sepoltura prematura. In questa raccolta spiccano "Una discesa nel Maelstrom", dove il protagonista rimane sospeso per una interminabile ora sulla parete precipite dell'orribile gorgo; "La maschera della Morte Rossa", dove appare la morte durante una mascherata di nobili riunitisi per sfuggire alla peste; o, infine, "La rovina della casa degli Usher", dove l'acutezza morbosa dei sensi e le sensazioni innaturali di un giovane Usher verso la propria gemella ne determinano il declino e la morte.

Recensione

In Italia esistono infinite edizioni dei racconti del terrore di Edgar Allan Poe ed ognuna offre una collezione diversa che confonde un po' i lettori attingendo in vario modo alle due diverse raccolte pubblicate quando Poe era in vita.
Questa edizione della Mondadori, in particolare, oltre ai racconti prettamente "del terrore" include alcuni (ma non tutti!) di quelli che generalmente vengono classificati come "del grottesco", che ovviamente possiedono una venatura "orrida" ma non corrispondono al nostro moderno senso del terrore e possono lasciare parecchio perplessi o, nei casi più sfortunati, annoiati.
Va poi detto che tutti i racconti di questa raccolta andrebbero letti con la giusta atmosfera, in silenzio, lontani dal delirio che ogni giorno ci circonda e possibilmente da soli, magari la sera, nella penombra. La paura, come la descrive Poe, arriva sempre in un lento crescendo di tensione che l'autore costriusce a partire da situazioni vagamente malsane che pian piano rivelano dettagli sempre più disturbanti fino al colpo di scena finale, a volte cruento, sempre spiazzante. Fiero rappresentante del racconto gotico, per Poe l'effetto orrorifco della sua opera è dato innanzitutto dalla giusta ambientazione che, naturalmente, si realizza principalmente con imponenti e tenebrosi manieri, lande impervie e desolate, decadenti palazzi semi-abbandonati. Se a noi lettori moderni e smaliziati alcuni di questi stratagemmi, molto in voga all'epoca, possono far sorridere o apparire scontati, non possiamo invece che ammirare la finezza e la precisione con cui l'autore costruisce l'impianto psicologico che genera la paura, dimostrandoci che si possono scrivere storie che fanno accapponare la pelle senza dover anche in assenza di massacri di massa e mutilazioni sanguinarie (non che Poe le escluda del tutto), perché il terrore è prima di tutto dentro di noi.
Nei primi racconti, come Metzengerstein o Manoscritto trovato in una bottiglia, la fonte del terrore è principalmente esterna, e attanaglia il protagonista corrompendolo e trascinandolo nell'oblio. Presto però lo sguardo si volge all'interno, verso l'intelletto preda della follia che diventa esso stesso fonte di corruzione dell'animo e causa della rovina fisica e morale del protagonista e di coloro che lo circondano come nel disturbante Berenice o nel famosissimo Il gatto nero.

Cardine dei racconti dell'orrore è infatti l'interesse dello scrittore verso la psiche umana e le sue perversioni, l'abbandono della razionalità e le nostre paure ataviche, prima fra tutte la morte. Se anche fosse vero, come molti sostengono, che Poe fosse alimentato dalla propria personale instabilità nella scelta di temi così disturbanti (acuita dalla prematura scomparsa della giovane moglie), è altrettanto evidente che egli affronta questi temi con la stessa precisione e logica con cui scrive i celebri Racconti del raziocinio. Queste storie del terrore sono infatti metodicamente progettate e composte con una cura del dettaglio spasmodica, ai limiti del pedante, rivelando come nessun altra opera la natura contraddittoria di Poe e il suo amore per i contrasti e gli opposti. Intelligenza e follia, amore e morte, bellezza e deformità, pallide fanciulle e sanguinari eventi sono alla base di questi scritti in cui giovani all'apparenza sani si rendono prtagonsiti degli atti più efferati e eteree adolescenti sono vittime di sepolture premature.
Mi capita spesso di sentire lettori che snobbano i racconti in favore dei romanzi lunghi, meno frammentari e più soddisfacenti, secondo loro. Se siete di questa filosofia e abitualmente evitate i racconti come la peste sappiate che Poe la pensava esattamente all'opposto: per lui le storie brevi erano il mezzo ideale per raggiungere la perfezione nella scrittura perché solo in esse si evita che il senso della storia si disperda e solo in esse è possibile combinare ogni elemento come il singolo dettaglio di un quadro più ambpio che accompagna il lettore alla scoperta finale.
Infine, visto il suo interesse per l'animo umano, Poe non poteva che essere attirato da teorie esoteriche come il mesmerismo e la metempsicosi di cui si trova traccia in numerosi racconti, a volte richiamate in modo un po' didascalico e pesante, cosa che non rende sempre facile la lettura. Va detto che l'attenzione di Poe al dettaglio e la cura con cui egli descrive i mutamenti psicologici dei suoi protagonisti e come essi si riflettono (o riflettono) nell'ambiente circostante appesantiscono a volte la narrazione (e mi si perdoni, ma la traduzione un po' datata di Elio Vittorini non sempre aiuta) per cui, se classici di grande fama come Il gatto nero o Il pozzo e il pendolo sono destinati a entusiasmare chiunque, altri come La caduta della casa degli Usher o Ligeia forse saranno apprezzati solo da lettori un po' più sofisticati e pazienti.
Certo non sono tutte ciambelle riuscite col buco, ma personalmente a lettura terminata posso dire in tutta coscienza che Poe sa cosa significhi la parola "angoscia" e sicuramente sa come evocarla.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: I racconti del terrore
  • Autore: Edgar Allan Poe
  • Traduttore: Delfino Cinelli , Elio Vittorini
  • Editore: Mondadori
  • Data di Pubblicazione: 1985
  • Collana: I classici
  • ISBN-13: 9788804273882
  • Pagine: 327
  • Formato - Prezzo: tascabile - Euro 9,90

15 gennaio 2014

Speciale Horror: Il porto degli spiriti - John Ajvide Lindqvist

Copertina di Libri_di_sangue John Ajvide Lindqvist è nato a Blackeberg (un sobborgo nei pressi di Stoccolma) il 2 dicembre 1968. La sua iniziale aspirazione era diventare un mago professionista, ma non è riuscito a ottenere i risultati sperati; per tale ragione ha iniziato a lavorare come cabarettista e ha scritto anche testi per il teatro e la televisione, lavorando come autore delle battute di molti comici svedesi.
Ha pubblicato Il suo primo romanzo, Låt den rätte komma nel 2004 (Lasciami entrare, Marsilio 2011), ottenendo subito un grande successo internazionale; la vicenda narra l'amicizia tra un bambino e un vampiro (anche questo un bambino) che vive nella periferia di Stoccolma. Nel creare il suo personaggio, Lindqvist tralascia tutto l’immaginario vampiresco di largo consumo e ne reinventa le caratteristiche, ponendosi il problema di capire come sarebbe la vita dei vampiri se esistessero davvero e dovessero procurarsi il loro nutrimento in una grande città.
La volontà di ridurre i personaggi tradizionalmente protagonisti dell’horror alla loro essenza per poi calarli nella realtà quotidiana è presente anche nel secondo romanzo, Hanteringen av odöda, del 2005 (L'estate dei morti viventi, Marsilio 2008); questa volta sono gli zombi a essere presi di mira e più che attaccare i vivi, cercano di riappropriarsi della loro vecchia vita come se niente fosse. Le parti orribili della storia non riguardano direttamente gli zombi, ma quello che fanno i vivi per via della loro paura degli zombi. In questo romanzo Lindqvist mostra i poteri sinistri del mare, che poi diventeranno, nel 2008, l’argomento principale del romanzo Människohamn (Il porto degli spiriti, Marsilio 2010), al punto che questa ricorrenza (nei romanzi ma anche nei racconti) viene messa in relazione diretta con la morte per annegamento del padre in alcuni articoli presenti sul web.
Nel 2010 Lindqvist pubblica il suo ultimo romanzo: Lilla stjärna (Una piccola stella, Marsilio 2013), in cui il tema horror si intreccia con la critica, venata di satira, all'industria musicale. Lasciami entrare ha ispirato una versione cinematografica diretta dal regista svedese Tomas Alfredson con lo stesso Lindqvist che ne ha curato la sceneggiatura; il film è del 2008 (distribuito nelle sale italiane nel 2009) e ha ottenuto diversi premi internazionali. Nel 2010 è stato realizzato un remake in lingua inglese intitolato Blood Story (Let Me In), diretto da Matt Reeves e con Kodi Smit-McPhee e Chloë Moretz come attori protagonisti. Anche dal suo secondo romanzo, L’estate dei morti viventi, è stato tratto un film con la regia di Kristian Petri e la sceneggiatura di Lindqvist, non ancora distribuito nelle sale. Il porto degli spiriti è già stato annunciato come il prossimo progetto comune della coppia Alfredson-Lindqvist.

Copertina di Libri_di_sangue In una bellissima giornata d'inverno, dall'alto del faro di Gavasten, Anders ammira, con la moglie e la figlioletta Maja, la distesa di ghiaccio e neve ai loro piedi. Attirata da qualcosa che nessuno è in grado di distinguere, la bambina corre fuori, e l'incubo comincia. Maja sparisce: non ci sono impronte né tracce di alcun genere, non c'è nulla per chilometri intorno che possa offrire un nascondiglio. Qualche anno dopo, solo e disperato, Anders torna all'isola, e qui Maja (ma è davvero lei?) gli fa sapere di essere ancora nel suo mondo, ma in un posto dove lui non può raggiungerla. Nella sua ricerca senza sosta, esplorando il passato segreto di Domarö (l’isola in cui Anders viveva con la moglie Cecilia al momento della scomparsa di Maya), Anders arriverà fino al cuore misterioso del mare: per trovare la persona che ama dovrà attraversare l'abisso.

Recensione

Io sono la veste. Il porto sicuro

Protagonista assoluto di questo romanzo di Lindqvist è il mare, elemento ricco di fascino capace di dare nutrimento e ricchezza ma che in cambio pretende il proprio tributo in termini di sottomissione e vite umane; è una madre che con la sua acqua da’ la vita ma, proprio come una madre, può diventare mortifera e scagliare sui figli tutta la sua rabbia e delusione.

I personaggi del romanzo sono solo dei comprimari che cercano di vivere le loro vite difendendosi come meglio possono (ma senza grandi successi) dai capricci del Mare, che li nutre con pesche abbondanti, ma non tollera tradimenti; certamente mal sopporta gli stranieri che invadono le piccole isole, soprattutto in estate, portando scompiglio e appropriandosi dei terreni edificabili ceduti dalla comunità locale nella speranza di affrancarsi dalla dipendenza dal mare. Chi conosce già Lindqvist non si aspetterà alcun luogo comune e chi lo legge per la prima volta potrà apprezzare l’originalità di questo autore.

Il romanzo ci racconta una molteplicità di storie che si intrecciano tra loro, avanti e indietro nel tempo: la vicenda di Maja è, quasi, un pretesto per farci conoscere l’isola di Domarö con i suoi misteri. Gli abitanti dell’isola si difendono dall’abbraccio mortale del mare e da tutti gli esseri che ritornano indietro dalle sue profondità con la sottomissione e la rassegnazione. Ogni storia è un piccolo racconto compiuto in cui viene dato spazio ai personaggi, alle loro vicende e al loro stato emotivo, ma ciascuna di esse è strettamente correlata al presente e quindi necessaria per procedere nella comprensione del mistero.

Lindqvist mescola tradizione ed elementi di modernità: fantasmi che comunicano citando testi degli Smiths o che ricorrono alla chirurgia estetica per realizzare la propria vendetta, antidoti antichi che si mescolano con interpretazioni moderne (il velato riferimento alla profezia dell’Apocalisse di Giovanni sulla stella assenzio e il disastro di Chernobyl, che in ucraino vuol dire proprio “assenzio”.) In questa commistione si inserisce anche il titolo “Il porto” , in italiano tradotto in maniera fuorviante come “Il porto degli Spiriti”.

L’aspetto più pregevole del libro sono le atmosfere cariche di tensione che l’autore è riuscito a creare. Noi lettori sin dall’inizio sappiamo che Maja scomparirà e la vita dei suoi genitori ne sarà certamente segnata; per tale ragione il racconto, quasi all’inizio del libro, del primo bacio tra Anders e Cecilia, poco più che adolescenti, non ci prefigura scene di felicità futura (che invece scorrono negli occhi dei due ragazzi) ma ci richiama alla mente quel giorno di molti anni dopo in cui una gita invernale terminerà in tragedia. La descrizione dei luoghi, con i riferimenti ai miti e alle leggende popolari, contribuisce all’alone di mistero che circonda Domarö e che si estende anche alla routine quotidiana. La tensione così creata crolla malamente nelle scene più splatter (poche in verità), di cui personalmente avrei fatto a meno e che rimandano a effetti speciali del grande schermo, come se l’autore si fosse già portato avanti nel lavoro di scrittura del soggetto cinematografico. Queste cadute di stile sono una delle ragioni per cui non ho dato la quinta stelletta. L’altra ragione è il senso di incompiuto di alcune scene, delle quali non viene spiegata la dinamica di svolgimento: l’atmosfera di tensione è necessaria ma non sufficiente se quello che accade non è sostenuto da spiegazioni verosimili, coerenti con l’intero racconto. La sensazione, fastidiosa, è che a un certo punto l’autore abbia deciso di chiudere e lo fa in modo brusco, lasciando qualche perché di troppo nella testa del lettore.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Il porto degli spiriti
  • Titolo originale: Människohamn
  • Autore:John Ajvide Lindqvist
  • Traduttore: Giorgio Puleo
  • Editore: Marsilio
  • Collana: Farfalle
  • Data di Pubblicazione: 2010
  • ISBN-13: 9788831705684
  • Pagine: 459
  • Formato - Prezzo: Brossura - 19,90 Euro

9 gennaio 2014

Speciale Horror: Le stelle della morte. Libri di sangue - Clive Barker

Copertina di Libri_di_sangue

Clive Barker nasce a Liverpool il 5 ottobre 1952. A soli quattro anni assiste alla morte del paracadutista francese Léo Valentin, avvenuta durante un'esibizione nei cieli di Liverpool, cui successivamente l'autore alluderà in diverse delle sue storie. Appassionato di arte e teatro, oltre che scrittore Barker è anche regista, visual artist e autore di videogiochi.

Esordisce nel 1984 proprio con il primo dei Libri di sangue, l'opera per cui è tuttora più conosciuto, per poi proseguire nel filone horror/fantasy con le serie Book of Art e Abarat e con vari altri romanzi (ricordiamo Imagica e Cabal).

Nel 1987 scrive e dirige Hellraiser, il primo di una nota serie di film horror splatter, che diverrà un'icona degli anni '80. Da segnalare anche il videogioco Jericho, del 2007.


Copertina di Libri_di_sangue In questo volume, il primo della serie Libri di sangue, si farà la conoscenza della dottoressa Mary Florescu, il cui esperimento parascientifico, condotto assieme al giovane medium Simon McNeal, darà il via a una girandola infernale che coinvolge i vivi e i morti facendoci scoprire perché possiamo dirci tutti "libri di sangue".







Recensione

"Questi sono i racconti del Libro di Sangue. Leggeteli, se vi fa piacere, e sappiate.
Sono una rappresentazione della strada buia che porta fuori della vita verso destinazioni ignote.
Pochi dovranno imboccarla. La maggioranza partirà in pace per strade illuminate, salutata dalle preghiere e dalle carezze dei vivi. Ma pochi, quelli prescelti, saranno visitati dall'orrore, venuto a condurli alla strada dei dannati.
Perciò leggete. Leggete e sappiate.
Meglio prepararsi al peggio, dopo tutto, e imparare a camminare prima di esalare l'ultimo respiro."

Ci sono scrittori nati per l'horror. Non so se ne abbiamo in Italia, io non ne ho ancora trovati. Non sono scribacchini che si siedono a un tavolo e decidono di scrivere un romanzo da brivido, ma artisti in grado di guardarsi dentro, scavare, rivoltare, e infine riesumare dalle fosse dell'animo umano i terrori più atavici, le perversioni più nascoste, le ansie più inconsce, per poi dar loro una voce che affascina o repelle in misura di quanto il lettore vi si rispecchia. C'è un motivo se Stephen King da più di quarant'anni scala le classifiche di vendita, e non è il suo inchinarsi al pubblico per dargli esattamente ciò che vuole – brividi a buon mercato -: è perché King ha fatto della sua vita un incubo e dell'incubo la sua vita, perché riesce a descrivere orrori inenarrabili con la stessa vividezza con cui chiunque potrebbe descrivere la propria ordinaria giornata.

Quando Books of Blood 1 venne pubblicato negli USA dalla Berkley (era il 1986), Stephen King dichiarò: «Ho visto il futuro dell'horror, e il suo nome è Clive Barker». Il primo dei Libri di sangue, una raccolta di cinque racconti introdotti da una cornice, era l'opera d'esordio di un trentaduenne britannico cui viene oggi tributato un posto d'onore tra gli scrittori dell'horror contemporaneo. Non è troppo conosciuto in Italia, naturalmente, paese in cui l'horror – esattamente come il fantasy e la fantascienza - è considerato letteratura di consumo per giovani ragazzi privi di una vita sociale; ciononostante i sei Libri di sangue sono stati tutti pubblicati da Sonzogno (il primo, il terzo e il quarto tradotti da Tullio Dobner, che per decenni è stato la voce italiana di Stephen King), e il primo recentemente ripubblicato da Lit Edizioni.

Il primo racconto, Il libro di sangue, ha la funzione di cornice: in una casa che sorge lungo un assottigliamento, una ferita tra la dimensione dei vivi e quella dei morti, l'istituto di parapsicologia dell'Essex University sta svolgendo delle indagini per dimostrare l'esistenza della vita dopo la morte, servendosi del giovane medium Simon McNeal. Il ragazzo è la mano in grado di scrivere sulle pareti della stanza all'ultimo piano i messaggi dei morti che cercano disperatamente di affacciarsi a quella ferita per comunicare, o almeno così sostiene. Ma i morti, oltraggiati dalle sue menzogne, trasformeranno il suo corpo in un foglio bianco sui cui vergare personalmente le loro storie. Sono storie di sangue scritte con il sangue sul giovane Simon i racconti che seguono in questa e nelle successive raccolte.

Mentre la cornice ha il sapore dell'horror classico primonovencentesco, il successivo racconto, Macelleria mobile di mezzanotte, risente notevolmente delle suggestioni dello splatter che così bene caratterizza gli horror movie degli anni '80. In un rovesciamento macabro delle ambientazioni londinesi underground così care a Neil Gaiman (grande amico dell'autore), la New York da cui il protagonista è nauseato rivela inquietanti e macabri segreti nei tunnel metropolitani. Più leggero è Il Ciarliero e Jack, che dovendo istituire un paragone ha molto dell'umorismo macabro di Beetlejuice di Tim Burton: protagonista è infatti il Ciarliero, demone minore incaricato di appropriarsi dell'anima di Jack Polo dopo averlo fatto uscire di senno; senonché Jack, che di mestiere fa l'importatore di cetrioli, prende la vita così alla leggera da ignorare qualsiasi malefatta del Ciarliero, penalizzato da rigide norme che è tenuto a rispettare. In Mai dire maiale Redman, educatore ex poliziotto, si ritrova impiegato in un Centro di Riabilitazione per Delinquenti Minorili i cui reclusi sono dediti a un sanguinoso culto che ha come oggetto la scrofa ospitata nelle stalle. Rappresentazione teatrale sui generis, invece, in Sesso, morte e stelle, in cui il regista Terry si ritroverà a dirigere una particolare versione de La dodicesima notte. Nel complesso di racconti tutto sommato classici stupisce il nonsense dell'ultimo, In collina, le città, ambientato nei sinistri paesaggi dell'est europeo: Judd e Mick, una giovane coppia in viaggio, s'imbatte nel disturbante scontro tra gli abitanti di due città, i quali, messe da parte le banali tattiche di guerra, dall'alba dei tempi si affrontano periodicamente componendosi in forma di gigante.

Genio visionario e originalità (pur rimanendo spesso nei canoni dell'horror classico) caratterizzano Clive Barker, il quale ha ogni diritto di figurare tra i principali fautori dell'horror contemporaneo. L'autore sa dosare con capacità i ritmi e ha una prosa profondamente evocativa: un must read per tutti gli appassionati del genere.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Le stelle della morte. Libri di sangue
  • Titolo originale: Books of Blood 1
  • Autore: Clive Barker
  • Traduttore: Tullio Dobner
  • Editore: LIT. Libri in tasca
  • Data di Pubblicazione: 2012
  • ISBN-13: 9788865830550
  • Pagine: 241
  • Formato - Prezzo: Brossura - 9.90 Euro

7 gennaio 2014

Speciale Horror: I segreti di Coldtown - Holly Black

Holly Black è una scrittrice statunitense originaria del New Jersey, dove nacque nel 1971 e in cui trascorse l'intera giovinezza, fino al termine del college. Con un diploma in letteratura inglese e una vaga aspirazione alla carriera di bibliotecaria, terminati gli studi la Black iniziò a lavorare come redattrice presso diverse riviste, fra cui il magazine d8, dedicato principalmente ai giochi di ruolo.
La scrittura era però la vocazione di quest'autrice che, nel 2002, riesce a pubblicare il suo primo libro, La Fata delle Tenebre (Mondadori), un fantasy dedicato agli adolescenti che diventerà parte di una trilogia. La fama arriva però con la serie Spiderwick - Le Croncache, scritte con l'illustratore Tony Di Terlizzi, suo amico di lunga data, che nel 2008 è stata portata sul grande schermo in un film diretto da Mark Waters con la giovane star Freddie Highmore. 

Da allora la Black ha composto un'altra trilogia Young Adult, Curse Workers, inedita in Italia, e il romanzo singolo I segreti di Coldtown
di cui ci occuperemo in questa recensione. I suoi fan più giovani saranno lieti di sapere che Holly sta lavorando ad una nuova saga fantasy in cinque volumi con l'amica Cassandra Clare, autrice della serie Shadowhunters, intitolata Magisterium series, il cui primo volume verrà pubblicato a settembre di quest'anno.

Ti svegli la mattina dopo una festa: sei stesa in una vasca da bagno, la tenda tirata, intorno un profondo silenzio. Gli altri staranno ancora dormendo? Quando ti alzi e giri di stanza in stanza, scopri che durante la notte è successo qualcosa di tremendo. Legato a una sedia, trovi un misterioso ragazzo dagli occhi rossi. Vicino a lui, vivo e ammanettato, c'è Aidan, il tuo ex: appena provi a liberarlo, ti assale in preda a una fame atavica. Tutto questo non è normale, neppure se ti chiami Tana e sei nata in un mondo molto simile al nostro, un mondo in cui le persone si trasformano in mostri assetati di sangue e vivono confinati nelle Coldtown. Li chiami vampiri, ma potrebbero avere anche altri nomi. Molti di loro sono celebrità, li trovi ogni sera in televisione: tutti i canali trasmettono in diretta le loro feste più trasgressive. Ora non puoi più evitarli, e hai solo ottantotto giorni per salvarti: ma a quanto sei disposta a rinunciare per tenere in vita ciò che non vuoi perdere?

Recensione


Young Adult e vampiri, una combinazione che da Twilight in poi non promette nulla di buono per gli amanti dell'horror. Per fortuna c'è ancora qualche autrice disposta a ricordare che un libro sui vampiri ha poco senso senza ettolitri di sangue che scorrono e qualche morte inaspettata.
I segreti di Coldtown inizia in modo abbastanza cruento: la diciassettenne Tana si sveglia la mattina dopo uno dei suoi soliti party e scopre di essere l'unica sopravvissuta di un vero e proprio massacro. Tutti i suoi amici sono infatti stati sterminati durante la notte in un attacco di vampiri, un evento piuttosto frequente in tutto il mondo quando cala il buio, da quando alcuni anni prima il vampiro Caspar Morales rese il vampirismo una sorta di infezione endemica lasciando in vita le sue vittime in modo che si trasformassero esse stesse in vampiri, invece di prosciugarle fino alla morte. Il governo degli Stati Uniti tentò di risolvere la situazione mettendo in quarantena le città dove l'infezione si era maggiormente diffusa, trasformandole in Coldtown abitate da vampiri e da cittadini innocenti che non riuscirono a mettersi in salvo quando la loro città fu sigillata. Dalle Coldtown non c'è speranza di uscire ma è relativamente facile entrare: basta dichiarare di essere stati morsi e quindi infettati oppure decidere di entrare volontariamente come le centinaia di ragazzini attirati dalla prospettiva di essere trasformati e restare giovani per sempre.Tana non appartiene a nessuna delle due categorie ma quando si trova fra le mani il destino dell'ex fidanzato Aidan e del misterioso e folle vampiro Gavriel la ragazza scopre di non avere alcuna scelta.
Tana ricorda spesso la protagonista di un film horror, di quelle che aprono sempre la porta che ovviamente non devono aprire o scendono nel buio scantinato dove nessuno sano di mente metterebbe mai piede. Quello che la salva dal cliché è che ciò che la muove non è l'imbarazzante stupidità che spesso caratterizza questi personaggi, ma un sincero desiderio di salvare le persone che le stanno a cuore unito a una forte attrazione per qualunque azione che possa darle una scossa di adrenalina. L'attrazione di Tana per le situazioni estreme è ciò che più la rende difficile da amare come protagonista, proprio perché la porta spesso a compiere azioni stupide e avventate, ma in fin dei conti può essere ricondotta al suo sentirsi colpevole per l'omicidio della madre avvenuto anni prima, e quindi è comprensibile se non condivisibile. Il suo coraggio, il suo altruismo e la sua maturità riescono comunque a bilanciare questo lato negativo rendendola una protagonista gradevole. Devo dire che quasi tutti i personaggi del libro sono piuttosto interessanti, soprattutto le figure ambigue come i gemelli Winter e Midnight, due dei centinaia di adolescenti annoiati che entrano a Coldtown sperando di ricavarne l'eterna giovinezza, senza avere idea di quale sia l'altra faccia della medaglia del loro sogno più grande. La processione di questi ragazzi che volontariamente vanno al macello in nome di un decadente ideale di immortalità è uno degli aspetti più suggestivi del romanzo e uno su cui l'autrice visibilmente punta molto.
Diversamente sono un po' deludenti i cattivi, crudeli quanto basta ma non particolarmente diabolici e un po' piattini, anche se il personaggio che mi ha lasciata più perplessa è il bel tenebroso di turno, Gavriel. Inizialmente la Black lo tratteggia come una figura piuttosto intrigante, sempre in bilico fra lucidità e pazzia, ma con l'evolversi del racconto, e soprattutto nel finale, la necessità di renderlo il solito eroe romantico "duro ma dal cuore tenero" lo priva di un po' di fascino e soprattutto lo porta a comportarsi in modo abbastanza insensato. Il rapporto fra Gavriel e lo spietato Lucien, inoltre, avrebbe forse meritato un approfondimento maggiore.
Terminata la lettura sono portata a dire che I segreti di Coldtown, più che Twilight, ricorda la saga di True Blood ma scritta decisamente meglio. La Black ha una prosa matura, coinvolgente e articolata, che riesce a mettere in mostra appieno grazie alla decisione di evitare l'abusatissima narrazione in prima persona che l'avrebbe costretta ad utilizzare sempre un vocabolario da teenager, preferendo invece il narratore onnisciente in terza persona forse meno personale ma comunque avvincente. Oltre a ciò, l'autrice ha saputo ideare un finale "furbo" perché in qualche modo ancora aperto, che evita la trappola del banale happy ending ma che lascia comunque il lettore soddisfatto.
Molto apprezzata, infine, è anche la scelta di strutturare il racconto alternando capitoli ambientati nel presente con squarci del passato dei protagonisti che arricchiscono sia il racconto sia la nostra comprensione dei personaggi e aiutano questo romanzo a uscire dalla mischia dei paranormal romance degli ultimi anni rendendolo degno di esser letto. Per una volta, voltata l'ultima pagina, sono stata sinceramente triste di scoprire che non si tratta di una trilogia.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: I segreti di Coldtown
  • Titolo originale: The coldest girl in Coldtown
  • Autore: Holly Black
  • Autore: Maria Barbara Piccioli
  • Editore: Mondadori
  • Data di Pubblicazione: Ottobre 2013
  • Collana: Chrysalide
  • ISBN-13: 9788804633792
  • Pagine: 440
  • Formato - Prezzo: Rilegato, sovraccoperta - Euro 17,00

5 gennaio 2014

Speciale Horror: Live Girls - Ray Garton

Ray Garton insegna scrittura creativa in un college californiano. E' conosciuto per i suoi libri horror (oltre 60, tra cui una serie per giovani adulti sotto lo pseudonimo Joseph Locke) e per i suoi adattamenti televisivi e cinematografici dello stesso genere.
E' forse il più maturo e completo degli autori dell'ultima generazione, in grado di competere sul piano dell'intreccio con Stephen King e su quello dell'impatto e della carnalità delle scene con Clive Barker.
Tra i suoi romanzi inediti in Italia: Crucifax Autumn, Trade Secrets, Dark Channel.
Attualmente vive nella California del Nord con la moglie e i suoi otto gatti.
Nel 2006 Ray Garton ha ricevuto la Convenzione Horror World Grand Master Award alla Horror Convention Mondiale di San Francisco.


A Manhattan dalle parti di Times Square c'è un localino per veri intenditori. Un posto dove gli uomini che si sentono soli e depressi, con una manciata di dollari possano vivere un'esperienza sessuale veramente unica. Le ragazze del Live Girls sembrano dare molto di più di quanto non ricevano ma, attenzione, nella penombra delle cabine in cui esibiscono i loro corpi flessuosi si agitano pulsioni di cui il sesso è solo uno specchio. Dawey Owen, appena licenziato e accusato da sempre di essere un debole, vaga per New York cercando di riconciliare la propria immaturità con l'aggressività del mondo, ma non appena si lascerà attrarre dal torbido fascino del Live Girls, attorno a lui persone e cose inizieranno a vorticare in un mulinello di morte e resurrezione, di sangue e desiderio, fino all'oscura resurrezione che prelude a un nuovo ordine ...

Recensione

Il protagonista del romanzo è il trentenne Dawey Owen, che attraversa un periodo di depressione per problemi sul lavoro e motivi sentimentali. Il suo difetto più grande è la debolezza di carattere, tant'è che si lascia convincere a entrare nel tenebroso locale a luci rosse "Live Girls" più per tendenza all'autodistruzione che per vero desiderio sessuale.
Qui incontra una bellissima donna da cui viene trasformato in vampiro. Spinto dalla sete di sangue che consegue alla sua nuova natura, si accanisce per rivalsa su coloro che si sono approfittati di lui per scavalcarlo sul lavoro ed in amore. Non tiene in debito conto, tuttavia, delle raccomandazioni della donna vampiro e, bevendo il sangue di un drogato, ne risentirà fisicamente.
Approfittare delle debolezze altrui per nutrirsi fa sentire in colpa Owen, tanto più che l'unica donna che cerca di aiutarlo viene a sua volta trasformata in vampiro. Per vendicare la morte di persone innocenti e desiderio di riscatto, Owen decide pertanto di distruggere la razza di vampiri dando fuoco al locale in cui vivono. Viene aiutato in questo da un giornalista che indaga sugli strani omicidi con vittime dissanguate e a cui i vampiri hanno ucciso la moglie.

In questo romanzo destinato ai fan dell'orrore, l'autore rinnova il mito del vampirismo in chiave contemporanea. Dal momento che Garton ha sempre avuto una certa predilezione per i risvolti sessuali, ha immaginato appunto che bellissime donne vampiro -o prestanti uomini vampiro- allettassero uomini e donne con prestazioni sessuali. Si può facilmente immaginare su quali parti del corpo maschile i vampiri infilassero i canini per nutrirsi di sangue, senza che gli uomini avessero piena conoscenza -almeno inizialmente- del secondo fine della suzione. Tutto il racconto ruota intorno alla morbosità degli uomini attratti da desideri inconfessabili e che, una volta esauditi, diventano un vizio cui non si può più resistere.

Il romanzo è scorrevole e l'autore riesce a descrivere in maniera efficace l'atmosfera malsana che grava sugli ambienti frequentati da personaggi abbruttiti da desideri morbosi. E' un buon esempio di splatter punk, dove si alternano situazioni granguignolesche a quelle più propriamente erotiche. L'autore è abile nel sorvolare sulle situazioni poco verosimili e sulle inevitabili incongruenze dell'intreccio. Peraltro, si sa, il lettore non deve essere troppo sofisticato nell'apprezzare la trama ma, piuttosto, cogliere l'umorismo macabro che serpeggia anche nelle situazioni più drammatiche.

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Live Girls
  • Titolo originale: Live Girls
  • Autore: Ray Garton
  • Autore: Maria Barbara Piccioli
  • Editore: Bompiani
  • Data di Pubblicazione: 1996
  • Collana: Gli Squali
  • ISBN-13: 9788845227912
  • Pagine: 290
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 7,75

3 gennaio 2014

Speciale Horror: Il colore venuto dallo spazio - H.P. Lovecraft

Howard Phillips Lovecraft nacque a Providence nel 1890 e lì stesso morì nel 1937.
Il suo nome per gli appassionati dell'orrore è sinonimo di genio e di grandezza e rappresenta uno dei fondatori del genere moderno, insieme al quello di Edgar Allan Poe.
Nei pur brevi anni di produzione letteraria, legata anche all'instabilità del suo equilibrio mentale e a una vita piuttosto disagiata, trascorsa tra la sua Providence e New York, Lovecraft scrisse una notevole quantità di racconti brevi, pubblicati - talvolta anche rifiutati - su riviste di settore come 'Weird Tales' e 'Amazing Stories', diversi romanzi , tra cui 'La ricerca onirica dello sconosciuto Kadath', 'Il caso di Charles Dexter Ward' e 'Le montagne della follia', diversi componimenti poetici e un epistolario pressoché sterminato, intrattenendo rapporti con semplici lettori e altri grandi nomi della letteratura fantastica da Seabury Quinn a Clark Ashton Smith a August Derleth.
La sua fantasia visionaria lo portò a creare una mitologia alternativa fatta di entità cosmiche maligne e di dimensioni aliene, rispetto alle quali ogni legge fisica e ogni tentativo di comprensione da parte delle facoltà mentali umane risulta destinato a soccombere, di divinità oscure e presenze terrificanti, dagli Antichi Dei ai Grandi Antichi, che sono entrati a far parte dell'immaginario fantastico in modo permanente.
I loro nomi stridenti e fastidiosi, come Cthulhu, Yog-Sothoth e Nyarlatothep, e le evocazioni attraverso incantesimi in lingue blasfeme e dimenticate, contenuti in un vero feticcio del genere, il libro inventato 'Necronomicon Mortis' dell'altrettanto inventato stregone arabo Abdul Alhazred, hanno dato ispirazione a serie cinematografiche, come quella di 'La casa' e 'L'armata delle tenebre', a videogames e gruppi musicali hardrock, entrando a far parte della cultura popolare.
Tra i temi più importanti della sua produzione è centrale quello dell'alienazione, legata a contesti sociali ed economici che mettono in crisi la visione dell'uomo e del suo posto nell'ordine cosmico, che viene rappresentata dalle minacce che alla vita umana provengono da dimensioni ed entità sconosciute, al di là della portata di ogni comprensione scientifica e razionale.


'Il colore venuto dallo spazio' (The Colour Out of Space) è un racconto horror fantascientifico dello scrittore americano Howard Phillips Lovecraft che, pur non appartenendo al cosiddetto Ciclo di Cthulhu, gode di grande popolarità tra gli appassionati dello scrittore di Providence.
Scritto nel marzo 1927, fu pubblicato per la prima volta nel settembre dello stesso anno sulla rivista Amazing Stories. È considerato uno dei suoi racconti più celebri e meglio riusciti e ad esso si sono ispirati tre film.


Recensione

Il fatto che in questo racconto breve di Lovecraft manchino alcuni degli elementi soliti nella sua narrativa, da esseri mostruosi come gli Antichi Dei a riti osceni con formule in linguaggi incomprensibili, rende maggiormente onore alla sua maestria nel creare effetti di suspence e nell'instillare al lettore un senso di paura irrazionale.

Leggere Il colore venuto dallo spazio di sera, magari a letto, stando da soli, è davvero terrificante: non si riesce a non sussultare a ogni minimo scricchiolio nel silenzio e l'immaginazione galoppa verso la follia.
Tutta l'abilità dell'autore si mostra nel creare un crescendo di suspence a partire da una storia molto breve - in origine fu pubblicata su una delle riviste di racconti fantastici con cui Lovecraft collaborò assiduamente - e tutto sommato lineare: in una notte serena come tutte le altre, nella tranquilla campagna del New England (nei dintorni della città immaginaria di tanta produzione dell'autore, Arkham), un meteorite precipita sul terreno di proprietà di Nahum Gardner.

La partenza in sordina è dominata dalla scelta di una sorgente percettiva, quella visiva. Dalla pietra caduta nel pozzo della fattoria dei Gardner si sprigiona una sostanza il cui colore risulta completamente indefinibile per l'occhio umano. La pietra sembra disintegrarsi nel nulla ma rimane visibile a tratti una strana luminescenza, e si innesca un processo che passo passo trasforma tutte le terre dei Gardner in una desolazione abbandonata e guardata con terrore dagli abitanti della zona.
La vicenda è raccontata indirettamente da una voce narrante non identificata, quella del funzionario della ditta incaricata di trasformare tutta l'area nel bacino di una diga, che dovrebbe sommergere anche le terre maledette dei Gardner. Questi si imbatte in Ammi Pierce, contadino e un tempo vicino e conoscente dei Gardner, che ne racconta la storia, a tratti incredibile e terribilmente inquietante.

Il panorama geografico nel quale si svolge la vicenda riprende tutti gli elementi classici della narrativa di Lovecraft: la città inesistente di Arkham, nel New England, vicino alla Providence in cui l'autore visse buona parte della sua vita, le campagne bagnate dal fiume Miskatonic, gli scienziati della Miskatonic University, che non riescono a spiegare gli strani fenomeni che sembrano ammorbare le terre dei Gardner.

Buona parte della suspence si gioca sulla tensione tra città e campagna, in un rapporto di incomprensione e distanza, che rispecchia in qualche modo l'impossibilità della scienza, impersonata dai ricercatori di Arkham, di dare spiegazioni all'irrazionale e misterioso colore, che ognuno può vedere e pure rimane indefinibile al linguaggio umano.
Così, chiusi entrambi nell'incapacità di comunicare e dare un nome all'orrore strisciante che si annida in fondo al pozzo dei Gardner dalla caduta del meteorite, entrambi, contadini prima e gente di città poi, sono costretti ad assistere passivamente al suo espandersi, in un crescendo via via sempre più straniante e pauroso.
Dalle piante e e dagli animali le stranezze si diffondono come una piaga sul terreno di Nahum Gardner, lo rendono falsamente fertile ma ne avvelenano i raccolti e ne stravolgono i frutti. L'oscenità di piante che assumono colori e forme mai viste, di animali che lasciano impronte insolite, come fossero un sigillo di blasfemia, si diffonde lentamente, come una muffa maligna, fino a raggiungere gli esseri umani, la famiglia del contadino, che, incapace di reagire di fronte a un male che non si può nominare né descrivere, si avvia a una lenta decadenza, in cui i vari membri soccombono, uno dopo l'altro, a un orrore tanto inenarrabile quanto inesorabile.

Il finale suggella questo andamento narrativo instillando nel lettore un senso di inquietudine inattesa. Forse il pericolo spettrale proveniente dagli abissi dello spazio sconosciuto non ha finito di abitare le terre che stanno per diventare il bacino idrico di tutta la zona circostante. Forse è meglio non bere l'acqua dai rubinetti, se si tiene alla propria salute, fisica e mentale.

Se è vero che nei mostri osceni e nelle entità aliene dai nomi impronunciabli Lovecraft proiettava, come in immagini provenienti dalle pieghe profonde del tempo e dello spazio, orrori che nascono nell'oscurità dell'animo umano, questo racconto breve, privo di riferimenti al pantheon dei romanzi più famosi, dal Ciclo di Cthulhu alle Montagne della Follia, contiene tuttavia gli elementi della paura cosmica più tipici della produzione dell'autore, e mostra come questi siano in grado di trasformare le placide campagne del Nordest americano, famose per i colori del foliage autunnale, in una terra inquietante, in cui si nascondono i semi della follia.

Giudizio:

+5stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Il colore venuto dallo spazio
  • Titolo originale: The Colour Out of Space
  • Autore: Howard Phillips Lovecraft
  • Traduttore: Giada Riondino
  • Editore: Gruppo Editoriale L'espresso
  • Data di Pubblicazione: 2013
  • Collana: Twin Stories
  • Pagine: 112
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 2,80
 

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