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3 maggio 2011

Il padre dei nomi - Paolo Teobaldi

Il Padre dei nomi fa pensare a certe ville signorili che s'incontrano sulle colline toscane o marchigiane, edificate sul versante migliore della valle: quello solatio. Eugenio Benedetti è un uomo fuori dal comune: ha quattro genitori (uno meglio dell'altro), una moglie splendida e innamorata, tre-quattro figli; e non sa neanche cosa sia il senso di colpa. La sua doppia educazione, borghese e proletaria, e una straordinaria sensibilità linguistica lo portano quasi naturalmente a lavorare come copywriter free-lance a Milano, dove si specializza nel mestiere di trovare nomi per nuovi prodotti. Battezzando (per conto terzi) e fatturando (pro domo sua), il protagonista attraversa felicemente il lungo arco di tempo compreso tra la fine della seconda guerra mondiale e le prime avvisaglie della new economy. Un lungo piacevole sogno, interrotto solo dalla nube di Chernobyl: un incubo da cui lo salverà solo Dante. Il padre dei nomi ricrea con partecipe ironia l'Italia della ricostruzione, del boom economico, il diffondersi della pubblicità e della televisione, i "favolosi" anni sessanta e gli altri che si sono susseguiti fino alla paradossale invenzione dei "non-luoghi". Con un occhio sempre attento alla lingua, scritta e parlata e con una prosa in cui ogni parola diventa pretesto di nuove invenzioni e divagazioni narrative la storia segue attentamente, svelandone il funzionamento, alcuni meccanismi della germinazione linguistica nei settori più diversi, mantenendo in filigrana la continua presenza e l'affettuoso controcanto dei classici: da Dante a Shakespeare, da Leopardi a Melville, da Saba a Volponi. Scritto esplicitamente "nel nome del padre", Il padre dei nomi è una dichiarazione d'amore per il mondo dell'artigianato e dell'impresa; per i loro uomini e materiali migliori; per la vitalità e la ricchezza del lessico famigliare, per i lavori ben fatti: compresa la buona letteratura, intesa come àncora di salvezza. Una favola ambientata in un Paese produttivo e ottimista, di sapore "olivettiano": con alcune città e piazze d'Italia descritte con tale amorosa minuzia da diventare metafisiche.

Recensione

Insegnare italiano (sì, italiano) nelle scuole superiori.
Venerare Dante come padre della patria linguistica salvo poi citarlo per l’unica sua colpa: quella di non aver mai nominato Pesaro nella “Commedia” (Paolo e Francesca da Gradara sì; persino Fano, ma non il capoluogo Pesaro!).
Dotarsi di una lingua estesa, di un stile a un tempo popolare (addirittura rionale, si direbbe) e colto: quasi un sogno olivettiano anche nell’idioma di un’Italia che si faceva mercato e industria, bancarella e mondo.

Presi così, singolarmente, questi elementi potrebbero sembrare parti della biografia dell’autore. Se invece li mettiamo insieme, attorno alla fortuna di un libro ben riuscito, ecco che acquistano tutto il loro senso, prendono dimensione e volume. Suonano.

Se poi si volesse prendere in considerazione l’ultimo dei sentieri che questo libro ci apre di fronte, ovvero l’omaggio antico di un figlio (l’autore stesso, in questo caso) a suo padre, ecco che troveremmo non soltanto il più classico dei romanzi di formazione ma anche il grande omaggio alla memoria di chi, sempre, ci precede. Ovvero: vivere un lascito. Perché così ci avverte Teobaldi, alla fine: “il modello narrativo a cui mi sono rifatto è quello di mio padre: Washington (Vasinto) Teobaldi, falegname”.

E, insomma, il titolo riassume tutto ciò in maniera perfetta: il padre e i nomi, le parole. La memoria e il linguaggio che la dice.

Questa impresa la compie il protagonista assoluto del romanzo, Eugenio Benedetti che comincia bambino nell’incipit e nella sua casa di piazzale Collenuccio (Pesaro) per poi diventare, appunto, il padre dei nomi ossia copywriter nell’epoca in cui l’Italia diventa adulta. Perché gli anni ‘50 e ‘60, per uno che faceva quel mestiere, sono stati una prateria sterminata, un campo da arare e concimare. Un foglio intonso, da scrivere.

Ed Eugenio lo fa. Come una missione, come quella passione che la vita sembra avergli cucito addosso, tal quale un vestito del dopoguerra: una bella tela ruvida e tanta fantasia, il clamoroso trionfo dell’arte del cucito. Così Eugenio Benedetti, sontuosamente avvolto dalla ricchezza umana e dalla solidità della sua infanzia di provincia, si avvia alla volta di Milano, città da conquistare nel lavoro come nella vita: lassù si sposerà, farà famiglia e fortuna.

Insomma, tanto per accennare all’organizzazione interna, c’è un prima e un dopo, due tempi ben scanditi nel libro: se nella prima parte si dispiega appunto il romanzo di formazione, nella seconda assistiamo al decollo dell’utopia tutta novecentesca di un mondo a misura del lavoro dove ogni singola parola indica non solo una merce ma il merito dell’impresa che ci sta dietro. In un autentico caleidoscopio linguistico, vediamo passarci sotto gli occhi il campionario completo (comprensivo di tutte le contraddizioni) dell’Italia che si sottrae alla povertà terribile del dopoguerra e ricostruisce l’intero tessuto industriale che la porterà al boom.

Teobaldi allora immagina il suo protagonista come una specie di deus ex machina, colui che muove tutti i fili, quello dal quale passano (come in un delirio assolutissimo di onnipotenza) i nomi e i destini di tutti i nuovi prodotti del tempo. Così, se la mitologia in gioventù era stata per Eugenio Benedetti quella terragna della provincia agricola, in età adulta egli si trasforma nell’incarnazione dei suoi stessi sogni, nel profeta delle magnifiche sorti e progressive. La volontà di riuscire lo guida ed egli riesce, fa.

In anni in cui (“Il padre dei nomi” è del 2002) veniva dispiegandosi in maniera ormai definitiva un vero e proprio contromito di questo Paese, quello dell’uomo fattosi da sé, dell’unto del Signore, qualcuno potrebbe leggere nella storia raccontata in questo libro una metafora un po’ differente, decisamente più amara e contraddittoria.

In realtà, seppur nel maestoso incedere dell’industrializzazione italiana, ad un certo punto della storia comincia a far capolino un poco di nebbia: quella vera della pianura e quella metaforica della confusione mentale, del dubbio che coglie il protagonista. “Dove sono? dove vado?” e allora via!, una corsa in macchina giù, verso le sue origini provinciali e contadine, per accompagnare un morto, assistere un malato, consolare un vivo.

Così alla fine quel che resta, nella terza parte che senza alcun equivoco si chiama “Buon fine”, è lo spirito stesso che forse davvero guidò l’Italia di quegli anni così lontani: l’ottimismo dello sviluppo. Prima che gli avvoltoi arrivassero a depredare ogni cosa con il loro rapace egoismo, forse c’è davvero stato un destino nazionale che poteva apparire per tutti.

Sappiamo oggi, anche ricordando le parole profetiche di Pasolini (che stranamente qui non compare mai), come è andata a finire.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Il padre dei nomi
  • Autore: Paolo Teobaldi
  • Editore: Edizioni e/o
  • Data di Pubblicazione: 2002
  • Collana: Dal mondo
  • ISBN-13: 978-88-7641-484-8
  • Pagine: 315
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 17,00

8 settembre 2010

Roger Federer come esperienza religiosa - David Foster Wallace

"Ci sono tre spiegazioni valide per l'ascesa di Federer. La prima ha a che vedere col mistero e la metafisica ed è, a mio avviso, la più vicina alla verità. Le altre sono più tecniche e funzionano meglio come giornalismo". Per l'edizione di Wimbledon 2006, il New York Times invia in Inghilterra un corrispondente d'eccezione, David Foster Wallace. La penna di uno dei più importanti scrittori americani degli ultimi decenni incrocia così la racchetta del campione svizzero Roger Federer, allora sul punto di aggiudicarsi - in una finale da sogno contro lo spagnolo Rafael Nadal - l'ottavo titolo del Grande Slam. Il risultato è un intensissimo saggio narrativo nel quale Wallace, avvalendosi anche di un passato da tennista, riesce a offrirci una brillante analisi del tennis contemporaneo e, soprattutto, la possibilità di partecipare a un'esperienza che ci fa scorgere il legame profondo tra la bellezza e la grazia di un fuoriclasse come Federer e le forze ultime dell'universo.

Recensione

Questo libro (questo articolo di giornale, fu scritto per il New York Times nel 2006, solo oggi ha preso forma accidentale di libro) dimostra non tanto che DFW sia il genio letterario della nostra epoca, la cometa stupefacente che illumina d'immenso molte esperienze di noi stessi - no, questo libro dimostra che scrivere è un mestiere che può trasformare la realtà che, ogni giorno, persino da dentro un televisore (condizione di telespettatori che accomuna tutti-e-dico-tutti gli appassionati di sport), ci rimbalza (è proprio il caso di usare questo termine) addosso.

Raccontare il tennista svizzero Federer passando per l'altissima qualità letteraria che DFW sapeva esprimere, è quella la vera "maledetta esperienza quasi religiosa" che sa trasformare la banale visione televisiva di un match di tennis in qualcosa che si avvicina (e accomuna gesto atletico e - almeno certa se non tutta - letteratura) alla bellezza.

Perché la cosa più impressionante è che DFW non sta gigioneggiando con la letteratura o col suo immenso talento ma entra letteralmente dentro il campo (egli è stato tennista di alto livello e conosce la materia tennistica quanto quella letteraria) e vi fa vedere tutto ciò che vi racconta: la lunghezza del campo, la profondità degli spazi dove vanno piazzati i colpi, la geometria dello spettatore (quella che rende capace chi guarda di imparare qual è la posizione migliore sugli spalti e cosa guardare e dove e cosa ascoltare tra i sibili della pallina e il sonoro dei colpi), la cinestetica della bellezza umana, un po' di storia dello sport, tecnologia costruttiva delle racchette, tecnica dei colpi, comparazioni tra epoche e modi di giocare differenti nella storia del tennis, memoria di partite precedenti, attenzione all'abbigliamento e alle sue simbologie, ecc. Ci sarebbe persino potuto essere (ma non c'è e ci sarebbe) la descrizione perfetta di come il sudore si formi, scorra lungo i muscoli e cada a terra (sull'erba di Wimbledon, in questo caso specifico)... DFW è, come sempre accade nei suoi libri o almeno nei suoi scritti più "saggistici", enciclopedia letteraria vivente o, meglio ancora, vissuta.

In una parola, penso si possa dire che lui abbia saputo rappresentare con la scrittura e con la profondità della sua capacità analitica molta parte delle nostre alienazioni quotidiane occidentali, trasformandole quasi in sublime materia (anzi, non "quasi" ma "senz'altro"), in un delizioso riassunto di quanto ci accade.

E come sappia raccontare l'amore, il proprio personale amore per uno sport ed un giocatore, in maniera così precisa, sistemica, con la chiarezza di uno schemino tratto a matita (quasi distrattamente su un tovagliolo di carta), lascia davvero senza parole. O, almeno, lascia senza parole me che, individualmente, non faccio più testo di chiunque altro. Però abbastanza da dire, con Nesi quando recensiva "La scopa del sistema": leggete questo libro.

Si rimane senza parole e anche, in parte, spaventati di fronte a questi brani (questo, come altri) che sembrano scritti d'un fiato (così come si leggono), di nuovo distrattamente, sembrano appunti. Invece,a guardar bene ci scopri il lavoro e la tecnica e il continuo lavorìo per giungere alla pressoché perfetta forma in cui ti si presentano. E per fortuna che il timore reverenziale si stempera nell'esercizio di lettore perché nessuno sarebbe capace di giocare a tennis e vi si avvicinerebbe, se solo valutasse da fuori campo la velocità con cui tutto accade; per fortuna allora, citando appunto Federer da una sua intervista, "quando sei in campo è tutta un'altra cosa, sai, perché vedi solo la palla, davvero, e non vedi la velocità della palla". Ecco, per fortuna noi vediamo solo il risultato di DFW e non vediamo quanta genialità-al-lavoro ci sia dietro ogni suo scritto. Vederlo troppo esplicitamente potrebbe annichilirci e farci desistere.

In ultimo, tra le cose da fare a margine, consiglio la lettura delle immancabili note di DFW come completamente staccate dal testo a cui si riferiscono: leggetele come raccontini indipendenti, come haiku occidentali ("Alcuni, come Nadal o Serena Williams, sembrano più supereroi dei fumetti che persone reali"), come microromanzi e troverete, ancora una volta, letteratura in purezza, una qualità di scrittura disarmante e la totale, vi sembrerà in quel momento, comprensione dei misteri del mondo.

Dettagli del libro

  • Titolo: Roger Federer come esperienza religiosa
  • Titolo originale: Roger Federer as Religious Experience
  • Autore: David Foster Wallace
  • Traduttore: Matteo Campagnoli
  • Editore: Casagrande
  • Data di Pubblicazione: 2010
  • Collana: Alfabeti
  • ISBN-13: 978-88-7713-602-2
  • Pagine: 57
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 8,50

5 luglio 2010

Il declino dell'Occidente - Hanif Kureishi

Mariti e mogli chiamati da incontri o avvenimenti inattesi a fare i conti con la propria vita. Persone di mezza età che si vedono protagoniste, con un po' di nostalgia, di una vita lontana da quella sognata negli anni '70. Artisti che vengono a patti coi loro bisogni, ma non per questo smettono di sognare. Hanif Kureishi ci regala storie e personaggi fra i più riusciti del suo mondo narrativo, penetrandone le attese, le delusioni e le felicità, e restituendoci, come solo lui sa fare, umori e incanti della vita quotidiana, in tutte le sue contraddizioni, fra "matrimoni e decapitazioni", come recita il titolo di una delle storie incluse nel volume.

Recensione

Libro molto potente. Per essere una raccolta di racconti, poi, ancora più sorprendente. Nel senso che in una raccolta di racconti è più difficile vedere distese certe leve, quel respiro lungo che invece è proprio del romanzo.

Inoltre, il talento incredibile di Kureishi spesso nasconde persino la grande tecnica che invece c'è in racconti tanto perfetti, a volte algidi, a volte fortemente disturbanti. E su tutto svetta la solitudine fortissima di questi inglesi post-tutto: l'ambiente ricorrente è quello della borghesia intellettuale e la devastazione è davvero inquietante. Parole durissime che invece di nascondere scoprono ancor di più esistenze al limite della disperazione: il figlio gay che recupera il rapporto col padre in un sogno/incubo post-mortem; la mamma "violentata" di parole da un'altra mamma dentro un'auto; un uomo che sta morendo e che chiama al telefono il suo più caro amico per tentare un ultimo appuntamento (che non sarà concesso...); perfino una donna che non riesce a difendere il suo figlioletto dall'attacco di cani famelici, nell'ultimo disperato sprazzo che chiude il libro.
Commediografi, autori di fiction tv, scrittori. Intellettuali.

Chissà, sembra una metafora della condizione degli intellettuali appunto di fronte ai nuovi media telematici ma anche di fronte alla fine di certi valori, in cambio di altri. Tutti riassumibili nella parola "benessere". E, sembra dire Kureishi, il benessere fa male. Alle persone. Le uccide, anche quando non se ne accorgono. O forse proprio perché non se ne accorgono. Per me un gran bel libro.

Giudizio:

+5stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Il declino dell'Occidente
  • Titolo originale: The Collected Stories
  • Autore: Hanif Kureishi
  • Traduttore: Ivan Cotroneo e Andrea Silvestri
  • Editore: Bompiani
  • Data di Pubblicazione: 2010
  • Collana: Narratori stranieri
  • ISBN-13: 978-88-452-6453-5
  • Pagine: 122
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 15,00

25 aprile 2010

La verità a proposito di Celia - Kevin Brockmeier

Questo romanzo è la commovente dichiarazione d'amore di un padre a sua figlia. E' la storia di una bimba di sette anni, Celia, che scompare senza lasciare traccia mentre gioca nel cortile di casa. Ed è la storia di un libro, La verità a proposito di Celia, che il padre Christopher Brooks, autore di narrativa fantasy e di fantascienza, inizia a scrivere per sopire il proprio senso di colpa, immaginandosi un futuro di capitolo in capitolo diverso per Celia, da adolescente, da madre single, oppure che sia finita in un universo parallelo. La verità a proposito di Celia racconta di come Christopher si chiude in se stesso e nelle proprie fantasie, iniziando a ricevere misteriose chiamate sul telefono giocattolo della bambina. Ma racconta anche che, alla fine, nella vita resta sempre una ragione per continuare a sperare.

Recensione

Ha uno strano incedere, quasi ipnotico direi, questo libro. Un modo tutto suo di tirarti dentro, un'originalità nei toni ma anche per come affronta certi sentimenti, certi vuoti e come li descrive, qualche volta ellitticamente, a volte colpendoti forte e diretto. C'è persino lo spazio per un capitolo che è un piccolo saggio sull'essere-spettatori-al-cinema eppure ti racconta fortissimo il dolore. Perché una figlia che scompare è una voragine che non ha fondo, che non ha confini, che non ha parole. Molto più spesso silenzi.

Se la cornice non è particolarmente originale, il romanzo è strutturato come il libro scritto dal padre della bambina scomparsa per esorcizzare in qualche modo quella voragine (un po' il vecchio trucco del manoscritto trovato in un baule), il suo incedere è invece molto interessante perché mette in moto una pluralità di sensi e quindi di possibili letture e, ancora, di differenti reazioni e percezioni nel lettore.

Si va da capitoli dolenti e disperati, nel chiuso di una stanza che sembra il chiuso di un universo senza scampo, a ariosi momenti in cui ciò che prevale è la natura intorno, i sentimenti diluiti nel mondo fisico, naturale, tra le nuvole che si rincorrono fuori dalla finestra.

Una "commovente dichiarazione d'amore di un padre a sua figlia" dicono le note di presentazione nel risvolto di copertina. Io l'ho trovato un dolente omaggio al dolore più grande (contronatura è spesso anche considerato), quello di un genitore di sopravvivere al proprio figlio. Un omaggio alla disperazione, un lucido limpidissimo sguardo impietoso. Senza risparmiare nulla.

Inoltre, se ancora non bastasse a spiegare la tecnica con cui è scritto, questo romanzo sembra anche fatto di singoli racconti (più ancora che capitoli) che a volte ti danno l'impressione di autoconcludersi per poi ricominciare con una nuova, diversa, storia. Anche questo è il suo effetto straniante: ad ogni fine capitolo non solo si volta la pagina ma saresti quasi sicuro che Celia, la bambina scomparsa, stia per tornare, per ricomparire.

Chissà cosa accade alla fine della vicenda. Se c'è una fine, un nuovo inizio, un dolore che cresce, un dolore che si fa ragione di sé.

Giudizio:

+5stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: La verità a proposito di Celia
  • Titolo originale: The Truth About Celia
  • Autore: Kevin Brockmeier
  • Traduttore: Gaja Cenciarelli
  • Editore: Terre di Mezzo
  • Data di Pubblicazione: 2010
  • Collana: Narrativa
  • ISBN-13: 978-88-6189-114-0
  • Pagine: 207
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 16,00

8 aprile 2010

La différence des sexes - Françoise Héritier

Filles et garçons. Femmes et hommes. Si la Différence des corps est bien visible, aucune société n'a organisé le système des relations humaines de la meme façon, à partir de cette différence. Mais il y a pourtant une sorte de constante puisque c'est presque toujours la domination masculine qui a été instituée. Pourquoi, comment? La différence des sexes explique-t-elle leur inégalité?




Recensione

Cantava Paolo Conte che i francesi ancora "si incazzano", ma adesso i tempi sono proprio cambiati: Bartali non c'è più e il sorpasso che ci surclassa è avvenuto di nuovo.

Prendendo spunto da una serie di trasmissioni radiofoniche che Walter Benjamin realizzò per i giovani dell'epoca, l'editore Bayard ha pensato di realizzare un'intera collana (chiamata "Les petites conférences", piccole conferenze o conferenze minime, se volete) tutta pensata per ragazzi dai 10 anni in su. Una collana serie, senza disegni, redatta da intellettuali di valore mondiale (e cito solo Etienne Balibar o Jean-Luc Nancy e la stessa Héritier). E, soprattutto, senza alcun "birignao" italiota.

Eccolo, allora, il sorpasso ai nostri danni che non potremo mai recuperare: una collana del genere, interamente pensata "in italiano" intendo, non solo non esiste oggi nell'intero panorama editoriale di casa nostra ma, molto probabilmente, non esisterà mai. Con buona pace di molti, di qua e di là...

Ma vado al dunque, al libro in questione. D'accordo, io non sono propriamente un ragazzino delle medie, qualche idea mia sulle cose del mondo ce l'ho già, eppure leggendo questo agile, chiarissimo, documentato, scientificamente ineccepibile (Héritier è un'antropologa) libretto ho respirato intanto un'aria frizzante e ricca e poi, confesso, ho avuto il piacere di una sistematizzazione di quelle idee che, pur già acquisite, Héritier riesce a mettere in file, una dietro l'altra, con la consequenzialità del discorso scientifico e l'autorevolezza necessaria.

Dico la verità: non si sente affatto la "differenza" di star leggendo un libro "per ragazzi" se non nell'impostazione: è chiaro il disegno in qualche maniera pedagogico che, necessariamente dico io, sta alla base di un libro così e dell'intera collana. In particolare l'autrice, affrontando appunto le differenze tra i sessi e producendosi in un discorso ineccepibile sul come esse non devono voler dire ineguaglianza e/o discriminazione, affronta molti degli aspetti della questione. Da quelli culturali (i principali, naturalmente) ma senza tralasciare i dovuti accenni alla biologia o alle funzioni cerebrali, dall'impatto dei mezzi di comunicazione di massa fino dentro le famiglie ed i riflessi che laggiù arrivano.

Insomma un quadro veloce ma molto completo su come la società umana abbia differenziato (discriminando) le donne dagli uomini e su quali sono invece gli antidoti possibili per noi e per il domani. Per tutti noi, uomini e donne, differenti ma uguali.

In appendice una raffica di "domande e risposte" tra giovani partecipanti alla conferenza (ricordo che l'intera collana nasce come "trascrizione" cartacea di conferenze tenute con gli studenti) e l'autrice. Un piccolo gioiello, senza dubbio.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: La différence des sexes
  • Autore: Françoise Héritier
  • Editore: Bayard
  • Data di Pubblicazione: 2010
  • Collana: Les petites conférences
  • ISBN-13: 978-22-2748-143-5
  • Pagine: 99
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 12,00

27 marzo 2010

La sposa gentile - Lia Levi

Mentre fra mille luminarie si festeggia l'arrivo del '900, Amos, giovane banchiere ebreo di una cittadina piemontese, fa a sé stesso una promessa per il nuovo secolo: diventare qualcuno e mettere su una solida famiglia patriarcale. Il destino però lo costringerà a giocare con altre carte. L'irrefrenabile passione per Teresa, una contadina cristiana del luogo, lo metterà di fronte all'ostracismo della comunità ebraica. Ma Teresa non vuole che il suo uomo debba soffrire per causa sua. Nell'amore fideistico e assoluto che prova per lui ingloba anche la sua religione: vuole a tutti i costi diventare ebrea. La storia di questa donna originale e commovente si snoda fino al terribile 1938 delle leggi razziali fasciste, attraverso la ricostruzione avvincente delle vicende familiari, dei cambiamenti politici e di costume dell'Italia.

Recensione

Attraverso l'assoluta leggerezza a cui ci ha ormai abituato nell'intero corpus della sua opera, Lia Levi racconta stavolta quarant'anni nella storia di una famiglia ebraica piemontese. Il paragone che viene in mente, ma più per differenza che non per analogia, è con "Le strade di polvere" di Rosetta Loy. Levi, infatti, prende quasi a pretesto la figura di Teresa, la sposa del titolo, per intessere un soave racconto di un'epoca (prima ancora che di alcuni, ben precisi, personalità e caratteri), quasi una favola rosa: la forza di carattere di una donna nel perseguire il suo sogno d'amore che è, anche, un sogno di riscatto, rivincita sociale.

La bella e vitale Teresa farà invaghire di sé il rampante banchiere Amos e, pur essendo cristiana e non ebrea, riuscirà a sposarlo: la "cacciata" di Amos dalla comunità ebraica di Saluzzo, dove la vicenda si svolge, sarà per la giovane sposa contadina lo sprone a voler diventare ebrea. Abbracciare la religione del marito, sarà per lei il più grande regalo d'amore.
In questa sua ricerca, sarà aiutata da Sara, la figlia del rabbino del paese nonché la sposa che i familiari di Amos (e soprattutto sua sorella) avrebbero volentieri visto al suo fianco, che diventa così il ponte tra i due universi.

In realtà il romanzo, nell'apparente semplicità della vicenda, intreccia molti temi tanto che quello dell'ebraismo resta quasi il contorno rituale (belle le immagini dei preparativi per Pesach): i contrasti di classe, il cinismo d'amore di Teresa (il suo "comportamento", guidato soltanto dall'amore per Amos, si spegnerà di schianto alla morte di lui), la scalata sociale, l'abbandono senza alcun rimorso delle sue umili origini da parte di Teresa, sono tutti elementi che entrano a descrivere la vicenda in maniera molto più importante che non la semplice descrizione di una storia d'amore o di un milieu sociale e religioso come quello della comunità ebraica. Persino l'aspetto di autodifesa della minoranza, altro tema che compare sullo sfondo, resta appunto il contorno. Ciò che risalta è la normalità quasi assoluta di una donna che si integra dentro una comunità, per quanto piccola, che non l'avrebbe voluta. Al rifiuto contrappone una sorta di real politik.

La vicenda, in parte autobiografica (Teresa ed Amos sono in realtà i nonni della Levi), si ferma bruscamente, e quasi con pudore, alle soglie della catastrofe. Alla morte di Amos, Teresa non ha più motivo di mantenere unita la famiglia, nel frattempo accresciutasi di figli e nipoti, e come se nulla fosse "molla la presa": che ognuno, a quel punto, segua il suo destino. Gli affetti si sciolgono, le case si svuotano, i riti ebraici che aveva orgogliosamente imparato e poi seguito per tutta la vita sono immediatamente dimenticati, quasi rifiutati. Un "ognun per sé" simboleggiato dal recupero di una vecchia scultura in legno di Brustolon raffigurante la Madonna che Amos, seguendo il precetto ebraico che non prevede culto mariano, le aveva chiesto di tenere in disparte e che invece ora può finalmente troneggiare sul cassettone della camera matrimoniale. Teresa non ha più motivo di essere la matriarca.

Siamo poi all'infamia delle leggi razziali, la catastrofe sta per arrivare. L'Europa è ormai sull'orlo del baratro. Lia Levi, velocemente, decide di accennare qualche destino e poi si ferma. Stende un velo su un dramma che, altrove, in altri libri, aveva già raccontato. Quasi una forma di pudore, un rispetto verso questa storia d'amore così particolare.

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: La sposa gentile
  • Autore: Lia Levi
  • Editore: Edizioni E/O
  • Data di Pubblicazione: 2010
  • Collana: Dal Mondo - Italia
  • ISBN-13: 9788876418860
  • Pagine: 215
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 18,00

20 gennaio 2010

La separazione del maschio - Francesco Piccolo

Le troppe vite di un uomo a quarant'anni: il matrimonio, il desiderio, la paternità, il tradimento, il senso di colpa. E soprattutto, il sesso. Un romanzo scandaloso e disarmante come una confessione.







Recensione

Appena chiuso il libro viene da pensare alla fantascienza, un mondo parallelo ma soltanto immaginato, col protagonista che passa le sue giornate facendo, sognando, pensando e rifacendo sesso, come un'ossessione, come un vorace fuoco che lo consuma. Oppure dici "va bene, è fantasy: i draghi non esistono e anche il protagonista è solo invenzione letteraria, plausibile ma trovalo nella realtà reale".

Nella realtà reale Francesco Piccolo squaderna come in un murale un intero sogno, i contorni senza fine del desiderio maschile. Con chiarezza, con onestà. Certo, ne forza le conclusioni, le circostanze, ma la pulsione dell'uomo-padre-amante-poligamo-fedifrago ci sta tutta. Senza false ipocrisie, senza pudori anodini. Il maschio del libro è chiarezza assoluta, spudoratezza come etica ed estetica. Non si nasconde mai e invece decanta tutte le sfaccettature del suo essere nel mondo: perché poi la sua ode al sesso (per lo più adulterino - persino con sua suocera, ma quella è stata una debolezza del passato) si scontra con la certezza di venire scoperto e lasciato dalla legittima moglie. Prima o poi.

O, ancora, si ferma giusto sulla soglia del suo ruolo di tenero padre affettuoso di una figlia (femmina, ahilui e quindi...), sulla conquista di un'identità di maschio a 360 gradi. Insomma, disturba per l'estremismo della suo liberismo (più che libertà) sessuale ma racconta con dovizia di analisi sentimenti molto concreti, molto nascosti, molto segreti. Racconta chi (cosa?) siamo noi uomini, cosa ci passa per la testa e il contenuto non è molto variegato, purtroppo.

Sotto la crosta, la triste crisi dei sentimenti riprodotti come merce: in serie, all'infinito e tutti, chissà come, con lo stesso calco. Ma il sentimento, nell'epoca della sua riproducibilità tecnica, come lo vogliamo vedere? Che prezzo ha? E chi lo paga? Sorvolo sul finale perché la sorpresa della suspence deve restare tale (e devo dire che lo scioglimento merita il plauso non tanto in se stesso quanto per il percorso fatto per arrivarci), ma consiglio la lettura perché anche se non tutti hanno fantasmi nell'armadio, magari ce l'abbiamo in mente uno spettro che ci agita. E qualcuno più agitato degli altri...

Dettagli del libro

  • Titolo: La separazione del maschio
  • Autore: Francesco Piccolo
  • Editore: Einaudi
  • Data di Pubblicazione: 2008
  • Collana: Supercoralli
  • ISBN-13: 9788806193546
  • Pagine: 198
  • Formato - Prezzo: Rilegato, sovraccoperta - Euro 17,50

12 gennaio 2010

Vineland - Thomas Pynchon

1984, Vineland, immaginaria cittadina della California: Zoyd Wheeler una volta all'anno si butta attraverso una vetrina; Frenesi, sua moglie, conturbante ex attrice underground, scompare nel nulla; Prairie, la figlia, è un'adolescente eccentrica e seducente. Intorno a loro, un universo improbabile ma reale in cui si muovono figli dei fiori e agenti dell'FBI, rockers e metallari, matti veri o presunti e intellettuali. Una straordinaria, grottesca, paradossale epopea degli anni della contestazione, il romanzo-denuncia di un grande autore della narrativa postmoderna.

Recensione

Entrare a Vineland (è il primo Pynchon che affronto) procura un immediato stato d'ansia. Sarà la prosa clamorosamente barocca dell'autore, sarà il fatto che è uno dei pochissimi che Harold Bloom (secondo alcuni Vate supremo della letteratura mondiale, per altri cialtrone baronale dedito alla cura del suo ormai lucrosissimo marchio di fabbrica) mette indiscutibilmente sugli altari che uno si chiede subito: "fu vera gloria o questo romanzo è immangiabile"? Il Re è nudo o sono io che non ne vedo i broccati?

Chiarisco immediatamente: Vineland è oggettivamente un romanzo illeggibile. Sul resto, poi, si può liberamente dibattere. Ad esempio sul cosa leghi insieme un critico letterario borghese, élitario e conservatorissimo con uno scrittore, osannato dai lettori di mezzo mondo, che con il suo stile distrugge ogni residua certezza del romanzo borghese, apre mondi che fino alla sua venuta non si erano ancora mai visti e, soprattutto, è così postmoderno che più postmoderno non si può? Perché a tal proposito mi torna in mente il caro vecchio (antico, direi quasi) Frederic Jameson che, tra le molte definizioni, individuava il postmoderno come una cartografia per le nuove strade che la nostra epoca ci apre davanti. Il suo lavoro di sociologo della letteratura gli faceva vedere il postmoderno come una sovrastruttura (in senso sociologico, appunto) e quindi un elemento della realtà da affrontare e studiare con adeguato spirito critico.

Di quella cartografia, Vineland fa ulteriore scempio, un passo avanti ancora che ci porta ad una mappa senza riferimenti, una mappa che si perde in essa stessa: pur iniziando in chiave realistica (per quel che può significare una tale definizione applicata a questo romanzo...), ben presto entriamo in una palude dove gli innumerevoli flussi si disperdono, tanto che non ha alcun senso pensare ad una trama o alla descrizione di personaggi. A questo proposito, un'ottima sfida sarebbe quella di prendere in esame uno dei capitoli centrali (e tra i più lunghi) del libro, quello che nell'edizione recensita va da pagina 153 a 222, e cercare di capire cosa accade, in che luogo, quando e soprattutto perché, chi parla a chi e chi altri risponde a quale domanda o sollecitazione.

In tutta sincerità, io non sono riuscito a capirlo (e sfido chiunque, purché in buona fede) e non mi sento, stavolta, di dire che il limite sia mio. Detto questo, è chiaro che lo scopo ultimo di Vineland è quello di denunciare il nostro stato di abitanti sperduti e inebetiti della nostra stessa epoca: partendo da un'America disfatta che compare magicamente a sprazzi nel delirio, Pynchon rappresenta una sorta di welfare della vacuità cioè un sistema di riferimenti, in questo caso ovviamente culturali, che redistribuisce una devastante povertà di argomenti fatta di Televisione (deisticamente sempre con la maiuscola), di musica squinternata e improbabile, di stili di vita devastanti e perciò devastati. Questo "total khéops" (tanto per produrre un'altra connessione postmoderna in quella mappa) viene rimescolato con le invenzioni assolute, con la pirotecnica creatività e con un impasto linguistico e stilistico davvero "unico" - e sia inteso, questo, nel bene come nel male - che fanno del romanzo una sorta di tempio assoluto. Sapere poi chi o che cosa stiamo adorando, è un altro paio di maniche.

Insomma, che oggetto è questo libro? Se a Pynchon possiamo chiaramente riconoscere di essere il padre putativo di un altro grande nome, quel David Foster Wallace che ha lasciato scie di orfani dappertutto, possiamo anche illuderci che Vineland non sia propriamente un semplice (si fa per dire!) romanzo ma tenti di essere quell'operazione che Wallace ha saputo portare a compimento in maniera magnifica: libro-digressione per antonomasia, universo-mondo senza alcun senso, in parte saggio (senza riuscirci mai davvero), in parte pura invenzione goliardica, assolutamente e totalmente autoreferenziale, Vineland sa mantenere siderali tutte le sue distanze da chi legge tanto da riuscire pienamente inafferrabile. La cordicella da tirare per riportarlo giù è quella della fiaba, fiaba che è quanto di più vicino si possa immaginare ad un libro così.

E allora eccoci dalle parti di Hans Christian Andersen e del suo "I vestiti nuovi dell'imperatore" nel quale le mirabolanti stoffe "avevano il potere di risultare invisibili agli occhi degli uomini sciocchi, o ignoranti, o di chi non era all'altezza della propria carica" (cito da un'edizione per bambini della Fabbri). Il ricatto che subiamo, da lettori, da critici, da appassionati di letteratura, è quindi quello dell'amor proprio ferito: siamo noi a non essere all'altezza?! Per me, confesso, Vineland è un gran libro. Smutandatissimo, perdinci: e il Re è nudo, chiappe al vento!

Dettagli del libro

  • Titolo: Vineland
  • Titolo originale: Vineland
  • Autore: Thomas Pynchon
  • Traduttore: Pier Francesco Paolini
  • Editore: BUR
  • Data di Pubblicazione: 2008
  • Collana: Scrittori Contemporanei
  • ISBN-13: 9788817202725
  • Pagine: 446
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 10,80

6 gennaio 2010

Mio marito Maigret - Barbara Notaro Dietrich

Il commissario Maigret, ormai in pensione, sembra essersi assopito dopo pranzo nel giardino della sua casa di campagna nella Loira. Al tramonto la moglie Louise va a svegliarlo e si accorge che non respira più. Al funerale arrivano amici e parenti, solo Simenon non si fa vivo. Manderà una lettera alla vedova. E proprio Louise decide che è arrivato il momento di mettere le cose in chiaro: di raccontare chi era veramente il commissario Maigret, come ha trascorso la sua vita, come ha vissuto il suo lavoro e soprattutto che marito è stato. Attraverso il racconto dei fatti, il ricordo dei colleghi di lavoro, di vittime e assassini, Louise ricostruisce la loro vita insieme, i momenti belli e quelli più tristi, rivelando via via se stessa, la natura della loro coppia e la realtà di un amore speciale. "Mio marito Maigret" dà voce in maniera convincente a una figura femminile capace di evocare e rappresentare tutto il mondo che si muove intorno al commissario. Mondo che Louise racconta e vive dall'interno e del quale pare possedere la chiave segreta, come possiede la chiave del cuore e del carattere, profondo e insondabile, di Maigret.

Recensione

E' una sensazione alquanto strana che si accompagna alla lettura di questo libriccino un po' senza tempo. In primo luogo perché si tratta di un'operazione semplice semplice: estrapolare e mettere in fila i particolari della vita privata del celeberrimo commissario, traendoli (persino con le parole e le frasi esatte) dai romanzi stessi di Simenon: alla fine del volume, la bibliografia snocciola come un rosario i titoli da cui notizie, ricordi, aneddoti sono stati tratti.
In secondo luogo perché il tono che l'autrice Notaro Dietrich indovina sembra essere lo stesso di sempre, quello autentico di Simenon: l'operazione un po' postmoderna di taglia e cuci assume dignità proprio in questa sua voce piana e tranquilla, solita. E chi altri poteva narrare il Maigret segreto, quello del dietro le quinte, se non la sua fedele compagna, la moglie Louise. Perché il punto è proprio questo: quanto sia stata fedele e sottomessa, ad una figura in ogni senso statuaria, questa compagna.

E' persino banale ricordare come l'universo-Maigret sia una sontuosa (forse la più sontuosa) celebrazione del romanzo conservatore piccolo-borghese che ricostruisce alla perfezione un mondo di regole certe, di ruoli perfettamente definiti, di vecchie zie e merletti ingialliti che sembrano immutabili dall'inizio dei tempi. E Maigret fa parte di questo mondo alla perfezione, ne è anzi il perno centrale: egli sì che avrebbe la necessità quasi fisiologica di vedere le cose ben separate tra buoni e cattivi, con i campi distinti e le squadre, per così dire, che si contendono a viso aperto.

Eppure non è così: questa è la grandezza (e la plausibilità ultima) del personaggio che sembra incarnare il dubbio e l'istinto e che invece è il fautore ultimo dei destini dei personaggi. In questo contesto, basta sfogliare quasi tutti i romanzi di cui è protagonista, la figura di sua moglie (che qui acquista centralità ma soltanto, ancora una volta, come testimone di altro) è davvero lontana nel tempo e dalla nostra sensibilità odierna. Una donna che è più una madre, una segretaria discreta e silenziosa, quasi una colf a tempo pieno: colei che apre la porta a Maigret quando torna a casa, colei che gli cucina e si fa ombra assoluta, assenza fortissima perché continuamente risuona.
Altri tempi, altre sensibilità, altro mondo: oggi Louise non esisterebbe.

Maigret potrebbe anche aver superato la prova del tempo che passa (e lo dimostrano le vendite eccellenti di ogni sua avventura che Adelphi ripubblica ormai da anni), sua moglie no. Questo breve monologo, che sgorga diretto dalla sua voce, ci restituisce un'atmosfera ma anche quell'antica certezza: tanta acqua è passata sotto i ponti e molto, soprattutto valori stridenti, ha trascinato via con sé. Con buona pace di una fascinazione antica.

Dettagli del libro

  • Titolo: Mio marito Maigret. Il racconto di un amore speciale
  • Autore: Barbara Notaro Dietrich
  • Editore: E/O
  • Data di Pubblicazione: 2004
  • Collana: Dal Mondo
  • ISBN-13: 978-88-7641-605-7
  • Pagine: 150
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 14,00

28 dicembre 2009

I giorni della Rotonda - Silvia Ballestra

San Benedetto del Tronto, vigilia di Natale del 1970: il peschereccio Rodifa naufragio vicino al porto, sotto gli occhi della città. Le operazioni di recupero dei corpi tardano e in paese scoppia la rivolta. Inizia così un decennio di militanza che terminerà nel 1981, con il tragico rapimento di Roberto Peci, fratello del primo pentito delle Brigate Rosse. A ripercorrere le storie di quei ragazzi che sognavano la rivoluzione è Aldo Sciamanna in una lisergica notte passata nel carcere militare di Torino. Le loro sono vite destinate a scomparire, annichilite dalla violenza e dal più implacabile strumento di repressione dei primi anni Ottanta: l’eroina. È l’eroina che trasforma la Rotonda di San Benedetto da centro politico a ricettacolo di “appestati”, teatro di un’autodistruzione funzionale al potere. Così la quindicenne Mari assiste alla caduta, crudele e docile, di una generazione. In questo clima (recentemente definito da uno storico “glaciazione degli anni Ottanta”), solo la letteratura può ridare la parola a chi è disposto a farsi salvare.
Alternando i toni dissacratori e ironici di sempre a un incedere più amaramente assorto, Silvia Ballestra ci consegna un romanzo rivelatore delle troppe rimozioni della nostra storia recente, ricordandoci che è allora che l’Italia, fra silenzi e superficialità, ha imboccato la strada del declino.

Recensione

Ci sono solo un paio di modi per raccontare un'epopea, sia pure di provincia quale questa: o la racconti da dentro ma allora devi essere Omero (o, al massimo, Tolstoj), oppure la guardi da lontano, da fuori, e la interpreti con distacco. Con la distanza della separazione.

Silvia Ballestra ha fatto così. Ha scelto poi l'architettura della suite: tre sono i movimenti (dispari: 1981, 1983 e 1985) che, raccontando se stessi, leggono a ritroso eventi precedenti. Cittadina marinara San Benedetto del Tronto (in acronimo, Sbt), nascosta in fondo alla carta della regione Marche, ormai quasi in odore di sud: una semi-terronia, sollucchero per leghisti di ritorno. Che invece le sue radici, ripiantumate dal romanzo di Ballestra, le ritrova tutte in una stagione di lotte politiche importantissime, di civismo diffuso, di solidarietà popolare autentica. Ancorché giovanile. Perché sono i giovani sanbenedettesi i veri motori della Storia romanzesca qui narrata. Sono gli anni Settanta che si dispiegano, a Sbt, partendo da un mito fondativo dolorosissimo e, per questo, indelebile: il naufragio del peschereccio "Rodi" il 23 dicembre 1970.

Un relitto rovesciato che affondava lentamente davanti alla costa della città. Tanto vicino che sembrava lo si potesse toccare. Nessuno ebbe il coraggio di farlo e vi morirono (per imperizia dei mancati soccorsi? per avidità di chi avrebbe potuto fornire mezzi alternativi a quelli preposti? per disorganizzazione delle Autorità? Eccetera direi) dieci persone o, meglio, sette morti e tre dispersi, come in una guerra. A quella vergognosa vicenda (dei soccorsi inviati quasi una settimana dopo; la "scusa" fu il mare troppo grosso) la città si ribellò in massa: blocchi stradali e ferroviari, proteste della popolazione, barricate e falò per le strade. E quei giovani di cui dicevo, quelli politicizzati, quelli di sinistra (erano gli anni di Lotta Continua), si fecero carico delle grida di dolore, interpretarono il lutto della città intera, seppero trasformare il malcontento e la ribellione in agire politico: da quei giorni di lotta e dall'attività politica di base dei mesi successivi nacque il Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro del settore pesca, che in Italia non c'era ancora.

Da qui o, meglio, nei deliri lisergici del protagonista del primo movimento assistiamo a come, nel giro di pochi anni, l'eroina inonda San Benedetto (la città sarà, proporzionalmente, una delle capitali nazionali del flagello droga, al livello delle metropoli come Roma o Milano) spazzando via un'intera generazione (senza nemmeno Videla, senza voli della morte, bastavano siringhe piene della sostanza "giusta"), portandosi dietro buona parte di quella consapevolezza ed impegno politici, distruggendo un tessuto sociale assolutamente sano e che si reggeva su valori forti seppur tradizionali, arrivando infine alla perdita di ogni innocenza.

Quando la città diventa teatro del rapimento di Roberto Peci (fratello del primo pentito BR, Patrizio) e poi assiste, sgomenta ed impotente, al suo folle assassinio, l'innocenza scompare e si chiude un'epoca. Finisce un mondo. Il seguito, così come il romanzo tratteggia - secondo movimento 1983 -, sarà la fuga nel personale (che sarà pure politico, ma "solo" politico singolare, di individuo) con l'educazione sentimental-sessuale di Mari, quindicenne alle prese con i primi turbamenti, con le delusioni procurate dai maschietti, con la difficoltà di rapportarsi all'istituzione-famiglia, con il soccorso finale (o la resa) a quelle anime morte con una siringa nel braccio. Nel terzo atto entra in scena, celata come si deve dietro il filtro della "letteratura", l'autrice e la voce in prima persona declinata al "tu" si tinge di una certa malinconia o di un'amarezza che suona invece maturità.

E' l'età adulta, è la distanza, è quel distacco di cui parlavo all'inizio. Lo sguardo da lontano (Ballestra vive a Milano ormai da parecchi anni) che segna una cifra emotiva, prima ancora che stilistica: perché lo sguardo ha bisogno della messa a fuoco e la voce necessita di spazio per raggiungere il cuore del lettore. Per concupirne i ricordi. Alla fine, la Storia, questo romanzo, tocca le corde della memoria comune (quella del Paese e non del "paese") perché racconta qualcosa che è accaduta a Sbt e, in maniera più che identica, in ogni altro angolo d'Italia. Discoteche e "look parade", generazioni che si susseguono e che, della precedente, sembrano conservare il peggio o il nulla o chissà. Così coltiviamo indignazione, malinconia, partecipazione, incazzatura, dolore. Poi disimpegno, solitudine, vacuità.

Gli anni Ottanta ormai sono lontani, si sono portati via tutto, come una piena. Che però è un vuoto. Profondo, infinito. Definitivo. Ma, come Ballestra, non siamo tristi: "tempo un paio d'anni e vieni via pure tu", si dice nel finale. Siamo venuti via. Scappando. E lontani.

Dettagli del libro

  • Titolo: I giorni della Rotonda
  • Autore: Silvia Ballestra
  • Editore: Rizzoli
  • Data di Pubblicazione: 2009
  • Collana: La Scala
  • ISBN-13: 978-88-17-03660-3
  • Pagine: 376
  • Formato - Prezzo: Rilegato, sovraccoperta - Euro 18,50

13 dicembre 2009

Manuale di investigazione - Jedediah Berry

L'Agenzia investiga su tutto, e su tutti. Nei suoi immensi archivi viene classificato quanto accade nella cupa città là fuori. E il compito di Charles Unwin è ben preciso: organizzare in fascicoli i frammentari appunti del più celebre degli investigatori, Travis T. Sivart. Quando Sivart scompare, Unwin viene inopinatamente promosso detective e si fa carico delle indagini, che dovrà condurre affidandosi a due sole armi, un ombrello e un manuale di investigazione – questo, il libro che stiamo leggendo. Assistito da una segretaria narcolettica e da una femmina temibile riemersa dal passato, si ritrova a districare un mistero che a ogni passo sembra distorcersi e moltiplicarsi. Come può una mummia millenaria avere un'otturazione odontoiatrica? Dove sono finite tutte le sveglie della città? Perché manca il diciottesimo capitolo del Manuale? Sotto una pioggia che sembra non debba avere mai fine, Unwin si addentra in un mondo fatto di interni labirintici, di acque nere, o delle luci improvvise di un freak-show. Un mondo parallelo disegnato, si direbbe, dalle perversioni di uno scenografo impazzito o dal delirio di una mente criminale, dove a poco a poco il lettore, in un misto di curiosità, piacere e angoscia capisce di avere una sola certezza: che da questo sogno - da questo libro - non si sa come svegliarsi.

Recensione

Perché Jedediah Berry si sia piccato di trascrivere su carta uno straordinario film, sebbene non (ancora, almeno) girato da nessuno, resta un mistero. Inoltre, un mistero pieno di misteri: una città talmente vuota da sembrare abbandonata (e un primo enigma si nasconde dietro questa apparenza); un luna park, quello sì, abbandonato e marcescente (o è solo una visione?); un quartiere portuale fatto di vicoli talmente stretti bui e contorti da ricordare piuttosto un borgo medievale. A svettare su tutto, un tetro palazzone che si inerpica su, verso le nuvole basse, quasi un obelisco si dirà a un certo punto, che altro non è se non la fabbrica principale di tutto (misteri e soluzioni comprese) ovvero l'Agenzia Investigativa.
Su tutto, la pioggia; piove in continuazione, piove sempre, con insistenza o gocciolando, tanto che il personaggio principale (che vediamo sempre correre in bicicletta con questo suo ombrello al vento e non possiamo far altro che immaginarlo come un Monsieur Hulot - e non quello del balzacchiano “La cugina Bette” ma proprio quello irresistibile di Tati...) è fradicio fin giù nei calzini.

Al seguito di Charles Unwin (è così che si chiama il nostro Hulot), impiegato dell'Agenzia appena promosso detective, ruotano gli altri personaggi, chiamati in causa uno alla volta ma con legame di continuità: non è un entrare in scena casuale quello degli altri caratteri ma quasi uno scaturire l'uno dall'altro, e questa consequenzialità avrà la sua importanza nel determinare alcuni snodi narrativi.

Perché in realtà, il romanzo di Berry è prima di tutto una magnifica costruzione di senso. E' insieme giallo classico (uffici di detective con macchine da scrivere, lenti d'ingrandimento e tagliacarte d'argento) e trattato sulla teoria del complotto. Tutti coloro che compaiono sulla scena, siano protagonisti o semplici “comprimari”, si conoscono, hanno relazione reciproca precedente, stanno controllando mentre vengono controllati. E non è nemmeno più la cara vecchia teoria del grande fratello orwelliano, dell'occhio immanente che sempre ci osserva (“sempre vigili” è l'effettivo motto dell'Agenzia) ma siamo al controllo reciproco totale che non si sa da dove e da chi cominci e dove e con chi finisca. Chiunque è spia e spiato, non si salva nessuno, in nessuna direzione. Se l'improvvisa e misteriosa sparizione del detective più prestigioso dell'Agenzia (il palindromo Travis T. Sivart) è pretesto per scatenare questa grandiosa caccia all'uomo, è il sistema stesso che denuncia il suo più aberrante limite: il controllo è totale e definitivo e arriva persino, ecco l'invenzione che però si scopre solo un po' alla volta avanzando nella lettura, dentro i sogni delle persone o, meglio ancora, fin dentro l'inconscio.

Perché la grande costruzione di Berry, il tempio magnificente che questo libro sicuramente rappresenta è proprio questo: il pretesto di un libro giallo che invece di scandagliare un “semplice” mistero, si tuffa a testa in giù dentro l'inconscio. Lo fa poi alla maniera di Terry Gilliam (ecco perché parlavo di straordinario film in apertura) e di una visionarietà che terrà incollati alla pagina anche quei lettori meno avvezzi al genere onirico-fantastico proprio per la ricchezza e complessità della costruzione narrativa. In sostanza, anche i pochi momenti di stanca si superano di slancio per andare a scoprire l'oltre, quel che viene dopo, il colpo di scena che intuiamo dietro l'angolo.

Insomma, senza dubbio costruzione complessa, senza dubbio racconto a tratti davvero surreale e costruzione divertita che l'autore non nasconde affatto: è quindi certamente romanzo ma anche riflessione metalinguistica su come si costruisce un opera di genere. Il romanzo infatti cita se stesso ovvero il “manuale di investigazione” che i detective dell'Agenzia usano altro non è se non il libro medesimo che abbiamo in mano noi lettori... Insomma, uno dei continui rebus nel rebus che il libro propone. Il cortocircuito del cortocircuito avviene naturalmente andando verso il finale quando l'analisi e la registrazione su supporto magnetico dei sogni di alcuni dei protagonisti dovrà contribuire, utilizzando un ulteriore stereotipo del genere giallo ovvero quello del “sincronizzare gli orologi”, alla salvezza del detective scomparso e infine ritrovato.

La soluzione del mistero non avverrà, insomma, mettendo in fila uno dietro l'altro gli indizi raccolti durante l'indagine oppure affidandosi alle capacità analitiche e deduttive dell'eroe-investigatore. La soluzione saranno brandelli di vite, incastri di ricordi, sogni riportati alla luce, cervelli dai fortissimi poteri telepatici (il malvagio Enoch Hoffmann in primis), distorsioni spazio-temporali ed irreprensibili (almeno in teoria) impiegati dell'Agenzia. Con l'inconscio che viene prima, dopo e durante e vedrete che sorprese!

Mentre sull'inconscio piove, piove in continuazione.
Ah!, dimenticavo: non perdetevi il lussuoso sito dedicato interamente al romanzo... QUI.

Dettagli del libro

  • Titolo: Manuale di investigazione
  • Titolo originale: The Manual of Detection
  • Autore: Jedediah Berry
  • Traduttore: Ombretta Giumelli
  • Editore: Adelphi
  • Data di Pubblicazione: 2009
  • Collana: Fabula
  • ISBN-13: 978-88-459-2438-5
  • Pagine: 284
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 19.00

8 dicembre 2009

La città fantasma - Patrick McGrath

"Tre storie su New York, uno scrittore che racconta le sue ossessioni su amore e follia attraverso una città fantasma, cuore dell'impero, certo, ma anche luogo impaziente e spietato che non riesce a invecchiare."
Leonetta Bentivoglio, la Repubblica

"L'attacco alle Torri gemelle di New York è solo uno spunto per affrontare senza retorica né banalità un tema di portata universale e metafisica, l'immanenza ineludibile del dolore."
Stefano Manferlotti, Il Mattino

Recensione

Quando parliamo della New York post-11 settembre non si può fare a meno di imbattersi in mostri sacri della modernità letteraria, uno per tutti De Lillo. Poi però, accanto al non-plus-ultra che fa tanto moda & chic citare sempre, troviamo approcci più classici, meno "spettacolari"; quasi come osservare lo stesso mondo, che l'industria culturale si affretta a celebrare in primis sul mercato, da una nicchia appartata e con sguardo impacciato, quasi timido. L'operazione McGrath sembra avere questo scopo: l'unico classico semplice motivo che dovrebbe spingere lo scrittore, il racconto. L'autore di Follia divide in tre quadri la sua elegia newyorchese abbracciando l'intera storia della città: nel primo racconto, L'anno della forca (il meno efficace devo dire, rumoroso e sporco), vediamo gli anni della guerra d'indipendenza, con l'occupazione inglese della città, ripercorsi a circa 50 anni di distanza da colui che all'epoca era solo un bambino e che, mentre racconta nel 1832, è ormai moribondo a causa di un'epidemia di peste. Il senso di colpa, per esser stato involontaria causa dell'impiccaggione della madre-patriota, non lo ha abbandonato mai, neanche ora in punto di morte.

Il secondo racconto si chiama Julius ed è, a mio avviso, il perno su cui si incentra l'intera raccolta: un racconto perfetto nei toni, nel grado di suspence, nella finissima analisi psicologica, nelle descrizioni di ambiente (siamo in una ricca famiglia di mercanti) e della città all'epoca. Il periodo storico è, in questo caso, quello del grande sviluppo mercantile della città e la cronologia, attraverso quattro generazioni, si affaccia fin all'inizio del Novecento. Tutto il racconto si regge magistralmente sull'assunto che l'amore negato porta inevitabilmente alla follia: sicuramente "il" tema classico di McGrath, o almeno la sua ossessione principale, e va detto che la costruzione stessa del racconto mostra l'assoluta padronanza dei meccanismi narrativi, dell'accortezza nello svelare la storia poco alla volta e con grande tatto: quello che sembra un crescendo assoluto nel tono della tragedia, quasi melodrammatica, si rivela in realtà una vite senza fine che non ha climax né scioglimento e che ci trascina, lettori ipnotizzati, nel gorgo con sé. Grande bravura.

Il terzo racconto, infine, Ground Zero, arriva all'oggi ma, come gli altri due che lo precedono, parla della medesima sostanza: il dolore, il male, la paura. La voce narrante è quella di una psichiatra che racconta la sua personale ossessione del terrore post-11 settembre mascherandola dietro l'ossessione del suo paziente, un uomo che ha difficoltà a rapportarsi con le donne. In realtà, poco alla volta, scopriremo che la devastazione non sta nella psiche dell'uomo (che tutto sommato trova un suo equilibrio) ma in quella dell'analista stessa che proietta inconsciamente su di lui le sue fobie e il suo personale terrore, tutto acquisito dopo l'attacco alle Torri Gemelle. Insomma, il terrorismo non colpisce nel mucchio ma arriva fin negli anfratti più protetti (e che dovrebbero essere dotati di strumenti ben superiori alla media) delle persone che dovrebbero invece aiutare gli altri.

A ben vedere, quindi, quello che potrebbe a prima vista sembrare l'ennesimo confronto con l'11 settembre, si rivela libro ben più complesso e certamente legato al suo autore: McGrath ci parla delle sue ossessioni, quelle che percorrono anche gli altri suoi libri (senz'altro "Follia" in primis), dei temi a lui cari e che, evidentemente da psicologo a sua volta, conosce e maneggia alla perfezione. In secondo luogo, un ritratto di New York che ne attraversa la storia e non si limita solo alla tragedia presente ma ne mette in risalto grandezze e meschinità lungo il suo intero cammino di città-mondo, di simbolo planetario. Infine, una sottile inquietudine ci accompagna nel seguire i vari personaggi con le loro tragedie: un senso di abbandono ad un destino troppo grande, il cieco furore di scelte dovute all'ignoranza e alla malafede, l'assoluta vulnerabilità del singolo essere umano persino di fronte a se stesso e alle chiavi per interpretare il presente.

Dettagli del libro

  • Titolo: La città fantasma. Manhattan ieri e oggi
  • Titolo originale: Ghost Town. Tales of Manhattan Then and Now
  • Autore: Patrick McGrath
  • Traduttore: Alberto Cristofori
  • Editore: Bompiani
  • Data di Pubblicazione: 2007
  • Collana: Tascabili Bompiani
  • ISBN-13: 978-88-452-5870-1
  • Pagine: 182
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 7,40

6 dicembre 2009

La pazienza di Maigret - Georges Simenon

Maigret si sentiva meno leggero di quando si era svegliato quel mattino nell'appartamento inondato di sole, o di quando, sulla piattaforma dell'autobus, assaporava le immagini di una Parigi variopinta come le illustrazioni di un libro per bambini. La gente aveva la mania di interrogarlo sui suoi metodi. Alcuni sostenevano addirittura di saperli analizzare, e allora li guardava con una sorta di beffarda curiosità, visto che lui, il più delle volte, improvvisava, basandosi semplicemente sull'istinto".

Recensione

Ancora un Maigret tutto fatto di placida ma fulminea intuizione: l'istinto non impedisce al commissario di evitare un secondo omicidio (dopo il primo su cui stava già indagando) ma gli permette di giungere alla soluzione in pochissime mosse, uno scacco matto che si compie sotto gli occhi di noi lettori senza darci il tempo di cogliere lo spostarsi delle pedine.

Simenon è un maestro nel dissimulare i cambi di ritmo sotto le paciose descrizioni parigine: spesso primavere, richiami alla campagna, l'insistita attenzione all'odore dell'aria primaverile servono a rilassare i sensi di chi legge per poi colpirlo con la rudezza dell'intuizione. In questo episodio, inoltre, si coglie una specie di prodromo: siamo solo nel 1965 quando Simenon scrive La pazienza di Maigret (il libro di Perec uscirà invece "solo" nel 1978) ma il capitolo 3, con l'indagine del commissario nel condominio, sembra l'ispirazione naturale e quasi automatica di quel grande affresco che sarà La vita istruzioni per l'uso. Molto spesso Simenon fa muovere il suo commissario nei grandi condomini della città, ma in questa occasione sembra proprio di intravedere, laggiù in fondo, il futuro romanzo di Perec. Alla grande umanità e finezza psicologica di Maigret, in questo episodio si sostituisce un'ostentata disapprovazione per un crimine oltremodo efferato non tanto nelle modalità quanto nelle motivazioni: e stavolta, il commissario, perde le staffe...

Dettagli del libro

  • Titolo: La pazienza di Maigret
  • Titolo originale: La patience de Maigret
  • Autore: Georges Simenon
  • Traduttore: Margherita Belardetti
  • Editore: Adelphi
  • Data di Pubblicazione: 2009
  • Collana: Gli Adelphi
  • ISBN-13: 978-88-459-2403-3
  • Pagine: 153
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 9.00

21 novembre 2009

Romanzi in tre righe - Félix Fénéon

La formula Fénéon secondo il suo inventore: una riga per l'ambiente, una per la cronaca più o meno nera, una per l'epilogo a sorpresa. Leggere per credere.





Recensione

Un piccolo libro innocuo che sinceramente, al contrario di aspettative molto forti (romanzi in tre righe!), non incanta. Fénéon è asciutto, veloce, al massimo arguto. Ma poteva stupire, date appunto le premesse. Molto più intrigante, invece, il breve saggio finale di Matteo Codignola che ci accompagna alla scoperta del personaggio Fénéon: impiegato ministeriale ma anche anarchico, critico d'arte e direttore di riviste, influente intellettuale e pure gran manipolatore (in senso letterario, artistico) della realtà e della sua stessa biografia, scarna e sfuggente come questi brevi scritti. Un personaggio difficile da definire. Uno soltanto sembra esserci riuscito: Alfred Jarry, che lo definì "celui qui silence". Con buona pace delle grancasse.

Dettagli del libro

  • Titolo: Romanzi in tre righe
  • Titolo originale: Nouvelles en trois lignes
  • Autore: Félix Fénéon
  • Traduttore: Codignola M.
  • Editore: Adelphi
  • Data di Pubblicazione: 2009
  • Collana: Biblioteca Minima
  • ISBN-13: 9788845924286
  • Pagine: 58
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 5.50

2 novembre 2009

La Bibbia - Péter Nàdas

Budapest, primi anni Cinquanta. Una villa in collina, con le sue stanze grandi e un austero giardino d’inverno, è il regno ovattato in cui il piccolo Gyuri, figlio di alti funzionari di partito, trascorre giornate apatiche, con la sola compagnia dei nonni. L’ingresso di due ragazze nella routine familiare sconvolge bruscamente la falsa quiete della casa, portando a galla pulsioni, ipocrisie e crudeltà con cui il giovane non si è ancora misurato.
La Bibbia è l’intenso racconto di formazione che apre una raccolta incentrata su temi cari a Péter Nádas: l’adolescenza, il desiderio e il ricordo. Al centro di tre racconti stilisticamente perfetti, altrettanti adolescenti lottano con un senso di misteriosa estraneità che li trattiene sulla soglia del mondo dei grandi, divisi tra repulsa e attrazione. La narrazione magistrale e potente di Nádas smaschera senza appello una società e un’intera epoca storica.

Recensione

Può bastare un solo libro, peraltro una "semplice" raccolta di tre racconti, per poter capire quanto vale un autore pubblicato nella nostra lingua per la prima volta? Certo, Nadas non è proprio uno sconosciuto: il suo nome figura da tempo nella lista dei papabili per il Nobel della letteratura e, inoltre, la sua fama nei paesi dove è già conosciuto (la Germania più di altri) è forte e consolidata. Invece, fino a poche settimane fa, l'autore ungherese era pressoché sconosciuto al pubblico dei lettori italiani. A distanza di pochi giorni sono uscite due sue traduzioni (l'altra, per Baldini Castoldi, è Fine di un romanzo familiare), per il resto le pochissime recensioni che ho avuto modo di leggere si limitano a qualche sparuto cenno biografico e a poco altro: in una addirittura l'intero articolo poggiava praticamente sulle quarte di copertina dei due libri appena usciti. Insomma, visto dalla stampa, niente da segnalare. Sembrerebbe.

Perché invece, entrando dentro le pagine di questa raccolta, ci si trova dentro l'universo autentico dell'esistenza adolescenziale (coi turbamenti che si porta dietro, dalla scoperta dell'erotismo a quella della perdita) per come ognuno di noi, ragazzini o ragazzine, può averla vissuta e riconoscerla tale. Inoltre, la scansione dei racconti crea una sorta di climax rovesciato verso una rarefazione del tono: si comincia con un realismo assoluto e quasi tangibile nel brano che dà il titolo alla raccolta (in realtà quasi un romanzo breve, con la sua suddivisione in sedici veloci capitoli) per poi passare, parlando di morte della madre, ad una prosa già leggermente più rarefatta, quasi per tratti, e si finisce con una sorta di monologo interiore fatto di veri sprazzi, pennellate del sé che si narra senza sosta. Soffermandoci con ordine sui tre episodi, il primo (La Bibbia, appunto) sviluppa per più di metà dell'intero libro l'idea che un volume rilegato delle Sacre Scritture possa incrinare l'interno borghese di una famiglia e Gyuri, il ragazzino protagonista, misurerà su questo crepaccio familiare il suo transito verso il mondo adulto. I primi turbamenti sessuali, disegnati attorno ai corpi candidi della ragazzina del giardino accanto e della nuova governante-bambina di casa, saranno per Gyuri una scoperta che va ben oltre quello che sembra rappresentare: scoprirà l'ipocrisia degli adulti. Ne Il giardiniere è l'ombrosa figura di un padre (che non si rassegna alla morte della moglie) a proiettare tutte le sue angosce, il suo dolore insensato e sordo, le sue cattiverie sul figlio che ancora una volta diventa specchio di una condizione ancora non comprensibile, in un mondo fatto di adulti chiusi nei loro silenzi e in decisioni repentine che non sono dettate da una qualche necessità di equilibrio o di vita felice ma soltanto per soffocare il dolore della perdita. Che resta, e cova sotto la brace. Infine Oggi, racconto ispirato dalla repressione della primavera di Praga, è un flusso di coscienza in forma di ghirigoro nel quale il protagonista, ancora una volta un ragazzo, si abbandona ad una rassegnata disperazione nel descrivere ciò che vede attorno a sé (e ciò che sente dentro), la fine di un sogno dal volto umano, quale poteva essere la svolta che Dubcek avrebbe voluto dare al socialismo ceco, e il fallimento che si infrange, metafora moderna, contro l'altolà di un semaforo rosso a un incrocio. Il ragazzino rimane bloccato lì.

In definitiva, se questo volumetto è la prima opportunità che viene data a noi lettori di lingua italiana di confrontarci con la prosa di un autore che viene considerato un grande vecchio della letteratura continentale, il risultato soddisfa appieno: soddisfa per lo stile, soddisfa per i temi e la narrazione che li presenta e li sviluppa, soddisfa per il tono. Una lingua capace di farci rivivere da dentro emozioni, sensazioni, turbamenti, rabbie che fanno parte della nostra formazione di esseri umani. Aspettando la prova e la lettura del romanzo citato in apertura, ma intanto: se tutti noi siamo arrivati fin qui lo dobbiamo non soltanto alla Storia che abbiamo (e che ci ha) attraversato ma anche a parole scritte in questo modo.

Dettagli del libro

  • Titolo: La Bibbia
  • Titolo originale: A Biblia, A kertész, Ma
  • Autore: Péter Nadas
  • Traduttore: Rényi A.
  • Editore: BUR
  • Data di Pubblicazione: 2009
  • Collana: Scrittori Contemporanei
  • ISBN-13: 9788817035729
  • Pagine: 173
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 9.80

14 ottobre 2009

Echi dall'oblio - Luigi Pilo

La storia di uomini e donne travolti dalla seconda guerra mondiale, dalla Resistenza e anche dal dopoguerra. Sullo sfondo una geografia perfettamente riconoscibile: la Toscana tra Livorno, Pisa e Firenze. Molto più di un romanzo: perfetto come noir eppure troppo ricco per essere ridotto a genere. Al tempo stesso grande affresco storico e appassionato racconto delle inevitabili solitudini degli sconfitti.

Recensione

Reputo decisamente una fortuna aver incontrato un libro come questo, di quelli cioè non sostenuti da una major della distribuzione e che deve avvalersi perciò del sottile lavorìo dell'artigianato per arrivare ad incontrare un pubblico di lettori. La stessa casa editrice, nell'interpretare alla perfezione l'idea del "piccolo è bello", è una di quelle dove la ricerca del libro, la cura (quasi il cullarsela) nello svezzare la storia e l'autore, il fiuto nello scovare l'universale in storie che a prima vista sembrano tarate su interessi e memorie locali, svelano i grandi talenti della passione e del gusto applicati all'editoria.

Perché il romanzo di Luigi Pilo, giornalista per tanti anni al Tirreno, ha subito attivato alcune sinapsi e mi ha riportato ad altri grandi romanzi della memoria storica, del nostro passato, tra Seconda Guerra e Resistenza Partigiana. I primi legami che mi sono venuti in mente (ma davvero i primissimi) sono il grande Calvino dei Sentieri dei nidi di ragno oppure il Cassola della Ragazza di Bube, Fenoglio e Il partigiano Johnny. Insomma, siamo dalle parti della letteratura che resta, di quella che fa memoria e, in parte, storiografia.

Il primo elemento che salta agli occhi è lo spessore memorabile di alcuni personaggi che Pilo tratteggia in maniera esemplare, da narratore consumato (tanto da arrivare a pensare che certi caratteri e certe figure siano stati vissuti direttamente dall'autore), senza che nessuno di questi prenda il sopravvento sugli altri: il grande respiro del libro è infatti quello della narrazione, del racconto arioso e articolato dove i personaggi interagiscono, anche a distanza tra i capitoli che seguono un loro filo, non necessariamente cronologico, a comporre il mirabile disegno della vicenda. L'autore, in questo cercando una sponda molto più modesta della realtà, lo considera un giallo, un intreccio in cui l'epica del mistero da risolvere debba essere scopo e soluzione della lettura. Io lo considero piuttosto una dimostrazione lampante della potenza della memoria storica, quella delle persone e delle rispettive esistenze ma anche e soprattutto quella con la "s" maiuscola. La Storia, s'incontra in questo libro e non soltanto perché i fatti narrati fanno riferimento ad un periodo fondamentale del Novecento ma proprio perché Pilo ne sfiletta il cuore, la parte che oserei definire eterna. Quella della memoria, appunto, del senso delle radici. Non il come eravamo allora, ma il "che cosa" abbiamo fatto, dove siamo transitati, quali comportamenti, quale etica ci hanno portato fino all'oggi. O fino all'epilogo della storia che, tra le altre cose, sorprenderà per forza e taglio originale.

Trattandosi di un romanzo corale, molti sono i personaggi che risaltano dalle pagine (ne ricordo solo un paio, il Rosso e Tullio Mazzei) e che si fanno specchio di altrettante vicende umane tratteggiate con dovizia e gran mestiere: con l'umana partecipazione che, come già detto, rimanda a classici ormai consolidati della nostra letteratura novecentesca. Non sarà facile, per un libro così discosto dal mercato caotico di questi tempi, trovare l'attenzione che merita e che sicuramente ripaga della lettura: il peccato più grande sarebbe l'oblio (il titolo ammicca), soprattutto per coloro che non potranno incontrarne le pagine.

Dettagli del libro

  • Titolo: Echi dall'oblìo. Cronache di uomini soli
  • Autore: Luigi Pilo
  • Editore: Edizioni Erasmo
  • Data di Pubblicazione: 2008
  • ISBN-13: 9788889530153
  • Pagine: 396
  • Formato - Prezzo: Brossura - 16,00 Euro

13 ottobre 2009

120, Rue de la gare - Léo Malet e Jacques Tardi

Nestor Burma sembra attirarle, le rogne. D’altronde resta sempre uno sbirro, anche se la guerra lo ha costretto a chiudere la sua agenzia investigativa e ora si gira i pollici in un campo di prigionia in Germania. Ma i guai sono proprio dietro l’angolo: e infatti quando il treno che lo sta riportando in Francia si ferma in stazione a Lione, Burma non fa nemmeno in tempo a salutare dal finestrino il suo ex socio, Bob Colomer, che lo vede cadere a terra, imbottito di piombo. Sente solo quello che Colomer gli ha urlato un attimo prima di morire: 120, rue de la Gare, lo stesso misterioso indirizzo che, per una strana coincidenza, anche un suo compagno di prigionia gli ha sussurrato in punto di morte. Ma Burma lo sa bene che le coincidenze non esistono. E in questa storia ce ne sono davvero troppe. Come faceva Colomer a trovarsi in stazione, proprio al momento del suo arrivo? E chi è la pupa con la pistola che Burma ha visto scappare in tutta fretta?
Comincia così un’indagine tra Lione e una Parigi brumosa, nella Francia occupata e divisa dalla guerra, stordita dalla propaganda del maresciallo Pétain.
Il primo romanzo del ciclo di Nestor Burma, creatura dello scrittore Léo Malet, trasformato da Jacques Tardi in un classico della narrazione a fumetti.

Recensione

Magritte avrebbe potuto dire "questo fumetto non è un fumetto". E avrebbe avuto ragione perché questo fumetto è la dimostrazione di cosa si può fare con le "vignette" quando sono supportate da un soggetto d'eccezione.

Certo, alla base del libro c'è l'omonimo romanzo di Léo Malet (pubblicato per la prima volta nel 1943), uno dei più importanti della storia del noir, il cui protagonista, il detective privato Nestor Burma, è sicuramente "il" personaggio della vita di Malet (un po' come Maigret per Simenon), quello che gli diede la notorietà presso il pubblico dei lettori dell'epoca. A tutto questo le matite di Jacques Tardi (accoppiata vincente perché Tardi, oltre ad essere uno dei fumettisti più importanti di Francia, aveva già "disegnato" Daeninckx e Manchette) fanno il resto, ben oltre la semplice trasposizione disegnata di un grande romanzo. Atmosfere cupe che rendono in maniera straordinaria l'ambiente urbano in cui la vicenda si svolge (perlopiù tra Lione e Parigi) e, soprattutto, l'epoca: siamo negli anni della Seconda Guerra, sotto la terrificante cappa della propaganda di Pétain, e con arte contrappuntistica Tardi dissemina i suoi disegni dei manifesti farneticanti del periodo.

A ricondurci un'epoca, un sentire dissennato. La vicenda in realtà prende le mosse con un antefatto ambientato nello stalag XB (il campo di concentramento nazista dove realmente Malet era stato rinchiuso) e da un prigioniero senza memoria che diventerà, col procedere della narrazione, chiave e protagonista del mistero, mistero che ruota interamente intorno alle parole del titolo, "120, rue de la Gare". Questo indirizzo (ripetuto da un altro moribondo, un suo ex collega) sarà per Burma il vero, letterale enigma da sciogliere per arrivare, non soltanto a smascherare un colpevole (come nel più classico stile Christie, con la convocazione finale dei sospettati in un'unica stanza), ma a dipanare una intricatissima storia di uomini e donne che tentano di sbarcare il lunario nella follia della guerra.

Al romanzo di Malet, infine, la forma-fumetto dona il particolare fascino del nero e del grigio che Tardi sceglie per il suo tratto. Colpi di scena, ellissi narrative, flashback: ci sono tutti i dispositivi che, tra gli altri, il cinema ha consacrato nel corso degli anni come espedienti narrativi di prim'ordine e di sicura presa su chi guarda. E legge. Ma soprattutto proprio guardare perché, se con un po' di fantasia immaginate i disegni muoversi, eccovi di fronte ad un grandissimo film noir. Su carta, ma pur sempre fantasmagorico.

Dettagli del libro

  • Titolo: 120, rue de la Gare. Un caso per Nestor Burma
  • Titolo originale: 120, rue de la Gare
  • Autore: Léo Malet - Jacques Tardi
  • Traduttore: Gualtiero De Marinis
  • Editore: BUR
  • Data di Pubblicazione: 2008
  • Collana: 24/7
  • ISBN-13: 9788817023610
  • Pagine: 192
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 18.50

Gli anni feroci - Riccardo Bocca

Alberto ha vissuto il suo quarto d’ora di gloria negli anni Ottanta, quando è scoppiato a ridere, davanti alle telecamere, in faccia all’uomo più potente d’Italia, Giulio Andreotti. Dopodiché il quarto d’ora si è prolungato, perché una Rai già avida di volti nuovi gli ha offerto di condurre Supersmile: un programma dal quale ha avuto soldi e il lasciapassare per il paradiso delle celebrità. Poi la trasmissione è stata soppressa e la festa è finita: di colpo.
Oggi, a quarant’anni, con un matrimonio sull’orlo del fallimento, un figlio che non sa come educare e un padre anziano nelle mani di una badante slava, Alberto si è perso. Ha provato a riciclarsi come motivatore di manager ed è strapagato per alimentare suggestioni. Ma il denaro non gli basta: ha conosciuto il successo e ha un disperato bisogno di riassaporarlo. Perciò coglie l’opportunità di aiutare un ex compagno di scuola, Massimo Dandi, a diventare sindaco di una cittadina di provincia. Siamo ai margini dell’impero, ma l’ambizione è sconfinata e per Alberto, disposto a tutto pur di risorgere, è il primo passo verso il gran ritorno.
Il romanzo di Riccardo Bocca si addentra nello sprofondo immorale dell’Italia contemporanea, offrendoci il più realistico bestiario mai letto. Alberto siamo noi, e questi anni feroci sono il nostro pane quotidiano.

Recensione

La trasformazione della società italiana sembra andare di pari passo con quella dei romanzieri che dovrebbero raccontarla: alla perdita di qualsiasi senso e/o valore che attanaglia oggi il Paese, corrisponde l'incapacità degli scrittori, di molti di essi, di prendere la parola in maniera convincente. Il rammarico, in questo caso, è "doppio" perché l'intenzione di questo romanzo era molto intrigante: raccontare attraverso un odioso protagonista proprio la trasformazione che, dagli anni '80, ha portato l'Italia all'orrorifico oggi. E neppure un giornalista, qual è Riccardo Bocca, da un osservatorio privilegiato come una redazione, è riuscito a posare uno sguardo dignitoso su ciò che voleva raccontare.

L'intero romanzo zoppica attorno a pochissimi tratti, a banali dialoghi, a situazioni che non hanno nulla da dire. Neppure un tenue raggio illumina mai la scena. Alberto, così si chiama il protagonista, è evanescente ma non nel senso di uno stile che lo caratterizzi in funzione della storia, quanto piuttosto in senso assoluto. Non lo vediamo mai, i suoi comportamenti non spiccano, non c'è uno straccio di analisi psicologica dei caratteri o delle situazioni. Tutto avviene come in un caleidoscopio: riverberi astratti e luoghi comuni che si rincorrono. Certo, qua e là, compaiono a volte dei grumi appena abbozzati che forse potevano essere buone idee ma che muoiono lì, nel volare delle pagine che non lasciano traccia, nel vento dell'inutilità. Persino l'epilogo ce lo siamo immaginati senza sorpresa già a metà del libro: il fatto che accada davvero è ancora il segno di una pochezza, di un'ispirazione davvero forzata. Persino se guardiamo l'intreccio (Alberto, grande comunicatore televisivo caduto in disgrazia, deve aiutare un suo ex compagno di gioventù a diventare sindaco di un paese di provincia per tentare di rientrare nel giro che conta) non troviamo alcuna originalità. Certo, si potrebbe dire che dovendo raccontare il "grande nulla", questo era senz'altro il modo più diretto. Ma solo il nulla, per di più profondissimo, non basta.

Dettagli del libro

  • Titolo: Gli anni feroci
  • Autore: Riccardo Bocca
  • Editore: Rizzoli
  • Data di Pubblicazione: 2009
  • Collana: La Scala
  • ISBN-13: 9788817035163
  • Pagine: 225
  • Formato - Prezzo: Rilegato - Euro 18.50
 

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