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28 febbraio 2014

Speciale Scrittori suicidi: Oblio - David F. Wallace

David F. Wallace nasce a Ithaca (New York) il 21 febbraio 1962, da Donald Wallace e Sally Foster. Fino alla quarta elementare, Wallace ha vissuto a Champaign, Illinois, per poi trasferirsi a Urbana, dove ha frequentato la Yankee Ridge School. La madre, che amava inventare nuove parole e notava ossessivamente tutti gli errori di grammatica, gli ispirerà il personaggio di Avril Incandenza (Infinite Jest).
Iscritto all'Amherst College, la stessa università del padre, si laurea nel 1985 in letteratura inglese e in filosofia, con una specializzazione in logica modale e matematica, per poi frequentare il primo semestre del corso di filosofia presso l'università di Harvard, che abbandonò alla fine del 1989 dopo il ricovero alla clinica psichiatrica McLean's.
A metà della sua brillante carriera universitaria, il giovane David Foster Wallace, un perfetto nerd appassionato di filosofia, matematica e logica, ha quella che lui stesso definisce una crisi di mezz'età a vent'anni: in preda a un improvviso calo di motivazione lascia gli studi per un semestre e se ne torna a casa; gli capita in mano The Balloon, un racconto di Donald Barthelme, uno dei maestri della narrativa postmoderna; ne rimane folgorato, comincia a scrivere. La sua prima opera pubblicata è nel 1987 The Broom of the System (La scopa del sistema, Einaudi 2008) che riceve dalla critica un'accoglienza entusiastica. Nel 1990 esce negli Stati Uniti Girl with Curious Hair (La ragazza con i capelli strani, Einaudi 1998), una raccolta di racconti che tocca temi tipici di Wallace e viene considerata un suo manifesto poetico e stilistico.

Il secondo romanzo, Infinite Jest (Infinite Jest, Einaudi 2006) è pubblicato nel 1996 e Wallace diviene in poco tempo un autore di culto internazionale. Il romanzo, considerato il capolavoro dello scrittore americano, descrive la complessità della società contemporanea: le difficoltà nei rapporti interpersonali, l'uso delle droghe, il ruolo sempre più importante del mondo dello spettacolo, dei media e dell'intrattenimento, l'esasperata competizione sociale. In questo romanzo Wallace dà voce alla sua personale esperienza di alcolista e tossicodipendente e alla riabilitazione che lo portò a conoscere molte persone che rimasero suoi punti di riferimento per il resto della vita.
Nel frattempo, dopo aver pubblicato nel 1999 un secondo libro di racconti, Brief Interviews with Hideous Men (Brevi interviste con uomini schifosi), che raccoglie pezzi inediti e già apparsi su rivista nel corso di diversi anni, Wallace nel 2003 torna a due dei suoi grandi amori di gioventù, la matematica e la filosofia con un saggio sulla storia del concetto di infinito nella matematica: Everything and More (Tutto, e di più. Storia compatta dell'infinito, Codice Edizioni 2005).
Oltre a racconti e romanzi, D. F. Wallace ha scritto molti saggi su diversi argomenti in cui ha sempre mantenuto il suo stile ironico e dissacrante; tra i più famosi ci sono senz’altro A Supposedly Fun Thing I'll Never Do Again del 1997 (in Italia pubblicato in due diversi volumi: Una cosa divertente che non farò mai più, Minimum Fax, 2001, 2010; Tennis, tv, trigonometria, tornado e altre cose divertenti che non farò mai più, Minimum Fax, 1999) e Consider the Lobster del 2006 (Considera l'aragosta e altri saggi, Einaudi 2006.
Nel 2004 pubblica Oblivion (Oblio, Einaudi 2004), una raccolta di otto racconti scritti tra il 1998 e il 2004; sei di questi racconti erano già stati pubblicati su viarie riviste, mentre due (Oblio e Il canale del dolore) sono inediti. Di questi racconti alcuni, molto probabilmente, erano stati originariamente scritti come materiali del Re pallido; lo stesso Wallace, nel proporli al suo editor, li definì come la roba migliore che riesco a fare mentre bigio da una certa Cosa Più Grande.
La soddisfazione per la pubblicazione di Infinite Jest è seguita da un lungo periodo di insoddisfazioni per la difficoltà ad ultimare il romanzo (The Pale King), che doveva parlare della noia senza eccedere nell’intrattenimento, doveva impegnarsi nell’indicare la soluzione che Oblio non offriva.
La sera del 12 settembre 2008 Wallace fu stato trovato dalla moglie, Karen Green, impiccato nel patio di casa sua a Claremont, in California; sotto c’era il manoscritto con parte del suo ultimo romanzo, Il Re Pallido, che rimarrà incompiuto nonostante il lavoro che Wallace gli aveva dedicato negli ultimi dieci anni con l’intento di mostrare cosa "significa essere un fottuto essere umano. Non l’aveva portato a termine come avrebbe desiderato. Non era questo l’epilogo che ci si augurava per lui, ma questo è l’epilogo che ha scelto." (Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi, D. T. Max)


Otto romanzi brevi in cui Wallace gioca felicemente fra le macerie della realtà, aprendo nuove vie, nella scelta sia del tema come dellla forma più originale e sorprendente. Personaggi descritti nelle loro angosce e allucinazioni, scavati fino a zone inesplorate della psiche e della carne, senza mai la benchè minima concessione a psicologismi o verismo di maniera. Dal giovane di successo consapevole di essere un impostore, condannato a smascherarsi o ad annientarsi, al pluriomicida che di fronte alla cecità degli altri si scatenerà in un college. Oltre le singole storie, questo libro mostra che la letteratura può arrivare al cuore marcio della società e spalancarci il corpo martoriato, eppure così normale, della nostra vita quotidiana.

Recensione

I racconti di Oblio, molto diversi per stile e per lunghezza (si va dalle quattro pagine di Incarnazioni di bambini bruciati a brevi romanzi di un centinaio di pagine), sembrano avere come denominatore comune la disillusione e la rassegnazione dell’età adulta.
Se ne La scopa del sistema c’è l’onnipotenza giovanile di chi pensa di poter superare tutti problemi e di poter provare infinite sperimentazioni; se in Infinite Jest c’è la consapevolezza di chi di chi ha dovuto lottare e soffrire per giungere a un equilibrio psichico di cui si riconosce la precarietà, in Oblio l'elemento caratterizzante è la disillusione della vita adulta, la consapevolezza che alcuni obiettivi non verranno mai raggiunti e quelli che si riesce a raggiungere si trasformano spesso in noiosa routine perdendo tutta la loro attrattiva.

L’oppressione della quotidianità è resa ancora più gravosa dalla certezza di essere un elemento insignificante di un sistema che non tiene in nessuna considerazione i bisogni e i desideri dei singoli individui. Il rapporto di coppia appare come l’unica ancora di salvezza a chi non riesce a superare la cortina di solitudine all’interno della quale si è rifugiato (Mr. Squishy); per altri, invece, è solo una delle tante relazioni interpersonali in cui si indossa la maschera della desiderabilità sociale per ottenere l’approvazione degli altri (Caro vecchio neon). La cultura, i sistemi sociali ed economici ingabbiano le persone dentro personaggi che recitano la loro parte a uso e consumo di un pubblico fatto di altri personaggi che a loro volta recitano un copione che non si sono scelti; non è possibile essere veramente se stessi anche a causa del tempo e del linguaggio così come li conosciamo. L’autenticità è possibile solo con la morte che ci libera dai vincoli della logica e della sequenzialità (Caro vecchio neon) e ci rende parte di tutte le cose (Incarnazioni di bambini bruciati). La quotidianità è così gravosa che le persone, pur di dimenticarsene, finiscono per confondere i piani di realtà e a non distinguere più la veglia dal sonno, in un circolo di angoscia in cui precipita anche il lettore che non comprende più cosa è l’uno e cosa è l’altra (Oblio).
L’arte (Il canale del dolore) e la filosofia (Un altro pioniere), nonostante le loro potenzialità, non sfuggono alle regole ferree del marketing e della commercializzazione che mirano alla soddisfazione dei bisogni immediati (bisogni che vengono debitamente creati e manipolati, illudendo le persone che sono libere di scegliere e di trasgredire.)

I racconti non sono semplici nella loro articolazione, alcuni (Mr. Squishy, L’anima non è una fucina, La filosofia e lo specchio della natura) hanno più linee narrative che procedono parallele senza mai incontrarsi pur essendo parte integrante della trama, con una parte del racconto che riporta gli eventi (la conduzione di un focus group per le indagini di marketing; un insegnante che, nel bel mezzo di una lezione di educazione civica, si estranea e comincia a scrivere ripetutamente sulla lavagna Uccidili tutti; il viaggio in autobus di una donna sfigurata dagli interventi di chirurgia plastica) e con un’altra, apparentemente slegata dalla prima (un misterioso personaggio che si arrampica su un grattacielo polarizzando l’attenzione dei passanti e degli impiegati negli uffici sottostanti; la sfrenata fantasia di un alunno che si perde nei suoi pensieri dando vita a una storia angosciante di perdite e morte; la descrizione di alcune specie di ragni che un uomo porta sempre con sé in una valigia) che però contribuisce in maniera determinante al grado di tensione emotiva dell’intera vicenda narrata. Ogni racconto presenta una molteplicità di elementi, una ridondanza di descrizioni e di pensieri che rendono complicata la ricerca di un senso profondo, al punto poi da chiedersi se tale senso ci sia effettivamente o se piuttosto si tratti di razionalizzazioni del lettore che cerca di rendere sensato ciò che non lo è.

È difficile scrivere di D. F. Wallace, un autore controverso sin dal suo primo romanzo e che il suicidio ha trasformato per molti in un’icona da venerare o da disprezzare. A me piace la sua capacità di descrivere gli stati emotivi e quegli intricati percorsi mentali che chiamiamo pensiero; questa sua capacità è anche il suo punto debole: si perde nei rivoli delle emozioni e dei pensieri sino a diventare a volte ripetitivo e inconsistente; i periodi lunghi, le minuziose descrizioni, i dettagli del contesto sono paludi e pantani che spingono a una lettura frettolosa o a un abbandono più o meno definitivo. Un antidoto al desiderio di fuga è una lettura tranquilla, cui si dedica tutto il tempo necessario, senza scadenze e senza alcuna frenesia di capire dove l’autore vuole andare a parare; una lettura che si sospende, e poi si riprende, quando pensieri ed emozioni si trasformano in buchi neri che risucchiano tutto il piacere di trascorrere del tempo con David Foster Wallace e si inizia a pensare che il suicidio era per lui l’unica strada percorribile.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Oblio
  • Titolo originale: Oblivion
  • Autore: David F. Wallace
  • Traduttore: Giovanna Granato
  • Editore: Einaudi
  • Data di Pubblicazione: 2004
  • Collana: : Stile libero big
  • ISBN-13: 9788806171865
  • Pagine: 393
  • Formato - Prezzo: brossura - Euro 17,00

26 febbraio 2014

Speciale Scrittori suicidi: Conan il Barbaro. Una saga immortale - Robert E. Howard

Nato a Peaster, nel Texas, nel 1906, Robert Ervin Howard è stato l'iniziatore del genere “Heroic Fantasy”. Cresciuto a Cross Plains dal quale non si muoverà mai eccetto che per studio, Howard è un ragazzo introverso dai frequenti scatti d'ira seguiti a periodi di depressione. Avido lettore - tra i suoi autori preferiti ci sono Edgar Rice Burroughs, Sax Rohmer e Rafael Sabatini -, accosta questa passione a quella per lo sport per sfuggire alle angherie dei suoi coetanei e ad un padre-padrone. Inizia a scrivere i primi racconti già a quindici anni, e nel 1925 la rivista “Weird Tales” pubblica un suo racconto, iniziando così la sua carriera di scrittore che conterà più di trecento storie e oltre settecento poemi e che lo porterà ad intrattenere rapporti epistolari con H. P. Lovecraft che ne stimava apertamente le doti.

Tra i suoi personaggi più famosi si ricordano Conan il Barbaro, Kull di Valusia, Solomon Kane e Bran Mak Morn. Nel 1934 conosce Novalyne Price Ellis, con la quale intrattiene una relazione contrastata dalla madre. Più tardi, negli anni '80, la Price Ellis farà uscire un libro dal titolo “One Who Walked Alone” dal quale sarà tratto il film “Il mondo intero” del 1996 nel quale racconta il suo rapporto con Howard.
Nel 1936, a seguito della notizia della malattia incurabile della madre, Howard decise di suicidarsi con un colpo di pistola. Queste furono le sue ultime parole: “Tutto è andato, tutto è finito: ponetemi sulla pira;/ la festa è terminata e il lume ora spira.”


Conan è il più conosciuto tra i personaggi creati da Howard. Barbari e guerrieri, re e paria, stregoni, creature del male e oscure divinità che si nutrono di sangue: è il terribile universo in cui si viene trascinati dalla lettura di "Conan il barbaro", un universo sconvolto da drammi e da forze tanto distruttive quanto inumane, in cui si stagliano figure che diventano leggenda e mito.




Recensione

Nella breve e sfortunata vita di R. E. Howard, Conan il Cimmero ha rappresentato la punta di diamante di una sterminata produzione letteraria. Senza nulla togliere a personaggi del calibro del puritano Solomon Kane, a Bran Mak Morn, a Kull re di Valusia - tanto per citarne alcuni tra i più famosi -, sia chiaro. Conan però è di un altro livello, grazie soprattutto a una delle più profonde caratterizzazioni dell'intero universo fantasy.

Andiamo con ordine: Conan nasce dalla penna di Howard nel 1932 sulle pagine di “Weird Tales”, una rivista specializzata in racconti di fantascienza e fantasy e che sarà la principale fonte di sostentamento dell'autore. Purtroppo per lui, la sua fama dopo la morte assunse i contorni della leggenda, ma in vita non riuscì mai a mantenersi con la letteratura. Infatti, molte delle gesta dei suoi eroi hanno conosciuto fama mondiale attraverso altre forme narrative – cinema, fumetti – solamente molti decenni dopo la sua dipartita. Per questo è lodevole l'opera fatta dalla Newton & Compton – e dai curatori Gianni Pilo e Sebastiano Fusco – nel riunire tutte le avventure di Conan scritte da Howard in un unico volume di più di ottocento pagine con introduzione e appendici ad un prezzo irrisorio.

"La barbarie è lo stato naturale dell'umanità", disse l'uomo della frontiera guardando ancora seriamente il cimmero. "La civiltà è innaturale. È un capriccio delle circostanze. E la barbarie, alla fine, deve sempre trionfare." ( Conan il Barbaro – Oltre il Fiume Nero)

In questa frase è racchiusa tutta l'idea che sta alla base dell'epoca selvaggia in cui Conan compie le sue eroiche gesta. Il racconto è - ovviamente - la struttura narrativa maggiormente usata dall'autore per descrivere la mitica era Hyboriana, avvenuta a poco dopo la distruzione di Atlantide e prima dell'avvento della storia. Affascinante e violenta, la magia e l'acciaio dominavano incontrastati a discapito delle leggi della civiltà. Conan, antieroe pieno di macchie ma senza paura, nato da una tribù dei nordici Cimmeri, ne è ovviamente il degno rappresentante: alto, lunghi  capelli neri, occhi azzurri, fisico marmoreo, agilità da gatto e arguzia da combattente passa attraverso tutti i mestieri possibili con una spada: ladro, pirata, mercenario, guerriero fino ad avverare il suo sogno: diventare re. Lo schema dei racconti è classico: Conan è alla ricerca di qualcosa, c'è un cattivo da combattere e una donna bellissima da conquistare. Ovviamente, grazie alla sua tempra di selvaggio e alle sue abilità di guerriero, Conan riesce sempre nei suoi intenti. La bellezza delle storie di Howard deve molto a questa semplicità quasi da favola. Può non piacere il fatto che comunque le storie si assomiglino tutte, ma bisogna giudicare la cosa anche da un punto di vista temporale: Howard è uno scrittore degli anni Trenta, ed anche per questo il suo continuo parlare di razze tra gli esseri umani può apparire fastidioso ad un lettore moderno. In più, la prosa e sì affascinante, ma anche incredibilmente verbosa e a chi non è avvezzo al genere dell' Heroic Fantasy questo può risultare indigesto. I personaggi di contorno sono spesso poco approfonditi e tendono ad assomigliarsi tutti, ma la dettagliata immaginazione con cui crea un'intera epoca preistorica – con i suoi imperi e le sue nazioni e le relative storie – fa da positivo contraltare.

“Non c'è nulla nell'universo che il freddo acciaio non possa tagliare” (Conan il Barbaro – Oltre il fiume Nero)

Con quest'ultima massima - che rimarca quello che il lettore andrà a trovare nelle pagine di Conan il Barbaro - giungo alle conclusioni. Non è stato facile recensire le storie di Conan perché, se da un lato sono verbose e risentono degli anni trascorsi, dall'altro hanno dato vita ad un genere che viene da sempre bistrattato. Chi si vuole avvicinare al fantasy consiglio altri autori e altre storie, ma per chi invece ha già dimestichezza e vuole cimentarsi nel sottogenere “Sword & Sorcery” le avventure di Conan il Barbaro sono da considerarsi imprescindibili. Rimane comunque un sottofondo amaro per il precoce suicidio che R. E. Howard ha voluto infliggersi, visto che già a trenta anni aveva sfornato fior di racconti e un universo fantastico incredibilmente particolareggiato e al pensiero di chissà cosa avrebbe potuto fare continuando sulla strada che aveva intrapreso.

Giudizio:

+3stelle+ (e mezzo)

Dettagli del libro

  • Titolo: Conan il Barbaro: Una saga immortale 
  • Autore: Robert E. Howard
  • Traduttore: G. Pilo, G. Riverso, G. L. Staffilano, R. Valla
  • Editore: Newton & Compton
  • Data di Pubblicazione: 2011
  • Collana: Grandi Tascabili Contemporanei
  • ISBN-13: 9788854124868
  • Pagine: 864
  • Formato - Prezzo: Brossura - 6,90 Euro

23 febbraio 2014

Speciale Scrittori suicidi: Lezioni spirituali per giovani samurai - Yukio Mishima

Yukio Mishima, pseudonimo di Kimitake Hiraoka (Tokyo, 14 gennaio 1925 – Tokyo, 25 novembre 1970) è una delle personalità più controverse ed emblematiche del Giappone moderno, che con la sua vasta attività letteraria e politica rispecchia le profonde mutazioni e i conflitti interiore del paese del Sol Levante prima e dopo la seconda guerra mondiale.
Di famiglia aristocratica, visse la sua infanzia sotto l'ossessiva protezione della nonna, cui il giovane Mishima deve la formazione classica e la conoscenza del teatro tradizionale; una parte della vita raccontata nel romanzo autobiografico Confessioni di una maschera, in cui l'autore rievoca la sua giovinezza e articola la scoperta della sua sempre soffocata omosessualità, il tutto dominato dall'ossessione verso la morte. Inizia a scrivere da giovane, e dopo un breve e difficoltoso tentativo di conciliare vita lavorativa e scrittura, si dedica completamente a quest'ultima. Fecondi sono gli anni Cinquanta, che vede il successo di critica della sua prima biografia e dei successivi romanzi; un decennio denso, soprattutto, di relazioni pubbliche. Dapprima l'avvicinamento allo scrittore (anch'egli futuro suicida) Yasunari Kawabata, con cui strinse un rapporto di maestro-allievo, poi i viaggi all'estero, dagli Stati Uniti all'Europa, fino alla Grecia, nella cui eredità classica trova terreno fecondo per il proprio pensiero filosofico-politico. Fra i primi scrittori giapponesi ad esser riconosciuto e apprezzato anche all'estero, è sicuramente il più discusso e controverso. Il suo esasperato patrottismo gli portò accuse di fascismo, ma in realtà Mishima si professò sempre antipolitico, e tenne sempre lontane le considerazioni politiche dai suoi romanzi; Alberto Moravia, che lo incontrò personalmente, lo definisce piuttosto un "conservatore decadente", dal patriottismo nostalgico.
Avendo alle spalle una formazione scolastica spartana, quasi militaresca, Mishima sviluppa un interesse per le arti marziali e il culturismo, che coniuga con la filosofia ellenica della virilità. Da interesse letterario e artistico, diventa una vera e propria vocazione politica: disgustato da un Giappone debole e incapace, asservito al potere degli Stati Uniti, s'impegna a realizzare il sogno di una restaurazione del Giappone imperiale. Fonda così un gruppo paramilitare, l'Associazione degli Scudi. Culmine del suo impegno politico e della sua stessa vita, il 25 novembre 1970 compie una simbolica occupazione del Ministero della Difesa, seguita dal suo pubblico suicidio rituale.


Sono qui riuniti, per la prima volta in un libro, cinque testi non narrativi che Mishima scrisse tra il 1968 e il 1970: anni decisivi non soltanto per il grande scrittore, ma per la nuova generazione giapponese dell'epoca. Attraverso questi scritti di eccezionale importanza testimoniale, il lettore ha dunque modo di conoscere il senso profondo delle trasformazioni sociali avvenute in quegli anni in Giappone, e anche il significato simbolico e sacrificale del suicidio con cui Mishima chiuse la propria vita. Due temi maggiori percorrono e legano gli scritti qui raccolti: quello della sfiducia nell'attività artistica e quello, contrapposto, dell'azione. Ma se "Lezioni spirituali per giovani samurai", il testo del '68 che apre il volume, è ancora una proposta pedagogica, dunque discretamente ottimistica, fondata su una tradizione di valori plurisecolari, "I miei ultimi venticinque anni", scritto nel '70 (il cui tono ricorda da vicino l'ultimo Pasolini), ne è l'abiura finale.

Recensione

Questo testo raccoglie cinqui scritti non narrativi di Yukio Mishima, per l'esattezza due ampi saggi, due scritti minori e il proclama cui fece seguito il suo suicidio rituale. Si tratta di un testo interessante, capace di integrare l'eclettica e complessa personalità dello scrittore, che si viene a conoscere ampiamente attraverso i suoi romanzi.
Dei cinque testi proposti il più interessante mi sembra il primo, che è anche il più corposo. Il saggio che dà il titolo al libro contiene proprio le lezioni spirituali per giovani samurai di Mishima, lezioni, dissertazioni e opinioni in un range tematico che spazia dall'arte alla politica. Evidentissimo l'influsso della tradizione classica ellenica, qui ottimamente coniugata con la tradizione nipponica nell'esaltazione dell'arte, della fisicità (in particolar modo quella virile).
Con queste lezioni Mishima intende formare una nuova generazione di samurai, che ridia vigore al termine "samurai", eccessivamente stravolto dalle trasformazioni del folklore nell'apertura del Giappone all'Occidente, da lui sempre contestata. Partendo da questo intento, che porta dapprima l'autore a discorrere di arte, di bellezza dei corpi (rifiutando peraltro il disprezzo buddhista per il fenomenico e la materia), del ruolo della tradizone e del rispetto degli anziani, ben presto passa ad argomentare una corposa critica al Giappone moderno e ai costumi delle nuove generazioni, osservate e discusse con occhio critico. E' sorprendente l'analogia con uno scrittore di formazione, estradizione politica e destino diversi, quale Pasolini: tanto le lezioni per giovani samurai di Mishima quanto gli "scritti corsari" di Pasolini mostrano una forte capacità critica, a tratti persino profetica.
Più faziosi, limitati e per certi versi datati sono gli altri scritti, appartenenti a un periodo successivo e conclusivo della sua vita: lo statuto dell'Associazione degli Scudi; la Filosofia dell'Azione (in cui discute dei movimenti studenteschi giappones), che è una sorta di pamphlet politico dai toni forti e accesi e che tuttavia sorprende per il suo invito al pacifismo, smorzando dunque tutta la sua carica con una destinazione puramente simbolica; infine due scritti autobiografici, una specie di rapporto sintetico sugli ultimi venticinque anni di vita e il Proclama finale.
Che si condivida o meno la discutibile filosofia politica di Mishima, il cui conservatorismo appariva già, al suo tempo, fin troppo nostalgico e retrò, questo testo si presenta ricco di argomentazioni, interpretazioni dei mutamenti sociali e spunti di riflessioni; delle molte parole (talvolta ripetitive) di Mishima, tra tradizione e nostalgia, qualcosa rimarrà, e data la sua grandezza letteraria, non sarà affatto poco.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Lezioni spirituali per giovani samurai
  • Titolo originale:
  • Autore: Yukio Mishima
  • Traduttore: L. Origlia
  • Editore: SE
  • Data di Pubblicazione: 2004
  • Collana: Testi e documenti
  • ISBN-13: 9788877106032
  • Pagine: 134
  • Formato - Prezzo: Brossura - 18,50 Euro

17 febbraio 2014

Speciale Scrittori suicidi: La casa delle belle addormentate - Yasunari Kawabata

Nato a Osaka nel 1899, Yasunari Kawabata si laurea in letteratura a ventiquattro anni, dopo la morte dei genitori, e manifesta subito una notevole sensibilità per le influenze della letteratura occidentale, nel primo periodo in cui l'Impero del Sol Levante si apre anche ai contatti con il mondo esterno. Molto attivo nell'ambito dell'associazionismo letterario giapponese, Kawabata partecipa al movimento neopercezionista che gravitava attorno alla rivista 'Bungei Jidai'.
Autore di raccolte di racconti, tra cui molto noto La danzatrice di Izu scritto nel 1926, scrive moltissimo, anche romanzi, tra cui sicuramente il più noto è Il paese delle nevi, del 1948, in cui racconta la relazione sentimentale tra un facoltoso cittadino di Tokyo e Komako, una elegante geisha, ambientata in una stazione termale di montagna. Questo romanzo si caratterizza per le infinite revisioni cui l'autore lo sottopone, quasi come se il 'non finito' fosse un elemento fondante del suo stile e della sua prosa.
Caratterizzate da accenti scarni e da uno stile molto sobrio, quasi distaccato, le opere di Kawabata riescono a coniugare insieme uno stilema basilare del '900 occidentale per il romanzo come il flusso di coscienza a una profonda consapevolezza delle sue radici nipponiche, individuate soprattutto nel buddhismo zen, di cui lo scrittore è fervente seguace e da cui deriva la semplice bellezza ornamentale dei suoi scritti.
Nel 1968, l'anno in cui nasce la contestazione internazionale, riceve il Premio Nobel per la letteratura, primo cittadino giapponese, e nel famoso discorso di accettazione spiega il complesso rapporto che vincola la sua opera alle profondità della filosofia zen e alle radici della cultura nipponica, anche in manifestazioni come l'ikebana, la struttura dei giardini e la calligrafia.
Il suicidio, per quanto negato da parte di amici e familiari, arriva nel 1972, quando Kawabata si uccide lasciando aperto il rubinetto del gas durante un bagno, a seguito della scoperta di avere sviluppato il morbo di Parkinson e soprattutto per il legame con lo scrittore Yukio Mishima, di cui era profondo ammiratore e amico, e dalla cui scelta di togliersi la vita nel 1970, con un gesto di protesta plateale, era rimasto tanto turbato da sognarne ripetute volte la morte. Tra i suoi titoli più importanti ricordiamo, a scopo meramente esemplare, Il maestro di go, Mille gru, La banda di Asakusa e Immagini di cristallo.


Il vecchio Eguchi, su consiglio di un amico, si reca in uno strano postribolo dove i clienti, tutti anziani, possono trascorrere la notte con giovanissime donne addormentate da un potente narcotico. I frequentatori della casa devono sottostare ad una regola ben precisa: non possono svegliare né molestare le belle dormienti per nessun motivo.
Eguchi, cui la vecchiaia non ha ancora tolto le proprie facoltà sessuali, viene più volte preso dalla tentazione di infrangere il divieto, destando le ragazze o facendo loro violenza, ma ogni volta desiste dai suoi propositi. Si limita così a toccare la fresca pelle delle giovani, in un contatto che gli trasmette energia vitale e al contempo lo spinge a riflettere sull'inesorabile avvicinamento della morte. La magia di quei corpi di donna addormentati induce questo signore rispettabile a ritornare più volte in quel luogo, ma un evento tristemente prosaico cancella ogni traccia di poesia e riporta il vecchio alla desolante realtà.
Ogni volta che riposa accanto ad una ragazza, il protagonista viene assalito da un fiotto di ricordi, che lo riportano ora alle sue passate esperienze sentimentali, ora al suo rapporto con la sua ultima figlia, ora a sua madre. Sono visioni intrise di una forte carica onirica, a tratti filtrate dal dormiveglia, che scaturiscono dalla contemplazione delle ragazze, il cui corpo nudo viene descritto fin nei minimi dettagli.
E come spesso accade nel rapporto tra i meccanismi del desiderio e la complessità della psiche umana, la conclusione non può che essere, in qualche modo, tragica.

Recensione

Nel 1961, quando scrisse La casa delle belle addormentate, Kawabata aveva già sessantadue anni e in definitiva per età era molto vicino al vecchio protagonista del suo romanzo -o meglio del suo racconto molto lungo-, Eguchi.

Ormai anziano, sulle soglie della vecchiaia ma non ancora decrepito, questo distinto signore, che viene da una condizione di vita agiata, viene a sapere tramite conoscenze di una nuova forma di divertimento: esiste a Tokyo una casa d'appuntamenti in cui i clienti, vecchi come lui, vanno per addormentarsi al fianco di giovani ragazze vergini, che li aspettano nude e immerse in un sonno causato da barbiturici sotto la trapunta, nel tatami.
Questa suona già come una stranezza per l'erotismo occidentale, ma il punto ancora più esotico è che anche il cliente dovrà assumere dei sonniferi e dunque addormentarsi profondamente accanto alla fanciulla, senza che vi sia alcun contatto fisico e neanche che questa possa rendersi conto di alcunché. Al mattino dopo, il cliente viene svegliato dalle inservienti della casa e deve andarsene prima che la ragazza si svegli.
Dunque tra i due non solo non possono esserci rapporti sessuali, ma la donna non deve neppure avere la minima idea di chi abbia trascorso la notte nel letto con lei. Questa forma estrema di pudore associata a un senso del piacere così sottile e torbido insieme, così fisico, perché è legato alla vicinanza e alla condivisione di uno stato indifeso come il sonno, e insieme cerebrale dal momento che si rivolge solo all'interno dell'animo di Eguchi, è il lato più affascinante della trama e insieme il punto di partenza per un viaggio, sospeso tra sogno e realtà, nei ricordi di una vita, quasi ala ricerca di un bilancio, di tirare le somme di una vicenda.
Dopo la prima visita, nella quale un incubo in cui una delle sue figlie partorisce un essere mostruoso gli turba il sonno, Eguchi si scopre fortemente attratto dalla locanda delle bambole addormentate e dal sonno riscaldato da una presenza muta e inerte. Ogni volta che vi ritorna ricorda qualche episodio della sua vita passata, e anche se l'unico modo in cui sappiamo qualcosa di lui è attraverso queste memorie notturne, quasi dei racconti fatti a se stesso per ispirazione delle ragazze, emerge il ritratto, fatto di frammenti e sogni, di un signore di buona società, che ha avuto una vita piena e di successo, soddisfacente secondo i canoni della società in cui vive, con una famiglia e dei nipoti, con avventure amorose, ormai alle soglie della vecchiaia ma ancora energico e irrequieto nei confronti del futuro.
Proprio di fronte a questa condizione di passaggio, in cui si sente più vicino alla morte, l'inquietudine lo spinge a soddisfare la curiosità per un'esperienza proibita e insieme innocente come la casa delle belle addormentate.
Improvvisamente tornare al passato attraverso la pelle, gli odori e i sogni di ragazze sconosciute e indifese diventa un gioco, da cui Eguchi sembra non sapersi distogliere, minacciando più volte scherzosamente di romperne le regole, svegliando le ragazze o compiendo qualche atto contro la loro volontà dormiente.
Tuttavia questo si rivela gradatamente essere solo un desiderio teorico, quasi un dispetto puerile per la malinconia che lo assale durante le notti trascorse in quella casa, insieme a spettri che emergono dalle nebbie del sonno: il ricordo di un gita insieme alla figlia più piccola che gli annuncia di non volersi sposare con il fidanzato che l'aveva compromessa; una relazione con una donna sposata, durata appena una decina di giorni, durante un soggiorno lavorativo a Kobe; altre immagini dall'infanzia e dalla giovinezza fino alla maturità che compongono il ritratto di un uomo che ha vissuto senza troppi rimpianti ma forse con eccessivo distacco e si sente solo di fronte alla vecchiaia e al passo successivo, la morte.

Dunque la presenza delle ragazze addormentate, di cui l'autore descrive con moltissimi dettagli ogni caratteristica fisica, classificandole come esperte, calde o ingenue, diventa quasi un feticcio che aiuta Eguchi a ritrovare i suoi ricordi e a sopportare il freddo della solitudine.

Così anche il rapporto umano che sembra quasi instaurarsi con la tenutaria della locanda, preoccupata soprattutto dalla discrezione di tutta la faccenda e dal sorvegliare che i suoi anziani clienti non passino i limiti stabiliti dagli accordi. Nel freddo delle noti colme di desideri senili, questa donna accoglie Eguchi in un giardino in cui le foglie degli aceri cadute sul terreno sembrano simboleggiare l'arrivo dell'autunno della vita e provvede a dare un'accoglienza decorosa ai rispettabili ospiti, preparando il te e discutendo amabilmente ma sempre con il pensiero rivolto alla decenza della situazione.

Il protagonista sembra divertirsi a stuzzicarne la sensibilità, da un lato rivendicando di non essere ancora un vecchio decrepito, dall'altro provando a forzarne la riservatezza con strane richieste, oppure ricordando l'episodio di un vecchio conoscente, Fukura, che, morto mentre dormiva sotto sonniferi nella casa, era stato spostato altrove per evitare uno scandalo.
Il gioco continuo pare aiutarlo a esorcizzare la paura della morte, quasi sfidandola con sonniferi sempre più forti, come se controllare il sonno in compagnia delle ragazze addormentate diventi un modo per rivivere la propria vita e allontanare il momento della morte.

Solo alla fine, quando la morte nel sonno di una di quelle giovani donne lo coglie di sorpresa, Eguchi realizza che in quel gioco lui è destinato comunque a perdere.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: La casa delle belle addormentate
  • Titolo originale: Nemureru bijo
  • Autore: Yasunari Kawabata
  • Traduttore: Mario Teti
  • Editore: SE Edizioni
  • Data di Pubblicazione: 1972
  • Collana: Biblioteca dell'eros
  • ISBN-13: 9788877107138
  • Pagine: 119
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 15,00

14 febbraio 2014

Speciale Scrittori suicidi: Un cantico per Leibowitz - Walter M. Miller

Nato a New Smyrna Beach il 23 gennaio 1923, in Florida, Walter M. Miller jr. studiò ingegneria all'Università del Tennessee. Durante la seconda guerra mondiale militò nell'aeronautica, partecipando ai bombardamenti dell'esercito americano sull'Italia. Le azioni di guerra, soprattutto l'attacco all'abbazia benedettina di Montecassino, si rivelarono per lui un'esperienza sconvolgente, causandogli un disturbo post-traumatico da stress.
Dopo la guerra, nel 1947, Miller abbandonò le sue posizioni ateistiche e si convertì al cattolicesimo. Si iscrisse all'Università del Texas, ma non riuscì mai a laurearsi, ed esercitò in seguito la professione di ferroviere. Nel 1945 aveva intanto sposato Anna Louise Becker, da cui ebbe quattro figli.

Tra il 1951 e il 1957, Miller pubblicò circa quarantuno racconti a tema sci-fi, vincendo nel 1955 il Premio Hugo per Il mattatore. Collegando tre dei suoi racconti di ambientazione simile, l'autore scrisse l'unico romanzo della sua vita, Un cantico per Leibowitz, pubblicato nel 1959, anch'esso premiato con l'Hugo nel 1961. L'opera fu l'ultima (breve o lunga) che scrisse, forse per incapacità di confrontarsi con se stesso, forse per le ferite psicologiche che la guerra gli aveva inflitto e che non lo avevano mai abbandonato; Miller si autorecluse, evitando qualsiasi contatto umano, compresa la sua stessa famiglia. Tentò tuttavia di reagire, lavorando al seguito di Un cantico per Leibowitz, di cui scrisse seicento pagine, ma la morte della moglie, avvenuta nell'agosto 1995, diede il colpo di grazia al suo equilibrio psichico: il 9 gennaio 1996, all'età di settantaquattro anni, Miller si suicidò sparandosi.
L'anno successivo, lo scrittore Terry Bisson completò e pubblicò il manoscritto che aveva lasciato, intitolandolo Saint Leibowitz e il papa del giorno dopo.


Una Terra devastata, radioattiva, ripiombata nella barbarie dell'ignoranza. Ma fra travi contorte e case bruciate si eleva il monastero dell'ordine di san Leibowitz, dove viene preservata la scienza. Una cittadella della luce di cui il lettore segue affascinato le vicende lungo un arco di secoli e poi millenni, nella pericolosa odissea per restituire la conoscenza all'uomo. Un vasto affresco futuro e uno degli autentici capolavori letterari della sf in una nuova, indispensabile edizione.


Recensione

Vivendo in una dimensione storica in cui scienza e religione si trovano su due differenti crinali separati da un abisso, l'una tesa a negare qualunque validità alla seconda e l'altra a osteggiare per bigottismo qualsiasi progresso della prima, appare paradossale l'ambientazione postapocalittica postulata da Miller, ex ateo che abbracciò il cattolicesimo in seguito a scioccanti esperienze di guerra: l'assunzione -cioè- da parte di una futuristica chiesa cattolica della missione di preservare le ultime vestigia di scienza e cultura in un mondo imbarbarito in seguito all'ultimo conflitto mondiale culminato in una guerra nucleare. I superstiti del Diluvio di Fiamma, che pose fine all'epoca della Magna Civitas, rivolsero la loro rabbia e disperazione contro coloro che, accecati dall'orgoglio, avevano condotto il progresso a un punto tale da annientare la civiltà umana: gli scienziati in un primo momento, gli studiosi poi, fino a discendere all'ultimo gradino e a scagliarsi contro i semplici alfabetizzati. Alcuni scamparono alle ritorsioni ritirandosi in convento: Isaac Edward Leibowitz, scienziato ebreo impiegato nell'esercito degli Stati Uniti, fondò l'Ordine Albertiniano di Ricercatori e Memorizzatori di libri per opporsi alla distruzione dell'intero patrimonio culturale da parte dei Semplicioni.

In questa ambientazione prendono piede i tre racconti unificati che compongono Un cantico per Leibowitz: Fiat Homo, Fiat Lux, Fiat Voluntas Tua.

La sezione Fiat Homo è ambientata seicento anni dopo il Diluvio di Fiamma, in un nuovo medioevo tra cui fanno capolino rovine e reperti dell'epoca della civiltà moderna. Protagonista è il novizio Francis, che non esiterei a definire modellato sull'Adso di Umberto Eco se Un cantico per Leibowitz non fosse stato pubblicato più di vent'anni prima del Nome della rosa: Francis è un giovanotto ingenuo e di buona volontà, curioso ma ligio alla regola, che durante l'annuale periodo di eremitaggio quaresimale rinviene un rifugio antinucleare in cui sono conservati alcuni documenti appartenuti allo stesso Leibowitz, reliquie che potrebbero accelerare le pratiche di canonizzazione del fondatore del suo ordine, tra le opposizioni dell'abate Arkos, timoroso che il tumulto provocato dalla scoperta di Francis possa turbare la pace dell'abbazia.

Dal medioevo di Fiat Homo, in cui i monaci copiano e miniaturizzano disegni tecnici e progetti per consegnarli alla storia nell'attesa che l'umanità si evolva al punto da comprenderli nuovamente, si passa al rinascimento di Fiat Lux, in cui quegli stessi monaci hanno scoperto il torchio da stampa e stanno già sperimentando l'applicazione di alcune testimonianze per riscoprire l'energia elettrica. Ma poiché la storia è ciclica -questo sembra essere il messaggio che Miller lascia trasparire-, il progresso riacutizza la frattura tra scienza e religione e sembra fare da sfondo alla rinascita della guerra.
Giunta nel 3174, milleduecento anni dopo il Diluvio di Fiamma, la comunità fondata da Leibowitz deve aprire le proprie porte al Thon Taddeo, studioso pieno di sé che intende consultare i documenti conservati nell'abbazia. Don Paulo, l'anziano e benevolo abate, comprende che la scienza sta per tornare appannaggio dei laici, non più sospettosi e intenzionati a pascersi nella loro ignoranza, e che la chiesa potrebbe presto perdere il suo ruolo all'interno della preservazione e diffusione della conoscenza. Insorge qui lo spirito religioso dell'autore, sempre ben presente ma -come si può temere- mai invadente: emblematica in tal senso è la conferenza tenuta dal Thon Taddeo ai monaci dell'abbazia, in cui lo studioso si rivolge al suo pubblico come a una platea di bigotti seppur eruditi, cercando di evitare argomenti che potrebbero turbare il senso religioso degli astanti, salvo sbattere la testa a ogni pie' sospinto contro l'evidenza che i monaci sono eccitati più che offesi dalle sue idee scientifiche.

Un ulteriore salto di seicento anni porta il lettore in Fiat Voluntas Tua, precisamente nel 3781. Il mondo, ciclicamente, è tornato ad appropriarsi della tecnologia perduta, facendo anzi passi avanti nella colonizzazione dello spazio, e altrettanto ciclicamente è tornato a sperimentare con il nucleare, nonostante le passate conseguenze. La Chiesa, come profetizzato da Don Paulo, è tornata a occuparsi delle coscienze più che delle conoscenze, accogliendo le masse in cerca di un rifugio sicuro dai bombardamenti e offrendo loro protezione e assistenza spirituale. Ampio spazio viene dato alla polemica contro l'eutanasia, che vede padre Zerchi - l'abate della comunità dei monaci albertiniani, ormai priva del suo ruolo - opporsi alla moderna medicina che, nulla potendo contro i danni da radiazioni, spinge i cittadini irreparabilmente condannati al suicidio assistito. Prevedendo l'ennesimo olocausto mondiale, frattanto, la Chiesa si prepara a mandare una delegazione su Alpha Centauri, per preservare la storia della cristianità e le vestigia della civiltà umana per le generazioni future. Sempre che ve ne saranno.

Quasi quattromila anni di storia -milleottocento ideati dall'autore- che dimostrano inevitabilmente come l'umanità rimanga, senza speranza di redenzione, sempre uguale a se stessa, in un ciclo che alterna vertiginosi progressi e vertiginose cadute. Poco dopo la chiusura del periodo di guerra fredda, Miller esorcizza le paure dell'intera umanità facendo di una storia fantascientifica un monito al pericolo scampato ma sempre possibile: l'estinzione del genere umano conseguente alla troppa fiducia dei moderni nel progresso e nella tecnologia dimenticando il lato spirituale. Tema ancora attuale dopo più di cinquant'anni, ancora controverso, e ancora irrisolto: che lo si condivida o meno, Un cantico per Leibowitz resta una pietra miliare sottovalutata e ingiustamente relegata al solo ambito fantascientifico, tanto che una versione cartacea dell'opera resta introvabile al di fuori delle bancarelle d'usato rifornite di Urania.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Un cantico per Leibowitz
  • Titolo originale: A Canticle for Leibowitz
  • Autore: Walter M. Miller
  • Traduttore: Roberta Rambelli
  • Editore: Mondadori Urania
  • Data di Pubblicazione: 2010
  • Collana: Urania Collezione
  • Pagine: 432
  • Formato - Prezzo: Brossura - 5.50 Euro

11 febbraio 2014

Speciale Scrittori Suicidi: La campana di vetro - Sylvia Plath

Sylvia Plath (Boston, 27 ottobre 1932 – Londra, 11 febbraio 1963), poetessa e scrittrice statunitense, conosciuta principalmente per le sue poesie, ha anche scritto il romanzo semi-autobiografico La campana di vetro sotto lo pseudonimo di Victoria Lucas.

Assieme ad Anne Sexton, Plath è stata l'autrice che più ha contribuito allo sviluppo del genere della poesia confessionale, iniziato da Robert Lowell e William De Witt Snodgrass. Autrice anche di vari racconti e di un unico dramma teatrale a tre voci, per lunghi periodi della sua vita ha tenuto un diario, di cui sono state pubblicate le numerose parti sopravvissute. Parti del diario sono invece state distrutte dall'ex-marito, il poeta laureato inglese Ted Hughes, da cui ebbe due figli, Frieda Rebecca e Nicholas. Morì suicida all'età di trent'anni.

In un albergo di New York per sole donne, Esther, diciannovenne di provincia, studentessa brillante, vincitrice di un soggiorno offerto da una rivista di moda, incomincia a sentirsi "come un cavallo da corsa in un mondo senza piste". Intorno a lei, sopra di lei, l'America spietata, borghese e maccartista degli anni Cinquanta. Un mondo alienato, una vera e propria campana di vetro che schiaccia la protagonista sotto il peso della sua protezione, togliendole a poco a poco l'aria. L'alternativa sarà abbandonarsi al fascino soave della morte o lasciarsi invadere la mente dalle onde azzurre dell'elettroshock.

Recensione

Immaginavo che La campana di vetro non fosse un romanzo facile, ma le difficoltà che ho incontrato nel leggerlo non sono quelle che mi sarei aspettata. Fortemente autobiografico, il libro ripercorre il dramma della depressione vissuto dalla protagonista/autrice, dalla sua genesi in una New York afosa e opprimente fino alle sue manifestazioni più tragiche, insonnia, apatia, autolesionismo e tentato suicidio. Descrive anche il percorso di guarigione, che passa attraverso l'elettroshock e l'insulinoterapia e che implica un lungo ricovero in una struttura di cura. Temevo fossero questi i punti dolenti della narrazione e mi spaventava la possibilità di immedesimarmi con la protagonista e di rivivere il suo stesso dolore. Mi sbagliavo.

Fin da subito ho provato una forte ostilità nei confronti di Esther, così saccente e arrogante da non riconoscere la propria fortuna. In possesso di una prestigiosa borsa di studio, vince una sorta di vacanza-lavoro a New York, presso una prestigiosa rivista femminile. Anziché essere entusiasta dell'esperienza che le viene offerta, non fa altro che criticare le compagne, provinciali e insensibili, e il suo capo, colpevole di essere una donna troppo forte; viene ricoperta di regali e di vestiti, che getterà letteralmente al vento. Le uscite mondane non la soddisfano, e come biasimarla, lei che è così superiore agli altri? Le sue aspettative nei confronti della vita sono eccessive e siccome, giustamente, le cose non vanno come lei vorrebbe, si risente e accusa sempre gli altri per quello che invece è lei stessa a distorcere. Come il povero Buddy, ragazzo di cui si era invaghita, perfetto fino al momento in cui hanno cominciato a frequentarsi: Esther si rompe una gamba, ma la colpa è di Buddy; lui si macchia di un ignobile tradimento (le tace di essere già stato con una donna, fingendosi meno esperto di quello che è - io la chiamo galanteria) e per questo merita di essere lasciato e pure tradito.

Le critiche parlano della campana di vetro come della metafora della depressione, che opprime la protagonista e la isola dalla realtà. A me è parsa piuttosto una auto-imposizione di Esther, un luogo in cui lei stessa si ritira e da cui guarda scorrere la vita senza parteciparvi, ma permettendosi di giudicarla in modo spietato. Questa campana si percepisce chiaramente nella parte centrale del romanzo, quella in cui la malattia prende il sopravvento: mi sarei aspettata di trovare pagine dense di dolore, invece questo periodo è raccontato con distacco e freddezza, come se scivolasse via sopra un impermeabile. Le terapie sembrano non scalfire la giovane, le compagne di istituto esistono accanto a lei ma non la toccano. Nemmeno la morte dell'amica sembra scuoterla da quella sorta di incredibile apatia che pervade queste pagine.

Non sono riuscita a provare compassione per Esther, a dispiacermi per il suo calvario. Non ho provato rabbia verso la superficialità della medicina di allora, che prescriveva terapie elettroconvulsivanti alla leggera. Non sono nemmeno riuscita a commuovermi in quegli slanci verso la vita di cui, raramente, l'autrice ci fa dono. Ho fatto fatica a non mettere il romanzo da una parte, come sarei stata tentata, invischiata in un'atmosfera pesante e afosa come doveva esserlo quell'estate newyorkese. Pure io mi sono sentita oppressa da una campana di vetro dall'atmosfera rarefatta, rimbombante delle parole di una giovane che non sono riuscita a sentire in alcun modo vicina e che, anche alla fine di tutto, non riesco che a descrivere come viziata e arrogante.

Il finale del romanzo resta aperto, con Esther sulla soglia della commissione di medici che valuterà se sia pronta o meno a fare ritorno nella vita fuori dall'istituto: potremmo leggervi un messaggio di speranza, la luce in fondo al tunnel. Se non fosse che la biografia dell'autrice ci riporta bruscamente con i piedi per terra: non c'è salvezza, non c'è via d'uscita se non quella definitiva.

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo:La Campana di Vetro
  • Titolo originale:The Bell Jar
  • Autore:Sylvia Plath
  • Traduttore:A. Bottini,A. Ravano
  • Editore: Mondadori
  • Data di Pubblicazione: 2005
  • Collana: Oscar Classici Moderni
  • ISBN-13: 9788804545040
  • Pagine: 238
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 8,50

7 febbraio 2014

Speciale Scrittori suicidi: Una stanza tutta per sé - Virginia Woolf

Virginia Woolf (1882-1941) non avrebbe bisogno di presentazioni. Tra le personalità più influenti del XX secolo, madre del flusso di coscienza, è stata una scrittrice di indiscussa fama mondiale, ma anche un'attenta saggista e un'attivista impegnata nei movimenti di rivendicazione di diritti per le donne. Figlia di un critico letterario, ricevette da bambina una educazione umanista. La morte della madre, avvenuta nell'adolescenza, fece manifestare in lei i primi disturbi psichici e i sintomi di una depressione che l'accompagnò per tutta la vita, fino al suicidio per annegamento nel fiume Ouse il 28 marzo 1941. Nel 1912 sposò nel 1912 Leonard S. Woolf, direttore di una casa editrice londinese (The Hogarth Press). Insieme formarono il gruppo di intellettuali noto come Bloomsbury group, dal nome del quartiere londinese, che riuniva gli ex allievi dell'Università di Cambridge. Tra i più noti membri ricordiamo letterati come E. M. Forster, Lytton Strachey, Clive Bell, la pittrice Vanessa Bell (sorella di Virginia) e l'economista John Maynard Keynes. I primi due romanzi, La crociera (1915) e Notte e giorno (1919) lasciano intravedere una raffinatezza espressiva, ma nessun sintomo della successiva rivoluzione letteraria di cui la Woolf fu protagonista, a partire da La stanza di Jacob (1922). In romanzi celeberrimi come La signora Dalloway (1925), Gita al faro (1927), Orlando (1928) la Woolf abbandona la narrazione tradizionale per aderire a una narrativa moderna, al pari di Joyce, Proust e Svevo, indagando l'effetto della realtà sulla coscienza interiore dei personaggi. Oltre a due biografie, scrisse anche diverse raccolte saggistiche e delle novelle pubblicate postume. Nel saggio Una stanza tutta per sé la Woolf riversa il suo pensierio politico-sociale, il suo impegno per la parità dei sessi e la sua esperienza all'interno del fabianesimo, movimento sociale di stampo socialista.

Illustre capostipite dei manifesti femminili del Novecento europeo, è anche il primo, brillante intervento della Woolf sul tema “donne e scrittura”. Una stanza tutta per sé è un trattato ironico, immaginifico, personalissimo e vario, che riesce a unire l’analisi sociale e la satira. Il leitmotiv della stanza, grembo e prigione dell’anima femminile, si allarga fino a comprendere tutti i luoghi della dimora umana: la natura, la cultura, la storia e infine la “realtà” stessa nella sua inquietante ma esaltante molteplicità. L’autrice demolisce la società patriarcale, bussa con forza alle porte del mondo della cultura, fino a quel momento di esclusivo appannaggio maschile, pretende di farvi irruzione, chiede che non ci siano più limiti e divieti per il pensiero delle donne.

Recensione

In questo saggio Virginia Woolf prende in esame il rapporto tra la condizione delle donne nella storia e l'attività letteraria. L'occasione è fornita dall'invito a tenere un discorso, di fronte a un pubblico di giovani ragazze e studentesse, avente a tema "la donna e il romanzo"; l'intero saggio è, in effetti, lo studio privato, poi reso pubblico, di preparazione della Woolf al suddetto discorso. Passando per la storia dei grandi uomini che hanno fatto la letteratura, delle donne che vi compaiono (sempre come oggetto altro, cui relazionarsi, mai come soggetto), la Woolf usa la letteratura come lente d'ingrandimento per indagare la condizione generale delle donne, su un substrato materialista-socialista, ed esprimendo l'augurio di un repentino cambiamento culturale e sociale.

Il saggio si presenta breve e semplice nella forma, un ragionamento chiaro lungo i fili di due-tre idee piuttosto buone e una narrazione fluida nel racconto della letteratura inglese. A tenere in considerazione la destinazione del discorso, si riesce ad apprezzare maggiormente il valore e la capacità della scrittrice, che si fa capire con immediatezza, senza arzigogolati ragionamenti, senza citazioni di seconda mano e con un forte senso di pragmaticità. Tutto il saggio, a voler essere riduttivi, si può riassumere in una sola frase, che corre e ricorre nelle raccolte di citazioni più abusate: "una donna deve possedere denaro e una stanza tutta per sé". Questa affermazione lapidaria, prosegue la Woolf, lascia intravedere il problema della "vera natura della donna e della vera natura del romanzo"; spiega, soprattutto, la grandezza, il colpo di genio, la straordinaria e sintetica efficacia di un titolo come questo. Virgnia Woolf coglie nella necessità (e nella mancanza) di "una stanza tutta per sé" la cifra della discriminazione temporale, economica e più genericamente materiale che ha impedito alla donna di scrivere e, attraverso la scrittura (ma anche senza) di compiere la sua realizzazione come persona ed essere umano. Ciò che manca alla donna, per riprendere una delle esortazioni finale che concludono il saggio, è "vivere in presenza della realtà": una negazione millenaria che, per la donna, è stata quasi una vera e propria negazione dell'esistenza.

Se l'attenzione ferma all'aspetto economico-materialista, prima grande argomentazione affrontata nel saggio, rivela un'adesione al pensiero sociopolitico più o meno socialista, non si deve cadere nell'errore di individuare una limitazione temporale al messaggio complessivo della Woolf, che d'altra parte risulta anticipatoria, se non profetica, nel porre continuamente l'accento sulla mancanza, per la donna, di una stanza e di un tempo per sé, di uno spazio e un tempo privati, lontani dall'esercizio di un potere maschile relazionale che iscrive sempre la donna in un complemento oggetto, impensabile come soggetto; se si pensa ai giorni d'oggi, al dibattito giuridico sul tema dello stalking e della violenza domestica e al rilievo che hanno recentemente assunto forme più indirette di violenza, come la privazione economica o proprio temporale, le parole della Woolf suoneranno ancora più convincenti. E' inoltre convinzione della Woolf che la letteratura non risieda in un regno altro, ma abbia le sue basi proprio nelle risorse spazio-temporali degli uomini e delle donne: "la poesia dipende dalla libertà intellettuale", afferma, e la libertà intellettuale, aggiunge, dipende dalle cose materiali.

Un saggio dunque ingegnosamente chiaro ed efficace; non del tutto privo di valore letterario, aggiungo, perché nel discutere il ruolo della donna nella letteratura la Woolf offre delle belle pagine di storia della letteratura inglese, anticipando, anche in questo caso, certe correnti più moderne (che non oso chiamare "femministe") della critica letteraria.
Non mancano, infine, incursioni squisitamente psicologiche (il cui fascino la Woolf subisce sempre), al punto da riuscire a distinguere i tentativi (perché di "tentativi" credo sia meglio parlare) di una teoria sessuale psicologica, atta a rivalorizzare il concetto di androgino, partendo da quello letterario, e a dimostrare l'esistenza di un sesso mentale, oltre quello fisico, che non può che essere doppio, uomo-donna nell'uomo e donna-uomo nella donna.

Di argomentazione in argomentazione, di stratagemma in stratagemma, il pensiero si spande nella sua piccola stanza tutta per sè, ed è sorprendente la facilità con cui trascina il lettore (che sia la donna comune dell'Inghilterra tra le due guerre mondiali o la società contemporanea del XXI secolo) dalle preoccupazioni più contingenti e materiali alle più belle disquisizioni psicologiche, dense dello stesso lirismo che contraddistingue i suoi romanzi.

Giudizio:

+5stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Una stanza tutta per sé
  • Titolo originale: A Room of One's Own
  • Autore: Virginia Woolf
  • Traduttore: Maura Del Serra
  • Editore: Newton Compton
  • Data di Pubblicazione: 2013
  • Collana: Live
  • ISBN-13: 9788854152632
  • Pagine: 128
  • Formato - Prezzo: Tascabile - 0,99 Euro

5 febbraio 2014

Speciale Scrittori suicidi: La donna della domenica - Carlo Fruttero e Franco Lucentini

Franco Lucentini (1920-2002) crea un sodalizio con Carlo Fruttero nell'immediato dopoguerra, quando i due si conoscono a Parigi. A Torino diventano redattori della Einaudi (loro il merito di aver tradotto per primi Borges e Beckett, Salinger e Robbe-Grillet). Accomunati dalla passione per la fantascienza, curano insieme diverse antologie di science fiction e ghost-stories: nasce così la "ditta" Fruttero & Lucentini.
Esordiscono con un libro di poesie, ma il grande successo arriva con il primo romanzo, La donna della domenica. La loro curiosità onnivora li spinge a occuparsi di tutti i generi, dalla fantascienza al fumetto, dal giallo al costume. Tra le opere pubblicate dal duo Fruttero & Lucentini: La donna della domenica (1976), Il libro dei nomi di battesimo (Mondadori 1976), A che punto è la notte (Mondadori 1979), Il palio delle contrade morte (Mondadori 1983) La prevalenza del cretino (Mondadori 1985), L'amante senza fissa dimora (Mondadori 1986), Il colore del destino (Mondadori 1987), Enigma in luogo di mare (Mondadori 1991), Incipit (Mondadori 1993).
Franco Lucentini era affetto da cancro, che lo portò a suicidarsi a 78 anni gettandosi nella tromba delle scale.

Il romanzo è ambientato a Torino e narra l'indagine del commissario Santamaria sull'omicidio dell'architetto Garrone, personaggio che conduce una vita di squallidi espedienti a margine della Torino "bene". L'architetto viene trovato ucciso nel suo pied-à-terre con il cranio sfondato da un fallo di pietra. Tra i protagonisti della vicenda ci sono anche gli amici Anna Carla Dosio e Massimo Campi. La prima è la moglie di un ricco industriale, il secondo è un giovane della buona borghesia torinese che trascina stancamente una relazione omosesssuale con Lello Riviera, piccolo impiegato comunale con velleità da intellettuale. Anna Carla e Massimo sono tra i primi sospettati, poiché Garrone fa parte, insieme con altri personaggi, di un loro "teatrino privato", nel quale stigmatizzano i vizi, le affettazioni, il cattivo gusto dei loro conoscenti. Stanca del personaggio di Garrone, Anna Carla propone a Massimo, in una lettera risentita, poi non spedita ma finita ugualmente nelle mani della polizia, di "eliminarlo" dalla loro vita. Da quel momento i due saranno coinvolti, loro malgrado, nel'indagine. Anche Lello, avvertendo che la sua relazione con Massimo è prossima alla fine, si appassiona all'indagine, per spirito di rivalsa: arriverà - senza accorgersene del tutto - vicino alla verità, e finirà ucciso dall'assassino di Garrone presso il Balon, il mercatino delle pulci di Torino. Il commissario Santamaria (che al termine della vicenda avrà un'avventura con Anna Carla) arriva alla soluzione del caso attraverso un proverbio piemontese, "La cativa lavandera a treuva mai lo bon-a pèra" (La cattiva lavandaia non trova mai la buona pietra). Attorno ai personaggi principali ruotano numerose altre figure, delle più diverse estrazioni sociali: le anziane sorelle Tabusso, rintanate con la domestica nella loro villa in collina, assediata da un florido traffico di prostitute e clienti; il gallerista Vollero che, pur temendo di essere scoperto dai suoi clienti, si rifornisce di cornici al Balon; l'americanista Bonetto, perso dietro schermaglie culturali.

Recensione

La donna della domenica è il romanzo che ha dato meritatamente fama al duo Fruttero e Lucentini. Da questo libro fu tratto nel 1975 un buon film dall'identico titolo:  La donna della domenica, diretto da Luigi Comencini con un ottimo cast di attori quali: Marcello Mastroianni  (commissario Santamaria), Jacqueline Bisset  (Anna Carla Dosio), Jean-Luis Trintignant  (Massimo Campi) e Lina Volonghi  (Ines Tabusso).
Il romanzo ci dona un bell’affresco di Torino, sotto alcuni aspetti la protagonista di tutta la storia, con il mercatino dell’usato Balon, le grigie vie del centro, la collina con le sue ville che ancora oggi rappresentano il luogo più vip della città. Ci sono splendidi personaggi ognuno dei quali incarna un “tipo”: le signore ricche e ipocrite, i figli di papà, i poliziotti meridionali e gli omosessuali che, specie negli anni ’60, facevano ancora scandalo. E poi l’umorismo mai grossolano di Fruttero e Lucentini, nonché la cultura che traspare dalle pagine del libro -e che in gran parte si deve proprio a Lucentini- che non è nozionismo fine a se stesso, ma arricchisce il racconto senza spezzarlo.
Dire che questo è il capostipite del romanzo giallo italiano non è a mio avviso esatto, ma è vero che possa definirsi un piccolo capolavoro per l’intreccio, la descrizione di mentalità contrapposte e l’ironia nel tratteggiare l’alta borghesia snob. Non è solo un poliziesco, ma un romanzo di costume e questo lo pone un po’ al di sopra dei normali “gialli”.
Volendo trovare un difetto in quest'opera pressoché perfetta, sia per stile, ironia, ambientazione e intreccio, possiamo dire che manca di suspense. Ma non è un libro da leggere d’un fiato, bensì da assaporare con calma. I dialoghi, uno dei punti deboli di molti romanzi per la loro banalità, sono invece il punto di forza di La donna della domenica, pieni come sono di arguzia e umorismo.

Giudizio:

+4stelle+ (e mezzo)

Dettagli del libro

  • Titolo: La donna della domenica
  • Autore: Carlo Fruttero e Franco Lucentin
  • Editore: Mondadori
  • Data di Pubblicazione: 2001
  • Collana: Oscar Classici Moderni
  • ISBN-13: 9788804499077
  • Pagine: 422
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 10,00

1 febbraio 2014

Febbraio: Speciale Scrittori suicidi

Se già a vedere avvicinarsi sul calendario il mese di febbraio è cominciato a venirvi un principio di diabete, al pensiero di San Valentino e della sua festa degli Innamorati (e della Perugina), potete tirare un sospiro di sollievo... ma non troppo! Perché per lo Speciale tematico di febbraio abbiamo scelto un tema piuttosto scomodo e macabro, perfetto però per sostenere il peso dell'eccessivo sentimentalismo pronto a tracimare: gli scrittori suicidi.
L'ispirazione ci è venuta dall'anniversario del suicidio di Sylvia Plath, che ricorre l' 11 febbraio. La scrittrice e poetessa, famosa soprattutto per i suoi Diari, si tolse la vita l'11 febbraio 1963, infilando la testa nel forno a gas, dopo aver scritto l'ultima poesia, Orlo, e preparato la colazione per i figli. Tra i suicidi più noti, è anche tra i più discussi (secondo alcuni fu una morte accidentale).
Questo episodio introduce il primo aspetto sul quale vogliamo soffermarci: la macabra attenzione al dettaglio di critici e studiosi quando si tratta di scrittori suicidi. Non ci sembra opportuno sindacare sulle scelte di (non) vita di questi scrittori, sul rapporto tra genio e depressione e così via, non è la sede opportuna e non è di alcun interesse sotto il profilo letterario.
E' quantomeno curioso, tuttavia, l'attenzione perversa che gli ultimi gesti degli scrittori suicidi ha ricevuto. Da ciò deriva il secondo peculiare aspetto che caratterizza il tema: il rapporto tra fama e suicidio. Chi dubita che Sylvia Plath non avrebbe avuto il successo che ha avuto (soprattutto una lettura fortemente intimistica come quella dei suoi Diari) se non si fosse suicidata? E che dire di altri scrittori, la cui morte appena vagamente incerta è stata subito riformulata come suicidio, fosse solo per poter vendere di più? Sarebbe questo il caso di Kurt Vonnegut, l'autore di Mattatoio n.5, morto a 85 anni il 10 aprile 2007 in seguito a un "incidente domestico". Chiunque penserebbe che, per un uomo della sua età, un'accidentale caduta, con conseguente trauma cerebrale (causa ufficiale della sua morte), basti a spiegare la sua morte; non l'hanno pensata così studiosi, giornalisti e altri che vi hanno visto un misterioso e inspiegabile suicidio.

Lasciamo tuttavia la polemica e vediamo una rapida carrellata dei più noti scrittori suicidi (almeno, quelli accertati), che tra mal di vivere e inquietudine esistenziale potrebbero avere parecchio da comunicare. Virginia Woolf, tra le più grandi scrittrici del Novecento (e non solo), non riuscì a trovare scampo alla depressione e scelse di annegarsi nel fiume Ouse, poco lontano dalla residenza di campagna, il 28 marzo 1941; il suo particolarissimo sucidio, insieme al racconto della sua ultima fase di vita, è raccontato nel famoso libro Le Ore di Micheal Cunningham. Ernest Hemingway, maestro della narrativa breve, era depresso e soffriva di manie di persecuzione; si sparò con un fucile il 2 luglio 1961. Robert Ervin Howard si spara alla tempia in mezzo al deserto l'11 giugno 1936, devastato dalla malattia della madre (che muore il giorno dopo). Tra gli italiani ricordiamo Cesare Pavese, che si dice afflitto da inquietudine esistenziale, tuttavia suicida in seguito a una delusione amorosa, per overdose di sonniferi il 27 agosto 1950; Primo Levi, la cui incancellabile esperienza nei campi di concentramento nazisti, insieme a una serie di lutti nella sua ultima parte di vita, lo spinse a gettarsi dalla tromba delle scale l'11 aprile 1987; nonché Emilio Salgari, che stremato da una vita piena di vizi e difficoltà, tenta dapprima il sucidio rituale gettandosi su una spada, poi, salvato in tempo, ritenta facendo harakiri il 25 aprile 1911. Il singolare rituale ci porta in Giappone, segnato dalle morti di Yukio Mishima e Yasunori Kawabata. Spettacolare la morte in diretta di Mishima, che il 25 novembre 1970 occupò l'ufficio del generale dell'esercito di difesa giapponese, proclamò un discorso dal sapore nazionalista, in favore dell'Imperatore giapponese e contro l'apertura all'Occidente, e fece seppuku. La morte, avvenuta in circostanze ancora misteriose, di Kawabata, avvenuta due anni dopo, pare essere stata ispirata, o quanto meno una conseguenza, del sucidio rituale di Mishima, cui Kawabata era letterariamente legato. Terminiamo la carrellata con il più recente e mediatico suicidio: quello di David Foster Wallace, impiccatosi il 12 settembre 2008. Personalità complessa, a lungo sotto farmaci, fu anche ricoverato in una clinica psichiatrica; amato e odiato, una volta morto suscitò improvviso scalpore e compassione. Dalla sua morte sono stati pubblicati quattro libri postumi, tra le proteste di amici scrittori che hanno urlato allo sciacallaggio. Chiudiamo dunque con Wallace, e con una sua profetica dichiarazione, dal romanzo Infinite Jest:
La persona che ha una così detta "depressione psicotica" e cerca di uccidersi non lo fa aperte le virgolette "per sfiducia" o per qualche altra convinzione astratta che il dare e avere nella vita non sono in pari. E sicuramente non lo fa perché improvvisamente la morte comincia a sembrarle attraente. La persona in cui l'invisibile agonia della Cosa raggiunge un livello insopportabile si ucciderà proprio come una persona intrappolata si butterà da un palazzo in fiamme.
 

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