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8 febbraio 2019

Notre Dame de Paris - Victor Hugo

Sullo sfondo di una Parigi medievale, sinistra e tumultuante - la cattedrale di Notre-Dame è il vero palcoscenico di tutta la storia - la bella zingara Esmeralda è contesa tra il deforme campanaro Quasimodo, il malvagio arcidiacono Frollo, anima nera del romanzo, il poeta pazzo Gringoire e il nobile capitano Phoebus. Protagonista aggiunto la folla, per la prima volta al centro di un libro che mette in scena i sentimenti piú contrastati ed estremi in cui si intrecciano dramma ed epopea e in cui si confrontano il male e il bene, il bello e l'orrido e i dolorosi interrogativi dell'autore, i suoi turbamenti profondi.

Recensione

Quando pensiamo a Notre Dame de Paris, vuoi per la risonanza del cartone animato Disney, vuoi per il mondo dei musical, la prima immagine che si accende nella nostra mente è quella della bella Esmeralda e di un gruppo di accattoni meglio noti come La Corte dei Miracoli.
Ebbene non c’è niente di più erroneo di limitare la storia del Maestro, Victor Hugo, alla vicenda della zingara, del suo seguito gitano e dell’amore per il tenebroso ed affascinante Phoebus.

L’opera di Hugo si articola in ben 11 libri, suddivisi a loro volta in altrettanti capitoli, più di 500 pagine dedicate alla narrazione di un dramma, una tragicomica delirante e viscerale vicenda fatta di morti, amori proibiti, metamorfosi ed espiazione. Procediamo con ordine.
Partendo dai personaggi, è doveroso dedicare una digressione sulla possibilità di distinguerli in due tipologie: il primo gruppo è quello che chiamerei dei personaggi dinamici – coloro che compiono tra le pagine una vera e propria mutazione, una maturazione ed un cambiamento – il secondo è quello invece dei personaggi statici – coloro che nonostante il cambiamento della narrazione e dello sviluppo inaspettato della stessa, non mutano la loro natura rimanendo sempre uguali a se stessi.
Oltre a questa prima suddivisione – che potremmo definire verticale e diacronica, ossia attraversata dallo sviluppo temporale – ne segue un’altra, orizzontale questa volta e sincronica: personaggi primari, dinamici e necessari, personaggi secondari, statici e marginali.

Analizzando le due prime porzioni della suddivisione ci troviamo perciò davanti ai personaggi dinamici, primari e necessari, tra i quali troviamo assolutamente Claude Frollo, Quasimodo ed Esmeralda.

Claude Frollo, meglio conosciuto come il prete di Notre Dame, si colloca rapidamente tra le fila dei buoni sin dai primi capitoli a lui dedicati, la perdita dei genitori, l’infanzia difficile votata alla responsabilità per il fratellino minore Jean, l’amore per le arti e le scienze ed infine l’adozione del povero Quasi-modo fanno sì che il lettore sia mosso a tenerezza nei suoi confronti e legga nelle sue gesta la storia di un personaggio votato alla bontà e all’altruismo. Nel corso della narrazione però qualcosa cambia e lentamente il prete si spoglia delle limitazioni imposte dalla sua posizione sacerdotale, di quelle catene metaforiche da cui si sente stritolato, dando libero sfogo ai suoi sentimenti: è l’amore per Esmeralda, dapprima negato e represso mascherato da odio per i gitani che alla fine sfocia in un sentimento malato, nell’ossessione e nel possesso fisico della ragazza. È facile perciò capire come la sanità mentale del prete vacilli di capitolo in capitolo, lentamente Frollo diviene folle, pazzo d’amore per quella zingarella che lo rifiuta, lo detesta e lo ripudia fino alla morte. L’uomo misurato, di arti e di scienze crolla definitivamente ai piedi di Notre Dame, stroncato dalla potenza di quei sentimenti contrastanti. O mi ami o muori, le fatidiche parole che racchiudono l’aut aut davanti al quale il prete mette a dura prova la giovane Esmeralda. Il riso sardonico e brutale davanti alla tremenda scena della Piazza lo consacra alla morte certa che sopraggiunge ad un decesso già attuato interiormente da tempo.

Quasimodo, il campanaro di Notre Dame, entra in scena invece dalla parte sbagliata militando dapprima tra i cattivi. La sua ostilità verso gli uomini e la sua bestialità incondizionata fanno di lui un personaggio da limbo: è lo stesso Hugo che ce lo racconta come un uomo-animale mosso da una cattiveria primordiale verso i suoi simili. In poche pagine però la verità viene rapidamente fuori e si comprende con estrema facilità che lo stato d’animo di Quasimodo – perfetta immagine di una immanenza trascendente fermamente ancorata al suo microcosmo, il microuniverso della chiesa – è dovuto al ripudio che la razza umana ha sempre mostrato nei suoi confronti. Orbo, zoppo, muto e gobbo si scopre in realtà essere di una bontà e di una delicatezza che cozzano con le sue rigide e spigolose esteriorità, il suo animo gentile e timido, nonché poetico, lo rendono amabile al lettore – pensiamo ai lunghi discorsi fatti alle statue del campanile o alle sue campane. La sua bestialità però non tarda ad esplodere nelle situazioni di pericolo, specialmente nei momenti in cui la minaccia è rivolta alla sua bella Esmeralda. Anche lui, in un modo completamente diverso rispetto al prete, è innamorato della ragazza ma mentre il primo è animato dal desiderio e dall’ossessione di possesso, Quasimodo ha un profondo rispetto misto ad un timore pudico nei suoi confronti. La ammira e la venera da lontano, come uno spettatore silenzioso mentre Frollo la affronta vis a vis minacciandola e gridandole in faccia il suo “amore” senza mezze misure. È incredibile notare come Frollo ed Esmeralda siano gli unici amori della vita del campanaro, due antipodi che paradossalmente saranno la motivazione della fine anche del povero gobbo stesso.

Veniamo ad Esmeralda, il terzo personaggio dinamico e necessario. La sua figura fa da collante all’intera storia, ne è causa ed effetto allo stesso tempo ed innesca tutta una serie di meccanismi che alimentano la vicenda. Esmeralda è il perno centrale che muove il romanzo e ahimè interpreta dapprima il ruolo della ragazza forte e sfrontata, pronta a tutto e senza paura ma l’incontro con il bel militare de Chatepeurs converte il suo essere in una timorosa, debole e titubante fanciulla. Ricordiamo che dalla sua, la bella zingara ha solo sedici anni ma è già donna, non ha avuto tempo per l’adolescenza dovendo badare a se stessa con un’infanzia difficile e una totale assenza di figure genitoriali a rassicurarla o aiutarla nella sua crescita, indirizzandola per la retta via; eppure nonostante questo, Esmeralda è cresciuta bene, sulla difensiva nei confronti del Mondo così da essere perennemente sul “chi va là”. Dopo l’amore malato di Frollo ecco una nuova forma di amore che con la sua irruenza porta a conseguenze negative: l’amore per Phoebus nuoce alla fanciulla rendendola sì vulnerabile ma anche prosciugandola della sua forza, la tortura e la forca infatti la trovano inerme, trasformata, spettro di ciò che era in principio. Solo nelle braccia della madre riuscirà a ritornare ad essere bambina vestendo i panni che la sua età e le sue esperienze non le hanno permesso di indossare, una situazione disperata ed un monologo a dir poco straziante e viscerale della madre ritrovata dalla bella zingarella, chiudono il capitolo lasciando il lettore senza fiato e con le lacrime agli occhi.

Analizzando invece le due porzioni della seconda parte troviamo quei personaggi secondari, statici e marginali che attraversano le pagine del romanzo dando un tocco di colore con le loro vicende, vediamo Pierre Gringoire il famoso autore di misteri oppure Jean Frollo, lo sventurato e disgraziato fratello di Claude dedito ai vizi e agli ozi e poi ancora la Corte dei Miracoli che con il suo impeto gioioso colma le strade della Città Vecchia rubacchiando qui e lì ai malcapitati delle vie. Tra i personaggi secondari, un po’ per gusto personale un po’ per esigenze di classificazione, collocherei anche il bel Phoebus – che di bello ha forse solo l’aspetto, con un animo corrotto e leggero come il suo. Il classico belloccio che fa girar la testa a tutte le signorine che ricadono ai suoi piedi, mi meraviglia dunque che tra le pretendenti ci sia finita anche la bella Esmeralda, così furba ma anche così fragile allo stesso tempo.

Quello che è importante sottolineare – ed è anche ciò che rende il Notre Dame de Paris così vero – è che non troviamo dei personaggi totalmente buoni o totalmente cattivi, come accade nella realtà delle cose i protagonisti delle vicende sono ibridi, mutevoli, lunatici, cangianti ed è proprio questo che li rende umani e reali.
Il romanzo è dotato di una forza sferzante che ha l’effetto di uno schiaffo in pieno viso, sconvolge e muove il lettore agli stati d’animo più estremi: gioia, ira, dolore, sofferenza.
Solo un Maestro come Hugo poteva costruire un’opera dall’impeto così forte, una costruzione colossale che segue dei livelli ben progettati.
Lo stile altamente descrittivo segue delle logiche molto particolari, immaginando una scena come un quadro: abbiamo la composizione e dunque gli elementi che ne fanno parte con una prima visione d’insieme, segue poi la singola descrizione di ognuno di essi attraverso un parlato fluido e consequenziale come se le parole si concatenassero tra loro non lasciando spazio a incertezze o dubbi.
Una perfezione esemplare che si coglie nella scelta delle espressioni, poetiche ed estremamente forti allo stesso tempo, quasi come se Hugo scrivesse una poesia in prosa. La magia della Parigi del 1400 rapisce il lettore e lo fa volare alto tra le torri e il campanile di Notre Dame, lo fa sognare e gli fa vivere una storia unica trasformandolo in spettatore sulla scena.

Giudizio:

+5stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Notre Dame de Paris
  • Autore: Victor Hugo
  • Editore: Grazanti
  • Data di Pubblicazione: 1994
  • ISBN-13: 9788811585435
  • Pagine: 566
  • Formato - Prezzo: Brossura - 9,00 Euro






14 febbraio 2018

Uomo e donna - Wilkie Collins

Anne Silvester, giovane e raffinata, è accolta come istitutrice presso la famiglia di Lady Lundie, amica d’infanzia della sua sfortunata madre, e diviene inseparabile dalla figlia di lei, Blanche. Quando il nobile Geoffrey Delamayn, aitante sportivo da tutti idolatrato per le sue doti atletiche ma privo di cervello, la seduce compromettendone la reputazione, Anne, pur non amandolo, è costretta a cercare di salvare il proprio onore progettando un matrimonio segreto. Ma si trova in Scozia, e qui le leggi sul matrimonio sono così ambigue e inconsistenti che finisce con l’essere accusata di aver sposato Arnold, il fidanzato della sua cara amica Blanche. Dopo una serie di colpi di scena, la verità verrà ristabilita, ma per Anne si rivelerà la peggiore delle condanne: Geoffrey, infatti, minato nel fisico e nello spirito dal troppo allenamento sportivo, decide di tenerla segregata in casa finché non avrà trovato il modo di ucciderla per essere libero di sposare una ricca ereditiera. In un’atmosfera sempre più cupa e claustrofobica, il romanzo scivola lentamente verso la tragedia, dominato dalla figura sinistra e inquietante di Hester Dethridge, l’anziana cuoca muta dal passato oscuro e terribile alla quale è affidato il compito di tirare le sorti della vicenda.

Recensione

"Quando un libro è ben scritto, mi sembra sempre troppo corto"

Le parole di Jane Austen si applicano perfettamente a questo romanzo di Wilkie Collins, settecento fittissime pagine che travolgono e volano via nonostante siano state scritte più di duecento anni fa. Uomo e donna è forse uno dei romanzi meno noti dell'autore inglese, grande amico di Dickens e celebrato soprattutto per il suo racconto La pietra di luna e per l'essere l'inventore della detective story.
Nel suo processo di ripubblicazione dell'intera produzione di Collins, la casa editrice Fazi riporta in auge forse l'opera più impegnata, che non solo coinvolge e intrattiene ma si lancia senza esitazioni in una critica sociale tagliente, finalmente in linea con lo stile di vita dello scrittore, sotto molti aspetti anticonformista rispetto ai tempi in cui viveva.

Il titolo originale, Man and wife, già allerta il lettore sul tono del romanzo e l'oggetto della sua critica. Collins non vuole solo polemizzare con le assurde leggi sul matrimonio vigenti in Scozia all'epoca, gioia degli azzeccagarbugli ma forse poco significative per un lettore moderno, ma anche sulla più estesa e pressante questione del ruolo totalmente subordinato della donna nell'istituzione del matrimonio che, per legge, la priva di qualunque diritto di prorpietà e la mette in tutto e per tutto alla mercé del marito, senza possibilità di sottrarsi al suo giogo nemmeno quando questo si rivela un violento con intenti omicidi.

L'autore insiste sul tema non solo rivolgendosi direttamente al lettore per denunciarne le iniquità, ma presentando ben tre personaggi femminili vittime di questo sopruso.
Già nel prologo conosciuamo la sfortunata figura di Anne Silvester, ripudiata dal marito desideroso di sposare una donna più ricca grazie ad un assurdo cavillo, e abbandonata senza dignità,senza un soldo e senza la possibilità di mantenera la figlia dichiarata illegittima.
Il suo destino dannato sembra gettare un'ombra sulla stessa figlia, protagonista del romanzo e vittima di un brutale avventuriero che non solo si rifiuta di sposarla dopo averla messa incinta ma tenta di farla passare per la moglie dell'amico (già promesso alla migliore amica della protagonista) sfruttando proprio quelle ambiguità delle leggi scozzesi che potevano portare perfetti sconosciuti a ritrovarsi sposati senza saperlo.
A completare il quadro l'inquietante figura di Hester Derthridge che, con il suo agghiacciante passato di abusi domestici, conferisce l'elemnto gotico/horror caratteristico delle opere di Collins una sfumantura tutta nuova, nella quale l'orrore della realtà supera quello dell'irrazionale.

A dispetto della tematica piuttosto seria, va detto che il romanzo, almeno fino a tre quarti, matintiene incredibilmente un tono leggero: il dramma si dipana attraverso visite di cortesia, pranzi all'aperto e appuntamenti per il tè, raccontati quasi sempre con un velo di ironia che spicca sia dalla voce del narratore che da quella di Sir Patrick, il personaggio più riuscito e, a conti fatti, il vero eroe del racconto.
E' solo nell'ultimo quarto che il tono del racconto si fa decisamente più angosciante, ogni scena assume connotati sinistri e l'indere degli eventi aumenta fino allo scioccante finale, che permette finalmente ai lettori di tirare il fiato dopo diversi capitoli di lettura angosciata e trepidante.

Il risultato finale è quello di un romanzo eccellente con personaggi accattivanti, dialoghi che, pur essendo datati nella forma, rimangono vivaci e coinvolgenti.
A dispetto di una struttura evidentemente classica, se non addirittura antiquata a tratti, nella formale divisione in scene e nel modo in cui talvolta il narratore si rivolge direttamente al lettore nelle sue invettive e nelle sue presentazioni, il romanzo incredibilmente non ne soffre e si mantiene "giovane" nel ritmo, nei contenuti e nella trama ricca di colpi di scena.

Giudizio:

+5stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Uomo e donna
  • Titolo originale: Man and wife
  • Autore: Wilkie Collins
  • Traduttore: Alessandra Tubertini
  • Editore: Fazi
  • Data di Pubblicazione: 2017
  • Collana: Le strade
  • ISBN-13: 9788893252669
  • Pagine: 720
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 18,50

16 gennaio 2018

Il giardino di Elizabeth - Elizabeth von Arnim

In fuga dall’opprimente vita di città, l’aristocratica Elizabeth si stabilisce nell’ex convento di proprietà del marito, un luogo isolato e carico di storia in Pomerania. A vivacizzare le giornate della signora ci sono le tre figlie – la bimba di aprile, la bimba di maggio e la bimba di giugno –, le amiche Irais e Minora, ospiti più o meno gradite con le quali intrattiene conversazioni brillanti e conflittuali, sempre in bilico fra solidarietà e rivalità femminile, e poi c’è lui, l’Uomo della collera, «colui che detiene il diritto di manifestarsi quando e come più gli piace». Ma soprattutto c’è il giardino, una vera e propria oasi di cui Elizabeth si innamora perdutamente. Estasiata dalla pace e dalla tranquillità del luogo, trascorre le ore da sola con un libro in mano, immersa nei colori, nei profumi e nei silenzi, cibandosi soltanto di insalata e tè consumati all’ombra dei lillà. Mentre le stagioni si susseguono, Elizabeth ritrova se stessa, i suoi spazi, i suoi ricordi e la sua libertà. Una storia che ha molto di autobiografico narrata da una donna più avanti del suo tempo: una donna di mondo coraggiosa e irriverente che parla a tutte le donne di oggi. Uscito per la prima volta nel 1898 in forma anonima, Il giardino di Elizabeth, primo romanzo di Elizabeth von Arnim, ebbe da subito un successo clamoroso. Presentato qui in una versione integrale fino a ora inedita in Italia, è un romanzo del passato che colpisce per la sua modernità.

Recensione

Che lettura rinfrescante questo libro.
Il giardino di Elizabeth non ha una trama vera e propria ma si presenta più che altro come una raccolta di riflessioni, un diario leggero e indolente incentrato sul viscerale amore per la natura e per il giardino della sua residenza in campagna in particolare.

La vita in città è per Elizabeth soprattutto una soffocante prigione, così come lo sono gli obblighi sociali che la costringono a interfacciarsi con i vicini, la servitù e, talvolta, anche la propria famiglia.
Solo la nuova residenza in campagna sembra donare pace e gioia all'irrequieta protagonista, a dispetto della compiacente perplessità delle matrone del vicinato, che immaginano la vita fuori città inevitabilmentenoiosa per una donna giovane.
Ma Elizabeth è una donna fuori dal comune: gli eventi mondani non sono di alcun interesse, gli abiti eleganti un'infelice costrizione e persino le normali attività quotidiane come mangiare non sono altro che l'ennesima pedante convenzione che le ruba tempo per il suo amato giardino.

Il tono svagato della narratrice rende godibile e divertente un'opera che altrimenti avrebbe potuto interessare solo un pubblico più limitato ed esperto di botanica, dato il dettaglio in cui Elizabeth scende nel descrivere i suoi esperimenti di giardinaggio.
Non abbiate però la falsa impressione che la donna sia una giardiniera esperta tutt'altro: soprattutto inizialmente quella della cura delle piante è sorpattutto una lotta fatta di sogni entusiasti e parecchi ingenui errori, che sono poi uno dei punti fondamentali della narrazione perché contribuiscono al divertimento del lettore.

E' grazie infatti al suo tono leggero e alla fanciullesca sincerità che si riesce infatti a simpatizzare e parteggiare per questa ricca signora vissuta a fine '800 la cui principale preoccupazione era quella di ottenere l'aiuola di peonie dei suoi sogni senza essere intralciata da incombenze come gli obblighi di buon vicinato o i blandi tentativi del marito di attirare l'attenzione della moglie sul resto della famiglia.
Elizabeth reagisce a questi ostacoli con fanciullesco oltraggio e una buona dose di ironia furbetta: se leggerete il romanzo scoprirete infatti che il soprannome "l'uomo della collera" affibiato al povero consorte è quanto di più lontano si possa dire dell'indole dell'uomo in questione.

In conclusione Il giardino di Elizabeth è una lettura veloce e piacevolmente distensiva, in grado di far sorridere e resa ancora più gradevole dal fatto che si tratta di un'opera essenzialmente autobiografica.
Questa Elizabeth von Arnim deve'essere stata un bel personaggio!

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Il giardino di Elizabeth
  • Titolo originale: Elizabeth and Her German Garden
  • Autore: Elizabeth von Arnim
  • Traduttore: Sabina Terziani
  • Editore: Fazi
  • Data di Pubblicazione: 2017
  • Collana: Le Strade
  • ISBN-13: 9788893252676
  • Pagine: 180
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro

29 settembre 2017

Jane Austen - Juvenilia. La raccolta completa

I Juvenilia sono le opere scritte da Jane Austen adolescente, dal 1787 al 1793 e corrette anche in seguito fino alla vigilia della pubblicazione di Sense and Sensibility (1811). Il timore che la singolarità e la tagliente ironia di questi scritti giovanili potessero nuocere allʼimmagine della scrittrice impedì la loro diffusione per lungo tempo. I ventisette brani sono raccolti in tre quaderni manoscritti, intitolati dallʼautrice come si soleva fare coi volumi dei romanzi contemporanei (Volume the First, Volume the Second, Volume the Third). Si tratta di materiale eterogeneo, sia per quanto concerne la lunghezza che il genere: troviamo frammenti, romanzi brevi, romanzi epistolari, pezzi teatrali, versi e perfino un saggio storico. Allʼindomani delle prime novecentesche pubblicazioni, Virginia Woolf espresse sorpresa ed ammirazione per questi scritti giovanili, ma fu G. K. Chesterton il primo ad annoverare Jane Austen nella tradizione dellʼeccentrico, del burlesque e della parodia, accanto ad autori come Chaucer, Defoe, Swift, Fielding, Sterne, Butler. Con uno scritto di Virginia Woolf. Introduzione di Beatrice Battaglia.

Recensione

Non ce ne voglia Cassandra Austen, sorella di Jane, e non ce ne vogliano anche tutti gli amici stretti, i familiari più cari e gli studiosi a lei contemporanei che si guardarono bene dal trasmettere ai posteri gli scritti privati, le lettere, gli scarti e gli studi giovanili della scrittrice; nonostante i loro sforzi, qualcosa si è salvato dal fuoco censore del perbenismo vittoriano e scritti giovanili o romanzi incompiuti ogni tanto sbucano tra gli scaffali delle librerie, spesso riportati in auge in occasione delle stagioni estive.
Questa volta, la Rogas Edizioni ci propone la versione definitiva e completa di tutti i juvenilia austeniani, salvo eventuali nuovi fortuiti ritrovamenti di materiale inedito.
Il volume propone una ragionata passeggiata tra gli anni giovanili della Austen, una serie di sbirciatine, talvolta trafelate, sulla vita privata della giovanissima scrittrice. Sebbene, lo annuncio già, il volume sia particolarmente indicato per gli amanti del genere e della scrittrice e non particolarmente consigliato, invece, a chi si appresta per la prima volta all'opera della Austen, ciò che questa raccolta ha da offrire, oltre alla collezione di materiale sparso qua e là, è una precisa visione di questa importante stagione di vita. Come chiarito nella precisa prefazione al libro, come ribadito, alla fine, dalla squisita postfazione di Virginia Woolf (vera ciliegina sulla torta), la quindicenne Jane Auster - volendo scegliere un anno a caso della sua adolescenza - è già una scrittrice a tutti gli effetti. Nei suoi brevissimi racconti, quasi fulminei nell'effetto di improvvisa ilarità che sembra voler suscitare, nelle lettere private, negli abbozzi di romanzi si vede chiaramente una giovane ragazza che si diverte a intrattenere amici e coetanei facendo il verso ai piccoli grandi drammi quotidiani dell'alta società nella quale erano tutti immersi; oltre la superficie, però, si può scorgere anche la struttura ossea di quella che sarà l'Austen adulta, l'impianto, ancora acerbo, dei suoi più noti romanzi, e sicuramente su tutti brilla, quantomeno per originalità e finezza, l'umorismo inglese austeniano che non risparmia alcuno ma senza colpo ferire.
Il pregio di questa raccolta è indubbiamente una certa sistematicità nella struttura: il materiale narrativo non si sussegue senza criterio, ma si snoda come il proverbiale fil rouge ed è inoltre ben supportato da un apparato di note, appendici, indicazioni cronologiche e bibliografiche.
Un altro pregio, da indirizzare, in questo caso, direttamente alla Austen, è la pregevole varietà del materiale raccolto: oltre ai già menzionati racconti e romanzi incompiuti o abbozzati fanno la comparsa pezzi teatrali, aforismi e addirittura qualche saggio, a conferma del valore di quello che sono ben più di semplici scherzi giovanili.
Se, presi tutti insieme, questi testi offrono un colpo d'occhio davvero notevole, d'altro canto, visti da vicino, singolarmente, presentano inevitabilmente luci e ombre. Pur nella loro varietà, i testi offrono caratteri e situazioni che si ripetono anche più di quanto ci si aspetterebbe. Jane Austen presenta una cura del dettaglio che nella maggior parte dei casi inizia e si esaurisce nello sfoderare una lista infinita di nomi cognomi e titoli, che affaticano la lettura e confondono il lettore. Dopo un po', si comincia ad avere la sensazione di star rileggendo lo stesso racconto all'infinito. A tratti, però, qualche scena colpisce al punto da meritarsi il suo legittimo posto nella memoria del lettore. Personalmente, continuo a ridere rumorosamente ogni volta che penso a una particolare scena: una svenevole ragazza che, appena svenuta, si affretta a svenire nuovamente, tanta era l'impazienza di mostrarsi svenevole a tal punto. Che fosse proprio intenzione della ragazza recitare tale parte non è detto, ovviamente, ma viene caldamente suggerito dalla divertita narratrice.
Per tali ragioni, come preannunciato, giudico questa raccolta un must per i cultori della Austen e, nella migliore delle ipotesi, un utile approfondimento per il lettore di passaggio.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Juvenilia. La raccolta completa
  • Autore: Jane Austen 
  • Traduttore: S. Censi, A. Marrocco
  • Curatore: A. Marrocco 
  • Editore: Rogas Edizioni
  • Data di Pubblicazione: 2017
  • Collana: Darcy
  • ISBN-13: isbn13
  • Pagine: 9788899700126
  • Formato - Prezzo: Rilegato - 23,90 Euro

9 agosto 2017

Sherlock Holmes e lo strano caso di Alice Faulkner - Arthur Conan Doyle, William Gillette

Una famiglia aristocratica ingaggia il detective per recuperare alcune lettere compromettenti in possesso di Alice Faulkner, una giovane che, con quei documenti, avrebbe potuto vendicare la sorella, ingannata da un nobile e condotta alla morte. Alice, a sua volta, è stata raggirata da una coppia di truffatori e tenuta prigioniera in casa dove viene continuamente maltrattata perché continua a tenere segreto il nascondiglio dei documenti. A questo punto, Holmes interviene e cerca, a sua volta, di ingannare i due malfattori che si rivolgono al Professor Moriarty per recuperare ciò che cercano e per fare uccidere Holmes. Il loro piano e quello di Moriarty, però, falliscono e Holmes recupera le lettere compromettenti ma poi si rifiuta di consegnarle ai propri committenti in quanto, innamoratosi di Alice, ritiene che dovrebbe essere lei a decidere se restituirle. Quando Sir Edward Leighton, emissario della Corona e il Conte Von Stalburg gli chiedono conto delle indagini, Holmes ammette di aver fallito. Alice, che ha sentito tutto, si pente e restituisce le lettere: il suo gesto induce Holmes a iniziare con lei una storia d'amore.

Recensione

Leggere un testo teatrale, rispetto alla modalità di fruizione per cui viene scritto, cioè la rappresentazione scenica, è sempre una fatica. Vale anche per il giallo scritto quasi a quattro mani da Sir Arthur Conan Doyle e William Gillette, uno dei primi e più fedeli interpreti della sua creatura, l’investigatore con la pipa, sulle scene teatrali. Il valore della pubblicazione è quasi prettamente erudito visto che il motivo che rende importante la pièce teatrale è che da questo lavoro scritto da Conan Doyle insieme all’attore e impresario teatrale nel 1899 è stata tratta la sceneggiatura di uno dei primissimi film con Holmes protagonista, ancora muto e girato nel 1916 negli USA e del quale si credeva non esistessero più copie fino al 2014, quando una vecchia pizza del film muto è saltata fuori dalla Cinémathèque Française.

E va almeno menzionato il fatto che proprio dalle interpretazioni sulla scena teatrale dell’americano Gillette il britannico Holmes nasce l’iconografia classica del britannico Holmes: si devono a lui due tratti inconfondibili del personaggio, il berretto da cacciatore e la caratteristica pipa ‘calebassa’. Dunque il ruolo di Gillette nella creazione di un’immagine che fa ormai parte non solo della storia della letteratura, gialla e non solo, ma anche della cultura popolare è tutt’altro che secondario.

La presenza di una serie di indicazioni – all’interno del testo – molto precise su come l’azione scenica doveva svolgersi, sia per gli spostamenti degli attori e la loro interpretazione sia per le scenografie, se da un lato appesantisce notevolmente la lettura dall’altro fa parte di un modo di scrivere che si avvicina molto alle moderne sceneggiature per il grande schermo. La settima arte era appena agli inizi dei suoi sviluppi ma gli interpreti di Broadway erano già pronti a fare il grande salto in direzione Hollywood, e Holmes si guadagna un posto in prima fila nel tappeto rosso delle glorie in celluloide anche grazie all’abilità di Gillette, che infonde un’anima al personaggio.

Nonostante l’appesantimento dell’apparato di annotazioni e la difficoltà di leggere un testo pensato per essere visto, nella storia di Alice Faulkner si ritrovano tutti gli elementi più classici delle trame di Conan Doyle: lo scontro con l’antieroe maligno di Holmes, il genio del crimine Moriarty, che arriva qui, per la soddisfazione del pubblico pagante, allo scontro diretto con l’eroe; il rapporto con il jet-set di fine ‘800, la casa regnante di un Paese misterioso, e un ricatto legato a lettere pruriginose, secondo un topos consacrato nel racconto di Poe del 1845, ‘La lettera rubata’ con il detective Auguste Dupin; le ambientazioni thriller della Londra di fine secolo, percorsa dai fiacre e coperta da fitte nebbie nelle quali si aggireranno personaggi come il conte Dracula, il dr. Jekyll o Jack lo Squartatore, sospesi tra realtà e finzione; una vicenda sentimentale con la bella e virtuosa fanciulla in pericolo, il cui cavaliere soccorritore indossa gli abiti insoliti dell’investigatore schiavo contemporaneamente della sua ragione e dei paradisi artificiali cui si accede con la soluzione al 7 per cento, ma non – o perlomeno non ancora – dell’amore.

In tutto questo cocktail di stilemi a volte un po’ triti e con tipico finale cinematografico si riconosce la mano di autori – Conan Doyle e Gillette – che conoscono bene i gusti del loro pubblico e sanno come titillarli, creando un prodotto da industria editoriale, come accade quasi sempre nel giallo, ma comunque di alta qualità e la pièce risulta essere una buona mescolanza di temi non originali ma già sfruttati in altri racconti come ‘Uno scandalo in Boemia’ e ‘Uno studio rosso’, tra i più famosi dello scrittore scozzese. Del resto che in fondo alle mirabolanti avventure di Holmes, Watson e company ci siano delle solide esigenze commerciali lo ricorda anche la copertina del libro, in cui i due protagonisti campeggiano con i volti dei loro ultimi, meritatamente fortunati, interpreti televisivi, Benedict Cumberbathc e Martin Freeman.

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Sherlock Holmes e lo strano caso di Alice Faulkner
  • Titolo originale: Sherlock Holmes
  • Autore: Arthur Conan Doyle, William Gillette
  • Traduttore: Alessandro Gebbia
  • Editore: Rogas Edizioni
  • Data di Pubblicazione: 2017
  • Collana: DarcyincontraDupin
  • ISBN-13: 9788899700096
  • Pagine: 240
  • Formato - Prezzo: paperback, Euro 16,90

20 maggio 2017

I piccoli maestri - Luigi Meneghello

I piccoli maestri non sanno fare la guerra. Sarà perché hanno un forte spirito di libertà, che li rende refrattari alle gerarchie militari. Sarà perché hanno letto troppi libri e possiedono uno scarso senso pratico. Sarà che loro preferiscono la parola all’azione. Il fatto è che quel gruppo di studenti universitari che nell’autunno del 1943 si dà alla macchia prima sui monti del bellunese e poi sull'altopiano di Asiago per combattere la propria personale guerra contro il nazismo, sperimenterà un apprendistato umano, più che politico. Gigi e Lello studiano lettere, Enrico e Simonetta, ingegneria e Bene, medicina. A loro si uniranno un marinaio, un operaio ed un sottufficiale degli alpini. Sarà questa la formazione partigiana dei “piccoli maestri”, ovvero la «banda dei perché», come loro stessi la chiamano. Alla sua guida c’è Capitan Toni, Antonio Giuriolo, partigiano anomalo, aderente al partito d’azione, non capo politico, professore precario di filosofia perché si è rifiutato sempre di prendere la tessera del fascio.

Recensione

I piccoli maestri’ di Meneghello è un libro – tra romanzo e diario – di guerra e sulla guerra ma quasi senza guerra. A chi legge, almeno, resta all’incirca quest’impressione: che di guerra si parli solo di striscio, per caso, in modo quasi involontario. Oggi, passati oltre settant’anni dai fatti e più di mezzo secolo dalla pubblicazione, comincia forse a esserci la giusta distanza per giudicare serenamente un’opera che ha suscitato forti polemiche al momento della sua uscita.

Nel 1964, anno della prima edizione, i fatti di cui Meneghello parla anche in forma autobiografica sono ancora troppo vicini e gravidi di conseguenze per permetterne una ricostruzione, non obiettiva – il che forse sarebbe difficile pure oggi – ma quanto meno libera da eccessivi condizionamenti politici. Meneghello, invece, poteva permettersi una fuga in avanti perché la giusta distanza l’aveva trovata iniziando una brillante carriera universitaria in Gran Bretagna e perché la formazione politica per la quale aveva militato durante la resistenza partigiana, il Partito d’Azione, si era dissolta sin dal 1947. La scelta di riappropriarsi di un episodio nodale della sua vita parte per l’autore con la scelta di un titolo che, a dispetto di quanto potrebbe apparire, ha un senso fortemente autoironico.

Fare ironia – in questo caso autoironia – su un tema delicato come la resistenza, momento fondativo della Repubblica Italiana nel bene e nel male, doveva avere, in quegli anni, un significato dissacrante che oggi è difficile cogliere. Eppure, man mano che si procede nella lettura, si capisce inevitabilmente che i ‘piccoli maestri’ del titolo sono una geniale e affettuosa interpretazione di un momento generazionale guardato da lontano, con una specie di nostalgica e paternamente bonaria ironia. I piccoli maestri hanno contribuito a salvare l’Italia dall’ignominia dal nazifascismo e lo hanno fatto con un’ingenuità tipica degli anni della gioventù: Meneghello guarda appunto a quegli eroici furori con un divertito e maturo disincanto, che rende il suo racconto difficile da ricondurre alla celebrazione riservata alla resistenza da intellettuali, politici e storiografi ma che, lungi dal voler dissacrare o sminuire, si assume il gravoso compito di riconsegnare i fatti storici alla realtà attraverso la narrazione dei ricordi nudi e crudi.

E nei ricordi la crudezza della guerra resta sullo sfondo rispetto al traguardo di ricreare l’atmosfera e le idee dei molti giovani che hanno partecipato e dato la vita nella lotta partigiana, non sempre con la consapevolezza che la versione dei vincitori ha poi cucito loro addosso. I piccoli maestri sono allora ‘piccoli’ perché involontariamente presuntuosi, con il loro idealismo velleitario, ma anche perché con i loro ‘piccoli’ sacrifici hanno costruito la possibilità di un futuro diverso per l’Italia.

C’è tutta la divertita nostalgia per la giovinezza nella ricostruzione di quel modo scapestrato di fare resistenza raccontato da Meneghello, lontano dagli intrighi di partito e forse quindi poco ‘partigiano’ e insieme, tuttavia, rigoroso e impegnato. La morte compare – e lo stesso anche per gli scontri a fuoco, le imboscate, le battaglie – quasi solo di striscio: dei numerosi compagni di lotta persi nei due anni scarsi di clandestinità sui colli veneti l’autore, in modo pudico, fa, in molti casi, solo un rapido cenno delle circostanze della morte. Il pericolo, il rischio corso dalle staffette, l’incoscienza e la leggerezza con cui i piccoli maestri affrontano la guerra civile rivelano nella scelta della lotta un impulso vitale spontaneo prima che una scelta mentale ponderata; e del resto l’autore e i suoi compagni erano poco più che ragazzi, metterli sul piedistallo della retorica patriottica, sembra quasi dire Meneghello, sarebbe quasi tradire la loro purezza sventata e coraggiosa.

I personaggi di Meneghello, piuttosto, i compagni di università, i contadini giovani e poveri, i raccoglitori di sterpi, gli operai, le ragazze borghesi come Simonetta, i ladruncoli di camicie sfilano come in una parata festosa, una parata in cui si festeggia la liberazione, non solo dal morbo nazifascista della Repubblica di Salò, ma anche dalla retorica patriottica vieta e ipocrita, che in breve, dopo il 25 aprile, avrebbe fagocitato, con il crudo linguaggio della realpolitik, quanto di più autentico e vivo era sbocciato nella generazione falciata dal più catastrofico, per l’Italia e il mondo, conflitto bellico della nostra storia.

Giudizio:

+5stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: I piccoli maestri
  • Autore: Luigi Meneghello
  • Editore: BUR
  • Data di Pubblicazione: 2013
  • Collana: Contemporanea
  • ISBN-13: 9788817061186
  • Pagine: 234
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 10,50

21 aprile 2017

La valle dell'orso - Richard Adams

Profezie e leggende avevano preannunciato il ritorno di Shardick, un orso terribile che semina il panico e la distruzione nella valle abitata dal primitivo popolo degli Ortelga.








Recensione

Chi si aspetta di ritrovare le epiche avventure della colonia di conigli che ha reso Richard Adams famoso in tutto il mondo, dovrà giocoforza ricredersi.
In questo romanzo, nonostante gli evidenti rimandi naturalistici che il titolo richiama, troviamo un altro tipo di natura, quella umana, attraverso le vicissitudini leggendarie e dall’evidente gusto epico di una terra multi-sfaccettata, contraddittoria nelle sue essenze.

La storia parte da un incendio che lambisce il fiume dove si trova Ortelga, l’isola avamposto di una civiltà umana, succube dell’egemonia della città di Bekla, dove vivono uomini semplici dediti alla caccia e alla sopravvivenza, governati da un barone mandato dalla capitale. Vicino a essa troviamo Quiso, un altro avamposto di frontiera dove le sacerdotesse dedite al culto di Shardik si confinano per gran parte dell’anno. Ed è proprio Shardik che appare in tutta la sua magnificenza: un orso che arriva all’isola per scampare alle fiamme e riporta nei suoi abitanti l’antico fulgore per le tradizioni del passato, quasi un misticismo collettivo.
L’orso dio non tornava da secoli al suo tempio, ed è portatore di un messaggio che i suoi custodi, coloro che per primi lo vedono, devono recepire e comunicare al popolo. Il più improbabile degli uomini, il cacciatore Kelderek noto come Gioca-coi-bimbi, è uno di questi, insieme a lui si unisce la Tuginda, la sacerdotessa capo della setta di Quiso, nella missione di venerare, onorare e seguire il loro dio. Ma una popolazione invasata, che nell’evento riconosce la possibilità di ritornare al Governo dell’intero regno, separerà le strade dei due, portando Kelderek a diventare altro ma soprattutto a fare un lungo percorso di crescita personale, conducendolo in luoghi – e situazioni – che la sua povera mente semplice non sarebbe stata nemmeno capace di immaginare.

Questo credo che sia il fulcro centrale del racconto: attraverso Kelderek, che compie un vero e proprio percorso dell’eroe, circondato dal realismo magico che permea tutta la storia, attraversiamo le epoche di svolta, le battaglie e i cambiamenti sociali di una umanità intera: egli da cacciatore diventerà re/pontefice, poi esule e schiavo e ancora altro, facendo un continuo confronto con la sua coscienza personale e la sua spasmodica ricerca della guida che l’orso in cattività prima e fuggitivo poi dovrebbe fornirgli. Sino ad arrivare a una sintesi: i bambini sono il futuro, e l’infanzia è il vero tesoro da proteggere, a ogni modo possibile.

Tanti sono i temi che vengono fuori dalla lettura, tutti collegati alla morale e a temi etici, ancora oggi, drammaticamente attuali: Adams ci parla del confine tra giustizia sociale ed estremismo religioso, di reclusione e di libertà, di amore per le tradizioni semplici contrapposte al fascino di una vita moderna e agiata, di schiavitù e di quanto sia lecito poter dire di possedere qualcun altro. E ancora di guerra di liberazione che rende le vittime carnefici peggiori dei loro precedenti padroni.
I L’intera società descritta, variegata sulla base della zona in cui la storia, o meglio l’orso, si sposta, riflette in maniera netta le diversità sociali e culturali delle popolazioni che si ritrovano, a discapito delle differenze, a ritrovare un messaggio comune pur di mettere un punto fermo alla pace dei territori.
Che sia in nome di un dio o dei principi di affermazione, non ha alla fine importanza.
L’ambientazione risulta varia ma comunque netta e ben descritta, il lettore, data la dovizia di particolari, in alcuni tratti sin troppo estesa, ha modo di comprendere, di entrare dentro il villaggio, la città o l’antico luogo di culto di una società ormai desueta e scomparsa, i cui eredi danno inizio a una nuova era.
Anche la psicologia dei personaggi, tutti filtrati secondo la terza persona narrativa a tratto onnisciente, risulta delineata, consapevole, verosimile, per quanto comunque si fatichino a volte a comprendere le scelte intraprese.

Il libro trova una sua conclusione tutto sommato congrua, in uno stile pulito ma prolisso, che a volte annoia proprio per la creazione ad hoc dei tempi andati, lontani, che potrebbe corrispondere a qualsiasi epoca antica. Ma in sé racchiude anche il messaggio ultimo, legato al futuro, esattamente come prima si commentava.
La valle dell’orso diviene pertanto un’esperienza di lettura particolare, di sicuro non adatta a tutti i palati.
Un romanzo dalle tinte epiche, con una venatura di fantastico che permea l’intero impianto, che può stupire quanto invece lasciare indifferenti. Totalmente diverso dalle storie dei conigli che gran parte del mondo ha amato, eppure simile nella concezione e nel tema che va al di là della trama. Un libro che ancora oggi è quasi introvabile, se non si sa dove cercare.

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: La valle dell'orso
  • Titolo originale: Shardik
  • Autore: Richard Adams
  • Traduttore: Pier Francesco Paolini
  • Editore: Rizzoli
  • Data di Pubblicazione: 1976
  • ISBN-13: 9788817133630
  • Pagine: 420
  • Formato - Prezzo: € 7,00

7 febbraio 2017

Frammenti lirici greci - a cura di Emiliano Randazzo

Dal «lieve rogo» d’amore di Saffo alle «soavi melodie» di Stesicoro, dal «sorriso di miele» di cui Alceo sop­porta il peso, all’«amore di fanciullo» descritto da Teocrito: una scelta antologica dei frammenti lirici greci condotta interamente sul tema della “musicalità” del verso poetico, come illustra il traduttore e curatore, il Maestro Emiliano Randazzo, nella sua introduzione. Il lettore potrà godere della piena lettura dei versi grazie alla voce recitante dell’attrice Donatella Allegro.


Recensione

Si può dire che una nuova edizione di classici per eccellenza come i lirici greci non è mai un'occasione sprecata. Soprattutto se si cerca di illuminare alcuni aspetti, non da specialisti, di una poesia il cui suono ci giunge da molto lontano, confuso, quasi attraverso un'eco, come la lirica greca. Nell'introduzione Emiliano Randazzo sottolinea il ruolo della componente musicale per una poesia che nasce proprio per uno strumento, la lira, sacra ad Apollo, e che è in realtà musica nella sua più intima essenza linguistica, tra articolazione delle parole e della metrica; ed è altrettanto apprezzabile la possibilità di usufruire di una versione online, una sorta di audiolibro, che restituisce almeno una parte del valore aurale di una serie di frammenti che di solito, anche a scuola, sono condannati a essere letti ma mai ascoltati, come invece erano stati concepiti.

Detto questo, tenendo conto che - almeno per intuizione - il curatore prova a dare l'occasione di sentire il valore delle opere al di fuori di ogni tentativo di interpretazione e di spiegazione, il che non è poco né scontato, destano tuttavia dei dubbi diversi aspetti del risultato finale. In linea generale, anche se si rispetta la volontà di rendere disponibile i testi lirici al di fuori di ogni mediazione, emerge una discreta difficoltà nel comprendere le scelte sugli autori inseriti nel canone lirico e anche nella scelta dei testi. Perché alcuni e non altri? Sarebbe interessante conoscere le ragioni per cui a Saffo, giustamente, in quanto più nota, sono riservati ampi spazi, mentre per altri autori altrettanto importanti gli spazi sono più ridotti, come nel caso di Alceo, o molti altri sono del tutto assenti, come Solone, Pindaro o Bacchilide.

Non è questa una critica alla scelta, semmai una curiosità naturale sulle ragioni della stessa. La traduzione, che in mancanza di altre indicazioni si suppone opera del curatore, presenta diversi punti controversi, ma, visto che ogni traduzione, e a maggior ragione nel caso di un testo poetico così complesso come il frammento lirico, costituisce un'opera a se stante - per tutti l'esempio delle traduzioni dei lirici del premio Nobel Salvatore Quasimodo -, più che criticarli sarebbe interessante comprendere le ragioni e i significati delle scelte. In questo senso sarebbero utili delle introduzioni, delle annotazioni o delle sintesi che aiutino il lettore a capire il tipo di relazione che è stato individuato come ponte tra testo di partenza in greco antico, ricco di complesse forme dialettali, e testo d'arrivo in italiano. Ancora la scelta di inserire delle note in coda a tutti i testi ma senza segnalarle all'interno dei singoli frammenti rende meno immediata la funzione esplicativa delle stesse; risulta infine difficile da comprendere anche una certa disomogeneità nella scelta dei criteri di trascrizione del testo greco.

Di fronte a un compito arduo come quello di rendere accessibile un patrimonio incommensurabile della cultura umana, i lirici greci, che da una parte vengono spesso banalizzati in mille modi - dalla scritta su t-shirt al biglietto nel cioccolatino - e dall'altra rimangono indigesti alla lettura, sia per la natura frammentaria sia per demeriti scolastici, la raccolta che qui viene recensita ha senza dubbio la virtù dell'immediatezza. Sarebbe più apprezzabile se avesse aggiunto il pregio di indicazioni almeno di massima utili a orientarsi fra le scelte tematiche e lessicali, i contenuti e le tipologie testuali più importanti.

Giudizio:

+2stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Frammenti lirici greci
  • Autore: a cura di Emiliano Randazzo
  • Editore: Bordeaux
  • Data di Pubblicazione: 2015
  • ISBN-13: 9788897236726
  • Pagine: 194
  • Formato - Prezzo: paperback - Euro 12,00

7 gennaio 2017

Radici - Alex Haley

Nella seconda metà del Settecento il giovane Kunta Kinte viene strappato dal suo villaggio africano e portato in America come schiavo. La sua vita cambierà, come quella dei suoi discendenti: Bell, Kizzy, Chicken George e tutti gli altri, fino a giungere ad Alex Haley, l'autore di queste pagine.





Recensione

Rintracciare le proprie radici africane per dare un senso al proprio presente: questo lo scopo che si era prefissato Alex Haley (1921-1992) quando, negli anni '60, decise di indagare sulle storie sempre più obliate e lacunose che si tramandavano di padre in figlio nella sua famiglia, un viaggio attraverso due secoli e due continenti. Così Haley giunse in Africa, da cui il suo avo Kunta Kinte, figlio di Omoro e Binta della tribù dei mandinka, fu strappato dall'uomo bianco per essere deportato in Virginia in una traversata lunga e impietosa e poi venduto a una piantagione.

Trasformato da nobile esponente di una stirpe guerriera in un oggetto, una mera merce valutata in base al lavoro che è in grado di svolgere, Kunta Kinte, conservando a lungo la sua indole selvatica e fermamente deciso a tornare al suo villaggio natale, si imbarca in tentativi di fuga sempre più disperati e puniti sempre più duramente, fino al taglio del tallone che costringe il padrone a venderlo al fratello, non potendo più utilizzarlo nella sua piantagione. Grazie al contatto con altri schiavi domestici e alle sue mansioni di ortolano prima e cocchiere del padrone poi, Kunta, ribattezzato 'Toby', impara l'inglese e si lascia progressivamente addomesticare dalla routine della vita nella tenuta del - tutto sommato umano - Dottor Waller, fino a sposarne l'impudente cuoca, Bell, dopo un lungo e maldestro corteggiamento.
Desiderando tuttavia mantenere vivo il ricordo dell'Africa, della sua lingua e delle sue tradizioni, Kunta tramanda alla figlia Kizzy la storia della sua infanzia e della sua cattura, nonché alcuni usi e termini mandinka che Kizzy, venduta a un depravato padrone del North Carolina, tramanderà a sua volta al figlio bastardo che gli partorirà.
La narrazione distesa e dal sapore quasi mitico abbandona dunque Kunta Kinte, di cui non è possibile ricostruire la fine dei giorni, per spostarsi su Kizzy. E poi su George, Tom e quindi Cynthia, in un progressivo contrarsi narrativo, una catena ininterrotta che racconta la storia della schiavitù tra il 1767 e la seconda metà dell'Ottocento. Finché, grazie al nome del fiume vicino al villaggio natale di Kunta, miracolosamente sopravvissuto a due secoli, Haley, nipote di Cynthia, riesce a ritrovare in Gambia le tracce dell'antenato e a ricostruirne faticosamente la vita e la discendenza.

Pubblicato nel 1976 e divenuto in pochissimo tempo un caso editoriale e un best seller internazionale, Radici è forse più conosciuto in Italia per lo sceneggiato trasmesso nel 1978, che godette di ampia popolarità. Si tratta di un'opera umanamente pregna che, al di là degli ovvi ricami romanzeschi, è un documento storico preziosissimo su quella macchia nera nella storia umana che fu la schiavitù, ancor più crudo e disincantato de Il colore viola di Alice Walker in quanto frutto di un'appassionata documentazione storica che, quasi duecento anni dopo lo sradicamento di Kunta Kinte, riporta il suo sangue all'Africa, libero e consapevole. Abile mistificazione costruita a fin di bene o no, preservare questo classico della letteratura americana dall'oblio diventa un dovere morale.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Radici
  • Titolo originale: Roots
  • Autore: Alex Haley
  • Traduttore: M. Amante
  • Editore: BUR
  • Data di Pubblicazione: 2005
  • Collana: Narrativa
  • ISBN-13: 9788817005401
  • Pagine: 505
  • Formato - Prezzo: Brossura - 11.00 Euro

27 dicembre 2016

Cosi-Sancta, Il sogno di Platone, Avventura indiana - Voltaire

I tre racconti scelti per questa collana (Cosi-sancta, Il sogno di Platone e Avventura indiana) non hanno un evidente filo logico. Nondimeno, sono accomunati proprio dall’ironia volteriana che in essi è ben manifesta. In Cosi-Sancta, racconto licenzioso che porta l’esotico sottotitolo di “novella africana”, lo scrittore parigino, anziché riprodurre le atmosfere orientaleggianti dell’antica Ippona, le cui vestigia si trovano in Algeria, ove il sommo Sant’Agostino professava il suo credo, connota con nomi che richiamano un finto esotismo (Ribaldos, Capito, la medesima Cosi-Sancta) un pressoché inalterato mondo occidentale trasposto su uno sfondo africano. Il sogno di Platone, diversamente, è un brevissimo racconto, nel quale Voltaire immagina che Platone abbia avuto un sogno alquanto singolare. Durante un alterco scaturito in seno ai geni creatori dei vari pianeti del sistema solare, uno di questi schernisce Demogorgone, il creatore della Terra, rinfacciandogli di aver plasmato un pianeta imperfetto. Nell’ultimo racconto tradotto, Avventura indiana, Voltaire affronta una tematica a lui molto cara e sentita: la tolleranza religiosa. Sarebbe improprio parlare di tolleranza, poiché nel racconto si fa esplicito accenno a una intolleranza spietata, che porta “ironicamente” a una non risoluzione, similarmente alle idee di Platone ne Il Sogno. Questa volta il protagonista della vicenda è Pitagora, il quale si trova in India per un percorso ascetico e meditativo

Recensione

I tre brevissimi racconti ritradotti da La Bottega dei Traduttori rientrano nel genere letterario a contenuto filosofico dell'apologo o, ancora meglio, della facezia: una piccola vicenda diventa esemplificazione di un percorso o di un'idea oggetto di dibattito nella filosofia, come accade nel più complesso e, tutto sommato, più riuscito Candido, che mette alla berlina le teorie leibniziane sul migliore dei mondi possibili e sull'ottimismo.

Così nelle tre novelle in questione Voltaire fa sfoggio della sua pungente ironia - anzi, più propriamente di un sarcasmo volto a ridicolizzare alcune posizioni filosofiche più che a provocare un progresso come invece avveniva con l'ironia socratica - per criticare la moralità giansenista, poi il platonismo avulso dalla realtà, infine il fanatismo religioso.
Nel primo caso il ridicolo corre sul filo dell'assurdo nell'anacronismo per cui una novella sul giansenismo viene ambientata nell'Africa romana di sant'Agostino, nel V secolo d.C.; nel secondo apologo, che riprende il luogo comune dell'evanescenza della speculazione metafisica, il vano sproloquio platonico viene confinato dalla concretezza di un discepolo al mondo onirico con una battuta tagliente ed icastica, con un atteggiamento simili a quello anti-socratico nelle Nuvole di Aristofane; il terzo racconto dipinge il fanatismo religioso come un mostro che non è possibile abbattere, perché, sconfitto in un punto, rinasce poco distante, appena lo si ritiene debellato, come capita a Pitagora, vittima, per ironia della sorte, della stessa superstizione umana che aveva combattuto in India.

Le tre storielle edificanti e argute rivelano l'acutezza del pensiero voltairiano, così come l'apparato introduttivo permette di contestualizzare le opere con precisione. Sulla scelta di tradurre cercando di ricostruire la struttura originale della lingua del filosofo illuminista in un italiano arcaizzante, invece, restano dei dubbi. Di certo il tentativo di ricreare la patina linguistica del XVIII secolo è interessante, tuttavia il rischio di ottenere un andamento pesante e a volte non perspicuo nel discorso è concreto, e inoltre rimane il fatto che una traduzione, per quanto mimetica e rispettosa delle volontà dell'autore, non è mai l'originale, ma sempre un suo tradimento e una sua interpretazione.

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Cosi-Sancta, Il sogno di Platone, Avventura indiana
  • Titolo originale: Cosi-Sancta, Songe de Platon, Aventure indienne
  • Autore: Voltaire
  • Traduttore: Sergio Piscopo
  • Editore: La Bottega dei Traduttori
  • Data di Pubblicazione: 2016
  • Collana: Classici da (ri)scoprire
  • ASIN: B01HCC21SM
  • Pagine: 17
  • Formato - Prezzo: eBook - Euro 0,99

25 novembre 2016

Racconti fantastici - Benito Pérez Galdós

Dalla penna di un maestro del realismo spagnolo, un testo che raccoglie dodici storie fantastiche, in quella dimensione dell'inverosimile che comporta la rottura o la sospensione proprio di quelle leggi fisiche che danno forma al reale, sulle orme dei grandi che da Jacques Cazotte a Gerard de Nerval, da E.T.A. Hoffman a Edgar Allan Poe, hanno scritto alcune delle pagine più intriganti della letteratura di ogni tempo.



Recensione

Potrebbe sembrare curioso che dalla penna grave del padre della letteratura spagnola realista Benito Pérez Galdós, autore di notevoli romanzi sociali - come Tristana - che nulla hanno da invidiare a quelli di Balzac, Zola o Flaubert, possano scaturire dei Racconti fantastici. Nato a Las Palmas de Gran Canaria nel 1843 e morto a Madrid nel 1920, Pérez Galdós si fece infatti grande interprete spagnolo del realismo, mettendosi al servizio della verità sociale sempre nell'ottica degli ultimi (non a caso gran parte della sua fortuna è legata agli Episodios Nacionales, una monumentale cronaca del XIX secolo spagnolo narrata attraverso la vita intima e quotidiana di personaggi umili).

Pubblicati tra il 1865 (Un’industria che vive della morte) e il 1897 (Rompicapo), il filo conduttore dei cuentos di questa raccolta è - appunto - il fantastico, inteso nella sua più estesa accezione che abbraccia il meraviglioso, il bizzarro, l'inverosimile, l'allegorico. Ancora fortemente legati alle radici romantiche dell’autore, questi brevi racconti sono voli pindarici dello spirito, sogni a occhi aperti che vedono la normale realtà quotidiana sfaldarsi in brecce assumendo contorni via via più chimerici. Così da un libro, il Dizionario della Lingua Castigliana, possono uscire carrolianamente Sostantivi, Aggettivi, Verbi e Interiezioni, pavoneggiandosi e dandosi battaglia con gran confusione. Un giovane uomo sul tram (Romanzo sul tram è forse il racconto più riuscito), l’immaginazione accesa dal racconto incompleto di un conoscente, può incontrare uno a uno i personaggi di un feuilleton senza più riuscire a discernere immaginazione e realtà. Una piuma al vento si ritrova, dotata di un'anima, a volteggiare per il mondo alla continua ricerca di una felicità che troverà solo nel poggiarsi sulla bara di una piccola anima strappata alla vita. Un brutto monello si innamora di una bambola e viene trasportato al suo fianco nel mondo dei balocchi. Un uomo può ritrovarsi l’Estate come compagna di carrozza e innamorarsi di lei. Una giovane donna che tenta di darsi la morte dopo la prematura scomparsa del promesso sposo si smarrisce in una città calviniana i cui quartieri si spostano di ora in ora. Una bambina diventa un angelo nella notte di Natale.

Un po' Nerval, un po' Gautier, un po' Hoffmann ma senza mai scivolare nel gotico, Benito Pérez Galdós offre al lettore dei divertissement dallo stile prezioso. Assolutamente da leggere, per riscoprire il geniale autore spagnolo sotto una nuova luce.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Racconti fantastici
  • Titolo originale: Cuentos fantásticos
  • Autore: Benito Pérez Galdós
  • Traduttore: A cura di M.R. Alfani; U. Castaldi, D. D'Amiano, R. Duccillo, S. Vitale
  • Editore: Donzelli
  • Data di Pubblicazione: 2006
  • Collana: Fiabe e storie
  • ISBN-13: 9788860360007
  • Pagine: XI-196
  • Formato - Prezzo: Rilegato, 20.00 Euro

7 novembre 2016

Le notti sull'isola - Robert Louis Stevenson

'La spiaggia di Falesà', 'Il diavolo nella bottiglia' e 'L'isola delle voci': questi i racconti che compongono Le notti sull'isola, il capolavoro che Stevenson scrisse durante i suoi ultimi anni di vita nelle Samoa Occidentali. Storie nelle quali il viaggio, la conoscenza di luoghi inesplorati ed esotici divengono portentosa ricerca di sé stessi, dove il lettore cade in un fiabesco universo parallelo, dove si descrivono con lirismo letterario volti, vicende e oggetti di un mondo reale quanto immaginifico.L'inconfondibile maestria di Stevenson, condensata in questi racconti meno noti al grande pubblico, sta tutta nel dono di trarre, come capita solo ai bambini, le suggestioni e le emozioni dal terreno di gioco che hanno a disposizione.

Recensione

La scelta fatta dai traduttori italiani della piccola raccolta di racconti di Stevenson, per quanto condivisibile per ragioni di brevità, sacrifica una parte significativa del titolo: quello che in origine suonava come ‘I divertimenti – o meglio ancora ‘gli intrattenimenti’ – delle notti sull’isola’ perde la parola più lunga e identifica il contenuto con la sua parte notturna. Questo non pregiudica, va detto, il godimento delle tre storie, la prima delle quali, quasi un piccolo romanzo, occupa più della metà delle pagine, ma rende meno immediato il motivo principale dell’ispirazione, è cioè il puro gusto dell’affabulazione, il fascino della parola raccontata, accresciuto dalla situazione notturna in senso lato che accomuna le tre storie.

Ed è anche vero che rispetto alla connotazione fortemente ombrosa e goticheggiante dei suoi romanzi più noti, come ‘L’isola del tesoro’, ‘Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde’ o ancora ‘Rapito’ o ‘Il signore di Ballantrae’, questi tre racconti riprendono il filone dell’esotico e del fiabesco che aveva sempre fatto parte dell’immaginario stevensoniano e che però, nei suoi ultimi anni di vita, dopo che ragioni editoriali e personali insieme, lo avevano spinto a trasferirsi stabilmente nelle isole di Samoa.

Se il mare ha quasi sempre avuto una parte importante nella vita e nelle opere dell’autore, in queste tre novelle e nell’ultima parte della sua produzione trova un ruolo da protagonista. In effetti le isole polinesiane sono poco più che dei puntini nella immensa vastità dell’oceano, che solo la vena affabulatoria del narratore riesce a eguagliare. Ed è proprio questa inesauribile sorgente di storie che sgorgava dalla mente di Stevenson, rinnovata e arricchita dalla forza dei paesaggi nuovi e insieme primordiali, che trova nelle ‘Notti sull’isola' libero sfogo al suo corso, soprattutto grazie all’abile costruzione dell’ambientazione nei mari del Sud e trascina quasi di peso il lettore dentro un quadro di Paul Gauguin o di Henry Rousseau, dai colori squillanti e dai tratti marcati, insieme antichi e incontaminati.

Il senso della fiaba accomuna le tre storie nei paesaggi con le spiagge coronate di palme, lambite dalla spuma di onde antiche come il mondo e come le storie che lasciano sulla battigia, come le conchiglie fatate dell’Isola delle voci, con le foreste silenziose e coperte da un intrico di fogliame e di presenze, con le vesti esotiche e succinte delle ragazze in fiore da Papeete a Waikiki, con il mistero palpabile e ambiguo delle magie di terre lontane non ancora toccate dalla presenza forte dell’uomo bianco con il suo raziocinio organizzatore e il suo senso del progresso.
Nel primo racconto, ‘La spiaggia di Falesà’ è in realtà l’aspetto enigmatico e soprannaturale dell’ispirazione stevensoniana è meno presente; infatti il protagonista è un mercante inglese che si trova ingannato da un connazionale ed è coinvolto in una vicenda tra le varie fazioni di indigeni ed espatriati legata ai taboo e alle tradizioni locali.
‘Il diavolo nella bottiglia’ invece contiene una storia d’amore intrecciata a un elemento magico, il genio nascosto in una bottiglia che esaudisce i desideri di chi la possiede in cambio della sua anima, che sembra arrivato direttamente dalle Mille e una notte dei mercanti arabi che si spingevano fino alle isole della Sonda.
Nell’ultimo racconto, 'L'isola delle voci', il più breve, troviamo una storia famigliare e coniugale incentrata sul rapporto tra uno stregone e il suo sciocco e presuntuoso genero, che ha tutto il sapore delle fiabe che si tramandano, magari con uno scopo educativo, nelle piccole comunità di generazione e in generazione, quasi una leggenda, in questo caso insulare più che metropolitana.

Non sono storie straordinarie nel loro genere, e neanche del tutto nuove, eppure l’autore riesce a imprimere alla narrazione un ritmo e un freschezza che le rendono bellissime, adatte alla fantasia di un adolescente come all’esperienza di un adulto, avvolte come sono in un senso del meraviglioso ingenuo eppure frutto di un’abilità tecnica solidissima, come se Stevenson le avesse trovate sulla riva del mare, tre conchiglie trasportate dalle maree, levigate dalle onde, risonanti di storie e le avesse semplicemente raccontate, in un’eterna catena, intorno a un falò, tra i palmizi ondeggianti nella brezza, in un tempo sospeso tra la risacca marina e il buio infinito della notte dei Tropici.


Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Le notti sull'isola
  • Titolo originale: Island Nights' Entertainments
  • Autore: Robert Louis Stevenson
  • Traduttore: Agnese Rollo, Massimo Biondi
  • Editore: Bordeaux Edizioni
  • Data di Pubblicazione: 2016
  • Collana: -
  • ISBN-13: 9788899641207
  • Pagine: 152
  • Formato - Prezzo: paperback - Euro 16,00

2 novembre 2016

I canti di un sognatore morto e Lo scriba macabro - Thomas Ligotti

La letteratura dell'orrore si è spesso mescolata alla science fiction nella storia di questo genere in Italia. Opere horror sono apparse su I romanzi di Urania, su Galassia, su altre collane, sempre con grande successo da parte del pubblico. Adesso l'orrore che dal nuovo mondo arriva in Italia è quello fenomenale e arcano del più degno erede dei classici del soprannaturale. Il concetto di un mondo reale che si sovrappone a quello che conosciamo, un mondo ove regnano la legge del caos e della morte, serpeggia tra le pagine di questo libro, oggetto di culto in tutto il mondo, insieme a tre elementi mediatici: il libro, le marionette, una vecchia città. Chimici che sperimentano droghe rivoluzionarie, antichi cavalieri condannati alla follia, un vampiro mezzosangue che deve sostenere la visita dei suoi curiosi parenti francesi, maschere capaci di cambiare il tempo e lo spazio, presenze che si aggirano nella notte... un libro magico, affascinante, di altissimo livello letterario, uno degli eventi più importanti e più attesi per la letteratura del fantastico in Italia. Un condensato di brividi, di dubbi, una porta su mondi terribili e alieni, che entusiasmerà sia chi ama la paura, sia chi ama la fantascienza La seconda parte del volume è invece l'edizione italiana di "Grimscribe", seconda antologia di Thomas Ligotti, che segue la prima "I canti di un sognatore morto". L'edizione che riunisce le due raccolte, cui si riferisce la recensione che segue, è edita da Penguin nella collana 'Classics': un vero tributo, per un autore che ha pubblicato i primi lavori appena 30 anni fa. In italiano entrambe le raccolte sono disponibili, separatamente, nell'edizione di Elara, nella collana 'Libra Fantastica'.

Recensione

Una raccolta di racconti brevi dell’orrore, al massimo si arriva a una manciata di pagine, e un senso del macabro, del grottesco e dell’angoscia esistenziale sottilmente originali: questi due pregi, insieme, fanno del libro di Thomas Ligotti un piccolo capolavoro di genere, un genere degenerato – chiedo venia per il gioco di parole – nella migliore tradizione di Poe, Lovecraft e King. Anzi in realtà due raccolte di racconti, perché l’edizione Penguin unisce le due prime raccolte di short tales dell’autore italoamericano, la prima, i ‘Canti di un sognatore morto’, del 1986, e la seconda, ‘Lo scriba macabro’, del 1991.
Due opere di esordio che però mostrano già una notevole maturità compositiva e tematica e che non potevano che migliorare nel tempo, in misura inversamente proporzionale alla stabilità mentale dell’autore. Anche in questo Ligotti rincorre i suoi più noti predecessori, E. A. Poe ed H. P. Lovecraft, le cui brevi vite trascorse sull’orlo della follia hanno spalancato a generazioni di lettori orizzonti infiniti di angoscia e di paura.


Edizione italiana Elara, 2015
In realtà in Italia Ligotti è un autore ancora poco conosciuto: ha avuto un primo inizio di notorietà grazie alla citazione nei crediti di una miniserie americana di grande successo e di pari qualità, la prima stagione di ‘True Detective’. In effetti sono soprattutto le atmosfere e le ambientazioni di questo piccolo gioiello televisivo che devono molto alla penna di Ligotti e che permettono di capire come l’influenza di un autore non molto noto, se non negli angusti territori della narrativa horror, possa esondare e impregnare di sé molto di ciò che c’è intorno. La maestria di Ligotti risiede nella capacità di creare un paesaggio dell’orrore originale, attraverso sottili richiami e citazioni dai classici, rinnovando degli schemi che affondano negli archetipi più intimi dell’animo umano e del contemporaneo. Mentre i racconti di Poe richiamano le tetre ambientazioni gotiche così naturali per il XIX secolo e quelli di Lovecraft trovano un ecosistema ideale nelle ombrose vallate del New England, le storie di Ligotti hanno il loro palcoscenico d’elezione nei margini del mondo contemporaneo, come se la realtà non fosse altro che la quinta scenica di un racconto macabro, sospeso tra il surreale e il virtuale. Periferie, piccoli villaggi, soffitte piene di cianfrusaglie, teatri abbandonati, manicomi e ospedali, edifici fatiscenti, strade deserte che sembrano non portare in alcun luogo, vecchie case di campagna costituiscono i luoghi del nuovo orrore di Ligotti, quasi la scena di un ‘teatro grottesco’, come suggerisce il titolo di una delle sue ultime fatiche.

L’angoscia che attanaglia il lettore non è la classica pelle d’oca prodotta dall’attesa di un solo colpo mortale; Ligotti riesce con maestria a circondare chi legge poco alla volta, con maestria, con uno stile a tratti barocco, che abbonda di descrizioni, soprattutto di scene e paesaggi, su tutte le sfumature dell’assurdo e del bizzarro. Alla fine ci si trova immersi in una dimensione appena leggermente sfasata dalla realtà, con un senso di disagio complessivo che non è legato alla situazione, piuttosto somma una serie di suggestioni quotidiane e comuni e le rende ‘creepy’, o meglio ne svela il lato oscuro.

Edizione italiana Elara 2015
È il caso dei racconti legati al tema delle maschere e del carnevale, di quelli legati ai culti della terra e alle tradizioni delle comunità rurali, o ancora delle storie ambientate nei luoghi dove il malessere dell’individuo prende una consistenza fisica, come i manicomi criminali o le case di cura, o alle periferie urbane semidegradate e disumanizzanti. Il panorama dell’incubo rinnovato da Ligotti con l’innesto originale delle proprie ossessioni si inserisce perfettamente nel paesaggio che ad ogni lettore di racconti e romanzi è famigliare, con le note caratteristiche di Poe, Machen, Lovecraft, King, Hodgson e così via: ad esempio nel racconto ‘Masquerade of a dead sword: a tragedy’ Ligotti riprende il celebre precedente di Poe, ‘La maschera della morte rossa’. In ‘Dr. Voke and Mr. Veech’si echeggia fin dal titolo lo sdoppiamento di personalità degli stevensoniani Jekyll e Hyde. In ‘The library of Byzantium’ i ricordi della biblioteca di Babele di Borges si intrecciano alla ricca tradizione sui grimori maledetti.

Ad arricchire il piatto del disgusto e dell’abominio – se ma ce ne fosse ancora bisogno – l’autore aggiunge anche delle brevi sezioni critico-letterarie in cui discute l’origine e il senso della sua ispirazione e in definitiva ciò che, per lui, rende estremamente concreta la visione fantastica della realtà. Perché sarà grazie a Thomas Ligotti che trovare un tetro maniero, un misterioso straniero senza nome e senza volto o un tempio costruito per idoli sanguinari non sarà più necessario a evocare l’immaginario dell’orrore.
Anche un manichino abbandonato in una discarica, un magazzino sgangherato o un vecchio cinema cadente, una soffitta polverosa piena di ciarpame: i ‘non luoghi’ della morbosità e della paura nuovi di zecca.

Giudizio:

+5stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Canti di un sognatore morto e Lo scriba macabro
  • Titolo originale: Songs of a dead dreamer and the Grimscribe
  • Autore: Thomas Ligotti
  • Editore: Penguin Random House
  • Data di Pubblicazione: 2015
  • Collana: Classics
  • ISBN-13: 9780143107767
  • Pagine: 464
  • Formato - Prezzo: paperback - $ 17,00

4 ottobre 2016

La variante di Lüneburg - Paolo Maurensig

Un colpo di pistola chiude la vita di un ricco imprenditore tedesco. È un incidente? Un suicidio? Un omicidio? L’esecuzione di una sentenza? E per quale colpa? La risposta vera è un’altra: è una mossa di scacchi. Dietro quel gesto si spalanca un inferno che ha la forma di una scacchiera. Risalendo indietro, mossa per mossa, troveremo due maestri del gioco, opposti in tutto, e animati da un odio inesauribile, che attraversano gli anni e i cataclismi politici pensando soprattutto ad affilare le proprie armi per sopraffarsi.

Che uno dei due sia ebreo e l’altro sia stato un ufficiale nazista è solo uno dei vari corollari del teorema. Un grande maestro del gioco, Kasparov, disse una volta: «Gli scacchi sono lo sport più violento che esista». Asciutto, lucido, teso, questo romanzo lo conferma con una storia che procede essa stessa come una efferata partita di scacchi – e insieme ci rivela uno scrittore.

Recensione

Capita che il criterio per scegliere quali libri leggere finisca per essere il caso: nel caso di Maurensig, per quanto mi riguarda, il titolo, sebbene non fosse privo di fascino, ricordava troppo una mappa stradale e in più la copertina aveva dei colori spenti e un’illustrazione che non spingevano, almeno nelle mie personali idiosincrasie estetiche, ad aprire il libro. In diversi casi tuttavia queste impressioni sono, per fortuna, superabili.

E una fortuna lo è di sicuro nel caso del romanzo di esordio di Maurensig, profondamente intriso di atmosfere mitteleuropee e carico di una malinconia dai forti accenti levantini. Se anche è vero che l’autore triestino riprende la struttura di una novella sul tema degli scacchi – o meglio sulla dipendenza dagli scacchi come metafora della vita in forma di guerra – scritta dall’austriaco Stefan Zweig nel 1942, però nello snello romanzo dell’autore italiano, più di cinquant’anni dopo, il tema degli scacchi e della guerra diventano tutt’altro che una metafora: sono una realtà concreta, in grado di fare del male e anche di uccidere.

Curiosamente se per Zweig la Schachnovelle costituisce l’opera di commiato volontario – di poco successivo, nell’esilio autoimposto in Brasile, è il suo suicidio insieme alla seconda moglie – da un mondo incendiato dalla follia nazista, per Maurensig invece la variante di Lüneburg è un esordio maturo e spettacolare. Non si fermano qui le differenze rispetto al modello.

Intanto la trama contiene degli intrecci tra piani narrativi – la vittima iniziale Frisch, il giovane Hans e il maestro di scacchi Tabori – che si mescolano, si confondono e si completano tra loro creando la sensazione di una vertigine nello svolgersi del racconto, quasi come se la scacchiera avesse dato vita a un’escalation di strategie in grado di inghiottire i personaggi, divenuti pezzi mossi da invisibili giocatori, come in un vortice. Inoltre la struttura parte come un giallo classico, con il cadavere di un ricco imprenditore austriaco che giace nel parco della sua villa di campagna. Dopo poche pagine però qualunque lettore si rende facilmente conto che quell'omicidio è destinato a rimanere senza soluzione e a creare anzi ulteriori interrogativi, dubbi, sfasature che non permettono di giungere a una conclusione. Soprattutto perché alla fine del romanzo ci si rende conto che il cuore della vicenda è un altro e che l’omicidio iniziale in realtà è l’ultima mossa di una partita a scacchi giocata a lungo, in stile bergmaniano, tra la vita e la morte.

È originale anche la scelta di inserire nell’ambientazione storica dell’Austria filonazista, decadente e malinconica, una sfida che si ripete e si perpetua come quella dei Duellanti di Joseph Conrad, e rappresenta nei panni dei due avversari l’idea stessa di una rivalità esistenziale, senza fine e senza senso.

I toni bui e scarni della narrazione, come le stanze dell’albergo abbandonato in cui vive il vecchio maestro di scacchi Tabori, la prosa asciutta ed essenziale, capace di evocare con accenti personali e convincenti lo stile della migliore narrativa mitteleuropea, e la sobrietà espressiva unita a una notevole maestria nel gestire i diversi piani della narrazione, confusi ad arte, permettono di includere l’opera prima di Maurensig tra i classici della fine del XX secolo e tra le voci degne di nota della letteratura italiana recentissima.

Giudizio:

+5stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: La variante di Lüneburg
  • Autore: Paolo Maurensig
  • Editore: Adelphi Edizioni
  • Data di Pubblicazione: 1993
  • Collana: Fabula
  • ISBN-13: 9788845909849
  • Pagine: 158
  • Formato - Prezzo: brossura - Euro 10,00

25 settembre 2016

Lettere sugli scritti e il carattere di J.J.Rousseau e Riflessioni sul suicidio - Madame de Staël

Questa edizione ripropone, con una nuova traduzione in lingua italiana, due dei tre saggi che Madame de Staël pubblicò per i tipi dell'Editore Nicolle nel 1814. Lei contribuì a consacrare Rousseau come "il più eloquente" tra gli scrittori di lingua francese. Ciò che rende veramente interessante il lascito ideale di Madame de Staël è che in lei si siano felicemente congiunti l'espressione del nascente pensiero liberale e la rivendicazione di una ben più antica tradizione di libertà repubblicana. Il suo liberalismo era tutt'altro che un indirizzo di politica economica, ma aveva molto a che vedere con la rule of law, ossia con la concezione dello Stato di diritto, e con la lotta, tipicamente repubblicana, contro la tirannia ed il dispotismo.

Recensione

Due secoli mezzo dopo è ancora difficile che Germaine Necker sia ricordata – quando va bene – per qualcosa di diverso dal ruolo di antesignana del Romanticismo nel cortile della letteratura italiana del primo Ottocento, con il breve trattato De l’Allemagne. Quest’ultima in realtà è solo una tra le molte opere della baronessa, tra le quali troviamo romanzi, come Corinna, che ebbe notevole successo ai suoi tempi, e diversi saggi, tra i quali i due riediti nel volume di Bibliosofica.

Il merito del bello e dettagliato studio di Livio Ghersi e della traduzione di Andrea Inzerillo è, in tale situazione, di allargare gli orizzonti su un personaggio che ha contribuito in modo non trascurabile e banale alla storia e alla cultura europee in un momento cardine e che, per la sua vita avventurosa e romanzesca – attraversa con alterne fortune gli ultimi anni del regno di Luigi XVI, le tempeste della Rivoluzione e l’epopea napoleonica – è degna di costituire un punto di riferimento anche per la storia dell’emancipazione della donna.

Proveniente da una famiglia di origini svizzere – il padre, il ministro Necker, era stato un ricco e colto banchiere ginevrino – la baronessa ebbe sempre un comportamento piuttosto anticonformista rispetto alle idee correnti sul ruolo femminile nella società. Per contrasto la Svizzera è stato uno degli ultimi paesi a riconoscere alle donne il diritto di voto, nel 1971.
La scelta dei saggi riuniti in questo volume è peraltro molto interessante perché accosta un testo vicino agli esordi della carriera della baronessa (le considerazioni su J.J. Rousseau sono del 1788) a uno invece più vicino ai suoi ultimi anni di vita (le Reflexions furono pubblicate nel 1812) in piena temperie romantica. Ne guadagniamo l’idea di una donna forte e intellettualmente libera e vivace: controcorrente nella difesa di Rousseau, anticipatore di tante idee romantiche in pieno illuminismo, lo rimane anche nella presa di posizione contraria al suicidio nei suoi ultimi saggi, quando questa soluzione era, per così dire, piuttosto di moda – pensiamo, solo per fare due nomi letterari arcinoti, al giovane Werther di Goethe e al suo epigono italiano, Jacopo Ortis. Una donna, la baronessa, tanto capace di dettare mode culturali quanto di resistere ad adeguarsi passivamente alle stesse.

Nel primo saggio, quello su Rousseau, diviso in capitoli monografici sulle opere dell’autore, si può trovare un’analisi critica dei punti nodali del pensiero dello stesso. Madame de Stäel riconosce, a pochi anni di distanza dalla morte di Rousseau, i caratteri di originalità della sua produzione intellettuale: l’autore di Emilio e di La nuova Eloisa ha per la scrittrice ginevrina il grande merito di essere, almeno in parte, controcorrente rispetto al dominante pensiero illuminista su temi come la religione e la dignità dell’uomo legata alla sola realizzazione materiale. Inoltre la baronessa non avrebbe potuto non essere d’accordo sul ruolo di pari dignità che, pur non volendo abolire le differenze di genere, Rousseau attribuisce alla mente e ai sentimenti femminili.

Le stesse considerazioni possono valere per il secondo saggio, più maturo però nello stile, sul tema del suicidio come testimonianza di impegno. Il punto di partenza, esaminato con rigore e autocritica tipici di un’etica di base calvinista, è la visione della vita vista come impegno. Da questa prospettiva il suicidio appare alla baronessa, almeno quando sia una scelta di rottura o di denuncia, come un atto di egoismo e quasi di narcisismo. Con una modernità ancora di là da venire saldamente accettata – in questo la mente di una raffinata donna intellettuale mostra ancora oggi quanto sia lunga la strada da percorrere per noi posteri – la baronessa chiama in causa il principio ‘laico’ della dignità umana, in coerenza, dunque, con quanto scritto diversi decenni prima su Rousseau, come criterio di valutazione del suicidio. Non condanna netta e irremovibile, né supina accettazione del suicidio come supremo atto di libertà dell’uomo, ma una lucida e razionale analisi delle motivazioni che presiedono in generale alle scelte dell’individuo, portata avanti anche qui con rigore e mitezza, distinguendo il suicidio come atto di egoismo dalla morte come estremo sacrificio.

Se si superano alcuni aspetti della forma espressiva, che può sembrare retorica a un lettore moderno, si possono trovare raccolte in questo volume delle letture che mostrano, nelle varie peripezie intellettuali ed esistenziali di una donna dalla vita affascinante e travagliata, diversi spunti di grande attualità, per esempio sul tema dell’eutanasia e del suo rapporto con la sofferenza fisica e morale. E che giustificherebbero l’aggiunta a pieno titolo dell’autrice al pantheon delle figure di spicco nella storia della ricerca, ancora in corso, delle pari opportunità per l’universo femminile.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Lettere sugli scritti e il carattere di J.J. Rousseau e Riflessioni sul suicidio.
  • Titolo originale: Lettres sur le caractère et les écrits de Jean-Jacques Rousseau, Réflexions sur le suicide
  • Autore: Germaine de Stäel
  • Traduttore: Livio Ghersi, Andrea Inzerillo
  • Editore: Bibliosofica
  • Data di Pubblicazione: 2016
  • ISBN-13: 9788887660425
  • Pagine: 168
  • Formato - Prezzo: Brossura - 12,00 euro
 

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