Visualizzazione post con etichetta Angolotesti. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Angolotesti. Mostra tutti i post

23 aprile 2016

Speciale Angolotesti: Macbeth di William Shakespeare

Cari lettori,
cade oggi il quattrocentesimo anniversario della morte del più grande drammaturgo esistito, William Shakespeare.
Il mondo anglosassone ha iniziato a programmare celebrazioni della ricorrenza da almeno un anno e le iniziative si sono allargate a tutti gli ambiti, anche quelli non strettamente letterari: la Metropolitana di Londra ad esempio ha rilasciato una nuova versione della mappa della rete in cui i nomi delle stazioni sono stati sostituiti con i nomi dei personaggi più famosi delle tragedie o dei luoghi significativi della carriera del Bardo.
Anche se non siamo inglesi non possiamo certo ignorare un personaggio che ancora oggi influenza enormemente ogni forma d'arte, sia essa cinema, musica o letteratura - basti pensare che alcuni fra i maggiori successi tra i giovanissimi come Twilight o Colpa delle stelle citano apertamente le sue opere. Il secondo autore inglese più citato nel mondo, l'elenco di modi di dire coniati nelle sue opere e diventati di uso comune è infinito (qui trovate una divertente tirata di Bernard Levin che riassume alcuni dei più celebri), e si calcola che siano almeno 3000 i termini da lui coniati entrati di uso comune nella lingua inglese; libri e film ispirati alla sua misteriosa vita si sprecano, riadattamenti delle sue tragedie vengono prodotti annualmente; per questo motivo vi proponiamo oggi un'edizione speciale della nostra rubrica Angolotesti dedicata a una della sue tragedie più famose - secondo alcuni la più bella - che proprio l'anno scorso è tornata al cinema in una splendida versione con il fascinoso Michael Fassbender: Macbeth.

Potere, tradimento, sesso, violenza: probabilmente non esiste un'opera di Shakespeare più moderna della "tragedia scozzese", la cui atmosfera cruenta è forse tra le cause della sua fama di porta sfortuna, tanto che come si sa in ambiente teatrale si preferisce non chiamarla mai con il suo nome proprio.
Pur essendo la tragedia più breve, è anche la più ricca in quanto a tematiche trattate e sicuramente una delle più affascinanti nella sua rappresentazioni del male. La sete di potere di Lady Macbeth, la codardia del marito, le tre Streghe e il sovrannaturale: è davvero difficile scegliere una scena rappresentativa di questa avvincente opera.
Il monologo che abbiamo scelto è uno dei più famosi e significativi. Tratto dall'Atto II, Scena I, si colloca poco prima dell'uccisione del re Duncan da parte di Macbeth. L'uomo è a un passo dal compiere il folle gesto ma, nonostante la moglie abbia con convinzione distrutto ogni suo scrupolo o timore, la coscienza è dura da far tacere e l'uomo ha bisogno di chiamare a raccolta tutto il suo coraggio, immaginandosi che sia il pugnale stesso a prendere l'iniziativa e guidare le sue azioni, trasferendo la responsabilità del suo crimine su oggetti inanimati come il pugnale che lo guida e la campana che segna l'ora dell'omicidio. Un monologo perfetto, che mostra tutta la complessità del personaggio di Macbeth in pochi drammatici passaggi.


Macbeth (Atto II, Scena I)

Is this a dagger which I see before me,
The handle toward my hand? Come, let me clutch thee.
I have thee not, and yet I see thee still.
Art thou not, fatal vision, sensible
To feeling as to sight? or art thou but
A dagger of the mind, a false creation,
Proceeding from the heat-oppressed brain?
I see thee yet, in form as palpable
As this which now I draw.
Thou marshall'st me the way that I was going;
And such an instrument I was to use.
Mine eyes are made the fools o' the other senses,
Or else worth all the rest; I see thee still,
And on thy blade and dudgeon gouts of blood,
Which was not so before. There's no such thing:
It is the bloody business which informs
Thus to mine eyes. Now o'er the one halfworld
Nature seems dead, and wicked dreams abuse
The curtain'd sleep; witchcraft celebrates
Pale Hecate's offerings, and wither'd murder,
Alarum'd by his sentinel, the wolf,
Whose howl's his watch, thus with his stealthy pace.
With Tarquin's ravishing strides, towards his design
Moves like a ghost. Thou sure and firm-set earth,
Hear not my steps, which way they walk, for fear
Thy very stones prate of my whereabout,
And take the present horror from the time,
Which now suits with it. Whiles I threat, he lives:
Words to the heat of deeds too cold breath gives.
[A bell rings]
I go, and it is done; the bell invites me.
Hear it not, Duncan; for it is a knell
That summons thee to heaven or to hell.

Traduzione di Goffredo Raponi:

È un pugnale ch'io vedo innanzi a me
col manico rivolto alla mia mano?...
Qua, ch'io t'afferri!...No, non t'ho afferrato...
Eppure tu sei qui, mi stai davanti...
O non sei percettibile alla presa
come alla vista, immagine fatale?
O sei solo un pugnale immaginario,
un'allucinazione della mente,
d'un cervello sconvolto dalla febbre?
Ma io ti vedo, ed in forma palpabile,
quanto questo ch'ho in pugno, sguainato.
E tu mi guidi lungo quella strada
che avevo già imboccato da me stesso,
pronto ad usare un analogo arnese...
O gli occhi miei si son fatti zimbello
di tutti gli altri sensi,
o la lor percezione è così intensa
che a questo punto li soverchia tutti:
perch'io t'ho qui, dinnanzi alla mia vista,
e sulla lama e sull'impugnatura
vedo del sangue che prima non c'era....
Ma no, che una tal cosa non esiste!
È solo la mia impresa sanguinaria
che prende una tal forma agli occhi miei.
A quest'ora, su una metà del mondo
la natura par quasi che sia morta,
ed empi sogni vanno ad ingannare
il sonno chiuso dietro le cortine.
Le streghe celebran le loro ridde
ad Ecate la pallida; svegliato
dall'allarme della sua sentinella
l'ululato del lupo - l'assassinio
s'avvia furtivamente alla sua impresa,
come un fantasma, a passo lungo e lieve,
come il lascivo andare di Tarquinio.
Tu, però, solida e sicura terra,
non seguire i miei con l'ascolto,
che le tue stesse pietre
non denuncino il luogo ov'io m'aggiro
e tolgano al silenzio di quest'ora
l'orrore che sì bene gli si addice.
Ma io minaccio, e lui continua a vivere.
Le parole, sul fuoco dell'azione
soffiano un'aria troppo raggelante.
(S'ode una campana)
Vado, ed è fatto. La campana chiama.
Duncano, non udirla: il suo rintocco
ti chiama al paradiso od all'inferno.

25 maggio 2014

Angolotesti: "Sonetto XLIII" di William Shakespeare

Se la paternità delle opere teatrali di Shakespeare ancora oggi è fonte di infinita polemica, i Sonetti sono senza dubbio l'opera più controversa del grande drammaturgo.
Sublimi esempi di poetica vi diranno alcuni, banali, ripetitivi, noiosi, risponderanno altri, convinti che l'autore di questa raccolta di poesie non possa avere nulla a che fare con capolavori come Amleto e Macbeth.
I 154 sonetti furono pubblicati per la prima volta dall'editore inglese Thomas Thorpe nel 1609 sottoforma di quarto (sebbene un paio di essi fossero già apparsi in precedenti raccolte), terminata dal poema in 47 stanze "A Lover's Complaint". Tutti i sonetti mostrano la medesima struttura: 14 pentametri giambici disposti in tre quartine in rima alternata più un distico conclusivo in rima baciata (uno schema che sarà successivamente chiamato rima shakespeariana) e una divisione per temi piuttosto netta secondo cui i primi 126 sono dedicati a un misterioso e bellissimo giovane (fair youth), mentre i restanti 28 sono dedicati all'altrettanto misteriosa dama bruna (dark lady).
L'oscurità che avvolge i soggetti delle poesie di Shakespeare non fa nulla per aumentare la comprensione dei poemi stessi, per cui troverete critici che si arrampicano sugli specchi cercando di spiegare che il fair youth non è altro che un'incarnazione di bellezza assoluta verso cui l'autore nutriva una platonica ammirazione, mentre la dark lady rappresenta un amore più passionale e sarebbe ispirata a una delle amanti del poeta, probabilmente tale Mary Fitton. Devozione e passione, contaminati dalla gelosia verso un misterioso poeta rivale, non mancano però nemmeno nelle poesie dedicate al bellissimo giovane e se mai potremo sapere con certezza l'identità del destinatario o se abbia avuto o meno una relazione carnale con il grande drammaturgo, possiamo dare per scontato che Shakespeare fosse quanto meno bisessuale e che la dark lady, oltre che una figura reale, debba intendersi come allegoria della morte e che gli studiosi (e il mio povero insegnante di inglese delle superiori con loro) si mettessero l'animo in pace.
I guai in realtà iniziano dalla celebre dedica iniziale, indirizzata a "Mr. W.H." e firmata "T.T.". Se in molti concordano nell'identificare W.H con William Herbert, conte di Pembroke, che sarebbe poi anche l'ignoto fair youth, le ipotesi si sprecano e includono anche quelle di grandi autori come Bertrand Russell che era convinto W.H non fosse altro che un errore di stampa delle iniziali di Shakespeare W. Sh. E' abbastanza scontato invece che T.T. rappresentino l'editore Thorpe, ma perché l'editore dovrebbe firmare la dedica di un romanzo da lui stampato? Forse perché Shakespeare non era disponibile in quel momento o non aveva mai autorizzato la pubblicazione di opere che riteneva non all'altezza della sua produzione?
Sia come sia, questi 154 sonetti rappresentano una delle più complete riflessioni sull'amore, la bellezza, il trascorrere del tempo e la nostra mortalità. Vi ripropongo qui uno dei più celebri, il Sonetto 43, in cui il poeta si tormenta sull'assenza dell'amato, un tema comune ai successivi 9 sonetti, giocando sui contrasti fra luce e ombra, giorno e notte, sogno e realtà. Nelle ultime sequenze l'autore sembra scegliere di entrare in un mondo fatto di sogni per sfuggire a questa realtà fatta di assenza.


Sonetto XLIII

Quanto più chiudo gli occhi, allora meglio vedono,
perché per tutto il giorno guardano cose indegne di nota;
ma quando dormo, essi nei sogni vedono te, e, oscuramente
luminosi, sono luminosamente diretti nell'oscuro.

Allora tu, la cui ombra le ombre illumina,
quale spettacolo felice formerebbe la forma della tua ombra
al chiaro giorno con la tua assai più chiara luce,
quando ad occhi senza vista la tua ombra così splende!

Quanto, dico, benedetti sarebbero i miei occhi,
guardando a te nel giorno vivente,
quando nella morta notte la tua bella ombra imperfetta,
Tutti i giorni sono notti a vedersi, finchè non vedo te,
e le notti giorni luminosi, quando i sogni si mostrano a me.


When most I wink, then do mine eyes best see,
For all the day they view things unrespected;
But when I sleep, in dreams they look on thee,
And darkly bright are bright in dark directed.

Then thou, whose shadow shadows doth make bright,
How would thy shadow's form form happy show
To the clear day with thy much clearer light,
When to unseeing eyes thy shade shines so!

How would, I say, mine eyes be blessed made
By looking on thee in the living day,
When in dead night thy fair imperfect shade
Through heavy sleep on sightless eyes doth stay!

All days are nights to see till I see thee,
And nights bright days when dreams do show thee me.


Considerato il più importante scrittore in lingua inglese e generalmente ritenuto il più eminente drammaturgo della cultura occidentale, William Shakespeare nacque a Stratford-upon-Avon il 23 aprile 1564, o almeno così si crede dato che non esistono documenti certi sulla nascita dello scrittore, mentre si ha prova di un battesimo in data 26 aprile.
Le notizie sulla vita di Shakespeare sono poche e confuse, sebbene molti biografi concordino sul fatto che Shakespeare frequentò la King's New School, istituto gratuito per i maschi della cittadina. È anche probabile che il poeta abbia lavorato come apprendista nel negozio del padre; infatti è stato spesso osservato come Shakespeare nelle sue opere faccia riferimento a svariati tipi di pelle d'animale e ad altre conoscenze tipiche dei conciatori. Nel 1582, all'età di diciotto anni, William sposò Anne Hathaway, di otto anni più anziana, che probabilmente al momento delle nozze era già incinta.
Dalla moglie Shakespeare ebbe tre figli, dopodiché egli scomparve dalle cronache per circa sette anni, dal 1585 al 1592, di solito indicati come gli anni perduti, riguardo ai quali numerose e fantasiose ipotesi sono state fatte.
Nel 1592 il poeta ricomparve, direttamente a Londra e già con una certa fama sulla scena teatrale: si sa che sue opere erano già state rappresentate da diverse compagnie e si ha notizia della rappresentazione il 3 marzo 1592 della prima parte dell'
Enrico VI. La fama di Shakespeare era in ascesa vertiginosa, tanto da attirarsi le gelosie dei colleghi più anziani. Il suo lavoro subì una forzata interruzione negli anni 1593-94, quando un'epidemia di peste portò i legislatori a chiudere i teatri. Shakespeare, in questo periodo, pubblicò due poemetti, Venere e Adone e Il ratto di Lucrezia. Alla riapertura dei teatri il drammaturgo si unì a una compagnia teatrale chiamata The Lord Chamberlain's Men, di cui negli anni successivi divenne anche azionista acquistandone il 10%; essa divenne talmente popolare da far sì che, dopo la morte di Elisabetta I e l'incoronazione di Giacomo I (1603), il nuovo monarca adottasse la compagnia, che si fregiò così del titolo di The King's Men.
Nel 1611 egli decise di ritirarsi nuovamente a Stratford, dove aveva acquistato in precedenza una discreta proprietà, e dove morì il 23 aprile 1616.

24 gennaio 2014

Angolotesti: "Animula vagula blandula" di Publio Elio Adriano

Animula vagula blandula è una brevissima poesia con cui Publio Elio Traiano Adriano si prepara a congedarsi dalla sua anima e si rivolge ad essa salutandola, quasi come fosse sulla soglia che separa la vita dalla morte e si apprestasse a separarsi da una cara compagna. L'incipit è stato usato anche dalla scrittrice Marguerite Yourcenar per dare il titolo a uno dei capitoli che compongono Memorie di Adriano, il suo capolavoro sulla vita dell'imperatore letterato vissuto tra I e II sec. d.C.
Il periodo in cui governò Adriano, tra il 117 e il 138 d.C., viene considerato l'età aurea del principato: lontano dai disordini di Caligola e Nerone, dalla tirannia di Domiziano, sotto la dinastia degli imperatori per adozione, prima l'anziano Nerva, poi Traiano e quindi Adriano, l'Impero di Roma, nella prima metà del II secolo raggiunse il suo massimo fulgore, si espanse dall'Eufrate alla Caledonia, dalla Mauretania alla Dacia. La Pax Romana, oltre alle ricchezze che confluivano dalle nuove provincie, permise di rinnovare lo splendore dell'età di Augusto, che aveva trovato Roma costruita di legno e l'aveva lasciata di marmo.
Traiano e Adriano, i grandi imperatori della dinastia Ulpio-Antonina costruirono il primo la colonna e i mercati che portano il suo nome, il secondo, oltre a restaurare il Pantheon di Agrippa e realizzare il mausoleo poi divenuto Castel Sant'Angelo e una magnifica residenza nella villa di Tivoli, due enormi biblioteche, una greca e una latina, nel foro romano sul Palatino.

"Fondare biblioteche è come costruire ancora granai pubblici, ammassare riserve contro un inverno dello spirito che, da molti indizi, mio malgrado, vedo venire. Ho ricostruito molto, e ricostruire significa collaborare con il tempo, nel suo aspetto di "passato", coglierne lo spirito o modificarlo, protenderlo quasi verso un più lungo avvenire; significa scoprire sotto le pietre il segreto delle sorgenti"
Queste parole, che Marguerite Yourcenar fa pronunciare al suo Adriano, riassumono bene lo spirito attivo e il piglio deciso e fervente con cui il principe umanista, dalla profonda cultura e animato da un intenso amore per il patrimonio della classicità ellenica, intervenne nel panorama delle arti e della letteratura del suo tempo.
Il recupero dei canoni classici per eccellenza, dalla statuaria all'architettura, pervade anche la poesia dell'epoca, che, se anche risulta priva di grandi opere, conta un'ampia produzione nella sua dimensione di rifugio privato, nel suo ritorno verso una dimensione intimistica e di gioco, nugatoria per usare un termine tecnico, e vede impegnato il principe in prima persona, come se le gravose cure di un governo complesso come quello di Roma richiedessero uno spazio riservato alla leggiadra eleganza della poesia come gioco intellettuale.
Attorno alla corte di Adriano, anche grazie al suo mecenatismo, nasce una sorta di circolo, quello dei
poetae novelli, che richiamano l'esperienza di Catullo e altri scrittori del I sec. a.C., al cui rifiuto dell'impegno civile in favore di temi personali e stili leggeri Cicerone aveva affibbiato l'epiteto dispregiativo di poetae novi o con un grecismo 'neoteroi', cioè poetastri/poetucoli da strapazzo.
Di questa produzione rimangono pochissimi frammenti, qualche citazione, perlopiù testimonianze indirette di un gusto per lo sperimentalismo e la scrittura dotta, quasi come relitti lasciati dal mare sul litorale dopo un naufragio. Tra questi spicca il breve testo presentato di seguito, che Adriano scrisse quasi come un testamento culturale lasciato a se stesso, un commiato dalla vita. L'uso ripetuto di diminutivi e vezzeggiativi, di rime facili e insieme melodiose creano quasi una filastrocca sospesa tra malinconia e gioco di parole.
Il recupero delle forme classiche, a tratti anche arcaizzanti, sembra quasi rappresentare la volontà forte di riaffermare la propria identità e la propria eredità da parte di un mondo, quello greco-romano, sul cui orizzonte, nonostante la sfolgorante gloria dell'acme, si profilavano incombenti le ombre di una crisi profonda e distruttrice, quella che mostrerà le prime avvisaglie nelle invasioni barbariche di Quadi e Marcomanni sotto Marco Aurelio, il principe filosofo, e scoppierà poi nel III secolo. Nell'aurea quiete prima della tempesta, la grazia semplice e insieme raffinatissima, gioconda e insieme carica di inquietudini dei cinque versicoli di Adriano si eleva con la forza monolitica di un epitaffio.





Animula vagula blandula
Hospes comesque corporis,
Quae nunc abibis in loca
Pallidula, rigida, nudula,
Nec, ut soles, dabis iocos…


Piccola anima smarrita e soave,
compagna e ospite del corpo,
ora t’appresti a scendere in luoghi
incolori, ardui e spogli,
ove non avrai più gli svaghi consueti…


trad. Livia Storoni Mazzolani


Publio Elio Traiano Adriano
Nato probabilmente a Italica, colonia romana in terra ispanica nel 76 d.C. da famiglia di antiche ascendenze italiche, Adriano, terzo imperatore della dinastia Ulpia-Antonina, salì al trono subito dopo Traiano,nel 117 d.C., nonostante questi non lo avesse formalmente adottato, come successe invece per gli altri membri della sua dinastia.
Dopo le conquiste del suo predecessore e prima del tramonto del 'principato illuminato', che si verificò con l'ultimo della casata, Commodo, successore di Marco Aurelio, il regno di Adriano, volto a consolidare le conquiste fatte su una linea di mantenimento, con la costruzione di strutture difensive, dal Vallum Adriani in Britannia ai fortilizi sui confini germanici, fu un ventennio di relativa pace e di splendore, in cui il pricipe intellettuale governò con decisione, attraverso una sorta di organo esecutivo come il Consilium Principis, ma pacificamente.
Statua di Antinoo
Fautore di una politica di tolleranza verso le minoranze disposte a coesistere nella magmatica koinè dell'Impero Romano, prescrisse, in un rescritto del 122 d.C. al proconsole d'Asia Minucio Fundano, di non perseguire i cristiani d'ufficio ma solo per eventuali crimini. Egli stesso, invece, di fronte alle incoercibili resistenze all'assimilazione del popolo ebraico non esitò a radere al suolo nel 135 d.C. Gerusalemme, devastando la Giudea e rinominandola come provincia di Syria-Palaestina.
Riformatore oltre che dell'esercito anche dell'apparato burocratico della complessa amministrazione imperiale, fu uomo dottissimo e di cultura raffinata. Oltre a comporre poesie in greco e latino e ad essere amico del filosofo Epitteto, sostenne un revival del classicismo ellenico nell'architettura e nelle arti, come dimostrano le innumerevoli statue dedicate al suo amante-compagno Antinoo, morto ventenne in Egitto nel 130 d.C., che volle divinizzare e ritrarre con le sembianze di Apollo ed Ermes,
Il teatro marittimo nella villa di Tivoli
e la sua residenza di Tivoli, arricchita di sontuose decorazioni in stile classico, da un ninfeo a dei sontuosi giardini. Il suo regno durò fino al 138, quando morì a Baiae dopo una lunga malattia, lasciando Roma, abbellita e ordinata nelle mani salde del figlio adottivo Antonino Pio.

25 dicembre 2013

Angolotesti: "Natale a Regalpetra" di Leonardo Sciascia

Dopo tanto tempo, in occasione delle feste natalizie, torna un nuovo appuntamento dell'ormai sporadica rubrica Angolotesti. Due anni fa, in occasione delle feste natalizie, vi avevo proposto L'abete di Hans Christian Andersen. Oggi parliamo invece del più breve e prosaico Natale a Regalpetra, racconto autobiografico di Leonardo Sciascia inserito nella raccolta Le parrocchie di Regalpetra. Pubblicata da Laterza nel 1956, l'opera si articola attorno al capitolo "Cronache scolastiche" e vuole restituire storie di vita di un qualunque paese siciliano (Regalpetra è un nome fittizio per indicare Racalmuto, il paese natale di Sciascia). Nutrendosi del periodo in cui Sciascia insegnò in una scuola elementare, il nucleo principale del libro denuncia le arretrate condizioni del sistema scolastico siciliano e il contesto talvolta degradato in cui nascono e crescono i bambini, spesso costretti a frequentare la scuola al mattino e a lavorare nel pomeriggio per contribuire al sostentamento familiare. Il racconto che segue restituisce un quadro natalizio ben poco pittoresco e buonista.



Natale a Regalpetra

   - Il vento porta via le orecchie - dice il bidello.

   Dalle vetrate vedo gli alberi piegati come nello slancio di una corsa.

   I ragazzi battono i piedi, si soffiano sulle mani cariche di geloni.

   L’aula ha quattro grandi vetrate: damascate di gelo, tintinnano per il vento come le sonagliere di un mulo

   Come al solito, in una paginetta di diario, i ragazzi mi raccontano come hanno passato il giorno di Natale: tutti hanno giuocato a carte, a scopa, sette e mezzo e ti-vitti (ti ho visto: un gioco che non consente la minima distrazione); sono andati alla messa di mezzanotte, hanno mangiato il cappone e sono andati al cinematografo.

   Qualcuno afferma di aver studiato dall’alba, dopo la messa, fino a mezzogiorno; ma è menzogna evidente.

   In complesso tutti hanno fatto le stesse cose; ma qualcuno le racconta con aria di antica cronaca: "La notte di Natale l’ho passata alle carte, poi andai alla Matrice che era piena di gente e tutta luminaria, e alle ore sei fu la nascita di Gesù".

   Alcuni hanno scritto, senza consapevole amarezza, amarissime cose: "Nel giorno di Natale ho giocato alle carte e ho vinto quattrocento lire e con questo denaro prima di tutto compravo i quaderni e la penna e con quelli che restano sono andato al cinema e ho pagato il biglietto a mio padre per non spendere i suoi denari e lui lì dentro mi ha comprato sei caramelle e gazosa".

   Il ragazzo si è sentito felice, ha fatto da amico a suo padre pagandogli il biglietto del cinema… Ha fatto un buon Natale. Ma il suo Natale io l’avrei voluto diverso, più spensierato.

   "La mattina del Santo Natale - scrive un altro – mia madre mi ha fatto trovare l’acqua calda per lavarmi tutto".

   La giornata di festa non gli ha portato nient’altro di così bello. Dopo che si è lavato e asciugato e vestito, è uscito con suo padre "per fare la spesa". Poi ha mangiato il riso col brodo e il cappone.

"E così ho passato il Santo Natale".



Leonardo Sciascia nacque l'8 gennaio 1921 a Racalmuto (Agrigento), primogenito di un impiegato nelle miniere di zolfo e di una casalinga. Nel 1935 la sua famiglia si trasferì ad Agrigento, dove iniziò a frequentare l'Istituto Magistrale IX Maggio e dove lo scrittore Vitaliano Brancati, suo professore, lo iniziò alla letteratura. Nel 1941 conseguì il diploma magistrale e lavorò al Consorzio Agrario di Racalmuto, dove poté venire a contatto con la realtà contadina. Tre anni dopo sposò la maestra elementare Maria Andronico, da cui ebbe due figlie.
La sua attività letteraria iniziò nel 1950 con la pubblicazione delle Favole della dittatura, subito apprezzate da Pasolini, cui seguì la raccolta di poesie La Sicilia, il saggio Pirandello e il pirandellismo (con cui vinse il Premio Pirandello nel 1953), e numerose collaborazioni con riviste antologiche dedicate alla letteratura e agli studi etnologici.
Nel frattempo, parallelamente alla sua attività di scrittore, aveva iniziato a insegnare nella stessa scuola elementare della moglie. Queste sue esperienze confluirono nella raccolta autobiografica Le parrocchie di Regalpietra (1956).
Nell'anno scolastico 1957-58, Sciascia fu assegnato al Ministero dell'Istruzione a Roma. Di questo periodo sono i tre racconti in seguito pubblicati nella raccolta Gli zii di Sicilia. Tornato a Caltanissetta, impiegato nel Patronato Scolastico, ebbe inizio il periodo d'oro dell'autore, quello dei romanzi polizieschi ambientati in Sicilia, in cui denunciava le connivenze tra mafia e potere e la capillare diffusione della mentalità mafiosa: Il giorno della civetta (1961), A ciascuno il suo (1966), Il contesto (1971), Todo modo (1974), Una storia semplice (1984). Tali romanzi ottennero un notevole successo di pubblico, tanto che si considera Sciascia il fautore di una nuova stagione del giallo italiano contemporaneo. Tra le altre opere ricordiamo Il consiglio d'Egitto (1963), la commedia Morte dell'onorevole (1965), il saggio Morte dell'inquisitore (1967).
Trasferitosi a Palermo nel 1967, Sciascia iniziò a collaborare per il Corriere della Sera, dove si distinse per i suoi articoli contro la mafia scagliandosi anche contro i magistrati che si erano macchiati di carrierismo, tra cui Borsellino. Nel 1970 decise di andare in pensione, dopo aver pubblicato la raccola di saggi La corda pazza, senza mai smettere di scrivere. Nel 1975 si presentò alle elezioni comunali come indipendente nelle liste del Partito Comunista Italiano, riportando un'ottima vittoria, ma appena due anni dopo gli estremismi del Partito lo convinsero ad abbandonare la carica di consigliere e a candidarsi piuttosto al Parlamento europeo e alla Camera con i Radicali, venendo eletto per entrambe le posizioni. Di questo periodo sono le opere L'affaire Moro (1978), Candido ovvero un sogno fatto in Sicilia (1979), più diversi saggi di letteratura e cultura siciliana. Nel frattempo gli venne diagnosticato un tumore al midollo osseo, che lo costrinse a numerosi viaggi a Milano: nonostante ciò, Sciascia continuò a scrivere (Porte aperte, 1987; Il cavaliere e la morte, 1988). Il suo ultimo romanzo, Una storia semplice, venne pubblicato esattamente il giorno della sua morte, il 20 novembre 1989.

2 novembre 2012

Angolotesti: "Il gatto nero" di Edgar Allan Poe

Oggi festeggiamo la più cristiana Festa dei Morti, ed Halloween è andato: ma anche se in ritardo di un paio di giorni vorrei proporvi un racconto dell'orrore di uno dei maestri del brivido. Per la rubrica Angolotesti vi presento oggi Il gatto nero, scritto da Edgar Allan Poe nel 1843. E' uno dei più famosi e rappresentativi dell'autore, tanto che ne sono stati tratti almeno una decina di adattamenti cinematografici (vi si sono cimentati nomi noti come Fulci, Romero e Argento). Un'analisi del testo porterebbe alla luce temi e simbologie particolarmente care all'autore e al contesto storico-letterario cui appartiene, ma per una volta sarebbe il caso di lasciarle da parte e di godersi un bel racconto gotico old style.




Il gatto nero


Per il racconto più straordinario e al medesimo tempo più comune che sto per narrare non aspetto né  pretendo di essere creduto. Sarei davvero pazzo a pretendere che si presti fede a un fatto a cui persino i miei sensi respingono la loro stessa testimonianza. Eppure pazzo non sono e certamente non vaneggio.

Ma domani morrò e oggi voglio scaricare la mia anima. Mio scopo immediato è di porre innanzi al mondo in modo piano succinto e senza commenti una serie di casi semplicemente domestici. Nel loro concatenarsi questi fatti mi hanno terrificato, mi hanno torturato, mi hanno annientato. Non tenterò tuttavia di spiegarli. Per me essi non hanno rappresentato che orrore; a molti, invece, più che terribili essi sembreranno baroques.

In seguito forse un intelletto saprà condurre il mio fantasma al senso comune, un intelletto più calmo, più logico, meno eccitabile del mio, il quale scorgerà nelle circostanze che io descrivo con terrore null'altro che un normale susseguirsi di cause e di effetti naturalissimi.

Sin dall'infanzia sono stato conosciuto per la docilità e la mitezza del mio carattere. Ero talmente tenero di cuore, anzi, che i miei compagni mi avevano preso a soggetto delle loro beffe. Amavo soprattutto gli animali, e i miei genitori mi avevano concesso di possedere una grande varietà di bestiole preferite. Passavo con questi animaletti la maggior parte del mio tempo, e la mia più perfetta felicità consisteva nel nutrirli e nell'accarezzarli. Questo tratto caratteristico della mia indole crebbe in me coll'andare degli anni, e divenuto adulto trassi da ciò una delle mie principali fonti di soddisfazione. A coloro che abbiano provato un vivo affetto verso un cane fedele e intelligente non occorrerà che io spieghi la natura e l'intensità del piacere derivante da questa tendenza. Vi è qualcosa nell'amore spoglio di egoismo e ricco di sacrificio di una bestia senz'anima che va direttamente al cuore di colui che abbia frequenti occasioni di saggiare la pacchiana amicizia e l'instabile fedeltà del cosiddetto uomo.

Mi sposai giovane e fui felice di ritrovare in mia moglie una tendenza non contrastante con la mia. Avendo notato la mia debolezza verso gli animali domestici, non perdeva occasione di procurarmi quelli che mi piacevano. Avevamo diversi uccelli, dei pesciolini, un bel cane, alcuni conigli, una scimmietta e un gatto. Quest'ultimo era un animale bellissimo, di grossezza notevole, completamente nero e straordinariamente intelligente. Parlando della sua intelligenza, mia moglie, che in cuor suo non era scevra di una certa punta di superstizione, faceva frequenti allusioni all'antica credenza popolare secondo la quale tutti i gatti neri siano streghe travestite. Non che ella si esprimesse mai seriamente su questo punto, e cito questo particolare soltanto perché mi capita ora proprio per caso di ricordarlo.

Pluto, così si chiamava il gatto, era il mio animale preferito e il mio compagno di giochi. Io soltanto gli davo da mangiare, ed egli mi seguiva dovunque per casa: anzi duravo fatica a impedirgli di accompagnarmi persino per la strada.

La nostra amicizia si protrasse così per parecchi anni, durante i quali il mio temperamento e il mio carattere, in genere ad opera del demone Intemperanza (arrossisco nel confessarlo), subirono un radicale mutamento verso il peggio.

Ero divenuto di giorno in giorno più scontroso, più irritabile, sempre più incurante dei sentimenti altrui. Ero giunto a usare verso mia moglie un linguaggio sconveniente. Alla fine arrivai persino alla violenza personale contro di lei. Naturalmente anche le mie bestiole ebbero a soffrire di questo mutamento del mio carattere. Non solo le trascuravo, ma le maltrattavo. Verso Pluto comunque sentivo ancora abbastanza tenerezza per trattenermi dal picchiarlo, mentre non mi facevo scrupolo di percuotere i conigli, la scimmia, persino il cane, se essi per caso o per affetto mi si mettevano tra i piedi. Ma il mio male peggiorava: quale male infatti è peggiore dell'alcool? E infine persino Pluto, il quale ormai invecchiava ed era di conseguenza alquanto stizzoso, persino Pluto cominciò a subire gli effetti del mio cattivo carattere.

Una sera, ritornando a casa dai miei vagabondaggi per la città ubriaco fradicio, ebbi la sensazione che il gatto evitasse la mia presenza. Lo afferrai e l'animale, allora spaventato dalla mia violenza, mi produsse sulla mano con i suoi denti una lieve ferita. In un attimo fui invaso da una furia demonica. Non mi riconoscevo più. Era come se la mia anima originaria mi si fosse a un tratto spiccata dal corpo e una malvagità peggio che infernale, alimentata dal gin, pervase ogni fibra del mio essere. Mi tolsi di tasca un temperino, lo apersi, afferrai la povera bestia per la gola, e deliberatamente gli feci saltare l'occhio dall'orbita. Arrossisco, avvampo, rabbrividisco mentre la mia penna descrive questa inaudita atrocità.

Allorché col mattino la ragione mi ritornò, dopo che il sonno aveva fatto dileguare lungi da me i fumi dell'orgia notturna, provai un sentimento per metà di orrore, per metà di rimorso, per il delitto di cui mi ero reso colpevole; ma non era che un sentimento debole e ambiguo, e l'anima ne rimase intatta. Mi rituffai nei miei eccessi, e ben presto affogai nel vino ogni ricordo del mio misfatto.

Coll'andare del tempo tuttavia il gatto guarì. Certo la sua occhiaia vuota aveva un aspetto pauroso, ma l'animale non pareva soffrire più alcun dolore. Si aggirava per la casa come al solito, ma com'era da aspettarsi fuggiva terrorizzato non appena mi vedeva. Mi era rimasto ancora abbastanza del mio vecchio cuore per sentirmi a tutta prima addolorato da questo evidente disgusto da parte di una creatura che un tempo mi aveva tanto amato. Ben presto però a questo sentimento succedette una viva irritazione. E infine si impadronì di me per sommergermi in modo definitivo e irrevocabile lo spirito della perversità.

Di questo spirito la filosofia non si cura. Eppure sono sicuro, quanto sono sicuro che la mia anima vive, che la perversità è uno degli impulsi più primitivi del cuore umano, una di quelle facoltà o sentimenti primari non analizzabili che dirigono il carattere dell'Uomo. Chi non ha almeno cento volte commessa un'azione sciocca o vile per nessun altro motivo se non perché sa che non dovrebbe commetterla? Non proviamo noi una tendenza perenne, a dispetto di ogni nostra migliore saggezza, a violare ciò che è la legge soltanto perché la riconosciamo tale? Questo spirito di perversità, ripeto, produsse in me il decadimento finale. Era questo insondabile anelito dell'anima a torturare se stessa, a violentare la propria stessa natura, a fare il male soltanto per amore del male, che mi sospinse a continuare e infine a consumare l'offesa che avevo inflitta alla bestia innocente.

Un mattino, a sangue freddo, le passai un cappio al collo e la impiccai al ramo di un albero; la impiccai con le lagrime che mi sgorgavano dagli occhi e col più amaro rimorso nel cuore; la impiccai perché sapevo che mi aveva amato e perché sentivo che non mi aveva dato alcun motivo di offesa; la impiccai perché sapevo che così facendo commettevo un peccato, un peccato mortale che avrebbe posto in tale pericolo la mia anima immortale da sottrarla (se una cosa simile fosse possibile) perfino all'infinita misericordia dell'Infinitamente Misericordioso e Infinitamente Terribile Iddio.

La notte di quel giorno in cui avevo compiuto questo gesto crudele fui risvegliato nel sonno da grida di "al fuoco! Al fuoco!". I cortinaggi del mio letto erano in fiamme, tutta la casa ardeva. Fu con grande difficoltà che mia moglie, una domestica e io stesso riuscimmo a salvarci dall'incendio. La distruzione fu totale. Tutta la mia sostanza venne inghiottita dal disastro e da quel momento in avanti io mi abbandonai alla disperazione.

Non ho affatto la debolezza di cercar di stabilire un nesso di causa e di effetto tra questa sciagura e l'atrocità da me commessa. Ma sto enumerando una catena di fatti e non desidero perciò lasciare incompiuto anche un solo eventuale anello. Il giorno successivo all'incendio mi recai a ispezionare le macerie. Tutti i muri della casa erano caduti, a eccezione di uno solo. Si trattava di un muro divisorio non molto massiccio che si trovava verso il mezzo della casa, e contro il quale aveva sempre poggiato la testa del mio letto. In questo punto l'intonaco aveva in gran parte resistito all'azione del fuoco, un particolare che io attribuii al fatto di essere stata quella parete appunto ripulita di fresco. Intorno a questo muro si era radunata una densa folla e molte persone sembravano esaminare un certo tratto di parete con attenzione minutissima e ansiosa. Le parole "Strano!" e "Incredibile!" e altre espressioni consimili eccitarono la mia curiosità. Mi avvicinai e vidi, quasi fosse scolpita in bas-relief sulla superficie bianca, l'immagine di un gatto gigantesco. L'effetto era reso con una precisione che aveva veramente del fantastico. Intorno al collo dell'animale penzolava una corda.

A tutta prima, nel trovarmi di fronte a quella apparizione - poiché non potevo considerarla altrimenti - fui invaso da uno sbalordimento e da un terrore incontrollabili. Ma in seguito la ragione mi venne in soccorso. Mi rammentai di avere impiccato il gatto in un giardino adiacente alla casa. Quando era stato dato l'allarme d'incendio questo giardino era stato immediatamente invaso dalla folla, e tra questa qualcuno doveva aver tolto l'animale dall'albero e doveva averlo gettato attraverso la finestra aperta nella mia stanza. Forse avevano fatto questo con l'intenzione di svegliarmi. La caduta di altre pareti aveva schiacciato la vittima della mia crudeltà nella massa dell'intonaco spalmato di fresco; e la calce di questo, unitamente alle fiamme e all'ammonia esalante dalla carogna, avevano poi compiuto la raffigurazione che io ora vedevo dinanzi.

Per quanto riuscissi a placare con questa riflessione il mio cervello, se non completamente la mia coscienza, e giustificare così il fatto sorprendente che ho testé narrato, non mi fu tuttavia possibile sottrarmi alla profonda impressione che esso aveva provocato sulla mia fantasia. Per mesi interi non riuscii a liberarmi del fantasma del gatto, e durante tutto quel tempo il mio spirito fu tormentato da un sentimento indefinito che poteva sembrare ma non era rimorso. Giunsi sino al punto di rimpiangere la perdita dell'animale, e a guardarmi attorno nei sordidi ambienti che ormai frequentavo d'abitudine in cerca di qualche altro esemplare della stessa specie, se non proprio del tutto identico, da poter coccolare e grazie al quale sostituire la bestiola perduta.

Una notte, mentre sedevo in stato di semistupidimento in una taverna malfamata, la mia attenzione fu improvvisamente attratta da un oggetto nero che posava sul coperchio di una delle tante botti enormi piene di gin o di rum costituenti il principale arredamento della stanza. Già da alcuni minuti stavo fissando proprio il coperchio di quella botte e fui perciò sorpreso di non essermi accorto prima dell'oggetto che vi era adagiato sopra. Mi avvicinai e lo toccai con la mano. Era un gatto nero, enorme, grosso quanto Pluto, e che gli assomigliava in tutto tranne che per un unico particolare. Pluto non aveva un solo pelo bianco in tutto il corpo, mentre questo gatto aveva l'intera zona del petto ricoperta di una larga se pure indefinita macchia bianca.

Non appena lo toccai l'animale si alzò immediatamente, si mise a ronfare forte, si strofinò contro la mia mano, parve insomma felice della mia attenzione verso di lui. Era dunque proprio il gatto di cui andavo in cerca.

Offersi subito al taverniere di acquistarlo, ma l'uomo dichiarò di non avere alcun diritto su quella bestia, poiché non ne sapeva nulla né mai l'aveva veduta prima.

Seguitai ad accarezzarlo, e mentre mi disponevo a ritornare a casa l'animale dimostrò subito una evidente intenzione di accompagnarmi. Naturalmente ne fui ben contento e di quando in quando mi chinavo a lisciargli il pelo pur seguitando a procedere nel mio cammino. Non appena giunto a casa la bestia si addomesticò subito e divenne immediatamente il coccolo di mia moglie.

Per parte mia mi accorsi ben presto che in me sorgeva contro l'animale una viva antipatia. Era proprio il contrario di quanto avevo preveduto, ma non so perché o come fosse, la sua manifesta tenerezza verso la mia persona mi indispettiva e disgustava. Gradatamente questi sentimenti di ribrezzo e di insofferenza si tramutarono in un odio profondo. Evitavo l'animale; un vago senso di vergogna e il ricordo del mio precedente atto di crudeltà mi impediva di maltrattarlo fisicamente. Per alcune settimane mi trattenni dal picchiarlo o dal fargli comunque del danno, ma a poco a poco, per lentissimi gradi, giunsi a considerarlo con un ribrezzo indescrivibile e a fuggire silenziosamente la sua odiosa presenza come sarei fuggito dal lezzo pestilenziale di una malattia contagiosa.

Quel che alimentava senza dubbio il mio odio verso l'animale era stata la scoperta, il mattino successivo alla sua venuta nella mia casa, che anche questo gatto al pari di Pluto era cieco di un occhio. Questo particolare invece non aveva fatto che renderlo ancora più caro a mia moglie, la quale come già ho detto possedeva in sommo grado quella umanità di sentimenti che era stata un tempo il mio tratto caratteristico e la fonte di molte tra le mie più semplici e più pure soddisfazioni.

Ma quanto più la mia avversione per questo gatto cresceva, tanto più sembrava aumentare da parte sua la tenerezza verso di me. Seguiva i miei passi con una ostinazione che sarebbe difficile far comprendere al lettore. Dovunque mi sedessi, subito si accovacciava sotto la mia seggiola, o mi balzava sulle ginocchia importunandomi con le sue insopportabili feste. Se mi alzavo per passeggiare, ecco che correva a mettermisi fra i piedi e per poco non mi faceva cadere, oppure conficcando nel mio vestito i suoi unghioni lunghi e aguzzi si arrampicava con questo sistema sino al mio petto. In quei momenti, benché mi divorasse il desiderio di distruggerlo con un colpo solo, ero trattenuto dal far ciò in parte dal ricordo del mio precedente delitto, ma soprattutto - lasciate che lo confessi subito - da un vero e proprio terrore dell'animale.

Questo terrore non era esattamente il terrore di un possibile male fisico, e tuttavia non saprei come altrimenti definirlo. Ho quasi vergogna di ammettere – sì, persino in questa cella d'infamia ho quasi vergogna d'ammettere - che il terrore e l'orrore ispiratimi dall'animale erano stati rafforzati da una tra le più chimeriche assurdità che sia possibile immaginare. Mia moglie aveva più d'una volta richiamata la mia attenzione sulla stranezza della macchia di peli bianchi di cui ho già accennato, e che costituiva la sola differenza visibile tra questo misterioso gatto e quello che io avevo ucciso. Il lettore si rammenterà che questo segno, per quanto grande, dapprincipio era molto indefinito, mentre invece in seguito (per gradi lentissimi, quasi impercettibili, e che la mia Ragione si rifiutò a lungo di ammettere respingendoli come un'assurda fantasia) aveva infine assunto nettezza di contorni e una forma precisa. Esso era divenuto ora la rappresentazione di un oggetto che rabbrividisco a nominare e per questo soprattutto odiavo e paventavo, e avrei voluto sbarazzarmi di quel mostro se soltanto avessi osato, poiché questo segno, ripeto, si era finalmente trasformato nella figurazione limpidissima di un oggetto odioso e ributtante: era divenuto una forca, oh lugubre e terribile macchina di orrore e di delitto, di agonia e di morte!

E adesso la mia miseria superava la miseria tutta dell'Umanità intera. E una bestia bruta, il cui simile io avevo così sprezzantemente annientato, una bestia bruta doveva foggiare per me, per me uomo fatto a immagine dell'Altissimo Iddio, un così intollerabile tormento? Ahimè! Non conobbi più né di notte né di giorno la benedizione del riposo! Di giorno l'animale non mi lasciava solo neppure per un istante; e di notte mi svegliavo di ora in ora di soprassalto da incubi grevi di indicibile paura per sentirmi l'alito caldo di quella cosa sulla faccia e la vasta massa del suo corpo. Incubo incarnato che non avevo il potere di scuotermi di dosso eternamente incombente sul mio cuore!

Sotto l'incalzare di siffatte torture, quel poco di bene che ancora restava in me scomparve. Pensieri malvagi divennero i miei soli compagni ed erano i più tetri, i più malvagi dei pensieri. L'ombrosità abituale del mio carattere si tramutò in un odio forsennato di tutte le cose e dell'intera umanità; mentre degli scoppi improvvisi, frequenti, incontrollabili di collera, ai quali ora io ciecamente mi abbandonavo, la mia docile moglie era divenuta ahimè! la vittima più consueta e più paziente.

Un giorno ella mi accompagnò per necessità domestiche nello scantinato del vecchio edificio dove la nostra povertà ci costringeva ora ad abitare. Il gatto naturalmente mi aveva seguito giù per i ripidi scalini, e avendo io evitato per vero miracolo di cadere lungo disteso per causa sua, mi aveva esasperato sino alla follia. Sollevai una scure e, dimenticando nella mia collera il terrore puerile che sino a quel momento mi aveva trattenuto la mano, diressi contro l'animale un colpo che certo lo avrebbe ucciso all'istante se fosse calato come io avrei voluto. Ma questo colpo fu arrestato dalla mano di mia moglie. La sua intromissione mi colmò di furore demoniaco, e liberando violentemente il mio braccio dalla sua stretta le affondai la scure nel cervello. Ella cadde morta stecchita senza emettere un gemito.

Appena compiuto questo odioso crimine, mi posi immediatamente e con fredda deliberazione all'impresa di occultare il cadavere. Sapevo che non mi era possibile rimuoverlo dalla casa, né di giorno né' di notte, senza correre il rischio di essere notato dai vicini. Formai nella mia mente molti progetti. A tutta prima pensai di tagliare il cadavere in pezzi minuti e di distruggerli nel fuoco. In un secondo tempo decisi di scavare una fossa nel pavimento della cantina. Poi architettai di gettarlo nel pozzo del cortile oppure di porlo dentro una scatola come se fosse della merce e ordinare al portiere di portarlo via da casa. Infine escogitai quello che mi parve l'espediente migliore. Decisi di murarlo nella cantina stessa come si narra solessero murare le proprie vittime i monaci medievali.

La cantina era adattissima a uno scopo come il mio. Le sue pareti erano state costruite rozzamente e di fresco intonacate con cemento grossolano cui l'umidità atmosferica aveva impedito d'indurirsi. Inoltre in una delle pareti vi era uno sporto provocato da un falso camino o caminetto che era stato riempito e trasformato in modo da somigliare al resto dello scantinato. Mi assicurai che mi sarebbe stato facile spostare i mattoni in quel punto, inserirvi il cadavere, e tornare a murare il tutto come prima in modo che nessun occhio umano potesse scorgervi alcunché di sospetto.

I miei calcoli non dovevano ingannarmi. Con l'aiuto di una sbarra di ferro scostai facilmente i mattoni, e dopo avere accuratamente deposto il cadavere contro la parete interna lo puntellai in quella posizione mentre andavo via via riaccomodando senza fatica l'intera opera muraria così come era stata originariamente costruita. Mi ero procurato con tutte le possibili cautele della calce e della sabbia, avevo preparato l'intonaco in modo che non era assolutamente possibile distinguerlo dal vecchio, e con esso ricopersi accuratamente la nuova opera muraria. Quando ebbi finito mi accorsi con soddisfazione di aver compiuto un buon lavoro. Il muro non sembrava essere stato manomesso minimamente. Spazzai con attenzione minutissima il pavimento dei rifiuti e delle scorie di cui lo avevo sporcato. Mi guardai attorno trionfante e dissi a me stesso: "Meno male! Le mie fatiche non sono state vane".

Subito dopo il mio primo pensiero fu quello di andare in cerca dell'animale che era stata la causa di tanta sciagura, poiché ero ormai fermamente deciso ad ucciderlo. Se fossi stato in grado di acchiapparlo in quel momento, il suo destino sarebbe stato indubbiamente segnato, ma a quel che pareva l'astuta bestia si era spaventata del mio precedente accesso di collera e si guardava bene dal presentarsi al mio cospetto date le attuali condizioni del mio umore.

Mi è impossibile descrivere o fare immaginare al lettore il senso profondo - quasi estatico - di sollievo che la constatazione della scomparsa dell'odiata creatura suscitò nel mio petto. Per tutta quella notte non si fece vedere, e così per una notte almeno, da quando si era introdotto nella mia casa, riuscii a dormire di un sonno profondo e pacifico; sì, dormii nonostante il peso del delitto che mi gravava sull'anima!

Passò il secondo giorno, passò il terzo, ma il mio tormentatore non comparve.

Tornai a respirare come un uomo libero. Certo il mostro spaventato era fuggito dalla mia casa per sempre! Non lo avrei più veduto! La mia felicità era al colmo! Non sentivo quasi la colpa del mio truce misfatto. Mi erano state rivolte alcune domande, ma avevo saputo rispondere a tutte in modo soddisfacente. Era stata persino ordinata un'inchiesta, ma naturalmente nessuno aveva scoperto nulla. Ero certo di avere ormai assicurato un avvenire tranquillo e sereno.

Il quarto giorno successivo all'assassinio entrò però inaspettatamente in casa mia una squadra di poliziotti che procedette a un rigoroso esame dei locali.

Sicuro però della inaccessibilità del mio nascondiglio, non provai alcun imbarazzo. I funzionari di polizia mi pregarono di accompagnarli nella loro perquisizione. Ogni angolo, ogni ripostiglio fu attentamente esplorato. Infine scesero in cantina per la terza o quarta volta. Non uno solo dei miei muscoli tremò. Il mio cuore batteva calmo come batte a chi dorme nel sonno dell'innocenza. Percorsi la cantina da un capo all'altro tenendo le braccia incrociate sul petto e aggirandomi di qua e di là con disinvoltura. I poliziotti si dichiararono soddisfatti e si disposero ad andarsene. L'esultanza del mio cuore era troppo intensa perché potessi trattenerla.

Bruciavo dal dire ancora una parola sola per rafforzare il mio trionfo e rassicurarli doppiamente della mia innocenza.

- Signori -  dissi infine, mentre già stavano salendo i gradini - sono lieto di avere calmato i vostri sospetti. Vi auguro buona salute e vi porgo i miei omaggi. A proposito, signori, questa... questa è una casa costruita meravigliosamente bene. - (Nel desiderio morboso di parlare con disinvoltura quasi non mi rendevo conto delle parole che proferivo). - Posso dire anzi che è una casa costruita in maniera eccellente. Queste pareti, ve ne state già andando signori?, queste pareti, guardate come sono solide! - E a questo punto, in una vera frenesia di sfida, picchiai pesantemente con la mazza che tenevo in mano proprio su quel tratto di opera muraria dietro al quale stava il cadavere della moglie che io avevo tanto amata.

Ma possa Iddio proteggermi e liberarmi dagli artigli dell'Arcidemonio! Non appena gli echi dei miei colpi si furono spenti nel silenzio, ecco che ad essi una voce rispose dal segreto loculo! Era un pianto, dapprima soffocato e interrotto come il singhiozzare di un bambino, che rapidamente si enfiò sino a divenire un unico lungo alto continuo urlo indicibilmente strano e inumano, un ululato, uno strido guaiolante per metà di orrore e per metà di trionfo quale solo avrebbe potuto levarsi dal fondo dell'inferno, se le gole di tutti i dannati nella loro angoscia e tutti i demoni nell'esultanza della dannazione umana si fossero insieme congiunte.

Di quel che fossero i miei pensieri in quel momento è follia parlare.

Sentendomi venir meno, arretrai barcollando verso la parete opposta. Per un attimo i poliziotti giunti già in cima alle scale ristettero immobili, raggelati dall'orrore e da una specie di arcana paura. Un attimo dopo dodici braccia robuste si davano da fare attorno alla parete. Questa cadde di colpo in tutta la sua massa. Il cadavere già quasi interamente decomposto e chiazzato di sangue raggrumato apparve eretto dinanzi agli occhi degli agenti. Sul suo capo, con la sua rossa bocca spalancata e l'unico occhio di fiamma, sedeva lo spaventoso animale la cui malizia mi aveva indotto al delitto e la cui voce rivelatrice mi aveva consegnato al boia.

Avevo murato il mostro entro la tomba!




Edgar Allan Poe nacque a Boston nel 1809, secondo di tre figli di una coppia di attori. Alla morte dei genitori, avvenuta quando Poe aveva solo due anni, fu adottato da una ricca coppia.
Poe si trasferì ben presto in Inghilterra, dove studiò, rivelando una memoria straordinaria e una morbosa passione, al limite dell'insanità, per la musica e la poesia. Nel 1821, Poe tornò in America, trasferendosi in Virginia, dove studiò in accademia per poi iscriversi al corso di lingue della University of Virginia, che abbandonò dopo un solo anno.
Le discordie con il padre per motivi economici e il matrimonio della ragazza di cui era innamorato spinsero Poe a trasferirsi a Boston, dove si mantenne con vari lavori per poi unirsi all'esercito sotto falso nome mentendo anche sulla propria età. Nel 1927 pubblicò la sua prima raccolta poetica, di stampo byroniano, che passò pressoché inosservata: Tamerlano e altre poesie.
Nel 1829 Poe si trasferì presso una zia vedova a Baltimora; qui pubblicò il secondo libro di poesie, Al Aaraaf, Tamerlano e poesie minori.
Due anni dopo, riuscì a farsi espellere dall'Accademia dei cadetti che frequentava, e si trasferì a New York, dove pubblicò la sua terza raccolta poetica, intitolata semplicemente Poesie, che conteneva anche le due precedenti.
Dopo i suoi primi tentativi poetici, Poe si rivolse alla prosa. Per la prima volta, nel 1833, un suo lavoro (il racconto
Manoscritto trovato in una bottiglia) ottenne un riconoscimento. Nel 1935 lo scrittore divenne assistente editore presso un periodico, ma dopo pochi mesi venne licenziato per ubriachezza. Tornò dunque a Baltimora dove, di nascosto, sposò la cugina tredicenne (Poe aveva ormai ventisei anni) facendola figurare come maggiorenne nel certificato di matrimonio. In questi anni continuò a pubblicare poesie, recensioni e racconti, tentando di vivere del proprio lavoro.
Nel 1838 uscì Storia di Arthur Gordon Prym, l'anno successivo la raccolta Racconti del grottesco e dell'arabesco, mentre l'autore affiancava la sua professione di scrittore a quella di giornalista. Pochi anni dopo, l'amata moglie iniziò a mostrare i segni della tubercolosi, dolore che fece sprofondare lo scrittore ancor più nel vizio dell'alcolismo.
Nel 1845 videro la luce i suoi versi più famosi, la poesia
Il corvo, che riscosse un immediato successo. Due anni dopo la moglie morì nel cottage di New York che entrambi abitavano, e in cui Poe risiederà fino alla sua morte.
Il 3 ottobre 1848, Poe venne trovato in stato di delirio nelle strade di Baltimora e ricoverato in ospedale, dove morì il 7 ottobre senza mai recuperare abbastanza lucidità da rivelare cosa gli fosse successo e perché al momento del ritrovamento indossasse abiti non suoi. Le cause della sua morte rimangono tuttora un mistero, anche se, oltre alla palese responsabilità dell'alcolismo dell'autore, sono state formulate le più bizzarre ipotesi, compreso il
cooping (somministrazione di droga a ignari cittadini durante le elezioni politiche al fine di ottenerne il voto).

19 ottobre 2012

Angolotesti: "La compagnia dei lupi" di Angela Carter

Dopo lunga assenza torna oggi la rubrica Angolotesti, una selezione di testi letterari o poetici nella loro interezza con una breve contestualizzazione perché possiate meglio apprezzarli.
Il racconto proposto oggi è incluso nella raccolta La camera di sangue, pubblicata da Feltrinelli nel 1995 e ormai fuori catalogo. L'autrice, Angela Carter, è generalmente studiata nel contesto degli
woman studies, ossia quel movimento di messa in discussione del canone che - volendo semplificare - ristudia, riscopre e riscatta la letteratura femminile.
L'antologia in questione riflette perfettamente la volontà di sovvertimento dell'autrice: si tratta infatti della riscrittura di alcune celebri fiabe, e la fiaba, com'è noto, è uno dei generi misogini e patriarcali per eccellenza. Tutte le fiabe riscritte dalla Carter sono pervase riferimenti sessuali, ora palpabilissimi, ora solo accennati, e La compagnia dei lupi (da cui è anche stato tratto un film) non fa eccezione: l'autrice riprende il
Cappuccetto rosso di Perrault, storia che già nell'ambito degli studi sulla letteratura per l'infanzia è da decenni decostruita e analizzata nei suoi riferimenti sessuali più oscuri, e mette in evidenza proprio questi ultimi. In seguito a una panoramica sulla figura del lupo/lupo mannaro, che sfuma dalla sociologia al mito, il racconto si innesta sulla storia di una ragazzina alle soglie della pubertà (ha recentemente avuto il suo menarca, ben simboleggiato dallo scialle rosso che la nonna le ha donato), priva di paure proprio in virtù della sua innocenza e verginità. Il cacciatore che la mette in guardia dall'avventurarsi nel bosco è proprio il lupo, il predatore interessato alla sua carne - in ogni senso. Ma il Cappuccetto rosso della Carter non è ingenuo e smaliziato come la sua antenata della fiaba di Perrault, e farà di tutto per cadere volontariamente tra le zampe amorevoli del suo lupo.



La compagnia dei lupi


   C'è un solo animale, uno solo, che urla nei boschi la notte.
  Il lupo, incarnazione di ogni carnivoro, è astuto quanto feroce; ma se assaggerà la carne dell'uomo, allora non vorrà più toccare altro cibo.
   La notte, gli occhi dei lupi brillano come le fiamme ora gialle ora rosse di una candela, e questo accade perché hanno pupille che il buio alimenta e che sanno carpire la luce della lanterna che stringi e rimandartene il lampo - rosso come il pericolo; e quando gli occhi di un lupo riflettono invece la luna, allora scintillano di un verde freddo e innaturale, un colore metallico e penetrante. Se il viaggiatore sorpreso dall'imbrunire all'improvviso scorge, cuciti alle foglie nere degli arbusti, quei due lumini agghiaccianti, allora sa che è il momento di correre, ammesso che la paura non ne abbia già fatto un blocco di sale.
   Ma quegli occhi sono tutto ciò che ti sarà dato di intravedere degli assassini della foresta che intanto, invisibili, si fanno intorno al tuo odore di carne, mentre incauta ti attardi nel bosco. Saranno come ombre, fantasmi, grigi membri della setta dell'incubo; ah! quell'urlo prolungato, tremolante... è la melodia della paura fatta realtà.
   Il canto del lupo è il suono di carne strappata, un omicidio in sé.
   È inverno e fa freddo. In questa regione di monti e foreste, non è rimasto più nulla da mangiare per i lupi. Pecore e capre sono al sicuro dentro le stalle, i cervi sono partiti seguendo avanzi di pascoli sulle pendici meridionali - i lupi si fanno magri, hanno sempre più fame. Han così poca carne intorno alle ossa che potresti contargli le costole sotto il pelo, se te ne dessero il tempo prima di saltarti addosso. Quelle fauci affamate; la lingua che penzola; i fiocchi di bianca saliva sul muso irto di peli grigi - di tutti i pericoli che infestano il bosco di notte, fantasmi, folletti cattivi, orchi che fanno i bambini alla griglia, streghe che invece li ingrassano dentro alle gabbie per i loro banchetti cannibali, il lupo è il peggiore perché non sente ragione.
   Sei sempre in pericolo nella foresta, dove non c'è nessuno. Inoltrati sotto i cancelli dei grandi pini i cui rami spogli ti si avvolgono intorno, e fanno inciampare il piede del viaggiatore incauto, come se la vegetazione stessa fosse in complotto col lupo che abita nella foresta, come se gli alberi infidi andassero a caccia per conto dei loro amici - inoltrati tra i cancelli della foresta con la più grande trepidazione e infinita prudenza, perché basterà lasciare il sentiero un istante, e il lupo ti divorerà. Sono grigi come la fame, cattivi come la peste. I bambini dagli occhi seri dei rari villaggi qui intorno si portano sempre il coltello quando vanno al pascolo con le sparute greggi di capre che danno alla casa il dono di latte cagliato e di un formaggio forte e pieno di vermi. Hanno coltelli grossi metà di loro, e ne affilano tutti i giorni la lama.
   Ma i lupi lo sanno come arrivare fino al tuo focolare. Facciamo di tutto, ma non riusciamo a tenerli lontani. Non passa notte d'inverno senza che montanari temano di vedere il grigio muso affamato rovistare sotto la porta di casa, e ci fu persino una donna una volta che fu azzannata nella sua stessa cucina mentre scolava la pasta.
   Temi il lupo e fuggi da lui; soprattutto perché il lupo può essere peggio di quello che sembra.
   Ci fu un cacciatore un tempo, da queste parti, che prese in trappola un lupo. La bestia aveva massacrato pecore e capre; si era mangiata un vecchio pazzo che abitava da solo in una capanna a metà montagna e innalzava lodi al Signore dalla mattina alla sera; era anche saltato addosso a una pastora, ma quella aveva fatto un tale baccano da far venire degli uomini con i fucili che gli avevano messo paura e avevano cercato di dargli la caccia nella foresta, ma il lupo era astuto e li aveva seminati senza difficoltà. Allora uno dei cacciatori scavò una fossa e ci mise dentro un'anatra viva a fere da esca; poi coprì il buco di paglia sporca di sterco di lupo. Quack, quack! faceva l'anatra e un lupo venne furtivo dal cuore della foresta, era grande, grosso, pesava quanto un uomo fatto e la paglia cedette sotto di lui - e cadde nella fossa. Il cacciatore ci saltò dentro a sua volta, gli tagliò la gola e gli mozzò le zampe a mo' di trofeo.
   Solo che a quel punto non c'era più un lupo davanti agli occhi del cacciatore, ma il tronco sanguinante di un uomo, decapitato e senza piedi, morente, morto.
   Una volta una strega della valle trasformò in lupi tutti gli invitati a un banchetto di nozze, perché lo sposo aveva scelto un'altra ragazza. Ordinava ai lupi di andarla a trovare di notte, per farle dispetto, e quelli si mettevano a ululare intorno alla casa, offrendole una serenata di fame e disperazione.
   Non molto tempo fa, una giovane donna del nostro villaggio sposò un uomo che si dileguò proprio la prima notte di nozze. Il letto era pronto, bianco di nuove lenzuola e la sposa vi si sdraiò; disse lo sposo che sarebbe uscito a orinare, e non ci fu verso di trattenerlo, così la ragazza si tirò il lenzuolo sul mento e rimase in attesa. E aspetta aspetta - ma quanto ci mette? Finché l'urlo agghiacciante non la fa saltare sul letto, l'urlo portato dal vento che arriva dalla foresta.
   C'è nel canto del lupo una malinconia inconsolabile, sconfinata come una foresta, eterna come queste lunghe notti d'inverno, eppure tanta tristezza spettrale, tanto dolore per l'insaziabilità dell'appetito non sa muovere a pietà nemmeno un cuore, giacché non una sola nota in esso accenna a una possibilità di redenzione; il lupo non può ottenere la grazia in virtù della sua disperazione; ci vuole un mediatore esterno, tanto che a volte la bestia sembra quasi accogliere con sollievo il coltello che la manda a morte.
   I fratelli della ragazza frugarono stalle e fienili ma non vennero a capo di nulla, cosicché la giovane piena di buon senso si asciugò le lacrime e si trovò un altro marito non così timido da non poter orinare in un vaso, e disposto a trascorrere la notte in casa. Gli diede un bel paio di marmocchi e tutto filò liscio come l'olio fino a quando, in una notte freddissima, la notte del solstizio, quel cardine dell'anno in cui le cose non vanno come dovrebbero, nella notte più lunga, non tornò a casa il suo primo uomo.
   A darne l'annuncio fu un gran colpo alla porta, mentre lei rimestava la minestra per il padre dei suoi figli. Lo riconobbe nell'attimo stesso in cui sollevò il chiavistello benché fossero passati parecchi anni da che gli aveva portato il lutto, e benché lui adesso fosse coperto di stracci e coi capelli lunghi e incolti e carichi di pulci.
   «Eccomi, sono tornato, donna», disse. «Portami la mia tazza di zuppa di cavolo, e sbrigati.»
   In quella, arrivò il secondo marito con la legna per il fuoco, e quando il primo capì che la moglie era stata a letto con un altro, peggio, quando i suoi occhi iniettati di sangue si posarono sui piccoli che erano entrari in cucina per vedere a che fosse dovuto il chiasso, gridò: «Vorrei essere di nuovo un lupo, per dare una lezione a questa cagna!» E lupo si fece immediatamente e strappò al più grande dei bambini il piede sinistro, prima di essere a sua volta fatto a pezzi dall'accetta che usavano per tagliare i ciocchi. Ma non appena il lupo giacque a terra agonizzante nel sangue, il pelo tornò a sfilarglisi di dosso ed egli ridivenne quello che era stato anni addietro, al tempo della fuga dal letto nuziale, e perciò la donna pianse e il marito la picchiò.
   Dicono che il Demonio possa darti un unguento che ti trasforma in lupo appena te lo sfreghi addosso. E dicono che sia nato all'incontrario, che avesse un lupo per padre e che abbia il corpo di un uomo, ma zampe e genitali di lupo. E dicono che del lupo abbia il cuore.
   Sette anni dura la vita naturale di un lupo mannaro, ma se ne bruci gli abiti di uomo, lo condanni a essere lupo per sempre, perciò le vecchie qui da noi pensano che ci si possa proteggere lanciando addosso al lupo mannaro un cappello o un grembiule, come se bastassero gli abiti a farne un uomo. Ma è dagli occhi, da quegli occhi fosforescenti, che lo riconosci sotto ogni spoglia; gli occhi soltanto non subiscono nessuna metamorfosi.
  Per diventare lupo, il licantropo si mette nudo. Se ti capita di vedere un uomo nudo in mezzo ai pini, devi correre come se avessi il Demonio alle calcagna.
   È il solstizio d'inverno e il pettirosso, amico dell'uomo, si posa a cantare sul manico di una vanga da giardino. Non c'è momento peggiore dell'anno per i lupi, ma questa bambina testarda insiste a voler passare dal bosco. È certa che le bestie feroci non le faranno alcun male, anche se non è mancato chi la mettesse in guardia, convincendola a sistemare un coltellaccio nel cestino che la madre ha riempito di formaggi. C'è anche una bottiglia di liquore fatto in casa distillando bacche di pruno; qualche focaccia d'avena cotta sul fuoco del camino, e un paio di barattoli di confettura. La bambina vuole portare queste leccornie alla nonna costretta a letto e ormai tanto vecchia che il peso degli anni le soffoca la vita. La nonna abita a due ore di cammino nel bosco innevato; la bambina si avvolge in uno scialle pesante e se lo tira sul capo. Si infila gli zoccoli ed è pronta a partire: è la vigilia di Natale. La porta maligna del solstizio oscilla ancora sui cardini dell'anno ma la piccola è stata troppo amata per poter conoscere la paura.
   I bambini non restano a lungo bambini in questo paese selvaggio. Non hanno giochi per giocare e lavorano presto e tanto, e si fanno giudiziosi, ma questa piccola, così bella, ultimogenita, frutto fuori stagione, non ha avuto che vizi dalla madre e dalla nonna. È stata proprio la nonna a farle a maglia lo scialle rosso che oggi spicca sul bianco della neve come un sinistro presagio di sangue. I suoi seni hanno appena incominciato a farsi turgidi; ha i capelli color del lino, tanto biondi da farle solo ombra sulla fronte chiara; le guance sono di un eloquente rosso scarlatto sul bianco della pelle, e da poco sono iniziate le sue perdite di sangue, quell'orologio femminile del corpo che, d'ora in poi, segnerà il tempo allo scadere di ogni mese.
   La bambina vive e si muove sul pentagramma invisibile della sua verginità. È come un uovo intatto; come un vaso sigillato; ha dentro un luogo magico il cui accesso è vietato dalla presenza di una semplice membrana: è un sistema chiuso; non conosce ancora la paura. Ha il suo coltello e non teme nulla.
  Se fosse a casa il padre potrebbe trattenerla, ma è via, nella foresta, e la madre non sa dire di no.
   La foresta si richiuse su di lei come una bocca.
   C'è sempre qualcosa da guardare in un bosco, persino nel cuore dell'inverno - le sagome gobbute degli uccelli, che hanno ceduto alla stagione del letargo, e si ammucchiano sui rami scricchiolanti senza nemmeno la forza per cantare; le trine dei licheni sui tronchi macchiati delle piante; le orme cuneiformi di conigli e cervi, quelle a spina di pesce degli uccelli; una lepre magra come un foglio di carta velina che attraversa il sentiero, là dove il sole pallido screzia di luce le foglie color ruggine di felci già appassite.
  Quando udì in lontananza l'urlo agghiacciante del lupo, la sua mano esperta andò al manico del coltello, ma del lupo non vide traccia alcuna, come pure di un uomo nudo, solo che poi sentì un clangore tra gli arbusti e sul sentiero, invece, d'uomo ne apparve uno, giovane e di bell'aspetto, con il cappellaccio da cacciatore e la giacca verde, carica di selvaggina. La bambina aveva portato la mano al coltello al primo fruscio dei rami, ma lui rise sfoderando una fila di bei denti bianchi e le rivolse un inchino a metà tra lo scherzoso e il lusinghiero; non aveva mai visto un uomo tanto bello, di certo non tra gli zotici del suo paese. Perciò insieme proseguirono nel pomeriggio che addensava la luce.
   Di lì a poco ridevano e scherzavano come vecchi amici. Quando lui si offerse di portarle il cestino, la bambina glielo diede benché ci fosse dentro il coltello, perché il giovane la rassicurò dicendo che l'avrebbe protetta lui con il fucile. All'imbrunire, riprese a nevicare; lei sentì i primi fiocchi posarsi sulle ciglia ma ormai mancava mezzo miglio appena e ci sarebbe stato un fuoco ad aspettarla, una tazza di tè caldo e un'accoglienza senza dubbio entusiasta tanto per il bel cacciatore quanto per lei.
   Questo giovane teneva in tasca un oggetto straordinario. Una bussola. La bambina guardò vagamente meravigliata il piccolo quadrante di vetro nella mano di lui, e osservò l'ago tremolante. Le assicurò che la bussola lo aveva guidato dentro il bosco durante la battuta di caccia, dal momento che l'ago gli diceva sempre con precisione assoluta dove fosse il nord. Lei non gli credette: sapeva di non dover mai abbandonare il sentiero nella foresta, se non voleva smarrirsi all'istante. Lui rise di nuovo; lucidi fili di saliva gli brillavano sui denti. Disse che, se avesse lasciato il sentiero del bosco che li circondava, poteva garantire di arrivare a casa della nonna di un buon quarto d'ora prima di lei, seguendo il cammino indicato dalla bussola, mentre lei si affaticava sulla via più lunga e più tortuosa.
   Non ci credo. E poi, non hai paura dei lupi?
   Lui si limitò a battere sulla canna del fucile e a sorridere compiaciuto.
   Vuoi scommettere? le chiese. Vuoi fare una gara? Che cosa mi dai se arrivo per primo a casa di tua nonna?
   Tu che cosa vuoi? domandò lei maliziosa.
   Un bacio.
   Finisce sempre così il corteggiamento tra gente di campagna. Lei abbassò gli occhi e arrossì.
   Il giovane tagliò per il bosco portando con sé il cestino, ma lei si scordò la paura delle bestie feroci, anche se ormai nasceva la luna: era decisa a prendere tempo per essere certa che il bel galantuomo vincesse la scommessa.
   La casa della nonna si ergeva isolata appena fuori dal villaggio. La neve caduta da poco turbinava nell'orto e il giovane percorse con passo leggero il bianco sentiero che conduceva alla porta, come se non volesse bagnarsi i piedi; faceva ondeggiare il carico di selvaggina e il cestino della bambina, e canticchiava tra sé.
   Ha sul mento una sottile striscia di sangue: un assaggio di quanto ha cacciato.
    Batté piano alla porta con le nocche.
   Fragile e vecchia com'è, la nonna si è per lo più rassegnata alla fine ripetutamente annunciata dai dolori che le attraversano le ossa ed è quasi pronta a una resa totale. Un'ora fa è venuto un ragazzo dal paese ad accendere il camino per la notte e in cucina ora crepita un fuoco vivace. Le fa compagnia la sua Bibbia, perché la donna è molto devota. Siede sorretta da molti cuscini sul letto accostato al muro secondo l'usanza rurale, ed è avvolta nella trapunta a riquadri che si è cucita prima di prendere marito, ormai sono tanti anni da non voler ricordare. Ai lati del camino siedono due spaniel di porcellana dal pelo a macchie rossastre e il naso nero. Sul pavimento di cotto c'è un bel tappeto fatto di stracci a colori vivaci. La pendola del nonno scandisce ticchettando lo scorrere inesorabile del tempo.
   Teniamo i lupi lontano vivendo bene.
   Lui raspò contro la porta con le nocche pelose.
   Sono la tua nipotina, dice imitando la voce da soprano.
   Solleva il chiavistello e vieni dentro, tesoro.
   Li riconosci dagli occhi, occhi di un animale da preda, occhi notturni e devastanti, rossi come una ferita; gli puoi scagliare addosso la Bibbia e coprirli con il grembiule, nonnina, hai sempre pensato che fosse un sistema sicuro per liberarsi di queste bestiacce infernali... adesso puoi anche invocare Cristo e sua madre e tutti gli angeli del paradiso, che tanto non ti servirà a niente.
   Il suo muso da fiera è affilato come un coltello; getta sul tavolo il carico di selvaggina già mordicchiata, insieme al cestino della tua cara bambina.
   Oh, Dio mio, che le hai fatto?
   Basta travestimenti, si sfila la giacca di panno color verde bosco, il cappello con la piuma: i capelli incolti gli scendono sulla camicia bianca e lei vede agitarsi dentro le pulci. I rami crepitano nel fuoco crollando gli uni sugli altri, la notte e la foresta hanno invaso la cucina del buio impigliato nei suoi capelli.
   Si sfila anche la camicia. Ha la pelle del colore e della consistenza di una pergamena. Una striscia di peli arruffati gli scende lungo la pancia; ha i capezzoli gonfi e maturi come frutti velenosi, ma è talmente magro che potresti contargli le costole, se solo te ne concedesse il tempo. Si toglie i calzoni e la donna ora vede come sono pelose le gambe di lui. E i suoi genitali, enormi. Ah, enormi.
   L'ultima cosa che la vecchia vide in questo mondo fu un giovane nudo, dagli occhi di brace, avvicinarsi al suo letto. Il lupo, l'incarnazione di ogni carnivoro.
   Quando ebbe finito con lei, si leccò i baffi e si rivestì, in fretta finché non tornò a essere esattamente lo stesso uomo che era entrato dalla porta. Bruciò i capelli non commestibili dentro il camino e avvolse le ossa in un tovagliolo che poi nascose sotto il letto, dentro il baule di legno, nel quale trovò un paio di lenzuola pulite. Le sostituì con cura a quelle macchiate e rivelatrici che ficcò dentro il cesto della biancheria sporca. Sprimacciò i cuscini e scosse la trapunta a riquadri; raccolse da terra la Bibbia, la chiuse e l'appoggiò sul tavolo. Era tutto come prima, solo che adesso la nonna non c'era più. La legna crepitava nel focolare, l'orologio ticchettava e il giovane sedette paziente accanto al letto, travestito con la cuffia da notte della nonnina.
   Toc-toc.
   Chi è? fa lui con quella querula voce in falsetto.
   Sono la tua nipotina.
   E così la bambina entrò portando in casa un turbinio di neve che si trasformò in lacrime sulle piastrelle, forse era un po' dispiaciuta di vedere solo la vecchia nonna seduta vicino al fuoco. Poi lui però si liberò della coperta e volò alla porta, premendoci contro la schiena per impedirle di uscire.
   La bambina si guardò intorno e vide che sulla guancia liscia del cuscino non c'era il minimo segno e che, per la prima volta, la Bibbia era chiusa sul tavolo. Il ticchettio dell'orologio risuonò come un colpo di frusta. Voleva prendere il coltello dal cestino ma non osava infilarci dentro la mano perché gli occhi di lui la fissavano - occhi enormi, che adesso parevano scintillare di una luce interiore, unica; occhi grandissimi, pieni di fuoco greco, di una fosforescenza diabolica.
   Che occhi grandi hai.
   Per vederti meglio.
   Della nonna, nessuna traccia se si esclude una ciocca di capelli bianchi rimasta impigliata nella corteccia di un ciocco spento. Quando la vide, la piccola seppe di essere in pericolo di morte.
   Dov'è la mia nonna?
   Non c'è nessun altro qua dentro, mia cara, solo io e te.
   E un forte ululato si alzò tutto intorno, vicino, molto vicino, come se provenisse dall'orto dietro la casa, l'ululato di una moltitudine di lupi; sapeva che i lupi peggiori sono pelosi anche dentro e tremò. A dispetto dello scialle rosso che andava stringendosi addosso come potesse proteggerla, benché fosse rosso come il sangue che stava per versare.
   Qualcuno è venuto a cantarci i canti di Natale, chi è? chiese.
   Sono le voci dei miei fratelli, tesoro; mi piace la compagnia dei lupi. Guarda dalla finestra e li vedrai.
   La neve copriva la grata, e dovette aprire per poter guardare in giardino. Era una notte bianca di luna e di neve; la tramontana soffiava intorno alle grigie bestie macilente accucciate tra le file di cavoli, coi musi puntati alla luna e ululanti come se il cuore gli andasse in pezzi. Dieci, venti lupi - tanti che non riusciva a contare, in quel concerto di folle disperazione. Nei loro occhi si rifletteva il fuoco della cucina in lampi di cento candele.
   Fa così freddo, poverini, disse: sfido io che si lamentano tanto.
   Chiuse fuori dalla finestra il canto funebre dei lupi e si tolse lo scialle rosso, color dei papaveri, colore del sacrificio, colore del suo sangue mestruale e, poiché la paura non le veniva in aiuto, decise di non provarne più.
   Che vuoi che faccia dello scialle?
   Gettalo nel fuoco, cara. Non ne avrai più bisogno.
   Ne fece un fagottino e lo lanciò tra le fiamme, che subito lo incenerirono. Poi si sfilò la camicia dalla testa; i piccoli seni rilucevano come se la neve avesse invaso la stanza.
   Che devo fare della camicetta?
   Getta nel fuoco anche quella, cucciolo mio.
   La mussola sottile avvampò nel camino come un uccello incantato e poi fu il turno della sottana e delle calze di lana, delle scarpe; finì nel fuoco ogni cosa, una volta per tutte. Il bagliore della fiamma scintillava intorno alla pelle della bambina, il solo indumento intatto a rivestirle le carni. Così piena di luce, nuda, si ravviò i capelli con le dita: parevano bianchi come la neve. Infine si diresse verso l'uomo dagli occhi rossi nella cui chioma incolta si agitavano le pulci; si tirò su in punta di piedi e gli sbottonò la camicia.
   Che braccia grandi hai.
   Per abbracciarti meglio.
   Ogni lupo sulla terra ora intonava il canto di nozze fuori della finestra, mentre lei disinvolta gli diede il bacio che gli doveva.
   Che denti grandi hai.
   Gli vide le fauci riempirsi di bava e udì il Liebestod della foresta invadere la stanza, ma la bambina saggia non batté ciglio, neanche quando il lupo le rispose: Per mangiarti meglio.
   La bambina scoppiò a ridere; sapeva di non essere il bocconcino di nessuno. Gli rise in faccia, gli sfilò la camicia e la gettò nel fuoco, tra le ceneri dei suoi stessi vestiti. Le fiamme danzavano come anime morte nella notte di Santa Valpurga e le vecchie ossa sotto il letto presero ad agitarsi e a fare rumore, ma la bambina non ci badò.
   Incarnazione del carnivoro, il lupo si sazia solo di carne innocente.
   Lei gli permetterà di appoggiare l'orrido capo sul suo grembo e gli pulirà il pelo dalle pulci ubbidendo al comando, come in un rito di nozze tra selvaggi.
   La tormenta si placherà.
   E si placò, la tormenta, lasciando le montagne sporche di neve, come se una massaia cieca vi avesse disteso sopra i lenzuoli, e i rami alti dei pini duri di calce bianca, scricchiolanti, carichi di neve.
   Luce di neve e di luna, una confusione di impronte sul terreno.
   E quiete, tantissima quiete.
   È mezzanotte; l'orologio batte le ore. È Natale, il giorno dei lupi mannari; la porta del solstizio è spalancata; che ci sprofondino pure tutti quanti dentro.
  Guardate, come dorme tranquilla nel letto della nonna, tra le zampe amorevoli del suo lupo. 

Angela Olive Stalker nacque a Eastbourne nel 1940, ma fu presto evacuata presso la nonna materna, nello Yorkshire. Seguendo le orme del padre, Angela iniziò a lavorare come giornalista subito dopo il liceo, e in seguito si laureò in letteratura inglese all'Università di Bristol.
Nel 1960 sposò Paul Carter, il suo primo marito, da cui ottenne la separazione dieci anni dopo. Di questo periodo sono i suoi primi romanzi, La danza delle ombre (1966), La bottega dei giocattoli (1967, da cui vent'anni dopo venne tratto l'omonimo film) e Several Perceptions (1968). Nel 1969 vinse il Somerset Maugham Award, di cui utilizzò il denaro per trasferirsi a Tokyo, dove visse due anni: pubblicò le sue esperienze in articoli per il
New Society, nel romanzo Le infernali macchine del desiderio del Dottor Hoffman, e nell'antologia di racconti del 1974, Fuochi d'artificio.
Viaggiò negli USA, in Asia e in Europa. Tra gli anni '70 e gli anni '80 lavorò come scrittrice in varie università inglesi. Nel 1977, Angela sposò il suo secondo marito, Mark Pearce, da cui ebbe un figlio.
Nel 1979 fu pubblicata La camera di sangue e il suo saggio femminista The Sadeian Woman and the Ideology of Pornography.
Oltre al
New Society, collaborò ad altre testate giornalistiche quali The Guardian, The Indepentent e New Statesman. I suoi articoli furono raccolti in Shaking a Leg.
Tra le sue altre opere, ricordiamo il libretto per un'opera basata sull'
Orlando di Virginia Woolf, il romanzo Figlie sagge (che rivela l'amore dell'autrice per Shakespeare) e il romanzo Notte al circo, che nel 1984 vinse il James Tait Black Memorial Prize per la letteratura.
Angela Carter morì il 16 febbraio del 1992, all'età di cinquantun anni, per cancro al polmone. La morte le impedì di completare il seguito di
Jane Eyre a cui stava lavorando, basato sulla vita della figlia adottiva Adèle.

27 marzo 2012

Angolotesti: "Quartiere di Cordova" di Federico García Lorca

Dopo lunga assenza torna stasera la rubrica Angolotesti, una selezione di testi letterari o poetici nella loro interezza con una breve contestualizzazione perché possiate meglio apprezzarli.
Del poeta spagnolo Federico García Lorca, esponente di spicco del gruppo letterario avanguardista
Generazione del '27 che produsse in Spagna probabilmente la poesia più rimarchevole dai tempi del Barocco, avevamo già avuto modo di parlare. Il testo poetico proposto oggi fa parte della raccolta Poema del Cante jondo, pubblicata nel 1932 ma composta tra il 1921 e il 1922. Il "cante jondo" (letteralmente canzone profonda) non è altro che uno stile vocale del flamenco, e infatti la raccolta è (non unica) testimonianza del grande amore del poeta per la sua terra, l'Andalusia. Quartiere di Cordova non necessita di spiegazioni: come tutte le poesie della raccolta, restituisce suoni e ritmi popolari che il poeta amava accompagnare con la chitarra.



Barrio de Córdoba
Tópico nocturno


[Quartiere di Cordova
Topico notturno
]



En la casa se defienden
de las estrellas.
La noche se derrumba.
Dentro hay una niña muerta
con una rosa encarnada
oculta en la cabellera.
Seis ruiseñores la lloran
en la reja.

Las gentes van suspirando
con las guitarras abiertas.

[Nella casa si difendono
dalle stelle.
La notte si schianta.
Dentro c'è una bambina morta
con una rosa color carne
nascosta tra la capigliatura.
Sei usignoli la piangono
sull'inferriata.

La gente sospira
con le chitarre aperte.]




Federico García Lorca nacque a Fuente Vaqueros (Granada) il 5 giugno 1898. Poeta e drammaturgo spagnolo, si appassionò al folclore gitano della sua regione, l'Andalusia, e partecipò al fervore creativo che scosse la Spagna nei due decenni precedenti all'instaurazione del franchismo. Omosessuale, nella sua opera poetica si fece portavoce degli oppressi: gli zingari, i neri di Harlem, coloro che furono schiacciati dal totalitarismo. Proprio per le sue manifeste tendenze antifranchiste fu fucilato a Víznar il 19 agosto 1936. Il suo corpo, gettato in una fossa comune, non fu mai ritrovato.
García Lorca lasciò un impressionante canzoniere; le sue raccolte più famose sono
Libro de poemas, Romancero gitano, Poema del cante jondo, Poeta en nueva York. Appena un anno prima della sua morte, in seguito alla caduta nell'arena del grande amico Ignacio, García Lorca compose un'elegia in quattro parti (Lo scontro e la morte, Il sangue versato, Corpo presente, Anima assente) cui diede il nome di Lamento per Ignazio Sánchez Mejías.

27 gennaio 2012

Angolotesti: "Il corvo" di Edgar Allan Poe

Buonasera a tutti i nostri lettori,
torna oggi Angolotesti, una selezione di testi letterari o poetici nella loro interezza con una breve contestualizzazione perché possiate meglio apprezzarli.
Dopo la parentesi 'contemporanea' del nostro collaboratore Tancredi, torniamo oggi all'Ottocento e alla poesia: il testo che vi propongo, infatti, è la più famosa poesia del celeberrimo padre del moderno horror, del racconto poliziesco, e del giallo psicologico. Mi riferisco, naturalmente, a Il corvo di Edgar Allan Poe. Pubblicata nel 1845 nella raccolta Il corvo e altre poesie, i versi descrivono la visita di un corvo parlante (che ripete in modo ossessionante un'unica frase,
Mai più!) a un uomo disperato per la perdita dell'amata Lenore. Il corvo segna la discesa dell'uomo nella follia, probabilmente risvegliandone il senso di colpa per l'assassinio della donna. Le domande che l'amante, sempre più allucinato, continua a porre all'animale, hanno - e non può essere altrimenti - una sola risposta: Mai più.
Angosciante e inquietante, ipnotica e suggestiva,
Il corvo è una delle più famose e riuscite poesie dell'orrore psicologico.

Nota: traduzione reperita su pensieriparole.it, che non riporta il nome del traduttore né l'edizione; nona strofa tradotta personalmente, poiché è mancante in quasi tutte le traduzioni reperibili sul web.



The Raven
[Il corvo]


Once upon a midnight dreary, while I pondered weak and weary,
Over many a quaint and curious volume of forgotten lore,
While I nodded, nearly napping, suddenly there came a tapping,
As of some one gently rapping, rapping at my chamber door.
`'Tis some visitor,' I muttered, `tapping at my chamber door -
Only this, and nothing more.'

[Era una cupa mezzanotte e mentre stanco meditavo
su bizzarri volumi di un sapere remoto,
mentre, il capo reclino, mi ero quasi assopito,
d'improvviso udii bussare leggermente alla porta.
"C'è qualcuno," mi dissi, "che bussa alla mia porta -
solo questo e nulla più."]

Ah, distinctly I remember it was in the bleak December,
And each separate dying ember wrought its ghost upon the floor.
Eagerly I wished the morrow; - vainly I had sought to borrow
From my books surcease of sorrow - sorrow for the lost Lenore -
For the rare and radiant maiden whom the angels named Lenore -
Nameless here for evermore.

[Ah, ricordo chiaramente quel dicembre desolato,
dalle braci morenti scorgevo i fantasmi al suolo.
Bramavo il giorno e invano domandavo ai miei libri
un sollievo al dolore per la perduta Lenore,
la rara radiosa fanciulla che gli angeli chiamano Lenore
e che nessuno, qui, chiamerà mai più.]

And the silken sad uncertain rustling of each purple curtain
Thrilled me - filled me with fantastic terrors never felt before;
So that now, to still the beating of my heart, I stood repeating
`'Tis some visitor entreating entrance at my chamber door -
Some late visitor entreating entrance at my chamber door; -
This it is, and nothing more,'

[E al serico, triste, incerto fruscio delle purpuree tende
rabbrividivo, colmo di assurdi tenori inauditi;
Sebbene ripetessi, per acquietare i battiti del cuore:
"È qualcuno alla porta, che chiede di entrare,
qualcuno attardato, che mi chiede di entrare.
Ecco: è questo e nulla più."]

Presently my soul grew stronger; hesitating then no longer,
`Sir,' said I, `or Madam, truly your forgiveness I implore;
But the fact is I was napping, and so gently you came rapping,
And so faintly you came tapping, tapping at my chamber door,
That I scarce was sure I heard you' - here I opened wide the door; -
Darkness there, and nothing more.

[Poi mi feci coraggio e senza più esitare
"Signore," dissi, "o Signora, vi prego, perdonatemi,
ma ero un po' assopito ed il vostro lieve tocco,
il vostro così debole bussare mi ha fatto dubitare
di avervi veramente udito". Qui spalancai la porta:
c'erano solo tenebre e nulla più."]

Deep into that darkness peering, long I stood there wondering, fearing,
Doubting, dreaming dreams no mortal ever dared to dream before;
But the silence was unbroken, and the darkness gave no token,
And the only word there spoken was the whispered word, `Lenore!'
This I whispered, and an echo murmured back the word, `Lenore!'
Merely this and nothing more.

[Nelle tenebre a lungo, gli occhi fissi in profondo,
stupefatto, impaurito sognai sogni che mai
si era osato sognare: ma nessuno violò
quel silenzio e soltanto una voce, la mia,
bisbigliò la parola "Lenore" e un eco rispose:
"Lenore". Solo quello e nulla più.]

Back into the chamber turning, all my soul within me burning,
Soon again I heard a tapping somewhat louder than before.
`Surely,' said I, `surely that is something at my window lattice;
Let me see then, what thereat is, and this mystery explore -
Let my heart be still a moment and this mystery explore; -
'Tis the wind and nothing more!'

[Rientrai nella mia stanza, l'anima che bruciava.
Ma ben presto, di nuovo, si udì battere fuori,
e più forte di prima. "Certo" dissi "è qualcosa
proprio alla mia finestra: esplorerò il mistero,
renderò pace al cuore, esplorerò il mistero.
Ma è solo il vento, nulla più."]

Open here I flung the shutter, when, with many a flirt and flutter,
In there stepped a stately raven of the saintly days of yore.
Not the least obeisance made he; not a minute stopped or stayed he;
But, with mien of lord or lady, perched above my chamber door -
Perched upon a bust of Pallas just above my chamber door -
Perched, and sat, and nothing more.

[Allora spalancai le imposte e sbattendo le ali
entrò un Corvo maestoso dei santi tempi antichi
che non fece un inchino, né si fermò un istante.
E con aria di dame o di gran gentiluomo
si appollaiò su un busto di Palladie sulla porta
si posò, si sedette, e nulla più.]

Then this ebony bird beguiling my sad fancy into smiling,
By the grave and stern decorum of the countenance it wore,
`Though thy crest be shorn and shaven, thou,' I said, `art sure no craven.
Ghastly grim and ancient raven wandering from the nightly shore -
Tell me what thy lordly name is on the Night's Plutonian shore!'
Quoth the raven, `Nevermore.'

[Poi quell'uccello d'ebano, col suo austero decoro,
indusse ad un sorriso le mie fantasie meste,
"Perché" dissi "rasata sia la tua cresta, un vile
non sei, orrido, antico Corvo venuto da notturne rive.
Qual è il tuo nome nobile sulle plutonie rive?"
Disse il Corvo: "Mai più".]

Much I marvelled this ungainly fowl to hear discourse so plainly,
Though its answer little meaning - little relevancy bore;
For we cannot help agreeing that no living human being
Ever yet was blessed with seeing bird above his chamber door -
Bird or beast above the sculptured bust above his chamber door,
With such name as `Nevermore.'

[Molto mi stupii di udire quello sgraziato uccellaccio parlare così chiaramente,
sebbene poco senno vi fosse nella sua risposta - poca importanza;
poiché in nessun modo a nessun essere vivente
fino ad allora fu concesso di vedere un uccello alla sua porta -
uccello o bestia sul busto scolpito alla sua porta,
che portasse il nome "Mai più".]

But the raven, sitting lonely on the placid bust, spoke only,
That one word, as if his soul in that one word he did outpour.
Nothing further then he uttered - not a feather then he fluttered -
Till I scarcely more than muttered `Other friends have flown before -
On the morrow he will leave me, as my hopes have flown before.'
Then the bird said, `Nevermore.'

[Ma quel corvo posato solitario sul placido busto,
come se tutta l'anima versasse in quelle parole,
altro non disse, immobile, senza agitare piuma,
finché non mormorai: "Altri amici di già sono volati via:
lui se ne andrà domani, volando con le mie speranze"
Allora disse il Corvo: "Mai più".]

Startled at the stillness broken by reply so aptly spoken,
`Doubtless,' said I, `what it utters is its only stock and store,
Caught from some unhappy master whom unmerciful disaster
Followed fast and followed faster till his songs one burden bore -
Till the dirges of his hope that melancholy burden bore
Of "Never-nevermore."'

[Trasalii al silenzio interrotto da un dire tanto esatto,
"Parole" mi dissi "che sono la sua scorta sottratta
a un padrone braccato dal Disastro, perseguitato
finché un solo ritornello non ebbe i suoi canti,
un ritornello cupo, i canti funebri della sua speranza:
Mai, mai più".]

But the raven still beguiling all my sad soul into smiling,
Straight I wheeled a cushioned seat in front of bird and bust and door;
Then, upon the velvet sinking, I betook myself to linking
Fancy unto fancy, thinking what this ominous bird of yore -
What this grim, ungainly, ghastly, gaunt, and ominous bird of yore
Meant in croaking `Nevermore.'

[Rasserenando ancora il Corvo le mie fantasie,
sospinsi verso di lui, verso quel busto e la porta,
una poltrona dove affondai tra fantasie diverse,
pensando cosa mai l'infausto uccello del tempo antico.
Cosa mai quel sinistro, infausto e torvo anomale antico
potesse voler dire gracchiando "Mai più".]

This I sat engaged in guessing, but no syllable expressing
To the fowl whose fiery eyes now burned into my bosom's core;
This and more I sat divining, with my head at ease reclining
On the cushion's velvet lining that the lamp-light gloated o'er,
But whose velvet violet lining with the lamp-light gloating o'er,
She shall press, ah, nevermore!

[Sedevo in congetture senza dire parola
all'uccello i cui occhi di fuoco mi ardevano in cuore;
cercavo di capire, chino il capo sul velluto
dei cuscini dove assidua la lampada occhieggiava,
sul viola del velluto dove la lampada luceva
e che purtroppo Lei non premerà mai più.]

Then, methought, the air grew denser, perfumed from an unseen censer
Swung by Seraphim whose foot-falls tinkled on the tufted floor.
`Wretch,' I cried, `thy God hath lent thee - by these angels he has sent thee
Respite - respite and nepenthe from thy memories of Lenore!
Quaff, oh quaff this kind nepenthe, and forget this lost Lenore!'
Quoth the raven, `Nevermore.'

[Parve più densa l'aria, profumata da un occulto
turibolo, oscillato da leggeri serafini
tintinnanti sul tappeto. "Infelice" esclamai "Dio ti manda
un nepente dagli angeli a lenire il ricordo di Lei,
dunque bevilo e dimentica la perduta tua Lenore!"
Disse il Corvo "Mai più".]

`Prophet!' said I, `thing of evil! - prophet still, if bird or devil! -
Whether tempter sent, or whether tempest tossed thee here ashore,
Desolate yet all undaunted, on this desert land enchanted -
On this home by horror haunted - tell me truly, I implore -
Is there - is there balm in Gilead? - tell me - tell me, I implore!'
Quoth the raven, `Nevermore.'

["Profeta, figlio del male e tuttavia profeta, se uccello
tu sei o demonio, se il maligno" io dissi "ti manda
o la tempesta, desolato ma indomito su una deserta landa
incantata, in questa casa inseguita dall'Onore,
io ti imploro, c'è un balsamo, dimmi, un balsamo in Galaad?"
Disse il Corvo: "Mai più".]

`Prophet!' said I, `thing of evil! - prophet still, if bird or devil!
By that Heaven that bends above us - by that God we both adore -
Tell this soul with sorrow laden if, within the distant Aidenn,
It shall clasp a sainted maiden whom the angels named Lenore -
Clasp a rare and radiant maiden, whom the angels named Lenore?'
Quoth the raven, `Nevermore.'

["Profeta, figlio del male e tuttavia profeta, se uccello
tu sei o demonio, per il Cielo che si china su noi,
per il Dio che entrambi adoriamo, dì a quest'anima afflitta
se nell'Eden lontano riavrà quella santa fanciulla,
la rara raggiante fanciulla che gli angeli chiamano Lenore".
Disse il Corvo: "Mai più".]

`Be that word our sign of parting, bird or fiend!' I shrieked upstarting -
`Get thee back into the tempest and the Night's Plutonian shore!
Leave no black plume as a token of that lie thy soul hath spoken!
Leave my loneliness unbroken! - quit the bust above my door!
Take thy beak from out my heart, and take thy form from off my door!'
Quoth the raven, `Nevermore.'

["Siano queste parole d'addio" alzandomi gridai
"Uccello o creatura del male, ritorna alla tempesta,
alle plutonie rive e non lasciare una sola piuma in segno
della tua menzogna. Intatta lascia la mia solitudine,
togli il becco dal mio cuore e la tua figura dalla porta"
Disse il Corvo: "Mai più".]

And the raven, never flitting, still is sitting, still is sitting
On the pallid bust of Pallas just above my chamber door;
And his eyes have all the seeming of a demon's that is dreaming,
And the lamp-light o'er him streaming throws his shadow on the floor;
And my soul from out that shadow that lies floating on the floor
Shall be lifted - nevermore!

[E quel Corvo senza un volo siede ancora, siede ancora
sul pallido busto di Pallade sulla mia porta.
E sembrano i suoi occhi quelli di un diavolo sognante
e la luce della lampada getta a terra la sua ombra.
E l'anima mia dall'ombra che galleggia sul pavimento
non si solleverà mai più.]



Edgar Allan Poe nacque a Boston nel 1809, secondo di tre figli di una coppia di attori. Alla morte dei genitori, avvenuta quando Poe aveva solo due anni, fu adottato da una ricca coppia.
Poe si trasferì ben presto in Inghilterra, dove studiò, rivelando una memoria straordinaria e una morbosa passione, al limite dell'insanità, per la musica e la poesia. Nel 1821, Poe tornò in America, trasferendosi in Virginia, dove studiò in accademia per poi iscriversi al corso di lingue della University of Virginia, che abbandonò dopo un solo anno.
Le discordie con il padre per motivi economici e il matrimonio della ragazza di cui era innamorato spinsero Poe a trasferirsi a Boston, dove si mantenne con vari lavori per poi unirsi all'esercito sotto falso nome mentendo anche sulla propria età. Nel 1927 pubblicò la sua prima raccolta poetica, di stampo byroniano, che passò pressoché inosservata: Tamerlano e altre poesie. Nel 1829 Poe si trasferì presso una zia vedova a Baltimora; qui pubblicò il secondo libro di poesie, Al Aaraaf, Tamerlano e poesie minori. Due anni dopo, riuscì a farsi espellere dall'Accademia dei cadetti che frequentava, e si trasferì a New York, dove pubblicò la sua terza raccolta poetica, intitolata semplicemente Poesie, che conteneva anche le due precedenti.
Dopo i suoi primi tentativi poetici, Poe si rivolse alla prosa. Per la prima volta, nel 1833, un suo lavoro (il racconto
Manoscritto trovato in una bottiglia) ottenne un riconoscimento. Nel 1935 lo scrittore divenne assistente editore presso un periodico, ma dopo pochi mesi venne licenziato per ubriachezza. Tornò dunque a Baltimora dove, di nascosto, sposò la cugina tredicenne (Poe aveva ormai ventisei anni) facendola figurare come maggiorenne nel certificato di matrimonio. In questi anni continuò a pubblicare poesie, recensioni e racconti, tentando di vivere del proprio lavoro.
Nel 1838 pubblicò Storia di Arthur Gordon Prym, l'anno successivo la raccolta Racconti del grottesco e dell'arabesco, affiancando la sua professione di scrittore a quella di giornalista. Pochi anni dopo, l'amata moglie iniziò a mostrare i segni della tubercolosi, dolore che fece sprofondare lo scrittore ancor più nel vizio dell'alcolismo.
Nel 1845 videro la luce i suoi versi più famosi, la poesia
Il corvo, che riscosse un immediato successo. Due anni dopo la moglie morì nel cottage di New York che entrambi abitavano, e in cui Poe risiederà fino alla sua morte.
Il 3 ottobre 1848, Poe venne trovato in stato di delirio nelle strade di Baltimora e ricoverato in ospedale, dove morì il 7 ottobre senza mai recuperare abbastanza lucidità da rivelare cosa gli fosse successo e perché al momento del ritrovamento indossasse abiti non suoi. Le cause della sua morte rimangono tuttora un mistero, anche se, oltre alla palese responsabilità dell'alcolismo dell'autore, sono state formulate le più bizzarre ipotesi, compreso il
cooping (somministrazione di droga a ignari cittadini durante le elezioni politiche al fine di ottenerne il voto).

 

La Stamberga dei Lettori Copyright © 2011 | Template design by O Pregador | Powered by Blogger Templates