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26 luglio 2015

L'aquila e la piovra - Gianni Palagonia

Nell’Albania di oggi vige il Kanun, il codice di leggi che regola anche le faide della criminalità organizzata. Con queste leggi si deve confrontare il protagonista del romanzo, un poliziotto italiano che si ritrova in missione nel Paese delle Aquile. Il libro è una storia vera in forma di romanzo, basato su una lunga trasferta lavorativa di Palagonia in Albania, in cui affronta la pericolosa alleanza tra le mafie italiane e quella albanese, tra droga e controllo di impianti di energia rinnovabile.

Recensione

Il protagonista di questo romanzo, sotto lo pseudonimo di Gianni Palagonia, narra la sua missione in terra albanese quale poliziotto antimafia. È una storia interessante perché rivela aspetti dell’Albania poco conosciuti, come l'esistenza del codice d’onore “Kanun”, ad esempio, una sorta di compendio di norme che affonda le sue radici nelle tradizioni popolari. Fa sensazione venire a sapere che in Albania esistono ancora faide familiari per cui vi sono persone che non possono uscire da casa per non essere uccise e devono contare solo sull’aiuto di amici per poter sopravvivere durante una reclusione forzata che può durare tutta la vita, stante che il suddetto codice dispone il domicilio come l'unico luogo inviolabile. In contropartita le donne possono uscire anche di notte non accompagnate ed essere relativamente al sicuro, dato che un semplice sgarbo verso di loro potrebbe causare una guerra tra famiglie. Ma vengono evidenziati altri aspetti dell’arretratezza sociale del paese, come la disparità ancora esistente fra uomini e donne, nonché la corruzione dilagante sia nel settore della sanità che in quello della giustizia. A tale proposito viene rilevato che la connivenza tra politica e criminalità è un fenomeno diffuso in Albania:

L’Albania ci ha sempre preso come modello per prendere spunti, per migliorarsi, nel bene e nel male.
È un paese che si è gettato alle spalle il comunismo, ma che ha ancora una lunga la strada da percorrere perché la democrazia possa affermarsi.
I ritardi nel trasporto aereo e ferroviario, la corruzione, la mala sanità e la disparità di condizioni sociali, inconvenienti di cui ci lamentiamo in Italia, sono poca cosa rispetto a ciò che si verifica in Albania, dove la delinquenza italiana trova terreno fertile per le proprie attività criminali. Il titolo del libro mette l’accento, appunto, sul simbolo albanese, l’aquila, e la mafia italiana, la Piovra, come viene nominata nel famoso serial televisivo italiano, visto anche alla televisione albanese con sottotitoli in lingua. A questo proposito c'è un aneddoto popolare, riportato da uno dei personaggi del libro, che detta:
L’albanese è duro, ha pianto solo due volte: quando è morto il dittatore e quando è morto il commissario Cattani.

Nel romanzo, ogni personaggio incontrato dal protagonista si sente in dovere di esporre qualche aspetto degli usi e costumi della popolazione, e ciò comporta una continua interruzione del racconto, specie nella prima parte del libro, minando la sua scorrevolezza. In aggiunta a questo, nella storia, si trovano inseriti anche i ricordi del protagonista, escamotage dell’autore per giustificare il costante raffronto tra i comportamenti della popolazione albanese attuale con quelli della Sicilia del secolo scorso, di modo che la storia risulta a metà fra il reportage e l’autobiografia. Tale peculiarità del romanzo, che non può essere catalogato con precisione in nessun genere specifico, può scontentare sia le aspettative del lettore più interessato a conoscere i modi di vivere degli albanesi, sia quello più incuriosito dalle vicende personali del protagonista.

Nel romanzo è presente anche una storia d’amore, che potrebbe avere un lieto fine, tra il protagonista ed un’insegnante. Relazione non facile, data la mentalità albanese che ritiene i costumi italiani troppo disinvolti e giudica come una “poco di buono” la donna albanese che si lasci coinvolgere in un rapporto affettivo con un italiano.

Per questo la maggior parte degli uomini albanesi che vivono in Italia e sono fidanzati con delle italiane, non le sposeranno mai. Alla fine per il matrimonio sceglieranno sempre una donna albanese, proprio perché è considerata più seria. Qui molti uomini lo dicono apertamente: amante italiana, moglie albanese.
Fra le curiosità rinvenute nel romanzo, si legge che il lek, la moneta albanese, ha preso il nome da
Leke Dukagjini, un principe e condottiero albanese che aveva combattuto agli ordini di Scanderberg contro l’impero ottomano agli inizi del 1400.
A Leke Dukagjini si dovrebbe anche la stesura del codice Kanun.
Per quanto le notizie sul popolo albanese siano interessanti, qualche pecca si rileva quanto alla caratterizzazione dei personaggi del romanzo, siano o meno creazioni di fantasia. Il linguaggio usato, inoltre, trova una certa ripetitività in luoghi comuni, come quello di “andare in galera e buttare via la chiave”. Anche i dialoghi non possono certo definirsi brillanti, avendo spesso solo una funzione interlocutoria.
Ciò premesso, aldilà dell'esposizione di usi e costumi su un paese quasi sconosciuto dalla maggior parte degli italiani e sull’attività di un poliziotto onesto che adempie al proprio dovere con dedizione, il romanzo, pur risultando interessante dal punto di vista informativo, non appare esaltante dal punto di vista letterario.

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: L'aquila e la piovra
  • Autore: Gianni Palagonia
  • Editore: CentoAutori
  • Data di Pubblicazione: 2015
  • Collana: L'arcobaleno
  • ISBN-13: 9788868720261
  • Pagine: 384
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 16,50

17 maggio 2014

#SalTo14: riflessioni semiserie sul Salone del Libro di Torino 2014

Può una lettrice terrona desplazada a Milano lasciarsi sfuggire il Salone del Libro di Torino? No, non può, soprattutto se il suo master in editoria le consente di ottenere l'accredito per professionali evitando peraltro di doversi confondere nella fiumana di gente accalcata davanti a Lingotto per entrare.
Quelle che seguono sono riflessioni semiserie (più semi che serie) sulla mia prima esperienza a Torino. A breve un resoconto più professionale del Salone da parte di un nostro collaboratore.


Abbigliamento. Un primo consiglio per le ragazze che il prossimo anno si recheranno al Salone benvestite nella speranza di attrarre sguardi e favori: non fatelo. Nella calca nessuno si accorgerà se avete ai piedi belle scarpe - che comunque vi verranno calpestate - o Converse da spiaggia bucate. I vostri piedi ringrazieranno e il vostro sorriso quando vi presentano qualcuno sarà più luminoso.

Il wi-fi. No, gente. Avete tirato su 340.000 visitatori, non siete la sagra della salsiccia di San Vincenzo. Un wi-fi funzionante a una fiera frequentata da addetti ai lavori e dalla stampa mi pare il minimo.

Gli incontri professionali. Gli incontri professionali sono sempre incoraggianti: ti siedi e tra i blabla passa sempre lo stesso, poco velato, messaggio: il nostro mestiere è strafigo, ma abbiamo già occupato tutti i posti e a cederveli non ci pensiamo proprio, anche se abbiamo più di settant'anni e prima o poi stramazzeremo di ictus in redazione. Troppo tardi da dirsi a chi sta studiando in un master per le professioni editoriali. Anche perché ce l'hanno ripetuto fino alla nausea dal primo giorno di corso che c'è poca trippa per gatti e chi la vuole deve prepararsi a cavare gli occhi.

Il Gioco dell'Oca. Poi c'è quel momento di magica epifania in cui esci dal bagno e ti accorgi di aver lasciato il telefonino sul porta-cartaigienica. Rientri e una ragazza in coda ti dice che la solita vecchina ansiosa l'ha preso per portarlo subito alla centrale mobile dei Carabinieri. Lì parte il Gioco dell'Oca in giro per il Salone - pattuglia, punto informazioni, centrale mobile, vecchina -, il tutto di corsa e coi piedi sempre più doloranti, fino a una felice conclusione.

Le persone e la festa Minimum Fax. Ti accorgi poi di quante persone conoscano più persone di te. Tutti hanno la stretta di mano per il redattore, per l'autore, per l'addetto stampa o il giornalista. Tutti conoscono tutti almeno di vista. Tu non guardi mai nessuna foto, non sai nemmeno che faccia abbia Coelho nonostante i suoi cartonati giganteschi ti abbiano perseguitato ogni volta che è uscito un suo libro. Devi leggere il cartello per sapere che quello che parla è De Cataldo (e hai visto cinque puntate di Masterpiece). Alla festa Minimum Fax, a cui sei arrivata con le calze strappate e il ginocchio sanguinante dopo cinque chilometri a piedi - Gmaps dovrebbe essere citato per danni morali e materiali -, bevi un long drink con una dose di tequila decisamente superiore al consentito grazie alla comprensione di un barman, e ti indicano persone, ti fanno nomi, vedi gente che s'emoziona, magari ti sei pure scontrata con un editore in vena di assunzioni e non lo scoprirai mai. Non conosci le facce e non sei fisionomista. Hai proprio sbagliato mestiere.

I libri. Case editrici, quelle che potete permettervelo: prendete esempio dalla Fazi e fatelo qualche sconticino in più. Altrimenti vengo a vedere i vostri bei libri e poi torno a Milano e vado a cercarli al Libraccio: ho comprato solo Stoner perché era superscontato e L'ultima avventura del pirata Long John Silver perché [vedi punto successivo].

Björn Larsson. Non solo quest'uomo è bravo, ma parla italiano (quindi se non masticate l'inglese o lo avete studiato per quindici anni ma vi si secca la lingua ogni volta che avete l'occasione di praticarlo potete comunque scambiarci due parole senza pezzarvi le ascelle) ed è pure gentilissimo. L'Iperborea non poteva fare altrimenti perché tutti i suoi autori sono svervegesi, ma dimostra comunque d'aver capito che Mazzantini, Scurati, De Cataldo eccetera sono bravissimi e bellissimi, ma probabilmente li abbiamo già incontrati da qualche altra parte. Gli autori stranieri forse costano un tantino di più in termini di rimborso spese, ma tirano che è una meraviglia, soprattutto se si siedono su una poltrona dell'Ikea con un sorriso alla Babbo Natale dei grandi magazzini e accolgono con buonumore chi va a sedersi accanto a loro per due parole e un autografo.

Star Wars. Che non c'entra nulla coi libri, ma Star Wars è un mito e dove c'è roba nerd io mi ci fiondo a pesce. Quelli della Multiplayer Edizioni si sono distinti per aver saputo creare uno stand pittoresco e sono pure riusciti ad accaparrarsi una sala per un convegno sull'Universo Espanso che, alla faccia dei nerd sfigati senza una vita sociale, ha richiamato genere di ogni età e ceto.

Torino. Bellissima. Ah, dite che c'era qualcos'altro oltre a Lingotto e al Circolo dei Canottieri sul lungofiume?


Appena qualche foto (clicca per ingrandire):


31 dicembre 2012

Sotto i ponti di Yama - Salvatore Bandinu

La perversa logica della globalizzazione e i suoi devastanti effetti, riscontrati direttamente tra i quartieri e le strade di Calcutta, la moderna Kolkata, offrono all'autore l'occasione per una riflessione fuori dai soliti schemi pietistici o miracolistici.

Una città indescrivibile per cultura e crudeltà, dove la povertà estrema e la miseria delle bidonville, il popolo degli intoccabili e l'ambivalente logica del turismo religioso, ci ricordano che il miracolo economico indiano è forse solamente uno spot orchestrato dalle solite élites.

La ricerca di una fede rimasta tuttavia orfana di risposte e di concretezza porta il lettore a dedurre che, se Dio a Calcutta non è morto, certamente neppure Lui se la passa tanto bene. Un viaggio nell´India di Gandhi e Madre Teresa, in quella descritta da Tiziano Terzani, Hesse, Pasolini, Moravia, Lapierre. Ma anche l'India del popolo della strada e dei suoi silenziosi ma acuti tormenti, dell'Hi-tech, di Bollywood, delle grandi multinazionali e dei suicidi di massa dei contadini.

Un lucido cammino attraverso l'Indian dream contrapposto a quello della più sordida miseria, dove folle di mendicanti, senzatetto, persone denutrite, portano avanti, giorno dopo giorno, una sistematica lotta per la sopravvivenza. Un libro per tutti coloro che nei supplizi e nei rantoli dei dannati della terra non identificano una precisa volontà divina, ma individuano una specifica, responsabile e scellerata scelta umana.

Recensione

Se fosse soltanto il racconto di un viaggio negli abissi della miseria umana di Kolcata - Calcutta come è conosciuta dai più - sarebbe ben poca cosa il racconto/reportage che Bandinu propone in questa pubblicazione di Arkadia.

Lo sguardo del viaggiatore offre invece a chi legge molto di più che non una semplice e compassionevole descrizione delle durissime condizioni di vita del popolo di derelitti che affolla strade, baraccopoli e lazzaretti della metropoli capitale dell'India durante il colonialismo britannico e tuttora punta di diamante nel miracolo economico della tigre indiana.

Di sicuro fa parte del pacchetto una certa dose di voyeurismo nei confronti della miseria: andare a prestare servizio per un periodo limitato nelle fetide corsie di ospizi per derelitti e relitti moribondi in qualche modo lo comprende nel biglietto.

Pregio di questo libro, tuttavia, è il non nascondersi dietro l'alibi della solidarietà dalle gambe corte, che è un po' quella a cui siamo abituati con gli aiuti attraverso sms o donazioni nei momenti dell'urgenza e che fa pensare quasi a una specie di orrendo marketing della miseria. Vedere e toccare in prima persona le condizioni di vita dell'umanità sfiancata dal caldo e dai monsoni, dal peso di una storia densa e soffocante, da tradizioni di cui, persa l'origine, resta solo l'attuale insensatezza - penso ad esempio al sistema delle caste ancora vivo nella società indiana per quanto abolita per legge - sentire sulla propria pelle tutto questo permette di sfatare il falso mito letterario della 'città della gioia' di Lapierre.

Senza inutili polemiche Bandinu alza il velo di quest'immagine letteraria per mostrarci, per ricordarci, con la sua prosa, ingenua a tratti, lineare e priva di ogni artificiosità da tecnico della scrittura, che non può esserci alcuna consolazione nell'accontentarsi della semplicità del poco o del nulla, che non c'è spazio per la gioia del nirvana sui marciapiedi coperti di corpi doloranti e avviliti dei figli di Kolcata.

E che ogni tentativo di nascondere con questa forma di misticismo facile le disuguaglianze di una società, che vede fianco a fianco la crescita esponenziale del PIL grazie informatici e ingegneri di Bangalore e lo sprofondare dei suoi figli e figlie degli slum di Kolcata nella miseria più nera, priva di orizzonti e possibilità di redenzione, è un modo di lavarsi le coscienze.

Le note più intime e sentite di questo viaggio nei meandri della natura umana sulle rive del Gange e nella coscienza dell'autore sono quelle che vibrano, senza pretese scientifiche o falsa retorica, nella parte finale del racconto, che mette insieme una serie di riflessioni storiche e considerazioni sul futuro politico e sociale della più popolosa democrazia del pianeta e di una delle più formidabili economie mondiali, in grado di modificare gli equilibri planetari.

Le stesse note rimbombano ancora nell'animo del protagonista al suo ritorno nella realtà normale della Sardegna, e anche, certo solo per interposta persona, nella mente dei lettori, mettendo a nudo le contraddizioni irrisolte di un sistema di sviluppo che è formalmente teso verso una destino di luminosa felicità, la prospettiva della 'Shining India', ma nel concreto non sembra davvero interessato a colmare le lacune dei diritti umani e a praticare un'uguaglianza che vada al di là dell'involucro delle parole.

Contraddizioni che bruciano nelle parole prese a prestito dal vescovo delle favelas brasiliane, dom Helder Camara, vicino almeno in spirito alle tesi della teologia della liberazione latinoamericana, e che però si adattano bene a commentare un miracolo economico come quello del subcontinente indiano, che tollera, con la connivenza interessata dell'Occidente delle multinazionali, di prosperare sulle sofferenze di molti, nell'ipocrisia generalizzata di chi ce l'ha fatta:

Quando do da mangiare a un povero, tutti mi chiamano santo.
Ma quando chiedo perché i poveri non hanno cibo, allora tutti mi chiamano comunista.

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Sotto i ponti di Yama
  • Autore: Salvatore Bandinu
  • Editore: Arkadia Editore
  • Data di Pubblicazione: 2012
  • Collana: Limes
  • ISBN-13: 9788896412633
  • Pagine: 200
  • Formato - Prezzo: Brossura - 15,00 Euro

24 novembre 2012

Milano BookCity 2012: La città è dei libri

Sala Panoramica, Castello Sforzesco

Prima edizione di un nuovo festival letterario, Milano Book City 2012: un evento da ri-fare, almeno in due sensi.
Se da un lato l'enorme mole di incontri, dibattiti, letture, mostre, tavole rotonde, rappresentazioni, scene teatrali, visite (non troppo) guidate, e la varietà quasi incommensurabile dei temi trattati - dal genere poliziesco al diritto d'autore, dalla cucina faidatè all'umorismo yiddisch, dalla letteratura scandinàva agli erbari del XIV secolo hanno reso la scelta davvero molto difficile per i poveri malcapitati che non hanno la fortuna di possedere il dono dell'ubiquità, va anche detto che in molti casi l'organizzazione, un po' tra l'avventuroso e la sperindìo, ha contribuito a rendere la vita meno semplice anche ai più volenterosi.

I camminamenti del Castello Sforzesco
Per esempio, lodevole l'iniziativa di aprire le merlate del castello per un giro che permette di godere di scorci suggestivi e insoliti su Milano, dalle nuove guglie dei grattacieli dell'Isola a quelle più datate e in perenne restauro del Duomo: ancora più lodevole sarebbe stato prevedere un minimo di guida che desse qualche spunto storico sulla struttura, anche solo un cartellone!
Altro punto di sofferenza gli spazi che, almeno nel cuore dell'iniziativa, la cornice prestigiosa del Castello Sforzesco, erano - certo anche per la natura dei luoghi - angusti e hanno portato a code lunghissime senza peraltro la possibilità per tutti di accedere agli eventi. Almeno l'innumerevole elenco di possibilità ha garantito alternative per tutti i gusti.
Molto interessante, tra i tanti, il ciclo di tavole rotonde sui Mestieri del Libro, divise per argomenti diversi e legate alle attività della Fondazione Mondadori.
Da quella sul futuro dell'editoria e della distribuzione indipendenti - presenti i 'piccoli' editori Marcos y Marcos, Voland, Nottetempo e Iperborea e i librai indipendenti 'Boragno' di Busto Arsizio e Pinto di 'Ponte sulla Dora', libreria che inaugurerà il 30 novembre prossimo a Torino - che ha messo in grande risalto le difficoltà dei piccoli editori, quelli che lavorano necessariamente su qualità e numeri ridotti, e sono costretti a fare i conti con le politiche commerciali aggressive di grandi catene e supermercati. Il pericolo può essere che la chiusura di tanti nomi tra librerie e piccole case editrici comporti la perdita di parte del pluralismo editoriale e faccia tacere molte voci che non troverebbero spazio negli orizzonti mainstream del settore. D'altra parte pare difficile che il pur condivisibile appello a rifiutare la logica degli sconti forsennati e della mercificazione assoluta del libro, che lo riduce a mero oggetto di consumo al pari di un panettone o di un paio di scarpe, possa portare indietro le lancette e cancellare ebook, kindle e compagnia bella!?
Sempre su argomenti legati a come si realizza un libro ci sono stati altri incontri legati a scelta dei manoscritti e traduzioni e revisioni. Questi ultimi due temi li hanno raccontati in modo interessante e insieme leggero, tra aneddoti divertenti ed esperienze personali, alcuni traduttori ed editor di varie case editrici, Ena Marchi e Giorgio Pinotti di Adelphi, Mariarosa Bricchi di Bruno Mondadori, Franca Cavagnoli e Ilide Carmignani, traduttrici di grande esperienza.
La scrittrice svedese ritratta da Carl Larsson (1908)
Le loro parole hanno portato alla luce un lavoro molto complesso e spesso oscuro alla gran parte dei lettori, che porta libri stranieri sugli scaffali delle librerie italiane, tra compromessi sul significato di modi di dire e teorie traduttologiche, con lunghe e faticose negoziazioni sulla scelta di termini e con un lavoro certosino, spesso non riconosciuto o sottolineato il giusto, fatto in difesa e a garanzia del diritto di ogni lettore di accedere a una versione del testo il più vicina possibile alle intenzioni originali dell'autore.
Singoli incontri, nati forse per appassionati di nicchia, hanno permesso anche a outsider dell'argomento di sapere qualcosa sulla prima donna a vincere un Nobel per la Letteratura, la scrittrice svedese Selma Lagerlöf, nota come scrittrice di racconti per l'infanzia ma il cui influsso ha avuto un peso notevole su personaggi nordici come August Strindberg, Ingmar e Ingrid Bergman.
L'esposizione, per la verità alquanto istrionica, di Luca Scarlini e la luce crepuscolare che si spandeva sull'ultimo piano del Castello hanno saputo evocare atmosfere e suggestioni di tradizioni, come quelle, così importanti nella cultura nordica, della festa di santa Lucia e che invece affondano le loro radici nella venerazione di una martire mediterranea, le cui spoglie riposano tra le rovine classiche di Siracusa.
Di altro genere la presentazione, con un pubblico fatto anche di tanti adolescenti, della nuova versione illustrata dell'Inferno di Dante realizzata da Paolo Barbieri per Mondadori. La visione di alcune tavole del volume su uno schermo di grandi dimensioni ha valorizzato l'impatto visionario di un lavoro di notevole forza e ambizione, per quanto il risultato si discosti notevolmente dalle precedenti raffigurazioni della Divina Commedia e mostri suggestioni cinematografiche molto attuali. Anche Dante, insomma, si può modernizzare raccontandolo con le forme narrative di una graphic novel? Di sicuro il pubblico dei lettori di saghe fantasy come quella di Licia Troisi, sempre illustrata da Barbieri, ha gradito molto l'esperimento.
Un film in programma al Festival dei B movie
Tra gli altri filoni, collegata al festival di B-movie anni '70 sempre a Palazzo Morando, nello chic del Quadrilatero della moda, segnalo anche 'Milanera', una serie di dibattiti con autori di polizieschi e noir, con la partecipazione di Cecilia Scerbanenco, figlia di Mario, uno dei padri nobili dell'hardboiled in salsa meneghina, e la conduzione del giornalista-scrittore Piero Colaprico. Oltre alla presentazione dei libri degli autori, 'Fratelli' di Paride Marseglia, 'Milano criminale' di Paolo Roversi e 'Il profumo delle bugie' di Bruno Morchio, c'è stato lo spazio per una serie di domande su tematiche di genere e prossimi progetti, ma anche per curiosità più personali su tutto ciò che - il genere, in fondo, pur avendo le sue leggi abbastanza fisse coinvolge temi anche profondi - rimane spesso nel retrobottega dello scrittore di noir: la sua visione del rapporto tra bene e male, le esperienze personali alla base delle storie, gli aspetti più coinvolgenti anche da un punto di vista storico e sociale dei loro racconti.
Infine vale la pena di menzionare anche il ciclo di conferenze diverse per temi e toni ma unite tutte dal filo comune della cultura ebraica, per le quali la comunità milanese ha aperto al pubblico la sinagoga di Via della Guastalla: un'occasione particolare per visitare un luogo dal profondo valore simbolico che però rimane piuttosto nascosto anche ai milanesi stessi.
La Sinagoga centrale di Milano
Con il ciclo 'Jewish and the city' brevi incontri di mezz'ora l'uno molto vari, tra gli altri i rapporti tra Rembrandt e la cultura ebrea nell'Olanda del XVII secolo e 'Le mie migliori barzellette ebraiche' di Daniel Vogelmann, hanno trasformato per una giornata intera il luogo di culto in spazio d'incontro e di tolleranza, tutti rigorosamente - almeno i maschi - con lo zucchetto in testa. Senza nascondersi, dietro l'umorismo amaro di un popolo sopravvissuto alla Shoah, le attuali sofferenze delle genti della Striscia di Gaza, cui speriamo la tregua porti la promessa di una pace più stabile: davanti alla sinagoga stazionavano infatti agenti di polizia armati e a poca distanza delle transenne limitavano la protesta, pacifica e pacata, di un gruppetto filopalestinese per gli scontri in Medio Oriente.
Ma tutto questo è solo la punta dell'iceberg, ovvero quanto si è riusciti a seguire di persona, per limiti di tempo e di spazio. Tutto il resto ha invaso l'intera città con un minestrone di eventi vari paragonabile solo a quanto avviene per le diverse fashion week o per il Salone del Mobile. Il che, pur mettendo insieme tutto e il contrario di tutto, se riguarda i libri invece che scarpe e lampadari, a chi è appassionato di libri&co. non può dispiacere.
Perché tutto sommato il minestrone fa bene e piace alle mamme, ha dentro di tutto ed è ottimo anche riscaldato il giorno dopo. Anzi, magari, a rifarlo viene anche meglio!

 

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