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14 novembre 2014

Diario di lettura di Patrizia: Jayber Crow - Wendell Berry

Per oltre trent'anni Jayber Crow è stato il barbiere di Port William, un piccolo centro agricolo del Kentucky. Tutti sono passati dal suo negozio, affidandogli, insieme ai capelli e alla barba, pensieri e speranze, sogni e delusioni. Ormai anziano, ci racconta le loro vicende, e attraverso di esse la propria stessa vita. Mentre sullo sfondo scorrono gli avvenimenti della Storia - dalla crisi del '29 alla seconda guerra mondiale, al Vietnam, agli anni '80 - le piccole storie degli abitanti di Port William si intrecciano costruendo una trama di forte verità umana. Evocando persone e fatti con il suo tono piano ed equilibrato, Jayber Crow ci parla di amicizia e amore, di gioia e dolore, della fede in Dio e delle trasformazioni che hanno profondamente modificato il rapporto dell'uomo con se stesso e con il mondo. In una realtà scandita dall'avvicendarsi delle stagioni e dal lento scorrere del fiume, la comunità di Port William ha infatti visto minacciati da guerre, avidità e consumo dissennato i suoi delicati equilibri ecologici, economici e umani. Lo sguardo di Jayber è sempre penetrante e sensibile, è quello di chi vuole comprendere più che giudicare e partecipa intimamente a ciò che le persone intorno a lui vivono e soffrono...

Diario di lettura

AVVISO
Chiunque tenti di trovare un testo in questo libro sarà perseguito; chiunque tenti di trovarvi un sottotesto sarà bandito; chiunque tenti di spiegarlo, interpretarlo, districarlo, analizzarlo, decostruirlo o capirlo in qualche altra maniera sarà mandato in esilio su un’isola deserta in compagnia degli altri interpretatori suoi simili.
PER ORDINE DELL’AUTORE (Premessa a Jayber Crow)

Questa recensione si presenta abbastanza difficile; in primo luogo mi accingo a fare proprio quello che l’autore vieta di fare e quindi mi toccherà andarmene su un’isola deserta (anche se credo che la troverò molto affollata e poi a me basta che ci sia una connessione wireless), ma soprattutto, spulciando i vari commenti a questo libro, mi sono resa conto che è piaciuto praticamente a tutti quelli che lo hanno letto. Io invece l’ho trovato noioso, poco coinvolgente e, in certi passaggi, irritante. A questo punto mi devo porre qualche domanda perché mi sembra improbabile che solo io abbia ragione e tutto il resto dell’universo-mondo, invece, sia in torto.

Forse posso iniziare dagli assunti epistemologici di base che non condivido con l’autore e che mi mal dispongono verso questo romanzo. Rifuggo come la peste da tutte le affermazioni nostalgiche che esaltano i valori del bel tempo andato e svalutano il presente. Ogni fase storica ha luci e ombre: non si può, presi dall’ansia per i cambiamenti (d’accordo, non sempre positivi) che si osservano, lanciarsi in descrizioni agiografiche del tempo che fu e dei suoi protagonisti, dimenticando che non erano proprio tutte rose e fiori. Per dirvene una, probabilmente aver costruito l’autostrada ha distrutto parte dell’ambiente naturale in cui Jayber Crow ha vissuto da bambino ma, immagino, togliendo Port William dal suo isolamento ha reso più raggiungibili gli ospedali e ha contribuito a diminuire la mortalità infantile o i casi di morte per parto. Insomma, la visione del mondo per assoluti, bianco o nero, mi rende nervosa: quindi come posso apprezzare un libro in cui ogni parola (secondo me) vuole mostrare come si viveva bene prima? Per la domanda che mi sono posta sopra, forse le posizioni di Wendell Barry non sono così estreme, ma per quanto mi sforzi, proprio non riesco a cogliere la giusta misura (badate bene: quella che per me è la giusta misura) tra nostalgia del passato e svalutazione del presente. Questo sbilanciamento (a favore dei vecchi valori e del concetto tradizionale di comunità, contrario del tutto a ogni forma di progresso) è una delle cause della mia irritazione verso Jayber Crow e tutta Port William, e se si è irritati verso qualcuno è difficile trarre piacere dalla sua compagnia. E’ transfert o controtransfert? A voi lettori l’ardua sentenza!

Potrei dilungarmi anche sullo spirito religioso di cui è intrisa la vita del protagonista e che lo porta a scegliere di vivere ai margini della comunità, desistendo dall’avere una vita propria. A me non va giù per niente! Devo comunque ammettere che alla fine si tratta di una diversa visione del mondo e non voglio imporre la mia a Jayber. Del resto, ho amato anche romanzi in cui le scelte di vita dei protagonisti erano discutibili, se non addirittura contrarie al mio sistema di valori.

E allora qual è il problema? Mi piace pensare che, in questo caso, il problema non siano i miei pre-giudizi ma piuttosto che si tratti di una questione legata allo stile e alle scelte narrative di Wendell Berry. Certo, il fatto che nei commenti entusiasti degli altri lettori non ci sia neanche un accenno a questi aspetti mi fa ancora una volta dubitare delle mie capacità di giudizio, ma io vado avanti e ve le scrivo (nel frattempo, però, mi procuro un caricabatteria a energia solare per il mio trasferimento nell’isola non molto deserta di cui sopra).
Wendell Berry si dimentica per lunghi tratti della narrazione della regola “Show, don't tell”. La caratterizzazione di molti personaggi passa attraverso le spiegazioni di Jayber Crow (è il caso di Mattie Keith, uno dei personaggi chiave del romanzo). L'espediente di far parlare un uomo anziano, dall'alto della sua esperienza, può giustificare questo continuo raccontare; io però avrei preferito vedere in azione i vari attori per farmi un’idea mia personale, senza le continue interferenze interpretative di Jayber. In alcuni passaggi, inoltre, sembra di leggere un saggio: l’autore espone le sue teorie sull’economia, sulla politica, sul rapporto tra l’uomo e Dio, tra l’uomo e le risorse naturali. Ecco, penso che, trattandosi di un romanzo, le tesi di fondo avrebbero dovuto essere portate all’attenzione del lettore attraverso le azioni, i pensieri e i dialoghi dei vari personaggi descritti. Più semplicemente, un centinaio di pagine potevano proprio essere eliminate e probabilmente il libro ne avrebbe guadagnato, diventando più snello e meno speculativo.

Dopo aver dato sfogo alle mie lamentele, posso anche scrivere di quello che ho apprezzato in questo romanzo (poco a essere sincera, ma qualcosa mi è piaciuto). Le parti più riuscite, secondo me, sono le descrizioni della natura: il movimento sinuoso del fiume, la terribile energia della piena che porta con sé tutto quello che incontra, l’armonia dei ritmi naturali. La sensazione è di essere lì, in mezzo ai boschi e sentire gli stessi suoni e gli stessi profumi descritti; l’amore profondo di Wendell Berry per la sua terra diventa tangibile così come la nostalgia per quella natura che ormai non c’è più, distrutta dall’uomo per soddisfare bisogni immediati ma, secondo l’autore, effimeri. In genere non mi faccio mai influenzare dalle valutazioni altrui (e non leggo mai le recensioni prima di aver scritto la mia), ma con questo libro (per tutti i dubbi che ho espresso) ho preferito tener conto del fatto che forse non ho la giusta sensibilità per apprezzare la narrazione della vita di Jayber Crow. La valutazione di 3 stelline è, quindi, una sorta di media ponderata tra quello che soggettivamente penso che sia il valore di questo romanzo (2 stelline) e la media delle valutazioni che ho trovato sul web (4/5 stelline). Potrei, e ci starebbe pure, lanciarmi su una dissertazione intorno alla docimologia e alla teoria della valutazione, ma vi (e mi) esonero da questo arduo compito e, invece, vi invito a leggere voi stessi questo romanzo per avere una vostra opinione.

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Jayber Crow. Storia della vita di Jayber Crow, barbiere, membro della comunità di Port William, così come scritta da lui medesimo
  • Titolo originale: Jayber Crow
  • Autore: Wendell Berry
  • Traduttore: Vincenzo Perna
  • Editore: Lindau
  • Data di Pubblicazione: 3 luglio 2014
  • Collana: Senza frontiere
  • ISBN-13: 978-8867082698
  • Pagine: 540
  • Formato - Prezzo: brossura – Euro 24,00

19 dicembre 2013

Diario di lettura di Sakura: Vogliamo la favola

"È chiaro che è colpa loro, di tutte le coppie da sogno che hanno popolato la nostra immaginazione fin dalla più tenera età, non importa se reali o inventate, se cinematografiche o letterarie, se in carne e ossa o fatte a cartone animato. È colpa loro. Se la nostra vita sentimentale si è nutrita di aspettative troppo alte. Se qualsiasi storia passata, presente o futura che non contenga passione in quantità pazzesca ci sembra una noia mortale. Se abbiamo aspettato l'arrivo del Principe Azzurro, o anche di una versione scolorita. Se, insomma, abbiamo creduto e fortissimamente voluto la favola. È colpa loro: belli, innamorati, complici. Ci abbiamo creduto, li abbiamo invidiati, ci siamo perse nell'idea che l'unico amore degno di essere vissuto fosse il loro e se non si è amate così, allora è un fallimento, oltre che una noia. Ci siamo fatte fregare, è vero, e questo lo abbiamo ormai capito e stabilito. Ne valeva la pena? Secondo me sì. Voglio dire, ma sai che triste la vita senza neanche un po' di sogno?" Con il suo stile inconfondibile, alternando una sana autoironia a una punta di inguaribile romanticismo, Simona Siri riesce a intrecciare le grandi storie d'amore con cui siamo cresciute e di cui ci siamo nutrite con le piccole e grandi storie d'amore che hanno segnato la sua vita. Dall'incontro-scontro tra favola e realtà scaturisce un'educazione sentimentale che è unica e personalissima, ma in cui potranno riconoscersi donne e ragazze di tutte le età.

Diario di lettura di Sakura, o: Le favole che non vorremmo


Intro: generalmente non leggo di questi libri. Non si tratta di snobismo, è che sono cresciuta tra maschi e mi ritrovo molto poco nella donna media cui generalmente questi libri sono destinati. Soprattutto mi ritrovo molto poco nella donna «che vuole la favola»: in questo momento il mio lieto fine sarebbe la fine della mia disoccupazione in questo paese dove per me anche il lavoro da precaria è un'utopia. Ho approfittato però di una presentazione a Milano per conoscere l'autrice Simona Siri, giornalista per Vanity Fair, donna di un certo carattere e di una certa presenza, spiritosa, autoironica.
Trattandosi Vogliamo la favola non di un romanzo né di un'autobiografia, ma piuttosto di un memoir umoristico che racconta la vita sentimentale dell'autrice riflettendo nel contempo sull'influsso che tutte le donne subiscono fin dall'infanzia da parte delle coppie famose (siano esse reali o fittizie), ho deciso di non farne una recensione canonica - cosa che avrebbe penalizzato senz'altro il divertente libretto, tutt'altro che alta letteratura - ma un diario di lettura, ripercorrendo le pagine di Simona Siri per argomentare un po' anch'io sullo stesso tema.

Se mi chiedessero quanto la mia idea dell'amore sia stata influenzata dai paradigmi proposti dai media, la mia risposta sarebbe, inevitabilmente, una quantità molto prossima allo zero. Probabilmente il mio secondo cromosoma X è stato incerto fino alla fine, perché, sin da bambina, ho sempre preferito i cartoni animati più avventurosi che romantici. Non so se qualcuno ricorda Prince Valiant, un fumetto canadese di cui all'inizio degli anni '90 trasmettevano la versione animata: Valiant era una sorta di vichingo alla corte di re Artù, un cavaliere dagli occhioni azzurri che correva tra le frecce, combatteva in mezzo alle mischie, salvava le donne in pericolo. Ebbene, non so cosa sia scattato in me e quando, ma io mi rivedevo in Valiant e volevo essere come lui. Tra le mie fantasie a occhi aperti non ce n'è mai stata una, ribadisco, nemmeno una, in cui fossi io la damigella in pericolo da salvare, e questo nonostante fossi una patita dei film Disney (di cui ho sempre apprezzato tutto, fuorché il romanticismo). Si può quindi dire che, nonostante i media mi abbiano influenzato eccome, la mia idea dell'amore, sigillata da qualche parte a tripla mandata, non ne sia minimamente venuta in contatto.
Simona Siri, per il suo Vogliamo la favola, parte proprio da questa domanda per giungere a una risposta valida per le più: che sì, la tv e le riviste di gossip hanno formato e illuso le donne, le hanno bombardate di coppie perfette o quasi, di storie tragiche e/o maledette, quasi tutte accomunate dall'assioma che maggiore è la sofferenza, maggiore è l'amore. L'autrice si concentra principalmente su coppie di vip, partendo da quella che è la favola del momento: William e Kate, versione rimodernata della coppia di vecchia generazione Carlo-Diana. Concentrandosi - talvolta con una certa dose di superficialità, va detto - sul modello di relazione di volta in volta proposto, l'autrice cita Johnny Depp e Kate Moss, Rachel Weisz e Daniel Craig, Michelle e Barack Obama, Brad Pitt e Angelina Jolie, Madonna e Sean Penn e molti altri. Decisamente non condivido l'entusiasmo verso le vite private dei vip, comune all'autrice e a molte donne di ogni età: io sono cresciuta a pane e "buon-per-loro-tanto-a-me-soldi-non-ne-danno" (la stessa filosofia più poeticamente proposta in coda all'epilogo di alcune fiabe popolari da filastrocche come loro vissero felici e contenti, e noi siamo qui che ci freghiamo i denti o così vissero e godettero, sempre in pace se ne stettero, e a me nulla mi dettero), che è anche il mio atteggiamento nei confronti dello sport: il pallone da calcio mi piace finché ci gioco io, delle due ore di uomini in calzoncini che inseguono un pallone in tv mi interessano invece solo i primi piani sugli uomini in calzoncini. Non credo di aver mai compreso l'ossessione di certe donne per il gossip riguardante persone che non conoscono, che non le conoscono e che non conosceranno mai: la mia unica fase vip è stata tra gli undici e i dodici anni, quando il sex simbol del momento era Leonardo di Caprio schiattato sul Titanic, e il mio massimo era appiccicare le sue figurine sul diario di scuola. Non mi è mai passato per l'anticamera del cervello di interessarmi minimamente alla sua vita privata e sentimentale.
Il bad boy, che figura soprattutto tra le coppie di musicisti (per esempio quella formata da Sean "picchio mia moglie con una mazza da baseball" Penn e Madonna "divorzio ma ritiro la denuncia perché in realtà mi ama" Ciccone), ritorna nelle pagine migliori del libro che, a mio parere, sono quelle dedicate alle coppie fittizie: da Terence di Candy Candy a Ian Solo - anche se qui, mi spiace, a qualsiasi appassionato di Star Wars si sarebbe accapponata la pelle al leggere -, Diabolik, Danny Zuko di Grease, eccetera. Il bad boy, che, ahinoi, nella realtà sotto l'aria da duro spesso non ha un cuore d'oro ma solo un gran cumulo di psicopatologie, è quello che, grazie a tanta letteratura spazzatura, al momento va più per la maggiore. La Siri cita entrambi gli Anticristo letterari per eccellenza: Christian Grey di Cinquanta sfumature di grigio ed Edward Cullen di Twilight.
Il primo viene definito (non a torto) una «versione leggermente più spinta della classica dinamica "io ti cambierò"»; in realtà Simona Siri ci si sofferma qualche riga giusto per citare il nuovo modello di coppia in voga al momento, quella lei-vergine-lui-miliardario-sadomaso-si-innamorano-in-un-mese-e-lui-cambia-per-lei. Quel che la Siri non aggiunge è che la James rende questa relazione perversa una favola desiderabile e desiderata, e che Christian Grey, che nella realtà sarebbe un ottimo candidato a finire sul notiziario per femminicidio, tra le pagine diventa l'equivalente moderno del principe azzurro che tutte dovremmo attendere sospirando. L'uomo perfetto, secondo le fan, il partner iperprotettivo che controlla ogni aspetto della vita della donna per proteggerla. L'abuso di autorità del protagonista maschile viene giustificato con la sua passione per il sadomaso, peccato che la James il sadomaso non sa neanche dove stia di casa e trasforma Grey in un perverso tiranno di cui la protagonista, vittima di quella sindrome da "io ti salverò" che spinge molte donne a tentare di concupire avanzi da galera, amebe col complesso di Edipo e persino gay incalliti, è follemente innamorata al punto da accettare il totale annullamento di ogni sua libertà personale.
Non a caso Christian Grey è modellato sul più moderato Edward Cullen, la star dello stracitato Twilight che, ahimè, insieme a tutti i suoi delitti ha anche ispirato l'immonda trilogia della James. Grey ha rubato un po' di podio a Edward, il sogno erotico di tante ragazzine e signore nel periodo di fulgore della tetralogia di Stephenie Meyer: come Grey, anche Edward è ricco, bellissimo, iperprotettivo al limite dello stalking (non al limite, scusate: pedina Bella, le sabota l'auto, la spia mentre dorme; anche in questo caso mi trovo d'accordo con l'affermazione della Siri per cui il loro rapporto è «un filo patologico»), ma piuttosto che generare qualche dubbio su quanto una simile relazione nella vita reale sarebbe soffocante si configura come l'uomo ideale. Fortunatamente, nel panorama letterario destinato alle ragazze non ci sono solo le Anastasia e le Bella, le svampite e idiote protagoniste dei succitati romanzi, ma anche le Hermione Granger e le Katniss Everdeen, che nella vita hanno ben altre prospettive.
Credo di dover concludere con qualche indicazione sul libro di Simona Siri: se amate il gossip e i vip, se vi divertono i libri leggeri e umoristici che sono anche testimonianza di vita privata, Vogliamo la favola fa per voi.

Dettagli del libro

  • Titolo: Vogliamo la favola
  • Autore: Simona Siri
  • Editore: Tea
  • Data di Pubblicazione: novembre 2013
  • Collana: Tea Varia
  • ISBN-13: 9788850232444
  • Pagine: 208
  • Formato - Prezzo: Rilegato, sovraccoperta - 13,00 Euro

23 novembre 2013

Diario di lettura di Daniele: Shada

Oltre 700 episodi, 33 anni di programmazione: "Doctor Who" è la serie televisiva dei record, la più longeva saga fantascientifica di sempre. In queste pagine, Douglas Adams ci regala un'avventura inedita, mai portata sullo schermo né tradotta in italiano. Il Signore del Tempo professor Chronotis, vecchio amico del Dottore, si è ritirato all'università di Cambridge, dove nessuno si accorgerà mai che egli vive da secoli. Ma adesso ha bisogno dell'aiuto del Dottore, della sua giovane assistente Romana e di K-9, il suo fedele computer a forma di cane. Lasciando Gallifrey, il pianeta d'origine della potente specie dei Signori del Tempo, infatti, ha portato con sé alcuni souvenir, per lo più innocui. Ma ce n'è uno molto, molto pericoloso, L'antico e venerabile codice di Gallifrey, uno dei Potenti Artefatti, risalenti ai giorni oscuri di Rassilon: un libro che assolutamente non deve cadere nelle mani sbagliate. E quelle del sinistro Skagra sono le più sbagliate che si possano immaginare. Perché lui vuole quel libro a tutti i costi. Vuole che il professore gli sveli la verità nascosta dietro Shada, il misterioso pianeta-prigione dove vengono rinchiusi i criminali che tentano di conquistate l'universo. E si dà il caso che la conquista dell'universo è proprio il progetto di vita cui Skagra ha deciso di dedicarsi...

Diario di lettura di Daniele, o: Volare sulle ali della fisica con Doctor Who

Della serie: "Non me l’aspettavo affatto, ovvero: come entrai in libreria in una piovosa sera di novembre e trovai questo libro".
Avevo appena finito di vedere la terza serie di Doctor Who, quando esco di casa e comincio a vagare per il centro città con l’ombrello in mano. A un certo punto la pioggia comincia a cadere a secchiate, tanto che il mio misero ombrellino non può che capitolare. Fortuna nella sfortuna, la libreria della città era a pochi passi da me, salvandomi da un destino più fradicio. Una capatina l’avrei fatta comunque, ma tant’è. Il tempo di uno scambio di battute con il gestore e subito mi butto tra gli scaffali. Dopo un veloce giro tra i Feltrinelli scontati del 25%, arrivo nella sezione fantasy e fantascienza. Tra i libroni di Martin, Tolkien e Asimov – Pratchett e Gaiman no, quella è narrativa per ragazzi secondo una poco comprensibile disposizione – non vedo nulla di nuovo, così mi giro e continuo il giro. Critico aspramente il ciarpame che esce regolarmente, faccio altre due chiacchiere col gestore sul mercato e sul tempo e do uno sguardo fuori. “Qualcuno dovrebbe ricordare alla Natura che i gavettoni si fanno d’estate”, dico prima di rientrare. Fino a che non spiove, non se ne parla di tornare a casa. Poco male: ricomincio il giro. Ritorno nella mia sezione preferita e la mia attenzione stavolta viene catturata da un libro in bella mostra che prima non c’era. Sono sicuro: prima avevo guardato attentamente e non c’era. Un libro con su scritto a caratteri cubitali “Doctor Who” e “Douglas Adams” non avrebbe potuto essere ignorato. Dati i due nomi, forse si tratta di un libro quantistico, fatto dello stesso materiale degli Angeli Piangenti. Così mi tuffo a prenderlo senza sbattere le palpebre per evitare che possa sparire nuovamente. Scorrendo per intero la copertina leggo che l’autore è Gareth Roberts, sceneggiatore di alcune puntate della serie britannica. Lo apro immediatamente e vengo fulminato dal primo capoverso, che recita:
“A cinque anni, Skagra stabilì che Dio non esisteva. La maggior parte degli abitanti dell'universo, davanti a una simile rivelazione, reagisce in due modi: sospirando di sollievo o sprofondando nello sconforto. Solo Skagra se ne uscì con: “Ah, vuol dire che il posto è libero”.
Non ci pensai due volte a spendere i quattordici euro e cominciai a leggerlo lì, in attesa che la Luna spuntasse da dietro le nuvole. Non feci nemmeno caso al primo vistoso difetto dell’edizione italiana: mancano completamente le prime pagine, quelle che di solito recano il copyright, il titolo originale, il nome dell’autore, le citazioni, le dediche, eccetera eccetera. Si parte subito con la storia. Comunque sia, se volete recuperarle, in Internet si può trovare facilmente la versione elettronica in inglese. Ci sono un paio di spiegazioni sul libro e sulla storia che aiutano il lettore a comprendere meglio ciò che si appresterà a leggere. Forse alla Mondadori non lo ritenevano necessario, chissà. Tuttavia.
Shada è una stesura fatta da Roberts tratta da una vecchia sceneggiatura di Adams con protagonisti il quarto Dottore, la sua compagna Romana, e il fido cane-robot K-9, mai trasmessa in onda a causa di uno sciopero. Se siete fan, sapete di cosa parlo. Se non lo siete, non vi preoccupate: al di là di tutto, la storia è godibile di per sé, e narra delle avventure dei nostri eroi alle prese con il perfido Skagra, un alieno dalla mente superiore che per una serie di motivi vuole creare una nuova società universale. Ad aiutare i nostri eroi ci saranno anche i terrestri Chris Parsons e Claire Keightley, due studenti di fisica di Cambridge, e lo strano professore Chronotis del college di St. Cedd.
Se avete letto Dirk Gently, agenzia di investigazione olistica, l’ultimo nome non vi dovrebbe essere nuovo: questo non è che il primo dei mille rimandi alla bibliografia di Adams disseminati lungo tutto l’arco narrativo. I personaggi sono caratterizzati benissimo e facilmente ci si appassiona alle loro peripezie spazio-temporali, anche se il Quarto Dottore viene messo un po’ in ombra sia dal cattivo, magistralmente costruito sull’archetipo del genio incompreso, sia dagli altri protagonisti, sui quali spiccano Chronotis e Claire. Si vede che Adams, dove ha avuto più libertà di creare, ha lasciato sciolte le briglie della sua inventiva illimitata.
Inventiva che si nota anche nei numerosi colpi di scena della trama che seguono sempre la regola di ribaltare ironicamente le leggi fisiche universali rimanendone nel loro rispetto. È sempre bello leggere dei continui, improbabili e allo stesso tempo credibili salti mortali spazio-temporali per non far deragliare la trama. Lo stesso Roberts ha ammesso che lavorare su un testo del genere è stato più faticoso di quanto preventivato. C’è da fargli un applauso anche solo per aver avuto il coraggio di mettere le mani su una sceneggiatura peraltro rimaneggiata di cui lo stesso Adams non era contento. Va da sé, però, che Roberts è riuscito nel suo compito improbo mantenendo intatto lo spirito umoristico delle altre opere dell’autore britannico scomparso prematuramente e facilmente il lettore divorerà il romanzo, rimanendone piacevolmente soddisfatto al termine. Altresì, se non amate lo stile dello scrittore della serie di Guida Galattica per Autostoppisti, lasciate da parte questo romanzo: non cambierete idea.
Tra i difetti si notano alcuni anacronismi volutamente inseriti, a causa anche dell’ambientazione di trent’anni fuori tempo, che fanno un po’ sorridere per l’ingenuità. In più, l’edizione italiana è stata visibilmente curata in maniera frettolosa dalla Mondadori, forse per uscire in tempo per l’evento del film, previsto per stasera. Per fare un esempio, mi è capitato di leggere due volte lo stesso palese errore di traduzione – non posso andare più nello specifico senza fare spoiler - intervallato dalla traduzione giusta della frase. Aggiunta alle mancanze dette prima, la cosa è stata irritante.
In conclusione, Shada mi è piaciuto molto, tanto che quattro stelle se le merita tutte. Da parte mia, credo che sia un ottimo antipasto al film. Chi è un fan del Dottore non può assolutamente farsi scappare questo libro. Idem per chi segue Douglas Adams. Chi invece non conosce nulla, può togliere tranquillamente una stella al giudizio e leggerlo come un godibile romanzo adatto alle ore buche della giornata.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Shada
  • Titolo originale: Shada
  • Autore: Douglas Adams - Gareth Roberts
  • Traduttore: A. Vezzoli
  • Editore: Mondadori
  • Data di Pubblicazione: novembre 2013
  • Collana: Oscar Bestsellers
  • ISBN-13: 9788804633358
  • Pagine: 365
  • Formato - Prezzo: Brossura/Ebook - 14,00 Euro/6,99Euro

26 gennaio 2013

Diario di lettura di lettura di Patrizia: Meridiano di sangue

Anno 1833, Tennessee. Durante una pioggia di stelle cadenti una donna muore e un bambino nasce. Né della donna né del bambino conosceremo mai il nome. La prima “aveva incubato nel ventre proprio la creatura che l'avrebbe uccisa. Il padre non pronuncia mai il nome della donna, il ragazzo non lo conosce”; allo stesso modo nessuno pronuncia mai il nome di quel bambino, che per tutto il romanzo sarà the kid, il ragazzo. Ormai quattordicenne, il ragazzo lascia la casa e il padre alcolizzato per diventare un vagabondo in un vasto territorio desertico i cui confini sono appena stati ridefiniti dalla guerra messicano-statunitense (combattuta tra il 1846 ed il 1848 che costò al Messico metà del suo territorio, con durevole rancore agli Stati Uniti.)

Il ragazzo, dopo aver dato prova di ingenuità unendosi agli irregolari del capitano White, viene arrestato in Messico. Riacquista la libertà grazie al capitano Glanton (personaggio realmente esistito) e al giudice Holden, i quali sono a capo di una banda che, su commissione dei governatori messicani, uccide gli indiani (e tutto quello che incontra), li scalpano e portano il loro macabro bottino al committente che li paga in base al numero degli scalpi.

I massacri (non solo di indiani ma anche di messicani e americani, insomma di tutti coloro che possono arricchire il bottino di scalpi) si susseguono sino a quando il gruppo si impadronisce di un traghetto sul fiume Gila, vicino a Yuma, per taglieggiare i viaggiatori. Attaccati dagli indiani Yuma (una tribù che aveva convissuto pacificamente con i bianchi sino a quando Glanton e il giudice non avevano cercato di massacrarli), pochi riescono a sopravvivere e tra questi il ragazzo che, dopo una estenuante marcia nel deserto, si ritrova a vagare nuovamente lungo la frontiera tra Messico e Texas, sino a quando a Fort Griffin, ormai quasi trentenne, il suo destino si incrocia nuovamente con quello del giudice Holden.

Diario di lettura di Patrizia, o: i sei consigli per farsi conquistare da questo capolavoro

Meridiano di sangue è considerato un libro fondamentale della letteratura statunitense contemporanea: basta fare una rapida ricerca sul web per scoprire che è oggetto di tesi di dottorato, di corsi universitari e di saggi di approfondimento. Una recensione diventa quindi impegnativa se non si conoscono, nemmeno per sommi capi, alcuni aspetti della storia e della cultura statunitense: leggendolo, infatti, ho avuto la sensazione che si tratta di un libro che vuole parlare soprattutto agli americani per metterli di fronte alla loro storia (quella non esaltante fatta di massacri ed espropriazioni) e che certe sfumature non le avrei proprio potuto cogliere, e questo mi dispiace perché a me piace sempre contestualizzare.

Dunque, il primo consiglio a chi voglia affrontare la lettura di questo (per me) capolavoro è di mettere in conto qualche ricerca su Wikipedia (e sul web in generale) per approfondire (o, come nel mio caso, conoscere ex novo) la guerra contro il Messico e la dottrina del "Destino manifesto" (Manifest Destiny), che mi sembra ancora predominante in una certa politica estera degli USA (è la mia opinione, magari sbaglio: cercherò di saperne di più e nel frattempo siate comprensivi).

Il secondo consiglio è quello di dedicare alla lettura di questo libro più tempo di quello che solitamente impiegate. Più tempo e più qualità del tempo. Mi spiego meglio. Non fate come me l’errore di iniziare la lettura in un treno affollato, dovendo costantemente dedicare un occhio ai tre adorabili (per me) pestiferi (per tutti gli altri viaggiatori) marmocchi che sono a voi affidati mentre gli altri genitori si dedicano ad attività più rilassanti (accidenti a loro che si sono accaparrati i posti lontano dai tre pargoli). E non perseverate nell’errore cercando di continuare a leggere in una camera d’albergo in cui la televisione è (quasi) sempre sintonizzata sui Fantagenitori (i genitori capiranno la mia disperazione). Per fortuna (per me ovviamente), l’incipit è così bello che non mi ha fatto desistere dalla lettura, ma mi ha spinto ad alzarmi prima di tutti gli altri per poter leggere in solitudine e scivolare, ombra tra le altre, accanto ai cacciatori di scalpi, agli indiani, ai messicani e a tutti gli altri esseri che si muovono sullo sfondo di una natura magnifica, grandiosa e implacabile.

Terza indicazione è di assumerne piccole dosi giornaliere (max 1 capitolo al giorno): in caso contrario rischiate di avere crisi di rigetto verso il linguaggio ricercato (ma affascinante), l’assenza di punteggiatura che introduce il discorso diretto, la cruda descrizione dei massacri, delle scalpature, delle cancrene, della condizione costante di sporcizia e indigenza in cui vivono tutti i protagonisti e della violenza (insensata?) che si ritrova in ogni pagina. Una lettura lenta, invece, consente di apprezzare ogni singola parola (mai una fuori posto), di sviscerare la visione del mondo del giudice Holden e di entrare nel mondo feroce del West.

Il quarto suggerimento riguarda lo stato d’animo con cui vi accosterete al libro e alla capacità di essere realmente empatici (cioè di far proprio il punto di vista di tutti i protagonisti guardando il mondo con i loro occhi) non per giustificarli o assolverli (impossibile) ma per assumere i loro riferimenti culturali e i loro valori cercando di dare un senso alle loro azioni e, in definitiva, dare un significato personale a quello che McCarthy vuole comunicare. Un aspetto da considerare è proprio che questo romanzo consente a ciascuno di giungere a conclusioni personali: McCarthy ha una sua visione e la comunica sia attraverso le descrizioni della natura sia attraverso i dialoghi/monologhi tra il giudice Holden e gli altri personaggi, ma poi ogni lettore può decidere quanto riconoscere di quello che legge nella natura dell’uomo. McCarthy non vuole convincere nessuno: presenta i “fatti” (siano questi efferati massacri o disquisizioni intorno alla natura umana) nella loro brutalità mettendo in guardia il lettore che essi possono risultargli indigesti ma che non può ignorarli. La storia umana è ricca di massacri, violenze, genocidi e pensare che ormai tutto questo sia alle nostre spalle è solo una pia illusione (e a me vengono in mente immagini legate a parole come Guantanamo, Rwanda, Olocausto, Palestina, Hiroshima, Dresda, 11 settembre), anzi (questo è il “personale”, e quindi del tutto arbitrario, messaggio che mi lascia McCarthy) bisogna vigilare su noi stessi perché non ci lasciamo affascinare dalla semplicità della violenza e dell’annullamento dell’altro. Altra categoria da abbandonare è quella che differenzia gli uomini in buoni e cattivi. Non esistono buoni e non ci sono cattivi: l’uomo mette in atto la sua natura, uccide perché può farlo, perché è quello che gli viene spontaneo. Seguono la loro natura e, per questo, sono liberi: emblematica mi sembra la figura dell’idiota, un ragazzo con un grave handicap cognitivo che, pur avendo l’opportunità di avere una casa e una famiglia, fugge via per poter rimanere un idiota libero di girare nudo e fissare il fuoco perdendosi nelle scintille che si disperdono nella notte fredda e buia.

Il quinto avvertimento è di abituarsi, per quasi tutto il libro, a fare un’inversione figura/sfondo. I protagonisti umani in alcune situazioni diventano comparse, che mai esprimono i loro sentimenti, che non manifestano alcun interesse verso l’altro. Eppure a me tutta la narrazione è sembrata ricca di risonanze emotive che, e questo è il punto, non sono veicolate dalle parole e dagli stati d’animo degli uomini ma dalle descrizioni dei paesaggi naturali. Anche gli animali assumono un ruolo nell’economia affettiva del romanzo: gli unici esseri verso cui i protagonisti (ad eccezione di Holden che non fa mai nulla di spontaneo e disinteressato) manifestano tenerezza sono gli animali. In particolare, Glanton manifesta un forte attaccamento verso i cavalli e i cani, mentre non esita a uccidere chiunque (indiano e meno) abbia uno scalpo che può fargli fruttare del denaro.

Il sesto e ultimo consiglio, ovviamente, è di leggere il libro, di farlo come preferite (in fretta, in lingua originale o nella traduzione, odiando McCarthy e il giudice Holden, lamentandovi dello stile epico e grandioso) ma di leggerlo.

Dettagli del libro

  • Titolo: Meridiano di sangue o Rosso di sera nel west.
  • Titolo originale: Blood Meridian, or theEvening Redness in the West
  • Autore: Cormac McCarthy
  • Traduttore: Raul Montanari
  • Editore: Einaudi
  • Data di Pubblicazione: 1998
  • Collana: Supercoralli
  • ISBN-13: 9788806184506
  • Pagine: 344
  • Formato - Prezzo: Brossura - € 11,50

24 novembre 2012

Diario di lettura di Patrizia: Possessione. Una storia romantica

Londra 1986. Roland Mitchell, durante una ricerca di routine alla British Library, scopre le bozze di due lettere di Randolph Henry Ash, il poeta vittoriano cui dedica interamente la sua attività di ricerca. Il contenuto di quelle lettere, indirizzate alla poetessa Christabel LaMotte, svela aspetti inediti della vita di Ash che potrebbero gettare nuova luce anche sulle sue opere. Roland dovrebbe, per correttezza, parlare di quella scoperta con il suo capo, il prof. Blackadder, che dal 1951 cura l’edizione delle Opere di Ash, ma decide di rimandare sino a quando non avrà più dettagli sul tipo di relazione intercorsa tra Ash e LaMotte. Decide, quindi, di rivolgersi alla dottoressa Maud Bailey, una delle principali studiose inglesi di Christabel LaMotte e, come Roland scoprirà, discendente lei stessa della poetessa.

I due giovani ricercatori ripercorrono la vita di Randolph e Christabel sia attraverso la lettura congiunta delle loro opere sia visitando i luoghi dove i due poeti hanno vissuto: ne seguiranno molte importanti scoperte fatte mettendo insieme le diverse tessere (lettere, riferimenti letterari, stralci di diari) di un intricato puzzle in cui presente e passato finiscono per confondersi.

Diario di lettura di Patrizia

Qual è l’enigma? Io sono il mio stesso enigma. Oh, Signore, non dovete per gentilezza cercare di migliorare o togliermi la mia solitudine. A noi donne insegnano a temerla - ah, la torre spaventosa, ah, il roveto che la circonda - nessun nido accogliente, un torrione piuttosto. Ma ci hanno mentito, sapete, in questo e in tante altre cose. Il torrione può accigliarsi e minacciare - ma ci tiene ben al sicuro entro i suoi confini noi siamo libere in una misura che voi, con la vostra libertà di correre per il mondo, non potete immaginare. Non vi consiglio di immaginarlo, ma fatemi giustizia, credetemi, non attribuitemi proteste mendaci - la Solitudine è il mio Tesoro, la cosa migliore che ho. Esito a uscire. Se apriste il cancelletto, non saltellerei via - ma sentite come canto nella mia gabbia d'oro.

Un libro molto bello di un’autrice molto brava. Fidatevi. Non basta? Immagino di no, del resto io stessa sono giunta a questa conclusione dopo metà abbondante del libro.

Nel corso delle prime duecento pagine il mio principale desiderio era di lasciar perdere: troppa cultura, troppa erudizione, troppi versi, anzi decisamente troppi versi. Pensavo, stizzita: “Se avessi voluto leggere dei versi avrei comprato un libro di poesie; se avessi voluto approfondire la poetica dell’età vittoriana avrei comprato un manuale di letteratura inglese; se avessi voluto sapere chi inventò il microscopio avrei fatto una ricerca su Wikipedia; se avessi voluto conoscere i significati nascosti della liminalità (?) e delle soglie, dei miti norreni (??) o bretoni avrei seguito un corso di antropologia culturale; se avessi voluto interpretare tutta la produzione letteraria umana in chiave psicoanalitica all’università sarei stata più attenta durante le lezioni di psicologia clinica.

Insomma, avete capito.

Per mia fortuna (e vostra se vi farete convincere dalla mia recensione) non ho abbandonato Possessione, limitandomi a invocare a destra e a manca compassione per la mia triste sorte di lettrice ingannata da una quarta di copertina che prometteva mistero, passione e amore. Non mi stavo rendendo conto che, gradatamente, il romanzo si stava impadronendo di me, sino a quando ormai era ovvio che, come i protagonisti, anche io ero posseduta dalla forza delle parole e delle passioni di Randolph Henry Ash e Chistabel LaMotte e poiché le parole e le passioni erano in realtà opera di Angela Susan Byatt, era a lei che ho mentalmente indirizzato le mie scuse per non aver apprezzato sin dalla prima pagina il suo libro.

Dovete sapere, infatti, che Randolph Ash e Christabel LaMotte sono due personaggi fittizi e che tutte le loro opere riportate in “Possessione” sono frutto della bravura di A. S. Byatt così come lo sono tutti gli stralci del diario di Ellen (la moglie di Ash), di Blanche Glover (la compagna di C. la Motte), di Sabine de Kercoz (lontana cugina di C. la Motte) e di Hella Lees (una medium che si difende dalla accuse che le lancia Ash nel suo poema “Mummy Possest”).

La Byatt riesce, con grande bravura, a inserire nel romanzo prosa, poesia, raccolta epistolare, biografia, autobiografia, saggio critico, tradizione orale, leggende e miti. Gli appassionati riconosceranno nelle poesie (e nelle personalità dei due poeti) echi di Milton, Browning, Tennyson, Coleridge ed Emily Dickinson cui la stessa Byatt ha esplicitamente dichiarato di essersi ispirata (e del resto il nome stesso di "Christabel" deriva dall’omonimo poema incompiuto di Coleridge).

Qual è il ruolo dell’uomo nel mondo? “Conoscere e andare oltre i confini conosciuti” sembra rispondere A. S. Byatt attraverso le voci di Randolph Ash e Christabel LaMotte. Gli strumenti di questa conoscenza in entrambi i protagonisti si manifestano attraverso la poesia e la narrazione ma le modalità con cui tali strumenti si possono utilizzare sono diversi per il poeta e per la poetessa sia per ragioni di sensibilità differente sia, soprattutto, perché diverse sono le condizioni sociali in cui uomo e donna possono procedere alla conoscenza secondo i dettami della cultura vittoriana.

L’uomo è proiettato verso l’esterno: viaggia ed esplora le moderne conquiste della scienza che iniziano a mostrare l’origine della vita da un tutto indifferenziato, senza alcuna genesi privilegiata che salvaguarda la pretesa origine divina della specie umana. La donna può dedicare tutta se stessa alla poesia soltanto se si isola dal consesso sociale: in tal modo le viene concesso di derogare alle attese del ruolo perché, nel suo caso, madre, moglie, amante, amore, passione, sono categorie sociali che, in lei,  non possono albergare con pari dignità con quelle di poesia, ricerca, produzione letteraria, concezione personale del mondo. Da qui la decisione di Christabel di allontanarsi dalla società, insieme alla sua compagna Blanche Glover (anche lei artista) per poter esplorare l’interiorità (dominio indiscusso del genere femminile) il significato nascosto dei miti femminili (la fata Melusina, il mito della Città di Is) e il mondo dell’oltretomba (sono gli anni delle prime sedute spiritiche).

Muovendosi abilmente tra passato e presente, in un gioco di rimandi tra le vicende ottocentesche di Christabel LaMotte, Blanche Glover, Ellen Ash e quelle a noi più vicine di Maud Bailey, Beatrice Nest (una ricercatrice che da più di vent’anni sta curando l’edizione critica del diario di Ellen) e Leonora Stern (una studiosa, di idee femministe molto radicali, dell’opera di Christabel LaMotte) mostra abilmente che per le donne la situazione non è molto cambiata: per potersi dedicare alla ricerca devono sottomettersi ai diktat degli studiosi maschi (Beatrice) oppure rinunciare alla passione e al desiderio di essere amata (Maud) o ancora immergersi completamente nel mondo femminile che diventa l’unica chiave di lettura per tutto lo scibile umano (Leonora). Alla fine del romanzo ci sarà un riscatto, un tentativo di superamento delle posizioni contrapposte e di sintesi con il pensiero maschile, rappresentato dal prof. Blackadder (lo studioso attento al metodo che non riesce a farsi entusiasmare da ciò che studia), da Mortimer Cropper (studioso statunitense ossessionato dagli oggetti appartenuti ad Ash, che cerca con tutti mezzi di inserire nella sua monumentale collezione), Fergus Wolff (narcisista e manipolatore, interessato a Maud nella misura in cui lei rappresenta un trofeo da esporre), Ronald Mitchell (il personaggio più “femminile” che, proprio per questo, riesce a stabilire un proficuo rapporto di collaborazione con Maude).

L’incontro tra i due universi o meglio, fuor di metafora, tra Randolph e Christabel destabilizza le basi su cui si fondano entrambi mostrando, da un lato, quanto è fragile il mondo declinato tutto al femminile di Christabel (mondo che non potrà sopravvivere al superamento dei confini che ella stessa si era imposta facendo proprie le richieste della società vittoriana), dall’altro, la fecondità insita in quell’incontro. Le opere di entrambi i poeti cambieranno stile e contenuti, arricchendosi, per l’influenza reciproca. Purtroppo solo le opere di Ash riescono a conquistare la visibilità sociale, mentre quelle di C. LaMotte dovranno aspettare le rivendicazioni femministe per riuscire ad avere voce, ma una voce che rimane comunque flebile e che sarà ascoltata con tutta la sua forza solo dopo che il legame con il “grande” Ash viene portato alla luce.

Parallelamente la Byatt ci conduce lungo il tortuoso e infido terreno della critica letteraria. E’ corretto analizzare gli scritti di Ash e LaMotte secondo categorie interpretative moderne? E’ rispettoso verso la loro opera introdurre categorie psicoanalitiche o marxiste (che, in fondo, sono anch’esse figlie di uno specifico momento culturale, valide quindi oggi e, forse, svalutate nel futuro prossimo)? Probabilmente non c’è altra scelta: gli studiosi non possono che ricorrere alle categorie proprie del contesto socioculturale in cui vivono, fosse solo per confutarle. L’importante, sembra suggerire la Byatt, è di ricordarsi che tali categorie interpretative sono legate a uno specifico momento storico: non possiamo chiedere loro di mostrarci la verità dei fatti ma solo di aiutarci a illuminarli da un particolare punto di vista, quello di chi guarda senza pretese di universalità nello spazio e nel tempo.

Quali altri temi trattati nel libro? Tanti e ciascuno di essi può essere una delle (parziali) chiavi di lettura dell’intero romanzo: la Byatt dimostra di (avere una cultura enorme che spazia dalla storia della letteratura ai metodi della critica letteraria, dalla teoria freudiana a quella lacaniana, dalla sociologia alla filosofia.

Possessione, in sintesi, è un romanzo colto e ben scritto molto bello non solo per lo stile e le tematiche che la Byatt riesce a inserire ma anche per l’intreccio (c’è il mistero e c’è l’Amore), per la caratterizzazione dei personaggi che finiscono per possedere il lettore, ricompensandolo dell’impegno, della concentrazione e degli approfondimenti personali necessari ad apprezzare il libro.

Devo dirvi -fin in da quel primo incontro, seppi che eravate il mio destino, sebbene di tanto in tanto abbia celato quella consapevolezza a me stesso. Ogni notte ho sognato il vostro viso e ho percorso le strade della vita di ogni giorno al ritmo della vostra scrittura che cantava nella mia mente silenziosa. Vi ho chiamata mia Musa, e tale siete, o potete essere, messaggera di qualche incalzante luogo dello spirito dove l'essenza della poesia canta e canta. Potrei chiamarvi, con sincerità ancora più grande - mio Amore - ecco, è detto -perché senza dubbio io vi amo e in tutti i modi di cui un uomo è capace e con grandissimo ardore. E' un amore per il quale non c'è posto in questo mondo - un amore che la mia diminuita ragione mi dice non potrà portare all'uno e all'altra di noi nulla di buono, un amore al quale ho cercato di nascondermi con l'astuzia, dal quale ho cercato di proteggervi con tutta l'ingegnosità che sta in me.

Giudizio:

+5stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Possessione. Una storia romantica
  • Titolo originale: Possession. A Romance
  • Autore: Susan Angela Byatt
  • Traduttori: Anna Nadotti, Fausto Galuzzi
  • Editore: Einaudi
  • Data di Pubblicazione: 1990
  • Collana: Einaudi tascabili. Scrittori
  • ISBN-13: 9788806136154
  • Pagine: 509
  • Formato - Prezzo: Brossura - € 15,00

22 novembre 2012

Diario di lettura di Sakura: Incarceron. La prigione vivente

Incarceron è una prigione avveneristica e invisibile, dove i discendenti dei prigionieri originari vivono in un mondo oscuro scosso da rivalità e violenze. È un incrocio di inquietanti tecnologie, un edificio vivente, un Grande Fratello vendicativo e sempre in guardia, corredato di camere di tortura, sotterranei e passaggi segreti. In questo luogo un giovane prigioniero, Finn, ha delle visioni della sua vita precedente e non riesce a convincersi di essere nato e cresciuto lì. Nel mondo esterno Claudia, figlia del direttore di Incarceron, è intrappolata in un altro tipo di prigione, un universo tecnologico ma costruito con meticolosa cura affinché appaia come un'epoca antica­ dove la attende un matrimonio combinato con un ricco playboy che lei odia. Ma arriverà un momento in cui Claudia e Finn, contemporaneamente, troveranno un oggetto, una chiave di cristallo, attraverso la quale potranno parlarsi. E allora sarà solo questione di tempo prima che i due mondi, finora separati dagli spessi muri di Incarceron, entrino in contatto.

Recensione

Precisazione: questo è un diario di lettura, che non vuole costituirsi recensione vera e propria. Conterrà modi di dire più coloriti rispetto a una normale recensione, volti a far ridere restituendo le emozioni suscitate in chi ha letto il romanzo. Non si intende assolutamente arrecare offesa né danno all’autrice, alla casa editrice che lo ha pubblicato, ai lettori che lo hanno apprezzato.


Nella mia carriera di (dis)onorata lettrice, fortunatamente mi è capitato per le mani un numero tutto sommato accettabile di ciofeche. Alcune (come Twilight) mi sono toccate per caso, altre (come i seguiti di Twilight) me le sono andate a cercare con gusto sadomasochista. In ogni caso, tra tali ciofeche quelle del tutto illeggibili sono una percentuale minima.

Ormai agli sgoccioli di questo duemiladodici, pensavo di aver raschiato il fondo annuale con Inheritance di Cristopher Paolini, e invece no, perché dovevo ancora leggere Incarceron di Catherine Fisher.

Quando un libro sfonda, nasce la moda: il thriller storico a sfondo religioso in seguito al successo del Codice da Vinci, i romanzi di vampiri e i paranormal romance dopo il successo di Twilight, il giallo nordico dopo la notorietà raggiunta dalla trilogia Millennium, il romanzo erotico in seguito al successo di Cinquanta sfumature. I dati di gradimento e di vendita di Hunger Games hanno dato il via alla moda del romanzo distopico (dispotico secondo alcune acculturate blogger) riadattato a un pubblico giovane, ed è qui che si colloca Incarceron.

Nata la moda, le case editrici si fiondano a seguire la scia appena nata, pubblicando a casaccio romanzi dello stesso genere. Ed ecco di nuovo Incarceron, un libro così malscritto da raschiare veramente il fondo del barile. Se Matched aveva un suo messaggio di fondo e risultava tutto sommato ben scritto, il romanzo di Catherine Fisher è quasi incommentabile già a partire dal primo capitolo: l’ubriaco narratore (onnisciente? Interno? Ma forse l’autrice non conosce nemmeno il significato questi due termini eppure non troppo tecnici) saltella qua e là privo di bussola senza sapere ove risiedere, con un punto di vista che cambia ogni tre righe. Il lessico è povero, il frasario semplice fino all’osso, i dialoghi improbabili e/o di una banalità sconcertante, le descrizioni così approssimative e maldestre che figurarsi questi due mondi agli antipodi (gli infernali interni di Incarceron e l'esterno fintamente demodè) è pressoché impossibile. A tutto ciò aggiungete una traduttrice che non sa usare la punteggiatura (oltre a refusi vari, ma quelli dovrebbe essere un correttore di bozze - evidentemente in ferie - a sistemarli) e che a questo punto mi fa domandare quanta parte abbia avuto nell'illeggibilità di questo romanzo. Giusto per fare un esempio, a pagina 286 un personaggio esclama "Dio!". Ma in Incarceron non esistono divinità, tantomeno quella cristiana. Autrice o traduttrice?

Non mi era mai accaduto, finora, di trovarmi così spaesata da dover rileggere un intero capitolo per capirci qualcosa. Nemmeno con l'infernale Neuromante di Gibson, e vi assicuro che per me è stata una lettura faticosa quanto una maratona. E io sono fumatrice e amante dei dolci, non so se mi spiego.

Se le difficoltà nella lettura di Incarceron si fossero fermate al primo capitolo, avrei anche potuto soprassedere: avrei chiuso un occhio e proseguito senza troppi danni. Ma a un primo capitolo incomprensibile, con protagonista Finn - lo sfigato che si trova dentro -, segue la presentazione di un personaggio che è collage di così tanti cliché da non riuscire a elencarli tutti: Claudia - la fortunata che si trova fuori. Solo che Claudia non si sente fortunata: è ricca sfondata e promessa sposa di un libertino idiota, la futura suocera ha tutte le caratteristiche delle matrigne delle fiabe, suo padre (nientemeno che il guardiano di Incarceron) è molto severo e pretende di utilizzarla per fini politici. Claudia, comprenderete, non ci sta: lei non è come le sue coetanee principessine, va a cavallo, si arrampica sugli alberi, si mangia le unghie, sporca e strappa i ricchi abiti che affollano i suoi armadi, fa i dispetti alla servitù, escogita ogni modo di infrangere le regole. Una protagonista simpatica quanto un pezzo di popcorn incastrato tra i denti: va detto però che non è questo il problema principale del romanzo.

Al capitolo che presenta Claudia ne segue uno che consente di fare maggior luce su Finn. Se Claudia (anche se nel male) lascia il segno, Finn è uno di quei protagonisti né carne né pesce, quelli a cui tieni così poco che pensi già a pagina trenta che sarebbe divertente vederli morire in modo atroce e inaspettato. Giusto per movimentare la trama. Ma la Fisher certo non è quel tipo di scrittore, ergo ci tocca sciropparcelo fino alla fine.

Non tedierò voi con un riassunto di ciò che ha tediato me: vi basti sapere che la trama è così intricata che chiunque sia dotato di normale acume (e abbia prestato un minimo di attenzione alla storia, prova in realtà abbastanza ostica) capirà tutto l’inghippo del libro precisamente a pagina 142. Il resto della storia scivola via tra i tediosi preparativi del matrimonio combinato di Claudia e il tentativo di Finn di evadere da Incarceron, una prigione-mondo dotata di volontà propria. L'unico tenue pregio del romanzo è questo: l'idea (ma solo l'idea, attenzione, perché la resa è pessima) di un mondo perfettamente formato e chiuso contenuto in un'altra realtà, e il dubbio, instillato per poco, che la realtà sia solo un altro aspetto di Incarceron.

Non continuerò a sparare sulla Croce Rossa: Incarceron non è un libro pretenzioso che si spaccia per ciò che non è, è solo un brutto libro, sotto ogni aspetto, e non avrebbe meritato nemmeno l'autopubblicazione.

Neanche a dirlo, è una saga (ergo non è possibile commentarne il finale), attualmente composta da due volumi. Mi perplime anzichenò l'entusiasmo che ha suscitato nella rete. Osannato da blogger e riviste, e non solo in Italia. Ma la gente cosa è abituata a leggere?

Mi rispondo da sola: Cinquanta sfumature di grigio.

Giudizio:

+1stella+

Dettagli del libro

  • Titolo: Incarceron. La prigione vivente
  • Titolo originale: Incarceron
  • Autore: Catherine Fisher
  • Traduttore: Simona Pisauri
  • Editore: Fazi
  • Data di Pubblicazione: 2012
  • Collana: Lain
  • ISBN-13: 9788876251283
  • Pagine: 374
  • Formato - Prezzo: Rilegato, sovraccoperta - 14.90 Euro

22 luglio 2012

Diario di (ri)lettura di Sakura: Il signore degli anelli

"Il Signore degli Anelli" è un romanzo di avventure in luoghi remoti e terribili, di episodi d'inesauribile allegria, di segreti paurosi che si svelano a poco a poco, di draghi crudeli e alberi che camminano, di città d'argento e di diamante poco lontane da necropoli tenebrose in cui dimorano esseri che spaventano al solo nominarli, di eserciti luminosi e oscuri. Tutto questo in un mondo immaginario ma ricostruito con cura meticolosa, e in effetti assolutamente verosimile, perché dietro i suoi simboli si nasconde una realtà che dura oltre e malgrado la storia: la lotta, senza tregua, fra il bene e il male.

Diario di lettura di Sakura, o: Del piacere di rileggere

Nota: questo diario non vi darà informazioni sul libro. Se siete qui per leggere informazioni sulla trama del Signore degli anelli, vergognatevi, perché significa che vivete fuori dal mondo, e andate su Wikipedia. Se siete qui per leggere motivazioni sul perché affrontare la lettura di un simile tomo, non ne troverete. Questo è niente più che il diario di una lettrice, e i diari, si sa, sono pieni di aneddoti personali di dubbio interesse. Lettore avvisato...

Ci sono lettori dichiaratamente contro le riletture. Posso capire la loro argomentazione: nella vita mancherà sempre il tempo per leggere tutti i libri che vorremmo, figuriamoci perdere tempo con libri già letti. Io, complice forse la mia scarsa memoria che mi porta puntualmente a esclamare: "Ma questo succedeva davvero?", adoro rileggere, ritrovare, riscoprire, ricordare.
Forse, ripensandoci, a tutto c'è un limite: fatto sta che mi ritrovo a leggere per la quarta volta Il signore degli anelli.

Correva l'anno duemiladue (gennaio, credo). Era un sabato pomeriggio, e mi arrivò una telefonata da chissà quale compagno di scuola che mi invitava ad andare a vedere tutti insieme Il mandolino del capitano Corelli. Il film non mi ispirava, i miei compagni di classe nemmeno, ma ogni tanto si fa buon viso a cattivo gioco pur di non trascorrere il sabato sera in casa.
Non ricordo il motivo per cui il programma fu modificato: probabilmente i maschi si resero conto che era una storia d'amore (a proposito, ottimo Nicholas Cage e bel film, l'ho recuperato in seguito) e optarono per il film d'avventura nel cinema accanto. Fu così che mi ritrovai in sala a vedere La compagnia dell'anello, e per le mie conoscenze letterarie d'allora poteva benissimo essere la biografia di un gioielliere.
Il film durò due ore e mezza (che generalmente considero troppe per qualsiasi soggetto), ma uscii dalla sala con la bocca ancora aperta e la sensazione di essere entrata al cinema nemmeno dieci minuti prima. Diciotto ore dopo, domenica pomeriggio, andai al cinema vicino casa per vederlo da sola, cazzo, c'era una quest, i maghi, i nani, i troll e pure gli elfi. Probabilmente quel sabato sera coincide con l'inizio del mio amore per il fantasy.
A casa mio padre mi prese per il culo con gusto perché avevo scoperto l'America: da vent'anni vagava in giro per casa il libro da cui il film era tratto (non si scoprì mai di chi fosse il tomo) che lui, mia zia, mio zio e mio nonno si prestavano e restituivano periodicamente. Amavo abbastanza leggere, ma a quattordici anni si hanno troppe cose da fare durante la giornata per imbarcarsi in un tomo di milleduecento pagine con tanto di appendici genealogiche e linguistiche. Tutte le altre cose da fare durante la giornata dovettero cedere il posto alla lettura un anno dopo, in seguito alla visione de Le due torri, quando decisi che di aspettare un anno per conoscere la fine della trilogia non se ne parlava nemmeno.
Lo lessi in due settimane, e certamente non fu una lettura leggera (mi unii al coro di: Ma pure la foglia che cade?), ma sicuramente fu formativa, e non soltanto perché - fino a quel momento - non avevo mai letto un libro così lungo e totale, ma perché non avevo mai nemmeno letto un fantasy degno di tal nome. Ci sono libri che non si dimenticano e autori che vorresti aver conosciuto di persona: Il signore degli anelli e Tolkien, per quanto mi riguarda, appartengono a questa categoria.

La seconda volta avvenne nell'autunno del duemilaotto: avevo regalato Il signore degli anelli a una persona di quelle che non si dimenticano (come il libro) e volevo rinfrescarmi la memoria, una lettura all'insegna del cambiamento; nell'estate del duemilaundici quella persona si era appena allontanata da me, e mi ritrovai a ri-leggere ancora una volta il romanzo nella copia illustrata che proprio lui mi aveva regalato - una lettura, stavolta, all'insegna della malinconia; appena un anno dopo, come mi ero ripromessa di fare, sto affrontando la lettura in lingua inglese, in gruppo con fratello (a cui adesso è andata l'edizione familiare ingiallita che da vent'anni infesta casa mia come un fantasma impolverato), tre amici, il mio ragazzo. Questa è una lettura felice, e non sarà di sicuro l'ultima.

Vi sembrano ancora troppe quattro letture di un capolavoro fruibile a infiniti livelli e legato a vari momenti della vita (la liceale imbranata, l'universitaria felice, l'universitaria depressa, la laureata felice ma in tilt)? Leggere un libro non significa assimilare le informazioni sulla trama e i personaggi per poi riporlo, ma viverlo. E vivere in modo diverso un libro che si è già letto e amato è un'esperienza esaltante quanto la prima volta.

3 aprile 2012

Elegance - Kathleen Tessaro

È la storia di Louise, una donna ancora giovane, la cui vita sembra andare in pezzi: svanito il sogno di fare l'attrice, si ritrova cassiera in un teatro. Il matrimonio con un attore è ormai in crisi da tempo. Anche la suocera, una ex modella molto glamour, ancora bellissima, contribuisce a far sentire Louise sempre più tagliata fuori. Fino a che, un giorno, rovistando in una delle librerie di Charing Cross, troverà un prezioso grigio libriccino, un trattato di eleganza degli anni '60. Louise comincia a leggerlo e già dalle prime pagine una voce sembra sussurrarle qualcosa: partire dall'eleganza per far fronte ai suoi problemi e riacquistare la fiducia in se stessa.

Diario di lettura di Pythia

Non si può giudicare un libro dalla copertina, ma si possono capire un sacco di cose su una persona dalle sue scarpe.

Quando il marketing fa il suo lavoro: assidua frequentatrice e acquirente della mia libreria di fiducia, nell'estate del 2003 mi sono ritrovata un'immagine ricorrente, tra borsette e poster promozionali, ovvero quella della (elegantissima) copertina di Elegance, di Kathleen Tessaro. All'ennesimo giro in libreria, il romanzo è finito tra i miei acquisti e devo dire che mai avrei pensato mi sarebbe piaciuto così tanto.

Era un libro sottile, grigio, intitolato Elegance. Era sepolto tra un grosso volume ovviamente intonso sulla storia della monarchia francese e una consunta edizione tascabile di Donne in amore di D.H. Lawrence. Più alto e sottile degli altri libri sullo scaffale, si ergeva con sprezzante autorità; le lettere goffrate del titolo scintillavano contro la copertina di satin argenteo come una moneta d’oro lucente sul fondo di un ruscello.

Come la protagonista trova la sua bibbia e la sua guida in un vecchio Guida all'eleganza scritto da madame Geneviève Dariaux - libro realmente pubblicato e ristampato di recente - così io mi sono ritrovata più e più volte a rileggere questo Elegance, cercandovi svago, riflessione, conforto. Nonostante sia una prima edizione, è una brossura che fin dalla prima lettura ha mostrato la sua fragilità. (Mi sono sentita presa in giro nel trovare l'edizione economica in copertina rigida, rilegata con tutti i sacri crismi.) Da buona restauratrice, non mi sono fatta spaventare dalle pagine cadute, una mano di colla vinilica, una mezza giornata di pressa, e il libro è come nuovo, meglio di quando è uscito dalla tipografia - eccetto pagina 95, che nonostante superattak e simili non vuole saperne di stare a posto.

Che senso ha fare tutti questi sforzi se alla fine continuo a non essere bella e il nomignolo più lusinghiero che mio marito riesce a trovare è Salsiccia?

Come Louise, anch'io attraversavo un momento di crisi sentimentale e personale: non era un matrimonio sull'orlo del naufragio, ma quando il cuore fa male, fa male e basta. Mi sentivo presa in giro, nel più vile dei modi, e anche Louise, a modo suo, lo è: in una sorta di transfert, mi sono trovata a pensare che anche il mio ex avesse lo stesso problema di fondo del marito innominato di Louise e, strano ma vero, ho cominciato a farmene una ragione e a voltare pagina. Allo stesso tempo ho cominciato a prestare più attenzione a me stessa, perché come possono gli altri vedermi se io per prima non mi considero? Le chicche di madame Dariaux hanno ispirato più volte anche me nella scelta degli abiti, ma ammetto di non essere mai riuscita a rinunciare alla comodità che lei aborriva in nome dell'eleganza.

Quando il comfort diventa un fine, è il Nemico Pubblico Numero Uno dell'eleganza.

Tendo a considerare i romanzi come vecchi amici, quelli che magari non vedi per tanto tempo e quando ti ritrovi è come se non fosse passato più di un giorno dall'ultimo incontro. Persone con le quali ti senti a casa ma che comunque riescono sempre a sorprenderti. Per questo mi piace rileggere più e più volte i miei preferiti, è come ritrovare uno di questi amici - ben noti eppure diversi, perché non ci si bagna due volte nello stesso fiume.

[Colin] è un'ex 'divina' del West End; faceva il ballerino in Cats finché un problema al tendine non ha concluso per sempre i suoi giorni in tutina elastica.

Colin è purtroppo una figura che nella mia vita non c'è, ma quanto mi sarebbe piaciuto conoscerlo! Con il suo tè nero espresso, i suoi avanzi di supermercato scontati, la sua casa sempre aperta per dare asilo agli amici in difficoltà. Lo immagino come una persona solare, di quelle che quando entrano in una stanza fanno voltare tutti verso di sé, diventando immediatamente il centro dell'attenzione.

[Ria] è il capo serio. Un classico. Una vera amica, modello dolcevita nero di cachemire.

Soffiatrice di vetro e direttrice di una galleria d'arte, Ria è la donna che mi sarebbe piaciuto essere, almeno per un po'. Elegante e composta, ostenta una sicurezza che in fondo non ha, per nascondere la sua deliziosa fragilità. È diventata la mia eroina nell'episodio del salvataggio del Ritz: Louise ha un appuntamento galante e per fare colpo esagera in tutto, dalla minigonna ai capelli, al trucco. Ria corre in suo aiuto, come un cavaliere in soccorso della damigella in pericolo, e Louise ne esce trasformata, da quasi-squillo a donna algida e superiore.

Mi volto e mi trovo davanti a una donna minuscola, più vecchia di me, elegante.

Lei sì che posso dire di averla conosciuta: lady Castle, ovvero la mia professoressa di matematica del liceo. Bassa e rotonda, mai l'ho vista vestita meno che con gran classe - peccato che in mezzo ad adolescenti in crisi ormonale fosse sprecata. I suoi cappelli mi sono rimasti impressi come il suo sorriso e il mio rammarico è di non averla capita quando avrei potuto prenderne ispirazione. Ammetto che forse è anche merito di Elegance se sono arrivata ad apprezzare i suoi cappelli, così chic eppure così incompresi.

Ho trentatré anni.

La prima volta che ho letto Elegance ne avevo venticinque. Louise mi sembrava così lontanamente vecchia, così vissuta, così adulta, e tale è rimasta fino ad oggi: romanzo alla mano, lo sfoglio per cercare le citazioni da inserire qui e mi imbatto in questo numero. "Ho trentatré anni": anch'io, Louise, anch'io. Un attimo di panico mi assale, allora anch'io sono vecchia e vissuta e adulta e prossima al capolinea? O forse così è come si sente Louise, come io l'ho percepita attraverso le sue parole? È la sua verità, ma non è la verità. Sicuramente quando rileggerò la prossima volta Elegance sarà con occhi ben diversi: non più quelli di una ragazza che si sente giovane nei confronti di una donna che ha vissuto tanto, ma quelli di una coetanea che ha vissuto altrettanto. Non sarà più la storia di una "più grande", ma una strada che anch'io avrei potuto percorrere. Non sarà più un mondo lontano, anzi le distanze si accorceranno.

[...] è nei momenti in cui ci dimentichiamo completamente di noi stesse che raggiungiamo la vetta della nostra bellezza.

Giudizio:

+5stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Elegance
  • Titolo originale: Elegance
  • Autore: Kathleen Tessaro
  • Traduttore: B. Masini
  • Editore: Salani
  • Data di Pubblicazione: 2003
  • Collana: Femminili
  • ISBN-13: 9788884512529
  • Pagine: 317
  • Formato - Prezzo: Brossura - 14.50 Euro

11 luglio 2011

Diario di lettura: 1984 - George Orwell

Winston Smith lavora per il Ministero della Verità a Londra, la capitale del Settore Uno. Il Grande Fratello scruta da ogni poster, la Polizia del Pensiero è in grado di scoprire ogni atto di tradimento. Quando Winston si innamora di Julia, scopre che la vita non deve essere per forza ebete e vuota e si risveglia per nuove possibilità. A dispetto degli elicotteri della Polizia che sorvolano e sorvegliano dall'alto, Winston e Julia cominciano a mettere in dubbio il ruolo del Partito; vengono condotti verso una cospirazione.
Ma il Grande Fratello non può tollerare il dissenso, neppure solo mentale. Per i ribelli con la capacità di sviluppare un pensiero originale ha inventato la Stanza 101...

Il diario di lettura

La guerra è pace
la libertà è schiavitù
l'ignoranza è forza

Questo mantra accompagna il lettore dall'inizio del racconto di Winston Smith - nome così banalmente britannico che più non si potrebbe - fin quasi alla fine.
Quasi perché mancano ancora un po' di pagine da consumare.
Curiosamente leggendolo sono riemerse nella mia memoria le immagini di un vecchio adattamento televisivo che avevo visto da bambino, nello stesso modo in cui ai personaggi del romanzo di fantapolitica (fanta?) appaiono piccoli frammenti di memoria da un passato recentissimo, eppure diventato remoto se non del tutto sparito per le manipolazioni che il Partito opera sulle coscienze: si trattava delle sequenze in cui Winston, grazie a Julia, scopre, o meglio riscopre il profumo del caffè vero, del pane, della marmellata.
Un po' come le madeleine della zia Lèonie di Marcel Proust, queste percezioni sono la porta che apre uno spiraglio su un passato diverso. E accendono la speranza anche di un futuro diverso.

Per questo sono proibiti: sono atti di psicoreato, come vengono chiamati nel nuovo linguaggio creato dai tecnocrati di Oceania, uno dei tre super-stati (gli altri due sono Estasia ed Eurasia, quest'ultima citata dai Muse nel loro canzone United State of Eurasia).

Uno dei momenti fondamentali nella costruzione del credo del Socing, l'ortodossia ideologica al pensiero del Grande Fratello, figura mitica e forse neppure reale, il 'Bispensiero' (la capacità di non far collidere due proposizioni diametralmente opposte), passa attraverso la costruzione di un linguaggio il più limitato possibile, la 'Neolingua', che limiti il più possibile la facoltà del pensiero autonomo: la maledizione di Babele, la confusione biblica delle lingue si rivela essere in realtà una benedizione; la molteplicità e il frastuono garantiscono la libertà, al contrario l'eccesso di semplificazione portano al pensiero unico...

Qui venivano prodotti giornali-spazzatura, che non contenevano altro se non sport, cronaca nera, oroscopi, romanzetti da quattro soldi, film intrisi di sesso e canzonette melense composte da strumenti meccanici...

La tecnica del panem et circenses nell'era moderna si trasforma, al posto del circo ci sono i nuovi media, che danno alla propaganda un significato nuovo, di portata inimmaginabile: i teleschermi del Partito hanno assunto l'aspetto seminascosto delle migliaia di webcam, telecamere e occhi satellitari che ci seguono ogni giorno. La produzione di contenuti per l'anestetizzazione delle coscienze è ormai un sistema rodato, l'ideologia del soft power, il controllo delle masse attraverso l'informazione (o disinformazione) piuttosto che gli eserciti, teorizzata dal sociologo Mattelart un ventennio fa era già contenuta in profezia nel romanzo di Orvell.

Il 1984 non è ieri, è oggi:

Chi controlla il passato controlla il futuro, e chi controlla il presente controlla il passato.

Così scandisce uno degli slogan del Partito, un'organismo totalizzante al punto di non avere neppure un nome, così ripete O'Brien nelle sedute di rieducazione di Winston Smith: la sua figura riassume in pochi tratti (gli occhiali, l'andatura, la solidità) tutta la lunga tradizione letteraria legata alla figura dell'Inquisitore. Dal Dostoevskij dei Fratelli Karamazov a Poe di Il pozzo e il pendolo, fino al posteriore Bernardo Gui da Il nome della rosa, l'Inquisizione indossa la maschera del controllo del pensiero. L'Inquisitore ricerca il bene dell'individuo sollevandolo dalla fatica di scegliere e liberandolo dal fardello della libertà.

Il Grande Fratello (meglio secondo l'originale il Fratello Maggiore) incarna il controllo totale sulle coscienze e l'annullamento del tempo, che si cristallizza in un presente continuo, senza prima nè poi, fatto di noia, annichilimento e fame.

Anche i sapori e gli odori in questa dimensione di 'ucronia' tendono a svanire: sono una parte di quella memoria che, costruendo la coscienza dell'individuo, va eliminata. Anzi va asservita al Bispensiero: dev'essere tanto malleabile da poter essere modellata a seconda delle esigenze del Partito. Da poter ammettere che 2+2=5 senza avvertire contraddizioni.

Nella nostra società coloro che hanno un maggior grado di consapevolezza riguardo ciò che sta accadendo sono anche i più lontani dal vedere il mondo per quello che è realmente. In generale più profonda la comprensione, più forte sarà la delusione: più si è intelligenti, maggiore il grado di follia.

Ancora una volta mentre leggo mi ritornano in mente le parole di uno pseudo-inquisitore: in uno dei volumi proibiti della biblioteca segreta di 'Il nome della rosa' Adso da Melk legge un passo biblico tratto da Qohelet (1, 13): "ed è per questo che nel grande sapienza risiede un grande e colui che allarga la conoscenza aumenta anche la sofferenza".

Le riflessioni storiche che introducono gli ultimi capitoli del romanzo ucrònico di Orwell potrebbero essere prese anche da un manoscritto medievale, dunque. Di questi giorni è la notizia arrivata su tutte le prime pagine del mondo dello scandalo sul controllo e le intercettazioni attraverso una rete capillare gestita dai tabloid dell'impero della comunicazione e dell'informazione del 'cittadino Murdoch': il sistema aveva il - quarto e oltre - potere di 'ascoltare' le vite degli altri, e questi altri erano potenzialmente tutti coloro che potevano entrare negli ingranaggi di un meccanismo di potere globale.

"Nulla di nuovo sotto il sole" commenterebbe, ancora una volta preveggente, Qohelet (1,10)...

Giudizio:

+5stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: 1984
  • Autore: George Orwell
  • Traduttore: Gabriele Baldini
  • Editore: Mondadori
  • Data di Pubblicazione: 1949
  • Collana: Oscar Classici Moderni
  • ISBN-13: 9788824710336
  • Pagine: 326
  • Formato - Prezzo: Brossura, Euro 11,00

15 giugno 2009

Diario di lettura di Polyfilo: L'isola del tesoro - Robert Louis Stevenson

L'isola del tesoro è una classica storia d'avventura che ha emozionato lettori di tutte le età, fin da quando fu pubblicato per la prima volta, più di cento anni fa.
Dal momento in cui il giovane Jim Hawkins scopre la mappa di un tesoro nel cassone da navigazione del misterioso capitano Flint, si trova scaraventato in un susseguirsi intricato di pericoli e inganni. Imbarcandosi come mozzo a bordo della Hispaniola, Jim si lancia alla ricerca del tesoro, ma il sinistro Long John Silver e la sua spregevole ciurma animi avidi di ricchezze e ammutinamento...

Diario di lettura

Quale ragazzo - anche nell'era delle playstation - non si sentirebbe scuotere da un brivido di emozione sentendo le voci dei pirati, impastate di rum, che intonano il lugubre ritornello dei "quindici uomini sulla cassa del morto"? In pochi riuscirebbero a resistere, io credo, a qualsiasi latitudine e a qualsiasi età. Ci si chiederà, forse, a leggere questo racconto dalla trama lineare e scorrevole, cosa si possa trovare di entusiasmante, favoloso, sbalorditivo...
Un ragazzo scopre in circostanze misteriose la mappa di un tesoro, il leggendario bottino del capitano Flint, morto a Savannah e recuperato da Billy Bones: di lì alla rocambolesca fuga dai gregari del bucaniere alla ricerca dell'oro e alla partenza su uno schooner con destinazione l'isola del tesoro è un attimo.
Tra un "corpo di bacco" e un "sangue di Giuda" la vicenda si dipana rapidamente in un turbine di tradimenti, ammutinamenti, scoperte, scontri, imprecazioni e sbronze colossali, isole malsane, teschi usati per indicare l'ubicazione del tesoro e rovesciamenti improvvisi di fortuna! Chi non vorrebbe essere o essere stato il giovane mozzo, Jim? A chi non piacerebbe trovarsi invischiato in una caccia al tesoro di Willy l'Orbo, come capitava ai ragazzi di Goonies?

Per un libro uscito nel 1883 e basato su una storia, tutto sommato liscia, non è male riuscire a diventare un archetipo e un sunto, a cavallo tra presente e futuro: troviamo i pirati alla Jack Sparrow, il viaggio in mare alla Moby Dick, l'avventura di Gulliver e i naufraghi di Crusoe, il coraggioso ragazzo esploratore alla Huck Finn, il luccichio di dobloni come nel finale di Goonies, l'isola misteriosa che non c'è, personaggi che diventano icone come l'ambiguo Long John, caracollante sulla stampella ma agile come un demonio e altrettanto astuto, sempre in bilico tra la passerella e la forca.
Cosa resta allora, se non imbarcarsi alla volta degli esotici mari del Sud - lasciandosi riportare all'età di Jim - con sciabola, pistola carica e magari una benda con tibie e teschio, non appena, nell'uggia di un pomeriggio invernale, sentiamo il ticchettio del bastone del cieco o il roco ritornello del capitano Bones echeggiare nel buio?

Dettagli del libro

  • Titolo: L'isola del tesoro
  • Titolo originale: Treasure Island
  • Autore: Robert Louis Stevenson
  • Traduttore: -
  • Editore: Penguin Books
  • Data di Pubblicazione: 1984
  • Collana: Penguin Popular Books
  • ISBN-13: 9780140300369
  • Pagine: 224
  • Formato - Prezzo: Brossura

18 maggio 2009

Diario di lettura di Raimondo: L'insostenibile leggerezza dell'essere



Diario di Lettura secondo


Sarete sicuramente concordi con me nel dire che leggere un libro è come conoscere una persona, una persona che potrebbe diventare uno dei vostri migliori amici, ma anche uno dei vostri più grandi rimorsi. Il libro, o meglio l'amico, di cui vi voglio parlare in questa nuova pagina di diario è il mio caro amico L'insostenibile leggerezza dell'essere. Tutti voi avrete, spero, un migliore amico, e tutti voi avrete di certo litigato con questo vostro migliore amico, a volte avrete addirittura pensato di odiarlo, di non poterlo più soffrire, avrete forse giudicato la vostra amicizia insostenibile, vi sarete quindi guardati intorno pensando di trovare proprio dietro l'angolo un nuovo migliore amico, come se di migliori amici ce ne fossero a bizzeffe e a buon mercato. Se quello a cui avete pensato è rimasto ancora il vostro miglior amico sarete di certo usciti da questa incomprensione ancora più forti ed ancora più migliori amici (concedetemi l'erroraccio). Se vi riconoscete in quello che avete appena letto allora capirete meglio ciò che vi accingerete a leggere a breve. Con L'insostenibile leggerezza dell'essere, che tra amici si fa chiamare Lilde ho avuto un rapporto di certo non idilliaco, ma dopo parecchie incomprensioni posso oggi affermare senza alcuna ombra di dubbio che tra noi due è nato un fantastico rapporto di amicizia che, data l'immutabilità di Lilde e la mia maturità (perché è ovvio che sono un uomo maturo), è un rapporto destinato a durare molto a lungo.



L'insostenibile leggerezza de L'insostenibile leggerezza dell'essere


Nemmeno dopo un'attenta rilettura sono riuscito a trovare un solo piccolissimo difetto a questo superbo libro. Raffinato nello stile, mai volgare, nemmeno quando descrive il desiderio di svuotare l'intestino nella tazza del bagno, riflessivo in ogni paragrafo, affronta la coscienza umana alla maniera della conoscenza pulviscolare di Stendhal. Insomma, un gran bel libro.
Spaventato dall'incipit del libro, che si presenta con la misteriosa idea dell'eterno ritorno di Nietzsche, decisi di affiancare questo libro sulla leggerezza con un libro un po' più leggero. Non so se feci la scelta giusta. Fatto sta che pur amando ogni singola pagina del libro, predilessi l'altro. L'altro lo iniziai e lo finii, un altro ancora lo iniziai e lo finii. Insomma l'altro, o a questo punto gli altri, mi coinvolgevano, mentre questo libro privo di difetti, elegante, riflessivo non riusciva a coinvolgermi. Mi convinsi che per godere appieno di questo libro, bisogna leggerlo senza altri disturbi letterari. E così feci. Ma incomprensibilmente diminuì drasticamente la mole di parole e pagine divorate dalla mia sapiente menticina. Mi preoccupai seriamente. Decisi quindi di tentare un ultimo, disperato tentativo. Riempii la vasca da bagno con acqua bollente, versai i sali rilassanti, accesi gli incensi profumati, attivai l'idromassaggio e posai con leggerezza questo straordinario libro accanto alla vasca, mi creai, insomma, una atmosfera da sogno, ideale per la lettura. O almeno questo pensavo. Così non fu. Avrò esagerato con il sale e mi rilassai eccessivamente, oppure sarò stato sopraffatto dall'intenso incenso, o le vibrazioni dell'idromassaggio non collimarono con la lettura del delizioso libro in questione, non so, magari tutti e tre. Fatto è che il mio ingegnoso esperimento fu un vero e proprio disastro: non superai le due pagine. Ma non tutti i mali vengono per nuocere. Infatti fu il mio bello e profumato bagnetto che mi fece esclamare Eureka. Posato dunque il meraviglioso libro, cominciai a canticchiarmi una leggera canzonetta di musica leggera sbattendo ritmicamente le mie nocche contro il bordo della vasca. Immersi quindi tutto il mio corpo continuando a canticchiare e noccheggiare. Il noccheggio sopracqueo mi apparve come un rumore acuto che entrava nel mio corpo attraverso l'orecchio, il noccheggio subacqueo, invece, mi apparve come un rumore ottuso che mi entrava si attraverso l'orecchio, ma non nel corpo bensì nell'anima. Poteva essere questo uno spunto per la soluzione finale? Un'altra cosa notai con entusiasmo: nella mia sopracqueità avvertii un leggero senso di pesantezza, nella mia subacqueità fu invece una pesante leggerezza a far da padrona incontrastata. Ero quindi vicino alla soluzione, ma ancora sentivo un abisso tra me e lei. Qualche idiota potrebbe semplificare questi notevoli piccoli successi con inutili disquisizioni sulla maggiore densità dell'acqua rispetto all'aria o sventolandomi in faccia il principio di Archimede. Me ne infischio. Io la penso come la penso, punto. Ma riprendo. Mi mancava ancora un piccolo immenso tassello per ultimare il puzzle. Ma l'ultimo tassello di un puzzle è in genere facile da trovare e facilissimo da disporre. Diremo che io lo avevo perso, dovevo ritrovarlo. Non fu facile. Dovetti soffrire fisicamente in maniera indicibile per trovarlo, soffrii e lo trovai. Rilassatomi sufficientemente, arrivò il momento dello shampoo. Avessi avuto lo shampoo per bambini che non brucia gli occhi oggi voi non sareste qui a leggere il mio diario, perché non lo avrei scritto. E' impossibile trovare parole che possano anche solamente avvicinarsi al piacere ed alla leggerezza che si prova nel massaggiarsi la testa schiumata, ma proprio sul più bello, quella beata schiuma mi attaccò gli occhi con una violenza insostenibile. Fu allora che, mentre cercavo, ad occhi ermeticamente chiusi e sofferenti, di mettere fine alla mia sofferenza, fu allora che finalmente capii che la leggerezza dell'essere è insostenibile. Non mi coinvolse, non mi entusiasmò, la leggerezza del libro fu per me insostenibile, ma lo amai come Tomas amò Tereza. Ciao Lilde.

Dettagli del libro

  • Titolo: L'insostenibile leggerezza dell'essere
  • Titolo originale: Nesnetiselnà lehkost bytì
  • Autore: Milan Kundera
  • Traduttore: Giuseppe Dierna, Antonio Barbato
  • Editore: Adelphi
  • Data di Pubblicazione: 1989
  • Collana: Gli Adelphi
  • ISBN-13: 9788845906862
  • Pagine: 318
  • Formato - Prezzo: 10,00 Euro
 

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