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24 giugno 2018

Il pianista di Yarmouk - Aeham Ahmad

Un giovane suona il pianoforte in mezzo a una strada bombardata. Suona per i suoi vicini, soprattutto per i bambini, per distrarli dalle atrocità della guerra: un’immagine che ha fatto il giro del mondo diventando un simbolo della catastrofe in Siria, ma anche dell’inestinguibile volontà dell’uomo di opporsi in ogni modo alla distruzione. Il suono di quello strumento ha raggiunto e commosso milioni di persone nel mondo su YouTube.

Ora Aeham Ahmad racconta la propria storia: l’infanzia in una Siria ancora in pace, l’inizio delle rivolte preludio di una guerra terribile, la fuga per la stessa via battuta da migliaia di disperati. Un lungo e pericoloso viaggio via terra, la drammatica traversata del Mediterraneo, le insidie della rotta balcanica. Fino alla nuova vita in Germania, dove ha realizzato il suo sogno di artista e si esibisce nelle più importanti sale concerti, ma è costretto a vivere lontano dalla sua famiglia rimasta in Siria.

Allora come oggi, è la musica che gli ha salvato la vita a dargli conforto e infondergli coraggio.La storia vera, raccontata in prima persona, di un pianista che ha sfidato le bombe e i terroristi in nome della sua musica, un caso mondiale, una commovente testimonianza di resistenza e fede nell’arte.

Recensione

Da quando la guerra è deflagrata nell’ex-Jugoslavia degli anni ’90, poi nel Rwanda, e in Iraq a più riprese, ancora in Afghanistan, e di tanto in tanto in Palestina, fino alla Siria degli ultimi anni, e suona la grancassa sulle prime pagine dei quotidiani o nelle aperture dei telegiornali, sentir parlare del conflitto siriano significa ricordare, secondo i tempi delle pubblicità, che la pace è poco più un’utopia. Significa accorgersi che gli straordinari resti di Palmira, la bellezza di Aleppo e la città vecchia di Damasco sono perduti per sempre per l’umanità e invece avrebbero dovuto esserne patrimonio e monito. Se va bene, sopravvivranno mutilati dai danni di una guerra civile che diventa sempre più simile all’idra, alla quale, tagliata una testa, ne spunta un’altra nuova ancora più spaventosa, e saranno testimonianza del martirio di una terra e della sua millenaria cultura.

Anche questa inutile strage silenziata dai tempi vorticosi della comunicazione fatica tuttavia a raggiungere le coscienze e i profili di user e telespettatori, basta un nuovo argomento virale e l’attenzione si sposta fino al successivo episodio eclatante. Eppure Aeham Ahmad, ‘Il pianista di Yarmuk’, ci ricorda, nell’orgia della comunicazione globalizzata, che tutte le notizie, i dibattiti televisivi, gli appelli sui giornali con scadenza a pochi giorni, che la guerra è di casa ovunque, è dietro l’angolo in ogni momento e che basta svoltare una strada e cambiare quartiere per dimenticarsene, per cancellarla dai titoli dagli orizzonti della consapevolezza. Curiosamente – o forse no, in realtà – il richiamo alla realtà passa proprio attraverso i media che rimpinzano le teste di attualità, perché la storia del protagonista è diventata disponibile a tutti attraverso i canali di un social network e gli ha offerto una via di fuga dall’inferno di una nuova Sarajevo, stritolata dallo scontro tra i tre eserciti di Assad, dei ribelli e dell’Isis, nemici ma ugualmente disinteressati al destino dei civili.

Figlio di profughi palestinesi scampati agli scontri degli anni ‘80 e capace di farsi strada nel suo quartiere, Yarmouk, alle porte di Damasco, Aeham sacrifica quasi senza rimpianti un’incerta e faticosa vocazione musicale per raggiungere il benessere economico e una posizione invidiabili, dovuti indirettamente alla sua passione per la musica: pur non diventando un grande pianista come aveva sognato da bambino riesce a costruire un’impresa sulla vendita di strumenti musicali e insegnando musica, trovando nell’arte un’isola felice rispetto alla difficile situazione politica della Siria di Bashar Al-Assad. Del resto, lui e la sua famiglia, i suoi genitori, la moglie e il figlio che desidera per sistemarsi, sono ospiti in Siria e devono mantenersi lontano dalla politica, devono ringraziare per l’ospitalità di chi li ha accolti in fuga senza creare problemi. Solo che quando la guerra infuria nascondersi dietro il paravento della neutralità non è mai facile: per quanto tu cerchi di mantenerti ai margini – ed essere ai margini in queste situazioni è un privilegio – la guerra viene a stanarti nel tuo nido confortevole, prendendo l’aspetto ora dell’esercito filogovernativo, ora della guerriglia ribelle, ora dello Stato Islamico, e ti costringe in un angolo riducendo in macerie le certezze costruite in anni di impegno e di sacrifici.

Il racconto di una vita banalmente di successo, un successo normale e senza grandi pretese come quello di Aeham Ahmad si trasforma così nella cronaca della tragedia di un quartiere, Yarmuk, del quale chi non è voluto o potuto scappare si trova a essere prigioniero in stato d’assedio. Il negozio di strumenti e la scuola di musica diventano casa d’emergenza, erbe selvatiche e cibi trovati per caso diventano il monotono menù di un carcere senza sbarre, le esibizioni di cori amatoriali tra case distrutte e macerie diventano un cimitero a cielo aperto. Quando la situazione si fa davvero disperata due fatti rovesciano la sorte di Aeham: la musica abbandonata diventa strumento di salvezza personale e famigliare e questo succede attraverso i mezzi di comunicazione che parevano interessarsi alla strage siriana solo per il tempo necessario a diffondere nel mondo le immagini agghiaccianti dell’ultima strage. I video girati durante le esibizioni del coro di Aeham tra le macerie di Yarmuk per mantenere una parvenza di vita comunitaria e faticosamente diffusi sul web al di là dell’accerchiamento degli eserciti, senza che il protagonista se ne accorga, isolato da un assedio, diventano poco a poco virali. Aeham si ritrova famoso come ‘il pianista di Yarmuk’ attraverso youtube e riesce, involontariamente forse, a riportare l’attenzione sulla tragedia dei civili in Siria.

Tra la prima e la seconda parte della testimonianza autobiografica di Aeham passa tutta la differenza tra una vita in cui il senso si è perso nella normalizzazione del quotidiano e una in cui una catastrofe umanitaria di un popolo riporta Aeham, attraverso il dolore, verso una dimensione che restituisce alle persone e all’ambiente circostante un significato forte. È il valore della testimonianza nella musica che rende la semplice autobiografia di una vittima della guerra tra tante un documento di continua attualità.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Il pianista di Yarmouk
  • Titolo originale: Und die Vögel werden singen: Ich, der Pianist aus den Trümmern
  • Autore: Aeham Ahmad
  • Traduttore: Lucia Ferrantini
  • Editore: La nave di Teseo
  • Data di Pubblicazione: 2018
  • Collana: Le Polene
  • ISBN-13: 9788893444903
  • Pagine: 348
  • Formato - Prezzo: ebook - Euro 9,99

4 aprile 2018

L'ultima estate - Cesarina Vighy

Da dove arriva la voce di Zeta? Apparentemente dal luogo più inabitabile e muto: la malattia, in quel punto estremo che toglie possibilità, respiro, futuro. Ma è solo apparenza: questa voce proviene dal nucleo più irriducibile e infuocato della vita. Che non tace, non cessa di guardare e amare. E anzi, comincia qualcosa: a scrivere. E i ricordi sono uno squarcio lacerante nella memoria di una vita tenacemente irregolare: la nascita fuori dal matrimonio della “bambina più amata del mondo”, l’infanzia sotto le bombe, Venezia splendida e meschina, il primo disastro sentimentale e poi Roma becera e vitale, l’esperienza della psicanalisi, l’avventura del femminismo, il cammino della malattia. E sempre la coriacea e gentile difesa della propria individualità, l’irrisione delle tribù e delle cliniche cui ha rifiutato di appartenere. Così la storia della sua vita scorre laterale, vissuta intensamente ma mai accettata, come non fosse mai meritevole di piena identificazione. Mai, lungo queste pagine, si può dimenticare che l’autrice è malata, gravemente. Però basta uno spiraglio della finestra in cucina a far entrare un platano o un merlo. C’è una Gatta fedele, indulgente, comprensiva. C’è una esistenza verso cui – Zeta non lo direbbe mai e certamente si rifiuta perfino di pensarlo – si può nutrire un orgoglio felice. Non degenera: può sfidare il peso dei rimorsi del passato e l’orrore dei sintomi di oggi, ironicamente e fieramente: «Dicono che si nasca incendiari e si muoia pompieri. A me è successo il contrario: brucerei tutto, adesso». Lo fa in questo libro singolare: piccolo auto da fé e magnifico inno alla vita che era ed è.

Recensione

L’ultima estate di Cesarina Vighy ha un inizio in salita, che ricorda le atmosfere soffocanti e sarcastiche di un piccolo capolavoro cinematografico di ambientazione romana, ‘Pranzo di ferragosto’: il caldo afoso e insopportabile e la solitudine esistenziale di una città assediata dal sole, nella quale anche le iniziative per chi è condannato a restare aggravano il senso di isolamento e di abbandono percepito, sono il paesaggio nel quale l’autrice mette in scena una rappresentazione autobiografica, l’unica e l’ultima, che trova profondità umana nella dignità ironica del distacco dalle proprie vicissitudini e tratta l’impotenza di fronte alla malattia come quella di fronte all’afa.

Calura, malattia e isolamento sono la triade sotto i cui sacri auspici inizia un viaggio che parte dall’infanzia – anche da prima, dalle radici più lontane – e man mano assume la forma di un lieve bilancio esistenziale, a cui il morbo degenerativo mai nominato esplicitamente conferisce insieme urgenza e leggerezza. Chissà, forse se l’autrice, che insiste nel sottolineare il carattere ‘amatoriale’ del suo lavoro, non si fosse ammalata, non avrebbe sentito l’esigenza e avuto la consapevolezza per compiere quest’operazione che si rimanda sempre a un ineluttabile quanto lontano futuro, con il disincanto che rende ‘l’ultima estate’ lettura piacevole e commovente di un testamento privo di formalismi e solennità, profondamente umano e personale, autoironico e non giustificatorio.

Alle riflessioni dell’opera prima e ultima si aggiungono gli scambi epistolari via mail con la figlia e gli amici, che hanno fornito tanti spunti alla narrazione di sé, le poesie, i primi capitoli di un altro racconto iniziato e lasciato interrotti, tutti satelliti del pianeta Vighy, che danno conto di una rielaborazione sorvegliata e naturale. Nella conversazione pacata ma non rassegnata che l’autrice inizia con un interlocutore immediatamente accettato nel suo mondo trovano posto il racconto delle radici, famigliari e culturali insieme, le divagazioni giovanili, la tenerezza dei ricordi e degli affetti più intensi e difficili, con la famiglia più stretta, il marito, presenza laterale, la figlia ritrovata, la propaggine tesa nel futuro, il nipote, gli amici e la compagnia dei gatti.

L’occasione che si offre è di ripercorrere attraverso aneddoti che saltano di palo in frasca, seguendo il filo dei ricordi, la vita intensamente interiore di una donna colta e schiva, che di fronte alla consapevolezza dell’estremo margine trova la disinvoltura necessaria a trasformare se stessa in racconto e lo fa senza autoindulgenze, con la sobria leggiadria di chi non cerca altra conferma che in se stesso, con l’autoironia di chi sa di non avere altre possibilità.

Brevi capitoli di un racconto che rinchiudono una vita tutto sommato normale, forse anche banale, e allora perché raccontarli? E, a maggior ragione, perché leggerli? Perché l’acume sottile di una mente sensibile, come gli ultimi bagliori più vividi di una candela che sta per spegnersi, illuminano di luce propria tutte le sfaccettature dell’universo irripetibile di un’anima – se anche non si credesse nello Spirito – capace di entrare a occhi aperti nel buio della morte.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: L'ultima estate
  • Autore: Cesarina Vighy
  • Editore: Fazi
  • Data di Pubblicazione: 2009
  • Collana: Le Strade
  • ISBN-13: 9788864110127
  • Pagine: 190
  • Formato - Prezzo: eBook - euro 4,99

20 maggio 2017

I piccoli maestri - Luigi Meneghello

I piccoli maestri non sanno fare la guerra. Sarà perché hanno un forte spirito di libertà, che li rende refrattari alle gerarchie militari. Sarà perché hanno letto troppi libri e possiedono uno scarso senso pratico. Sarà che loro preferiscono la parola all’azione. Il fatto è che quel gruppo di studenti universitari che nell’autunno del 1943 si dà alla macchia prima sui monti del bellunese e poi sull'altopiano di Asiago per combattere la propria personale guerra contro il nazismo, sperimenterà un apprendistato umano, più che politico. Gigi e Lello studiano lettere, Enrico e Simonetta, ingegneria e Bene, medicina. A loro si uniranno un marinaio, un operaio ed un sottufficiale degli alpini. Sarà questa la formazione partigiana dei “piccoli maestri”, ovvero la «banda dei perché», come loro stessi la chiamano. Alla sua guida c’è Capitan Toni, Antonio Giuriolo, partigiano anomalo, aderente al partito d’azione, non capo politico, professore precario di filosofia perché si è rifiutato sempre di prendere la tessera del fascio.

Recensione

I piccoli maestri’ di Meneghello è un libro – tra romanzo e diario – di guerra e sulla guerra ma quasi senza guerra. A chi legge, almeno, resta all’incirca quest’impressione: che di guerra si parli solo di striscio, per caso, in modo quasi involontario. Oggi, passati oltre settant’anni dai fatti e più di mezzo secolo dalla pubblicazione, comincia forse a esserci la giusta distanza per giudicare serenamente un’opera che ha suscitato forti polemiche al momento della sua uscita.

Nel 1964, anno della prima edizione, i fatti di cui Meneghello parla anche in forma autobiografica sono ancora troppo vicini e gravidi di conseguenze per permetterne una ricostruzione, non obiettiva – il che forse sarebbe difficile pure oggi – ma quanto meno libera da eccessivi condizionamenti politici. Meneghello, invece, poteva permettersi una fuga in avanti perché la giusta distanza l’aveva trovata iniziando una brillante carriera universitaria in Gran Bretagna e perché la formazione politica per la quale aveva militato durante la resistenza partigiana, il Partito d’Azione, si era dissolta sin dal 1947. La scelta di riappropriarsi di un episodio nodale della sua vita parte per l’autore con la scelta di un titolo che, a dispetto di quanto potrebbe apparire, ha un senso fortemente autoironico.

Fare ironia – in questo caso autoironia – su un tema delicato come la resistenza, momento fondativo della Repubblica Italiana nel bene e nel male, doveva avere, in quegli anni, un significato dissacrante che oggi è difficile cogliere. Eppure, man mano che si procede nella lettura, si capisce inevitabilmente che i ‘piccoli maestri’ del titolo sono una geniale e affettuosa interpretazione di un momento generazionale guardato da lontano, con una specie di nostalgica e paternamente bonaria ironia. I piccoli maestri hanno contribuito a salvare l’Italia dall’ignominia dal nazifascismo e lo hanno fatto con un’ingenuità tipica degli anni della gioventù: Meneghello guarda appunto a quegli eroici furori con un divertito e maturo disincanto, che rende il suo racconto difficile da ricondurre alla celebrazione riservata alla resistenza da intellettuali, politici e storiografi ma che, lungi dal voler dissacrare o sminuire, si assume il gravoso compito di riconsegnare i fatti storici alla realtà attraverso la narrazione dei ricordi nudi e crudi.

E nei ricordi la crudezza della guerra resta sullo sfondo rispetto al traguardo di ricreare l’atmosfera e le idee dei molti giovani che hanno partecipato e dato la vita nella lotta partigiana, non sempre con la consapevolezza che la versione dei vincitori ha poi cucito loro addosso. I piccoli maestri sono allora ‘piccoli’ perché involontariamente presuntuosi, con il loro idealismo velleitario, ma anche perché con i loro ‘piccoli’ sacrifici hanno costruito la possibilità di un futuro diverso per l’Italia.

C’è tutta la divertita nostalgia per la giovinezza nella ricostruzione di quel modo scapestrato di fare resistenza raccontato da Meneghello, lontano dagli intrighi di partito e forse quindi poco ‘partigiano’ e insieme, tuttavia, rigoroso e impegnato. La morte compare – e lo stesso anche per gli scontri a fuoco, le imboscate, le battaglie – quasi solo di striscio: dei numerosi compagni di lotta persi nei due anni scarsi di clandestinità sui colli veneti l’autore, in modo pudico, fa, in molti casi, solo un rapido cenno delle circostanze della morte. Il pericolo, il rischio corso dalle staffette, l’incoscienza e la leggerezza con cui i piccoli maestri affrontano la guerra civile rivelano nella scelta della lotta un impulso vitale spontaneo prima che una scelta mentale ponderata; e del resto l’autore e i suoi compagni erano poco più che ragazzi, metterli sul piedistallo della retorica patriottica, sembra quasi dire Meneghello, sarebbe quasi tradire la loro purezza sventata e coraggiosa.

I personaggi di Meneghello, piuttosto, i compagni di università, i contadini giovani e poveri, i raccoglitori di sterpi, gli operai, le ragazze borghesi come Simonetta, i ladruncoli di camicie sfilano come in una parata festosa, una parata in cui si festeggia la liberazione, non solo dal morbo nazifascista della Repubblica di Salò, ma anche dalla retorica patriottica vieta e ipocrita, che in breve, dopo il 25 aprile, avrebbe fagocitato, con il crudo linguaggio della realpolitik, quanto di più autentico e vivo era sbocciato nella generazione falciata dal più catastrofico, per l’Italia e il mondo, conflitto bellico della nostra storia.

Giudizio:

+5stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: I piccoli maestri
  • Autore: Luigi Meneghello
  • Editore: BUR
  • Data di Pubblicazione: 2013
  • Collana: Contemporanea
  • ISBN-13: 9788817061186
  • Pagine: 234
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 10,50

3 settembre 2016

La scuola cattolica - Edoardo Albinati

Roma, anni Settanta: un quartiere residenziale, una scuola privata. Sembra che nulla di significativo possa accadere, eppure, per ragioni misteriose, in poco tempo quel rifugio di persone rispettabili viene attraversato da una ventata di follia senza precedenti; appena lasciato il liceo, alcuni ex alunni si scoprono autori di uno dei più clamorosi crimini dell’epoca, il Delitto del Circeo. Edoardo Albinati era un loro compagno di scuola e per quarant’anni ha custodito i segreti di quella “mala educación”. Ora li racconta guardandoli come si guarda in fondo a un pozzo dove oscilla, misteriosa e deforme, la propria immagine. Da questo spunto prende vita un romanzo poderoso, che sbalordisce per l’ampiezza dei temi e la varietà di avventure grandi o minuscole: dalle canzoncine goliardiche ai pensieri più vertiginosi, dalla ricostruzione puntuale di pezzi della storia e della società italiana, alle confessioni che ognuno di noi potrebbe fare qualora gli si chiedesse: “Cosa desideravi davvero, quando eri ragazzo?”. Adolescenza, sesso, religione e violenza; il denaro, l’amicizia, la vendetta; professori mitici, preti, teppisti, piccoli geni e psicopatici, fanciulle enigmatiche e terroristi. Mescolando personaggi veri con figure romanzesche, Albinati costruisce una narrazione potente e inarrestabile che ha il coraggio di affrontare a viso aperto i grandi quesiti della vita e del tempo, e di mostrare il rovescio delle cose. La scuola cattolica è forse il libro che mancava nella nostra cultura.

Recensione

Impossibile catalogare questo libro in un genere unico, perché è molte cose insieme.
Prima di tutto è un saggio sulla società a partire dagli anni settanta e in esso l'autore vuole spiegare quali siano le circostanze per cui dei giovani di buona famiglia siano arrivati a compiere quello che è stato chiamato Il Delitto del Circeo. In secondo luogo è un’indagine psicologica sulla mentalità dei ragazzi e giovani adulti di quel periodo. In terzo luogo è una autobiografia e per ultimo un romanzo che potrebbe definirsi di formazione, purché il termine venga inteso in senso lato.
A proposito di questi due ultimi punti, per distinguere le parti inventate da quelle vere, l’autore fornisce un unico input: le scene di fantasia sono quelle che suonano meno assurde.

A rafforzare la parte autobiografica del libro, c’è il fatto che il protagonista si chiama, appunto, Edoardo Albinati, le cui esperienze si seguono dal momento in cui entra nella scuola cattolica a quando l'abbandona verso la fine del liceo. Episodi della sua vita fuori dal periodo scolastico si ritrovano solo saltuariamente in momenti successivi, quando l'autore si diverte a dialogare con il lettore, ora facendolo partecipe delle proprie impressioni, ora scusandosi della propria prolissità, ora per raccontare qualche fatto personale su cui si compiace di soffermarsi per chiarire qualche concetto.

Nel caso il lettore si ponesse la domanda se, per spiegare le condizioni sociali del tempo e la psicologia dei giovani che si sono macchiati di delitti atroci, con una indifferenza che fa rabbrividire, fosse necessario scrivere 1300 pagine, la risposta è negativa. Ma vengono raccontati molti fatti che, pur non direttamente attinenti al Delitto del Circeo, sono significativi della mentalità del tempo:

troppo lento e divagante, direte, questo mio cammino? L’ho presa un bel po’ alla larga? Avete ragione: ma era la natura stessa del delitto a richiedere che se ne raccontassero i preliminari; o piuttosto, i cerchi concentrici che lo avvolgono, gli anelli che da un lato vi conducono, dall’altro se ne allontanano, come in certe insegne luminose. La scuola, i preti, i maschi, il quartiere, le famiglie, la politica. Potrebbe darsi che al centro del bersaglio non vi sia alla fine quel delitto, ma qualcos’altro … che se avete la pazienza di seguirmi scopriremo insieme.
Diciamo pure che quella del DdC, nascosta in questo libro, non fu l’unica storia. Accanto a una determinata vicenda e intrecciata con essa ve ne sono altre, che si ramificano in ogni direzione, come negli alberi genealogici, non si può mai dire dove finisca una e inizi quella accanto, così strettamente sono connesse, origini e filiazioni.

Albinati ha maturato il libro nel corso di diversi anni e, se anche non l'avesse confermato lui stesso, lo si sarebbe intuito dal fatto che talvolta ritorna a spiegare da angolazioni diverse concetti già espressi in precedenza.
Ciò che il libro non vuole fornire sono nuove rivelazioni sul Delitto del Circeo il cui racconto, anzi, risulta stilizzato. Il libro tratta invece diffusamente di sesso e violenza, emerge inoltre l’interesse dell’autore verso la psicoanalisi:

Se a prima vista sembra che tutto si riduca alla smania di fottere, o di essere fottuti, dentro questa smania raramente si nasconde un esclusivo desiderio sessuale – che si placa nella ginnastica elementare del coito. Il più delle volte il sesso agisce come linguaggio, usato per esprimere altri desideri e paure.
L’impulso sessuale ha un raggio e una durata circoscritti, per questo deve essere integrato da altre prove di dominio. A smontarsi impiega pochi istanti, dopodiché emerge la gravità dell’accaduto (…). Durante uno stupro, se non era già stata programmata in partenza, sopravviene sempre e comunque l’ipotesi di eliminare la vittima.
Se si ritiene che la violenza sia una prerogativa solo maschile, allora è anche l’indicatore di virilità più significativo. Lo si adoperava moltissimo tra i gruppi giovanili specie se politicizzati: sia a destra sia a sinistra, chi menava le mani era ammirato dagli uomini, desiderato dalle ragazze.

Il punto di vista dell’autore è in genere condivisibile, come quando afferma:

Non esiste nulla di più fertile della noia. Geniali scoperte capolavori imprese folli e crimini scaturiscono dalla noia. L’autolesionismo e lo sperpero.

Tuttavia per altre prese di posizione la condivisione può essere solo parziale, a mio parere. Non posso che trovarmi d'accordo, ad esempio, con l'osservazione che le persone siano in genere ossessionate dal sesso, meno soprattutto le più intelligenti, le più curiose e creative, lo erano e lo sono, anche se Berlusconi potrebbe convenire su questo con Albinati.
Interessante anche questa riflessione sul cattolicesimo:

È una singolare caratteristica del cattolicesimo italiano quello di portare avanti una millenaria tradizione di difesa degli ultimi mentre si allea nei fatti con gli interessi mondani dei primi. Forse questa contraddizione fonda la sua grandezza e la sua solidità. Ma non può sfuggire a nessuno, e i primi a cui non sfuggiva eravamo proprio noi, gli alunni fortunati. 

anche se, anche in questo caso mi trovo solo parzialmente d'accordo in quanto non credo che l’alleanza tra religione e potere possa definirsi una caratteristica esclusiva del cattolicesimo italiano.

Una critica che viene posta ad Albinati è che nel suo libro vengono evidenziati solo i punti di vista dei carnefici ma non le voci delle vittime. Direi che la critica è infondata. Albinati era compagno di scuola dei carnefici e non delle vittime. Fra l’altro afferma che probabilmente, in un altro momento storico, senza voler esprimere un giudizio di merito, gli assassini avrebbero subito una pena minore se nel periodo non fosse maturato il femminismo che, secondo l’autore, è il più originale e durevole discorso politico del novecento. Si ricorda che al processo dei responsabili del DdC fu sempre presente una nutrita schiera di femministe. Una conseguenza del femminismo sarebbe che:

Prima ci si lamentava della scarsa disponibilità delle donne; poi si diffuse il timore che fosse eccessiva, e l’aspirazione al piacere illimitata. All’epoca in cui si svolge questa storia ci si poteva lagnare di entrambe le cose. 

Il Delitto del Circeo si presta a essere visto anche come lotta di classe pur se, a parere dell'autore, non era certamente questo il movente, ma perché gli esecutori cercavano: un’esperienza qualsiasi che ti sollevi fuori dalla banalità della vita ordinaria(…)Droga sesso sono le ovvie risposte a questa esigenza. Ma c’è poi un’altra attività che non fa mai andare in overdose: la violenza gratuita. Quella che si scatena cioè su corpi inermi.(…)Essendo persone mediocri, il sogno dei ragazzi del DdC era di far paura agli altri. Non potendo essere veramente potenti o nobili o autorevoli, a loro non restava che essere spietati.

Albinati racconta molti episodi inerenti la vita dei compagni di scuola e fa molti esempi a sostegno delle proprie affermazioni. I fatti da lui indicati sono in genere descritti con grande ironia, specie quelli che lo riguardano personalmente, o che si presume lo riguardino.
Il libro è interessante e, a mio avviso, immensamente superiore per profondità al precedente Premio Strega, La ferocia, con cui La scuola cattolica condivide solo il fatto che in entrambi si parli di comportamenti violenti, in cui vengono prese di mira soprattutto le donne ma non solo quelle. È vero che 1300 pagine spaventano, tuttavia il libro è piacevole, quasi mai lento, e fa riflettere.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: La scuola cattolica
  • Autore: Edoardo Albinati
  • Editore: Rizzoli
  • Data di Pubblicazione: 2016
  • ISBN-13: 9788817086837
  • Pagine: 1295
  • Formato - Prezzo: Rilegato, sovraccoperta - Euro 22,00

26 luglio 2015

L'aquila e la piovra - Gianni Palagonia

Nell’Albania di oggi vige il Kanun, il codice di leggi che regola anche le faide della criminalità organizzata. Con queste leggi si deve confrontare il protagonista del romanzo, un poliziotto italiano che si ritrova in missione nel Paese delle Aquile. Il libro è una storia vera in forma di romanzo, basato su una lunga trasferta lavorativa di Palagonia in Albania, in cui affronta la pericolosa alleanza tra le mafie italiane e quella albanese, tra droga e controllo di impianti di energia rinnovabile.

Recensione

Il protagonista di questo romanzo, sotto lo pseudonimo di Gianni Palagonia, narra la sua missione in terra albanese quale poliziotto antimafia. È una storia interessante perché rivela aspetti dell’Albania poco conosciuti, come l'esistenza del codice d’onore “Kanun”, ad esempio, una sorta di compendio di norme che affonda le sue radici nelle tradizioni popolari. Fa sensazione venire a sapere che in Albania esistono ancora faide familiari per cui vi sono persone che non possono uscire da casa per non essere uccise e devono contare solo sull’aiuto di amici per poter sopravvivere durante una reclusione forzata che può durare tutta la vita, stante che il suddetto codice dispone il domicilio come l'unico luogo inviolabile. In contropartita le donne possono uscire anche di notte non accompagnate ed essere relativamente al sicuro, dato che un semplice sgarbo verso di loro potrebbe causare una guerra tra famiglie. Ma vengono evidenziati altri aspetti dell’arretratezza sociale del paese, come la disparità ancora esistente fra uomini e donne, nonché la corruzione dilagante sia nel settore della sanità che in quello della giustizia. A tale proposito viene rilevato che la connivenza tra politica e criminalità è un fenomeno diffuso in Albania:

L’Albania ci ha sempre preso come modello per prendere spunti, per migliorarsi, nel bene e nel male.
È un paese che si è gettato alle spalle il comunismo, ma che ha ancora una lunga la strada da percorrere perché la democrazia possa affermarsi.
I ritardi nel trasporto aereo e ferroviario, la corruzione, la mala sanità e la disparità di condizioni sociali, inconvenienti di cui ci lamentiamo in Italia, sono poca cosa rispetto a ciò che si verifica in Albania, dove la delinquenza italiana trova terreno fertile per le proprie attività criminali. Il titolo del libro mette l’accento, appunto, sul simbolo albanese, l’aquila, e la mafia italiana, la Piovra, come viene nominata nel famoso serial televisivo italiano, visto anche alla televisione albanese con sottotitoli in lingua. A questo proposito c'è un aneddoto popolare, riportato da uno dei personaggi del libro, che detta:
L’albanese è duro, ha pianto solo due volte: quando è morto il dittatore e quando è morto il commissario Cattani.

Nel romanzo, ogni personaggio incontrato dal protagonista si sente in dovere di esporre qualche aspetto degli usi e costumi della popolazione, e ciò comporta una continua interruzione del racconto, specie nella prima parte del libro, minando la sua scorrevolezza. In aggiunta a questo, nella storia, si trovano inseriti anche i ricordi del protagonista, escamotage dell’autore per giustificare il costante raffronto tra i comportamenti della popolazione albanese attuale con quelli della Sicilia del secolo scorso, di modo che la storia risulta a metà fra il reportage e l’autobiografia. Tale peculiarità del romanzo, che non può essere catalogato con precisione in nessun genere specifico, può scontentare sia le aspettative del lettore più interessato a conoscere i modi di vivere degli albanesi, sia quello più incuriosito dalle vicende personali del protagonista.

Nel romanzo è presente anche una storia d’amore, che potrebbe avere un lieto fine, tra il protagonista ed un’insegnante. Relazione non facile, data la mentalità albanese che ritiene i costumi italiani troppo disinvolti e giudica come una “poco di buono” la donna albanese che si lasci coinvolgere in un rapporto affettivo con un italiano.

Per questo la maggior parte degli uomini albanesi che vivono in Italia e sono fidanzati con delle italiane, non le sposeranno mai. Alla fine per il matrimonio sceglieranno sempre una donna albanese, proprio perché è considerata più seria. Qui molti uomini lo dicono apertamente: amante italiana, moglie albanese.
Fra le curiosità rinvenute nel romanzo, si legge che il lek, la moneta albanese, ha preso il nome da
Leke Dukagjini, un principe e condottiero albanese che aveva combattuto agli ordini di Scanderberg contro l’impero ottomano agli inizi del 1400.
A Leke Dukagjini si dovrebbe anche la stesura del codice Kanun.
Per quanto le notizie sul popolo albanese siano interessanti, qualche pecca si rileva quanto alla caratterizzazione dei personaggi del romanzo, siano o meno creazioni di fantasia. Il linguaggio usato, inoltre, trova una certa ripetitività in luoghi comuni, come quello di “andare in galera e buttare via la chiave”. Anche i dialoghi non possono certo definirsi brillanti, avendo spesso solo una funzione interlocutoria.
Ciò premesso, aldilà dell'esposizione di usi e costumi su un paese quasi sconosciuto dalla maggior parte degli italiani e sull’attività di un poliziotto onesto che adempie al proprio dovere con dedizione, il romanzo, pur risultando interessante dal punto di vista informativo, non appare esaltante dal punto di vista letterario.

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: L'aquila e la piovra
  • Autore: Gianni Palagonia
  • Editore: CentoAutori
  • Data di Pubblicazione: 2015
  • Collana: L'arcobaleno
  • ISBN-13: 9788868720261
  • Pagine: 384
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 16,50

5 settembre 2014

Diario di bordo di uno scrittore - Björn Larsson

"Era una notte buia e tempestosa" quando Björn Larsson aprì per la prima volta l'edizione italiana di Long John Silver: una cupa sera di novembre che, senza che nulla lo lasciasse sospettare, avrebbe segnato l'inizio di un nuovo capitolo avventuroso della sua vita. È con questo autoironico incipit che comincia Diario di bordo di uno scrittore, la storia a lieto fine di un amore corrisposto con il nostro paese, la sua lingua, la sua cultura, la sua gente, pensato dall'autore come esclusivo omaggio ai lettori italiani. E un amore nato sui libri non può che essere raccontato attraverso i libri, ricostruendone la genesi, le tortuose strade seguite, i vicoli ciechi abbandonati, le idee, le emozioni che hanno dato vita a ogni personaggio e a ogni romanzo. Se "scrivere è un po' come navigare", Larsson invita a entrare nel cantiere navale della scrittura, in quel luogo segreto della mente e dell'anima dove si progetta la chiglia, si immagazzinano i materiali, si innalzano le vele dell'immaginazione, fino a quei lampi felici quando i capitoli sembrano scriversi da soli, la realtà si offre con l'energia simbolica dell'arte o la fantasia arriva a "immaginare il vero". Dalle semplici domande: perché si scrive, come nasce un romanzo, emerge a poco a poco quella più curiosa e personale: come si crea quel legame misterioso tra uno scrittore e i suoi lettori, profondo al punto di poter cambiare la vita dell'uno e a volte anche degli altri?

Recensione

Docente di francese, filologo, traduttore, esperto di immersioni, appassionato di geologia e astronomia, è stato in carcere per renitenza alla leva e ha navigato a lungo nei mari del Nord. Non parliamo del personaggio di un libro, ma di Björn Larsson, classe '53, uno dei più noti e amati scrittori svedesi. Iperborea, consapevole del successo di cui l'autore gode anche nel nostro paese, pubblica la sua autobiografia scritta appositamente per i lettori italiani.

Per usare le parole di Larsson, Diario di bordo di uno scrittore è una ricerca sulle rotte che l'hanno condotto fino alla pubblicazione in Italia, con cui ha stretto un inscindibile sodalizio letterario e sentimentale. Con dilettevole autoironia l'autore racconta a grandi linee la propria vita, dall'infanzia alla maturità, partendo dalle origini della sua passione per la scrittura e soffermandosi sugli spunti e sulle circostanze che hanno portato alla nascita dei suoi romanzi più famosi, da Relitti a I poeti morti non scrivono gialli passando per Il cerchio celtico, Il porto dei sogni incrociati, L'occhio del male, Il segreto di Inga, Otto personaggi in cerca (con autore) e naturalmente La vera storia del pirata Long John Silver.
È sempre un piacere quando un autore che ha qualcosa da dire e da insegnare decide di rivelarsi ai suoi lettori, e questo è il caso: Diario di bordo di uno scrittore è l'autobiografia di un personaggio interessante, ma anche un saggio sulla scrittura e soprattutto una lettura coinvolgente. Larsson anticipa le domande dei lettori - sulle proprie esperienze di vita e sui retroscena delle storie e dei personaggi cui ha dato vita - rispondendo con lunghi monologhi accattivanti.

Consigliato, per ovvie ragioni, solo a chi legge e apprezza l'autore. Nel caso in cui non abbiate mai letto, vi suggerisco di provare a farlo subito.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Diario di bordo di uno scrittore
  • Autore: Björn Larsson
  • Traduttore: K. De Marco
  • Editore: Iperborea
  • Data di Pubblicazione: luglio 2014
  • Collana: Narrativa
  • ISBN-13: 9788870915167
  • Pagine: 160
  • Formato - Prezzo: Brossura - 14.00 Euro

8 agosto 2014

Julie & Julia - Julie Powell

Julia Child è la donna che ha insegnato a cucinare alle americane, con un libro intitolato "L'arte della cucina francese". Quando Julie Powell ne trova una copia consunta a casa di sua madre, ha una specie di folgorazione.
Alle soglie dei trent'anni, sposata felicemente con Eric ma frustrata sul lavoro (avrebbe voluto diventare attrice ma fa la segretaria in un'agenzia governativa), decide di cucinare in un anno tutte le 524 ricette del libro, dal potage Parmentier (una delicata zuppa di patate) alle più virtuosistiche preparazioni a base di interiora e salse elaborate.
"Automa governativo di giorno, gastronoma fanatica di sera", Julie comincia a sfornare manicaretti per il marito e per gli amici squinternati che frequentano il suo piccolo appartamento nel Queens. Nel frattempo, il blog in cui racconta la sua impresa diventa uno dei più popolari della rete, e perfino l'ormai novantenne Julia Child parlerà (non bene) di lei.
Ma sarà Julie ad avere l'ultima parola.

Recensione

Se è vero che ottimi libri si traducono spesso in film dimenticabili, è altrettanto vero che a volte una pellicola ben fatta può rivoluzionare il tono di un pessimo libro.
È ciò che è avvenuto con questo Julie & Julia, al quale mi sono avvicinata dopo aver visto il film con Meryl Streep e Amy Adams pensando di trovare una lettura leggera e divertente. Purtroppo Julie Powell, autrice del romanzo oltre che protagonista di questa avventura tra i fornelli, ha un'idea tutta sua del divertimento, che si traduce nel lamentarsi pedantemente e insistentemente di ogni aspetto della sua vita con la scusa di raccontare qualche buffa disavventura domestica.

È evidente fin dalle prime righe che la Powell è una di quelle persone che amano piangersi addosso anche se, come spesso capita a questo tipo di persone, avrebbero ben pochi motivi per cui lamentarsi. L'origine di tutti i mali è l'impiego della donna, che lavora come segretaria in un'agenzia governativa newyorkese che si occupa di gestire eventi e iniziative legate all'11 settembre. Si tratta principalmente di un'attività di customer care, con lunghe telefonate con parenti delle vittime o terze parti più o meno coinvolte che spaziano tra vari gradi di preoccupazione, frustrazione e scortesia. Sicuramente non la più entusiasmante delle attività ma nel tempo impiegato per scrivere questa riga me ne sono già venute in mente almeno dieci peggiori, soprattutto per una persona senza qualifiche e particolari abilità, che millanta aspirazioni da grande attrice pur ammettendo di non aver mai fatto un'audizione in vita sua.

Il tono del romanzo riflette l'atteggiamento svogliato e vittimista che l'autrice ha nei confronti della vita; persino il famoso progetto Julie/Julia diventa una scusa per piangersi addosso ogni qualvolta un esperimento culinario finisce male, non certo perché le stelle si sono accanite contro la povera Julie ma semplicemente perché lei si ostina a tentare esperimenti complicati con imprecisione e superficialità, pretendendo che tutto riesca al primo colpo.
Più che di un romanzo dovremmo in realtà parlare di un lungo ed estremamente lamentoso post di un blog, in cui una donna che confonde l'arguzia con la logorrea verbale blatera di matrimonio, amicizia e altre cose della vita innaffiandoli di riferimenti alla cultura pop e di ettolitri di drink alla vodka, che è il metodo preferito da Julie per affrontare ogni tipo di problema, dal lavandino otturato alla bavarese venuta male.

La celeberrima Julia Child, "la donna che ha insegnato alle casalinghe americane a cucinare", compare brevemente all'inizio di ogni capitolo attraverso i ricordi del marito, le cui lettere al fratello sono servite da spunto per questi siparietti romanzati in cui si descrive il lento innamoramento di Paul Child verso la futura moglie. Nonostante il libro di ricette della Child sia il motore che ha dato l'avvio a questa maratona culinaria, per la Powell la grande cuoca rappresenta più che altro una maestra di cucina che scriveva ricette dal sapore vagamente erotico; l'autrice è sicuramente intimidita dall'aura di serena perfezione emanata dalla maestra ma non si può certo dire che ne tragga qualche insegnamento, sia in cucina che nella vita in generale.
A ulteriore prova sia dell'egocentrismo dell'autrice sia del fatto che Julie&Julia non è altro che l'estensione del suo blog personale, tutte le figure che popolano i suoi resoconti culinari, dall'incredibilmente paziente marito alle amiche dalla disastrata vita sentimentale, non sono altro che personaggi caricaturali usciti da un cartone animato (o da una puntata di Buffy, l'Ammazzavampiri), ritratti con superficialità al solo scopo di essere utilizzati comi termine di paragone negativi, atti a dimostrare quanto l'autrice sia sfortunata, svantaggiata e meritevole di compatimento.

Non mi è difficile immaginare che il blog culinario della Powell abbia ottenuto un grosso successo: la maratona di cucina in sé deve essere stata interessante da seguire passo passo, anche perché qualche episodio divertente lungo il cammino non manca; ciò che è fallito a mio parere è il passaggio a un libro vero e proprio, sia perché in questo modo è emersa l'infelice personalità dell'autrice, sia perché non è stato fatto alcun tentativo di conferire corposità, continuità narrativa e coerenza al materiale presentato, che rimane la mera lista di episodi più o meno interessanti, incapaci veramente di coinvolgere.

Giudizio:

+2stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Julie & Julia
  • Titolo originale: Julie & Julia: 365 Days, 524 Recipes, 1 Tiny Apartment Kitchen
  • Autore: Julie Powell
  • Traduttore: F.Gerla
  • Editore: Rizzoli
  • Data di Pubblicazione: 30 settembre 2009
  • Collana: Rizzoli best
  • ISBN-13: 9788817033770
  • Pagine: 337
  • Formato - Prezzo: Brossura - 8,42 Euro

24 aprile 2014

Un viaggio chiamato vita - Banana Yoshimoto

La vita è un viaggio, e come tutti i viaggi si compone di ricordi. In questo libro, Banana Yoshimoto raccoglie preziosi frammenti di memoria e ci porta con sé, lontano nel tempo e nel mondo. Dalle emozioni del primo amore alla scoperta della maternità, dalle piramidi egiziane alla Tokyo degli anni settanta. Con la consueta leggerezza della sua scrittura, ricostruisce le emozioni dell'esistenza a partire da un profumo, da un sapore, da un effetto di luce o dal rumore della pioggia e del vento.È così che una pianta di rosmarino ci trasporta da un minuscolo appartamento di Tokyo al tramonto luccicante della Sicilia, e che un contenitore pieno di alghe diventa l'occasione per esplorare il dolore della perdita.I pensieri in libertà di Banana Yoshimoto ci accompagnano fino al centro del suo mondo letterario e lungo il nostro personale "viaggio della vita", fatto di promesse e di incontri, di stupore e di meraviglia, di malinconia e di sofferenza.Dalle pagine di questo libro, l'autrice ci invita a riappropriarci del nostro tempo e a non perdere mai la fiducia negli altri esseri umani, perché quello che rimane, al termine del più difficile dei viaggi, è il riflesso nella nostra memoria di ogni singolo giorno vissuto

Recensione

Mi era già capitato con altri libri della stessa autrice di non riuscire a entrare subito nel mood adatto.

In effetti Banana Yoshimoto ha uno stile molto semplice, forse anche troppo - questa è una caratteristica che ho trovato in diversi autori del Sol Levante: che sia una diversità tipica dal modo di raccontare degli occidentali? - , tanto da rasentare a volte la banalità e farmi chiedere: ma perché lo sto leggendo?

In questa raccolta di piccoli brani, al massimo poche pagine, il tema centrale è nella ricerca che, in ultima analisi, rende ogni viaggio una forma di scoperta.

Probabilmente il viaggio deve avere un significato particolare per un popolo tradizionalmente abituato all'isolamento come quello giapponese, almeno fino alla generazione di Yoshimoto: fa impressione vedere che anche gli ultimi decenni, quelli dell'Impero di Hirohito, vengono nominati con il nome di epoca Showa, secondo la consuetudine.

Nei viaggi Banana Yoshimoto trova un'occasione particolare di apertura verso la diversità, e uno di questi aspetti prende la forma della diversità di cibi e alimenti. I viaggi - e una delle mete privilegiate manco a dirlo è proprio il Belpaese - sono il momento in cui si ha l'opportunità di aprire i propri orizzonti culturali e i gusti verso qualcosa di nuovo e inaspettato.

Ma soprattutto i viaggi sono il momento in cui si riesce maggiormente a compiere quell'operazione che secondo la scrittrice è capace di dare un senso alla vita: si creano i ricordi.

Attraverso i viaggi, attraverso il cibo, attraverso i percorsi e gli incroci delle vite che si incontrano e si incrociano i ricordi collegano passato e presente e rendono possibile sperare in un futuro: diventano spunto per riflessioni pacate sulla condizione delle donne giapponesi e dei giovani, nel rapporto tra tradizione e cambiamento, sulle relazioni tra gli individui, sulle amicizie e sugli affetti.

Una maglietta ormai logora dagli anni e dai viaggi dovrebbe essere buttata, ma non fa nulla, è un ricordo di percorsi e di contatti umani, va mantenuta. Le piante coltivate in casa e in giardino sono testimoni di un impegno e di un progetto, hanno un valore proprio che va oltre la decorazione. Un cane può essere un compagno di vita, di una parte di quel viaggio che è la vita e anche accompagnarlo verso la morte, per quanto possa essere doloroso, è un compito che vale la pena compiere, in memoria di quei ricordi di cui ci ha reso partecipi.

Così vale anche per i ricordi che tornano dal viaggio ormai trascorso, un primo amore, un'amicizia più importante anche di quel primo amore, un datore di lavoro che ricorda un tempo passato, tutto sommato felice nella sua semplicità, un vecchio professore che si va a salutare in previsione di un distacco che non tarderà troppo ad arrivare, illuminati dalla consapevolezza, tutto sommato tanto semplice da rasentare la banalità, che ogni singolo giorno è un dono e un viaggio insieme.

Tutto questo riassunto in uno stile semplice che testimonia un'intenzione iniziale, nei confronti della vita, altrettanto semplice:

"Un viaggio, per quanto terribile possa essere, nel ricordo si trasforma in qualcosa di meraviglioso".

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Un viaggio chiamato vita
  • Titolo originale: Jinsei no tabi wo yuku
  • Autore: Banana Yoshimoto
  • Traduttore:  Gala Maria Follaco
  • Editore: Feltrinelli
  • Data di Pubblicazione: 2006
  • Collana: Universale Economica
  • ISBN-13: 9788807702242
  • Pagine: 186
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 13,00

23 marzo 2014

Speciale Grandi Scrittrici: Una donna - Sibilla Aleramo

Sibilla Aleramo (pseudonimo di Rina Faccio) nasce ad Alessandria il 14 agosto del 1876. Dopo un'infanzia vissuta a Milano, si sposta a Civitanova Marche, dove il padre aveva assunto il ruolo di direttore della fabbrica del marchese Ciccolini. Anche la Aleramo vi trova lavoro come impiegata e lì conoscerà il suo futuro primo marito. Fu un matrimonio riparatore, in quanto causato da uno stupro. Quest'episodio, così come la malattia mentale della madre e la nascita del primo figlio, segnò pesantemente la vita della scrittrice. Dopo un tentativo di suicidio con il laudano, nel 1897 inizia a collaborare con varie riviste femminili per uscire dall'oppressione della propria esistenza. Trasferitasi a Roma nel 1902 dopo aver lasciato la famiglia per inseguire il bisogno di una vita libera e senza costrizioni, nel 1906 esordisce con il romanzo fortemente autobiografico Una donna. Con questo evento, su consiglio dell'intellettuale e compagno Giovanni Cena, prende lo pseudonimo di Sibilla Aleramo. Solo nel 1919 esce il suo secondo romanzo, Il passaggio. Nel 1921 è edita la prima raccolta di poesie Momenti.
Sempre impegnata a favore dei diritti delle donne, la Aleramo trascorre una vita turbolenta e controversa, fatta di militanze politiche, numerose relazioni (la più famosa con il poeta Dino Campana), maldicenze e altalenanti fortune. Tra le sue opere maggiori: Amo dunque sono (raccolta epistolare, 1927), Gioie d'occasione (volume di prose, 1930), Il Frustino (romanzo, 1932), Sì alla terra (poesie, 1935) e Orsa Minore (volume di prose, 1938). Dopo la Seconda Guerra Mondiale, si iscrive al PCI e continua la sua lotta politica e sociale. Muore a Roma il 13 gennaio 1960.


Questo romanzo di Sibilla Aleramo fu pubblicato per la prima volta nel 1906. La fortuna immediata del volume, sia in Italia che nei paesi in cui fu tradotto, fece scoprire al mondo un’autrice che avrebbe fornito negli anni altre grandi prove del proprio talento. Una delle principali ragioni del successo del libro fu il suo tema: si tratta infatti di uno dei primi libri femministi apparsi da noi. Al cuore di questo romanzo ampiamente autobiografico c’è la sua autrice. Come scrive Emilio Cecchi nella postfazione, “con l’Aleramo, non si trattava più di un’autrice, d’una artista soltanto: si trattava anche d’una rivendicatrice della parità femminile, d’una ribelle”. A più di un secolo dalla sua prima pubblicazione, questo vibrante ritratto di una donna che lotta per il diritto a vivere con pienezza e libertà la sua vita si conferma una lettura imprescindibile.

Recensione

Il titolo è un manifesto programmatico: per Una Donna la Aleramo racconta se stessa e la propria condizione come sineddoche della donna di inizio '900. Una donna come la Donna, soggiogata e umiliata in una società maschilista e bigotta.
Leggere una "Weltanshauung" così moderna e fresca in un romanzo d'esordio del 1906 fa riflettere sui passi fatti per colmare il divario con l'odierno e non solo: notare come molti dei soprusi denunciati dall'autrice ancora siano difficili da sradicare arriva a far indignare il lettore.

La trama, fortemente autobiografica, ripercorre gli infelici anni della gioventù della Aleramo: l'infanzia agiata in una ricca città del nord, il travagliato – e freudiano – rapporto con il padre, la malattia della madre, le diffidenze di un piccolo borgo radicato nel più bieco conservatorismo, la violenza sessuale e il conseguente matrimonio riparatore con un impiegato della fabbrica del padre, il tentativo di suicidio, la nascita del figlio, i primi passi nel mondo della letteratura e la finale separazione in un'epoca in cui la parola divorzio non esisteva nemmeno. Il tutto raccontato con una prosa poetica non velleitaria e fine a se stessa, ma ricca di contenuti morali. La Aleramo era avanti di almeno sessant' anni e lascia letteralmente a bocca aperta leggere di psicologia, ateismo e indipendenza della donna in un romanzo di un'epoca in cui la figura femminile era vista solamente come votata al sacrificio, come la stessa autrice fa notare sotto forma di domanda retorica parlando della condizione della madre:

"Povera, povera anima! Non le erano valse la bellezza, la bontà, l'intelligenza. La vita le aveva chiesto della forza: non l'aveva. Amare, sacrificarsi e soccombere! Questo è il destino suo e di tutte le donne?"

Ci si appassiona incredibilmente alle strazianti vicende di uno spirito libero rimasto invischiato nella vita quotidiana di un momento storico a cui non apparteneva. Quest'ultimo, poi, è forse stato il più grande problema dell'autrice: difficile essere capita quando ci si sente più avanti dagli altri così come lo è essere nati in un periodo troppo arretrato. Nella sua vita incontrò mille difficoltà, anche peggiori rispetto a quelle narrate in "Una donna". Dopo avere visto la fortuna letteraria, nel secondo dopoguerra finirà nel dimenticatoio - nonostante le numerose ristampe delle sue opere -, osteggiata per una vita vissuta fuori dagli schemi, tanto da farle scrivere nel proprio diario nel 1951:

"3 novembre: Quarantacinquesimo anniversario dell'uscita del mio primo libro "Una donna". Commemorato in silenzio e solitudine."

In definitiva, "Una donna" è un romanzo che andrebbe non solo consigliato, ma riscoperto anche nelle scuole per capire cosa vuol dire essere donna in una società che era e continua ad essere maschilista tanto da equiparare legislativamente il genere femminile ad una categoria a parte anziché porlo sullo stesso piano di quello maschile. Passi avanti sono stati fatti, ma per evitare di regredire bisognerebbe informarsi sulle condizioni del passato e "Una donna" è una lettura fondamentale in questo caso. La Aleramo aveva tanto da dire all'epoca e anche adesso, a distanza di più di cento anni, riesce ad insegnarci molte cose sia sui diritti universali che in particolare su quelli della donna. Un'autrice moderna, una donna dall'impellente bisogno di esprimere se stessa che con grande tenacia è arrivata a ritagliarsi un'importante posto nel panorama letterario del novecento italiano, nonostante sia stata spesso fortemente boicottata.

Giudizio:

+5stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Una donna
  • Autore: Sibilla Aleramo
  • Editore: Feltrinelli
  • Data di Pubblicazione: 2003
  • Collana: Universale Economica
  • ISBN-13: 9788807810367
  • Pagine: 220
  • Formato - Prezzo: Brossura - 7,50 Euro

11 febbraio 2014

Speciale Scrittori Suicidi: La campana di vetro - Sylvia Plath

Sylvia Plath (Boston, 27 ottobre 1932 – Londra, 11 febbraio 1963), poetessa e scrittrice statunitense, conosciuta principalmente per le sue poesie, ha anche scritto il romanzo semi-autobiografico La campana di vetro sotto lo pseudonimo di Victoria Lucas.

Assieme ad Anne Sexton, Plath è stata l'autrice che più ha contribuito allo sviluppo del genere della poesia confessionale, iniziato da Robert Lowell e William De Witt Snodgrass. Autrice anche di vari racconti e di un unico dramma teatrale a tre voci, per lunghi periodi della sua vita ha tenuto un diario, di cui sono state pubblicate le numerose parti sopravvissute. Parti del diario sono invece state distrutte dall'ex-marito, il poeta laureato inglese Ted Hughes, da cui ebbe due figli, Frieda Rebecca e Nicholas. Morì suicida all'età di trent'anni.

In un albergo di New York per sole donne, Esther, diciannovenne di provincia, studentessa brillante, vincitrice di un soggiorno offerto da una rivista di moda, incomincia a sentirsi "come un cavallo da corsa in un mondo senza piste". Intorno a lei, sopra di lei, l'America spietata, borghese e maccartista degli anni Cinquanta. Un mondo alienato, una vera e propria campana di vetro che schiaccia la protagonista sotto il peso della sua protezione, togliendole a poco a poco l'aria. L'alternativa sarà abbandonarsi al fascino soave della morte o lasciarsi invadere la mente dalle onde azzurre dell'elettroshock.

Recensione

Immaginavo che La campana di vetro non fosse un romanzo facile, ma le difficoltà che ho incontrato nel leggerlo non sono quelle che mi sarei aspettata. Fortemente autobiografico, il libro ripercorre il dramma della depressione vissuto dalla protagonista/autrice, dalla sua genesi in una New York afosa e opprimente fino alle sue manifestazioni più tragiche, insonnia, apatia, autolesionismo e tentato suicidio. Descrive anche il percorso di guarigione, che passa attraverso l'elettroshock e l'insulinoterapia e che implica un lungo ricovero in una struttura di cura. Temevo fossero questi i punti dolenti della narrazione e mi spaventava la possibilità di immedesimarmi con la protagonista e di rivivere il suo stesso dolore. Mi sbagliavo.

Fin da subito ho provato una forte ostilità nei confronti di Esther, così saccente e arrogante da non riconoscere la propria fortuna. In possesso di una prestigiosa borsa di studio, vince una sorta di vacanza-lavoro a New York, presso una prestigiosa rivista femminile. Anziché essere entusiasta dell'esperienza che le viene offerta, non fa altro che criticare le compagne, provinciali e insensibili, e il suo capo, colpevole di essere una donna troppo forte; viene ricoperta di regali e di vestiti, che getterà letteralmente al vento. Le uscite mondane non la soddisfano, e come biasimarla, lei che è così superiore agli altri? Le sue aspettative nei confronti della vita sono eccessive e siccome, giustamente, le cose non vanno come lei vorrebbe, si risente e accusa sempre gli altri per quello che invece è lei stessa a distorcere. Come il povero Buddy, ragazzo di cui si era invaghita, perfetto fino al momento in cui hanno cominciato a frequentarsi: Esther si rompe una gamba, ma la colpa è di Buddy; lui si macchia di un ignobile tradimento (le tace di essere già stato con una donna, fingendosi meno esperto di quello che è - io la chiamo galanteria) e per questo merita di essere lasciato e pure tradito.

Le critiche parlano della campana di vetro come della metafora della depressione, che opprime la protagonista e la isola dalla realtà. A me è parsa piuttosto una auto-imposizione di Esther, un luogo in cui lei stessa si ritira e da cui guarda scorrere la vita senza parteciparvi, ma permettendosi di giudicarla in modo spietato. Questa campana si percepisce chiaramente nella parte centrale del romanzo, quella in cui la malattia prende il sopravvento: mi sarei aspettata di trovare pagine dense di dolore, invece questo periodo è raccontato con distacco e freddezza, come se scivolasse via sopra un impermeabile. Le terapie sembrano non scalfire la giovane, le compagne di istituto esistono accanto a lei ma non la toccano. Nemmeno la morte dell'amica sembra scuoterla da quella sorta di incredibile apatia che pervade queste pagine.

Non sono riuscita a provare compassione per Esther, a dispiacermi per il suo calvario. Non ho provato rabbia verso la superficialità della medicina di allora, che prescriveva terapie elettroconvulsivanti alla leggera. Non sono nemmeno riuscita a commuovermi in quegli slanci verso la vita di cui, raramente, l'autrice ci fa dono. Ho fatto fatica a non mettere il romanzo da una parte, come sarei stata tentata, invischiata in un'atmosfera pesante e afosa come doveva esserlo quell'estate newyorkese. Pure io mi sono sentita oppressa da una campana di vetro dall'atmosfera rarefatta, rimbombante delle parole di una giovane che non sono riuscita a sentire in alcun modo vicina e che, anche alla fine di tutto, non riesco che a descrivere come viziata e arrogante.

Il finale del romanzo resta aperto, con Esther sulla soglia della commissione di medici che valuterà se sia pronta o meno a fare ritorno nella vita fuori dall'istituto: potremmo leggervi un messaggio di speranza, la luce in fondo al tunnel. Se non fosse che la biografia dell'autrice ci riporta bruscamente con i piedi per terra: non c'è salvezza, non c'è via d'uscita se non quella definitiva.

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo:La Campana di Vetro
  • Titolo originale:The Bell Jar
  • Autore:Sylvia Plath
  • Traduttore:A. Bottini,A. Ravano
  • Editore: Mondadori
  • Data di Pubblicazione: 2005
  • Collana: Oscar Classici Moderni
  • ISBN-13: 9788804545040
  • Pagine: 238
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 8,50

18 maggio 2013

Prima che sia notte - Reinaldo Arenas

Scrittore e omosessuale: due colpe imperdonabili per il regime castrista, che perseguitò Reinaldo Arenas, lo incarcerò lo colpì negli affetti e lo condannò a un umiliante programma di riabilitazione. Arenas riuscì a fuggire, ma l'esilio gli rivelò altri orrori: l'ambiguità presente nel mondo degli esuli cubani, così come l'ipocrisia della sinistra occidentale, viziata dal mito della rivoluzione cubana.

Nella sua struggente autobiografia, uno dei massimi scrittori cubani delle ultime generazioni ripercorre tutta la sua esistenza, la lotta per la sopravvivenza, gli interrogatori, la fuga, la malattia. Congedandosi tuttavia, prima del suicidio, con parole in cui risuona uno slancio di speranza e libertà.

Recensione

Quando Reinaldo Arenas iniziò a scrivere la sua autobiografia era ancora giovane, era ancora a Cuba, la più florida e per questo potente, pericolosa manifestazione della vita e della vitalità, così nemica ai regimi. Scriveva nei boschi, di nascosto, con il sole unico complice; ogni giorno si affrettava a terminare, prima che arrivasse la notte.

Quando Reinaldo Arenas terminò la sua autobiografia era non di molto più vecchio, malato di AIDS, in esilio. Un'altra notte minacciava di giungere, la morte. Eppure, combattente fino all'ultimo, mentre la sua sfacciata fortuna, che innumerevoli volte l'aveva salvato, scivolava via, fu per sua stessa mano che morì, sottraendosi a chiunque e qualunque cosa avesse tentato di decidere della sua vita.

Nella sua autobiografia, che ripercorre una vita umile eppure pulsante, energica, instancabile, che non si piega mai, Arenas intreccia gli affetti e le passioni e i tormenti: gli uomini che l'Isola ha offerto al suo desiderio insaziabile (più di cinquemila, proclama); la passione della scrittura, soffocata dal regime, tradita dagli amici scrittori ipocriti, mai ripagata dagli editori stranieri; i regimi, prima quello di Batista, poi quello di Castro, e quella brevissima, di una illusoria felicità, parentesi rivoluzionaria cui aveva pure aderito, salvo indovinare ben presto il colore dell'operazione condotta dal lider maximo.

L'amore (omosessuale), la scrittura, la politica sono le tre passioni di Arenas, ma anche i tre volti di Cuba, che l'autore demolisce e ricostruisce in un infinito gioco di specchi: Cuba è l'isola di sole e mare, di spiagge popolate di bei ragazzi, di amori urlati con vitalità e fierezza; Cuba è anche l'immenso salotto letterario che Arenas e i suoi popolavano, un salotto umile, alla buona, più una taverna che un circolo di intellettuali; Cuba è, ed è diventata soprattutto, l'isola del mare negato, delle spiagge popolate di militari, delle prigioni e dei campi di lavoro forzato.

Con una scrittura dolce, ma che sa anche essere feroce, Arenas esalta la vita laddove il regime vorrebbe schiacciarla: geniale intuizione che pagò sulla sua stessa pelle, l'unico modo per contrastare i regimi è quello di esaltare la vita, e per uno scrittore omosessuale come lui, non c'era provocazione migliore dell'amore omosessuale. Tutte le dittature sono caste e antivitali, afferma Arenas: e per questo canta di giovani belli e sani che urlano il loro amore al mondo intero. Non è un caso che il regime l'abbia arrestato proprio per questo: per quanto fosse stata solo una scusa per nascondere all'estero l'arresto di un celebre scrittore per le sue posizioni politiche, viene da pensare che omosessualità e anticomunismo fossero una sola cosa, che Arenas fosse stato davvero più pericoloso come omosessuale che come scrittore antiregime. Sicuramente più pericoloso di molti altri, che ben presto si sono piegati, ritrattando, riscoprendosi fedeli al regime: la lista di traditori è lunga, Arenas non risparmia nessuno, pure quel Marquez che giudica il più ipocrita di tutti, sputando su quel Nobel che avrebbe attribuito a Borges, mal visto dal regime.

Nei giorni di terrore a Cuba, un amico gli disse: ricordati che la nostra unica salvezza è la parola. Scrivi. E Arenas scrisse. Adesso sta a voi leggerlo.

Giudizio:

+5stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Prima che sia notte
  • Titolo originale: Antes que anochezca
  • Autore: Reinaldo Arenas
  • Traduttore: E. Dallorso
  • Editore: Guanda
  • Data di Pubblicazione: 2004
  • Collana: Le Fenici tascabili
  • ISBN-13: 9788882466794
  • Pagine: 325
  • Formato - Prezzo: Brossura - 12,50 Euro

3 giugno 2012

Portrait - Joyce Lussu

L'ironica e spregiudicata autobiografia di una donna irriducibile. Dalla Firenze degli anni Venti alla Heidelberg di Jaspers, dalla clandestinità alla guerra antifascista, dall'incontro con il grande patriota Emilio Lussu ai viaggi alla ricerca di poeti da tradurre, da Giustizia e Libertà al '68, dalle lotte femministe a quelle del popolo curdo e infine a quelle ambientaliste. La storia di una donna che non voleva essere considerata speciale ma che ha anticipato ogni tempo. La storia di una donna che con parole semplici, sincere, spesso forti e disarmanti, fa riflettere su questioni pubbliche e private, sulla guerra, la politica, la religione, su realtà importanti come il rapporto uomo-donna e il rapporto genitori-figli. La storia di "una donna per" ovvero "costruttiva, generosa, capace di vedere il lato positivo e le possibilità della vita", come scrive Giulia Ingrao nella sua Prefazione.

Recensione

Se dovessi scrivere la mia storia, prenderei come punto di riferimento il rapporto con il cibo e le bevande, che da tanti decenni continuano a carburare questa mia carcassa, con sempre rinnovata soddisfazione poetica..."

Nel leggere il breve autoritratto che Joyce Lussu, al secolo Gioconda Salvadori, ha lasciato di se stessa si realizza subito che non si tratta di una vera e propria autobiografia nel senso tradizionale del termine.
Eppure, dal momento che di tradizionale in Joyce Lussu c'era veramente - a quel che è dato capire - poco, forse questo schizzo parziale di sé, tracciato con mano ferma e con una tavolozza dai colori sgargianti, è quanto di più corrispondente alla persona si possa desiderare.

Il leit motiv del lungo piano sequenza cinematografico che Joyce Lussu lascia come testimonianza, disincantata e non seriosa, di sè è il suo profondo attaccamento alla realtà materiale della vita, scevro di pregiudizi moralistici, di paturnie religiose, di sensi di colpe o ansie interiori.

Molto di questa attitudine strettamente pragmatica con cui l'autrice morde e assapora il midollo della vita è legato ai tempi difficili che si è trovata a vivere, prima la dittatura fascista, poi l'ecatombe della seconda guerra mondiale e la resistenza partigiana, infine i ritmi frenetici della ricostruzione. Tutte situazioni che, di certo non augurabili, hanno creato in lei una fame inesauribile per la vita.

Parte nei suoi ricordi proprio dal rapporto con il cibo come veicolo di un desiderio straripante: dalla mancanza alla lotta per ottenerlo, dalla voluttà nel gustarlo alla consapevolezza di quanto il superfluo sia lontano dal sufficiente.

La sua vita è una continua militanza nel rispetto di un credo ideale modernissimo, anche oggi, e fondato sull'apertura al diverso e sulla laicità, sul valore della condivisione come fonte di arricchimento, materiale e morale.

Proveniente da una famiglia nobile ma con genitori dediti all'idea socialista, Joyce Lussu ha modo di conoscere personaggi della cultura come Benedetto Croce a Napoli e Karl Theodor Jaspers a Heidelberg, provandone le debolezze nei confronti dei regimi totalitaristi, e trova il complemento affettivo ai suoi valori nella relazione, incredibilmente aperta e insolita per quei tempi, con il partigiano di Giustizia e Libertà, poi ministro e senatore nell'Italia Repubblicana, Emilio Lussu.

La natura di questo, che è molto più di un legame coniugale secondo la forma, sta nell'impulso che Joyce ne riceve a inventare sempre nuove sfide per mantenere vivo e fattivo il rapporto con l'ingombrante marito: da questo, oltre che dalla formazione culturale, nasce il bisogno di farsi interprete, anche materialmente come traduttrice, delle istanze delle culture terzomondiste in lotta per la liberazione dalle potenze coloniali, così come aveva lottato per liberare l'Italia dal Nazifascismo.

Attiva nel campo della poesia e delle letterature di aree del mondo a quei tempi lontane non solo geograficamente, Joyce Lussu ha portato in Occidente per prima le opere di poeti come il turco Nazim Hikmet e l'angolano Agostinho Neto, ha affrontato la questione curda conoscendo personalmente Jalal Talabani, attuale presidente iracheno, ha viaggiato in lungo e in largo, dalla Cina a Cuba per fare da ponte tra mondi e culture lontani ma non inconciliabili, se guardati con mente libera e sorriso aperto, come quello della sua foto.

Non si deve considerare quest'autoritratto una biografia fedele: oltre alla data di nascita mancano tanti episodi importanti di un documento ufficiale, per esempio il primo matrimonio, precedente a quello con Lussu, non viene affatto menzionato e forse non avrebbe fatto male aggiungere qualche spiegazione per fatti, riferimenti e personaggi citati dall'autrice ma che al lettore di oggi possono non essere così noti o evidenti.

Quello che conta però è lo spirito impegnato e ottimista, mai egocentrico o presuntuoso ma sempre proteso verso l'altro, il diverso, il bisognoso, non per senso di pietà ma per desiderio di condivisione e viva curiosità verso l'ignoto, che anima i molteplici percorsi di Joyce Lussu.

In tanti campi ha svolto attività di pioniere e di elemento di rottura, mai con gesti eclatanti ma sempre in modo concreto: per esempio anche sulla questione femminile, ben prima dell'esplosione movimentista degli anni '70, praticava con la propria vita il credo dell'indipendenza e dell'autonomia, intese come rispetto delle aspirazioni individuali, anche all'interno dei complessi intrecci famigliari.

Non parla molto della sua vita affettiva come madre, forse anzi lo fa in misura maggiore per il suo diventare nonna, e spesso usando l'espediente stilistico dell'enumerazione, dell'elenco, del polisindeto per non rendere evidente la profondità della partecipazione emotiva a questi eventi.

Allo stesso modo il dolore per la perdita del compagno di una vita prende la forma delicata e sorridente di una poesia, in cui il ricordo della felicità vissuta insieme è capace di superare - almeno in apparenza - il dolore dell'assenza.

E inevitabilmente l'immagine che, leggendo, viene da associare a questa donna si materializza in un sorriso, solare e sommessamente aperto.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Portrait
  • Autore: Joyce Lussu
  • Editore: L'asino d'oro
  • Data di Pubblicazione: 2012
  • Collana: Omero
  • ISBN-13: 9788864430768
  • Pagine: 145
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 12,00

15 marzo 2012

Un giovane americano - Edmund White

Primo volume della acclamata tetralogia parzialmente autobiografica di Edmund White, racconta la formazione di un adolescente negli Stati Uniti ingenui e moralisti degli anni Cinquanta. Il terrore degli altri, il senso di solitudine, il desiderio di appartenere al gruppo e di diventare popolare, l'indifferenza del padre, l'eccessivo attaccamento della madre, lo sforzo di capire se stesso. Sono questi i dolori, le angosce e le aspirazioni che il giovane protagonista fronteggia, immergendosi nell'arte e nell'immaginazione. Universi che considera più decifrabili e abitabili, ma che non riescono a esentarlo dalla vita. Questa, infatti, incombe nella forma del desiderio per gli uomini, costringendolo a combattere senso di colpa e vergogna, per arrivare, infine, a una più piena consapevolezza di sé.

Recensione

Prima parte di una tetralogia autobiografica, questa storia di un giovane americano si distingue per la sua accecante bellezza in un panorama ricco di storie simili.

Il racconto scoordinato, non progressivo cronologicamente, con salti improvvisi avanti e indietro nel tempo, scardina di fatto la classica struttura del bildungsroman, liberandolo dalle grinfie del genere e permettendogli di librarsi in volo. I pochi, ma sostanziosi capitoli, sono quasi delle storie indipendenti, che mostrano lo stesso personaggio profondamente mutato, calato in un contesto ogni volta diverso: prima un amore estivo sullo sfondo del rapporto complicato col padre, poi la vita da disadattati con l'ossessiva madre e la sorella, poi esperienze della più tenera infanzia, e quelle più mature in un collegio per soli ragazzi. Il giovane americano si muove in uno scenario sconfinato, che muta davanti ai suoi occhi, ed è proprio nel mutare che si accorge sempre di più di quel che resta, di quella costante che altro non è che il residuo dell'io. Una costante problematica, incarnata fondamentalmente in una omosessualità sofferta e liberatoria insieme, soffocata e poi cercata.

Ciò che colpisce ben presto il lettore è soprattutto il grandissimo stile. Edmund White può vantare una scrittura meravigliosa, un lessico ricchissimo, uno stile che si compone in larga parte di metafore e analogie spietate.

Immensa è poi l'introspezione psicologica; la psicanalisi torna in diverse forme nel romanzo, ponendosi, imponente, come lente d'ingrandimento e chiave di lettura dell'intero romanzo, così da rivelare, alla fine, un intreccio invisibile che unisce quelli che sembravano episodi sconnessi, in ordine casuale.

Un monologo, un racconto, una confessione, soprattutto; Un giovane americano è un autoritratto che si fa a pezzi da solo, squarcia la tela e vi mostra tutto quello che c'è dietro.

Giudizio:

+5stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Un giovane americano
  • Titolo originale: A Boy's Own Story
  • Autore: Edmund White
  • Traduttore: A. Bocchi
  • Editore: Playground
  • Data di Pubblicazione: 2011
  • ISBN-13: 9788889113578
  • Pagine: 240
  • Formato - Prezzo: Brossura - 16,00 Euro

29 febbraio 2012

Tre anni di Blog - Giveaway #12: Portrait di Joyce Lussu

Cari lettori, ci stiamo avvicinando alla fine della nostra maratone di giveaway, questo è infatti il penultimo appuntamento e il romanzo che vi proponiamo è una novità appena pubblicata e di un genere un po' particolare: parliamo di Portrait di Joyce Lussu, l'autobiografia di una donna unica sotto molti punti di vista, una sorta di "Diario di Anna Frank" a lieto fine.
Per partecipare ai giveaway dovete essere followers pubblici del blog (se non lo siete, è sufficiente andare nella colonna a sinistra e cliccare su Unisciti a questo sito), compilare il form, e infine lasciare un commento di senso compiuto a questo post, magari scrivendoci perché vorreste leggere questo libro.
Come sempre non c'è un limite ai giveaway a cui potete iscrivervi e che avete tempo fino a giorno 3 marzo a mezzanotte: il giorno 4 avverrà l'estrazione.


Ecco la scheda del libro:

Portrait. L’ironica e spregiudicata autobiografia di una donna irriducibile: dalla Firenze degli anni Venti alla Heidelberg di Jaspers; dalla clandestinità, alla guerra antifascista; dall’incontro con il patriota Emilio Lussu, alla ricerca di grandi poeti da tradurre, dal ’68, alle lotte femministe e a quelle del popolo curdo e più recentemente ambientaliste. La storia di una donna che non voleva essere considerata speciale. Una donna vitale, intelligente, coraggiosa che, raccontando se stessa svela pensieri e passioni, denunciando, con una semplicità e immediatezza spesso disarmanti, verità enormi e problemi di tutti i giorni, sia politici che umani. Ecco una lettura dei fatti vissuti in prima persona che, con parole semplici e toccanti fa aprire gli occhi su realtà importanti e profonde: dal rapporto uomo-donna a quello genitori-figli. Attività politica, interessi personali, affetti, identità sociale, speranze concrete per il futuro: tutto questo era Joyce Lussu, senza mai perdere la sua vitalità, il suo entusiasmo, il suo pensiero e la sua ricerca personale, mai come ora un vero punto di riferimento per tutti.

Joyce Lussu, ovvero Gioconda Salvadori, nasce a Firenze l’8 maggio 1912, da genitori marchigiani con ascendenze inglesi. Insieme al fratello entra a far parte del movimento “Giustizia e Libertà” e nel 1938 incontra Emilio Lussu, con cui condivide la drammatica e spericolata vicenda della clandestinità nella lotta antifascista. Vive da protagonista i primi passi della Repubblica Italiana; promotrice dell’Unione Donne Italiane, milita per qualche tempo nel Partito Socialista Italiano e nel 1948 entra nella direzione nazionale del partito. Muore a Roma il 4 novembre 1998, all’età di 86 anni.


Portrait di Joyce Lussu
L'asino d'oro, 2012
Brossura, 12.00 Euro


Un sentito ringraziamento alle casa editrice L'asino d'oro per la sua disponibilità, vi anticipiamo che a breve Portrait verrà recensito su queste pagine da Polyfilo.


 

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