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8 settembre 2017

Il serpente tatuato - Roberto Spandre

Una rapina in banca, come tante che accadono, quasi giornalmente, a Brasilia. Uno sparo e una anziana signora si accascia senza vita sul pavimento. Tutto fa pensare che si tratti solo di una fatalità, dovuta al nervosismo dei rapinatori, ma Sandro Acinas ha un sospetto, che la morte della cliente non sia stata affatto casuale. Gli scarsi risultati raggiunti dalla polizia locale e il presentimento che si sia trattato di un omicidio premeditato, lo assillano fino al punto che decide di indagare per proprio conto. Con l'aiuto dell'amico Dario e di altre persone che gli daranno supporto e consigli, Sandro inizia a indagare per scoprire tutti i retroscena del caso. Dal bacino dell'Amazzonia, fino alla Ilha do Mel in Paranà, nel sud del Brasile, passando dai meravigliosi territori dei Lençois del Maranhao alla modernità di Brasilia, seguirà il dipanarsi di un nuovo filo investigativo, che lo condurrà finalmente a fare luce sulla strana vicenda.

Recensione

Il serpente tatuato è il terzo romanzo scritto da Roberto Spandre.
È stato inserito nel genere “gialli”, tuttavia, leggendolo, si ha l’impressione che il crimine e le indagini che ne conseguono siano solo lo spunto per parlare degli usi e costumi del Brasile e, soprattutto, del suo territorio e della preparazione del cibo locale.

L’autore riesce a trasmettere il proprio entusiasmo al lettore nel trattare questi argomenti, tanto che viene voglia di visitare i luoghi da lui descritti non fosse altro che per poter assaggiare la saporita cucina sudamericana.

Il protagonista de Il serpente tatuato, ambientato in Brasile, e degli altri due romanzi, Tracce di cenere e Delitto alla fiera, ambientati rispettivamente a Cuba e Messico, è Sandro Acinas, un ricercatore universitario di nazionalità italiana ancorché di padre spagnolo, portato per le lingue latine e disposto a girare per lavoro in Sudamerica.

Sandro Acinas è uno di quei rari individui che riescono a suscitare la simpatia nel prossimo di cui facilmente diventa amico. E nelle persone che incontra riesce a vedere anche aspetti della personalità imprevedibili, come si può dedurre da questa frase che accomuna due categorie di persone che, in genere, si presume, in comune abbiano poco, per non dire che sono in antitesi una con l'altra:


Accanto a lui era seduto un tipo dall’aspetto romantico o da contabile di banca …

Forse dipende dalla visione del prossimo che ha il protagonista, Acinas, ma i personaggi descritti da Spandre tendono a assomigliarsi. Appaiono tutti gentili (anche i meno positivi) e disponibili a fornire le informazioni che Sandro Acinas chiede nello svolgimento della sua attività investigativa.

In questo terzo romanzo, a differenza del primo, sono state messe molte note esplicative dei termini stranieri e, cosa altamente apprezzabile, un’utile piantina geografica del Brasile con l'indicazione dei luoghi visitati che, peraltro, avrei posto all’inizio anziché alla fine del libro. C'è anche un'introduzione al romanzo in cui viene descritto, fra l'altro, il modo di pensare tipico dei brasiliani.

Il romanzo è ben scritto e pieno dell'ironia dell'autore, ma potrebbe deludere coloro che si aspettassero la suspense di un thriller o un giallo psicologico. L'intreccio criminoso, invece, serve più che altro a giustificare i viaggi e i cibi gustati con soddisfazione dal protagonista che si preoccupa di raccontarne al lettore la preparazione e le circostanze in cui sono stati creati. Sarebbe troppo lungo indicare le ricette più complesse, anche se più appetitose, mi limito quindi a segnalare come esempio quella dello "escondidinho", che è composta da:


... carne secca stufata, ricoperta con purè di mandioca e poi gratinata con formaggio "coalho" (formaggio prodotto mediante la coagulazione del latte) ...
si dice, ma non è certo, che l'origine risalga ai tempi degli schiavi ai quali era proibito mangiar carne ... quando riuscivano a procurarsene un poco, la cucinavano ma poi la "nascondevano" ... da qui il termine "escondidinho" ... con la mandioca perché non la vedesse il padrone.

Per quanto l'intreccio non si ritenga in grado di accontentare gli amanti del "giallo", peraltro potrà soddisfare coloro che amano la letteratura di viaggio e il turismo gastronomico ed è in base a questo criterio che si formula il giudizio.


Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Il serpente tatuato
  • Autore: Roberto Spandre
  • Editore: Cavinato Editore International
  • Data di Pubblicazione: 2016
  • ISBN-13: 9788869823497
  • Pagine: 266
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 17,00

30 gennaio 2015

Orizzonte Giappone - Patrick Colgan

Dalla folla di Tokyo agli orsi dell’estremo nord, dalle giungle delle isole tropicali ai ciliegi in fiore di Kyoto, per arrivare fino al grande vuoto lasciato dal devastante tsunami del 2011 e dal disastro nucleare di Fukushima. Patrick Colgan, giornalista e viaggiatore, si immerge nella cultura, nella natura e nella gastronomia giapponesi per raccontare la scoperta di un mondo all’apparenza incomprensibile. Un Paese, il Giappone, dove sentirsi un po’ persi può essere emozionante e nessun viaggio può mai dirsi davvero finito.

Recensione

Non è una vera guida turistica, iniziamo dicendo questo per chiarezza.

Non potrete cercare in Orizzonte Giappone indirizzi di alberghi e ristoranti e neppure indicazioni su orari dei musei e su come arrivarci. Però ha un pregio che spesso le guide non hanno: chi l'ha scritta ama davvero, e dunque conosce, il Giappone, nel modo in cui solo chi ama un Paese o una persona riesce a conoscerlo.

Sospeso tra un passato millenario, che ha creato una cultura di incredibile raffinatezza e un presente robotizzato e ipertecnologico che sconfina, almeno agli occhi del lettore, nel futuribile, il Giappone di Colgan emerge con la stessa delicatezza, dalle pagine dell'e-book, con cui le isole dell'arcipelago nipponico galleggiano su un Oceano che di pacifico ha solo il nome, come dimostra la catastrofe di Fukushima.

Il reportage dei viaggi nelle varie regioni dell'Impero del Sol Levante attraversa storia e natura, tradizioni e cultura da Nord a Sud, dalle nevi ostili di Hokkaido alla notte trapunta di stelle di Okinawa, partendo dal centro di Tokyo e Kyoto, con gli incroci indecifrabili e i ramen, la fioritura dei ciliegi e i treni superveloci che arrivano fino a Hiroshima con il suo triste primato di città vittima dell'orrore atomico. A contorno dei brevi schizzi narrativi Colgan inserisce anche una scheda ricca di dati e immagini utili a dare ai suoi testi una dimensione concreta.

Non è, però, il suo un accrocchio di luoghi comuni sulle contraddizioni nipponiche e neppure un repertorio di itinerari, ma un insieme di spunti di riflessione, di curiosità originali e di aneddoti da viaggi viaggiati, come la spedizione nel selvaggio Shiretoko popolato di orsi, ai confini con la Siberia, o il passaggio sulle zone devastate dal maremoto di pochi anni fa.

Piccoli fatti, ritratti di luoghi e persone, tradizioni, raccontati senza pignoleria ma con affetto e partecipazione, contribuiscono a creare nel lettore un orizzonte - appunto -, un'idea rapidamente tratteggiata e forse anche un po' sfumata. Che fa venire voglia, se non la si ha già in partenza, di andare a vedere da vicino per cogliere i dettagli di questo Paese.

Da leggere non solo durante, ma soprattutto prima di un viaggio nel Sol Levante.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Orizzonte Giappone
  • Autore: Patrick Colgan
  • Editore: goWare
  • Data di Pubblicazione: 2014
  • Collana: Viaggi
  • ISBN-13: 9788867972494
  • Pagine: 78
  • Formato - Prezzo: e-book - Euro 4,99

24 aprile 2014

Un viaggio chiamato vita - Banana Yoshimoto

La vita è un viaggio, e come tutti i viaggi si compone di ricordi. In questo libro, Banana Yoshimoto raccoglie preziosi frammenti di memoria e ci porta con sé, lontano nel tempo e nel mondo. Dalle emozioni del primo amore alla scoperta della maternità, dalle piramidi egiziane alla Tokyo degli anni settanta. Con la consueta leggerezza della sua scrittura, ricostruisce le emozioni dell'esistenza a partire da un profumo, da un sapore, da un effetto di luce o dal rumore della pioggia e del vento.È così che una pianta di rosmarino ci trasporta da un minuscolo appartamento di Tokyo al tramonto luccicante della Sicilia, e che un contenitore pieno di alghe diventa l'occasione per esplorare il dolore della perdita.I pensieri in libertà di Banana Yoshimoto ci accompagnano fino al centro del suo mondo letterario e lungo il nostro personale "viaggio della vita", fatto di promesse e di incontri, di stupore e di meraviglia, di malinconia e di sofferenza.Dalle pagine di questo libro, l'autrice ci invita a riappropriarci del nostro tempo e a non perdere mai la fiducia negli altri esseri umani, perché quello che rimane, al termine del più difficile dei viaggi, è il riflesso nella nostra memoria di ogni singolo giorno vissuto

Recensione

Mi era già capitato con altri libri della stessa autrice di non riuscire a entrare subito nel mood adatto.

In effetti Banana Yoshimoto ha uno stile molto semplice, forse anche troppo - questa è una caratteristica che ho trovato in diversi autori del Sol Levante: che sia una diversità tipica dal modo di raccontare degli occidentali? - , tanto da rasentare a volte la banalità e farmi chiedere: ma perché lo sto leggendo?

In questa raccolta di piccoli brani, al massimo poche pagine, il tema centrale è nella ricerca che, in ultima analisi, rende ogni viaggio una forma di scoperta.

Probabilmente il viaggio deve avere un significato particolare per un popolo tradizionalmente abituato all'isolamento come quello giapponese, almeno fino alla generazione di Yoshimoto: fa impressione vedere che anche gli ultimi decenni, quelli dell'Impero di Hirohito, vengono nominati con il nome di epoca Showa, secondo la consuetudine.

Nei viaggi Banana Yoshimoto trova un'occasione particolare di apertura verso la diversità, e uno di questi aspetti prende la forma della diversità di cibi e alimenti. I viaggi - e una delle mete privilegiate manco a dirlo è proprio il Belpaese - sono il momento in cui si ha l'opportunità di aprire i propri orizzonti culturali e i gusti verso qualcosa di nuovo e inaspettato.

Ma soprattutto i viaggi sono il momento in cui si riesce maggiormente a compiere quell'operazione che secondo la scrittrice è capace di dare un senso alla vita: si creano i ricordi.

Attraverso i viaggi, attraverso il cibo, attraverso i percorsi e gli incroci delle vite che si incontrano e si incrociano i ricordi collegano passato e presente e rendono possibile sperare in un futuro: diventano spunto per riflessioni pacate sulla condizione delle donne giapponesi e dei giovani, nel rapporto tra tradizione e cambiamento, sulle relazioni tra gli individui, sulle amicizie e sugli affetti.

Una maglietta ormai logora dagli anni e dai viaggi dovrebbe essere buttata, ma non fa nulla, è un ricordo di percorsi e di contatti umani, va mantenuta. Le piante coltivate in casa e in giardino sono testimoni di un impegno e di un progetto, hanno un valore proprio che va oltre la decorazione. Un cane può essere un compagno di vita, di una parte di quel viaggio che è la vita e anche accompagnarlo verso la morte, per quanto possa essere doloroso, è un compito che vale la pena compiere, in memoria di quei ricordi di cui ci ha reso partecipi.

Così vale anche per i ricordi che tornano dal viaggio ormai trascorso, un primo amore, un'amicizia più importante anche di quel primo amore, un datore di lavoro che ricorda un tempo passato, tutto sommato felice nella sua semplicità, un vecchio professore che si va a salutare in previsione di un distacco che non tarderà troppo ad arrivare, illuminati dalla consapevolezza, tutto sommato tanto semplice da rasentare la banalità, che ogni singolo giorno è un dono e un viaggio insieme.

Tutto questo riassunto in uno stile semplice che testimonia un'intenzione iniziale, nei confronti della vita, altrettanto semplice:

"Un viaggio, per quanto terribile possa essere, nel ricordo si trasforma in qualcosa di meraviglioso".

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Un viaggio chiamato vita
  • Titolo originale: Jinsei no tabi wo yuku
  • Autore: Banana Yoshimoto
  • Traduttore:  Gala Maria Follaco
  • Editore: Feltrinelli
  • Data di Pubblicazione: 2006
  • Collana: Universale Economica
  • ISBN-13: 9788807702242
  • Pagine: 186
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 13,00

14 gennaio 2014

Letteratura di viaggio: gli Stati Uniti (parte II)

Cari lettori,
dopo una lunga pausa siamo finalmente in grado di ricominciare il nostro giro degli Stati uniti a colpi di libri. Come promesso, in questo nuovo capitolo ci occuperemo degli stati del Sud, un'area geografica che merita un capitolo a parte non solo per la sua vastità ma anche per l'unicità della sua cultura.
Se vi è capitato di vedere qualche film ambientato in questa regione saprete che ciò che caratterizza gli abitanti del Sud è un forte senso di appartenenza alla loro terra d'origine, una fierezza e un attaccamento alle proprie radici che arriva a eclissare quella di qualunque abitante del resto del Paese. Nonostante quest'area includa stati molto lontani e molto diversi fra loro, dal Texas alla Nord Carolina, dal Missouri alla Florida, essi risultano comunque accomunati da una storia unica ed un'unica cultura che conferisce loro un'identità ben distinta, spesso attivamente coltivata e incentivata dagli stessi abitanti, molti dei quali ancora oggi faticano a rassegnarsi al fallimentare epilogo della Guerra di Seccessione.
Un atteggiamento chiuso e un'economia basata principalmente sull'agricoltura hanno favorito l'affermarsi di una mentalità prevalentemente di stampo conservatore, di cui la famiglia, la religione e l'attaccamento alla terra risultano i capisaldi. Se alcuni aspetti di questa cultura, come la questione razziale o il fanatismo religioso, suscitano perplessità o addirittura ribrezzo, non si può negare il fascino esotico posseduto dai racconti ambientati nel Sud, senza dimenticare che alcuni fra i più grandi capolavori della narrativa americana appartengono proprio alla Southern Culture.


A costo di apparire scontati non possiamo che iniziare il nostro viaggio con un'opera famosissima (anche se spesso più citata che letta veramente): Le avventure di Huckleberry Finn di Mark Twain (Garzanti). Pubblicato nel 1884 ma ambientato una ventina di anni prima nel Sud pre-guerra di seccessione, questo romanzo non è solo l'opera più influente della cultura sudista ma è anche il primo vero esempio di ciò che ancora oggi viene considerata la letteratura del Sud, grazie soprattutto al modo diretto e schietto con cui vengono affrontati temi come il razzismo e la violenza. Concepito inizialmente come seguito de Le avventure di Tom Sawyer, questo racconto acquista in corso d'opera dignità di vero capolavoro. Vi si narrano le picaresche avventure del giovane Huckleberry Finn, che si sottrae ai rischi della "civiltà" e dell'"educazione" insieme con lo schiavo fuggiasco Jim. A bordo di una zattera, i due discendono il Mississippi vivendo una sorta di idillio fluviale, continuamente minacciato dalla violenza della società. Quello di Huck è un vero viaggio iniziatico, che lascia intravedere in filigrana le ansie profonde della nazione americana, attanagliata da problemi razziali, da laceranti divisioni di classe e dall'incombere di un'assurda guerra civile.

Un altro immancabile classico che magistralmente illustra l'impatto della Guerra di Seccessione sul sud agricolo,
schiavista e arretrato è Via col vento di Margaret Mitchell (Mondadori). Vista la costanza con cui Rete4 replica l'infinito (e bellissimo) polpettone in due puntate con Vivien Liegh e Clark Gable molti di voi saranno portati a snobbare questo pilastro della letteratura americana dimenticando che questo mattone ha portato il Premio Pulitzer nel 1933 alla Mitchell, che proprio di Atlanta, in Georgia, era originaria. L'origine "sudista" dell'autrice si respira in tutta l'opera, che riveste di un alone mitico alcuni dei valori tradizionali del sud schiavista, atteggiamento che aveva suscitato non poche polemiche all'epoca della pubblicazione del libro. La storia, lo sappiamo tutti, è quella di Rossella O'Hara, la viziata e capricciosa ereditiera della grande piantagione di Tara, in Georgia. L'illusione di una vita facile e agiata si infrangerà in brevissimo tempo, quando i venti della Guerra Civile cominceranno a spirare sul Sud degli Stati Uniti, spazzando via in pochi anni la società schiavista. Il più grande e famoso romanzo popolare americano narra così, in un colossale e vivissimo affresco storico, le vicende di una donna impreparata ai sacrifici: la tragedia della guerra, la decimazione della sua famiglia, la necessità di dover farsi carico della piantagione di famiglia e di doversi adattare a una nuova società. E soprattutto la sua lunga, travagliata ricerca dell'amore e la storia impossibile con l'affascinante e spregiudicato Rhett Butler, avventuriero che lei comprenderà di amare solo troppo tardi.

La Mitchell, inoltre, appartiene al periodo che viene oggi considerato come il "rinascimento" della letteratura sudista, ovvero gli anni '20 e '30 del 1900, in cui vennero alla luce veri e propri capolavori come le opere di William Faulkner e Tennessee Williams, entrambi molto più obbiettivi nel parlare della loro terra di origine.
Di Faulkner, originario del vincitore del Nobel nel 1949, sono molte opere che riecheggiano lo spirito crudo e desolato della sua terra d'origine. Fra di esse vogliamo segnalare Mentre morivo (Adelphi), il racconto di un viaggio folle su un barroccio sgangherato, tra inondazioni e fienili in fiamme, sotto i cerchi sempre più stretti degli avvoltoi che accompagnano speranzosi il grottesco funerale di Addie Bundren. Attorno alla bara, ingobbiti nei loro truci destini, assorti ciascuno nel proprio segreto, il marito e i cinque figli. Faulkner scrive questo suo quinto romanzo in sei settimane: è l’estate del 1929, ha trentadue anni, lavora di notte come operaio in una centrale elettrica e ha appena pubblicato una delle sue opere più alte e composite, L’urlo e il furore. E Mentre morivo è un nuovo, ancor più vertiginoso azzardo, poiché in esso Faulkner riesce a ordire una rara, tetra polifonia di voci monologanti, nella quale riconosciamo il suono di un’America primordiale e sino allora muta.

E' un Sud torrido, sensuale e violento quello che accompagna quasi tutte le opere del grande drammaturgo Tennessee Williams.

L'opera simbolo da questo punto di vista è probabilmente lo splendido Un tram che si chiama desiderio (Einaudi) ambientato nella misteriosa e decadente New Orleans. Qui come altrove, al centro della partitura teatrale, è la figura di donna, alcoolizzata, ninfomane sino alla demenza. I giovani inquieti e malati di Williams, le sue donne perdute, che tentano di ritrovare se stesse attraverso un disperato ritorno ad uno stato materno, sono le figure-simbolo di una tragedia che non è solo dell'America d'oggi. La commedia fu allestita la prima volta a New York il 3 dicembre 1947 per la regia di Elia Kazan, interpreti Marlon Brando, Karl Malden e Kim Hunter. Gli stessi interpreti, con l'aggiunta di Vivien Leigh nella parte di Blanche, torneranno anche nel famosissimo film del '51, sempre diretto da Kazan, per il quale però Williams fu costretto ad operare numerosi tagli a passaggi scomodi per l'epoca, come i riferimenti all'omosessualità.

New Orleans, culla del jazz e commistione unica tra la cultura inglese, francese e quella degli ex-schiavi africani, è protagonista prediletta di numerosissimi romanzi ed ha ispirato il genere di storie più disparate, che spesso traggono origine dall'alone mistico che avvolge la città.
Non sorprende quindi che molta della letteratura moderna con protagonisti i vampiri sia ambientata proprio qui (e nella Louisiana in generale). C'è un che di selvaggio e primordiale in queste terre che evidentemente suggerisce lo sfociare di violenze ataviche che stimolano la fantasia degli scrittori, i quali spesso utilizzano la maschera dell'horror per parlare delle discriminazioni e delle esplosioni di odio che affliggono questi stati. Fra di essi figura di primo piano è Anne Rice che proprio a New Orleans ambienta il celeberrimo Intervista col vampiro, romanzo horror, romanzo gotico, romanzo storico e filosofico che è l'inizio di una delle saghe narrative di maggior successo mondiale. Con il suo capolavoro, Anne Rice ha ricreato il mito notturno dei vampiro, trasformandolo in una figura oscuramente luminosa capace di incarnare, e di raccontare, i mali, le paure, le angosce di noi contemporanei. In questa sorta di educazione sentimentale è il vampiro Louis a raccontarci le angosce della vita eterna, la condanna a essere ogni notte carnefice.

E' invece la Louisiana creola la protagonista delle opere di Kate Chopin, oggi conosciuta come una delle prime romanziere femministe della letteratura. La sua opera più celebre è infatti Il risveglio (Einaudi), romanzo che celebra la liberazione interiore di una donna nell'America del primo novecento. Siamo in Louisiana, nell'epoca in cui le famiglie creole, discendenti dai coloni francesi, iniziano a mescolarsi con la società anglosassone del resto degli Stati. È cominciata la voga dei bagni di mare, e il romanzo si apre in una località di villeggiatura, tra signore con bambini e giovani cicisbei. Nulla d'estremo avviene nei fatti narrati lungo il corso del romanzo, ma il valore del libro sta appunto nel modo in cui da un quadro di vita quotidiana agiata e convenzionale di fine-secolo, dal cicaleccio della buona società, da una narrazione fitta e misurata che scorre leggerissima alla lettura, prende forma un imperativo interiore di libertà. Edna Pontellier, di famiglia di piantatori presbiteriani del Kentucky, sposata con un rispettabile uomo d'affari dell'antica borghesia francese di New Orleans, si rende conto, tra villeggiatura e ritorno in città, della distanza tra quello che lei sente e il mondo limitato delle persone e delle abitudini che la circondano.

Infine, a dimostrazione dello spirito eclettico di questa città, come non citare questo romanzo unico, vincitore del Pulitzer e capolavoro della satira:
Una banda di idioti di John Kennedy Toole (Marcos y marcos), un romanzo con una storia particolare perché pubblicato solo postumo nel 1980, undici anni dopo il suicidio dell'autore che visse nel totale anonimato senza mai sospettare che il suo romanzo sarebbe stato considerato uno dei capisaldi della moderna letteratura sudista. Capolavoro della satira, l'opera raccoglie le gesta di Ignatius Reilly, uno dei massimi nemici del popolo americano di questo secolo. Immaginatevi una strana miscela fra un barbone, un Oliver Hardy impazzito, un Don Chisciotte grasso e un Tommaso d'Aquino perverso. Immaginatevi un gigante con baffoni e berretto verde da cacciatore che, fra giganteschi rutti e flatulenze, si vede costretto a continui attacchi contro un'America "priva di geometria e teologia". Attorno a lui, in una New Orleans trasformata in palcoscenico quasi dadaista, un coro di personaggi epici. Jones, negro in semischiavitù, che fulmina con una frase al vetriolo "quella nazista della padrona" del Notti di Follia e ci fa ridere fino a piangere. La signorina Trixie, ottuagenaria sempre a caccia di prosciutti pasquali e, suo malgrado, dell'eterna giovinezza. Myrna, anarco-femminista di New York, che sfida con un serrato carteggio anima e sesso di Ignatius. Una mamma disperata, Santa Battaglia e l'agente Mancuso, pronti a consolarsi con partite di bowling. E poi, Yoghi, Rosvita e Batman, le Manifatture Levy, Gus Levy, signora e viziatissime figlie. Immaginatevi un diario del lavoratore, una summa teologica dell'assurdo, una rivolta di operai attorno a una croce eretta nell'ufficio contabilità, chilometri di archivio ridotti a zero in un minuto, un vecchio cliente umiliato senza scampo con una lettera di insolenze ineguagliabili. Cento pagine per immergersi, pian piano, nel mondo di questo libro, e tutte le seguenti per sperare di non uscirne più. Immaginatevi un capolavoro, e poi leggetelo.

Come si vede lo schiavismo e la discriminazione razziale sono due dei principali dei fili conduttori di queste opere e stendendo un'ombra di violenza e vergogna che arriva fino ai giorni nostri. Non a caso sono numerosi i romanzieri contemporanei che si sono occupati di questo tema,anche coloro che non sono principalmente noti per il risvolto etico delle loro opere come il maestro del legal-thriller John Grisham. Il suo Il momento di uccidere (Mondadori) si immerge totalmente nel tumultuoso contesto sociale del Mississipi raccontando la storia di Carl Lee Hailey, nero ed eroe del Vietnam a cui due bianchi, ubriachi e razzisti hanno picchiato a sangue e violentato la figlioletta. Carl Lee li uccide, in preda ad una furia selvaggia, davanti a numerosi testimoni. Si tratta di brutale omicidio o esecuzione esemplare? Vendetta o giustizia? Il caso infiamma gli Stati Uniti. Per dieci giorni in un tribunale del profondo Sud americano si discute la colpevolezza di un uomo senza mai poter ignorare il colore della sua pelle. Una storia di forte impatto che è stata anche portata sul grande schermo in un film omonimo di Joel Schumacher,con Sandra Bullock, Matthew McConaughey e Samuel L. Jackson.

Restando in tema di discriminazione razziale forse lo stato con la reputazione più infame è l'Alabama
(lo diceva anche Neil Young in Alabama, causando l'ira dei Lynard Skynard) e in effetti proprio in Alabama è ambientato uno dei romanzi più celebrati della letteratura sudista, Il buio oltre la siepe di Harper Lee (Feltrinelli), anch'esso scritto negli anni '60 e anch'esso vincitore del Pulitzer. La storia è nota più o meno a tutti: in una cittadina del "profondo" Sud degli Stati Uniti l'onesto avvocato Atticus Finch è incaricato della difesa d'ufficio di un uomo di colore accusato di violenza carnale... La vicenda, che è solo l'episodio centrale del romanzo, è raccontata dalla piccola Scout, la figlia di Atticus, un Huckleberry in gonnella, che scandalizza le signore con un linguaggio non proprio ortodosso, testimone e protagonista di fatti che nella loro atrocità e violenza non riescono mai a essere più grandi di lei. Nel suo raccontare lieve e veloce, ironico e pietoso, rivive il mondo dell'infanzia che è un po' di tutti noi con i suoi miti, le sue emozioni, le sue scoperte, in pagine di grande rigore stilistico e condotte con bravura eccezionale.

Molti resteranno sorpresi, ma Harper Lee e Anne Rice hanno qualcosa in comune: entrambe vengono in qualche modo ricollegate al genere del Southern Gothic, una delle massime espressioni della letteratura nord-americana che in generale si distingue per i suoi personaggi disturbati e le situazioni grottesche e sinistre descritte, spesso legate ad alcol, violenza e razzismo. La regina di questo genere è però considerata Mary Flannery O'Connor,
scrittrice amatissima in patria ma poco nota qui da noi che ha spesso utilizzato i suoi racconti decandenti per esaminare questioni di etica e morale. Autrice anche di diversi romanzi lunghi, per chi non la conosce un buon punto di partenza può essere la raccolta Tutti i racconti (Bompiani). La virtù dell’umiltà, di cui parla la O’Connor a proposito dello scrittore, è proprio quella che manca ai suoi personaggi. Solitamente si tratta di persone che applicano alla realtà i propri schemi mentali angusti, e vengono regolarmente vinti dalla realtà stessa, nella quale alberga, imponderabile, il Mistero. Questo volume di racconti ci mostra il mondo e l’arte di questa straordinaria scrittrice cattolica americana, morta a soli trentanove anni. Le sue storie, spesso crude e spietate, riescono a essere realiste e simboliche allo stesso tempo. La O’Connor si diverte a ribaltare i luoghi comuni, le facili opinioni della gente, ma anche l’ideologia orgogliosa e l’etica tutta d’un pezzo del laico. Dio interviene a portare sconvolgimento, e al tempo stesso un po’ di luce e d’aria, nei rigidi schemi del razionalista. Ed è proprio il razionale che la O’Connor mette continuamente in discussione.

Naturalmente non possiamo concludere questa carrellata senza occuparci dello stato più grande, il Texas, patria dei "veri americani" secondo molti, simbolo di un machismo e una megalomania tutta americana ma anche intriso di cultura sudista e di una fortissima influenza messicana, soprattutto nella parte meridionale del paese. Proprio al confine tra Texas e Messico è ambientato uno dei capolavori di Cormac McCarthy, Non è un paese per vecchi (Einaudi),
che ci parla di un paese che ha abbandonato i vecchi valori per cadere in preda a una violenza cieca e incontrollata. Tale violenza si incarna in Anton Chigurh, un assassino psicopatico munito di un'arma micidiale e di una pericolosa filosofia della giustizia. Il suo avversario, un uomo del passato che non sa farsi una ragione della ferocia del presente, è lo sceriffo Bell. Entrambi sono alla ricerca di Llewelyn Moss, un reduce del Vietnam che mentre cacciava antilopi sul Rio Grande si è ritrovato sul luogo affollato di cadaveri di una battaglia fra narcotrafficanti, e ha colto al volo un'occasione che si è rivelata troppo grande per lui. L'inseguimento si svolge lungo e oltre il confine, in un crescendo di suspense e violenza. Il destino di Moss, erede di tutti i cowboy di McCarthy e dei loro valori di dignità e onore, dipende da quale dei due inseguitori lo troverà per primo. Scritto in uno stile veloce e asciutto, crudo e implacabile come una premonizione di tragedia, con i dialoghi incisivi che rendono unica la scrittura di McCarthy, questo romanzo riporta il lettore nei paesaggi del Sudest degli Stati Uniti, popolati da uomini che, "se uno li ammazzasse tutti, toccherebbe costruire una dépendance dell'inferno". A proposito di questo libro vale anche la pena di segnalare lo splendido film tratto da esso dai fratelli Joel ed Ethan Coen che ha conquistato quattro Oscar.
La nostra recensione: Non è un paese per vecchi.

Un vero e proprio figlio del Texas è Larry McMurtry,che nella sua terra natale ha ambientato la maggior parte delle sue opere, molte delle quali, come Hud il Selvaggio e Voglia di tenerezza sono anche state adattate per il cinema. Qui vogliamo invece ricordare Un volo di colombe (Mondadori), titolo del 1985 che ben rappresenta l'anima "western" del Texas che valse al suo autore il Pulitzer. Il romanzo fa parte di una saga che segue le vicende di alcuni ex-Texas rangers mentre trasportano bestiame dal Rio Grande al Montana.


Vogliamo concludere questa carrellata con un autore che in realtà non ha origine sudiste essendo cresciuto a New York ma che ugualmente ha saputo catturare perfettamente in uno dei suoi romanzi l'atmosfera torbida e misteriosa della Georgia. Stiamo paralndo di John Berendt e del suo Mezzanotte nel giardino del bene e del male (Rizzoli). Quando per la prima volta si recò a Savannah, una città storica nel cuore del Vecchio Sud, John Berendt la conosceva solo per averla incontrata in "Via col vento".
Non immaginava che sarebbe stato travolto dal sottile, magico fascino e dalla bellezza delle sue case e delle sue piazze. Non sospettava che avrebbe scoperto i misteriosi ridi vudù che ancora vi sopravvivono né che sarebbe stato preso nel gioco di una cupa storia di sangue. Soprattutto, non aveva messo in conto il successo del libro in cui, pochi anni dopo, decise di raccontare il suo incontro con la città. Pubblicato nel 1994 questo libro si è trasformato in un autentico testo di culto, facendo di Savannah una delle città più visitate degli Stati Uniti. Chi lo leggerà capirà perché. Si ritroverà in un mondo affascinante, popolato da una galleria di personaggi stravaganti e improbabili quali solo il Vecchio Sud sa produrre: dall'inventore che dedica il suo tempo a progettare pesci rossi fluorescenti alla Signora delle Seimila Canzoni, fino alle gentili socie del Club delle Donne Sposate e al compìto William Simon Glover, che ogni mattina da vent'anni porta a spasso un cane invisibile. Finché non entra in scena Jim Williams, antiquario ed esteta, uno degli uomini più ricchi, brillanti e odiati della città, e una notte il silenzio della sua splendida dimora è spezzato da una serie di colpi di pistola. Da questo momento Mezzanotte nel giardino del bene e del male, pur raccontando una storia rigorosamente vera con protagonisti veri, assume il ritmo di un romanzo giallo condito di ambigua morbosità e narrato con maestria; un thriller dove il colpevole apparente potrebbe non essere quello reale, e dove sull'esito di un processo pesano tanto le manovre degli avvocati quanto i riti che una donna di nome Minerva compie nel cimitero di Beaufort intorno all'ora più propizia: la mezzanotte. Ma il vero, indimenticabile protagonista di questo libro resta la splendida e un po' inquietante Savannah, la città che "Le Monde" ha definito "la più bella del Nord America", il luogo dove "il passato non passa mai del tutto". L'opera, purtroppo, è ora uscita di stampa e difficilmente reperibile se non presso qualche biblioteca ben fornita, a meno che non vogliate cimentarvi con il romanzo in lingua originale. In alternativa c'è sempre il singolare film che Clint Eastwood ne ha tratto con protagonsti Kevin Spacey e John Cusack.

E con questo abbiamo davvero terminato la nostra carrellata. Come vi potete immaginare il materiale è immenso e poco può trovar spazio su queste pagine, speriamo comunque di aver toccato i punti fondamentali e avervi dato qualche spunto interessante! Alla prossima puntata e, nel frattempo,come sempre, buone letture!


Nota: immagini liberamente reperite su Google. Le sinossi dei libri accanto delle copertine sono tratte da Goodreads. 

6 settembre 2013

Letteratura di viaggio: gli Stati Uniti (parte I)

Cari lettori, in questa nuova puntata della nostra rubrica di letteratura di viaggio ci proponiamo una meta ambiziosa, ovvero quella di portarvi in giro per gli Stati Uniti. Data l'immensità dell'impresa procederemo per tappe a partire dalla regione più vicina a noi, la East Coast, evitando il più possibile l'area di New York, alla quale dedicheremo un capitolo a parte.
Maine, Massachusset, Rhode Island, Pensylvania, Conneticut sono solo alcuni degli Stati simbolo non solo del cuore politico del Paese ma di un vero e proprio modo di vivere e di pensare. Discendenti diretti delle tredici colonie originarie fondate dai Padri Pellegrini provenienti dall'Europa a partire dal 1600, fucina e politica intellettuale all'origine della Guerra d'Indipendenza e base di partenza per l'espansione verso Ovest, oggi rappresenta un po' il salotto buono dell'America, la sede dei college più famosi, i custodi della tradizione, i cui abitanti spiccano per una mentalità comunitaria, attenta alle forme e estremamente conscia delle distinzioni sociali, non priva di un certo snobismo radical chic.


Per capirne davvero la cultura puritana, che si accompagna al forte spirito idealista, la cosa migliore è senza dubbio partire con un classico, anzi due. Quelli che vi propongo sono due lavori completamente diversi ma estremamente fedeli alla realtà nella quale sono stati ambientati: La Lettera Scarlatta e Il Crogiuolo. Uno dei primi libri veramente "americani" per linguaggio, tematiche e ambientazione, il celebre romanzo di Nathaniel Hawthorne fu un successo editoriale fin dalla sua pubblicazione nel 1850. La vicenda si svolge nella Boston puritana del sec. XVII. Hester Prinne ha preceduto nel Massachusetts il marito, un anziano scienziato, e ha avuto una figlia, Pearl, da una relazione illegittima. Viene messa alla gogna e condannata a portare sul petto la lettera A (adultera), ritagliata "in un bel panno scarlatto". Rifiuta di dire il nome del suo amante, ma il marito, sotto falso nome, si mette alla ricerca dell'uomo. Riesce a scoprirlo: è il giovane reverendo Dimmesdale, che soffre moltissimo, ma, per orgoglio, non vuole confessare.
Da questo libro è stato tratto un celebre film con Demi Moore e Gary Oldman che, in tutta onestà, vi sconsiglio vivamente.


La seconda opera, fondamentale, è invece Il crogiuolo, terza opera teatrale di Arthur Miller, che si differenzia decisamente dalle due precedenti: 'Erano tutti miei figli' e 'Morte di un commesso viaggiatore'. Siamo nel XVII secolo, a Salem, dove una folle esplosione di fanatismo religioso travolge la comunità portando la paranoia e le rivalità personali a livelli mostruosi e aberranti. Il processo alle streghe di Salem diventa qui mezzo per parlare della caccia alle streghe che imperversava nell'America maccartista degli anni cinquanta, un'accusa decisa e intensa che lascia scossi e invita ad una profonda riflessione sulla natura umana.
Anche per quest'opera esiste una trasposizione cinematografica del '96 intitolata "La seduzione del male", nemmeno questa particolarmente riuscita ma comunque godibile per l'interpretazione del sempre ottimo Daniel Day Lewis e Winona Ryder allora all'apice della fama.


Oggi, tuttavia, quando pensiamo a stati come il Massachusset, Conneticut, Maryland, una delle prime cose che ci vengono in mente sono le cosiddette Prep School, gli esclusivi collegi privati dove si offre una preparazione di alto livello per college e università, veri e propri mondi a parte con le loro regole e gerarchie, tanto da essersi meritate un vocabolo apposta per definirne lo stile: preppy appunto. I romanzi ambientati in queste boarding school costituiscono quasi un genere letterario a parte e godono di enorme popolarità sia negli USA che in Europa, dove evidentemente in molti subiscono il fascino dell'atmosfera unica di queste istituzioni.
Naturalmente il pensiero corre subito verso un classico come Il Giovane Holden, ma oggi vogliamo segnalarvi anche ad un cult moderno come Prep di Curtis Sittenfeld.

Lee Fiora, quattordicenne di provincia cresciuta in una cittadina dell'Indiana, ottiene una borsa di studio per la preparatory ("prep") school di Ault, un prestigioso liceo vicino a Boston. È — come prometteva il dépliant — un ambiente esclusivo di antichi edifici di mattoni e prati impeccabilmente curati, ragazzi dai sorrisi smaglianti e belle ragazze in kilt. Quando si ritrova da sola nel collegio, a oltre mille chilometri dalla famiglia e dagli amici, Lee comincia a capire ciò che il dépliant non diceva: per esempio che ad Ault "i soldi erano dappertutto, ma in genere erano invisibili. Ogni tanto si intravedevano in cose scintillanti, come il cofano della Mercedes del direttore, o la cupola dorata dell'edificio scolastico, o i capelli biondi, lunghi e lisci di una ragazza". Soprattutto, Lee si rende conto che lei sarà sempre un'estranea tra i rampolli delle ricche famiglie della East Coast, intimidita e attratta dai suoi compagni. Proprio perché è una di quelle "ragazze tranquille, noiose ed emarginate", Lee riesce a cogliere — con la precocità e la crudele esattezza di un giovane Holden al femminile — i tratti essenziali dei caratteri, delle relazioni, dei rituali di alunni e professori. Attraverso il suo sguardo osserviamo la commedia quotidiana e le occasionali tragedie della vita di collegio, la nascita e la morte delle amicizie, la paura e il desiderio delle prime esperienze sessuali, le elusive ma insuperabili barriere di razza e di classe, i conflitti con gli insegnanti e i genitori. In questo debutto che rivela un nuovo talento della giovane narrativa americana, Curtis Sittenfeld offre un ritratto profondo e toccante non solo di una ragazza che cresce e si trasforma davanti ai nostri occhi, ma anche di quell'eterna adolescenza che appartiene a tutti noi.


Un po' meno celebre, ma considerato uno dei migliori del genere e quindi tutto da riscoprire, è Quell'anno a scuola di Tobias Wolff.
È il 1960, JFK è appena stato eletto, ma alla Hill School la notizia è la visita di Hemingway: il grande scrittore consegnerà il premio letterario della scuola al miglior racconto. Uno degli studenti, il più povero e complessato, pensa di scrivere la storia che gli darà fama e riconoscimento sociale. Ma la sua opera viene smascherata come il puro plagio di un racconto altrui. Esplode lo scandalo e il ragazzo viene cacciato dalla scuola. Raccontata vent'anni più tardi dal ragazzo stesso, diventato scrittore affermato, questa storia tormentata si staglia nella mente del lettore come il congedo nostalgico dall'ultimo istante dorato che precede la fine dell'innocenza.


Famosissimo invece il controverso Dio di Illusioni di Donna Tartt. Qui tecnicamente siamo in un college ma atmosfere e mentalità rimangono le stesse.
Un piccolo raffinato college nel Vermont. Cinque ragazzi ricchi e viziati e il loro insegnante di greco antico, un esteta che esercita sugli allievi una forte seduzione spirituale. A loro si aggiunge un giovane piccolo borghese squattrinato. In pigri weekend consumati tra gli stordimenti di alcol, droga e sottili giochi d'amore, torna a galla il ricordo di un crimine di inaudita violenza. Per nascondere il quale è ora necessario commetterne un altro ancora più spietato...
Le atmosfere cupe e a tratti inquietanti del libro della Tartt ci suggeriscono un cambio di scenario che a molti di voi sarà familiare e

che si rifà alle aree più povere della East Coast. Regione emblema di queste atmosfere è il Maine, uno Stato in parte ancora molto povero, il che spiega il suo lato oscuro e nascosto, che Stephen King, un vero figlio del Maine, è riuscito ad incarnare più di tutti.
Sebbene egli abbia sempre scelto località fittizie, tra le quali spicca il celebre trio Derry-Castle Rock-Jerusalem's Lot, non è difficile per chi conosce la zona riconoscere certi paesini isolati spazzati dal vento caratteristici di questa regione. Impossibile elencare qui tutte le opere di King ambientate nel Maine, che costituiscono una grossa parte della sua produzione, per un elenco dettagliato vi rimandiamo allo speciale della nostra Sakura dedicato a questo autore. Come spunto per i (pochi) di voi che ancora non hanno letto nulla di questo autore suggeriamo qui l'emblematico Le notti di Salem, primo di tre romanzi ambientati nell'immaginaria Jerusalem's Lot.
Una casa abbandonata, un paesino sperduto, vampiri assetati di sangue. Quando il giovane Stephen King decise di trapiantare Bram Stoker nel New England sapeva che la sua idea, nonostante le apparenze, era buona, ma forse neanche la sua fervida immaginazione avrebbe saputo dire quanto. Era il 1975 e, da allora, il racconto dell'avvento del Male a Jerusalem's Lot, meglio conosciuta come Salem's Lot, non ha mai cessato di terrorizzare milioni di lettori, consacrando il suo autore come maestro dell'horror.


Lasciamo, almeno in parte, alle nostre spalle, gli scenari più terrificanti, e occupiamoci di due altri celebri autori che hanno saputo cogliere e delineare con estrema sensibilità lo spirito più rurale e tradizionalista della East Coast: John Irving e Elizabeth Strout. Di tutta la produzione di Irving, autore malinconicamente dickensiano con una spiccata propensione per i drammi etici, non si può non citare Le regole della casa del sidro, drammone sul tema dell'aborto in uno sperduto orfanotrofio del Maine negli anni

'40. Da questo libro nel 1999 Lasse Hallström trasse una celebre pellicola con Tobey Maguire e Charlize Theron, che fruttò allo stesso Irving un Oscar per la sceneggiatura.
La storia di Homer Wells, un ragazzo dall'animo ricco di sentimenti e ideali, cresciuto nell'orfanotrofio di St. Cloud's nel Maine, e del medico-padre Wilbur Larch, che accoglie nel suo istituto neonati abbandonati e fa abortire povere donne che altrimenti finirebbero nelle mani di macellai. Larch educa il giovane e gli insegna la professione, nella speranza che un giorno prenda il suo posto. Homer preferisce lasciare l'orfanotrofio e seguire la propria via lavorando in una fattoria dove si produce sidro. Si renderà ben presto conto che non conosce nulla del mondo dei grandi, e che dovrà affrontare dolori, asperità, e percorrere molta strada per capire le regole della vita. Un percorso di crescita in un romanzo dall'atmosfera ricca di sentimento che affronta i quesiti esistenziali della vita, della morte e dell'amore.


Ancora più significativo il contributo della Strout che dal Maine è fuggita in età adulta verso la giungla newyorkese ma che grazie anche

al Maine ha trovato la celebrità, arrivatale con la conquista del premio Pulitzer per Olive Kitteridge, esempio secondo molti di una letteratura WASP (bianca, anglosassone e protestante) che faccia riferimento a valori americani al 100%.
In un angolo del continente nordamericano c'è Crosby, nel Maine: un luogo senza importanza che tuttavia, grazie alla sottile lama dello sguardo della Strout, diviene lo specchio di un mondo più ampio. Perché in questo piccolo villaggio affacciato sull'Oceano Atlantico c'è una donna che regge i fili della storie, e delle vite, di tutti i suoi concittadini. È Olive Kitteridge, un'insegnante in pensione che, con implacabile intelligenza critica, osserva i segni del tempo moltiplicarsi intorno a lei, tanto che poco o nulla le sfugge dell'animo di chi le sta accanto: un vecchio studente che ha smarrito il desiderio di vivere; Christopher, il figlio, tirannizzato dalla sua sensibilità spietata; un marito, Henry, che nella sua stessa fedeltà al matrimonio scopre una benedizione, e una croce. E ancora, le due sorelle Julie e Winnie: la prima abbandonata sull'altare, ma non rassegnata a una vita di rinuncia, sul punto di fuggire ricorderà le parole illuminanti della sua ex-insegnante: Non abbiate paura della vostra fame. Se ne avrete paura, sarete soltanto degli sciocchi qualsiasi».
Con dolore, e con disarmante onestà, in Olive Kitteridge si accampano i vari accenti e declinazioni della condizione umana – e i conflitti necessari per fronteggiarli entrambi.


Vi è poi uno stato che si distingue ironicamente per la sua capacità di non distinguersi affatto: il New Jersey. Snobbato per tradizione dai vicini newyorkesi che lo ritengono simbolo di un provincialismo estremamente dissonante dalla multiculturalità della Grande Mela, il New Jersey è considerato da molti amercani come uno stato senza particolare personalità, senza alcuna caratteristica distintiva, patria di autostrade infinite e anonimi centri commerciali.

Curiosamente, o forse proprio per questa sua capacità di emulare un'America senza faccia e senza regole, il New Jersey ha negli anni ispirato numerosi artisti e scrittori. Fra di loro inevitabile segnalare Philip Roth, un autore che più volte è ritornato alle sue radici, soprattutto per esplorare la cultura della working-class nella comunità ebraica di Newark, prima, durante e dopo il secondo conflitto mondiale.
Suoi il celebre Pastorale Americana, che gli fruttò il Pulitzer nel 1998 e Goodbye, Columbus, cinque racconti sul New Jersey.
Pubblicato per la prima volta nel 1959, Goodbye, Columbus è la storia di Neil Klugman e della bella e determinata Brenda Patimkin. Lui vive in un quartiere povero di Newark, lei nel lussuoso sobborgo di Short Hills, e si incontrano durante una vacanza estiva, tuffandosi in una relazione che ha a che fare tanto con l'amore quanto con la differenza sociale e il sospetto. Questo romanzo breve è accompagnato da cinque racconti, il cui tono va dall'iconoclasta al sorprendentemente tenero.


Poco resta da dire sul famosissimo Pastorale Americana: Seymour Levov è alto, biondo e atletico. Malgrado sia di origine ebraica al liceo lo chiamano "lo Svedese". Negli anni '50 sposa miss NewJersey, avviandosi ad una vita di lavoro nella fabbrica del padre. Nella sua splendida villa cresce Merry, la figlia cagionevole e balbuziente. Finché arriva il giorno in cui le contraddizioni del paese raggiungono la soglia del suo rifugio, devastandola. La guerra del Vietnam è al culmine. Merry sta terminando la scuola e ha l'obiettivo di "portare la guerra in casa". Letteralmente.


Se invece vogliamo avere un'idea di cosa si intende per la tipica "Jersey Girl", vale la pena di esplorare il lavoro di Janeth Evanovich, la cui serie dedicata a Stephanie Plum ci presenta una perfetta rappresentazione di queste ragazze semplici, alla mano e dal carattere deciso, amanti del ballo e dalla lingua tagliente.
Bastardo numero uno è il primo libro della serie, qui conosciamo Stephanie Plum: al verde, senza fidanzato né amici, per sbarcare il lunario decide di lavorare per un'agenzia di cauzioni. Un lavoro totalmente inadatto a una ragazza. Stephanie capita proprio al momento giusto per occuparsi dell'incarico migliore: acciuffare l'irresistibile e canagliesco Joe Morelli, con cui aveva avuto una torrida avventura…


Naturalmente anche in questa enclave dell'"all american" si è infiltrata la questione dell'immigrazione e proprio lo scrittore Junot Díaz ci offre un'emblematica narrazione del difficile e controverso assorbimento delle diverse culture nel ceto medio americano, grazie al suo capolavoro, ancora una volta degno del Pulitzer, La breve favolosa vita di Oscar Wao. Già dal titolo si capisce che il romanzo non avrà un lieto fine classico. Ma non importa. Perché la vita di Oscar - ribattezzato Wao da un amico dominicano che storpia il nome di Wilde - è davvero favolosa. Da favola. Da favola letteraria, magica e realistica al tempo stesso. Nasce e cresce nel New Jersey, il grasso, poco attraente, intelligente e parecchio eccitato Oscar. Sua madre Belicia è una ex reginetta di bellezza scappata da Santo Domingo perché perseguitata dal clan del dittatore Trujillo, la sorella, Lola, è una ragazza dolce, assennata e insieme spericolata come tutte le dominicane di Díaz. L'intero albero genealogico di Oscar, come quello di altre migliaia di dominicani, è composto da figure torturate, espropriate, martirizzate.


E come non concludere con due autori simbolo per il New England e per la narrativa americana in generale: John Updike e John Cheever. Entrambi premi Pulitzer, entrambi perfetti interpreti e al tempo stesso smaliziati critici dei valori tipicamente yankee, si concentrarono sulla crisi dell'americano medio e dei suoi ideali etici e religiosi. Di Updike si nota soprattutto l'accento posto sulla crisi della morale cristiana, lo sfascio del matrimonio e il rapporto con la sessualità, tematiche per cui si è a tratti guadagnato la controversa fama di autore misogino. Impossibile a questo proposito non citare il dissacrante Le streghe di Eastwick di cui tutti abbiamo quantomeno visto l'omonimo film del 1987 con Jack Nicholson e Michelle Pfeiffer.

Sono belle e pericolose, tutte e tre; divorziate, sono attorniate da uomini e da amanti; e, ovviamente, sono capaci di qualunque prodigio, perché sono tre streghe. Alexandra, Jane e Sukie vivono in una cittadina del New England, circondate dai pettegolezzi, ma non hanno nessuna voglia di nascondersi o di limitare il loro desiderio di avventura e trasgressione. Alexandra scolpisce piccole bambole, le sue "puppine"; Jane suona il violoncello; Sukie scrive per il quotidiano locale: ma nessuna esita a usare i propri poteri per scatenare improvvise tempeste o trasformare palle da tennis in rane o sedurre i maschi della loro piccola città. Finché non compare in scena un uomo che non si aspettavano e che sconvolge le loro esistenze di streghe un po' annoiate. Si chiama Darryl Van Horne, viene da Manhattan, ed è tanto affascinante quanto misterioso, nelle sue manie e nei suoi comportamenti sempre sopra le righe. Nel giro di poche settimane la casa che Van Horne sta ristrutturando diventa la sede di incontri sessuali a quattro, un ménage torbido e spregiudicato, che alla lunga scatena nelle tre amiche gelosie e invidie reciproche. Quando poi una quarta e più giovane donna trova spazio entro le attenzioni dell'uomo misterioso, la situazione precipita in modo tumultuoso, rivelando tutti i terribili poteri delle streghe di oggi.


Ma per chi è davvero interessato a questo autore l'opera più importante è sicuramente la serie dedicata a "Rabbit" Angstrom di cui Corri, coniglio è il capitolo iniziale.
Ex campione di pallacanestro, marito e padre mediocre, lavoratore senza passione, il protagonista di questo romanzo è prigioniero di un tormentato conflitto fra istinto e norme sociali; è un essere inconcludente, timido, incolto, ma capace di trovare nella propria solitudine una spirituale forza di ribellione. Coniglio, in un momento più di noia che di disgusto, abbandona la moglie, e con la stessa impulsività abbandonerà l'amante, per tornare di nuovo dalla moglie.


Di Cheever, il Čechov dei sobborghi com'è stato soprannominato, si ricordano soprattutto i romanzi brevi che smantellano

l'ipocrisia di una società estremamente attenta alle forme esteriori ma dilaniata al suo interno da conflitti sociali e famigliari.
Di lui vi proponiamo la raccolta I racconti (pubblicata in Italia anche con il titolo Addio, fratello mio). Maestro del racconto come misura ideale di investigazione e reinvenzione, John Cheever è stato il riconosciuto testimone di un'America suburbana soffice e torbida, e continua a essere l'implacabile voce-sonda che ha per la prima volta tratto dall'ombra la gestualità rituale e le emozioni malate di una media borghesia chiusa dentro il suo severo protettivo benessere. Piccole anime, piccoli accadimenti, piccole trame, e un grande disegno che le contiene. La "commedia umana" di John Cheever è contenuta in questi sessantuno racconti che costituiscono la dorsale più riconoscibile e più fascinosa della sua produzione. Dagli anni Sessanta in avanti l'editoria italiana ha cercato di trovare un posto di eccellenza a questo scrittore, a volte puntando sui romanzi a volte sbriciolando i racconti in piccole raccolte: in questa edizione vogliamo essere vicini alla densità, alla complessità ma anche alla naturale fluvialità di una narrazione che chiede continuità e costanza. Fatto com'è di insistenze e ossessioni, il mondo di John Cheever si dispiega qui intero e avvolgente. Si dà conto, per la prima volta in Italia, della galleria di personaggi che Cheever ha saputo creare e dello stile che ne regge la sequenza. La maggior parte di questi racconti sono apparsi sul "New Yorker" fra il 1935 e il 1978.


Con questo abbiamo concluso la prima parte del viaggio, speriamo non vi siate affaticati troppo e siate pronti a seguirci nella prossima puntata in cui ci avventureremo per i torridi e misteriosi paesaggi del Sud. Per il momento buona lettura!

12 luglio 2013

Letteratura di viaggio: Londra

When a man is tired of London, he is tired of life; for there is in London all that life can afford.
[Samuel Johnson]

Antica eppure modernissima, tradizionalista e multiculturale, frenetica ma ricca di oasi nascoste dove potersi ritirare per sfuggire al delirio della modernità, Londra è una metropoli unica.
E piovosa. Nonostante il clima infelice e il cibo innominabile, gli italiani adorano Londra (non sono altrettanto sicura che gli inglesi adorino gli italiani, ma essendo mediamente un popolo paziente ne sopportano abbastanza bene l'invasione), vuoi per la sua vivacità, vuoi per il fascino delle sue tradizioni o per il vastissimo repertorio di divertimenti e intrattenimenti culturali che la capitale inglese offre. Per quel che mi riguarda, Londra è una città che non mi stanco mai di visitare e ad ogni visita finisco sempre per scoprire qualche caratteristica nuova e misteriosa che me la fa adorare ancor di più e so per certo che non potrei mai suggerivi un elenco di libri veramente esaustivo che vi permetta di assorbire i mille spiriti della città.

Come potrà confermarvi qualunque inglese, Londra è qualcosa di unico all'interno della stessa Inghilterra, per cui merita un capitolo a sé nel panorama della nostra letteratura di viaggio. Quello che voglio suggerire qui è qualche spunto che vi dia un'infarinatura su com'è cambiata la vita e la cultura londinese negli ultimi due secoli; vedrete che, in rispetto degli innumerevoli volti della metropoli, la scelta copre un numero infinito di generi, dal fantasy al thriller, dal saggio al romanzo sentimentale.
Se poi la vostra curiosità dovesse esser stuzzicata suggerisco questo meraviglioso sito (oltre a una bella gitarella nella capitale inglese!): London Fiction.


Perdonatemi, ma inevitabilmente non posso che partire da Dickens. Se già siete un po' pratici di letteratura inglese vi autorizzo a saltare questa sezione, altrimenti mi spiace dirvi che lo zio Charles è tappa obbligata, perché nessuno come lui ha saputo descrivere la Londra vittoriana dai quartieri più eleganti ai sobborghi più umili in modo così vivido e realistico. Non per niente alcune agenzie turistiche forniscono oggi la possibilità di tour guidati nella Londra di Dickens. Tra i suoi romanzi una buona parte è ambientata nella capitale, io personalmente sorvolerei sull'ultracitato Oliver Twist e mi butterei sui suggestivi Il nostro comune amico (Our mutual friend) e Casa Desolata (Bleak House). Nel primo due vicende s'intrecciano: quella del giovane Harmon, legittimo erede delle fortune paterne di cui non riesce a entrare in possesso, e la storia dell'avvocato Eugene innamorato di Lizzy. Fra tentati omicidi, cadaveri ripescati nel Tamigi, clausole legali e riconciliazioni finali, l'atmosfera del romanzo è dominata dal cupido potere del denaro.

Il secondo invece è una satira della costosa e rovinosa procedura dell'antica corte della Cancelleria, illustrata dal caso di eredità Jarndyce & Jarndyce, che viene interamente assorbita dalle spese legali, provocando la rovina e la morte d'un giovanotto inconcludente, Richard Carstone che, con la cugina con cui si era segretamente sposato, mirava a mettere le mani su quella eredità. Il libro è pieno di scene truci come un romanzo nero, dove, tra i vicoli bui e maleodoranti, si muovono figure sospette e anche le cose assumono un'aria sinistra.
Le nostre recensioni:
Il nostro comune amico
Casa desolata


Facciamo un salto avanti di qualche decennio e gustiamoci una Londra di fine Novecento, così come se l'era immaginata G.K. Chesterton in Il Napoleone di Notting Hill. In questo romanzo distopico, scritto nel 1904, l'autore immagina una Londra in cui il lavoro massacrante e la burocrazia abbiano prosciugato lo spirito umano. Quando un occhialuto impiegatuccio di nome Auberon Quinn viene estratto a sorte come nuovo regnante, egli decide di trasformare la città in un carnevale medievale per il suo personale divertimento. Un uomo, Adam Wayne, prende la trasformazione sul serio e organizzia un esercito a Notting Hill per combattere l'invasione dai quartieri vicini. Dapprima il progetto stupisce tutti, ma alla fine la sua deidizione di dimostra contagiosa e i risultati saranno deliziosi.


Avanziamo nella Londra della Seconda Guerra Mondiale per leggere il romanzo più bello di Graham Green, Fine di una storia (The end of the story). Henry è un tranquillo e ordinario funzionario pubblico, sposato con Sarah. Maurice Bendrix è uno scrittore quotato che si innamora, ricambiato, di Sarah. La profonda passione si concretizza durante i loro numerosi incontri, ovviamente clandestini. Durante uno di questi momenti d'intimità, una bomba esplode nell'edificio in cui si trovano. Maurice è privo di conoscenza o forse addirittura morto. Sarah fa voto di interrompere la loro storia, se il suo amato si riprenderà. Poco dopo l'uomo si risveglia misteriosamente e così smettono di vedersi. Anni dopo, Maurice incontra Henry, che teme di essere tradito dalla moglie. Lo scrittore, ancora innamorato e ferito, non riesce a rimanere indifferente al pensiero che Sarah frequenti un altro. Inizia a farla pedinare da un detective, cerca d'incontrarla. In realtà Sarah non ha nessuna relazione, ma è in fin di vita. La verità sulla brusca interruzione del loro amore e la morte dell'amante gettano Maurice nella disperazione.


Una decina di anni dopo incontriamo un altro must della cultura londinese: Principianti assoluti (Absolute beginners) di Colin MacInnes. Scritto nel 1959, il romanzo ricostruisce i fermenti e le dinamiche all'origine di quel fenomeno che sarebbe stato battezzato come ribellione giovanile. Tra Soho e Notting Hill, tra i fumosi jazz club, bar di quart'ordine e bizzarri personaggi della "working class" che lottano per rimanere a galla nei bassifondi della metropoli, il giovane fotografo Colin è alfiere nel mutamento dello stile di vita per tanti "principianti assoluti", in una nuova era fatta di status symbol e di scontri razziali per le strade. Con una prosa schietta e affilata, il romanzo celebra la Londra avviata a diventare "swinging" negli anni Sessanta, attestandosi come un classico della cultura mod, il manifesto di chi vive per "l'anima e lo stile".


Ci sarebbe poi tutta la produzione di Peter Ackroyd, il cui culmine dal nostro punto di vista è sicuramente Londra, La biografia - non racconto cronologico, non canonica monografia - di una città unica al mondo per storia, fascino, spessore e varietà urbanistica. Londra come labirinto di pietra e di carne, organismo vivente e vorace, che ingoia cibo, merci e persone per alimentare la sua incessante espansione. La rumorosa città medioevale, con il ruggito di una mostruosa creatura, e le urla che squarciano le notti di Whitechapel al passaggio di Jack lo Squartatore. Islington che prende il posto dei campi assolati, e Notting Hill riportata all'ottocentesco splendore. E poi i bordelli romani e gli attuali night-club, le insegne delle antiche botteghe e i crudi graffiti metropolitani, la cucina carnivora, le sontuose architetture e i vicoli più oscuri...


Mi piace poi citare un'autrice inglese poco conosciuta in Italia, Iris Murdoch (qualche anno fa è uscito un po' in sordina un bellissimo film a lei dedicato, Iris, con Kate Winslet e Judi Dench), che a Londra ha ambientato il suo Una testa tagliata. Pubblicato nel 1961, è un romanzo che ha per tema la natura dell'amore: o meglio, del piacere amoroso, dell'attrazione sessuale, la natura del possesso e della gelosia, della vanità e della debolezza nella schermaglia d'amore. Amore, s'intende, giocato tra adulti che sanno quel che fanno in un mondo dove tutto è permesso. A prenderla di lontano, si potrebbe dire che il romanzo pigli l'avviata da una matta di scozzese che ti scodellò, a suo tempo, due figlioloni, uno di padre americano e l'altra di padre ebreo, sessualmente irresistibili. Il figlio americano fa lo psicanalista, la figlia ebrea l'antropologa. E poi ci sono due fratelli angloirlandesi, che si ritengono sessualmente più irresistibili di quanto in realtà non siano: i Lynch-Gibon (e uno di questi, Martin, racconta la storia). Ma ahimè questi due, come équipe, sono un po' disgraziati perché finiscono per dover gareggiare solo tra loro.
La moglie di uno dei Lynch-Gibon, Antonia (che è anche il bandolo della ingarbugliata matassa), ha 46 anni, cinque più del marito a cui anche è superiore per condizione sociale: è avida di potere, di ammirazione e ha assolutamente bisogno di un costante conforto sessuale. C'è poi anche una ragazza, Georgie, di professione economista e capace, sembra, di amore disinteressato (e qui viene in mente il Cocktail Party di Eliot). Tra tutti e cinque questi personaggi si disputa, lungo l'intero romanzo, una specie di torneo di tennis a squadre: inutile dire che padroni del campo, alla fine, restano i due irresistibili...


Un vero e proprio must per assorbire la London Culture è ovviamente Nick Horby, del quale possono andare benissimo Febbre a 90, Alta fedeltà, Un ragazzo e Non buttiamoci giù. La sua è la Londra pop degli anni '90 e 2000, quella delle cartoline con la cabina telefonica rossa in primo piano e il Big Ben sullo sfondo, quella che potete osservare quando, seduti i metropolitana, alzate lo sguardo dal libro di Horby che state leggendo. Per simpatia personale (e perché mi era piaciuto il film con John Cusack) vi parliamo di Altà fedeltà:in una Londra irrequieta e vibrante, le avventure, gli amori, la passione per la musica, i sogni e le disillusioni di una generazione di trentenni ancora pieni di voglia di vivere. Commovente, scanzonato, amaro, ma soprattutto molto divertente.


C'è un poi un atuore cult fra gli scrittori inglesi contemporanei di narrativa grottesca e surreale, ed è Will Self. Voglio qui citare il suo How the Dead Live sebbene non esista la traduzione italiana. Per chi si volesse cimentare con l'originale, la storia è quella di Lily Bloom che dopo la morte viene trasportata in una nuova casa nel nord est di Londra, accompagnata da uno spirito guida grazie al quale imparerà ad adattarsi allo stile di vita dei morti.


Spostiamoci nel 21esimo secolo, dove il tema predominante nella letteratura sembra esser diventato quello della multiculturalità e dell'integrazione, sebbene Londra multiculturale lo sia da secoli, a causa del suo passato coloniale. Partiamo da quello che sta già diventando un classico moderno, Denti bianchi di Zadie Smith. Due famiglie, i Jones e gli Iqbal, le cui vite sconclusionate racchiudono gli ottimismi e le contraddizioni del secolo appena concluso. Archie Jones è un tipico proletario inglese, mentre il suo migliore amico è il bengalese e mussulmano Samad Iqbal. Si sono conosciuti su un carrarmato alla fine della Seconda guerra mondiale, diretti a Istanbul e ignari del fatto che la guerra era già finita. Riunitasi a Londra trent'anni dopo, questa coppia improbabile si ritrova coinvolta nel ciclone politico, razziale e sessuale di quei tempi.
La nostra recensione: Denti bianchi.


Altro romanzo molto carino che ci dà un'idea chiara della Londra moderna è Sette mari tredici fiumi (Brick lane) di Monica Ali che ci porta a scoprire le nuove comunità indiane e del Bangladesh che popolano l'ara attorno a Brick Lane. Nazneen ha sempre saputo che ribellarsi al Destino è una battaglia persa, fin da quando sua madre, convinta di essere preda di un'indigestione, l'ha partorita più morta che viva nel fango di un villaggio del Bangladesh. Nessuno l'ha soccorsa in quell'occasione. E nessuno è intervenuto quando, anni dopo, si è trasferita a Londra per sposarsi con Chanu Ahmed, un uomo grasso con la faccia da rana e il doppio dei suoi anni. Scelto da suo padre. Immigrata tra immigrati nel cuore dell'East End londinese, le sue giornate si susseguono al chiuso di un appartamentino soffocato da mobili scuri. Il fiume della vita scorre davanti ai suoi occhi malinconici, mentre il velleitario Chanu dedica tutto il tempo a inseguire una promozione che non arriverà mai.


Concludiamo con un opera un po' particolare: Nessun dove di Neil Gaiman, particolare perché ambientata in una Londra immaginaria situata nel sottosuolo. Sotto le strade di Londra c'è un mondo che la maggior parte delle persone non riesce neppure a immaginare. Una città di mostri e di santi, di assassini e di angeli, cavalieri in armatura e pallide ragazze in velluto nero: questa è l'altra Londra di chi è precipitato tra le fenditure. Richard Mayhew è un giovane uomo d'affari che sta per scoprirla: un singolo atto di generosità lo catapulta lontano da una vita tranquilla e prevedibile e lo fa entrare in un mondo che è al tempo stesso stranamente familiare e incredibilmente bizzarro. C'è una ragazza di nome Porta e delle persone che vogliono ucciderla. C'è un angelo che vive in un salone illuminato dalle candele, un signore, Old Bailey, che abita sui tetti. Ci sono ratti intelligenti e un Conte che tiene il proprio seguito sulla carrozza di un treno della metropolitana. Un ponte nella notte sta a guardia della perigliosa via verso Knightsbridge, dove vive il Popolo delle Fogne; c'è la Bestia nel labirinto, e si scoprono pericoli e piaceri che superano la piú fervida immaginazione… Richard, che vorrebbe solo tornarsene a casa, troverà ad attenderlo uno strano destino. Laggiú, sotto le strade della sua città - in quel luogo chiamato Nessun dove.


Lo ripeto, questa è giusto una misera selezione delle possibilità offerte, partite da dove volete secondo le vostre preferenze, buona lettura e Mind the gap!




Nota: immagini liberamente reperite su Google. Le sinossi dei libri accanto delle copertine sono tratte da Amazon.
 

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