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24 dicembre 2013

Speciale Natale: Canto di Natale - Charles Dickens

Charles Dickens (Landport, 7 February 1812 - Londra 8 June 1870) è considerando il più grande romanziere dell'epoca vittoriana. Autore estremamente prolifico, è noto soprattutto per i romanzi a sfondo sociale, quali David Copperfield, Le due città, Il circolo Pickwick. Celebre sia per la sua ironia che per la sua capacità di esprimere il gusto tutto vittoriano per il dramma, Dickens ha regalato alla letteratura personaggi immortali, per sempre stampati nella memoria dei lettori di tutto il mondo come il crudele Fagin di Oliver Twist o l'avaro Ebeneezer Scrooge di Canto di Natale. Quest'ultimo , una favola a lieto fine, è sicuramente uno dei suoi racconti più conosciuti e riletti ed è fra le opere letterarie che possono vantare il più alto numero di trasposizioni cinematografiche.. E ovviamente rappresenta il candidato ideale per il nostro speciale di questo mese!


Ebenezer Scrooge, arido e spilorcio finanziere londinese, odia il Natale. Lo considera - anzi - tempo perso, e un ostacolo al proprio arricchimento. Ma la notte della Vigilia, dopo una giornata passata alla scrivania senza nulla concedere all'atmosfera festosa che lo circonda, riceve la visita di tre spiriti: quello del Natale passato, quello del Natale presente e quello del Natale futuro. Nel corso di un fantastico viaggio che farà rivivere a Scrooge tutte le tappe della propria vita e intravedere un ben misero futuro, gli spiriti riusciranno ad aprire i suoi occhi a sentimenti di generosità e amore.

Recensione

Ho sempre pensato al Natale come ad un bel momento. Un momento gentile, caritatevole, piacevole e dedicato al perdono. L’unico momento che conosco, nel lungo anno, in cui gli uomini e le donne sembrano aprire consensualmente e liberamente i loro cuori, solitamente chiusi.

Scritto nel 1843, Canto di Natale è un racconto lungo, una fiaba che fa bene leggere a tutte le età, magari davanti al camino, con una tazza di cioccolata e la neve che cade fuori dalla finestra, insomma in piena atmosfera natalizia.

Il vecchio Ebenezer Scrooge è un uomo ricco e avaro, schivo con tutti, che detesta il Natale e la sua magia; per questo suo carattere, dalla morte del suo socio ed amico Marley è rimasto solo. Ma la vita ha in serbo delle sorprese per lui. Infatti durante la notte della vigilia di Natale, quando si sentono i rintocchi della mezzanotte, ecco che compare lo spirito di Marley che mostra le catene che è ancora costretto a portare a causa dell'attaccamento al denaro del suo vecchio socio.
Scrooge all'inizio non crede ai suoi occhi ma è costretto a ricredersi quando poco dopo compare il primo dei tre spiriti di cui Marley aveva preannunciato la visita. Si tratta degli spiriti del Natale passato, di quello presente e di quello futuro.
Essi condurranno il vecchio avaro in un viaggio dell'immaginazione che lo porta a osservare se stesso, i suoi comportamenti misantropi e le persone che lo circondano appunto durante il passato, il presente ed il futuro. Riuscirà questo a fargli cambiare idea sul Natale e sulla sua magia?

Lo svolgimento della storia è molto semplice e ripetitivo, come in una fiaba, e i personaggi non presentano ovviamente complessità caratteriale né approfondimento psicologico. Ma nonostante questo risulta molto coinvolgente e divertente anche per un lettore adulto, ma soprattutto, ciò che risulta magistrale in quest'opera è la scrittura di Dickens, in particolare per quanto riguarda le descrizioni.

I personaggi degli spiriti, la nebbia e il freddo di Londra, la concitazione delle persone gioiose per il Natale, il ritratto degli umili sono aspetti perfettamente evocati.

E, come in ogni fiaba che si rispetti c'è una morale che arriva dritta al cuore.

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Canto di Natale
  • Titolo originale: A Christmas Carol
  • Autore: Charles Dickens
  • Traduttore: S. Ferrero
  • Editore: Garzanti Libri
  • Data di Pubblicazione: 2012
  • Collana: I grandi libri
  • ISBN-13: 9788811368847
  • Pagine: 120
  • Formato - Prezzo: Brossura - 4,90 Euro

2 dicembre 2013

Paradiso e inferno - Jón Kalman Stefánsson

È l’Islanda, dove le forze primordiali della natura rendono i destini immutabili nel tempo, il luogo di questo racconto di gente di mare persa nell’asprezza dei giorni e delle notti, di un Ragazzo segnato dalla solitudine, e del suo grande amico Bárður, pescatore di merluzzo per necessità, ma in realtà poeta, sognatore, innamorato dei libri e delle parole, le uniche in grado di “consolarci e asciugare le nostre lacrime, sciogliere il ghiaccio che ci stringe il cuore”. Parole che possono anche essere fatali: come per Bárður, rapito da quel verso del Paradiso perduto di Milton che ha voluto rileggere prima di imbarcarsi, al punto da dimenticare a terra la cerata, correndo il rischio di trovare una morte invisibile e silenziosa come quella dei pesci. Storia di tragedia e di ritorno alla vita all’inseguimento di un destino diverso, Paradiso e inferno è un’avventura iniziatica, un viaggio metafisico, la ricerca di un senso e di uno scopo alto nella vita, ma soprattutto un inno al potere salvifico delle parole. Con una scrittura magnetica che decanta l’essenziale, Jón Kalman Stefánsson racconta con infinita tenerezza un’amicizia, la storia di due ragazzi che si innalza in una sfera magica sopra il frastuono del mondo, per ricordare che la vita umana è sempre una gara contro il buio dell’universo, in cui “non abbiamo bisogno di parole per sopravvivere, ne abbiamo bisogno per vivere”.

Recensione di Valeria Pinna

"Forse l'inferno è una biblioteca e tu un cieco."
Paradiso e Inferno è prima di tutto un romanzo poetico, una storia dell'interiorità che colpisce profondamente. Ambientato in Islanda, terra remota e sconosciuta da molti, in un tempo remoto, nel lontano Ottocento (sono pochissimi i riferimenti temporali), racconta la storia di un popolo di pescatori che vive perennemente tormentato dalla natura, dal freddo, dal buio e dal mare - fornitore del pesce, il loro principale alimento, ma anche grande nemico che molto spesso inghiottisce molti di loro- e in particolare quella di una ragazzo, del quale non viene mai esplicitato il nome, pur essendo il protagonista.
Il romanzo si apre in una sorta di locanda dove i pescatori aspettano le tre di notte, l'ora legale per cominciare una battuta di pesca del merluzzo a largo del mare. Tra di loro si distinguono il ragazzo e Bàrđur, amici per la pelle e accomunati dalla passione per i libri e in particolare per la poesia, arti poco coltivate in un luogo dove la vita così difficile impone di essere pragmatici e materialisti. Ma Bàrđur è così distratto dalla traduzione islandese del famoso poeta Milton che i suoi celebri versi gli risuonano in mente... “Nulla mi è delizia tranne te”, e che dimentica di prendere la cerata prima di avventurarsi in mare, abbigliamento indispensabile per proteggersi dal gelo. E questa dimenticanza gli è fatale perché il freddo è così forte che se lo porta via, sotto gli occhi del ragazzo che nulla può fare per aiutarlo e che rimane solo al mondo dopo avergli detto addio. Il ragazzo non ha più nessuna ragione al mondo per stare in vita, dal momento che anche i suoi familiari sono morti, ma restare in vita è molto più facile che decidere di morire e la missione importante che ha compiere lo spinge a partire per un lungo e solitario viaggio, viaggio reale ma anche interiore che dall'abisso più profondo lo porta ad imparare a rimanere a galla. Deve infatti restituire il libro al capitano Kolbeinn, proprietario di un'enorme biblioteca ma diventato cieco, quasi per ironia della sorte. Si apre così la seconda parte del romanzo, ambientata tutta in un luogo chiuso, in una locanda gestita da due donne assai particolari, che gli daranno conforto e ospitalità. Riuscirà una volta arrivato al Villaggio a trovare risposta alle sue domande sul senso della vita?
Un romanzo di formazione molto particolare, che riporta in vita le storie semplici e cicliche di persone comuni e dimenticate le cui esistenze appaiono però eroiche, per lo sforzo di rimanere in vita a tutti i costi, che dipinge l'atmosfera poetica e quasi fiabesca del paesaggio islandese.
Un romanzo sul valore delle parole, “che hanno il potere di cambiare il mondo, capaci di consolarci e di asciugare le nostre lacrime. Parole che sono palle di fucile, come altre sono note di violino. Ci sono parole che possono sciogliere il ghiaccio che ci stringe il cuore, e poi si possono anche inviare in aiuto come squadre di soccorso quando i giorni sono avversi e noi forse non siamo né vivi né morti”.

Giudizio:

+4stelle+

Recensione di Tancredi

Quale straordinaria sorpresa.
Tra Grossman e Saramago, forse con un po' di Joyce: ecco chi è Stefánsson. Una scrittura bellissima, raffinata, come un fiocco di neve sospeso nell'aria gelida.
Breve la vicenda: l'amicizia tra il Ragazzo, un giovane pescatore che vive nel mondo interiore delle sue parole non dette(mi è sembrato, a tratti, lo stesso de La grammatica interiore di Grossman), e il più grande Bárður, pescatore anche lui, dall'animo poeta. Nei silenzi, negli spazi tra i versi, si instaura l'amicizia tra i due: e così come è stata la poesia a farla nascere sarà la poesia a porre una fine. Quando Bárður finisce inghiottito dal gelo, al Ragazzo non resta che una copia del Paradiso perduto di Milton. Con tra le mani solo il libro che si è portato via il suo amico, il Ragazzo intraprende un viaggio solo per riconsegnare il libro, prestato, al legittimo proprietario, nel tentativo disperato di sottrarsi a un mondo diventato improvvisamente passato e con la speranza di trovare un futuro.
Breve, semplice, dai tempi ridotti e dallo spazio minimale, Paradiso e inferno è un romanzo grandissimo, una scrittura davvero meravigliosa, ricercatezza stilistica per la storia di un viaggio che è anche metafisico, la storia di un ragazzo e dell'umanità intera. Accecanti i giochi tematici: luce e buio, caldo e freddo, mare azzurro e mare nero, cielo azzurro e cielo nero, e soprattutto, vita e morte. In queste violente contrapposizioni, negli scenari estremi dell'Islanda più selvaggia Stefánsson disegna la geografia dell'esistenza umana, come una barca di pescatori alla ricerca di un senso.
E poi c'è la poesia, che ti porta in luoghi dove le parole non arrivano, l'amore segreto del Ragazzo e di Bárður, l'esaltazione della parola, scritta, detta e non detta, il potere e il piacere del raccontare, delle storie, come quelle che il Ragazzo ascolta, tra un incontro e l'altro.
Nel silenzio spezzato dal suono delle onde, Stefánsson ci invita ad ascoltare:
"Il silenzio che segue un lungo racconto ci fa capire se ha raggiunto il suo scopo o se è stato raccontato per niente, ci dice se la storia è penetrata in chi ascoltava e l’ha toccato o se è stata un semplice passatempo, e nulla di più.”
E allora taccio, perché ho ancora la neve dentro.

Giudizio:

+5stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Paradiso e inferno
  • Titolo originale: Himnaríki og helvíti
  • Autore: Jón Kalman Stefánsson
  • Traduttore: S. Cosimini
  • Editore: Iperborea
  • Data di Pubblicazione: 2011
  • Collana: Narrativa
  • ISBN-13: 9788870911909
  • Pagine: 240
  • Formato - Prezzo: Brossura - 16,00 Euro

13 novembre 2013

Il mastino dei Baskerville - Arthur Conan Doyle

Il mastino dei Baskerville è il romanzo più famoso fra quelli che vedono Sherlock Holmes e il dottor Watson come protagonisti. Un romanzo che, secondo le intenzioni dell'autore, non avrebbe mai dovuto vedere la luce. Perché nell'avventura precedente Sherlock Holmes era precipitato, insieme al suo acerrimo nemico Moriarty, in un crepaccio, inghiottito dalle tenebre. Un finale che non lasciava via di scampo, e che non riuscì gradito ai lettori, ormai stregati dalla ferrea logica e dall'infallibile fiuto del detective. E così, costretto dalle insistenze del pubblico e dell'editore, Conan Doyle fece "resuscitare" il suo celebre personaggio, abbandonando il genere del romanzo storico cui avrebbe preferito dedicarsi.

Recensione

Quando il dottor Mortimer si reca nello studio di Sherlock Holmes e Watson raccontando l'incredibile storia di una maledizione che grava sulla casa dei Baskerville legata a uno spaventoso mastino, il celebre investigatore, stimolato e incuriosito, si mostra subito pronto per risolvere un nuovo caso.
Sir Henry Baskerville, ultimo erede della famiglia in seguito alla recente morte dello zio in condizioni assai misteriose, ha ricevuto una lettera minatoria che lo avverte di tenersi lontano dal maniero di famiglia nel Devonshire, per non dover subire la stessa sorte del parente. Il signorotto, per nulla superstizioso, è pronto a partire per la brughiera insieme a Watson per cercare di far luce sul mistero.
È proprio Watson il narratore di questa storia: tramite i suoi diari giornalieri indirizzati all'investigatore, veniamo a conoscenza degli eventi del Devonshire. È questo un espediente narrativo molto efficace, che permette al lettore, “aggiornato in tempo reale” e dunque posto sullo stesso piano di Watson, di immedesimarsi nella vicenda e farsi anch'egli investigatore. Holmes sembra apparentemente un personaggio secondario, presente solo all'inizio e alla fine, ma anche questa volta, pur se in modo totalmente inaspettato, si dimostrerà la figura chiave del racconto. L'aspetto più affascinante della vicenda è costituito dallo scenario, che, evocando un'atmosfera “alla Poe” contribuisce a rendere il senso di mistero e di suspance: la notte buia nella brughiera, la nebbia che avvolge la campagna, gli urli di terrore che provengono da lontano, la palude con le sabbie mobili, le rocce delle montagne da cui si intravedono ombre di uomini, i paesani convinti di aver visto un mostruoso cane assassino.
I personaggi sono ben delineati anche se non troppo approfonditi psicologicamente: Watson e Sir Henry ma anche quelli secondari come i coniugi Barrymore, gli Stapleton, il dottor Mortimer. Sherlock è sempre lo stesso: riflessivo, cinico e pacato, con il completo di tweed e una pipa in bocca, pronto a stupire Watson quando meno se lo aspetta. La scrittura è ricca di dettagli ma molto scorrevole: inserendo nuovi indizi e nuove scoperte in ogni capitolo, spinge il lettore a proseguire fino alla fine. L'unico punto debole del romanzo sta nella risoluzione della vicenda: pur se costruita e descritta in modo eccellente, non vede, a mio avviso, quella genialità che contraddistingue ad esempio i gialli di Agatha Christie, nei quali il finale fa crollare tutte le convinzioni che il lettore aveva potuto crearsi e ribaltando totalmente la realtà quale appariva.
Un classico del genere giallo, una delle più celebri avventure del mitico investigatore londinese Sherlock Holmes, da leggere se non l'avete ancora fatto.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Il mastino dei Baskerville
  • Titolo originale: The Hound of the Baskervilles
  • Autore: Arthur Conan Doyle
  • Traduttore: Oreste Del Buono
  • Editore: Mondadori
  • Data di Pubblicazione: 2010
  • Collana: Oscar classici moderni
  • ISBN-13: 9788804543190
  • Pagine: 187
  • Formato - Prezzo: Brossura, 9,00 Euro

10 novembre 2013

Speciale Premio Nobel: Il mio nome è rosso - Orhan Pamuk

Nel 2006 il Premio Nobel per la Letteratura viene assegnato a Orhan Pamuk, uno dei più importanti scrittori turchi. La motivazione fa riferimento alla capacità dello scrittore di incarnare l'anima malinconica della sua città, Istanbul, grazie alla quale "ha scoperto nuovi simboli per il contrasto e l'intreccio delle culture".


Orhan Pamuk nasce nel 1952 a Istanbul da una famiglia borghese. Studia al liceo americano per poi iscriversi alla Facoltà di Architettura, che ben presto abbandona per buttarsi a capofitto nella letteratura. Nel 1977 infatti si laurea in Giornalismo. Dopo una breve parentesi nelle università americane torna definitivamente in Turchia. Le sue opere ottengono molti premi e riconoscimenti; il Nobel nel 2006 giunge in seguito ad una tormentata vicenda giuridica. Dopo aver rifiutato il titolo di “artista di Stato”, nel 2005 l'intellettuale turco rischia il carcere a causa di alcune dichiarazioni fatte ad una rivista svizzera in merito al massacro di curdi e armeni perpetrato dai turchi durante la Prima guerra mondiale.
Le sue posizioni controcorrente nel mondo musulmano, in difesa di Salman Rushdie e Yeshar Kemal, hanno spesso attratto l'attenzione dell'opinione pubblica turca.
Molti sono i libri che lo hanno reso famoso: La casa del silenzio, Il castello bianco, La nuova vita, Il mio nome è rosso, Istanbul, Neve, Il museo dell'innocenza. Il tema della Turchia, sia quella moderna che quella contemporanea, fa da fil rouge in tutte le opere in cui lo scrittore riflette sulla sua storia familiare e sulla sua esperienza nell'Occidente. Molto presente è anche il tema dell'identità, che si incarna nel perenne conflitto, spesso lasciato irrisolto, tra mondo orientale e mondo occidentale.


Un romanzo d’amore, una storia di intrighi e di misteri che conducono fino alle stanze segrete del palazzo del Sultano, confermando l’eccezionale talento narrativo e la grande sensibilità poetica di Orhan Pamuk.
Istanbul, 1591. In una città scossa da antiche inquietudini e nuovissime tentazioni, tra i miniaturisti del Sultano si nasconde un feroce assassino. per smascherarlo, Nero è disposto a tutto, anche a rischiare la vita.
Libro corale, ricco di passione e suspense, questo straordinario romanzo di Pamuk restituisce la ricchezza e la malinconia di un mondo al tramonto. Nel contrasto tra i due vecchi miniaturisti, Zio Effendi e Maestro Osman, riassume una discussione che continua ancora oggi nel mondo islamico, diviso tra modernità e tradizione.

Recensione

In breve tutto si fece completamente rosso. La bellezza di questo colore nasceva dentro di me e in tutto l'universo. Mi stavo avvicinando alla Sua esistenza e mi veniva da piangere dalla gioia.

Il mio nome è rosso è un libro molto complesso: per arrivare all'ultima pagina e comprenderlo a fondo sono richieste molta pazienza e dedizione. Ma vi assicuro che il risultato è un'esperienza senza dubbio appagante.

L'amore, il sesso, la morte, l'omicidio, la bellezza, l'arte, la miniatura, la religione, i conflitti interiori dell'animo umano sono tutti protagonisti di questo grande affresco di una Istanbul di fine Cinquecento ritratta in un'atmosfera realistica e magica allo stesso tempo.

Il romanzo presenta un punto di vista corale: la storia si costruisce capitolo per capitolo con le diverse voci dei personaggi (che sono veramente molti anche se i principali non sono più di quattro), ognuno dei quali racconta dal suo punto di vista ciò che pensa oppure una parte degli avvenimenti complessivi, solo ciò che ha sentito dire o che ha personalmente vissuto. Per questo tocca al lettore riunire come in un mosaico le varie parti della vicenda raccontata in ogni capitolo e arrivare alla verità.

Inoltre il lettore è invitato a partecipare attivamente alla storia: è molto spesso chiamato in causa dai personaggi con una sorta di captatio benevolentiae che gli chiede di ascoltare, comprendere certi comportamenti o certi sentimenti o ancora di prestar fede a quanto letto.

La storia comincia in medias res: il primo personaggio a narrare è un uomo che è stato decapitato e il cui corpo è stato gettato malamente in fondo a un pozzo. Si scopre presto essere Raffinato Effendi, un bravissimo miniaturista e doratore che lavorava nel laboratorio dello Zio Effendi.
Da poco è tornato a Istanbul Nero, nipote dello zio Effendi e innamorato da sempre della sua bellissima figlia Sekure, chiusa in casa insieme ai due figli da quando suo marito non è più tornato dalla guerra.
Nero è intenzionato a riconquistare il suo amore giovanile, ma per farlo dovrà indagare sulla morte di Raffinato e sul mistero che ruota attorno al libro commissionato in segreto dal Sultano ai miniaturisti di Zio Effendi. Quest'opera infatti sta creando non pochi problemi tra gli artisti: il Sultano la desidera ispirata al modo di dipingere degli occidentali veneziani (con i volti realistici e con l'applicazione della prospettiva), ritenuto blasfemo dai musulmani più intransigenti dell'epoca.

Ecco allora che emerge uno dei temi più importanti del romanzo: il confronto (artistico ma più in generale religioso e ideologico) tra Oriente e Occidente e il conflitto interiore dell'artista islamico che da un lato vorrebbe modernizzare le sue tecniche ed è affascinato dai maestri europei, dall'altro teme di incorrere nell'ira di Allah, ad esempio creando un ritratto così bello che possa essere ammirato più della stessa divinità.

La narrazione è principalmente descrittiva e sono presenti pochi dialoghi (che di solito hanno appunto la funzione di vivacizzare il racconto); quello che più colpisce è l'attenzione al dettaglio e al particolare, proprio come avviene nella stessa arte della miniatura che risulta quindi essere la vera protagonista di questo capolavoro letterario.

Vi sono numerose pagine dedicate alla descrizione minuziosa dei vari disegni che i miniaturisti osservano o realizzano, dei colori, dei vestiti dei personaggi, degli ambienti interni ed esterni.

Spesso la narrazione procede “a cornice” richiamando alla mente il modus narrandi de Le mille e una notte: in molti casi infatti i personaggi indugiano raccontando delle storie del passato o delle leggende per spiegare o specificare meglio alcuni concetti, producendo l'effetto di arricchire maggiormente il lettore ma anche di rallentare la narrazione.

Un ultimo aspetto che mi preme sottolineare e che ritengo degno di nota è la compresenza di elementi realistici e irrealistici. Con il suo straordinario modo di raccontare, Pamuk rende infatti credibile che, in un romanzo storico e realistico, diventino voce narrante anche un morto, un albero, un cane o un colore, ritenuti personaggi importanti al pari degli altri in quanto facenti parte di una miniatura che, come tutti i disegni presenti in questo romanzo, ha una storia da raccontare.

Giudizio:

+5stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Il mio nome è rosso
  • Titolo originale: Benim Adim Kirmizi
  • Autore: Orhan Pamuk
  • Traduttore: Marta Bertolini e Semsa Gezgin
  • Editore: Einaudi
  • Data di Pubblicazione: 2001
  • Collana: Super ET
  • ISBN-13: 9788806181970
  • Pagine: 439
  • Formato - Prezzo: Brossura - 13.50 Euro

3 novembre 2013

Quel che resta del giorno - Kazuo Ishiguro

La prima settimana di libertà dell'irreprensibile maggiordomo inglese Stevens diventa occasione per ripensare la propria vita spesa al servizio di un gentiluomo moralmente discutibile. Stevens ha attraversato l'esistenza spinto da un unico ideale: quello di rispettare una certa tradizione e di difenderla a dispetto degli altri e del tempo. Ma il viaggio in automobile verso la Cornovaglia lo costringe ben presto a rivedere il suo passato, cosi tra dubbi e ricordi dolorosi egli si accorge dì aver vissuto come un soldato nell'adempimento di un dovere astratto senza mai riuscire ad essere se stesso. Si può cambiare improvvisamente vita e ricominciare daccapo? Da questo romanzo di Ishiguro, acclamato in Gran Bretagna e negli Stati Uniti e vincitore del prestigioso Booker Prize, nel 1993 il regista americano James Ivory ha tratto un famoso film con Anthony Hopkins ed Emma Thompson.

Recensione

Il romanzo si sviluppa come un diario di viaggio scritto da Mr Stevens, l'io narrante, un maggiordomo inglese di età ormai avanzata che, su suggerimento del suo nuovo datore di lavoro americano, conduce un viaggio nell'Inghilterra del Sud. Salisbury, il Dorset, la Cornovaglia appaiono con i loro bellissimi paesaggi, ma quello che si compie realmente è un viaggio della memoria, nostalgico e malinconico.
Mr Stevens ricorda infatti i “tempi d'oro” vissuti a Darlington Hall, la tenuta di Lord Darlington, un gentiluomo inglese con influenza nelle più alte sfere politiche, tanto da aver avuto rapporti con Churchill ma anche con Herr Hitler, da come si intuisce in alcuni punti del racconto. Il maggiordomo ha sempre vissuto nell'ideale di raggiungere la perfezione nel lavoro, di essere all'altezza del suo ruolo e di avere dunque quella sfera di dignità che contraddistingueva suo padre, anch'egli maggiordomo, e altri uomini di servizio visti come modelli di questa professione.
Annullandosi completamente nel lavoro e nella fedeltà a sua signoria, Mr Stevens non ha mai il coraggio di ammettere che Lord Darlington possa essere nel torto, per esempio quando decide di licenziare due cameriere per il solo fatto che siano ebree o quando si avvicina al gruppo delle camicie nere.
Ma soprattutto Mr Stevens non si scompone mai: il giorno della morte di suo padre la sua priorità rimane sempre quella di garantire un ottimo servizio in casa e per questo rinuncia ad assisterlo e rimane imperturbabile. Se pensiamo alla biografia dell'autore, nato in Giappone e trasferitosi in giovane età in Inghilterra, Mr Stevens incarna allora due figure: quella del perfetto inglese che non si scompone mai e mai lascia trasparire i propri sentimenti e quella della dedizione al lavoro tipicamente orientale.
C'è un altro aspetto che è importante sottolineare, ovvero il motivo per cui il protagonista ha deciso di intraprendere il viaggio.
Una parte importante di suoi ricordi è dedicata a Miss Kenton, la governante di Darlington Hall: una figura validissima che dopo molti anni di servizio ha lasciato la casa per sposarsi e trasferirsi in Cornovaglia. Ed è proprio lì che Stevens sta andando. Per chiederle di tornare a lavoro insieme a lui, dato che da alcune lettere ha capito che le cose nel suo matrimonio non vanno così bene.

Dai racconti del maggiordomo si intuisce un mare di parole non dette, di cose non fatte e di decisioni non prese. Mr Stevens non ha mai avuto il coraggio di lasciarsi andare, che cosa farà adesso che è arrivato alla fine del viaggio, della giornata, della vita?

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Quel che resta del giorno
  • Titolo originale: The Remains of Day
  • Autore: Kazuo Ishiguro
  • Traduttore: Maria Antonietta Saracino
  • Editore: Einaudi
  • Data di Pubblicazione: 2011
  • Collana: Super ET
  • ISBN-13: 9788806208288
  • Pagine: 271
  • Formato - Prezzo: Brossura - 12,00 Euro

12 ottobre 2013

Il bacio del pane - Carmine Abate

Il mare che si allontana, scintillante nella calura. La fiumara da risalire, gonfia di pietre luminose, i ruderi dei mulini, il bosco di lecci chiazzato del giallo delle ginestre e infine lo scroscio sempre più intenso: è così che Francesco e i suoi amici scoprono un'oasi di pace presso la cascata refrigerante del Giglietto, sopra il paese di Spillace, in Calabria. Il luglio è afoso, e i bagni nel laghetto, seguiti dai saporitissimi pranzi, sono il diversivo ideale per la piccola comitiva di ragazzi e ragazze nemmeno diciottenni, affamati di vita e di emozioni. Ma quel luogo incantevole cela un mistero: in uno dei mulini abbandonati Francesco e Marta - la bellissima compaesana che vive a Firenze e scende al mare per le vacanze - incrociano gli occhi atterriti e insieme fieri di un vagabondo, che si comporta come un uomo braccato, cerca di allontanarli ed è addirittura armato. Ma la curiosità buona dei due ragazzi, gli sguardi leali scambiati nell'ombra, hanno la meglio: e presto l'uomo misterioso rivela qualcosa di sé, della ferita che lo ha condotto a nascondersi... Luglio, agosto, giorni in cui la vampa dell'estate si accompagna ai sapori dei fichi maturi, delle olive in salamoia, del pane preparato in casa con un rito affascinante, sul far del mattino. Giorni in cui nemmeno la calura spegne il desiderio d'amore, che vibra tra i ragazzi e accende gli animi come peperoncino vivo sulle labbra. E poi settembre, l'estate che si va spegnendo, il ritorno alla scuola e alla vita usata, la maggiore età che si avvicina: e con essa la consapevolezza che l'incanto non è nulla senza il coraggio, senza l'impegno che ogni vita adulta richiede. Con freschezza e passione, Carmine Abate dà vita a un intenso romanzo di formazione che si svolge nel tempo di pochi mesi e insieme racconta il senso racchiuso in una vita intera. L'uomo "selvatico" del Giglietto sarà per i protagonisti il testimone più alto della dignità, del rifiuto della prepotenza, della solidarietà che rendono grande ogni esistenza, e restituiscono a ogni luogo la sua bellezza. Valori che si incarnano nel gesto antico e attuale di baciare il pane, per celebrarne il dono e il mistero

Recensione

Pubblicato pochi mesi fa dopo La collina del vento, con cui Carmine Abate ha vinto il premio Campiello nel 2012, Il bacio del pane ripropone alcuni dei temi cari all'autore: la Calabria, la natura, il ritorno degli emigranti nel paese d'origine, gli amori giovanili. È ambientato a Spillace, paesino calabrese vicino Crotone, circondato dall'altipiano della Sila, in un'estate torrida e piena di sorprese. Nel romanzo si intrecciano essenzialmente tre filoni: quello dell'amore giovanile del protagonista diciassettenne Francesco, nativo di Spillace e innamorato della coetanea fiorentina Marta, quello dell'avventura e del giallo, rappresentato dall'incontro dei due giovani con un misterioso uomo che abita in un vecchio mulino vicino al bosco, e infine quello più “calabrese”, per cui le numerose descrizioni naturalistiche di paesaggi, odori, animali e piante caratteristici del luogo ma anche di rituali, tradizioni e piatti tipici fanno da sfondo alle azioni e ai racconti dei personaggi. 

All'inizio del romanzo Francesco, narratore in prima persona, si appresta a trascorrere l'estate tipica di un ragazzo liceale: sveglia tardi, pomeriggio al mare con gli amici (soprattutto i figli di emigrati che ogni anno tornano dal Nord per stare con i parenti), sera al pub fino a tardi. Non sa ancora che questa estate gli riserverà molte scoperte, prima fra tutte quella del primo vero amore.

Durante una scampagnata alla cascata del Giglietto, luogo abbandonato e immerso nella natura, Francesco vede Marta, tornata da Firenze ancora più bella dell'anno precedente, che si allontana verso il mulino dove lui poco prima le aveva raccontato di aver intravisto un uomo durante un pranzo coi parenti per il giorno di Pasquetta. E così i due fanno la conoscenza di Lorenzo, inizialmente schivo e diffidente, e del suo cagnolino Fortunè. L'uomo appare ai loro occhi come un mistero: sembra un barbone perché possiede pochissimi oggetti, li spaventa perché ha una pistola, ma li stupisce perché legge la Commedia dantesca. Affascinato dall'ardore giovanile dei due ragazzi e dalla gentilezza con cui spesso gli portano del pane appena sfornato e altri doni, Lorenzo racconterà loro una storia terribile di mafia in cui è implicato, rendendoli partecipi e complici del suo segreto.

Alla fine l'amore e la giustizia trionfano in una conclusione che ho trovato un po' forzata e irrealistica: le complesse situazioni che si erano create in ambito sia sentimentale che giudiziario sembrano risolversi troppo semplicisticamente, a voler trovare un happy end a tutti i costi. 

Un aspetto che ho apprezzato particolarmente all'interno del romanzo è quello legato alle descrizioni, mai noiose o eccessivamente digressive, ma che ci fanno sentire parte di una Calabria verace in cui sono protagonisti gli elementi della natura, anche quelli più insignificanti come il canto delle cicale e i fichi colti dall'albero al mattino presto.

Ciò su cui, invece, l'autore punta con un'insistenza a mio avviso un po' eccessiva è il tema del pane. Il bacio del pane, evocato nel titolo, è un gesto carico di significato simbolico che richiama un mondo semplice, contadino, che trova appagamento nella semplicità e nell'onestà, rappresentate proprio da questo alimento ritenuto quasi sacro. La mamma del protagonista si sveglia alle cinque per prepararlo e lo fa circa ogni due settimane. Il pane fatto in casa, alla cui freschezza e fragranza nessuno resiste, non si butta mai e non si spreca, condividerlo è un simbolo di unione tra gli uomini.

Giudizio:

+2stelle+ (e mezzo)

Dettagli del libro

  • Titolo: Il bacio del pane
  • Autore: Carmine Abate
  • Editore: Mondadori
  • Data di Pubblicazione: 2013
  • Collana: Le libellule
  • ISBN-13: 9788804629276
  • Pagine: 176
  • Formato - Prezzo: Brossura - 12,00 Euro

22 settembre 2013

E poi, Paulette...- Barbara Constantine

Ferdinand vive tutto solo nella sua grande fattoria in campagna. Figli e nipoti hanno tanti di quegli impegni, e a lui restano il gatto, un bicchierino ogni tanto, e un sacco di tempo libero. Un giorno, facendo visita alla vicina, Ferdinand scopre che un nubifragio le ha devastato il tetto. Non ci dorme tutta la notte. Ma il mattino successivo si fa coraggio e invita Marceline a trasferirsi da lui. Lei e tutti i suoi animali, ben inteso: il cane, un vecchio gatto, e l'asino Cornélius. Lo spazio proprio non manca. A poco a poco la fattoria si riempie di fermento, agitazione, nuova vita. Perché dopo Marceline arrivano anche un amico di Ferdinand rimasto vedovo di recente, due vecchine un po' smemorate, uno studente che rimette in sesto l'orto, e alla fine anche Paulette... Un'incantevole commedia di sentimenti e belle emozioni. Un romanzo lieve ma capace di far riflettere su il significato dell'amicizia e il dialogo tra le generazioni. Un successo sorprendente in Francia, per un libro che ha intenerito e fatto sorridere tantissimi lettori.

Recensione

La trama del romanzo è essenzialmente lineare: Ferdinand è un signore anziano, pensionato, che vive solo in una grande fattoria da quando il figlio ed i nipoti sono andati a vivere in città. A se stesso racconta di star bene, ma in realtà soffre profondamente la solitudine.
Un giorno, passeggiando, incontra un cane che lo conduce a casa della sua vicina Marceline, la signora che vende frutta e verdura al mercato, anch'essa una donna in là con gli anni che vive sola, insieme al gatto e all'amato asino. Marceline vive una situazione di grande difficoltà: è povera, riesce a malapena a mantenersi, e non ha soldi per riparare il tetto della casa che è crollato a causa della pioggia. Ferdinand le offre il suo aiuto e successivamente, grazie a uno spunto fornitogli dall'ingenuo punto di vista del nipotino, le suggerisce di trasferirsi da lui, dove potrebbe avere i suoi spazi e un po' di compagnia.
Pian piano la casa comincia a riempirsi e a diventare una vera e propria comunità dove convivono generazioni di giovani e di vecchi: Ferdinand accoglie in casa un caro amico, rimasto improvvisamente vedovo e caduto in depressione, e le sorelle Lumière, due vecchine ex-proprietarie di un famoso negozio e oppresse dai parenti per l'eredità della casa. Poi arriva Muriel, una giovane infermiera che lavora in paese come cameriera e ha bisogno di un alloggio dove l'affitto non sia caro. Ognuno nella casa contribuisce al benessere comune, dedicandosi ai propri interessi ma anche all'aiuto degli altri. E tutti vanno avanti, nonostante le tristezze e le tragedie che sconvolgono le loro vite, con la solidarietà e l'allegria.

E poi, Paulette... è un romanzo leggero, piacevole, dai buoni sentimenti. Ne emerge una visione positiva della vita, per cui anche nella terza età, nonostante la malattia e la solitudine, non tutto è dato per scontato ma si può sempre trovare qualcosa di bello per cui vivere, qualcosa di cui innamorarsi. Tuttavia lo classificherei come lettura principalmente “d'intrattenimento”: la storia risulta inverosimile in certi punti, più simile a una fiaba che a un romanzo per il suo svolgimento ripetitivo e l'intreccio piuttosto banale.

Temi tragici e importanti sono inseriti in quest'atmosfera di leggerezza, che riguarda sia il contenuto che lo stile. I personaggi, di conseguenza, sono piatti e poco approfonditi, come del resto le ambientazioni; la scrittura è molto frammentaria e telegrafica, tuttavia molto divertente e ironica.

Giudizio:

+2stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: E poi, Paulette...
  • Titolo originale: Et puis, Paulette...
  • Autore: Barbara Constantine
  • Traduttore: Margherita Botto
  • Editore: Einaudi
  • Data di Pubblicazione: 2012
  • Collana: Stile Libero Big
  • ISBN-13: 9788806213886
  • Pagine: 232
  • Formato - Prezzo: Brossura - 17,00 Euro

12 settembre 2013

Con gli occhi chiusi - Federigo Tozzi

Il romanzo fu pubblicato nel 1918. E' la storia, largamente autobiografica, di un'adolescenza, dei primi dolorosi incontri con la realtà e con l'amore. Pietro Rosi è un giovane fragile e sognatore, figlio di un oste rude e di una donna delicata. Pietro si innamora di una giovane contadina, Ghisola, sentimento che affronta "ad occhi chiusi". Quando a Firenze Ghisola, dopo essere stata l'amante di un uomo maturo, rimasta incinta, decide di sfruttare il sentimento di Pietro e di attribuirgli la paternità del figlio che aspetta, si trova costretta a sfuggirgli, perché Pietro la "rispetta" e fa sfumare il suo piano. Scoperta improvvisamente la verità Pietro "apre" gli occhi e termina così la sua adolescenza.

Recensione

Con gli occhi chiusi è un Bildungsroman al negativo, ossia un romanzo di formazione che si conclude non con la crescita del protagonista e con il suo inserimento nella società degli adulti, ma con un suo fallimento.

Scritto nel 1913, si inserisce nel contesto della letteratura di inizio Novecento in cui a dominare sono gli inetti, gli antieroi: primo tra tutti lo Zeno Cosini di Svevo, Michele de Gli Indifferenti di Moravia, Mattia Pascal di Pirandello e molti altri.

La storia, ambientata tra Siena, Firenze e le stupende campagne toscane, racconta la storia di Pietro Rosi, un giovane adolescente privo di passioni, talenti e di un vero sogno, che si lascia trascinare dagli eventi della vita senza mai reagire davvero. Vive sottomesso dal padre, un uomo violento e pieno di sé che gestisce una trattoria e diversi poderi in campagna, che lo spinge ad allontanarsi dalla scuola e dall'istruzione in generale e gli rinfaccia sempre di non essere scaltro come lui, che senza saper né leggere né scrivere, col solo duro lavoro, è riuscito ad arricchirsi. La madre muore quando è ancora un bambino, e quasi non riesce a provare dolore né a esprimere sentimenti. Tutto sembra scivolargli addosso.

La figura che condiziona in modo più significativo la sua esistenza è quella di Ghisola, una contadina che vive a Poggio a' Meli, dove la famiglia di Pietro amministra i poderi, insieme ai nonni che sono a servizio dei Rosi. Ghisola è analfabeta, bruttina, si veste di stracci, ma tra lei e Pietro si stabilisce un forte legame fin da quando sono piccoli, legame tuttavia destinato a rimanere nell'indefinito e nell'incomunicabilità. Quando la ragazza viene mandata via dal padre di Pietro, che intuisce la possibilità di una relazione tra i due, ed è costretta a tornare a Redda, Pietro si perde in una serie di scelte di vita sbagliate, passando da una breve militanza socialista ad un impegno poco proficuo negli studi tecnici, cercando inutilmente di ritrovare l'amore e la sincerità della contadina che ormai ha compromesso la sua purezza per denaro.

Il romanzo è fortemente autobiografico e ricco di elementi psicanalitici (da poco tempo Freud aveva reso pubblici i suoi studi e influenzato fortemente la letteratura dell'epoca). Pietro è alter-ego dell'autore sia per quanto riguarda il rapporto fortemente conflittuale col padre che per le difficoltà incontrate nel percorso scolastico; ma soprattutto Ghisola richiama Isola, protagonista di un tormentato amore giovanile di Tozzi.

Ciò che colpisce maggiormente è la perfetta rievocazione del mondo della campagna toscana di fine Ottocento: numerose sono le descrizioni delle colline, dei loro colori e profumi, degli elementi naturali che sembrano sempre riflettere la tragicità e l'incompletezza dei personaggi.

In conclusione il titolo dell'opera merita una spiegazione. In parte è riferito anch'esso ad un elemento biografico dello scrittore: Tozzi infatti fu colpito da una malattia agli occhi che lo costrinse al buio per molto tempo. Ma vivere con gli occhi chiusi è anche sinonimo di incomunicabilità, dell'impossibilità di comprendere appieno la realtà e le persone che fanno parte della vita del personaggio.

Sarà infatti nel fallimento e nella delusione che si concluderà la vicenda di Pietro.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Con gli occhi chiusi
  • Autore: Federigo Tozzi
  • Editore: BUR
  • Data di Pubblicazione: 1995
  • Collana: La Scala
  • ISBN-13: 9788817202930
  • Pagine: 192
  • Formato - Prezzo: Brossura - 6,80 Euro

24 agosto 2013

Alta fedeltà - Nick Hornby

In una Londra irrequieta e vibrante, le avventure, gli amori, la passione per la musica, le disillusioni di una generazione di trentenni ancora piena di voglia di vivere.
Commovente, scanzonato, amaro ma soprattutto divertente, Alta fedeltà è il libro culto della nuova narrativa inglese, diventato un grande successo internazionale.




Recensione

Alta fedeltà è un romanzo piacevolissimo. C'è Londra, la musica, l'amore, le delusioni, l'ironia.

Rob Gordon, il trentenne protagonista del romanzo che racconta la sua vita in prima persona con tono confidenziale e linguaggio moderno, ci appassiona fin dalle prime pagine. Rob è un anti- eroe, un personaggio pieno di incertezze e di debolezze: a trentasei anni non è ancora riuscito a trovare un senso alla sua vita e l'unica cosa di cui è soddisfatto è la sua sterminata collezione di dischi. La musica è il suo punto di vista sul mondo, il metro con cui giudicare le altre persone: una cosa che molte persone che contornano la sua vita trovano spesso superficiale o incomprensibile.

Dopo aver abbandonato l'università anche a causa di una forte delusione amorosa gestisce un negozio di dischi insieme a Dick e Barry, due personaggi a dir poco particolari, con la fissa per la musica e poco altro. Da poco è stato lasciato da Laura, la sua fidanzata, una donna ormai affermata nel lavoro e sicura di sé, e i fantasmi delle ragazze del passato che lo hanno ferito continuano a tornargli alla mente e a porgli interrogativi. Ecco perché cercherà di recuperare i loro numeri e incontrarle dopo più di dieci anni.

I figli, il matrimonio, il pensiero di un lavoro più gratificante sono sogni che ancora non rientrano nel suo modo di vivere e di pensare così adolescenziale. Il filo conduttore della vicenda è costituito dalla vita monotona e dalle continue paranoie di Rob, dai suoi incontri e dai suoi pensieri ma soprattutto dalle sue divertenti Top 5: i cinque dischi migliori, le cinque principali delusioni, i cinque film preferiti e così via.

Riuscirà a riconquistare Laura e a capire cosa sia veramente importante nella vita?

Un romanzo senza troppe pretese, dallo stile scorrevole, da leggere come lettura d'intrattenimento e come esempio di perfetto humour britannico. Dialoghi e riflessioni sono alternati sapientemente, alcune parti risultano a mio avviso molto brillanti e ironiche, anche se i contenuti in generale lasciano un po' a desiderare, non si può certo definire un romanzo troppo profondo o psicologico.

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Alta fedeltà
  • Titolo originale: High fidelity
  • Autore: Nick Hornby
  • Traduttore: Noulian L.
  • Editore: Guanda
  • Data di Pubblicazione: 1999
  • Collana: Le Fenici
  • ISBN-13: 9788882461522
  • Pagine: 253
  • Formato - Prezzo: Brossura - 11,00 Euro

25 luglio 2013

L'ultima fuggitiva - Tracy Chevalier

Dorset, 1850. Una giovane ragazza è costretta ad imbarcarsi sull'Adventurer, nave che la porta in America, dall'altra parte del mondo dove si ritrova senza un fidanzato, una famiglia, degli amici. Qui scopre l'amore passionale, i valori dell'amicizia e della solidarietà, ma soprattutto rimane meravigliata dai comportamenti delle donne americane che bevono whisky e sparano col fucile, scopre che i frutti hanno un sapore nuovo, che le estati sono torride ed afose, gli animali e i paesaggi sono diversi tuttavia affascinanti. Ma soprattutto scopre l'esistenza degli schiavi fuggitivi, degli esseri umani come lei che sfuggono dalle piantagioni ancora schiaviste del Sud per realizzare in Canada il loro sogno di libertà.

Recensione

La storia, ambientata nel 1850, racconta di una giovane quacchera inglese (il quaccherismo è un movimento religioso inglese i cui adepti si distinguono per uno stile di vita improntato alla semplicità e al rigore) che, appena lasciata dal fidanzato per un'altra, decide di seguire la sorella per un viaggio nel Nuovo Mondo.

Parte sapendo già che non tornerà più – i trasporti al tempo erano infatti molto difficoltosi – e inconsapevole che quanto la aspetta la porrà di fronte a insidiosi ostacoli e le farà rimpiangere di essere partita. Ben presto infatti la sorella muore di febbre gialla e la protagonista, Honor, dopo aver affrontato un estenuante viaggio di trenta giorni in nave, si trova da sola nell'Ohio, una terra che non riuscirà mai a sentire sua.

Inizialmente ospite presto Belle, la simpatica e generosa venditrice di cappellini per signore, dovrà poi affrontare la famiglia dell'uomo a cui la sorella doveva andare in sposa e costruirsi una famiglia propria.

La ragazza, descritta con approfondito scavo psicologico, si distingue per la sua forza d'animo, ma soprattutto per la sua abilità nel cucire, unico motivo di ammirazione presso le donne americane che spesso non riescono a comprendere il suo codice di comportamento. L'autrice ha studiato in modo puntuale il periodo storico in cui la narrazione si svolge: l'Ohio, i suoi paesaggi, l'afa estiva e il gelo invernale, i suoi abitanti sono presentati con maestria e anche le parti dedicate ai momenti in cui Honor si dedica al ricamo riescono a evocare perfettamente l'epoca.

Un'altra tematica fondamentale all'interno del romanzo è quella della schiavitù. Alcuni stati americani dell'epoca la consentono, mentre altri la vietano. In Ohio, Honor entra in contatto con cacciatori di schiavi, con personaggi che preferiscono rimanere indifferenti per non avere problemi e con altri invece di buon cuore che cercano di aiutare di nascosto i fuggitivi, ovvero i neri che cercano di raggiungere il Nord una volta sfuggiti dai loro padroni nelle piantagioni del Sud. Cercherà sempre di affermare la propria etica personale, che la spinge ad aiutare chi ne ha bisogno, indipendentemente dal colore della pelle o dai divieti imposti.

La domanda che percorre tutto il romanzo è dunque questa: essendo ormai priva di radici e di certezze, riuscirà a trovare il proprio posto in questa parte di mondo così lontana?


Ultimo romanzo di Tracy Chevalier, autrice de La ragazza con l'orecchino di perla e La passione di Artemisia, L'ultima fuggitiva ci appassiona per la sua scrittura lineare e scorrevole ma soprattutto per l'eccezionale capacità di unire aspetti storici e romanzeschi, di parlare di amore, avventura e coraggio e di fornire attraverso gli occhi di un'inglese un particolare ritratto dell'America all'epoca dell'abolizione della schiavitù.

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: L'ultima fuggitiva
  • Titolo originale: The last runaway
  • Autore: Tracy Chevalier
  • Traduttore: Massimo Ortelio
  • Editore: Neri Pozza
  • Data di Pubblicazione: 2013
  • Collana: I narratori delle tavole
  • ISBN-13: 9788854506787
  • Pagine: 311
  • Formato - Prezzo: Brossura - 18,00 Euro

19 luglio 2013

Il giocatore - F. M. Dostoevskij

Il giocatore, indimenticabile romanzo breve o racconto lungo, venne dettato dall'autore ad Anna Snitkina perché a lui mancava il tempo di scriverlo. è la storia di un progressivo, inarrestabile impoverimento, non solo economico ma soprattutto morale. Eppure, narrata con una certa dose d'umorismo, si legge tutta d'un fiato.





Recensione

Attenzione: la recensione potrebbe contenere spoiler

Pubblicato nel 1866, Il giocatore è un romanzo breve del celebre scrittore russo Dostoevskij che ripercorre alcune delle vicende biografiche dell'autore quando, nell'estate del 1863, durante un viaggio all'estero, visse un periodo sottomesso dall'ossessione per l'amore non ricambiato per una donna e per il gioco.
Il romanzo è ambientato in una cittadina tedesca denominata Roulettenburg, dove si ritrova il protagonista Aleksej Ivanoviĉ, precettore di due bambini presso la famiglia di un generale russo in rovina che aspetta con ansia la notizia della morte della vecchia zia per poter accedere all'eredità e sposare la bella francese M.lle Blanche.
Fanno parte della compagnia anche Polina, figliastra del generale, di cui Aleksej è profondamente innamorato senza tuttavia essere ricambiato, e il marchese de Grieux, che incalza il generale per i suoi debiti. L'equilibrio dei primi capitoli si rompe con l'arrivo della zia, viva e vegeta e con nessuna intenzione di concedere al generale il suo patrimonio. La zia è il primo personaggio che comincia ad avvicinarsi fortemente al mondo del gioco, in questa cittadina molto rinomata per il casinò e soprattutto per la roulette, da cui appunto trae il nome. Da giocatrice accanita, grazie a qualche iniziale colpo di fortuna la vecchia diventa una vera malata del gioco, fino al punto di perdere gran parte dei suoi averi prima della partenza.
La seconda parte del romanzo racconta gli eventi posteriori alla partenza della zia. È evidente in questa parte una forte volontà di distacco dagli eventi da parte dell'io narrante Aleksej, che afferma di non riconoscere più il se stesso di un tempo e di non sapere più il motivo della sua attuale situazione di rovina e disgrazia.
Sostituendo la passione per Polina a quella per il gioco, anche Aleksej cade in un vortice che lo conduce sempre più in basso: nel finale di questo racconto-confessione il protagonista è in preda alla disperazione e va a giocare l'unico fiorino che gli è rimasto, la sua ultima possibilità.

Vera protagonista di questa vicenda risulta in realtà la roulette. Ciò che sembra guidare veramente tutti i personaggi che in modo più o meno significativo vi si avvicinano non è tanto l'amore per il denaro in sé quanto piuttosto il desiderio di raggiungere uno scopo, di veder cambiare la propria vita con la semplice scelta casuale di un numero o di un colore. Ma la roulette risucchia ben presto i suoi giocatori in un diabolico meccanismo che li porta in breve alla perdita dell'autocontrollo, all'incapacità di fermarsi alle prime vincite e a voler invece continuare, continuare a giocare e ad accumulare.
Aleksej rivela all'inizio del romanzo una concezione molto negativa di questo mondo: “Da principio tutto mi parve laido, moralmente abietto e sudicio”. Tutto gli sembra dominato dalla falsità, i giocatori gli paiono “gentaglia che gioca in modo sporco” e i croupiers delle canaglie. Tutto questo gli genera un'insolita e strana sensazione di insofferenza, per cui decide di lasciare il casinò.
Si avvicina inizialmente al gioco da esterno, spinto prima da Polina a giocare per conto di lei e poi come accompagnatore della vecchia zia, che gradisce i suoi consigli e le sue spiegazioni prima di ogni puntata.
Una riflessione molto interessante è contenuta nel dialogo tra il protagonista e il tanto disprezzato marchese francese al quale Aleksej (alter ego di Dostoevskij ) spiega come sia facile per un russo all'estero rovinarsi: la roulette è, secondo il suo parere, creata appositamente per i russi, i quali sono incapaci di trattenere i propri capitali, al contrario degli altri europei, ma altresì sono portati a disperderli facilmente e sono attratti da questo meccanismo che dà la possibilità di arricchirsi senza faticare in pochissimo tempo.
Quando infatti anch'egli diventa giocatore accanito rivede in se stesso tutte le caratteristiche che aveva osservato negli altri: il gioco diventa l'unico desiderio e l'unico pensiero della giornata, sembra non esistere altro che la roulette e anche Polina appare ormai un ricordo lontano.
In soli venti mesi, a causa dei debiti, il giovane finisce in prigione, diventa domestico presso un signore ma, dopo poco tempo, torna nuovamente alla roulette, di nuovo col desiderio di vincere e di ribaltare il suo destino. Come attratto da una calamita non riesce a fare a meno di giocare e anche l'ultima vincita che lo porta a moltiplicare il suo ultimo fiorino non è indicativa del fatto che Alekesj non continuerà a giocare e giocare ancora nonostante la sua ultima esclamazione: “domani, domani tutto finirà!”

Il giocatore è un romanzo molto coinvolgente che, tramite la narrazione in prima persona, delinea una personalità contrastata e ricca di sfumature ma soprattutto la psicologia del giocatore, una figura purtroppo quanto mai attuale. È la storia di un amore irrealizzato che avrebbe potuto portare il protagonista alla salvezza e la storia di un mostro, la roulette, che stringe sempre più le vittime tra i suoi artigli.
Il ritmo della narrazione è molto serrato sebbene sia un romanzo psicologico e degne d'attenzione risultano in particolar modo le scene ambientate al casinò, dove corruzione, falsità e disperazione regnano sovrane.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Il giocatore
  • Titolo originale: Игрок, Igrok
  • Autore: Fedor M. Dostoevskij
  • Traduttore: Giacinta De Dominicis Jorio
  • Editore: Rizzoli
  • Data di Pubblicazione: 1997
  • Collana: BUR Superclassici
  • ISBN-13: 9788817018678
  • Pagine: 220
  • Formato - Prezzo: Brossura - 6,50 Euro

10 luglio 2013

The Casual Vacancy (Il seggio vacante) - J.K.Rowling

Quando Barry Fairbrother muore dopo aver da poco varcato la quarantina, la città di Pagford è sotto shock. Pagford è, in apparenza, un idillio Inglese, con la sua piazzetta del mercato lastricata e la sua antica abbazia, ma ciò che giace sotto l'avvenente facciata è una città in guerra. Ricchi in guerra coi poveri, teenagers in guerra con i genitori, mogli in guerra con i mariti, insegnanti in guerra contro i loro studenti... Pagford non è ciò che sembra.
E il posto vuoto lasciato al consiglio comunale presto diventa l'elemento catalizzatore per la più grande guerra che la città abbia mai visto. Chi trionferà in un'elezione carica di passione, inganno e rivelazioni inaspettate? Un grande romanzo su una piccola città, The Casual Vacancy è il primo racconto di J.K.Rowling per un pubblico adulto. E' il lavoro di una narratrice unica.

La Recensione di Valetta

Vorrei aver letto The Casual Vacancy senza sapere chi ne fosse l'autore. Perché non importa quante volte sia stato ribadito che il romanzo non avrebbe avuto niente a che fare con Harry Potter, non importa che avessi perfettamente chiaro che si sarebbe trattato di un libro per adulti, a malapena era arrivato tra le mie mani che già mi ero lanciata tra le sue pagine alla ricerca della mia adorata J.K.Rowling, della sua ironia, di almeno un briciolo di quella magia che ha reso Harry Potter una delle saghe più belle che abbia mai letto.

Ovviamente, con queste premesse, la delusione non poteva che essere dietro l'angolo, alimentata dall'(insensata) ricerca di un qualcosa di indefinibile che riportasse quanto stavo leggendo sui binari di una narrazione nota, definita e familiare. Per questo motivo la stesura di questa recensione ha richiesto un'attenta riflessione, vorrei proporvi un giudizio del libro che sia il meno possibile influenzato da qualsivoglia aspettative e al tempo stesso mettere in guardia tutti coloro che si precipiteranno a leggere il romanzo "perché l'ha scritto l'autrice di Harry Potter" (e diciamocelo, sarà la quasi totalità di voi) perché si liberino il più possibile da ricordi e preconcetti prima di imbarcarsi nella lettura.

Il "posto vacante" del titolo è quello che affligge il Consiglio Comunale di Pagford, immaginario paesello della campagna inglese, in seguito alla morte improvvisa del consigliere Barry Fairbrother.
Gioviale, generoso, combattivo, Barry lascia un vuoto non solo nella sua famiglia ma anche nella vita di tutti coloro che avevano imparato a guardare a lui come un punto di riferimento; la sua morte inaspettata tuttavia ha anche l'effetto di destabilizzare definitivamente il sistema di relazioni sociali della piccola cittadina, che da decenni si regge su di un precario cumulo di ipocrisie, bugie e risentimento.

Pagford ricorda un po' quei villaggetti inglesi che si vedono nelle puntate dell'ispettore Barnaby (telefilm che probabilmente in Italia guardiamo io e un paio di novantenni dimenticati addormentati davanti alla tv da parenti scriteriati), idilliaci nell'aspetto ma i cui abitanti conducono silenziose ma determinate battaglie quotidiane l'uno contro l'altro per ottenere la supremazia in faccende spesso meschine e futili. I ricchi vorrebbero vedere sparire i poveri, figli e genitori si torturano nel disprezzo e nell'incomprensione reciproca, gli adulti superano i ragazzi in gare di bullismo mentre drammi sociali si consumano sotto i loro occhi nell'indifferenza generale.

A sentire i servizi passati in televisione in occasione dell'uscita del romanzo, The Casual Vacancy sembrava essere una riedizione de I peccatori di Peyton Place, complici le voci secondo cui la Rowling si sarebbe ispirata nella descrizione di Pagford alla citttadina in cui risiede e i compiaciuti commenti dei giornalisti che con insistenza ricordavano che il romanzo è destinato ad un pubblico adulto in quanto "pieno di sesso e volgarità". Voglio rassicurare (o deludere?) tutti voi: sì, di sesso si parla e alcuni personaggi utlizzano un linguaggio volgare, nella stessa misura in cui si parla di sesso e si dicono volgarità in ogni romanzo che affronta tematiche reali della quotidianità. Ma: no, J.K.Rowling non si è data al porno. A meno che, sia chiaro, il vostro unico metro di paragone non sia Harry Potter. Diversamente quest'opera può ricordare Carnage, nel modo in cui una serie di situazioni all'apparenza civili iniziano a mostrare sempre più crepe e incrinature fino a frantumarsi sotto il peso di una carica incontrollabile di rabbia e frustrazione. Altro paragone che mi è venuto in mente a lettura terminata è il film Magnolia in cui un altro evento drammatico e imprevedibile si riversa sull'intera città con un effetto catartico per alcuni e distruttivo per altri, indifferente ai meriti e demeriti di ciascuno.

L'autrice infatti, per quanto non nasconda la sua disapprovazione verso alcuni dei suoi protagonisti, non riserva a nessuno un trattamento di favore ed evita di ergersi a giudice prodigando lieti fine ai buoni e severe punizioni ai cattivi. Nonostante alcuni dei personaggi risultino decisamente stereotipati, (e in effetti l'intera Pagford non è altro che lo stereotipo della cittadina di provincia culla di un nido di serpi), la maggior parte di loro mostra un carattere a tutto tondo, in cui torti e ragioni sono integrati a tal punto che è molto difficile per il lettore non provare una qualche forma di empatia per ognuno di essi ad un certo punto del romanzo. La Rowling si dimostra ancora una volta una brava narratrice; sebbene il racconto stenti a decollare nella parte iniziale in cui molto tempo viene speso a presentare i diversi protagonisti senza capire bene dove si voglia andare a parare, il clima di tensione crescente lentamente avviluppa il lettore e rende veramente difficile abbandonare la lettura. L'autrice conserva quello stile semplice ma efficace a cui siamo abituati, che le permette di svelare l'animo dei suoi personaggi con naturalezza e realismo e che ho trovato particolarmente calzante nel descrivere le complesse relazioni genitori/figli che sono uno dei punti cardine del racconto, sebbene personalmente abbia sentito la mancanza di quell'ironia che nelle sue opere precedenti sapeva spargere anche nelle situazioni più drammatiche (se vogliamo trascurare quel gusto un po' perverso che la nostra J.K. sembra avere sempre avuto per "l'ironia del destino").

Per questo alla fine si becca una stelletta in meno ed un'altra ancora ne perde perché, per quanto abbia trovato il romanzo coinvolgente e interessante, non posso ignorare la sensazione che si tratti di una storia già sentita. Provaci ancora, Jo!

Giudizio:

+3stelle+

La Recensione di Antonio

Nella saga di Harry Potter si contrapponeva il mondo della magia a quello tanto più prosaico della realtà. In questo romanzo invece si confrontano due cittadine confinanti: Pagford e Yarvil. La prima, piccola e provinciale, è ordinata, pulita e prevalentemente residenziale, mentre la seconda è industriale, in continua espansione, sporca e piena di persone appartenenti alle classi meno abbienti. Le due città sono rimaste sempre divise, ancorché molti degli abitanti di Pagford vadano a lavorare a Yarvil. A tenerle separate anche visivamente è posta tra loro una collina su cui si erge la bella cattedrale di St. Thomas. Quando la casata nobile che viveva a Pagford e che deteneva un’ampia proprietà ai confini con Yarvil si è estinta, i nuovi proprietari avevano venduto alcuni campi inutilizzati su cui sono state edificate case popolari. Il nuovo quartiere, denominato “Fields”, è composto da gente di levatura sociale molto bassa proveniente da Yarvil e che sopravvive in gran parte grazie ai sussidi statali.

Questi nuovi abitanti hanno peraltro diritto di frequentare le scuole ed i servizi di Pagford e creano scompiglio e fastidio nella cittadina. Si formano quindi due fazioni nel consiglio comunale di Pagford: quella che definirei dei “conservatori” che vorrebbero eliminare il Centro di Tossicodipendenza e i “Fields” dalla loro zona di competenza affibbiandola a Yarvil e quella dei ”democratici” che cercano invece un’integrazione fra le due comunità.

A capo di questi ultimi è Barry Fairbrother. Egli è nato nei “Fields” ma ha saputo elevarsi dalle origini umili e cerca adesso di aiutare le persone in difficoltà. Barry è piccolo di statura e non particolarmente bello ma ha dalla sua una forte personalità, notevole carisma, è dotato di un inossidabile buon umore e di una incredibile disponibilità verso il prossimo. A capo della fazione conservatrice e presidente del Consiglio Comunale c’è invece Howard Mollison, il macellaio della cittadina, enorme per stazza e adipe. Barry muore improvvisamente (nel primo capitolo) lasciando nella costernazione i suoi sostenitori. Molti di questi, sia uomini che donne, trovavano in lui un sostegno. Il venir meno di questo importante punto di riferimento crea loro un trauma cui cercano di reagire con difficoltà. Si acuiscono anche i contrasti generazionali perché Barry era un sostegno anche per alcuni adolescenti disturbati. Fra questi spicca in particolare Kristal, una ragazza che vive con la madre tossicodipendente ed il fratellino. Fino a quando era in vita Barry, lei si sentiva in qualche modo compresa e aiutata. Dal momento in cui muore si spengono anche le illusioni di Kristal di potersi riscattare e decide di farsi mettere incinta da un compagno di scuola di famiglia benestante per poter sperare in una vita migliore.

La Rowling è una bravissima scrittrice nonché una valida intrattenitrice, come dimostra anche questo romanzo. Buona come sempre la caratterizzazione dei personaggi ancorché tendente talvolta al caricaturale. Le vicende dei protagonisti risultano molto coinvolgenti pur se le tematiche, mutatis mutandis, siano per la maggior parte le stesse che troviamo nella saga di Harry Potter:

  • in quest’ultima al mondo fantastico si contrapponeva quello prosaico della realtà; ne “Il posto vacante” alla piccola, ordinata e pulita cittadina di Pagford –dove si svolgono le vicende dei protagonisti del romanzo- si contrappone la cittadina industriale caotica e sporca di Yarvil.
  • al conflitto fra insegnanti per il raggiungimento del potere nel castello magico di Harry Potter si contrappone ne “Il posto vacante” quella fra i componenti del consiglio comunale della cittadina di Pagford. nella saga del maghetto le arti magiche erano spesso il mezzo che veniva utilizzato per raggiungere lo scopo prefissato. Nella cittadina di Pagford è il sesso che influenza e condiziona la vita dei protagonisti.

In entrambe le storie c’è un conflitto fra adolescenti, ma ne “Il posto vacante” si assiste anche a divergenze fra coppie e contrasti generazionali. I personaggi del romanzo sono molti –per poterli descrivere la storia non entra veramente nel vivo fino a circa metà del libro- e dalla personalità complessa. Non deve essere stato facile per l’autrice destreggiarsi per far interagire tanti protagonisti, ma è la dimostrazione, se ce ne fosse ancora bisogno, delle maggiori capacità nella donna di gestire più cose contemporaneamente, avendo più sinapsi nel proprio cervello di quanto non abbia l’uomo. Punto debole a mio avviso del romanzo è il lieto fine che ha voluto imporre la Rowling. Da un dramma che si verifica nella cittadina nasce una nuova consapevolezza da parte dei protagonisti e improvvisamente troviamo figli che si riappacificano con i genitori e coppie sull’orlo della separazione che si ricompongono, ma le conversioni, a parte quella di San Paolo folgorato sulla via di Damasco, non sono notoriamente mai repentine. Il sesso è sostanzialmente quello che indirizza agli adulti questo romanzo che, peraltro, presenta situazioni nel complesso meno violente di quelle che assistiamo nella saga di Harry Potter. E’ piacevole l’ironia che la Rowling usa per imbastire i suoi personaggi ma, soprattutto, si apprezza che non cada mai nel patetico per descrivere le situazioni più drammatiche come quella della famiglia della giovane protagonista Kristal. Questo è un altro motivo per cui ritengo che, nonostante non ci sia “niente di nuovo sotto il sole”, il romanzo della Rowling sia altamente apprezzabile e godibile.

Giudizio:

+4stelle+

La Recensione di Valeria Pinna

L'ultimo romanzo di J. K. Rowling non ha niente a che vedere con il genere fantasy o con la saga del maghetto Harry Potter a cui quasi tutti siamo affezionati, si tratta tuttavia di un testo con aspetti interessanti.

La trama è un po' intricata perché non c'è un vero protagonista: si tratta di una storia corale. Al centro della vicenda vi sono infatti le reazioni che si scatenano tra gli abitanti di un paesino inglese, Pagford, alla morte improvvisa di un personaggio importante del Consiglio locale, Barry Fairbrother. Esponente della corrente progressista, impeccabile marito e padre di famiglia, all'apparenza benvoluto da tutti, Barry lottava per una questione centrale di politica interna: valorizzare i Fields, quartiere periferico degradato che ospita famiglie in difficoltà e Bellchapel il centro di disintossicazione per aiutare i drogati e assegnarli all'amministrazione di Pagford. Quando il suo seggio rimane vacante, i fragili equilibri che si erano stabiliti per dare un'apparenza di pacifica tranquillità e convivenza si rompono.

Tutti al suo funerale sembrano allo stesso modo disperati, ma c'è invece chi sorride di nascosto. Molti si propongono per ricoprire il suo posto, soprattutto Miles Mollison, esponente della fazione contraria e portatore di una politica conservatrice che vuole invece che i Fields vengano assegnati a Yarvil – altro centro vicino – e che Pagford rimanga “pulita” da certi elementi che possono screditarne la reputazione di paesino perfetto. A sostegno di Barry invece rimangono principalmente Parminder Jawanda, dottoressa di Pagford, e Kay Bawden, assistente sociale che si occupa delle famiglie dei Fields. A mettere in crisi molte delle personalità di Pagford e le loro famiglie contribuiscono in modo significativo dei commenti anonimi che cominciano a comparire sul sito del Consiglio sotto il nome di “Il fantasma di Barry Fairbrother” e che svelano importanti verità su tradimenti, amori segreti, attività illecite, che avrebbero dovuto rimanere nascoste per sempre. Accanto a queste vicende politiche si affiancano quelle personali dei vari personaggi, adulti e adolescenti.
È particolarmente significativa la storia di Krystal, sedicenne che abita ai Fields in una casa piccola e sporca con il fratello di 3 anni e mezzo che rischia sempre di essere affidato ad un'altra famiglia perché la loro madre, drogata da molti anni e lasciata sola dagli altri membri della famiglia, non riesce mai a uscirne totalmente e non è in grado di prendersi cura dei figli. Alla morte di Barry, che era molto affezionato a lei e l'aveva aiutata a trovare la propria strada grazie alla partecipazione alla squadra di canottaggio della scuola – sport nel quale la ragazza si era scoperta molto dotata – Krystal vede crollare le sue certezze e i suoi unici momenti di gioia e soddisfazione: le trasferte, i complimenti di Barry, la vittoria nelle gare, e per lei comincerà un cammino molto difficile che si concluderà in modo drammatico. Un romanzo che coniuga vicende familiari, sentimentali, sociali e politiche, che attraverso la vicenda di un piccolo paesino inglese si presenta come una critica al mondo politico in generale, all'ipocrisia e alla brama di potere che spesso dominano sulla necessità di risolvere importanti problemi sociali e di tutelare le fasce più deboli della società.

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro (Edizione inglese)

  • Titolo: The casual vacancy
  • Autore: J.K.Rowling
  • Editore: Hachette Digital per Amazon
  • Data di Pubblicazione: 2012
  • ASIN: B007TK77QE
  • Pagine: 506
  • Formato - Prezzo: Kindle ebook - 15,00 Euro

Dettagli del libro (Edizione italiana)

  • Titolo: Il seggio vacante
  • Autore: J.K.Rowling
  • Traduttore: Piraccini S.
  • Editore: Salani
  • Data di Pubblicazione: 2012
  • ISBN-13: 9788867150960
  • Pagine: 553
  • Formato - Prezzo: Rilegato, sovraccoperta - 22,00 Euro 

28 giugno 2013

Daisy Miller - Henry James

Nell'immaginario di generazioni di lettori, Daisy Miller è il prototipo della ragazza americana in vacanza all'estero. Romantica, ingenua, incerta tra due spasimanti, un concreto e affidabile americano e un fascinoso e ambiguo italiano, Daisy si espone con candida curiosità alle dolcezze, alle tentazioni e alle trappole del Vecchio continente. E tra la Svizzera e la Francia, tra paesaggi lacustri e la luce esaltante di Roma, scopre le bellezze e la cultura europee. Il confronto, l'incontro non facile fra i due mondi, l'Europa e l'America, è al centro di questo popolarissimo romanzo breve.

Recensione

"Era certo molto affascinante, ma quanto socievole e disinvolta!”
Vevey, Svizzera. Albergo con vista lago frequentato soprattutto da turisti americani in viaggio per l'Europa. Il giovane americano Winterbourne, cresciuto nella Ginevra moralista, è in visita presso la vecchia zia e, grazie all'incontro fortuito con un vivace bambino di nome Randolph, fa la conoscenza della sorella di quest'ultimo, la bellissima Daisy, anch'essa americana.
Daisy non si comporta come le ragazze che ha conosciuto, insomma non come una signorina perbene non sposata dovrebbe comportarsi. Gira da sola, non ascolta la madre e civetta con tutti i ragazzi che le capitano a tiro. Dopo solo mezz'ora di conversazione col protagonista, l'affascinante americana combina con lui un'uscita a due per visitare un castello.
Nonostante la zia lo ammonisca più volte, Winterbourne rimane completamente folgorato da Daisy e fa di tutto per seguirla e farla innamorare di lui.
L'inverno seguente i due si ritrovano a Roma. Daisy ha insistito perché lui la andasse a trovare, ma quando giunge nell'eterna capitale il giovane trova la sua compatriota in rapporti molto intimi con Mr Giovanelli, il più bell'italiano a dire di tutti, tuttavia non molto istruito né di nobile famiglia.
Daisy viene a poco a poco allontanata dai salotti di tutti per il suo modo di agire ritenuto scandaloso, per la sua volontà di essere indipendente e di intrattenere rapporti liberi e aperti. Winterbourne si addolora per questo e, pur rendendosi conto che la ragazza non ha intenzione di sposare né lui né Mr Giovanelli né nessun altro, non si dà per vinto: continua a seguirla, a credere nella sua ingenuità e innocenza e a difenderla anche contro l'evidenza dei fatti.
Alla fine la frivolezza di Daisy viene punita; la ragazza infatti contrae la cosiddetta “febbre romana”, ovvero la malaria, che è facile prendere uscendo la sera in zone poco raccomandabili. Da quel momento il bell'italiano non si fa più vivo, mentre Winterbourne rimarrà al suo capezzale vedendola spegnersi, finché non rimane soltanto “un'elegante immagine di ironia leggera e libera”.

Daisy Miller è un romanzo molto breve, scorrevole e molto ironico. Il punto di vista è focalizzato sul giovane Winterbourne, alter ego di James. Il protagonista non riesce mai a farsi un'idea precisa di Daisy: da un lato il moralismo della zia e dei salotti romani lo spingono a disprezzare la civetteria della ragazza, dall'altro l'attrazione fortissima che prova per lei non gli impedisce di correrle dietro.
Nel romanzo è presentato lo scontro tra Vecchio mondo e Nuovo mondo, tra americani ed europei. Daisy appartiene probabilmente a una famiglia di cosiddetti “poveri arricchiti”, è indipendente e non si lascia comandare da nessuno. Non agisce con cattiveria o malizia, è semplicemente l'incarnazione della frivolezza ingenua, cerca il centro dell'attenzione e non è consapevole fino in fondo di giocare coi sentimenti del suo compatriota. Giovanelli invece sta al gioco, si comporta anch'egli con leggerezza sfruttando la disponibilità di una turista americana in vacanza.
Non vede mai Winterbourne come un rivale e quando si reicontrano al funerale della ragazza ci tiene a definirla come “la più innocente”.
La Svizzera prima, e Roma dopo, fanno da sfondo alle vicende dei protagonisti che si muovono tra il Pincio e Villa Borghese, il Colosseo e i Fori imperiali: un omaggio di James all'Europa dove per molti anni è vissuto e che ha sempre amato.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Daisy Miller
  • Titolo originale: Daisy Miller
  • Autore: Henry James
  • Traduttore: Franco Garnero
  • Editore: Mondadori
  • Data di Pubblicazione: 2001
  • Collana: Oscar Mondadori
  • ISBN-13: 9788804436232
  • Pagine: 185
  • Formato - Prezzo: Brossura - 8,50 Euro

16 giugno 2013

Leggere Lolita a Teheran - Azar Nafisi

Nei due decenni successivi alla rivoluzione di Khomeini, mentre le strade e i campus di Teheran erano teatro di violenze barbare, Azar Nafisi ha dovuto cimentarsi nell'impresa di spiegare a ragazzi e ragazze, esposti in misura crescente alla catechesi islamica, una delle più temibili incarnazioni del Satana occidentale: la letteratura. È stata così costretta ad aggirare qualsiasi idea ricevuta e a inventarsi un intero sistema di accostamenti e immagini che suonassero efficaci per gli studenti e, al tempo stesso, innocui per i loro occhiuti sorveglianti. Il risultato è un libro che, oltre a essere un atto d'amore per la letteratura, è anche una beffa giocata a chiunque tenti di proibirla.

La Recensione di Morwen

Una premessa è doverosa: il libro si legge meglio se si conoscono le opere di cui si parla, che in ordine di apparizione sono: Lolita di Vladimir Vladimirovič Nabokov, Il Grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald, Daisy Miller di Henry James e Orgoglio e Pregiudizio di Jane Austen.
Il libro è un curioso intreccio tra saggio letterario, diario e romanzo, che racconta le esperienze di lettura e condivisione della lettura di un gruppo di giovani donne (e, marginalmente, giovani uomini) nella Repubblica Islamica Iraniana durante il regime dell'ayatollah Khomeini.
Ogni parte, dedicata ad uno degli autori sopra elencati, ripercorre l'esperienza di lettura del romanzo in uno dei corsi tenuti dalla professoressa Nafisi, prima nelle aule universitarie e, in seguito, nel salotto della propria casa.
Ne emergono letture interessanti dei libri proposte, strettamente condizionate dalla vita e dalle idee delle proprie lettrici e dalla cultura iraniana e, al contempo, un'immagine della letteratura come via di uscita da un mondo soffocante e alienante, una sorta di rifugio in una dimensione parallela che aiuti a tutelare il diritto all'immaginazione di ciascuna persona.
Sullo sfondo la vita quotidiana nell'Iran delle classi agiate, dal ritorno dell'autrice nel paese nel 1979 dopo la conclusione dei suoi studi universitari in America, fino alla sua successiva ripartenza nel 1997.
Molto ben caratterizzati i personaggi delle brillanti allieve della Nafisi, costruiti, come ammette la stessa autrice, dalla giustapposizione di esperienze e caratteristiche di ragazze differenti, per tutelare l'anonimato di quelle che non hanno mai lasciato l'Iran. Un po' faticoso, invece, orientarsi nell'intreccio di aneddoti e letture, ostico per chi non conosce già la storia dell'Iran e che può creare una certa confusione nel lettore.
Un libro a mio parere non bellissimo, ma che offre spunti di riflessione molto interessanti.

La Recensione di Valeria Pinna

“Vivere nella Repubblica dell'Iran è come fare sesso con un uomo che ti disgusta.”
In questo romanzo, per me bellissimo, Azar Nafisi racconta la sua esperienza di vita e di insegnamento in Iran, nel particolare e terribile periodo dell'instaurazione del regime dell'ayatollah Khomeini, fondamentalista islamico, e della guerra contro l'Iraq, negli anni '80.
Nata a Teheran, dopo aver compiuto gli studi di letterature straniere in Inghilterra e negli Usa, la scrittrice decide di tornare nel proprio paese natale, di non scappare, al contrario di molti altri intellettuali, ma di proseguire quella che sente la sua missione, la resistenza al regime tramite l'insegnamento.
Khomeini in breve tempo crea un regime di censura totale che limita le libertà e i diritti dei singoli incidendo in modo profondo sulle vite private di tutti i cittadini, in particolare delle donne. Costrette a portare il velo, a girare accompagnate sempre da qualche membro maschile della famiglia, non hanno neanche la libertà di sorridere in pubblico, di stringere la mano a qualcuno che sia di sesso opposto, di ricrearsi con un minimo divertimento.
Gli slogan più diffusi sono quelli che proclamano “morte all'America e all'occidente”, sono banditi tutti i modi di vivere all'occidentale, le università vengono totalmente islamizzate e le librerie sono costrette a chiudere perché quasi tutti i libri sono bollati come osceni e immorali.
Azar, come molti dei suoi colleghi, viene espulsa dall'università di Teheran, a causa del suo rifiuto a voler indossare il velo e dei suoi corsi orientati all'insegnamento della letteratura inglese e americana. Nel frattempo continua a leggere e si occupa dei figli e del marito, mentre che la città viene bombardata incessantemente durante il giorno e la notte.
Ma non ha dimenticato i suoi alunni né la sua missione.
Decide infatti di organizzare dei seminari segreti, che si tengono il giovedì mattina a casa sua, per i quali sono invitate sette delle sue migliori studentesse.
In questi incontri si leggono romanzi e si discute di letteratura e delle più importanti eroine dei romanzi. Le scelte e i pensieri di Lolita, di Daisy Miller, di Gatsby, di Elizabeth Bennet vengono riletti e interpretati in modo particolare, alla luce delle personali vicende delle ragazze e dell'insegnante e della situazione tragica dell'Iran. Ecco allora che cosa vuol dire leggere Lolita a Teheran, trasmettere le opere migliori della letteratura occidentale in un altro contesto.
Si sentono infatti come Lolita, rapita da Humbert Humbert e privata del fiore dei suoi anni, come Gatsby vedono infranti i loro sogni, ma sanno essere seduttive come Daisy o diffidenti e orgogliose come Elizabeth.
Sebbene all'esterno indossino lo chador, che cerca di rendere uguali tutte le donne, di privarle della loro personalità e della loro femminilità, nel salotto dell'insegnante ognuna mostra il proprio carattere e trova il coraggio di esprimersi liberamente, di rivelare le proprie paure e i propri sogni: Azin viene picchiata dal marito ma non può sperare nel divorzio perché i giudici islamici assegnano sempre i figli il marito; Sanaz è fidanzata da moltissimi anni e deve sposarsi in Turchia, ma sono anni che lei e il fidanzato non si vedono più; Nassrin ha passato cinque anni in prigione per alcuni suoi comportamenti ritenuti poco consoni dal regime, e così via.
L'ho trovato un romanzo davvero interessante, nel quale l'autrice ha rielaborato, con una prosa elegante e scorrevole, quadro storico, vicende personali e discussioni letterarie facendo una sorta di diario–racconto del decennio di guerra e dittatura vissuto nell'Iran.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Leggere Lolita a Teheran
  • Titolo originale: Reading Lolita in Tehran: A Memoir in Books
  • Autore: Azar Nafisi
  • Traduttore: Serrai R.
  • Editore: Adelphi
  • Data di Pubblicazione: 2007
  • Collana: Gli Adelphi
  • ISBN-13: 9788845921544
  • Pagine: 379
  • Formato - Prezzo: Brossura - 10,00 Euro
 

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