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31 marzo 2014

Speciale Grandi Scrittrici: Niketche. Una storia di poligamia - Paulina Chiziane

Paulina Chiziane è nata il 4 giugno 1955 a Manjacaze, nella provincia di Gaza, nel sud del Mozambico, dove ha vissuto fino ai sette anni per poi spostarsi nei suburbi di Maputo (capitale e maggiore città del Mozambico). Cresce in una famiglia modesta (il padre sarto ambulante e la madre si occupa dei campi) di non-assimilados che, per una scelta ben precisa di rifuto della cultura coloniale, non parlavano il portoghese. Palulina Chiziane cresce parlando chope (la sua lingua materna) e ronga (la lingua nativa di Maputo); impara il portoghese nella scuola di una missione cattolica e frequenta la Facoltà di Linguistica dell’Università Eduardo Mondlane, senza terminare gli studi. Il portoghese è la lingua in cui scrive i suoi romanzi, ma rimane comunque estraneo alla quotidianità di molti suoi personaggi che parlano un idioma in cui parole portoghesi ed espressioni locali si mischiano dando vita a un impasto linguistico in grado di rispecchiare la trasformazione del portoghese nelle letterature lusofone d’Africa.

Paulina Chiziane ha partecipato attivamente alla vita politica del Mozambico come membro del Frente de Libertação de Moçambique (Frelimo), dove ha militato in gioventù; è stata eletta alle prime elezioni multipartitiche nel 1994. Ha abbandonato, poi, la vita del partito per dedicarsi alla scrittura, al lavoro nella Croce Rossa e alla pubblicazione delle sue opere.
Nel 1990 ha pubblicato Balada de Amor ao Vento, diventando così la prima scrittrice mozambicana a pubblicare un romanzo. Grazie a opere come Ventos do Apocalipse e Il settimo giuramento, si è presto imposta come una delle voci più intense e originali del panorama letterario in lingua portoghese e come una delle più significative esponenti della nuova letteratura africana. Con Niketche. Una storia di poligamia ha vinto il prestigioso premio José Craveirinha, assegnato dall'Associazione degli scrittori mozambicani al miglior romanzo dell'anno Nei suoi libri, non parla sempre in maniera diretta della guerra, ma di un paese distrutto, della miseria del suo popolo, della superstizione, dei rituali religiosi e della morte. Le principali protagoniste sono donne che devono affrontare la miseria e la superstizione combattendo, in primo luogo, contro i condizionamenti culturali che hanno interiorizzato e di cui faticano a liberarsi.


Dopo più di venti anni di matrimonio, Rami scopre che suo marito Tony la tradisce con diverse amanti, con le quali ha costituito altre famiglie parallele. Sconvolta, la donna inizia una ricerca febbrile nel disperato tentativo di salvare il suo matrimonio, allontanando le amanti e legando a sé il marito. Comincia così un affascinante viaggio tra gli usi e i costumi sessuali del Mozambico, i misteri dei riti d'iniziazione, le danze erotiche (il ballo del Niketche) delle promesse spose dell'etnia Macua, gli incantesimi d'amore usati nella regione di Maputo e gli ancestrali e inviolabili tabù. Rami verrà a scoprire la condizione delle donne del suo Paese, accomunate tutte da un destino di sofferenza e discriminazione, che quotidianamente rinnova la tragedia della leggendaria principessa Vuyazi, pietrificata sulla luna per aver osato opporsi al volere di suo marito, e deciderà di trasformare lo scontro con le amanti in una temibile alleanza femminile, che costringerà il marito a trasformare i piaceri dell'adulterio negli obblighi imposti dalle regole della poligamia.

Recensione

Niketche. Una storia di poligamia è un viaggio nel mondo interiore della protagonista, Rami, una donna di 40 anni con quattro figli che decide di non chiudere più gli occhi davanti ai tradimenti del marito, ma di affrontare la cruda realtà: Tony ha altre donne, da cui ha avuto dei figli. Rami l’ha sposato a 18 anni, dopo aver preso il diploma, che in Mozambico rappresenta un livello di scolarizzazione molto elevato per le donne (che, spesso, non frequentano neanche la scuola elementare) e da quel momento gli ha dedicato tutta la sua vita. Tony però saltella da un’amante all’altra per soddisfare i suoi capricci incurante dei numerosi figli che nascono da queste relazioni; mantiene le sue donne ma non si cura del loro benessere né di quello dei propri figli. Educata secondo la morale cattolica e cresciuta in un mondo dove le donne contano veramente poco (possono essere uccise per non aver dato ai mariti le parti di carne più pregiata), Rami si rifiuta di cedere all’ipocrisia diffusa nella buona società di Maputo di cui sia Rami sia Tony, capo della polizia locale, fanno parte: “La purezza è maschile, e il peccato è femminile. Solo le donne possono tradire, gli uomini sono liberi, Rami” ribatte con sicurezza Tony alle accuse di tradimento mosse dalla moglie.

Rami ha davanti due strade: far finta di nulla e consolarsi pensando che è l’unica “vera” moglie, quella garantita dalla legge oppure incontrare queste donne e cercare di capire cosa Tony ama in loro. La terza strada, cioè chiedere il divorzio, Rami non la prende neanche in considerazione perché diventerebbe una reietta, si troverebbe senza denaro e, soprattutto, renderebbe la vita più semplice a Tony: inizia quindi un percorso che la porterà a conoscere le altre mogli di Tony: Juli, Luisa, Saly, Mauà Sualè che sono espressione della diversità di cultura e di valori che rispecchia la varietà di etnie del Mozambico, dove Nord e Sud, città e campagna sono mondi culturalmente ed economicamente separati e spesso inconciliabili; ciò che le accomuna è la necessità di provvedere a se stesse e a i figli che hanno generato con Tony. Le quattro amanti sono pragmatiche e non si fanno illusioni: non sperano di prendere il posto di Rami; per loro Tony, che pure amano o hanno amato, è soprattutto un fonte di sostentamento. A causa della guerra e dello spopolamento delle campagne, gli uomini sono un bene che scarseggia: non c’è, quindi, nulla di male a dividerlo con altre se questo preserva una donna e i suoi figli dalla fame.

Rami deve quindi fare i conti con la dura realtà e trovare una soluzione che tuteli tutte loro dai capricci di Tony, il quale saltella da una casa a un’altra secondo il desiderio e il bisogno del momento senza tenere in minima considerazione i sentimenti delle cinque donne, sostenuto da una cultura tradizionalista che non considera uomo e donna persone con pari diritti e dignità. La soluzione di Rami è di rendere ufficiale la poligamia di Tony e quindi di vincolarlo, attraverso il coinvolgimento della famiglia allargata, ai doveri del marito poligamo che deve dedicare a ciascuna moglie lo stesso tempo e le stesse attenzioni. La decisione di Rami è sofferta perché contraria ai valori in cui è cresciuta e in cui crede, ma è l’unica che le consente di svelare l’ipocrisia corrente della pratica comune per gli uomini di avere una moglie legale e molte amanti senza alcuna tutela per se stesse e, soprattutto, per i figli. La poligamia, invece, concede diritti alle mogli che possono riunirsi e decidere della vita della famiglia, mettere il marito poligamo di fronte alle sue responsabilità e gli impedisce di avere nuove mogli senza il consenso delle altre. Rami diventa il vero capofamiglia e comincia ad occuparsi delle altre mogli, superando la naturale rivalità che le contrappone. La relazione di fiducia tra le cinque donne si rivela la loro grande forza: insieme riescono a conquistare l’autonomia desiderata e a scegliere la strada da seguire.

La narrazione procede in prima persona: è Rami che racconta e l’intera vicenda è filtrata dai suoi stati emotivi, oscillando tra l’esaltazione quando pensa di intravedere la soluzione per tenersi Tony e la più cupa disperazione di fronte ai nuovi ostacoli che rendono arduo il suo percorso di donna che ha il coraggio di non seguire le strade tracciate dalla tradizione ma neanche quelle indicate dalla cultura dei colonizzatori, che portano verso la solitudine e l’anomia.

La questione centrale messa in luce da Paulina Chiziane è proprio lo scarto tra valori e pratiche della tradizione e assetto ufficiale dello Stato. La proclamazione dell’indipendenza del Mozambico si è associata al rifiuto in toto della cultura tradizionale, creando una società che aderisce solo formalmente alle leggi dello Stato ma, di fatto, continua a essere regolata dagli istituti tradizionali. La situazione delle donne è paradossale poiché non hanno più la tutela degli istituti tradizionali come la poligamia (che tutelava le donne e obbligava il marito a tenere in considerazione le loro opinioni) o il matriarcato (secondo cui la donna è il centro della famiglia, dà il suo cognome ai figli e l’uomo tiene in massima considerazione le sue necessità) ma neanche quella delle legge ufficiale (che riconosce una solo moglie e obbliga i figli ad avere il cognome del padre.) dato che, nei fatti, nessuno (e le donne per prime) riconosce pari dignità tra le persone, indipendentemente dal sesso, dalla provenienza geografica o dal credo religioso. La soluzione di questo problema, sembra suggerire l’autrice attraverso la voce e gli occhi di Rami, non è a portata di mano perché passa attraverso la consapevolezza di sé e della propria storia per poi riuscire a guardarli con occhi nuovi.

Giudizio:

+2stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Niketche. Una storia di poligamia
  • Titolo originale: Niketche: Uma História de Poligamia
  • Autore: Paulina Chiziane
  • Traduttore: Giorgio De Marchis
  • Editore: La Nuova Frontiera
  • Data di Pubblicazione: 2006
  • Collana: Liberamente
  • ISBN-13: 9788883730597
  • Pagine: 296
  • Formato - Prezzo: brossura – 18,50 Euro

29 marzo 2014

Speciale Grandi Scrittrici: L'assassino cieco - Margaret Atwood

Margaret Atwood è una poetessa, scrittrice e critica letteraria canadese, nata ad Ottawa nel 1939.
Il suo amore per la letteratura si mostra già intorno ai 6 anni e già dieci anni dopo decide di voler diventare una scrittrice.
Il suo approccio con la scrittura avviene dapprima tramite la poesia, con una prima raccolta pubblicata privatamente all'epoca del college, per la quale riceverà la medaglia E.J. Pratt. Dopo essersi laureata con onore in Inglese all'Università di Toronto, prosegue gli studi specialistici conseguendo un Master ad Harvard che la porterà a rimanere nell'ambito universitario per diversi anni come insegnante, presso le università della British Columbia, la Sir George Williams University di Montreal (1967–68), l'University of Alberta (1969–70), e la York University di Toronto (1971–72).
Nello stesso periodo inizia anche la sua carriera di romanziera, con la pubblicazione nel 1969 de La donna da mangiare (The Edible Woman). Una volta avviata, la vena compositrice della Atwood sembra non avere sosta, portandola a pubblicare all'incirca un libro ogni tre anni, e facendole raccogliere numerosi premi lungo la strada. Fra di essi ricordiamo l'Arthur C. Clarke Award e il Governor General's Award del 1985 per Il racconto dell'ancella (The Handmaid's tale), con il quale arriva anche finalista al Booker Prize, cosa che avviene anche con L'altra Grace (Alias Grace) del '96, fino alla meritata vittoria nel 2000 con L'assassino cieco (The Blind Assassin).
Molto impegnata politicamente con posizioni tendenti a sinistra e da sempre paladina della difesa dell'ambiente, la Atwood è stata anche presidente della sezione canadese del PEN ed è attualmente vice-presidente del PEN internazionale. Sebbene le sue opere spesso si focalizzino su figure di donne oppresse dalle convenzioni sociali, la Atwood ha respinto la definizione di autrice femminista affermando che tale appellativo dovesse essere conferito solo a scrittrici che consciamente operano nella cornice del movimento femminista.

"Dieci giorni dopo la fine della guerra mia sorella Laura precipitò con l'auto giù da un ponte." Sono queste le prime parole, semplici ma inquietanti, con cui Iris Chase, la voce narrante del romanzo, decide, a ottantadue anni, di raccontare le tormentate vicende della sua famiglia nell'arco di quasi un secolo. Ma sin dall'inizio il racconto di Iris viene interrotto dagli stralci di un altro romanzo, una scabrosa storia d'amore scritta dalla sorella tragicamente morta e pubblicata postuma con enorme successo: "L'assassino cieco". Il protagonista del romanzo, un uomo in fuga, inventa per la sua amante una storia di fantascienza su un pianeta inverosimile, dando, così, vita a un terzo livello narrativo.

Recensione

L'assassino cieco è un libro in un libro nel libro, una storia nascosta fra le pieghe dei ricordi, un racconto fatto di bugie apparenti e verità ingannevoli che lentamente si dipanano davanti agli occhi del lettore, svelati dalla penna di una donna decisa a raccontare la verità e con essa a prendersi un'ultima insperata rivincita.
L'involucro più esterno di questa storia fatta "a cipolla" è il racconto dell'anziana Iris, ultima superstite di una gloriosa famiglia di industriali canadesi ora decaduta. Nella solitudine della vecchiaia si riaffacciano alla sua memoria i ricordi della vita passata, sobillati dalle lunghe e faticose passeggiate per la città natale, un tempo piccolo e fiorente polo industriale, ora ridotta a decadente cittadina di provincia un po' squallida.
Con faticosa determinazione Iris compone la sua storia nella storia, il resoconto preciso eppure tormentato e malinconico dell'infanzia e giovinezza sua e della sorella minore Laura nel Canada fra le due guerre mondiali.

Il racconto inizia in modo quasi brutale, senza preamboli:

"Dieci giorni dopo la fine della guerra mia sorella Laura precipitò con l'auto giù da un ponte".
Nella pagina successiva, l'estratto di uno dei principali quotidiani di Toronto annuncia la morte del marito di Iris, Richard, due anni dopo la morte di Laura, per cause naturali.
Due resoconti chiari ed essenziali che fanno presupporre al lettore di aver già inquadrato la situazione. Ma la verità è molto lontana da quanto appare e da ciò che il grande pubblico ha ritenuto vero per decenni. Alle fonti ufficiali l'autrice alterna gradualmente il racconto di Iris, che per spiegare gli eventi del presente deve ritornare al passato, all'infanzia agiata ma disturbata di due bambine orfane di madre e ignorate dal padre alcolizzato, alla fanciullezza selvaggia che ha lasciato su Iris il peso della guida della famiglia mentre Laura si estraniava in un suo mondo fatto di assoluti e incurante delle apparenze fino all'impatto con il mondo reale dell'età adulta, alla quale le due ragazze reagiscono in modo diverso ma in entrambi i casi drammatico.
In mezzo L'assassino cieco, il romanzo scandalo attribuito a Laura dopo la sua morte nel quale ella racconta la relazione clandestina fra una giovane dell'alta società e il suo amante senza nome, perseguitato politico. E in esso, il romanzo nel romanzo, il racconto di fantascienza che il protagonista de L'assassino cieco racconta alla sua amante durante i loro incontri.

Ancora una volta Margaret Atwood torna sul tema della figura femminile oppressa dalla società patriarcale che le richiede solo di essere una buona figlia e poi buona moglie e madre, infinitamente grata per gli oggetti materiali che gli uomini le mettono a disposizione.

Iris e Laura rappresentano due modelli di donna agli antipodi, la prima trascinata passivamente dalle pressioni sociali, la seconda ostinatamente indifferente ad esse, ma il racconto non offre speranza per nessuna delle due. Entrambe in modo diverso ricercano una forma di ribellione destinata a rivelarsi fallimentare: la debolezza di entrambe, sembra dirci la Atwood, è nell'avere dei sentimenti, nel non saper soffocare le passioni, un difetto tutto femminile al quale sembra sfuggire solo chi sceglie di rifugiarsi nella crudeltà.

Tutto il romanzo è scritto magnificamente, con uno stile che sa essere sommesso, malinconico e delicatamente poetico nelle memorie di Iris ma anche cinico e pratico come quello de L'assassino cieco, fino alla rozzezza e brutalità del racconto pulp inserito all'interno del romanzo.

Le più di 600 pagine scorrono fluide come un torrente in primavera e l'unica critica che si può rivolgere è alla banalizzazione dei "cattivi", figure bidimensionali piuttosto stereotipate e prive di alcuna possibilità di redenzione.
Ben diverso è il discorso per le due protagoniste, sebbene Laura si presti fin troppo all'immagine della vittima sacrificale mentre l'estrema passività di Iris renda difficile parteggiare con lei nonostante i torti subiti. I suoi continui appelli alle "circostanze" che giustificano la sua ottusa inazione suscitano incredulità e irritazione, d'altra parte non credo fosse intenzione dell'autrice farne un'eroina idealizzata quanto mostrare i mille risvolti di ogni nostra azione e quanto sia ingenuo pensare che i nostri comportamenti e le nostre scelte possano essere arbitrariamente suddivise in "giuste" e "sbagliate".

"Se sapeste ciò che sta per accadere, se foste a conoscenza di tutto ciò che si verificherà in seguito - se sapeste in anticipo quali saranno le conseguenze delle vostre azioni - sareste spacciati. Sareste rovinati come Dio. Sareste come una pietra. Non mangereste più, non berreste più, non vi alzereste più dal letto la mattina. Non amereste più nessuno, per sempre. Non osereste mai."

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: L'assassino cieco
  • Titolo originale: The Blind Assassin
  • Autore: Margaret Atwood
  • Traduttore: R. Belletti
  • Editore: TEA
  • Data di Pubblicazione: 13 aprile 2006
  • Collana: Grandi Storie TEA
  • ISBN-13: 9788850209484
  • Pagine: 552
  • Formato - Prezzo: Copertina rigida - 8,00 Euro

27 marzo 2014

Speciale Grandi Scrittrici: Rinascimento privato - Maria Bellonci

Maria Villavecchia, poi Bellonci, nacque a Roma il 30 novembre 1902, primogenita di una famiglia di origine aristocratica. Studiò presso un collegio di monache e successivamente in un ginnasio.
Nel 1922 tentò una prima prova letteraria, Clio o le amazzoni, che sottopose al critico bolognese Goffredo Bellonci, all'epoca redattore del Giornale d'Italia. Il romanzo non fu mai pubblicato, ma la frequentazione con Bellonci, che la introdusse nel mondo letterario romano, s'intensificò fino a condurre al loro matrimonio nel 1928.
Dopo cinque anni di lavoro, nel 1939 uscì con Arnoldo Mondadori la prima opera compiuta dell'autrice, che resta tra le altre la più nota: Lucrezia Borgia, risultato dell'impegno femminista di Maria Bellonci e del suo profondo interesse per le figure femminili nella storia. Il romanzo vinse il premio Viareggio ex aequo con Clara fra i lupi di Arnaldo Frateili.

Nell'immediato dopoguerra uscì il suo secondo romanzo, I segreti dei Gonzaga, sulla stessa lunghezza d'onda del primo. Le difficoltà economiche del decennio seguente spinsero la Bellonci ad affiancare all'attività letteraria quella di traduzione e di giornalismo. Lavorò con la RAI per alcuni cicli di trasmissioni, tra cui Milano Viscontea, i cui testi pubblicò nel 1954 con omonimo titolo, e parallelamente si occupò della stesura di un trittico di racconti che uscì nel 1972 con il titolo di Tu, vipera gentile. Nel frattempo, nel 1964, il marito Goffredo era morto di infarto, lasciando in Maria un profondo trauma.
L'autrice già da tempo lavorava a uno sceneggiato su Isabella d'Este, figura d'altronde già emersa ne I segreti dei Gonzaga: fallito il progetto dello sceneggiato per problemi economici, la monumentale documentazione storica vide la luce in quello che è considerato il suo romanzo-capolavoro, Rinascimento privato, biografia di Isabella d'Este. Il romanzo si aggiudicò il Premio Strega 1986, riconoscimento che la stessa Maria, insieme al marito Bellonci, aveva istituito a partire dagli incontri domenicali nel suo salotto con altri letterati (gli 'Amici della domenica') con la collaborazione economica di Guido Alberti, produttore del liquore Strega.
Maria Bellonci non poté ritirare il premio, poiché era morta poche settimane prima, il 13 maggio 1986.


In queste pagine si racconta la vicenda di Isabella d'Este, divenuta marchesa di Mantova dopo il matrimonio con Francesco Gonzaga; non di una semplice per quanto raffinata biografia si tratta, però, quanto di un vero e proprio romanzo: sia per la presenza di alcuni personaggi totalmente inventati - come Robert de la Pole, corrispondente del re d'Inghilterra e innamorato platonico di Isabella -, sia soprattutto per la qualità della scrittura, che sembra avvolgere in una sorta di abbagliante pulviscolo ogni figura e ogni fatto storico. Protagonista assoluta è lei, Isabella, che ormai alla soglia dei sessant'anni rievoca la propria vita da quando, sposa sedicenne, giunse a Mantova e in un periodo tra i più tumultuosi e fulgidi della nostra storia, a cavallo tra Quattro e Cinquecento, resse le fila del piccolo stato costruendo attorno a sé una corte di ineguagliato splendore.

Recensione

Nato a partire dalle ricerche effettuate per una sceneggiatura Rai mai trasmessa su Isabella d'Este, Rinascimento privato ricostruisce in una finta autobiografia la vita della marchesa di Mantova, probabilmente la seconda figura femminile più celebre e autorevole del Rinascimento italiano dopo Lucrezia Borgia.
In un lungo flashback dal narratore un po' incerto - talvolta vi si descrivono scene a cui la protagonista non era presente come se lo fosse stata -, Isabella d'Este ripercorre gli eventi salienti della propria vita tra il 1500 e il 1533, in una linea temporale altalenante che ora si concentra sugli avvenimenti di un mese, ora salta avanti di qualche anno. La continuità del romanzo è spezzata dalle lettere del fittizio ecclesiastico inglese Robert de la Pole, platonicamente innamorato di Isabella, e probabilmente creato dalla Bellonci sia per restituire almeno in parte una visione del personaggio dall'esterno che per descrivere avvenimenti e personaggi a lei lontani.
Gli oltre trent'anni trattati sono densi di personaggi e avvenimenti: personalità artistiche che transitano dalla corte dei Gonzaga - Raffaello, Castiglione, Mantegna, Ariosto, Pico della Mirandola -, ben cinque papi che si succedono tra intrighi e giochi di potere - Alessandro VI, Giulio II, Leone X, Adriano VI, Clemente VII -, oltre a regnanti, condottieri e strateghi che con i Gonzaga intrecciano effimere alleanze e altrettanto temporanee inimicizie - Cesare Borgia, Machiavelli, Francesco I e Carlo V.

L'importanza dei romanzi storico-biografici di Maria Bellonci, si legge da qualche parte, risiede nel loro valore divulgativo. Si fatica a crederlo, perché Rinascimento privato è tutto fuorché divulgativo: i preziosismi lessicali e sintattici rendono la lettura un'impresa piacevole eppure impegnativa, senonché il difetto principale dell'opera – se la leggiamo in questi termini – è che oscilla continuamente tra saggio e romanzo senza sbilanciarsi né in un senso né nell'altro.

Manca del tutto la cornice storica: ogni avvenimento è filtrato in prima persona dagli occhi di Isabella d'Este, come se il libro fosse uno splendido ritratto a cui è stato ritagliato via lo sfondo: il lettore poco esperto di storia rinascimentale italiana faticherà parecchio ad abbracciare una panoramica d'insieme. Isabella si riferisce a “Giulio”, al “fratello”, al “padre”, a “Ippolito”, ai “francesi”, alla “rivolta dei veneziani”, al “nipote Sforza”, e al lettore all'oscuro delle coordinate storiche entro cui si mosse Isabella d'Este è difficile seguire il filo del discorso senza un motore di ricerca aperto sottomano.
Né saggio, dunque – perché scivola nell'invenzione -, né romanzo – poiché è difficile lasciarsi intrattenere da una lettura continuamente spezzata da rimandi oscuri: alla puntualissima introspezione psicologica non si accompagna purtroppo una struttura equilibrata che consenta di far luce sull'esterno della protagonista, oltre che sull'interno. Alla Bellonci va comunque il merito di aver spogliato figure femminili come Isabella d'Este e Lucrezia Borgia da pettegolezzi e leggende, scegliendo di renderle personaggi umanissimi.

Rinascimento privato è insomma una biografia barocchissima, un virtuosismo linguistico che perfettamente ricalca l'italiano cinquecentesco rendendolo al contempo fruibile al lettore moderno. Esperimento interessante e notevole, ma lascia il tempo che trova: il lettore si perde tra le morbide e lussuose coltri dell'italiano forbito della Bellonci, letteralmente, e la tentazione di svanire tra i loro flutti chiudendo il libro e abbandonando la lettura per altre meno elevate ma dai contenuti più concreti è forte.

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Rinascimento privato
  • Autore: Maria Bellonci
  • Editore: Mondadori
  • Data di Pubblicazione: 2007
  • Collana: Oscar classici moderni
  • ISBN-13: 9788804566977
  • Pagine: 500
  • Formato - Prezzo: Brossura - 10,00 Euro

23 marzo 2014

Speciale Grandi Scrittrici: Una donna - Sibilla Aleramo

Sibilla Aleramo (pseudonimo di Rina Faccio) nasce ad Alessandria il 14 agosto del 1876. Dopo un'infanzia vissuta a Milano, si sposta a Civitanova Marche, dove il padre aveva assunto il ruolo di direttore della fabbrica del marchese Ciccolini. Anche la Aleramo vi trova lavoro come impiegata e lì conoscerà il suo futuro primo marito. Fu un matrimonio riparatore, in quanto causato da uno stupro. Quest'episodio, così come la malattia mentale della madre e la nascita del primo figlio, segnò pesantemente la vita della scrittrice. Dopo un tentativo di suicidio con il laudano, nel 1897 inizia a collaborare con varie riviste femminili per uscire dall'oppressione della propria esistenza. Trasferitasi a Roma nel 1902 dopo aver lasciato la famiglia per inseguire il bisogno di una vita libera e senza costrizioni, nel 1906 esordisce con il romanzo fortemente autobiografico Una donna. Con questo evento, su consiglio dell'intellettuale e compagno Giovanni Cena, prende lo pseudonimo di Sibilla Aleramo. Solo nel 1919 esce il suo secondo romanzo, Il passaggio. Nel 1921 è edita la prima raccolta di poesie Momenti.
Sempre impegnata a favore dei diritti delle donne, la Aleramo trascorre una vita turbolenta e controversa, fatta di militanze politiche, numerose relazioni (la più famosa con il poeta Dino Campana), maldicenze e altalenanti fortune. Tra le sue opere maggiori: Amo dunque sono (raccolta epistolare, 1927), Gioie d'occasione (volume di prose, 1930), Il Frustino (romanzo, 1932), Sì alla terra (poesie, 1935) e Orsa Minore (volume di prose, 1938). Dopo la Seconda Guerra Mondiale, si iscrive al PCI e continua la sua lotta politica e sociale. Muore a Roma il 13 gennaio 1960.


Questo romanzo di Sibilla Aleramo fu pubblicato per la prima volta nel 1906. La fortuna immediata del volume, sia in Italia che nei paesi in cui fu tradotto, fece scoprire al mondo un’autrice che avrebbe fornito negli anni altre grandi prove del proprio talento. Una delle principali ragioni del successo del libro fu il suo tema: si tratta infatti di uno dei primi libri femministi apparsi da noi. Al cuore di questo romanzo ampiamente autobiografico c’è la sua autrice. Come scrive Emilio Cecchi nella postfazione, “con l’Aleramo, non si trattava più di un’autrice, d’una artista soltanto: si trattava anche d’una rivendicatrice della parità femminile, d’una ribelle”. A più di un secolo dalla sua prima pubblicazione, questo vibrante ritratto di una donna che lotta per il diritto a vivere con pienezza e libertà la sua vita si conferma una lettura imprescindibile.

Recensione

Il titolo è un manifesto programmatico: per Una Donna la Aleramo racconta se stessa e la propria condizione come sineddoche della donna di inizio '900. Una donna come la Donna, soggiogata e umiliata in una società maschilista e bigotta.
Leggere una "Weltanshauung" così moderna e fresca in un romanzo d'esordio del 1906 fa riflettere sui passi fatti per colmare il divario con l'odierno e non solo: notare come molti dei soprusi denunciati dall'autrice ancora siano difficili da sradicare arriva a far indignare il lettore.

La trama, fortemente autobiografica, ripercorre gli infelici anni della gioventù della Aleramo: l'infanzia agiata in una ricca città del nord, il travagliato – e freudiano – rapporto con il padre, la malattia della madre, le diffidenze di un piccolo borgo radicato nel più bieco conservatorismo, la violenza sessuale e il conseguente matrimonio riparatore con un impiegato della fabbrica del padre, il tentativo di suicidio, la nascita del figlio, i primi passi nel mondo della letteratura e la finale separazione in un'epoca in cui la parola divorzio non esisteva nemmeno. Il tutto raccontato con una prosa poetica non velleitaria e fine a se stessa, ma ricca di contenuti morali. La Aleramo era avanti di almeno sessant' anni e lascia letteralmente a bocca aperta leggere di psicologia, ateismo e indipendenza della donna in un romanzo di un'epoca in cui la figura femminile era vista solamente come votata al sacrificio, come la stessa autrice fa notare sotto forma di domanda retorica parlando della condizione della madre:

"Povera, povera anima! Non le erano valse la bellezza, la bontà, l'intelligenza. La vita le aveva chiesto della forza: non l'aveva. Amare, sacrificarsi e soccombere! Questo è il destino suo e di tutte le donne?"

Ci si appassiona incredibilmente alle strazianti vicende di uno spirito libero rimasto invischiato nella vita quotidiana di un momento storico a cui non apparteneva. Quest'ultimo, poi, è forse stato il più grande problema dell'autrice: difficile essere capita quando ci si sente più avanti dagli altri così come lo è essere nati in un periodo troppo arretrato. Nella sua vita incontrò mille difficoltà, anche peggiori rispetto a quelle narrate in "Una donna". Dopo avere visto la fortuna letteraria, nel secondo dopoguerra finirà nel dimenticatoio - nonostante le numerose ristampe delle sue opere -, osteggiata per una vita vissuta fuori dagli schemi, tanto da farle scrivere nel proprio diario nel 1951:

"3 novembre: Quarantacinquesimo anniversario dell'uscita del mio primo libro "Una donna". Commemorato in silenzio e solitudine."

In definitiva, "Una donna" è un romanzo che andrebbe non solo consigliato, ma riscoperto anche nelle scuole per capire cosa vuol dire essere donna in una società che era e continua ad essere maschilista tanto da equiparare legislativamente il genere femminile ad una categoria a parte anziché porlo sullo stesso piano di quello maschile. Passi avanti sono stati fatti, ma per evitare di regredire bisognerebbe informarsi sulle condizioni del passato e "Una donna" è una lettura fondamentale in questo caso. La Aleramo aveva tanto da dire all'epoca e anche adesso, a distanza di più di cento anni, riesce ad insegnarci molte cose sia sui diritti universali che in particolare su quelli della donna. Un'autrice moderna, una donna dall'impellente bisogno di esprimere se stessa che con grande tenacia è arrivata a ritagliarsi un'importante posto nel panorama letterario del novecento italiano, nonostante sia stata spesso fortemente boicottata.

Giudizio:

+5stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Una donna
  • Autore: Sibilla Aleramo
  • Editore: Feltrinelli
  • Data di Pubblicazione: 2003
  • Collana: Universale Economica
  • ISBN-13: 9788807810367
  • Pagine: 220
  • Formato - Prezzo: Brossura - 7,50 Euro

20 marzo 2014

Speciale Grandi scrittrici: L'età dell'innocenza - Edith Wharton

Edith Wharton (1862-1937) è stata la prima donna ad aggiudicarsi un premio Pulizer per la letteratura, assegnato nel 1921 al suo romanzo L’età dell’innocenza. Nata nell'influente famiglia newyorchese dei Newbold Jones, fu educata in casa da una serie di istitutrici e tutori mentre la famiglia si spostava tra Parigi, New York e Newport. A 16 anni pubblicò il suo primo libro, una raccolta di poesie, ma il suo interesse per la scrittura era visto di cattivo occhio dalla famiglia, che lo considerava inappropriato e imbarazzante.

Nel 1885 Edith sposa un banchiere di Boston, Edward Robbins Wharton, ma il matrimonio è infelice anche a causa dei disturbi mentali del marito, che provocheranno dapprima il trasferimento a Parigi di Edith nel 1906 e successivamente il divorzio, ottenuto nel 1913.

Molto amica dello scrittore Henry James, che le farà anche da mentore nella sua carriera letteraria, si dedica alla scrittura di racconti brevi e romanzi e mette su carta anche altre sue passioni: i viaggi, il giardinaggio e la decorazione d’interni.
Durante la prima guerra mondiale è a Parigi, dove si occupa con passione dell’assistenza dei rifugiati, opera che le procurerà la nomina a Cavaliere della Legione d’Onore. In seguito si dedica quasi interamente alla scrittura, portando a compimento 38 libri.

Edith Wharton è stata anche la prima donna a essere eletta all’American Academy of Arts and Letters e ad aver ricevuto un dottorato onorario in letteratura conferito dalla prestigiosa università di Yale, oltre a tre nomination al Nobel per la Letteratura, prima di morire in Francia, per un infarto, nel 1937.


Durante l’età dorata di New York, le persone della buona società “temevano lo scandalo più della malattia”. È questo il mondo di Newland Archer, giovane avvocato di ottima famiglia, mentre si prepara a sposare la bella, ma convenzionale, May Welland.
Quando la misteriosa e affascinante cugina della fidanzata, la Contessa Ellen Olenska, torna a New York dopo un matrimonio disastroso, Archer si innamora di lei. Diviso tra dovere e passione, Archer tenta di prendere una decisione che potrebbe ridefinire coraggiosamente la sua vita oppure distruggerla.


Recensione

La prima donna stava cantando: «M’ama... non m’ama... m’ama!» [...]. Naturalmente cantava «M’ama!» e non «He loves me», perché una legge inalterabile e indiscussa del mondo musicale esigeva che i libretti tedeschi di opere francesi, cantate da artisti svedesi, venissero tradotti in italiano per essere capiti più facilmente da un pubblico di lingua inglese. Questo, a Newland Archer, pareva un fatto naturale come tutte le altre convenzioni che regolavano la sua vita [...].

New York, anni Settanta dell’Ottocento.
L’élite cittadina è costituita da un numero molto ridotto di clan familiari, tutti imparentati tra loro, i cui ritmi sono scanditi da riti sociali e convenzioni immutabili. Una bizzarra società tribale, che Wharton conosce bene, in cui gli unici elementi discordanti sono innesti provenienti da altri contesti sociali (come la vecchia signora a capo del clan Mingott, innalzata dal matrimonio, ma di origini assai più umili).
In questo mondo nessuno è libero: le donne sono educate fin dall'infanzia ad una purezza e conformismo che ne farà delle ottime mogli e madri di famiglia, ma anche gli uomini non hanno in realtà nemmeno la libertà di scegliere liberamente a quale carriera dedicarsi, esistendone solo poche considerate “rispettabili”.

Il giovane avvocato Newland Archer è in procinto di annunciare il proprio fidanzamento con May Welland, unione benedetta dalle famiglie e gradita alla società, quando torna in città la cugina di lei, la Contessa Ellen Olenska, quasi sempre vissuta in Europa, teatro del suo infelice matrimonio con un nobile polacco, violento e incline al tradimento.

La frequentazione con la nuova “cugina”, refrattaria ad adeguarsi alle insensate consuetudini locali e a lasciare che il clan decida della propria vita, porterà Archer dapprima a interrogarsi sull'ipocrisia a cui il codice morale condiviso costringe tutti i propri membri a trovare scappatoie per perseguire i propri desideri e successivamente a scegliere tra questa donna e una vita socialmente rispettabile.
In questa ipocrisia di fondo, il rapporto tra individuo e società è uno dei temi principali del romanzo. Nessuno è completamente innocente: anche Newland Archer, che crede di essere un progressista, arrivando anche ad affermare che

«Le donne hanno diritto di esser libere... quanto noi»
ma che è in realtà schiavo di quelle stesse costrizioni sociali da cui vorrebbe fuggire. Anche May, cresciuta per mantenere la sua innocenza rimanendo ignorante (o almeno fingendosi tale) delle cose spiacevoli della vita, non esita a servirsi delle armi che la società le offre per perseguire i propri scopi.

Wharton rende questo conflitto sotterraneo, che non esplode mai in gesti o azioni plateali, adottando due punti di vista: quello di Newland Archer, idealista e disattento, concentrato su se stesso e le proprie idee e quello di un narratore onnisciente e drammaticamente ironico che, attraverso la descrizione attenta e pedante di ogni particolare, offre al lettore una visione completa di un contesto sociale in cui un singolo sguardo o un gesto insignificante possono in realtà rivelare molto di più sui personaggi della vicenda, che appaiono così splendidamente caratterizzati.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: L’età dell’innocenza
  • Titolo originale: The Age of Innocence
  • Autore: Edith Wharton
  • Traduttore: Amalia D'Agostino Schanzer
  • Editore: Corbaccio
  • Data di Pubblicazione: 2010
  • Collana: Scrittori di tutto il mondo
  • ISBN-13: 9788863800951
  • Pagine: 348 pagine
  • Formato - Prezzo: Ebook - 5,99 Euro

16 marzo 2014

Speciale Grandi scrittrici: Il sesso inutile - Oriana Fallaci

Oriana Fallaci (1929 - 2006) è una delle più complesse e controverse personalità del mondo intellettuale italiano. Scrittrice, giornalista e attivista, nella sua vita attraversò posizioni, campi di analisi e paesi più e più volte, sempre in bilico tra femminismo e anti-femminismo.
Giovanissima, ebbe un ruolo non indifferente nella Resistenza italiana durante la seconda guerra mondiale, facendo parte di una famiglia dichiaratamente antifascista. Il suo attivismo le fruttò a soli 14 anni un riconoscimento d'onore dall'Esercito Italiano. Terminato il conflitto, iniziò la sua carriera giornalistica, passando da un giornale all'altro. A metà degli anni Cinquanta fu inviata dall'Europeo a New York per occuparsi di spettacolo: da questa esperienza trasse il materiale per il suo primo libro, I sette peccati di Hollywood (1958).
Negli anni Sessanta si compie una prima svolta: approfondisce le tematiche femminili, lavorando a un reportage in giro per il mondo sulla condizione delle donne (da cui il saggio Il sesso inutile, 1961) e una prima opera narrativa (Penelope alla guerra, 1962), che profeticamente rivela una direzione alla sua vita nel decennio appena aperto, una vita al fronte. Dal Vietnam alle rivolte studentesche statunitensi, dalla morte di Martin Luther King alle manifestazioni finite in strage per le Olimpiadi in Messico del 1968, durante le quali fu ferita e anche creduta morta. Negli anni Settanta l'evento più significativo è l'incontro con Alekos Panagulis, simbolo dell'opposizione greca al regime dei Colonnelli. La relazione con Panagulis, terminata con la morte di questi, comportò una seconda svolta nella produzione letteraria della Fallaci, più intimistica e meno giornalistica: ne derivano il libro di successo Lettera a un bambino mai nato (1975) e Un uomo (1979), rispettivamente dedicati alla perdita del figlio in grembo e alla perdita del compagno. Dopo una frenetica attività giornalistica internazionale, torna a scrivere negli anni Novanta, pubblicando però un solo romanzo, Insciallah (1990), ultima esperienza al fronte. Si ritira a vita privata, a New York, dedicandosi per più di dieci anni alla lavorazione di un romanzo. Gli eventi dell'11 settembre 2001 comportano un rinnovato interesse per le vicende di attualità internazionali e nazionali, che ora sanziona con posizioni forti e controverse, segnate da un allontanamento progressivo dal pensiero femminista, comunista-socialista e radicale (contro l'islamismo, l'aborto, l'eutanasia e le unioni gay) e da una riconciliazione con il cristianesimo. Nel 2008 è uscito postumo Un cappello pieno di ciliegie, la grande saga familiare cui aveva lavorato per più di un decennio.


"Le donne non sono una fauna speciale e non capisco per quale ragione esse debbano costituire, specialmente sui giornali, un argomento a parte: come lo sport, la politica e il bollettino meteorologico." Così Oriana Fallaci nella premessa a "Il sesso mutile", il primo libro che pubblica con Rizzoli, nel 1961. L'anno precedente, inviata de "L'Europeo", è in Oriente insieme al fotografo Duilio Pallottelli per un'inchiesta sulla condizione delle donne. È partita alla ricerca di tracce di felicità e nel libro racconta la sua esperienza: a Karachi in Pakistan assiste al matrimonio di una sposa bambina e si ribella all'idea delle donne velate; a New Delhi incontra Rajkumari Amrit Kaur, figura di grande potere in India, e le sembra che assomigli a sua nonna; in Malesia conosce le matriarche che vivono nella giungla; a Singapore c'è la scrittrice Han Suyin, che sente subito amica; a Hong Kong le cinesi non hanno più i piedi fasciati ma le intoccabili abitano ancora sulle barche, senza mai scendere a terra; a Tokio è smarrita di fronte all'impenetrabilità delle giapponesi e a Kyoto affronta il mistero delle geishe; alle Hawaii cerca invano i segni di un'esistenza originaria intatta. Il viaggio si conclude a New York, dove il progresso ha reso più facile la vita delle donne a confrontarsi con "un mondo di uomini deboli, incatenati a una schiavitù che essi stessi alimentano e di cui non sanno liberarsi".

Recensione

Più che sesso debole, la donna è il sesso inutile. Questa l'intuizione di un'amica della Fallaci, che le ispirò questo libro, questo reportage sulla condizione della donna. Una battuta densa di frustrazione, come spiegata e raccontata nella prefazione, che contiene in sé però una inespressa ma evidente verità: l'ipocrisia di una civiltà occidentale apparentemente progressista, in cui la parità di genere è una illusione, una concessione per nascondere comunque l'inutilità di un sesso escluso a priori dai centri di comando. Per arrivare a questa verità Oriana Fallaci compie un giro intorno al mondo, che la riporta a casa, completamente diversa. Questo è forse il vero senso di un sottotitolo come Viaggio intorno alla donna, quasi non fosse il globo terrestre da scoprire, ma solo se stesse.

Il libro risulta godibile, fosse solo per una giusta sovrapposizione di registri e stili, dal reportage giornalistico al racconto di vita in prima persona, cui si mescolano servizi dal sapore più turistico e narrazioni antropologiche, con protagoniste le diverse donne dei diversi paesi visitati. La Fallaci si muove a Est: dal Medio Oriente a quello Estremo, passando dal paese dell'Islam puro, il Pakistan, all'India, quindi dalla Cina al Giappone, per finire con la frontiera estrema degli Stati Uniti, le isole dell'arcipelago Hawaii, e infine il suo cuore pulsante, New York. Tanti paesi per tante culture e tante declinazioni della donna e del suo rapporto con l'uomo e con il potere. Nella sua analisi la Fallaci sa essere chiara e diretta, rispondendo all'esigenza di illustrare forse per la prima volta il ruolo delle donne in alcune culture e civiltà. Se oggi possiamo vantare una maggiore conoscenza e consapevolezza è in parte merito della Fallaci; che questa conoscenza, però, non ci faccia apparire come banale un testo del genere, che invece ha ancora da raccontare, fosse solo il confronto con i giorni attuali. E così si scopre che se in Pakistan la situazione è immutata, l'India raccontata dalla Fallaci, che schiera le donne in tutte le gerarchie di potere (non c'è solo Indira Gandhi), non corrisponde affatto all'India di oggi, che stupra e poi brucia o lapida le sue bambine. Colpisce ancora oggi, invece, la scoperta del vero cuore delle Hawaii, una società di donne libere che resiste al fascino patinato degli Stati Uniti.

La condizione della donna è, inutile dirlo, un pretesto, o sarebbe meglio dire, un livello di lettura che ne porta con sé altri, a catena. In queste pagine c'è tutto il fascino del confronto culturale, che parte dal ruolo della donna ma si allarga fino a comprendere ogni cosa, l'amore (che in Cina è intraducibile), il cibo, l'arte del raccontare, il confronto tra le generazioni e così via. Fino a giungere a una battaglia semantica che distrugge termini come "normale" e "diverso". Oggi a forza di predicar l'uguaglianza siamo diventati diversi, dice la Fallaci nella sua prefazione, una considerazione che appare casuale, eppure risulta discussa e ponderata lungo tutto un viaggio, che forse non finisce mai.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Il sesso inutile
  • Autore: Oriana Fallaci
  • Editore: BUR
  • Data di Pubblicazione: 2009
  • Collana: Opere di Oriana Fallaci
  • ISBN-13: 9788817028356
  • Pagine: 205
  • Formato - Prezzo: Sovraccoperta - 10,00 Euro

12 marzo 2014

Speciale Grandi Scrittrici: La donna dello scandalo - Zoë Heller

Zoë Heller è nata a Londra nel 1965. L'affinità con la scrittura è un dono di famiglia visto che sia il padre della Heller, Luke, Che il fratello Bruno sono sceneggiatori di successo. Editorialista del “Daily Telegraph”, ha anche collaborato con “The Sunday Times”, “The New Yorker”, “Vanity Fair”, “London Review of Books”, “Esquire”, “The New Republic”, “The Times Literary Supplement”, vincendo nel 2002 il British Press Award come Giornalista dell’anno. Bompiani ha pubblicato Tutto quello che sai, il suo romanzo d’esordio, e La donna dello scandalo, sua seconda opera, finalista al Man Booker Prize, all’Orange Prize e al Discover Great New Writers Barnes & Noble Prize, da cui è stato tratto il film Diario di uno Scandalo diretto da Richard Eyre con protagoniste due pilastri della recitazione come Judy Dench e Cate Blanchett.

Cosa succede quando ci si innamora della persona sbagliata? E cosa si rischia quando questa persona è un adolescente e tu sei la sua insegnante quarantenne? Tutto, ma certe volte lo scandalo, la prigione, la distruzione della famiglia non bastano a fermare la passione travolgente di una donna che crede di aver sacrificato la propria giovinezza sull'altare di un matrimonio precipitoso. E così, abbandonandosi al lato più trasgressivo e devastante dell'amore, Sheba Hart è finita sulle prime pagine di tutti i giornali, ha perso il lavoro, il marito e i figli, restando sola con un'amica forse un po' troppo possessiva, la più anziana collega Barbara Covett. E sarà proprio Barbara a raccontare a un'Inghilterra indignata la storia della caduta di Sheba, rivelando, senza volerlo, un'altra e più inquietante ossessione erotica, quella segreta spirale di gelosie e desideri repressi che hanno innescato la bomba a orologeria dello scandalo. Torbido e drammatico, esilarante e provocatorio, il caso letterario che ha scioccato e fatto discutere l'Inghilterra.

Recensione

E’ un romanzo piacevole che tratta con disinvoltura, sul filo dell'ironia, un argomento scabroso come quello della sessualità fra adulti e minori senza indulgere in morbosità. Si precisa che i minori a cui ci si riferisce in questa recensione -e naturalmente anche nel libro- non sono i bambini, ma gli adolescenti intorno ai quindici-sedici anni.
Giustamente la legge punisce l'adulto che coinvolge un minore in una relazione sessuale, ma non è facile individuare sempre chi sia il vero predatore e chi la vittima. Può succedere che il minore sia il manipolatore e l’adulto una persona immatura che si è lasciata irretire pian piano in una storia, nella erronea convinzione di sapersi fermare in tempo. Anche se la legge non fa distinzione fra i due casi, l’opinione pubblica giudica più severamente il maschio adulto piuttosto che la donna adulta che intrecci una relazione con un minore. Questo in fondo è innaturale, perché, secondo gli esperti, la natura indirizzerebbe l'uomo a cercare donne giovani in quanto in grado di procreare, mentre la donna dovrebbe essere portata a ricercare maggiormente la sicurezza per la prole ed essere attratta quindi, a seconda del tipo di società, dal potere, la ricchezza e la forza. Se ciò è vero, bisognerebbe ritenere che l'opinione pubblica corrente sia condizionata a ritenere che la "preda" sia sempre femmina e il "predatore" maschio.
La critica maggiore che è stata fatta al romanzo è che, essendo la voce narrante quella di Barbara Covett, una amica molto legata alla scandalosa Sheba, le motivazioni da lei portate per giustificare il rapporto fra un minore sedicenne ed una adulta quarantenne possano non essere quelle vere.
Premesso che non è detto che l'adulto sia sempre capace di comprendere i motivi che l'abbiano indotto a intraprendere la relazione con un minore, aldilà dell'attrazione fisica, mi sembra che siano convincenti e condivisibili le considerazioni fatte da Barbara Covett per spiegare come e perché fosse nato il rapporto Sheba-Steven. Occorre peraltro analizzare i punti di vista dei tre maggiori protagonisti del romanzo.
Per quanto riguarda il giovane Steven, mi chiedo chi da studente non si sia mai preso una mezza cotta per un insegnante simpatico/a e piacente e non abbia, più o meno consciamente, ipotizzato una relazione con lui/lei. Sheba è descritta come una bella donna dal comportamento un po’ infantile e con quella distinzione innata che viene imputata alle classi sociali alte, peculiarità più sentita nei paesi anglosassoni che da noi. Si distingueva, pertanto, dagli altri insegnanti e dagli studenti della scuola, il cui ceto sociale risultava piuttosto basso. E’ quindi comprensibile che su di lei sorgessero fantasie da parte dei colleghi e dei ragazzi.
Spiegare le motivazioni che abbiano spinto Sheba verso Steven è invece molto più complesso. Bisogna premettere che Sheba, insegnante di ceramica, non aveva polso con gli studenti che si permettevano con lei comportamenti quantomeno discutibili. Quando le capitò di dover gestire un gruppo di turbolenti studenti in punizione fra cui c'era Steven, l’unico ragazzo tranquillo, impegnato nel disegno dove se la cavava piuttosto bene, Sheba si sentì ben disposta verso di lui, tanto più che l’arte era un interesse comune. Steven era un ragazzo di bella presenza -anche se non un Adone-, sempre pulito e che non nascondeva l’ammirazione verso l'insegnante. Sheba si era sposata a diciannove anni con un uomo, suo ex professore, molto più anziano, e la differenza di età fra loro non era molto diversa di quella fra lei e Steven. Lei pensava che il matrimonio le avesse sottratto la propria giovinezza e non si sentiva realizzata. Aiutando Steven a migliorare, le pareva di poter dare un senso alla propria vita, riuscendo a valorizzare un giovane che lei riteneva capace. Lui aveva intuito che per far breccia nel cuore di Sheba doveva suscitare la sua compassione. Per tanto le faceva credere di provenire da un ambiente sociale molto più misero di quanto in realtà non fosse, nascondendole che la madre era laureata ed il padre, ferroviere, fosse una persona colta. Insisteva invece nel dire che veniva picchiato dal padre quando si ubriacava.
Quando per la prima volta Steven cercò di baciarla, lei per diverso tempo fece di tutto per evitarlo e gli disse di non volerlo più vedere, ma poi si accorse di sentirsi apatica senza la sua presenza che le era di stimolo per continuare ad insegnare. Fu così che alla fine cedette e si lasciò coinvolgere totalmente e senza ritegno nella relazione.
Barbara Covett, che è colei che racconta gli avvenimenti, è invece un'insegnante zitella che ha bisogno di riversare il proprio affetto su qualcuno. Si viene a creare quindi un legame quasi morboso tra lei, vecchia insegnante tendente ad imporsi, e Sheba, la giovane insegnante avente bisogno di una persona a cui appoggiarsi.
Sarà proprio Barbara Covett, sentendosi esclusa dalla vita di Sheba, a rivelare ad altri, in un momento di rabbia, la relazione studente-insegnante. E’ a questo proposito che l’autrice lascia al lettore interpretare quanto possa essere affidabile il racconto di una persona possessiva come Barbara. Si possono fare diverse ipotesi: svelare la relazione era stato forse un atto di gelosia da parte della Covett, che ha ritenuto in tal modo di riaffermare il suo potere su Sheba, o si è trattato di una semplice gaffe che ha solo anticipato ciò che prima o poi sarebbe stato in ogni caso scoperto? Fino a che punto Sheba è stata plagiata da Barbara? Di una cosa possiamo essere peraltro certi: che gli uomini sono sempre più bravi ad ingannare se stessi che gli altri.

Giudizio:

+4stelle+ (e mezzo)

Dettagli del libro

  • Titolo: La donna dello scandalo
  • Titolo originale: Notes on a scandal
  • Autore: Zoe Heller
  • Traduttore: Andrea Silvestri
  • Editore: Bompiani
  • Data di Pubblicazione: 2005
  • Collana: Narratori Stranieri
  • ISBN-13: 9788845234262
  • Pagine: 255
  • Formato - Prezzo: Brossura, sovraccoperta - Euro 16,00

8 marzo 2014

Speciale Grandi scrittrici: L'isola di Arturo - Elsa Morante

Elsa Morante nasce a Roma il 18 agosto 1912 da una relazione extraconiugale di Irma Poggibonsi, maestra ebrea moglie di Augusto Morante, il quale riconoscerà la bambina. Inizialmente autodidatta per motivi di salute, dopo aver conseguito il diploma di ginnasio a diciott'anni, Elsa va a vivere da sola, ma non riuscirà a mantenersi agli studi universitari e dovrà lasciare la facoltà di lettere a cui si era iscritta.
La vocazione letteraria di Elsa si presenta già in età giovanile, tanto che di sé ebbe a dire in seguito: «La mia intenzione di fare la scrittrice è nata, si può dire, insieme a me». Oltre alle lezioni private, infatti, fonte d'introiti sono poesie e racconti pubblicati su giornali e riviste, che sfoceranno in una collaborazione con il "Corriere dei Piccoli" e con "I diritti della scuola". Su quest'ultimo pubblicherà a puntate a partire dal 1935 il suo primo racconto lungo, Qualcuno bussa alla porta.
Nel 1936 Elsa inizia a collaborare con il "Meridiano di Roma" pubblicando i racconti che confluiranno successivamente nelle raccolte Il gioco segreto e Lo scialle andaluso. Lo stesso anno conosce Alberto Moravia, che sposerà nel 1941 in un matrimonio lungo ma travagliato, e che la introdurrà nell'ambiente culturale romano.
L'anno successivo inizia la stesura di Vita di mia nonna, saga familiare ambientata nel Meridione che si allontana dal modello di romanzo neorealista affermatosi in Italia all'inizio degli anni '40, e che risente piuttosto delle atmosfere magiche e fiabesche tanto care all'autrice nei suoi racconti di questo primo periodo. Peculiare nell'opera prima di Elsa Morante è infatti il gusto per il fantastico, l'amore verso il mondo della fiaba, che si stempererà nel corso della sua produzione senza mai scomparire del tutto. Il romanzo, ripreso e riscritto qualche anno dopo durante il soggiorno di Elsa e Alberto in Ciociaria e poi a Napoli - Moravia, oltre a essere ebreo, era stato accusato di attività antifasciste -, verrà reintitolato Menzogna e sortilegio. Pubblicato nel 1948 da Einaudi, grazie all'intermediazione di Natalia Ginzburg e all'approvazione di Cesare Pavese, si aggiudica il Premio Viareggio.
Nel 1952 Elsa inizia a lavorare a L'isola di Arturo, completato e pubblicato nel 1957, che si aggiudicherà il Premio Strega.

Tra la stesura dei due grandi romanzi, intanto, l'autrice aveva composto alcune poesie, pubblicate nella raccolta Alibi, uscita per Longanesi nel 1958. E' l'ingresso di Elsa nella maturità, una maturità a lungo rifiutata e temuta e origine di una crisi che nel 1983 la condurrà a un tentativo di suicidio. Il 1963 è l'anno della raccolta di racconti Lo scialle andaluso, cui seguono le poesie, i dialoghi e le canzoni de Il mondo salvato dai ragazzini. In esso si esalta una libertà dalle verità imposte e dalle società strutturate, un “anarchismo metastorico” che poi condurrà alla stesura di quello che è considerato il suo romanzo capolavoro (sebbene l'autrice gli abbia sempre preferito Menzgogna e sortilegio): La storia, iniziato nel 1971 e completato quattro anni dopo. Il romanzo rifiuta la storia ufficiale, facendosi voce degli umiliati e dei vinti, scegliendo come protagonista, nella terribile grandiosità della seconda guerra mondiale, un'umile famiglia romana di cui narra le vicissitudini tra il 1941 e il 1947. E' evidente il distacco dalle atmosfere mitiche dei primi racconti e la vicinanza alla seconda parte de L'isola di Arturo, in cui la guerra fa infine il suo ingresso nell'isolata Procida. A La storia segue l'ultimo romanzo, Aracoeli, storia di un omosessuale di origini andaluse, scritto tra il 1977 e il 1982.
La malattia seguita a una frattura al femore segna l'inizio del profondo declino dell'autrice, terminato il 25 novembre 1985, quando Elsa Morante, in seguito a un'operazione, muore d'infarto.


Il romanzo è un'esplorazione attenta della prima realtà verso le sorgenti non inquinate della vita. L'isola nativa rappresenta una felice reclusione originaria e, insieme, la tentazione delle terre ignote. L'isola, dunque, è il punto di una scelta e a tale scelta finale, attraverso le varie prove necessarie, si prepara qui, nella sua isola, l'eroe ragazzo-Arturo. E' una scelta rischiosa perché non si dà uscita dall'isola senza la traversata del mare materno; come dire il passaggio dalla preistoria infantile verso la storia e la coscienza.


Recensione

Un insolito bildungsroman ambientato in una Procida d'anteguerra, ecco cos'è L'isola di Arturo. Nella reclusione dell'isola napoletana si consumano infatti l'infanzia e l'adolescenza di Arturo, cresciuto in solitudine e in adorazione del padre sempre assente, affrontando le onde e gli scogli, i pendii impervi e le piane assolate di una terra edenica che è madre, rifugio e prigione, senza guida né compagnia diversa da quella della cagna Immacolatella.
Così cresce Arturo, il buon selvaggio incorrotto dalla società ed educato dalla sola natura di Procida, senza curarsi di vestiti né di istruzione, del tutto ignaro delle cose del mondo oltre il mare che non stanno sui libri di avventure e di grandi condottieri nella sua piccola biblioteca, in perenne attesa che il padre Wilhelm, non meno selvaggio di lui, decida di rientrare a Procida per poi ripartire subito dopo, preso da chissà quale frenesia. Wilhelm, l'unica autorità e divinità che riconosca, nume distratto mai incline a un gesto affettuoso e piuttosto dispensatore di scherno, più imperscrutabile della volontà divina e dagli umori più imprevedibili del tempo atmosferico.

Come in ogni bildungsroman che si rispetti, l'Eroe deve affrontare la Prova prima di raggiungere la maturità: e la prova è Nunziata, la nuova moglie di Wilhelm, di un anno appena più vecchia di Arturo. Colmo di gelosia nei confronti del padre e di dispetto verso questa nuova madre troppo giovane e giunta troppo tardi, Arturo le oppone un muro di ritrosia facendone una rivale a cui strappare ogni briciolo della (scarsa) attenzione che Wilhelm è disposto a dispensare a qualcuno all'infuori di sé. La gelosia si sposta da Nunziata (che egli si rifiuta di chiamare per nome salvo in un'unica occasione) a Carmine, il figlio che lei partorisce a Wilhelm, allorché Arturo scopre di nutrire nei confronti della matrigna un affetto diverso da quello filiale.

L'isola di Arturo segna il distacco dal mondo del fiabesco e del mito, facendo da spartiacque tra le atmosfere fantastiche della prima fase letteraria di Elsa Morante e la seconda, maggiormente improntata sul realismo. Nell'Eden fiabesco di Procida, in cui Arturo vive bloccato in un tempo ciclico scandito solo dalle rare apparizioni del padre, penetrano prima l'Amore e in seguito la Disillusione: l'amore per Nunziata amplia la visione periferica di Arturo, fino a quel momento concentrata su Wilhelm, mettendo fine alla mitizzazione della figura paterna e quindi all'infanzia stessa del protagonista. Con la metaforica «morte del padre» il protagonista è pronto a lasciare Procida - in cui con Antonio Stella, il carcerato che diviene il nuovo e unico interesse di Wilhelm, è infine penetrata anche la Storia - e a entrare in quel mondo leggendario fino a quel momento letto sui libri.

Vividissima la prosa della Morante, anche se ormai datata, colma di metafore che sempre coinvolgono il mondo naturale di questa Procida priva di altri abitanti all'infuori di quelli strettamente funzionali alla storia. Non a caso con questo romanzo selvaggio e insolito (proiezione del desiderio «antico e inguaribile» della Morante di essere un ragazzo) l'autrice si aggiudicò il Premio Strega 1957.

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: L'isola di Arturo
  • Autore: Elsa Morante
  • Editore: Einaudi
  • Data di Pubblicazione: 2005
  • Collana: Einaudi tascabili. Scrittori
  • ISBN-13: 978-8806175047
  • Pagine: XVIII-398
  • Formato - Prezzo: Brossura - 12.00 Euro

6 marzo 2014

Speciale Grandi scrittrici: Malamore - Concita De Gregorio

Concita De Gregorio è una scrittrice e giornalista italiana. Figlia di un magistrato, eredita il nome dalla madre, catalana, e a sua volta dalla nonna. Nasce a Pisa nel 1963, ma si sposta subito da una città all'altra a causa del lavoro del padre. A sedici anni si presenta al Tirreno, tempesta la redazione di articoli, ma viene respinta fino al 1985, quando, fresca di laurea in Scienze politiche, le viene assegnata la cronaca nera. Vince il concorso Mario Formenton per uno stage giornalistico ed approda così a La Repubblica; Giampaolo Pansa la prende sotto la sua ala. Si fa subito notare per la sua condotta giornalistica in campo di politica interna. Nel 2001 pubblica Non lavate questo sangue, reportage degli scontri durante il G8 di Genova. Segue nel 2006 Una madre lo sa, finalista al Premio Bancarella 2007. Nel 2008 pubblica Malamore: esercizi di resistenza al dolore, sulla violenza domestica. Nello stesso anno diventa direttrice de L'Unità, prima donna a ricoprire l'incarico nel giornale. Recentemente è tornata a La Repubblica e ha pubblicato due nuovi saggi (l'ultimo, Io vi maledico, è del 2013). Da settembre 2013 conduce su Rai3 il programma culturale Pane quotidiano.


"Le donne provano la temperatura del ferro da stiro toccandolo. Brucia ma non si bruciano. Respirano forte quando l'ostetrica dice "non urli, non è mica la prima". Imparano a cantare piangendo, a sciare con le ossa rotte. Portano i figli in braccio per giorni in certe traversate del deserto, dei mari sui barconi, della città a piedi su e giù per gli autobus. Le donne hanno più confidenza col dolore. È un compagno di vita, è un nemico tanto familiare da esser quasi amico. Ci si vive, è normale. Strillare disperde le energie, lamentarsi non serve. Trasformarlo, invece: ecco cosa serve. Trasformare il dolore in forza. È una lezione antica, una sapienza muta e segreta: ciascuna lo sa. Maria Malibran, leggendario mezzosoprano, che impara a nascondere le lacrime durante le terribili lezioni di canto inflitte dal padre. Denise Karbon che scia ingessata, Vanessa Ferrari che volteggia con una frattura al piede.La prostituta bambina che chiude gli occhi e pensa al prato della sua casa nei campi. La giovane donna che si lascia insultare e picchiare dal suo uomo perché pensa che quella sua violenza sia una debolezza: pensa di capirne le ragioni, di poterle governare, alla fine. Le migliaia, milioni di donne che vivono ogni giorno sul crinale di un baratro e che, anziché sottrarsi quando possono, ci passeggiano in equilibrio: un numero da circo straordinario, questo di cercare di addomesticare la violenza - la violenza degli uomini - qualche volta andando a cercarla, persino. Perché è un antidoto, perché è un prezzo, perché il tempo che viviamo chiede uno sforzo d'ingegno per conciliare la propria autonomia con l'altrui brutale insofferenza. Le storie che ho raccolto sono scie luminose, stelle cadenti che illuminano a volte molto da lontano una grande domanda: cosa ci induce a non respingere, anzi a convivere con la violenza? Perché sopporta chi sopporta, e come fa? Quanto è alta la posta in palio? Alcune soccombono, molte muoiono, moltissime dividono l'esistenza con una privata indicibile quotidiana penitenza. Alcune ce la fanno, qualche altra trova nell'accettazione del male le risorse per dire, per fare quel che altrimenti non avrebbe potuto. Sono, alla fine, gesti ordinari. Chiunque può capirlo misurandolo su di sé. Sono esercizi di resistenza al dolore."

Recensione

Mai giudicare un libro dalla copertina, e soprattutto dal titolo: quel che potrebbe sembrare il solito testo sulla violenza sulle donne è in realtà molto di più. Questi esercizi di resistenza al dolore sono molteplici testi che offrono una ricostruzione del genere femminile sotto la lente d'ingrandimento del "dolore", della capacità di sopportazione, che entra sempre in gioco nel legame tra la donna e l'uomo, qualunque esso sia.

Il libro sorprende per la sua varietà tematica e narrativa: si trovano mescolati racconti e fiabe popolari, cronaca nera e stralci di monologhi teatrali, interviste immaginarie e articoli scientifici. Molteplici e varie anche le donne protagoniste di questi testi: topoline di fiabe catalane, donne d'arte, scienziate e donne qualunque, donne anonime che subiscono una violenza invisibile ogni giorno. Anche la violenza è mutevole e sfuggente, punta dell'iceberg del potere e del controllo che da millenni regola il rapporto tra i due sessi: può essere la brutale violenza fisica che insozza le pagine di un quotidiano, o quella più fine, più subdola e psicologica che costituisce parte integrante di un amore trattenuto e poi negato, come quello di Picasso per una delle sue tante insoddisfatte amanti; la violenza è la lezione che impara una donna dalla vita complicata come la fotografa Lee Miller. A volte fa capolino la voce della stessa autrice, regalando ai suoi lettori frammenti e retroscena della propria vita privata, sempre in bilico nel rapporto di forza con quella pubblica; proprio lei, madre di quattro figli, che rincorre l'impegno a favore dei diritti delle donne, ma poi in una conferenza si sente rimproverare di essere "fuori posto", di essere assente là dove dovrebbe essere, a casa, ancora questo all'esordio del terzo millennio. C'è la violenza delle donne sulle altre donne, di chi ancora difende e perpetua un altrimenti obsoleto sistema di potere e di controllo; c'è, soprattutto, la violenza della donna contro se stessa, la masochistica perseveranza di chi sceglie la vita come esperienza di resistenza al dolore.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Malamore. Esercizi di resistenza al dolore.
  • Autore: Concita De Gregorio
  • Editore: Mondadori
  • Data di Pubblicazione: 2009
  • Collana: Piccola biblioteca Oscar
  • ISBN-13: 9788804591092
  • Pagine: 169
  • Formato - Prezzo: Brossura - 9,50 Euro

1 marzo 2014

Marzo: Speciale Grandi Scrittrici

Lo speciale di questo mese non è stato difficile da decidere: l'8 marzo è la Festa della Donna e per una volta abbiamo pensato di celebrarla in modo un po' meno banale delle solite pizzate tra sole ragazze, occasioni di solito squallidine che ridicolizzano un po' la ricorrenza, dedicando la nostra lettura a tema alle grandi scrittrici della letteratura.

Di strada ne hanno fatta le donne, soprattutto negli ultimi cinquant'anni: se diamo uno sguardo alle classifiche dei bestseller i nomi femminili nelle prime posizioni non mancano, pensiamo ad autrici come J.K.Rowling, Patricia Cromwell, Janet Evanovich o l'italiana Margaret Mazzantini. Il loro cammino non è però stato facile e ancora oggi riserva difficoltà e diffidenze se consideriamo che all'amata autrice della saga del maghetto fu chiesto di sostituire il suo nome completo, Joanne, con le semplici iniziali, temendo che i ragazzini altrimenti si sarebbero rifiutati di leggere un libro scritto da una donna. Considerando che conosco personalmente due persone per principio non leggono libri scritti da autori femminili, l'ipotesi degli editore di Harry Potter non era così remota.

Quando si sentono queste cose verrebbe da pensare che non sia cambiato molto rispetto a un paio di secoli fa, quando grandi autrici come George Eliot (all'anagrafe Mary Ann Evans) o Charlotte Brontë (che pubblicò inizialmente le sue opere come Currer Bell) furono costrette a ricorrere a pseudonimi maschili per aggirare le diffidenze di editori e pubblico.
In realtà la letteratura prodotta dalle donne ha fatto passi da gigante dal diciottesimo secolo ad oggi, sia in termini di temi che di stile, grazie a tante autrici dotate e coraggiose che hanno in qualche modo sfidato le convenzioni e i pregiudizi introducendo punti di vista originali e innovativi che hanno saputo lasciare il segno nella letteratura mondiale.

Il principale ostacolo per le donne, lo sappiamo tutti, è stato per molto tempo l'impossibilità di ricevere un'istruzione per cui, se escludiamo qualche luminoso esempio perso nella notte dei tempi come la celebre poetessa greca Saffo, il mondo della cultura è rimasto per secoli un mondo maschile e maschilista; le poche donne che riuscivano a introdurvisi lo facevano principalmente nelle vesti di mecenati, come la francese Madame de Staël, grande sostenitrice del movimento Romantico oltre che autrice ella stessa di diversi saggi.
E' quindi comprensibile che i primi (grandi) esempi di letteratura prodotta da donne mostrano il tentativo di queste ultime di adeguarsi alle strutture narrative dominanti. Nelle opere di autrici quali Elizabeth Gaskell, Elizabeth Browning e Margaret Oliphant, oltre alle già citate Eliot e Brontë, emerge la loro difficoltà di trovare una voce propria, che esprimesse la loro esperienza di donna, all'interno di un convenzionalismo Vittoriano di stampo prevalentemente maschile.

Fu con lo sviluppo del pensiero femminista che le donne iniziarono a rivendicare un proprio ruolo e un'identità propria, dapprima in modo quasi bellicoso tramite autrici come Sarah Grand o Mona Caird, nelle cui opere però il messaggio di rivendicazione prende il sopravvento sull'arte per cui i loro scritti, per quanto fondamentali nella cultura femminista, risultano incompleti da un punto di vista letterario. Ci vorranno autrici come Virginia Woolf per tradurre questa ricerca di un'identità in arte,sebbene un po' convoluta:la Woolf e le sue contemporanee volgono lo sguardo verso loro stesse, analizzano la propria intimità e, per la prima volta, il ruolo della loro sessualità, in modo del tutto distaccato dal mondo che le circonda. Esse però sono fondamentali per la narrativa femminile moderna, quella in cui donne come Doris Lessing, Iris Murdoch o Antonia S.Byatt infrangono anche gli ultimi taboo e si appropriano di emozioni e situazioni finora esclusivamente maschili facendole proprie e trovando in esse una carica creativa del tutto nuova, capace di portare l'esperienza femminile ad un pubblico universale.
Quelle qui citate sono solo alcune delle donne che dobbiamo ringraziare se oggi possiamo parlare di tradizione letteraria femminile che, per tutti i motivi visti in precedenza, è diversa, anche se non necessariamente contrapposta a quella maschile. Nei secoli, infatti, le donne hanno dimostrato di saper parlare di affetti familiari, oppressione, intimità, amore e gelosia quanto di lotta sociale, violenza, guerra e infedeltà, offrendo la loro prospettiva unica e imprescindibile senza la quale il mondo della letteratura sarebbe oggi ben più povero e incompleto.

 

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