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7 aprile 2017

L'opera d'arte del futuro - Richard Wagner

Torna disponibile al grande pubblico un'opera fondamentale per capire la modernità e gli sviluppi dell'arte e dell'estetica contemporanea. Si tratta di un libro seminale che ha influenzato intere generazioni di artisti e pensatori, come mostrano i tre saggi introduttivi di Paolo Bolpagni, Andrea Balzola e Anna Maria Monteverdi. Con questa opera breve, intensa, polemica, e alle volte confusa ma geniale, scritta nell'anno spartiacque del 1849, Wagner si proponeva di rivoluzionare l'intero concetto di arte della tradizione occidentale, riconducendolo all'ideale dei classici. Wagner era categorico: un'opera d'arte moderna non può che essere inclusiva di tutte le forme artistiche: la poesia, la danza, la pittura, la scultura, la musica, l'architettura e la parola. Non è forse questo il moderno concetto di mash-up? Non è forse questo quello che ricercano la produzione artistica contemporanea e la comunicazione più innovativa? Sarà per primo lo stesso Wagner che cercherà di realizzare nelle sue opere questo ideale multimediale. La lettura di questa operetta vi porterà all'origine del tutto. Buon viaggio a bordo della macchina del tempo!

Recensione

Quale sarà l'opera d'arte del futuro? Oggi verrebbe da dire: tutto, o quasi. La multimedialità ha invaso e riplasmato dall'interno la nostra vita, la nostra quotidianità, e, benché si possa lamentare una perdita di qualità che in genere si accompagna ai processi di massificazione e all'estensione di un qualsivoglia prodotto pensato originariamente come elitario, credo che si possa largamente convergere sull'idea che la tanto discussa e decantata multimedialità abbia spinto la collettività ad aprirsi a un pensiero plurale. In ogni caso, è qualcosa in cui ormai siamo immersi senza nemmeno rendercene conto, al punto che non sapremmo nemmeno tracciare una linea di demarcazione temporale: persino i celebri "15 minuti di celebrità", citazione attribuita a Andy Warhol, sembrano cosa vecchia. Sorprenderà allora, con autentico e meravigliato sgomento apprendere che già nella metà dell'Ottocento l'illustre compositore Richard Wagner vaneggiava di opere d'arte del futuro, presentando una precoce intuizione del concetto di multimedialità.

Questo è, in parole povere, il taglio dello stravagante (forse non così troppo) saggio di Wagner, restituito al pubblico italiano dai tipi di goWare. E' anche il taglio opportunamente scelto dalla selezione di tre saggi italiani che introducono l'opera wagneriana, e che davvero arricchiscono il libro. Considerazione che introduce la prima e fondamentale domanda: a chi consigliare un libro del genere? Sì, è un saggio di filosofia estetica, fortemente adatto agli addetti ai lavori, ma no, non è un libro che intenda sottrarsi anche al lettore occasionale. I tre saggi, con notevoli differenze stilistiche, ovviamente, ma anche contenutistiche, riescono grosso modo a offrire una infarinatura generale al problema estetico, o quanto meno suggeriscono un convincente punto di vista dal quale approcciare l'opera di Wagner. La multimedialità, appunto. Perché Wagner, che sogna un futuro con gli occhi di un romantico tedesco ottocentesco, riesce a spingersi fino a giorni nostri; la multimedialità, l'opera d'arte "totale", la convergenza dei sensi e degli stili artistici trovano facili appigli nella riflessione contemporanea. Personalmente, devo dire pregevole il secondo dei tre saggi, quello di Balzola, che offre una esauriente carrellata storica del concetto di "opera d'arte totale" (o multimediale, se vogliamo) dai Romantici alla contemporaneità, passando per tutte le avanguardie storiche e artistiche.

Quanto a Wagner, la visionarietà della sua riflessione estetica e la caleidoscopicità delle influenze storiche, filosofiche ed estetiche si accompagnano sorprendentemente a una struttura piana e lineare, con evidenti richiami alle Lezioni di Estetica di Hegel e, forse più inconsciamente, alla struttura della Poetica di Aristotele. La prima sezione, dal sapore introduttivo, è forse quella più interessante, perché riflette il pensiero estetico, ma soprattutto storico-filosofico di Wagner, e della sua riflessione artistica costituisce la base fondamentale. L'opera d'arte del futuro è, lo si può anticipare senza timore di spoiler, l'opera d'arte della collettività tutta, che rappresenti l'Uomo-Popolo: non bisogna aggiungere altro per capire quanto Wagner sia intriso di spirito romantico, da vero uomo dell'Ottocento. In questa sezione dunque si dilunga sufficientemente a discutere e ribadire le sue concezioni filosofiche: un calderone vivace in cui si mescolano soprattutto le diverse anime dell'anti-hegelismo: il materialismo di Feuerbach, da cui attinge con gusto citazionistico fino a rasentare il plagio, ma anche il rigurgito kantiano in Schopenhauer. Il materialismo storico di Marx è un presente assente: se ne avverte l'ombra imponente, ma in qualche raro caso Wagner si lascia sfuggire una adesione al Comunismo, che però è stravolto rispetto all'originale: per un artista che persegue un'opera d'arte collettiva e totale, il comunismo non è altro che il contrario dell'egoismo, dell'individualismo, del solipsismo autarchico delle opere d'arte individuali. Non ci si aspetti di trovare, invece, qualcosa di nietzschiano: al tempo della stesura del saggio (1849), Wagner e Nietzsche non si erano ancora incontrati.
E' la prima sezione, dunque, a fornire un po' la chiave di lettura dell'opera: la più difficile da leggere, specie per un lettore non addetto ai lavori, ma anche la più interessante, piena com'è di spunti di approfondimento, grazie anche alle note dell'Autore a margine.

Le altre due sezioni hanno un sapore più tradizionale: la seconda tratta rapidamente "le tre specie d'arte puramente umane": la danza, la musica e la poesia, con un crescendo verso quest'ultima, di cui il dramma costituisce l'evoluzione sublime. La terza sezione ripropone il trittico dal sapore hegeliano, trattando le tre arti di originale naturale: l'architettura, la scultura e la pittura.  Più semplici nella trattazione lineare dei contenuti, queste due sezioni, di contro, mi sono sembrate più noiose rispetto alla prima, o almeno, prive di particolari attrattive e spunti di approfondimento.
Conclude l'opera la virata finale sui "principi dell'opera d'arte del futuro" e sull'"artista del futuro", in un crescendo dal fortissimo sapore romantico che si ricollega magnificamente all'esordio del saggio: l'apoteosi dell'uomo "che si fa artista", ovvero dell'uomo che è "tutti gli artisti" insieme.


Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: L'opera d'arte del futuro. Alle origini della multimedialità.
  • Titolo originale: Das Kunstwerk der Zukunft
  • Autore: Richard Wagner
  • Traduttore: A. Cozzi
  • Editore: goWare
  • Data di Pubblicazione: 2017
  • Collana: Meme
  • ISBN-13: 9788867976799
  • Pagine: 216
  • Formato - Prezzo: Brossura - 11,99 Euro

7 marzo 2017

Platone in collina - Angì Perniola

È un romanzo di formazione, in cui il personaggio egemone, una fanciulla fantasiosa, dialoga con Platone. Gli eventi procedono in una situazione di crescente tensione emotiva fino al raggiungimento della scoperta dell’Eros; ciò accade, prima sotto le false spoglie della Maschera poi, caduto il Simulacro, sotto quelle concrete del Volto. Il percorso di crescita si sviluppa a partire da un’infatuazione immaginaria e/o fittizia, per arrivare all’esaltante consapevolezza della passione reale, entro una dimensione talvolta onirica. Come sottofondo c’è una natura che si fa sostanza proprio nella sua evanescente consistenza olfattiva e più in generale sensoriale. È appunto in un ambito di prorompente, conturbante e intensa sensualità che l’azione prende forma. I fatti si incentrano sulla vicenda esistenziale della protagonista che vive la sua evoluzione, insieme intellettuale ed emotiva, in un inscindibile rapporto di fattori concettuali ed accrescitivi strettamente intrecciati tra loro. Si tratta quindi di un’educazione sentimentale, condotta sullo sfondo di un contorno familiare imprescindibile per determinare le radici ed il sostrato di un iter evolutivo. Tragitto pregnante nel sottobosco magmatico di sentimenti confusi in una stagione della vita fondamentale come l’infanzia prima e l’adolescenza poi, luoghi di plasmazione e sviluppo dell’età adulta. Su tre percorsi narrativi strettamente intrecciati, si articola il cammino della figura centrale del racconto che, dall’abbaglio dell’Apparenza, giunge alla consapevolezza del Vero. Sono rappresentati simboli e archetipi di un discorso universale, unica via per accedere a valori certi e non fittizi del vivere, per sfuggire la banalità dell’esistenza. Dalla dimensione del quotidiano si accede all’universale. È infine possibile individuare almeno due filoni interpretativi con temi altamente emblematici in entrambi: una rappresentazione figurale e paradigmatica con possibilità di lettura metaforica nel primo, aspetti più visivi e plastici nel secondo. Si presta quindi a vari livelli di lettura.

Recensione

Una ragazzina estremamente curiosa che si affaccia alla molteplicità caotica della vita e all'incognita del futuro e uno dei più grandi filosofi dell'umanità: questi i due personaggi, singolarmente affiancati in questo insolito romanzo di formazione. Una simile premessa prepara il terreno a grosse aspettative, rincarate anche dalla quarta di copertina che indugia sulla stratificazione di senso del romanzo e su una certa molteplicità di livelli di lettura. Così, però, non sembra essere del tutto; lodevole l'iniziativa, ma forse avrebbe giovato qualche sforzo in più.

L'atmosfera di base mi ha ricordato molto quella di un romanzo che, a suo tempo, era sulla bocca di tutti: L'eleganza del riccio di Muriel Barbery. Lungi dal voler indugiare in paragoni e confronti letterari, non posso tacere una fortissima sensazione di déjà vu che mi ha colpito già alle prime pagine, soprattutto per quanto concerne la figura della protagonista, una ragazzina sveglia che si innalza su un piedistallo per catturare, commentare e talvolta criticare tutto ciò che la circonda, nel suo piccolo mondo che è essenzialmente ristretto all'ambiente familiare. Sarà, in questo caso, il dialogo immaginato con Platone a fornire la chiave per la scoperta di sé e dell'altro e a permettere dunque la piena maturazione. Una formazione che, in realtà, procede con tempi non omogenei: la narrazione indugia moltissimo sulla prima giovinezza della protagonista, per poi saltare sempre più velocemente agli stadi successivi, fino a presentarci una donna adulta e consapevole, in cui però si fa fatica a riscontrare la ragazzina di poche pagine prima.

Sul piano della formazione, dunque, luci e ombre: proprio quello che sarebbe il livello di lettura più romanzesco, si presenta abbastanza fiacco, e, a seconda dei casi (e forse anche del tipo di lettore), per nulla coinvolgente. Forse qualcuno rivedrà se stesso, mentre qualcun altro vedrà solo una ragazzina petulante. Ma se si considera il livello più metafisico della storia, sorprende l'abilità con cui l'autrice ha scandito lo sviluppo psicologico ed emotivo della protagonista in termini e tempi nettamente platonici: sicché, se si considera unicamente l'aspetto della "educazione platonica", il progetto appare perfettamente riuscito.

Luci e ombre si riscontrano anche nel profilo stilistico e linguistico. In questo caso vige la totale confusione. La lingua si fa schizofrenica: piana, paratattica, elementare e povera, poi improvvisamente aulica, con lunghe e tortuose riflessioni. Certo, incide molto anche la scelta di alternare parti dialogate e capitoli narrativi, ma a rendere il tutto più caotico e casuale è la scarsa caratterizzazione linguistica dei personaggi: la ragazzina e Platone, cioè, parlano allo stesso modo. La prima si esprime a volte come la ragazzina che, giustamente, è, mentre altre volte le vengono messe in bocca espressioni fin troppo adulte e consapevoli; Platone, dal canto suo, appare spesso rozzo, indugiando in un parlato spiccio, quasi gergale, salvo poi lanciarsi in riflessioni che sembrano copiaincollate dalle sue stesse opere. Se non altro - e va detto perché è un pregio affatto scontato - la documentazione dell'autrice fa sì che in pochi dialoghi e in una manciata di battute il grosso del pensiero del filosofo trova una adeguata e felice rappresentazione.

Un ibrido malriuscito, dunque. Certo non è facile armonizzare la provenienza antica (ma sempre attuale) del pensiero di Platone con le vicende personali di una ragazzina del ventunesimo secolo, ma il risultato finale è più stridente di quanto ci si possa aspettare.

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Platone in collina
  • Autore: Angì Perniola
  • Editore: Mimesis
  • Data di Pubblicazione: 2017
  • Collana: La vita di Sophia
  • ISBN-13: 9788857537559
  • Pagine: 116
  • Formato - Prezzo: Brossura - 10,00 Euro

27 dicembre 2016

Cosi-Sancta, Il sogno di Platone, Avventura indiana - Voltaire

I tre racconti scelti per questa collana (Cosi-sancta, Il sogno di Platone e Avventura indiana) non hanno un evidente filo logico. Nondimeno, sono accomunati proprio dall’ironia volteriana che in essi è ben manifesta. In Cosi-Sancta, racconto licenzioso che porta l’esotico sottotitolo di “novella africana”, lo scrittore parigino, anziché riprodurre le atmosfere orientaleggianti dell’antica Ippona, le cui vestigia si trovano in Algeria, ove il sommo Sant’Agostino professava il suo credo, connota con nomi che richiamano un finto esotismo (Ribaldos, Capito, la medesima Cosi-Sancta) un pressoché inalterato mondo occidentale trasposto su uno sfondo africano. Il sogno di Platone, diversamente, è un brevissimo racconto, nel quale Voltaire immagina che Platone abbia avuto un sogno alquanto singolare. Durante un alterco scaturito in seno ai geni creatori dei vari pianeti del sistema solare, uno di questi schernisce Demogorgone, il creatore della Terra, rinfacciandogli di aver plasmato un pianeta imperfetto. Nell’ultimo racconto tradotto, Avventura indiana, Voltaire affronta una tematica a lui molto cara e sentita: la tolleranza religiosa. Sarebbe improprio parlare di tolleranza, poiché nel racconto si fa esplicito accenno a una intolleranza spietata, che porta “ironicamente” a una non risoluzione, similarmente alle idee di Platone ne Il Sogno. Questa volta il protagonista della vicenda è Pitagora, il quale si trova in India per un percorso ascetico e meditativo

Recensione

I tre brevissimi racconti ritradotti da La Bottega dei Traduttori rientrano nel genere letterario a contenuto filosofico dell'apologo o, ancora meglio, della facezia: una piccola vicenda diventa esemplificazione di un percorso o di un'idea oggetto di dibattito nella filosofia, come accade nel più complesso e, tutto sommato, più riuscito Candido, che mette alla berlina le teorie leibniziane sul migliore dei mondi possibili e sull'ottimismo.

Così nelle tre novelle in questione Voltaire fa sfoggio della sua pungente ironia - anzi, più propriamente di un sarcasmo volto a ridicolizzare alcune posizioni filosofiche più che a provocare un progresso come invece avveniva con l'ironia socratica - per criticare la moralità giansenista, poi il platonismo avulso dalla realtà, infine il fanatismo religioso.
Nel primo caso il ridicolo corre sul filo dell'assurdo nell'anacronismo per cui una novella sul giansenismo viene ambientata nell'Africa romana di sant'Agostino, nel V secolo d.C.; nel secondo apologo, che riprende il luogo comune dell'evanescenza della speculazione metafisica, il vano sproloquio platonico viene confinato dalla concretezza di un discepolo al mondo onirico con una battuta tagliente ed icastica, con un atteggiamento simili a quello anti-socratico nelle Nuvole di Aristofane; il terzo racconto dipinge il fanatismo religioso come un mostro che non è possibile abbattere, perché, sconfitto in un punto, rinasce poco distante, appena lo si ritiene debellato, come capita a Pitagora, vittima, per ironia della sorte, della stessa superstizione umana che aveva combattuto in India.

Le tre storielle edificanti e argute rivelano l'acutezza del pensiero voltairiano, così come l'apparato introduttivo permette di contestualizzare le opere con precisione. Sulla scelta di tradurre cercando di ricostruire la struttura originale della lingua del filosofo illuminista in un italiano arcaizzante, invece, restano dei dubbi. Di certo il tentativo di ricreare la patina linguistica del XVIII secolo è interessante, tuttavia il rischio di ottenere un andamento pesante e a volte non perspicuo nel discorso è concreto, e inoltre rimane il fatto che una traduzione, per quanto mimetica e rispettosa delle volontà dell'autore, non è mai l'originale, ma sempre un suo tradimento e una sua interpretazione.

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Cosi-Sancta, Il sogno di Platone, Avventura indiana
  • Titolo originale: Cosi-Sancta, Songe de Platon, Aventure indienne
  • Autore: Voltaire
  • Traduttore: Sergio Piscopo
  • Editore: La Bottega dei Traduttori
  • Data di Pubblicazione: 2016
  • Collana: Classici da (ri)scoprire
  • ASIN: B01HCC21SM
  • Pagine: 17
  • Formato - Prezzo: eBook - Euro 0,99

3 gennaio 2016

Le api - Meelis Friedenthal

Avvolto nel suo lungo mantello, con un baule da viaggio e un curioso pappagallo, il giovane studente Laurentius Hylas approda in Estonia un freddo giorno di fine Seicento. In fuga da un oscuro passato e sospettato di eresia, è diretto a Tartu, la «città delle muse», piccolo centro ai margini dell’allora regno di Svezia, ma sede di una vivace università, dove circolano già le idee rivoluzionarie di Newton e Cartesio, si inaugurano i primi teatri anatomici e si segue la nuova moda dell’opera sulla scia di Molière. In quel fermento scientifico e filosofico che porterà al secolo dei lumi, Laurentius cerca ossessivamente una cura per il male che lo tormenta e che i suoi contemporanei chiamano malinconia.

Ma più si addentra nelle domande cui non sa dare risposta – Da dove viene l’anima? Che rapporto ha con il corpo? – più è attratto dal mondo di istinto, superstizione e magia dei contadini nelle campagne. Un mondo che ha già conosciuto da bambino, quando è stato coinvolto nella caccia alle streghe, e ora ritorna a perseguitarlo in sogni e visioni che cominciano a confondersi fatalmente con la realtà.

Attraverso il vivido affresco storico di un inedito angolo d’Europa e la vicenda di un intellettuale che sembra dare corpo alle contraddizioni del suo tempo, Friedenthal si cala nelle viscere del secolo di Shakespeare per raccontare il travaglio della modernità e l’avvento di una nuova epoca della ragione, quando la medicina si fa strada tra umori, paure e l’antica fede nell’alchimia, e il buio Nord sogna la radiosa antichità, i simposi in giardini mediterranei avvolti dal dolce ronzio delle api, l’armonia di un mondo che può forse guarire una nostalgia di luce, di oro, di miele.

Recensione

Con quello che accade nel romanzo di Friendenthal, il lettore fatica un po’ a capire cosa c’entrino le api, ma del resto in questo libretto oblungo e smilzo, impregnato di brume scandinave, non è che accada poi molto. Dunque il senso delle api può anche rimanere vago fin quasi alla conclusione, che del resto, in una storia dalla trama così esile, non conclude poi molto. Messa così potrebbe sembrare che non valga la pena di leggerlo, e invece la sostanza di questo breve racconto, trattato con la solita cura editoriale da Iperborea, è densa è vischiosa come il miele, che delle api è il prodotto e ritorna più volte nel libro, diventandone il sigillo metaforico.

La storia in sé è, come s’è detto, alquanto scialba: un giovane studente, in fuga, per motivi che riguardano la religione ma non verranno mai chiariti, dal prestigioso ateneo olandese di Leida, approda negli estremi lembi dell’Estonia agli inizi del XVII secolo, in quel momento possedimento svedese, dove sta nascendo una nuova università. Il viaggio e il difficile adattamento a un clima ostile e plumbeo sono accompagnati dalla morte del pappagallo di nome Clodia, che di Laurentius Silas era diventato una specie di talismano contro la melanconia, la bile nera o male oscuro, delle teorie mediche legate ai quattro elementi. Da quel momento in poi la salute di Laurentius vacilla, stati febbrili si alternano a momenti di sconforto e disperazione, legati oltre che al clima anche alla carestia che funesta la campagna intorno a Tartu, città universitaria quasi assediata da torme di contadini superstiziosi e ancora vicini allo stato selvatico. Mentre nell’Europa del Nord si prepara la lunga catastrofe della Guerra dei Trent’anni, tra il 1618 e 1648, con stragi e massacri, carestie, pestilenze e devastazioni varie, nelle desolate lande estoni ai margini della civiltà il progresso scientifico prende forma nei dibattiti accademici sulla natura fisica e filosofica dell’anima. A parte alcuni accenni a circostanze biografiche e a fatti del passato, perlopiù enigmatiche, di Laurentius non sapremo molto: il breve periodo di pochi giorni è solo un sogno, un breve segmento della sua esistenza, uno spaccato della vita ai limiti del nulla nordico, immerso nel buio della notte boreale e perennemente nascosto da una cortina di pioggia gelida, che riduce il reale a un impasto di fanghiglia e materia morente.

Le atmosfere che l’autore evoca richiamano i quadri fiamminghi del tardo Rinascimento, il protagonista per certi versi evoca alla memoria un personaggio di Marguerite Youcenar – certo la sfida e il paragone sono improbi – l’alchimista Zenone di Bruges dell’Opera al nero. Anche il tema alchemico trova una sua continuità nel romanzo di Friedenthal, che è una specie di diario di malattia: il malessere dell’animo dello studente inizia con la morte del pappagallo Clodia, simbolo di vitalità e calore, e continua con la malattia anche fisica che lo attanaglia nei primi giorni del cupo inverno estone, rendendo il cibo immangiabile e l’aria umida e mefitica, e ricoprendo il mondo con l’opprimente cortina del male oscuro. Unica via d’uscita è il messaggio criptico portato da un’apparizione femminile, una ragazza che procura a Laurentius del cibo ma poi sparisce nel nulla: è la pagnotta croccante e dorata come il miele che lei gli dona, l’unico cibo che lo studente, indebolito nello spirito e nel corpo, riesce a mangiare e che lo tiene in vita nella fase di trasformazione che sta attraversando a Tartu.

La storia del suo male oscuro diventa anche occasione per un affresco, a tratti forse troppo didascalico ma storicamente interessante, dell’ambiente accademico sul punto di svolta tra sapere antico e modernità: ai dibattiti sulla natura dell’anima legati alle teorie aristoteliche si affiancano le dissezioni anatomiche con tanto di resurrezione miracolosa, alle storie di superstizione contadina e caccia alle streghe si oppone l’imitazione dilettantistica delle ultime mode del teatro shakespeariano. Di fatto però la situazione di Laurentius non migliora e non sembra esserci scampo ai segni di disfacimento del suo animo che si riverberano sul corpo e sulla realtà esterna.

Le api, simbolo dell’anima, che abitano il corpo come un alveare, sembrano allontanarsi sempre più dal clima tetro e uggioso di Tartu e solo con un ultimo sforzo visionario il protagonista riesce ad aprire uno spiraglio nel buio angosciante della sua malinconia ed è l’immagine di un desiderio fisico e insieme di uno stato mentale: un paesaggio solare e mediterraneo, dove il calore del sole e della vita pulsante si riverbera nel colore fulvo del miele e nel ronzio vitale delle api.

Giudizio:

+4stelle+ (e mezzo)

Dettagli del libro

  • Titolo: Le api
  • Titolo originale: Mesilased
  • Autore: Meelis Friedenthal
  • Traduttore: Daniele Monticelli
  • Editore: Iperborea
  • Data di Pubblicazione: 2015
  • Collana: Narrativa
  • ISBN-13: 9788870914535
  • Pagine: 288
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 16,50

3 maggio 2014

Max Stirner. Vita e opere - John Henry Mackay

Max Stirner è pseudonimo di Johann Caspar Schmidt (Bayreuth 1806 – Berlino 1856), filosofo tedesco, le cui opere principali sono: "L’Unico e la sua proprietà"(1845), "Scritti minori e risposte ai critici dell’Unico"(1842-1847), "Storia della reazione"(2 voll., 1852).
John Henry Mackay (Greenock 1864 – Charlottenburg 1933) è invece uno scrittore e poeta tedesco di origine scozzese. Sue opere più importanti sono "Tempesta" (una raccolta di poesie del 1888), "Gli anarchici" (1891), "Max Stirner" (1898), "I cercatori di libertà" (1920).
Quando, nell’estate del 1887, il giovane poeta scozzese John Henry Mackay si imbatté nel nome di Max Stirner e nella sua opera "L’Unico e la sua proprietà", fu come folgorato da un incomparabile desiderio di approfondirne la conoscenza. E fu così che, con grande entusiasmo, dedicò molti anni della sua vita alla ricerca di tutte le fonti possibili, sia testimoniali che documentarie, per realizzare una biografia, per raccogliere i testi, per perpetuare la memoria, insomma per togliere dall’oblio quell’oscuro filosofo, morto in povertà e ormai dimenticato da tempo.
Quella di Mackay rimane a tutt’oggi l’unica biografia attendibile di Max Stirner. Ne curò tre successive edizioni, negli anni 1898, 1910, 1914. Quest’ultima viene qui utilizzata per la prima traduzione pubblicata in lingua italiana. Essa colma una lacuna, in quanto un’opera scritta con così grande passione merita di essere conosciuta, soprattutto perché apre un velo più “umano” rispetto alla imponente bibliografia stirneriana, incentrata quasi esclusivamente su studi e ricerche di preminente carattere filosofico.

Recensione

La figura di Max Stirner, uno dei precursori dell'anarchismo ottocentesco, è pressocché sconosciuta ai non addetti ai lavori, e in questo, nel renderla cioè in qualche modo familiare e disponibile al di fuori degli specialisti, consiste il merito di Bibliosofica, che ha pubblicato la traduzione italiana della sua biografia, scritta in tedesco alcuni decenni dopo la sua morte, da un fervente ammiratore della sua opera, tanto da rasentare quasi l'agiografia.

Stirner è uno degli intellettuali radicali attivi nella vita berlinese dei decenni centrali dell'800, quelli in cui lo Stato prussiano si esprimeva nelle vesti autoritarie che avrebbero portato all'unificazione della Germania e alla nascita del II Reich. Nelle turbolenze filosofiche legate all'hegelismo, da cui sorgerà anche uno spettro destinato ad aggirarsi nell'Europa della Reazione, quello del Marxismo, si sviluppano dibattiti sulla condizione dell'uomo e dei suoi rapporti con la società e lo Stato, ad esempio nel gruppo dei Liberi, da cui emerge un altro spettro, dinamitardo e combattivo, pronto a scontrarsi con le arcigne forze dell'Ordine costituito del vecchio continente, quello dell'Anarchismo, nelle varie forme che ha assunto storicamente.
Tra le menti più brillanti e insieme più dimenticate di quel magmatico calderone ribollente sotto i tigli c'è appunto Max Stirner, per il quale vale la pena notare come la dirompenza del suo pensiero sia stata inversamente proporzionale a quella del suo stile di vita.

Il suo biografo Mackay racconta infatti una vita quasi del tutto lineare, pur nella sua brevità - Stirner visse tra il 1806 e il 1856 - , senza scossoni nè eventi significativi che vadano al di là della perdita della prima moglie e di notevoli difficoltà economiche, soprattutto negli ultimi anni. Da tenere in considerazione il fatto che, a seguito di una scrupolosissima ricerca documentaria, l'autore si mostra assolutamente informato su tutti gli aspetti del soggetto, dalla famiglia di origine alle condizioni di salute e soprattutto all'ambiente in seno al quale erano fermentate le idee alla base del suo capolavoro, "L'unico e  le sue proprietà", pubblicato nel 1846, pietra miliare dell'egoismo etico e dell'individualismo, e questo nonostante la biografia, agli occhi di un lettore moderno, abbia un sapore molto più vicino al romanzo che non al saggio.
In realtà il problema centrale di Mackay risiede soprattutto nel carattere di Stirner: per quanto profonda e appassionata possa essere la ricerca, essa si infrange sull'indecifrabile e solitaria personalità del filosofo, orgoglioso e schivo, privo di quell'egocentrismo che ci si aspetterebbe da chi aveva teorizzato come fondamento della natura umana le tendenze egoistiche dell'individuo.
Per quanto utilissimo a ricostruire l'ambiente dei circoli rivoluzionari nella Berlino ante 1848, la biografia di Mackay, che già non molto dopo la morte di Stirner aveva faticato a reperire testimonianze affidabili sul suo maestro, lascia nella sfera dell'imperscrutabile l'essenza dell'uomo.
Certo ne mette in luce molti aspetti ma non ne risolve l'enigma umano.

Ciò detto di certo lo stile è molto diverso da quello che ci aspetterebbe oggi per una biografia e anche non privo di asperità, in particolare riguardo al fatto che molte delle polemiche affrontate e delle circostanze e personalità citate risultano sconosciute al lettore di oggi, tanto che forse un apparato di note esplicative, anche dal punto di vista storico, oltre che filosofico, sarebbe stato opportuno per permettere anche a un lettore meno specializzato una fruizione più completa e profonda dell'opera di Mackay e dunque, in ultima analisi, del contesto in cui Stirner elaborò il suo pensiero.

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Max Stirner. La sua vita e le sue opere
  • Titolo originale: Max Stiner. Sein Leben und Sine Werke
  • Autore: John Henry Mackay
  • Traduttore: Claudia Antonucci
  • Editore: Bibliosofica
  • Data di Pubblicazione: 2013
  • ISBN-13: 9788887660388
  • Pagine: 228
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 13,00

13 ottobre 2013

Intervista a Emanuele Santi, autore de "Il portiere e lo straniero"

L'autore

Classe 1970, lavoratore aeroportuale turnista, è a un solo esame dalla laurea in Giurisprudenza. Ha pubblicato due brevi romanzi: Memorie di un pony express (Ibiskos, 2007) e L’Attore (MJM, 2010). Dal 2008 cura la rubrica Calcio mancino sul settimanale “left” e fino al 2010 è stato collaboratore del quotidiano ecologista “Terra”, organo d’informazione della Federazione dei Verdi. Vive tra Roma e Barcellona dove, appena può, vola da suo figlio Valerio.



Il libro

"Se in campo con la maglia numero uno c'è Albert Camus, è il caso di dire che quello del portiere è il ruolo più letterario del calcio. E non banalmente perché vinse il premio Nobel per la letteratura, ma perché chi gioca tra i pali sviluppa la capacità di osservare da un punto di vista diverso: da dietro, dall'alto di un volo sotto la traversa, strisciando sui gomiti o raggomitolato con la terra in bocca. Il portiere, come lo scrittore, è l'estremo difensore, è solo, e la sua visione del mondo è quella di chi si oppone, lotta e si arrende per ultimo. Attraverso una scrittura mai scontata, Emanuele Santi intreccia la storia del calcio e quella dell'Algeria ancora colonia francese con gli anni dell'infanzia e dell'adolescenza di Camus, mostrando come proprio le memorie vive di portiere abbiano favorito, se non determinato, la scrittura di un romanzo dirompente e immortale come Lo straniero."



L'intervista



1. Nella prefazione parli di com’è nata l’idea di redigere questa biografia, incrocio ben riuscito tra sport e letteratura. Quanta influenza hanno avuto lo sport e la letteratura nella tua vita?

Confesso che di sport non ne ho praticato tantissimo. Quattro brevetti di nuoto fino a nove anni e, ovviamente, pallone, pallone e pallone. Di ufficiale, però, solamente un paio di stagioni nei pulcini del Don Orione, a Monte Mario, e poi tantissime battaglie e corse senza regole tra i cortili di scuola, i parchi pubblici, i giardinetti del quartiere e, naturalmente, i campetti mattonati delle parrocchie (mai frequentate per altri motivi). Fino alle scuole medie mi piaceva giocare anche in porta. La letteratura, invece, è qualcosa che entra nella vita di ciascuno senza che ce ne possiamo rendere conto immediatamente. Ciò che leggi ti scava dentro, ti penetra come l’acqua, ti riempie. Questo vale anche per la musica che ascolti, per i film che vedi e che ti restano impressi, così come per le opere teatrali, per i quadri e per tante altre cose. Con la letteratura uno ci cresce. Ci sono libri per bambini, libri per ragazzi, libri per tutte le età. I libri che uno legge se li ritrova dentro come memorie più o meno inconsapevoli, come bagaglio culturale, appunto, come patrimonio di idee.


2. Chi sono i tuoi autori preferiti? E gli sportivi preferiti?

Il numero uno, in tutti i sensi, è Albert Camus. Ormai è il mio idolo. Ho amato e amo anche altri scrittori e per tanti motivi diversi. Un po’ per la vita che hanno fatto, un po’ per l’impegno sociale o culturale o politico. Lo scrittore, secondo me, deve essere per definizione impegnato. Volendone citare alcuni direi Fedor Dostoevsky, impiegato statale nella Russia zarista, e Joseph Conrad, semplice marinaio o migrante ante litteram che scriveva in un inglese lontanissimo dalla sua lingua madre. Anche Franz Kafka, per scrivere, aveva ripiegato sulla seconda lingua parlata a Praga: il tedesco. Discorso a parte merita Charles Bukowski che, a un certo punto, ha lasciato il suo lavoro alle poste per fare soltanto lo scrittore, cioè il barbone. Per quanto riguarda gli sportivi, limitiamoci ai soli calciatori altrimenti parleremmo per ore e ore. Sono nato nel 1970 e, quando ho cominciato a vedere le partite di pallone, Beckenbauer, Cruyff e Pelè erano già in America, al circo. I campioni per me erano soltanto gli azzurri del mundial argentino e impazzivo per Kevin Keegan e per Rob Rensenbrink. Poi la Roma prese un ragazzo che si chiamava Carlo Ancelotti, l’anno dopo arrivò Falçao e iniziò l’età dell’oro. Tra Zico e Maradona, all’inizio, preferivo il brasiliano, almeno fino a quando Diego non venne a giocare a Napoli. All’Olimpico l’ho visto un sacco di volte ma soltanto mentre piangeva, dopo la finale mondiale persa contro la Germania, ho capito che è stato lui il più forte di tutti. Adesso non esistono più campioni capaci di vincere le partite da soli. L’ultimo, forse, è stato Zidane il berbero.


3. Quanto è stata utile la passione per lo sport per farti comprendere meglio il giovane Camus?

Tantissimo. È stata necessaria proprio per quella chiave di lettura originale di un capolavoro come Lo straniero. Chiave di lettura che caratterizza l’idea stessa alla base del mio libro. La passione di Camus per il calcio attraversa dapprima la sua infanzia e poi la sua adolescenza. Infanzia e adolescenza sono i periodi più belli della vita o quantomeno i periodi fondamentali in quanto condizionano il modo di essere di ciascuno. Questa passione giovanile di Camus ha sicuramente influenzato il suo modo di scrivere e di guardare le cose. Egli stesso ha riconosciuto l’importanza del calcio nella sua formazione umana e morale. Si potrebbe addirittura azzardare che sia sempre riuscito respingere gli attacchi della tubercolosi proprio perché non ha mai perso quella voglia di vivere che ha caratterizzato la sua gioventù sotto il sole di Algeri. 


4. Il capitolo dedicato a Zamora, leggendario portiere spagnolo a cavallo tra gli anni ’20 e ’30, ci riporta all’infanzia di Camus. Com’è nata l’idea di usare un personaggio pubblico molto lontano dal mondo di Camus?

Non è vero che Zamora fosse lontano dal mondo di Camus, anzi. Tra Zamora e Camus ci sono dodici anni di differenza e le due sponde opposte del Mediterraneo. Ad Algeri, Zamora era amatissimo dall’intera comunità spagnola e stimato anche dalla francese. Quando Camus entra al liceo Bugeod, Zamora è l’idolo della prensa (la stampa di lingua casigliana) e dei tifosi dell’Espanyol di Barcellona. Nel 1930, quando il ragazzo diciassettenne è colpito dall’attacco di tubercolosi che lo costringerà a smettere di giocare, Zamora ha appena firmato un contratto stellare con il Real Madrid. Per l’Albert Camus portiere, Ricardo Zamora è un vero e proprio riferimento, è un modello. È il più forte numero uno insieme al parigino Pierre Chayrigues beniamino di tutti i francesi di Algeri.
Il parallelo che viene fatto nel capitolo intitolato “L’età di Ricardo Zamora” riguarda il rapporto dei due personaggi (Zamora e Camus) ciascuno con la propria figura paterna. Il padre del titolare della Nazionale spagnola era un medico e pretendeva che il figlio proseguisse gli studi per fare la sua stessa professione. Il papà di Albert Camus invece era morto in guerra, nella battaglia della Marna, quando il figlio non aveva nemmeno un anno. Entrambi realizzano una propria identità senza alcuna identificazione col genitore. Zamora diviene il portiere più forte di sempre e Albert Camus (bloccato nell’attività agonistica dalla tubercolosi) diviene uno scrittore destinato al Nobel per la letteratura. Il tutto negli anni ‘30, gli stessi in cui si afferma il dogma psicoanalitico della realizzazione attraverso l’identificazione col padre.


5. Com’è cambiato il tuo rapporto con Camus dopo aver scritto Il portiere e lo straniero?

Enormemente. Ormai non posso più permettermi di smettere di studiarlo. Posso dire di essermi tradito con le mie stesse mani, me la sono andata a cercare. È un po’ come quell’espressione: “Hai voluto la bicicletta? Adesso pedala!” Battute a parte, credo che l’attualità del pensiero di Camus, soprattutto nell’anno in cui cade il centenario della nascita, ritorni con una certezza sconvolgente. Nella mia ricerca per scrivere Il portiere e lo straniero, ho avuto modo di approfondire tantissime cose e di scoprire il valore universale della sua Opera. Opera che è sempre fonte di spunti per idee nuove ed originali. Nella premessa del libro, infatti, avevo messo le mani avanti e confessato tutte le mie paure e tutte le mie preoccupazioni nel voler provare a raccontare un gigante come Albert Camus attraverso il suo amore per il calcio e per il ruolo di portiere. Ciò non mi esonera tuttavia dal continuare a leggerlo e a studiarlo. Anche perché ogni volta che lo leggo mi sembra sempre diverso.


6- Nel primo capitolo c’è scritto: “L’Algeria è un Paese ricco di passione, ricco di luce, di mare, di sale, di colori, di pietra, di deserti e di rivincite. L’Algeria è ricca di genti, di popoli, di costumi, di porti, di misteri e di città vecchie”. Quanto del Paese del giovane Camus hai ritrovato?

In realtà poco. Se non dal solo punto di vista paesaggistico e (citando il grande Bruno Pizzul) squisitamente architettonico. Ho dovuto rivivere i luoghi, respirare l’aria, gli odori, far lavorare la fantasia. Mi serviva essere lì, ad Algeri. Troppe cose non sono più come prima. E non si può dire che per alcune cose sia meglio così e per altre no. È fuori discussione che l’Algeria debba essere degli algerini e non più francese come intendeva qualcuno fino a mezzo secolo fa. Proprio su questo argomento Albert Camus la pensava come nessun altro, proprio perché secondo lui l’umanità non si può distinguere in base alla nazionalità. Egli per primo si definiva algerino e non francese.
Il quartiere di Belcourt, dove era cresciuto il piccolo Albert, era un quartiere popolare, una borgata di periferia in cui vivevano i salariati francesi, gli spagnoli, gli italiani, i maltesi e ovviamente gli arabi. Oggi, le strade ed i quartieri hanno nomi diversi e hanno perso molto dell’aspetto di una volta, come ogni città dopo circa un secolo. La comunità europea che viveva un tempo in Algeri si è drasticamente ridotta. Le stesse squadre di calcio di matrice coloniale: il maggior sodalizio francese o quello del quartiere spagnolo, così come tanti altri, non esistono più. Sono rimaste soltanto le squadre fondate dagli arabi, i primi veri e propri campanelli della rivolta. L’Algeria indipendente ha il suo campionato unico nazionale mentre l’Algeria francese era divisa nelle tre Leghe di Orano, di Algeri e di Costantina. Io ho potuto vedere il vecchio stadio del quartiere di Bab el Oued che, una volta, era la tana inespugnabile del Saint Eugene. Adesso ha l’erba sintetica e ci gioca l’USM che ha le stesse maglie del Milan.


7. Per tutto l’arco de “Il portiere e lo straniero” si nota una forte passione per la storia sia politica che calcistica. Qual è la tua opinione sul cambiamento dei valori che vengono attribuiti oggigiorno a questi due tipi di attività rispetto al passato?

Sarebbe un discorso lunghissimo. Calcio e storia vanno di pari passo. Così come calcio e politica. Ne parlo a settimane alterne sulla mia rubrica ‘Calcio mancino’ che compare su Left, la rivista che esce in edicola il sabato insieme a L’Unità. Il calcio senza legami con la storia (almeno quella contemporanea) e con la politica non starebbe in piedi. Ne sono stati esempi il calcio propagandistico delle dittature, il dilettantismo dei paesi dell’Est, il paradosso del calcio miliardario dei Paesi poveri. E ne è esempio la perenne proporzionalità inversa tra il benessere di una determinata società e la spettacolarità del suo campionato nazionale. Senza il calcio, poi, la politica stessa sarebbe molto più difficile, forse impossibile. Nell’82, per fare un facile esempio, il governo Spadolini aumentò il prezzo della benzina col popolo in piazza a festeggiare la tripletta di Paolo Rossi al Brasile a pochi giorni di distanza da un ridicolo pareggio contro gli indomabili leoni del Camerun scesi in campo miracolosamente addomesticati. Oppure si può ricordare come, ai mondiali del ‘94, gli azzurri giunsero in finale senza il pieno sostegno dell’intera nazione. Un po’ per colpa del gioco stucchevole di Sacchi, un po’ perché “Forza Italia” era diventata un’espressione tabù.
Se vogliamo parlare di cambiamenti, non lo dico io che il calcio di oggi è diventato bruttissimo. Che gli stadi siano sempre più vuoti è una sconfitta di tutti. Però la colpa non è soltanto della televisione. Che gli spogliatoi di uno stadio di serie A vengano presentati come i camerini delle ballerine è davvero ridicolo. Così come è vergognoso che i commentatori e gli opinionisti, soprattutto sulle reti statali, siano quasi tutti stati coinvolti negli scandali del totonero degli anni ’80. Il calcio, come sappiamo, è sempre lo specchio del Paese in cui esso viene giocato. Una buona fetta di colpa, allora, va attribuita anche alla politica. Una politica che, soprattutto a sinistra, non ha più idee. E allora preferisco non continuare.


8. A quale portiere odierno assomiglierebbe il giovane Camus? E quali scrittori odierni secondo te ne hanno subito maggiormente l’influenza?

Camus non aveva un fisico esplosivo, era piccolo, crebbe soltanto verso i quindici anni. Pensando a portieri recenti con i capelli biondo-scuro o castano-chiaro, me ne vengono in mente pochi. Il norvegese Thordsvedt o l’olandese Van Breukelen erano due giganti e, comunque, troppo nordici nei lineamenti.
Anche Jackie Munaron, dell’Anderlecht, aveva i capelli biondi seppure più voluminosi rispetto a Camus con il quale, tuttavia, aveva in comune una storia di emigrazione alle spalle grazie ai suoi antenati veneti andati a lavorare in Belgio. E lo stesso discorso potrebbe valere per lo svedese Thomas Ravelli. Più simile a Camus, allora, sia per l’aspetto che per la reattività, può essere stato il polacco Jerzy Dudek.
Scrittori influenzati da Camus? Potrei salvarmi in calcio d’angolo (immagine più che appropriata) dicendo: tantissimi. Ma sarebbe troppo facile e troppo comodo. Allora provo a cavarmela con un nome soltanto: Josè Saramago. Innanzitutto per lo stile. Assoluto, puro, asciutto, lineare, limpido. Uno stile che descrivendo le cose, allo stesso tempo, ne rappresenta altre. Le intermittenze della morte dello scrittore portoghese, per fare un esempio, inizia con la frase: “Il giorno seguente non morì nessuno”. Secondo me è un incipit tipicamente camusuiano.
Saramago, come Camus, è uno scrittore mediterraneo, è un intellettuale del mediterraneo, è uno scrittore impegnato. E, soprattutto, requisito difficilmente riscontrabile in tanti autori del ‘900, è uno scrittore ateo.


9. Quali saranno i tuoi prossimi progetti?

Da circa un anno, sto lavorando insieme ad una mia amica attrice ad una sceneggiatura (non sappiamo ancora se cinematografica o televisiva) sempre a sfondo storico calcistico ma, per ovvie ragioni, non posso dire di più. Intanto continuo regolarmente a scrivere su Left con cui posso vantare ormai un legame molto particolare. La mia rubrica, infatti, sopravvive dopo quasi sei anni di collaborazione e risulta sempre molto seguita ed apprezzata.
Per un eventuale prossimo libro, invece, mi trovo ancora nell’altissimo mare dell’elaborazione delle idee. E le idee, come sappiamo, sono sempre le cose più difficili.

30 giugno 2013

Il portiere e lo straniero - Emanuele Santi

Se in campo con la maglia numero uno c'è Albert Camus, è il caso di dire che quello del portiere è il ruolo più letterario del calcio. E non banalmente perché vinse il premio Nobel per la letteratura, ma perché chi gioca tra i pali sviluppa la capacità di osservare da un punto di vista diverso: da dietro, dall'alto di un volo sotto la traversa, strisciando sui gomiti o raggomitolato con la terra in bocca. Il portiere, come lo scrittore, è l'estremo difensore, è solo, e la sua visione del mondo è quella di chi si oppone, lotta e si arrende per ultimo. Attraverso una scrittura mai scontata, Emanuele Santi intreccia la storia del calcio e quella dell'Algeria ancora colonia francese con gli anni dell'infanzia e dell'adolescenza di Camus, mostrando come proprio le memorie vive di portiere abbiano favorito, se non determinato, la scrittura di un romanzo dirompente e immortale come "Lo straniero".

Recensione

Metto subito le mani avanti: di Albert Camus non ho letto mai nulla e conosco le sue opere solamente di nome. Allora perché scegliere di recensire un saggio sul premio Nobel per la letteratura del 1957 se si corre il rischio di una figuraccia? Perché il punto di vista dell’autore, Emanuele Santi, mi ha subito catturato: sceglie infatti di parlare delle opere di uno tra più grandi scrittori di lingua francese del ventesimo secolo attraverso le sue esperienze sportive giovanili, partendo dalla sua infanzia nei polverosi quartieri dell’Algeria fino ad arrivare alle influenze che il calcio (in particolare il ruolo del portiere) ha avuto nella stesura del suo capolavoro, “Lo straniero”. Lo scrittore francese, che grazie a una borsa di studio poté frequentare la scuola prima e l’università poi, aveva una passione sfrenata per questo sport, che riusciva ad alternare a quell'amata letteratura che fin da piccolo gli aveva aperto nuovi orizzonti. Nonostante fosse orfano di padre e vivesse con una nonna autoritaria che mal vedeva il calcio, il giovane Camus era un talento e arrivò anche a difendere la porta della squadra della propria scuola nel campionato giovanile algerino degli anni venti, che non era per niente adatto ai timidi e a chi tira indietro la gamba.
Emanuele Santi affascina con toni enfatici ed evocativi, tanto che sembra quasi di essere con Camus mentre vola da un palo all’altro prima di vedere la propria carriera sportiva stroncata dalla tubercolosi. Così, attraverso l’ardore indipendentista che infiammava gli animi degli algerini che, non potendosi riversare in altri contesti a causa delle repressive leggi coloniali francesi, si concentrava tutto nelle partite di calcio, il lettore vede quanto Camus fosse influenzato dalla propria patria e fosse sensibile ai soprusi che subiva dalla Francia. L’autore ha effettuato una ricerca molto approfondita riguardo quel periodo e, unendola alla propria capacità di raccontare storie di sport, ha creato un credibile e affascinante punto di vista su quanto vissuto - sportivo e non - l’autore de “Lo straniero” abbia messo nelle sue opere. Quindi, fin dal titolo, “Il portiere e lo straniero”, mostra al lettore il nodo principale dell’argomento. Dalla prima pagina all’ultima ci si trova davanti a un’opera che non mostra mai cali nell’intensità della narrazione, sempre precisa nel dimostrare la tesi alla propria base e avvolgente quasi fosse un romanzo.
In conclusione “Il portiere e lo straniero” merita assolutamente di essere letto, anche solamente per conoscere la figura del giovane Albert Camus. Emanuele Santi riesce a confezionare una storia di sport magnifica e invoglia il lettore che, come me, non ha mai avuto l’occasione di leggere una qualunque opera del premio Nobel, a cercare di colmare la lacuna.

Giudizio:

+5stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Il portiere e lo straniero
  • Autore: Emanuele Santi
  • Editore: L'asino d'oro
  • Data di Pubblicazione: 2013
  • Collana: Omero
  • ISBN-13: 9788864431888
  • Pagine: 138
  • Formato - Prezzo: Brossura - 12,00 Euro

13 marzo 2012

Se Auschwitz è nulla. Contro il negazionismo - Donatella Di Cesare

Chi sono i negazionisti? Perché negano che le camere a gas siano mai esistite? Qual è l’intento che hanno di mira? Questo libro offre una prima riflessione, politica e filosofica, su un fenomeno di dimensioni internazionali, diffuso anche nel nostro Paese, dove i seguaci del negazionismo sono andati crescendo all’ombra propizia degli ultimi decenni.




Recensione

Un’opera tanto breve quanto densa di contenuti è Se Auschwitz è nulla. Contro il negazionismo, uscito recentemente con Il melangolo di Genova.

L’autrice, Donatella Di Cesare, Professore ordinario Filosofia Teoretica all’Università di Roma La Sapienza, affronta un tema di drammatica attualità. Il negazionismo, la concezione che tende a negare -o almeno a ridimensionare- lo stermino degli Ebrei da parte dei nazisti, pur avendo alle sue spalle una storia lunga, ha guadagnato terreno negli ultimi anni, complici un certo clima “revisionista” all’insegna del politicamente corretto e l’inevitabile progressiva scomparsa dei sopravvissuti della Shoah, tragici protagonisti di quell’Evento.

Il saggio -denso di nomi, fatti- è un’articolata trattazione politica e filosofica su un fenomeno che assume dimensioni internazionali. Lo vediamo all’opera in primo luogo in Germania e Austria, il mondo tedesco dove il nazismo è nato, si è sviluppato e ha diretto le sue operazioni di sterminio, ma anche in altri Paesi europei, a cominciare dall’Est, imprigionato per circa un cinquantennio nella tenaglia comunista, nonché in Medio Oriente; è diffuso pure in Italia. Anzi, nel nostro Paese, stando ad una recente ricerca, i siti internet di stampo antisemita sono raddoppiati tra il 2007 e il 2010.

Che significa negazionismo? Come, in che modo, nega, chi nega? E perché? Il dibattito finora è stato limitato all’ambito storiografico, col rischio di non cogliere il fenomeno nella sua complessa gravità e di seguire il negazionista nelle sue argomentazioni farneticanti e maligne finendo per dare, in qualche modo, cittadinanza alle sue tesi. Chi sono i negazionisti e perché negano l’esistenza delle camere a gas? Quali obiettivi si prefiggono? L’Autrice ricostruisce con cura le tesi negazioniste, i cui antesignani sono gli stessi nazisti. Se è vero che essi, per un certo tempo, filmano le loro gesta, per tramandarle ai posteri a maggior gloria del Reich millenario, è altrettanto vero che, in occasione di momenti chiave, il linguaggio si fa cifrato, criptico, “il tedesco” dimentica “la melodia raffinata dei poeti e la rigorosa profondità dei filosofi per impoverirsi, uniformarsi[…].La parola ridotta a segno”. E a sigla. Pensiamo alla trucemente famosa Conferenza di Wannsee del gennaio 1942, il cui Protokoll, redatto sotto la regia di Reinhardt Heydrich, obbedisce a questi criteri. “La notte e la nebbia dovevano avvolgere la lingua”, spiega Di Cesare “per far sparire le tracce delle vittime prima ancora che i crimini fossero commessi”. Nacht und Nebel Aktion.

A partire dall’estate 1944, poi, le SS iniziano a distruggere ad Auschwitz le tracce dei loro delitti bruciando gli elenchi dei convogli dei deportati e nel 1945, alla fine, fanno saltare in aria un gran numero di camere a gas e di forni crematori. Lo svolgersi della Guerra Fredda, specie in Germania, poi, spariglia, per così dire, le carte. Nella cosiddetta DDR, costituita nel 1949, viene reiterato l’errore di accantonare la “questione ebraica”. L’Autrice ricorda le parole pronunciate nel 1983 da Peter Kirchner, Presidente della Comunità ebraica di Berlino Est, in merito alle tremende pressioni subite dalla stessa, da parte delle autorità comuniste, affinché condanni il Sionismo (come sappiamo, nulla di nuovo sotto il sole…): “Nella RDT [Repubblica Democratica Tedesca] si vive con la coscienza che i nazisti siano all’ovest; in questo modo abbiamo risolto il problema”. Questa acritica incapacità di fare i conti col proprio passato spiega come mai, all’indomani della Wiedervereinigung (Riunificazione tedesca) del 1990, i cinque nuovi Länder, entrati a far parte della Repubblica Federale, siano divenuti terreno privilegiato, non solo di gruppi politici neonazisti, ma anche di bande e di network naziskin. In compenso all’ovest vasta è l’opera di rimozione.

Come detto, la Guerra Fredda ha fatto la sua parte: nella Repubblica Federale, sorta dalle rovine della guerra, ragioni di carattere strategico e di opportunità politica lasciano aperto il campo ad un’opera di “denazificazione” svoltasi, in larga parte, all’insegna dell’amnesia e…dell’amnistia. La Germania occidentale, fiera della sua posizione di baluardo del mondo libero occidentale, pare aver (ri)acquistato una certa verginità politica ed esistenziale. La Colpa viene scaricata sul gruppo dirigente nazista: il popolo tedesco, con un Paese ridotto ad un cumulo di macerie e il dramma di oltre dieci milioni di concittadini cacciati dalle province orientali e depredati dall’Armata Rossa, finisce per convincersi di essere la prima e unica, oltre che misconosciuta, vittima del conflitto. Auschwitz viene, per così dire, espunto dalla coscienza nazionale per lungo tempo; almeno fino al processo intentato da Israele ad Adolf Eichmann nel 1961/’62. Come, del resto, fino a quel drammatico evento c’è stata -sia pure da una ben diversa prospettiva- una sorta di rimozione da parte ebraica; e pure israeliana.

L’analisi non trascura certo le tesi più sfacciate e velenose in tema di negazionismo -Faurisson, Irving o Garaudy-, ma pone soprattutto l’accento sulle posizioni pseudoscientifiche e raffinate, in zona grigia, per così dire, e dunque ancor più pericolose per chi non disponga di robuste armi culturali per farvi fronte. Un esempio per tutti è rappresentato è Ernest Nolte, più volte invitato, anni addietro, a tenere conferenze nel nostro Paese presso alte sedi istituzionali.

Un notevole pregio del presente libro consiste, come sottolineato sopra, nella sua visione “a tutto campo”. Esso ci mostra la strada che i negazionisti vorrebbero far percorrere ad un ingenuo lettore (od osservatore): contrabbandare la negazione come espressione di libertà di pensiero -quando viceversa è proprio il negazionismo in quanto tale a negare in radice tale libertà-.

Con diabolica abilità psicologica questi incantatori mirano a togliere qualsivoglia dimensione tragica e reale alla Shoah attraverso le loro minuziose, ottuse indagini, ricche di pretese (pseudo) scientifiche. Come sottolinea l’autrice, l’intento è avvolgerci nelle spire della menzogna per renderci complici, indifferenti, cioè “analfabeti emotivi”. Viene riportata, in contrapposizione a tale indicibile realtà, la tragica, testimonianza di Shlomo Venezia, sopravvissuto di Auschwitz, il quale, durante la prigionia, fu costretto a lavorare nei Sonderkommando, le “unità speciali”, costituite da internati, addette alle operazioni di smaltimento e cremazione dei corpi dei deportati uccisi col gas. Lo stesso Venezia ci ha lasciato alcuni anni fa una toccante testimonianza della sua esperienza.

Chi nega, vale la pena insistere su questo aspetto, per lo più non ignora quanto è accaduto, anzi. Chi nega l’esistenza delle camere a gas persegue un preciso intento politico, così riassumibile: la Shoah è un mito costruito con perizia dagli Ebrei per fondare lo Stato di Israele. Quest’ultimo è creatura, a sua volta, illegittima, perché trae origine da una truffa e dal furto della terra ai danni dell’unico popolo “autoctono”, quello palestinese; truffa e furto perpetrati dagli Ebrei, gente che, con detta terra, non ha mai avuto alcun rapporto, se non un legame assai remoto, cancellato da due millenni di storia successiva alla conquista romana di quei luoghi. L’intera storia ebraica viene dunque nullificata, verrebbe da dire soppressa col gas; è cancellato il legame indissolubile con la Terra dei Padri. Nell’ipotesi più benevola, Israele rappresenta un regalo europeo al Popolo ebraico quale risarcimento per la Shoah; e magari un comodo escamotage per non pagare debiti di guerra.

Come ben sappiamo, l’integralismo islamico antisemita, diffuso in modo massivo in tutto il mondo arabo/musulmano a far tempo dai primi anni del XX secolo ha trovato (e trova) un valido appoggio nei movimenti sedicenti pacifisti occidentali, in primo luogo europei, nonché in vasti settori del mondo accademico ed intellettuale (compresa larga parte degli organi di “informazione”) e, negli ultimi anni, nelle ossessive, stupide campagne di boicottaggio economico dei prodotti israeliani. Un’onda lunga, la quale, specie a far tempo dall’11 Settembre 2001, anziché aprire gli occhi wide shut dell’Occidente, li ha serrati, se possibile, ancora di più, acquistando una forza incredibile. Fino all’accettazione, senza fare una piega, del programma negazionista e genocidario del governo iraniano, la cui punta di diamante -fin dai tempi di Khomeini- è la cancellazione di Israele dalla mappa geografica tramite l’arma nucleare, all’acquisizione della quale nessuno, nel cosiddetto mondo libero, si è mai seriamente opposto.

Una lunga storia, quella dell’antisemitismo islamico, iniziata (per limitarci alla contemporaneità) nella prima parte del ‘900 con l’entrata in scena della bieca figura del Gran Muftì di Gerusalemme, Haj Amin al Husseini, feroce antisemita, fomentatore instancabile dell’odio arabo contro gli Ebrei, ben conosciuto da Adolf Hitler e dai principali gerarchi del Terzo Reich, nonché ideatore delle SS musulmane bosniache (distintesi per i massacri compiuti durante la guerra). Quale disorientamento per il mondo, nel giugno 1967, allorché il piccolo Israele, minacciato ancora una volta di distruzione da parte di nemici, dotati di eserciti di tutto rispetto, riporta un’astuta quanto sorprendente vittoria e il suo Popolo straccia in mille pezzi la logora carta d’identità di Eterna Vittima Errante alla mercé altrui, buona solo a suscitare commiserazione o, al massimo, ispirazione per sedicenti artisti; insomma l’Equilibrista sul filo, come scrive Elena Loewenthal.

Ciò, da parte di tanti, non gli è mai stato perdonato. Guai diventare un popolo come gli altri, impegnato nel proprio sviluppo e pronto a difendersi quando è necessario. Gli Ebrei, spersonalizzati, devono essere inchiodati in eterno al ruolo di vittime.

In chiusura mi permetto di aggiungere allo studio perfetto della Prof. Di Cesare un’altra categoria di negazionisti: le cosiddette “Anime Belle”. Esse, in apparenza, non negano affatto l’esistenza della camere a gas, ci mancherebbe! Ma -specie in occasione del 27 Gennaio (Giornata della Memoria), sfruttando con abilità la circostanza- propongono, con tono ed accenti tra l’addolorato e il moralistico, vergognosi accostamenti della cui infondatezza queste persone per prime sono consapevoli: l’esercito israeliano si comporta verso i Palestinesi come quello nazista nei confronti degli Ebrei. Oppure: gli Israeliani consentono l’ingresso a Gaza dei convogli umanitari perché massacrare la gente dopo che questa ha riempito la pancia è una soddisfazione senza fine. Il medesimo compiacimento provato da quell’ufficiale tedesco che consentì l’entrata in un campo di sterminio di un’incubatrice per poter poi uccidere con maggior gusto il piccolo che sarebbe nato di lì a poco.

Delirio? Niente affatto. Merce comune, oggi. Si tratta sempre di quel negazionismo, che pareva cacciato per sempre dalla porta, ma che, in realtà, è rientrato trionfante dalla finestra.

Giudizio:

+5stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Se Auschwitz è nulla. Contro il negazionismo
  • Autore: Donatella Di Cesare
  • Editore: Il melangolo
  • Data di Pubblicazione: 2012
  • Collana: Nugae
  • ISBN-13: ISBN 978-88-7018-835-6
  • Pagine: 127
  • Formato - Prezzo: Brossura; Euro 8,00

22 ottobre 2011

Ipazia. La vera storia - Silvia Ronchey

"C'era una donna quindici secoli fa ad Alessandria d'Egitto il cui nome era Ipazia." Fu matematica e astronoma, sapiente filosofa, influente politica, sfrontata e carismatica maestra di pensiero e di comportamento."
Fu bellissima e amata dai suoi discepoli, pur respingendoli sempre. Fu fonte di scandalo e oracolo di moderazione.
La sua femminile eminenza accese l'invidia del vescovo Cirillo, che ne provocò la morte, e la fantasia di poeti e scrittori di tutti i tempi, che la fecero rivivere.
Fu celebrata e idealizzata, ma anche mistificata e fraintesa.
Della sua vita si è detto di tutto, ma ancora di più della sua morte. Fu aggredita, denudata, dilaniata. Il suo corpo fu smembrato e bruciato sul rogo.
A farlo furono fanatici esponenti di quella che da poco era diventata la religione di stato nell'impero romano bizantino: il cristianesimo. Perché? Con rigore filologico e storiografico e grande abilità narrativa, Silvia Ronchey ricostruisce in tutti i suoi aspetti l'avventura esistenziale e intellettuale di Ipazia, inserendola nella realtà culturale e sociale del mondo tardoantico, sullo sfondo del tumultuoso passaggio di consegne tra il paganesimo e il cristianesimo.
Partendo dalle testimonianze antiche, l'autrice ci restituisce la vera immagine di questa donna che mai dall'antichità ha smesso di far parlare di sé e di proiettare la luce del suo martirio sulle battaglie ideologiche, religiose e letterarie di ogni tempo e orientamento.

Recensione

Su Ipazia sono fiorite molte leggende, e si sono sbizzarriti
anche i poeti. È giusto che una bizantinista, che sa lavorare
sui documenti, ci racconti la vera storia — che non è meno
affascinante delle leggende.
Umberto Eco

Ipazia è un nome che contiene il suo destino già nell'etimologia: significa infatti altissima, sublime e tale è stata, nel bene e nel male, la storia della sua vita, come anche la leggenda che dalla sua morte orrenda ha avuto origine.
Il suo martirio - viene letteralmente fatta a pezzi con dei cocci di ceramica - a opera di fanatici cristiani delle milizie del metropolita Cirillo, i parabalani, ricorda da vicino la barbara ignominia della lapidazione praticata ancora oggi in molti paesi con la legittimazione della sharia; la sua santificazione e la trasformazione in mito progressista-femminista nei secoli a seguire assomiglia in qualche modo a un ulteriore stupro della sua identità, attraverso l'uso strumentale della sua figura di intellettuale e filosofa.

Sembra dunque che costituisca una sorta di risarcimento del destino, il fatto che a fare giustizia della morte indegna e dello scippo della sua memoria, operato dal travisamento, più o meno voluto e consapevole, dei posteri di varie epoche, sia una figura femminile, che unisce alla dote dell'acribia tecnica e filologica la troppo rara capacità di divulgare senza perdere in profondità, guidando il lettore tra le pieghe intricate dei primi secoli dell'era cristiana e dell'eterodossia delle Chiese orientali, fino alle più recenti evoluzioni storiografiche della vicenda di Ipazia.

Con grande onestà e senza strizzare l'occhio a certe visioni romanzate contemporanee - mi riferisco al film Agora di Alejandro Amenabar, che, anche comprensibilmente, adatta la vicenda storica della filosofa di Alessandria alle esigenze del grande schermo - Silvia Ronchey procede a ricostruire la fisionomia storica di Ipazia per sottrazione, eliminando, come da una statua ripescata dagli abissi mare, tutte le incrostazioni e le scorie che il tempo ha depositato su una superficie in origine geometricamente e rigorosamente pura.

La paziente, certosina, opera di diminuzione e decostruzione del mito illuminista di Ipazia agisce quasi come una sorta di teologia in negativo - quella che secondo pseudo Dionigi Areopagita cerca di indagare la natura divina per quello che non è, più che per quello che è - e restituisce al lettore l'immagine di una donna, forse meno patinata ma più vera, come avverte il titolo del saggio: sicuramente la dotta alessandrina è stata una filosofa e matematica ben introdotta tra gli intellettuali del suo periodo, maestra di Sinesio di Cirene, che la ricorda sempre con affettuosa nostalgia; probabilmente faceva parte dei livelli più alti tra gli accoliti delle confraternite platonizzanti di Alessandria, la metropoli del tardo antico paragonabile per storia e cultura alla moderna Londra; quasi certamente subì un martirio, a opera di talebani ante litteram, che fu l'effetto collaterale dello scontro tra il prefetto augustale Oreste e un vescovo demagogo con ambizioni politiche, Cirillo, discusso santo di Romana Chiesa, la cui invidia veniva aizzata dalla stima e dal credito che la donna riscuoteva presso il governatore civile.

Se anche il tema ostico e il presupposto di conoscenze indispensabili per seguire il filo di questo saggio narrativo non sono affatto scontate, Silvia Ronchey crea una ricostruzione drammatica della vicenda, attraverso un uso disinvolto e affatto pedante delle varie fonti, che vengono introdotte come dei discorsi diretti riportati, e uno stile sobrio, filologicamente corretto e soprattutto onesto da un punto di vista intellettuale.

Molto utile anche la scelta di raggruppare tutti i riferimenti in un'ampia ed esaustiva rassegna bibliografica finale, per chi volesse approfondire i temi, evitando di appesantire il racconto con le note a pie' di pagina.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Ipazia. La vera storia
  • Autore: Silvia Ronchey
  • Editore: Rizzoli
  • Data di Pubblicazione: 2010
  • ISBN-13: 9788817045650
  • Pagine: 318
  • Formato - Prezzo: Rilegato - 19,00 Euro

6 aprile 2011

La vita, l'universo e tutto quanto - Douglas Adams

Terzo libro della Trilogia in cinque parti di Douglas Adams cominciata con "Guida galattica per autostoppisti" e proseguita con "Il ristorante al termine dell'universo". A questo seguono "Addio, e grazie per tutto il pesce" e "Praticamente innocuo". Dall'anno scorso si è aggiunto alla saga il capitolo sei con "E un'altra cosa...", prolungamento ad opera di Eoin Colfer.
Gli abitanti meccanici del pianeta Krikkit sono stufi di guardare il cielo stellato sopra le loro teste. Così decidono, semplicemente, di distruggerlo, di far scomparire l'intero universo. Solo cinque individui possono opporsi ai loro folli piani: il terrestre Arthur Dent, viaggiatore dello spazio e del tempo, con il suo inseparabile amico alieno Ford Prefect, che decide di andare fuori di testa, giusto per vedere com'è; insieme a loro l'indomabile Slartibartfast, il mostruoso Zaphod Beeblebrox e la sensualissima Trillian. Per la sua strana brigata inizia così un'altra pazzesca avventura.

Recensione

Vorrei cominciare la recensione con una frase detta da una mia amica un po' di tempo fa, durante una discussione avuta in mensa. Lei disse: "Nella saga di "Guida galattica" c'è tanta di quella filosofia da far impallidire Kant." Ora, come affermazione può sembrare un tantinello esagerata, ma non è esagerato considerare l'opera di Douglas Adams imponente sia dal punto di vista scientifico che filosofico, qualcosa che andrebbe studiato a scuola per divulgare in maniera meno barbosa la fisica (ma non solo). Tanto per fare una citazione su cosa ci si debba aspettare da questo libro:

-Un PA - disse Ford prendendo Arthur per un braccio, è qualcosa che non vediamo, non riusciamo a vedere. O che il cervello non ci permette di vedere. Non lo vediamo perché giudichiamo che si tratti di un problema altrui. E' proprio questo il significato della sigla PA, no? Problema Altrui. Il cervello semplicemente gli tira una riga sopra, e quello diventa come un punto cieco. Se lo guardi direttamente non lo vedi, a meno che tu non sappia esattamente che cos'è. L'unica speranza è prenderlo di sorpresa captandolo con la coda dell'occhio.-

Lungo tutta la saga possiamo trovare risposte a domande di cui nemmeno ci si sognava l'esistenza e questo terzo libro, migliore a mio parere del secondo capitolo, sarebbe potuto esserne un degna conclusione, senza l'inutile appendice degli ultimi due libri. Ma andiamo con ordine.

Avevamo lasciato Arthur Dent e Ford Prefect sulla Terra di due milioni di anni fa, isolati e vicini alla pazzia. Ricordando però che non esiste impossibile ma al massimo infinitamente improbabile, e che anzi sono le leggi dell'infinitamente improbabile quelle che fanno muovere l'intero Universo, grazie ad un varco temporale i due seguono un divano Chesterfield fino a ritrovarsi nel mezzo del campo da gioco del Lord's Cricket Ground di Londra, dove si sta giocando un'importante partita tra Australia ed Inghilterra, due giorni prima che la Terra venisse fatta esplodere. Nel mentre dei robot assassini provenienti dal pianeta Krikkit, armati di pericolose mazze da cricket e vestiti con armature simili ad imbottiture da cricket, tentano di impossessarsi delle ceneri di un palo di legno della porta da cricket, trofeo destinato al vincitore della partita in atto. I robot però sono seguiti da una nostra vecchia conoscenza: Slartibartfast, che in tutti i modi sta cercando di evitare che i questi riescano nella loro impresa.

Così comincia il libro e non voglio svelare altro. Dico solamente che i personaggi cari agli amanti della saga ci sono tutti e tutti svolgono un ruolo fondamentale, anche se magari rimangono assenti per gran parte della storia. Memorabili sono anche i personaggi di contorno, uno su tutti Wowbagger l'Eterno Prolungato. Unico neo: spesso si perde il filo della storia, in mezzo a tonnellate di nozioni e spiegazioni plausibili ma assurde, anche se la scrittura è chiara ai limiti dell'elementare.

In conclusione, un'opera che, come un PA, solitamente passa inosservata ai più ma che, se notata, ci può aprire ad un Universo di storie appassionanti e indimenticabili. Aiuta conoscere le vicissitudini avvenute nei primi due libri, ma "La vita, l'Universo e tutto quanto" può essere anche letto da solo.


La saga, interamente pubblicata da Mondadori:
  • Guida galattica per gli autostoppisti, 1980
  • Ristorante al centro dell'universo, 1984
  • La vita, l'universo e tutto quanto, 1984
  • Addio e grazie per tutto il pesce, 1986
  • Praticamente innocuo, 1993
  • E un'altra cosa..., di Eoin Colfer, 2010

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: La vita, l'universo e tutto quanto
  • Titolo originale: Life, the Universe Everything
  • Autore: Adams Douglas
  • Traduttore: Serra Laura
  • Editore: Mondadori
  • Data di Pubblicazione: 2003
  • Collana: Piccola Biblioteca Oscar
  • ISBN-13: 9788804517580
  • Pagine: 237
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 9,50

26 gennaio 2010

La vita è altrove - Milan Kundera

Dal momento in cui Jaromil viene concepito, egli è il 'poeta'. Così vuole sua madre, e fantastica che Jaromil sia nato non per fecondazione del marito ma di un Apollo di alabastro.
Con lo stesso spirito, questa madre accompagnerà invisibilmente il figlio nel letto dei suoi amori, come lo assisterà sul letto di morte: morte di un poeta adolescente che voleva darsi tutto alla rivoluzione. Il poeta, la madre, la giovinezza, la rivoluzione: chi non sente una qualche reverenza verso queste parole? In esse avvertiamo il soffio dell''età lirica', dello spirito adolescente, di ogni pretesa di innocenza.
Ma questo romanzo, tanto più duro nella sostanza quanto più arioso nel suo articolarsi e agile nel suo sarcasmo, ci mostra anche il "sorriso insanguinato" dell'innocenza. Qui non si dice nulla contro la poesia 'in sé', ma si svela una possibilità del mostruoso che è interna alla poesia e ben pochi sanno riconoscere. E qui si mette in scena, con una precisione e una distanza che non hanno uguali, quell'èra in cui "il poeta regnava a fianco del carnefice". Ora non potremo più guardare al poeta, alla madre, alla giovinezza, alla rivoluzione con occhi devoti. Ora saremo condotti per mano a constatare come, per un poeta che la morte coglierà prima dei vent'anni, il supremo compimento possa anche essere la delazione.
"Forse polizia e poesia vanno molto più d'accordo di quanto alcuni non pensino" riflette il poeta.

Recensione

Il racconto lineare della vita di un poeta, dall'infanzia alla maturità, fino alla morte, del suo rapporto con la madre, l'amore e le ideologie nella Praga in cui si costruisce l'utopia comunista filosvietica, diventa l'occasione per una riflessione generale, meglio un'osservazione quasi clinica - e un po' anche cinica -, sul ruolo della poesia e dell'arte nella vita umana.

E la vita è altrove, come dice il titolo. La vita di Jaromil è tutta votata da un lato a perseguire l'obiettivo di diventare un poeta, dall'altro a raggiungere la libertà, dalla madre, dalla famiglia, dai condizionamenti borghesi, infine anche dall'amore. Egli non si accorge dell'incoerenza di fondo nelle sue scelte: crede di diventare poeta per una sua scelta libera, a questo ideale ritiene tutto sia sacrificabile, e non realizza che la scelta era già contenuta nei desideri materni prima ancora della sua nascita.

L'autore segue la sua storia dall'alto, con misto di indulgenza sarcastica e di compassionevole obiettività, e svela come il suo percorso di liberazione e purificazione non sia altro che il volontario consegnarsi a un'altra schiavitù, quella dell'ideale, mascherata dalla sensuale allure della ribellione.

I miti della poesia al potere, del governo dei giusti e dei filosofi, della purezza del lirismo, dell'ardore giovanile come spinta per il cambiamento e il progresso mostrano da un lato le loro radici nell'apparato della tradizione che vorrebbero annichilire - si tratta del rapporto con la madre - dall'altro il proprio volto feroce e crudele, che antepone l'idea alle persone.

Il protagonista Jaromil, "figlio della primavera", segue le diverse tappe della sua crescita fondendo insieme il suo percorso come uomo e come poeta: quello di Kundera è un nuovo ritratto dell'artista da giovane, ambientato nel clima arroventato della nascita della dittatura comunista cecoslovacca negli anni cinquanta, strettamente legato anche alla vicenda biografica dell'autore.

Non si riesce a guardare a Jaromil e alla sua ingenua crudeltà senza un misto di tenerezza e comprensione. I suoi eroici furori sono legati a un desiderio di assolutezza che è connaturato alla giovinezza, la sua adorazione quasi mistica per la poesia lirica rende vana ogni possibilità di relativizzare e contestualizzare quelle esperienze che costituiscono la vita e che per lui rimangono, tragicomicamente, altrove.

Lo sdoppiamento operato tra Jaromil, che vede se stesso sempre lontano dal suo ideale di realizzazione come uomo-poeta, e Xaver, il giovane rivoluzionario libero e coraggioso si trasforma in allegoria del rapporto mancato, lo scontro, tra idealità e realtà, sublima il conflitto tra il "come il poeta è" e il "come vorrebbe/dovrebbe essere". E l'ansia dell'adeguamento a quell'immagine, adombrata nel padre e repressa nella madre, genera un ardore e un calore che finisce per consumare del tutto Jaromil.

Se anche il colore che predomina nella narrazione spoglia è il grigiore nitido e povero della tipica architettura di periodo sovietico, il chiarore in cui il poeta si trasforma, vittima e carnefice allo stesso tempo di se stesso, rende il racconto della sua vita avvincente e indimenticabile.

Come la tomba sulla quale muore, spegnendosi come una candela, l'illusione.

Giudizio:

+5stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: La vita è altrove
  • Titolo originale: Zivot je jinde
  • Autore: Milan Kundera
  • Traduttore: Serena Vitale
  • Editore: Adelphi
  • Data di Pubblicazione: 1992
  • ISBN-13: 9788845908958
  • Pagine: 349
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 10,00

26 marzo 2009

L'eleganza del riccio - Muriel Barbery

Siamo a Parigi in un elegante palazzo abitato da famiglie dell’alta borghesia. Ci vivono ministri, burocrati, maîtres à penser della cultura culinaria. Dalla sua guardiola assiste allo scorrere di questa vita di lussuosa vacuità la portinaia Renée, che appare in tutto e per tutto conforme all’idea stessa della portinaia: grassa, sciatta, scorbutica e teledipendente. Niente di strano, dunque. Tranne il fatto che, all’insaputa di tutti, Renée è una coltissima autodidatta, che adora l’arte, la filosofia, la musica, la cultura giapponese. Cita Marx, Proust, Kant… Dal punto di vista intellettuale è in grado di farsi beffe dei suoi ricchi e boriosi padroni. Poi c’è Paloma, la figlia di un ministro ottuso; dodicenne geniale, brillante e fin troppo lucida che, stanca di vivere, ha deciso di farla finita (il 16 giugno, giorno del suo tredicesimo compleanno, per l’esattezza). Fino ad allora continuerà a fingere di essere una ragazzina mediocre e imbevuta di sottocultura adolescenziale come tutte le altre, segretamente osservando con sguardo critico e severo l’ambiente che la circonda.
Due personaggi in incognito, quindi, diversi eppure accomunati dallo sguardo ironicamente disincantato, che ignari l’uno dell’impostura dell’altro, si incontreranno solo grazie all’arrivo di monsieur Ozu, un ricco giapponese, il solo che saprà smascherare Renée.
Le pagine scivolano leggere fra i dotti rimandi e la lingua forbita di Renée e il parlato acerbo di Paloma, mentre l’ironia pungente non risparmia l’ipocrisia imperante nei quartieri chic. Quando ci s’imbatte in tale miscela di leggerezza e umorismo, cultura e profondità, è un piccolo miracolo.

Recensione

Generalmente questo libro è molto amato o molto odiato. Nessuno me ne voglia ma io l'ho cordialmente detestato. La trama: Reneé fa la portinaia in un palazzo abitato da famiglie facoltose. Ha il pallino della filosofia, è una patita di letteratura e ama il cinema d'essai ma agli occhi del mondo si mostra goffa, ignorante, pigra e cafona perché così si conviene ad una "vera" portinaia (!).
Paloma ha dodici anni,abita nel palazzo dove lavora Reneé ed è un piccolo genio ma nasconde la sua intelligenza ai familiari colpevoli di essere, come da copione, ricchi, superficiali e profondamente ignoranti (si chiama sputare nel piatto in cui si mangia, a casa mia).
I racconti in prima persona delle due protagoniste sono una scusa per l'autrice per esibire la propria cultura spargendo citazioni filosofiche e insegnamenti di vita con un intento più nozionistico che veramente comunicativo o divulgativo.

Ciò che salva il romanzo da una stroncatura definitiva è il fatto che è innegabilmente scritto molto bene, qualche spunto di riflessione interessante c'è (anche se niente di troppo originale), e il sarcasmo di Paloma non manca di divertire e colpire nel segno.

Il problema, secondo me, è che la cultura fine a se stessa perde di significato. Al di là di qualche bel pensierino, l'impressione è che l'autrice non abbia nulla da condividere, non è interessata a far scoprire al lettore cose nuove nè a stimolarne la sete di conoscenza. L'acclamato finale, oltre a non essere poi così originale, è un ulteriore esemplificazione di questi concetti: l'apertura verso il prossimo, la ritrovata umanità sono solo apparenza, in realtà gli insegnamenti che le protagoniste traggono dagli eventi sono solo quelli che servono a mettere a posto la coscienza e ad assicurare il proprio benessere interiore.

Nonostante la grande cultura, né Reneé né Paloma sfuggono alla spocchia e all'egoismo che contraddistingue coloro che le circondano e quando finalmente mostrano qualche sentimento, è sempre per compatire o glorificare se stesse, mai per gli altri.

Dettagli del libro

  • Titolo: L'eleganza del riccio
  • Titolo originale: L'Élégance du hérisson
  • Autore: Muriel Barbery
  • Traduttore: Cinzia Poli
  • Editore: Edizioni E/O
  • Data di Pubblicazione: 2007
  • ISBN-13: 9788876417962
  • Pagine: 335
  • Formato - Prezzo: Brossura - 9,50 Euro
 

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