21 maggio 2010

Il gioco di Gerald - Stephen King

In una casa isolata su un lago, Jessie si piega all'ennesima fantasia sessuale del marito Gerald, che questa volta l'ammanetta al massiccio letto in legno. Ma quando umiliata, lei lo allontana con un calcio, l'uomo si affloscia inerte, stroncato da un infarto. Il tempo passa e Jessie, immobilizzata e dolorante, sembra votata a una morte lenta, resa ancora più atroce dalla comparsa di un affamato cane randagio e da un'ombra misteriosa e irreale che fa capolino nella stanza...



Recensione

Ammetto di non essere un ammiratore di King. Forse a causa di traumi infantili (mio padre tentò di farmi leggere It e Misery non deve morire più o meno quando avevo la tenera età di dieci anni) o forse a causa dell'idea che mi sono fatto di lui come autore, i suoi romanzi non mi hanno mai attirato seriamente. Il gioco di Gerald non mi ha fatto ricredere, anzi.
Le aspettative erano alte, anche se non viene universalmente riconosciuto come uno dei suoi capolavori, perché stavolta l'idea di base mi aveva colpito e intrigato enormemente. Ed appena comprato, tutto felice, mi apprestai a leggerlo. Girata la copertina, però, cambiai umore, comprendendo subito che cosa mi avrebbe aspettato, in quale profondo pericolo mi fossi cacciato. Dopo poche righe la vidi, nonostante si fosse nascosta alla perfezione negli angoli bui delle pagine. Se ne stava nella sua fetida tana, con la testa bassa a pasteggiare con le interiora di un malcapitato lettore precedentemente catturato. Nera come la morte, i suoi occhi gialli spiccavano sul muso come fulmini in una notte di tempesta. Improvvisamente fece uno scatto guardingo, fiutando l'aria. I nostri sguardi si incrociarono. Bastò qual fugace momento a farci comprendere immediatamente chi era la preda e chi il predatore. Allora lasciò la carcassa e si mise in posizione di attesa. Mentre assaggiava la mia paura come antipasto, in un gesto di sadica malvagità la sua lingua passava ripetutamente sulle labbra inumidendole, pronta a pregustare il suo prossimo, lauto banchetto. Non feci in tempo a fare nulla, atterrito da un terrore primordiale, la stessa sensazione che i nostri antenati ominidi provavano davanti ad una tigre dai denti a sciabola pronta ad attaccare. Senza che me ne fossi accorto, lei mi era già sopra, i muscoli del collo tesi nell'atto di azzannarmi la giugulare. Ormai non potevo più scappare e dentro di me mi arresi ad un destino ineluttabile. Ecco quale sensazione ho provato cominciando a leggere il libro. Aveva una collocazione ben definita nella vasta gamma piena di sfumature delle emozioni umane. Ed un nome ben preciso.

A pag. 22 il marito Gerald Burlingame muore dopo aver ammanettato la protagonista, Jessie Mahout Burlingame, durante un gioco sessuale atto. Dopo una sessantina di pagine in cui le varie voci inconsce nella testa della donna si prodigano in consigli tipo "io te l'avevo detto" e "avresti dovuto farlo prima", arriva un cane a sbranare il corpo del marito, che già di suo non era messo bene neanche in vita. E via, un'altra cinquantina di pagine a raccontare di vita, morte e miracoli dell'ex Prince (King avrebbe potuto chiamarlo direttamente Il Cane Una Volta Conosciuto Come Prince). Brividi di paura zero. Nel giro di un centinaio e mezzo di pagine di elucubrazioni mentali, comprensibili vista la situazione e il background di Jessie, si viene a sapere che la poverina, durante un'eclissi quando era ancora bambina, venne abusata dal padre. E giù un'altra pletora di pagine su ciò che accadde nel "giorno in cui il sole si spense". Non pago King vuole mettere la sua firma, il colpo allo stomaco del lettore. Un'immonda ombra da incubo, non si sa se reale o parto della mente allegramente andata a postriboli di Jessie, la minaccia da un angolo della casa. Qui la nostra eroina decide di passare all'azione. A questo punto un brivido forse l'ho provato, ma credo che sia più per colpa di nonno Inverno con la complicità dei riscaldamenti rotti.

Mi fermo qui perché non intendo svelare altro (cioè le cinquanta pagine finali in cui succede tutto) e non voglio nemmeno cavillare sull'ineccepibile bravura e sulla sconfinata fantasia di King (basta il cognome, una garanzia). Però la domanda che mi ha arrovellato il cervello per tutto il libro è stata questa: Ma Stephen King viene pagato a quantità di materiale prodotto? Su 368 pagine, un centinaio e mezzo abbondante poteva essere tolto. In questa maniera un'idea buona e tutto sommato ben sviluppata si perde in un mare di blablabla precisi e delucidativi quanto si vuole, ma inconcludenti ai fini della trama e buoni solamente a parlarsi addosso.

Il voto a "Il gioco di Gerald" è una media tra un 4 per la trovata e un 1 per la noia che mi ha attanagliato dalla prima all'ultima pagina, arrotondato per difetto per la delusione avuta. Forse un giorno lontano in un futuro non prossimo proverò a riprendere il discorso "Stephen King", solamente perché sono un testone.

Giudizio:

+2stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Il gioco di Gerald
  • Titolo originale: Gerald's Game
  • Autore: Stephen King
  • Traduttore: Tullio Dobner
  • Editore: Mondadori
  • Data di Pubblicazione: 1996
  • Collana: I miti
  • ISBN-13: 9788804420668
  • Pagine: 368
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 4,00

8 Commenti a “Il gioco di Gerald - Stephen King”

  • 22 maggio 2010 13:45
    DNAcinema says:

    ansioso di leggerlo...king è davvero il re dei racconti thriller.

  • 22 maggio 2010 16:16
    sakura87 says:

    A un Kinghiano secondo me piacerà ;) è vero, ha uno sviluppo lento, ma è costruito ad arte per comunicare il senso del tempo che non passa mai quando sei ammanettata a un letto in una casa in cui non ti troveranno mai.

  • 24 maggio 2010 10:33
    Trippi says:

    In realtà è considerato dai kingiani uno dei meno riusciti. Io lo lessi una decina d'anni fa, ma forse qualcosina di più. E' tra i miei libri preferiti anche perchè fu il mio primo book sharing. Lo trovai su un autobus della periferia milanese, un dono inatteso da uno/a sconosciuto/a, mi illuminò la giornata. Tutto "l'allungamento della broda" serve 1 a rendere lo scorrere lento del tempo, che lo scrittore vuole farci vivere e capire, 2 a rendere credibile l'escamotage risolutivo del libro.

  • 24 maggio 2010 11:21
    evilripper says:

    Ma Stephen King viene pagato a quantità di materiale prodotto? Su 368 pagine, un centinaio e mezzo abbondante poteva essere tolto. In questa maniera un'idea buona e tutto sommato ben sviluppata si perde in un mare di blablabla precisi e delucidativi quanto si vuole, ma inconcludenti ai fini della trama e buoni solamente a parlarsi addosso.


    Una frase del genere mi porta a pensare che
    probabilmente non ti piace come scrive S.K. (La maggior parte dei suoi libri sono così sono molto descrittivi),la rece non è oggettiva
    e che IMHO tutte le recensioni che farai sui suoi libri saranno probabilmente tutte negative! :-D

    ps
    Anche tolkien a volte si perde in descrizioni prolisse e "inutili", è solamente uno stile di scrittura.

    ciao

  • 24 maggio 2010 12:44
    Pythia says:

    @Evilripper: esprimere un giudizio negativo non vuol dire non essere oggettivi - già affermare "è bello" o "è brutto" è di parte, non credi? Se poi una critica è motivata e non generica, ci sta ;-)
    Condivido quanto scrive Daniele: ho anch'io l'impressione che King tenda a parlarsi addosso un po' troppo. Se toccasse a me recensire King, per lo più ne direi peste e corna: ma di It e Il miglio verde scriverei solo in bene :D

  • 24 maggio 2010 13:27
    sakura87 says:

    @Evilripper: per scrivere una recensione oggettiva bisognerebbe limitarsi a riportare la trama ;) nemmeno scriverla da sé sarebbe oggettivo, perché già nella scelta dei termini porremmo l'attenzione su un aspetto o sull'altro.

  • 25 maggio 2010 23:51
    Daniele says:

    Non sarò sempre negativo con S.K. semplicemente per il fatto che ogni volta cerco di rimettere in gioco i miei giudizi sugli autori e ogni libro è una storia a sè, nonostante il "manico". Semplicemente in questo S.K. mi ha dato l'impressione di aver messo dentro tutto quel che gli passava per la testa, senza fare scrematura sulle idee o sulle situazioni e anche il finale, parte in cui il nostro spesso eccelle, con quella specie di mostro preso pari pari dalla figura di Ed Gein, non mi ha assolutamente convinto e mi ha fatto apparire l'impianto narrativo noioso.
    Non mi ha convinto. Ammetto di essermi infervorato un po' troppo coi pareri personali, ma a parziale scusante dico che la delusione è stata forte per una storia che avrebbe potuto farmi cambiare idea su S.K. ma che invece è rimasta l'ennessimo tentativo fallito.
    Un giorno ci riproverò, lo giuro.

  • 28 maggio 2010 16:29
    polyfilo says:

    bhe... si tratta di una recensione 'sui generis', che a me è piaciuta...

    che il Re scriva a un tanto al chilo è oggettivo e non necessariamente un male, anche se difficilmente si può lavorare di fino su tali quantità...

    alcuni suoi libri (tipo "le notti di salem") a me han fatto una strizza da vergogna, altri sono un po' troppo diluiti. Forse si perde troppo a ricreare le atmosfere prolisse della sua musa di Providence, HPL, che però non per caso produceva quasi solo short stories...

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