30 novembre 2013

Speciale Premio Nobel: La festa del caprone - Mario Vargas Llosa

Nel 2010 il Premio Nobel per la letteratura viene assegnato allo scrittore peruviano, naturalizzato spagnolo, Mario Vargas Llosa, "per la sua cartografia delle strutture del potere e la sua tagliente immagine della rivolta, della resistenza e della sconfitta dell'individuo". Personaggio eclettico ed esuberante, inizialmente vicino alla sinistra dalla quale si distaccherà del tutto, alterna l'impegno letterario a quello civile, fino ad arrivare a candidarsi alle presidenziali peruviane del 1990, dalle quali esce sconfitto da Alberto Fujimori. Proprio questa sconfitta lo spingerà a prendere nel 1993 la nazionalità spagnola, in aperta polemica con la politica nazionale.


Jorge Mario Pedro Vargas Llosa nasce il 28 marzo del 1936 ad Arequipa, una città del Perù meridionale, in una famiglia creola del ceto medio. Vive fin da giovanissimo esperienze oltre i confini del suo Paese: cresce in Bolivia, studia Lettere e Giurisprudenza presso l'Universidad Nacional Mayor de San Marcos. Vargas Llosa oltre che scrittore, come numerosi altri autori latinoamericani è particolarmente attivo politicamente. Negli anni cinquanta si dichiara vicino a Fidel Castro e alle sue idee, per poi però distanziarsene e criticarle. Tale gesto gli causa forti attriti con l'amico-nemico Gabriel García Márquez, apertamente di sinistra, sul quale Vargas Llosa nel 1971 aveva scritto una tesi di dottorato. I due, in seguito a tali divergenze, recidono del tutto i propri rapporti di amicizia, in un clima di tensione mai successivamente sopito. Mario Vargas Llosa inizia la propria carriera letteraria nel 1959 con una raccolta di racconti, ma il successo giunge nel 1963 col romanzo La ciudad y los perros (La città e i cani, pubblicato in Italia nel 1967), ambientato nell'accademia militare di Lima, di cui l’autore era stato allievo dai 14 ai 16 anni. Il libro ottiene un grande successo soprattutto in Europa, ma in Perù viene inizialmente bruciato perché considerato dissacrante. In questo suo primo romanzo Vargas Llosa utilizza una tecnica quasi cinematografica in cui narrazione e sovrapposizioni di tempi e piani si alternano e che caratterizzerà buona parte della sua opera successiva. La medesima tecnica narrativa è riutilizzata anche nel secondo romanzo La casa verde (1966), in cui le vicende di una casa chiusa a Piura diventano l’occasione per dar visibilità alle molteplici voci che animano il Perù: la cultura europea delle città vicino alla costa e la civiltà primitiva degli Indios, ancora all'età della pietra ma in grado di seguire i ritmi imposti dalla natura. Grazie a questo romanzo Vargas Llosa è nel 1967 il primo vincitore del neo-istituito premio venezuelano per la narrativa di lingua spagnola, il prestigioso Premio Rómulo Gallegos. La casa verde rimane nel cuore e nella mente dello scrittore peruviano poiché gli ricorda il periodo della sua infanzia vissuta a Piura ma anche i suoi esordi da scrittore a Parigi (dove per la prima volta aveva iniziato a dare vita agli uomini e alle donne della Casa Verde), come egli stesso racconta nel corso della conferenza Historia secreta de una novela, tenuta nel dicembre del 1968 alla Washington State University.
La guerra del fin del mundo del 1981 è considerata una delle opere più importanti di Vargas Llosa, in cui lo scrittore amplia il proprio orizzonte a tutta l’America Latina e si serve del romanzo storico per porre l’accento sul contrasto tra l’anima occidentale e quella indigena del continente. In questo romanzo si ripercorrono le vicende del movimento millenarista del profeta brasiliano Antônio O Conselheiro (Antonio Il consigliere); la vicenda, poco nota al di fuori dei confini del Brasile, diventa l’occasione per condurre una lucida analisi dei contrasti fra la società costiera nello stato di Bahia, prevalentemente intellettuale e progressista, e la popolazione più arretrata e conservatrice dell'interno.
Vargas Llosa non si sottrae neanche al confronto con la realtà contemporanea del suo paese e in diversi romanzi (Historia de Mayta, 1984; Quién mató a Palomino Molero?, 1986; Lituma en los Andes, 1993) affronta il tema del terrorismo e della dittatura (la storia recente del Perù è stata caratterizzata dallo scontro tra lo stato e due gruppi armati di sinistra: i militanti maoisti di Sendero Luminoso e il Movimiento Revolucionario Túpac Amaru).
Nel 2000 pubblica l’altro grande romanzo a sfondo storico della sua produzione narrativa: La fiesta del chivo (La festa del caprone), incentrato sulla vicenda politica del feroce dittatore dominicano Rafael Leónidas Trujillo, che ha governato ininterrottamente la Repubblica Dominicana dal 1930 al 1961.
I romanzi degli ultimi anni (El Sueño del Celta, 2010; El héroe discreto, 2013) ritornano all'ambientazione peruviana dei romanzi giovanili. 


Nel 1961 un gruppo di dominicani decide di uccidere in un agguato il dittatore Rafael Leónidas Trujillo, il «Caprone», padrone assoluto di Santo Domingo, violentatore e paternalista, che da trent'anni controlla le coscienze, i pensieri, i sogni dei cittadini... Molti anni dopo, Urania Cabral, figlia dell'ex presidente del Senato Agustin Cabral, professionista di successo, torna nella Santo Domingo che ha lasciato quattordicenne. Per chiudere i conti con un passato impossibile da rimuovere? Per vendicare torti e sofferenze? Per amore della sua terra, delle sue radici?

Recensione

Il romanzo si snoda attraverso tre linee narrative. La prima, quella che apre il romanzo, ha la voce di Urania Cabral, affermata professionista che ha lasciato Santo Domingo all’età di quattordici anni e vi torna dopo 34 senza un motivo specifico. Forse, dopo tanti anni, è pronta a fare i conti con il proprio passato e i suoi passi, durante l’abituale corsa mattutina, la portano sulla soglia della vecchia casa di famiglia, dove vive ancora il padre Agustin Cabral, ex Presidente del Senato ai tempi di Trujillo, immobilizzato a causa di un ictus e con il quale aveva interrotto tutti i contatti dal giorno della partenza per gli Stati Uniti. Urania, nel corso della sua lunga giornata, si ritrova anche a parlare con nostalgici anziani e con giovani che hanno mitizzato il periodo della dittatura ricordando con nostalgia che tutti lavoravano e non c’era microcriminalità; l’orrore è diventato mito, si trova a pensare una stupefatta Urania che ricorda bene la mancanza di libertà, anche nella propria vita personale, imposta da regime di Trujillo.

La narrazione di Urania si alterna a capitoli i cui protagonisti sono il gruppo di dominicani che ha organizzato, e poi portato a termine, l’attentato a Trujillo. Li troviamo seduti in macchina, a fari spenti, con le pistole in mano, mentre aspettano l’auto del Chivo (in spagnolo “caprone”, il nomignolo con cui era indicato da amici e nemici Trujillo) che dovrebbe passare proprio da quel punto per recarsi nella sua casa di Caoba, fuori Santo Domingo (o meglio Ciudad Trujillo, come era stata ribattezzata), luogo destinato ai festini del Capo o all’incontro con i suoi fedelissimi per predisporre quelle azioni di violenza o di pubblico linciaggio che avevano permesso al dittatore di restare in carico per trent'anni. Il racconto non termina con la morte di Trujillo perché Vargas Llosa ci racconta cosa accadde dopo l’attentato sino a ricongiungersi idealmente alla passeggiata che trentaquattro anni dopo Urania farà per Santo Domingo, dove quegli uomini sono diventati eroi anonimi cui dedicare vie e piazze.

La terza linea narrativa segue Trujillo in quella che sarà la sua ultima giornata di vita, dalla sveglia alle quattro del mattino sino alla corsa in automobile verso la casa di Caoba ed è proprio nella figura del Chivo che, secondo me, Vargas Llosa mostra tutta la sua bravura nel delineare i personaggi nella loro sfera motivazionale. Trujillo è descritto dall'autore senza alcuna valutazione estrinseca alle sue azioni (era un mostro crudele o un salvatore della patria che non si poneva il problema dei mezzi con cui raggiungere il fine ultimo?), l’unico punto di vista riportato è quello dello stesso protagonista: tutte le azioni, anche le più riprovevoli, commesse da Trujillo sono descritte come inevitabili, perché a raccontarle è lo stesso protagonista. Questa soluzione stilistica, che aveva già trovato magistrale applicazione in La guerra della fine del mondo, non ha né risultati caricaturali né tanto meno l’effetto di coprire di un’aura di simpatia il Chivo, che era e rimane un dittatore. Il risultato è un racconto profondamente onesto (nel senso che Trujillo appare sincero nelle sue spiegazioni) come quello che potrebbe venir fuori da una lunga esperienza psicoanalitica. Nessun compiacimento nel narratore ma la convinzione che solo con l’omicidio era possibile fare uscire di scena quell'uomo così carismatico che, nonostante tutti gli orrori commessi, aveva saputo soggiogare e affascinare un intero popolo per trentuno anni.

Oltre all'assenza della voce diretta ed esplicita dell’autore (di cui non conosciamo l’opinione), altro elemento degno di nota del libro è la soluzione narrativa di annullare la distanza temporale: non c'è soluzione di continuità tra il presente e il ricordo di eventi passati. I protagonisti iniziano a raccontare, o ricordare, eventi passati e dopo qualche riga i verbi utilizzati scivolano dal tempo passato al presente, i ricordi prendono vita e i fatti accaduti si svolgono lì davanti agli occhi di chi narra e di chi ascolta. L’arresto di un fratello, la violenza perpetrata a una compagna di classe, l’eliminazione violenta di migliaia di haitiani  non sono ricordi alleggeriti dal tempo, ma fatti che conservano ancora tutta la loro forza e la loro carica emotiva, come se si stessero svolgendo dentro l’auto o in un angolo della sala del ricco banchetto dato da Trujillo in onore dei suoi amici.

La festa del caprone porta con sé altre considerazioni, quali il ruolo degli Stati Uniti nella politica dell’America Latina o quali siano i valori che la politica deve perseguire, ma si tratta di tematiche ampie che vanno bel al di là della discussione su questo libro con l'indubbio merito di far riflettere i lettori riguardo il proprio presente.

Giudizio:

+5stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: La festa del caprone
  • Titolo originale: La fiesta del Chivo
  • Autore: Mario Vargas Llosa
  • Traduttore: Glauco Felici
  • Editore: Einaudi
  • Data di Pubblicazione: 2011
  • Collana: Super ET
  • ISBN-13:9788806207793
  • Pagine: 467
  • Formato - Prezzo: Brossura – 14,00 Euro 

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