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5 maggio 2017

Ei fu. Cinque libri su Napoleone Bonaparte

Il 5 maggio 1821 si spegneva a Sant'Elena Napoleone Bonaparte, il condottiero corso che costrinse in ginocchio l'Europa, uno dei personaggi storici più conosciuti e rappresentati di tutti i tempi. Vogliamo oggi celebrare la ricorrenza segnalandovi cinque romanzi che hanno narrato, più o meno fedelmente, la sua ascesa, i suoi amori, le sue idiosincrasie, i suoi trionfi e le sue sconfitte.





N. di Ernesto Ferrero - Einaudi, Super ET - 329 pagine, 10.50 €

L'uomo grassoccio che sbarca, nel maggio 1814, all'isola d'Elba sembra un commerciante qualsiasi: è Napoleone Bonaparte. Tra gli elbani che lo accolgono diffidenti e curiosi c'è Martino Aquabona, un letterato che non si rassegna all'inumanità degli uomini e che da anni cerca di decifrare il mistero dell'Eroe, o dell'Orco, che ha sconvolto l'Europa. Nominato bibliotecario dell'Imperatore, Martino diventa testimone e interprete dello strano interludio dei 300 giorni e dell'intera parabola napoleonica, di cui cercherà di deviare il percorso con un gesto estremo. Le sue memorie sono il dialogo su due modi di vivere: modificare il mondo attraverso l'azione eroica, o cercare di dargli un senso attraverso la scrittura. Da questo romanzo è stato tratto il film di Paolo Virzì N (Io e Napoleone).


La mappa di Vittorio Giacopini - Il Saggiatore, La cultura - 322 pagine, 18.00 €

Monti, laghi, colline, forre, fortilizi e contrafforti, borghi, strade, slarghi: vedere tutto, come se si fosse per aria, e tutto rappresentare in una mappa, con dettagli minuti, badando a distanze, rilievi, proporzioni: squadrare il mondo, illuminarlo, dargli ordine. È questo l'obiettivo di Serge Victor, ingegnere-cartografo al seguito di Napoleone durante la Campagna d'Italia. Figlio esemplare dei Lumi, nemico di fole balzane e superstizioni, adepto dell'"Encyclopédie" di Diderot e d'Alembert - alle cui parole si aggrappa con una devozione non lontana dal fideismo che la Rivoluzione si era incaricata di smantellare -, Serge Victor riceve l'ordine dal Generale in persona di riprodurre i corsi e i ricorsi della Campagna, di fermare su carta e nel tempo i nuovi confini d'Italia, che il demiurgo Napoleone, N., l'Imperatore, va ridisegnando e riplasmando, sempre più a suo piacimento. Così, mentre il còrso conquista la penisola e, non pago, invade l'Egitto, Serge lavora alla sua magnum opus, in compagnia di uno scalcinato poeta tutto sdegno e fervore e dell'ammaliatrice Zoraide, la sua Maga, che della ragione rappresenta il doppio, il sonno, e prefigura l'assedio portato ai Lumi dalle sotterranee pulsioni che, nella Storia come nell'animo dell'uomo, non conoscono sopore.


Waterloo di Bernard Cornwell - Longanesi, La Gaja Scienza - 330 pagine, 17.60 €

Il 18 giugno del 1815 gli eserciti di Francia, Gran Bretagna e Prussia si scontrarono in una tranquilla piana a sud di Bruxelles. Nei tre giorni precedenti l'esercito francese aveva battuto gli inglesi a Quatre Bras e i prussiani a Ligny. Gli alleati erano in ritirata. La sanguinosa battaglia di Waterloo sarebbe diventata una pietra miliare nella storia europea, anche perché fino alla sera del 18, l'esercito francese era a un passo dalla vittoria. Bernard Cornwell racconta la cronaca dei quattro giorni che precedettero la battaglia e poi ora per ora le emozioni di quella giornata fatidica. Da queste pagine escono così l'incalzare degli eventi della battaglia, ma anche i pensieri e le preoccupazioni dei due grandi protagonisti, Napoleone e Sir Arthur Wellesley, Duca di Wellington, così come di tutti i soldati e ufficiali che vissero quella memorabile giornata.


Diario segreto di Napoleone di Joseph Marie Lo Duca - Tre Editori - 330 pagine, 18.50 €

Napoleone aveva un doppio, un alter ego, che ne ha condiviso il genio di stratega, anzi lo ha profetizzato e teorizzato, anticipando le sue campagne e poi formulandone le regole in un trattato. Questo doppio era Antoine-Henri de Jomini, generale svizzero dell'impero francese dal 1800 al 1813 finché, tradito dall'invidia del Maresciallo Berthier, passò al servizio dello zar contribuendo alla disfatta della Francia. Joseph-Marie Lo Duca, in questo Diario basato sull'autentica storia di Napoleone e sul vero pensiero di Jomini, va al di là di quello che crediamo di sapere, indagando, sul filo della cronologia, i moventi e gli impulsi profondi della straordinaria avventura dell'Imperatore, alla ricerca della chiave del suo genio segreto. Libro-culto in Francia e testo esoterico, il Diario, acclamato da Jean Cocteau, André Breton, René Clair, Georges Bataille, attraversa il romanzo di Bonaparte senza fermarsi, grazie a Jomini, neppure davanti alla morte, rendendo ancora più prodigioso, se possibile, il mito del Grande Corso.


Il grande romanzo di Napoléon di Max Gallo (La voce del destino; Il sole di Austerlitz; I cieli dell'Impero; L'ultimo immortale) - Mondadori, Oscar Bestsellers - 990 pagine

Nota: serie in quattro romanzi sulla vita di Napoleone, dall'infanzia alla morte, pubblicata da Mondadori tra il 1998 e il 1999 e successivamente in volume unico nel 2000. Ne è stato tratto il film per la tv Napoléon di Yves Simoneau, con Gerard Depardieu.

3 aprile 2017

Speciale Premio Nobel: Vergogna - John Maxwell Coetzee

Nel 2003 il Nobel per la Letteratura è stato assegnato allo scrittore J.M. Coetzee, "che in innumerevoli maschere ritrae il sorprendente coinvolgimento dello straniero". È il secondo scrittore sudafricano a vincere il premio dopo Nadine Gordimer, e il quarto africano. Il tema ricorrente delle sue opere è quello "delle traversie e dei difficilissimi viaggi interiori che ogni personaggio deve compiere per arrivare alla salvezza", ha dichiarato l'Accademia, che ha anche voluto premiare la varietà dell'opera dello scrittore. Particolarissimo il suo discorso di accettazione del premio: anziché optare per uno speech più classico, Coetzee ha letto un racconto con protagonista Robinson Crusoe, già passato tra le mani dell'autore nel suo celebre romanzo Foe.


Jonathan Maxwell Coetzee è uno scrittore sudafricano di narrativa in lingua inglese. Nato nel 1940, è docente universitario di letteratura inglese, saggista e traduttore. Come scrittore è ritenuto uno dei più significativi esponenti del post-colonialismo. Il suo primo romanzo, Terre al crepuscolo (1974) tratta il tema della violenza del colonialismo e dell'imperalismo occidentale, argomento privilegiato anche per i romanzi successivi. Con La vita e il tempo di Michael K (1983) vinse il Booker Prize, bissato con Vergogna (1999) che lo fece apprezzare in tutto il mondo. In La vita degli animali (1999), libro a metà tra saggio e romanzo, espone il suo pensiero a favore dei diritti degli animali. Coetzee si distingue anche per qualche esperimento metaletterario: il già citato Foe, che riprende la vicenda con protagonsita Robinson Crusoe, e Il maestro di Pietroburgo, su uno spunto proveniente da Dostoevskij, nel quale elabora il lutto per la morte di un figlio. Ha scritto anche un'autobiografia - più o meno fittizia - in serie, che consta attualmente di tre volumi. Nel 2013 è uscito il suo ultimo libro, The Childhood of Jesus, ancora inedito in Italia. Dal 2006 è cittadino dell'Australia, che ha più volte criticato per le norme antiterroristiche - similarmente a quelle statunitensi sotto l'amministrazione Bush -, paragonandole al regime di apartheid in Sudafrica.


A suo avviso, per essere un uomo della sua età, cinquantadue anni, divorziato, ha risolto il problema del sesso piuttosto bene". È la prima frase di "Vergogna", e chi la pronuncia, il professor David Lurie, quel problema non l'ha risolto affatto. Non a caso, una sera Lurie invita a casa sua una studentessa e la seduce. Costretto a lasciare la professione, Lurie si rifugia da sua figlia, in campagna. Qui potrebbe trovare la pace, e invece trova altra violenza, quella che tre sconosciuti esercitano sulla ragazza. Lurie vorrebbe denunciarli, ma sua figlia si oppone, sostenendo che il pericolo con cui i bianchi convivono è il prezzo da pagare per avere diritto alla terra.

La Recensione di Tancredi

Un uomo, docente universitario, si macchia dello scandalo di una relazione, percepita come non consenziente, con una sua studentessa. Esiliato dall'ambiente accademico e marchiato a vita, viene accolto nel rifugio agreste della figlia. Finché si ritrova a fare i conti con un altro stupro, un altro senso di colpa e un altro senso di vergogna.

Questa, a voler essere brutali, la trama del romanzo. La vergogna, come metro di giudizio di un'esistenza allo sbando, come irriducibile forma di rapporto tra i due sessi, tra le generazioni, tra un padre e una figlia.

Vergogna è un libro da Nobel, lo si percepisce nelle pagine, tra le righe: una scrittura asciutta, fredda, che lascia però intravedere il vociare di un Sudafrica sempre in bilico, sospeso tra vecchio e nuovo, tra la legge del sangue e legge dell'onore.
C'è qualcosa, però, che non mi ha del tutto convinto, che mi spinge a lasciar un giudizio sospeso, un senso di inafferrabile che però si accompagna al disappunto. Una storia per nulla piacevole, che si fa seguire solo perché senti che ha qualcosa da dire - eppure alla fine tace, sorprendentemente tace, macchiandosi della stessa ignavia dei personaggi, che non reagiscono, non si smuovono, non comunicano, non commentano.

Un romanzo-specchio, i cui punti di forza coincidono con le debolezze. Anche a voler tralasciare contenuti e messaggi, la scrittura di Coetzee non viene in aiuto, troppo fredda, grigia, priva di colore. Per quanto sia rimasto incuriosito da questo primo contatto con Coetzee non posso dire che mi si piaciuto particolarmente.

Giudizio:

+3stelle+

La Recensione del gatto Zorba

Approcciandosi alla vergogna come emozione, ci si confronta in primo luogo con il senso intimo di svalutazione di sé o del proprio operato e, partendo da questa considerazione, quando ci si approccia a questo romanzo di Coetzee si crede, forse anche si spera, che ci si ritrovi dinanzi a una persona capace di indagare nel sé, ma non è invece quello che accade quando si conosce David, il protagonista della storia, un uomo che fin dall’inizio si dimostra più che mai sicuro e, soprattutto, senza pentimento.
David ha alle spalle due matrimoni falliti e una serie di scappatelle fugaci, tenute su non tanto per sentimento quanto per necessità di incamerare l’illusione di avere una parvenza di normalità, del tempo che non scorre sulla sua pelle e anche per una certa dose di narcisismo.
Sono relazioni alle quali lui si avvinghia con desiderio quasi patologico. Ha superato ormai i cinquant’anni e insegna all’università, da cui non trae poi così appagamento.
Le sue interazioni interpersonali appaiono superficiali, sempre permeate da un ostentato senso di superiorità, dove qualsiasi cosa sembra non toccarlo direttamente.
In sintesi, scandagliando a fondo il suo animo, se ne deduce il ritratto di una persona sola, incapace di accettare il proprio isolamento interiore. A causa di una delle sue sbandate, il protagonista sarà obbligato a cambiare vita e aria, rifugiandosi dalla figlia Lucy nell’entroterra sudafricano, dove lei cerca con notevole sforzo di mandare avanti una fattoria da sola dato che la sua ultima compagna sembrerebbe aver fatto ritorno a Johannesburg segnando la fine della loro storia.
In parte l’ambiente bucolico, pregno di sentimenti atavici, ragionamenti filo-animalisti e confini indefiniti e in parte proprio il rapporto con la figlia sarà il principale motivo che porterà il protagonista a cambiare rotta soprattutto dal profilo interiore. È proprio con la figura di Lucy che il lettore sperimenta la vergogna: quella di David, che si sente inadeguato nella protezione della figlia e inizia a frantumare le sue certezze ma soprattutto quella di Lucy, che a causa di un evento traumatico subisce la realtà senza reazioni di rivalsa, pur di non lasciarsi schiacciare e abbandonare il progetto di vita.
Molti diventano i contenuti condensati all’interno della storia: parliamo della differenza tra mondo moderno di città e le retrovie suburbane delle contee periferiche, in uno stato africano che ancora oggi, per chi ha la fortuna di visitarlo, presenta questa dicotomia; parliamo della lotta di emergere, del rifiuto di arrendersi e del mettersi in discussione, anche a età avanzata, e di come forse finché si vive non è escluso un cambiamento interno. Parliamo anche della donna, del concetto maschile di possesso e soprattutto dello stupro, non tanto come gesto quanto invece come ripercussione in chi lo subisce, che può dare accesso a una serie variegata di riflessione in merito.
A partire dall’istinto di protezione della vittima, della stessa vergogna di esserlo, trasformandosi quindi intimamente in colpevole, anche quando la violenza non ha giustificazione.
A livello ambientale troviamo il Sudafrica moderno, nel suo quadro sociale differenziato, contraddittorio ma armonico, ma anche se in sé il peso dell’atmosfera perde di sostanza rispetto alle riflessioni interne di protagonisti che bucano le pagine galvanizzando la totale attenzione del lettore.
Allontanandosi però dall’intensità del narrato per affrontare l’opera con occhio critico, non si possono ignorare certo dettagli: a parte alcune scelte di traduzione non propriamente felici, ma soprattutto quello che stride nella storia è il lavoro artistico di David, che di punto in bianco compare a livello descrittivo in alcuni capitoli del romanzo: lui infatti ha in mente il progetto di un’opera cantata dedicata a Byron e successivamente centrata su Teresa, la sua amante italiana. Nella seconda parte la narrazione racconta l’idea e il suo sviluppo, tralasciando il focus della trama, per dedicare intere pagine agli scambi che David immagina e non concretizza nella scrittura. Una scelta che, nell’economia dell’intero intessuto di trama, appare forse un po' singolare. Laddove ci sarebbe stato lo spazio per approfondire la tormentata vicenda di David e di sua figlia, Coetzee preferisce metaforizzare le variazioni del progetto artistico, in momenti che a mio giudizio non sempre sono stati azzeccati.
Quello che ne emerge a fine lettura è comunque un romanzo forte, senza inibizioni e che soprattutto non fa sconti di nessun genere.
Vergogna è un libro ambivalente: scandaglia la psiche umana e nel contempo tratta, attraverso il dolore e la realtà dei fatti, la forza della vita e la rinascita. Di sicuro, nonostante le criticità dal sapore puramente personale, è una storia che non va sottovalutata.
Dedicata a tutti coloro che, in qualsiasi tempo della loro esistenza, hanno bisogno di confrontarsi nel dissidio tra ciò che vediamo di noi stessi e dei nostri gesti e ciò che gli altri ci rimandano indietro attraverso i loro feedback.

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Vergogna
  • Titolo originale: Disgrace
  • Autore: Jonathan Maxwell Coetzee
  • Traduttore: G. Bona
  • Editore: Einaudi
  • Data di Pubblicazione: 2005
  • Collana: Super ET
  • ISBN-13: 9788806174507
  • Pagine: 234
  • Formato - Prezzo: Brossura - 12,00 Euro

27 gennaio 2016

Giorno della Memoria: 10 libri per non dimenticare

Come ogni 27 gennaio, per ricordare il giorno del 1945 in cui le truppe sovietiche per prime arrivarono ad Auschwitz e ne liberarono i superstiti, l'Italia e molti altri paesi europei celebrano il giorno della memoria, la data-simbolo per commemorare tutte le vittime del fascismo e del nazionalsocialismo. In occasione di tale ricorrenza, vi proponiamo dieci dei libri usciti più di recente per approfondire e riflettere su una delle più drammatiche pagine della storia mondiale.


Scorpion Dance di Shifra Horn - Fazi, Le strade - 432 pagine, 18.50 €

La storia di Orion, un ragazzo che ha perso il padre durante la guerra dei Sei Giorni e che viene cresciuto da due donne nel quartiere di Old Katamon, è un viaggio di straordinaria intensità tra i suoni, i colori, i profumi e le ferite di Gerusalemme che dall’Olocausto giunge ai giorni nostri.
Orion porta sulle spalle il peso di un padre che non ha mai conosciuto, il dolore per l’abbandono della madre che, rimasta vedova troppo giovane, vola in Australia per risposarsi, e soprattutto il ricordo di Johanna, la nonna tedesca che parla un pessimo ebraico e odia la Germania. Quando Orion incontrerà la sua Basherte, una cantante d’opera berlinese con cui vivrà un’appassionata storia d’amore, si troverà a fare i conti con la propria individualità, con il passato del popolo ebraico e con l’ultimo, essenziale, segreto di Johanna. E né Sarah, il pappagallo parlante dai sentimenti umani ereditato dalla nonna, né il glicine giapponese che avvolge con una forza soprannaturale la sua nuova casa, né Falada, il camioncino-biblioteca dotato di volontà propria e senso dell’umorismo, basteranno a salvarlo da un vortice di incertezza, sradicamento e lutto.
Come nella danza dello scorpione, questo romanzo – complici un sottile realismo e un lirismo sofisticato – si riavvolge in continui movimenti tra passato e presente, e ci accompagna attraverso la lotta per la sopravvivenza dei tre protagonisti, sempre in bilico tra il desiderio di ricordare e la necessità di dimenticare.
Shifra Horn, con lo sguardo di chi è abituato a interrogarsi sulla propria storia, è abilissima nel mescolare l’amore e le relazioni umane a questioni difficili come il tema della memoria e dell’identità.


L'usignolo di Kristin Hannah - Mondadori, Omnibus - 468 pagine, 19.50 €

Nel tranquillo paesino di Carriveau, Vianne Mauriac saluta il marito Antoine che si sta dirigendo al fronte. Non credeva che i nazisti avrebbero attaccato la Francia, ma di punto in bianco si ritrova circondata da soldati tedeschi, carri armati, aerei che scaricano bombe su innocenti. Ora che il Paese è stato invaso, Vianne è obbligata a ospitare il nemico in casa sua: da quel momento ogni suo movimento è tenuto d'occhio, lei e sua figlia sono in costante pericolo. Senza più cibo né denaro, in una situazione di crescente paura, si troverà costretta a prendere, una dopo l'altra, decisioni difficilissime. Isabelle, la sorella di Vianne, è una diciottenne ribelle in cerca di un obiettivo su cui lanciarsi con tutta l'incoscienza della giovinezza. Mentre lascia Parigi insieme a migliaia di persone, incontra il misterioso Gaëtan, un partigiano convinto che i francesi possano e debbano combattere i nazisti. Rapita dalle idee e dal fascino del ragazzo, Isabelle si unirà alla Resistenza senza mai guardarsi indietro, non considerando i rischi gravissimi a cui andrà incontro. Con coraggio e grazia, sorretta da una documentazione accuratissima, Kristin Hannah si addentra nell'universo epico della Seconda guerra mondiale per illuminare una parte della Storia raramente affrontata: la guerra delle donne. L'Usignolo racconta di due sorelle distanti per età, esperienze e ideali, ognuna alle prese con la propria battaglia per la sopravvivenza ma entrambe alla ricerca fiduciosa dell'amore e della libertà. Una storia toccante, dolorosa e coinvolgente che celebra la resilienza dell'animo umano e la straordinaria forza delle donne.


Morire in primavera di Ralf Rothmann - Neri Pozza, Bloom - 208 pagine, 16.00 €

Febbraio 1945. La Seconda guerra mondiale è agli sgoccioli. Più di cinque milioni di soldati, un milione di civili e quasi sei milioni di ebrei hanno già perso la vita. Ma Hitler non si arrende e chiede il sacrificio più terribile, quello dei più giovani. Walter Urban e Friedrich “Fiete” Caroli, sono tra gli ultimi soldati reclutati a forza dalle SS. Hanno appena 17 anni e lavoravano come mungitori in una grande fattoria. Walter è fortunato. Durante l’addestramento di poche settimane riesce a prendere la patente e viene affidato alla squadra di autisti che ha il compito di rifornire le unità della Waffen-SS. Fiete invece viene spedito in prima linea. Pacifista nell’animo e profondamente disgustato dalla guerra, farà comunque il suo dovere. Ma di fronte ai soldati feriti, alle bombe che piovono dal cielo e alle granate lanciate dallo stesso esercito tedesco alle spalle dei propri commilitoni, per spronarli ad attaccare il nemico, Fiete crolla. Deve andarsene, a qualunque costo. Catturato mentre sta fuggendo, Fiete viene condannato a morte in quanto disertore. E Walter, ancora incredulo, si ritrova a dover eseguire il più terribile degli ordini: puntare l’arma contro il suo migliore amico… Come la maggior parte dei reduci tedeschi Walter non ha mai raccontato nulla di questa esperienza, neppure tra le mura amiche di casa. È diventato un uomo taciturno e malinconico. Ma quando i dottori gli riscontrano una malattia allo stadio terminale, il figlio regala a Walter un quaderno, sperando che vi scriva qualcosa sul suo misterioso passato.


Il bambino in cima alla montagna di John Boyne - Rizzoli, Ragazzi Best - 320 pagine, 15.00 €

Pierrot è ancora un bambino quando, rimasto orfano, deve lasciare la sua amata Parigi per andare a stare dalla zia in una bellissima e misteriosa magione tra le cime delle Alpi bavaresi. Ma quella non è una villa come le altre e il momento storico è cruciale: siamo nel 1935 e la casa in cui Pierrot si ritrova a vivere è il Berghof, quartier generale e casa delle vacanze di Adolf Hitler. Il Führer lo prende sotto la sua ala protettrice e Pierrot poco alla volta viene catturato da quel nuovo mondo che lo affascina e lo fa sentire speciale, un mondo di potere ma anche di segreti e tradimenti, in cui non capire dove sta il Bene e dove il Male può essere molto pericoloso. A dieci anni dalla pubblicazione del Bambino con il pigiama a righe, John Boyne torna a parlare di una delle pagine più drammatiche del Novecento.


La pianista di Auschwitz di Suzy Zail - Newton Compton, Nuova narrativa Newton - 252 pagine, 9.90 €

Hanna ha quindici anni ed è una pianista di talento. È cresciuta in una famiglia ebrea della media borghesia ungherese, ma quando la città in cui vive viene rastrellata, dovrà conoscere insieme ai suoi cari gli orrori del campo di concentramento. Sua madre impazzirà dopo essere stata separata dal marito, e Hanna rimarrà sola con la sorella Erika ad affrontare un luogo agghiacciante e brutale come Auschwitz. Un giorno, però, le viene offerta la possibilità di suonare il pianoforte per il comandante del lager, una scelta sofferta per la povera ragazza. Una volta entrata nella villa del nazista, conoscerà suo figlio, Karl, ragazzo affascinante che sembra rinnegare la vita dello spietato padre. Di primo acchito, Hanna non potrà fare a meno di odiarlo con tutta se stessa. Eppure, man mano che passano i mesi, un altro sentimento per il giovane Karl si farà strada nel suo cuore…


Oltre la disperazione di Aharon Appelfield - Guanda, Piccola Biblioteca - 136 pagine, 14.00 €

Un bambino ebreo di soli otto anni, cresciuto nel calore di una famiglia benestante della Bucovina, antica provincia dell'Impero asburgico, viene strappato all'improvviso dal suo mondo, dalla sua lingua, dagli affetti più cari e conosce le atrocità di un campo di concentramento nazista, la fuga, anni di solitudine tra i boschi, per approdare infine in Israele, dove diventa scrittore: "uno scrittore profugo di una narrativa profuga, che ha fatto dello sradicamento e del disorientamento un argomento tutto suo". Con le tre lezioni contenute in questo libro, presentate in forma definitiva alla Columbia University di New York, Aharon Appelfeld conduce il lettore al cuore della sua esperienza e della sua narrativa. Con lucidità estrema, e una prosa limpida e luminosa, affronta questioni cruciali, come il rapporto difficile eppure fecondo tra scrittura, memoria e immaginazione; tra arte e orrore; tra Shoah e fede religiosa. Grande è la fiducia nella letteratura e altissimo il compito che le viene assegnato: attingere la verità dai particolari, "riscattare la sofferenza dai grandi numeri, dal terrificante anonimato... ridare alla persona sfigurata dalla tortura il volto umano che le era stato strappato via". In chiusura, una significativa conversazione a tutto tondo con l'amico e scrittore Philip Roth offre l'occasione di ripercorrere momenti e pagine di una vicenda artistica ed esistenziale di rara intensità.


Una mattina di ottobre di Virginia Baily - Nord, Narrativa - 407 pagine, 16.90 €

L’alba color acciaio è fredda come la pioggia sottile che si deposita silenziosa tra i suoi capelli e le scivola lungo il collo. Chiara Ravello però ha smesso di farci caso nell’istante in cui si è inoltrata nel quartiere ebraico. Ha come la sensazione che quei vicoli siano stati svuotati di vita e non rimanga che l’eco di una sofferenza muta. Quando sbuca in una piazza, Chiara vede un camion sul quale sono ammassate diverse persone. Tra di esse, nota una madre seduta accanto al figlio. Le due donne si fissano per alcuni secondi. Non si scambiano nemmeno una parola, basta quello sguardo. Chiara capisce e, all'improvviso, incurante del pericolo, inizia a gridare che quel bambino è suo nipote. Con sua grande sorpresa, i soldati fanno scendere il piccolo e mettono in moto il camion, lasciandoli soli, mano nella mano. Sono passati trent’anni dal rastrellamento del ghetto di Roma, e all’apparenza Chiara conduce un’esistenza felice. Abita in un bell'appartamento in centro, ha un lavoro che ama, è circondata da amici sinceri. Tuttavia su di lei grava il peso del rimpianto per quanto accaduto con Daniele, il bambino che ha cresciuto come se fosse suo e che poi, una volta adulto, è svanito nel nulla, spezzandole il cuore. E, quando si presenta alla sua porta una ragazza che sostiene di essere la figlia di Daniele, Chiara si rende conto che è arrivato il momento di fare i conti con gli errori commessi, con le scelte sbagliate, con i segreti taciuti troppo a lungo. Perché solo affrontando il proprio passato potrà finalmente trovare la forza di riannodare i fili di quel legame stretto una fredda mattina di ottobre del 1943…


Wolf di Lavie Tidhar - Frassinelli - 300 pagine, 20.00 €

Londra, 1939. Herr Wolf è un investigatore privato, tedesco. Viene assoldato per ritrovare una ragazza scomparsa. La ragazza è ebrea. Wolf accetta il caso perché ha un bisogno disperato di soldi, ma Wolf odia gli ebrei. E colpa degli ebrei, infatti, se nel 1933 ha dovuto lasciare la Germania; è colpa degli ebrei se i comunisti hanno preso il potere a Berlino e da qui in quasi tutta l'Europa; è colpa degli ebrei se il partito nazista, che avrebbe dato ordine e disciplina all'Europa, è stato sconfitto e distrutto; è colpa degli ebrei se Wolf e molti dei suoi vecchi compagni sono finiti così, dispersi e braccati. L'indagine porterà Wolf a ripercorrere il suo passato, precipitare nelle sue nevrosi, e condurrà invece il lettore in un gioco di continui spiazzamenti.


La sarta di Dachau di Mary Chamberlain - Garzanti, Narratori moderni - 320 pagine, 16.90 €

Londra, 1939. Ada Vaughan non ha ancora compiuto diciotto anni quando capisce che basta un sogno per disegnare il proprio destino. E il suo è quello di diventare una sarta famosa, aprire una casa di moda, realizzare abiti per le donne più eleganti della sua città. Ha da poco cominciato a lavorare presso una sartoria in Dover Street, e la vita sembra sorriderle. Un viaggio imprevisto a Parigi le fa toccare con mano i confini del suo sogno: stoffe preziose, tagli raffinati, ricami dorati. Ma la guerra allunga la sua ombra senza pietà. Ada è intrappolata in Francia, senza la possibilità di ritornare a casa. Senza soldi, senza un rifugio, Ada non ha colpe, se non quella di trovarsi nel posto sbagliato. Ma i soldati nazisti non si fermano davanti a niente. Viene deportata nel campo di concentramento di Dachau. Lì, dove il freddo si insinua senza scampo fino in fondo alle ossa, circondata da occhi vuoti per la fame e la disperazione, Ada si aggrappa all’unica cosa che le rimane, il suo sogno. L’unica cosa che la tiene in vita. La sua abilità con ago e filo le permette di lavorare per la moglie del comandante del campo. Gli abiti prodotti da Ada nei lunghi anni di prigionia sono sempre più ricercati, nonostante le ristrettezze belliche. La sua fama travalica le mura di Dachau e arriva fino alle più alte gerarchie naziste. Le viene commissionato un abito che dovrà essere il più bello della sua carriera. Un vestito da sera nero, con una rosa rossa. Ma Ada non sa che quello che le sue mani stanno creando non è un abito qualsiasi. Sarà l’abito da sposa di Eva Braun, l’amante del Führer… La sarta di Dachau è un caso editoriale mondiale. Venduto in 26 paesi, ha conquistato il cuore dei librai e dei lettori inglesi. Una storia di orrore e di speranza, di vite spezzate e della capacità di sopravvivere grazie ai propri sogni. La storia di una donna che non si arrende e che continua a lottare anche quando tutto sembra perso.


L'odore umano di Ernő Szép - Jaca Book, Calabuig - 210 pagine, 15.00 €

Un poeta e intellettuale ebreo racconta le vicende sue e di un gruppo di ebrei di Budapest nel 1944. Il momento storico è denso e tragico: dall’occupazione tedesca del paese, nel marzo 1944, attraverso i deboli tentativi del reggente Miklós Horthy di proteggere gli ebrei, fino all’avvento del governo filo-nazista di Ferenc Szálasi. Testimone e vittima della follia antisemita, Ernő Szép, all’epoca sessantenne, osserva le sofferenze della sua gente, la crudeltà degli aguzzini, l’indifferenza di molti e la generosità di pochi eroici concittadini. E consegna una storia tragica che non rinuncia a cogliere, nell’abiezione, barlumi di pietà umana, di bellezza, persino di ironia.

31 agosto 2015

Speciale Romanzi d'Appendice: I Tre Moschettieri - Alexandre Dumas padre

Alexandre Dumas padre nasce il 24 luglio 1802 a Villers-Cotterêts. Figlio di un generale dell'esercito francese che aveva ripudiato il suo titolo nobiliare e morto quando Dumas aveva tre anni, questi fu cresciuto dalla sola madre che gestiva una tabaccheria. Non potendo avere un'istruzione approfondita a causa delle scarse risorse economiche, Dumas inizia a lavorare nell'albergo del nonno materno e in seguito, trasferitosi a Parigi, entra al servizio del Duca d'Orléans come copista. Nel 1824 da una relazione con una sarta nasce Alexandre Dumas figlio, anche lui in seguito famoso letterato. Nello stesso periodo inizia a lavorare per il teatro, riscuotendo successo con opere quali Enrico III e la sua corte, Antony, La Torre di Nesle e Kean. Nel 1843 sposa l'attrice Ida Ferrier e inizia un periodo di successi. Nel 1844 Dumas raggiunge l'immortalità letteraria. Il Conte di Montecristo e I Tre Moschettieri (qui recensito e facente parte di una trilogia), scritti a puntate a partire dal 1844, sono tra le opere francesi più famose e imitate al mondo. Nello stesso anno Dumas acquista un terreno a Marly-le-roi e fa costruire il "Castello di Montecristo", un edificio composito su ispirazione degli stili del Rinascimento, barocco e gotico. Nel 1846 inaugura un proprio teatro, che chiama il "Théâtre-Historique", che fallisce però nel 1850. Rovinato dai debiti, lo scrittore è costretto a vendere all'asta il suo castello e nel 1851, inseguito da più di 150 creditori, deve riparare in Belgio. Torna a Parigi solo nel 1854, risolti i suoi problemi finanziari. Inizia dunque a viaggiare per tutta l'Europa e dal 1861 al 1864, dopo aver accompagnato Garibaldi nelle sue battaglie, soggiorna a Napoli, dove viene nominato direttore degli scavi e dei musei. Tornato in Francia negli anni seguenti, si ammala gravemente e nel settembre del 1870 si trasferisce nella villa di suo figlio Alexandre a Puys, vicino a Dieppe, dove muore il 5 dicembre. Tra le sue opere più importanti, oltre ai romanzi succitati, ci sono il Ciclo degli ultimi Valois (La Regina Margot, La dama di Monsoreau, I Quarantacinque), In viaggio sulle Alpi (1834), Delitti celebri (1839-40), Napoleone (1840), Giovanna d'Arco (1842), La cappella gotica, La guerra delle donne, Il tulipano nero (1850), Il Caucaso (1859).


«Beato colui che per la prima volta si accinge a inseguire le orme di d'Artagnan; beato colui che, avendo letto questo libro nell'adolescenza, come accade, in una edizione probabilmente ornata di traumatizzanti illustrazioni, non ne conserva che un confuso ricordo, fatto di generosi e un po' sciocchi duelli, di trame ingegnose, di agevoli uccisioni; attendono costoro alcune ore di indifesa, deliziata lettura... Una velocissima cavalcata, che si svolge con accelerazione sempre piú nervosa e rovinosa, ci rapisce, per le strade di Francia e di Inghilterra, sulle tracce di d'Artagnan e dei tre moschettieri; in preda ad un batticuore lievemente degradante, gustando tutta la codarda letizia di essere "fuori", noi seguiamo le ambagi di una storia seducente quanto sfrontatamente improbabile». (Giorgio Manganelli)

Recensione

Opera tra le più importanti nella storia della letteratura francese, I Tre Moschettieri di Alexandre Dumas padre (in collaborazione con Auguste Maquet, uno dei suoi assistenti che fu prezioso anche per l'altro capolavoro, Il Conte di Montecristo) uscì per la prima volta a puntate sul giornale “Le Siècle” tra il marzo e il luglio del 1844, durante quel periodo turbolento chiamato anche “Monarchia di Luglio” (1830-1848) che segnò un breve ritorno alla monarchia prima di passare definitivamente alla repubblica. Fulgido esempio di romanzo ottocentesco storico, fu un successo enorme sia di critica che di pubblico già dalle prime pubblicazioni.

Tutto parte dal ritrovamento di un romanzo del '700 - Mémoires de Monsieur d'Artagnan di Gatien de Courtilz de Sandras – da parte di Dumas mentre questi era alla ricerca di notizie su Luigi XIV. Il personaggio descritto in quelle pagine lo colpì così tanto che decise di usarlo per farne il protagonista de I Tre Moschettieri.
Nella trama le avventure del giovane guascone che parte per cercare fortuna a Parigi presso il capitano delle guardie di Sua Maestà de Tréville sono coinvolgenti e senza un attimo di respiro: bastano le pagine iniziali per definire il carattere turbolento e orgoglioso del neanche ventenne.
Leggere le sue parole mentre apostrofa un gentiluomo che aveva celatamente parlato male del suo ronzino e chiedere soddisfazione per l'insulto (cosa che rimarrà come sottotrama per tutto il romanzo), svenire e perdere la lettera di raccomandazione, arrivare a Parigi e testardamente chiedere udienza a de Tréville rischiando di essere ucciso in duello dai tre suoi futuri inseparabili amici Porthos, Aramis e Athos, ci riporta immediatamente a un'epoca affascinante e violenta nel quale i duelli regolamentati tra gentiluomini risolvevano anche la minima controversia.

Ogni azione si accompagna a un eloquio nobile anche nelle imprecazioni e gli intenti, benché rafforzati da moschetto e spada, sono sempre in linea con quello spirito ribaldo e allo stesso tempo signorile che ha creato un termine di paragone nella letteratura.

In più, personaggi memorabili – Milady e il Cardinale Richelieu sono degli antagonisti perfetti e anche i comprimari fanno ottimamente la loro parte - e dialoghi sì ridondanti ma efficaci rendono avvincente un romanzo che a causa della sua serialità ogni tanto gira a vuoto su ridondanti descrizioni o panegirici magniloquenti fini se stessi che devono evidentemente allungare il brodo.

Considerato il primo thriller politico della storia, I Tre Moschettieri non può che affascinare il lettore anche oggi, anche solo per rivivere le gesta che tanto hanno influenzato libri, film, fumetti opere teatrali e tanti altri media.

Giudizio:

+5stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: i Tre Moschettieri
  • Titolo originale: Les Trois Mousquetaires
  • Autore: Alexandre Dumas padre
  • Traduttore: Zini Marisa
  • Editore: Einaudi
  • Data di Pubblicazione: 1998
  • Collana: Einaudi tascabili
  • ISBN-13: 9788806190286
  • Pagine: 636
  • Formato - Prezzo: Brossura - 14,00 Euro

29 agosto 2015

Speciale Romanzi d'Appendice: Il sindaco di Casterbridge - Thomas Hardy

Thomas Hardy nacque nel 1840 ad Higher Bockhampton, Dorchester, Inghilterra. Studente brillante, non poté intraprendere gli studi universitari a causa degli scarsi mezzi economici della famiglia, per questo all'età di 16 anni abbandonò la scuola e fu assunto come apprendista in uno studio di architettura fino al suo trasferimento a Londra, dove riuscì a iscriversi al King's College e dove vinse diversi riconoscimenti importanti nel campo dell'architettura.
Sempre cosciente delle divisioni sociali esistenti faticò ad ambientarsi nella capitale, ma il soggiorno a Londra lo rese molto attento alle problematiche di riforma sociale e del lavoro, diffuse fra gli altri da John Stuart Mill. Dopo essere rientrato nel Dorchester, Hardy nel 1874 si trasferì in Cornovaglia in seguito al matrimonio con Emma Lavinia Gifford. Sebbene i due finiranno col divorziare, lo scrittore rimase legato alla donna e fu profondamente toccato dalla sua morte, evento che lo spinse ad avvicinarsi con decisione alla poesia e che lo portò a vincere importanti riconoscimenti, tanto che oggi egli viene apprezzato tanto quanto poeta che quanto romanziere.
La decisione di diventare scrittore era maturata però molto tempo prima, al momento del ritorno nel Dorchester, e aveva portato nel 1867 alla produzione del suo primo romanzo, The Poor Man and the Lady, che però non trovò mai un editore e fu in seguito bruciato dal suo autore, a causa dei controversi temi politici trattati.
Nel frattempo Hardy aveva prodotto altre due novelle, Desperate Remedies (1871) e Sotto gli alberi (Under the Greenwood Tree, 1872), pubblicate sotto pseudonimo, e una terza uscita invece con il suo vero nome a puntate sul Tinsley's Magazine tra il 1872 e il 1873. Quest'opera, intitolata Due occhi azzurri (A Pair of Blue Eyes), si ritiene abbia dato origine al termine cliffhanger in quanto al termine di uno dei capitoli il protagonista restava letteralmente appeso ai bordi di una scogliera.

Successo ancora maggiore riscosse l'opera successiva, Via dalla pazza folla (Far from the Madding Crowd, 1874), nella quale viene per la prima volta introdotto il termine Wessex per indicare la regione, corrispondente grossomodo all'antico regno Sassone, nella quale saranno ambientati quasi tutti i suoi romanzi successivi.
E' proprio grazie al successo di Via dalla pazza folla (qui la nostra recensione) che Hardy poté abbandonare il lavoro di architetto e dedicarsi alla scrittura a tempo pieno producendo altri dieci romanzi nei quali l'autore ritorna più volte sui temi a lui cari quali la lotta impari contro il destino, l'impossibilità di valicare le divisioni di classe e la predominanza della passione sulla ragione, tutti temi che lo porteranno a essere identificato come uno dei principali esponenti del realismo Vittoriano. Spiccano fra tutti gli ultimi due romanzi, Tess dei d'Urbevilles (Tess of the d'Urbervilles, 1891), da noi recensita qui, e Jude l'oscuro(Jude the Obscure, 1896), entrambi destinati a suscitare enormi polemiche e indignazione nel pubblico vittoriano per la palese critica all'istituzione del matrimonio e il modo disinvolto con cui venivano trattati argomenti come il sesso e la religione. Pare che Giuda venisse venduto in buste di carta per nasconderne il titolo e che il vescovo di Wakefield arrivò a bruciarne delle copie e pare che le aspre critiche ricevute convinsero Hardy a non scrivere più romanzi nonostante in quel periodo fosse ormai arrivato all'apice della fama e, a partire dal 1910, ricevesse ben dieci candidature al Nobel per la Letteratura.
Sposatosi una seconda volta nel 1914 con la segretaria Florence Emily Dugdale, di 39 anni più giovane, Hardy si ammalò ai polmoni nel 1927 e morì i primi di gennaio del 1928 nella sua abitazione di Max Gate. Le sue ceneri furono seppellite nell'Angolo dei Poeti a Westminster Abbey, con l'eccezione del cuore che fu invece seppellito insieme alla prima moglie Emma.


Michael Henchard è un mietitore disoccupato che, dopo essersi ubriacato ad una fiera di paese, in seguito ad un impulsivo scatto d'ira vende la moglie Susan e la figlioletta di un anno ad un marinaio appena incontrato. Diciotto anni dopo, Susan e la figlia si mettono alla sua ricerca senza sapere che nel frattempo l'uomo è diventato il personaggio più prominente di Casterbridge. Henchard tenta a questo punto di porre rimedio alla sua scorrettezza giovanile ma la sua natura impulsiva, mai domata dagli anni, adombra sia le sue relazioni personali che la buona riuscita dei suoi affari. Sebbene Henchard sia destinato a essere un eroe tragico, incapace di sopravvivere alla nuova realtà commerciale, il suo è anche un cammino verso l'amore.

Recensione

Quando pensiamo ad Hardy oggi pensiamo soprattutto all'innocente e sfortunata Tess. Eppure questo Il sindaco di Casterbridge, precedente di cinque anni, inizia con una delle scene più memorabili della letteratura, con cui pochi altri romanzi riescono a rivaleggiare ancora oggi: un giovane ubriaco, iracondo e impulsivo, vende la propria moglie e la propria figlia ancora in fasce ad un perfetto sconosciuto. Un gesto di cui si pentirà troppo tardi e che segnerà la sua esistenza.

Un inizio sfolgorante che non indugia in preamboli e che si tuffa poi a capofitto in avanti di vent'anni per narrare una delle storie più ricche di colpi di scena della letteratura vittoriana, che si dipana secondo una sequenza di eventi così ben congegnata da chiedersi come sia possibile che la fama di quest'opera si sia tanto offuscata negli anni, a vantaggio di opere un po' più pasticciate come appunto Tess.
Anche ne Il sindaco di Casterbridge, infatti, ritroviamo l'eterna lotta fra uomo, destino e i limiti di una società ipocrita che sono al cuore di tutti i romanzi di Hardy, Tess compresa, ma qui il tono è più razionale, prosaico, contenuto nel melodramma - nonostante l'autore non sia avaro di disgrazie in rapida sequenza - e perciò meno propenso ad accalappiare lettori in cerca di emozioni forti e immediate. Va poi detto che le vicende di una fanciulla innocente dalla virtù violata sono destinate a rimanere più facilmente nei ricordi e nel cuore del pubblico rispetto alla parabola tragica di un uomo un po' rozzo e dal carattere iracondo che sembra un po' meritarsi le disgrazie di cui è vittima.

A differenza di altri romanzi di Hardy, in cui i protagonisti sembrano spesso vittime impotenti del fato e lo spazio di manovra del loro libero arbitrio sembra veramente limitato, ne Il sindaco di Casterbridge il carattere del protagonista appare responsabile del suo destino tanto quanto gli eventi incontrollabili che appaiono sul suo cammino (non a caso il sottotitolo dell'opera è "La vita e la morte di un uomo di carattere"). Michael Henchard è un uomo orgoglioso e portato a farsi accecare dalle passioni, non cattivo, anzi, capace di momenti di profonda tenerezza e empatia, eppure incapace di impedire ai suoi istinti più bassi di prendere il sopravvento. Qualcuno ha notato in questa sua personalità instabile, capace di slanci di generosità e subito pronta a cadere nel vittimismo e nella diffidenza semi-paranoica, gli indizi di una forma di depressione, inevitabilmente acuita dall'abuso di alcol che esalta la tendenza dell'uomo all'ira ingiustificata.

Henchard è un personaggio complesso ma estremamente umano, per questo non difficile da amare o quantomeno da compatire, anche nei suoi momenti più bassi. Anche lui in qualche modo ha tentanto di elevarsi sopra il proprio rango, di uscire dagli schemi, di ottenere qualcosa di più di quanto la classe sociale in cui è nato gli avrebbe concesso e per questo, come quasi tutti i personaggi del romanziere inglese, viene punito. In questo caso, però, non è tanto l'ipocrita società vittoriana da biasimare (anche se nell'infelice destino delle relazioni con Susan prima e con Lucetta poi non mancano di infliggere una stoccata all'istituzione del matrimonio così come lo vedeva Hardy) quanto il protagonista stesso che permette al proprio orgoglio e alla propria invidia di mandare all'aria quanto di buono è stato capace di costruire nella seconda parte della sua esistenza. Vendere la propria moglie e figlia è una colpa troppo grande dalla quale è impossibile redimersi, sembra dire l'autore.

Il fato migliore, al contrario, tocca a chi sa accettare il proprio destino con paziente sopportazione come la figlia di Michael, Elizabeth-Jane, una figura femminile decisamente poco accettabile oggi, docile e sottomessa fanciulla disposta a subire l'atteggiamento freddo e scostante del padre prendendosene la colpa e a restare in paziente attesa dell'amato anche quando questo si invaghisce e sposa un'altra.
I personaggi secondari, va detto, sono uno degli aspetti di minor fascino dell'opera e il motivo per cui ho tolto una stelletta al voto finale. Al di là dell'insipida ma tenace Elizabeth-Jane, non mancano figure affascinanti come il brillante Donald Farfrae, nemesi di Henchard, figura solare, positiva e senza ombre, o la sfortunata Lucetta che non è ben chiaro se Hardy voglia dipingere come una sciocchina o come una donna di fascino e personalità. Tuttavia ognuna di queste figure sale a sprazzi alla ribalta nel corso della storia, apparendo come una possibile figura centrale fino a che lo scrittore non la rispedisce in secondo piano o, peggio ancora, nel dimenticatoio per capitoli interi. Il protagonista assoluto, come del resto anticipava il titolo, resta quindi solo lui, Michael, le altre figure della sua vita destinate a vedersi solo quando funzionali al racconto e quindi nel complesso sempre un po' monocordi e poco apprezzabili.

Infine un'ulteriore stelletta l'ho tolta per il modo in cui viene gestita la trama: Il sindaco di Casterbridge apparve inizialmente a puntate su Graphic magazine in Inghilterra e su Harper’s Weekly negli Stati Uniti, per cui non è difficile immaginare che i frequenti colpi di scena abbiano lasciato i primi lettori in sospeso da una settimana all'altra. Ogni colpo di scena viene però risolto quasi sempre nel capitolo successivo, a differenza di quanto avviene in opere di altri grandi scrittori vittoriani come Dickens o Charlotte Bronte abituati a celare alcuni misteri per la quasi totalità dell'opera. Questo, unito al numero relativamente scarso di personaggi principali, rovina un po' la suspense per il lettore moderno che si trova fra le mani un'opera fatta da una sequenza di azione e reazione, non priva di fascino ma forse meno accattivante di quanto doveva apparire all'inizio.

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Il sindaco di Casterbridge
  • Titolo originale: The Mayor of Casterbridge
  • Autore: Thomas Hardy
  • Traduttore: L.Berti
  • Editore: Rizzoli
  • Data di Pubblicazione: 2000
  • Collana: BUR - Classici
  • ISBN-13: 978-8817173315
  • Pagine: 361
  • Formato - Prezzo: ebook- 2,99 €

22 agosto 2015

Speciale Romanzi d'Appendice: Grandi speranze - Charles Dickens

Considerato il padre della letteratura vittoriana, Charles John Huffam Dickens nacque il 7 febbraio 1812 a Portsea Island (Portsmouth), secondo degli otto figli di John Dickens, impiegato all'Ufficio Stipendi della Marina Britannica, e di Elizabeth Barrow. Avido lettore fin da bambino, l'impiego del padre gli consentì di avere un'istruzione, almeno fino a quando John Dickens, che manteneva un tenore di vita più alto di quanto la sua rendita gli consentisse, fu rinchiuso nella prigione per debitori di Southwark. La famiglia lo seguì, con la sola eccezione di Charles, all'epoca dodicenne, che fu costretto a lasciare gli studi e a lavorare in una fabbrica di lucido per scarpe per mantenersi. Le dure condizioni di lavoro influenzarono a fondo la vita e le opere di Dickens, soprattutto Oliver Twist e il più autobiografico David Copperfield, e lo convertirono in un fervente sostenitore della necessità di una riforma socioeconomica che tutelasse le fasce della popolazione più povere e che garantisse condizioni di lavoro più umane.
La morte della bisnonna di Charles, che lasciò alla famiglia una discreta eredità, consentì al padre di saldare i debiti e di uscire dalla prigione di Southwark, ma la madre non ritirò subito il ragazzino dal lavoro in fabbrica, gesto che segnò per sempre i rapporti tra i due e che fece maturare in Dickens una certa misoginia. Riuscì comunque in seguito a riprendere gli studi fino al 1827, anno in cui iniziò a lavorare nell'ufficio legale di Ellis & Blackmore come praticante, imparando anche, nel tempo libero, la stenografia, che gli consentì poco dopo di lasciare l'ufficio e di lavorare sia come reporter freelance che come stenografo in tribunale e negli studi legislativi. La vicinanza alla mostruosa macchina burocratica e alle contraddizioni del sistema legale confluirono successivamente in opere come Nicholas Nickleby, Dombey e Figlio e soprattutto Casa desolata.
Dopo alcuni iniziali tentativi di sfondare come attore (tanto forte era l'amore per il teatro da lui maturato in questo periodo), uno zio materno gli offrì un lavoro al "Mirror of Parliament", per cui iniziò a scrivere sotto lo pseudonimo di "Boz" alcuni brevi e arguti articoli a tema politico, che nel 1836 vennero pubblicati in due raccolte dal nome di Sketches by Boz.

Dickens iniziò a calcare la scena letteraria del tempo stringendo amicizia con lo scrittore William Harrison Ainsworth, nel cui salotto in Harrow Road si riuniva periodicamente con Benjamin Disraeli, George Cruikshank, Edward Bulwer-Lytton, e con John Macrone, l'editore che aveva pubblicato i suoi Sketches. Il successo di questi ultimi condusse a una proposta degli editori Chapman&Hall perché Dickens fornisse dei testi con cui accompagnare le incisioni di Robert Seymour su una rivista mensile. Il risultato (Hablot Knight "Phiz" Browne aveva poi sostituito Seymour, morto suicida) divenne in seguito il romanzo a puntate Il Circolo Pickwick, che acquisì un successo via via maggiore fino a vendere, con l'ultimo numero, 40.000 copie. Poco dopo la fine della pubblicazione di Pickwick, Dickens iniziò Oliver Twist, il primo romanzo vittoriano con un bambino per protagonista, pubblicato nel 1838.
Il suo successo non conobbe battuta d'arresto: tra il 1838 e il 1839 pubblicò Nicholas Nickleby, cui seguirono La bottega dell'antiquario (1840-41) e il suo primo romanzo storico, Barnaby Rudge, uscito a puntate sul settimanale "Master Humphrey's Clock", da lui stesso fondato dopo alcuni dissapori con l'editore John Macrone. Rientrato in Inghilterra dopo un lungo e trionfale viaggio in America e Canada con la moglie Catherine Thomson Hogarth, Dickens iniziò a lavorare sulla prima delle storie a tema natalizio, Un canto di Natale, e ai più maturi Dombey e Figlio (1849-1850) e David Copperfield.
A questa seconda fase della sua produzione appartengono anche Casa desolata (1852–53), Tempi difficili (1854) e La piccola Dorrit (1856). Le entrate dell'autore, che si profuse corpo e anima nell'aiuto - anche economico - di ospedali per poveri e associazioni di carità e assistenza per "donne decadute" e orfani, aumentarono anche grazie ai reading tour in Inghilterra, Scozia e Irlanda, sempre più numerosi man mano che la sua popolarità aumentava. Nel 1859 uscì Racconto di due città, seguito due anni dopo da Grandi speranze.
L'8 giugno 1870, mentre stava lavorando a Il mistero di Edwin Drood (che rimarrà incompiuto), Dickens perse i sensi a causa di un'emorragia cerebrale che già si era manifestata negli anni precedenti. Morì il giorno seguente. Contrariamente al suo desiderio di essere seppellito privatamente e senza alcuno sfarzo nella Cattedrale di Rochester, le sue spoglie furono poste nell'Angolo dei Poeti dell'Abbazia di Westminster.


Pip vive in un piccolo villaggio alla foce del Tamigi. La sua infanzia di fervida e inquieta immaginazione viene sconvolta dall'irruzione di due adulti: il criminale Magwitch e la bizzarra e ricca Miss Havisham. Esaltato a "grandi speranze" dalla ricchezza che la vecchia signora sembra destinargli, il giovane rompe i legami d'affetto con il villaggio per recarsi a Londra, inseguendo la fredda e sprezzante Estella e fatalmente attratto dalle propaggini più inquietanti della città: il kafkiano mondo legale delle Inns of Court, le carceri di Newgate e le limacciose sponde del Tamigi. Narratore e protagonista, Pip ripercorre con humour e passione il suo cammino di conoscenza e disillusione, facendo i conti con la propria cecità di fronte ai casi della vita. Da questo romanzo è stato tratto di recente il film "Great Expectations", con, tra gli altri, Helena Bonham Carter e Ralph Fiennes.

Recensione

«Pirrip era il cognome di mio padre e Philip il mio nome di battesimo, ma la mia lingua infantile non riuscì a cavarne nulla di più lungo o più esplicito di Pip. Sicché cominciai a chiamare me stesso Pip e Pip mi chiamarono gli altri.
In quanto al cognome Pirrip, mi baso sull'autorità della tomba di mio padre e su mia sorella - la moglie di Joe Gargery, il fabbro. Non avendo mai visto mio padre o mia madre e neppure una loro immagine (a quei tempi l'era della fotografia era ancora lontana), le mie prime fantasie sul loro aspetto derivarono, assurdamente, dalle pietre tombali. La forma delle lettere su quella di mio padre, suscitò in me la strana idea che fosse un uomo quadrato, robusto, scuro, con capelli neri e ricci. I caratteri e il tenore dell'epitaffio ANCHE GEORGIANA MOGLIE DEL SUDDETTO, mi portarono ingenuamente a concludere che mia madre fosse lentigginosa e malaticcia. A cinque piccole losanghe di pietra, lunghe circa due palmi, ordinatamente disposte in fila accanto alla tomba e consacrate alla memoria dei miei cinque fratellini - che smisero ben presto di arrabattarsi e lottare per sopravvivere - sono debitore di una certezza in cui credevo fervidamente, e cioè che fossero nati supini con le mani in tasca, e che ve le avessero tenute sinché erano rimasti su questa terra.
Avevamo la palude, giù in basso lungo il fiume, a non più di venti miglia dal mare - nel tratto in cui si formava l'ansa. Credo di aver avuto la prima percezione, estremamente vivida e netta, dell'identità delle cose, in un rigido memorabile pomeriggio, all'imbrunire. Fu allora che scoprii con certezza che quel luogo desolato coperto di ortiche era il cimitero; e che Philip Pirrip, defunto di questa parrocchia, e anche Georgiana moglie del suddetto, erano morti e sepolti; e che Alexander, Bartholomew, Abraham, Tobias e Roger, bambini del sunnominato, erano anch'essi morti e sepolti; e che la piatta distesa fosca al di là del cimitero, intersecata da canali, argini e barriere, su cui pascolava sparso il bestiame, era la palude; e che la bassa linea livida più giù era il fiume; e che la tana remota e selvaggia da cui si scatenava il vento, era il mare; e che il mucchietto di brividi che sentiva crescere la paura di ogni cosa e si metteva a piangere, era Pip.
«Silenzio!», gridò una voce tremenda mentre un uomo sbucava tra le tombe, di fianco al portico della chiesa. «Sta zitto, piccolo demonio, se non vuoi che ti taglio la gola!».»

Inizia con uno degli incipit più famosi dell'epoca vittoriana Grandi speranze: il giorno di una brumosa vigilia di Natale il giovanissimo Pip, in visita alle tombe dei defunti genitori, viene terrorizzato da un galeotto in fuga in cerca di cibo e di una lima. Nonostante desideri poco incorrere nelle ire della violenta sorella, Pip obbedisce, ma la fuga dell'uomo è di breve durata: il giorno successivo Magwitch, questo il nome del galeotto, viene ricatturato nelle paludi.
Le stranezze nella vita di Pip non terminano qui: poco dopo l'episodio il ragazzino viene chiamato a Satis House, una dimora un tempo sontuosa ma adesso nel più completo disfacimento, dalla stramba Miss Havisham. La donna, abbandonata il giorno delle nozze molti anni prima, infesta Satis House come un fantasma, ancora nel lacero abito nuziale che aveva appena finito di indossare, non uscendo quasi dalla stanza buia in cui tutto è rimasto come in quel giorno. Pip, cui Miss Havisham chiede di andarla a trovare di tanto in tanto (e che lo stupisce con strambe richieste), s'innamora all'istante di Estella, l'algida protetta adottata dalla donna perché possa un giorno vendicarla dei torti subiti dal sesso maschile.
Giunto all'età adatta per imparare un mestiere, Miss Havisham paga a Joe Gargery, il mite cognato di Pip, un compenso perché lo assuma come apprendista fabbro. Di malumore Pip si adatta alla povera esistenza che gli è sempre stata destinata. Ma poco dopo il ragazzo viene convocato da Mr. Jaggers, il legale di Miss Havisham, che gli comunica un'inaspettata notizia: un misterioso benefattore, che vuole restare anonimo, ha messo una grossa somma a disposizione di Pip perché venga educato come un gentiluomo a Londra. Non senza qualche senso di colpa nei confronti di Joe, ed eppure felice di mutare la sua misera condizione in una che gli consenta di essere al livello di Estella, Pip, convinto che il misterioso benefattore sia Miss Havisham e che gli abbia destinato la sua protetta, parte per Londra pieno di grandi speranze.

Da queste mosse si dipana un romanzo di formazione tragicomico denso di colpi di scena e agnizioni degni della migliore tradizione dickensiana: dal palustre villaggio natale Pip giunge nella frenetica Londra, dove, rinnegando sempre più le sue umili origini, si darà ai bagordi con il coetaneo Herbert Pocket (figlio del suo precettore Matthew Pocket, negletto cugino di Miss Havisham). Risucchiato dalla torbida corrente londinese, che lo inizierà alla scioperataggine di una vita trascorsa tra ritrovi mondani, un'educazione senza scopo, debiti da saldare e adorazione incondizionata verso Estella, il passivo Pip scoprirà il marcio nascosto nell'esistenza più dorata fino a rimpiangere l'ingenua semplicità della sua precedente vita, da cui si troverà tagliato fuori. A salvarlo (letteralmente), come spesso accade nelle opere dickensiane, sarà l'amicizia.

Ma le grandi speranze cui il titolo si riferisce non sono unicamente quelle di Pip: grandi speranze sono quelle di Abel Magwitch, che ha accumulato un capitale perché il suo protetto diventasse ciò che lui non ha avuto l'occasione di divenire; grandi speranze sono quelle di Miss Havisham, che ha educato Estella senza sentimento per farne un'arpia che potesse far soffrire il maggior numero di uomini possibile; grandi speranze di sfondare nel commercio così da sposare la fidanzata Clara sono quelle di Herbert, grandi speranze - di ricchezza, di potere, di ascesa sociale - nutrono gran parte dei personaggi.
Evidenti sono i riferimenti autobiografici nella figura di Estella, ispirata all'algida attrice Ellen Ternan, con cui l'autore intraprese una relazione extraconiugale dopo un'iniziale riluttanza da parte di lei. Ma le esperienze personali dell'autore sono riflesse anche nella descrizione dell'ambiente legale - lo studio del rigido e macchiettistico Mr. Jaggers, un inferno burocratico di cavilli e garbugli giudiziari, in cui l'impiegato John Wemmick ostenta un'identità professionale diametralmente opposta alla spontaneità e simpatia che Pip scopre nel suo privato - con cui Dickens ebbe modo di lavorare a stretto contatto, e nei contrasti del protagonista con la violenta figura materna (in questo caso la sorella) che prevale sull'inetta figura paterna (il cognato Joe). Autobiografico è pure il sentimento di solidarietà che si respira per tutto il romanzo verso gli orfani, Pip ed Estella, oppressi, l'uno in povertà e l'altra in ricchezza, dall'aridità sentimentale, così come lo stesso Dickens era stato oppresso dalla noncuranza di un padre incapace e di una madre che lo aveva costretto al lavoro in fabbrica.

Scritto e pubblicato a puntate tra il 1860 e il 1861 sul periodico "All the Year Round", Grandi speranze è un'opera matura popolata da un carosello di pittoreschi personaggi, scritta con lo stile unico e sferzante del padre della letteratura vittoriana.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Grandi speranze
  • Titolo originale: Great Expectations
  • Autore: Charles Dickens
  • Traduttore: M.F. Melchiorri
  • Editore: Newton Compton
  • Data di Pubblicazione: 2014
  • Collana: I MiniMammut
  • ISBN-13: 9788854165144
  • Pagine: 415
  • Formato - Prezzo: Rilegato - 3,90 €

11 agosto 2015

Speciale Romanzi d'Appendice: I miserabili - Victor Hugo

Victor-Marie Hugo, nato nel 1802 a Besançon dalla famiglia di un generale napoleonico e morto a Parigi nel 1885, venerato come padre della Patria, può essere considerato in qualche modo una figura esemplare del Romanticismo e della storia francesi del XIX secolo. Dopo una vocazione molto precoce per la scrittura, legata a un'istruzione classica e insieme attenta all'attualità, il suo debutto avviene poco dopo l'adolescenza e segna l'inizio di una carriera letteraria e politica lunghissima e prolifica, dalla prosa alla poesia, al teatro.

Attivo nei circoli del romanticismo parigino anche come pubblicista, nel 1830 la polemica nota come bataille d'Ernani generata dal suo dramma omonimo, poi musicato da Verdi nel 1844, viene ritenuta una data d'inizio per il fenomeno romantico francese. Attivo anche politicamente come avversario dell'oscurantismo reazionario e sostenitore di ideali liberali o vicini al nascente socialismo filantropico-umanitario, ha una vita pubblica e privata molto attiva, funestata da morti di figli e parenti, dalla follia della figlia Adéle e da battaglie politiche, alle quali possiamo riportare diverse idee anche del suo capolavoro, I miserabili, scritto con diverse pause dal 1834 fino al 1862. Le forme del romanzo storico e i temi che prendono spunto da questioni sociali come la gisutizia e le differenze di classe nel movimentato scenario politico della Francia moderna forniscono materia a una penna, quella di Hugo, praticamente inesauribile. L'impegno politico, che lo porta allo scontro, dopo un iniziale sostegno, con il regime di Napoleone III per via della svolta autocratica del 1851, lo consacra con l'esilio prima a Bruxelles e poi a Guernesey un padre nobile, coperto di onori e considerazione come Pari di Francia, già dai tempi di Luigi Filippo, e Senatore, e infine sepolto subito dopo la morte nel Pantheon, nel 1885.


In questo grande romanzo, tra i più importanti della letteratura francese, Victor Hugo riversa gran parte della sua esperienza umana e sociale, per costruire una storia di fatica, esilio, amore e povertà. Un'epopea della miseria e un imponente affresco d'epoca che, nella Parigi dell'800, vede protagonisti alcuni indimenticabili personaggi, come Jean Valjean, la solare Cosette, Fantine, il cupo ispettore Javert: anti-eroi ricchi di luci e ombre, capaci di gesti scellerati ma anche di azioni generose e commoventi. Una storia dal ritmo incalzante, magistrale e irripetibile per l'autenticità delle emozioni e per la complessità della trama narrativa.

Recensione

Più che cosmologica leggere I miserabili di Victor Hugo sembra un'impresa titanica, al limite delle forze del lettore medio. Almeno questa è la prima impressione di fronte al monumentale mattone della letteratura francese ed europea pubblicato in volume nel 1862, sebbene per la struttura e la gestazione, oltre che per le tematiche 'eversive', sia tranquillamente assimilabile ai romanzi d'appendice tanto di moda all'inizio del XIX secolo, in particolare a I misteri di Parigi di Eugéne Sue del 1843.
Prima impressione soltanto, però, perché ad avere la perseveranza diabolica di portare a termine l'eroica impresa capita di ribaltare il giudizio e di considerare il feuilleton di Hugo un vero capolavoro, pur con le sue pecche. Fin dalle prime pagine ci si accorge innanzitutto di come la penna dell'autore sia abilissima nel plasmare figure e ambienti, personaggi e situazioni storiche. Ci si riferisce soprattutto al ritratto iniziale del vescovo di Digne, monsignor Bienvenu Myriel, con la sua pacata santità quotidiana, quasi laica, con la sorella condiscendente e santa per analogia e la perpetua Magloire, devota e protettiva. Al termine della vicenda intera si percepisce invece anche il respiro oceanico e profondo dell'opera che ruota tutta intorno alla figura di Jean Valjean e in cui anche tutti gli episodi iniziali acquisiscono una collocazione e un ruolo perfettamente coerenti: nella trama in sé, in un libro smisurato come questo, non un episodio appare superfluo. Questo dà conto della grandezza di Hugo e del suo capolavoro.

Al di là degli spaccati sociali e delle riflessioni umane sulle classi e i loro rapporti, dei racconti storici, anche vissuti in prima persona, degli scorci insuperabili di una Parigi già del tutto 'ville' ma non ancora molto 'lumiére', dei singoli personaggi, I miserabili trovano una dimensione sublime nella figura gigantesca e indimenticabile del protagonista, Jean Valjean.
Questo gigante-nano riassume in sé e nel suo destino sciagurato e sublime insieme il senso di un'epoca e della sua visione della vita, tradotto in forma romantico-sentimentale – forse un po' fuori tempo massimo se pensiamo che l'opera di Hugo fu pubblicata ben sei anni dopo Madame Bovary, il capolavoro di Flaubert che dava il segno di un netto cambiamento del clima letterario in direzione naturalista – ma capace di suscitare nel pubblico una partecipazione fortissima da un colpo di scena all'altro e di unificare il fluire della narrazione e di tutti gli altri personaggi, da Cosette a Gavroche, da Fantine a Marius, dall'ispettore Javert al vescovo Bienvenu.

Valjean, il vescovo Bienvenu e
i candelabri d'argento
Ed è singolare come questo tipo, o meglio arche-tipo, umano in grado di evocare storie e mondi così diversi e distanti, protagonista solitario di una traversata di profondissima espiazione, nel romanzo si limiti perlopiù al ruolo di presenza muta: fino alla conclusione, in cui la confessione/congedo assume il tono di un profluvio di parole, Valjean-Madeleine-Fauchelevent parla con il contagocce. Magari la sua vita interiore è l'oggetto d'analisi preferito dall'autore ma le sue parole, le sue esternazioni sono limitatissime. La sua figura sublima se stessa nel simbolo che incarna e che si può forse riconoscere nel valore allegorico dei candelabri del vescovo Bienvenu, a lui 'donati' all'inizio della vicenda. I candelabri sono segno della luce che rischiara le tenebre, sia come sforzo laico verso il progresso sociale di una mentalità che arriva dal secolo dei Lumi, moderata e pacifica nella sua portata rivoluzionaria, sia come virtù religiosa da trasmettere di testimone in testimone attraverso una fede non fredda e distante da una realtà spesso brutale ma anzi in grado di riscaldarla: Valjean è a tutti gli effetti 'figlio' in spirito del vescovo Bienvenu, che lo fa rinascere al mondo come uomo nuovo e passa il testimone di una nuova ed eterna umanità alla generazione successiva, attraverso la felicità di Marius e Cosette, di cui è, a tutti gli effetti, padre.
In questa successione lineare e semplice l'autore, in parte per moda – quella dell'appendice –, in parte per dare spazio ai suoi intenti di critica sociale, in particolare sul senso della pena e della redenzione nella giustizia e nella società degli uomini, in parte per la gestazione molto lunga del racconto, inserisce una serie di lunghe divagazioni, che appesantiscono la lettura, almeno per noi lettori moderni. Si parla di Waterloo, ed ecco che parte una ricostruzione storica dettagliatissima sulla battaglia esiziale per Napoleone di diverse decine di pagine. Valjean e Cosette finiscono in un monastero di clausura: interi capitoli ne descrivono vita morte e – letteralmente – miracoli per dare un senso dell'esperienza della vita contemplativa. I superstiti della rivolta del 1832 trovano scampo nelle fogne di Parigi, ma il lettore non si salva da una accuratissima ricostruzione della storia fognaria della capitale francese, con annessi aneddoti e varie altre amenità.

In effetti questo affastellarsi di deviazioni laterali dal tronco della storia di Valjean potrebbero indurre a dare a I miserabili meno di cinque stelle, anche tenendo conto del fatto che si è di fronte a uno stile narrativo alquanto lontano dai nostri gusti. Quando però ci si trova dinanzi al finale, quando ogni sorpresa sembra ormai lontana e inverosimile, e invece Hugo trova con un colpo di genio il modo – sì, è vero, piuttosto strappalacrime: ma si tratta di un feuilleton, in fin dei conti! – di stupire il lettore, di rimettere in equilibrio tutte le vicende del racconto, di salvare i proverbiali capra e cavoli e di commuovere, tutta la fatica del leggere viene ampiamente ripagata e superata. Non resta che un miserabile senso di vuoto perché si è giunti all'ultima pagina.

Giudizio:

+5stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: I miserabili
  • Titolo originale: Les Misérables
  • Autore: Victor Hugo
  • Traduttore: Riccardo Reim
  • Editore: Newton Compton
  • Data di Pubblicazione: 1995
  • Collana: I Mammut, I grandi tascabili economici
  • ISBN-13: 9788879836234
  • Pagine: 1296
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 12,90

4 agosto 2015

Speciale Romanzi d'Appendice: Madame Bovary - Gustave Flaubert

Gustave Flaubert nasce a Rouen il 12 dicembre 1821 da padre e madre di estrazione borghese, medico chirurgo e ricca proprietaria terriera.
Si avvicina alla scrittura sin da ragazzo, dal 1834 al 1839 è redattore del giornale Le colibrì e nel 1838 scrive Memorie di un pazzo, romanzo breve autobiografico che farà da base per la stesura di un altro celebre romanzo, L'educazione sentimentale, scritto intorno al 1845 ispirandosi all'ardente passione insoddisfatta per la giovane Elise Focault, conosciuta sulla spiaggia di Trouville.
I viaggi sono una costante nell'esistenza dello scrittore francese: si trasferirà a Parigi per iscriversi alla facoltà di legge, per poi abbandonarla subito, ma alla morte del padre si sposterà a Croisset nella casa di campagna della madre. Sono questi gli anni della storia d'amore con la scrittrice Louise Colet, che durerà fino al 1855.
Flaubert vive gli anni della rivoluzione a Parigi, e fronte alla salita al trono di Napoleone III si insinua in lui l'idea del fallimento della borghesia. Da questo filone di idee nasce il suo capolavoro Madame Bovary, romanzo d'appendice la cui storia viene pubblicata a puntate sulla rivista Revue de Paris. Il romanzo è ben lontano dalle idealizzazioni tipiche del Romanticismo (corrente con cui viene in contatto negli anni di residenza parigina), l'idealismo si scontra con il realismo della quotidianità della vita e i personaggi sono antieroi vittime della società, descritte nella loro effimera esistenza con punte di ironia a tratti grottesca.
Considerato di contenuti immorali e oltraggio alla religione, Madame Bovary viene messo all'indice e subisce un processo per oscenità nel 1857, ma Flaubert venne assolto dai giudici per indimostrabilità dell'intenzione di offendere la morale.
L'epilessia, compagna di vita sin dalla gioventù, segna la fine dello scrittore l'8 maggio 1880 a Croisset.

La protagonista, Emma Bovary, donna di provincia, che dalla vita si aspettava tanto, insoddisfatta della sua famiglia, del suo modesto marito che pure la ricopre d'amore, e persino della sua graziosa bambina, sente il bisogno di evadere e di trovare al di fuori dello squallore quotidiano gli ideali e i sogni tante volte accarezzati durante la sua adolescenza. Il romanzo è il poema del disinganno, della fantasia romantica abbassata a mediocre storia reale, ma l'affetto, l'ironia, la pietà e il sentimento tragico finale restituiscono ai sogni la grandezza e la poesia, innalzandoli al di sopra del piccolo e meschino mondo circostante.

Recensione

Sin dalle prime pagine del romanzo si respira il profumo del perfezionismo e della premura nella ricerca dei vocaboli migliori da parte dell'autore Gustave Flaubert, per raccontare e descrivere al meglio ogni minimo dettaglio della sua Madame Bovary.
Un’analisi quasi cavillosa dell’indole apparentemente ribelle ma fallimentare della bella Emma Roualt in Bovary, simbolo di un’insoddisfazione e di un’infelicità che tanto inducono a nefande avventure, ma allo stesso tempo anche incarnazione del sogno e del desiderio di una vita diversa, vissuta tra balli, teatri e feste degne dell’alto rango nobiliare. Un personaggio, quello di Emma, estremamente controverso e dalle mille sfaccettature che mostrano e delineano i contorni di un animo combattuto tra l’infelice fedeltà alla famiglia e l’ardente desiderio di adulterio come evasione dalla monotona quotidianità. Le riserve della donna però non sono così forti da combattere il fuoco della passione e ad esso si abbandona totalmente ogni giorno sempre più, dimenticando principi e oneri.
In realtà, ella è alla perenne ricerca di qualcuno, un uomo perbene a cui attribuire il titolo di amante, ancorando alla figura di quest’ultimo tutte le proprie aspettative e perdizioni che spera di realizzare al meglio in un futuro alternativo da quello che le si prospetta nella realtà.

Flaubert ci racconta le vicende della protagonista in un’ottica che non esclude una sottile misoginia, mai mostrata apertamente - non c’è infatti alcuna critica diretta al comportamento della protagonista - ma che si evince sia dall'occasionale messa in ridicolo degli atteggiamenti e del modo di fare di Emma sia nel mostrare le debolezze e il fallimento della donna che, più di una volta, si lascia andare a leggerezze e non manca di proporsi per risollevare le sorti economiche di casa Bovary, sul lastrico ormai a causa sua.
Ne deriva una disperazione così grande da trasformare Emma in vittima di se stessa, un malcontento tanto grande da indurla gradualmente a compiere azioni prive di morale o raziocinio. Una donna da mille volti: speranzosa e sognatrice, poi depressa e insoddisfatta, nervosa e scostante, adultera e di una gioiosità meschina nei confronti del marito ignaro, folle e sbarazzina ed infine immorale e disperata che in preda forse ai sensi di colpa mostra un lato di sé sconosciuto, quella dolcezza che non ha riservato nemmeno agli amanti donata infine tutta al povero Charles ormai distrutto dal dolore.

Quest'ultimo emerge come lavoratore instancabile e buon padre, forse poco attento alle gioie cui anela la moglie (questa la sua unica colpa) ma realmente devoto e innamorato di Emma, pronto ad ogni cosa per renderla felice. La freddezza e l’essere scostante della donna non arrestano i suoi impeti di affetto nonostante il più delle volte finisca vittima di un rifiuto.
L’ottimismo e la buona fede sono grandi doti dell’uomo che mai ha lasciato alla malizia e al dubbio lo spazio di agire, la furbizia e la cattiveria sono invece tutte di Emma che più e più volte ha visto nel compagno la causa scatenante dei suoi mali, tali ai suoi occhi che nemmeno l’amore per la figlia Berthe riesce ad allietare le sue giornate; più di una volta la madre si scaglia contro la piccola che, nella sua innocenza, non comprende fortunatamente i comportamenti della donna.

Il romanzo mostra quindi il lato più oscuro di Madame Bovary e la meschinità brutale di un donna ostinata a cambiare le sorti della propria misera esistenza.
Esso è anche però l'occasione per affrontare temi di più ampio respiro e non mancano quindi tra le pagine dispute su trattati filosofici e i misteri della religione, riflessioni sulla caduta della classe borghese, misera rispetto all’alta società tutta trini e merletti, ma anche sul disagio economico e l’ignoranza; la professione stessa di Charles, medico, dà inoltre spunto a trattare di malattie e di cure estremamente innovative per l’epoca (come l’operazione dello storpio Hipolite) facendo luce sul campo della ricerca scientifica.
Tanto spazio nel romanzo, infine, viene riservato alle descrizioni dei paesaggi e della vita nelle piccole realtà cittadine francesi, così come vengono descritte con cura anche le feste popolari o i comizi politici (eventi da non perdere e a cui presenziare perché manifestazioni di spicco per la popolazione).

Una società, quella descritta da Flaubert, dove conta tanto l’apparire e dove pochi badano all’essere e in questa confusione agisce Emma, attenta sì all’apparire la brava moglie del medico ma anche all’essere l’amante possessiva di chi riuscirà a garantirle una vita migliore.
Quattro stelle al romanzo perché nel complesso è molto gradevole fatta eccezione per alcuni passaggi descrittivi che sembrano interminabili e rallentano molto la narrazione; nonostante questo un ottimo lavoro.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Madame Bovary
  • Titolo originale: Madame Bovary
  • Autore: Gustave Flaubert
  • Traduttore: Ottavio Cecchi
  • Editore: Newton & Compton Editori
  • Data di Pubblicazione: 2014
  • Collana: Minimammut
  • ISBN-13: 978-88-541-6521-2
  • Pagine: 320 pagine
  • Formato - Prezzo: Rilegato - 3,90 Euro
 

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