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30 aprile 2014

Speciale Premio Pulitzer: La breve favolosa vita di Oscar Wao - Junot Díaz

Junot Díaz è nato Santo Domingo, ma all’età di sei anni, nel 1974, si è trasferito con la madre e i fratelli a Parlin nel New Jersey per ricongiungersi con il padre che lavorava in quella città. L’esperienza degli immigrati dominicani negli USA, centrale nei suoi romanzi, è quindi stata da lui vissuta in prima persona.
Già durante la scuola elementare, Díaz era un vorace lettore di libri fantascienza e un appassionato di film del medesimo genere, in particolare adorava i lavori di John Christopher ed era un fan del film Il pianeta delle scimmie.
Nel 1992 si è laureato alla Cornell University di Ithaca (New York), e nel 1995 ha conseguito un master nella stessa università; attualmente insegna scrittura creativa al MIT e scrive articoli per il Boston Review e per il The New Yorker.

Nel 1996 ha pubblicato A picco (Drown, Mondadori 2008), una raccolta di racconti che ha riscosso un enorme successo. Nel 2008 gli viene assegnato il Premio Pulitzer per la narrativa grazie al suo primo romanzo La breve e favolosa vita di Oscar Wao (2007). La sua ultima pubblicazione è la raccolta E' così che la perdi del 2010 (Mondadori, 2013), nove racconti che idealmente continuano le vicende narrate in A picco e nel suo più famoso romanzo; in entrambi i casi i protagonisti sono giovani dominicani che devono adattarsi alla nuova vita negli Usa, districandosi tra legami familiari difficili e relazioni sentimentali destinate al fallimento.


"La breve e favolosa vita di Oscar Wao": già dal titolo si capisce che il romanzo non avrà un lieto fine classico. Ma non importa. Perché la vita di Oscar - ribattezzato Wao da un amico dominicano che storpia il nome di Wilde è davvero favolosa. Da favola. Da favola letteraria, magica e realistica al tempo stesso. Nasce e cresce nel New Jersey, il grasso, poco attraente, intelligente e parecchio eccitato Oscar. Sua madre Belicia è una ex reginetta di bellezza scappata da Santo Domingo perché perseguitata dal clan del dittatore Trujillo, la sorella, Lola, è una ragazza dolce, assennata e insieme spericolata come tutte le dominicane di Díaz. L'intero albero genealogico di Oscar, come quello di altre migliaia di dominicani, è composto da figure torturate, espropriate, martirizzate.

Recensione

Tagliente, vulcanico, scoppiettante, politicamente scorretto: sono questi alcuni degli aggettivi che mi vengono in mente per definire La Breve Favolosa vita di Oscar Wao e descrivere le sensazioni che mi ha suscitato questo romanzo nel corso della lettura; certamente non è un libro noioso, grazie ai continui cambi di scenari attraverso cui il lettore conosce la Storia recente della Repubblica Dominicana e le storie di Oscar e dei suoi familiari. E’ anche il modo più veloce per accrescere le proprie conoscenze in materia di fantasy, fantascienza e fumetti, poiché le storie e i protagonisti di questi generi letterari (senza peraltro disdegnare i supereroi) sono continuamente citati per costruire l’atmosfera in cui prende corpo la storia di Oscar e della sua famiglia.

Il punto di vista del narratore oscilla tra la prima persona (Lola, sorella di Oscar che racconta la sua infanzia e adolescenza tra nucleo familiare negli Stati Uniti e famiglia allargata a Santo Domingo) e terza persona (quando vengono narrate le vicende di Oscar e degli altri protagonisti). La narrazione in terza persona acquista gradatamente una sua personalità ed esce dall’anonimato, in cui è in genere inserita, per diventare essa stessa voce e punto di vista di un personaggio che ha un ruolo rilevante nell’intera vicenda. Non è, quindi, un narratore onnisciente ma uno dei protagonisti che cerca di comprendere la Storia e le storie che racconta, anzi in molti casi si rivolge direttamente al lettore richiamando la sua attenzione su alcuni particolari e cercando di giustificare le sue azioni.

Una strategia simile, di graduale ampliamento dell’orizzonte narrativo, viene adottata per collocare le vicende personali in un più ampio contesto storico. Il titolo e i primi capitoli creano nel lettore l’attesa di un romanzo focalizzato su Oscar; invece la vicenda che dà il titolo all’intero romanzo è solo una parte all’interno di un quadro articolato in cui l’insieme si svela attraverso le storie dei singoli (la sorella Lola, la madre Belicia Cabral, L’abuela Nena Inca, Abelardo) che ricostruiscono la drammatica Storia recente della Repubblica Dominicana.

È un tema molto sentito da Díaz e la sua posizione è di forte condanna sia verso la politica degli Stati Uniti che verso l’incapacità di una parte dei dominicani (che siano emigrati negli Usa o ancora residenti in Patria) di fare i conti con il proprio passato di collusione con la feroce dittatura di Trujillo e con i regimi, altrettanto violenti, che ne sono seguiti.

La dittatura di Trujillo è un argomento così ricco di spunti letterari da essere stato oggetto de La festa del caprone del premio nobel Mario Vargas Llosa e Díaz né è perfettamente consapevole (in un paio di passi del suo romanzo cita esplicitamente lo scrittore peruviano con un tono poco benevolo), ma intende offrire un’altra visione della storia dominicana, in cui il tiranno e i suoi complici non hanno alcuna umanità (addirittura vengono identificati con Sauron e i Nazgûl, principali antagonisti de Il Signore degli anelli di Tolkien.) E, secondo me, non è un caso che la protagonista di Vargas Llosa e la madre di Oscar abbiamo lo stesso cognome (Cabral) e siano entrambe scappate negli Usa per sfuggire al regime di Trujillo, causa della rovina delle loro famiglie. Diversamente da Vargas Llosa, Díaz però sceglie i protagonisti della sua storia tra la gente comune, segnata dal fatalismo che gli viene dalla fede assoluta nel Dio dei cattolici e dall’attribuzione causale sulla base delle due categorie del Fukù (la maledizione) e dello Zafa (lo scongiuro che protegge dalla maledizione).
Oscar, la sua famiglia e tutti i dominicani devono continuamente districarsi tra Fukù e Zafa alla ricerca di un equilibrio precario, ricerca problematica e non esente da rischi che non si esaurisce con la morte ma viene trasmessa alle generazioni future. Non tutto può essere compreso, bisogna accettare una quota d’irrazionalità che, spesso, è la base su cui prende forma la speranza e si può provare a costruire una nuova vita.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: La breve favolosa vita di Oscar Wao
  • Titolo originale: The Brief Wondrous Life of Oscar Wao
  • Autore: Junot Díaz
  • Traduttore:Silvia Pareschi
  • Editore: Mondadori
  • Data di Pubblicazione: 2007
  • Collana: Piccola biblioteca oscar
  • ISBN-13: 978-8804586890
  • Pagine: 346
  • Formato - Prezzo: Brossura – 10,00 Euro

29 aprile 2014

Speciale Premio Pulitzer: Le Fantastiche Avventure di Kavalier e Clay - Michael Chabon

Michael Chabon è nato a Washington D.C. il 24 maggio del 1963 da una famiglia di origine ebraica. A 25 anni, dopo aver conseguito alla University of Carolina, pubblica il suo primo romanzo, I Misteri di Pittsburgh, diventato presto un best-seller. Scrittore dal vocabolario complesso e ricco di figure retoriche, i suoi argomenti ricorrenti spaziano dall'ebraismo all'omosessualità, al divorzio e alla paternità.
Il suo secondo romanzo, Wonder Boy, viene alla luce solamente dopo sette anni di gestazione travagliata e ripesamenti, nel 1995, ma nonostante ciò viene gratificato da un buon successo e anche da una trasposizione in pellicola, con protagonista Michael Douglas. Nel 2000 viene pubblicato quello che è il suo romanzo più famoso e che gli vale il Premio Pulitzer 2001, Le Fantastiche Avventure di Kavalier e Clay. Da questo romanzo il fumetto The Amazing Adventure of the Escapist, vincitore di un Eisner Award e di due Harvey Award.
A Le Fantastiche avventure di Kavalier e Clay seguono Soluzione finale(2004), Il Sindacato dei Poliziotti Yiddish (2007), finalista all'Edgar Award, Gentleman of the Road (2007) e Telegraph Avenue (2011), questi ultimi inediti in Italia. Chabon è anche autore di un romanzo per ragazzi (Summerland, 2002), saggi, raccolte di racconti (tra cui Lupi Mannari Americani, del 1999, tradotto in italiano) e sceneggiature (la più importante: John Carter, 2012).


New York 1939. Nella "città della libertà e dello swing", in cui "gli emigrati diventano americani e gli orfani super-eroi", approda Josef Kavalier, un giovane artista ebreo che alla maniera di Houdini è riuscito a fuggire da Praga, invasa dai nazisti. A Brooklyn incontra il cugino americano Sammy Clay, che cerca un disegnatore per inventare le storie e le figure per la nuova forma d'arte americana: i fumetti. Insieme creano un eroe indimenticabile, l'Escapista, capace di sconfiggere i nazisti dal bieco Attila Haxoff. Insieme si innamorano della bella e sfuggente Rosa Saks, trasfigurata nella signora della notte, Luna Moth. Insieme danno vita a una nuova, toccante incarnazione del Sogno Americano.

Recensione

Le Fantastiche Avventure di Kavalier e Clay è una lunga cavalcata ambientata in un periodo di grandi cambiamenti per gli Stati Uniti: il romanzo inizia mentre la Grande Depressione miete vittime ogni giorno, i poveri aumentano e per molti non sempre è possibile mettere qualcosa sotto i denti. In questo contesto solo chi ha un'idea veramente geniale riesce ad emergere. I protagonisti, Sam Clayman e Joseph Kavalier – tutti e due ebrei, il primo americano e il secondo immigrato dalla vecchia Cecoslovacchia – fortunatamente ne hanno una: scrivere e disegnare fumetti. Ispirati da Superman, colgono l'occasione di presentare il loro personaggio, L'Escapista, che li segnerà per tutta la loro carriera fino a quando, dopo aver superato innumerevoli peripezie e una guerra mondiale, riescono negli anni '50, in un'America che lentamente si sta riprendendo il proprio ruolo di terra dei sogni ma dilaniata da profonde contraddizioni, a coronare le loro vite.

L'autore, Michael Chabon, ha vinto il Pulitzer con un romanzo profondamente americano dall'ampio respiro che tocca più di un argomento importante – i fumetti, il nazismo, la Shoa, la guerra, l'amore, l'omosessualità, la morte – senza mai essere opprimente, grazie soprattutto a una prosa descrittiva ma mai gravosa, fatta di tocchi poetici profondi e ironia arguta, anche se il titolo vero avrebbe dovuto essere “Le Fantastiche Avventure di Kavalier e dei suoi aiutanti”. Infatti è Joseph Kavalier, ebreo praghese che sfugge al nazismo grazie alla famiglia, a un mentore illusionista e al Golem del ghetto, che si ritrova nel pieno del sogno americano. E' lui il vero protagonista, personaggio profondo e pieno di sfumature che compie le avventure più assurde inseguito dal senso di colpa e dal rancore dell'essere un sopravvissuto. Nonostante il fascino della storia, più di un punto debole rimane nell'impianto narrativo.

Troppa carne al fuoco, personaggi che appaiono e scompaiono senza lasciare traccia – esempio: la madre di Sam Clay che viene approfonditamente descritta ma che ai fini della trama non ha praticamente alcun apporto - e un gusto narrativo così parossisticamente americano che poco coinvolge il lettore europeo. Ecco, questa è la pecca principale del romanzo: avvolge ma non coinvolge appieno. Alla fine di centinaia e centinaia di pagine si ha la sensazione di aver letto un bel romanzo che non lascia il segno.

C'è però da aggiungere che Michael Chabon racconta le avventure dei protagonisti mettendoli in un contesto storico vivo e accostandoli a personaggi reali à la “Forrest Gump” - Dalì, Dolores Del Rio, Stan Lee, Orson Wells, tanto per citarne alcuni - per aggiungere profondità narrativa ad un minuzioso lavoro di ricerca storica. Le note aggiungono un ulteriore sapore biografico atto a rendere il tutto più realistico. Insomma, eccessivamente particolareggiato e arguto, sembra avere il bisogno di piacere per forza ad ogni pagina, con continue battute brillanti e ad affetto. Avrebbe potuto essere una bella occasione per utilizzare un soggetto inusuale e interessante e ampliarlo per raccontare una parte importante della storia recente americana da un punto di vista diverso, ma manca il bersaglio grande, riuscendo solo parzialmente.

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Le Fantastiche Avventure di Kavalier e Clay
  • Titolo originale: The Amazing Adventures of Kavalier e Clay
  • Autore: Michael Chabon
  • Traduttore: Luciana e Margherita Crepax
  • Editore: Rizzoli
  • Data di Pubblicazione: 2001
  • ISBN-13: 9788817868655
  • Pagine: 828
  • Formato - Prezzo: Brossura - 12,00 Euro

25 aprile 2014

Speciale Premio Pulitzer: Amatissima - Toni Morrison

Toni Morrison è nata nel 1931 nell’Ohio con il nome di Chloe Anthony Wofford. Dopo una laurea in letteratura inglese alla Howard University, che la porterà a intraprendere con successo una carriera accademica che la porterà anche a Berkley, Yale e Princeton, è stata anche editor per la casa editrice Random House dove si è occupata di narrativa di autori afroamericani. Nel frattempo si è dedicata alla scrittura, portando a compimento una grande mole di racconti e romanzi, che esplora soprattutto il tema della schiavitù e della perdita d'identità, che l’ha portata nel 1970 alla pubblicazione del suo primo romanzo L’occhio più azzurro e nel 1993 al Premio Nobel per la Letteratura.

Nel 1974 è la curatrice dell'antologia The Black Book, per la quale raccoglie numerosi documenti a testimonianza di 300 anni di storia afroamericana. Proprio in quest'occasione si imbatterà nella notizia di cronaca che diede poi voce al suo romanzo più famoso.
Amatissima (Beloved), che ha vinto il Premio Pulitzer per la narrativa nel 1988 battendo Persian Nights di Diane Johnson e Quella notte di Alice McDermott, e poco dopo anche l'American Book Award, è da molti considerato il suo capolavoro.


Cincinnati, Ohio, 1873. Una donna nera, Sethe, vive con la figlia Denver al 124 di Bluestone Road, dove si è rifugiata anni prima con i figli presso la suocera Baby Suggs dopo essere fuggita dal suo passato di schiava in una piantagione nel Kentucky, chiamata "Dolce Casa". Le due donne vivono in completa solitudine e isolamento rispetto al resto della comunità nera di Cincinnati. Anche i due figli maggiori di Sethe, Howard e Buglar, hanno abbandonato la casa prima della morte della nonna a causa delle manifestazioni dello spirito che la infesta e che le donne ritengono essere il fantasma della prima figlia di Sethe, una bambina morta quando era ancora molto piccola. Gli eventi si mettono in moto quando Paul D, un compagno di schiavitù di Sethe alla piantagione si presenta alla loro porta ed esorcizza lo spirito. Pochi giorni dopo fa la sua comparsa sulla soglia di casa una ragazza con un nome misterioso, Amata, lo stesso appellativo che Sethe aveva fatto incidere sulla lapide della bambina.

Recensione

Non era una storia da tramandare.
Si dimenticarono di lei, come si fa con un brutto sogno. Dopo che avevano messo insieme i loro racconti, dopo che gli avevano dato forma e li avevano infiorati, quelli che quel giorno la videro sul portico si dimenticarono di lei in fretta e di proposito. A quelli che avevano parlato con lei, vissuto con lei, che si erano innamorati di lei, ci volle un po’ di più per dimenticare, finché non si resero conto di non riuscire né a ricordare né a ripetere una sola parola di quello che aveva detto e cominciarono a pensare che, a parte quello che era nei loro pensieri, non avesse detto assolutamente niente. Ricordare sembrava poco saggio.

Ispirato alla storia vera di una schiava fuggitiva che nel 1854, dopo aver capito di star per essere ricatturata, uccide la figlioletta per evitare che viva gli orrori della schiavitù, e dedicato agli oltre 60 milioni di neri morti durante la traversata dell’Atlantico sulle navi negriere, il fulcro di Amatissima è costituito dalla memoria, dalla sua repressione da parte dei sopravvissuti, dei "danni collaterali" che un'esperienza così aberrante produce sulla psiche di chi ha vissuto la schiavitù e dei famigliari.

Un romanzo gotico che è anche un romanzo di formazione, in cui i ricordi tornano letteralmente a tormentare gli abitanti del 124 prendendo la forma di una ragazza, Amata, che è contemporaneamente la reincarnazione della figlia bambina di Sethe, uccisa dalla madre per troppo amore, ma anche della madre di lei che aveva affrontato la traversata dall'Africa e di tutti i neri uccisi a causa della schiavitù. Un'entità avida di riconoscimento e affetto, che monopolizza gradualmente l'attenzione della madre e della sorella fino a chiuderle in un bozzolo che le separa da tutti e che è difficilissimo da abbandonare, per senso del dovere e senso di colpa.

I racconti crudi e durissimi dei sopravvissuti costruiscono attraverso il frequente ricorso al flashback un mondo in cui la privazione dell’identità è tale che la vera libertà, più che quella dalle fatiche e dai maltrattamenti, è quella dall'impossibilità di nutrire forti sentimenti e sviluppare reali legami umani. Le donne, viste quasi unicamente come animali da riproduzione, si trovano isolate e alienate nel loro dolore. La vecchia Baby Suggs, riscattata in vecchiaia dal lavoro del figlio che ne ha pagato il prezzo al padrone, per tutta la vita è tormentata dal pensiero dei numerosi figli che ha partorito, ma di cui ignora il destino.

Una volta raggiunto l’Ohio in un viaggio faticosissimo durante il quale mette al mondo la figlia Denver con l'aiuto di una ragazza bianca incontrata per strada, Sethe scopre la possibilità di amare in modo totalizzante i propri figli, fino a giungere alla conclusione che la migliore forma di protezione sia dar loro la morte per impedire che vengano ricatturati dagli schiavisti. Una realtà terribile, raccontata con estrema poesia e con la consapevolezza che è in certe situazioni necessario dimenticare ed esorcizzare i ricordi per poter andare avanti con la propria vita. Desiderio forte, che sembra però in aperto contrasto con il bisogno degli afroamericani di ricordare per riprendere contatto con le proprie origini e riscoprire le storie di questi uomini e queste donne di cui spesso non rimane nulla oppure, come per Amata, non rimane neppure il nome di battesimo, ma soltanto un epigrafe, scolpita sulla pietra delle tombe.

Giudizio:

+5stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Amatissima
  • Titolo originale: Beloved
  • Autore: Toni Morrison
  • Traduttore: Giuseppe Natale
  • Editore: Sperling & Kupfer
  • Data di Pubblicazione: 2013
  • Collana: Pickwick
  • ISBN-13: 9788868360931
  • Pagine: 432
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 10,90

19 aprile 2014

Speciale Premio Pulitzer: Il tempo è un bastardo - Jennifer Egan

Jennifer Egan (Chicago, 7 settembre 1962) è una scrittrice statunitense, autrice di romanzi e racconti. Il suo romanzo Il tempo è un bastardo (A Visit From the Goon Squad, 2010) ha vinto il Premio Pulitzer per la narrativa nel 2011, nonché il National Book Award.
Nata a Chicago e cresciuta a San Francisco, terminati gli studi superiori si iscrisse all'Università della Pennsylvania per studiare letteratura e successivamente al St. John College di Cambridge, con l'obiettivo di diventare una scrittrice. Un aneddoto sulla sua giovinezza vede protagonista Steve Jobs, che all'epoca usciva con la Egan e che le installò un Macintosh. Iniziò a pubblicare racconti su diversi periodici, tra cui il New Yorker e McSweeney's, la rivista-casa editrice fondata da Dave Eggers; parallelamente, cominciò anche una collaborazione giornalistica con il New York Times Magazine. Ha all'attivo una raccolta di racconti e quattro romanzi. Poco nota in Italia, nel 2003 Piemme ha pubblicato il suo primo romanzo, La figlia dei fiori (The Invisible Circus, 1995).

Un po' di notorietà arriva molto più tardi, quando nel 2011 Minimux Fax pubblica Il tempo è un bastardo e l'anno successivo Guardami (Look At Me, 2001), che era stato finalista al National Book Award. Le altre opere rimangono inedite.
Il tempo è un bastardo ha vinto il Pulitzer contro i concorrenti The Privileges di Jonathan Dee e The Surrendered di Chang-Rae Lee. Due capitoli (o racconti) del libro sono stati inclusi nell’antologia Best American Short Stories, nel 2010 e nel 2011. Il suo stile è considerato afferente alla più recente tendenza postmoderna statunitense, tra autori del calibro di Franzen, De Lillo e Wallace.


Il tempo è un bastardo è un romanzo insolito, formato da una serie di racconti eterogenei per ambientazione e stile, ma collegati dal ricorrere degli stessi personaggi. Al centro ci sono Bennie Salazar, ex musicista punk e ora discografico di successo, e il suo fidatissimo braccio destro Sasha, una donna di polso ma dal passato turbolento. Le loro storie si snodano fra la San Francisco underground di fine anni Settanta e una New York prossima ventura in cui gli sms e i social network strutturano le emozioni collettive, passando per improbabili ascese sociali e matrimoni falliti, fughe adolescenziali nei bassifondi di Napoli, scommesse azzardate ma vincenti su musicisti dati troppe volte per finiti. Intorno a Bennie e Sasha si compongono le vicende delle loro famiglie, dei loro amici, dei loro mentori: una costellazione di co-protagonisti indimenticabili grazie alla quale la Egan riesce a raccontare le degenerazioni isteriche del giornalismo e dello star-system, la pericolosa meraviglia delle droghe psichedeliche, le delicate dinamiche emotive di un bambino autistico nella provincia americana del futuro. Il tempo è un bastardo supera con coraggio gli stereotipi della narrativa tradizionale ma resta godibile e appassionante per tutti i lettori: è un romanzo-mondo aperto alle infinite possibilità dell’esistenza e della prosa, che si è conquistato la vetta della scena letteraria americana e si avvia a diventare un caso internazionale.
Ha vinto il premio Pulitzer.

Recensione

Il tempo è un bastardo è (ormai lo si può affermare con leggerezza) un classico esempio della narrativa postmoderna statunitense, al punto da pensare che nella sua assegnazione del Pulitzer vi sia, piuttosto che l'apprezzamento sincero verso un buon romanzo, il riconoscimento definitivo a una precisa tendenza letteraria che l'opera della Egan, al massimo, ha saputo sintetizzare e condurre a un approdo felice.

Tanto nei contenuti quanto nella struttura formale si misura lo sforzo della autrice a rompere gli schemi della narrativa tradizionale: romanzo, romanzi a episodi, raccolta di racconti, chi può dirlo, quando i vari capitoli saltano da un personaggio all'altro e da un decennio all'altro, sotto la feroce tirannia di quel bastardo che è il tempo che scorre inesorabilmente. Il tempo può far quel che vuole, però nell'era iperrelativistica dell'individualismo assolutistico la vita non è altro che un collage di momenti sparsi: un vecchio zio fa visita a una nipote ormai adulta e affermata, e in un attimo dopo è in una sporca stanza di Napoli in compagnia di una versione giovanissima di quella stessa nipote. Tale è il senso soggettivo del tempo, che scuote la vita dei personaggi di questo libro.

Il nucleo del romanzo è esattamente quanto descritto. Sarebbe intrigante e ben promettente, se non fosse che... è davvero tutto qui. La promessa di un testo complesso, stratificato, che rielabora il tema del rapporto tra la vita umana, le aspirazioni personali, i ricordi e le trappole del tempo si arena su uno sperimentalismo piatto e anche un po' ridicolo (dodici capitoli narrati in forma più o meno tradizionale, più uno narrato attraverso slide e grafici!), mentre il contenuto si scopre quanto di più banale possibile: davvero nel XXI secolo un romanzo pretende di apparire innovativo parlando del tempo che passa, "non ci sono più le mezze stagioni"?

C'è poi il substrato "musicale" (ma sarebbe meglio dire "discografico"). Tutti i personaggi coinvolti ruotano attorno al mondo del business musicale, da imprenditori discografici a ex musicisti. C'è tutto un gusto postmoderno (questo sì, almeno) nell'affresco della decadenza della scena post-punk statunitense, ma anche in questo caso ci si arrende di fronte all'estrema banalità del mezzo e del messaggio insieme: di nuovo, mi chiedo, quali sono "gli stereotipi della narrativa tradizionale" che la Egan avrebbe superato (così come promesso dalla sinossi ufficiale) in un racconto che usa vecchie rockstar in pensione per parlare del tempo che scorre?

Alla fine quella impalcatura che sembrava grandiosa crolla come un castello di carte; non c'è niente di grandioso né di innovativo nell'intreccio dei racconti, che presi singolarmente perdono tutta la loro attrattiva. Salvo solo gli ultimi due: il già citato racconto con grafici e slide (scelta originale, sì, riconosco all'autrice il merito di essere stata la prima a servirsene, sebbene il racconto in sé non abbia nulla da dire) e l'ultimo racconto, proiettato in un futuro non tanto prossimo che presenta delle interessanti pennellate fanta-sociologiche. Tutto il resto è noia e sgomento, per un Pulitzer dal quale ci si aspetta di tutto, meno che si faccia liquidare in una battuta.

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Il tempo è un bastardo
  • Titolo originale: A Visit From the Goon Squad
  • Autore: Jennifer Egan
  • Traduttore: Matteo Colombo
  • Editore: Minimum Fax
  • Data di Pubblicazione: 2011
  • Collana: Sotterranei
  • ISBN-13: 9788875213633
  • Pagine: 391
  • Formato - Prezzo: Brossura - 18,00 Euro

16 aprile 2014

Speciale Premio Pulitzer: Olive Kitteridge - Elizabeth Strout

Elizabeth Strout nasce a Portland, nel Maine, da un professore di scienze e un'insegnante. Le coste e i boschi del Maine popoleranno la narrativa dell'autrice, che fin da giovanissima dimostra una spiccata sensibilità letteraria.
Nel 1982 pubblica la sua prima storia sulla rivista New Letters. Trasferitasi a New York, continua a scrivere racconti per riviste letterarie, lavorando nel frattempo al suo primo romanzo, che la impegnerà per più di sei anni: Amy e Isabelle (1998), cui segue Resta con me.

Nel 2009 la sua raccolta di storie Olive Kitteridge, finalista insieme a The Plague of Doves di Louise Erdrich e All Souls di Christine Schutt, viene premiata con il Premio Pulitzer. Nel 2010 l'opera riceve anche il premio italiano Bancarella.
Nel 2013 esce il suo (attualmente) ultimo romanzo, I ragazzi Burgess. Tutti i romanzi di Elizabeth Strout sono stati pubblicati in italiano da Fazi Editore.


In un angolo del continente nordamericano c'è Crosby, nel Maine: un luogo senza importanza che tuttavia, grazie alla sottile lama dello sguardo della Strout, diviene lo specchio di un mondo più ampio. Perché in questo piccolo villaggio affacciato sull'Oceano Atlantico c'è una donna che regge i fili delle storie, e delle vite, di tutti i suoi concittadini. È Olive Kitteridge, un'insegnante in pensione che, con implacabile intelligenza critica, osserva i segni del tempo moltiplicarsi intorno a lei, tanto che poco o nulla le sfugge dell'animo di chi le sta accanto: un vecchio studente che ha smarrito il desiderio di vivere; Christopher, il figlio, tirannizzato dalla sua sensibilità spietata; un marito, Henry, che nella sua stessa fedeltà al matrimonio scopre una benedizione, e una croce. E ancora, le due sorelle Julie e Winnie: la prima, abbandonata sull'altare ma non rassegnata a una vita di rinuncia, sul punto di fuggire ricorderà le parole illuminanti della sua ex insegnante: "Non abbiate paura della vostra fame. Se ne avrete paura, sarete soltanto degli sciocchi qualsiasi". Con dolore, e con disarmante onestà, in "Olive Kitteridge" si accampano i vari accenti e declinazioni della condizione umana - e i conflitti necessari per fronteggiarli entrambi. E il fragile, sottile miracolo di un'alta pagina di storia della letteratura, regalataci da una delle protagoniste della narrativa americana contemporanea, vincitrice, grazie a questo "romanzo in racconti", del Premio Pulitzer 2009.

Recensione

«Non abbiate paura della vostra fame. Se ne avrete paura, sarete soltanto degli sciocchi qualsiasi».

Olive Kitteridge non è un romanzo, ma una raccolta di tredici racconti scritti e pubblicati tra il 1992 e il 2007 che condividono l'ambientazione - Crosby, una cittadina costiera del Maine - e la presenza, in prima persona o come cameo, del personaggio di Olive Kitteridge, da cui prende il nome l'opera.
I racconti, ordinati cronologicamente e non per data di pubblicazione, narrano tredici storie autoconclusive. Sono storie di solitudine, racconti introspettivi quasi sempre di tono malinconico e non privi di una certa claustrofobia; lo sguardo acuto della Strout scatta istantanee di vita privata in diversi momenti di un arco trentennale, fotografando soggetti di ogni età, sesso e condizione sociale che si dibattono tra le grige onde della loro esistenza senza riuscire a emergere dalla loro joyciana paralisi. Giovani o anziani, tutti i personaggi patiscono un male di vivere che sembra accomunare l'intera comunità di Crosby.
I temi sono quelli piccoli e grandi della vita quotidiana: la solitudine, il tradimento, il matrimonio, la disillusione, l'incomunicabilità, la tristezza della vecchiaia che si appresta, la malattia, la depressione, la morte, ma soprattutto il difficile rapporto tra genitori e figli. Eppure, nonostante l'amarezza di fondo, non si può ignorare il disperato inno alla vita che traspare da questi racconti.

Nel mosaico di scene spicca Olive Kitteridge, donna energica e spesso sgradevole; fredda nel ritratto che ne dipinge il marito farmacista, a lei legato da un lungo matrimonio spesso difficile ma mai vacillante; tirannica per il figlio imbelle, sempre pronto a scaricare su qualcun altro la colpa dei propri fallimenti; mai dimenticata dai suoi ex studenti, ora per le sue dure lezioni di vita che talvolta li hanno segnati, ora con terrore per il suo occhio penetrante e i suoi giudizi lapidari; altrettanto rispettata e disprezzata dai suoi concittadini, che vedono in lei un robusto pilastro della comunità, ma anche una fastidiosa presenza che rivela scomode verità. Genuinamente religiosa senza per questo mancare di estrema praticità, Olive pecca spesso di prepotenza, convinta com'è dell'esistenza di due soli modi di far le cose: a modo sbagliato e a modo suo.

Qualcuno non ritiene Olive Kitteridge all'altezza del Pulitzer; ebbene, se il premio è dedicato agli scrittori che meglio sono stati in grado di cantare l'America, pochi lo hanno meritato come Elizabeth Strout, dotata di una capacità descrittiva eccezionale, di uno stile evocativo talvolta fin troppo crudo, e di una squisita sensibilità femminile in grado di penetrare a fondo nei propri personaggi e di restituirli al lettore senza alcun pudore.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Olive Kitteridge
  • Titolo originale: Olive Kitteridge
  • Autore: Elizabeth Strout
  • Traduttore: S. Castoldi
  • Editore: Fazi Editore
  • Data di Pubblicazione: 2009
  • Collana: Le strade
  • ISBN-13: 9788864110332
  • Pagine: 383
  • Formato - Prezzo: Brossura - 18.50 Euro

13 aprile 2014

Speciale Premio Pulitzer: Il Signore degli Orfani - Adam Johnson

Adam Johnson è nato in South Dakota il 12 luglio del 1967 ma è cresciuto in Arizona, dove ha conseguito la laurea in giornalismo. Attualmente vive a San Francisco e insegna scrittura creativa alla Stanford University.
Indicato come uno dei più influenti insegnanti della sua generazione, è autore sia di racconti che di romanzi. I suoi racconti sono stati pubblicati su riviste come Granta, Esquire, The Paris Review, Best New American Voices e Best American Short Stories per poi essere raccolti nell'unico volume Emporium, pubblicato nel 2002. Vincitore del Whiting Award e del National Endowment for the Arts Fellowship, è uno dei pochissimi americani ad aver visitato la Corea del Nord.
Da quella esperienza è nato Il Signore degli Orfani (The Orphan Master's Son, 2011), romanzo pubblicato in Italia da Marsilio nel 2013, che ha richiesto un lavoro preparatorio di ricerca durato sette anni. Un lungo lavoro che ha però dato i suoi frutti perché gli ha permesso di arrivare finalista al National Book Critics Circle Award e, soprattutto, di vincere il Premio Pulitzer nel 2013. Pubblicato in dodici paesi, ha sbaragliato concorrenti quali Di cosa parliamo quando parliamo di Anne Frank di Nathan Englander e La bambina di neve di Eowyn Ivey.

Pak Jun Do è figlio di una madre scomparsa, una cantante rapita e portata a Pyongyang per allettare i potenti della capitale, e di un padre influente, direttore di un orfanotrofio. Crescendo, si fa notare per lealtà e coraggio, tanto da convincere lo Stato a offrirgli una carriera molto rapida. E per lui comincia un percorso senza ritorno attraverso le stanze segrete della dittatura più misteriosa del pianeta. "Umile cittadino della più grande nazione del mondo", Jun Do diventa un rapitore professionista, costretto a destreggiarsi tra regole instabili e richieste sconcertanti da parte dei suoi superiori per sopravvivere. L'amore per Sun Moon, attrice leggendaria, lo porterà a prendere in mano la propria vita, con un sorprendente colpo di scena. Ambientato nella Corea del Nord dei nostri giorni, il libro di Adam Johnson descrive vita e accadimenti di un moderno Candido in un regime isolato e folle, un vero e proprio regno eremita in cui realtà e propaganda si sovrappongono fino a essere indistinguibili. Romanzo d'avventura, racconto di un'innocenza perduta e romantica storia d'amore, "Il signore degli orfani" è anche il ritratto di un mondo che fino a oggi ci è stato tenuto nascosto: una terra devastata dalla fame, dalla corruzione, da una crudeltà che colpisce a caso, dove esistono anche solidarietà, inaspettati squarci di bellezza, e amore.

Recensione

Adam Johnson è uno dei pochi occidentali che ha potuto visitare la Corea del Nord e quando gli hanno chiesto cosa l’avesse colpito maggiormente di quel paese, ha risposto:
«…oltre alla scomparsa improvvisa delle persone, la limitazione violenta della libertà e la grottesca propaganda mi ha sconcertato il fatto che non esistano librerie. Non si leggono libri da sessanta anni, e i cittadini ignorano cosa sia successo nel mondo. Non hanno modo di confrontarsi con nulla, anche da un punto di vista culturale: è una situazione persino più tragica dell’Unione Sovietica. In quel caso una persona poteva decidere di essere, a suo rischio e pericolo, uno scrittore, e leggere, ad esempio, Puskin. Oggi la Corea del Nord è un luogo in cui esiste una sola storia ufficiale e non c’è spazio per alcuna discussione o ironia. Non esistono gli individui, ma un solo personaggio: “il caro leader”. Il tutto mentre la propaganda dice ovunque che è la più felice democrazia del mondo. Ogni casa ha una radio collegata con la stazione centrale che trasmette perennemente i messaggi del caro leader e chi tenta di spegnere l’apparecchio si mette nei guai».

Si intuisce pertanto come un romanzo che si svolga nella Corea del Nord presenti delle caratteristiche che lo rendono unico. Queste poi sono le parole che l’autore mette in bocca al protagonista del romanzo, Pak Jum Do, quando tenta di spiegare il proprio paese agli americani:
"Nel posto dal quale veniamo noi le storie sono reali. Se un contadino viene dichiarato un virtuoso della musica, è meglio che tutti comincino a chiamarlo "maestro". E sarebbe saggio da parte sua cominciare a studiare il piano. Per noi, la storia è più importante della persona. Se un uomo e la sua storia sono in conflitto, è l'uomo che deve cambiare".

Si può dire che gli occidentali si ricordino dell’esistenza della Corea del Nord solo in occasione delle sue ricorrenti minacce di conflitti termonucleari. Le poche informazioni che riceviamo sulla vita che conducono i nordcoreani ci provengono dai profughi e sono raccapriccianti, come questa di Shin Dong-huyuk, nato in un campo di “rieducazione”:
«Ho visto impiccare mia madre. Che cosa ho provato? Niente, succedeva spesso».

Con queste premesse, un romanzo ambientato nella Corea del Nord non poteva che avere un impatto molto forte sul pubblico, tanto più che Adam Johnson riesce a essere anche molto coinvolgente, inserendo colpi di scena a tutto spiano, ed è impossibile non appassionarsi alle vicende del protagonista. Peraltro tutte le situazioni narrate sono per noi europei al limite dell’inverosimile e non è sempre chiaro distinguere dove finisca la mentalità prettamente nordcoreana per l’intrigo e dove inizi il gusto tipicamente americano per l’impresa impossibile compiuta dall'eroe solitario. Solo nell’ultima parte del romanzo gli eventi si trascinano forse più di quanto non si vorrebbe. Sembra di leggere uno di quei libri di fantascienza sociologica che hanno per sfondo una società distopica. Gli avvenimenti risultano talmente surreali che, se non sapessimo che potrebbero essere drammaticamente veri, apparirebbero solo grotteschi.
La trama del romanzo è complessa e articolata in due parti. Il protagonista –almeno nella prima parte- è Pak Jum Do, un “quasi” orfano di madre che, dopo essersi arruolato nell’esercito in cui viene addestrato nelle arti marziali e nei combattimenti al buio, diventa in pratica un agente segreto. Il suo compito è quello di rapire persone dei cui servigi la Corea del Nord potrebbe avere bisogno. In pratica Pak Jum Do è una specie di James Bond nordcoreano, ma nel tempo libero, invece di essere un buongustaio e uno sciupa femmine come il suo alter ego inglese, tende all’introspezione e arriva a comprendere la mancanza di etica delle azioni che gli vengono imposte. Una volta portate a buon fine diverse missioni, dando dimostrazione di coraggio e capacità, gli viene offerto di frequentare la scuola interpreti. Successivamente viene imbarcato su un peschereccio spia con il compito di intercettare le trasmissioni americane. Per poter meglio interpretare la parte del pescatore, deve tatuarsi sul petto l’immagine della propria moglie come fanno i marinai nordcoreani. Non essendo sposato, gli viene tatuato il volto di una donna preso dalla locandina di un film. Il ritratto risulta essere ;quello della più famosa attrice del paese, Sun Moon, moglie di uno dei più coraggiosi, potenti e crudeli capi dell’esercito, il comandante Ga. Pak Jum Do, dopo aver compiuto un prodigioso atto di coraggio, viene chiamato a partecipare ad una strana missione diplomatica negli USA che ha il fine primario di sbeffeggiare il nemico yankee di sempre. Quando gli americani scorgono il suo tatuaggio, riconoscono in esso il volto di Sun Moon e ritengono che lui sia il comandante Ga.
Nella seconda parte del romanzo i protagonisti si sdoppiano e, oltre a Pak Juom Do, conosciamo anche la vita ed il modo di pensare di uno degli agenti della Divisione che deve investigare sulla vita delle persone che si presume si siano ribellate al sistema. Negli interrogatori degli indagati è normale che si faccia largo utilizzo della tortura. Per un insieme di circostanze che sarebbe troppo complesso raccontare, Pak Juom Do si trova a doversi battere con il comandante Ga. Durante una lotta al buio il comandante Ga rimane ucciso e Pak Juom Do si sostituisce a lui nella vita privata e pubblica. Per quanto potrebbe apparire strano in una nazione diversa dalla Corea del Nord, il suo leader, Kim Il Sung, accetta di buon grado questa sostituzione perché il comandante Ga tendeva a fargli ombra con la sua fama e perché può avere mano più libera con Sun Moon sua amante. Non sveliamo il finale che è rocambolesco come un thriller di spionaggio.
La storia narrata non tratta direttamente la vita degli americani e pertanto si potrebbe affermare che in essa manchi uno dei requisiti in genere richiesti per vincere il Premio Pulitzer, tuttavia nel romanzo vi è la contrapposizione dello spirito libero degli USA a quello delle cosiddette democrazie asiatiche, dove la felicità è imposta per legge. Un concetto per noi occidentali assurdo, tanto che ben si adatterebbe alla Corea del Nord la barzelletta che Asimov era solito raccontare su quale sia la vera felicità.
Per chi non dovesse conoscerla provo a riassumerla brevemente, anche se in questo modo perde il suo spirito caustico.
Un tedesco, un francese ed un russo discutono su quale sia la vera felicità. Per il tedesco non c’è niente di meglio di una marcia e di una bella bevuta di birra intonando cori con i compagni durante ogni brindisi. Per il francese invece niente è più appagante di una notte d’amore con una bella donna dopo una cena a base di champagne e foie gras.
Il russo dice che quelle espresse dagli altri due non sono altro che forme di piacere. Un’altra cosa è la felicità e riporta questo esempio :Se mentre siete a casa dopo una dura giornata di lavoro bussano alla porta e vi trovate davanti a due energumeni della polizia che vi chiedono se siete Vassilj Andropov, la felicità consiste nel poter dire: “No, Vassilj Andropov abita al piano di sopra".

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Il Signore degli Orfani
  • Titolo originale: The Orphan Master's Son 
  • Autore: Adam Johnson
  • Traduttore: Fabio Zucchella
  • Editore: Marsilio
  • Data di Pubblicazione: 2013
  • Collana: Romanzi e racconti
  • ISBN-13: 9788831714624
  • Pagine: 554
  • Formato - Prezzo: Rilegato con sovracopertina- Euro 21,00

7 aprile 2014

Speciale Premio Pulitzer: L'uomo di Kiev - Bernard Malamud

Bernard Malamud nacque a Brooklyn nel 1914, figlio primogenito di una coppia di origini ebraiche arrivata negli Stati Uniti dalla Russia zarista, dove le numerose e antiche comunità di origine yiddish erano fatte periodicamente bersaglio di pogrom e altre forme di persecuzioni.
Dopo aver condotto studi umanistici, ebbe vari incarichi di insegnamento nelle scuole newyorkesi e americane, cominciando allo stesso tempo a pubblicare una produzione di short stories su varie riviste a partire dal 1943. Il successo si presentò alla sua attività di scrittore solo a partire dagli inizi degli anni '50, quando ricevette un generale consenso di critica per il suo primo romanzo pubblicato, Il migliore, del 1952. L'acme della sua produzione la raggiunse tuttavia con L'uomo di Kiev, per il quale ottenne il Premio Pulitzer nel 1964.

Tra le altre sue opere ricordiamo romanzi come 'Il commesso' del 1957 e Le vite di Dubin, del 1979, da lui stesso considerato il suo testo migliore, oltre a svariate raccolte di racconti, spesso di ambientazione yiddish, come Il barile magico, Prima gli idioti del 1963 e Foto da Fidelman: una mostra, del 1969, che nel complesso gli valsero numerosi premi come il National Book Award nel 1957, il 'Jewish Heritage Award' nel 1976 e il Premio Mondello nel 1985.


Yakov Bok, uomo mite e un pò debole, abbandonato dalla moglie e senza lavoro, cerca la fortuna in città, a Kiev. Una sera gli capita di salvare dalla morte un piccolo industriale ubriaco che, riconoscente, gli affida un posto di sorvegliante nella sua fabbrica. Questo lavoro attira a Yacov molte antipatie e, quando un giorno viene scoperto il cadavere dissanguato di un bambino, viene accusato di averlo ucciso per compiere un sacrificio rituale. L'odio razziale ha trovato il suo capro espiatorio. Mentre giudici e poliziotti forzano o inventano indizi, il 'caso Bok' diventa un pretesto di speculazione politica. Ma sarà proprio negli spietati meccanismi della persecuzione che Yacov troverà se stesso.

Recensione

La storia di Yakov Bok è una versione ucraina dell'affaire Dreyfus, con l'aggiunta della prigionia nelle carceri zariste, visto che la vicenda è ambientata prima della rivoluzione di Ottobre, e apre uno spiraglio su una realtà, la detenzione nella Russia degli zar, meno nota rispetto ai gulag di epoca staliniana.
Nello stesso tempo, nella parabola giudiziaria di un singolo, Malamud riepiloga tutta la tradizione dell'antisemitismo e la tragedia di un popolo e della cultura yiddish, interrogandosi sul senso di una sofferenza così profonda che trova un parallelo solo nella vicenda biblica di Giobbe, icona dell'ebreo pio che Dio mette alla prova con una serie di sciagure infinite e prive di ragioni semplicemente perché tale è il suo volere, senza che vi sia una qualunque forma di possibile redenzione a spiegare un destino così duro.
Dopo una breve sequenza sull'inizio delle catastrofi di Yakov Bok, un povero tuttofare emigrato per disperazione da uno shtetl sperduto nella pianura ucraina verso le sirene della metropoli, Kiev, l'autore torna indietro e riprende la vita del suo protagonista a partire dalle motivazioni che lo hanno spinto ad abbandonare un guscio povero ma a suo modo protetto come l'isolato villaggio rurale, quasi come se allontanarsi dal proprio ambiente naturale non potesse portare a null'altro che a un destino tragico.
Yakov è un tuttofare, che abbandonato dalla moglie da cui non riesce ad avere figli, sente la spinta a fuggire dalle ristrettezze, economiche e morali, della comunità ebraica in cui ha sempre vissuto per tentare la sorte trasferendosi a Kiev, la capitale, dove gli ebrei sono sottoposti a un regime di ghettizzazione: non possono abitare che in quartiere loro assegnato, non possono sposare donne russe, non possono muoversi senza un permesso di polizia e subiscono le periodiche persecuzioni dei pogrom, diventando in qualche modo il capro espiatorio di una situazione sociale non ancora pronta a esplodere ma in grado di sfogare sulla diversità il proprio malessere.
Eppure, proprio come un pesce che appena si stacca dal suo scoglio finisce per diventare preda di un pesce più grande: scappato dall'angusta ma protetta vita del borgo giudeo, Yakov, dopo un primo momento in cui la fortuna sembra arridergli, trova, seppure solo a condizione di nascondere le proprie origini, una speranza ma, quando alcune circostanze si combinano insieme in modo quasi casuale, tutto il mondo gli si rivolta contro.

Essere accusato di un delitto rituale per procurarsi sangue di bambini cristiani da impastare come pane azzimo, nella Russia dei famigerati quanto falsi 'Protocolli dei Savi di Sion', equivale a una condanna automatica. E per un innocente, per di più non ortodosso ma libero pensatore e ammiratore di un filosofo inviso agli Ebrei come Spinoza, sembra quasi uno sberleffo del Destino, quello di diventare vittima di un'accusa come quella.
A nulla vale che Bibikov, un magistrato coscienzioso e che ha in comune con l'accusato l'ammirazione per Spinoza, si adoperi per frenare le prevaricazioni dell'accusa, palesemente ispirata a un teorema di colpevolezza e alla volontà di blandire a scopi di carriera personale con l'antisemitismo l'opinione pubblica. A nulla vale che presto dai fatti emerga come in realtà il bambino, del cui omicidio il tuttofare giudeo era stato incolpato, fosse stato ucciso dalla madre stessa e da suoi complici per evitare che denunciasse i loro crimini: i testimoni favorevoli all'indiziato vengono allontanati e la madre snaturata viene trasformata da essere degenerato e violento in una povera donna privata del suo unico figlio, unico motivo per lei di vita.

Tutti sono contro il tuttofare, tutti hanno interesse a che confessi un delitto che non ha commesso e si addossi una colpa che non gli appartiene: la madre della vittima, ipocrita e addolorata, per coprire le proprie colpe, la figlia del padrone della fabbrica in cui Yakov ha trovato lavoro, nascondendo di essere ebreo, per vendicarsi di essere stata respinta, i suoi colleghi per disfarsi di un sorvegliante scomodo, le autorità infine, pronte a sfruttare il malcontento popolare per il proprio tornaconto, per trovare un capro espiatorio su cui la folla possa sfogare i suoi istinti più bassi.
Nella figura del tuttofare si combinano i tratti della vittima di una giustizia kafkiana e terrena, ispirata solo ai principi dell'opportunità personale e dell'utilità sociale invece che alla ricerca della verità e quelli di chi subisce i colpi di un destino inspiegabile e che sembra quasi voluto per mettere alla prova la capacità di resistenza di un individuo, la cui unica colpa è di aver cercato di allontanarsi dalle proprie origini, ma non di rinnegarle.
Yakov rimane ebreo nell'animo nonostante in qualche modo odi questa parte di sé: fugge davanti a una donna che vorrebbe avere rapporti con lui durante il periodo mestruale, si sente in colpa per aver nascosto la propria appartenenza etnica per ottenere un posto di lavoro da un noto antisemita, durante la prigionia trae conforto, anche se non spirituale, dalla sua cultura biblica, riesce a respingere la follia recitando i brani dei Salmi che aveva imparato fin da ragazzo.
E nello stesso tempo quando riceve da un carceriere un libro con i Vangeli, perchè possa pentirsi dei suoi peccati e convertirsi al cristianesimo, leggendo la storia di Gesù abbandonato dal Padre sulla croce come 'agnello che toglie i peccati del mondo' si rivede in quella figura, abbandonato com'è anche lui dal suo Dio, privo di qualsiasi contatto con il mondo esterno, di qualsiasi appiglio a cui legare una speranza di salvezza.

Capro espiatorio di tutta una società, Yakov Bok vive sulla sua pelle il risultato del pregiudizio più becero e dannoso: la maggior parte delle accuse contro di lui trova il suo fondamento nel fatto che è risaputo per tutti che tra gli Ebrei vige l'usanza di impastare le focacce pasquali con il sangue di bambini cristiani. Attorno a questa forma di ignoranza superstiziosa si raccolgono interessi personali e varie altre motivazioni ma il nucleo dell'accusa rimane una semplice voce popolare.

Struggente il racconto della prigionia, del malessere fisico e mentale che il tuttofare si trova ad affrontare, privato di ogni contatto umano, di ogni conforto, del cibo e della luce, costretto a vivere nel freddo dei gelidi inverni sarmatici, quasi fino al punto di perdere ogni forma di umanità in una cella in cui manca ogni forma di igiene e anche il cibo scarseggia, dove l'accusato viene perquisito a fondo sei volte al giorno e in un caso subisce anche un tentativo di avvelenamento.

Il racconto della vita quotidiana e dei deliri del prigioniero, cui tocca aspettare quasi due anni senza poter ricevere visite e senza neppure avere un atto d'accusa ufficiale a suo carico è davvero realistico e insieme struggente, così come è struggente vedere come anche il trattamento più duro non riesca a spegnere l'ultima scintilla di speranza nell'animo di Yakov.
Ma rimane al giudizio del lettore stabilire se quello che esce dalla prigione, quando alla fine viene liberato, soprattutto perché è venuta meno la pressione politica che spingeva il tuttofare verso la confessione di un crimine che non aveva commesso, sia o no ancora un uomo.

Giudizio:

+4stelle+ (e mezzo)

Dettagli del libro

  • Titolo: L'uomo di Kiev
  • Titolo originale: The Fixer
  • Autore: Bernard Malamud
  • Traduttore: Ida Omboni
  • Editore: Einaudi
  • Data di Pubblicazione: 1997
  • Collana: Einaudi tascabili
  • ISBN-13: 9788806138196
  • Pagine: 259
  • Formato - Prezzo: Brossura - 12.33 Euro (fuori catalogo)

4 aprile 2014

Speciale Premio Pulitzer: L'ultimo inverno - Paul Harding

Paul Harding è un romanziere e musicista americano, nato a Wenham (Massachusetts) nel 1967. Trascorre la giovinezza vagabondando per i boschi e facendo da apprendista al nonno, riparatore di orologi, esperienza che gli tornerà utile per la stesura del suo primo romanzo L'ultimo inverno (Tinkers), che gli procura la vittoria del PEN/Robert W. Bingham Prize e del Premio Pulitzer nel 2010, trionfando sugli altri candidati Love In Infant Monkeys di Lydia Miller e Altre Stanze, Altre Meraviglie (In Others Rooms, Others Wonders) di Daniyal Mueenuddin.
Harding ha una laurea in letteratura Inglese presso la University of Massachusettes Amherst e un MFA dalla Officina Writers Iowa.
Dopo la laurea ha viaggiato negli USA e in Europa con la sua band Cold Water Piso di cui è stato il batterista dal 1990 al 1996, anno del loro scioglimento. Inoltre ha insegnato scrittura creativa ad Harvard e all’Università dell'Iowa.
Amante del jazz e in particolar modo dei batteristi, si definisce un moderno trascendentalista. Oggi vive a Georgetown, nel Massachusetts, con moglie e figli.
Il suo secondo romanzo, Enon, uscito nel 2013, torna sui protagonisti de L'ultimo inverno, concentrandosi sulla vita del nipote di George Crosby, Charlie Crosby, e di sua figlia Kate.

Steso su un letto d’ospedale al centro del soggiorno della sua casa nel New England, George Washington Crosby si prepara a concludere la sua vita circondato dai famigliari e accompagnato dal tintinnio dei suoi orologi cui per anni si è dedicato come meticoloso restauratore. Meravigliosi meccanismi di tutte le epoche e fogge che sono stati a lungo il legame, negato ma indissolubile, con il mondo della sua infanzia e di suo padre Howard, un uomo silenzioso, sognante, poetico, il quale stentatamente manteneva quattro figli e una moglie insoddisfatta girovagando con il suo carro pieno di mercanzie tra i boschi del Maine, in un mondo dominato dalle stagioni, dal sole e dal gelo, dagli alberi, dai laghi e dai ruscelli, da leggende e da poche parole. L’ultimo inverno è un romanzo d’esordio di rara potenza espressiva, dominato da un linguaggio plasmato dalla penna di un grande scrittore, un romanzo sull’America di ieri e di oggi che parla dell’amore tra un padre e un figlio, della fierezza della natura, del ricordo e della fantasia.

Recensione

Gli episodi che vengono raccontati da Harding riguardano la vita di due componenti della famiglia Crosby, Howard e George, rispettivamente padre e figlio. La voce narrante è quella dell’autore che inizia a raccontare la vita di George il quale, ormai vecchio e malato, è in procinto di morire. Ma le due storie si alternano e talvolta si intersecano, anche perché George ha delle allucinazioni in cui gli appaiono episodi della sua infanzia di cui è protagonista il padre, tanto che qualche volta al lettore è necessario tornare all’inizio del capitolo per capire di chi si stia raccontando la vita.

Howard è il figlio di un pastore metodista che, relativamente giovane, viene colpito da demenza senile ed internato in un manicomio, evento che traumatizza per sempre il giovane Howard, presente quando il padre viene portato via senza che egli abbia mai più la possibilità di rivederlo.

Una volta cresciuto l'uomo diventa venditore ambulante, vendendo un po’ di tutto nel suolungo giro fra gli abitanti della campagna e dei boschi del Maine. In caso di necessità Howard si adatta anche a dare una mano a fare altri lavori per la sua clientela, tanto che gli capita di doversi improvvisare medico aiutando alcune donne a partorire e cavando un dente ad un ad un cliente che vive da eremita.

Sposato con quattro figli, Howard deve fare i conti con i problemi di salute sia fisica che psicologica di due dei filgi, oltre che con l'evidente insoddifazione della moglie, costretta a far fronte alle diggicoltà famigliari mentre il marito è assente anche per diversi giorni di fila. L'atteggiamento dell'autore nei confronti della donna è piuttosto critico ma, date le circostanze, è difficile darle tornto. Come se non bastasse, Howard soffre di crisi epilettiche per le quali non può permettersi i medicinali. Per questo, quando la moglie lascia in bella vista un opuscolo per il ricovero in un istituto, l'uomo decide di fuggire abbandonando la famiglia pur di non rischiare di fare la stessa fine del padre, rifacendosi una famiglia e una carriera altrove.

L’autore insiste sul rapporto padre e figlio, tralasciando quello di George con la madre, a suo dire troppo dura e priva di vero amore verso la famiglia, anche se aveva sicuramente più senso di responsabilità del padre, visto che, a differenza di quest’ultimo, non se ne era andata via disinteressandosi dei figli. George prova verso il padre un comprensibile sentimento di amore e odio.L’unica occasione che Howard ha per andare a trovare il figlio avviene quando la seconda moglie gli comunica di dover andare a vedere la propria madre in punto di morte, di cui fino ad allora l'uomo aveva totalmente ignorato l'esistenza, così come la moglie era all'oscuro della precedente famiglia di Howard. E’ strano per noi pensare a quanto possano essere labili i legami familiari americani, tanto da non sentire il bisogno di comunicare ai genitori un avvenimento così importante come il proprio matrimonio. Quando Howard rivide George, lui è ormai un uomo di mezza età con figli grandi.

Il romanzo è piacevole e tutt’altro che noioso anche se un po’ lento. Le esistenze dei due protagonisti che, pur partendo da una notevole povertà, riescono a elevarsi economicamente grazie alla loro dedizione al lavoro, sembrano incarnare lo spirito americano. Credo che sia stata soprattutto questa immagine di progenitori politically correct a far vincere al romanzo il Premio Pulitzer. La vittoria del Pulitzer da parte di Harding fu una sorpresa per tutti, autore compreso, tenuto anche conto che era la sua opera prima. Harding scrisse anche un seguito, Enon, in cui si narra la vita del figlio di George.

In genere i romanzi vincitori del Pulitzer sono tomi piuttosto corposi, ma questo si protrae per sole 185 pagine, ovvero gli otto giorni precedenti alla morte di George - gli episodi narrati sono quindi molto selettivi. Vengono tralasciati molti avvenimenti che i protagonisti dovevano avere vissuto, come le ultime guerre mondiali, tenuto conto che Howard muore nel gennaio 1972 a un'età piuttosto avanzata. Nel romanzo non si accenna neanche alla vita di George dopo la scomparsa del padre, né al suo matrimonio, né ai figli che ne seguirono. Non si può neanche dire che il rapporto padre-figlio sia stato particolarmente approfondito dall'autore; si può solo affermare che esistesse un maggior feeling da parte di George verso il padre, rispetto a quello con la madre, data la scarsa affettuosità di quest’ultima.

In conclusione Harding dimostra di essere un abile scrittore sulla scia della sua maestra, Marilynne Robinson, la signora delle lettere americane, ed il libro è scorrevole, con qualche paragrafo di delicate e poetiche descrizioni. Tuttavia fornisce solo dei piccoli spaccati sulla vita dei protagonisti, senza mai entrare veramente in profondità nei rapporti interpersonali, quasi fosse questo un lusso da intellettuali non confacente ai due stacanovisti lavoratori della famiglia Crosby.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: L'ultimo inverno
  • Titolo originale: Tinkers
  • Autore: Paul Harding
  • Traduttore: Luca Briasco
  • Editore: Beat Biblioteca Editori Associati di Tascabili
  • Data di Pubblicazione: 2013
  • ISBN-13: 9788865591550
  • Pagine: 185
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 9,00

1 aprile 2014

Aprile: Speciale Premio Pulitzer


Non tanto a sorpresa, lo Speciale di questo mese prende spunto dalla prossima assegnazione del Premio Pulitzer, che avverrà il 14 aprile.
Non avremmo certo bisogno di dirvi cos'è il Premio Pulitzer, ma lo faremo lo stesso: il riconoscimento statunitense, istituito nel 1917 da Joseph Pulitzer e attualmente gestito dalla Columbia University di New York - cui Pulitzer lasciò tutti i suoi averi -, è probabilmente la più prestigiosa onorificenza nazionale per il giornalismo, la letteratura e la musica. Al contrario di altri riconoscimenti, non viene automaticamente applicato, bensì la selezione dei finalisti avviene tra le opere iscritte al premio dagli stessi autori.
Il Pulitzer si compone di ventuno categorie, giudicate da venti giurie per un totale di 102 giurati selezionati dal Pulitzer Prize Board. Oltre alle categorie giornalistiche (di Pubblico Servizio, di Ultim'ora, Investigativo, Locale, Nazionale, Internazionale, Miglior articolo, di Commento, di Critica, Editoriale, Editoriale in Fumetto, Fotografia di Ultim'ora, Miglior Fotografia), ecco quelle di Arti e lettere:

  • Narrativa - dal 1948 (Fiction)
  • Drammaturgia (Drama)
  • Storia (History)
  • Biografia e autobiografia - (Biography or Autobiography)
  • Poesia - dal 1922 (Poetry)
  • Saggistica - dal 1962 (General Non-Fiction)
  • Musica - dal 1943 (Music)
Naturalmente, noi ci occuperemo della categoria narrativa, istituita nel 1948 in sostituzione della più specifica novel e assegnata all'opera di un autore statunitense, che preferibilmente tratti della vita americana. Ecco i vincitori delle edizioni fin qui:

1948: Nostalgia del Pacifico (Tales of the South Pacific) di James A. Michener
1949: Guard of Honor di James Gould Cozzens
1950: Il sentiero del West (The Way West) di A. B. Guthrie, Jr.
1951: La città (The Town) di Conrad Richter
1952: L'ammutinamento del Caine (The Caine Mutiny) di Herman Wouk
1953: Il vecchio e il mare (The Old Man and the Sea) di Ernest Hemingway
1954: non assegnato
1955: Una favola (A Fable) di William Faulkner
1956: La polvere e la gloria (Andersonville) di MacKinlay Kantor
1957: non assegnato
1958: Una morte in famiglia (A Death in the Family) di James Agee
1959: The Travels of Jaimie McPheeters di Robert Lewis Taylor
1960: Advise and Consent di Allen Drury
1961: Il buio oltre la siepe (To Kill a Mockingbird) di Harper Lee - già recensito qui
1962: Il ghiaccio si è sciolto a Sebago (The Edge of Sadness) di Edwin O'Connor
1963: I saccheggiatori (The Reivers) di William Faulkner
1964: non assegnato
1965: I guardiani della casa (The Keepers of the House) di Shirley Ann Grau
1966: The Collected Stories of Katherine Anne Porter di Katherine Anne Porter
1967: L'uomo di Kiev (The Fixer) di Bernard Malamud
1968: Le confessioni di Nat Turner (The Confessions of Nat Turner) di William Styron
1969: Casa fatta di alba (House Made of Dawn) di N. Scott Momaday
1970: The Collected Stories of Jean Stafford di Jean Stafford
1971: non assegnato
1972: Angolo di riposo (Angle of Repose) di Wallace Stegner
1973: La figlia dell'ottimista (The Optimist's Daughter) di Eudora Welty
1974: non assegnato
1975: The Killer Angels di Michael Shaara
1976: Il dono di Humboldt (Humboldt's Gift) di Saul Bellow
1977: non assegnato
1978: Elbow Room di James Alan McPherson
1979: The Stories of John Cheever di John Cheever
1980: Il canto del boia (The Executioner's Song) di Norman Mailer
1981: Una banda di idioti (A Confederacy of Dunces) di John Kennedy Toole
1982: Sei ricco, Coniglio (Rabbit Is Rich) di John Updike
1983: Il colore viola (The Color Purple) di Alice Walker - già recensito qui
1984: Ironweed (Ironweed) di William Kennedy
1985: Cuori in trasferta (Foreign Affairs) di Alison Lurie
1986: Un volo di colombe (Lonesome Dove) di Larry McMurtry
1987: Ritorno a Memphis (A Summons to Memphis) di Peter Taylor
1988: Amatissima (Beloved) di Toni Morrison
1989: Lezioni di respiro (Breathing Lessons) di Anne Tyler
1990: I Mambo Kings suonano canzoni d'amore (The Mambo Kings Play Songs of Love) di Oscar Hijuelos
1991: Riposa Coniglio (Rabbit At Rest) di John Updike
1992: La casa delle tre sorelle (A Thousand Acres) di Jane Smiley
1993: I cento figli del drago (A Good Scent from a Strange Mountain) di Robert Olen Butler
1994: Avviso ai naviganti (The Shipping News) di Annie Proulx
1995: In cerca di Daisy (The Stone Diaries) di Carol Shields
1996: Il giorno dell'Indipendenza (Independence Day) di Richard Ford
1997: Martin Dressler: il racconto di un sognatore americano (Martin Dressler: The Tale of an American Dreamer) di Steven Millhauser
1998: Pastorale americana (American Pastoral) di Philip Roth
1999: Le ore (The Hours) di Michael Cunningham
2000: L'interprete dei malanni (Interpreter of Maladies) di Jhumpa Lahiri
2001: Le fantastiche avventure di Kavalier e Clay (The Amazing Adventures of Kavalier & Clay) di Michael Chabon
2002: Il declino dell'impero Whiting (Empire Falls) di Richard Russo
2003: Middlesex (Middlesex) di Jeffrey Eugenides - già recensito qui
2004: Il mondo conosciuto (The Known World) di Edward P. Jones
2005: Gilead (Gilead) di Marilynne Robinson
2006: L'idealista (March) di Geraldine Brooks - già recensito qui
2007: La strada (The Road) di Cormac McCarthy - già recensito qui
2008: La breve favolosa vita di Oscar Wao (The Brief Wondrous Life of Oscar Wao) di Junot Díaz
2009: Olive Kitteridge (Olive Kitteridge) di Elizabeth Strout
2010: L'ultimo inverno (Tinkers) di Paul Harding
2011: Il tempo è un bastardo (A Visit From the Goon Squad) di Jennifer Egan
2012: non assegnato
2013: Il signore degli orfani (The Orphan Master's Son) di Adam Johnson

Restate su queste pagine, perché durante il mese dedicheremo diversi articoli ai vincitori dei Premi Pulitzer per la narrativa.

 

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