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2 novembre 2014

Medea. Voci - Christa Wolf

Strutturato come un affresco polifonico, con vari personaggi che raccontano ciascuno il proprio punto di vista, il romanzo riscopre fonti antecedenti ad Euripide e ribalta la visione tramandataci dalla tradizione, rivelando così una nuova figura di donna. Medea non è più l'infanticida vittima dell'ossessione d'amore, ma una donna forte e generosa, depositaria di un remoto sapere del corpo e della terra, che le fa scoprire il segreto nascosto nel sottosuolo di Corinto: i resti della figlia primogenita di Creonte, che questi ha fatto uccidere per timore di perdere il trono. Per questo segreto svelato Medea dovrà pagare.

Recensione

«Appena le donne saranno equiparate a noi ci saranno superiori.»
Catone

Vi avevamo parlato tempo fa, in una serie di articoli, del fenomeno della riscrittura, una forma di manipolazione testuale che può assumere molti aspetti e che gli studi femministi - tra gli altri - hanno utilizzato sovversivamente per sfidare il canone occidentale che a lungo ha trascurato o inibito la letteratura femminile.
Uno dei tipici modus operandi della riscrittura femminista è il recupero di personaggi femminili storici, mitologici o letterari per dar loro nuova voce e nuova autonomia. Christa Wolf ne sceglie due emblematici: Cassandra, la veggente che preconizzò la rovina di Troia ma non fu creduta, e Medea, che uccise i figli per vendicarsi dell'uomo traditore per cui aveva abbandonato la casa paterna.

Medea. Voci si basa sulla reale (o presunta tale) scoperta che Euripide avrebbe percepito quindici talenti d'argento per riscattare la memoria di Corinto, attribuendo a Medea il brutale omicidio dei suoi bambini. Secondo tale versione ripresa da Christa Wolf, e attestata - sembra - in Apollonio Rodio, Medea sarebbe stata piuttosto il capro espiatorio di una città abbarbicata ai suoi segreti e ai suoi usi reazionari e maschilisti.
Giunta dalla lontana Colchide al fianco di Giasone, che aiutò - tradendo il padre - nel recupero del famigerato Vello d'oro, Medea rappresenta per Corinto una pericolosa alterità culturale, per di più di stampo matriarcale, che si oppone alla medicina ciarlatana dei greci, alla loro oppressione femminile, ai loro riti sanguinari, semplicemente con la sua presenza sovversiva. Ammirata e temuta, Medea si aggira tra i corinzi divisa tra l'amore persistente verso un uomo - il padre dei suoi figli - che, tornato in patria, si è allontanato da lei cui pure deve tutto, e il disgusto verso un popolo barbaro che a sua volta la disprezza.
La sua figura è restituita da un fuoco incrociato di voci a lei vicine e lontane: Giasone, ancora affascinato dal suo corpo e dal suo spirito, ma allontanato da lei dal ritorno alla sua patria e ai suoi pari; Agameda, giovane donna rosa dall'invidia venuta via con lei dalla Colchide e desiderosa di distruggerla; Acamante, primo astronomo e consigliere del re Creonte, come molti soggiogato dalla sua forza e dal suo sapere ma conscio di quale pericolo rappresenti per Corinto; Glauce, figlia di Creonte e promessa sposa di Giasone, traumatizzata da un evento della sua infanzia il cui segreto Corinto custodisce gelosamente nei suoi sepolcri; Leuco, secondo astronomo, simpatizzante dei colchici; e naturalmente la voce di Medea stessa - che interviene ben quattro volte ad aprire e chiudere la narrazione -, come tutti consapevole della propria inevitabile rovina che lentamente si approssima a lei e ai suoi profughi.

«Ho cominciato a interessarmi a Medea nel 1990. Lo stesso anno in cui la DDR stava sparendo dalla storia. Ho cominciato a domandarmi perché nella nostra società tutto viene consumato e nello stesso tempo si va sempre alla ricerca di un capro espiatorio.»
Medea è il tentativo di riscatto di un personaggio femminile cui è stata negata una versione dei fatti, ma rappresenta anche il grido di protesta di una scrittrice che a sua volta fu diffamata dalla stampa tedesca per la sua vicinanza al regime di Honecker. Opera sentitissima, dunque, pienamente riuscita per la forza con cui i suoi personaggi s'imprimono nel lettore e per lo stile prezioso che rende la lettura memorabile.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Medea. Voci
  • Titolo originale: Medea. Stimmen
  • Autore: Christa Wolf
  • Traduttore: A. Raja
  • Editore: E/O
  • Data di Pubblicazione: 2012
  • Collana: Tascabili e/o
  • ISBN-13: 9788876417283
  • Pagine: 197
  • Formato - Prezzo: Brossura - 10-00 Euro

16 gennaio 2014

Ragnarök: La fine degli dèi - Antonia S. Byatt

Lei «era una bambina magra, delicata, tutt'ossa, come un tritone, con capelli che sembravano fili di fumo illuminati dal sole». E c'era la guerra. L'aviazione tedesca bombardava Londra e i centri industriali. Gli abitanti delle città si rifugiavano in campagna. Come la bambina e sua madre, che per un paradosso del destino in campagna, pur essendo sposata, «può avere una vita della mente». Il padre è via, nei cieli dell'Africa, forse. Sua madre, a cui piacciono le parole, le regala un libro, Asgard e gli dèi , la storia del Ragnarök, la fine senza resurrezione degli dèi norreni. Il libro diventa una compagnia essenziale, la bambina lo legge ogni sera in un tenue spiraglio di luce, ammira il coraggio di Odino, si compiace degli inganni di Loki, si gode le sue avventure subacquee in compagnia della portentosa serpentessa sua figlia. Di giorno riflette su quelle storie, a cui non crede, ma che tuttavia «le si attorcigliavano nel cervello come fumo, ronzando come api scure dentro un alveare». L'aiutano a tenere a bada un'inconscia disperazione. Ha paura, paura che il padre non torni, paura di veder sparire il mondo che conosce. Legge anche i miti greci e le fiabe dei Grimm e di Andersen, ma perfezione e fantasia non le offrono appigli per fronteggiare un senso di disastro imminente. Gli dèi norreni invece vanno incontro al disastro, e in questo le appaiono terribilmente umani, cosí limitati e stupidi. Sanno che verrà il Ragnarök, ma non sono capaci di creare un mondo migliore. Cavalcano nei cieli con un fragore di zoccoli che si confonde con il ronzio degli aerei durante i raid. È un paesaggio di lupi, caverne e acque turbolente, di spettri e bellicosi inganni. In stridente contrasto con l'idillico paesaggio della campagna inglese. Non c'è salvezza nel mito norreno, ma proprio questo aiuta la bambina magra a sopravvivere, anzi, a vivere un'infanzia di pensieri intensi e di precocissime memorie, che sedimentano giorno per giorno traducendosi in un archivio interiore al quale attingerà nel corso della vita. I pensieri e le visioni di cui A. S. Byatt da sempre dissemina i suoi romanzi trovano qui la loro unità, strutturandosi nella narrazione fluida e immaginifica di anni di caos. C'era la guerra - ma da allora ce n'è sempre stata una - e quel caos primordiale appare piú terapeutico di ogni credenza consolatoria.

Recensione

Della Canongate Myth Series abbiamo già avuto modo di parlare: si tratta di una collana di romanzi brevi, commissionata nel 1999 dalla casa editrice scozzese Canongate ad alcuni nomi più o meno noti del panorama letterario internazionale, che riscrivono episodi del mito e della religione delle più varie culture. Pochi sono stati tradotti in italiano, principalmente a opera della Rizzoli che, tra il 2005 e il 2009, ne pubblicò alcuni nella stessa collana: Il canto di Penelope della canadese Margaret Atwood, Il Dio dei sogni di Alexander McCall Smith, L'elmo del terrore di Victor Pelevin, Il miele del leone di David Grossman; è stata poi la volta della Salani con Il buon Gesù e il cattivo Cristo dell'autore per ragazzi Philip Pullman; Ragnarök, della scrittrice e critica inglese Antonia Byatt (notissima autrice di Possessione. Una storia romantica, assurto ormai a classico della letteratura moderna), è stato invece pubblicato a fine 2013 dalla Einaudi.

Sebbene la collana non sia stata specificatamente intesa per un pubblico giovane, è a quest'ultimo che i romanzi sono maggiormente consigliati, o non si spiegherebbe altrimenti un testo come Ragnarök che, piuttosto che riscrivere, si limita a riassumere: il romanzo è articolato in brevi capitoli che alternano ora episodi di vita di una bambina sfollata nelle campagne inglesi durante la seconda guerra mondiale, ora pagine di un libro di mitologia norrena che le è stato regalato dalla madre. Il crescente interesse della giovane protagonista verso gli argomenti trattati vorrebbe forse essere un modo inconscio per esorcizzare la paura dell'incombente minaccia tedesca: le divinità germaniche, così imperfette e capricciose, in attesa della fine dei tempi di cui sono a conoscenza ma che non fanno nulla per evitare, le appaiono sciocche e degne di compassione, e le consentono di ridimensionare la portata delle tragedie che la circondano, dall'abbandono della sua casa verso luoghi sconosciuti - seppur non ostili - alla certezza che il padre, pilota nell'esercito, non farà mai più ritorno.

E' forse una Asgard quella che la bambina magra (il suo nome non viene mai menzionato) ricrea attorno a sé: il rapporto con la madre letterata - motivo autobiografico che si riesce a cogliere perfettamente anche senza conoscere nulla della vita della Byatt -, distante ma sempre pronta a dispensare libri con cui riempire i suoi vuoti, non le appare più così irrecuperabile, e nel silenzio e nella quiete delle campagne, in cui sia lei che la madre, a differenza della bigia Londra, possono avere una vita intellettuale, può immergersi nella lettura del libro immaginando a suo agio alberi che reggono il mondo, fonti le cui profondità si estendono nel'infinito, creature fantastiche e grottesche di grandezze inimmaginabili, ma soprattutto loro, gli dèi norreni: non a Odino il sapiente va la sua simpatia, né a Thor il suscettibile, né all'amorevole madre Friggr, bensì a Loki, sfuggente e arguto, il più imperfetto di tutti loro.

Mentre la bambina legge e rilegge guerre di un tempo mitico e ciclico, che conduce il mondo dalla sua creazione al Ragnarök con la promessa di un nuovo inizio, anche la guerra reale termina, riportandola fuori da Asgard nuovamente al suo mondo.

Nonostante l'interpretazione che, con sforzo, si riesce ad attribuire a Ragnarök, essa non risulta ugualmente sufficiente a giustificare l'esistenza di questo libro: l'apporto originale dato dalla Byatt è quasi nullo, e gran parte del romanzo (come pure era stato per Il buon Gesù e il cattivo Cristo) si riduce a mero riassunto dei miti norreni, forse interessante per i bambini - che probabilmente non andranno a leggere Antonia Byatt -, ma non certo per gli adulti di media cultura, in cui i riassunti semplificati dell'autrice desteranno scarsi stimoli, e che desidereranno piuttosto leggere l'Edda, se non l'hanno già fatto.

Giudizio:

+2stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Ragnarök: La fine degli dèi
  • Titolo originale: Ragnarok: The End of the Gods
  • Autore: Antonia Susan Byatt
  • Traduttore: Nadotti A., Galluzzi F.
  • Editore: Einaudi
  • Data di Pubblicazione: 2013
  • Collana: Supercoralli
  • ISBN-13: 9788806214029
  • Pagine: 141
  • Formato - Prezzo: Rilegato, sovraccoperta - 17.50 Euro

5 febbraio 2013

The Penelopiad - Margaret Atwood

Margaret Atwood returns with a shrewd, funny, and insightful retelling of the myth of Odysseus from the point of view of Penelope. Describing her own remarkable vision, the author writes in the foreword, “I’ve chosen to give the telling of the story to Penelope and to the twelve hanged maids. The maids form a chanting and singing Chorus, which focuses on two questions that must pose themselves after any close reading of the Odyssey: What led to the hanging of the maids, and what was Penelope really up to? The story as told in the Odyssey doesn’t hold water: there are too many inconsistencies. I’ve always been haunted by the hanged maids and, in The Penelopiad, so is Penelope herself.” One of the high points of literary fiction in 2005, this critically acclaimed story found a vast audience and is finally available in paperback.

Recensione

La storia di Penelope, quintessenza della fedeltà e pazienza femminile, la conosciamo tutti attraverso le parole attribuite a un cantore cieco: colei che attese per vent’anni il suo sposo, eroe multiforme protetto da Atena, resistendo strenuamente all’assedio dei pretendenti che la volevano già vedova. I poemi greci ce la restituiscono così: integerrima, remissiva, la degna compagna di Ulisse per cui valse la pena peregrinare dieci anni in mare pur di riabbracciarla.

A partire dalla seconda metà del Novecento, la critica letteraria femminista recupera non solo autrici trascurate, ma anche vigorosi personaggi femminili da ergere a vittime del maschilismo del loro tempo: Margaret Atwood sceglie Penelope, che insieme a Cassandra e Medea è uno dei personaggi femminili del mito più amati dalle autrici femministe e non solo, e le dà voce, una voce che dall’Ade risuona flebile perché soffocata dal peso della tradizione che le ha negato una versione dei fatti.

La Atwood, a onor del vero, non sovverte più di tanto gli eventi canonici: Penelope è casta e remissiva come nel poema omerico, e il suo è un lamento che svela l’altra faccia della medaglia della docilità che è costretta a ostentare. Penelope canta la sua prigionia in una dimora a cui è stata condotta dal marito che l’ha vinta e che poco dopo l’ha abbandonata per andare in guerra; canta le costrizioni in una casa non sua governata dall’anziana nutrice del marito e dalla suocera, le stesse che l’hanno privata del diritto di educare il figlio che, ora cresciuto, vede in lei la causa della distruzione della sua eredità; canta una solitudine senza scampo alleviata solo dalle risa e dalle voci di dodici giovani ancelle da lei acquistate e cresciute; canta l’arroganza dei pretendenti che non può respingere; canta la sfiducia del marito, che ha preferito svelarsi al figlio imberbe piuttosto che a lei; e infine canta la sua brutalità, per avere impiccato le sue dodici fanciulle.

La rilettura di Margaret Atwood alterna la prosa – la testimonianza di Penelope che, vagabondando per l’Ade, ripercorre i momenti salienti della sua esistenza – ad altre forme di scrittura che veicolano le voci taciute delle dodici ancelle, le quali si configurano come un vero e proprio coro greco: le ancelle ora recitano versi, ora narrano, ora si costituiscono vittime in un processo moderno il cui imputato è Ulisse, ora sono conferenziere che discettano sul significato antropologico della loro morte, ora recitano e danzano. L’intento è specificatamente quello di rimarcare la loro morte vana per cui Ulisse è rimasto impunito, una morte che nemmeno la loro affezionata padrona è stata in grado di evitare e per cui continua a tormentarsi nell’Ade.

Se l’autrice innalza il personaggio di Penelope e riscatta il comportamento delle ancelle, passate alla storia per aver compiaciuto i Proci e aver svergognato la loro padrona, estremamente dequalificato ne esce il personaggio di Elena, insistentemente biasimato da Penelope per la sua vacua vanità che ha falciato innumerevoli vite – e che continua a caratterizzarla nell’Ade.

La scrittura della Atwood è validissima, ma in questa prova scivola in alcune falle che mi sono saltate all’occhio e che mi hanno reso meno gradevole la lettura: imboccando continuamente il lettore, la Atwood si sente in dovere di sottolineare, tramite la voce di Penelope, aspetti della cultura greca di quel periodo così conosciuti che la loro evidenziazione appare pretenziosa e didascalica: la consuetudine dei matrimoni combinati non è certo una pratica ignota al lettore medio, così come il valore della carne in tempi e terre che vivevano di pesce, o l’assenza di posate. Verrebbe spontaneo fare qualche considerazione sulla cultura del lettore medio americano, a questo punto.

Allo stesso modo, spesso la voce di Penelope spiega in modo pleonastico ciò che dovrebbe essere lasciato implicito. Per esempio: un’ancella, parlando del giovane Ulisse, poco dopo averlo paragonato a Ermes afferma

"You wouldn’t want to wake up in the morning and find yourself in bed with your husband and a herd of Apollo’s cows."
E immediatamente dopo la voce narrante di Penelope spiega
This was a joke about Hermes, whose first act of thievery on the day he was born involved an audacious cattle raid.
Se l’autrice trova arguto mettere in bocca a un personaggio una battuta dai riferimenti non troppo conosciuti - non tutti hanno presente il mito della nascita di Ermes e del suo furto del bestiame di Apollo, appena nato -, allora deve anche rischiare che la battuta non venga colta. Non può (e non deve, a meno che non ci troviamo in un manuale scolastico) spiegarla perché tutti i lettori possano comprenderla.

Prescindendo da questi difetti, non si può negare il valore del romanzo, che si inserisce in un progetto dichiarato di reimmaginazione e riscrittura di varie mitologie, il Canongate Myth Series, cui hanno dato il loro apporto anche nomi noti come Jeanette Winterson, Karen Armstrong, David Grossman, Alexander McCall Smith, Natsuo Kirino e Philip Pullman (quest’ultimo con il saggio Il buon Gesù e il cattivo Cristo). Da approfondire certamente.

Segnalo che purtroppo la versione italiana del romanzo, Il canto di Penelope, edita da Rizzoli nel 2005, risulta difficilmente reperibile.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: The Penelopiad
  • Autore: Margaret Atwood
  • Editore: Canongate U.S.
  • Data di Pubblicazione: 2006
  • ISBN-13: 9781841957982
  • Pagine: 224
  • Formato - Prezzo: Paperback - 13,00 $

2 settembre 2012

Itaca per sempre - Luigi Malerba

Ulisse è tornato a Itaca. Sotto le spoglie del mendicante, si rivela a Eumeo e a Telemaco, organizza la vendetta, la esegue. Ma a questo punto Malerba comincia a scavare, a introdurre il germe di un'inquietudine, a portare alle conseguenze più dirompenti un'intuizione: come è possibile che Penelope non riconosca mai, neppure nel bagliore di un sospetto, lo sposo? E infatti, la Penelope di Malerba ha riconosciuto subito l'eroe, ma tace. E nel silenzio, nell'inquietudine di una psicologia femminile ricostruita con magistrale sensibilità, si macera, a sua volta chiedendosi: perché? Perché Ulisse si svela a tutti e non a me? Il risentimento di Penelope, che in Omero è appena abbozzato e si concentra tutto nel celebre interrogatorio sul mistero del letto coniugale, nell'Itaca di Malerba innesca il dramma intimo che attira nel suo vortice anche Ulisse, il quale giungerà a dubitare non tanto della fedeltà della donna, ma di se stesso, della propria celebrata astuzia, della propria incrollabile personalità.

Recensione

Malerba non sceglie per soggetto l'epica guerra di Troia, né le sventure patite da Ulisse in mare per affanno di conoscenza, né la speranzosa attesa di Penelope intenta a disfare ogni notte la sua tela. Sceglie piuttosto il momento intimo in cui Ulisse bacia la sua petrosa Itaca, depositato - più simile a un mendicante che a un re - dai marinai Feaci sulla spiaggia dell’isola che ha agognato per vent’anni.
Il resto è storia: proprio sotto le spoglie di un mendicante Ulisse decide di presentarsi non solo ai principi Proci che assediano la sua dimora, ma anche alla sua stessa moglie Penelope in attesa di saggiarne la fedeltà.

V’è che, in questa rivisitazione, Penelope abbia riconosciuto immediatamente il marito di cui tanto aveva atteso il ritorno. V’è anche che Penelope non abbia apprezzato l’inganno, i dubbi, e la consueta sfiducia degli uomini greci nei confronti delle loro donne. Ecco dunque che Penelope beffa Ulisse, l’eroe multiforme, non solo ingannandolo a sua volta nel mostrarsi all’oscuro della sua vera identità, ma confermando il raggiro anche quando il marito deciderà di rivelarsi, umiliandolo e costringendolo a numerose prove per dimostrarsi il vero Ulisse.

Luigi Malerba dimostra di conoscere bene la psiche della media femminile, poiché Penelope – com’è frequente – perde la battaglia tra orgogli chinando la testa per prima. Cosa non si farebbe per riavere tra le gambe l’uomo che se ne andò in giro per dieci anni per poi tornare e dubitare della tua fedeltà?

Una guerra tra sessi, insomma, questo Itaca per sempre, ben rappresentata dai quarantasei monologhi alternati di Ulisse e Penelope, rilettura nata – per stessa ammissione dell’autore – da un commento della moglie che riflette perfettamente ciò che ogni donna ha pensato leggendo l’Odissea. Restituisce un ritratto non troppo lusinghiero dell’eroe omerico, e per contro una profonda introspezione del personaggio di Penelope, relegato ai margini dell’epos come colei che attese indefessamente suo marito per vent’anni senza perdere la speranza.

Se lo spunto è interessante, anche se non certo nuovo, non si può dire lo stesso della resa. Non sono nessuno per alzare la penna – la tastiera – contro lo stile di un pezzo grosso della letteratura italiana di metà Novecento quale Luigi Malerba, ma lo farò ugualmente: i monologhi risultano piatti, limitandosi a constatare gli avvenimenti circostanti (per lo più ‘epicamente’ accurati) e sciorinando flussi di pensieri ed emozioni poco originali e spesso ridondanti. La prosa di Malerba è evocativa e accurata, questo va riconosciuto, ma il romanzo eufemisticamente parlando non tiene alta l’attenzione, pur lasciando addosso il desiderio di immergersi (o reimmergersi) nella lettura dell’originale.

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Itaca per sempre
  • Autore: Luigi Malerba
  • Editore: Mondadori
  • Data di Pubblicazione: 1998
  • Collana: Oscar Scrittori Moderni
  • ISBN-13: 9788804453253
  • Pagine: 185
  • Formato - Prezzo: Brossura - 9,00 Euro

6 marzo 2012

Cassandra - Christa Wolf

Cassandra, la veggente figlia di Ecuba e Priamo, racconta il tramonto e la rovina della sua città.
Si affollano alla memoria la traversata dell'Egeo in tempesta, l'arrivo a Troia delle Amazzoni, i delitti di Achille la bestia, la rottura con il padre Priamo accecato dal meccanismo inarrestabile della guerra, la vita delle comunità femminili sulle rive del fiume Scamandro, l'amore con Enea.



Recensione

Il passato non è morto, e non è nemmeno passato. Ce ne stacchiamo e agiamo come se ci fosse estraneo.
(Christa Wolf, Trame d'infanzia)

Con un lungo monologo di circa duecento pagine Christa Wolf, intellettuale tedesca vissuta sotto la RDT fino alla sua caduta, ripercorre l'itinerario spirituale di Cassandra, personaggio mitologico, figlia del re di Troia Priamo, divenuta prigioniera di guerra e concubina dell'acheo Agamennone e da lui condotta a Micene, dove troverà la morte per mano della moglie legittima, Clitemnestra, in cerca di vendetta per l'uccisione della figlia Ifigenia da parte del marito in partenza per la guerra.

Lo scenario segue i deliri profetici della sacerdotessa che avendo rifiutato l'amore del dio Apollo era rimasta mutilata nelle sue facoltà mantiche: condannata a vedere il futuro senza essere creduta è vittima di una serie di giochi politici e insieme emblema della figura femminile sospesa tra modelli sociali diversi e opposti, quello matriarcale e quello patriarcale.

L'apertura è fulminea: chi abbia visto, anche solo in foto, la porta dei leoni a Micene davanti alla quale, in limine mortis, Cassandra si trova, riconoscerà il senso di caldo e di desolazione con cui la protagonista affronta e attende una fine ormai certa.

Tutto il resto del complesso soliloquio della pizia davanti ai minacciosi leoni della soglia micenea ripercorre le varie fasi della guerra di Troia, i suoi retroscena politici immaginati sulla scorta della narrazione omerica nella corte di Priamo e sul campo di battaglia: scivolano via nel ricordo le immagini - distorte dal punto di vista visionario della voce narrante - di Achille, degradato da eroe valoroso a bestia assetata di sangue, di Polissena, sorella di Cassandra e vittima sacrificale anch'essa, di Ecuba regina madre coinvolta nelle lotte per il potere, di Paride, intrigante ultimo arrivato tra i figli del prolifico re di Troia, che cerca in Elena il perno di una scalata ai vertici della rocca di Pergamo.

La rivisitazione impegnata della critica e intellettuale, integrata, sì, nel regime comunista della Germania dell'Est ma non supina rispetto alle gerarchie di partito e di governo, trasforma la vicenda di Cassandra in una specie di paradigma femminile della diversità e del dissenso, manifesto di un pacifismo remissivo ma non sottomesso.

Piano, volutamente privo di trucchi retorici atti a fascinare il lettore, il monologo di Christa Wolf si erge difficile e scabro, massiccio nella tessitura complessa di intrecci logici, storici ed emotivi, come le macerie di Ilio.

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Cassandra
  • Titolo originale: Kassandra
  • Autore: Christa Wolf
  • Traduttore: Anita Raja
  • Editore: Edizioni E/O
  • Data di Pubblicazione: 1990
  • Collana: Tascabili E/O
  • ISBN-13: 9788876410833
  • Pagine: 159
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 10,00

12 marzo 2010

La Torcia - Maron Zimmer Bradley

In un magico viaggio a ritroso nel tempo, l'autrice ricrea l'affascinante atmosfera della Grecia antica, un mondo di mistero e magia, dove uomini e dei convivono, fianco a fianco, dove strane creature, come Amazzoni e Centauri, combattono scontri inenarrabili per la conquista dell'Olimpo. Per bocca della principessa Cassandra rivivono gli eventi che portarono alla caduta di Troia, le gesta degli eroi achei e troiani, i miti e le leggende di un lontano passato.



Recensione

Tu conosci una sola canzone, Cassandra: fiamme e lutto per Troia, e la canti di continuo, come un menestrello che non conosce altro…

La guerra di Troia vista da occhi femminili che scrutano fin troppo lontano: Cassandra, la profetessa condannata a predire il futuro e a non essere mai creduta.
Figlia di Priamo ed Ecuba e (la Bradley si concede la sua prima deviazione rispetto alle versioni del mito) sorella gemella di Paride, Cassandra è la voce narrante, sia pure in terza persona, della lunga storia di Troia. Ecuba, cresciuta tra le amazzoni e dotata della Vista, poco prima della nascita dei due neonati sogna Troia in fiamme, e il nascituro trasformato in torcia dar fuoco alla città: e dunque, appena nati i due gemelli, Priamo si assicura che il bambino venga fatto crescere dal pastore Agesilao, lontano dalla reggia.
Cassandra cresce a corte, e già da bambina dimostra di possedere una Vista molto più potente di quella della madre; ben presto, durante una visita al tempio di Apollo, riceve la chiamata del Dio, che la consacra a se stesso come sua sacerdotessa. La sua scoperta di poter vedere dagli occhi di un fanciullo del tutto simile a lei spinge Priamo a farla crescere lontana da Troia, affidata alle cure della sorella della madre, Pentesilea, che la cresce come un’amazzone.

Marion Zimmer Bradley ripercorre, prendendosi diverse licenze poetiche, la storia di Cassandra e della città di Troia fino alla sua distruzione, e le sorti della Sacerdotessa in seguito alla sua partenza per Micene come concubina di Agamennone.

La Torcia prende, forse un po’ forzatamente ma in ogni caso con risultati meravigliosi, i temi del ciclo di Avalon e li amalgama con miti greci ormai così conosciuti da essere quasi abusati.

Lo scontro tra le potenze maschili per ottenere la preponderanza su quelle femminili viene trasportato nell’Antica Grecia, patria del culto della Dea e della sovranità indiscussa del matriarcato fino al momento in cui gli uomini, introducendo nuovi déi e nuove istituzioni, non ottengono il dominio delle donne e delle loro terre. E così regine come Elena, Clitemnestra, Ecuba e Andromaca vengono rivestite di nuovi abiti letterari e dotate di caratteri indipendenti e forti, più o meno stemperati a seconda del grado di adattamento del personaggio al nuovo sistema patriarcale.
Ecuba ha abbandonato il culto della Dea e l’indipendenza della sua formazione tra le amazzoni per sedere al fianco di Priamo come Regina di Troia; Clitemnestra si è dovuta sottomettere al marito e si è vista strappare la primogenita cui sperava di donare il dominio di Micene in nome di déi per lei falsi; Elena, costretta al matrimonio con Menelao dal suo popolo, ha seguito i comandi di Afrodite ed è fuggita a Troia al seguito dell’uomo che amava, invisa alle nuove parenti e alle usanze di Ilio, e diverrà involontaria causa della caduta della città; Andromaca, figlia dell’incontrastata regina di Colchide, ha preferito darsi in sposa a Ettore per ottenere la protezione degli uomini che la madre tanto disprezzava.
Alle storiche regnanti si affianca la meno conosciuta eppure non meno importante Pentesilea, la regina delle Amazzoni, sorella di Ecuba e capo di un popolo femminile ormai anacronistico che vive in assoluta comunione con la natura, libero di giacere con gli uomini prescelti e di educare le figlie da sé.
Ultima e principale, lei, Cassandra: colei che fu contesa tra la Dea e Apollo, che crebbe sotto l’ala della Madre di tutto e divenne sacerdotessa del Dio del Sole, e che fu da lui punita perché rifiutò di concederglisi con la privazione della Vista; ma un dio non può privare un mortale di un dono che non è stato lui a concedergli, dunque la sua punizione si trasformò nella maledizione di Cassandra: predire e non essere mai creduta. Invisa ai suoi stessi familiari, persino allo stesso fratello gemello, perché continua latrice di cattive notizie, Cassandra si sposta di paese in paese alla ricerca di un luogo che l’accetti, e tuttavia sempre spinta dal suo fato a tornare a Troia, dove si compirà il suo destino.

Accanto a personaggi femminili di una simile statura morale e psicologica, loro, gli uomini, gretti, meschini e conservatori: distanti dall’alone eroico e onnipotente dei poemi epici, vengono ridimensionati e tratteggiati con i difetti loro dovuti: Priamo, burbero e conservatore; Ettore, precipitoso e scettico; Paride, collerico, persino violento, spesso pavido ed egocentrico; Achille, brutale, prepotente e sacrilego; Crise, roso dalla lussuria. Toni più indulgenti sono usati nei confronti dei personaggi di Odisseo, gentile e fedelissimo alla moglie, e persino di Agamennone, la cui fine viene vista con una punta di rimpianto, nonostante nel corso della narrazione si comporti spesso in maniera empia. E soprattutto l’idealizzatissimo Enea, l’unico uomo verso cui Cassandra provi amore e desiderio, il solo che ascolti le sue profezie e che la tratti da pari.

Profondi e riflessivi quasi tutti personaggi femminili, gretti e conservatori quasi tutti quelli maschili: La Torcia è la storia di Troia, ma in fondo è solo l’ennesimo pretesto per narrare l’annoso scontro tra i sessi, perché la vera guerra del romanzo non è quella tra Argivi e Troiani, ma quella tra due sistemi: quello patriarcale, ligio e conservatore, e quello matriarcale, anarchico e dedito al culto della Terra e della Dea.

Un romanzo meraviglioso, lungo ma scorrevolissimo, narrato con perizia e consigliato a tutti.

Giudizio:

+5stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: La Torcia
  • Titolo originale: The Firebrand
  • Autore: Marion Zimmer Bradley
  • Traduttore: Rambelli R.
  • Editore: Tea
  • Data di Pubblicazione: 1994
  • Collana: Teadue
  • ISBN-13: 9788878193260
  • Pagine: 500
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 8,90
 

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