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1 maggio 2019

Intervista ad Antonio Pra, autore di Olgius - Viaggio verso l'ignoto

Poco tempo fa abbiamo pubblicato la recensione ad Olgius – viaggio verso l’ignoto che trovate qui, oggi invece dedichiamo spazio all’autore del romanzo, Antonio Pra, grazie ad una serie di domande che ci consentiranno di approfondire con lui il cuore del testo e scoprire cosa ci sia dietro la vicenda dell'ormai noto Anthony Green e dei misteriosi Olgius.

L'intervista


La prima domanda è sicuramente volta a raccontare la storia che si cela dietro il romanzo, come nasce Olgius e soprattutto perché la voglia di raccontare una vicenda che intreccia mondi e realtà così diverse tra loro?

Come avviene per Mr. Green il personaggio principale di “Olgius Viaggio Verso l’Ignoto”, anch’io “...percepisco la realtà che ci circonda non solo come luogo in cui siamo destinati a vivere, ma come un vero e proprio “rebus” che deve essere decodificato e mai dato per scontato...” Fin dalla giovane età non mi sono mai accontentato delle risposte preconfezionate ma ho cercato sempre di scorgere altre verità dietro la scontata apparenza. Affascinato dalla majeutica socratica applicata al mondo in cui viviamo, ho cercato risposte, quesito dopo quesito senza limitare il mio spettro d’azione. Lo faccio in continuazione perchè proprio non posso farne a meno. Ho questo impulso investigativo che mi porta ad approfondire molte discipline scientifiche. L’archeologia è sempre stata la mia passione principale così come i misteri delle Antiche Civiltà. Considero l’Archeologia come una sorta di macchina del Tempo in grado di portarci indietro nel passato e fare luce su fatti che potrebbero cambiare radicalmente le nostre certezze riguardo le civiltà che ci hanno preceduto. Ogni scoperta del passato, del presente e del futuro, ha avuto ha e avrà sempre come forza di propulsione un mix di passione, dedizione e ricerca. Inoltre le scoperte scientifiche avvenute negli ultimi decenni, hanno fatto fare passi da gigante proprio a discipline come l’archeologia. Ecco perchè tutto ciò mi affascina e traspare dalle tematiche sviluppate nella trama del romanzo dove si parla anche delle più avanzate tecnologie che, anche di recente, hanno consentito di approdare a straordinarie scoperte come quella della Città Bianca del dio Scimmia in Honduras. Nel 1994 il Direttore di Fotografia ed Esploratore Steve Elkins trovandosi in Honduras viene incuriosito dai racconti delle popolazioni locali riguardo ad una città abbandonata nel mezzo della foresta, edificata da una sconosciuta ed avanzata Civiltà di uomini dai capelli d’oro e dalla carnagione chiara. Di questa città ne parlò anche Hernand Cortes nel suo diario ma si pensava fosse solo il frutto di una pittoresca fantasia. Nel 2012 Elkins decide di avvalersi del L.I.D.A.R. ovvero il Light Detection And Ranging, un potente laser scanner usato anche in campo militare in grado di “vedere” dall’alto l’esistenza di artefatti attraverso le foreste più impenetrabili. Sorvola la zona della Moquitia e sorprendentemente la restituzione grafica della scansione conferma l’esistenza di strutture artificiali nella selva honduregna. Nel 2015 Elkins riunisce un gruppo di esperti provenienti da varie discipline scientifiche e parte per la spedizione sul terreno scoprendo non solo quella misteriosa città ma le vestigia di un’antichissima e sconosciuta Civiltà.Tutto il mondo ne parla e nello stesso anno National Geographic Explorer produce un intero episodio dedicato alla sensazionale scoperta. “Olgius Viaggio Verso l’Ignoto” nasce quindi come il frutto di queste mie passioni che, attraverso un tema poco conosciuto basato sui racconti delle popolazioni della Sacha Yakutia, le testimonianze di esploratori del XIX secolo come Riichard Karlovich Maack inviato delle Compagnia Geografica Imperiale Russa e di quelli più recenti come Ivan Mackerle, cerca di far luce sulla reale esistenza di antichi e avanzati artefatti che sarebbero disseminati nella Taiga Siberiana da tempo immemorabile. Un mistero che potrebbe cambiare per sempre la storia del Genere Umano.

Quanto c’è di Antonio Pra in Anthony Green e quanto invece dei tuoi amici negli altri protagonisti?

Molto sicuramente! Dietro al gruppo dei protagonisti principali ci sono persone vere, amici per i quali ho creato degli alias caratterizzandoli in base alle loro vere personalità. Certo, ho aggiunto anche dell’altro ma fondamentalmente loro sono così come traspare dalla trama del romanzo. Daniil Volkov è Danilo Leo Lazzarini archeologo sperimentale, maestro d’arme e attore; Mick “The eye Harrison” è Michele Barison imprenditore che oggi vive e opera a Londra e con il pallino di cineoperatore; Frank “The Great Baker” è Franco Batista chimico e grande musicista; l’ispettore Hill è Bruno Palmegiani fashion designer già ideatore del marchio POLICE...ruolo che poteva essere solo suo in questa avventura! Infine, attraverso Anthony Green emerge quasi del tutto quella che è la mia personalità, quelle che sono le mie passioni e soprattutto la mia inclinazione per la ricerca ed il fascino per l’ignoto. Nella copertina del romanzo c’è una frase di Carl Sagan che riassume molto bene queste mie attitudini: “Da qualche parte qualcosa di incredibile attende di essere conosciuto”.

Dal modo così realistico in cui racconti le emozioni dei personaggi davanti a luoghi così particolari ed insidiosi come la Yakutia, sembra quasi che tu ci sia stato, se così non fosse, come sei riuscito a raccontare così egregiamente di territori con cui non sei mai entrato in contatto diretto? E che rapporto hai con le altre ambientazioni del romanzo, l’Inghilterra e la Svizzera?

Amo Londra e appena ne ho la possibilità prendo l’aereo per andare a trascorrere qualche giorno in una full immersion di archeologia, musica e visita ai quartieri che non ho ancora esplorato. Tappa fissa è il British Museum, e lì letteralmente non percepisco più lo scorrere del tempo immerso nello studio dei reperti archeologici. Lo stesso accade alla National Gallery quando a seconda dell’ispirazione scelgo un artista e mi fermo a contemplarne le opere per ore. Alla sera mi piace passeggiare e scoprire ristoranti e pub dove di frequente si sviluppano jam session spettacolari come avviene al Ronnie Scott's Jazz Club a Soho che è uno dei miei preferiti. Il romanzo inizia e si sviluppa proprio in quella città che è stata capace di suscitare in me un insieme di emozioni tali da spingermi a partire per quel “Viaggio Verso l'ignoto”! Per quanto riguarda la Sacha Yakutia non vi sono mai stato ma ho passato settimane intere a guardare documentari, studiarne le culture approfondirne le caratteristiche geografiche in modo da ricavare una descrizione più dettagliata e veritiera possibile. Ciò che volevo era trasportare con la fantasia il lettore nei luoghi che descrivo in modo da farlo immedesimare completamente nella trama che ho ideato. Spero in qualche modo di esservi riuscito anche solo in minima parte, La Svizzera ha un ruolo importante nella trama del romanzo ma non posso svelare qui il perché altrimenti rivelerei dei particolari che per chi non ha letto “Olgius Viaggio Verso l’Ignoto” anticiperebbero troppo uno dei misteri che si celano dietro il racconto. Neanche quel Paese ho avuto il piacere di visitare ma mi sono dedicato al suo studio come avvenuto per la Sacha Yakutia. Comunque c’è anche un’altra particolarità che collega la Svizzera al mio lavoro. La colonna sonora del book trailer “Blowing Away” mi è stata gentilmente concessa da Alex Kacimi fondatore dell’etichetta musicale Svizzera “Le Pop Records” che è mio amico e leader del gruppo “The Rebels of Tijuana”. Ho conosciuto i ragazzi qualche tempo fa in un concerto in Italia e sono dei musicisti straordinari!

Nel romanzo vengono riportate referenze importanti come fonti ispiratrici del romanzo – dal Prof. Zecharia Sitchin all’esploratore Ivan Mackerle, al Dottor Valery Uvarov – è a loro che devi la tua passione per questi misteriosi Olgius?

Per il personaggio del prof. Almeida mi sono ispirato proprio al prof. Zecharia Sitchin che Anthony Green incontrerà in un momento cruciale dello sviluppo narrativo e confesso che è stato davvero emozionante immaginare e descrivere quella parte di storia visto che anni fa ho avuto con lui una corrispondenza epistolare. Il prof. Zecharia Sitchin è stato uno dei più grandi esperti e traduttori delle antiche lingue mesopotamiche e i suoi saggi sono diventati veri e propri best sellers in tutto il mondo. Alcuni studiosi sono stati critici nei suoi confronti accusandolo di aver “forzato” un po' troppo l’interpretazione di certi testi e di aver creato di conseguenza una teoria che non ha basi scientifiche. C’è da dire che Sitchin era uno dei pochi in grado di tradurre le antiche lingue mesopotamiche vista la sua particolare specializzazione accademica. Nei suoi numerosi libri nel corso degli anni ha condiviso con i lettori il frutto dei suoi studi sostenendo che dai testi antichi emergeva una storia del genere umano molto più articolata e tecnologicamente avanzata rispetto a quanto possiamo immaginare. Secondo questa ricostruzione, gli dei decritti nelle saghe antiche, sarebbero stati in realtà gli esponenti di una avanzata e progredita Civiltà che accompagnò il genere umano nel corso della storia. Al di là della veridicità di questa teoria, ho trovato sempre di grande interesse gli studi del prof. Zecharia Sitchin perché effettivamente ci si trova spesso di fronte a quesiti di difficile interpretazione nel campo delle scoperte archeologiche e dei contenuti di certi testi antichi. Là dove non esiste una certa e dimostrata decodificazione c’è sempre spazio però per l’approfondimento scientifico almeno fino a quando non si raggiunge la prova definitiva della consistenza di una o dell’altra teoria. I protagonisti del romanzo durante tutta la storia, interagiranno proprio con tematiche di questo tipo e, minacciati da mille pericoli e a causa di una serie di imprevedibili eventi si troveranno ad affrontare un viaggio ai confini del mondo conosciuto, Per quanto riguarda Ivan Mackerle come non si può rimanere colpiti da quello che è stato in grado di fare? Un esploratore che si è spinto sempre alla ricerca di indizi che comprovassero la veridicità di svariati miti e leggende che decide di organizzare una spedizione in uno dei luoghi meno esplorati della Terra! Dopo aver saputo dell’esistenza dei racconti sugli “Olgius” attraverso un articolo redatto dal dott. Uvarov nel 2005 che per la prima volta ne dà notizia al mondo con un testo in inglese e lo lancia in internet, Ivan Mackerle decide di organizzare una spedizione per verificare l’esistenza di quei misteriosi artefatti. Di quel evento ne è stato ricavato anche un documentario pubblicato in una delle trasmissioni di History Channel dal quale per la prima volta si sono potute vedere le tracce di strane anomalie circolare nella taiga siberiana che probabilmente coincidevano con i racconti delle popolazioni locali. Sta di fatto che la spedizione fu interrotta subito dopo la scoperta in quanto lo stesso Mackerle e altre persone appartenenti al suo gruppo hanno cominciato ad accusare, nausea, vomito, cecità momentanea, incapacità di ingerire liquidi o cibo, febbre alta. Tutti sintomi che coincidevano con le esperienze descritte dai popoli della Sacha Yakutia e da altri testimoni, non appartenenti alle popolazioni locali, che si sono avvicendati in quei luoghi sperduti nel corso del tempo. Una parte del romanzo si ispira a questa spedizione e, sulla scorta di quanto accaduto all’esploratore della Repubblica Ceca, propone soluzioni alternative in grado di superare i pericoli che possono derivare dalla vicinanza con gli Olgius.

Oltre a quelle sopra citate, quale sono le altre influenze del romanzo – in ambito letterario, musicale, cinematografico ad esempio?

Olgius Viaggio Verso l’Ignoto è soprattutto un romanzo del genere Thriler, Mistero, Avventura che ho ideato influenzato da quelli che sono sempre stati i miei punti di riferimento; Sir Arthur Conan Doyle, Edgar Allan Poe, Agatha Christie, Oscar Wilde, Bram Stoker, Jules Verne, Emilio Salgari. Amo le atmosfere del periodo vittoriano ricco di scoperte, invenzioni, avventure, spedizioni e di misteri che in modo inimitabile quei mostri sacri sono riusciti a descrivere come nessuno, sublimandone la peculiarità. Ognuno di essi ha influito sul mio modo di pormi nello sviluppo della trama del romanzo, nella caratterizzazione dei personaggi, dei luoghi e delle atmosfere. Almeno questo è quello che ho percepito dentro di me! Di conseguenza i film o le serie televisive che preferisco sono i Gialli Deduttivi, quelli ricchi di atmosfere gotiche, avventura e mistero. Oltre alle opere degli autori che ho citato, proprio di recente sono stato letteralmente rapito da una serie tv intitolata “La Verità sul caso Harry Quebert” tratto dal best seller dello scrittore svizzero Joel Dicker e diretto magistralmente da Jean-Jaques Annaud. Semplicemente straordinario, originale, travolgente! Per quanto riguarda la musica, il romanzo ne è intriso fino dalle prime pagine. Mentre scrivevo immaginavo alcune scene ascoltando i brani preferiti dai protagonisti e così l’ispirazione fluiva quasi materializzandosi di fronte ai miei occhi. Il genere preferito dai protagonisti del romanzo è la musica degli anni Sessanta con tutte le sue sfumature Beat, Rock, Mod, Psicadeliche ecc. ma anche contemporanea derivante sempre da quelle origini: Beatles, Kinks, Yardbirds, Cream, Doors, Jimi Hendrix, Creedence Clearwater Revival, Paul Weller, The Stone Roses ecc. Per chi volesse addentrarsi nell’avventura di “Olgius Viaggio Verso l’Ignoto” consiglio di ascoltare i brani che ho citato in alcune scene...credo possa maggiormente trasferire le emozioni che ho provato durante l’ideazione della trama.

Dal testo si evince un grandissimo lavoro di ricerca, quanto tempo hai dedicato a reperire e ad assemblare tutte le documentazioni?

In realtà da sempre mi dedico in modo costante alla ricerca perchè, come dicevo è la mia passione: quasi quotidianamente appena ho tempo scelgo le tematiche che più mi interessano e le archivio pensando ad uno sviluppo futuro. Quindi più che altro mi son dedicato all’approfondimento di argomenti che già conoscevo cercando di sviscerarne più dettagli possibile. Per questo tipo di operazione ci sono voluti un paio di mesi circa sui nove in totale impiegati per finire il romanzo. Il lavoro più difficile è stato scegliere le tematiche che potevano essere più adatte alla trama ed inserirle coerentemente nello sviluppo narrativo del thriller.

Come sei riuscito a creare una storia in cui l’eterogeneità delle tematiche mantiene un equilibrio perfetto costante dalle prime alle ultime pagine? È difficilissimo raccontare di storia, di scienza, di archeologia, di fisica sviluppando parallelamente un intreccio narrativo avvincente e interessante.

Sinceramente è difficile rispondere a questa domanda. Il tutto è nato molto spontaneamente unendo i miei studi ai generi letterari che preferisco. Principalmente credo che una parte del segreto sia avere una profonda passione per quello che si sta creando immergendosi completamente in esso, Leggere e rileggere, sentire se ciò che hai scritto suscita emozioni intense al punto di farti credere di essere tu stesso parte del racconto. Non saprei che altro dire a riguardo se non che questa domanda ha in sè un complimento che ogni scrittore credo sogni di ricevere! Grazie.

Ci sarà un seguito al romanzo, una nuova spedizione per i nostri eroi?

Innanzitutto vorrei ringraziare Runa Editrice che ha creduto nel mio romanzo. Con Fabio Pinton, l’editore, siamo alle prese con varie presentazioni da quando “Olgius Viaggio Verso l’Ignoto” è stato pubblicato per cui al momento sono ancora concentrato su questo versante. Il prossimo evento è programmato per venerdì 3 maggio a Pisa presso lo splendido centro polifunzionale “Officine Garibaldi”. Ma per rispondere alla domanda...il Viaggio Verso l’Ignoto è appena iniziato!

Un grande ringraziamento all'autore, Antonio Pra, per il tempo dedicato alle nostre domande ma soprattutto per la sua accuratezza nel rispondere. Un augurio per il futuro di un successo sempre in ascesa per chi come lui crede fermamente nelle proprie passioni.

7 gennaio 2016

Intervista a Vanni Santoni, autore di "Muro di casse"

L'autore


Vanni Santoni (1978), dopo l’esordio con Personaggi precari (RGB 2007, poi Voland 2013), ha pubblicato, tra gli altri, Gli interessi in comune (Feltrinelli 2008), Se fossi fuoco arderei Firenze (Laterza 2011), Terra ignota (Mondadori 2013), Terra ignota 2 - Le figlie del rito (Mondadori 2014), Muro di casse (Laterza 2015). È fondatore del progetto SIC – Scrittura Industriale Collettiva (In territorio nemico, minimum fax 2013); scrive sul Corriere della Sera e dirige la narrativa Tunué.





Il libro


Perché sognare un quarto d’ora di celebrità se potevi prenderti dieci o venti ore al centro dell’universo? E la bellezza. Potevamo creare ovunque la bellezza: in ogni angolaccio, sotto a ogni cavalcavia, poteva sgorgare una fonte di meraviglia. Ogni periferia, ogni cittadina di provincia senza più guizzi poteva tornare a splendere e ribollire per una notte. E non parlo solo dei posti dove andavamo: il fatto che andassimo in alcuni faceva sì che tutti, in potenza, custodissero la bellezza. Quindi, la speranza.
Cosa è stata questa ‘cosa’ sfuggente, multiforme ed entusiasmante avvenuta in Europa tra il 1989 e oggi – una cosa lunga dunque un quarto di secolo? Proprio dalla consapevolezza che nessun dato potrà mai avvicinarsi al significato profondo del rave, del trovarsi lì, a ballare davanti a un muro di casse fino al mattino (e sovente fino a quello ancora successivo) in quelle industrie abbandonate, in quei capannoni, in quei boschi, in quelle ex basi militari, fiere del tessile, ballatoi, vetrerie, depositi ferroviari, rifugi montani, bunker, uffici smessi, pratoni, centrali elettriche, campi, cave, rovine di cascinali, finanche strade di metropoli quando venne il momento della rivendicazione, è nato questo libro – perché, sia pure con una forte impronta documentale, in casi come questo il romanzo è il più potente strumento di analisi e rappresentazione della realtà.


L'intervista



Partiamo da una domanda semplice: come nasce Muro di casse?

È da quando ho cominciato a scrivere che coltivo l’ambizione di produrre qualcosa sul mondo dei free party, quelli che i giornali chiamano impropriamente ‘rave’. Le ragioni erano due: da un lato ho sempre trovavo grottesca la scollatura tra la complessità del fenomeno e la narrazione meschina che ne facevano i media; dall’altro perché si trattava di un mondo che trasudava storie. Anche incredibili, come quella dei Desert Storm, una tribe inglese che andò a organizzare feste per le popolazioni che vivevano sotto assedio in ex Jugoslavia, e che ritroviamo, romanzata ma aderente alla realtà, anche nel libro. Qualcosa di enorme aveva attraversato l’Europa per oltre vent’anni, e i media lo avevano liquidato come un fenomeno marginale, mentre si trattava di una importante avanguardia culturale: c’era insomma molto spazio narrativo. Molti hanno parlato di “romanzo ibrido” perché Muro di casse usa uno spettro ampio di strumenti: c’è il romanzo, c’è il reportage, c’è l’apparato documentale, c’è il pastiche, c’è l’intervista, ci sono pure i versi, ma io credo che ormai il romanzo sia un genere che riesce a includere tutti questi elementi senza perdere la propria natura. Come scriveva Gospodinov, ‘il romanzo non è ariano’. Anzi, è meticcio e propenso al sincretismo. Sincretica è anche la free tekno: si tratta di un fenomeno che ha radici ideologiche nel punk ma anche nella cultura hippie; che usa uno strumento – il soundsystem – inventato dai giamaicani per il reggae, ma ha radici musicali nella club culture; che si basa, in ultima istanza, su musica messa assieme da fonti diverse, spezzata, riamalgamata, mixata, trasformata in flusso.


Quanto c'è di autobiografico?

Non più di quanto non ci sia in un qualunque mio romanzo. Sono partito da esperienze dirette – eventi come il teknival in Pratomagno in cui si svolge una scena di rilievo del romanzo sono stati vissuti veramente – ma appena ho iniziato a delineare i personaggi, queste si sono adattate al loro modo d’essere, di pensare e di agire, diventando quindi fatti finzionali, ancorché basati su esperienze reali. Quando poi ho capito che c’era l’occasione per fare un libro sull’intera scena, o meglio di usare tale scena per raccontare l’Europa dalla caduta del Muro di Berlino a oggi, l’Europa postindustriale, la prima ‘società della crisi e del loisir’, da un punto d’osservazione atipico, ho cominciato anche a raccogliere testimonianze altrui, e da lì pure ho sviluppato nuove vicende, sovrapponendo e concentrando persone, vissuti, fatti. Insomma, fiction is fiction, come aveva a dire Nabokov.


Citi Nabokov. È tra i tuoi modelli letterari?

Nabokov è uno dei giganti che ha portato la letteratura al livello più sublime; si tratta di un modello inarrivabile, ma ovviamente sta nel mio pantheon, come credo in quello di chiunque prenda sul serio la letteratura. Se proprio si vuole giocare a trovare un ‘padre nobile’ a Muro di casse, allora direi che è piuttosto W.G. Sebald.


Lo consideri più un reportage o un romanzo?

Come detto, Muro di casse è senz’altro un romanzo. Si tratta, semplificando al massimo, della storia di un tizio che vuole scrivere un libro sui free party, e per farlo va a incontrare tre diversi personaggi. Al di là dei suoi obiettivi teorici, Muro di casse è infatti composto da tre storie collegate tra loro, tre vicende umane legate al mondo della cultura rave, che lo raccontano da tre diversi gradi di radicalità e approcci esistenziali – c’è Iacopo, il semplice frequentatore, che rappresenta la dimensione sensuale; Cleo, che arriva da un percorso prettamente politico, e rappresenta la dimensione intellettuale e teoretica; Viridiana, che ha fatto della free tekno uno stile di vita e rappresenta la dimensione spirituale. E poi c’è la storia della voce narrante, che va a cercare questi personaggi, li incontra, li interroga, si ibrida e sovrappone a loro stessi, facendo venir fuori un secondo livello di storie, sorta di piccola costellazione di microracconti nell’ambito di questa stagione selvaggia che per quasi un quarto di secolo ha attraversato l’Europa.


Com'è stato accolto dal pubblico?

Il libro ha avuto subito un ottimo riscontro di critica e di pubblico, sono uscite più di cento recensioni e dopo pochi mesi siamo andati in ristampa.


Dunque non è rimasto circoscritto a una nicchia di lettori familiari alla musica tekno ma è arrivato anche a chi considera i rave “un covo di drogati”?

Il libro ha immediatamente ‘rotto’ la sua nicchia. Lo compra e lo legge gente di ogni tipo. Ciò si deve, credo, al suo essere un romanzo. Un saggio, in fin dei conti, viene acquistato solo da chi è già interessato all’argomento che tratta. Un romanzo racconta storie, e a tutti interessano le storie. Se poi sono assurde, epiche e romantiche, come quelle che capitavano alla fine del secolo scorso all’ombra di quei muri di altoparlanti, negli interstizi abbandonati di un’Europa che finalmente cominciava a pensarsi senza confini interni, tanto meglio. Peraltro, presentando il libro in luoghi di ogni genere, anche per niente legati al mondo della free tekno e dei rave, ho potuto constatare che la gente non è ingenua quanto credono a volte i giornali e le TV.
Pochissimi, anche tra i profani, avevano una tale idea negativa dei rave. Magari non tutti si rendevano conto che si trattava della più importante avanguardia culturale degli anni ’90, ma praticamente nessuno si era bevuto le verità della TV, e anche per questo, forse, c’è stato così tanto interesse intorno al libro: se centinaia di migliaia, forse milioni, di europei, per venti e più anni, fanno una cosa, e la fanno col massimo entusiasmo e coinvolgimento, significa che evidentemente non è l’inferno che dipingono le TV, e neanche è possibile che sia vacua o priva di spessore. Anche senza saperne niente è facile intuire che si tratta di qualcosa che risponde a esigenze esistenziali e culturali profonde.


La tua carriera letteraria spazia tra vari generi, tra cui anche il fantasy: qual è quello in cui ti ritrovi maggiormente? Pensi che farai altri libri come la trilogia di Terra Ignota pubblicata con Mondadori?

Il fantasy è un percorso parallelo ma comunque secondario rispetto al cuore dei miei interessi letterari. Il genere mi interessa molto, anzitutto per il suo potenziale intertestuale e per le connessioni che ha con la fiaba e il mito, così come mi interessa molto la scrittura collettiva, solo per citare un altro filone della mia produzione, ma la mia linea principale è quella di fiction realistica che passa da Personaggi precari a Gli interessi in comune e Se fossi fuoco arderei Firenze fino, appunto, a Muro di casse.
Scrivere Terra ignota è stato divertente, e sicuramente in futuro tornerò sul tema – intanto c’è da scrivere il prequel alla storia narrata nei due romanzi...


A proposito, per cosa sta "HG”, la sigla che hai aggiunto alla tua firma quando hai pubblicato Terra Ignota?

Si tratta di un omaggio a Guido Morselli (viene dal suo Dissipatio H.G.), grande e sfortunato esponente del fantastico nostrano. Serviva qualcosa per differenziare il mio nome onde rimarcare il fatto che si trattava di un genere diverso da quello a cui erano abituati i lettori, e ci siamo inventati questa cosa, un po’ come lo scrittore inglese Iain Banks che quando faceva fantascienza diventava Iain M. Banks.


A proposito di Morselli, cosa ne pensi dell'attuale panorama di letteratura fantastica italiano? Quali volti nuovi consiglieresti?

Ci sono molte cose buone, mi sembra che finalmente il fantastico italiano stia superando tanto i derivativismi dalla tradizione anglosassone quanto il (pur giustificato) complesso nei confronti del fantastico colto e speculativo dei Calvino, dei Landolfi e dei Buzzati. Seguo e apprezzo il lavoro di Francesco Dimitri, Francesco Barbi, Matteo Strukul, solo per citarne alcuni.


Da scrittore, senza nulla togliere all’una o all’altra casa editrice, qual è stata la tua migliore esperienza di pubblicazione?

Ho avuto la fortuna di lavorare con bravissimi professionisti in questi anni, e ho imparato molto da tutti loro. Il successo che sta avendo Muro di casse è anche frutto della precisione del lavoro di Laterza e della visione della sua direttrice Anna Gialluca, quindi dovendo scegliere dico quest’ultimo, ma solo perché è il più recente: davvero non si può togliere niente al lavoro eccelso, pieno di pignoleria e amore per i libri, che ho riscontrato tanto in un editore enorme come Mondadori quanto in uno indipendente come minimum fax.


Com’è essere da entrambe le parti della barricata, cioè insieme scrittore ed editor?

È interessante e credo anche utile per lo scrittore il mettere le mani su testi altrui. Tunué è una piccola realtà che si sta facendo onore, e la collana di narrativa che curo sta andando benissimo, ad oggi possiamo dire di aver azzeccato tutti e sei i titoli pubblicati finora – anche l’ultimo nato, Dalle rovine di Luciano Funetta, è partito proprio forte.
Mi dispiace molto solo non poter rispondere a tutti quelli che mandano manoscritti, ma ho scoperto esser vero quello che già avevo sentito dire da altri amici che fanno questo lavoro da prima di me: il flusso, o meglio lo tsunami, di testi, è tale che è già molto se si riesce a rispondere a chi viene selezionato.


Come percepisci l’attuale crisi editoriale italiana? Ritieni sia più dovuta a un problema a monte (ad esempio la saturazione del mercato, cioè troppi libri) oppure a valle (la poca educazione alla lettura, cioè pochi lettori)?

Mi pare che entrambi i problemi siano rilevanti. Da un lato vedo continuamente molte, troppe ingenuità da parte degli editori. Al di là della saturazione del mercato, il marketing pare un concetto sconosciuto in editoria (per non parlare di quello mirato online, che sarebbe potentissimo per raggiungere le nicchie di lettori ma non viene quasi mai praticato), e molti si affidano ancora per lo più a strumenti come le recensioni sui giornali, il cui impatto, pur non azzerato (se ne escono molte e magari su un periodo breve aiutano comunque a ‘muovere’ un libro) è decisamente ridotto per il semplice fatto che il mercato dei quotidiani e delle riviste si è praticamente dimezzato. Dall’altro lato, è innegabile che in Italia si legga meno che in altri paesi a causa di deficit culturali diffusi. Anche le istituzioni preposte alla diffusione del libro agiscono in modo spesso confuso e inefficace. Il punto in cui investire e lavorare per formare lettori era, è, e sarà sempre, la scuola pubblica. Gli investimenti, e parlo di investimenti statali considerevoli, vanno fatti lì.


Che futuro hanno per te le case editrici indipendenti?

Penso che ci sia sempre spazio per chi fa buoni libri, specie in un momento storico in cui non sempre le major se la sentono di investire su testi più complessi. Tre dei più significativi libri del decennio, Fisica della malinconia di Georgi Gospodinov, Abbacinante di Mircea Cărtărescu, La giornata di un opričnik di Vladimir Sorokin, sono usciti per case editrici piccole come Voland (i primi due) o minuscole come Atmosphere (il terzo); la grande Annie Ernaux è stata portata in Italia dall’Orma; una nuova voce importante come Valeria Luiselli dalla Nuova Frontiera; Kent Haruf da NN... Anche la stessa linea editoriale che ho scelto per la collana "Romanzi" di Tunué, fortemente orientata sugli esordi, deriva dal fatto che, passata la ‘sbronza da esordienti’ delle major – per anni, alla ricerca di un nuovo Saviano o Giordano, hanno lanciato e bruciato decine di giovani scrittori – l’ecosistema letterario si è riassestato nella forma precedente, dove lo scouting è per lo più effettuato dalle piccole.
Insomma, lo spazio c’è eccome. I problemi sono più a un altro livello, quello distributivo, e infatti guardo con molto interesse al tipo di lavoro che sta facendo SUR, di ‘filiera corta’, ovvero di rapporto diretto con le librerie.


Grazie mille del tempo che ci hai dedicato, Vanni. In bocca al lupo per tutto!

Grazie a voi e crepino i lupi!

21 ottobre 2015

Da "Il Cavalier Buffone" a "L'amore ai tempi del pallone": intervista a Fabrizio Colonna

Oggi dedichiamo la nostra attenzione ad un promettente autore esordiente, una vecchia conoscenza per noi della Stamberga, Fabrizio Colonna.
Ho avuto il piacere di recensire il primo romanzo di Fabrizio, Il Cavalier Buffone poco tempo fa (trovate la recensione qui), un romanzo fantasy ben diverso dallo stereotipo da libreria, originale ed esclusivo che lascia grandi spunti di riflessione sulla vita e sul tormentato rapporto tra il desiderio e il raziocinio umano. Mi colpì molto l’amore con cui Fabrizio presentò il romanzo al blog, la decisione di recensirlo fu semplice e naturale e l’esito è stato più che positivo.
Il talento dell’autore è stato recentemente confermato dalla rivista Inkroci, un periodico di cultura e cinema, che in occasione di un numero speciale dedicato al mondo calcistico, ha scelto alcuni racconti a tema da pubblicare e tra quelli selezionati spicca L’amore ai tempi del pallone, proprio di Fabrizio Colonna.
La rivista è molto selettiva, motivo di grande soddisfazione per il nostro autore, il racconto è estremamente simpatico e strappa un sorriso con la sua semplicità ma lascia anche un’ombra di tristezza nel cuore dei grandi tifosi, di quelli che hanno amato il calcio come occasione di ritrovo e collante generazionale, non un semplice sport ma una fede, destinata a rimanere inviolata per tutta la vita. Una dimensione calcistica molto lontana da quella attuale, dove ormai ogni partita si fa scenario di una lotta tra pseudo-tifosi e dove le società nuotano nei ricavati di accordi e sotterfugi. Grazie a L’amore ai tempi del pallone abbiamo la possibilità di rivivere quell’epoca da sogno:


Siamo nel pieno dei primi anni 80’ Gaetano Scirea è l’eroe dei piccoli ma anche dei grandi dal credo bianconero, i primi amori sbocciano tra gli speciali di 90° minuto e per il piccolo protagonista esiste una sorta di nesso scaramantico tra l’esito delle partite della sua squadra del cuore e le sorti dei suoi primi appuntamenti con Rosy. Sono gli anni delle grandi collezioni, quando gli album dei calciatori erano una cosa seria, una sfida da vincere fino all’ultima figurina; nel racconto non mancano le simpatiche e classiche liti domenicali con il cugino o lo zio di fede interista. La storia è in parte autobiografica, ci ha confessato Fabrizio, ed è estremamente realistica: è uno scorcio della comune domenica degli anni 80’ (dedicata interamente alle partite di pallone) ma anche di come il calcio accompagni l’adolescenza di un ragazzino, cresciuto sognando il suo mito.


Abbiamo quindi voluto conoscere meglio il nostro autore facendogli qualche domanda:

1.Come nasce il racconto L'amore ai tempi del pallone e come ti sei sentito quando hai scoperto di essere stato selezionato per la pubblicazione in rivista?

Il racconto nacque per un'altra antologia promossa da La Gru Editore. All'inizio decisi di non partecipare, visto che non ero molto esperto di calcio e tantomeno tifoso, poi mi arrivarono segnali che il materiale pervenuto non era stato considerato adeguato. Pensai che, forse, potevo fare qualcosa, magari non partendo da una base puramente calcistica. Ideai così la storia di questi due bambini innamorati e pescai a piene mani dai miei ricordi d'infanzia. Una volta ero tifoso, quindi per quanto le regole oggi mi siano oscure, quei giorni sono ancora bene impressi nella mia memoria. Posso dire che tutta la parte iniziale sia molto autobiografica. Non avendo, però, una grande conoscenza della materia calcistica andai a chiedere aiuto a dei veri tifosi. Un amico, guarda caso, oltre a essere juventino aveva anche coperto il ruolo di Scirea, pertanto compensò le mie lacune tecniche e storiche, con le quali andai a completare il racconto. Purtroppo l'antologia non decollò comunque, così mi ritrovai il racconto nell'hard disk a prendere polvere virtuale. Accadde poi che la mia mentore, la scrittrice Amneris Di Cesare, mi fece conoscere Heiko, redattore di Inkroci, il quale mi fece presente che stavano proprio cercando materiale sul calcio. Questo nell'autunno 2014, lo speciale sarebbe stato pubblicato l'estate successiva. Seguii le procedure e inviai il racconto, dopo diversi mesi venni a sapere che erano interessati e alla fine me lo confermarono. Inkroci è una rivista straordinaria, molto selettiva e coraggiosa. La leggevo ma non essendo pratico coi racconti non le avevo mai inviato nulla: l'essere stato selezionato mi ha reso davvero molto felice, anche perché 'L'amore ai tempi del pallone' non è solo una storiella, ma un pezzo della mia infanzia. Sì, da quando l'ho scritto ci torno spesso sopra a rileggerlo e ogni volta mi commuovo. E mi ha fatto tornare interesse nel calcio. Sto proprio invecchiando.

Un racconto con una storia tutta sua ma che alla fine, nonostante le prime difficoltà, è riuscito a decollare raggiungendo il suo successo, un po’ come è stato anche per il romanzo di Fabrizio, Il Cavalier Buffone. Una strada tortuosa e tutt'altro che in discesa, piena di difficoltà, perciò ho chiesto all’autore

2.Hai avuto qualche disavventura per la pubblicazione del tuo romanzo Il Cavalier Buffone, hai mai pensato di abbandonare il tuo progetto?

Abbandonarlo mai. Quando lo concepii mi feci una sola promessa: qualunque cosa fosse successa l'avrei terminato. Il Cavalier Buffone era troppo importante, ci misi dentro l'anima, studiai, rimasi alzato fino a tardi e addirittura rimasi bloccato un anno intero sul racconto 'La Profezia del Grande Micio'. Pubblicarlo fu un'altra faccenda. I primi riscontri furono tremendi, il romanzo era ancora più lungo della versione attuale, i pochi beta reader che racimolai (possibilmente sconosciuti) lo demolirono per un motivo o per l'altro, sebbene tutti convenissero che fosse scritto bene. Almeno la forma era salva, mi dissi, il problema era l'ampiezza del contenuto. Mi unii al F.I.A.E. (Forum Indipendente Autori Emergenti) proprio a tale scopo: raccogliere più informazioni possibili per applicarle all'editing del romanzo. Nel mezzo sono occorsi molti test, tra cui anche partecipare a Dodicidio (un progetto che ha coinvolto tutta la comunità). Quando fui pronto, circa un anno dopo, tornai sul testo e mi accorsi che qualcosa in me era cambiato. Tagliavo e riscrivevo con naturalezza, non provavo pietà o dispiacere per le porzioni di testo che finivano nel cestino: Il Cavalier Buffone doveva funzionare a tutti i costi. Quando terminai e iniziai a mandare mail agli editori (pochi selezionati per catalogo e serietà), mi dedicai subito ad altro. Le risposte possono arrivare dopo mesi o anni o anche mai, quindi farsene una malattia era sbagliato. Meglio pensare ad altro. La prima risposta mi venne da Nativi Digitali, realtà che seguivo con interesse. Lo rifiutarono adducendo impossibilità a potergli dedicare le attenzioni dovute, ma assicurarono che lo avrebbero volentieri preso, se avessero avuto più personale. Io tenevo molto a pubblicare con Runa, sono un loro lettore e amo il loro catalogo, ma proprio in quel periodo stavano traslocando e, visto che erano trascorsi più di otto mesi, pensai al rifiuto fisiologico. Ignoravo i loro problemi, quindi quando mi arrivò la proposta di Lettere Animate accettai. Fu... molto weird venire a sapere che Pinton stava leggendo il testo e pensava di fare lo stesso. Quando me lo disse di persona, alla fiera del fumetto a Novegro, ci facemmo una risata. Ma voglio che sia noto ai posteri: mi sto ancora mangiando le dita.

La difficile pubblicazione del romanzo è pari alla dedizione con cui l’autore ha sostenuto la sua opera, ricca di ballate e di racconti, ma soprattutto di personaggi: uno tra tutti ha catturato molto la mia attenzione incuriosendomi, Il Viandante, e pensando all’autobiografico ne L’amore ai tempi del pallone mi sono chiesta

3.Hai detto che c'è una buona parte del racconto autobiografica, quindi mi chiedevo se fosse lo stesso per Il Cavalier Buffone, c'è un po' di autobiografico anche lì? Quanto c'è del Viandante in te?

Il Cavalier Buffone è stato costruito un pezzo alla volta e con molta attenzione, niente è stato lasciato al caso. Il Viandante è l'emblema di questa cura. Di solito il protagonista tende a essere l'alter ego dello scrittore, o di qualcuno a cui lui si ispira: il Viandante è l'alter ego del lettore. E' smemorato non solo per fini narrativi, ma anche per aiutare chi legge a imparare con la propria lucidità. Quando egli non capisce parole strane così fa il lettore ed è il personaggio stesso a cercare di chiarire in sua vece. Egli è curioso, pone domande agli altri e a se stesso, tenta di capire, di arrivare a una conclusione: chi sono? Perché sono così? Fino a chiedersi se vale la pena ricordare o se è meglio ricominciare daccapo. Per dirla tutta, il Viandante è come un Virgilio con la conoscenza di Dante. Sa di non sapere, eppure chiama a sé il lettore per accompagnarlo: proviamo, dice, scopriamolo assieme, io vado avanti. Questa curiosità e desiderio di sapere sono ovviamente una parte di me, come credo però lo siano di tutti. Il Viandante ha quindi elementi della mia persona, al pari di chiunque altro: è la curiosità e il desiderio di essere, di divenire, di scoprire, è la sete di conoscenza, lo stupore dell'infante e la prudenza dell'adulto. E' il lettore, quello che apre il libro e vuole vedere cosa c'è scritto dentro.

Un personaggio dai mille volti ma che lascia in noi grandi interrogativi morali, permettendoci di riflettere su qualcosa cui siamo soliti sorvolare distrattamente. Dal romanzo al racconto, dallo scenario fantasy fatto di foreste, paludi e castelli incantati ai campetti dell’oratorio, l’autore riesce ad adottare con facilità non solo uno stile ma anche una tematica totalmente diversa, conservando però la riflessione morale e dando un esempio di grande versatilità

4.Dal romanzo al racconto, sei un autore estremamente versatile viste le differenti tematiche dei due soggetti, ma hai una preferenza per uno dei due generi?

Parlando di formato preferisco il romanzo, ma solo perché ho molte difficoltà col racconto. Sono prolisso, o piuttosto quando comincio mi vengono in mente millemila cose da inserire nel testo e alla fine sono costretto sempre a tagliare. Il racconto, comunque, è già di suo un formato difficile perché necessita di sintesi. E' un esercizio che cerco di fare spesso, anche fallendo, perché aiuta. In termini di genere preferisco scrivere il fantastico, ovunque esso cada (fantasy, sci-fi, paranormale), mentre da lettore non mi pongo limiti. Leggere ha molti più vantaggi che scrivere. Prediligo la tematica fantastica perché con essa posso dare libero sfogo alla fantasia, anche la più strampalata, con il vantaggio di poterci pure infilare la morale, se mi va. Anche se a dire il vero prediligo l'evasione, la storia che diverta e faccia battere il cuore, al di là del sottotesto.

Leggere ha molti più vantaggi che scrivere , ma se provassimo a quantificare le svariate possibilità che la scrittura/lettura ci offre, dovendo fare un bilancio, ambedue i ruoli si vestono di grandi responsabilità: chi scrive regala al lettore una parte della sua intimità, ha a disposizione tutta la sua fantasia da cui poter attingere per costruire mondi e personaggi ma chi legge, ha il coltello dalla parte del manico, è lui a decidere le sorti del romanzo, la sua interpretazione è la chiave che apre o meno la serratura del successo. Adottando un punto di vista più poetico potremmo dire che il lettore è grato alla grandezza infinita della fantasia umana così come l’autore si meraviglia della capacità (riuscita o meno, dipende dai casi) concessagli di saper creare veri e propri mondi alternativi o storie incredibilmente originali. Fabrizio, con il suo stile di scrittura riesce a riproporre un realismo autentico a prescindere dallo sfondo tematico, trasforma in realtà qualsiasi fantasia ed arriva dritto al punto, una scrittura profonda ed assolutamente originale che non lascia nulla al caso. La scrittura è la vera protagonista di ogni romanzo ma può avere diversi significati per un autore perciò ho chiesto a Fabrizio cosa pensasse a riguardo

5.La scrittura può avere molte finalità, dallo svago al lucro ma può anche essere un aiuto, una dimensione in cui evadere nei momenti di difficoltà, una compagna di avventure. Tu cosa provi quando scrivi?

Un detto cinese dice che il kung fu è servo dell'uomo, nel senso che è uno strumento in grado di compiere azioni e raggiungere obbiettivi, così come fallire e far bene o male, a seconda dell'uso che se ne fa. Non ha una volontà propria, non nasce con un valore intrinseco oltre il quale perde efficacia. E' strumento, così come è conoscenza. Tale è la scrittura. Come leggere è un atto di evasione, ricerca di conoscenza o semplice tentativo di impiegare tempo residuo, così è scrivere. Tutti scrivono, in un modo o nell'altro. Una lettera, un post su Facebook, un sms, non sempre è 'ciao come va' oppure 'sto andando a mangiare', talvolta sono pensieri, espressioni di stati d'animo o ragionamenti complessi, così come preziose opinioni. Scrivere è uno strumento, un modo per esprimersi, leggere è acquisirlo e spesso entrambe le cose funzionano sulla stessa persona con il medesimo testo. Poniamo di scrivere per liberarci di un peso, a cose fatte rileggiamo e scopriamo di noi ben più di prima, quando eravamo partiti. Scrivere può essere un'ambizione, ma anche uno strumento di sfogo, liberazione e crescita personale. Al contempo è anche una dolorosa discesa verso gli Inferi, se affrontiamo tematiche che ci toccano da vicino, addirittura autobiografiche, potrebbero scatenare in noi molta sofferenza. Ho un'amica, da poco pubblicata, che ha affrontato la morte del fratello nel romanzo. Ne è uscita purificata. Nel mio ultimo manoscritto (inedito) ho rievocato una mia ex, scoprendo attraverso i miei ricordi i motivi di molti battibecchi, e ne sono uscito poco bene (per non dire che avrei preso a testate un muro). Scrivere mi ha anche aiutato a evadere da un periodo molto grave della mia vita, mentre vivevo una situazione di mobbing sul lavoro (che stava influendo sulla mia vita famigliare) e cercavo di uscirne: dedicarmi nel poco tempo libero a un romanzo mi ha aiutato a non sprofondare del tutto. E a uscirne, perché no? In una fase così grave col mondo del lavoro, specie nei tempi attuali, pubblicare un romanzo, terminarne un altro e, passatemelo, vincere due medaglie in una competizione marziale vorrà pur dire qualcosa

Oltre alla passione per il mondo letterario quindi, il nostro autore ha un debole per il mondo dello sport, come anche è facile intuire da L’amore ai tempi del pallone ma in realtà non è proprio il calcio il suo universo sportivo prediletto

Pratico e da poco insegno Thanh Long Vo Dao, uno stile di kung fu vietnamita elaborato dal maestro Le Kim Hoa, prima ancora ho studiato il kung fu della scuola Chang e lo Judo. I miei rapporti col calcio si sono interrotti dopo i mondiali del'90. Sono stato tifoso per tutta l'infanzia e gran parte dell'adolescenza, ma già al termine degli anni '80 ho iniziato a percepire un cambiamento che non apprezzavo. Troppi soldi, troppi gossip, troppe polemiche. Io vivevo il calcio come un'occasione di festa, la domenica a tavola con gli amici grandi e coetanei, zii, parenti e mio padre che imprecava. E anche le botte col cugino, esattamente come narrato nel racconto. Avevo una scatola da scarpe, non posso dimenticarlo, dove finiva ogni sorta di cimelio, dalla figurina alla foto di Platini tagliata dalla Gazzetta. C'era ogni genere di idiozia relativa al calcio che potessi raccogliere in giro ed era la mia scatola preziosa, la conservai per anni poi non ho idea di dove finì. Oggi non sono più tifoso, certo se la Juventus perde un po' mi spiace. Un po', perché nella maggior parte dei casi non me ne importa granché. Il calcio non mi fece nulla di male, non mi tradì: semplicemente cambiò e io rifiutai di seguirlo nella sua nuova strada. Quando sento parlare di Balotelli che fa il cretino in strada, o di Cassano ingrassato e di qualche altro beccato a concupire con la qualunque, a me viene in mente il composto Scirea che parlava della partita, Gullit che sorrideva e ringraziava i compagni, e poi tutti gli allenatori in carrellata, lo straniero che non si capiva davvero un accidenti e nel mezzo le azioni, i gol, l'esultanza, l'inquadratura che, per una volta, l'aveva azzeccata. Il calcio era un gioco. Puro, semplice, gioco. Per questo era divertente, anche se ero una schiappa entravo in campo e facevo la mia bella figura da incapace. Mi divertivo lo stesso. Ora non so più che cosa sia e non capisco se il problema sono io o lui.

Forse è vero che ogni generazione ha i calciatori che si merita, nell’era del trionfo dell’apparenza e della superficialità in cui purtroppo viviamo non ci sarebbe spazio per il composto Scirea che forse dopo essersi messo le mani dei capelli avrebbe cambiato repentinamente lavoro! Un’ultima domanda è rivolta al mondo degli esordienti, nel dare un consiglio a chi come lui si affaccia alla realtà editoriale e Fabrizio ha risposto così

Essendo io stesso un autore esordiente potrebbe avere valore un mio consiglio? Posso dire, anche a fronte di quanto detto fin'ora, ciò che ho fatto ma è importante affermare che non sono arrivato da nessuna parte, per molti aspetti nemmeno ho cominciato. Se escludiamo i sei anni spesi a creare il romanzo, posso considerare i tre successivi, durante i quali mi sono affacciato al mondo dell'editoria, con tutti i pro e i contro del caso. La prima cosa che ho imparato è che molti luoghi comuni e consigli che si ricevono all'inizio sono purtroppo veri. Quel 'non avere fretta', o rileggi bene, o il più drammatico 'studia la grammatica': non mi sono mai sentito così ignorante. Un consiglio, prezioso, che in molti ignorano: non siete nessuno. Quando mi ripeto la frase 'non sono nessuno' non distruggo il mio ego, bensì gli metto il guinzaglio. Finito il libercolo, in tanti si sentono bravissimi solo per esserci riusciti. Sì, vero, siete stati bravi, ma com'è il risultato? Non avete idea di quanti ho visto inalberarsi dopo aver fatto notare errori e problemi nel testo, specie quando è la storia stessa a non funzionare. Gente che ti toglie il saluto, che ti insulta, che va a rosicare dietro l'angolo e appena ne ha l'occasione ti attacca se magari hai scritto 'cico' invece di 'ciccio'. Mi sono fatto le ossa da recensore, nessuno mi ha regalato il testo (una volta, dai) per farne una recensione, così spendevo i risparmi, compravo roba che sembrava interessante e, dove avevo qualcosa da dire, lo scrivevo sul blog. Apriti cielo. Se recensisci un autore esordiente e ne hai parlato male, anche in modo cordiale, e quello lo viene a sapere potrebbe arrivare allo stalking puro. Pochi casi (ma pochi davvero) mi sono capitati in cui l'autore ha preso nota delle critiche e s'è dato da fare. Altri, piccati, sono venuti a farmi le pulci alla recensione. Mi chiedono perché non lo faccio più, rispondo no grazie mi sono rotto. Quando mandai in giro Il Cavalier Buffone a mendicare una recensione l'ho fatto con il terrore della stroncatura, ma l'ho fatto ugualmente. Non tutte le recensioni ricevute sono state positive, quindi devo inalberarmi? Fa parte del gioco, se non sai accettare le critiche lascia stare a priori. Il resto è duro lavoro, solo quello. Un gruppo di altri autori aiuta molto, danno consigli e massacrano all'occorrenza. Più sono duri, più hai materiale su cui lavorare. Oggi mi preoccupo quando non mi dicono nulla, penso se ne stiano fregando o che il testo proposto faccia talmente pena da non essere degno d'essere considerato. L'ultima esperienza, sempre vissuta sulla mia pelle, è quella che molti sottovalutano: leggete. Non avete idea di quanti 'scrittori' non leggono manco cartoline. Domanda: vi fidereste di un autore che non legge? Pensate che possa aver scritto qualcosa di buono?

Se dovessi rispondere a questa domanda sinceramente direi di no. Leggere permette non solo di ampliare il vocabolario e di affinare la cultura ma è un bene assai prezioso e pochi ne usufruiscono ahimè. Chi comprerebbe mai un libro scritto da qualcuno che non trova il tempo nemmeno di leggere il giornale? Ringrazio Fabrizio Colonna per la disponibilità infinita che ha avuto e per l’opportunità di intervistarlo regalandoci le sue esperienze, le sue soddisfazioni ma anche le sue difficoltà. Un autore cui auguro un grande successo soprattutto per l’umiltà e la passione con cui abbraccia l’ostile mondo letterario degli esordienti.

Non c’è miglior modo di conoscere un autore se non leggendo i suoi lavori, lì si nasconde il lato più intimo e personale di uno scrittore, perciò leggiamo sempre, anche per scoprire chi c’è dall’altra parte del libro.

3 febbraio 2015

Intervista a Elisa Sartarelli, autrice de "Le Quadrobambole"

L'autrice


Elisa Sartarelli è una giornalista laureata in Lingue e Letterature Moderne all'Università degli Studi di Roma “La Sapienza". La sua tesi "Il mondo di Frances Hodgson Burnett: The Secret Garden, Little Lord Fauntleroy e A Little Princess" è stata pubblicata nel 2010 da La Riflessione - Saggistica. Ha scritto anche due libri di favole ambientati in un mondo che ha creato da bambina: Le Quadrobambole (Rea Edizioni 2010) e Nel mondo delle Quadrobambole (Nicodemo Edizioni 2011). A settembre 2014 è uscito il suo primo romanzo per bambini, dal titolo Le avventure del Mago Xilofono (Arduino Sacco Editore). Ha un blog che si chiama "Il mondo di Elisa".



Il libro


La Città di Carta apre finalmente le sue porte al mondo. In un paese incantato fatto di magia e animali parlanti, vivono le quadrobambole, cioè gli abitanti della città. Tra streghe, elfi e sirene la vita scorre tra mille peripezie e tanto divertimento. Entrate nella Città di Carta per assaggiare i dolci del panificio di Bianca e i suoi tre folletti, attraversate il Bosco Alberoso, superate la foresta e proseguite verso nord fino al Mare d'Inchiostro per ascoltare le sirene, poi trascorrete con le quadrobambole la notte di Halloween e salite sulla slitta di Babbo Natale. Chissà se vorrete più tornare indietro?

La nostra recensione qui.

L'intervista


Cara Elisa, grazie per averci concesso quest'intervista.
1. Qualche tempo fa abbiamo avuto il piacere di recensire sulle nostre pagine il tuo primo libro, "Le Quadrobambole", che ci ha molto colpiti per l'originalità dell'idea di base; puoi dirci qualcosa di più? Da dov'è nata l'ispirazione per la Città di Carta e le sue abitanti? Sono stati i tuoi disegni a ispirare il libro oppure i tuoi racconti a dar vita ai disegni che li accompagnano?

Grazie a voi per questa intervista!
Ho cominciato a disegnare piccole amiche che seguivano i quadretti sul quaderno di matematica, alle elementari. Staccavo le pagine al centro e disegnavo lì. All'inizio non avevano un nome, poi ho cominciato a chiamarle "Quadrobambole". Ma a quell'epoca non c'erano favole che le riguardavano, solo disegni. Le ho dimenticate per molti anni, visto che non piacevano ai maestri. Durante il periodo dell'Università, sono stata ospite a casa di una famiglia tedesca per perfezionare la lingua. Mi sono affezionata molto a loro, specialmente alle due bambine che oggi sono due piccole donne; giocavo molto con loro in italiano, mentre parlavo in tedesco con i genitori. Giocando, inventando giochi e storie da interpretare, ho cominciato a scrivere "Ilia e la Strega dei Funghi", ripensando alla mia infanzia e alle Quadrobambole, immersa nell'atmosfera da favola del sud della Germania, al confine con l'Austria, tra alte montagne e prati verdi. La Città di Carta è venuta dopo, quando mi sono chiesta dove vivessero le Quadrobambole. Ho anche una cartina geografica, ancora inedita, che mostra la città e le case degli abitanti del primo libro, "Le Quadrobambole".


2. Com'è nata l'idea di scrivere un libro per bambini? Si tratta di un sogno che avevi fin da piccola o un'idea che è nata col passare degli anni?

Diciamo che nei miei quaderni e nel mio pc ci sono sempre state storie e romanzi per bambini o ragazzi. Quando comincio a scrivere, vedo foreste, castelli, casette in mezzo al bosco, animali parlanti... Poi sono riapparse dal fondo della fantasia le Quadrobambole e ho fatto emergere il loro mondo. È sempre stato lì, andava solo scoperto. E ci sono ancora tante cose da portare alla luce...


3. Ti sei ispirata a qualche autore particolare nella scrittura delle tue favole? Quali erano le tue favole preferite da bambina?

Di solito prendo ispirazione da quello che ho intorno oppure mi metto a scrivere e traduco in parole la visione che in quel momento arriva alla mia immaginazione. L'idea è quella di scrivere qualcosa di originale, senza prendere spunto da altri scrittori che ci hanno già messo del loro. L'unica idea che ho ripreso, senza cadere nel plagio, è stata quella di Tolkien, dopo aver letto "Lo Hobbit", che descrive il cibo e fa spesso mangiare i suoi personaggi. Anche nelle mie favole si mangia ma, dopo questa lettura, nel romanzo "Le avventure del Mago Xilofono" ho cercato di dare più spazio a colazione, pranzo e cena.
Da piccola mio padre inventava favole e leggeva per me un libro dal titolo "Una novella al giorno per Michela" di Giorgio Garizzo Vallada, io adoravo quella dal titolo "Sette vite di un cappello"; mia madre mi leggeva il libro Disney "Per fortuna che c'è Lillo", che avevo imparato a memoria, girando le pagine al momento giusto. Quando ho imparato a leggere, ho scoperto che mi piacevano molto le favole di Capuana.


4. Ti piaceva leggere da piccola? E ora che sei grande, cosa leggi?

Sì, mi piaceva leggere, soprattutto favole e leggende. Poi ho scoperto Frances Hodgson Burnett, sulla quale ho scritto la tesi di laurea.
Leggo ancora favole; leggo libri per bambini, perché ancora mi piace, e poi è dai grandi che bisogna imparare: Dahl, Andersen, Perrault, i Grimm, Beatrix Potter, J.K. Rowlling e ce ne sarebbero ancora molti... Mi piacciono i classici dell'Ottocento, ad esempio Dickens, adoro "Cime Tempestose" e le storie legate al soprannaturale, come quelle di Edgar Allan Poe.


5. Quali sono i messaggi principali che vorresti comunicare ai tuoi lettori con i tuoi racconti?

I miei lettori sono bambini (anche se ho ricevuto apprezzamenti anche da diversi adulti). Vorrei prima di tutto farli ridere, sorridere e divertire. E poi, qua è là, cerco di mandare loro qualche piccolo messaggio, come accettare gli altri per quello che sono dentro e non fuori o praticare la gentilezza verso chi si ha intorno.


6. I libri ambientati nell'universo delle Quadrobambole sono già tre. Hai intenzione di proseguire ancora con le loro avventure o hai altri progetti?

È già pronta una serie di filastrocche illustrate e spero divertenti su re e regine, scritte, come spiega il libro, da streghe e stregoni del Regno delle Quadrobambole. Non avete mai sentito parlare della città segreta dove vivono re e regine? Già... Credo che ne sentirete parlare, spero presto... Anche perché, sono pronte le illustrazioni per un nuovo romanzo che ho appena cominciato, in cui una giovane strega partirà alla ricerca di questa città, per sposare un principe...


7. Alcuni personaggi di racconti per bambini sono diventati dei veri e propri "brand" con tutto un merchandasing fatto di bambole, figurine e prodotti per la scuole. Ti piacerebbe che accadesse una cosa del genere anche per le Quadrobambole?

Certo, mi piacerebbe moltissimo! In realtà, ho creato a mano qualcosa di simile ma in modo molto limitato: ho fatto portachiavi e decorazioni per l'albero di Natale sulle Quadrobambole con le perline stirabili, ciondoli e portachiavi con il fimo; sciarpe di lana all'uncinetto con le Quadrobambole e poi cuscini quadrati e coperte fatte di tanti quadrati, com'è a quadretti il loro piccolo mondo. Ma creare un vero merchandising dietro al mondo delle Quadrobambole sarebbe meraviglioso...


8. So che sei anche giornalista: qual è il ruolo in cui ti vedi meglio, questo o quello di scrittrice? In altre parole: cosa vuoi fare "da grande"?

Il punto è proprio questo: io sono già "grande". Lavoro come free lance e intanto scrivo. Entrambe le cose mi danno tanta soddisfazione. Il punto è che nessuno dei due ruoli è diventato finora un lavoro stabile e a tempo pieno. Spero che un giorno possano esserlo entrambi. Ma non vorrei mai rinunciare completamente alla professione di giornalista, né a quella di scrittrice.


9. Nel tuo futuro pensi ci sarà spazio anche per un romanzo per un pubblico adulto?

Ho scritto un romanzo per ragazzi quasi terminato che aspetta da tanto tempo, e anche alcune storie per adulti, ispirandomi (pur consapevole di non arrivare allo stesso livello) a "Gli abitanti di Dublino" di Joyce. Per ora, però, non sono ancora convinta della pubblicazione...


10. La maggiore difficoltà per un autore esordiente è quella di attirare l'attenzione di una casa editrice. Per te com'è stato? Hai dovuto faticare molto per essere pubblicata? L'idea delle Quadrobambole è stata accolta subito con entusiasmo o ha suscitato qualche perplessità?

Ho mandato il mio primo libro "Le Quadrobambole" a una miriade di case editrici, grandi e piccole, ma molte chiedevano l'acquisto di numerose, altre non erano interessate al mio libro. Poi la Rea Edizioni, a un prezzo ragionevole relativo all'acquisto di diverse copie, ha detto di essere interessata. Ho deciso di far conoscere la Città di Carta e ho detto sì. Dovevo pur cominciare da qualche parte.
Poi però, visto che il primo libro era stato pubblicato e aveva avuto un discreto successo tra i bambini (e tra gli adulti) dopo alcune presentazioni, ho deciso che i passi successivi sarebbero stati diversi. Tante persone avevano conosciuto le Quadrobambole e sapevo che venivano apprezzate.
Ho mandato in giro "Nel mondo delle Quadrobambole", di nuovo a editori grandi e piccoli. Ma ormai avevo fatto la prova: le mie favole piacevano, avevo avuto ottime recensioni su aNobii. Se con il primo libro avevo voluto darmi una possibilità e vedere se avrei ottenuto giudizi positivi o negativi, era arrivato il momento che qualcuno credesse in me. Con Nicodemo Edizioni ho pubblicato gratuitamente "Nel mondo delle Quadrobambole", un libro-quaderno (com'è stato definito) con disegni da colorare, favole, una filastrocca, il modello per una maschera di Carnevale, modelli per realizzare le Quadrobambole con le perline stirabili e anche una ricetta! Secondo me, una meravigliosa idea! Mi sono divertita tantissimo a realizzare tutto insieme agli editori! Purtroppo, però, le piccole case editrici fatto fatica a farsi conoscere e a fare pubblicità ai libri pubblicati. Anche in questo caso, ho voluto fare laboratori e presentazioni. Purtroppo questa casa editrice ha chiuso. Così, ho mandato "Le avventure del Mago Xilofono" ad altre case editrici, sentendomi dire che non erano interessati o ricevendo a casa contratti a pagamento. Finché ho incontrato Arduino Sacco Editore. Anche in questo caso, però, nonostante non chiedano l'acquisto di un certo numero di copie per la pubblicazione, la casa editrice non è molto grande e sono io a pensare alla pubblicità e alle presentazioni. Con loro mi sono trovata molto bene. Però, la speranza è sempre che una grande casa editrice si accorga di me...


11. Cosa ne pensi delle case editrici a pagamento?

Le case editrici dovrebbero credere negli scrittori che pubblicano e quindi non chiedere soldi all'autore. Ci tengo a precisare: il compenso richiesto riguarda l'acquisto di un determinato numero di copie. In pratica, chi scrive acquista il proprio libro. Non credo però che abbia molto senso. O meglio, ne ha per l'editore, che così ha un guadagno immediato, ma sulle spalle dell'autore. Io ho voluto farlo, ho voluto comprare le copie del mio primo libro e ho visto così la reazione della gente: "Le Quadrobambole" è piaciuto a grandi e piccini! Per me è stata una grande soddisfazione. Ma fatta questa prova ho detto basta: se una casa editrice non crede nei propri autori e chiede soldi per l'acquisto di copie, tanto vale pubblicare il libro da soli tramite siti appositi. Il punto è che però io non voglio cantarmela e suonarmela da sola: l'autore è una cosa, la casa editrice un'altra. E poi, se oltre a non rimetterci, riuscissi anche a guadagnarci... Ma anche qui, servirebbe una grande casa editrice...


12. Come giornalista e come autrice come vedi l'avvento delle nuove tecnologie nel mondo della carta stampata? Internet segnerà davvero la fine dei giornali? I libri di carta sopravviveranno all'avvento del digitale?

Le nuove tecnologie ci permettono di avere notizie in tempo reale, complete di foto, audio e video. Ogni giornale grande o piccolo, a mio modesto avviso, dovrebbe avere un sito internet in cui aggiornare in tempo reale le notizie e ampliarle con foto e video. Quello che si legge sulle pagine di un giornale on line può essere considerato una notizia certa, al contrario di bufale che spesso girano sul web. Internet è un mezzo più veloce, più completo. Ma non tutti, almeno in Italia, sono in grado di sfogliare i giornali on line. E finché sarà così, credo che i giornali resisteranno. Però credo che alla fine dovranno soccombere. Anche se questa eventualità mi dispiacerebbe. Alcune generazioni potrebbero perdere il fascino di leggere un grosso e ingombrante giornale a colazione, magari al bar, con caffè e cornetto sul tavolo, respirando l'odore della carta stampata (che io adoro). I libri di carta non si toccano, non c'è lettore e-Book che tenga! Sì, l'e-Book è comodo, permette di portarsi dietro "Guerra e pace" in poco spazio e con poco peso. Ma il libro è un valore, ci sono prime edizioni, edizioni rare, edizioni speciali che nessun lettore elettronico potrà mai sostituire! E poi l'odore di ogni libro, l'odore che accomuna una casa editrice o l'odore di una particolare edizione uscita in un determinato periodo, come per ogni libro della saga di Harry Potter, che ha un odore diverso.


La nostra intervista termina qui. C'è un messaggio particolare che vuoi lasciare ai nostri lettori?

Cari lettori, grandi e piccini, non smettete mai di sognare!

18 novembre 2014

Intervista ad Amabile Giusti, autrice di "Trent'anni e li dimostro"

L'autrice


Amabile Giusti è nata in Calabria ed è lì che vive ancor oggi: proprio sulla punta dello stivale, fra il mare e la montagna, vicino a una distesa di verde che, vista dall'alto, sembra la sagoma di un cavalluccio marino. Ha frequentato il liceo classico e si è laureata in Giurisprudenza. Fa l'avvocato ma non si sente avvocato. Scrivere è la sua vita vera. È un tipo che ascolta molto e parla poco, ma quando scrive non si ferma più...
Amabile ha pubblicato i romanzi Non c'è niente che fa male così (La Tartaruga 2009) e, per Baldini&Castoldi, Cuore Nero (2011) e Odyssea (2013).



Il libro


Carlotta ha quasi trent'anni, e si considera una sfigata cronica: raggiunge il metro e sessanta solo con i tacchi a spillo, ha una famiglia decisamente folle e all'orizzonte non vede l'ombra di un fidanzato come si deve. Non solo: è appena stata licenziata a causa della sua irrefrenabile schiettezza... ma ora, per arrivare a fine mese, è costretta ad affittare una stanza del suo appartamento. Luca, il nuovo inquilino, ha molti pro (è bellissimo, fa lo scrittore, è dannatamente simpatico) ma altrettanti contro: è disordinato, fuma troppo e ha il pessimo vizio di portarsi a casa le sue conquiste, una diversa ogni notte. Carlotta non chiude occhio e in più si sente una vera schifezza. Non lo ammetterebbe mai, ma quel maschio predatore che tratta le donne come kleenex e gioca sul fascino tenebroso del romanziere la sta facendo innamorare. In una girandola di eventi sempre più buffi, tra una madre terribile, una sorella bellissima e gelosa, una tribù di parenti fuori controllo, un nuovo lavoro tutto da inventare e molti incontri ravvicinati con Luca e le sue fidanzatine di passaggio, Carlotta imparerà che è lei la prima a dover credere in se stessa... Del resto è stato così anche per l'autrice di questo romanzo, che scrive da sempre e non si è arresa alle difficoltà del mondo editoriale, decidendo di auto-pubblicare il suo libro in rete... il successo è stato talmente grande che presto un'agente ha notato il libro, e ha dato vita a un'asta tra gli editori! Per questa nuova edizione cartacea del romanzo Amabile ha lavorato ancora, insieme alla sua editor, per regalare alle lettrici una storia strepitosa, scritta magnificamente e piena dello humour e dei sapori delle ragazze italiane. La storia di una donna vera, non giovanissima, non bellissima, ma piena di grinta, e capace di trovare il proprio posto nel mondo. Perché nella lingua della felicità l'aggettivo imperfetta vuol dire, semplicemente, unica.

La nostra recensione qui.

L'intervista


1. Cara Amabile, vuoi dirci come è nata l’idea di scrivere un romanzo chick-lit?

Ciao a tutti! Come sa chi mi conosce un pochino, io non ho un genere fisso di appartenenza, ho spaziato dalla narrativa contemporanea al fantasy, inteso sia come urban che come fantasy dai canoni più classici, al romance storico fino, appunto, al chick lit. Mi piace reinventarmi e mettermi alla prova. La “letteratura per pollastrelle” mi ha permesso di divertirmi e divertire e ha fatto emergere il mio lato folle. Quando ho scritto Trent’anni e li dimostro (più di dieci anni fa) avevo bisogno di regalarmi qualche sorriso


2. Sappiamo che hai già pubblicato due romanzi con l’editore Baldini&Castoldi, vorresti raccontarci la tua esperienza in modo da rendere partecipe il pubblico di aspiranti scrittrici e consigliarlo sulla strada migliore da seguire?

In verità, i romanzi che ho già pubblicato in passato sono tre: Non c’è niente che fa male così, Cuore Nero e Odyssea. Oltre il varco incantato, adesso fuori catalogo e quindi di difficilissima reperibilità a causa di varie vicende che hanno coinvolto l’editore e che preferisco non approfondire. Diciamo che è un’esperienza che mi ha fatto crescere, anche se non è andata come avrei desiderato e, allo stato attuale, nel bilancio dei pro e dei contro, sono molte di più le delusioni che ne ho ricavato delle soddisfazioni.


3. La tua pubblicazione è passata prima per il self-publishing, consiglieresti ad altri autori questa esperienza?

Proprio per colpa delle esperienze negative cui ho fatto cenno poco fa, a un certo punto ho deciso di fare da sola, autopubblicando Trent’anni e li dimostro, che avevo nel cassetto da diverso tempo. È stato facile, divertente, emozionante, mi ha riportata in mezzo alle persone, ai lettori, mi ha fatto sentire l’affetto della gente e mi ha ridato quella fiducia in me stessa che credevo definitivamente persa. Non solo lo consiglio, ma io stessa tornerò a servirmi del self per quei lavori più difficili da piazzare, vedi ad esempio il fantasy che al momento non suscita l’interesse degli editori tradizionali.


4. I personaggi del tuo libro sono liberamente ispirati a persone della vita reale o sono un’invenzione della tua immaginazione?

Un po’ e un po’. In gran parte sono frutto della mia scatenata fantasia, ma ci sono aspetti ispirati anche a persone reali, che ho incontrato, conosciuto, osservato, spiato. E a me stessa. In Trent’anni e li dimostro ho dato a Carlotta un po’ del mio sarcasmo e soprattutto quel prendersi in giro da sola che è, fondamentalmente, la sua forza vitale.


5. Il tuo modo diretto, vero e soprattutto divertente di scrivere, porta il lettore a rilassarsi nella lettura fin dalle prime pagine, pensi sia la tua firma come scrittrice di chick-lit?

Ho un mio stile, spero riconoscibile per i lettori, un mio modo di raccontare una storia. Scrittura fluida, periodi non troppo lunghi affinché chi mi legge non sia costretto a restare in apnea fino al punto. Ironia talvolta sfociante nella demenzialità ma anche qualche parentesi di riflessione. La mia firma è Amabile Giusti, solo io, una che non ha mai seguito corsi di scrittura, che scrive di pancia, che sbaglia tanto e impara tantissimo, che lascia sempre riposare ciò che scrive, e se non ride e non piange per prima di ciò che dovrebbe far ridere e piangere gli altri, cancella tutto e ricomincia. Una che ascolta i suggerimenti dei critici e desidera migliorarsi.


6. C’è un genere letterario che metti al di sopra degli altri? Un genere che ti fa perdere in ore e ore di lettura?

Non c’è un genere. Come autrice sono multiforme, versatile. Ciò che accomuna tutte le mie storie è il raccontare le emozioni della gente. Amore, dolore, tradimento, paura di crescere, paura di morire, invidia e lealtà. Neanche come lettrice ho un genere. Amo ciò che è scritto bene.


7. Tutte noi siamo state innamorate di “un Luca”, cosa consiglieresti a quelle ragazze che si trovano nella stessa situazione della tua Carlotta?

Luca è un personaggio da romanzo e va amato come tale. Nella vita reale un tipo così lo avrei preso a sganassoni sonori! I romanzi ci fanno sognare e sperare che il mondo sia un posto migliore e Cenerentola esista, ma la realtà il più delle volte è priva di lieto fine e i Luca di carne, a differenza di quelli di carta, alla fine lasciano solo amarezza. Per cui, ragazze, scappate a gambe levate da uno così perché non sarà mai un vero Luca ma solo una sua pessima imitazione!


8. Durante la stesura del romanzo è andato tutto liscio o qualche personaggio ti ha dato del filo da torcere?

Nessun filo da torcere, la scrittura è stata facile e naturale. I personaggi non mi danno mai problemi, devo dire la verità. A volte lo fanno le situazioni, certi intrecci in cui tutto deve combaciare e filare, ma mai i miei piccoli assurdi eroi.


9. Molte lettrici, ispirate dalla tua penna, vorrebbero intraprendere la strada della scrittura: vuoi spiegare, quali regole, secondo te, sono da seguire durante la stesura di un romanzo rosa?

Non credo di essere la persona più giusta per dare suggerimenti di questo tipo, perché io stessa non ho regole esatte, non seguo scalette né tappe preordinate. Ho in mente una trama, che si arricchisce di dettagli man mano che scrivo. Ti posso dire ciò che piace a me: un amore imperfetto, ostacolato, difficile per qualche ragione. Un’eroina determinata ma non una guerriera che non ne sbaglia una, e soprattutto non una bellona assoluta. Un eroe forte all’apparenza che rivela un lato fragile e umanissimo. Personaggi di contorno caratteristici. E soprattutto, nei romanzi, la seduzione è più intrigante dell’amore, per quanto mi riguarda. Due che si incontrano, si amano e vissero tutti felici e contenti, mi annoiano a morte. Voglio problemi, fraintendimenti, nodi intrecciati e più ce ne sono più mi diverto. E non voglio sapere cosa succede dopo, non voglio vederli circondati di pargoli a giocare al cavalluccio dinanzi al fuoco, è una cosa che nei romanzi d’amore proprio non sopporto. Mio gusto personale, è ovvio.


10. C’è qualche succulenta novità in serbo per noi? Qualche nuovo personaggio pronto ad uscire dalla tua penna?

Sì, sto scrivendo una nuova storia, di cui non posso dire nulla, qualcosa che, ne sono sicura, sorprenderà i miei lettori. Posso solo dire una cosa: per la prima volta il mio protagonista sarà un uomo tutt’altro che bello.

24 maggio 2014

Intervista a Francesco Balletta, autore di "Morto a 3/4"

L'autore


Francesco Balletta è l’autore romano quarantenne di Morto a ¾. Si è laureato alla facoltà di Giurisprudenza a alla Sapienza di Roma con 110 e lode nel 1997.
Piuttosto schivo, è sceneggiatore, autore e coautore di numerose serie tv quali: Distretto di Polizia, La Squadra, Don Matteo, Cuore contro cuore e David Copperfield.
Nonostante la riservatezzza il suo romanzo d'esordio non nasconde qualche riferimento autobiografico: ha infatti dichiarato che il suo maresciallo deriva dai ricordi legati alla sua esperienza durante il servizio militare nell'Arma dei carabinieri, dove era sottotenente. Balletta vive e lavora a Roma dove è nato da genitori partenopei.

Il libro


Domenico Campana, maresciallo dei carabinieri in una cittadina dell'alto Lazio, è stanco. Stanco degli acciacchi e dei chili di troppo, stanco di indagare, stanco di omicidi, magistrati, imputati e compagnia bella. Fosse per lui, se ne andrebbe in pensione seduta stante, ma i suoi cinquantasei anni lo costringono ad aspettare. E a sgobbare, rimestando "nel pozzo senza pendoli dell'animo umano". Così si ritrova a pensare mentre consuma un pollo di rosticceria e apre l'ennesimo fascicolo: un insegnante del liceo locale è stato picchiato e trafitto da una pugnalata al cuore. Farebbe di tutto per evitare quest'altra grana e la sorte lo accontenta: un osso di pollo gli va di traverso e lo uccide. Il maresciallo lascia la vita con un sospiro di sollievo. Finalmente un po' di riposo, pensa, e invece no, siamo solo all'inizio. Alla dogana per trapassati non lo fanno andare "su" perché non è morto del tutto, ma solo al settantacinque per cento. Campana è spiazzato. Come ottenere il lasciapassare? L'affascinante capitano della dogana, Clelia, gli affibbia l'indagine rimasta in sospeso tra i vivi. L'ultimo caso da risolvere prima dell'agognato eterno riposo. Nei panni di detective morto a 3/4, però, deve ripartire da zero. Via le consuetudini e gli strumenti di una vita da carabiniere e avanti con nuovi apparecchi e nuovi metodi di indagine. Un'avventura tra giallo e mistero che risvelerà nel defunto maresciallo la "voglia di vivere".
La nostra recensione qui.

L'intervista


Buongiorno, Francesco, grazie per accettato questa intervista.
1. Ho apprezzato l’ironia che serpeggia in tutto il romanzo e inizio con il chiederle se abbia influito la sua professione di sceneggiatore nella formazione del romanzo.

Sì, ha influito molto. Sono (e resto) uno sceneggiatore "prestato" alla narrativa! Il "mestiere" mi ha aiutato molto, sia nel rapporto con il giallo sia nella costruzione della struttura del romanzo. Detto questo, spero che "morto" abbia anche un linguaggio e uno stile consoni al formato "cartaceo"!


2. Quando ha iniziato a scrivere il romanzo si è posto modelli di riferimento?

No. Ho tanti scrittori preferiti che mi porto "dentro" - King, su tutti - e fanno parte del mio bagaglio, e se qualcosa nella mia scrittura riecheggia il loro stile lo fa in modo inconsapevole. Non riuscirei a scrivere con un modello di riferimento in testa!


3. In ogni caso a quali autori si sente più vicino?

Come dicevo, Stephen King, ma anche Benni, Ammaniti, Grisham... è una lunga lista perché in realtà sono un lettore onnivoro, sia di romanzi che di fumetti, sempre alla ricerca di qualcosa che non conosco. Tra le mie ultime scoperte: Walter Tevis, formidabile scrittore/sceneggiatore, autore di uno dei più bei libri che abbia mai letto: La Regina Degli Scacchi (che abbiamo recensito qui). In questo momento ho tra le mani "Player One" di Ernest Cline e mi piace moltissimo!


4. E’ un lettore appassionato? Quali sono gli autori preferiti?

Per non ripetermi, passo ai miei autori preferiti di fumetti e graphic novel. Tra gli italiani: Gipi, Zerocalcare, Leo Ortolani, Igort. Fuori dai confini: Frank Miller, Alan Moore, Will Eisner, Neil Gaiman, ovviamente i classici Disney che leggevo da bambino (sogno, prima o poi, di scrivere una storia per Topolino), ma anche Asterix e i manga giapponesi! Consiglio a tutti di farsi un giro in fumetteria che è sempre un'esperienza divertente e illuminante!


5. ”Morto a ¾” è il suo primo romanzo, ne ha in programma altri? Ovvero potrebbe esserci un seguito visto che il maresciallo Campana si presume continuerà a svolgere investigazioni?

Un doppio sì: sì voglio scrivere ancora narrativa - e ho già pronto un altro romanzo ancora in cerca di editore - ; e sì, ci saranno altre avventure del maresciallo Campana se il pubblico vorrà!


6. In questa specie di limbo fra paradiso ed inferno in cui viene trattenuto il maresciallo Campana, chi sa fare è costretto a lavorare e chi è privo di capacità va a godersi il paradiso. Nel romanzo c’è più sarcasmo o pessimismo?

Ottima domanda! In realtà, il pessimismo è una condizione di partenza che poi viene superata, mentre l'ironia e il sarcasmo aleggiano dall'inizio alla fine (almeno spero!).


7. E’ quasi impossibile, per quanto si sia schivi, non inserire qualcosa di sé in un romanzo. C’è qualche somiglianza tra autore ed investigatore in “Morto a ¾”? Ad esempio la tendenza all’ironia del protagonista?

Sì, in realtà ho diversi punti in comune con Campana: la golosità, il problema dei chili in più, forse anche l'ironia e una certa tendenza a vedere sempre il Re Nudo... però lui ha molti pregi che a me mancano, primo tra tutti un grande fiuto investigativo!


8. In questo giallo non ci sono situazioni scabrose, descrizioni truculente, perfino le parolacce sono quelle di uso talmente comune da rientrare nella normale terminologia; crede che questo penalizzerà la commercializzazione del romanzo?

Perché dovrebbe penalizzarlo? Spero di no! Sinceramente non ci ho proprio pensato! Ho usato un linguaggio "pulito" ed evitato le morbosità perché è così che è Domenico: abituato agli orrori della vita e proprio per questo desideroso di tenerli a distanza di sicurezza (per quanto possibile).


9. E infine, com’è arrivato alla casa editrice che ha pubblicato il suo libro? E’ stato difficile avere il suo romanzo pubblicato?

Sono arrivato all'editore grazie ad una "triangolazione" di agenzie. Mi spiego: il mio agente da "sceneggiatore" Jean Paul Bosco ha stretto una collaborazione con un'agente letteraria - Valeria Raimondi - e lei mi ha seguito nella stesura. Dopodiché ha mandato il romanzo in lettura a vari editori e DeAgostini ha risposto entusiasticamente "all'appello"!


2 marzo 2014

Intervista a Clara Sánchez, autrice di "Le cose che sai di me"

La settimana scorsa abbiamo avuto il piacere di intervistare telefonicamente l'autrice madrilena Clara Sánchez, autrice del caso editoriale Il profumo delle foglie di limone (Lo que esconde tu nombre, Premio Nadal 2010), che è stato anche il suo primo romanzo tradotto in italiano. Con il suo ultimo libro, Le cose che sai di me (El cielo ha vuelto), si è aggiudicata nel 2013 il Premio Planeta, il più prestigioso riconoscimento letterario spagnolo, che annovera tra i vincitori passati autori come Manuel Vázquez Montalbán, Mario Vargas Llosa, Camilo José Cela e Juan José Millás.



L'autrice

Clara Sánchez ha raggiunto la fama mondiale con il bestseller Il profumo delle foglie di limone, in cima alle classifiche di vendita per oltre due anni. Con Garzanti ha pubblicato anche La voce invisibile del vento e Entra nella mia vita. È l'unica scrittrice ad aver vinto i tre più importanti premi letterari spagnoli: il premio Alfaguara nel 2000, il premio Nadal nel 2010 e il premio Planeta nel 2013 con Le cose che sai di me.





Il libro

Il piccolo pezzo di cielo che si intravede dal finestrino è di un azzurro intenso. Patricia è sull'aereo che la sta riportando a casa, a Madrid. All'improvviso la sconosciuta che le è seduta accanto le dice una cosa che la sconvolge: "Qualcuno vuole la tua morte". Patricia è colpita da quella rivelazione, ma poi ripensa alla sua vita e si tranquillizza: a ventisei anni è realizzata, felicemente sposata e con un lavoro che la porta a girare il mondo. Niente può turbare la sua serenità. È sicura che quella donna, che dice di riconoscere le vibrazioni emanate dalle persone, si sbaglia. Eppure a Patricia, tornata alla routine di sempre, iniziano a succedere banali imprevisti che giorno dopo giorno si trasformano in piccoli incidenti. Incidenti che stravolgono le sue abitudini e il suo lavoro. Non può fare a meno di ripensare alla donna dell'aereo e alle sue parole. Parole che a poco a poco minano le sue certezze. Vuole sapere se è davvero in pericolo. Vuole scoprire chi desidera farle del male, e quando il sospetto cresce dentro di lei, inizia a guardarsi intorno con occhi diversi, dubitando delle persone che ha vicino. Sente che tutto il suo mondo sta crollando pezzo dopo pezzo, ma deve trovare il coraggio di resistere: la minaccia è più vicina di quanto immaginasse. Però deve essere pronta a mettere in discussione tutta la sua vita, a leggere dentro sé stessa. Perché anche la felicità ha le sue ombre...

L'intervista



Prima di tutto vorrei ringraziarla, ovviamente, per il tempo che ci sta dedicando, e farle i complimenti per il Premio Planeta. Com'è cambiata la sua vita da quando lo ha vinto?

Grazie per le congratulazioni, naturalmente sono felicissima di aver ricevuto un premio così importante, che mi ha inserito nella lista dei principali autori non solo spagnoli, ma anche ispanoamericani. E' un premio molto prestigioso, che ha ormai sessantadue anni, ed è come se mi avesse introdotto più a fondo nel mondo della letteratura, però sul piano personale non è cambiato nulla: le sfide, a livello letterario, sono sempre le stesse, e io voglio continuare come sempre a raccontare le cose che più mi interessano nel modo più semplice possibile.


I titoli dei suoi romanzi in Italia sono stati cambiati con altri che generalmente attraggono più un pubblico femminile (ad esempio l'ultimo romanzo, El cielo ha vuelto, è stato reintitolato Le cose che sai di me). Quando scrive lei si orienta verso un destinatario prettamente femminile?

Be', non so se i titoli italiani siano stati cambiati per attrarre più il pubblico femminile, credo che faccia parte dell'apporto creativo dato dall'editore all'opera, quel granello di cambiamento che si riserva. Comunque sì, le donne sono importantissime nella mia narrativa perché credo che per troppo tempo siamo rimaste in silenzio, e questa nuova esplosione di vita, di libertà, di lucidità è per me fonte di ispirazione.


I suoi romanzi, o almeno quelli pubblicati in Italia e che quindi ho avuto modo di leggere, hanno tutti protagonisti femminili, per l'appunto. C'è qualcosa in cui i suoi personaggi femminili si somigliano?

Hanno tutte in comune il fatto di essere coraggiose, di osare, tutte sono arrivate a un momento critico della loro vita in cui sta succedendo qualcosa di particolare e devono lanciarsi, essere coraggiose, guardare la vita in modo diverso. Questo tipo di eroismo quotidiano, quello di cui non si parla nei giornali, è per me molto commovente. I miei personaggi femminili sono persone normali, donne comuni, che in un determinato momento della loro esistenza diventano donne coraggiose.


Nel romanzo la protagonista, Patricia, finisce per affidarsi a pratiche occulte. Cosa ne pensa di queste pratiche e delle persone disperate che si mettono in mano di fattucchiere e maghi sedicenti?

Se si considera la cosa nell'ottica della realtà, sì, persone come Viviana [la veggente del romanzo che mette in moto la storia e a cui Patricia finisce per affidarsi completamente] sono ciarlatane, si approfittano degli altri. Ma se si considera Viviana come personaggio letterario, è una persona fantastica, perché riesce a mettere un briciolo di magia nella vita di Patricia. E questo è proprio ciò di cui abbiamo bisogno per vivere, perché siamo esseri creativi, dotati di immaginazione. Se pensassimo sempre in modo razionale, non ci sarebbero maghi né personaggi magici nella letteratura. E' chiaro quindi che tutto dipende dall'ottica.


Perché il personaggio di Patricia lascia che tutti si approfittano di lei, e per di più si sente sempre in debito verso gli altri? Il marito interessato solo ai suoi soldi e al sesso, la sorella da lei stipendiata, i genitori che mantiene, e soprattutto Manuela che la sfrutta in ogni modo possibile.

Capita a tutto di lasciarci, in qualche modo, 'vampirizzare' dalle persone che ci circondano, di lasciare che le persone che amiamo ci sfruttino. Nel caso di Patricia, in realtà, noi lettori lo sappiamo perché lo vediamo dal di fuori, sarà la sua lotta, la sua avventura psicologica, a farle realizzare cosa sta succedendo. C'è anche una lettura più profonda: la risposta a questo quesito viene dal romanzo stesso, tocca a noi lettori scoprirla.


Come si è documentata del mondo della moda e dei modelli?

Parlando con professionisti del settore, cosa che mi ha fatto realizzare che in realtà non era un mondo così distante e difficile da capire, perché siamo continuamente invasi dalle immagini nelle riviste, dalle modelle, dalle sfilate. Molte cose ho scoperto di saperle già, appunto perché non è un mondo alieno, ma sempre presente nelle nostre vite. Noi viviamo nel mondo attraverso la vetrina della moda.


Qual era il messaggio principale che intendeva lanciare con Le cose che sai di me?

Intanto volevo che la lettura intrattenesse i lettori, che si lasciassero coinvolgere e trasportare dalla trama di questo romanzo, e che desiderassero sapere a tutti i costi l'identità della persona che voleva la morte di Patricia. E che poi, chiuso il libro, iniziassero a pensare ai temi del romanzo: l'amore, la paura, il successo...


Ha letto recentemente libri italiani che le sono piaciuti? Quali sono gli autori italiani che considera imprescindibili?

Visto che in questo momento sono a Ferrara, non posso non citare Bassani e il suo Il giardino dei Finzi-Contini, un'opera meravigliosa, imprescindibile. Poi tutti sanno della mia adorazione per Natalia Ginzburg, che ho citato all'inizio del mio romanzo Entra nella mia vita. In realtà sono moltissimi, davvero. Un altro scrittore italiano fondamentale, per me, è Italo Calvino, che ha anche ispirato lo pseudonimo con cui ho presentato il mio ultimo romanzo al Premio Planeta [José Calvino]


L'ultima domanda è più che altro una mia curiosità: so che si è occupata delle prefazioni ad alcuni romanzi di Yukio Mishima. Io adoro Mishima e la letteratura giapponese. Cosa più le piace di questo autore e della letteratura giapponese in generale?

E' una letteratura molto delicata, infatti si parla di uno stile, di un'estetica Mishima. Mi sono divertita molto a scrivere le prefazioni perché Mishima è un autore particolare - come tutti sappiamo, ha avuto una vita 'strana', rotta, a metà tra tradizione e modernità. In generale quella giapponese è una letteratura molto sensibile, in grado di avvolgere nella seta anche i temi più duri, diretti e difficili.


Abbiamo terminato. Ancora grazie mille per la sua disponibilità, e colgo l'occasione per ringraziare anche Francesca dell'Ufficio stampa Garzanti e l'interprete Michela, che hanno reso possibile l'intervista. In bocca al lupo per il futuro!
 

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